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MARIA PRESSO LA CROCE NELLA CHIESA BIZANTINA

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MARIA PRESSO LA CROCE NELLA CHIESA BIZANTINA

Sommario

1. Presenza di Maria ai piedi della croce nelle celebrazioni del venerdì santo.
2. La compassione di Maria nei giorni festivi della croce.
3. Presenza della croce nell’ufficio giornaliero.
4. Presenza di Maria presso la croce nei giorni settimanali del mercoledì e del venerdì.
5. Importanza del tema della compassione e il suo senso.
6. Bibliografia

Il tema giovanneo di Maria ai piedi della croce (cfr Gv 19, 25-27), ricorre spesso nella liturgia bizantina. L’evento, fortemente messo in rilievo nella celebrazione liturgica del venerdì santo, trova anche posto nelle numerose feste della croce e nel ricordo che se ne fa nelle commemorazioni liturgiche settimanali non solo del mercoledì e del venerdì, ma anche il giorno di domenica, come risulta dalla copiosa innografia presente nei libri liturgici bizantini. Questa abbondante presenza di Maria ai piedi della croce spiega il fatto che la liturgia bizantina non ha provato il bisogno di istituire una festa specifica della compassione di Maria e dell’Addolorata, come invece è stato fatto nella liturgia latina.

1. Presenza di Maria ai piedi della croce nelle celebrazioni del venerdì santo 1
La liturgia del venerdì santo segue da vicino tutti gli eventi che hanno contrassegnato la vita del Salvatore, li commenta, li celebra e canta con inni di rara bellezza, attinti ai diversi generi dell’innografia greca e dovuti a melodi, ossia autori insieme poeti e teologi. L’inno tipico del giorno è quello che si canta davanti alla croce dopo la proclamazione della quinta pericope evangelica: Oggi è appeso al legno colui che ha sospeso la terra sulle acque. E’ cinto di una corona di spine il Re degli angeli. Di una falsa porpora è rivestito colui che avvolge il cielo di nubi. È schiaffeggiato colui che ha liberato Adamo nel Giordano. È confitto con chiodi lo Sposo della Chiesa. È trafitto di lancia il Figlio della Vergine. Adoriamo i tuoi patimenti o Cristo. Mostraci anche la tua risurrezione 2. Il canto, proclamato ad alta voce davanti al crocifisso, parla di Gesù come del « Figlio della Vergine », suggerito dalla pericope giovannea letta per ben due volte in questo giorno.
Una delle antifone, costituita da un stavrotheotokion, evoca così la presenza di Maria ai piedi della croce: Vedendoti appeso alla croce, o Cristo, la Madre tua gridava: ‘Quale mistero strano io contemplo, o Figlio mio? Come puoi morire, con la tua carne confitta al legno, tu che sei l’elargitore della vita’ 3?
Nel corso della celebrazione si legge un famoso inno di Romano il Melode, detto Kondakion di Maria ai piedi della croce. Nell’inno, che può essere chiamato dell’Addolorata, Maria vi è paragonata all’Agnella che segue l’Agnello destinato al macello, come si può leggere nella prima stanza dell’inno: Maria, l’Agnella, alla vista del proprio Agnello trascinato al macello, seguiva afflitta con le altre donne, e gridava: ‘Dove vai, Figlio? Per quale ragione corri con tanta premura? Si celebrano forse altre nozze a Cana, e ora tu ti affretti, per mutarvi per loro l’acqua in vino? Posso accompagnarti, Figlio? O piuttosto, meglio è aspettarti? Dimmi una parola, Verbo, non passare davanti a me in silenzio, tu che mi hai conservata pura, Figlio e Dio mio’ 4!
L’inno prosegue descrivendo Maria che non sa spiegarsi perché si sia pervenuti a tanto dopo il non lontano trionfo delle palme (str. 2); pesa per di più sull’anima di Maria la fuga dei discepoli (str. 3). Gesù prende la parola per spie­gare che egli doveva riscattare quanti erano nell’Ade (str. 4) e chiede alla Madre di non far impallidire il suo bel nome di Piena di grazia (str. 5), e di accettare il sacrificio che lui stesso si assume per la salvezza del mondo (str. 6). Maria insiste, mostrando l’impossibilità in cui si trova di capire che egli per questo debba morire (str. 7-8). Gesù le rivela allora che Adamo ed Eva erano gravemente malati e attendevano di essere liberati (str. 9-10). Ma il cuore di Maria non ne è rasserenato (str. 11) ed ella chiede al Figlio di lasciarsi ancora vedere nel futuro (str. 11). Gesù le promette che sarà lei la prima a vederlo (str. 12-14). Maria cede alle parole del Figlio e gli esprime il suo fermo proposito di non staccarsi da lui sino alla morte (str. 15). Gesù, a sua volta, accetta che la Madre lo accompagni, ma la sollecita a mostrarsi forte di animo (str. 16). L’ultima strofa contiene la consueta preghiera di chiusura (str. 17), particolarmente bella e sugge­stiva.
Il tema della compassione mariana è di nuovo rievocato in alcune strofe, dette Stichirà, che si cantano tra i versetti dei Salmi di Lodi, dopo la IX pericope evangelica (Gv 19, 25-37). L’autore anonimo mette in un raro rilievo i sentimenti che prova Maria a vedere il Figlio appeso al legno come un malfattore: Quando tu fosti crocifisso, o Cristo, tutto il creato vide e tremò. Le fondamenta della terra furono sconvolte dal timore della tua potenza. Oggi, alla tua esaltazione sulla croce, precipitò nella rovina il popolo ebreo. Il velo del tempio si divise in due. Si aprirono le tombe, i morti risuscitarono dai sepolcri. Il centurione vide il prodigio e tremò; ma la Madre tua, stando presso la croce, esclamava, gemendo maternamen­te: ‘Come potrei non piangere e non battermi il petto, vedendoti nudo, appeso al legno come un condannato’! O Signore crocifisso e risorto dai morti, gloria a te 5!
Il tema della compassione di Maria si prolunga anche sul sabato santo, giorno contrassegnato da una vera celebrazione funebre, accompagnata da una rappresentazione e dal canto di elogi funebri, nei quali si mettono anche in bocca a Maria parole come queste:
La Pura effondeva lamenti e lacrime di madre su di te, o Gesù, e gridava: Figlio, come potrò seppellirti?
L’Agnella, vedendo morto il suo Agnello, oppressa dal dolore, gemeva, commovendo tutto il gregge a gridare con lei.
Sola fra le donne, o Figlio, ti ho dato alla luce senza dolore, ma ora soffro doglie insopportabili, come di partoriente, gridava la Santa.
Sono orribilmente ferita, le mie viscere sono dilaniate, o Verbo, vedendo la tua ingiusta uccisione, diceva la tutta pura, facendo il compianto.
Il sabato santo si canta anche una lunga composizione innografica detta Canone, la cui nona Ode è attribuita a Cosma di Maiuma (+ c. 751); nella strofa iniziale Cristo invita la Madre a non piangere: Non piangere per me, o Madre, vedendo nella tomba il Figlio che senza seme hai concepito nel tuo seno. Risorgerò, infatti, e sarò glorificato e innalzerò nella gloria incessantemente coloro che ti esaltano con fede e con amore, perché io sono Dio! Maria risponde: Alla tua nascita straordinaria, ho sfuggito le doglie e sono stata soprannaturalmente beata, o Figlio che non hai principio; ma ora, vedendoti morto, Dio mio, senza respiro, sono orribilmente dilaniata dalla spada del dolore; risorgi, dunque, perché io possa essere detta beata 6.

2. La compassione di Maria nei giorni festivi della croce
La liturgia bizantina commemora la croce, cuore e simbolo della redenzione operata da Cristo, e la festeggia in quattro diverse occasioni più o meno solenni: la prima ricorre il 14 settembre e viene chiamata Esaltazione universale della venerata e vivificante croce; la seconda, celebrata il 7 maggio, ne commemora l’apparizione in cielo a Gerusalemme, sotto l’imperatore Costanzo, figlio di Costantino Magno nel 351; la terza ricorre il primo agosto con una processione penitenziale; la quarta infine ricorre la terza domenica di quaresima. I testi liturgici, dovuti ai grandi melodi del primo millennio, evocano spesso il tema della presenza di Maria ai piedi della croce e quello della sua compassione. Maria manifesta profondo dolore: ‘Quando ti ho messo al mondo, o Figlio, io non ebbi nessun dolore. Ora invece come è che sono piena di dolori? Vedo difatti appeso alla croce come un malfattore te che sospendi la terra sul nulla’, disse la Tuttasanta in lacrime. Essa si chiede perché deve vedere il Figlio appeso alla croce: ‘Ti vedo ora come un agnello senza macchia appeso alla croce, o Figlio mio che sei prima dei secoli, e sono soffocata dal dolore e la pena mi strangola’, diceva la Tutta pura. Noi con voci che non si stancano a lei inneggiamo con pietà in tutti i secoli 7.
Durante la processione che segue la divina liturgia eucaristica, si canta in conclusione di una serie di strofe il seguente Stavrotheotokion: In questo giorno l’inaccessibile Signore si rende a me accessibile, e patisce la passione per affrancarmi dalle mie passioni; colui che restituisce ai ciechi la vista riceve sputi da labbra impure e si lascia flagellare per liberare i prigionieri. La Vergine, sua madre, vedendolo sulla croce, gli dice fra gemiti: ‘Ohimè, o Figlio amatissimo, tu che sorpassi ogni mortale per la tua bellezza, eccoti senza fascino, senza grazia e senza vita. Ohimè, o luce dei miei occhi, una spada trafigge il mio cuore e le mie viscere soffrono di vederti così. Io celebro e inneggio alla tua Passione, adoro la tua misericordia infinita, Signore longanime, gloria a te’ 8.
Durante l’adorazione della Croce si canta, fra l’altro, il seguente inno che porta il nome dell’imperatore Leone VI (886-916): Oggi l’inaccessibile per essenza si rende accessibile per me, subisce la passione per liberarmi dalle passioni. Colui che restituisce la vista ai ciechi vede il suo volto insozzato dagli sputi di labbra empie, e offre il dorso alla flagellazione. La Madre vergine immacolata, vedendolo appeso alla croce, disse con lamenti: ‘Ahimè, Figlio mio! Cosa hai fatto per questo, tu che sei il più bello fra i mortali, tu appari senza soffio né forma né bellezza. Ahimè, o mia luce, io non posso vederti senza vita. Le mie viscere sono dilaniate e la terribile spada trafigge il mio cuore. Io inneggio però ai tuoi patimenti, adoro la tua misericordia. Signore longanime, gloria a te’ 9!

3. Presenza della croce nell’ufficio giornaliero
Per santificare le 24 ore del giorno e della notte i Bizantini hanno creato un fitto cursus di preghiere giornaliere, che, pur partendo dal numero settenario, lo ha sorpassato. Attualmente il cursus comprende: Vespro, Compieta, Mezzanotte, Mattutino (l’equivalente dei tre Notturni e delle Lodi latine), Prima, Terza, Sesta, Nona. Di più, in Quaresima: una Mesoria dell’ora Prima, Terza, Sesta e Nona, i Tipici che prendono il posto della divina liturgia nei giorni aliturgici, e la Grande Compieta.
A ciascuna di queste Ore è stato assegnato un significato tratto per lo più dalla vita di Cristo. Per i cristiani la preghiera di lode al sorgere del sole celebra la risurrezione gloriosa di Cristo, mentre l’ufficio dei Vespri, al declinare del giorno, ricorda la deposizione dalla croce e la sepoltura per il riposo sabatico del Signore al quale ogni cristiano è associato con la morte. La Tradizione apostolica ricollega le Piccole Ore ai momenti principali della Passione di Cristo: crocifissione a terza, tenebre sul mondo a sesta, morte di Gesù a nona; le tracce di questa interpretazione si ritrovano nei diversi riti orientali.
I tropari, recitati giornalmente in ciascuna di queste Ore, riflettono il senso assegnato a ciascuna. L’Ora Nona, che rievoca la morte di Cristo sulla croce, ha il seguente Stavrotheotokion che evoca la compassione di Maria: La Madre, alla vista dell’Agnello e Pastore e Salvatore del mondo appeso alla croce, diceva lacrimando: ‘Il mondo si rallegra per la salvezza ricevuta, ma le mie viscere bruciano alla vista della crocifissione che tu sopporti per tutti, Figlio e Dio mio’ 10!

4. Presenza di Maria presso la croce nei giorni settimanali del mercoledì e del venerdì
I cristiani, adottando il ritmo della settimana ebraica, dettero a ciascuno dei suoi giorni un nuovo contenuto: ciò si riflette nel culto liturgico di tutte le Chiese orientali, specie bizantina. L’organizzazione liturgica della settimana privilegiò ben presto quattro giorni: la domenica, il mercoledì, il venerdì e il sabato. In seguito la liturgia bizantina ha assegnato a ciascun giorno le seguenti memorie: domenica, la risurrezione; lunedì, gli Angeli; martedì, Giovanni Battista; il mercoledì, la croce e la Madre di Dio; il giovedì, gli Apostoli e san Nicola; il venerdì, di nuovo la croce; il sabato, i defunti e tutti i santi.
Il mercoledì e il venerdì, particolarmente consacrati alla croce, vengono messi in rilievo con molti inni, detti Stavrotheotokia, che mettono in grande luce le sofferenze della Madre per il Figlio ingiustamente crocifisso, e più di una volta gli chiede di non lasciarla sola e senza figli: Contemplando, o Cristo, la tua iniqua uccisione, la Vergine gemendo ti gridava: ‘Figlio dolcissimo, come mai ingiustamente soffri, come mai sei appeso sul legno, tu che hai sospeso tutta la terra sulle acque? O misericordiosissimo Benefattore, ti prego, non lasciare sola me, la tua Madre e tua serva’ 11. In molti inni ricorre il tema dell’Agnella e dell’Agnello: L’immacolata Agnella, contemplando morto sul legno l’Agnello e Pastore, in lacrime gridava, maternamente gemendo: ‘Come celebrerò, Figlio mio, la tua inesprimibile condiscendenza e il volontario soffrire, o Dio sommamente buono’ 12? Altri testi evocano la spada profetizzata da Simeone, come in questo attribuito a Giuseppe l’Innografo, poeta siculo: Una spada ti ferì, o Purissima, quando mirasti la passione del Figlio tuo: contemplando lui trafitto da una lancia e pensando alla spada che, sulle porte del paradiso, impediva il divino adito ai fedeli. Giuseppe mette anche in bocca a Maria il seguente grido: O Fanciulla, che in modo ineffabile hai partorito il Verbo amico degli uomini, vedendolo spontaneamente soffrire sopra le forze dell’uomo, gridavi: ‘Che è questo? L’Impassibile Dio si sottomette alla passione, a fin di sottrarre alle passioni coloro che fedelmente l’adorano’ 13! Un altro innografo mette in bocca a Maria: L’immacolata Agnella, vedendo in croce come agnello sgozzato l’Agnello e Pastore, levava acute grida e lamentando diceva: ‘O temeraria audacia degli Ebrei omicidi! O tua divina longanimità, Figlio mio! perché volontariamente soffri’ 14.

5. Importanza del tema della compassione e il suo senso
Il tema di Maria ai piedi della croce può anche essere della compassione di Maria. Quest’ultimo nome non si trova tale quale nei testi liturgici descritti sopra, ma si ritrova in un testo di Giovanni Damasceno e è stato ripreso dal Vaticano II nel capitolo VIII della Lumen Gentium. Il testo del Damasceno, tratto dal suo Trattato sulla fede ortodossa, così si esprime:
Ma ella, beata e stimata degna dei doni al di sopra della natura, quei dolori a cui era sfuggita nel partorire invece li subì al tempo della passione, soffrendo la lacerazione delle sue viscere a causa della sua compassione materna. E, vedendo uccidere come un malfattore colui che, nel generarlo, ella aveva conosciuto come Dio, fu lacerata dai suoi pensieri come da una spada: infatti questo significa ‘una spada trafiggerà la tua anima’. Ma poi il dolore è trasformato dalla gioia della risurrezione, la quale annunzia come Dio colui che era morto nella carne (De fide orthodoxa, IV, 14: PG 94, 1920) 15.
Il termine greco reso con compassione è quello di sympatheia; il Damasceno parla di sympatheia splachnon, che si può tradurre compassione delle viscere, o anche del cuore. In un altro capitolo del suo trattato, il Damasceno vede nella compassione una specie di afflizione causata dal male che proviene dagli altri 16.
I sentimenti di Maria davanti alla passione del Figlio sono paragonati a quelli dell’agnella di fronte alle sofferenze del suo agnello. Il nome di Agnella dato a Maria è molto antico e lo si incontra per la prima volta nell’Omelia sulla Pasqua di Melitone, vescovo di Sardi in Asia Minore, morto dopo l’anno 180. Egli parla della kale amnas, la bella agnella da cui nacque l’agnello muto, l’agnello sgozzato, che fu preso dal gregge e trascinato all’immolazione 17. Nel secolo V Proclo di Costantinopoli (+ 446) usa il termine in contesto dell’incarnazione e parla spesso della « agnella da cui nacque l’agnello ». A sua volta nel secolo VI Romano il Melode (+ ca. 560), nel suo inno di Maria ai piedi della croce, riprende a suo conto questo nome di Agnella in contesto della passione applicandolo a Maria che piange il Figlio chiamato Agnello. Gli autori posteriori riprenderanno spesso questi nomi, come si può vedere dai non pochi testi che abbiamo citato sopra.
Non sfugge a nessuno l’origine biblica di questo nome: esso trae origine dal tema biblico del Messia-vittima, o del Messia-redentore. Giovanni Battista, mostrando col dito Gesù e dicendo: Ecco l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo (Gv 1, 29), identifica l’immagine biblica con la sua realizzazione storica nella persona di Gesù. L’immagine fu estesa in modo del tutto naturale anche alla sua Madre che prese il nome di Agnella.
Gli autori dei testi che parlano della compassione di Maria, vedono nelle sofferenze patite in occasione della passione del Figlio la realizzazione della profezia della spada di Simeone. Questa interpretazione, confermata da Giovanni Damasceno citato sopra, prende le distanze da alcuni rari padri o scrittori ecclesiastici, come Origene, Cirillo di Alessandria e altri, che avevano interpretato la spada promessa come spada del dubbio, frutto di una crisi di fede di Maria, di scandalo o di incredulità davanti all’apparente fallimento del Figlio nella passione e nella morte. Ciò facendo, la liturgia corregge il tiro e propone la visione tradizionale della Chiesa, la quale esclude ogni veduta personale e sintonizza l’anima dei fedeli sulle grandi verità della fede ad esclusione di ogni interpretazione personale eccessiva.
In molti testi Maria viene consolata dal Figlio con la promessa della sua propria risurrezione e con quella della glorificazione della propria Madre. Promessa di gioia spesso accompagnata dalla certezza di vedere per primo il Figlio risuscitato. Il fatto, è vero, non trova alcun riscontro nei Vangeli, anche se la cosa non è inverosimile. Il libro degli Atti infatti attesta che Maria, all’indomani dell’ascensione, si trovava in mezzo agli apostoli in attesa dello Spirito Santo. Non stupisce quindi l’apparizione nella Chiesa di una tradizione che vuole che la Madre di Dio sia stata la prima a conoscere la notizia della risurrezione tramite o un angelo, o dalla stessa bocca del Figlio risuscitato che le sarebbe apparso dal primo istante della sua uscita dal sepolcro. Le due versioni hanno trovato posto nella liturgia pasquale bizantina.
Alla prima di queste versioni, che parla di un messaggio dell’angelo Gabriele, si riferisce ad esempio il seguente Megalinario cantato con l’Inno della IX Ode del Canone di Pasqua di Giovanni Damasceno: L’Angelo gridò alla Piena di grazia: ‘Rallegrati, o Vergine! Ripeto: Rallegrati: Il tuo Figlio è risorto dal sepolcro il terzo giorno! Illuminati, illuminati, o nuova Gerusalemme: la gloria del Signore è sorta sopra di te! Intreccia danze ed esulta ora, o Sion! E tu, o pura Madre di Dio, rallegrati nella risurrezione di tuo Figlio’ 18!
L’inno di Romano, invece: Maria ai piedi della croce, citato sopra, si basa sulla seconda versione e mette in bocca dello stesso Cristo agonizzante questa promessa alla Madre: Coraggio, Madre, sarai tu la prima a vedermi all’uscita dal sepolcro. Verrò a mostrarti da quante afflizioni avrò liberato Adamo, e quanti sudori avrò sopportato per amor suo. Mostrerò agli amici le testimonianze dei segni nelle mie mani; e allora vedrai, o Madre, Eva viva come era prima, e griderai di gioia: Ha salvato i miei antenati, il Figlio e Dio mio 19.
I testi liturgici che parlano della gioia di Maria per la risurrezione del Figlio sono numerosi, alcuni dei quali non portano nome di autore. Il più conosciuto di questi è un Apolitikion domenicale del sesto modo, tratto dal libro liturgico dell’Ottoeco, che viene quindi cantato a cadenza regolare nel corso dell’anno. L’anonimo Autore così si rivolge al Cristo risorto: Le Potenze angeliche vennero al tuo sepolcro e i custodi ne furono tramortiti. Maria invece stava presso il sepolcro in cerca del tuo immacolato corpo. Hai predato l’inferno e non fosti la sua preda, sei andato incontro alla Vergine, elargendo la vita. O Signore, risorto dai morti, gloria a te 20!
La convinzione dell’apparizione del Risorto alla Madre e l’invito alla gioia riecheggiano ancora nel Canone della Madre di Dio che si canta nella domenica detta delle Mirofore, la seconda dopo Pasqua, e che si ripete nelle tre domeniche successive. Ne è autore san Teofane Grapto, un poeta di origine palestinese. Una strofa della prima Ode così canta, rivolta a Maria: Avendo visto risorto il tuo Figlio e Dio, tu ti rallegri con gli Apostoli e tu ricevi per prima il saluto della gioia, essendo stata tu la causa della gioia universale 21.
La stessa convinzione traspare dalla seguente strofa della quarta Ode: O Casta, che sei la più bella e casta tra le donne, alla vista oggi di tuo Figlio risorto dai morti e splendente di bellezza per la salvezza di tutti rallegrati e glorificalo insieme con gli Apostoli 22.
Un’altra strofa, rivolta allo stesso Risorto, stabilisce un parallelo tra la verginità di Maria e l’uscita di Cristo dal sepolcro: Tu non hai aperto le porte chiuse della Vergine nell’incarnarti né hai rotto i sigilli del sepolcro, o Re del creato. Per cui vedendoti risorto, la Madre fu colmata di gioia.
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Note – 1 I testi liturgici della Santa e Grande Settimana si trovano nel libro liturgico greco chiamato Triodion. L’edizione che sarà qui di seguito citata è quella cattolica stampata a Roma nel 1879. I testi della Settimana Santa esistono anche in edizione separata, una delle quali esiste in traduzione italiana fatta da M. Gallo, Liturgia orientale della Settimana Santa, 2 voll., Città Nuova, Roma 1974. Si tratta di un lavoro eccellente che non mancherà di essere citato in seguito. Molti altri inni si trovano tradotti in Testi mariani del I millennio, 4 voll., Roma 1988-1991, in seguito così abbreviati TMPM, I-IV. – 2 Triodion, 673. – 3 Ib. – 4 Testo greco in Triodion, 676. – 5 Triodion, 678. – 6 Testo greco in Triodion, 733; tr. it. di M. Gallo, o. c., 166-167; TMPM, II, 599-600. – 7 Testo greco in Menea, VI, Roma 1901, 280 ss. – 8 Ib., 290. – 9 Testo greco in Triodion, 363. – 10 Testo greco in Horologion, Roma. – 11 Testo greco in Parakletike, Roma 1885, 49. – 12 Ib., 50-51. – 13 Ib., 51-59 passim. – 14 Ib., 74-75. – 15 La versione qui proposta è quella di V. Fazzo, Giovanni Damasceno. La fede ortodossa. Città Nuova, Roma 1998, 278. – 16 Cfr Fazzo, o. c., 127. – 17 TMPM, I, 151. – 18 Testo greco in Pentecostario, Roma 1883, 11. – 19 TMPM, I, 725. – 20 Testo greco in Parakletike, Roma 1885, 452. – 21 Testo greco in Pentekostario, Roma 1883, 94. – 22 Ib., 98.

IL PIANTO DI MARIA E IL NOSTRO PIANTO

http://www.stpauls.it/madre06/0607md/0607md03.htm

IL PIANTO DI MARIA E IL NOSTRO PIANTO

DI STEFANO DE FIORES

L’Addolorata che piange sul Figlio morto è paradigma particolarmente efficace del senso cristiano del dolore e del nostro pianto.
Dobbiamo ammettere che l’evangelista Giovanni non si preoccupa minimamente di farci comprendere la situazione interiore della Madre di Gesù né di comunicarci il suo eventuale pianto. In questo senso ha ragione Sant’Ambrogio quando osserva: « Leggo che [Maria] era presente, non leggo che era piangente ». Infatti, resta fuori della prospettiva giovannea offrire informazioni di ordine psicologico o di cronaca: egli mira soprattutto al significato storico-salvifico.
Tuttavia, tre argomenti ci conducono a ricuperare il pianto di Maria: il ricorso alle usanze ebraiche di cordoglio funebre, la profezia della spada nell’anima e il paragone della donna partoriente cui ricorre Gesù, per parlare agli Apostoli della ripercussione in loro del mistero pasquale.
Le lacrime di « Nostra Signora della Esperanza », Macarena di Siviglia [Spagna] e nel riquadro
A. Mantegna, Presentazione di Gesù al Tempio e profezia di Simeone – Galleria degli Uffizi, Firenze.

Le lacrime nella Bibbia
Poiché le lacrime appartengono alla natura degli esseri umani, esse caratterizzano parecchi personaggi biblici, uomini e donne; e, contrariamente alla filosofia che si disinteressa delle lacrime, il Giudaismo le considera essenziali.
Le lacrime di Giacobbe, quelle di Esaù, di Lia o ancora di Giuseppe, per esempio, poi quelle dei Profeti, soprattutto d’Isaia e di Geremia, ma anche quelle del Salmista, incitano così a riflettere sulle diverse emozioni che esse significano.
Il pianto non risparmia Dio, cui si attribuiscono lacrime segrete, e neppure il Messia che secondo il Talmud e lo Zohar « piange sul male che regna nel mondo senza rassegnarvisi ». Ne consegue che non tutte le lacrime della Bibbia sono ascrivibili al cordoglio funebre. Secondo il ‘chassidismo’ esse sgorgano dall’incontro del cuore spezzato dalla tristezza e dalle prove con il Dio vicino che si lascia sperimentare. « Esse svelano una verità umana decisiva: la presenza dell’infinito nel finito », perciò sono una breccia e insieme una grazia.
Mentre il silenzio si consuma nella solitudine, piangere è sempre rivolgersi a qualcuno, sia pure assente o sconosciuto. Le lacrime vegliano su questa destinazione, interpellano una relazione, sperano una visita.
Le lacrime di cui si parla nella Bibbia sono dunque polisemiche. Denotano la situazione religiosa del fedele israelita che vive in esilio nell’incomprensione dell’ambiente per cui si consuma nella tristezza e nel pianto: « Le lacrime sono mio pane giorno e notte, mentre mi dicono sempre: ‘Dov’è il tuo Dio?’  » (Sal 42, 4). Oppure esternano la commozione, come nel caso di Giuseppe che scoppia in lacrime nell’abbracciare i suoi fratelli e quando il padre lo benedice: la sua sensibilità al bene lo fa piangere [cfr. Gen 45, 2.14-15; 50, 1].
Più spesso, le lacrime sono legate al cordoglio funebre. Il profondo dolore per la morte di un congiunto si esprime nel pianto e nel lamento, come avviene per Abramo che piange Sara [cfr. Gen 23, 1-2] o per Giacobbe che « fece lutto sul figlio [Giuseppe] per molti giorni » (Gen 37, 34-35). Il lutto israelitico non viene combattuto, se non nelle forme più aspre che includono incisioni corporali [cfr. Dt 14, 1], ma diviene un’istituzione con l’intervento delle prefiche o lamentatrici, i cui lamenti venivano trasmessi oralmente o in apposite raccolte: « Attenti, chiamate le lamentatrici, che vengano! […] Accorrano e facciano presto, per intonare su di noi un lamento. Sgorghino lacrime dai nostri occhi, il pianto scorra dalle nostre ciglia » (Ger 9, 16-17).

« Beati quelli che piangono »
A noi interessa legare il pianto di Maria a quello delle madri d’Israele, alle lacrime di cordoglio sparse secondo l’uso ebraico sui loro figli uccisi. L’ecatombe della grande deportazione a Babilonia scatena le lacrime incontenibili di Rachele: « Una voce si ode in Rama, lamento e pianto amaro: Rachele piange i suoi figli, rifiuta di essere consolata perché non sono più » (Ger 31, 15).
Il Talmud associa il pianto di Rachele alle due lacrime che scorrono dagli occhi di Dio quando pensa ai suoi figli esiliati; esse, cadendo in mare, producono un rumore simile a un terremoto che si estende alle estremità della terra. I figli di Rachele sono i figli di Dio stesso: entrambi si rifiutano di rassegnarsi alla loro scomparsa in paese nemico. Il pianto di Rachele assume un carattere riparatorio e finisce per essere ascoltato da Dio che le fa una promessa consolatrice: « Dice il Signore: ‘Trattieni la voce dal pianto, i tuoi occhi dal versare lacrime, perché c’è un compenso per le tue pene; essi torneranno dal paese nemico. C’è una speranza per la tua discendenza: i tuoi figli ritorneranno entro i loro confini’  » (Ger 31, 16-17).
De Martino nota che « la crisi decisiva del lamento funebre come rito pagano ha luogo soltanto con l’avvento del Cristianesimo », poiché con la morte e risurrezione di Cristo il morire umano è sottratto alla disperazione.
Già durante la sua vita terrena Gesù, pur offrendo l’esempio di uno scoppio di pianto al sepolcro di Lazzaro [cfr. Gv 11, 35], e facendo perfino l’elogio del pianto: « Beati quelli che piangono, perché saranno consolati » (Mt 5, 5); « Beati voi, che ora piangete » (Lc 6, 21), frena i tradizionali lamenti della « moltitudine in clamore » presso la figlia morta del capo della Sinagoga: « Ritiratevi! » [cfr. Mt 9, 24], così pure ingiunge affettuosamente alla vedova di Naim: « Non piangere! » (Lc 7, 13).
Infine, sulla via del Calvario, Gesù rimprovera le donne che lo seguono battendosi il petto e facendo lamenti su di lui: « Non piangete su di me… » (Lc 23, 28), spostando il pianto dalla morte fisica a quella morale causata dal peccato.

Le lacrime di Maria
Considerando il contesto dell’Antico Testamento e della tradizione ebraica, che permetteva ed esigeva il pianto funebre purché non parossistico, ed insieme tenendo conto del freno posto da Gesù alle lacrime sui defunti e su se stesso, possiamo concludere che Maria sotto la Croce si trovava in una posizione paradossale.
Doveva piangere secondo l’uso ebraico e in forza della pressione naturale del sentimento materno, eppure doveva tener conto del monito del Figlio alle donne, con le quali si trovava verosimilmente anche lei sulla via del Calvario: « Non piangete su di me… » (Lc 23, 28).
Da una parte si vedeva inclusa nella profezia di Zaccaria, che Giovanni applicherà a Cristo crocifisso [cfr. Gv 19, 37], la quale prevedeva ed autorizzava un pianto universale su di lui, a cominciare dalla madre che prorompe in lacrime per la morte violenta del suo primogenito: « Guarderanno a colui che hanno trafitto. Ne faranno il lutto come si fa lutto per un figlio unico, lo piangeranno come si piange il primogenito » (Zac 12, 10).
E dall’altra parte Maria si sente spinta dalle parole del Figlio a dirottare l’oggetto delle sue lacrime da Gesù innocente al mondo peccatore, in particolare a Gerusalemme ingrata e chiusa alla visita divina su cui Gesù stesso aveva pianto [cfr. Lc 19, 4].
Il piangere di Maria evita l’esagerazione e il difetto, e si risolve in un pianto sommesso e allargato alle dimensioni del mondo. Ella piange il suo primogenito secondo l’uso ebraico, evitando il parossismo, ma esterna con le lacrime il suo dolore di madre colpita nel più caro degli affetti.
Maria piange per un comprensibile sfogo della natura, ma si eleva al piano salvifico seguendo Gesù nell’orientare il pianto verso il peccato, causa della rovina dell’uomo ma di cui egli si è caricato per espiarlo. Ella si unisce al suo Unigenito offrendo le sofferenze per la redenzione del mondo.

Il pianto cristiano
Un simile pianto di Maria sconfigge in anticipo l’interpretazione stoica che le attribuisce un cuore impassibile e un ciglio asciutto, soprannaturalizzandola eccessivamente sia pure con l’intento d’immetterla nell’orbita storico-salvifica, ma rischiando di assimilarla al filosofo che rimane immoto anche se il mondo gli cade accanto. Ma esso neutralizza pure la corrente apocrifo-popolare, tradotta anche nelle espressioni artistiche medievali, che attribuisce a Maria il pianto funebre parossistico, con urla, lamenti, percussione del petto e graffi del volto, oppure l’attassamento [lo stato "di immobilità fisica che riflette un vero e proprio blocco psichico più o meno accentuato"].
Generalmente, la Chiesa batte una via intermedia: esclude il parossismo e l’attassamento e attribuisce a Maria una sofferenza profonda, esternata in un pianto sommesso. è la linea seguita dallo Stabat Mater, in cui l’interiore patire della Vergine « si ravviva e si umanizza in un contemplare velato di lacrime ». Il pianto di Maria non è disperato, non solo perché sa che il Figlio muore per la salvezza degli uomini, ma pure perché crede nella promessa della risurrezione. Maria diviene così il modello del pianto cristiano, un paradigma particolarmente efficace per cristianizzare il cordoglio funebre. Da San Giovanni Crisostomo a San Luca di Bova ritorna la polemica contro il perdurare del costume pagano del cordoglio funebre. Più che prediche e canoni occorreva un modello con funzione trasfiguratrice del lamento rituale.
Il grande strumento pedagogico del nuovo ethos cristiano di fronte alla morte fu la figura della Mater dolorosa, così integralmente umana nel suo dolore per il Figlio morto,  tuttavia così interiore e raccolta nel suo silenzioso « stare » velato di lacrime davanti alla Croce.

 

SANT’EFREM IL SIRO: UN POETA CHE CELEBRA LA BELLEZZA DELLA MADONNA

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SANT’EFREM IL SIRO: UN POETA CHE CELEBRA LA BELLEZZA DELLA MADONNA

Dante, Petrarca, Boccaccio, Manzoni, Testori… una lunghissima lista di poeti che hanno cantato la Madonna nei loro componimenti. Chi non ricorda le parole ispirate di Dante, nella preghiera alla Vergine che San Bernardo pronuncia nel canto XXXIII del Paradiso e che inizia con il celebre verso: “Vergine Madre, Figlia del tuo Figlio”?
Sembra che nessun grande poeta nella storia della letteratura italiana abbia potuto resistere all’incanto che proviene dalla Madonna. Non ci sorprendiamo. La poesia è traduzione in parole dei frammenti della bellezza che il poeta, con la sua ispirazione, riesce a mettere insieme. La Madonna è la creatura in cui tutta la Bellezza si è raccolta.

Il primo poeta di Maria
Uno dei Padri della Chiesa, vissuti nel IV secolo, è, in ordine cronologico, il primo dei poeti mariani, quello che ha aperto la strada a tanti altri, di tutte le epoche e di tutte le lingue. Questo Padre della Chiesa si chiama Efrem. È un nome inusuale. Infatti egli è siriano, nativo di Nibisi, un’antichissima città che oggi si trova in Iraq. I cristiani della Siria e della Mesopotamia lo hanno sempre ritenuto un grande dottore e, ancora oggi, pur in mezzo alle immani difficoltà che devono affrontare, lo venerano con devozione.
I suoi componimenti, che assommano addirittura tre milioni di versi, sono ricchi di afflato mistico elevato al punto che Efrem è stato chiamato “la cetra dello Spirito Santo”. Se tutte le poesie scritte da Efrem sono dotate di bellezza, quelle in cui parla della Madonna sono veramente incantevoli perché sgorgano da un cuore teneramente filiale e così ad Efrem è stato giustamente attribuito anche il titolo di “il cantore di Maria”.
Efrem non è un teologo speculativo che scopre nuove idee. Egli, piuttosto, riferisce il contenuto tradizionale della fede, soprattutto i racconti della Bibbia, ma riveste questa materia di immagini liriche ed in questa sua capacità risiede il suo valore.

Tutto in me e tutto ovunque
Come i lettori assidui di “Maria Ausiliatrice” ricorderanno, già altri scrittori cristiani prima di Efrem, come Giustino ed Ireneo, avevano paragonato Maria ad Eva per mostrare, attraverso la contrapposizione, il ruolo esercitato dalla Madonna nella storia della salvezza. Efrem riprende lo stesso tema ma lo presenta con immagini poetiche veramente ispirate: “Guarda il mondo: due occhi ha avuto. Eva, l’occhio sinistro, quello cieco; Maria, occhio luminoso, quello destro. Per colpa dell’occhio sinistro si ottenebrò il mondo e rimase buio. Ma mediante Maria, occhio destro, s’illuminò il mondo con la luce celeste che abitò in lei e gli uomini ritrovarono l’unità”.
Quando vuole affermare la verginità di Maria, un articolo della fede alla quale la Chiesa ha sempre aderito, Efrem non propone dei ragionamenti per confutare gli avversari di questa verità, ma canta questo grande mistero rielaborando in modo poetico delle immagini tratte dalla Bibbia, come quella del roveto ardente che non si consuma: “Come il Sinai, io t’ho portato e non fui incendiata dal tuo fuoco tremendo, la tua fiamma non mi consumò”. Forse, tra i cristiani, non c’è celebrazione più dolce ed amata di quella del santo Natale. Tutti ci commuoviamo dinanzi al Presepe, anche le persone più severe e, persino, violente.
Naturalmente questo accade anche al nostro poeta siriano, Efrem, il quale, contemplando gli eventi accaduti a Betlemme, si lascia trasportare dal suo fervore religioso e poetico e mette sulla bocca della Madonna questi versi, una specie di ninna-nanna della Madre di Dio al Suo Bambino, che adora: “Maria effondeva il suo cuore con inimitabili accenti e cantava il suo canto di culla:
«Chi mai diede alla solitaria di concepire e dare alla luce colui che insieme è uno e molti, piccolo e grande, tutto in me e tutto dovunque? Il giorno in cui Gabriele entrò presso di me povera, in un istante mi ha fatto signora ed ancella. Perché io sono ancella della tua divinità, ma anche madre della tua umanità, o Signore e Figlio mio!»”.

Compartecipe della gloria
Qualche volta Efrem aggiunge dei particolari che non sono riportati nei Vangeli. Potremmo dire che si permette delle “licenze poetiche”. Una di queste è veramente felice e appare ragionevolmente vera. Si tratta della credenza secondo la quale il Signore Risorto sia apparso subito a sua Madre. Scrive Efrem: “Va’, di’ ai miei fratelli: «Io salgo al Padre mio e Padre vostro».
Maria, come fu presente al primo miracolo, così ebbe le primizie della risurrezione dagli inferi”. Molti santi ed alcuni mistici hanno confermato questa opinione, molto radicata nella pietà popolare: Maria, come fu partecipe del dolore del Crocifisso, così per prima dovette gioire della gioia del Risorto. I poeti certe volte sono grandi teologi. Efrem ne è una dimostrazione.

Un prodigio la Madre Tua!
Nel far vibrare le corde del suo cuore, che sembra che non si stanchi mai di celebrare la bellezza e la grandezza di Maria, intuisce che c’è una profonda somiglianza tra la Madonna e la Chiesa. Entrambe sono accomunate da molteplici tratti. Come sempre, Efrem esprime questi concetti con la sua arte, delicata e robusta allo stesso tempo, impregnata di reminiscenze bibliche. “La Chiesa ci ha dato il pane vivo, al posto di quegli azimi che aveva dato l’Egitto. Maria ci ha dato il pane che nutre veramente, invece del pane della fatica che Eva ci aveva procurato”.
Un illustre studioso di Efrem e di tutta l’antica letteratura cristiana in lingua siriaca (una lingua molto simile a quella che parlava Gesù, l’aramaico), ha detto che per questo Padre della Chiesa la Vergine Santa è per lui una persona alla quale si sente intimamente legato e verso la quale si ritiene obbligato da un debito di immensa riconoscenza per il contributo offerto dalla Madonna alla salvezza dell’umanità. Efrem si sente attratto dalla Madonna.
Il mistero che promana dalla sua figura lo riempie di ammirazione e di stupore: “Nessuno, o Signore sa come chiamare la madre tua. Se la chiama Vergine, vi è la presenza del Figlio; se la chiama sposa, si rende conto che nessuno l’ha conosciuta. Un prodigio è la Madre tua! Il seno della madre tua ha sovvertito l’ordine delle cose. Il Creatore di tutte le cose vi entrò ricco e ne uscì mendicante. C’è un bambino nell’utero e il sigillo verginale rimase illeso. O grande portento!”. Efrem, pur esprimendosi con immacolato rispetto, si rivolge a Lei con quella confidenza da cui nasce la preghiera fiduciosa, come quella che riportiamo di seguito a conclusione della nostra presentazione del pensiero mariologico di Efrem il Siro, e che sembra anticipare di secoli, altre preghiere accorate alla Madre di Dio, composte da altri santi:
“O Maria, nostra mediatrice, in te il genere umano ripone tutta la sua gioia. Da te attende protezione. In te solo trova il suo rifugio. Ed ecco, anch’io vengo a te con tutto il mio fervore, perché non ho coraggio di avvicinarmi a tuo Figlio: pertanto imploro la tua intercessione per ottenere salvezza. O tu che sei compassionevole, o tu che sei la Madre del Dio di misericordia, abbi pietà di me”.

Roberto SPATARO
Studium Theologicum Salesianum / Gerusalemme

SONO LA SERVA DEL SIGNORE!

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SONO LA SERVA DEL SIGNORE!

22 dicembre 2013 – 4a Domenica di Avvento A

L’arcangelo Gabriele non stava più nelle piume. Il Signore del Cielo e della Terra gli aveva affidato un compito di fiducia e responsabilità enormi. L’incarico più importante mai esistito dalla Creazione in poi: trovare una madre per il Messia, il Figlio di Dio, Dio stesso fatto uomo sulla terra. Una missione davvero delicata, ma Gabriele non era preoccupato. Tutte le donne della terra (ed erano tante) sarebbero state onorate di diventare la mamma del Messia. Quindi tutto si sarebbe risolto in un rapido voletto di qualche ora. Gabriele planò lemme lemme sulla terra. Fece un largo giro di ispezione e si fermò su una villa magnifica circondata da un grande parco. Accanto ad una fresca fontana, una signora bella ed elegante scherzava con un gruppo di amici simpatici, abbronzati e sorridenti. « La mamma giusta e il posto giusto per il Figlio di Dio! » pensò Gabriele. Si presentò alla signora e le parlò a colpo sicuro: « Vuoi essere la madre del Messia? » La signora lo guardò con aria frivola: « Scherzi? Siamo tutti in partenza per una crociera che farà il giro del mondo, figurati se mi metto a pensare a un bambino… » Gabriele riprese il volo brontolando: « Sì, forse è meglio una mamma meno ricca, più pratica… ». Sorvolò una grande centro di uffici e in uno di questi scorse una donna efficiente e sicura, alle prese con un voluminoso fascicolo. « Questa sarà una madre fantastica… » pensò il buon Gabriele che si fermò in bilico sulla scrivania e le fece senza tanti preamboli la sua proposta. La risposta però gli arruffò tutte le penne delle ali: « Un bambino? Adesso? Ma tu sei matto! Hai idea di quante società ho messo insieme per dare la scalata alla Borsa? Sto arrivando al top, capisci? Non posso certo fermarmi ora. Per un bambino, poi…! » « Ma è il Messia… » replicò Gabriele timidamente. « E allora? » rispose la donna in modo distaccato. Gabriele riprese il volo ma il suo ottimismo era svanito. « Forse devo cercare una donna che abbia già dei bambini… Sarà più facile » pensava un po’ preoccupato. Volò e volò, in lungo e in largo, finché trovò una donna indaffarata e sempre di corsa , ma felice, con tre bambini vivaci e giocherelloni. « Mamma, Alberto ha ingoiato la mia biglia! » « Mamma, Lucia ha strappato il mio libro di storie! » « Mamma, ho fame, ho sete, sono stanco e non so che cosa fare! » L’angelo Gabriele fu costretto a urlare per farsi sentire dalla signora e fece la sua proposta. La donna lo guardò con aria stralunata e poi sbottò: « Un altro bambino? Ma come farei? Questi tre mi divorano viva! non vedo l’ora che siano cresciuti! » Gabriele se ne andò a piedi, con le ali basse. Ora era proprio nei guai. Ma non poteva fallire. La sua missione era la più importante nei secoli dei secoli! « Devo trovare qualcuno più giovane… più coraggioso… più generoso…una donna dall’anima grande…ma veramente grande…immensa. Ma dove la trovo una così? » Gabriele riprese il suo volo. Volò e volò, in lungo e in largo, a nord e a sud. Per mesi, per anni. Un giorno, in un paesino minuscolo, aggrappato ad una collina di Galilea, trovò una ragazza giovane giovane, forse quindicenne, che mentre lavorava cantava e pregava, povera, libera e felice. « E’ lei! » si disse Gabriele. E si buttò in picchiata con l’angelico cuore che batteva all’impazzata. La fanciulla si chiamava Maria. L’angelo entrò in casa e le disse: « Ti saluto, Maria! Il Signore è con te: egli ti ha colmata di grazia ». A queste parole Maria rimase sconvolta e si domandava che significato poteva avere quel saluto. Ma l’angelo le disse: « Non temere, Maria! Tu hai trovato grazia presso Dio. Avrai un figlio, lo darai alla luce e gli metterai nome Gesù. Egli sarà grande: Dio, l’Onnipotente, lo chiamerà suo Figlio; il Signore lo farà re, lo porrà sul trono di Davide, suo padre, ed egli regnerà per sempre sul popolo d’Israele. Il suo regno non finirà mai ». Allora Maria disse all’angelo: « Come è possibile questo, dal momento che io non ho marito? » L’angelo rispose: « Lo Spirito Santo verrà su di te, l’Onnipotente Dio, come una nube, ti avvolgerà. Per questo il bambino che avrai sarà santo, Figlio di Dio. Vedi: anche Elisabetta, tua parente, alla sua età aspetta un figlio. Tutti pensavano che non potesse avere bambini, eppure è già al sesto mese. Nulla è impossibile a Dio! » Allora Maria disse: « Eccomi, sono la serva del Signore. Dio faccia con me come tu hai detto ». Poi l’angelo la lasciò.

Dio è qui. Il suo nome è Emmanuele, Dio-con-noi. E’ questo il mistero incredibile. Ma siamo capaci noi di far posto a lui? La sua presenza cambia la vita di Maria. E’ fatale che anche a noi dica: « Stringiti un po’ » « Fammi posto perché voglio stare con te. Dio vuole occupare uno spazio: non è un’idea, non è un’astrazione, non è una formula. Dio non è virtuale. Vuole una casa di mattoni, e una di persone vive: la Chiesa. Un Dio astrazione non farebbe paura a nessuno. Dio-nella-storia fa paura, deve essere neutralizzato. Sono duemila anni che qualcuno ci prova. Ma ci sono altre sottili forme di neutralizzazione, per non lasciare spazio a Dio: la parola si e’ fatta carne, afferma l’evangelista Giovanni e gli uomini per troppo tempo hanno cercato di trasformare questa carne, che è Gesù, in parole, parole, parole. Dio è storia, sangue, carezze. DIO è CON NOI perché impariamo a conoscerlo. Si presenta vulnerabile, rifiutabile, eliminabile con facilità. Un bambino. Un pezzetto di pane. E’ in agguato per tutti (specialmente per chi fa tante prediche) il pericolo del mestiere. Dell’abitudine. È la sindrome dell’uomo invisibile Chi ci sta sempre sotto gli occhi non conta più: non lo vediamo più. Quante messe passano in cui badiamo a tante cose, tanti particolari, meno che a Lui, a questa presenza reale che dovrebbe sconvolgerci, abbagliarci. Dio con noi è il paradiso. Abbiamo il paradiso accanto così spesso e non ce ne accorgiamo neppure.

Come se non bastasse, Dio disturba. È come se dicesse anche a noi, come a Maria e a Giuseppe: « Io ho un piano per il mondo che ho creato e voglio portarlo a termine. Ma non lo posso fare senza di te. D’altra parte non voglio forzarti perché la libertà è il dono più grande che ti ho fatto. Vuoi far parte del mio piano? » Gli angeli volano ancora e portano a tutti la domanda di Dio. Se questo messaggio debba raggiungere solo poche persone o tutti gli abitanti di una città o il mondo intero dipende esclusivamente dalla scelta di Dio. L’unica cosa importante è essere convinti che ognuno di noi è adeguatamente equipaggiato: tu hai i doni giusti per adempiere il tuo compito ed io ho i doni appositamente scelti per terminare il mio.

Una graziosa storia racconta: « Dimmi, quanto pesa un fiocco di neve? », chiese la cinciallegra alla colomba. « Meno di niente », rispose la colomba. La cinciallegra allora raccontò alla colomba una storia: « Riposavo sul ramo di un pino quando cominciò a nevicare. Non una bufera, no, una di quelle nevicate lievi lievi, come un sogno. Siccome non avevo niente di meglio da fare, cominciai a contare i fiocchi che cadevano sul mio ramo. Ne caddero 3.751.952. Quando, piano piano, lentamente sfarfallò giù il 3.751.953esimo – meno di niente, come hai detto tu – il ramo si ruppe… ». Detto questo, la cinciallegra volò via. La colomba, un’autorità in materia di pace dall’epoca di un certo Noè, rifletté un momento e poi disse: « Manca forse una sola persona perché tutto il mondo piombi nella pace? ».

Forse manchi solo tu. Un aspetto particolare della verità di Dio è stato messo nelle tue mani, e Dio ti ha chiesto di condividerlo con ognuno di noi, e lo stesso vale per me. Proprio perché tu sei unico, la tua verità è data soltanto a te e nessun altro può dire al mondo la tua verità, o compiere per gli altri il tuo atto d’amore. Solo tu hai tutti i requisiti per essere e fare ciò che devi essere e fare. Solo io ho tutto ciò che è necessario per portare a termine il compito per cui sono stato inviato in questo mondo.

Celebrando Dio con noi possiamo ripetere quello che dice un’antica preghiera liturgica:

Resta con noi, Signore, si sta facendo sera, la giornata volge al tramonto.
Resta con noi e con l’intera umanità Resta con noi quando tramonta il giorno, alla sera della vita e del mondo.
Resta con noi, con la tua grazia e la tua bontà, con la tua parola e il tuo pane, con il tuo conforto e la tua benedizione.
Resta con noi quando su noi viene la notte del tormento e dell’angoscia, la notte del dubbio e della tentazione, la notte della morte amara.

Bruno FERRERO sdb |

LA MORENITA DI GUADALUPE E IL POPOLO MESSICANO

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LA MORENITA DI GUADALUPE E IL POPOLO MESSICANO

Inserito da latheotokos Mercoledi 16 Settembre 2009

La presenza di Maria nella storia sociale del Messico secondo P. Clodovis Maria Boff . Dagli appunti del corso di Mariologia sociale al Marianum, Anno Accademico 1999/2000.

La creazione complessa e singolare della Nuova Spagna, cioè il Messico, non è stata indivi-duale ma sociale e non appartiene all’ordine artistico, ma a quello religioso: il culto di Nostra Signora di Guadalupe. L’importanza di Guadalupe non è tanto data dall’evento positivo acca-duto, ma piuttosto dai risvolti sociali che l’evento ha avuto nel vissuto e nella coscienza della gente. Questo ci spinge a fare una distinzione tra il « Guadalupe storico » e il « Guadalupe che-rigmatico », cioè il fenomeno socio – culturale, comprese le leggende e le tradizioni di cui è carico e che gli conferiscono un alto significato agli occhi delle masse.

Guadalupe: evento culturale – religioso Sull’evento storico delle apparizioni di Guadalupe, gli studi critici più recenti mostrano che: – il culto della Guadalupana ha preso avvio da due fonti: la Guadalupana spagnola, venerata allora nel famosissimo santuario di Exstramadura e il culto tolteco-azteco di Tonantzin, la dea madre del Messico. – non esistono documenti probanti le apparizioni del XVI secolo ma documenti contempora-nei sul culto della Guadalupana. Di apparizioni si sente parlare solo verso la metà del XVII secolo in un contesto anche polemico sull’identità messicana. La critica non nega tuttavia che ci siano state delle apparizioni ma che non abbiamo, almeno fino ad oggi, prove documenta-li. In tutto il discorso c’è qui da sottolineare più che i fatti storico – positivi, la rielaborazione fatta dalla gente del Messico dei dati positivi riguardante il caso Guadalupe: – La figura della Vergine è modificata rispetto alla Guadalupana spagnola: non ha più il bambino in braccio ma è incinta, forse a motivo del desiderio dei messicani di distinguere la loro dalla identità spagnola o quello di diffondere un’immagine diversa dalla spagnola per motivi economici: la patrona del Messico poteva essere stampata e comprata solo in Messi-co. – Vengono scritti una serie di testi apologetici su Nostra Signora di Guadalupe messicana in cui viene esaltata soprattutto la bellezza dell’immagine e i suoi significati estetici. – La polemica sulle apparizioni divide gli studiosi e gli scrittori tra favorevoli e contrari alle apparizioni e nel contesto della diatriba si inseriscono anche coloro che sconsigliano il culto della Guadalupana perché opera un pericoloso sincretismo tra la fede cristiana e l’antico cul-to della dea madre della religione azteca. – Il volto moreno della Vergine e i simboli che la adornano, hanno loro altissimo ruolo a li-vello di identità popolare messicana: – il volto moreno: colore del nuovo popolo nascente – la tunica rosso – pallida: colore del dio del sole ed ora simbolo del sangue del vero Reden-tore; – il manto azzurro – verde: colore degli imperatori messicani ed ora colore della vera imperatrice del mondo; – la cinta nera: segno azteco di gravidanza: la regina è gravida del vero re – il sole che circonda la Vergine: la divinità azteca del sole e del sangue, eclissata dallo splendore della Vergine Madre di Dio; – la luna sotto i piedi e le stelle del manto: segno di riconciliazione di tutto il cosmo – l’Angelo portatore della Vergine: introduce Maria simbolo della nuova era, quella della grazie e della salvezza; – le due croci: quella cristiana al collo e quella indigena sul ventre simbolo della ripacificazione e armonia tra la religione cristiana e quella azteca. – la tilma intera, cioè il sacro dipinto della Guadalupana, avvolto di misteri e miracoli, costi-tuisce il punto focale e determinante della storia e della leggenda di Guadalupe.

Guadalupe: evento socio-religioso Anche eventi naturali catastrofici che hanno colpito il Messico, hanno avuto la loro influenza nella conformazione « guadalupana » dell’animo messicano. – L’inondazione del 1629: l’immagine della Vergine portata in processione, mostrò agli occhi dei Messicani un’efficacia particolare: le acque cominciarono a rifluire per cui la Morenita venne proclamata protettrice di Città del Messico. – La peste del 1736: questa disgrazia colpì 40 su 150 mila abitanti di Città del Messico e la salvezza venne attribuita alla Morenita per cui qualche anno dpo, nel 1754 venne proclamata Patrona di tutto il Messico. Ritenuta anche protettrice contro l’invasione americana, agli inizi del XX secolo, l’immagine della Guadalupana venne impressa sullo stemma e sulle bandiere del Paese. Il Tepeyac diventa un luogo nazionale, luogo di incontro e congedo dei grandi. Vengono progettate e realizzate grandi opere attorno al Santuario come simbolo della nobile nazione messicana.

Guadalupe: evento politico – religioso L’autore messicano Ignacio Manuel Altamirano ha sottolineato con forza nel suo libro del 1884 « la fiesta de Guadalupe », l’importanza della figura della Vergine di Guadalupe per la coesione sociale del popolo messicano. La festa nazionale del 12 dicembre è un evento che tiene uniti insieme tutti i messicani e tutti i partiti. La presenza della Vergine Morena nella storia del Messico, viene sottolineata dallo stesso autore: – Nel movimento indipendentista, Guadalupe è stata l’emblema degli insorti che portavano sulla bandiera e sui sombreri l’immagine della Morenita che infondeva nel popolo in armi un coraggio incredibile; – Uno dei più grandi condottieri della guerra di liberazione, il P. José Maria Morelos, si ispi-rò anch’egli al simbolo guadalupano. – Si giunse a considerare tutti i devoti di Guadalupe come degli insorti e nelle chiese si guar-dava con sospetto quelli che andavano a fare una riverenza davanti all’altare della Guadalu-pana – Il generalissimo degli insorti Agostino de Itúrbide, dopo aver portato a compimento nel 1821 l’indeipendenza del Messico, si recò sul Tepeyac a ringraziare la Vergine per aver aiu-tato i Messicani nella loro lotta. – Il primo presidente Messicano, abolitore della schiavitù, cambia il suo nome, in omaggio alla Morenita da Mauel Félix Fernández in Guadalupe Victoria (1824-1829) – Il governo costituzionalista del presidente Benito Juárex che dal 1852 nazionalizzò tutti i beni ecclesiastici del Messico, fece eccezione per il santuario di Guadalupe. C’è stato tuttavia anche un calcolato miscuglio tra politica e Guadalupe a causa della sua e-norme influenza sulle masse, per cui anche politici sanguinari, legittimi o usurpatori che te-nevano il popolo spaventato per le loro cattiverie, venivano a prostrarsi ai piedi della Guada-lupana, mostrando per lei amore e devozione.

Prospettive dell’evento guadalupano Quali prospettive ha l’interazione tra il popolo messicano e la Vergine di Guadalupe, un fe-nomeno che è durato anche nel nostro secolo? Le prospettive sembrano essere queste: – Negli anni 60/70, i maghi della secolarizzazione profetizzarono il tramonto del « mito » di Guadalupe come simbolo nazionale. Laffay affermava: Guadalupe sarà un giorno un astro estinto come la luna alla quale viene associato. Niente si è dimostrato meno sicuro di queste affermazioni. Le radici storico – religioso – culturali sono troppo profonde per essere distrutte così semplicemente. Esse si sprofondano non soltanto nell’immaginario della gente, ma nel suolo della storia messicana di cui si alimentano. Più profondamente ancora sono radicate nella zona del mistero che coinvolge la storia e che è Dio stesso.

Riflessioni conclusive Il significato di Guadalupe è triplice e corrisponde a tre parole: riconciliazione, inculturazione, liberazione

RICONCILIAZIONE L’originalità del fenomeno guadalupano è la sua forza di riconciliazione dei contrari. La Tilma di Guadalupe rappresenta l’incontro in Messico tra Europa e America, cioè la ricom-posizione e cristallizzazione di tre grandi conflitti: – quello dell’indigenismo: la Morenita ha erdeditato il contenuto mitico – affettivio della dea Madre Tonantzin ed è diventata la Madre di Dio vivente e degli indios; – quello del messicanesimo, ossia dell’identità nazionale: La Guadalupana è l’immagine dei nuovi messicani, quelli meticci e i creoli; – quello dell’ispanismo: La Vergine di Guadalupe è la Vergine spagnola dei conquistatores e dei coloni, emigrata in America, dove si è pienamente adattata. Guadalupe è stato il crogiolo ove si sono fusi materiali di origine molto diversa.

INCULTURAZIONE La Morenita emerge come un riassunto del grande principio di inculturazione, per cui il suo volto è stato definito il simbolo luminosissimo dell’identità latino-americana. Nella figura di Maria si sono incarnati gli autentici valori culturali indigeni, integrati nel cristianesimo e i valori del cristianesimo accolti dalla cultura indigena.

LIBERAZIONE La presenza liberatrice della Vergine di Guadalupe è stata ultimamente sottolineata dalla Te-ologia della Liberazione. Essa ha ribadito la potenza liberatrice che comporta la storia e l’i-conografia di N. S. di Guadalupe. Sulle collina del Tepeyac, le moltitudini riscoprono la vera fraternità, fondata sul rispetto e sull’amore, principi dell’autentica libertà dell’uomo. La Mo-renita, liberatrice del Messico è il simbolo di tutti i poveri, gli oppressi e i bisognosi che lot-tano per i loro diritti.

Publié dans:feste di Maria, Maria Vergine |on 11 décembre, 2013 |Pas de commentaires »

I SANTI FABIANO E VENANZIO SOTTO IL MANTO DI MARIA – RICORDANDO DON ANDREA SANTORO

http://www.zenit.org/it/articles/i-santi-fabiano-e-venanzio-sotto-il-manto-di-maria

I SANTI FABIANO E VENANZIO SOTTO IL MANTO DI MARIA

RICORDANDO DON ANDREA SANTORO

ROMA, 03 DICEMBRE 2013 (ZENIT.ORG) RODOLFO PAPA

Nel lontano anno giubilare del 2000, don Andrea Santoro, allora parroco della chiesa dei SS. Fabiano e Venanzio a Roma, mi propose di dipingere una tela mariana per la sua chiesa, lanciandomi una grande sfida. Come potevo, allora giovane artista, rappresentare tutta la bellezza, il mistero, l’umiltà e l’accoglienza di Maria? Non è mai facile mettere il mare in una bottiglia, ma proprio questo è il compito dell’ arte. E proprio all’arte del passato allora mi rivolsi, cercando come negli altri secoli alcuni artisti avevano vinto la loro sfida, con la propria cultura e la propria maestria. In particolare un ‘immagine ha guidato la mia riflessione: la Madonna di Misericordia di Piero della Francesca, un’opera matura, incisiva, possente, aspramente comunicativa. Nella tavola di Piero, Maria apre il suo mantello formando «un nicchione bramantesco» , come disse il Longhi, e in quel nicchione è accolta l’umanità, rappresentata in dimensioni notevolmente inferiori. Il mantello così aperto attraeva i miei occhi e il mio cuore, ma la disparità proporzionale non rispondeva affatto alle mie esigenze. lo volevo rappresentare Maria Madre della Chiesa, Maria madre di tutti e di ciascuno: la corrispondenza proporzionale mi sembrava indispensabile per rappresentare il rapporto personale che lega Maria ai suoi figli. E così ho dipinto Maria ed i fedeli nella medesima scala dimensionale. Per rappresentare la maestà di Maria, ho cercato una strada diversa da quella della « grandezza », adottata da Piero, volevo rendere «avvertibile il mondo invisibile» ( come hanno detto i Padri conciliari agli artisti, alla chiusura del Vaticano II), attraverso il nostro mondo visibile. Dunque, Maria una donna come tutte, ma benedetta fra tutte le donne. Fare un’opera d’arte sacra è sempre un’avventura dello spirito, e richiede meditazione. Un passo di Isaia ha aiutato il mio lavoro: «Allarga 10 spazio della tua tenda, stendi i teli della tua dimora senza risparmio, allunga le cordicelle, rinforza i tuoi paletti, poiché ti allargherai a destra e a sinistra e la tua discendenza entrerà in possesso delle nazioni, popolerà le città un tempo deserte» (Is 54, 2-3). Mi sembrava di sentirlo sulle labbra dei Santi Fabiano e Venanzio, che volevo rappresentare accanto a Maria. E così li ho dipinti nell’atto di allargare il manto di Maria, nel loro aiutarLa nell’azione di misericordia: tutta la Chiesa sub tutela Matris. Prosegue Isaia: «Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te….Cammineranno i popoli alla tua luce….Alza gli occhi intorno e guarda, tutti costoro si sono radunati, vengono a te. I tuoi figli vengono da lontano, le tue figlie sono portate in braccio. A quella vista sarai raggiante, palpiterà e si dilaterà il tuo cuore, perché le ricchezze del mare si riverseranno su di te…» (Is 60, II; 3; 4-5). Ho inserito Maria in una circonferenza, determinata in alto dalla centina del telaio e in basso dall’andamento dei fedeli. La circonferenza è simbolo di perfezione, e anche segno cosmografico. Il centro di questa circonferenza è il ventre di Maria, perché Maria è tramite perfetto del progetto di Dio, e l’incarnazione del Figlio è il centro esatto della storia. I fedeli si radunano sotto il manto di Maria, sono giovani e anziani, in un incrocio che passa per il centro della tela. Alla chiamata vocazionale del martire Venanzio, dipinto in alto a sinistra, corrisponde diagonalmente un giovane che volutamente gli somiglia: il « sì » a Maria e a Cristo è ancora attuale e del tutto vitale. Non a caso il giovane indica Maria, Colei che attraverso il rosario gli indica la strada. In alto a destra, invece, San Fabiano I papa riceve in età avanzata i doni dello Spirito, simboleggiati dalla colomba, che è suo attributo iconografico, e anch’egli ha un proprio corrispondente tra i fedeli rappresentati: un vecchio, quasi nascosto, in basso a sinistra, che ha occhi solo per Maria, ad affermare che la vecchia è l’età della preghiera, della contemplazione e della saggezza, come ricorda il Santo Padre nella Lettera agli anziani. L’asse che collega i Santi ai propri corrispondenti contemporanei passa sempre nel centro, nel grembo santo di Maria. Ogni santità è possibile solo nel Verbo incarnato. Tutti gli altri fedeli, ognuno con la sua propria storia, si presentano davanti a Maria: per contemplarLa, per pregarLa di qualche grazia, o esteticamente rapiti dalla bellezza dello stare con Lei. Volevo che questa tela esprimesse gioia, ma una gioia che nasce dalla contemplazione della croce attraverso gli occhi di Maria: San Fabiano e San Venanzio portano le palme del martirio, riposando insieme a Cristo nel Paradiso. Il giovane con i capelli rossi, in basso al centro, apre le braccia in forma di croce, e con quel gesto intona lo Stabat Mater, ricorda come Maria proprio stando sotto la croce è divenuta madre di tutti noi. Il giovane ha al polso un orologio che segna l’ora della morte di Cristo. La predella, rappresentata come una balaustra in bassorilievo, racconta cinque momenti della vita di Maria: 1′Annunciazione, la Natività, la Pietà, la Pentecoste e Maria a Efeso con Giovanni. Nella quarta formella, Pentecoste, Maria è al centro del cenacolo nel momento in cui si sente come «un rombo di tuono» e un apostolo indicando la folgore di luce, indica anche il « Libro », che è poggiato sulla balaustra, segnato da una matita proprio al passo 2,1 degli Atti degli Apostoli. Maria a Efeseo è una tipologia rappresentata forse per la prima volta, ed è un invito a riflettere sull’azione apostolica di Maria nel mondo, con il suo nuovo figlio Giovanni. Ritornando alla parte superiore, il gruppo di Maria, dei Santi e dei fedeli costruisce una stella a cinque punte rivolta verso l’alto. Maria con il velo forma il vertice principale, rivolto verso l’alto. Il mantello tenuto dai Santi forma le due punte laterali e l’incrocio dei fedeli individua le due punte inferiori. Questa stella, nell’azzurro del cielo, indica che Maria è la rotta da seguire. Maria, Stella Maris, è colei che indica il cammino ai viandanti, anche a noi pellegrini di questo anno giubilare. Prosegue Isaia: «Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te….Cammineranno i popoli alla tua luce….Alza gli occhi intorno e guarda, tutti costoro si sono radunati, vengono a te. I tuoi figli vengono da lontano, le tue figlie sono portate in braccio. A quella vista sarai raggiante, palpiterà e si dilaterà il tuo cuore, perché le ricchezze del mare si riverseranno su di te…» (Is 60, II; 3; 4-5). Ho inserito Maria in una circonferenza, determinata in alto dalla centina del telaio e in basso dall’andamento dei fedeli. La circonferenza è simbolo di perfezione, e anche segno cosmografico. Il centro di questa circonferenza è il ventre di Maria, perché Maria è tramite perfetto del progetto di Dio, e l’incarnazione del Figlio è il centro esatto della storia. I fedeli si radunano sotto il manto di Maria, sono giovani e anziani, in un incrocio che passa per il centro della tela. Alla chiamata vocazionale del martire Venanzio –che ricordiamo in questi giorni- dipinto in alto a sinistra, corrisponde diagonalmente un giovane che volutamente gli somiglia: il « sì » a Maria e a Cristo è ancora attuale e del tutto vitale. Non a caso il giovane indica Maria, Colei che attraverso il rosario gli indica la strada. In alto a destra, invece, San Fabiano I papa riceve in età avanzata i doni dello Spirito, simboleggiati dalla colomba, che è suo attributo iconografico, e anch’egli ha un proprio corrispondente tra i fedeli rappresentati: un vecchio, quasi nascosto, in basso a sinistra, che ha occhi solo per Maria, ad affermare che la vecchiaia è l’età della preghiera, della contemplazione e della saggezza, come ha ricordato il beato Giovanni Paolo II nella Lettera agli anziani nel 1999. L’asse che collega i Santi ai propri corrispondenti contemporanei passa sempre nel centro, nel grembo santo di Maria. Ogni santità è possibile solo nel Verbo incarnato. Tutti gli altri fedeli, ognuno con la sua propria storia, si presentano davanti a Maria: per contemplarLa, per pregarLa di qualche grazia, o esteticamente rapiti dalla bellezza dello stare con Lei. Volevo che questa tela esprimesse gioia, ma una gioia che nasce dalla contemplazione della croce attraverso gli occhi di Maria: San Fabiano e San Venanzio portano le palme del martirio, riposando insieme a Cristo nel Paradiso. Il giovane con i capelli rossi, in basso al centro, apre le braccia in forma di croce, e con quel gesto intona lo Stabat Mater, ricorda come Maria proprio stando sotto la croce è divenuta madre di tutti noi. Il giovane ha al polso un orologio che segna l’ora della morte di Cristo. La predella, rappresentata come una balaustra in bassorilievo, racconta cinque momenti della vita di Maria: 1′Annunciazione, la Natività, la Pietà, la Pentecoste e Maria a Efeso con Giovanni. Nella quarta formella, rappresentante Pentecoste, Maria è al centro del cenacolo nel momento in cui si sente come «un rombo di tuono» e un apostolo indicando la folgore di luce, indica anche il « Libro », che è poggiato sulla balaustra, segnato da una matita proprio al passo 2,1 degli Atti degli Apostoli. Maria a Efeso è una tipologia rappresentata forse per la prima volta, e personalmente voluta da don Andrea, ed è un invito a riflettere sull’azione apostolica di Maria nel mondo, con il suo nuovo figlio Giovanni. Ritornando alla parte superiore, il gruppo di Maria, dei Santi e dei fedeli costruisce una stella a cinque punte rivolta verso l’alto. Maria con il velo forma il vertice principale, rivolto verso l’alto. Il mantello tenuto dai Santi forma le due punte laterali e l’incrocio dei fedeli individua le due punte inferiori. Questa stella, nell’azzurro del cielo, indica che Maria è la rotta da seguire. Maria, Stella Maris, è colei che indica il cammino ai viandanti, anche a noi pellegrini.. Quando la tela fu finita e collocata nella parrocchia con solenne processione, don Andrea Santoro scrisse una bellissima preghiera, che fece stampare dietro l’immagine del mio quadro. Anni dopo, quando don Andrea Santoro fu ucciso in Turchia, sulle tracce della Madre del Signore, quella preghiera ha assunto un significato ancora più luminoso: ALLA MADONNA DEL MANTO (Preghiera): «Ecco tua madre» mi disse Gesù/quando ero con te sotto la croce./Allora Maria permetti che ti preghi cosi:/«Madre mia portami nel tuo cuore, prendimi per mano,/donami quel latte santo con cui allattasti Gesù/tienimi sotto il tuo manto/come tenevi Gesù all’ombra delle tue braccia./Madre mia, parlami di Gesù, raccontami tutto di lui/da quella notte di Natale alla notte del Calvario, dalla luce del concepimento alla luce della risurrezione./Guidami a scoprire quella volontà del Padre/che avevi in comune con lui./Guidami ad accogliere quello Spirito Santo/che dette vita a1 tuo grembo e dette vita alla sua tomba /Aprimi a quell’amore/che ti rese benedetta e piena di grazia/Aprimi a quella missione/che ti rinchiuse prima nei silenzi di Nazareth/e ti portò poi in terra straniera in cerca dei figli dispersi /Insegnami l’abbandono e la fiducia,/la povertà e l’umiltà,/la mitezza e il nascondimento./Insegnami a piangere, a soffrire, a morire./Insegnami a donarmi, a dire « eccomi » a colui che può tutto /Insegnami a camminare per dove lui vuole. Insegnami a perdere tutto per diventare con te madre di tutti./Assistimi in ogni ora, soprattutto in quell’ultima/che mi porterà a vedere il tuo volto./Insegnanti a dire « sì » quando verrai con Gesù a prendermi/da questo mondo per portarmi al Padre».

Rodolfo Papa, Esperto della XIII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, docente di Storia delle teorie estetiche, Pontificia Università Urbaniana, Artista, Accademico Ordinario Pontificio.

ALLA SCUOLA DI MARIA

http://www.stpauls.it/madre/1211md/scuoladimaria.htm

ALLA SCUOLA DI MARIA

di ENNIO STAID

Un giorno il velo si squarcerà
«L’Assunzione anticipa e prepara il nostro comune destino» (Olivier Clément).

Sin da bambino la parola assunzione è legata per me al lavoro.
Ricordo la grande gioia di mio fratello e mia quando, dopo essere stati assunti al primo lavoro, tornammo a casa.
Era finita l’attesa, finalmente avevamo raggiunto un grande traguardo. Eravamo diventati grandi. Dopo vi furono altre assunzioni e presto compresi che sarei stato felice soltanto quando anch’io fossi stato assunto da Dio al suo servizio, volevo infatti farmi domenicano. Avevo vent’anni quando Pio XII proclamò il dogma dell’Assunta. Non sapevo nulla di teologia e il catechismo che avevo studiato era fatto di domande e risposte molto semplici. Nessuno mi aveva parlato di dogmi.
Ora so che i dogmi sono verità contenute nella rivelazione divina e manifestate nelle Sacre Scritture o nella tradizione della Chiesa. So che il dogma può essere proclamato da un concilio o dal Papa in prima persona e che impegna tutti i cristiani a credervi per fede. A quel tempo mi chiedevo perché tra le domande del catechismo non vi fosse anche: Chi è Maria? Che compito ha nel mistero di Cristo e della Chiesa? Che significa Immacolata? Perché la si chiama Madre di Dio? Perché è stata assunta in cielo con il suo corpo? Quella vecchietta che ci aveva fatto il catechismo, in preparazione alla Comunione e alla Cresima, ci aveva trasmesso un grande amore per la Madre di Gesù e, più che a imitarla, ci aveva insegnato ad ammirarla.
Non ci veniva spiegato nulla, era sufficiente imparare a memoria le risposte del catechismo. Ricordo che quel primo di novembre del 1950, quando ascoltai alla radio la voce di Pio XII che proclamava Maria santissima assunta in cielo, mi rallegrai per questo suo ennesimo privilegio, ma non seppi spiegarmi cosa significasse il dogma e come noi potessimo attingere da questa proclamazione qualche esempio. Ero felice perché mi dicevo che anche la Madonna aveva trovato un lavoro importante: era stata assunta niente meno che a lavorare con Dio. Quel giorno, se fossi stato in piazza san Pietro a Roma, mi sarei spellato le mani per ringraziare il Papa che finalmente, dopo che i cristiani da secoli credevano all’Assunzione di Maria, anche lui, facendosi voce dei credenti, lo riconosceva solennemente. Non mi ponevo il problema dove il suo corpo glorioso potesse trovarsi. Non era importante per me sapere se la Madre di Gesù era morta o si era addormentata, né come era il suo corpo in cielo.
Immaginavo l’umanità come una interminabile cordata che saliva verso il cielo legata dall’amore di Gesù. Maria, prima della fila, aveva raggiunto la meta. Dietro di lei una moltitudine, che nessuno poteva contare, la seguiva. Credevo e credo che il mistero non turbi la fede. Esso è per me come l’atmosfera che circonda la terra. Siamo avvolti nel mistero e dentro questo nucleo è il nostro sì alla parola di Dio e alla Chiesa. Dio è sempre al di là del velo sotto cui dobbiamo vivere. Un giorno il velo si squarcerà e finalmente vedremo quello che, in questa terra, abbiamo creduto. Ciò che davvero conta, in questa frazione di tempo che ci è stato concesso con la vita, non è tanto indagare dove è il corpo glorioso di Maria, o applaudire le sue virtù, quanto ripetere il suo canto di gioia per la salvezza che viene proposta dal suo Figlio e rimanere in… « cordata », ossia legati insieme a tutta l’umanità che ritorna da dove è venuta. Veniamo da Dio e a Dio torniamo.
Anche a noi, in questo cammino verso il cielo, vengono in continuazione Angeli a stimolarci, a incoraggiarci, in modo che la « cordata » si allunghi fino ai confini del mondo. Siamo infatti tutti chiamati a collaborare affinché nessun uomo rimanga « slegato e solo » nella difficile salita verso il cielo. Con il Battesimo siamo assunti e con la Cresima firmiamo il contratto di lavoro: dobbiamo soltanto pronunciare il nostro sì e iniziare a lavorare come fece Maria che, subito dopo aver detto: «Avvenga per me secondo la tua parola», si mise in cammino per andare ad annunciare a Elisabetta che la salvezza è a portata di mano. Nessuno è escluso. Perciò rallegriamoci.
Dio ha disperso soltanto i superbi nei pensieri del loro cuore, ha rovesciato i potenti, ha innalzato gli umili…

Publié dans:Maria Vergine |on 20 novembre, 2013 |Pas de commentaires »

PAPA: LA MADONNA « NON È UN CAPOUFFICIO DELLA POSTA, PER INVIARE MESSAGGI TUTTI I GIORNI ».

http://www.asianews.it/notizie-it/Papa:-la-Madonna-non-%C3%A8-un-capoufficio-della-Posta,-per-inviare-messaggi-tutti-i-giorni.-29539.html

14/11/2013 – VATICANO
  
PAPA: LA MADONNA « NON È UN CAPOUFFICIO DELLA POSTA, PER INVIARE MESSAGGI TUTTI I GIORNI ».

Francesco durante la messa a Casa santa Marta parla dello spirito di curiosità « quando noi vogliamo impadronirci dei progetti di Dio, del futuro, delle cose; conoscere tutto, prendere in mano tutto… ». E’ uno spirito che genera confusione e ci allontana dallo Spirito della sapienza « che ci aiuta a giudicare, a prendere decisioni secondo il cuore di Dio. E questo spirito ci dà pace, sempre! ».
   
Città del Vaticano (AsiaNews) – La Madonna è madre e ama tutti, « ma non è un capoufficio della Posta, per inviare messaggi tutti i giorni ». Papa Francesco commenta  così lo « spirito di curiosità », il volersi « impadronire dei progetti di Dio » invece di « camminare » nella sapienza dello Spirito Santo e che ci spinge a voler sentire che il Signore è qua oppure è là; o ci fa dire: « Ma io conosco un veggente, una veggente, che riceve lettere della Madonna, messaggi dalla Madonna ».
Dello spirito di curiosità che genera confusione e ci allontana dallo Spirito della sapienza il Papa ha parlato questa mattina commentando durante la messa celebrata a Casa santa Marta il passo del Libro della Sapienza, dove si descrive « lo stato d’animo dell’uomo e della donna spirituale », del vero cristiano e della vera cristiana che vivono « nella sapienza dello Spirito Santo. E questa sapienza li porta avanti con questo spirito intelligente, santo, unico, molteplice, sottile ». Come riferisce la Radio Vaticana, Francesco ha detto che « questo è camminare nella vita con questo spirito: lo spirito di Dio, che ci aiuta a giudicare, a prendere decisioni secondo il cuore di Dio. E questo spirito ci dà pace, sempre! E’ lo spirito di pace, lo spirito d’amore, lo spirito di fraternità. E la santità è proprio questo. Quello che Dio chiede ad Abramo – ‘Cammina nella mia presenza e sii irreprensibile’ – è questo: questa pace. Andare sotto la mozione dello Spirito di Dio e di questa saggezza. E quell’uomo e quella donna che camminano così, si può dire che sono un uomo e una donna saggia. Un uomo saggio e una donna saggia, perché si muovono sotto la mozione della pazienza di Dio ».
Ma nel Vangelo « ci troviamo davanti ad un altro spirito, contrario a questo della sapienza di Dio: lo spirito di curiosità ». « E’ quando noi vogliamo impadronirci dei progetti di Dio, del futuro, delle cose; conoscere tutto, prendere in mano tutto… I farisei domandarono a Gesù: ‘Quando verrà il Regno di Dio?’. Curiosi! Volevano conoscere la data, il giorno… Lo spirito di curiosità ci allontana dallo Spirito della sapienza, perché soltanto interessano i dettagli, le notizie, le piccole notizie di ogni giorno. O come si farà questo? E’ il come: è lo spirito del come! E lo spirito di curiosità non è un buono spirito: è lo spirito di dispersione, di allontanarsi da Dio, lo spirito di parlare troppo. E Gesù anche va a dirci una cosa interessante: questo spirito di curiosità, che è mondano, ci porta alla confusione ».
La curiosità ci spinge a voler sentire che il Signore è qua oppure è là; o ci fa dire: « Ma io conosco un veggente, una veggente, che riceve lettere della Madonna, messaggi dalla Madonna ». E il Papa commenta: « Ma, guardi, la Madonna è Madre, eh! E ci ama a tutti noi. Ma non è un capoufficio della Posta, per inviare messaggi tutti i giorni ». « Queste novità allontanano dal Vangelo, allontanano dallo Spirito Santo, allontanano dalla pace e dalla sapienza, dalla gloria di Dio, dalla bellezza di Dio ». Perché « Gesù dice che il Regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione: viene nella saggezza ». « Il Regno di Dio è in mezzo a voi! », dice Gesù: è « questa azione dello Spirito Santo, che ci dà la saggezza, che ci dà la pace. Il Regno di Dio non viene nella confusione, come Dio non parlò al profeta Elia nel vento, nella tormenta » ma « parlò nella soave brezza, la brezza della sapienza »:
« Così Santa Teresina – Santa Teresa di Gesù Bambino – diceva che lei doveva fermarsi sempre davanti allo spirito di curiosità. Quando parlava con un’altra suora e questa suora raccontava una storia, qualcosa della famiglia, della gente, alcune volte passava ad un altro argomento e lei aveva voglia di conoscere la fine di questa storia. Ma sentiva che quello non era lo spirito di Dio, perché era uno spirito di dispersione, di curiosità. Il Regno di Dio è in mezzo a noi: non cercare cose strane, non cercare novità con questa curiosità mondana. Lasciamo che lo Spirito ci porti avanti, con quella saggezza che è una soave brezza. Questo è lo Spirito del Regno di Dio, di cui parla Gesù. Così sia ».

Publié dans:Maria Vergine, PAPA FRANCESCO |on 14 novembre, 2013 |Pas de commentaires »

SAN LUCA: A SCUOLA DI PREGHIERA DALLA MADONNA

http://www.donboscoland.it/articoli/articolo.php?id=128967

SAN LUCA: A SCUOLA DI PREGHIERA DALLA MADONNA

Benedetto XVI ha iniziato un nuovo ciclo della sua «scuola della preghiera», dedicato alla preghiera negli Atti degli Apostoli e nelle Lettere di san Paolo. San Luca, fa notare il Papa, tra l’Ascensione e la Pentecoste «menziona per l’ultima volta Maria, la Madre di Gesù, e i suoi familiari…

          All’udienza generale del 14 marzo Benedetto XVI ha iniziato un nuovo ciclo della sua «scuola della preghiera», dedicato alla preghiera negli Atti degli Apostoli e nelle Lettere di san Paolo. Cominciando dal grande testo di San Luca, «il primo libro sulla storia della Chiesa, cioè gli Atti degli Apostoli», il Papa ha osservato che qui il cammino della Chiesa nascente «è ritmato anzitutto dall’azione dello Spirito Santo, che trasforma gli Apostoli in testimoni del Risorto sino all’effusione del sangue, e dalla rapida diffusione della Parola di Dio verso Oriente e Occidente». Ma, prima di tutto questo, il libro ci presenta l’episodio dell’Ascensione di Gesù (cfr At 1,6-9).
          San Luca, fa notare il Papa, tra l’Ascensione e la Pentecoste «menziona per l’ultima volta Maria, la Madre di Gesù, e i suoi familiari (v. 14)». San Luca è l’evangelista mariano per eccellenza. «A Maria ha dedicato gli inizi del suo Vangelo, dall’annuncio dell’Angelo alla nascita e all’infanzia del Figlio di Dio fattosi uomo. Con Maria inizia la vita terrena di Gesù e con Maria iniziano anche i primi passi della Chiesa; in entrambi i momenti il clima è quello dell’ascolto di Dio, del raccoglimento». Anche noi oggi siamo chiamati a riflettere «su questa presenza orante della Vergine nel gruppo dei discepoli che saranno la prima Chiesa nascente. Maria ha seguito con discrezione tutto il cammino di suo Figlio durante la vita pubblica fino ai piedi della croce, e ora continua a seguire, con una preghiera silenziosa, il cammino della Chiesa».
          Di Maria San Luca vuole mettere in luce la piena disponibilità a orientare tutta la sua vita secondo la parola di Dio. E non solo Maria accetta la volontà di Dio, ma del conformarsi a questa volontà costantemente fa occasione di lode e di gioia. «In visita alla parente Elisabetta, Ella prorompe in una preghiera di lode e di gioia, di celebrazione della grazia divina, che ha colmato il suo cuore e la sua vita, rendendola Madre del Signore (cfr Lc 1,46-55)». E ancora «nell cantico del Magnificat, Maria non guarda solo a ciò che Dio ha operato in Lei, ma anche a ciò che ha compiuto e compie continuamente nella storia». Il Pontefice cita Sant’Ambrogio (339 o 340-397), che scrive: «Sia in ciascuno l’anima di Maria per magnificare il Signore; sia in ciascuno lo spirito di Maria per esultare in Dio».
          E San Luca continua a parlare della Madonna negli Atti degli Apostoli. Anche  «nel Cenacolo, Maria è presente, prima che si spalanchino le porte ed essi inizino ad annunciare Cristo Signore a tutti i popoli, insegnando ad osservare tutto ciò che Egli aveva comandato (cfr Mt 28,19-20)». Qui la Madonna è come alla conclusione di una vita fatta tutta di preghiera. «Le tappe del cammino di Maria, dalla casa di Nazaret a quella di Gerusalemme, attraverso la Croce dove il Figlio le affida l’apostolo Giovanni, sono segnate dalla capacità di mantenere un perseverante clima di raccoglimento, per meditare ogni avvenimento nel silenzio del suo cuore, davanti a Dio (cfr Lc 2,19-51) e nella meditazione davanti a Dio anche comprenderne la volontà di Dio e divenire capaci di accettarla interiormente». La presenza della Madre di Dio nel Cenacolo, dopo l’Ascensione, «non è allora una semplice annotazione storica di una cosa del passato, ma assume un significato di grande valore, perché con loro Ella condivide ciò che vi è di più prezioso: la memoria viva di Gesù, nella preghiera; condivide questa missione di Gesù: conservare la memoria di Gesù e così conservare la sua presenza».
          Infine, «l’ultimo accenno a Maria nei due scritti di san Luca è collocato nel giorno di sabato: il giorno del riposo di Dio dopo la Creazione, il giorno del silenzio dopo la Morte di Gesù e dell’attesa della sua Risurrezione. Ed è su questo episodio che si radica la tradizione di Santa Maria in Sabato». Tra l’Ascensione e la Pentecoste «gli Apostoli e la Chiesa si radunano con Maria per attendere con Lei il dono dello Spirito Santo, senza il quale non si può diventare testimoni. Lei che l’ha già ricevuto per generare il Verbo incarnato, condivide con tutta la Chiesa l’attesa dello stesso dono, perché nel cuore di ogni credente « sia formato Cristo » (cfr Gal 4,19)». Il Pontefice osserva che «se non c’è Chiesa senza Pentecoste, non c’è neanche Pentecoste senza la Madre di Gesù, perché Lei ha vissuto in modo unico ciò che la Chiesa sperimenta ogni giorno sotto l’azione dello Spirito Santo». Benedetto XVI lo spiega con un brano di San Cromazio di Aquileia (tra il 335 e il 340 – 407 o 408): «Si radunò dunque la Chiesa nella stanza al piano superiore insieme a Maria, la Madre di Gesù, e insieme ai suoi fratelli. Non si può dunque parlare di Chiesa se non è presente Maria, Madre del Signore… La Chiesa di Cristo è là dove viene predicata l’Incarnazione di Cristo dalla Vergine, e, dove predicano gli apostoli, che sono fratelli del Signore, là si ascolta il Vangelo».
          Da questo antico brano patristico il Papa passa poi a citare il Concilio Ecumenico Vaticano II, il quale  nella Costituzione dogmatica «Lumen gentium» afferma: «Essendo piaciuto a Dio di non manifestare apertamente il mistero della salvezza umana prima di effondere lo Spirito promesso da Cristo, vediamo gli apostoli prima del giorno della Pentecoste « perseveranti d’un sol cuore nella preghiera con le donne e Maria madre di Gesù e i suoi fratelli » (At 1,14); e vediamo anche Maria implorare con le sue preghiere il dono dello Spirito che all’Annunciazione l’aveva presa sotto la sua ombra» (n. 59). Il  luogo primo dove noi fedeli incontriamo Maria, prosegue il documento conciliare, è la Chiesa, dove è «riconosciuta quale sovreminente e del tutto singolare membro…, figura ed eccellentissimo modello per essa nella fede e nella carità» (n. 53).
          Dopo avere presentato in diverse udienze la preghiera di Gesù, il Papa in questa «scuola della preghiera» ci indica dunque come modello la preghiera della Madonna. «Spesso la preghiera è dettata da situazioni di difficoltà, da problemi personali che portano a rivolgersi al Signore per avere luce, conforto e aiuto. Maria invita ad aprire le dimensioni della preghiera, a rivolgersi a Dio non solamente nel bisogno e non solo per se stessi, ma in modo unanime, perseverante, fedele, con un « cuore solo e un’anima sola » (cfr At 4,32)». Una lezione molto attuale e importante per noi oggi: «la vita umana attraversa diverse fasi di passaggio, spesso difficili e impegnative, che richiedono scelte inderogabili, rinunce e sacrifici. La Madre di Gesù è stata posta dal Signore in momenti decisivi della storia della salvezza e ha saputo rispondere sempre con piena disponibilità, frutto di un legame profondo con Dio maturato nella preghiera assidua e intensa». Maria è madre della Chiesa che prega, ed «esercita questa sua maternità sino alla fine della storia. Affidiamo a Lei ogni fase di passaggio della nostra esistenza personale ed ecclesiale, non ultima quella del nostro transito finale. Maria ci insegna la necessità della preghiera e ci indica come solo con un legame costante, intimo, pieno di amore con suo Figlio possiamo uscire dalla « nostra casa », da noi stessi, con coraggio, per raggiungere i confini del mondo e annunciare ovunque il Signore Gesù, Salvatore del mondo».

Publié dans:Maria Vergine, Santi Evangelisti |on 17 octobre, 2013 |Pas de commentaires »

« DIEDE ALL’ACQUA CIÒ CHE CONFERÌ ALLA MADRE » (sul Battesimo)

 http://www.stpauls.it/madre06/0610md/0610md06.htm

DI GIUSEPPE DAMINELLI

« DIEDE ALL’ACQUA CIÒ CHE CONFERÌ ALLA MADRE »

Maria è l’esempio più perfetto di recezione del Battesimo, per analogia con quanto avvenne in lei nell’Annunciazione.

Il legame tra Maria e il Battesimo si esprime nell’analogia tra quanto avviene nella Vergine il giorno dell’Annunciazione e quanto avviene nel Rito battesimale.
Vi si scorgono almeno altri due nessi significativi: quello, fondato sul Vangelo di Giovanni ed illustrato dalla Patristica, derivante dalla maternità spirituale di Maria, e quello che proviene dall’esperienza spirituale e missionaria e considera la Vergine quale motivo ulteriore di fedeltà alle Promesse battesimali.

Analogia tra l’Annunciazione e il Sacramento del Battesimo
Come nel Battesimo di ogni credente, si osservano nella fede di Maria tre aspetti da lei vissuti al momento dell’Annuncio dell’Angelo: un’esperienza della Trinità, un’opzione fondamentale e nuovi vincoli con le Persone divine.
1] Esperienza della Trinità – All’Annuncio dell’Angelo in Maria hanno agito il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo [cfr. Lc 1, 32-35], tutti e tre congiunti in ordine alla concezione verginale.
Anche se il mistero dell’Incarnazione si compie nel silenzio della casa di Nazareth, non possiamo pensare che Maria rimanga passiva o inerte di fronte alla Trinità che opera in lei e per la prima volta si manifesta all’uomo.
Il turbamento riflessivo, la domanda e la risposta all’Angelo fanno della Vergine una persona sensibile e attiva, capace di una vera esperienza di fede. Ella addirittura narra in forma di cantico dossologico tale sua esperienza, quando intona il Magnificat [cfr. Lc 1, 46-55], il cui compito è d’interpretare pneumatologicamente l’evento fondamentale della sua vita.
Maria è piena di gioia perché si sente termine dell’amore salvifico di Dio che, dopo averla guardata con benevolenza, opera in lei un cambiamento di situazione: da uno status sociale e religioso irrilevante, ella passa ad essere proclamata beata da tutte le generazioni.
Come vera figlia di Sion, Maria esalta il volto di Dio secondo gli attributi riconosciuti nell’A.T.: potenza, misericordia, santità, fedeltà. Ma nelle opere compiute in lei dal Potente è nascosto il mistero della concezione verginale del Figlio dell’Altissimo. È implicito il riconoscimento di Dio Padre del Signore nostro Gesù Cristo e dello Spirito operante come forza che rende possibile ciò che è umanamente impossibile. Maria perverrà ad una più chiara nozione del Padre sotto l’impulso delle parole di Gesù nel ritrovamento nel Tempio e nell’evento della Pentecoste. Ma una previa conoscenza del Padre e dello Spirito è presupposta in lei.
2] Risposta di fede come opzione fondamentale – Al Dio che parla mediante il suo Messaggero, Maria risponde con « l’obbedienza della fede ». Nelle sue parole si può scorgere un’eco della risposta del Popolo d’Israele all’Alleanza con Dio: « Serviremo il Signore… Faremo tutto quello che JHWH ci dirà » [cfr. Es 19, 8; 24, 3.7; Dt 5, 27].
Ma esse sono nello stesso tempo una solenne professione di fede monoteista, in sintonia con lo shemà Israel che proclama: « Ascolta, Israele, il Signore Dio nostro è unico ». In contrapposizione con il vecchio sacerdote Zaccaria e con l’ambiente semipagano della « Galilea delle genti », Maria si dichiara « serva del Signore » e si pone in totale disponibilità alla sua parola [cfr. Lc 1, 38]. Proprio in questo senso è interpretato da Elisabetta il sì di Maria : una risposta di fede così perfetta da suscitare lode e congratulazioni [cfr. Lc 1, 42-45].
La grandezza della fede di Maria si misura dall’oggetto del messaggio, che non conosce precedenti nella storia d’Israele: l’inaudita concezione verginale del Figlio dell’Altissimo. Questa comporta un cambio di programma in Maria che, non volendo conoscere uomo, è intenzionata ad escludere maternità e figli dalla sua esistenza. Ella si adegua alla volontà del Signore, anche se ignora i particolari e le modalità della sua missione. Maria rischia la sua vita sulla Parola di Dio. Ciò la pone tra i grandi mistici dell’umanità, in quanto rappresenta la risposta ideale dell’uomo uditore della Parola dinanzi a Dio che si rivela.
3] Vincoli di Maria con il Padre, con il Figlio e con lo Spirito Santo – Più che luogo o spazio, Maria è una persona, anzi la prima persona della storia – come afferma Xavier Pikaza -, in quanto contrae vincoli relazionali con il Dio Uni-Trino. Questi le si rivela e insieme nasconde nel simbolismo delle istituzioni giudaiche [= l’Arca dell’Alleanza e la Tenda del Convegno]. Ella comunque « è insignita del sommo ufficio e dignità di Madre del Figlio, e perciò figlia prediletta del Padre e tempio dello Spirito Santo » (LG 53) o anche sposa dello Spirito Santo [cfr. MC 26].
All’azione della Trinità in lei, nel suo grembo e nel suo cuore, Maria risponde con atteggiamenti spirituali nei riguardi di ognuna delle Tre Persone divine che costituiscono la sua personalità religiosa: lode gioiosa a Dio Padre che mostra a lei il suo volto potente e misericordioso, santo e fedele, fede in Cristo come Messia e Figlio di Dio fatto uomo nel suo grembo, accoglienza dello Spirito Santo come nube luminosa che la copre della sua ombra, trasformandola in propria dimora.

Presenza materna di Maria
La nota mariana della spiritualità giovannea è legata all’episodio dell’affidamento del discepolo amato a Maria compiuto da Cristo Crocifisso e all’accoglienza di lei da parte dello stesso discepolo [cfr. Gv 19, 25-27]. Si tratta di una « scena di rivelazione » in cui Gesù rivela una qualità nascosta sia del discepolo ["Ecco tuo figlio"] sia di Maria ["Ecco tua madre"], ma che sarà rivelata e indica la loro identità teologica, la loro collocazione storico-salvifica.
È l’affermazione di un legame di filiazione-maternità tra il discepolo e la Madre di Gesù che va compresa nel contesto della rinascita dall’acqua e dallo Spirito [cfr. Gv 3,5].
Giovanni esplicita la risonanza spirituale di questa scena di rivelazione nella persona del discepolo amato, che accoglie Maria svelata come sua madre « nei suoi beni », cioè nella comunione con Cristo, nella propria vita spirituale. L’accoglienza di Maria da parte del discepolo indica apertura, accettazione, legame personale, amore attivo. Si tratta di un atteggiamento spirituale analogo alla fede, che nel Vangelo di Giovanni è riservato alla persona di Gesù [cfr. Gv 1, 11-12; 5, 43-44; 13, 20]. Maria concorre alla nascita e sviluppo dell’uomo « biofilo » che vuole crescere nella vita divina che gli è stata comunicata.
Lo studio dei Padri ha condotto H. Rahner a dedicare un capitolo a Maria in rapporto al Battesimo. In esso è riportata la frase di Leone Magno che evidenzia l’analogia e la continuazione tra queste due realtà : « Diede all’acqua ciò che conferì alla madre. Perché la potenza dell’Altissimo e la fecondazione dello Spirito Santo che fecero sì che Maria generasse il Salvatore fanno sì che l’onda della rinascita crei il credente ». Altri Padri, come Agostino nel passo citato, fanno rientrare ambedue nella grande opera della rigenerazione umana o rinascita a figli di Dio che avviene mediante la forza vivificante dello Spirito. Si tratta di una linea ontologica e vitale che fa intervenire Maria come madre dei fedeli proprio nell’atto costitutivo della vita nuova nel Cristo risorto.
In una lunga preghiera a Maria, che risale al sec. XI e ingloba molte espressioni di Fulberto di Chartres (+ 1028), si trova un chiaro riferimento alla consacrazione battesimale: « Ricordati, Signora, che nel Battesimo sono stato consacrato al Signore e ho professato con la mia bocca il nome cristiano. Purtroppo, non ho osservato quanto ho promesso. Tuttavia sono stato consegnato e affidato a te dal mio Signore Dio vivo e vero. Tu salva colui che ti è stato consegnato e custodisci colui che ti è stato affidato ».
Nel Sacramento del Battesimo, quando nascono alla grazia i figli di Dio, non è assente la Madre. La Chiesa nello Spirito rigenera gli uomini a Dio, ma anche Maria diviene Madre di ciascun battezzato. Infatti nella vita terrena la Vergine « ha cooperato nella carità alla nascita dei fedeli nella Chiesa » (Sant’Agostino) ed è stata dichiarata da Gesù Madre dei discepoli rappresentati da Giovanni [cfr. Gv 19, 25-26]. Ora che si trova in Cielo, esercita questa sua missione materna cooperando « con amore di Madre… alla rigenerazione e formazione » dei fedeli, come afferma il Concilio Vaticano II [cfr. LG 63].
Si tratta di un intervento della Vergine nell’atto stesso del Battesimo, con il quale gli uomini vengono rigenerati alla vita nuova in Cristo. Maria è presente in modo attivo e materno al fonte battesimale, dove diventiamo figli di Dio e insieme figli di Maria e della Chiesa.

Giuseppe Daminelli

Publié dans:liturgia, LITURGIA: STUDI, Maria Vergine |on 17 octobre, 2013 |Pas de commentaires »
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