Archive pour la catégorie 'Maria Vergine'

L’ICONA DELLA VERGINE IVÉRSKAYA

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Eleousa magazine

Agosto ’14

L’ICONA DELLA VERGINE IVÉRSKAYA

L'ICONA DELLA VERGINE IVÉRSKAYA dans immagini sacre e testo 2009_07_02_00_25_22

Panaghia Portaitissa

L’icona della Vergine Ivérskaja è conservata nel Monastero di Iviron, uno dei venti monasteri ortodossi del Monte Athos, situato nella parte nord-est della Santa Montagna, lungo una piccola baia. Tesori di valore inestimabile vengono custoditi nella sacrestia, mentre la biblioteca è ricca di documenti imperiali e patriarcali, con oltre duemila manoscritti e ventimila libri stampati. Ma il tesoro più grande è questa icona miracolosa, custodita nella Cappella, all’ingresso del Monastero, poiché si ritiene che la sua scomparsa dal Monte Athos è segno premonitore della fine del mondo. La storia del Monastero è quella dell’Icona sono strettamente legate tra loro. Secondo la tradizione, l’Icona fu dipinta dall’evangelista Luca.
Il Monastero, a statuto idiorritmico fu fondato nel 979. E’ dedicato alla Dormizione della Panaghia. Il nome significa « degli iberi », cioè dei georgiani i quali fondarono il monastero e lo tennero per qualche secolo. Attualmente i monaci sono tutti greci. La biblioteca è tra le più ricche dell’Athos, la più ricca in libri stampati dopo quella della Grande Lavra. La storia della sua origine è connessa con le vicende politiche intervenute alla morte di Giovanni I Zimisce (976). Teofano, la vedova di Niceforo II Foca, aveva sposato in prime nozze Romano II (959-963) da cui aveva avuto due figli, per la cui tenera età Niceforo II Foca e poi Giovanni I Zimisce (che era cognato di Romano II) si erano autorizzati a occupare il trono, senza voler sopprimere il diritto dei due bambini. Dopo tredici anni i bambini erano cresciuti e vennero riconosciuti imperatori: erano Basilio II (976-1025) e Costantino VIII (976-1028). A questo punto un pretendente al trono, Barda Scleros, mosse guerra ai giovanissimi imperatori. Intanto all’Athos già da un anno tra i discepoli di sant’Atanasio si trovavano due georgiani di nobile famiglia, Giovanni e suo figlio Eutimio, che era stato in ostaggio alla corte di Costantinopoli. Dopo aver praticato la vita monastica in un cenobio del Monte Olimpo in Misia erano venuti all’Athos nel 975, dove altri georgiani li avevano raggiunti; tra questi il generale Tornikios, che aveva reso grandi servigi all’impero. La madre dei due giovani imperatori, Teofano, che aveva abbandonato il suo esilio monastico per ricoprire il ruolo di imperatrice madre, conoscendo il valore di Tornikios, lo pregò di riprendere le armi in aiuto ai legittimi imperatori. Tornikios, lasciato l’Athos, ottenne dal principe di Georgia David, vassallo dei bizantini, un fortissimo contingente di cavalieri che contribuì alla vittoria decisiva nel 979. Dopo di che ritornò all’Athos e, con i mezzi propri e l’appoggio fornito da Basilio II e dalla madre Teofano, promosse l’iniziativa dei suoi compatrioti Giovanni ed Eutimio e con loro costruì un nuovo monastero per i georgiani che sempre più numerosi accorrevano all’Athos. Fu appunto il monastero che i greci chiamarono Iviron (979 circa). Sant’Eutimio, il primo igumeno di Iviron, si rese celebre per l’immenso lavoro di traduzione e adattamento di scritti ecclesiastici dal greco in georgiano. Per mezzo suo i georgiani conobbero le opere di San Basilio, di san Gregorio Nazianzeno, come pure I Dialoghi del papa San Gregorio Magno. Verso il 1040 venne a Iviron il monaco georgiano Giorgio l’Athonita, che succedette a sant’Eutimio come igumeno e come traduttore; per opera sua il patrimonio letterario costituito dai libri liturgici bizantini passò nella letteratura georgiana. Iviron rimase un centro culturale georgiano fino all’inizio del XVI secolo; da allora lo abitarono solo monaci greci. Tuttavia nella biblioteca vi sono ancora preziosi manoscritti georgiani. Ricordiamo un manoscritto greco con molte miniature del XIII secolo che contiene il romanzo dei santi Barlaam e Ioasaf (o Giosafat), una trasposizione della vita di Buddha sulla persona di Ioasaf, figlio di un re dell’India, che convertito al cristianesimo da santo eremita Barlaam, riuscì a convertire il padre e, rinunciando al regnò, si diede con Barlaam alla vita monastica. Tra i suoi benefattori vi fu il re di Serbia Stefano VII Dusan (1331-1355), che allargando le sue conquiste si rese padrone della Macedonia e dell’Athos (1334). Quando nel 1346 si fece incoronare “imperatore dei greci e dei romani », erano presenti alla cerimonia anche i rappresentanti dei monasteri dell’Athos. In seguito lo stesso Dusan visitò l’Athos elargendo i suoi benefici.
Nel IX secolo, l’ icona miracolosa della Madre di Dio di Iviron era in possesso di una vedova che viveva a Nicea, in Asia Minore. La città non esiste più, ma a suo tempo fu sede di due Concili Ecumenici: il primo, durante il quale furono composti i primi otto articoli del Credo di Nicea, e il settimo, che proclamò la fine dell’iconoclastia. Fu durante il regno dell’ imperatore bizantino iconoclasta Teofilo che alcuni soldati giunsero a casa della vedova, dove in una piccola cappella era conservata l’Icona della Madre di Dio, occupando un posto d’onore nella casa. Uno dei soldati colpì l’icona con la sua spada, e subito iniziò a scorrere sangue dalla guancia destra della Vergine. Scosso da questo miracolo, il soldato immediatamente pentito, entrò in un monastero. Dietro suo consiglio, la vedova pensò di mettere in salvo l’Icona, al fine di scongiurare un’ulteriore profanazione. Dopo aver a lungo pregato, prese l’Icona e la “fissò” sulle onde del mare. Con sua grande sorpresa e gioia, vide che l’Icona non affondava, ma, rimanendo in posizione verticale, si allontanava in direzione ovest.
Molti anni dopo, l’Icona apparve dal mare “in una colonna di fuoco”, come racconta la tradizione Atonita, vicino al Monastero di Iviron. A quel tempo vi era il santo monaco Gabriel, al quale apparve la Madre di Dio che gli disse di essere la loro protettrice e di non aver paura a prendere l’Icona. Obbediente, Gabriel “camminò sulle acque, come su un terreno asciutto”, prese l’Icona e la portò a riva. Era il 12 luglio Poi la collocò nel monastero, ponendola sull’altare. Il giorno dopo, l’icona fu ritrovata sul muro accanto alla porta del monastero. Questo accadde più volte, fino a quando la Santa Vergine rivelò al monaco Gabriel che era suo desiderio proteggere i monaci (13 ottobre). Pertanto, fu costruita una chiesa vicino all’ingresso del monastero, dove tuttora è collocata l’Icona. Essa quindi prese il nome di Madre di Dio di Iviron e per la sua posizione è chiamata “Portaitissa”. Oltre a molti miracoli, l’Icona della “Portaitissa” ha dimostrato la sua protezione durante vari assalti al monastero da parte dei pirati saraceni.
Nel 17° secolo, il Patriarca di Mosca Nikon chiese all’abate del monastero di avere una copia dell’Icona. Fece costruire una cappella accanto alle mura del Cremlino, vicino alla Porta della Risurrezione. Il 13 ottobre 1648 giunse una copia dell’Icona, che fu venerata dalla popolazione russa fino alla Rivoluzione del 1917, quando il tempio fu distrutto e dell’ Icona non si seppe più nulla. Nel 1994 il Patriarca Alessio II ha benedetto la ricostruzione della Cappella e della Porta e una nuova Icona è giunta dal Monte Athos.
Nel mese di novembre 1982, una copia dell’Icona fu portata in Canada, dove è molto venerata. Il 26 settembre 1989, un’altra copia è arrivata a Tbilisi, in Georgia, dal Monastero di Iviron. E’ stata dipinta dai monaci del Monte Athos, quale segno di amore e di gratitudine verso il popolo georgiano.
L’Icona di Iviron è miracolosa e produce abbondante “mirra” durante tutto l’anno, ad eccezione della Settimana Santa, per ricomparire il Sabato Santo.
“Rallegrati, o Beata, che apri le porte del Paradiso ai giusti”.

Publié dans:immagini sacre e testo, Maria Vergine |on 1 septembre, 2014 |Pas de commentaires »

LA SANTA VERGINE MARIA NEL CULTO E NELLA VITA DELLA CHIESA ORTODOSSA

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LA SANTA VERGINE MARIA NEL CULTO E NELLA VITA DELLA CHIESA ORTODOSSA

Breve esposizione confrontata con alcune corrispondenti convinzioni del Cristianesimo Occidentale

La Santa Vergine Maria ha nella Chiesa Ortodossa un’attenzione particolare. Essa è venerata come Madre di Dio secondo la carne ed esistono molte con le quali l’Ortodossia chiede la composizioni poetiche sua intercessione presso Dio. Un esempio è l’Inno Akathistos alla Madre di Dio scritto [probabilmente] da San Romano il Melode. In questa composizione innografica Romano il che non ha eguali nel Cristianesimo, si trovano riflessi in forma precisa ed esaustiva i sentimenti e la dottrina della Chiesa Ortodossa sulla Theotokos (= la Genitrice di Dio). Un’altra composizione poetica Deìpara o particolarmente significativa è il Canone paracletico del quale esiste una forma sintetica e una estesa. Tale Canone viene celebrato ogni giorno lungo i quindici giorni che precedono la Dormizione della Theotokos (15 agosto).
La Chiesa Ortodossa preferisce chiamare Theotokos Colei che ha partorito Gesù Cristo. Definirla in termini più confidenziali, come talora alcuni fanno nella Chiesa Romano-Cattolica (“Maria” senz’alcun altro termine aggiuntivo) crea, nel credente ortodosso, la sensazione di trovarsi davanti ad un’espressione banale e secolarizzata.
Nonostante il grande rispetto e l’alta considerazione che l’Ortodossia Le attribuisce, la Theotokos non è assolutamente considerata una “super donna”. La sua natura non è per nulla differente da quella umana poiché Essa è dono dell’umanità a Dio in cambio del Dio che in Lei si è donato all’uomo.
Per i teologi ortodossi la Deìpara non è “superiore” o “diversa” dagli uomini ma è “luminosa”, ossia, “deificata”.
La Theotokos è l’unica creatura appartenente all’umanità che si unisce strettamente a Dio dopo la caduta di Adamo portando in grembo “Quanto i Cieli non possono contenere”, come afferma la Liturgia. Per questo la Chiesa Ortodossa La definisce con titoli di particolare onore e, a differenza di altri santi, Le rivolge la richiesta di salvezza: “Tuttasanta Genitrice di Dio salvaci!”. Con quest’affermazione non si attribuisce alla Tuttasanta il potere di salvare ma d’intercedere particolarmente verso Cristo, dal momento che ha un’intima comunione con Lui. La Theotokos è l’umanità deificata, rappresenta una pienezza di disponibilità verso Dio alla quale tutti i cristiani devono tendere. La sua obbedienza viene rinnovata in ogni persona che abbandona l’uomo vecchio con le sue abitudini e si riveste di Cristo (Gal 3, 27). Di Lei, lungo la storia del Cristianesimo, sono state tracciate molte immagini e discorsi edificanti. Tuttavia non sempre si è stati attenti a non cadere in evidenti esagerazioni. Così si è finiti per affermare due realtà opposte con le quali la Vergine Maria o viene declassata a “donna qualunque”, (come suggerirebbe l’utilizzo confidenziale del solo appellativo “Maria”), o viene esaltata come una semidea (ogni attributo di Cristo ha un suo corrispondente attributo nella Santa Vergine).
Il Cattolicesimo, oggi come ieri, tende ad attribuire alla Theotokos dei concetti sconosciuti alla Tradizione della Cristianità indivisa perché tende a fare gravitare il cristianesimo in concetti astratti. È per questo che pensa di poter pervenire ad una comprensione più profonda della Rivelazione divina. Questa mentalità si riflette inevitabilmente anche nelle cosiddette “devozioni a Maria”. Naturalmente tutto ciò suggerisce che la Rivelazione di Dio non si è data interamente il giorno di Pentecoste o che, in quel giorno, gli Apostoli non l’abbiano potuta “approfondire” bene, nonostante agisse in loro direttamente il Sigillo del Santo Spirito!
L’Ortodossia, invece, mantenendo l’antica prassi, pensa che sin dall’inizio tutto fosse chiaro e dato in totale pienezza. Tale pienezza deve essere scoperta purificandosi asceticamente e vissuta incarnandola, non intellettualizzandola! I concetti e i ragionamenti sono utili solo nel caso in cui si debba confutare un insegnamento errato che, in luogo di condurre all’incontro ineffabile con Dio, porta all’illusione o al narcisistico sentimentalismo religioso.
Le barocche immaginazioni e i romantici sentimenti sono molto pericolosi nell’ascesi e nella vita spirituale al punto che sono severamente condannati in quella raccolta di scritti spirituali denominata Filocalia. Ne consegue che l’atteggiamento del cristiano orientale verso la Theotokos è naturale, non artefatto o sdolcinato. Alla preghiera non vengono mai sovrapposte meditazioni o immaginazioni (come nel caso dei Misteri del Rosario) dal momento che l’unica attenzione da porre è alle parole che vengono scandite dalle labbra.
Contrariamente alla prevalente convinzione patristica, il Cristianesimo occidentale, da un certo periodo storico in poi, ha pensato di poter “approfondire” intellettualmente la Rivelazione e di poter far evolvere il suo pensiero e la sua conoscenza come fa la scienza. Così ogni affermazione potrebbe essere riformulata con maggiore profondità ed esattezza dopo ogni ulteriore approfondimento.
Questa prospettiva si è applicata in un certo senso anche al Dogma dell’Immacolata Concezione, dal momento che quest’ultimo è scaturito direttamente dalla considerazione agostiniana del Peccato originale.
Sant’Agostino sosteneva che l’umanità eredita la colpa del peccato originale, e che tale colpa viene eliminata dal battesimo. L’Ortodossia con tutta la tradizione cristiana (ad eccezione di quella franco-agostiniana) ha sempre ritenuto che l’umanità non eredita una colpa ma le conseguenze della colpa stessa. Il presupposto della colpa ereditata ha posto la Cristianità occidentale agostiniana davanti ad una questione: “Come può la Madre di Dio avere questa colpa e incarnare il Salvatore?”. Tale dilemma se lo ponevano, ad esempio, all’Università di Parigi nel XIV secolo e, in quell’epoca, c’era chi negava l’idea d’una concezione “immacolata”. La risposta non tardò a venire e si basava su concetti agostiniani: la Deìpara sarebbe nata senza questa colpa in previsione dell’incarnazione e così “sarebbe stata predestinata” dalla nascita ad essere Madre del Salvatore.
Le apparizioni di Lourdes, nelle quali una veggente incontrava una “Donna vestita di bianco”, l’“Immacolata concezione”, sembrano quasi voler confermare una definizione che, in pieno XIX secolo, non pareva ancora totalmente assimilata.
A differenza di questa definizione nella quale si riscontra anche una certa mentalità giuridica, l’Ortodossia ha una concezione antropologica totalmente diversa. L’umanità di tutti i tempi, essendo della stirpe di Adamo, subisce le conseguenze del peccato originale. La maggiore di tali conseguenze è la morte. Da questa situazione viene strappata quando si unisce con il battesimo nella morte e risurrezione di Cristo e, quindi, si rende coerede e compartecipe d’una futura vita che si pregusta già in questo mondo. Tale vita futura non conosce il germe della corruzione.
L’Ortodossia confessa, dunque, che la Theotokos è nata da un vero rapporto tra i progenitori di Dio Gioachino ed Anna. Essa è naturalmente stirpe di Adamo anche se il suo seme, come afferma San Gregorio Palamas, è stato “purificato”. La purificazione non significa diversificazione rispetto all’umanità. L’affermazione cattolica dell’Immacolata concezione, crea un grosso problema all’Ortodossia poiché tale concetto è posto in un quadro di comprensione agostiniano. L’Ortodossia non nega che la nascita della Santa Vergine sia stata miracolosa, visto che è provenuta da persone d’una certa età. Aggiunge pure che il suo seme è stato purificato. Ma non può condividere l’idea che l’umanità prima della Theotokos vivesse separata da Dio, dal momento che lungo tutto l’Antico Testamento si riscontrano una serie di uomini giusti, santi e profeti. Nella Scrittura si giunge addirittura ad affermare che Elia non è morto!
Per Agostino, e soprattutto per l’agostinismo, l’uomo è un “imputato” davanti a Dio e, come tale, non può fare nulla per essere assolto. Prima di Cristo l’uomo viveva nettamente separato da Dio. Per i Padri, invece, l’uomo non è mai stato un imputato ma ha patito le conseguenze delle sue scelte. Questo fatto non ha impedito ai giusti d’essere uniti a Dio. Così, lungo la linea genealogica della Theotokos, i Padri trovano tutta una serie di giusti che, in qualche modo, ne preparano l’avvento. La Deìpara non gode del privilegio d’essere unita a Dio per essere stata immacolata concezione, cioè senza peccato originale, mentre tutti gli altri uomini continuavano (e continuano!) a nascere con tale macchia senza meritarsela. Essa non ha ereditato una colpa come nessuno, in verità, la eredita. Essa ha ricevuto un corpo che, come quello di tutti, era soggetto al limite della stanchezza, del declino, della fame e del dolore. La Santa Vergine aveva ereditato, in ciò, una creazione indebolita dalla conseguenza della disobbedienza adamitica. A differenza della maggioranza degli altri uomini, si manteneva aderente ai comandi di Dio e “li meditava nel suo cuore”. Questo fatto unito alla particolare benedizione di Dio sul suo seme e all’evento catartico (= purificatore) dell’incarnazione del Verbo di Dio in Lei La esalta come “Immacolata”. Attraverso questi concetti si vede come i Padri, pur chiamando qualche volta la Theotokos con il termine di “Immacolata”, termine che ogni tanto ricorre pure nella Liturgia orientale, la considerino in maniera abbastanza diversa rispetto alla prospettiva giuridica franco-latina.
Tutti i giusti dell’Antico Testamento e la Theotokos stessa, che ne è il vertice, sono prototipo dell’umanità ascetica. Nella Deìpara non c’è peccato perché l’unione con Dio l’ha totalmente purificata rendendola modello per gli asceti. E’ in questi termini che viene descritta da vari autori patristici.
Nella considerazione della vita della Theotokos, l’Ortodossia ha una visione completamente cristocentrica, non “mariocentrica” come alcune recenti devozioni occidentali che mettono in rilievo l’esperienza del parto di Maria quale “prassi” d’unione con Dio.
Secondo queste devozioni, il cristiano deve fare crescere Cristo in sé per poi partorirlo come ha fatto la Deìpara. Quest’espressione presa come si presenta, coltiva solo pericolosi “dolci sentimentalismi”. Nella prospettiva patristica, si indicano modi concreti di vivere il cristianesimo, non immagini sentimentali! Così, l’uomo non deve pensare di poter “costruire” Cristo vicino a sé o dentro di sé (come in un utero), dal momento che può solo cercare di unirsi a Lui sul modello dell’obbedienza a Dio da parte della Santa Vergine. Solo in questo caso l’unione, come dice l’Apostolo Paolo, è profonda: “Non sono più io che vivo ma è Cristo che vive in me” (Gal 2, 20). Essa non avviene attraverso fantastiche pie ed edulcorate aspirazioni ma attraverso la quotidiana lotta dell’ascesi, nella pratica dei comandamenti, nella costante preghiera e nella prassi sacramentale della Chiesa.
Il dogma dell’Assunzione della Deìpara prima della morte è una logica conseguenza del dogma dell’Immacolata concezione. La morte è entrata nella creazione e nell’uomo a causa del peccato originale. La Theotokos è nata priva di peccato originale e quindi l’Occidente è tentato a credere che fosse priva della possibilità di morire. Dopo aver eseguito il suo compito sulla terra la Tuttasanta è stata rapita in cielo con il corpo. Pio XII, nella bolla con la quale proclamava il dogma dell’Assunzione, non affermava esplicitamente che la Santissima Vergine non sarebbe morta ma molti, al suo tempo, erano propensi a pensarlo e in quest’atmosfera fu redatta la bolla stessa. La Curia romana desiderava che le facoltà teologiche sottoscrivessero compatte una petizione per la dogmatizzazione dell’assunzione corporea di Maria in cielo ma ciò non avvenne. Dal punto di vista scientifico l’opposizione più netta alla possibilità d’una tale definizione venne da parte del patrologo di Würzburg, Berthold Altaner. Per una tale visione, secondo Altaner, non esiste alcun fondamento né nella Bibbia né nella tradizione. Nei primi cinque secoli del cristianesimo non si trova traccia di questa dottrina. Solo uno scritto apocrifo del sesto secolo il Transitus Mariae inizia a far circolare quest’idea. Tale scritto è però privo di qualsiasi valore storico. Altre fonti storiche, secondo Altaner, non esistono. Nonostante tali gravi obiezioni, la costituzione Munificentissimus Deus parla di “fede unanime della Chiesa fin dai primissimi tempi” e di prove tratte dalla Scrittura, dai Padri e dai teologi.
Tale costituzione evita prudenzialmente di affermare che la Tuttasanta sia morta ma non lo nega neppure; evita il problema lasciando ad ognuno la libertà di pensare come meglio ritiene.
Questa è la posizione cattolica difesa dal Magistero papale e alla quale i cattolici sono tenuti ad aderire, nonostante tutto. Esponiamo ora quella Ortodossa.
A parte l’esistenza della tomba di Maria, si sà che la devozione della sua morte è antichissima. Nella Scrittura è scritto che tutti gli uomini passeranno attraverso la morte. Cristo stesso non l’ha evitata anche se non ha potuto essere trattenuto da essa ed è risuscitato dai morti tracciando la Via che dalla terra porta al Cielo, dal buio alla luce, dalla Morte alla Vita. La morte non è più la realtà definitiva perché è stata distrutta. “Cristo è risorto dai morti diventando primizia dei defunti”, afferma il Crisostomo.
Così come Cristo, la Theotokos è morta ed è risorta. Se si leggono i testi liturgici della Dormizione e le splendide omelie dei Padri per questa festa (particolarmente quella di San Giovanni Damasceno) la morte e la risurrezione della Vergine appaiono come una grande celebrazione pasquale del Cristo risorto che dà vita all’umanità intera. La Vergine è perciò la prima fra i redenti.
Papa Giovanni Paolo II ha cercato di accorciare la distanza tra queste due posizioni affermando che la Vergine è morta per condividere l’amara sorte del Figlio. Quest’affermazione presuppone una certa “revisione” se non delle basi del dogma dell’Assunzione almeno della mentalità ad esso soggiacente. Comunque è lecito porsi una domanda: tale revisione va nel tradizionale senso antico dove si conservano certi equilibri o cerca di forzare le espressioni per fare un’ulteriore non richiesta equivalenza-parallelo tra Cristo e la Theotokos (affermando che esiste una Corredentrice perché c’è un Redentore)?
Nell’Ortodossia non è mai stato dogmatizzato questo punto. Perché si formuli un dogma è indispensabile che ci sia un’eresia e quindi la negazione d’una verità. Il dogma ha tutto il suo senso solo in questa situazione. Nella Liturgia la Chiesa Ortodossa celebra la Dormizione di Maria con un’allusione alla sua assunzione al terzo giorno dalla morte. È per questo che nell’icona della Dormizione di Maria gli apostoli circondano il suo corpo defunto che viene portato in processione. Dietro a tutti sta Cristo con in braccio una bambina in vesti bianche.
L’uso russo per questa festa prevede un epitafio (= un drappo sul quale è ricamata l’icona della S. Vergine dormiente) per Maria, simile a quello usato per il Cristo defunto nella Settimana Santa. Tale epitafio si colloca in mezzo al tempio. Dopo tre giorni, al Vespro, si celebra il “Funerale della Theotokos”. L’epitafio viene portato in processione e, dopo avergli fatto fare tre giri attorno al tempio, viene innalzato sotto la porta d’ingresso in modo da fare passare tutti i fedeli sotto di esso. Infine viene ricollocato nel luogo in cui era stato precedentemente disposto e, in tale posizione, innalzato verso il cielo. Attraverso questo gesto si indica esplicitamente l’assunzione e tutti sanno che la Vergine Maria è stata assunta con il corpo quale primizia dell’umanità. Non serve nulla di più.
Molti dei titoli alla Santa Vergine che hanno marcato la devozione occidentale sono totalmente sconosciuti all’Oriente cristiano. In ciò l’Ortodossia ha lasciato la Theotokos in quell’ombra di discrezione nella quale i Vangeli la collocano. Non c’è quindi il bisogno di parlare di un Cuore Immacolato di Maria, come succede nelle apparizioni di Fatima (Cuore che fa pandant al Sacro Cuore di Gesù), di Maria Corredentrice, come succede nelle apparizioni di Amsterdam (corredenzione che fa pandant a quella di Cristo) e della richiesta di molti vescovi americani di proclamare il dogma di Maria “consustanziale a Dio”: Figlia del Padre, Madre del Figlio, Sposa del Santo Spirito.
Non caratterizza l’Ortodossia neppure quella devozione mariana con la quale i fedeli cercano il sensazionale, i messaggi strani e segreti (Medjugorje), le rivelazioni terroristiche d’una Santa Vergine che trattiene a stento il braccio vendicatore di un Figlio divino antropomorficamente adirato contro l’umanità!
Tutto ciò esce dall’equilibrata prospettiva evangelica e patristica e non è né importante né essenziale.
La Theotokos è sempre stata conosciuta dal popolo di Dio attraverso le discrete testimonianze evangeliche. Per l’Ortodossia è prudente conoscerLa com’essa è sempre stata conosciuta dalla Tradizione del Cristianesimo indiviso senza pretendere di diventarLe più intimi di coloro che ne condividevano la vita.

Vita di Maria (XIX): Dormizione e Assunzione della Madonna

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Vita di Maria (XIX): Dormizione e Assunzione della Madonna

J.A. Loarte

Come ricordava il Papa, il Cielo ha un cuore: quello della Vergine Maria, che fu portata in corpo e anima accanto a suo Figlio, per sempre.
Gli ultimi anni di Maria sulla terra – quelli che intercorsero tra la Pentecoste e l’Assunzione –, sono rimasti avvolti in una nebbia tanto spessa che quasi non è possibile penetrarli con lo sguardo e ancor meno indovinarli. La Scrittura tace e la Tradizione ci tramanda solamente qualche eco lontano e incerto. La sua esistenza trascorse silenziosa e laboriosa: come una sorgente nascosta che dà fragranza ai fiori e freschezza ai frutti. Hortus conclusus, fons signatus (Ct 4, 12), la chiama la liturgia con parole della Sacra Scrittura: giardino chiuso, fontana sigillata. E anche: pozzo d’acque vive e ruscelli sgorganti dal Libano (ibid., 15). Come quando stava accanto a Gesù, non si faceva notare, ma vegliava sulla Chiesa dei primi tempi.
Senza alcun dubbio visse accanto a san Giovanni, poiché era stata affidata alle sue cure filiali. E san Giovanni, negli anni che seguirono la Pentecoste, dimorò abitualmente a Gerusalemme; là lo troviamo sempre accanto a san Pietro. All’epoca del viaggio di san Paolo, alla vigilia del Concilio di Gerusalemme, verso l’anno 50 (cfr. At 15, 1-34), il discepolo amato figura tra le colonne della Chiesa (Gal 2, 9). Se Maria dimorava ancora accanto a lui, doveva avere circa 70 anni, come affermano alcune tradizioni: l’età che la Sacra Scrittura stima come la maturità della vita umana (cfr. Sal 89, 10).
Però il posto di Maria era in Cielo, dove suo Figlio l’aspettava. E così un giorno, a noi ignoto, Gesù la portò con sé nella gloria celeste. Nel dichiarare il dogma dell’Assunzione di Maria, nel 1950, Papa Pio XII non volle chiarire se la Vergine morì e risuscitò subito dopo oppure se andò direttamente in Cielo senza passare per il momento della morte. Oggi, come nei primi secoli della Chiesa, la maggior parte dei teologi pensano che anche Lei sia morta, ma che –come Cristo– la sua morte non fu un tributo al peccato – era l’Immacolata! –, ma avvenne perché somigliasse completamente a Gesù. E così, dal VI secolo, si cominciò a celebrare in Oriente la festa della Dormizione della Madonna: e ciò per sottolineare che si era trattato di un passaggio più simile al sonno che alla morte. Lasciò questa terra – come affermano alcuni santi – in un impeto d’amore.
GLI APOSTOLI SI RIUNIRONO A GERUSALEMME PER FARLE COMPAGNIA NEGLI ULTIMI MOMENTI. E UN POMERIGGIO SERENO E LUMINOSO LE CHIUSERO GLI OCCHI E DEPOSERO IL SUO CORPO IN UN SEPOLCRO.
Gli scritti dei Padri e degli scrittori sacri, soprattutto a partire dal IV e V secolo, riferiscono alcuni dettagli sulla Dormizione e Assunzione di Maria, basati su alcuni racconti che rimontano al II secolo. Secondo queste tradizioni, quando Maria stava per abbandonare questo mondo, tutti gli Apostoli – eccetto Giacomo il Maggiore, che aveva già subito il martirio, e Tommaso, che si trovava in India – si riunirono a Gerusalemme per farle compagnia negli ultimi momenti. E un pomeriggio sereno e luminoso le chiusero gli occhi e deposero il suo corpo in un sepolcro. Pochi giorni dopo, dato che Tommaso, arrivato troppo tardi, insisteva a voler vedere il corpo, trovarono la tomba vuota, mentre si udivano canti celestiali.
Indipendentemente dagli elementi di verità contenuti in questi racconti, è assolutamente certo che la Vergine Maria, per uno speciale privilegio di Dio Onnipotente, non fu sottoposta alla corruzione: il suo corpo, glorificato dalla Santissima Trinità, fu unito all’anima e Maria fu assunta in cielo, dove regna viva e gloriosa, accanto a Gesù, per glorificare Dio e intercedere per noi. Questo è stato definito da Papa Pio XII come dogma di fede.
Malgrado il silenzio della Scrittura, un passo dell’Apocalisse lascia intravedere la fine gloriosa della Madonna. Nel cielo apparve un segno grandioso: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle (Ap 12, 1). Il Magistero vede in questa scena non soltanto una descrizione del trionfo finale della Chiesa, ma anche una affermazione della vittoria di Maria (tipo e figura della Chiesa) sulla morte. Sembra come se il discepolo, che si era preso cura della Madonna fino al suo transito in Cielo, avesse voluto lasciare memoria, in maniera delicata e riservata, di questo fatto storico e salvifico che il popolo cristiano, ispirato dallo Spirito Santo, ha riconosciuto e venerato fin dai primi secoli.
Da parte nostra, spinti dalla liturgia della Messa della vigilia di questa festa, acclamiamo la Madonna con queste parole: Gloriosa dicta sunt de te, Maria, quæ hodie exaltata es super choros angelorum, beata sei, Maria, perché oggi sei stata assunta sopra i cori degli angeli e trionfi con Cristo in eterno.

J.A. Loarte

Publié dans:feste di Maria, Maria Vergine |on 12 août, 2014 |Pas de commentaires »

05 AGOSTO : MADONNA DELLA NEVE

http://www.preghiereperlafamiglia.it/madonna-della-neve.htm

05 AGOSTO : MADONNA DELLA NEVE

Dedicazione della Basilica di Santa Maria Maggiore

Un nobile patrizio romano di nome Giovanni, assieme alla moglie, non avendo figli,
decise di dedicare una chiesa alla Vergine Maria.
Una leggenda devozionale narra che la Madonna apparve loro in sogno
nella notte tra lunedì 4 e martedì 5 agosto del 352 d.C.,
informandoli che un miracolo avrebbe indicato loro il luogo su cui costruire la chiesa.
Anche il papa Liberio fece lo stesso sogno e il giorno seguente,
recatosi sull’Esquilino, lo trovò coperto di neve.
Il papa stesso tracciò il perimetro dell’edificio e la chiesa fu costruita a spese dei due coniugi,
divenendo nota come chiesa di Santa Maria « Liberiana » o popolarmente « ad Nives ».

PREGHIERA A SANTA MARIA DELLA NEVE
O Dio, Padre di misericordia, che in Maria, madre di Cristo tuo Figlio, ci hai dato una madre sempre pronta a soccorrerci, concedi, ti preghiamo, che implorando assiduamente la sua materna protezione, meritiamo di godere per sempre il frutto dalla redenzione.
Tu, Maria, madre del redentore, continua a mostrarti madre per tutti i baranesi, veglia sul nostro cammino verso il cielo. Affidiamo a te la nostra vita, ti chiediamo di rinnovare in tutti il dono della fede in Dio Padre, in Gesù Cristo redentore e nello Spirito Santo amore.
O Maria madre di Gesù e madre nostra, siamo qui, dinanzi a te, presenza viva della chiesa come comunità unita nell’amore, perché la preoccupante situazione del mondo e la vita che il popolo cristiano conduce, ci spingono ad affidarci a te e ad implorare la tua intercessione presso Gesù tuo Figlio e nostro salvatore.
Noi ti preghiamo di guidare la nostra parrocchia e il nostro parroco. Guidaci e sostienici perché possiamo sempre vivere come autentici figli e figlie della chiesa di tuo Figlio, e possiamo contribuire a stabilire sulla terra la civiltà della verità, della pace e dell’amore secondo il desiderio di Dio, per la sua gloria. Benedici la nostra festa, perché attraverso di essa si possa sempre proclamare l’amore del tuo Figlio.
Santa Maria della neve prega per i tuoi figli.
Amen

PREGHIERA ALLA MADONNA DELLA NEVE
L. Ti salutiamo Madonna della Neve. Tu sei Nostra Madre e Regina – ti ringraziamo
per tutte le grazie ricevute da Te, che hanno sperimentato tantissimi uomini
provenienti da vicino e da lontano qui in Aufhausen. Da Te possiamo venire con tutte le
nostre esperienze – come un bambino dalla sua mamma.
T. Tu sempre gioisci con noi se abbiamo qualcosa di bello da raccontarti. Tu condividi
anche le nostre sofferenze se piangiamo. Aiutaci a vedere tutti gli avvenimenti più
profondamente e a rispondere nella luce della fede. Come allora durante le nozze di
Kana, anche oggi vai da Gesù con tutti i nostri problemi. Come hai chiesto ai servi di
fare tutto quello che Gesù gli chiederà, così aiutaci ad accettare nella fede la Volontà di
Dio, anche se non sempre la capiamo subito.
L. Confidando nel Tuo aiuto, Madre della Miserircodia, siamo anche oggi di nuovo nel
Tuo santuario. Vogliamo affidarti tutto quello che abbiamo nel cuore: le nostre
preoccupazioni per la salute del corpo, dell´anima e dello spirito, per le nostre
famiglie, le parrocchie, le nostre città, per la vita pubblica, per la giustizia e la pace in
tutto il mondo.
T. Insieme con Te vogliamo guardare al Padre nel Cielo e non dimenticare che la
nostra vita sulla terra non è tutto, ma soltanto una preparazione all´eternità. In questo
modo le nostre grandi difficoltà si fanno più leggere e le piccole cose quotidiane
ricevono valore e importanza. Aiutaci a non dimenticare mai che siamo creati e
chiamati per l´eternità, per lei dovremmo raccogliere tesori che hanno un valore
infinito.
L. La Nostra Signora della Neve Tu sei, dal primo momento della Tua esistenza la
Purissima, l`Immacolata. Grazie al Sangue di Cristo, che ha avuto inizio sotto il Tuo
cuore, sei stata e rimasta sempre libera dal peccato originale e personale. Puoi aiutare
anche noi a purificare la nostra coscienza attraverso „l´Amore versato sulla Croce“.
Nella nostra relazione con Dio, gli uomini e noi stessi vogliamo diventare pienamente
puri – così bianchi come la neve, come Te.
T. Maria, Tu sei la nostra Speranza, da Te portiamo tutte le nostre preoccupazioni.
Aiutaci a fare quello che è possibile e nello stesso tempo ad aver fiducia nell´aiuto di
Dio, se qualcosa diventerà troppo pesante per noi. Rendici grati anche per quegli aiuti
e avvenimenti che non capiamo, quando Dio vuole aiutarci in modo diverso da quello
che abbiamo chiesto. Perchè Dio sa sempre meglio, che cosa è veramente bene per noi.
Insieme con Te, Maria, vogliamo in ogni situazione di vita ringraziare e lodare Dio.
L. Sposa dello Spirito Santo, aiutaci a salvare e sviluppare la grazia del Battesimo e
della Cresima. Preparaci sempre e di nuovo a ricevere degnamente i Sacramenti dell
´Eucaristia e della Penitenza e Riconciliazione. Vogliamo vivere e pregare come Te
attraverso la Parola di Dio. Sii sempre vicino a noi, affinchè possiamo percepire l`opera
dello Spirito Santo e collaborare con Lui.
T. Amen.

O Maria, donna delle altezze più sublimi,
insegnaci a scalare la santa montagna che è Cristo.
Guidaci sulla strada di Dio,
segnata dalle orme dei Tuoi passi materni.
Insegnaci la strada dell’amore,
per essere capaci di amare sempre.
Insegnaci la strada della gioia,
per poter rendere felici gli altri.
Insegnaci la strada della pazienza,
per poter accogliere tutti con generosità.
Insegnaci la strada della bontà,
per servire i fratelli che sono nel bisogno.
Insegnaci la strada della semplicità,
per godere delle bellezze del creato.
Insegnaci la strada della mitezza,
per portare nel mondo la pace.
Insegnaci la strada della fedeltà,
per non stancarci mai nel fare il bene.
Insegnaci a guardare in alto,
per non perdere di vista il traguardo finale della nostra vita:
la comunione eterna con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.
Amen!

LA DEVOZIONE A MARIA E LA BASILICA DI SANTA MARIA MAGGIORE – 5 AGOSTO

http://www.zenit.org/it/articles/la-devozione-a-maria-e-la-basilica-di-santa-maria-maggiore

LA DEVOZIONE A MARIA E LA BASILICA DI SANTA MARIA MAGGIORE

RICORRE OGGI, 5 AGOSTO, LA RICORRENZA LITURGICA DELLA DEDICAZIONE DELLA CELEBRE BASILICA, CONOSCIUTA DAI ROMANI CON DIVERSI NOMI

Roma, 05 Agosto 2014 (Zenit.org) Osvaldo Rinaldi

Il 5 Agosto è la ricorrenza liturgica della dedicazione della Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma, un luogo pieno di fascino e di storia che attira la devozione di tanti fedeli.
Esso è il primo santuario mariano costruito in Occidente. Per volontà di papa Liberio questa chiesa fu edificata a partire da un antico tempio pagano, situato sul colle Esquilino. Un’antica leggenda narra che la Madonna sia apparsa la notte del 5 Agosto del 352 a papa Liberio e a un patrizio romano, invitandoli a costruire una chiesa dedicata a Maria nel luogo dove avrebbero trovato la neve nel mattino seguente. Quel segno fu confermato il mattino del 6 Agosto e per questa ragione fu edificata in quel luogo una chiesa che prese il nome di Santa Maria della neve.
Circa un secolo dopo, papa Sisto III decise di ricostruire la chiesa nelle dimensioni attuali, per onorare la Madonna, alla quale era stata attribuito, durante il Concilio di Efeso (431), il titolo di Madre di Dio. Il nome Maggiore è motivato dal fatto che il popolo cristiano è chiamato a rendere alla Vergine Maria una venerazione più grande rispetto a tutti gli altri santi. Maria è l’unica creatura che ha ricevuto il singolare privilegio di essere stata assunta in anima e corpo nel cielo. La Basilica viene chiamata anche Santa Maria del Presepe, perchè nel VI secolo furono portate in questo luogo delle tavole di legno che facevano parte della mangiatoia nella quale è stato adagiato il bambino Gesù a Betlemme.
Ogni singolo nome, attributo a questa Basilica di Roma, costituisce un’indicazione data ad ogni fedele per conoscere meglio la Madre di Dio e la Madre nostra. Il titolo di Santa Maria della neve ci invita a lasciarci rinfrescare sotto il manto di Maria per trovare quel refrigerio spirituale che rende più gioiosa la nostra vita. Durante questi giorni d’estate nei quali si registrano le più alte temperature esterne e nei quali si dedica il maggior tempo al riposo del corpo, vi è il serio rischio di rilassarsi troppo nella vita spirituale. La preghiera, la partecipazione alla Santa Messa, la testimonianza della propria fede, tendono ad essere tralasciate, incorrendo nel pericolo di cadere in una tiepidezza spirituale. In questo tempo tenere sempre vicino a noi Maria, significa continuare a vivere il ritmo della Chiesa senza perdere le proprie abitudini della vita spirituale, perchè la tentazione del peccato diventa ancora più forte proprio nei momenti di maggiore ozio del corpo e dell’anima.
Il secondo titolo di questa chiesa, Maria del Presepe, è un altro segno con il quale la Vergine vuole sorreggerci in questa stagione estiva. Gesù Cristo ha avuto come culla un luogo poco comodo e scarsamente accogliente. Le tavole di legno della mangiatoia sono un richiamo a non adagiarci alle comodità della vita, perchè esse conducono alla pigrizia spirituale. Molti ricercano luoghi di vacanza con le maggiori adagiatezza possibili, perchè attribuiscono ad esse l’origine del benessere personale.
Quella mangiatoia ci ricorda che la vera serenità è la pace del cuore, che nasce dal dedicare tanti piccoli spazi della giornata alla relazione con Dio, dallo stare insieme in famiglia e dal vivere con fede la storia che Dio ci ha dato. Quelle tavole di legno sono un richiamo alla semplicità di stile di vita, che si manifesta nel contemplare la bellezza della natura, nel ringranziare Dio per il dono della vita, nel lodare il Signore per averci dato la possibilità di svolgere il nostro servizio nella Chiesa.
Ed infine, il nome di Santa Maria Maggiore, racchiude tutti gli elementi della devozione mariana. La prima grandezza di Maria è quella di essere serva obbediente e discepola del suo Figlio Gesù Cristo. Proprio perchè rimane sempre vicina al suo Figlio, Maria rimane vicina ad ogni essere umano. Maria non fa distinzione di persone, una madre ama tutti i suoi figli, sia quelli fedeli che quelli disobbedienti. Per coloro che l’ascoltano maggiormente, Maria li invita a perseverare nella loro fede e li spinge ad amare coloro che sono assopiti dall’incredulità, affinchè possano affidarsi maggiormente alla Madre del cielo che vuole portare tutti i suoi figli da Gesù.
A coloro che non hanno la fede in Dio, Maria vuole donare una grazia particolare, rimanendo silenziosamente ai piedi della loro croce. Maria è la Madre silenziosa che condivide le sofferenze della malattia fisica, i dolori del peccato, le piaghe della nostra incredulità. Maria come Madre è la maggiore, è la più grande, perchè intercede sempre verso suo Figlio, per farci ottenere il perdono dei peccati, la guarigione dalla nostra incredulità, il sollievo del dolore dell’anima.
Tutta la Chiesa è chiamata a crescere nella fede in Gesù Cristo per mezzo della Beata Vergine. In questo giorno Maria desidera ardentemente che la invochiamo con cuore sincero, affinchè la possiamo sempre riconoscere, dietro ogni vicenda della nostra vita, come Madre, Maestra e Consigliera. Maria è la più grande, perchè supera i limiti del tempo e dello spazio: Ella ci segue, ci precede, ci accompagna durante tutto il pellegrinaggio della nostra vita.
Per questo motivo, se in qualche occasione non riusciamo a capire quello che sta accadendo, possiamo rivolgerci a Maria per trovare un approdo sicuro dove ripararci dalle tempeste della vita, per ricorrere a quell’abbraccio materno che dono sicurezza e consolazione, e per gustare quel sorriso della Madre che dona senso e speranza al nostro agire.

Publié dans:feste di Maria, Maria Vergine |on 5 août, 2014 |Pas de commentaires »

UFFICIATURA DELLA PARAKLISIS (alla Madre di Dio)

http://www.abbaziadipulsano.org/home/primo-piano/108

UFFICIATURA DELLA PARAKLISIS

« L’abisso della tua sviscerata bontà concedi a me che ti invoco, tu che hai generato il Misericordioso, il Salvatore di tutti quelli che ti inneggiano.. »

dai tropari della paraklisis

Paràklisis è una parola greca che significa conforto, supplica, intercessione, consolazione e venerazione. L’Ufficiatura della paraklisis è una preghiera impetratoria alla Madre di Dio assai diffusa nella Chiesa Bizantina, in preparazione alla grande festa della Dormizione della Madre di Dio. . Il canone originario della Paraklisis è di 9 odi composte di 3 o 4 strofe. Il primo tropario di ogni ode si chiama irmos e serve da prototipo e modello alle successive strofe, le quali lo seguono nel numero delle sillabe, negli accenti ritmici e nella melodia. Al canone originario di 9 odi sono stati aggiunti nel tempo i salmi 142 e 50, la pericope evangelica della visitazione (1,31-47.56), altri inni come i megalinaria, i kathismata e i kondakia ed alcune preghiere litaniche (penitenziali), seguendo lo schema che ricalca quello del mattutino. L’ufficiatura del « Piccolo canone paracletico”che si celebra in Abbazia (chiamato così per distinguerlo da quello del « Grande canone paracletico” sempre dedicato alla Madre di Dio) è attribuita al monaco innografo Theostericto (prima metà del IX secolo) del monastero di Medicius in Bitinia, indicato da alcuni testi liturgici col nome di Teofane.
Questa traduzione italiana dal testo originale greco è frutto della Chiesa Bizantina di Piana degli Albanesi in Sicilia, efficace testimonianza di unità tra la Chiesa orientale e la Chiesa occidentale: unica Chiesa, unico Cristo Dio-uomo, nato dalla Vergine Maria, l’Emmanuele, Dio che rimane sempre con noi. La Chiesa ci offre questa preghiera come un tesoro da cantare nei tempi liturgici e nei momenti di difficoltà personali: essa serve a riaccendere nei nostri cuori quel santo fervore che ci conduce ad una forte esperienza del soprannaturale e a segnare un ritorno più consapevole alla venerazione delle sante icone della Madre di Dio. Il cercare « nella fede di Maria il sostegno per la propria fede » (Redemptoris Mater, n°27) ci sprona ad attingere alle fonti della Grazia, Cristo Risorto, le energie per affrontare le difficoltà della vita e per testimoniare con coraggio – ognuno nel proprio ambito sociale – la fede cristiana.

Publié dans:Maria Vergine, preghiera (sulla) |on 1 août, 2014 |Pas de commentaires »

MARIA DÀ AL MONDO CRISTO NOSTRA PACE – 1 GENNAIO 2014

http://www.parrocchiaimmacolatamodugno.it/wp/?p=2783

MARIA DÀ AL MONDO CRISTO NOSTRA PACE – 1 GENNAIO 2014

Nell’ottava del Natale si celebra la festa di «Maria madre di Dio». In verità, le letture bibliche mettono l’accento sul «figlio di Maria» e sul «Nome del Signore», anziché su Maria.
Infatti l’antica «benedizione sacerdotale» è scandita dal nome del Signore, ripetuto all’inizio di ogni versetto (prima lettura); il testo di san Paolo sottolinea l’opera di liberazione e di salvezza compiuta da Cristo, nella quale è incastonata la figura di Maria, grazie alla quale il Figlio di Dio ha potuto venire nel mondo come vero uomo (seconda lettura); il vangelo termina con l’imposizione del nome di Gesù, mentre Maria partecipa in silenzio al mistero di questo suo figlio nato da Dio.
Questa attenzione prevalente al «Figlio» non riduce il ruolo della Madre: Maria è totalmente Madre perché è stata in totale relazione a Cristo, perciò onorando lei è più glorificato il Figlio. Il titolo di «Madre di Dio» sottolinea la missione di Maria nella storia della salvezza: missione che sta alla base del culto e della devozione del popolo cristiano; Maria infatti non ha ricevuto il dono di Dio per sé sola, ma per portarlo nel mondo: «nella verginità feconda di Maria (tu, o Dio) hai donato agli uomini i beni della salvezza eterna» (colletta).

Madre di Dio – Madre dell’uomo
Il significato etimologico del nome Gesù, «Dio salva», ci introduce in pieno nel mistero di Cristo: dall’incarnazione alla nascita, dalla circoncisione al compimento pasquale della morte-risurrezione, Gesù è in tutto il suo essere la perfetta benedizione di Dio, è dono di salvezza e di pace per tutti gli uomini; nel suo nome siamo salvati (cf At 2,21; Rm 10,13). Ora questa offerta di salvezza viene da Maria ed essa la partecipa al popolo di Dio come un tempo ai pastori. Maria che ha dato la vita al Figlio di Dio, continua a partecipare agli uomini la vita divina. Per questo viene considerata madre di ogni uomo che nasce alla vita di Dio, e insieme proclamata e invocata come «Madre della Chiesa» (cf LG 53.60-65; Paolo VI, 21.11-1964; orazione dopo la comunione).
Con gli Orientali, anche noi onoriamo «Mania sempre Vergine, solennemente proclamata santissima Madre di Dio dal Concilio di Efeso, perché Cristo… fosse riconosciuto, in senso vero e proprio, Figlio di Dio e Figlio dell’Uomo» (UR 15).

«Opere e giorni nella Sua Pace»
nel nome di Maria, madre di Dio e madre degli uomini, che dal 1967 si celebra in tutto il mondo la «giornata delta pace». La pace, in senso biblico, è il dono messianico per eccellenza, è la salvezza portata da Gesù, è la nostra riconciliazione e pacificazione con Dio. La pace è anche un valore umano da realizzare sul piano sociale e politico, ma affonda le sue radici nel mistero di Cristo (cf GS, cap. V).
La fede in Cristo, «autore della salvezza e principio di unità e di pace» (LG 9), appare evidente nella parte che il cristiano prende agli sforzi della umanità per la pace del mondo. La pace di Cristo non è diversa dalla pace dell’uomo: c’è semplicemente «la pace», e vale la pena spendere la vita per la sua continua ricerca. Il Magistero della Chiesa non ha cessato di attirare l‘attenzione sulla pressante necessità di fare della pace una dimensione effettiva della umana convivenza. Esso continua a rinnovare l’annuncio di quella pace che è poggiata sulla verità, la giustizia, l’amore e la libertà, «i quattro pilastri della casa della pace» aperta a tutti (Giovanni XXIII, 11-4-1963).
Aprite i vostri occhi a visioni di pace!
«E allora il Nostro messaggio raggiunge il suo vertice: mai più gli uni contro gli altri! Se volete essere fratelli, lasciate cadere le armi dalle vostre mani. Non si può amare con armi offensive in pugno» (Paolo VI, Discorso all’ONU, 4-10-1965).
«Di fronte at difficile compito della pace, non bastano le parole… E’ necessario che penetri il vero spirito di pace… Genitori ed educatori, aiutate i fanciulli e i giovani a fare l’esperienza della pace nelle mille azioni quotidiane… Giovani, siate dei costruttori di pace! … Uomini impegnati nella vita professionale e sociale, spesso difficile per voi realizzare la pace. Non c’è pace senza giustizia e senza libertà, senza un coraggioso impegno per promuovere l’una e l’altra… Uomini politici, aprite nuove porte alla pace! Fate tutto ciò che è in vostro potere per far prevalere la voce del dialogo su quella della forza… Fate gesti di pace, anche audaci… poi tessete pazientemente la trama politica, economica e culturale della pace… Il lavoro per la pace, ispirato dalla carità che non tramonta, produrrà i suoi frutti. La pace sarà l’ultima parola della Storia» (Giovanni Paolo II, 21-12-1978).

… per continuare a riflettere …
Il Verbo ha assunto da Maria la natura umana
Dalle «Lettere» di sant’Atanasio, vescovo (Ad Epitetto 5-9; PG 26,1058. 1062-1066)
Il Verbo di Dio, come dice l’Apostolo, «della stirpe di Abramo si prende cura. Perciò doveva rendersi in tutto simile ai fratelli» (Eb 2, 16. 17) e prendere un corpo simile al nostro. Per questo Maria ebbe la sua esistenza nel mondo, perché da lei Cristo prendesse questo corpo e lo offrisse, in quanto suo, per noi.
Perciò la Scrittura quando parla della nascita del Cristo dice: «Lo avvolse in fasce» (Lc 2, 7). Per questo fu detto beato il seno da cui prese il latte. Quando la madre diede alla luce il Salvatore, egli fu offerto in sacrificio.
Gabriele aveva dato l’annunzio a Maria con cautela e delicatezza. Però non le disse semplicemente colui che nascerà in te, perché non si pensasse a un corpo estraneo a lei, ma; da te (cfr. Lc 1, 35), perché si sapesse che colui che ella dava al mondo aveva origine proprio da lei.
Il Verbo, assunto in sé ciò che era nostro, lo offrì in sacrificio e lo distrusse con la morte. Poi rivestì noi della sua condizione, secondo quanto dice l’Apostolo: Bisogna che questo corpo corruttibile si vesta di incorruttibilità e che questo corpo mortale si vesta di immortalità (cfr. 1 Cor 15, 53).
Tuttavia ciò non è certo un mito, come alcuni vanno dicendo. Lungi da noi un tale pensiero. Il nostro Salvatore fu veramente uomo e da ciò venne la salvezza di tutta l’umanità. In nessuna maniera la nostra salvezza si può dire fittizia. Egli salvò tutto l’uomo, corpo e anima. La salvezza si è realizzata nello stesso Verbo.
Veramente umana era la natura che nacque da Maria, secondo le Scritture, e reale, cioè umano, era il corpo del Signore; vero, perché del tutto
identico al nostro; infatti Maria è nostra è sorella poiché tutti abbiamo origine in Adamo.
Ciò che leggiamo in Giovanni «il Verbo si fece carne» (Gv 1, 14), ha dunque questo significato, poiché si interpreta come altre parole simili.
Sta scritto infatti in Paolo: Cristo per noi divenne lui stesso maledizione (cfr. Gal 3, 13). L’uomo in questa intima unione del Verbo ricevette una ricchezza enorme: dalla condizione di mortalità divenne immortale; mentre era legato alla vita fisica, divenne partecipe dello Spirito; anche se fatto di terra, è entrato nel regno del cielo.
Benché il Verbo abbia preso un corpo mortale da Maria, la Trinità è rimasta in se stessa qual era, senza sorta di aggiunte o sottrazioni. E’ rimasta.
assoluta perfezione: Trinità e unica divinità. E così nella Chiesa si proclama un solo Dio nel Padre e nel Verbo.

Publié dans:Maria Vergine |on 28 juillet, 2014 |Pas de commentaires »

MARIA: LA FEDE TRA LUCE E OSCURITÀ

http://consacratimonfortani.over-blog.it/article-maria-la-fede-tra-luce-e-oscurita-117060912.html

MARIA: LA FEDE TRA LUCE E OSCURITÀ

Pubblicato da consacrati monfortani -

Con Montfort preghiamo: «O Sapienza, vieni dunque, per la fede di Maria. Tu non hai potuto resisterle, lei ti ha donato la vita, lei ti ha fatto incarnare. Io credo senza esitare: nulla è impossibile, verrà in me la Sapienza, Dio l’ha detto, lui è infallibile, chi con fede prega otterrà, chi con fede bussa entrerà, chi cerca con fede, troverà» (C 124, 8-9).
A Gesù non si arriva davvero che per la via della fede! «Più si ha fede e più si ha la Sapienza», dice Montfort (AES 187). E aggiunge: «Più si ha la Sapienza e più si ha fede» (AES 187). È l’esperienza e la via seguita da Maria in tutta la sua vita terrena ed è la nostra via. Se Maria ci rende partecipi della sua fede è perché la Sapienza venga in noi e noi affidandoci sempre più alla Sapienza, ci lasciamo trasformare in Lei. Maria desidera solo questo e ci sostiene quando nel pellegrinaggio della fede si intrecciano luce e ombre! Lo sa che si intrecciano, perché così è successo a lei, anche se noi molte volte siamo tentati di pensare che tutto fosse chiaro, che tutto fosse evidente, tutto facile nella sua vita.
Il Padre di Montfort, parlando della fede di Maria, insiste soprattutto sulla sua purezza e sulla sua essenziale e spesso dolorosa oscurità. In un Cantico descrive la fede di Maria con queste bellissime parole: «La sua fede luminosa / nel suo meraviglioso buio / sorpassa gli astri del cielo» (C 155, 6).
La fede di Maria è nello stesso tempo luce e oscurità. Si può anche intendere: la fede di Maria è luce soltanto nell’oscurità, la fede oscura di Maria è luce, è una fede luminosa che promana dalla tenebra divina. Proviamo a immedesimarci nel momento in cui l’angelo dopo l’annuncio se ne partì da lei e Maria rimase lì, sola. In quel momento la sua fede tocca il culmine: è fede pura. E nella meravigliosa oscurità di qualcosa che la supera, la sua fede è luce che sa vedere l’Infinito e il Mistero dietro il silenzio apparente delle cose, rinunciando a ciò che è sensibile o straordinario. L’Evento ancora non lo sente dentro di sé ma già intuisce che è accaduto e sarebbe cresciuto in lei. Nel suo corpo di giovane ragazza, Dio c’era; e nella piccola e oscura casa del suo cuore la luce di Dio c’era.
Carlo Carretto, nel suo scritto Beata te che hai creduto, fa dire a Maria: «Che cosa strana per non dire meravigliosa: appena ho detto con tutte le viscere la parola “credo” ho visto la notte farsi chiara».
Ecco la Fede: vedere la notte farsi chiara! Montfort ricorda che vivere di fede pura, come Maria, vuol dire sprofondare nella tenebra e affondare come nel nulla. In realtà è sprofondare in Dio che è nulla per noi, perché Egli è nulla di quello che possiamo conoscere; è tenebra perché è sempre oltre la nostra possibilità di abbracciarlo e così impariamo a lasciarci abbracciare! La fede è il faccia a faccia, nelle tenebre; fissare Dio malgrado l’oscurità, come dice Teresa di Lisieux nella parabola dell’uccellino: «Con un abbandono audace, vuole restare a fissare il suo Sole divino: [...] e se nubi oscure vengono a nascondere l’Astro dell’amore, l’uccellino non cambia posto, sa che di là delle nubi il suo Sole brilla sempre, che il suo splendore non potrebbe eclissarsi neanche un momento. Talvolta, è vero, il cuore dell’uccellino è assalito dalla tempesta: gli sembra di non credere che esista altro se non le nubi che lo avvolgono. È quello il momento della gioia perfetta per il povero debole esserino. Che felicità per lui restare lì ugualmente, fissare la luce invisibile che si nasconde alla sua fede!».
Uniti a Montfort, diciamo anche noi a Maria: «Non ti chiedo visioni o rivelazioni, né gusti o delizie anche soltanto spirituali… Quaggiù io non voglio per mia porzione se non quello che tu hai avuto, cioè: credere con fede pura senza nulla gustare o vedere» (SM 69).

Publié dans:Maria Vergine |on 21 juillet, 2014 |Pas de commentaires »

26 LUGLIO: BEATA VERGINE MARIA DEL MONTE CARMELO

http://www.santiebeati.it/dettaglio/28300

BEATA VERGINE MARIA DEL MONTE CARMELO

16 luglio – Memoria Facoltativa

Il primo profeta d’Israele, Elia (IX sec. a.C.), dimorando sul Monte Carmelo, ebbe la visione della venuta della Vergine, che si alzava come una piccola nube dalla terra verso il monte, portando la pioggia e salvando Israele dalla siccità. In quella immagine tutti i mistici cristiani e gli esegeti hanno sempre visto la Vergine Maria, che portando in sé il Verbo divino, ha dato la vita e la fecondità al mondo. Un gruppo di eremiti, «Fratelli della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo», costituitrono una cappella dedicata alla Vergine sul Monte Carmelo. I monaci carmelitani fondarono, inoltre, dei monasteri in Occidente. Il 16 luglio del 1251 la Vergine, circondata da angeli e con il Bambino in braccio, apparve al primo Padre generale dell’Ordine, beato Simone Stock, al quale diede lo «scapolare» col «privilegio sabatino», ossia la promessa della salvezza dall’inferno, per coloro che lo indossano e la liberazione dalle pene del Purgatorio il sabato seguente alla loro morte. (Avvenire)

Etimologia: Maria = amata da Dio, dall’egiziano; signora, dall’ebraico

Martirologio Romano: Beata Maria Vergine del Monte Carmelo, dove un tempo il profeta Elia aveva ricondotto il popolo di Israele al culto del Dio vivente e si ritirarono poi degli eremiti in cerca di solitudine, istituendo un Ordine di vita contemplativa sotto il patrocinio della santa Madre di Dio.
Il 16 luglio ricorre una festa mariana molto importante nella Tradizione della Chiesa: la Madonna del Carmelo, una delle devozioni più antiche e più amate dalla cristianità, legata alla storia e ai valori spirituali dell’Ordine dei frati della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo (Carmelitani). La festa liturgica fu istituita per commemorare l’apparizione del 16 luglio 1251 a san Simone Stock, all’epoca priore generale dell’ordine carmelitano, durante la quale la Madonna gli consegnò uno scapolare (dal latino scapula, spalla) in tessuto, rivelandogli notevoli privilegi connessi al suo culto.
Nel Primo Libro dei Re dell’Antico Testamento si racconta che il profeta Elia, che raccolse una comunità di uomini proprio sul monte Carmelo (in aramaico «giardino»), operò in difesa della purezza della fede in Dio, vincendo una sfida contro i sacerdoti del dio Baal. Qui, in seguito, si stabilirono delle comunità monastiche cristiane. I crociati, nell’XI secolo, trovarono in questo luogo dei religiosi, probabilmente di rito maronita, che si definivano eredi dei discepoli del profeta Elia e seguivano la regola di san Basilio. Nel 1154 circa si ritirò sul monte il nobile francese Bertoldo, giunto in Palestina con il cugino Aimerio di Limoges, patriarca di Antiochia, e venne deciso di riunire gli eremiti a vita cenobitica. I religiosi edificarono una chiesetta in mezzo alle loro celle, dedicandola alla Vergine e presero il nome di Fratelli di Santa Maria del Monte Carmelo. Il Carmelo acquisì, in tal modo, i suoi due elementi caratterizzanti: il riferimento ad Elia ed il legame a Maria Santissima.
Il Monte Carmelo, dove la Tradizione afferma che qui la sacra Famiglia sostò tornando dall’Egitto, è una catena montuosa, che si trova nell’Alta Galilea, una regione dello Stato di Israele e che si sviluppa in direzione nordovest-sudest da Haifa a Jenin. Fra il 1207 e il 1209, il patriarca latino di Gerusalemme (che allora aveva sede a San Giovanni d’Acri), Alberto di Vercelli, redasse per gli eremiti del Monte Carmelo i primi statuti (la cosiddetta regola primitiva o formula vitae). I Carmelitani non hanno mai riconosciuto a nessuno il titolo di fondatore, rimanendo fedeli al modello che vedeva nel profeta Elia uno dei padri della vita monastica.
La regola, che prescriveva veglie notturne, digiuno, astinenza rigorosi, la pratica della povertà e del silenzio, venne approvata il 30 gennaio 1226 da papa Onorio III con la bolla Ut vivendi normam. A causa delle incursioni dei saraceni, intorno al 1235, i frati dovettero abbandonare l’Oriente per stabilirsi in Europa e il loro primo convento trovò dimora a Messina, in località Ritiro. Le notizie sulla vita di san Simone Stock (Aylesford, 1165 circa – Bordeaux, 16 maggio 1265) sono scarse. Dopo un pellegrinaggio in Terra Santa, maturò la decisione di entrare fra i Carmelitani e, completati gli studi a Roma, venne ordinato sacerdote. Intorno al 1247, quando aveva già 82 anni, venne scelto come sesto priore generale dell’Ordine. Si adoperò per riformare la regola dei Carmelitani, facendone un ordine mendicante: papa Innocenzo IV, nel 1251, approvò la nuova regola e garantì all’Ordine anche la particolare protezione da parte della Santa Sede.
Proprio a san Simone Stock, che propagò la devozione della Madonna del Carmelo e compose per Lei un bellissimo inno, il Flos Carmeli, la Madonna assicurò che a quanti si fossero spenti indossando lo scapolare sarebbero stati liberati dalle pene del Purgatorio, affermando: «Questo è il privilegio per te e per i tuoi: chiunque morirà rivestendolo, sarà salvo». La consacrazione alla Madonna, mediante lo scapolare, si traduce anzitutto nello sforzo di imitarla, almeno negli intenti, a fare ogni cosa come Lei l’avrebbe compiuta.

Autore: Cristina Siccardi

La devozione spontanea alla Vergine Maria, sempre diffusa nella cristianità sin dai primi tempi apostolici, è stata man mano nei secoli, diciamo ufficializzata sotto tantissimi titoli, legati alle sue virtù (vedasi le Litanie Lauretane), ai luoghi dove sono sorti Santuari e chiese che ormai sono innumerevoli, alle apparizioni della stessa Vergine in vari luoghi lungo i secoli, al culto instaurato e diffuso da Ordini Religiosi e Confraternite, fino ad arrivare ai dogmi promulgati dalla Chiesa.
Maria racchiude in sé tante di quelle virtù e titoli, nei secoli approfonditi nelle Chiese di Oriente ed Occidente con Concili famosi e studi specifici, tanto da far sorgere una terminologia ed una scienza “Mariologica”, e che oltre i grandi cantori di Maria nell’ambito della Chiesa, ha ispirato elevata poesia anche nei laici, cito per tutti il sommo Dante che nella sua “preghiera di s. Bernardo alla Vergine” nel XXXIII canto del Paradiso della ‘Divina Commedia’, esprime poeticamente i più alti concetti dell’esistenza di Maria, concepita da Dio nel disegno della salvezza dell’umanità, sin dall’inizio del mondo.
“Vergine madre, figlia del tuo figlio, umile e alta più che creatura,
termine fisso d’eterno consiglio, tu se’ colei che l’umana natura
nobilitasti sì, che ‘l suo fattore non disdegnò di farsi sua fattura……”
Ma il culto mariano affonda le sue radici, unico caso dell’umanità, nei secoli precedenti la sua stessa nascita; perché il primo profeta d’Israele, Elia (IX sec. a.C.) dimorando sul Monte Carmelo, ebbe la visione della venuta della Vergine, che si alzava come una piccola nube dalla terra verso il monte, portando una provvidenziale pioggia, salvando così Israele da una devastante siccità.
In quella nube piccola “come una mano d’uomo” tutti i mistici cristiani e gli esegeti, hanno sempre visto una profetica immagine della Vergine Maria, che portando in sé il Verbo divino, ha dato la vita e la fecondità al mondo.
La Tradizione racconta che già prima del Cristianesimo, sul Monte Carmelo (Karmel = giardino-paradiso di Dio) si ritiravano degli eremiti, vicino alla fontana del profeta Elia, poi gli eremiti proseguirono ad abitarvi anche dopo l’avvento del cristianesimo e verso il 93 un gruppo di essi che si chiamarono poi ”Fratelli della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo”, costruirono una cappella dedicata alla Vergine, sempre vicino alla fontana di Elia.
Si iniziò così un culto verso Maria, il più bel fiore di quel giardino di Dio, che divenne la ‘Stella Polare, la Stella Maris’ del popolo cristiano. E sul Carmelo che è una catena montuosa che si estende dal golfo di Haifa sul Mediterraneo, fino alla pianura di Esdrelon, richiamato più volte nella Sacra Scrittura per la sua vegetazione, bellezza e fecondità, continuarono a vivere gli eremiti, finché nella seconda metà del sec. XII, giunsero alcuni pellegrini occidentali, probabilmente al seguito delle ultime crociate del secolo; proseguendo il secolare culto mariano esistente, si unirono in un Ordine religioso fondato in onore della Vergine, alla quale i suddetti religiosi si professavano particolarmente legati.
L’Ordine non ebbe quindi un fondatore vero e proprio, anche se considera il profeta Elia come suo patriarca e modello; il patriarca di Gerusalemme s. Alberto Avogadro (1206-1214), originario dell’Italia, dettò una ‘Regola di vita’, approvata nel 1226 da papa Onorio III.
Costretti a lasciare la Palestina a causa dell’invasione saracena, i monaci Carmelitani, come ormai si chiamavano, fuggirono in Occidente, dove fondarono diversi monasteri: Messina e Marsiglia nel 1238; Kent in Inghilterra nel 1242; Pisa nel 1249; Parigi nel 1254, diffondendo il culto di Colei che: “le è stata data la gloria del Libano, lo splendore del Carmelo e di Saron” (Is 35,2).
Il 16 luglio del 1251 la Vergine circondata da angeli e con il Bambino in braccio, apparve al primo Padre Generale dell’Ordine, beato Simone Stock, al quale diede lo ‘scapolare’ col ‘privilegio sabatino’, che consiste nella promessa della salvezza dall’inferno, per coloro che lo indossano e la sollecita liberazione dalle pene del Purgatorio il sabato seguente alla loro morte.
Lo ‘scapolare’ detto anche ‘abitino’ non rappresenta una semplice devozione, ma una forma simbolica di ‘rivestimento’ che richiama la veste dei carmelitani e anche un affidamento alla Vergine, per vivere sotto la sua protezione ed è infine un’alleanza e una comunione tra Maria ed i fedeli.
Papa Pio XII affermò che “chi lo indossa viene associato in modo più o meno stretto, all’Ordine Carmelitano”, aggiungendo “quante anime buone hanno dovuto, anche in circostanze umanamente disperate, la loro suprema conversione e la loro salvezza eterna allo Scapolare che indossavano! Quanti, inoltre, nei pericoli del corpo e dell’anima, hanno sentito, grazie ad esso, la protezione materna di Maria! La devozione allo Scapolare ha fatto riversare su tutto il mondo, fiumi di grazie spirituali e temporali”.
Altri papi ne hanno approvato e raccomandato il culto, lo stesso beato Giovanni XXIII lo indossava, esso consiste di due pezzi di stoffa di saio uniti da una cordicella, che si appoggia sulle scapole e sui due pezzi vi è l’immagine della Madonna.
Nel secolo d’oro delle fondazioni dei principali Ordini religiosi cioè il XIII, il culto per la Vergine Maria ebbe dei validissimi devoti propagatori: i Francescani (1209), i Domenicani (1216), i Carmelitani (1226), gli Agostiniani (1256), i Mercedari (1218) ed i Servi di Maria (1233), a cui nei secoli successivi si aggiunsero altri Ordini e Congregazioni, costituendo una lode perenne alla comune Madre e Regina.
L’Ordine Carmelitano partito dal Monte Carmelo in Palestina, dove è attualmente ubicato il grande monastero carmelitano “Stella Maris”, si propagò in tutta l’Europa, conoscendo nel sec. XVI l’opera riformatrice dei due grandi mistici spagnoli Giovanni della Croce e Teresa d’Avila, per cui oggi i Carmelitani si distinguono in due Famiglie: “scalzi” o “teresiani” (frutto della riforma dei due santi) e quelli senza aggettivi o “dell’antica osservanza”.
Nell’Ordine Carmelitano sono fiorite figure eccezionali di santità, misticismo, spiritualità claustrale e di martirio; ne ricordiamo alcuni: S. Teresa d’Avila (1582) Dottore della Chiesa; S. Giovanni della Croce (1591) Dottore della Chiesa; Santa Maria Maddalena dei Pazzi (1607); S. Teresa del Bambino Gesù (1897), Dottore della Chiesa; beato Simone Stock (1265); S. Angelo martire in Sicilia (1225); Beata Elisabetta della Trinità Catez (1906); S. Raffaele Kalinowski (1907); Beato Tito Brandsma (1942); S. Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein, 1942); suor Lucia, la veggente di Fatima, ecc.
Alla Madonna del Carmine, come è anche chiamata, sono dedicate chiese e santuari un po’ dappertutto, essa per la promessa fatta con lo scapolare, è onorata anche come “Madonna del Suffragio” e a volte è raffigurata che trae, dalle fiamme dell’espiazione del Purgatorio le anime purificate.
Particolarmente a Napoli è venerata come S. Maria La Bruna, perché la sua icona, veneratissima specie dagli uomini nel Santuario del Carmine Maggiore, tanto legato alle vicende seicentesche di Masaniello, cresciuto alla sua ombra, è di colore scuro e forse è la più antica immagine conosciuta come ‘Madonna del Carmine’.
Durante tutti i secoli trascorsi nella sua devozione, Ella è stata sempre rappresentata con Gesù Bambino in braccio o in grembo che porge lo ‘scapolare’ (tutto porta a Gesù), e con la stella sul manto (consueta nelle icone orientali per affermare la sua verginità).
La sua ricorrenza liturgica è il 16 luglio, giorno in cui nel 1251, apparve al beato Simone Stock, porgendogli l’ “abitino”.

Autore: Antonio Borrelli

Publié dans:feste di Maria, Maria Vergine |on 15 juillet, 2014 |Pas de commentaires »

MARIA CHIESA NASCENTE DI JOSEPH RATZINGER

http://www.fractio.it/pagine.htm

MARIA CHIESA NASCENTE

DI JOSEPH RATZINGER

DEVOZIONE MARIANA

La devozione mariana nella liturgia della chiesa si colloca nell’Avvento ed in genere nell’ambito delle feste che riguardano il ciclo natalizio: la Candelora e l’Annunciazione. Quindi la devozione mariana è avventuale, essa è colma della gioia di un’attesa a breve scadenza ed è collegata al motivo dell’incarnazione donata.

Ulrich Wickert dice che Luca descrive bene come Maria che è due volte avventuale :
1) All’inizio del vangelo quando aspetta la nascita del Figlio
2) All’inizio degli Atti degli Apostoli quando aspetta la nascita della chiesa.
3)
Di sicuro, la devozione mariana, è prima di tutto “ incarnatoria” cioè rivolta al Signore che è venuto e con essa impariamo a restare con Maria presso di Lui. Dobbiamo ricordare inoltre che anche Maria ha vissuto l’esperienza dell’essere rifiutati ( Gv 2,4), Ella è <<data via >> ai piedi della croce ( Gv 19,26) e si fa compartecipe di quel rifiuto che Gesù nell’orto degli ulivi ( Mc 14,34) e sulla croce ( Mt 15,34). Così la devozione mariana è anche devozione della passione, infatti, Simeone profeticamente le disse << una spada ti trafiggerà il cuore>>. Con la profezia del vegliardo Simeone, Luca, fin dall’inizio unisce incarnazione e passione con i misteri gaudiosi e dolorosi.
Nella lettera enciclica “ Redemptoris Mater” Nel 1987 Giovanni Paolo II approfondisce la figura della Vergine e ne sottolinea la sua importanza nell’economia della Bibbia. Con questo libro “Maria chiesa nascente” il cardinale Ratzinger fa una serie di considerazioni per facilitare la lettura del documento papale e ne focalizza i contenuti principali.

4 sono i punti focali delle Redemptoris Mater

1) Maria, la credente
2) il segno della donna
3) la mediazione di Maria
4) Sensodell’anno mariano

1) Maria, la credente
L’atteggiamento centrale che caratterizza la figura della Vergine nell’Enciclica è la fede di Maria. “ Beata colei che ha creduto” ( dice Elisabetta, Le 1,45) : diventa la parola chiave della mariologia. La Vergine è inserita tra i grandi credenti della storia, il Papa vede Maria unita alla figura di Abramo: come la fede di Abramo divenne l’inizio dell’antica alleanza, così la fede di Maria inaugura con l’annunciazione, la nuova alleanza. Come Abramo per fede confida in Dio, obbedisce a Lui anche lungo un cammino oscuro, così la Madonna si arrende, si affida a Dio…………si conforma a Lui. Dicendo “ si” alla nascita del Figlio di Dio per opera dello Spirito Santo, ella mette a disposizione il suo grembo e tutta se stessa come luogo della presenza di Dio.
Il carattere di croce della fede che Abramo sperimentò in maniera radicale, si manifesta poi per Maria nell’incontro con Simeone e poi nella perdita e nel ritrovamento di Gesù dodicenne ( Lc, 2, 48 – 50 ). Inoltre la meditazione sulla fede di Maria trova il culmine nell’interpretazione di Maria sotto la croce. Ella crede e medita nel cuore le parole udite << Il Signore gli darà il trono di Davide…………e il suo regno non avrà fine>>sembra smentita; la fede sembra essere nell’oscurità totale, ma proprio così essa è partecipazione allo spogliamento di Gesù ( Fil 2,5 -8): la fede insomma è comunione con la croce ed essa diventa pieno solo sulla croce.

2) Il segno della donna.
Il secondo filone dell’Apocalisse presenta Maria come guida della storia, come segno dei tempi. Nel 12° capitolo dell’Apocalisse si parla del segno della storia che viene dato ad un determinato momento della storia per determinare le vicende parallele del cielo e della terra: “Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu la insidierai al calcagno”( Gen 3,15).
In questa sentenza contro il serpente i Padri videro una promessa del Redentore… nell’istante della caduta comincia anche la promessa, ha inizio quindi il tema cristologico e quello mariologico inseparabilmente intrecciati.
La prima promessa di Cristo (che per il momento è ancora oscura) è una promessa fatta alla donna e per mezzo della donna. La storia futura presenta quindi tra attori:

1) La donna 2) la discendenza 3) il serpente.
La discendenza annuncia la liberazione e la benedizione: la donna schiaccia il corpo del serpente, ma la maledizione è ancora potente perché “ il serpente insidia il calcagno”.
Questi tre attori ritornano nell’Apocalisse e qui il dramma della storia è nella fase decisiva.
Già a Nazaret l’Angelo aveva detto “ti saluto, o piena di grazia” ora nell’Apocalisse la donna è già definitivamente benedetta. Maria ha generato infatti il Figlio di Dio ed è realmente “piena di grazia” e quindi diventa il segno per la storia, Ella è la guida della speranza e così la benedizione è più forte della maledizione.

3) LA MEDIAZIONE DI MARIA
E’ questo un altro punto sviluppato nell’Enciclica, già nel Concilio Vat. 2° Maria è appellata con il titolo “ Mediatrice” e “ Lumen gentium”. Il Santo Padre sottolinea prima di tutto l’unica mediazione di Gesù Cristo, tale unicità non è esclusiva , ma rende possibile altre forme di partecipazione, ad esempio la mediazione di Maria che assume la forma di intercessione. Una prima idea di mediazione, il Papa ce la fornisce riportando il miracolo di Cana in cui l’intervento mediatore di Maria fa sì che Cristo anticipi quello che avrebbe fatto in seguito, così come avviene continuamente nei segni della Chiesa, nei sacramenti. La tesi fondamentale del Papa è: la specificità della mediazione di Maria sta nel fatto che essa è mediazione materna, ordinata alla continua nascita di Cristo nel mondo. Essa mantiene presente nell’evento della salvezza la dimensione femminile, che ha in lei il suo centro permanente. Certamente se si pensa alla Chiesa in maniera istituzionale solo in forma di decisioni e azioni e maggioranza, non rimane più spazio per una cosa del genere. Allora la domanda è: perché bisogna vedere la dimensione femminile e materne della Chiesa fissata per sempre in Maria? L’enciclica risponde partendo da un passo delle Scritture che da un primo momento sembra ostile a Maria: alla donna che entusiasta del messaggio di Cristo dà lode al corpo che lo ha partorito, Gesù risponde “ Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano ( Lc 11,28 ) e ancora “ Mia madre e i miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica”. A prima vista queste affermazioni antimariane, ma in realtà ci fanno conoscere 2 cose: 1) al di là della nascita fisica irripetibile di Cristo, esiste un’altra dimensione della maternità che deve continuare. 2) La maternità che fa nascere continuamente Cristo è basata sull’ascolto, sulla conversazione e sulla realizzazione della parola di Gesù. Luca quindi mostra che la maternità di Maria non è solo un evento biologico irripetibile, ma essa fu ed è madre con tutta la sua persona. Ciò si concretizza il giorno della Pentecoste, nel momento della nascita della Chiesa dallo Spirito Santo, Maria è in mezzo alla comunità orante, che con l’avvento dello Spirito diventa Chiesa. Il Santo Padre poi riprendendo il vangelo di Luca e quello di Giovanni cita le parole di Gesù crocifisso “ Ecco tua madre” e “Donna ecco tuo figlio” e la interpreta come il testamento di Cristo in croce e qui Maria è data all’uomo come madre e la Vergine acquista una nuova maternità perché essa diventa eredità di ogni discepolo di Dio, di ogni cristiano: un dono che Cristo fa ad ogni uomo. Inoltre “ e da quel momento il discepolo la prese con sé ( Gv 19,27 ): per il Santo Padre la traduzione letterale è “ l’accolse tra le cose proprie” cioè una relazione del tutto personale tra il discepolo e Maria, un reciproco affidamento che diventa via alla nascita di Cristo e forma Cristo nell’uomo. In questo modo la funzione mariana getta luce sulla figura della donna, sulla dimensione del femminile e sul compito particolare della donna nella Chiesa.

4) Il senso dell’anno mariano
Per il Santo Padre il senso dell’anno mariano) comincia a Pentecoste, perché l’icona della Pentecoste deve diventare l’icona della nostra identità e della nostra speranza e perché la Chiesa deve apprendere da Maria il suo essere chiesa. L’anno si conclude poi con la festa dell’Assunzione corporea di Maria in cielo, luogo di salvezza, di ogni salvezza. Il fine dell’anno mariano è messo in evidenza dal Santo Padre riprendendo l’inno “ Alma Redemptoris Mater”, sottolineando le parole” soccorri il tuo popolo, che cade, ma pur sempre anela a risorgere: c’è un chiaro invito per ogni uomo a seguire la via del non – cadere e ad imparare da Maria qual è questa via.
<< Tu sei la piena di grazia >> Elementi per una devozione mariana biblica.
<< D’ora in poi tutte le generazioni la chiameranno beata >>: questa parola della Madre di Gesù che Luca ci ha tramandato è insieme profezia e compito per la chiesa di tutti i tempi.
Questa frase del Magnificat è uno dei fondamenti essenziali della devozione cristiana a Maria. Quando Luca ha scritto il suo Vangelo si era già alla 2° generazione cristiana cioè alla generazione di giudei si era aggiunta quella dei pagani che era diventata chiesa di Gesù Cristo. Nel suo Vangelo, Luca fissa con cura ciò che i testimoni oculari e i servitori della parola fin dall’inizio avevano tramandato, i primi due capitoli fanno intendere un ambiente di tradizione in cui la memoria di Maria era custodita e la Madre del Signore era amata e lodata. Ciò fa capire che il grido della donna sconosciuta “Beato il seno che ti ha partorito” non si era spento e che il saluto di Elisabetta”Tu sei benedetta fra tutte le donne” non era rimasto un episodio isolato. La presenza di Maria in Luca eleva la venerazione di Maria da semplice fatto a compito per la Chiesa universale. La Chiesa quindi trascura una parte della sua missione se non loda Maria e se non venera Maria non onora nemmeno Dio nel modo che gli si addice perché Dio si è reso visibile nella storia degli uomini non solo attraverso Abramo, Isacco e Giacobbe ma anche attraverso Maria e la sua maternità.

Maria, la figlia di Sion, la Madre dei credenti.
Maria, partendo dal saluto dell’Arcangelo Gabriele dice che c’è in embrione la mariologia che Dio attraverso il suo messaggero voleva trasmettere a noi. “Gioisci, o piena di grazia, il Signore è con te” sembra una forma di saluto in lingua greca in realtà nell’Antico Testamento appare solo 4 volte ed ogni volta è l’annuncio della gioia messianica cioè la gioia che ha origine da Dio e che irrompe nell’antica ed infinita tristezza del mondo. Il motivo della nostra tristezza è la vanità del nostro amare, la tirannia della morte, del dolore, del male. Perché Maria “gioisce”? Perché il Signore è con lei, l’angelo riprende un testo dell’Antico Testamento di Sofonia in cui c’è la doppia promessa per Israele, la figlia di Sion: 1)Dio verrà come Salvatore e 2) abiterà in lei. Il dialogo dell’angelo con Maria riprende questa promessa: 1)Maria è equiparata alla figlia di Sion 2)Gesù, che Maria partorirà, è equiparato al Dio vivente. La venuta di Gesù è la venuta dell’inabitazione di Dio stesso. Luca approfondisce il tema dell’inabitazione: Dio abita nel “seno” di Israele, nell’arca dell’Alleanza. Ora questo abitare nel seno di Israele diventa realtà nella vergine di Nazaret,che così diventa la vera arca dell’alleanza in Israele. Inoltre Maria è totalmente su misura di Cristo e di Dio ed è da Lui totalmente abitata. La chiesa è l’abitazione di Dio nel mondo, Egli è persona e la chiesa è persona, tutti noi diventiamo persone per divenire abitabili per Dio e tanto più siamo la chiesa tanto più la chiesa è se stessa. L’angelo salutando Maria dice “piena di grazia”, in greco grazia si dice “charis”ed ha la stessa radice di gioia: la gioia viene dalla grazia, può gioire chi è nella grazia e viceversa la grazia è la gioia. Ma cos’è la grazia? Pietro Lombardo prendendo spunto dai manuali di teologia medievale ha formulato la tesi secondo cui “grazia e amore” sono la stessa cosa, ma l’amore è lo Spirito Santo. La grazia quindi non è qualcosa che viene da Dio ma è Dio stesso, il dono che Dio ci fa è lui, che come Spirito Santo è comunione con noi.
“Tu sei piena di grazia” significa anche che Maria è una donna che senza timore si è messa nelle mani di Dio, Ella è creatura che prega, proiettata verso Dio, che ama e che è aperta anche a soffrire. Luca inoltre attraverso una serie di allusioni fa un parallelo tra Abramo, padre dei credenti e Maria, madre dei credenti. “Essere nella grazia” significa “essere credenti”: la fede implica fiducia, dono di sé ed anche oscurità. Il parallelo tra Maria ed Abramo ha inizio nella gioia della promessa del figlio, continua con la salita al monte di Maria fino alla crocifissione di Cristo, si va poi alla miracolosa liberazione di Isacco fino alla risurrezione di Gesù Cristo.

Maria, Profetessa:
Nel Vangelo di Luca si colgono altri due aspetti riguardo la figura di Maria:
1)Il 1 aspetto riguarda la preghiera di Maria e la sua meditazione

2)Il II aspetto è Magnificare Dio cioè rendersi liberi per Lui.
Il primo aspetto il cardinale Ratzinger lo individua in tre testi. Il primo è la scena dell’annunciazione: Maria è turbata per il saluto dell’Angelo e si domanda cosa significhi ciò. Luca usa per “domandarsi” la parola che ha la radice greca “dialogo” cioè Maria entra in dialogo con la parola, Ella svolge un dialogo interiore con la parola a lei proposta, la interpella per cercare di penetrare il significato.
Il secondo testo che mette in evidenza questo aspetto riguarda il racconto dell’adorazione di Gesù che parte dai pastori: Maria “conservava” nel suo cuore queste parole. Luca attribuisce a Maria la memoria che comprende meditando, Ella traduce gli avvenimenti in parole, “mette” insieme, inserisce il particolare nel tutto, lo confronta, lo contempla e lo conserva. La parola diventa SEME nella buona terra.
Il terzo testo riguarda l’episodio di Gesù dodicenne al tempio. “Essi non compresero le parole che disse loro”: anche per chi crede ed è aperto a Dio, le parole di Dio non sono subito chiare e comprensibili. Anche la Madre in questo momento non comprende le parole del figlio ma “custodisce tutte queste parole nel suo cuore” Questo approfondimento del legame tra ascolto, meditazione ed accoglimento rendono Maria profetessa in quanto è colei che ascolta, che interiorizza la Parola e poi può farne di nuovo dono al mondo.

Maria nel mistero della croce e della risurrezione :
Il secondo aspetto dell’immagine di Maria è magnificare Dio, cioè rendersi liberi per Lui. In Luca troviamo espressa la dimensione di croce che la grazia, la profezia e la mistica hanno per Maria l’incontro con il vecchio Simeone. Egli dice a Maria “ A te una spada trafiggerà l’anima”: chiaramente è un’allusione alla passione del Figlio che diverrà la sua propria passione. Questa passione inizia con la visita al tempio quando Maria impara a lasciare libero Colui che ha generato e ad accettare la preminenza del vero Padre, Ella deve compiere totalmente il suo “ si” alla volontà di Dio che l’ha fatta diventare madre, mettendosi in disparte e lasciando che Gesù compie la sua missione. Maria viene quindi preparata al mistero della croce che non termina col Golgota ; nella madre che con tutti ricordiamo col figlio morto in braccio, tutti i sofferenti hanno trovato consolazione perché vi hanno visto la compassione divina. La croce di Cristo e il compatire di Dio con il mondo, l’immagine della Pietà “ la mater dolorosa” che abbraccia il figlio morto e manifesta la passione materna di Dio, essa è la compassione di Dio, resa presente in un essere umano che si è lasciato attirare nel mistero di Dio. Solo in Maria l’immagine della croce giunge a compimento, perché essa è la croce accolta, la croce che si comunica nell’amore e che nella sua compassione ci permette di sperimentare la compassione di Dio. In questo modo la sofferenza della madre e sofferenza pasquale, che manifesta la trasformazione della morte nell’<< essere con>> dell’amore. Apparentemente ci siamo allontanati dal “ gioisci” con cui è iniziata la storia di Maria, ma questa gioia è vera perché nella sofferenza non viene distrutta ma porta a maturità. Solo la gioia resiste alla sofferenza ed è più forte della sofferenza stessa.

Le orme di Dio:
Dio non è legato a pietre, ma Egli si lega a persone vive. Il sì di Maria apre a Dio lo spazio dove può piantare la sua tenda. Maria diventa per Lui la tenda e così Ella è l’inizio della santa Chiesa e a sua volta è anticipo della nuova Gelusalemme. << Dio è nella carne >>: questo legame indissolubile di Dio con la sua creatura costituisce il centro della fede cristiana. I primi cristiani ritennero sacri tutti quei luoghi in cui Dio si è manifestato: Nazareth, Betlemme e Gerusalemme divennero luoghi in cui si potevano le orme del Redentore e il mistero dell’incarnazione. Riguardo al racconto dell’annunciazione, interessante anche se ricco di elementi leggendari è il Protoevangelo di Giacomo: “ Maria presa la brocca ed uscì per prendere l’acqua, sentì una voce “ salve piena di grazia”, Ella si voltò a destra e a sinistra, si turbò, entrò in casa depose la brocca e cominciò a filare. Ed ecco un angelo del Signore apparve. A questa doppia tradizione corrispondono i due santuari, il santuario orientale della fontana e la basilica cattolica che è costruita vicino la grotta dell’annunciazione. Entrambe hanno un senso profondo: l’acqua è l’elemento della vita. I Padri dell’Antico Testamento raccontano che dove giungevano scavavano pozzi. Il pozzo è quindi sempre più il simbolo della vita, fino al pozzo di Giacobbe dove Gesù stesso si rivela come la fonte della vera vita, della quale ha sete l’umanità. L’acqua che zampilla diventa segno del mistero di Cristo, che ci dona l’acqua della vita e dal cui costato aperto scorrono acqua e sangue. Ma accanto sta la casa: luogo di preghiera e di raccoglimento. “ quando vuoi pregare, entra nella tua camera”: l’annuncio dell’Incarnazione e la risposta della Vergine esigono la discrezione della casa.

 

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