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La MADONNA e lo SPIRITO SANTO

dal sito:

http://www.suorefrancescaneimmacolatine.it/index_file/barbarito8.pdf

La MADONNA e lo SPIRITO SANTO 

 Lo Spirito Santo è la fonte e l’operatore di ogni santità nella Chiesa. Ma la sua relazione e il suo ruolo nella santificazione della Vergine Maria eccelle tutte le altre sue operazioni, potremmo dirlo il suo capolavoro, che appartiene a tutta la Trinità Santissima, della quale lo Spirito è manifestazione.

 Esiste un filo diretto tra la prima pagina del Genesi e quella del Vangelo di Luca. Nel capitolo della Bibbia, col quale si apre la rivelazione di Dio all’uomo ,noi leggiamo che “lo Spirito di Dio aleggiava sulle acque… e la terra era informe e deserta e le tenebre coprivano l’abisso” (Gen. 1,1-2), espressioni molto efficaci per trasmettere l’idea del caos, del non esistente. La voce di Dio
risuonò possente per mettere ordine :”Sia fatta la luce, e la luce fu fatta”. La sequenza dei sei giorni della creazione del mondo si conclude con la creazione della prima coppia umana. E Dio disse:” Facciamo l’uomo a nostra immagine e a nostra somiglianza perché domini su tutta la terra…, e li fece maschio e femmina…li benedisse.. e vide che quanto aveva fatto era molto buono” (Gen.1, 26-31). Nel creare l’uomo a suo immagine e somiglianza Dio gli assegnava già un destino che superava e trascendeva quello del mondo fisico e materiale. L’economia della
salvezza incominciava da quel momento e le sue incognite stavano nella libertà di cui l’uomo era stato dotato. L’uomo e la sua compagna ne fecero un uso errato e venne la caduta e con essa la punizione del dolore e della morte. 

 Diverso è il capitolo col quale si apre il Vangelo di San Luca, il solo a darci la narrazione di come si attuò nel tempo la nascita del Salvatore preconizzata nel Paradiso terrestre ai nostri progenitori nel momento stesso della loro umiliazione e condanna. L’annunzio dell’Angelo a Maria apre la seconda pagina della storia dell’umanità, quella della redenzione, della restituzione alla pristina santità e bellezza ed all’originale destino di grazia e di beatitudine. Iddio Padre aveva già all’inizio,
subito dopo il peccato di Adamo ed Eva, intimato al serpente, simbolo del Male, che il suo successo sarebbe stato breve perché alla fine “la discendenza della donna gli avrebbe schiacciato il capo”. L’economia di salvezza di Dio includeva pertanto fin dall’eternità un importante ruolo per la donna. Il Verbo eterno di Dio per compiere la missione del Padre avrebbe dovuto nascere da una donna, perché solo nel suo grembo avrebbe preso quella “carne mortale” per introdursi nel mondo e nella storia degli uomini. L’Onnipotente poteva effettuare la salvezza in infiniti altri modi, ma egli aveva scelto nel suo eterno decreto di effettuarla attraverso l’uomo stesso per confermare il suo amore alla creatura che egli aveva creato a sua immagine e somiglianza. Veramente grande è la dignità dell’uomo non ostante la sua debolezza e la sua mortalità. 

 Anticipando la multiforme attività dello Spirito nella vita collettiva e individuale degli uomini, l’autore del Libro della Sapienza facendo l’elogio di questo Dono di Dio, annunziava una tautologia dello Spirito al quale esso viene equiparato, che avrà una più chiara formulazione nel Nuovo Testamento e in modo particolare nelle Lettere di San Paolo. Lo Spirito, che nell’annunzio di Isaia si poserà sul germoglio di Iesse è lo stesso Spirito o ”soffio” di Dio che agisce lungo tutta la rivelazione biblica. E’ all’origine del creato, suscita gli uomini santi di cui Dio si serve per guidare il suo popolo verso il compimento della promessa, dà la saggezza ai Patriarchi, il discernimento ai Giudici e soprattutto ispira i Profeti. E’ lo stesso Spirito che, nella pienezza dei tempi, coprirà con la sua potenza l’umile Vergine di Nazaret e la trasformerà nella Madre privilegiata del Verbo Incarnato. 

 Nella vita della Madonna , come ce la racconta il suo agiografo San Luca , noi riscontriamo che essa ricevette lo Spirito Santo due volte: all’annunzio della divina maternità e nel giorno di Pentecoste quando nasce ufficialmente la Chiesa.  Nella prima discesa lo Spirito Santo attua il più grande mistero che a mente umana sia stato rivelato, Dio che si fa uomo per salvarlo e ridargli la dignità perduta. Le parole dell’Angelo non lasciano luogo al turbamento di Maria sorpresa
dell’annunzio. Avendo essa deciso nel suo cuore di rimanere vergine, di “non conoscere uomo” nel significato biblico dell’espressione, non riusciva a capire come avrebbe potuto mettere al mondo il Figlio dell’Altissimo, il Santo d’Israele. Il messaggero celeste la rassicurò dicendole “ Lo Spirito
Santo scenderà su di te, su di te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà
da te sarà dunque Santo e chiamato Figlio dell’Altissimo” Luc,1, 1 s.).

 Il Santo per eccellenza non poteva nascere che da una donna già pienamente santificata dallo stesso Spirito, potenza dell’Altissimo, quasi a ricordare a Maria, usa a meditare la Sacra Scrittura, che nel suo caso operava il medesimo Spirito creatore che agli inizi del tempo aleggiava sulle acque ed aveva chiamato all’esistenza tutte le creature dell’universo. Era lo stesso Spirito che si sarebbe posato sul Cristo, suo figlio, consacrandolo visibilmente Messia nelle acque del Giordano, e che ora la riempiva della sua grazia e potenza come in un abbraccio sponsale.

 Ed a conferma di quanto le diceva, l’Angelo le rivelò che anche la cugina Elisabetta era stata oggetto di uno straordinario intervento divino, che la liberava dalla umiliazione della sterilità mettendo al mondo un figlio che sarebbe stato il messaggero del Messia e avrebbe preparato il popolo di Dio ad accoglierlo nella purezza del cuore e nella santità della vita. Maria non ebbe più alcuna riserva e pronunzio il sì dal quale ebbe inizio l’incarnazione del Verbo eterno di Dio. 

 Maria si recò subito dalla cugina Elisabetta : “Non conosce indugi e ritardi la grazia dello Spirito Santo” dirà Santo Ambrogio nel commentare il racconto di San Luca. Al primo incontro le due donne, oggetto, sebbene in grado diverso, dei favori divini sono ripiene dallo Spirito Santo del dono della profezia. Elisabetta, scrive l’evangelista Luca, fu piena di Spirito Santo ed esclamò a gran voce:” Benedetta sei tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo. Beata colei che ha creduto all’adempimento delle promesse del Signore” (Lu. 1, 41-46). Maria da parte sua, che aveva già ricevuto la pienezza dello Spirito Santo, prorompe nel Magnificat, una delle più alte manifestazioni del dono della profezia in tutta la Rivelazione, perché sintetizza il significato e lo scopo di tutte le profezie dell’Antico e del Nuovo Testamento e si proietta in una visione che bbraccia anche il futuro della storia dell’umanità: “L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua ancella…..ecco tutte le
generazioni mi chiameranno beata..” ( Lu,1, 46-48). Il cantico di Maria diventa così il preludio dell’Alleluia pasquale, l’ispiratore di quell’”Exultet” che la Chiesa canta ogni anno la notte della vigilia di Pasqua per ringraziare la Trinità Santissima del dono della redenzione per mezzo di Cristo
Signore, morto e risuscitato per noi. 

 Commentando il saluto dell’Angelo a Maria “Rallegrati, o piena di grazia”, Origene scrive: “Poiché l’Angelo salutò Maria con una espressione nuova, che non ho mai trovato nella Sacra Scrittura, è
necessario dire qualcosa al riguardo. Non ricordo, infatti, di aver letto in nessun altro luogo della Sacra Scrittura queste parole; “Rallegrati, o piena di grazia”. Né queste espressioni vengono mai rivolte ad un uomo; solo a Maria era riservato tale saluto speciale” (Origenre PG 13, 1815-1816).
Possiamo aggiungere che quelle parole sono il saluto che lo Sposo celeste invia alla sposa terrestre. Il messaggero divino aveva ricevuto l’ordine di far sapere alla Vergine fin dal primo momento del suo incontro che cosa la Trinità Santissima pensava ed aveva fatto di lei con il nuovo nome che le veniva dato di “piena di grazia”. La sua anima e il suo corpo erano stati santificati e preparati dall’eternità allo straordinario evento del concepimento secondo la carne del Salvatore. Essa avrebbe avuto un ruolo unico e stupendo nel progetto della redenzione e a tale scopo era stata arricchita dall’Onnipotente di tutte le grazie ed i privilegi richiesti da un compito così grande ed eccezionale, unico nel suo genere. Si trattava di creare il “nuovo Adamo”, la nuova creature, opera che poteva essere compiuta soltanto dalla potenza dell’Altissimo di cui lo Spirito Santo è Agente e Manifestazione. 

 Nell’annunzio a Maria si rivelò il Dio Uno e Trino. Essa fu la prima creatura umana alla quale questo gioioso ed insondabile mistero fu rivelato. Nell’evento che stava per compiersi con il libero concorso della volontà di Maria erano presenti ed operanti le tre Persone Divine della Santissima Trinità. Il Padre con la sua onnipotenza “Su di te estenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo”; il Figlio che in lei avrebbe assunto la forma umana “ Ciò che nascerà da te sarà chiamato Figlio
di Dio”: lo Spirito Santo che l’avrebbe resa feconda con la sua grazia “ Lo Spirito Santo scenderà su di te”. In tal modo la Vergine Maria in virtù dei favori e delle benedizioni ricevuti, è misticamente associata alla comunione d’amore delle Tre Persone della beata Trinità. 

 A questo mistero nascosto in Dio dall’eternità, che a lei si rivela, Maria dà il libero assenso della sua volontà. Ella compie un atto perfetto di Fede nella tradizione di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, In essa anzi la loro fede si attua e si perfeziona. Per questa fede Maria è dichiarata beata da Elisabetta: “Beata colei che ha creduto nell’adempimento della parola del Signore “ (Lu, 1,48 ). Le parole di Elisabetta troveranno in seguito conferma in quelle di Gesù. Rispondendo all’umile popolana che proclamava beata la donna che lo aveva portato in grembo e nutrito col suo latte,
Gesù disse: ”Beati coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica” (Lu,11,28). 

 La grandezza di Maria nasce quindi dalla fede e dalla obbedienza alla parola ed alla volontà di Dio “Sia fatto di me secondo la tua parola” risponde all’Angelo e da quell’istante il Verbo eterno di Dio si fece carne seguendo il processo di crescita di ogni essere umano. Una maternità che aveva inizio da un atto di fede, senza concorso dell’uomo, e solo per diretto intervento di Dio, non poteva essere che divina nell’origine, nel modo e nel frutto. 

 Da un atto di fede e dall’azione dello Spirito nasce anche la nostra nuova vita di grazia con l’inserimento per mezzo del battesimo nel Corpo Mistico di Cristo che è la Chiesa. Per questa ragione la seconda volta che Maria ricevette lo Spirito Santo, dopo che la redenzione si era già compiuta con la morte e resurrezione del Figlio suo, fu nel Cenacolo il giorno di Pentecoste insieme agli Apostoli , ai primi discepoli e alle donne che avevano seguito Gesù nella sua predicazione.

 La Chiesa nasce con la presenza confortante della Madre di Gesù nella preghiera e nell’attesa del Paraclito promesso dal Figlio suo. Nel Cenacolo Maria è in compagnia di quelli che Gesù aveva scelti e designati come messaggeri ufficiali e accreditati della sua Resurrezione per proclamare ai popoli il nuovo patto di amore e di salvezza tra Dio e l’umanità. Nella solitudine della casa di Nazareth lo Spirito

Santo si era a Lei rivelato personalmente nel segreto. Nel Cenacolo invece essa partecipa al dono non più come una privilegiata ed individualmente ma come membro della comunità dei credenti in Cristo. Ella diventa allo stesso tempo figlia e Madre della Chiesa, come Cristo era stato per lei Figlio e Signore.

 Maria esce dai Vangeli ai piedi della croce. Anche qui mentre il sacrificio cruento del Figlio si consumava nell’abbandono e nel dolore, compie un atto di fede e di obbedienza accettando Giovanni, simbolo dell’umanità rinata alla grazia, come figlio. Non un gesto non una parola. Stando al racconto degli evangelisti sembra che fosse assente dalla composizione del Figlio suo nel sepolcro. Ricompare però nel capitolo primo degli Atti degli Apostoli quando nasce la Chiesa, come era stata la protagonista del capitolo primo del Vangelo di San Luca – lo storiografo della Madonna- quando ebbe inizio l’attuazione storica della salvezza. Insieme a quelli che Cristo ha costituito apostoli e pastori della sua Chiesa essa attende nel Cenacolo che si compia l’altra promessa, l’avvento del Paraclito che avrebbe sancito con la sua potente manifestazione e fuoco purificatore l’origine della Chiesa e la trasformazione degli Apostoli, come il Signore aveva annunziato: ”Avrete la forza dello Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in
tutta la Giudea e la Samaria, fino agli estremi confini del mondo”(Atti, 1,1-7). 

 E’ significativo che Luca la presenti come “la Madre di Gesù” quasi a sottolineare che colei che aveva generato il Cristo secondo la carne, diventava ora con la seconda infusione dello Spirito Santo la madre del Corpo Mistico di lui, cioè della Chiesa. 

 Non è raro nei commenti dei Santi Padri attribuire alla Vergine Maria gli annunzi profetici che riguardavano la Chiesa, il nuovo popolo di Dio, la nuova Gerusalemme celeste. Così ad esempio scrive Sant’Ambrogio:” Come sono belle le cose che , sotto la figura della Chiesa, sono state profetizzate di Maria” ( De instit. virginis, cap.14, n.89). Gli fa eco Onorio d’Autun che dice: “ La Vergine gloriosa rappresenta la Chiesa, anch’essa vergine e madre. Madre, perché fecondata dallo
Spirito Santo, ogni giorno essa genera a Dio nuovi figli nel battesimo. Nello stesso tempo vergine, perché conservando in modo inviolabile l’integrità della fede, essa non si lascia insudiciare dall’eresia. Come Maria fu madre generando Gesù, e vergine, rimanendo tale anche dopo il parto. L’una ha dato la salvezza ai popoli, l’altra dona i popoli al Salvatore. L’una ha partorito la vita nel suo grembo, l’altra porta la vita nella fonte dei sacramenti; ciò che la prima volta fu concesso a Maria secondo la carne, è ora dato alla Chiesa nell’ordine dello Spirito” (Sigillum Beatae Mariae ,
PL 172, 499D).

 Con la menzione di Luca nel capitolo primo degli Atti degli Apostoli il nome di Maria appare per l’ultima volta nei libri del Nuovo Testamento. Essa è presentata nel Cenacolo dove insieme alla Chiesa nascente attende il sigillo dello Spirito Santo che segnerà l’inizio del nuovo regno del Figlio suo sulla terra, un regno che non avrà fine come le aveva detto l’Angelo a Nazaret quando le preconizzò la maternità divina. Questa volta ella acquisiva per riconoscimento stesso dello Spirito e della Chiesa una nuova maternità, tutta spirituale ed orante. La Chiesa nascente si affidava alla sua cura materna ed alle sue efficaci preghiere di intercessione. Ella si pone così con la Chiesa e per la Chiesa modello di quel cammino di fede e di speranza che sarà lo stesso di tutti i credenti nel corso della storia fino al secondo e definitivo avvento del Figlio suo. 

 Il Corpo Mistico di Cristo si costruisce nell’amore e nell’unità, che si ottengono dal Signore soprattutto con la preghiera. La Chiesa nascente ne ebbe subito la consapevolezza ed attesa l’infusione dello Spirito nella preghiera e nella comunione fraterna che si realizzavano già fin dal principio sotto lo sguardo protettivo della Madre di Gesù. “Questa opera di costruzione spirituale mai diventa oggetto più appropriato di preghiera come quando il corpo stesso di Cristo, che è la
Chiesa, offre il corpo e il sangue di Cristo nel sacramento del pane e del calice…….Quella grazia che fece della Chiesa il Corpo di Cristo, faccia sì che tutte le membra della carità rimangano compatte e perseverino nell’unità del corpo” (San Fulgenzio di Ruspe, “Libri a Mònimo, Libro 2, 11-12). Questa unità è il dono dello Spirito Santo che appartiene al Padre e al Figlio, perché la Trinità è per sua natura santità ed unità, eguaglianza e amore, ed opera insieme la santificazione per cui i credenti in Cristo sono adottati come figli. 

 La Madonna, uscendo fuori dalla rivelazione scritta del Nuovo Testamento , ci da un esempio meraviglioso carità, di umiltà, di fede e di obbedienza. Ogni credente in Cristo è predestinato ad una vocazione di santità nella Chiesa. Maria ha seguito fedelmente la sua chiamata facendosi guidare dallo Spirito. Ella rimase intrepida ed incrollabile nella fede anche ai piedi del Calvario, quando la spada del dolore, come le aveva predetto Simeone, trapassava il suo cuore e tutto, a giudizio degli uomini, sembrava dovesse finire nel fallimento. La Chiesa ha accolto con devozione e gratitudine la sua lezione e si affida alla sua materna protezione. Noi pure, membri della Chiesa, dobbiamo accogliere la Parola di Dio con umiltà e disponibilità, pronti a fare di essa la norma , l’ispirazione e la guida della nostra vita. In questo modo saremo degni figli di Maria e fratelli di Gesù, suo Figlio divino. Basta che sul suo esempio prendiamo umilmente il nostro posto nella Chiesa e rimaniamo fedeli agli impegni e alle domande della nostra professione di cristiani.  

Mon. Luigi Barbarito

ROMA

Publié dans:Approfondimenti, Maria Vergine |on 21 mai, 2009 |Pas de commentaires »

È impossibile essere fedeli alla Scrittura e non prendere sul serio Maria»

dal sito:

http://www.30giorni.it/it/articolo_stampa.asp?id=9892

«È impossibile essere fedeli alla Scrittura e non prendere sul serio Maria»

di René Laurentin 

Un commento alla Dichiarazione comune della Commissione internazionale anglicano-cattolica (Arcic)
Maria: grazia e speranza in Cristo


 
      La Vergine Maria ha avuto un posto davvero trionfale nella Chiesa, sotto la spinta del Movimento mariano (1600-1958) – pur in presenza di esagerazioni e talvolta deviazioni –, fino alla fine del pontificato di Pio XII; mentre è ritornata a occupare un rango meno elevato nella Chiesa a causa della legittima preoccupazione di non fare ombra all’ecumenismo, ma anche per reazione contro le enfatizzazioni e gli oltranzismi del già nominato Movimento mariano, e più ancora a causa del trionfo postconciliare dello spirito critico in teologia e nella catechesi.
      Gli sforzi di Giovanni Paolo II per ridare un posto più elevato a Maria, per obbligare le università a istituire di nuovo un insegnamento mariologico istituzionale (cosa che non accade né spesso né bene, in genere) e finanche per mettere in risalto il segreto di Fatima, non hanno avuto che un’eco limitata nel contrastare tale retrocessione.
      Ecco perché 30Giorni giustamente mi chiede un articolo sulla Dichiarazione comune della Commissione internazionale anglicano-cattolica (Arcic), del 16 maggio 2005, su Maria: grazia e speranza in Cristo. Che non solo conferma l’accordo su Maria Vergine e Madre di Dio, ma anche la fondatezza dei due dogmi pontifici sull’Immacolata Concezione (Pio IX, 8 dicembre 1854) e sull’Assunzione (Pio XII, 1° novembre 1950).
      Questo accordo deve essere collocato all’interno del dialogo drammaticamente movimentato tra anglicani e cattolici.
     
      L’origine dello scisma
     
      Nel XIV secolo, per l’azione svolta da Wyclif e dagli eretici Lollardi, il Parlamento inglese aveva limitato la dipendenza dell’Inghilterra dal papato di Roma. Ma è per ragioni personali legate al problema del suo divorzio che re Enrico VIII proclamò la sua supremazia sulla Chiesa di Inghilterra (1534), supremazia che fu posta in atto grazie all’opera di Thomas Cromwell, vicario generale, con i “Dieci articoli” (1536), confessione di fede ispirata alla riforma luterana. Sotto Edoardo VI (1547-1553) fu pubblicato nel 1552 il Book of common prayer e la Chiesa di Inghilterra prese la sua forma definitiva. Si trattò quindi di un’iniziativa insulare e personale dei sovrani, preoccupati di controllare la Chiesa, che dette luogo a una religione di Stato, a imitazione dei protestanti.
      Si trattò quindi di uno scisma, e non di un’eresia, nonostante lo scisma si fosse appoggiato sul montante protestantesimo luterano e poi calvinista, e si fosse progressivamente radicalizzato. Era uno scisma artificiale, perché la struttura e la preghiera essenziale della Chiesa (la Lex orandi) in Inghilterra sussistevano nella formalità di una fede cattolica.    
 
      Un progetto di unione
     
      È la constatazione che lucidamente aveva fatto il cardinal Mercier, prima e dopo la guerra del 1914-1918. Essendo l’ecumenismo nell’aria presso i protestanti, con la creazione progressiva del Consiglio ecumenico delle Chiese, egli tentò di reintegrare la Chiesa di Inghilterra nella Chiesa cattolica, attraverso contatti assidui, cordiali e profondi con lord Halifax.
      Roma, allora, dell’ecumenismo non si preoccupava; si temevano compromessi, e la Santa Sede pubblicò ufficialmente la dichiarazione che le ordinazioni della Chiesa di Inghilterra erano invalide, inficiate da una delle prime ordinazioni di vescovi, fatta indipendentemente da Roma.
      Fu uno choc non solo nella Chiesa di Inghilterra, ma anche per tutta la nazione inglese e per la Corona. Una battuta d’arresto che vanificò il dialogo in corso.
      Lord Halifax e altri rappresentanti anglicani erano allora a Malines, al capezzale del moribondo cardinal Mercier. Erano là quando il cardinale fece celebrare davanti a loro una messa privata, “la messa di Maria mediatrice” che aveva ottenuto come privilegio da Roma.  Perché nel suo pensiero la priorità dell’ecumenismo non era separata dalla sua priorità spirituale per la Vergine Maria. Questa profonda alleanza tra l’ecumenismo e Maria, madre dell’unità, doveva essere menzionata come un segno delle grandi intenzioni e delle grandi iniziative per l’unità tra la Chiesa di Roma e la Chiesa di Inghilterra che, purtroppo, non hanno avuto fortuna.
       Se la dichiarazione di Roma circa l’invalidità delle ordinazioni fu un freno duraturo contro l’unione, ha portato almeno questo beneficio: che i vescovi anglicani, preoccupati della constatazione della Santa Sede fondata su documenti storici, si sono progressivamente organizzati per assicurare alle loro ordinazioni vescovi validi, benché scismatici. Non gli ortodossi, che avrebbero rifiutato un tale “compromesso”, ma i “vecchi cattolici” d’Olanda. Molti vescovi anglicani oggi fanno rilevare, per lo meno nei loro contatti con cattolici e ortodossi, che la loro ordinazione a rigore è validata dal massiccio numero di recenti ordinazioni con partecipazione di vescovi validi secondo la tradizione cattolica.
      Nonostante questa interruzione del progetto Mercier, il dialogo riprese, nell’ambito del rilancio ecumenico operato da Giovanni XXIII fin dall’inizio del suo pontificato.
      Ma gli anglicani, peraltro fedeli alla tradizione, si lasciarono irretire, dalle correnti femministe, a promuovere l’ordinazione delle donne come preti e vescovi. Questa decisione della Comunione anglicana crea l’ostacolo più grave, e più difficilmente superabile, alla speranza dell’unione, dopo l’esclusione più netta che mai dell’ordinazione delle donne formulata da Giovanni Paolo II. Cosa esclusa anche dalla tradizione apostolica della Chiesa ortodossa.
      La situazione è peggiorata ancora nel 2003 in seguito all’approvazione da parte della Chiesa episcopaliana (anglicana) degli Stati Uniti della consacrazione di un vescovo omosessuale. La Santa Sede fu obbligata a «mettere in mora» la pubbli­cazione di una «dichiarazione comune di fede» tra le due Chie­­se, pur «impegnandosi a continuare il dialogo».
      La pubblicazione del rapporto sulla Vergine Maria conferma allora che i ponti, gravemente danneggiati, non sono del tutto tagliati, anche se l’estendersi dell’omosessualità ostentata presso sacerdoti e vescovi episcopaliani, e le ordinazioni di donne costituiscono un problema permanente (soprattutto in America).  
 
      Un accordo importante
     
      Fare il resoconto del recente documento sarebbe troppo lungo. Ne sottolineiamo alcuni aspetti.
      Esso testimonia una considerazione positiva e addirittura una devozione fervente verso Maria. L’accordo attinge «dalla Scrittura e dalla comune tradizione che precede la Riforma e la Controriforma» (XVI secolo). Scrittura e tradizione sono la costante del documento: «È impossibile essere fedeli alla Scrittura e non prendere sul serio Maria».
      Seguendo il Vangelo di Luca, nella Dichiarazione congiunta si legge: «L’annunciazione e la visita a Elisabetta sottolineano che Maria è in maniera unica la destinazione dell’elezione e della grazia di Dio».
      Il nuovo nome dato a Maria (in greco Kecharitoméne), implica «una primigenia santificazione da parte della grazia divina». È un notevole commento, aperto all’Immacolata Concezione.
      Il documento si fonda costantemente sulla concezione verginale di Gesù espressa secondo Matteo e Luca in termini molto diversi, ma perfettamente convergenti e ancor più significativi. «Il concepimento verginale può apparire in primo luogo come un’assenza, cioè l’assenza di un padre umano. Tuttavia, in realtà, è un segno della presenza e dell’opera dello Spirito [...]. Per i credenti cristiani, è un segno eloquente della figliolanza divina di Cristo e della vita nuova attraverso lo Spirito».
      Secondo il documento, quindi, la concezione verginale di Gesù è insieme un dato fondamentale della Rivelazione e un segno ricco di conseguenze per la nostra vita, così come è stato sviluppato dai Padri della Chiesa, per i quali la Madre di Dio non poteva che essere vergine e solo una vergine poteva essere  Madre di Dio.
      Alcuni teologi e scrittori francesi hanno contestato con vigore e insistenza la verginità perpetua di Maria, facendone una madre di famiglia di tanti bambini, con una forzatura e deformazione dei testi biblici. L’accordo con gli anglicani professa che Maria è «rimasta sempre vergine. Nella loro [di anglicani e cattolici] riflessione la verginità è compresa non solo in termini di integrità fisica, ma come una disposizione interiore di apertura, obbedienza e fedeltà unanime a Cristo, che informa di sé la sequela cristiana e produce una ricchezza di frutti spirituali». Questa è proprio la problematica, purtroppo incompresa, dei Padri della Chiesa.
      L’accordo dell’Arcic cita poi «il ruolo di Maria nella redenzione dell’umanità […]. Lei [«nuova Eva», precisa il testo] è associata al suo Figlio nella vittoria sull’antico nemico. [...] L’obbedienza della Vergine Maria apre la strada alla salvezza».
      Si può dunque andare assai lontano con gli anglicani, se si evita il titolo, discusso anche fra i cattolici, di “corredentrice”. Giovanni XXIII aveva chiesto con discrezione alla Commissione dottrinale del Concilio, alla quale io partecipavo come esperto, di non usare questa parola.
      L’accordo verte anche sul posto di Maria nel culto. Vi si dice così: «A seguito [...] dei Concili di Efeso e di Calcedonia [...], si stabilì gradualmente una tradizione di preghiera con Maria e di lode a Maria. Dal IV secolo, specie in Oriente, essa è stata associata  con la richiesta della sua protezione». Cosa che resta in uso nella Chiesa anglicana di oggi.
 
 Fare il resoconto del recente documento sarebbe troppo lungo. Testimonia una considerazione positiva e addirittura una devozione fervente verso Maria. L’accordo attinge «dalla Scrittura e dalla comune tradizione che precede la Riforma e la Controriforma» (XVI secolo). Scrittura e tradizione sono la costante del documento: «È impossibile essere fedeli alla Scrittura e non prendere sul serio Maria». Seguendo il Vangelo di Luca, nella Dichiarazione congiunta si legge: «L’annunciazione e la visita a Elisabetta sottolineano che Maria è in maniera unica la destinazione dell’elezione e della grazia di Dio»
 
      Vi si accettano anche «le feste in suo onore». Si ammette anche la legittimità della festa della Concezione di Maria creata in Oriente nel VII secolo e adottata nelle isole britanniche fin dal secolo XI.
      Vi si riconosce l’intercessione di Maria e la «sua presenza» nella vita della Chiesa, pur ammettendo le esagerazioni del Medioevo che, in maniera ambigua, chiamò Maria “mediatrice presso Cristo mediatore”; vi si sottolinea con il Concilio Vaticano II che Cristo è il solo mediatore e che Maria è mediatrice solo «in Cristo», come ha scritto Giovanni Paolo II riprendendo la formula ammessa prima del Concilio, nel 1950, dal luterano tedesco Hans Asmulsen, come avevo avuto modo di notare fin da prima del Concilio, nel mio Court traité sur la Vierge Marie.
      Vi si data la fede nell’intercessione di Maria a partire dal Concilio di Efeso (431) e si cita l’Ave Maria, di cui si nota la diffusione nel V secolo, riconoscendo che «i riformatori inglesi hanno criticato questa invocazione e altre simili forme di preghiera, perché credevano che mettessero in discussione l’unica mediazione di Gesù Cristo». L’accordo dunque su questo punto segna una tappa positiva. Si sottolinea poi che il Concilio Vaticano II ha avallato la pratica ininterrotta dei credenti che chiedono a Maria di pregare per loro dal momento che «la funzione materna di Maria verso gli uomini in nessun modo oscura o diminuisce questa unica mediazione di Cristo (Lumen gentium 60)».
      Tale positivo apprezzamento merita di essere citato. Uno degli ultimi paragrafi (p. 34) è intitolato: “Intercessione e mediazione nella comunione dei santi”.
     
      Accordo sull’origine immacolata e sull’assunzione di Maria
      La cosa nuova e notevole è l’accordo, limitato ma sostanziale e positivo, sulle due definizioni pontificie sulla Vergine Maria (1854 e 1950), tanto contestate non solo dalla Riforma, ma anche dagli ortodossi.
      Nel centocinquantesimo anniversario della definizione di Pio IX sull’origine immacolata di Maria, il documento sottolinea che Maria ha avuto «bisogno di Gesù Cristo». Un punto che era essenziale e fondamentale per Pio IX, perché egli non ha definito solo la purezza originale di Maria. Ha dichiarato anche che Maria è stata proprio riscattata per preservazione (contro coloro che pensano che questo privilegio fosse dovuto alla nuova Eva, in quanto appartenente alla prima creazione e così sottratta alla discendenza di Adamo).
       Il documento riconosce anche la fondatezza della definizione laconica di Pio XII, perché si è preoccupato di attenersi all’essenziale. Non ha voluto definire la morte di Maria, ma soltanto che «fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo».
      Gli anglicani riconoscono che questa è una formulazione armoniosa della fede comune, perché, essendo tutti i cristiani chiamati alla Resurrezione, nulla impedisce che questa promessa sia già realizzata per colei che ha generato corporalmente Cristo resuscitato (mentre per esempio Karl Rahner voleva estendere questo privilegio a tutti i cristiani a differenza di Schillebeeckx).
      La fede formulata nell’accordo è per noi allora pienamente comune, con la seguente differenza: il problema che queste due definizioni pongono agli anglicani è che esse sono per i cattolici un dogma di fede. Essi credono volentieri la stessa cosa come una giusta interpretazione della fede, ma non come un obbligo imposto dalla Rivelazione, perché queste due dottrine non sono esplicite nella Scrittura. Alcuni cattolici, d’altra parte si dicono imbarazzati a giustificarle biblicamente, senza che per questo si muova loro alcun rimprovero. Da parte mia ho dimostrato, con una lettura penetrante ma rigorosa della Scrittura, che queste due dottrine sono non solo implicitamente ma formalmente presenti nella Scrittura.
      «Tuttavia», continua la Dichiarazione, «nella comprensione cattolica, così come si esprime in queste due definizioni, la proclamazione di un dato insegnamento come dogma comporta che l’insegnamento in questione venga considerato “divinamente rivelato” e pertanto da credere “fermamente e inviolabilmente” da parte di tutti i fedeli». Ciò pone un problema agli anglicani, come ad altre confessioni cristiane. Si chiedono se siano necessarie queste espressioni di rigore. Essi aderiscono senza difficoltà alle due dottrine così come sono espresse nella costituzione dogmatica Lumen gentium, secondo una formulazione meno giuridica, e secondo la dottrina della costituzione dogmatica Dei Verbum sulla Scrittura definita come testimonianza.  
 
      Si legge ancora nella Dichiarazione: «Gli anglicani hanno domandato se tra le condizioni di un futuro ristabilimento della piena comunione sarà loro richiesto di accettare le definizioni del 1854 e del 1950. I cattolici giudicano difficile immaginare un ristabilimento della comunione nel quale l’accettazione di determinate dottrine sarebbe richiesta agli uni e non agli altri. Nell’affrontare questi problemi, siamo stati memori del fatto che “una conseguenza della nostra separazione è stata la tendenza sia degli anglicani sia dei cattolici di esagerare l’importanza dei dogmi mariani in sé, a spese di altre verità più strettamente correlate con i fondamenti della fede cattolica” (Autorità nella Chiesa II, n. 30). Gli anglicani e i cattolici concordano sul fatto che le dottrine dell’assunzione e dell’immacolata concezione di Maria devono essere comprese alla luce di una verità più centrale, quella della sua identità di Theotokos, che a sua volta dipende dalla fede nell’incarnazione».
      Secondo l’accordo cattolico-anglicano abbiamo integralmente la stessa fede riguardo alla Vergine Maria, ma occorrerebbe che quelle verità definite dopo la separazione fossero presentate in un contesto meno giuridico, conformemente alle puntualizzazioni del Vaticano II, più attente all’unità della fede e alla gerarchia dei dogmi.
      «Di contro, gli anglicani dovrebbero accettare che quelle definizioni sono una legittima espressione della fede cattolica, e devono essere rispettate come tali, anche se da loro formulazioni del genere non sono state utilizzate. Vi sono, negli accordi ecumenici, esempi in cui ciò che uno dei partner ha definito de fide può essere espresso dall’altro partner in modo diverso, come ad esempio nella Dichiarazione cristologica comune tra la Chiesa cattolica romana e la Chiesa assira dell’Oriente (1994) o nella Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione tra la Chiesa cattolica romana e la Federazione luterana mondiale (1999)». In conclusione, i firmatari dell’accordo pensano di non aver solo negoziato una conciliazione o un riavvicinamento, ma di aver «illuminato in modo nuovo il posto di Maria nell’economia della speranza e della grazia».
      Sono le ultime parole: «La nostra speranza è che, mentre condividiamo quel solo Spirito dal quale Maria è stata preparata e santificata per la sua singolare vocazione, possiamo partecipare insieme a lei e a tutti i santi all’incessante lode di Dio».
      L’accordo spirituale e dottrinale anglicano-cattolico su Maria va più lontano di quanto si poteva immaginare, pur con le rigidità e al di là degli alti e bassi e degli impacci ecumenici di cui si è parlato e delle loro conseguenze per quella piena comunione che già il cardinal Mercier aveva ragione a voler realizzare, secondo il nostro  desiderio comune che è anche la volontà di Gesù Cristo: «Che siano una sola cosa come il Padre e io siamo una sola cosa» (Gv 17, 21).              

Publié dans:Maria Vergine |on 13 mai, 2009 |Pas de commentaires »

L’Icona della Vergine di Pompei

dal sito:

http://www.santuario.it/?cc=s;{F62DDCF8-F08E-46AA-9304-8E405928F74A}

L’Icona della Vergine

L’icona della Beata Vergine del Santo Rosario di Pompei (alta cm 120 e larga cm 100) presenta l’immagine della Madonna in trono con Gesù in braccio; ai suoi piedi, san Domenico e santa Caterina da Siena. La Vergine reca nella mano sinistra la corona del Rosario che porge a santa Caterina, mentre Gesù, poggiato sulla sua gamba destra, la porge a san Domenico. In questo quadro si possono riconoscere tre grandi spazi. Lo spazio in alto, nel quale l’umile ma solenne figura di Maria in trono invita la Chiesa a portarsi verso il mistero della Trinità. Lo spazio in basso è quello della Chiesa, il corpo mistico, la famiglia che ha in Gesù il suo capo, nello Spirito il suo vincolo, in Maria il suo membro eminente e la sua Madre. Lo spazio laterale, rappresentato dagli archi, porta al mondo, alla storia, verso cui la Chiesa ha il debito di essere “sacramento”, offrendo il servizio dell’annuncio evangelico per la costruzione di una degna città dell’uomo. La via che unisce questi spazi è il Rosario, sintesi orante della scrittura, posta quasi come fondamento ai piedi del trono, e consegnato dal Figlio e dalla Madre come via di meditazione e assimilazione del Mistero. Quest’icona fu data a Bartolo Longo da Suor Maria Concetta De Litala, del Convento del Rosariello a Porta Medina di Napoli. La religiosa l’aveva avuta in custodia da padre Alberto Radente, confessore del Beato. Per trasportarlo a Pompei, il Longo l’affidò al carrettiere Angelo Tortora che, avvoltala in un lenzuolo, l’appoggiò su di un carro di letame. Era il 13 novembre 1875, data di nascita della Nuova Pompei, ricordata ogni anno con una giornata di preghiera, durante la quale i fedeli, ammessi alla venerazione diretta del Quadro, affidano alla Vergine le loro speranze. È straordinario vedere come, fin dalle prime ore del mattino, migliaia e migliaia di persone di ogni età, provenienza e ceto sociale, si mettano ordinatamente in fila ed attendano, anche diverse ore e, talvolta, in situazioni climatiche veramente difficili, per stare più vicini alla Madonna ed esprimerle con affetto i loro sentimenti più intimi. Il quadro, però, necessitava di un restauro e fu posto alla venerazione dei fedeli soltanto il 13 febbraio 1876. Nello stesso giorno, a Napoli, avvenne il primo miracolo per intercessione della Madonna di Pompei: la dodicenne Clorinda Lucarelli, giudicata inguaribile dall’illustre prof. Antonio Cardarelli, guarì perfettamente da terribili convulsioni epilettiche. In seguito, Bartolo Longo affidò l’Icona al pittore napoletano Federico Maldarelli per un ulteriore restauro, chiedendogli anche di trasformare l’originaria Santa Rosa in Santa Caterina da Siena. Nel 1965, fu effettuato, al Pontificio Istituto dei Padri Benedettini Olivetani di Roma, un restauro altamente scientifico, durante il quale, sotto i colori sovrapposti nei precedenti interventi, furono scoperti i colori originali che svelarono la mano di un valente artista della scuola di Luca Giordano (XVII secolo). Nello stesso anno, il 23 aprile, il Quadro fu incoronato da Paolo VI nella Basilica di San Pietro. Nel 2000, per il 125° anniversario, il Quadro ha sostato per cinque giorni nel Duomo di Napoli, dove è stato venerato da migliaia di fedeli. Il ritorno a Pompei è stato fatto a piedi, seguendo il tracciato del 1875, con diverse soste nelle città della provincia. Per tutto il giorno centinaia di migliaia di persone hanno affollato il percorso di trenta chilometri che separa Pompei dal capoluogo. Quando, in piena notte, il Quadro è tornato a Pompei, è stato accolto da una città in festa. Il 16 ottobre 2002, il Quadro è tornato a piazza San Pietro, per esplicita richiesta del Papa Giovanni Paolo II, che, accanto alla “bella immagine venerata a Pompei”, ha firmato la Lettera Apostolica Rosarium Virginis Mariae, con la quale ha introdotto i cinque nuovi misteri della luce, ed ha indetto l’Anno del Rosario. Anche durante il suo secondo pellegrinaggio a Pompei, il 7 ottobre 2003, Papa Wojtyla è stato accolto sul palco posto dinanzi alla Basilica dall’icona della Vergine di Pompei, da lui tanto amata
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Stefano De Fiores: Vivere in Maria la consacrazione trinitaria

dal sito:

http://www.sanpaolo.org/madre03/0107md/0107md12.htm

CON MARIA NEL NUOVO MILLENNIO
  
Vivere in Maria la consacrazione trinitaria
 
Il pensiero e la testimonianza di vita di S. Massimiliano Kolbe e di Giovanni Paolo II, sono tra i più autorevoli e convincenti riferimenti per una devozione mariana equilibrata e matura.
di STEFANO DE FIORES

Sebbene si siano talvolta verificate nel corso della storia impostazioni mariocentriche, che lasciavano nell’implicito la relazione trinitaria, normalmente da s. Ildefonso fino a Montfort ed a Giovanni Paolo II, si ha avuto cura di inserire il rapporto con Maria nel contesto globale della storia della salvezza e nella vita in relazione con la Trinità.

Ben presto si è sviluppata a livello popolare la percezione di Maria nel suo stato glorioso, come Santa, Potente e Misericordiosa, quindi in grado di soccorrere nei pericoli. Un vivo senso di fiducia nell’intervento della Theotokos è testimoniato dalla più antica preghiera mariana: il Sub tuum praesidium, trovato su un papiro egiziano non posteriore al III secolo. La preghiera è concentrata su Maria, ma il titolo di Theotokos rimanda a Dio senza ulteriori specifiche.

Alcune esagerazioni

Due vescovi del IV secolo testimoniano tuttavia delle spinte esagerate nel rapporto con la Madre di Gesù. In oriente abbiamo il famoso caso delle colliridiane, donne arabe cristiane, che offrivano focacce a Maria, tendendo a sostituire così il culto eucaristico e anche forse il sacerdozio maschile. Interviene Epifanio, vescovo di Salamina, con un procedimento teologico che non isola la questione ma la pone in confronto con il culto alla Trinità: «Sia pure onorata Maria, mentre invece il Padre, il Figlio e lo Spirito santo debbono essere adorati». In occidente, pur non conoscendo il contesto, una precisazione di Ambrogio suppone un tentativo di esaltare Maria al rango divino: «Maria era il tempio di Dio, non il Dio del tempio, e perciò deve essere adorato solamente colui che operava nel tempio».

Per Ildefonso tutto è inquadrato nel piano trinitario da cui tutto deriva e a cui tutto deve sfociare. Questo vale in particolare per Maria, in cui «tutta la Trinità, invisibilmente, opererà […] questo tuo concepimento», e da cui procede la sua glorificazione: «Ecco che tutta la terra, per merito di questa Vergine, è stata riempita della gloria di Dio».

L’esperienza di S. Massimiliano Kolbe

Anche la consacrazione all’Immacolata vissuta da s. Massimiliano Kolbe (+ 1941) è fin dall’inizio orientata ad «estendere, in tal modo, quanto più è possibile il benedetto Regno del sacratissimo Cuore di Gesù» (SK 37). Egli percorre una triplice fase:

a) Il giovane Massimiliano vive la consacrazione all’Immacolata (1919) come una realtà costante, dinamica e unificante. Egli si esercita continuamente a «lasciarsi condurre dall’Immacolata» (SK 987), senza sostituire Maria a Dio, perché ella mantiene sempre un carattere strumentale: «Poni tutta la fiducia nel Cuore di Gesù attraverso l’Immacolata» (SK 987 G).

b) Segue una fase d’immedesimazione con l’Immacolata (1932-1935). L’impegno derivante dalla consacrazione percorre tutta la vita di Massimiliano, come egli stesso riconosce, ma assume un traguardo di perfezione negli anni trenta, quando non solo si concentra nell’«unico problema» («dobbiamo essere degli strumenti nelle sue mani immacolate»), ma tende a «divenire una sola cosa con Dio, attraverso l’Immacolata» (SK 1160).

Anzi, mediante un annientamento mistico di sé, iniziato da molti anni di esercizio a «non ostacolare» l’Immacolata, P. Kolbe intende scomparire per «diventare lei» (SK 579), «essere [...] lei stessa» (SK 556).

Questa fase mistica è quella più attiva poiché coincide con il lavoro per conquistare il mondo intero a Cristo mediante l’Immacolata. Egli pensa all’India, alla Cina, al Giappone e all’America latina. Nello stesso tempo (1933) la disponibilità all’Immacolata giunge ad includere profeticamente la morte per fame, come avverrà nel 1941: «… per Lei siamo disposti a tutto, ad ogni fatica, sofferenza, umiliazione, anzi alla morte per fame o per qualunque altra causa» (SK 509).

c) A partire da una lettera indirizzata da Nagasaki nel 1935 a Fr. Matteo, che trovava difficoltà nell’armonizzare l’amore di Gesù con quello di Maria, p. Kolbe allarga il raggio di riflessione inserendo il discorso sull’Immacolata nell’ambito trinitario: «Certamente, il nostro scopo è Dio, la ss. Trinità [...]. Mio caro, sicuramente la sorgente di ogni bene, in qualsiasi ordine, sia naturale che soprannaturale è Dio Padre il quale opera sempre attraverso il Figlio e lo Spirito santo, cioè la Trinità santissima».

E aggiunge in prospettiva più vitale: «Pure la corrispondenza alle grazie, che le creature hanno ottenuto attraverso il Figlio e lo Spirito, ritorna al Padre solo lungo questa medesima strada, ossia attraverso lo Spirito santo e il Figlio, vale a dire attraverso l’Immacolata, Sposa dello Spirito santo, e Gesù unito ipostaticamente alla natura del Figlio» (SK 643).

Il vertice dell’Amore

L’Immacolata è presente in questo circuito d’amore come «il vertice dell’amore della creazione che torna a Dio» proprio perché «in lei avviene il miracolo dell’unione di Dio con la creazione» (SK 1310). Qui Massimiliano ribadisce le operazioni delle tre persone divine in Maria e sottolinea soprattutto, con linguaggio audace ma ortodosso, la definizione di «sposa dello Spirito santo» come «un’immagine assai lontana per esprimere la vita dello Spirito santo in lei e attraverso lei» (SK 1310).

Giungiamo al 17 febbraio 1941, quando P. Kolbe passeggiando e pregando detta a Fr. Arnoldo i suoi ultimi pensieri per il libro sull’Immacolata. A mezzogiorno irrompe la Gestapo e lo arresta. Le sue ultime pagine rappresentano forse il più acuto approfondimento dell’Immacolata Concezione compiuto dalla teologia contemporanea in prospettiva pneumatologica.

Per rispondere all’interrogativo: «Chi sei, o Immacolata Concezione?» p. Kolbe guarda alle creature e trova che esse sono «concezioni» (ma a differenza di Maria contaminate dal peccato): dunque «un eco più o meno lontano» di una perfezione divina.

Egli ritorna a Dio per cercarvi la «concezione» e la trova nello Spirito santo, che è una concezione increata, eterna, [...] il prototipo di qualsiasi concezione di vita dell’universo, [...] una concezione santissima, infinitamente santa, Immacolata.

Pur essendo tributario del Montfort, la cui devozione è dichiarata «tutta nostra», P. Kolbe se ne distingue per due sottolineature: il mistero dell’Immacolata che definisce l’essere di Maria e la dimensione apostolica mirante a «guadagnare tutto il mondo per l’Immacolata » (SK 1331).

In questa medesima scia si pone Giovanni Paolo II lungo il suo pontificato, con gesti e con discorsi, realizza il motto del suo stemma episcopale Totus tuus. L’itinerario mariano di Giovanni Paolo II muove dalla tradizione polacca incentrata sulla Madonna di Jasna Góra (storicamente centro di unità nazionale e religiosa della Polonia) e matura teologicamente quando il giovane seminarista clandestino lavora nella Solvay di Cracovia e si imbatte in un piccolo grande libro: il Trattato della vera devozione a Maria di san luigi Maria da Montfort.

Lasciamo la parola allo stesso protagonista, che divenuto Papa, rivela al giornalista A. Frossard l’origine trinitaria della sua devozione mariana: «La lettura di quel libro ha segnato nella mia vita una svolta decisiva. Ho detto svolta, benché si tratti di un lungo cammino interiore che ha coinciso con la mia preparazione clandestina al sacerdozio. Proprio allora mi capitò tra le mani questo singolare trattato, uno di quei libri che non basta «aver letto».

Ricordo d’averlo portato con me per molto tempo, anche nella fabbrica di soda, tanto che la sua bella copertina era macchiata di calce. Rileggevo continuamente e l’uno dopo l’altro certi passi. Mi sono ben presto accorto che al di là della forma barocca del libro, si trattava di qualcosa di fondamentale. Ne è conseguito che alla devozione della mia infanzia e anche della mia adolescenza verso la madre di Cristo si è sostituito un nuovo atteggiamento, una devozione venuta dal più profondo della mia fede, come dal cuore stesso della realtà trinitaria e cristologia».

Il nuovo atteggiamento maturato nel giovane Wojtyla oltrepassa lo stadio devozionale per divenire una realtà profonda e personale. Divenuto Papa, egli la esprime con vari termini: autentica «spiritualità mariana», «dimensione mariana della vita dei discepoli di Cristo», «affidamento» o «intimo rapporto di un figlio con la madre», quale «risposta all’amore di una persona e, in particolare, all’amore della madre».

L’accoglienza giovannea di Maria «fra le cose proprie» designa per lui una «comunione di vita» che si può tradurre in linguaggio spaziale come reciproca abitazione ed interpersonale ospitalità: «Affidandosi filialmente a Maria, il cristiano, come l’apostolo Giovanni, accoglie « fra le sue cose proprie » la Madre di Cristo e la introduce in tutto lo spazio della propria vita interiore, cioè nel suo « io » umano e cristiano: La prese con sé. Così egli cerca di entrare nel raggio d’azione di quella « materna carità », con la quale la Madre del Redentore « si prende cura dei fratelli del Figlio suo, alla cui rigenerazione e formazione ella coopera… »» (RM 45).

Publié dans:Maria Vergine |on 6 mai, 2009 |Pas de commentaires »

TRATTATO DELLA VERA DEVOZIONE A MARIA di Grignion de Monfort

dal sito:

http://www.monasterovirtuale.it/luigidamontfort.html

TRATTATO DELLA VERA DEVOZIONE A MARIA
San Luigi Maria Grignion de Monfort

INTRODUZIONE

Capitolo I

(solo uno stralcio, naturalmente)

NECESSITA’ DELLA DEVOZIONE A MARIA

14. Confesso, con tutta la Chiesa, che essendo Maria una semplice creatura uscita dalle mani dell’Altissimo, paragonata alla sua infinita Maestà, ella è meno di un atomo, o piuttosto, non è proprio niente, poiché soltanto lui è Colui che è. Di conseguenza, questo grande Signore, sempre indipendente e bastante a se stesso, non ha avuto e non ha bisogno nel modo più assoluto della Santa Vergine Maria per compiere i suoi voleri e per manifestare la propria gloria. Gli basta volere, per fare tutto.
15. Tuttavia, supponendo le cose come sono, si può dire che Dio, dopo aver voluto iniziare e compiere le sue più grandi opere per mezzo della Santa Vergine, da quando egli l’ha formata, c’è da credere che egli non cambierà affatto condotta nei secoli dei secoli, poiché egli è Dio e non cambia né sentimenti, né modo di agire.

1. DIO SCELSE MARIA PER REALIZZARE L’INCARNAZIONE E LA REDENZIONE

16. Dio Padre non ha donato al mondo il suo unico Figlio che per mezzo di Maria. Per quanti sospiri non abbiano emesso i patriarchi, per quante suppliche non abbiano fatto i profeti e i santi dell’antica legge durante quattromila anni, per ottenere questo tesoro, non c’è stata che Maria che l’abbia meritato e trovato grazia davanti a Dio con la forza delle sue preghiere e la sublimità delle sue virtù. Il mondo era indegno – dice sant’Agostino – ricevere il Figlio di Dio direttamente dalle mani del Padre; egli lo ha donato a Maria perché il mondo lo ricevesse da lei. Figlio di Dio si è fatto uomo per la nostra salvezza, ma lo ha fatto in Maria e per mezzo di Maria. Lo Spirito Santo Dio ha formato Gesù Cristo in Maria, ma dopo averle chiesto il consenso per mezzo di uno tra i primi ministri della sua corte.
17. Dio Padre ha comunicato a Maria la sua fecondità, per quanto una semplice creatura ne fosse capace, per darle così il potere di generare il suo Figlio e tutti i membri del suo Corpo mistico.
18. Dio Figlio è disceso nel suo grembo verginale, come il nuovo Adamo nel proprio paradiso terrestre, per trovare le sue compiacenze e operare in segreto meraviglie di grazia. Questo Dio fatto uomo ha trovato la propria libertà nel farsi prigioniero nel grembo di lei; ha fatto risplendere la propria forza nel lasciarsi portare da questa fanciulla; ha trovato la propria gloria e quella dei Padre suo nel nascondere i suoi splendori a tutte le creature di quaggiù, per non rivelarli che a Maria; ha glorificato la propria indipendenza e maestà nel dipendere da questa Vergine amabile, nel concepimento, nella nascita, nella presentazione al tempio, nella vita nascosta di trent’anni e fino alla sua morte, alla quale ella dovette assistere, per non costituire con lei che un medesimo sacrificio e per essere immolato all’eterno Padre con il consenso di lei, come un tempo Isacco fu immolato alla volontà di Dio con il consenso di Abramo. E’ lei che lo ha allattato, nutrito, custodito, allevato e sacrificato per noi. O mirabile e insondabile dipendenza di un Dio, che lo Spirito Santo non ha potuto passare sotto silenzio nel Vangelo, per mostrarcene il valore e la gloria infinita, pur avendo taciuto quasi tutte le meraviglie che questa Sapienza incarnata ha compiuto durante la sua vita nascosta. Gesù Cristo ha dato più gloria a Dio suo Padre con la sottomissione a sua Madre durante trent’anni, che non convertendo il mondo intero per mezzo di strepitosi miracoli. Oh, come si dà altamente gloria a Dio quando, per piacergli, ci si sottomette a Maria, sull’esempio di Gesù Cristo, nostro unico modello!
19. Se esaminiamo da vicino il resto della vita di Gesù Cristo, vedremo che egli ha voluto dare inizio ai suoi miracoli per mezzo di Maria. Ha santificato san Giovanni nel seno di sua madre, santa Elisabetta, per mezzo della parola di Maria; non appena ebbe parlato, Giovanni fu santificato e fu questo il primo e più grande miracolo di grazia. Alle nozze di Cana, cambiò l’acqua in vino, in seguito all’umile preghiera di Maria e fu il primo miracolo nell’ordine della natura. Egli ha iniziato e continuato i suoi miracoli per mezzo di Maria; e li continuerà fino alla fine dei secoli per mezzo di Maria.
20. Dio Spirito Santo, che è sterile nella divinità, cioè non produce altra persona divina, è divenuto fecondo per mezzo di Maria, che ha sposata. E’ con lei, in lei e da lei che egli ha prodotto il suo capolavoro, che è un Dio fatto uomo, e che produce ogni giorno, fino alla fine del mondo, i cristiani fedeli, membri del corpo di questo capo adorabile: perciò, quanto più egli trova Maria, sua cara e indissolubile Sposa, in un’anima, tanto più diventa operante e potente per formare Gesù Cristo in quell’anima e l’anima in Gesù Cristo.
21. Con questo non si vuoi dire che sia la Santa Vergine a dare fecondità allo Spirito Santo, come se egli non l’avesse da se, poiché essendo Dio, possiede la fecondità e la capacità di produrre, come il Padre e il Figlio, anche se non la mette in atto, dal momento che non dà origine ad altra persona divina. Si vuol dire che lo Spirito Santo, tramite la Santa Vergine, di cui vuole servirsi benché non ne abbia un bisogno assoluto, traduce in atto la propria fecondità, producendo in lei e per mezzo di lei Gesù Cristo e i suoi membri. O mistero di grazia, sconosciuto anche ai più dotti e spirituali tra i cristiani!

Publié dans:Maria Vergine |on 28 avril, 2009 |Pas de commentaires »

Gregorio il Taumaturgo: Homilia II in Annunciatione

dal sito:

http://www.certosini.info/lezion/Santi/25_marzo_annunciazione_del_signo.htm

Dalle Omelie attribuite a Gregorio il Taumaturgo.

Homilia II in Annunciatione, PG 10,1156‑1169.  

Bisogna che noi offriamo a Dio come sacrificio di lode ogni celebrazione festiva; la prima di tutte le solennità deve essere quella dell’Annunciazione della santissima Madre di Dio, quando l’angelo la chiamò piena di grazia.

Questa salutazione angelica è nel Nuovo Testamento l’inizio di ogni sapienza e dottrina di salvezza. A noi, infatti, si rivolge questo saluto del Padre dei lumi: Ti saluto, o piena di grazia. (Lc 1,28 2)

Con queste parole Iddio abbraccia l’intera natura umana. Ti saluto, o piena di grazia, nel santo concepimento, nella tua maternità di gloria, perché ti annunzio una buona novella, una grande gioia per tutto il popolo.

Osservate dunque, carissimi, come il Signore, dappertutto invisibile, ci ha fatto dono di una gioia perenne, che eccede ogni pensiero umano.  

Mentre era sulla terra, Maria conduceva una vita purissima, inghirlandata di ogni genere di virtù, ben al di là dei consueti atteggiamenti umani.

Il Verbo dell’eterno Padre volle allora assumere da lei la carne e farsi totalmente uomo. Attraverso la carne il peccato era entrato nel mondo e con il peccato era venuta la morte. Ma l’incarnazione condanna il peccato, quasi seppellendolo nel santo corpo di Maria. Così fu vinto il tentatore del peccato.

Con l’incarnazione, Dio volle che la stessa vita eterna trovasse nel mondo la sua dimora e con l’apparire dell’inizio della risurrezione un’intimità nascesse tra Dio e gli uomini.

Chi sarà in grado di narrare l’imperscrutabile mistero? Che cosa dire e che cosa lasciare in silenzio?  

Gabriele fu inviato alla castissima Vergine: lui, incorporeo, si presenta a lei che nel corpo vive una vita incorrotta e osserva la castità con le altre virtù. Giunto da Maria, per prima cosa le annunzia la buona novella: Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te. Veramente sei colma di grazia, poiché hai indossato una veste senza macchia e ti sei cinta di purezza e temperanza. La tua vita ti rende degna della vera gioia.

Ti saluto, o piena di grazia: tu che sei vaso e scrigno della letizia celeste. Ti saluto, o piena di grazia: per mezzo tuo la gioia viene concessa a ogni creatura e il genere umano recupera l’antica dignità. Ti saluto, o piena di grazia: sulle tue braccia sarà portato il Creatore di tutte le cose.

Maria a queste parole rimane turbata: non è avvezza a discorrere con gli uomini, anzi ama la quiete solitaria, madre della continenza e della castità. E poiché ella è immagine immacolata di purezza e di integrità, non ha paura dell’apparizione dell’angelo, così come successe di solito ai profeti: l’autentica verginità ha, infatti, varie somiglianze con lo stato angelico.  

L’arcangelo annunzia a Maria una gioia certa e indubitabile: Non temere, Maria perché hai trovato grazia presso Dio. (Lc 1,30)  Queste poche parole ti dimostreranno che non devi nutrire nessun timore, anzi ti indicheranno la ragione di aver fiducia. Attraverso la mia voce tutte le potenze celesti salutano in te la Vergine santa; anzi lo stesso Dominatore delle potenze ipercosmiche fra tutte le creature ha scelto te, perché sei santa e ornata di grazia.

Attraverso il tuo seno puro, casto e incorruttibile, uscirà la fulgidissima perla, destinata a salvare il mondo intero. Tu sei divenuta più gloriosa, più pura, più santa di ogni creatura umana. Hai una mente più candida della neve e un corpo più puro dell’oro raffinato nel crogiolo.

Ezechiele ti scorse nella sua visione, quando descrisse così: Sopra il firmamento che era sulle loro teste apparve qualcosa come pietra di zaffiro in forma di trono e su questa specie di trono, in alto, una figura dalle sembianze umane. Da ciò che sembrava essere dai fianchi in su, mi apparve splendido come l’elettro e da ciò che sembrava dai fianchi in giù mi apparve come di fuoco. (Ez 1,26‑27).

Nella sua chiaroveggenza, il profeta vide sotto quel simbolo il figlio nato dalla Vergine. Maria non avrebbe potuto portare un tale figlio se fin da quel tempo non fosse apparsa fulgente di ogni gloria e virtù.  

Con quali elogi descriveremo la dignità verginale? Con quali lodi e con quali inni celebreremo il suo volto immacolato? Con quali espressioni e con quali canti spirituali potremo onorare colei che è più magnifica degli angeli?

Maria fu piantata nella casa del Signore come un olivo fruttifero; lo Spirito Santo la coprì della sua ombra e per mezzo di lei ci chiamò figli ed eredi del regno di Cristo.

La Vergine è il paradiso sempre verde della nostra eternità, nel quale l’albero della vita, che lì vi cresce, dà a tutti frutti di immortalità.

Maria è vanto delle vergini, giubilo delle madri, sostegno dei credenti, icona perfetta del fedele. E’ indumento di luce e dimora della virtù; è la fonte perenne da cui l’acqua viva ha fatto scaturire l’incarnazione del Signore. Maria è baluardo di giustizia e chiunque sarà innamorato della sua nobiltà e purezza verginale, godrà della grazia degli angeli.  

Coloro che in modo degno celebreranno l’Annunciazione della vergine Madre di Dio otterranno una più ricca ricompensa dalle parole dell’angelo: Ti saluto, o piena di grazia. Celebriamo perciò solennemente questa festività che ha riempito il mondo intero di gioia e di letizia. Celebriamola con salmi, inni e cantici spirituali.

L’annunciazione della vergine Maria piena di grazia è divenuta per noi il principio di ogni bene, il mirabile piano di salvezza del Salvatore, il suo divino ed eccelso insegnamento. Da Maria si diramano con splendore i raggi della luce spirituale. Da qui scaturiscono per noi le fonti della sapienza e dell’immortalità, le quali effondono limpidi e puri ruscelli di amore. Da qui risplenderanno per noi i tesori della divina conoscenza, perché questa è la vita eterna: conoscere il vero Dio e colui che ha mandato, Gesù Cristo. (Cf Gv 17,3)  

Dio nella sua grande bontà, quando vide la sua o pera assoggettata alla morte, non distolse completamente lo sguardo dall’uomo che aveva foggiato a sua immagine; non lo abbandonò e ad ogni generazione venne a visitarlo in terra.

Manifestandosi dapprima nei patriarchi, proclamandosi nella legge e rivelandosi nei profeti, annunziò il suo piano di salvezza. Ma quando giunse la pienezza dei tempi in cui doveva venire in tutta la sua gloria, mandò l’arcangelo Gabriele dalla vergine Maria per darle il lieto annunzio.

L’angelo scese dalle ineffabili potenze celesti e si rivolse alla santissima Vergine dicendo:Ti saluto, o piena di grazia. Non appena ella ebbe ascoltato quel saluto, ecco che lo Spirito Santo entrò nel virgineo tempio immacolato, santificandone il corpo e lo spirito. Le leggi della natura e del matrimonio stettero in disparte a guardare con stupore il Signore della natura operare in quel corpo un prodigio al di là della natura, o meglio, sopra la natura.

Con tutt’altre armi da quelle che il diavolo usò per farci la guerra, Cristo ci ha salvati: egli ha assunto il nostro corpo soggetto al patire, per dare una grazia maggiore alla nostra indigenza. (Rm 5,20) Laddove ha abbondato il peccato. ha sovrabbondato la grazia.  

La tua lode, o santissima Vergine, senz’altro supera ogni lode, perché in te Dio ha preso carne ed è nato uomo. Te venera ogni creatura nei cieli, sulla terra e negli inferi e a te offre il culto che ti si addice. Tu sei davvero il trono degno dei cherubini e dalla sommità del regno spirituale tu brilli nel fulgore della tua luce.

In te è glorificato il Padre che non ha inizio, lui che ha disteso su di te la sua ombra. In te è adorato il Figlio, che tu hai generato secondo la carne. In te è celebrato lo Spirito Santo, che nel tuo seno portò a compimento la nascita del gran Re. Per mezzo di te, o piena di grazia, la santa e consostanziale Trinità è conosciuta nel mondo intero.

Degnati di rendere partecipi anche noi della tua perfetta grazia, in Cristo Gesù nostro Signore, insieme col quale sia gloria al Padre e allo Spirito Santo, ora e sempre, nei secoli dei secoli. Amen.   

Papa Benedetto, Annunciazione del Signore 2006

dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/homilies/2006/documents/hf_ben-xvi_hom_20060325_anello-cardinalizio_it.html

CONCISTORO ORDINARIO PUBBLICO
PER LA CREAZIONE DI NUOVI CARDINALI

CONCELEBRAZIONE EUCARISTICA CON I NUOVI CARDINALI E
CONSEGNA DELL’ANELLO CARDINALIZIO

OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI

Solennità dell’Annunciazione del Signore
Piazza San Pietro
Sabato, 25 marzo 2006
 

Signori Cardinali e Patriarchi,
Venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
cari fratelli e sorelle!

E’ grande motivo di gioia per me presiedere questa Concelebrazione con i nuovi Cardinali, dopo il Concistoro di ieri, e considero provvidenziale che essa si svolga nella solennità liturgica dell’Annunciazione del Signore e sotto il sole che il Signore ci dà. Nell’Incarnazione del Figlio di Dio, infatti, noi riconosciamo gli inizi della Chiesa. Da lì tutto proviene. Ogni realizzazione storica della Chiesa ed anche ogni sua istituzione deve rifarsi a quella originaria Sorgente. Deve rifarsi a Cristo, Verbo di Dio incarnato. E’ Lui che noi sempre celebriamo: l’Emmanuele, il Dio-con-noi, per mezzo del quale si è compiuta la volontà salvifica di Dio Padre. E tuttavia (proprio oggi contempliamo questo aspetto del Mistero) la Sorgente divina fluisce attraverso un canale privilegiato: la Vergine Maria. Con immagine eloquente san Bernardo parla, al riguardo, di aquaeductus (cfr Sermo in Nativitate B.V. Mariae: PL 183, 437-448). Celebrando l’Incarnazione del Figlio non possiamo, pertanto, non onorare la Madre. A Lei fu rivolto l’annuncio angelico; Ella lo accolse e, quando dal profondo del cuore rispose: « Eccomi … avvenga di me secondo la tua parola » (Lc 1,38), in quel momento il Verbo eterno incominciò ad esistere come essere umano nel tempo.

Di generazione in generazione resta vivo lo stupore per questo ineffabile mistero. Sant’Agostino, immaginando di rivolgersi all’Angelo dell’Annunciazione, domanda: « Dimmi, o Angelo, perché è avvenuto questo in Maria? ». La risposta, dice il Messaggero, è contenuta nelle parole stesse del saluto: « Ave, o piena di grazia » (cfr Sermo 291,6). Di fatto, l’Angelo, « entrando da Lei », non la chiama con il nome terreno, Maria, ma col suo nome divino, così come Dio da sempre la vede e la qualifica: « Piena di grazia – gratia plena », che nell’originale greco è 6,P »D4JTµX<0, "piena di grazia", e la grazia è nient'altro che l'amore di Dio, così potremmo alla fine tradurre questa parola: "amata" da Dio (cfr Lc 1,28). Origene osserva che mai un simile titolo fu rivolto ad essere umano, e che esso non trova riscontro in tutta la Sacra Scrittura (cfr In Lucam 6,7). E’ un titolo espresso in forma passiva, ma questa "passività" di Maria, che da sempre e per sempre è l’"amata" dal Signore, implica il suo libero consenso, la sua personale e originale risposta: nell’essere amata, nel ricevere il dono di Dio, Maria è pienamente attiva, perché accoglie con personale disponibilità l’onda dell’amore di Dio che si riversa in lei. Anche in questo Ella è discepola perfetta del suo Figlio, che nell’obbedienza al Padre realizza interamente la propria libertà e proprio così esercita la libertà, obbedendo. Nella seconda Lettura abbiamo ascoltato la stupenda pagina in cui l’Autore della Lettera agli Ebrei interpreta il Salmo 39 proprio alla luce dell’Incarnazione di Cristo: "Entrando nel mondo Cristo dice: … Ecco, io vengo per compiere, o Dio, la tua volontà" (Eb 10,5-7). Di fronte al mistero di questi due "Eccomi", l' "Eccomi" del Figlio e l' "Eccomi" della Madre, che si rispecchiano l’uno nell’altro e formano un unico Amen alla volontà d’amore di Dio, noi rimaniamo attoniti e, pieni di riconoscenza, adoriamo.

Che grande dono, Fratelli, poter tenere questa suggestiva celebrazione nella solennità dell’Annunciazione del Signore! Quanta luce possiamo attingere da questo mistero per la nostra vita di ministri della Chiesa. In particolare voi, cari nuovi Cardinali, quale sostegno potrete avere per la vostra missione di eminente « Senato » del Successore di Pietro! Questa provvidenziale coincidenza ci aiuta a considerare l’evento odierno, in cui risalta in modo particolare il principio petrino della Chiesa, alla luce dell’altro principio, quello mariano, che è ancora più originario e fondamentale. L’importanza del principio mariano nella Chiesa è stata particolarmente evidenziata, dopo il Concilio, dal mio amato Predecessore Papa Giovanni Paolo II, coerentemente col suo motto Totus tuus. Nella sua impostazione spirituale e nel suo instancabile ministero si è resa manifesta agli occhi di tutti la presenza di Maria quale Madre e Regina della Chiesa. Più che mai questa presenza materna fu da lui avvertita nell’attentato del 13 maggio 1981 qui in Piazza San Pietro. A ricordo di quel tragico evento egli volle che un mosaico raffigurante la Vergine dominasse, dall’alto del Palazzo Apostolico, su Piazza San Pietro, per accompagnare i momenti culminanti e la trama ordinaria del suo lungo pontificato, che proprio un anno fa entrava nell’ultima fase, dolorosa e insieme trionfale, veramente pasquale. L’icona dell’Annunciazione, meglio di qualunque altra, ci fa percepire con chiarezza come tutto nella Chiesa risalga lì, a quel mistero di accoglienza del Verbo divino, dove, per opera dello Spirito Santo, l’Alleanza tra Dio e l’umanità è stata suggellata in modo perfetto. Tutto nella Chiesa, ogni istituzione e ministero, anche quello di Pietro e dei suoi successori, è « compreso » sotto il manto della Vergine, nello spazio pieno di grazia del suo « sì » alla volontà di Dio. Si tratta di un legame che in tutti noi ha naturalmente una forte risonanza affettiva, ma che ha prima di tutto una valenza oggettiva. Tra Maria e la Chiesa vi è infatti una connaturalità che il Concilio Vaticano II ha fortemente sottolineato con la felice scelta di porre la trattazione sulla Beata Vergine a conclusione della Costituzione sulla Chiesa, la Lumen gentium.

Il tema del rapporto tra il principio petrino e quello mariano lo possiamo ritrovare anche nel simbolo dell’anello, che tra poco vi consegnerò. L’anello è sempre un segno nuziale. Quasi tutti voi lo avete già ricevuto nel giorno della vostra Ordinazione episcopale, quale espressione di fedeltà e d’impegno a custodire la santa Chiesa, sposa di Cristo (cfr Rito dell’Ordinazione dei Vescovi). L’anello che oggi vi conferisco, proprio della dignità cardinalizia, intende confermare e rafforzare tale impegno, a partire ancora una volta da un dono nuziale, che vi ricorda il vostro essere prima di tutto intimamente uniti a Cristo, per compiere la missione di sposi della Chiesa. Ricevere l’anello sia dunque per voi come rinnovare il vostro « sì », il vostro « eccomi », rivolto al tempo stesso al Signore Gesù, che vi ha scelti e costituiti, e alla sua santa Chiesa, che siete chiamati a servire con amore sponsale. Le due dimensioni della Chiesa, mariana e petrina, si incontrano dunque in quello che costituisce il compimento di entrambe, cioè nel valore supremo della carità, il carisma « più grande », la « via migliore di tutte », come scrive l’apostolo Paolo (1 Cor 12,31; 13,13).

Tutto passa in questo mondo. Nell’eternità solo l’Amore rimane. Per questo, Fratelli, profittando del tempo propizio della Quaresima, impegniamoci a verificare che ogni cosa nella nostra vita personale, come pure nell’attività ecclesiale in cui siamo inseriti, sia mossa dalla carità e tenda alla carità. Anche per questo ci illumina il mistero che oggi celebriamo. Infatti, il primo atto che Maria compì dopo aver accolto il messaggio dell’Angelo, fu di recarsi « in fretta » a casa della cugina Elisabetta per prestarle il suo servizio (cfr Lc 1,39). Quella della Vergine fu un’iniziativa di autentica carità, umile e coraggiosa, mossa dalla fede nella Parola di Dio e dalla spinta interiore dello Spirito Santo. Chi ama dimentica se stesso e si mette al servizio del prossimo. Ecco l’immagine e il modello della Chiesa! Ogni Comunità ecclesiale, come la Madre di Cristo, è chiamata ad accogliere con piena disponibilità il mistero di Dio che viene ad abitare in essa e la spinge sulle vie dell’amore. E’ questa la strada su cui ho voluto avviare il mio pontificato invitando tutti, con la prima Enciclica, a edificare la Chiesa nella carità, quale « comunità d’amore » (cfr Enc. Deus caritas est, Seconda parte). Nel perseguire tale finalità, venerati Fratelli Cardinali, la vostra vicinanza, spirituale e fattiva, mi è di grande sostegno e conforto. E per questo vi ringrazio, mentre invito voi tutti, sacerdoti, diaconi, religiosi e laici, ad unirvi nell’invocazione dello Spirito Santo, affinché il Collegio dei Cardinali sia sempre più ardente di carità pastorale, per aiutare tutta la Chiesa a irradiare nel mondo l’amore di Cristo, a lode e gloria della Santissima Trinità. Amen!

Preghiera alla Madre silenziosa

dal sito:

http://www.atma-o-jibon.org/italiano4/preg_newman2.htm

Preghiera alla Madre silenziosa   

Maria silenziosa,
che tutto immaginasti
senza parlare,
oltre ogni visione umana,
aiutami ad entrare
nel mistero di Cristo
lentamente e profondamente,
come un pellegrino arso di sete
entra in una caverna buia
alla cui fine oda un lieve correr d’acqua.
Fa’ che prima di tutto m’inginocchi
ad adorare,
fa’ che poi tasti la roccia
fiducioso,
e m’inoltri sereno nel mistero.
Fa’ infine ch’io mi disseti
all’acqua della Parola
in silenzio
come Te.
Forse allora, Maria,
il segreto del Figlio Crocifisso
mi si rivelerà
nella sua immensità senza confini
e cadranno immagini e parole
per fare spazio solo all’infinito.

( JOHN HENRY NEWMAN )

Publié dans:Maria Vergine, preghiere |on 14 mars, 2009 |Pas de commentaires »

Giovanni Paolo II – preghiera alla Beata Vergine Maria (Lourdes, 15 agosto 1983)

dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/homilies/1983/documents/hf_jp-ii_hom_19830815_assunzione_it.html

PELLEGRINAGGIO APOSTOLICO A LOURDES

SANTA MESSA ALLA GROTTA DELLE APPARIZIONI A LOURDES

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria
Lourdes (Francia), 15 agosto 1983

preghiera dopo l’omelia

7. Bella Signora! O Donna vestita di sole! Accogli il nostro pellegrinaggio in questo anno di Avvento del Giubileo della Redenzione. Aiutaci, con la luce di questo Giubileo, a penetrare il tuo mistero:

- il mistero della Vergine Madre;

- il mistero della Regina Ancella;

- il mistero di Colei che può tutto e che si fa orante.

Aiutaci a scoprire sempre più profondamente in questo mistero il Cristo, Redentore del mondo, Redentore dell’uomo.

Tu sei vestita di sole, il sole dell’inscrutabile Divinità, il sole dell’impenetrabile Trinità. “Piena di grazia” fino al vertice dell’Assunzione al cielo! E nello stesso tempo . . . per noi che viviamo su questa terra, per noi, poveri figli di Eva in esilio, tu sei vestita del sole di Cristo dopo Betlemme e Nazaret, dopo Gerusalemme e il Calvario. Tu sei vestita del sole della Redenzione dell’uomo e del mondo, realizzata con la Croce e la Risurrezione di tuo Figlio.

Fa’ che il sole risplenda senza interruzione per noi sulla terra! Fa’ che non si oscuri mai nell’anima degli uomini! Fa’ che rischiari i terrestri cammini della Chiesa, di cui tu sei la prima figura! E che la Chiesa, fissando lo sguardo in te, Madre del Redentore, impari ad essere sempre madre!

Guarda! Ecco ciò che dice il libro dell’Apocalisse: “Il drago si pose davanti alla donna che stava per partorire, per divorare il bambino appena nato” (Ap 12, 4).

O Madre, che nell’Assunzione al cielo, hai esperimentato la pienezza della vittoria sulla morte dell’anima e del corpo, difendi i tuoi figli e le figlie di questa terra contro la morte dell’anima! O Madre della Chiesa!

Di fronte all’umanità, che sembra sempre affascinata da ciò che è temporale – e quando “il dominio sul mondo” nasconde la prospettiva del destino eterno dell’uomo in Dio, sii tu stessa un testimone di Dio! Tu, sua Madre! Chi può resistere alla testimonianza di una madre?

Tu che sei nata per le fatiche di questa terra: concepita in modo immacolato!

Tu che sei nata per la Gloria del cielo! Assunta in cielo!

Tu che sei vestita del sole dell’insondabile Divinità, del sole dell’impenetrabile Trinità, colma del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo!

Tu, a cui la Trinità si dona come unico Dio, il Dio della creazione e della Rivelazione! Il Dio dell’alleanza e della Redenzione. Il Dio dell’inizio e della fine. L’Alfa e l’Omega. Il Dio-Verità. Il Dio Amore. Il Dio-Grazia. Il Dio-Santità. Il Dio che tutto supera e tutto abbraccia. Il Dio che è “tutto in tutti”.

Tu che sei vestita di sole! Nostra Madre! Sii il testimone di Dio! . . . davanti al mondo del millennio che si conclude, davanti a noi, figli di Eva in esilio, sii il testimone di Dio! Amen

Publié dans:Maria Vergine, Papa Giovanni Paolo II |on 11 février, 2009 |Pas de commentaires »

Jean Galot s.j. : Madre di Dio – Un titolo audace

dal sito:
http://www.gesuiti.it/moscati/Ital4/Galot_Maria2.html

La Vergine Maria,
Madre di Dio e Madre nostra – II

Madre di Dio
 
Jean Galot s.j.

Un titolo audace

Quando l’angelo si era rivolto a Maria per rivelarle il disegno del Padre e chiedere il suo consenso alla venuta del Salvatore nel mondo, l’aveva chiamata « colmata di grazia ». Riconosceva in lei una dignità singolare, altissima, che non avrebbe potuto appartenere a un’altra creatura. In un primo momento, non la chiamava con il suo nome, perché il suo vero nome consisteva nella grazia eccezionale che aveva ricevuto e che, agli occhi di Dio e di tutto il cielo, la distingueva da tutte le altre persone umane.

Quando riprendiamo nella nostra preghiera l’espressione formulata dall’angelo, dicendo a Maria « piena di grazia », alziamo il nostro sguardo verso una donna in cui si è sviluppata la grazia con una totale pienezza. In Maria lo Spirito Santo ha spinto all’estremo la sua potenza santificatrice e ha fatto sorgere nella più segreta profondità dell’anima un amore puro e perfetto. Scoprendo in lei questo capolavoro di grazia, possiamo entrare più facilmente nel vasto universo della grazia e partecipare allo sviluppo del più autentico amore.

Eppure il vertice che costituisce Maria nell’universo spirituale è ancora più alto. Questo vertice, lo raggiungiamo quando chiamiamo Maria « Madre di Dio ». Il titolo è molto audace, perché se Dio designa l’Essere supremo, che gioisce di una autorità sovrana su tutti gli esseri, come ammettere che possa avere una madre? Attribuire a una donna la dignità di Madre di Dio sembra collocare una creatura al di sopra del Creatore, riconoscere una certa superiorità di una donna su Dio stesso.

Si capisce che un titolo così audace non sia stato accettato facilmente da tutti. All’inizio non fu in uso nella pietà cristiana e non fu adoperato nel linguaggio di coloro che nel primo secolo si dedicarono alla diffusione della buona novella. Nella Scrittura, e più precisamente nei testi evangelici, è assente. E’ dunque ignorato nei primi tempi della Chiesa. Questo fatto sembra essere il segno che tale titolo non era necessario per esprimere la dottrina cristiana.

Il titolo più necessario sarebbe stato « Madre di Gesù » o « Madre di Cristo ». Era inseparabilmente affermato nel mistero dell’Incarnazione. Per affermare che il Figlio di Dio è venuto sulla terra per vivere come uomo e con gli uomini, si deve ammettere che è nato dalla Vergine Maria e che una donna è madre di questo Figlio. L’intervento di una donna è stato necessario per una nascita veramente umana; la maternità di questa donna appartiene al mistero dell’Incarnazione.

Gesù è un uomo, di sesso maschile, ma indissolubilmente legato al sesso femminile, perché una donna l’ha partorito e perché questa donna ha pienamente svolto il ruolo di madre nei suoi riguardi.

S. Paolo ha sottolineato la portata del mistero, ricordando il grande gesto del Padre che ha mandato il Figlio all’umanità: « Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna… » (Galati 4,4). Il nome di Maria non è pronunziato, ma l’importanza essenziale del contributo della donna è posta in luce. Senza questa donna, il Padre non avrebbe potuto dare il suo Figlio come egli l’ha fatto con la nascita di Gesù. « Nato da donna » è una proprietà caratteristica dell’identità del Salvatore, che fa scoprire in un uomo, con la debolezza della carne, la personalità di colui che prima, nell’eternità, era nato dal Padre.

In questa nascita « da donna », Paolo discerne l’umiltà della venuta del Figlio, che ha accettato le condizioni abituali della nascita umana. Non considera esplicitamente la grandezza della donna che interviene in una nascita di carattere straordinario. Ma fa capire che questa donna è stata associata in virtù della sua maternità, al progetto divino di comunicazione ella filiazione divina a tutti gli uomini: il Figlio è nato da donna « perché ricevessimo, l’adozione a figli ».

Così, la maternità di Maria viene elevata a un livello divino, dal punto di vista del suo orientamento fondamentale. La dignità di Maria come madre appare più chiaramente: il Figlio che la donna ha partorito è destinato a condividere la sua figliolanza divina personale con tutti gli uomini. Il Padre che, mandando il suo Figlio nel mondo, ha suscitato questa maternità eccezionale, si serve di essa per diffondere nell’umanità la propria paternità, che fa sorgere i figli adottivi. Mai una maternità avrebbe potuto rivendicare una efficacia così alta e così universale.

Questo livello divino attribuito alla maternità di Maria non esprime ancora il vertice della sua dignità. Solo il titolo « Madre di Dio » può definire questo vertice. S.Paolo non ha mai usato questo titolo, perché la sua attenzione non si portava sulla dignità propria a Maria nella nascita di Cristo, ma sull’abbassamento di Dio che manifestava così un estremo amore verso gli uomini.


« Madonna della Strada » venerata
nella chiesa del Gesù di Roma
« Il salto »

Un salto era necessario se la comunità cristiana voleva raggiungere questo vertice significato dal titolo « Madre di Dio ». Il titolo esprime una verità che viene enunciata nella rivelazione evangelica: se Gesù, essendo il Figlio di Dio, è Dio lui stesso, dobbiamo affermare che questo Dio è nato da Maria, e in conseguenza Maria è madre di Dio. Maria non è madre del Dio Padre; è madre di Dio Figlio. Pur essendo evidente agli occhi della fede cristiana, l’attribuzione del titolo ha richiesto un tempo prima che fosse avvenuto il salto, perché in se stesso il titolo appare molto audace. Una riflessione sul dato rivelato è stata necessaria per giustificare il suo uso.

Il titolo sembra in un senso attribuire a Maria una certa superiorità su Dio stesso. Abbiamo già notato che non poteva essere una superiorità su Dio Padre, perché Maria non è madre di lui. La superiorità deve essere anche esclusa riguardo al Figlio, se viene considerato nella sua natura divina, identica a quella del Padre. Il Figlio è soltanto figlio di Maria nella sua natura umana. In questa natura « era sottomesso » a Maria e Giuseppe, come dice il vangelo (Luca 2,51).

La maternità di Maria viene spesso chiamata « maternità divina », perché è una maternità in relazione con la persona divina del Figlio; ma in realtà è una maternità umana, maternità che si è prodotta e sviluppata nella natura umana della Vergine di Nazaret. A questa maternità appartiene la ricchezza dei sentimenti umani: il cuore materno di Maria è un cuore umano, molto sensibile a tutti gli avvenimenti che toccavano o colpivano il proprio Figlio. Il carattere verginale della sua maternità non ha tolto niente alla tenerezza del suo affetto materno; anzi l’ha reso più ardente, più puro, più perfetto.

L’espressione « Madre di Dio » pone in luce la relazione stupenda di una persona umana con Dio. La maternità è una relazione di persona a persona. Una madre è madre della persona del suo figlio; siccome nel caso di Gesù la persona è divina in una natura umana, Maria è madre di una persona divina, persona che in virtù della generazione umana verginale è suo Figlio.

Sull’origine dell’attribuzione del titolo « Madre di Dio » a Maria nella preghiera cristiana e nel culto cristiano, abbiamo poca informazione. È pure significativo che la più antica preghiera mariana che conosciamo sia rivolta alla Madre di Dio. La preghiera è stata scoperta su un papiro egiziano che è stato datato del terzo secolo; il papiro era molto danneggiato, ma portava chiaramente l’invocazione Theotokos: « Sotto il tuo patrocinio cerchiamo rifugio, santa Madre di Dio… ».

La preghiera, formulata in somiglianza di altre preghiere rivolte a Dio, chiede il soccorso di Maria nei pericoli. Essa testimonia che in Egitto, nel terzo secolo, il titolo « Madre di Dio » era in uso in alcuni ambienti cristiani.

Questo uso viene confermato per un ambiente più dottrinale: sappiamo che nel suo commento della lettera ai Romani, il grande teologo Origene (253-255) aveva dato una lunga spiegazione del termine Theotokos. Non possediamo il testo di questo commento, ma è il segno che in Egitto, nel terzo secolo, il titolo era in uso nell’esposizione della dottrina.

Gli storici hanno cercato di determinare i motivi per i quali il titolo ha avuto una diffusione particolare in Egitto. Sembra infatti che l’Egitto sia stato il luogo di origine dell’uso del titolo. Nella religione pagana esisteva il culto della dea Isis. Questa dea era venerata, sotto il titolo di « madre del dio », perché era considerata come la madre del dio Oro. Clemente d’Alessandria usa a questo proposito l’espressione: « madre degli dei ». I cristiani dell’Egitto vedevano nel linguaggio dei pagani un omaggio alla « madre del dio ». Come non avrebbero reagito, pensando che loro conoscevano l’unica Madre di Dio, che non era una dea, ma una donna? Possiamo supporre che sotto l’influsso del culto pagano hanno affermato il loro proprio culto di venerazione della Madre di Dio. La religione pagana, in cui si esercitava l’azione dello Spirito Santo, aveva preparato gli Egiziani alla venuta del cristianesimo e al culto della vera « Madre di Dio ».

Il salto che si è prodotto per rivolgersi a Maria, chiamandola « Madre di Dio », non è stato l’effetto di un ragionamento dottrinale. È venuto da un bisogno popolare di riconoscere in una donna, secondo la rivelazione, la vera madre di Dio, madre del Figlio incarnato, che apriva la porta a tutte le speranze. Il valore del ruolo di Maria era stato capito e accolto dal popolo cristiano, che, invocando la madre di Dio, poteva aspettare la migliore risposta ai suoi problemi e l’aiuto nei pericoli.

Obiezione e risposta

Quando, nell’anno 428, Nestorio diventò Patriarca di Costantinopoli, la controversia a proposito del titolo « Madre di Dio » era scoppiata. Diversi pareri si erano manifestati; alcuni volevano riconoscere Maria come madre dell’uomo Gesù e non come madre di Dio. Nestorio si limitava al titolo: « Madre di Cristo ». Egli non ammetteva il titolo « Madre di Dio », perché pensava che Maria non poteva essere madre di una persona divina.

Abbiamo osservato che il titolo è audace e che un salto è stato necessario, nel terzo secolo, per introdurre l’invocazione nella preghiera cristiana. Nestorio non ha voluto fare questo passo avanti, non ha accettato un titolo che si era diffuso ampiamente nel linguaggio della Chiesa e che costituiva un progresso nell’espressione della fede. Infatti non accoglieva il valore della tradizione che si era formata per invocare Maria sotto il nome di « Madre di Dio ».

Rifiutando questo titolo, doveva ammettere in Cristo una divisione fra l’uomo generato da Maria e il soggetto divino che era il Figlio; questa divisione avrebbe implicato l’esistenza di due persone in Cristo, cioè un dualismo che non poteva essere compatibile con l’unità di Cristo secondo la verità rivelata nel vangelo.

La Chiesa aveva sempre creduto che l’uomo Gesù era Dio, secondo la dimostrazione che Gesù stesso aveva fatto della propria identità. Nel vangelo, non ci sono due personaggi, uno che fosse l’uomo e l’altro che fosse il Figlio di Dio. La meraviglia dell’Incarnazione consiste nel fatto che il Figlio di Dio è divenuto personalmente uomo, nascendo da una donna.

Al momento dell’Incarnazione, questo Figlio non si è spaccato in due persone. Rimanendo persona divina, è divenuto uomo, assumendo una natura umana; non si è associato una persona umana. La sua unica persona è persona divina, persona che esiste dall’eternità e non può cambiare nel suo essere eterno. Questo spiega che Maria, diventando madre di Gesù, sia madre della persona divina del Figlio e dunque Madre di Dio.


La Vergine Maria « Theotokos », cioè « Madre di Dio », come l’ha proclamata
il Concilio di Efeso.
Così l’affermazione di Maria come Madre di Dio è la garanzia dell’affermazione della persona divina di Cristo. Il problema posto dalla crisi nestoriana non era soltanto mariologico; era più fondamentalmente cristologico. La verità contestata era l’unità di Cristo.

Questa unità fu riconosciuta dal concilio di Efeso, che condannò Nestorio. In base alla seconda lettera di Cirillo di Alessandria a Nestorio, che fu approvata dal concilio, il Figlio eterno del Padre è colui che, secondo la generazione carnale, è nato dalla Vergine Maria. Da questa verità su Cristo, deriva la conseguenza per Maria: « Per questo, Maria è legittimamente chiamata Theotokos, Madre di Dio ».

Dopo la proclamazione di questa dottrina, i Padri del concilio furono accolti con entusiasmo dalla popolazione di Efeso. Il popolo cristiano si rallegrava dell’onore reso alla Madre di Dio.

Quattro secoli prima, la città pagana di Efeso aveva manifestato il suo attaccamento alla dea Artemide. Gli Atti degli Apostoli ci riferiscono l’episodio in cui Paolo aveva incontrato ad Efeso una forte ostilità della folla, che l’accusava di aver voluto porre fine al culto della dea. Le grida « grande è l’Artemide degli Efesini! » (Atti 19,28) mostravano la potenza di un culto che ha indotto Paolo a lasciare la città. Ma il loro ricordo fa anche capire la preparazione adoperata dallo Spirito Santo alla proclamazione di una donna come Madre di Dio. Il culto alla dea Artemide era una via che finalmente doveva porre in luce il volto della Madre di Dio.

In quattro secoli, il culto reso a una dea pagana si è trasformato in culto reso a Maria. Nella religione pagana si era rivelato il bisogno fondamentale degli uomini di avere una donna veramente ideale per aprire la via della salvezza. Nel cristianesimo, questa donna ideale è stata riconosciuta in tutta la sua perfezione a un livello molto superiore, come quella che meritava il nome di Madre di Dio.

Dimostrazione del più alto amore divino

Il titolo che dal terzo secolo è stato pronunziato dalla pietà cristiana nel culto mariano porta con sé la dimostrazione del più alto amore divino. Maria è Madre di Dio perché Dio ha voluto una madre. Il Dio che l’ha voluto è prima di tutto il Padre: la sua intenzione era di esprimere, con questa maternità, in un volto umano, la propria paternità divina. Anche il Figlio di Dio l’ha voluto, perché voleva essere integralmente uomo simile agli altri uomini, nascere da una madre e crescere con l’aiuto e la cura di una madre.

Il vocabolo greco usato per designare la maternità di Maria ha un significato che secondo la sua origine è abbastanza ristretto. « Theotokos » significa « quella che ha generato Dio ». L’atto di generazione ha un valore essenziale per la maternità, ma è soltanto un inizio. La madre ha il compito di contribuire alla crescita del figlio e di educarlo in vista della sua vita futura di adulto. Maria è stata impegnata in questo compito, con questo aspetto stupendo della sua maternità che consisteva in una educazione di colui che era Dio.

Educare Dio sembra un compito paradossale. Dobbiamo precisare che si tratta del Figlio di Dio nella sua natura umana: è l’uomo Gesù che Maria ha educato, aiutandolo a crescere e a svilupparsi. Ma siccome questo uomo era Dio, con una persona divina, l’educazione che concerneva tutti gli aspetti umani della sua esistenza era una educazione di Dio, di un Dio fatto uomo.

Quella che era stata la generatrice di Dio era anche, in tutta verità, l’educatrice di Dio. Questo compito fa meglio scoprire la grandezza singolare della maternità di Maria.

Dobbiamo osservare che nell’attività educatrice, Maria condivideva con Giuseppe la responsabilità. L’evangelista Luca lo ricorda quando dice, per descrivere la vita di Gesù a Nazaret: « Stava loro sottomesso » (2,51). Gesù cresceva sotto la duplice autorità di Giuseppe e di Maria. La loro unione era un contributo all’efficacia dell’educazione di colui che avrebbe insegnato più tardi il valore dell’amore mutuo.

Conosciamo un frutto dell’educazione data da Giuseppe. Gesù che era « figlio del carpentiere » (Matteo 13,55) è divenuto « il carpentiere » (Marco 6, 3) di Nazaret, perché aveva imparato da Giuseppe questo mestiere. I frutti dell’educazione data da Maria non sono così evidenti, perché non conosciamo gli umili segreti della vita di Gesù a Nazaret.

Nel suo compito di educazione, Maria ha avuto molti contatti intimi con Gesù, che hanno contribuito allo sviluppo di tutte le sue qualità umane. Infatti riceviamo nei racconti evangelici i frutti di questa educazione nascosta, data da quella che fu la più perfetta educatrice e che preparò il Salvatore al compimento della sua missione.

La donna che, essendo Madre di Dio, ha educato il Figlio di Dio, esercita ancora un influsso sulla vita spirituale dell’umanità con i frutti prodotti in Cristo dalla sua educazione materna.

Publié dans:Maria Vergine |on 29 janvier, 2009 |Pas de commentaires »
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