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GERUSALEME, MADRE DI DIO, Frédéric Manns

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GERUSALEME, MADRE DI DIO

Frédéric Manns

Nel dialogo inter religioso Maria ha poco spazio, bisogna ammetterlo. Se i musulmani rispettano la madre di Issa, non è sempre così da parte dei giudei.
La comunità giudeo-cristiana di Gerusalemme, preoccupata del rispetto dei fratelli maggiori, ribadisce che è impossibile di tradurre in ebraico l’espressione Maria, madre di Dio, senza provocare la loro indignazione. Per non turbare nessuno ella propone di tradurre ’em immanouel o ’em Yeshouah Eloheynou.
Il concilio di Efeso, che ha donato a Maria il titolo di Theotokos, ha conosciuto le stesse difficoltà e le stesse reticenze. Le obiezioni non mancarono da parte di Nestorio. Nonostante tutto, la Chiesa ha affermato che Maria è la Theotokos o la Dei Genitrix.
E’ un dato di fatto che l’inculturazione del messaggio cristiano, è stata fatta nel mondo ellenistico. Ma, poiché è impossibile riscrivere la storia al rovescio, una riflessione preliminare deve ricordare il significato dell’espressione: Maria madre di Dio.
Il catechismo della Chiesa universale al paragrafo 466 così si esprime:  » Il Verbo unendosi nella sua persona una carne animata da un’anima razionale è diventato uomo.
L’umanità di Gesù non ha altro soggetto che la persona divina del Figlio di Dio che l’ha assunta è fatta sua sin dal concepimento. Per questo il concilio di Efeso ha proclamato nel 431 che Maria è diventata a pieno titolo Madre di Dio per mezzo del concepimento umano del Figlio di Dio nel suo seno: « Madre di Dio non già perché il Verbo di Dio ha preso da lei la sua natura divina, ma perchè è da lei che prende il corpo sacralizzato dotato di un anima razionale unita al quale nella sua persona il Verbo è detto nascere secondo la carne ».
Più avanti, al paragrafo 495, il catechismo continua:  » Maria chiamata nei Vangeli madre di Gesù è chiamata anche sotto l’ispirazione dello Spirito la Madre del mio Signore (Lc 1,43).
Di fatto, colui che Maria ha concepito come uomo per l’azione dello Spirito e che è diventato suo Figlio secondo la carne è il Figlio eterno del Padre, la seconda persona della Trinità. La Chiesa riconosce che Maria è la Theotokos ».
La traduzione ebraica di Lc 1,43: ’em ’adony potrebbe servire da modello ad una versione moderna dell’espressione Maria, madre di Dio.
La versione siriaca del Vangelo di Luca ha così tradotto: ’emeh de mary, Mar essendo il titolo riservato a Dio.
L’espressione Maria « Madre di Dio » non dovrebbe turbare i fratelli maggiori, perchè è un titolo assegnato a Gerusalemme. Sofonia 3,5 diceva che Dio abita nel seno di Gerusalemme (beqirbah).
Per il fatto che la città contiene la presenza simbolica di Dio, essa è chiamata Madre di Dio. Ciò che risulta dal Targum del Cantico del Cantici III, 11  » Uscite figlie di Sion, guardate il re Salomone con il diadema con il quale sua madre l’ha coronato, il giorno delle sue nozze, il giorno della gioia del suo cuore. »
Quando il re Salomone venne per celebrare la dedicazione del santuario, un araldo gridò ad alta voce dicendo così: Uscite abitanti delle regioni della terra d’Israele e popolo di Sion. E guardate il re Salomone con il diadema e la corona con il quale il popolo della casa d’Israele lo incoronò il giorno della dedicazione del Tempio. E rallegratevi per la festa dei Tabernacoli per 14 giorni.
In questo commentario le figlie di Sion sono gli abitanti della terra d’Israele e il popolo di Gerusalemme. Il re Salomone è Dio. Il nome Salomone indica direttamente Dio in tutto il Targum. La madre del Re è il popolo della casa d’Israele. La corona che il popolo ha posato su Dio è il Tempio.
Israele è madre di Dio fino a quando contiene la presenza di Dio nel Tempio. Il midrash Sifra Lev 9,221 attribuisce la stessa interpretazione alla tenda del convegno nel deserto dopo la teofania del Sinai. La presenza di Dio in mezzo al suo popolo fa di quest’ultimo la madre di Dio.
L’espressione » Maria madre di Dio », in effetti, non turba i fratelli maggiori giudei più che l’affermazione dell’Incarnazione di Dio.
Questo mistero è rifiutato allo stesso modo in nome della trascendenza di Dio. Significa che i cristiani hanno rinunciato al monoteismo stretto per tornare alla mitologia greca?. L’accusa è frequente anche nei centri aperti al dialogo inter religioso. La fede al Cristo nella teologia cristiana si rende piena in Maria, madre di Dio secondo l’umanità, di una luce nuova. Paradossalmente Maria non cessa di svelare il viso umano di Dio. Sergio Boulgakov afferma che il segreto che Maria svela è quello della maternità di Dio.
L’amore di Dio ha un viso femminile, numerosi teologi lo hanno ricordato recentemente. Maria svela ancora un altro segreto: quello della Chiesa: « Non c’è che una sola Vergine Madre e mi piace chiamarla Chiesa », scriveva Clemente di Alessandria.  » La Madre di Dio è la Chiesa che prega », afferma dal proprio lato S. Boulgakov.
Esiste dunque un legame stretto e profondo tra la presenza di Maria e l’azione della Chiesa, tra la purificazione dell’anima in Maria e quella nella Chiesa. L’autore di questa purificazione è lo Spirito di Dio. Maria è la Chiesa sono le due manifestazioni visibili di Colui che resta invisibile. Lo Spirito è la Vergine e la Vergine è la Chiesa, secondo l’affermazione di S. Ambrogio.
Le icone di Maria dai titoli più svariati non fanno altro che sottolineare gli aspetti diversi della Chiesa Vergine e madre. Maria è ugualmente all’origine della memoria della Chiesa. Ella meditava tutte i ricordi della Chiesa delle origini nel suo cuore. Ella è l’archetipo e la personificazione della Chiesa, corpo di Cristo e Tempio dello Spirito.
Infine, Maria, accogliendo Dio in lei al momento dell’Annunciazione, dimostra che la natura umana può essere completamente trasfigurata da Dio. Ella è l’immagine dell’anima fecondata dallo Spirito che genera il Signore .
La Pentecoste, dove Maria è presente come madre della Chiesa, non è altro che la missione della Chiesa mirante a umanizzare l’umanità tentata dalla bestialità. Stranamente Maria di Nazareth, cantata dal mondo intero e dipinta da innumerevoli artisti, non ha trovato posto nell’enciclopedia giudaica, Un’omissione sorprendente, almeno per la donna giudea più celebre del mondo intero.

« I grandi mistici e i grandi atei s’incontrano », diceva Dostoïevski. E perché ci parlano di un Dio più grande del nostro cuore, delle nostre rappresentazioni mentali e le nostre ricerche spirituali.
Questo Dio si rivela Altro e, affinché Egli viva, le nostre raffigurazioni rassicuranti di Dio e di Maria devono scomparire.

Traduzione I.M.

 

L’ »IMMACOLATA » E LA NOSTRA « UMANITÀ » – NEMICA DEL « MALE » AMATA PER SEMPRE

http://www.atma-o-jibon.org/italiano10/rit_ronchi11.htm

L’ »IMMACOLATA » E LA NOSTRA « UMANITÀ »

NEMICA DEL « MALE » AMATA PER SEMPRE

Ermes M. Ronchi

(« Avvenire », 8/12/’09)

«Vergine, se tu non riappari / anche Dio sarà triste» (Turoldo). Se tu non riappari come « alfabeto di speranza », come modello d’umano, il « cristianesimo » si fa triste, impoverito di tutta la dimensione gioiosa e danzante del « Magnificat », della dimensione gratuita e festosa del « vino » di Cana, di un Dio che privilegia non lo sforzo, ma il dono. Si impoverisce del « primo annuncio » dell’Angelo a Maria: «Kaire, sii lieta, sii felice, tu sei colmata di grazia».
Questa parola mai risuonata prima nella « Bibbia », quel nome inaudito – « Piena di grazia » – , che ha il potere di stupire Maria perché nulla di simile aveva mai letto nel « Libro », significa: tutto l’amore di Dio è su di te; significa: il tuo nome è « amata per sempre ».
L’annuncio dell’Angelo si estende da Maria a ogni « credente »: gioisci, il tuo nome è « amato per sempre, amato mistero di « peccato » e di bellezza ». In un mondo di « disgrazia » è possibile ancora trovare grazia, anzi è la grazia che trova noi. Questo « nodo » di ombra e di luce che compone la nostra umanità profonda, è affiorato alla coscienza della storia in molti modi, ad esempio nella « architettura » del « romanico » pisano e senese; sulle facciate, sulle fiancate, sui pilastri, sugli archi di queste « Chiese » si alternano linee di pietre bianche e linee dal colore dell’ombra: verde scuro o nero. Questa alternanza di luce e di notte è la trascrizione sapiente della profonda conoscenza dell’uomo che il grande « Medioevo » conservava. Il bianco e il nero che si alternano in ogni persona umana, il bene e il male che intrecciano profondamente le loro radici nel cuore, spesso in modo « inestricabile », in Maria non ci sono: lei è l’inizio dell’umanità finalmente « riuscita ».
«Non temere, Maria», aggiunge l’Angelo. Lei è la donna senza paura. La paura entra nel mondo dopo il peccato. Nel « paradiso terrestre » Adamo parla con Dio e con il « serpente », e non ha paura. Poi volta le spalle a Dio, e la prima emozione che prova è la paura: mi sono nascosto, ho avuto paura. Gli occhi della paura, la percezione di pericolo nascono con il male, perché il « peccato » è minaccia per la vita, è l’ »anti-vita ».
Prima della caduta niente e nessuno era pericoloso per la vita, niente minaccioso. Il « peccato » porta il suo triste corteo di paure, perché in qualche modo percepiamo che è pericoloso per la vita, è diminuzione d’umano, sottrazione di esistenza. Tuttavia « Immacolata » non significa preservata dalla lotta. Anche Lei ha lottato con il « serpente », ha conosciuto la fatica del « credere », la crescita nella fede, la noia del « quotidiano », il dolore lacerante e poi l’abbraccio pacificante.
« Immacolata » non significa senza « tentazioni » o senza fatica del cuore. Anche Eva era « immacolata », eppure è caduta, con il cuore diviso.
I « dogmi » che si riferiscono a Maria riguardano anche noi, sono la « grammatica per capire l’umanità, per parlare la lingua di ogni uomo, perché il suo destino è il nostro. Celebriamo con l’ »Immacolata » la festa di tutta la luce sepolta in noi e che dobbiamo liberare. Festa delle radici « sante » e « profezia » del nostro destino: « amati e santi », « santi perché amati » (« Rm 1,7″).
« Piena di grazia » la dice l’Angelo, « Immacolata » la proclama il « popolo cristiano » ed è la stessa cosa. È bello risentire oggi, da Dio e dal suo Angelo, i due nomi di Maria e, in Eva, di ogni creatura: nemica del male e amata per sempre. E ascoltare, in pagine piene di ali e di fessure sull’ »eterno », l’inedito: una donna che parla con Dio e con gli Angeli come un « profeta » o un « patriarca ». E per la prima volta, nei dialoghi con il « cielo », è a una creatura della « terra » che spetta l’ultima parola

LA DORMIZIONE DELLA THEOTOKOS – di sua santità Bartolomeo I

http://www.30giorni.it/articoli_id_23181_l1.htm

LA MADRE DI DIO – LA TUTTASANTA

LA DORMIZIONE DELLA THEOTOKOS

Approfondimenti mariologici su vita, morte e risurrezione

di sua santità Bartolomeo I

Ricorrendo i sessant’anni dalla proclamazione del dogma dell’Assunzione della Beata Vergine Maria alla gloria del Paradiso in anima e corpo (1° novembre 1950), abbiamo chiesto a Bartolomeo I, patriarca ecumenico di Costantinopoli, un commento.
Lo scritto inviatoci è occasione di gratitudine per la fede che insieme professiamo e di domanda al Signore che doni la piena comunione
Bartolomeo I, patriarca ecumenico di Costantinopoli, durante la liturgia della festa della Dormizione della Santa Madre di Dio, nel monastero di Sumela, nella provincia turca di Trabzon, il 15 agosto 2010 <BR>[© Reuters/Contrasto]
Bartolomeo I, patriarca ecumenico di Costantinopoli, durante la liturgia della festa della Dormizione della Santa Madre di Dio, nel monastero di Sumela, nella provincia turca di Trabzon, il 15 agosto 2010
La Chiesa ortodossa venera intensamente la Madre di Dio – ovvero Theotokos (la Madre di Dio), ovvero Panaghia (la Tuttasanta), come noi preferiamo riferirci a lei – esaltandola non come una pia eccezione ma proprio come un esempio concreto del modo cristiano di affidarsi e rispondere alla vocazione a essere discepoli di Cristo. Maria è straordinaria solo nella sua virtù ordinariamente umana, che noi siamo chiamati a rispettare e imitare come devoti cristiani. La sua morte è commemorata il 15 di agosto, una delle dodici Grandi feste del calendario ortodosso.
E nel comprendere la “sacra alleanza” o mistero di Maria, che «nessuno può avvicinare con mani non esperte», la teologia ortodossa guarda alla Scrittura ma soprattutto alla Tradizione, in particolare alla liturgia e all’iconografia. A questo riguardo, i cristiani ortodossi collegano Maria prima di tutto al suo ruolo nella divina incarnazione come Madre del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo, mentre allo stesso tempo la connettono a una lunga serie di esseri umani – e non divini – che implica la continuità della storia sacra conducendo fino alla nascita del Figlio di Dio, Gesù di Nazareth, duemila anni fa. Isolare Maria da questa stirpe preparatoria o “economica” la separa dalla nostra realtà e la mette al margine rispetto alla nostra salvezza. Anche Maria ha bisogno della salvezza – come tutti gli esseri umani; anche se ella è stata considerata “senza peccati personali”, nondimeno ella resta soggetta alla servitù del peccato originale. Anche se ella è «più onorabile dei Cherubini e incomparabilmente più gloriosa dei Serafini», ciò che vale per noi vale anche per Maria. Benché sia stata «benedetta tra tutte le donne», ella incarna l’unica cosa necessaria tra tutti gli esseri umani, ossia la dedizione alla Parola di Dio e l’affidarsi alla Sua volontà.
Così, mentre i cristiani ortodossi stanno in chiesa e guardano in alto verso il Pantokrator («colui che contiene tutto»), ossia Cristo, che sovrasta le loro teste durante il culto, essi si trovano direttamente di fronte la Platytera («colei che è più spaziosa di tutto»), ossia la Madre di Dio, che sta immediatamente davanti a loro, proprio nella vasta abside che unisce l’altare con il cielo. Dal momento che, nel dare la nascita a Dio Verbo e «concependo l’inconcepibile» nel suo grembo, ella fu capace di contenere l’incontenibile e di rendere descrivibile colui che non può essere circoscritto.
Noi impariamo dalla Scrittura che quando Nostro Signore era appeso alla croce, vide sua madre e il suo discepolo Giovanni e si volse alla Vergine Maria dicendo: «Donna, ecco tuo figlio», e a Giovanni dicendo: «Ecco tua madre!» (Gv 19, 25-27). Da quel momento, l’apostolo ed evangelista dell’Amore si prese cura della Theotokos nella sua propria casa. In aggiunta al riferimento negli Atti degli apostoli (At 2, 14), che conferma che la Vergine Maria era con gli apostoli del Signore nella festa della Pentecoste, la Tradizione della Chiesa tiene fermo che la Theotokos rimase nella casa di Giovanni a Gerusalemme, dove ella continuò il suo ministero in parole e opere.
La tradizione iconografica e liturgica della Chiesa professa anche che al momento della sua morte, i discepoli si trovavano sparsi nel mondo ad annunciare il Vangelo, ma ritornarono a Gerusalemme per rendere omaggio alla Theotokos. A eccezione di Tommaso, tutti gli altri – compreso l’apostolo Paolo – si ritrovarono al suo capezzale. Al momento della sua morte, Gesù Cristo discese per portare la sua anima in cielo. Dopo la sua morte, il corpo della Theotokos fu portato in processione per essere deposto in una tomba vicino al Giardino del Getsemani; quando l’apostolo Tommaso arrivò tre giorni dopo e volle vedere il suo corpo, la tomba era vuota. L’assunzione corporea della Theotokos fu confermata dal messaggio dell’angelo e dall’apparizione di lei agli apostoli, tutte cose che riflettono gli avvenimenti relativi alla morte, sepoltura e risurrezione di Cristo.
<I>Dormizione della Vergine</I>, mosaico della chiesa di Cristo Salvatore in Chora, 1320 circa, Museo di Kariye Camii, Istanbul, Turchia
Dormizione della Vergine, mosaico della chiesa di Cristo Salvatore in Chora, 1320 circa, Museo di Kariye Camii, Istanbul, Turchia
L’icona e la liturgia della festa della morte e sepoltura di Maria tratteggiano chiaramente un servizio funebre, sottolineando allo stesso tempo gli insegnamenti fondamentali riguardo alla risurrezione del corpo di Maria. A questo riguardo, la morte di Maria funge come una festa che afferma la nostra fede e speranza nella vita eterna. Ancora: i cristiani ortodossi si riferiscono a questo evento festivo come alla “Dormizione” (Koimisis, o “l’addormentarsi”) della Theotokos, piuttosto che alla sua “Assunzione” (o “traslazione” fisica) in cielo. Perché sottolineare che Maria è umana, che morì e fu sepolta come gli altri esseri umani, ci dà l’assicurazione che – anche se «né tomba né morte potrebbero contenere la Theotokos, nostra incrollabile speranza e sempre vigilante protezione» (dal kontakion del giorno) – Maria è in realtà molto più vicina a noi di quanto pensiamo; non ci ha abbandonato. Come rimarca l’apolytikion per la Festa: «Nella nascita, tu hai preservato la tua verginità; nella morte, tu non hai abbandonato il mondo, o Theotokos. Come madre della vita, tu sei partita verso la sorgente della vita, liberando le nostre anime dalla morte per mezzo delle tue intercessioni».
Per i cristiani ortodossi, Maria non è solo colei che fu “prescelta”. Ella simboleggia soprattutto la scelta che ciascuno di noi è chiamato a compiere in risposta alla divina iniziativa per l’incarnazione (ossia per la nascita di Cristo nei nostri cuori) e per la trasformazione (ossia per la conversione dei nostri cuori dal male al bene). Come san Simeone il nuovo teologo disse nel decimo secolo, noi siamo tutti invitati a diventare Christotokoi (generatori di Cristo) e Theotokoi (generatori di Dio).
Attraverso la sua intercessione, possiamo noi tutti diventare come Maria la Theotokos.

(Si ringrazia padre John Chryssavgis per la collaborazione)

IL CUORE MATERNO DELL’ORTODOSSIA

http://www.esarcato.it/archivio_testi/theologica/02_zelinskij_maria.html

IL CUORE MATERNO DELL’ORTODOSSIA

Una piccola introduzione al culto mariano

di p. Vladimir Zelinskij

I volti di Maria
«Il cuore dell’ortodossia (soprattutto dell’ortodossia russa), forse, non si è mai espresso così pienamente, come nella venerazione della Madre di Dio e dei santi», dice il filosofo del XX secolo Vladimir Iliyn. «Tutta la nostalgia dell’umanità sofferente che non ha l’audacia di aprire il proprio animo davanti a Cristo per il timore di Dio, – fa eco un altro grande pensatore, Georgij Fedotov, – liberamente e con amore si versa sulla Madre di Dio. Assunta nel ramo divino fino alla dissoluzione con l’Altissimo, lei rimane, a differenza di Cristo, legata con il mondo umano, una madre compassionevole e protettrice».
Il volto ortodosso di Maria ha tante immagini che si trovano in una permanente correlazione. La Sua presenza riempie tutta la vita liturgica della Chiesa, ma anche la devozione personale dei fedeli. Sono davvero innumerevoli le espressioni della pietà mariana nell’anima ortodossa che con tante sfaccettature e sfumature portano verso lo stesso mistero: l’Incarnazione del Figlio di Dio. La Madre rivela che il senso del Verbo che si è fatto carne è davvero inesauribile e Lei fa vedere nella Sua persona la santità della carne della Creazione. La radice della venerazione di Maria è centrata nella fede e nell’amore verso il Suo Figlio, «la luce vera, quella che illumina ogni uomo» (Gv 1,9), ma in mezzo agli uomini la luce assume la sostanza «materiale» di questo mondo. E la sua prima «materia» è stata la carne di sua Madre, piena dello Spirito. La luce di Cristo arriva come mistero insondabile, come Buona Notizia, come Volto di Cristo tornato a noi, ma anche come purezza della Vergine, tenerezza e protezione della Madre, Sua intercessione ed amore. Tutte queste sono le «sostanze» della Parola (o «impronte» dello Spirito) che entrano nell’anima e nel senso primordiale si fanno carne nell’anima come nella Chiesa.

«La maternità di Dio»
Maria è sempre presente accanto a Gesù ed illumina ciò che il grande teologo russo Sergej Bulgakov chiamò «la maternità di Dio». La rivelazione della maternità di Dio è un altro volto dell’amore di Dio. Maria è come «il canale» privilegiato dell’amore che sgorga sugli uomini. Perciò il fiume della lode e della gratitudine nei confronti di Maria non si esaurisce, anzi, con il tempo trova espressioni sempre nuove; di volta in volta si fa più ricco, più abbondante. Così i nomi delle icone esprimono a modo loro le varie sfaccettature dell’amore di Dio che parla attraverso la Vergine-Madre. Sembra che questi nomi cerchino di indovinare il Suo segreto : «La gioia inaspettata», «La ricerca dei perduti», «La Sollecitatrice per i peccatori», «Il fiume divino d’acqua viva»; «Odighitria» (Colei che guida), «Orante» (Colei che prega), «La Regina dei cieli»… e cosi via. La «fonte vivificante» delle immagini e delle parole nate in seno della fede ortodossa rivela il rapporto intimo con Dio che prende origine nella parola della Scrittura e ci porta altre immagini, che da secoli sono legate indissolubilmente con profezia a Maria : «il paradiso terrestre» (Gn 2,8-10), «il roveto ardente» (Es 3,1-8), «l’acqua dalla roccia» (Es 17,5-7) e tante altre. La fede ortodossa riconosce la Sua presenza ovunque il mistero del Dio Vivente e Misericordioso ci avvicina veramente.
Nella più profonda vita con Dio c’è un rapporto segreto fra il Figlio e la Madre, fra la Parola ed il silenzio, fra la fede fissata e conservata nelle formule conciliari ed il mistero, nascosto nella fonte stessa della fede. Dalla Parola andiamo al silenzio, da Cristo a Maria, dalla Chiesa all’anima e torniamo indietro perché lo Spirito della verità unisce queste realtà in sé come qualche cosa di inseparabile, ma anche di distinto. Il Padre stesso manda il Suo Spirito «che il Cristo abiti per la fede nei vostri cuori» (Ef 3,17) e Gesù diventa concepito nei nostri cuori per mezzo della maternità di Maria. In Maria ogni cuore che «vive mediante la fede» (Rom 1,17) diventa madre e dimora della Parola.
Come dice San Massimo il Confessore: «Ogni anima che crede, concepisce e partorisce il Verbo di Dio, secondo la fede. Il Cristo è il frutto e noi tutti, siamo madri del Cristo».

La gioia del creato
Tutti i credenti hanno Maria come Madre e Cristo come fratello, ma questa maternità e questa fratellanza si aprono nella rivelazione dello Spirito Santo. È lo Spirito che fa vedere anche il miracolo della creazione nella figura umana di Maria.
«In Te gioisce, Colmata di grazia, tutto il creato, la compagine degli Angeli e la progenie degli uomini, o Tempio santificato e Paradiso razionale…» (Liturgia di San Basilio). Nel pensiero liturgico Maria è vista anche come incarnazione della gioia del creato. Ella porta sempre nella Sua memoria il momento eterno quando la creazione fu proclamata dalle labbra del Signore: «la cosa buona» – e il peccato non ancora l’aveva toccata. In Maria tutto il creato si ricapitola, torna alla sua bontà iniziale, sapienziale, quella dello Spirito. In Lei il mondo appare trasfigurato.
Perciò, oltre la preghiera, una delle espressioni principali della sapienza della fede è quella dell’icona. L’icona è l’autentica voce di Maria, l’immagine di ciò che è stato veramente visto e vissuto dalla Chiesa. L’icona è un ricordo escatologico di quel Regno che Dio ci ha preparato, di quelle cose «che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo…» (1 Cor. 2,9). Queste cose si scoprono con amore e l’icona cerca di vederle. L’icona in sostanza deve divenire il luogo visibile dell’abitazione dello Spirito che entra nel cuore degli uomini. Pregare con le icone vuol dire entrare in dialogo interiore con l’immagine – nel nostro caso quella della Madre di Dio. In altre parole: con il Verbo che parla tramite il Suo silenzio, con lo Spirito che si manifesta nel volto umano. E quel volto lascia il proprio sigillo nell’esistenza di colui che entra in rapporto con Dio.
L’icona è una «teofania» che procede dalla fonte sempre nascosta della fede; essa rende testimonianza di questa fonte con la luce che essa risveglia in noi e con la quale caccia «la tristezza dei peccati». La vera immagine di Maria è quella che fa scoprire il «progetto» di Dio su di noi. Quel «progetto» è di creare un uomo aperto a Dio, trasparente per Lui stesso, un «essere deificato» – e si realizza nella santità.

Il modello della santità
La santità nella visione ortodossa, se cerchiamo di esprimerla con la formula trinitaria, è anzitutto l’adozione nel Padre, la vita in Cristo, l’acquisizione dello Spirito Santo, ma anche la parentela con la Santa Vergine.
Uno che era davvero «carne della propria Madre», fu San Serafino di Sarov, uno dei più grandi mistici e santi russi. La figura di San Serafino porta in sé il suo segreto teologico. Egli conosceva non per sentito dire la presenza e la protezione di Maria: tante volte durante la sua vita, Ella stessa, circondata da molti santi, entrava nella sua cella (fatto attestato da molti testimoni oculari), per parlare con lui o per guarirlo. In ogni momento della sua vita Ella gli era sempre vicino.
In San Serafino dire «vita» equivaleva dire «la preghiera». La sua preghiera fu sempre «triado-centrica» e, secondo la tradizione ortodossa, con moltissime invocazioni mariane. San Serafino pregava il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, ma sempre davanti ad un’immagine della Madre, come se Ella dovesse portare la sua preghiera alla Santissima Trinità, come se Lei fosse mediatrice della sua supplica. Egli ha pregato per anni davanti alla sola icona chiamata «tenerezza» («u m i l e n i e» – La Vergine con le mani conserte, con gli occhi abbassati e senza il Bambino divino) e davanti ad essa morì. Un giorno la Madre di Dio apparve a Serafino in compagnia di San Giovanni Teologo e di altri santi. Rivolgendosi all’Evangelista definì il santo monaco come uno «della nostra razza» (o della nostra stirpe). La stirpe dei santi e della Madre di Dio era quella dello Spirito. Perciò tutti i doni dello Spirito – e per primo quello della fede –, sono portati o piuttosto «riempiti» da Maria, soprattutto nella vita dei santi.
Non si può neanche contare tutte le apparizioni di Maria ai santi, tutti i miracoli legati alle sue immagini nella storia della Chiesa ortodossa. A volte queste immagini nascono da un miracolo, come la salvezza inaspettata da un pericolo imminente. Le icone miracolose, quelle di Vladimir, di Kazan, di Pociaev, di Tichvin (solo in Russia si trovano alcune centinaia d’icone miracolose), tutte esprimono – in modo ogni volta diverso – il «messaggio» dell’intercessione, il segno della protezione, il mistero della mediazione.

La protezione
«La protezione», in russo «Pokrov», non è soltanto la memoria di un miracolo accaduto in passato, ma è la protezione materna – la quale fa parte della fede stessa che ci mette davanti l’occhio di Dio. Come tutte le feste, essa si ricollega ad un avvenimento mistico e storico: l’apparizione della Madre di Dio nella chiesa di Blacherne, nella Costantinopoli del X secolo. Accompagnata da una nutrita schiera di santi guidati da Giovanni Battista, Maria sarebbe stata vista da un «folle in Cristo», Andrea, e dal suo compagno Ephraim. Sollevato il suo velo (Pokrov), l’avrebbe poi disteso sui due uomini e sulla città di Costantinopoli in segno della protezione contro un attacco imminente delle nave nemiche.
L’idea della protezione è particolare nell’anima dell’ortodossia russa. Fra tutte le feste mariane (la Natività della Madre di Dio, l’Ingresso nel Tempio, L’Annunciazione, la Dormizione) anche dogmaticamente più importanti, «Pokrov» rimane una delle più amate. Nella maggior parte della Russia del Nord il «Pokrov», festeggiato il 14 ottobre (1 ott. secondo il calendario giuliano) coincide spesso con la prima nevicata. La terra si copre di un lenzuolo bianco. La bianchezza del manto di neve è come icona della purezza, di Colei che è senza macchia. Ma nello stesso tempo l’arrivo dell’inverno cela in sé una vaga angoscia: il freddo, la fame (il contadino russo doveva sempre pensare a come sopravvivere durante l’inverno). E questa angoscia si fonde con l’immagine della purezza e insieme danno origine ad una terza immagine, quella della morte. La neve è come negazione della vita precedente, un’altra vita nella prova. Ma il mistero della protezione è ancora più profondo, e la logica razionale non può esprimerlo che con il paradosso. Una delle preghiere mariane più amate nella Chiesa ortodossa, che il popolo canta spesso spontaneamente dopo il vespro, quando l’ufficio è finito, contiene la confessione: «Non abbiamo un altro aiuto, non abbiamo un’altra speranza oltre Te, la nostra Signora, speriamo in Te, lodiamo Te, siamo i tuoi servitori e non ne abbiamo vergogna.» Unico aiuto, unica speranza? Si può chiedere: ma dov’è il Cristo? Il Cristo è visto in Maria e Maria appare nel Cristo, senza confusione e senza divisione, nello stesso mistero della salvezza.

L’Eucarestia ed il tempo liturgico
Il mistero della protezione non si spiega, ma si chiarisce in un altro, quello dell’Eucaristia. La comunione con il Figlio nello Spirito Santo è rivolta a Dio-Padre e si svolge nella memoria e nel cuore di Maria, in cui l’unione perfetta con Dio, fu e rimane pienamente realizzata. Come dice la preghiera: «Facendo memoria della Tuttasanta, intemerata, più che benedetta, gloriosa Sovrana nostra la Madre di Dio e Semprevergine Maria insieme con tutti i santi, affidiamo noi stessi gli uni gli altri e tutta la nostra vita a Cristo Dio».
Gli ortodossi affidano a Maria anche il tempo della Chiesa con i suoi confini ben delineati. Quel tempo serve (diciamo con le parole di Platone) come «immagine mobile dell’eternità». È Maria che apre la finestra all’eternità condensata nella storia del Dio-uomo. Lei è l’accompagnatrice alla salvezza, perciò ogni preghiera indirizzata a Dio si rivolge anche a Maria, come se fosse Lei a fare sempre la mediazione di questa preghiera – che a volte può dire cose che il fedele non ha il coraggio di confessare al suo Giudice e Salvatore. Per questo motivo le preghiere, che dogmaticamente possono essere rivolte solo al Cristo, vanno spesso a Maria. In generale nell’ortodossia il linguaggio del cuore è più eloquente, più impegnativo di quello della ragione e la preghiera liturgica si azzarda spesso a pronunciare cose su cui la dogmatica tace o si esprime in modo un po’ diverso o più discreto. Questa piccola «divergenza» non è mai proclamata come principio, ma è vissuta proprio nel foro interno dell’esperienza spirituale e dà spazio al mistero mariano.
L’anno liturgico che inizia il primo settembre si apre con la prima festa mariana, quella della nascita della Madre di Dio (celebrata l’8 settembre) e finisce con la festa della Dormizione (il 15 agosto). Fra queste due feste passa tutta la storia della nascita, della vita terrestre, della Passione e della Risurrezione di Gesù Cristo. Liturgicamente tutto il tempo della Chiesa ortodossa ed il dramma della Redenzione si svolgono nell’ambito mariano creato dalle feste, dalle preghiere e dalle immagini. La preghiera e l’immagine sono i due modi umani per creare il mondo dove Dio manifesta la Sua presenza all’uomo, il tempio dell’incontro in cui il mistero dell’Incarnazione continua a vivere nella moltitudine delle sue dimore umane.

«Dimora santa», porta della salvezza
Fra di esse Maria è vista sempre come prima immagine dell’ineffabile presenza di Dio, l’abitazione splendida della divina Trinità:
«Vergine pura, – dice un inno bizantino, – noi ti esaltiamo con cantici, quale castissima dimora del Verbo, ricettacolo dello Spirito Santo e oggetto della compiacenza del Padre: per tuo mezzo, infatti, avvenne il contratto della nostra salvezza».
Questa dimora è anche un luogo dove l’uomo scopre sempre il mistero dell’amore di Dio rivolto a noi uomini. Di più: questo amore ci salva fino al punto che il nome di Maria diventa il nome della salvezza:
«Maria venerabile dimora del Signore, risolleva noi caduti nell’abisso di paurosa disperazione, di colpe e di afflizioni, perché Tu sei la salvezza dei peccatori, loro aiuto e sicura difesa, e Tu salvi i Tuoi servi» (Icona «Gioia inaspettata»).
La parola «dimora» cela in sé un triplice senso: cristocentrico, escatologico e soteriologico. Cristocentrico: perché «in Cristo… abita tutta la pienezza della divinità» (Col.2, 9) e noi adoriamo la Madre di Dio come abitazione, come luogo sacro di questa pienezza. Escatologico: perché «la pienezza della divinità» è il destino del «mondo che verrà» e noi vediamo in Maria il segno e la promessa di questa deificazione della stirpe umana quando Dio sarà «tutto in tutti» (1 Cor. 15,28). Soteriologico: perché «non vi è, infatti, altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale sia stabilito che possiamo essere salvati» (Atti, 4,12), ma il tempio dove questo nome è venerato «nello Spirito» è Maria.
Nel mondo liturgico ortodosso Maria ha tantissimi nomi che riflettono non soltanto il miracolo inesauribile della Sua presenza, ma tramite i Suoi nomi tutta la Chiesa di Cristo si fa intravedere. Così Cristo dice nel Vangelo : «Io sono la via» (cf. Gv 14,6), e la Chiesa si riversa in Maria: «Salve, o Priva di macchia, che hai generato la via della vita….» Cristo dice : «Io sono la verità» e la Chiesa in uno dei suoi inni ricorda le parole paoline (cf. Col 1,26): «Il mistero da secoli nascosto ed agli angeli stessi sconosciuto, per Te, o Madre di Dio, è stato manifestato agli uomini…». Cristo dice: «Io sono la vita» e la Chiesa canta : «Sappiamo Vergine, che sei l’albero della vita…». Alla verità aperta, proclamata rispetto al Cristo ed alla Redenzione si aggiunge un’altra verità che riguarda Maria. E spesso si tratta della stessa verità, ma che trova la sua espressione nelle preghiere mariane, poiché solo in questo modo discreto ed intimo si può esprimere la profondissima certezza della fede. Questa fede, a volte, venera Maria come un «alter ego» materno del Suo Figlio. Cristo dice: «Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo» (Gv. 10,9), e la Chiesa glorifica continuamente Maria come porta mistica:

«Salve, unica porta per la quale solo il Verbo è passato…»
«O mistica porta della vita, purissima genitrice di Dio…»
«Madre di Dio, porta del cielo, aprici la porta della Tua misericordia…».

La salvezza entra per questa porta che è nello stesso tempo il dono fatto a Dio dagli uomini, come dice un inno del mattutino ortodosso.
«Cosa Ti offriremo, o Cristo, per esserTi mostrato sulla terra? Ognuna delle creature create da Te, Ti offre infatti la Sua riconoscenza: gli Angeli il canto; i cieli la stella; la terra una grotta; il deserto un presepio; ma noi una Vergine Madre!»

Publié dans:Maria Vergine, Ortodossia |on 28 juillet, 2015 |Pas de commentaires »

L’ICONA COME CATECHESI DIPINTA – MARIA « IL ROVETO ARDENTE »

http://www.reginamundi.info/icone/roveto.asp

L’ICONA COME CATECHESI DIPINTA

L'ICONA COME CATECHESI DIPINTA - MARIA

L’icona « Il Roveto ardente »

L’icona della Madre di Dio detta « Roveto ardente » deve il suo nome al noto miracolo testimoniato da Mose stesso nel vecchio testamento. Nel III capitolo dell’Esodo, Dio chiama Mose sul monte Oreb, dal mezzo di un cespuglio che bruciava a fuoco vivo, ma senza consumarsi egli ode la voce di Dio che gli comunica l’incarico di salvare gli Ebrei dalla schiavitù in Egitto. In quella occasione Dio confida a Mose il suo nome: « Io sono Colui che sono » (Esodo 3.14).
La Chiesa rifacendosi alla tradizione dei Santi Padri ed ai suoi concili ecumenici, ritiene che le fiamme che Mose vide erano di fatto la Gloria di Dio fattasi luce, e preannunciatrice della trasfigurazione di Gesù; ecco perché il cespuglio non si poteva mai consumare. Dio concesse a Mose di vedere la Sua Gloria, che come la Sua essenza stessa è eterna, quindi non consumabile. Quando Dio parlò a Mose, questi udì la Parola del Verbo (Logos) prima ancora dell’incarnazione. La visione della gloria di Dio, come luce in questa vita come nella prossima coincide con il fatto salvifico stesso. Il miracolo del Cespuglio ardente consiste quindi in una prefigurazione della nascita di Gesù dalla Vergine Maria. La Vergine diede alla luce il Cristo pur rimanendo tale, esattamente come il cespuglio che brucia ma non si consuma. La tradizione cristiana ha dato del fenomeno del Roveto più di una spiegazione. L’interpretazione più comune e costante si presenta in chiave cristologica e mariana. Ravvisando nel fuoco il simbolo della divinità e nel Roveto il simbolo dell’umanità, si è letto nel fenomeno una prefigurazione dell’Incarnazione di Cristo per mezzo di Maria. Maria stessa, strumento e luogo dell’Incarnazione, non solo non fu annientata per il tremendo impatto [con la divinità], ma conservò anche la sua verginità intatta.
A partire da secolo V, i Padri greci hanno interpretato il roveto ardente come una prefigurazione della Madre di Dio. La liturgia bizantina vi vede una fulgida profezia della concezione verginale di Gesù. «Mosè ti prefigurò come il roveto ardente del Sinai. Tu ricevesti, senza essere consumata, il fuoco insostenibile dell’essenza divina, che unisce un’ipostasi divina alla fragilità della carne». L’interpretazione mariologica del roveto ardente è entrata anche nella liturgia romana, come attesta la 3^ Antifona dei II Vespri del 1 Gennaio, solennità della Madre di Dio.
”Come il roveto, che Mosè vide ardere intatto, integra è la tua verginità, Madre di Dio: noi ti lodiamo, tu prega per noi.”

Il Roveto così divenne un simbolo e un nome di Maria Vergine.
Dai numerosi Padri che hanno commentato il tema, diamo qui il seguente di Esichio di Gerusalemme (+ 451) il quale, nella sua seconda « Omelia sulla Madre di Dio », così commenta: « A te, o Vergine, i Profeti dispensarono lodi; ed ognuno ti ha chiamato Portatrice di Dio. Uno ti disse Verga di Jesse; un altro ti paragonò al Roveto che arde e non si consuma, alludendo in tal modo alla carne dell’Unigenito ed alla Vergine Madre di Dio: bruciava ma non si consumava, poiché partorì, ma non aprì il grembo; concepì ma non contaminò il seno; diede alla luce il bimbo, ma lasciò sigillato l’utero; somministrò il latte, e conservò intatte le mammelle; portava il fanciullo, ma non divenne sposa; crebbe il figlio, ma non v’era padre… ».
La Liturgia torna spesso sul tema del Roveto, simbolo e nome di Maria SS.ma, come si può notare nei seguenti testi:

L’ombra della legge si è dileguata alla venuta della grazia:
come difatti il roveto ardeva e non si consumava,
così vergine hai partorito e vergine sei rimasta;
invece della colonna di fuoco, si è alzato il Sole di giustizia;
al posto di Mosè, Cristo, salvezza delle nostre anime.
Il roveto che Mosè contemplò sul Sinai,
raffigurava te, o Vergine santa;
il roveto difatti era simbolo del tuo santo corpo,
i rami che non si consumavano della tua verginità;
ed il fuoco del roveto Dio che in te ha preso dimora. Grande è la gloria della tua verginità,
o Maria, o Vergine perfetta.
Tu hai trovato grazia, il Signore è con te.
Tu sei la scala che vide Giacobbe,
fissata sulla terra ed elevata sino al cielo,
per la quale gli Angeli salivano e scendevano.
Tu sei il rovo che vide Mosè:
era pieno di fuoco e non bruciava.
Infatti il Figlio di Dio venne e scese nel tuo seno,
e il fuoco della sua divinità non bruciò il tuo corpo.
Tu sei il roveto visto da Mosè in mezzo alle fiamme
e che non si consumava, il quale è il Figlio del Signore.
Egli venne e abitò nelle tue viscere
e il fuoco della sua divinità non consumò la tua carne.

Il biblista Gianfranco Ravasi: nel suo libro « L’albero di Maria – 31 icone bibliche mariane », riporta le affermazioni del Patriarca di Antiochia Severo, del VI secolo. Questi, dopo aver detto che « il grembo di Maria è come il roveto nel quale discende il fuoco teofanico e nel quale Jhwh si rende presente e sperimentabile a Mosè », così aggiunge: « Quando volgo lo sguardo alla Vergine Madre di Dio e tento di abbozzare un semplice pensiero su di lei, fin dall’inizio mi sembra di udire una voce che viene da Dio e che mi grida all’orecchio: ‘Non accostarti! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo dove stai è terra santa!… Avvicinarsi a lei è come avvicinarsi a una terra santa e raggiungere il Cielo’ « .
Il tema del « Roveto ardente » non poteva non tentare gli artisti che lo hanno raffigurato in miniature su libri, in affreschi su muri di Chiese e Monasteri, e su icone portatili in legno. Le icone più antiche si ritrovano nel Convento di Santa Caterina nel Sinai e risalgono ai secoli XII-XIV. Dal Sinai il tema si è diffuso nei diversi Paesi di tradizione ortodossa e in Occidente.
In Oriente si possono distinguere due tipi principali: greco il primo, russo e slavo il secondo. Il tema greco riflette più da vicino il racconto dell’Esodo. Vi figura sempre Mosè che su ordine dell’Angelo si toglie i sandali; di fronte a lui è raffigurato il Roveto che brucia; in mezzo, o alla sommità, si vede Maria in busto o a pieno corpo con il Bambino in grembo: questo tipo iconografico della Madonna è quello detto della « Platytéra » [= più vasta dei Cieli]; quando il Bambino è circondato da un cerchio, il tipo è quello della Madonna del Segno.
Una delle prime raffigurazioni della Madre di Dio, originarie del monastero di Santa Caterina sul Sinai, rappresenta la Madonna come un « Roveto ardente », la mostra nel mezzo di un cespuglio ardente mentre sorregge e il suo divino figliolo. Mose è raffigurato in un angolo mentre si toglie i sandali, perché il posto ove si trova è sacro. (Esodo 3.5). Molte icone contengono una rappresentazione stilizzata del cespuglio riassunta da due rombi sovrapposti, il primo rosso rappresentante il fuoco, il secondo verde rappresentate il cespuglio, in modo da formare una stella ad otto punte (noto simbolo mariano).
La Theotokos è dipinta al centro della stella. Nei quattro angoli del rombo verde trovano posto i simboli quattro evangelisti: un uomo per San Matteo, un leone per San Marco, un bue per San Luca ed un’aquila per San Giovanni. Questi simboli derivano da Ezechiele 1.10 e dalla Rivelazione 4.7. Nel rombo rosso trovano posto quattro arcangeli. Con il passare del tempo la struttura del disegno dell’icona è divenuta via via più complessa, fino a mostrare Mose e il cespuglio ardente, Isai e i serafini con i carboni ardenti (Is. 6.7), Ezechiele e la porta attraverso la quale solo il Signore può entrare (Ez. 44.2) e Giacobbe con la scala (Gen. 28.12). In queste raffigurazioni Maria Santissima viene presentata mentre regge la scala di Giacobbe che porta dalla terra al Cielo. Spesso al centro dell’icona, nel lato basso, viene mostrata anche la radice di Jesse (Isaia 11.1).
C’è un’antica storia sul fuoco che consumò diverse costruzioni di legno. Durante un incendio una anziana signora, legata alla sua casa ed ai suoi ricordi, non voleva abbandonare l’edificio ormai pericolante e con fede si pose di fronte alla sua casa reggendo in mano una icona del « Roveto ardente ». Capitò che un testimone si trovasse proprio li in quel momento e vedendo la grande fede della donna si meraviglio profondamente. Il giorno dopo ritornò nello stesso posto e con grande meraviglia notò che la casa della dona era stata risparmiata del tutto dal fuoco, mentre tutte le altre attorno erano completamente distrutte. Questo spiega perché la Madre di Dio, attraverso la sua Icona del « Roveto ardente », viene considerata la protettrice delle case dagli incendi. Pensiamo quanto questo titolo fosse importante in un periodo storico in cui moltissime case erano di legno e le une addossate alle altre!

di GEORGE GHARIB – LAMENTO DELLA VERGINE

http://www.stpauls.it/madre/0704md/0704md11.htm

Le Feste mariane della Chiesa Copta d’Egitto

di GEORGE GHARIB

LAMENTO DELLA VERGINE

La pietà e la devozione hanno espresso in molti modi la partecipazione della Vergine alla passione e morte del Figlio. Ecco come la manifesta una omelia copta di Ciriaco di Al-Bahnasa (secolo VIII).
La partecipazione di Maria alla passione e morte del Figlio ha trovato espressioni indimenticabili nella pietà e nella devozione di tutte le Chiese in Oriente e in Occidente. Questo è vero anche della Chiesa Copta d’Egitto, che evoca il dolore di Maria con molte manifestazioni liturgiche e popolari. Nel breve spazio consentito vogliamo presentare il testo di un’omelia, risalente al secolo VIII, di Ciriaco, vescovo di Al-Bahnasa. La città è ricordata nei documenti copti col nome greco di Ossirinco. Situata a circa 200 km a sud del Cairo, è celebre per i numerosi papiri ivi scoperti. In epoca tolemaica, romana e bizantina era uno dei più importanti centri dell’Egitto. Dopo la dominazione araba decadde, e ora è ridotta a un semplice villaggio.
A Ciriaco, che fu vescovo della città in periodo islamico, i manoscritti attribuiscono quattro discorsi di contenuto mariologico. Il terzo, che porta il titolo di Omelia sul lamento della Vergine, è destinato a essere letto all’alba del sabato santo, dalla liturgia copta chiamato « sabato della gioia ». Ne proponiamo i brani salienti.
Ciriaco comincia rivolgendosi ai fedeli e chiedendosi perché Maria non dovrebbe piangere e lamentarsi, e trova nel patriarca Giacobbe e in Rachele esempi ben noti dell’Antico Testamento. Rivolgendosi poi a Maria le ricorda i vari momenti tristi della sua vita. Salome che egli cita è la levatrice che venne in aiuto alla Vergine al momento del parto a Betlemme e che promise di accompagnarla dovunque sarebbe andata, come risulta dagli apocrifi dell’infanzia. Dopo questo preambolo l’oratore dà la parola a Maria, che si rivolge direttamente al Figlio. La Vergine lamenta, tra l’altro, l’assenza degli apostoli, il tradimento di Pietro e di Giuda. Il discepolo Giovanni cerca di consolarla, accompagnandola al Golgota e al sepolcro, dove Maria rinnova il pianto. Ritroviamo poi Maria al sepolcro il mattino della domenica. Ciriaco fa incontrare Maria con il Figlio risorto ricorrendo a un procedimento spesso usato dagli orientali, in cui la Vergine è identificata con la Maddalena. Alla fine del suo discorso Ciriaco parla delle sue fonti, riferendosi al Vangelo di Nicodemo, che tra i copti ebbe larga diffusione sotto il titolo da loro preferito di Acta Pilati.

Perché Maria non dovrebbe piangere il Figlio diletto?
«O miei cari, oggi si è rinnovato il pianto del patriarca Giacobbe. Perché allora non deve piangere la Santa Maria sul Figlio unico che aveva concepito con affanno, portato in grembo nove mesi e sopportò più di ogni creatura umana tante difficoltà nel fuggire di città in città e di paese in paese per paura delle sventure? Se Rachele aveva pianto i figli che non aveva amato perché lei non dovrebbe piangere sul Figlio che aveva amato e portato lunghi anni sulle braccia? Se Rachele aveva pianto figli con i quali non era fuggita di luogo in luogo, perché la Vergine non dovrebbe piangere il Figlio diletto con il quale era fuggita di paese in paese e di luogo in luogo? Se Rachele aveva pianto figli di cui non vide le tombe, perché lei non dovrebbe piangere all’ingresso del sepolcro del Figlio suo unico? [...]
«A te conveniva, o Vergine, di piangere quando ti giunse la triste notizia della condanna pronunciata dai capi criminali dei Giudei; nel giorno in cui ti fu detto che tuo figlio era stato ingiustamente condannato per odio. Cosa ti avrebbe impedito di farlo, mentre il Figlio tuo stava per essere crocifisso, dopo che avevano deciso di appenderlo sul legno della croce tra due ladroni? Davvero, o Signora Vergine, il tuo pianto nella casa di Giovanni, allorché pervenne ai tuoi orecchi la notizia di questo triste misfatto, è cosa che spezza il cuore. E si deve dire che quel giorno fu più duro di quello in cui Lot aveva appreso la notizia che la sua città era stata incendiata e che i prodi figli di Israele erano morti. La triste notizia ti pervenne mentre eri con la tua amata Salome che aveva deciso di non abbandonarti né nel tempo della gioia, né nel tempo della tristezza».

Maria, afflitta, si rivolge al Figlio
«È a questo punto che la Vergine iniziò il suo lamento, rivolta al Figlio diletto e dicendo:
« »O Figlio diletto, non mi è mai accaduto di tenermi alla presenza di un giudice, non ho mai visto torturare un ladrone né mettere a morte un criminale. Non conoscevo nemmeno la via per il Cranio e il Golgota dove tu eri destinato a essere crocifisso [...]. Io aspettavo con impazienza l’arrivo della festa di Pasqua per celebrarla insieme con gioia; e invece la festa mi è giunta tra pianti e lamenti. La mia festa a me è piena di pianto e la mia pasqua è fatta di tristezza.
« »O Figlio mio diletto, i tuoi santi apostoli sono tutti fuggiti per paura dei Giudei; tanto che non ho più trovato chi mi accompagnasse. Ho cercato Pietro, ma mi fu detto che ti aveva rinnegato per paura e che era fuggito per nascondersi. Giacomo si era dato alla fuga dopo averti lasciato sul monte dove eri stato arrestato. Andrea non è nemmeno venuto in città. Tommaso abbandonò i vestiti e si è dato alla fuga. Bartolomeo fu il primo a scappare per paura dei Giudei. Filippo ebbe paura dal primo istante e fuggì appena vide le torce accese. Giacomo non si fermò nemmeno. Matteo il pubblicano ebbe tanta paura dei Giudei e dei capi dei sacerdoti, dato anche che essi lo odiavano da quando esigeva da loro i tributi da pagare. In breve io non ho trovato nessuno tranne Giovanni. Piaccia a Dio che egli accetti di venire con me sul luogo del Cranio e sul Golgota! [...]
« »O Pietro, poiché egli era tuo amico e non solo tuo Signore, non dovevi tenergli compagnia nelle difficoltà anziché rinnegarlo e abbandonarlo in quel modo? Dio perdoni la tua debolezza nella fede e la misericordia di Dio sia sul capo del mio vecchio padre Giuseppe che sopportò tante difficoltà con me da meritare buona memoria »».

Giovanni rivolge parole di consolazione a Maria
«Giovanni disse allora alla Vergine: « Non rimpiangere, Madre mia, ciò che è accaduto a Pietro. Egli non merita il rimprovero, perché io ho udito ieri il mio Maestro che parlava con lui del suo rinnegamento. E io ho udito Pietro che gli diceva: Signore, non sarà mai! Preferisco piuttosto morire, anziché commettere una cosa simile (cf Mc 14, 29-31). La risposta del Signore fu: Questa stessa notte prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte (Mt 26,34). Lontano da me, Satana, tu sei diventato per me uno scandalo, tu non ragioni secondo Dio, ma secondo gli uomini (cf Mt 16,23). Egli disse la stessa cosa per tre volte ».
«A questo punto il pianto della Vergine aumentò ed essa chiese a Giovanni di accompagnarla fino al Cranio e al Golgota, per vedere il luogo dove era stato crocifisso il Signore nel giorno in cui egli si era ritrovato solo, senza un fratello tra i suoi discepoli, quegli stessi che egli aveva preferiti e scelti fra tutti. Maria ripeté la richiesta più volte».

Maria sale in compagnia di Giovanni sul Calvario
«Cammin facendo, lei notò che vari gruppi di gente la guardavano con rispetto, non avendo mai ancora visto una persona simile a lei. Alcuni dicevano: « È una donna estranea alla città ». Altri dicevano che lei somigliava al Cristo. In genere le rivolgevano sguardi rispettosi. Alcuni, poi, riconobbero Giovanni come il discepolo del Signore e conclusero che la donna era la stessa madre di Gesù Cristo, che si recava per vedere il suo figlio. Lei però non guardava né a destra né a sinistra, perché era triste e inquieta. La seguivano Salome e altre donne che le tenevano la testa coperta, finché non giunsero sul Golgota.
«La Vergine vide attorno al Figlio appeso al legno della croce una gran folla. [...] Piangeva a calde lacrime e non riuscì a vedere il volto del suo Figlio diletto per l’enorme calca di gente. Fece allora cenno a Giovanni, dicendo: « Dov’è il figlio mio unico, che possa vederlo? ». Giovanni rispose: « O Madre mia, volgi il tuo sguardo verso occidente, è da quella parte che il Signore è appeso alla croce ». Entrambi si spinsero tra la folla, finché non giunsero presso di lui. La Vergine prese posto a destra, e Giovanni a sinistra. Quando egli li vide, si voltò verso di loro, si rivolse a Giovanni e disse: « O uomo, da questo momento sarà tua Madre ». Guardò poi in direzione della Madre e disse: « Donna, questi da oggi sarà tuo figlio » (Gv 19, 26-27).
«Giovanni allora prese la mano della sua Signora, con l’intenzione di ricondurla a casa; lei però si oppose, dicendo: « Lasciami piangere sul mio Figlio, poiché egli è solo, senza fratelli, senza sorella, senza padre, senza terra. O figlio mio unico, come vorrei porre sul mio capo la corona di spine per associarmi ai tuoi dolori! Se i ladroni meritano di essere crocifissi, perché non hanno essi crocifisso Giuda che fu ladrone noto? Perché non lo hanno spogliato dei suoi abiti, come hanno fatto con te, o figlio mio?
« »O Giovanni, mira la mia costernazione e lascia che i miei occhi si sazino del volto del mio figlio diletto. Lasciami sedere, o Giovanni, su questo monte, poiché non potrò più vederlo, solo oggi. Questa è casa d’orfani, lasciami piangere qui. È il giaciglio del giusto Giacobbe nelle sue sventure, che poi furono niente in confronto alla sventura mia. Lasciami trovare respiro su questo monte: è il rifugio degli afflitti, e io oggi sono un’orfanella, senza padre, senza madre, senza figlio ». E continuò a piangere in questo modo in presenza di Giona, la moglie di Khuzi, di Maria Maddalena e di Salome: queste piangevano per il suo pianto, mentre le donne degli ebrei la prendevano in giro quando vedevano i suoi lamenti».

Maria accanto al Figlio morto in croce
«Quando la Vergine vide suo figlio in quello stato dopo che fu spirato sulla croce, provò come se una folgore si fosse abbattuta dal cielo su di lei, sospirò, riprese a lamentarsi e disse: « O Figlio mio, io affido a Dio te e la croce sulla quale tu sei stato innalzato. Addio a te, al tuo abito regale, alla corona di spine che cinge il tuo capo. A chi farò io il mio ricorso? Io non ho aiuto né consolatore. O governatore, tu hai giudicato ingiustamente. A te io dico: Tu hai condannato mio Figlio e, al suo posto, tu hai liberato dal carcere il ladrone. Il suo sangue grida verso di te e chiede conto. O principe dei sacerdoti, non sarebbe stato più giusto condannare il ladrone, anziché far spogliare delle sue vesti il figlio mio? Tu hai liberato il criminale e ucciso il giusto. Voi, insieme, renderete conto di ciò che le mani perfide hanno commesso, versando il sangue innocente. Quale sarà la vostra risposta, allorché il Signore Dio vi chiederà conto? Indubbiamente il vostro castigo sarà con coloro che hanno preso parte a questo atto, sarà tra i vermi che non dormono e nel fuoco che non si estingue [...]« ».

Maria al sepolcro di Gesù
«Quando la Vergine udì che il suo figlio diletto era stato sepolto in un sepolcro nuovo dopo essere stato avvolto in un lenzuolo nuovo con aromi profumati e con mirra, volle conoscere chi aveva compiuto quell’opera buona. Le fu detto che erano stati Giuseppe e Nicodemo, notabili degni d’onore. Allora lei disse: « Se mio Figlio fosse stato deposto sotto l’albero della vita, io non mi sarei consolata sino a quando non lo avessi visto; né mi sarei consolata anche se fosse stato rivestito dell’abito di Salomone. Se avessero effuso il balsamo d’Aronne sopra il suo corpo, io non mi sarei consolata se non lo avessi visto con i miei occhi. Se mio figlio fosse stato seppellito nei sepolcri dei profeti, io non mi sarei consolata se non lo avessi intravvisto. Se il giardino ove è stato deposto mio figlio fosse il paradiso, io non mi consolerei se prima non vedessi la sua tomba » [...]».

Dialogo con Giovanni
« »O Giovanni, io ti supplico di usarmi benevolenza e di portarmi al sepolcro di mio Figlio unico: io lo voglio vedere dopo che i Giudei mi avevano proibito di vederlo quando pendeva dal legno della croce. Pur sapendo che tu sei stanco per tutto ciò che ti è successo per causa mia, io torno tuttavia a supplicarti di voler pazientare fino alla fine, onde tu possa ricevere le benedizioni celesti come compenso delle tue fatiche ».
«Giovanni, quando udì le sue commoventi parole, pianse e cercò di consolare la sua tristezza, dicendo: « O mia Signora Vergine, non piangere e sii sicura che il mio Signore è stato avvolto nella sindone, ed è stato sepolto in un sepolcro nuovo nel giardino, dopo essere stato cosparso di rose e di profumi, e dopo essere stato avvolto in una sindone nuova » [...]».

Dolore di Maria dinanzi al sepolcro vuoto
«Il primo giorno della settimana, cioè il mattino della domenica, la Vergine si recò al sepolcro dove era stata preceduta da Maria Maddalena. Trovarono che la pietra era stata rimossa dal sepolcro. Entrando, non trovarono il corpo del Signore Gesù. Ne furono sconcertate, e Maria riprese il suo lamento e disse:
« »Ahimè, Figlio mio unico! Chi ha rimosso la pietra, chi ha trafugato il tuo corpo puro per aumentare le mie pene? Io non andai a visitare la tomba del padre mio e della madre mia dopo la loro morte, avvenuta nella mia prima infanzia; non ho visitato neanche la tomba del mio sposo Giuseppe, che pure tante cose sopportò per me. E oggi, o mio figlio e Signore, ecco che io vengo alla tua tomba per vederti, e non ti trovo! Vengo per la consolazione di vederti, per alleggerire il mio dolore, e non trovo chi mi indichi dove sei. Nel giorno della tua nascita a Betlemme, brillò la tua stella, ma Erode non ti rese gloria. Nel giorno della tua crocifissione, il sole si è oscurato, ma i sacerdoti dei Giudei non hanno creduto in te. [...]
« »Povera e infelice la madre tua! Io mi sono recata sul Golgota e non ti ho trovato. Venni al sepolcro e non ti ho visto. Grande è la mia afflizione, spezzato è il mio cuore, raddoppiati sono i miei dolori. Scongiuro i quattro soldati che ti fanno guardia di ridarmi il tuo corpo o di indicarmi dove ti hanno deposto. Supplico Giuseppe e imploro Nicodemo di venire con me come si erano recati da Pilato per ottenere il tuo corpo onde collocarlo nel sepolcro [...]« ».

Dialogo col Figlio risorto
«La Signora Vergine era rimasta in piedi fuori dal sepolcro e piangeva il suo unico. E mentre era così, si chinò verso la tomba e vide due angeli vestiti di bianco seduti l’uno al capo, l’altro ai piedi ove era stato deposto il corpo di Gesù. Le dissero: « Perché piangi, o donna? ». Rispose loro: « Hanno portato via mio Figlio e Dio e non so dove lo hanno deposto ». Appena ebbe detto ciò, si girò indietro e vide Gesù in piedi senza sapere che era Gesù colui che le aveva chiesto perché piangeva e chi stava cercando, credendo invece che era l’ortolano. Gli chiese: « Signore, se sei tu ad averlo portato via, dimmi dove lo hai deposto perché lo prenda ». Il Signore allora, a lui la gloria, le disse: « Maria! ». Lei si voltò e gli disse: « Rabbuni! », cioè Maestro.
«Lui le disse: « Non aver paura, madre mia! Mira il mio volto e riconosci che io sono il Figlio tuo Gesù che ha risuscitato Lazzaro a Betania da tra i morti. Io sono Gesù, la risurrezione, la verità e la vita. Io sono Gesù che fu crocifisso sul legno della croce. Io sono Gesù, consola quindi la tua tristezza. Io sono Gesù che tu rimpiangi. Il mio corpo non è stato portato via, come pensavi. Io sono invece risuscitato da tra i morti per volere di mio Padre che sta nei cieli, e per la salvezza di quanti erano stati legati dal vincolo del peccato ».
«Udito ciò, la Vergine riprese coraggio, smise di piangere, alzò gli occhi verso il Figlio diletto e lo benedì. Vedendolo nello splendore della sua divinità, gli disse: « Sei risuscitato, Figlio e Signore mio! È cosa buona che tu sia risuscitato! ». Poi si chinò verso di lui per abbracciarlo. Ma lui le disse: « Ti basti la gioia della mia risurrezione. Vedi quanta gente ho liberato dall’Ade, essi ne sono usciti lieti, perché io li presenterò come sacrificio puro al Padre mio prima di entrare in paradiso ». E difatti lei vide grandi folle vestite di bianco.
«Il Signore la guardò e le disse: « Vai dai miei fratelli e di’ loro che io salgo dal Padre mio e Padre vostro, dal mio Dio e Dio vostro ». Lei andò e riferì di aver visto il Signore e che egli le aveva rivolto tali parole [...]».

Epilogo Finale
«Io, Ciriaco, ho scritto questa omelia. Le notizie che io vi ho dato, fratelli miei, le ho trovate scritte a cura di Gamaliele e di Nicodemo, capi degni di rispetto, e conservate nella città santa di Gerusalemme. Per questo io ho reso grazie per questa grande grazia a Dio, cui gloria ora e sempre, e nei secoli dei secoli. Amen».

George Gharib

UNA MATERNITÀ « PASQUALE »

http://www.stpauls.it/madre/1204md/celebrando.htm

UNA MATERNITÀ « PASQUALE »

«La pietà dei figli della Chiesa ha la certezza che Cristo risorto apparve, dapprima, a sua Madre».

Se il mistero dell’umana redenzione inizia pienamente nella Pasqua di risurrezione del Signore, Maria, la donna gloriosa degli inizi e aurora della salvezza, quale ruolo svolge in questo nuovo e definitivo evento? Quello della nuova Eva: Madre del nuovo Adamo nel suo natale e « socia generosa » del Redentore (cf LG 61) nel triduo santo, allorché accompagna e condivide il sacrificio del Figlio per «il riscatto dell’umana famiglia» (cf Prefazio, Collectio Missarum BVM 12). La nascita di Gesù capo a Betlemme guarda alla Pasqua, quando la maternità della Vergine si estende alle membra del corpo ecclesiale del Figlio e all’umanità intera; si manifesta pienamente nella Veglia pasquale e si prolunga nella Chiesa nascente riunita nel Cenacolo. Non senza fondamento omelie pasquali dei Padri parlano della Madre presente alla risurrezione del Figlio. Libri liturgici antichi riportano riferimenti mariani nella notte di Pasqua e nel Tempo pasquale. La Chiesa di Roma prevede la venerazione di lei nel triduo, nella Veglia pasquale e il giorno di Pasqua.

1. Madre del Cristo totale. Proprio a Pasqua si ha la manifestazione concreta della maternità divina della Vergine estesa alla totalità del corpo di Cristo. L’Angelo della risurrezione annuncia alle donne: «Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso! » (Mc 16,6), ossia l’annunciato a Maria, il « nato santo » dalla Vergine (cf Lc 1,35). Ma ora l’annuncio pasquale comprende anche i discepoli, ricevuti da Maria come figli presso la croce e « rinati santi » nel battesimo la notte di Pasqua. Ma Gesù risorto è apparso alla Madre? La Madre ha visto il Figlio risorto? Presente al Calvario, ella è presente anche nella notte della risurrezione?
Il celebre biblista Marie-Joseph Lagrange (+1938), in sintonia con molti Padri della Chiesa e altrettanti studiosi contemporanei, osserva: «La pietà dei figli della Chiesa ha la certezza che Cristo risorto apparve prima alla sua santissima Madre… Maria appartiene a un ordine trascendente dove è associata come madre alla paternità divina su Gesù». San Luigi Maria di Montfort (+1716) spiega: «Ogni vero figlio della Chiesa deve avere Dio per padre e Maria per madre » (Segreto di Maria, 11), poiché «il capo e le membra nascono da una stessa Madre» (Trattato della vera devozione a Maria, 32). Ella a Pasqua è riconosciuta madre del Risorto e dei credenti, colei che accoglie il Figlio e i figli. Ma allora la maternità di Maria è duplice?
2. Madre presso la croce. Come la nuova nascita di Gesù è preludio della sua rinascita a Pasqua, così la maternità di Maria a Betlemme, a Pasqua tende all’universalità, al pari della paternità divina di Dio. Sì! La maternità di Maria è duplice e fondata su un duplice annuncio. Per Giovanni Paolo II la profezia di Simeone nella Presentazione al Tempio: «Anche a te una spada trafiggerà l’anima» (Lc 2,35), è il «secondo annuncio a Maria» (Redemptoris Mater = RM 16), preludio alla sua partecipazione materna alla croce redentiva. Leone XIII (+1903) specifica: «Maria ricevette un duplice annuncio della sua stessa maternità: dall’Angelo, nella casa di Nazaret, e da Gesù, figlio suo, sulla croce [...] Maria accettò ed eseguì di gran cuore le parti di quel singolare ufficio di madre».
Anche Benedetto XVI accentua la novità della maternità di Maria. Nell’enciclica Spe salvi la elogia: «Dalla croce ricevesti una nuova missione.Apartire dalla croce diventasti madre di tutti coloro che vogliono credere nel tuo figlio Gesù. [...] La gioia della risurrezione ha toccato il tuo cuore e ti ha unito in modo nuovo ai discepoli, destinati a diventare famiglia di Gesù mediante la fede» (n. 50).
3. Maternità « pasquale ». Se l’incarnazione del Verbo è ordinata alla sua passione salvifica (cf Gv 12,27-28), anche la maternità divina di Maria è ordinata alla sua maternità pasquale. Iniziata a Nazaret, nell’ora dell’Eccomi del concepimento del Salvatore, la collaborazione della Vergine alla redenzione raggiunge il culmine a Gerusalemme, nell’ora della croce, quando ella, ricorda il Vaticano II, «soffrì profondamente con il suo Figlio unico e si associò con animo materno al sacrificio di lui, amorosamente consenziente all’immolazione della vittima da lei generata; e finalmente dallo stesso Gesù morente in croce fu data come madre al discepolo» (LG 58). Paolo VI puntualizza: la maternità di Maria a Pasqua «si dilatò assumendo sul Calvario dimensioni universali» (Marialis cultus = MC 37). Giovanni Paolo II aggiunge: «La sua maternità (è) iniziata a Nazaret ed (è stata) vissuta sommamente a Gerusalemme sotto la croce» (Tertio millennio adveniente, 54). Lo stesso Pontefice nella RM precisa: «Se già in precedenza la maternità di Maria nei riguardi degli uomini era stata delineata, ora (presso la croce) viene chiaramente precisata e stabilita: essa emerge dalla definitiva maturazione del mistero pasquale del Redentore » (n. 23). Presso la croce Maria diventa madre del « Cristo totale », capo e membra, madre universale del genere umano. Ma dove e quando si manifesta questa nuova maternità?
4. «La Madre rivede le membra che ha generato»: Veglia pasquale. Il cappellano della Vergine, Ildefonso di Toledo (+667), dà per scontata la teofania del Risorto alla Madre. E in questa luce pasquale illustra la nuova maternità di Maria. In una inlatio (prefazio) ispanica della Messa del sabato dell’ottava di Pasqua, Ildefonso esclama: «Agnoscit Mater membra quae genuit » («La Madre riconosce le membra che ha generato»): nel corpo glorioso del Figlio, la notte di Pasqua ella rivede sia le membra generate a Betlemme che quelle ricevute il Venerdì santo dal Figlio morente sulla croce. Ildefonso considera pure la maternità della Chiesa quando la notte di Pasqua amministra i sacramenti dell’iniziazione. In una inlatio della Veglia pasquale egli narra che la Chiesa partorisce senza dolore i cristiani, come Maria senza dolore aveva partorito Gesù a Betlemme. Ciò significa che la maternità di Maria si perpetua nella maternità della Chiesa. E nel battesimo dei credenti la Vergine rivede se stessa quale loro madre. Chiamata presso la croce del Figlio a essere madre dei suoi discepoli, la Vergine dalla risurrezione si prende cura di loro per delineare in essi i tratti fisionomici del Figlio primogenito (cf MC 57). Montfort invoca lo Spirito: «Spirito Santo, ricordati di generare e formare figli di Dio con Maria [...] Hai formato in lei e con lei il capo degli eletti, perciò con lei e in lei devi formare tutte le sue membra » (Preghiera infocata, 15).
5. Accogliere la Madre del Risorto come propria madre. Se Maria accoglie i battezzati come propri figli, anch’essi hanno il dovere di accoglierla come propria madre. L’accoglienza di lei è espressione dell’obbedienza della fede, risposta a una scena di rivelazione, riguarda la vita di grazia. Nell’antichità Origene (ca. +254) affermava: «Maria ha un solo figlio: questi (Giovanni) è Gesù che tu (Madre) hai partorito ». Ella ha l’incarico di generare Gesù in Giovanni. Ma Giovanni deve diventare Gesù stesso, per divenire figlio di Maria. Al contrario, chi non accoglie la madre Maria, non diventa come Cristo, non comprende Cristo. E chi dovesse trascurare la Vergine, non possederebbe una fede integrale. Sant’Ambrogio di Milano (+397) sosteneva che accogliere filialmente Maria fa parte degli impegni della pietà del discepolo, poiché Gesù sulla croce «consegna il suo testamento domestico». Sant’Agostino (+430) esortava: la Madre del Signore va accolta tra i propri doveri, ai quali bisogna attendere con dedizione. Per san Luigi di Montfort la consacrazione a Cristo per le mani della sua santissima Madre, consente di far «entrare Maria nella nostra casa» (Amore dell’Eterna Sapienza, 211). Seguendo Montfort, Giovanni Paolo II specifica: «Affidandosi filialmente a Maria, il cristiano, come l’apostolo Giovanni, accoglie « fra le sue cose proprie » la Madre di Cristo e la introduce in tutto lo spazio della propria vita interiore» (RM 45). Ma Giovanni Paolo II chiede che Maria madre sia accolta nell’Eucaristia (domenicale e quotidiana): in essa Gesù «consegna ciascuno di noi» a sua Madre (cf Ecclesia de Eucharistia, 57).

Sergio Gaspari, smm

Publié dans:Maria Vergine, SETTIMANA SANTA |on 2 avril, 2015 |Pas de commentaires »

CIÒ CHE MARIA CREDETTE DIVENNE IN LEI REALTÀ – SANT’AGOSTINO, SERMONE 215, 4

http://www.vatican.va/spirit/documents/spirit_20011223_agostino_it.html

CIÒ CHE MARIA CREDETTE DIVENNE IN LEI REALTÀ

SANT’AGOSTINO, SERMONE 215, 4.

4. « Perciò crediamo in Gesù Cristo nostro Signore, nato da Spirito Santo e da Maria Vergine. La Vergine Maria partorì credendo quel che concepì credendo. Infatti quando le fu promesso il figlio, essa domandò come questo sarebbe successo, dato che non conosceva uomo (e naturalmente le era noto quale fosse il solo modo di conoscere e partorire, ossia che l’uomo nasce dall’unione del maschio e della femmina, modo che essa non aveva sperimentato, ma che aveva appreso dalla normale frequentazione delle altre donne).
E l’angelo le rispose: «Lo Spirito Santo scenderà su di te; su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo; colui dunque che nascerà da te sarà santo e chiamato Figlio di Dio» (Lc 1, 35). E dopo che l’angelo ebbe detto così, essa, piena di fede e concependo Cristo prima nel cuore che nel grembo, rispose: «Eccomi, sono la serva del Signore; avvenga di me secondo la tua parola» (Lc 1, 38). Ossia avvenga la concezione nella Vergine senza seme di uomo; nasca da Spirito Santo e da una donna integra colui per il quale integra possa rinascere da Spirito Santo la Chiesa.
Il santo che nascerà dalla parte umana della madre senza l’apporto umano del Padre si chiami Figlio di Dio; colui che è nato da Dio Padre senza alcuna madre, doveva in modo meraviglioso diventare figlio dell’uomo, e così, nato in quella carne, poté uscire piccolo attraverso viscere chiuse, e grande, risuscitato, poté entrare attraverso porte chiuse. Sono cose meravigliose, perché divine; indescrivibili, perché inscrutabili; non è in grado di spiegarlo la bocca dell’uomo, perché non è in grado di esprimerlo il cuore dell’uomo. Maria credette e in lei quel che credette si avverò.
Crediamo anche noi, perché quello che si avverò possa giovare anche a noi. Per quanto infatti anche questa nascita sia ammirabile, tuttavia, o uomo, tu puoi pensare che cosa il tuo Dio si è fatto per te, il Creatore per la creatura; il Dio che è sempre in Dio, l’Eterno che vive con l’Eterno, il Figlio uguale al Padre non ha disdegnato di rivestirsi della condizione di servo per dei servi empi e peccatori. E questa non è stata ricompensa per dei meriti umani; per le nostre iniquità semmai noi meritavamo delle pene; ma se egli avesse tenuto conto delle colpe, chi avrebbe potuto sussistere? (cf. Sal 129, 3). È quindi per dei servi empi e peccatori che il Signore si è degnato di nascere servo e uomo dallo Spirito Santo e dalla Vergine Maria. »

PREGHIERA

Ave Maria e Sub tuum – Madre di Dio Vergine, salve, piena di grazia, il Signore è con te (Lc 1, 28); benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo (Lc 1, 42), perché tu hai generato il Salvatore delle nostre anime.
Sotto la tua misericordia ci rifugiamo, o Madre di Dio: non disprezzare le nostre suppliche nelle tentazioni, ma liberaci dai pericoli, o sola pura, sola benedetta.

A cura della Pontificia Facoltà Teologica «Marianum»

LA FEDE: UNA LUCE ILLUSORIA? EH NO! PIUTTOSTO… L’OSCURA CHIAREZZA DELLA FEDE

http://www.donboscoland.it/articoli/articolo.php?id=131788

LA FEDE: UNA LUCE ILLUSORIA? EH NO! PIUTTOSTO… L’OSCURA CHIAREZZA DELLA FEDE

Riflessioni sulla fede scritte nel giorno dell’Immacolata, partendo dall’esperienza di San Francesco di Sales.

Oggi proprio tutto parla di Immacolata.
Il sole, l’assenza di vento eccessivo, soprattutto la liturgia, il sorriso velato e gli scherzi accennati tra confratelli. Passeggiando in campagna – forse ero un po’ troppo concentrato nel pensare alla Messa di stamattina e all’articolo che sto scrivendo – sembrava che perfino i campi cantassero all’unisono un coro alla Vergine.
Stamattina mi sono alzato molto presto per scrivere l’omelia e ho messo come sottofondo Le quattro stagioni di Vivaldi. L’ho fatto mezzo addormentato, ma quando è arrivato il terzo movimento (Allegro) dell’Autunno ho pensato – scusa l’accostamento probabilmente indebito – al Monte Rosa, al Cervino, alle Tre Cime di Lavaredo, a qualche pista (non troppo difficile) con gli sci sulla neve, alle ultime rampe che portano in bicicletta al Passo Bernina partendo dal lago di St. Moritz: insomma alla creazione intera.
S. Anselmo d’Aosta esalta Maria santissima poeticamente, ma con profondità teologica che tocca il cuore: “O donna piena e sovrabbondante di grazia, ogni creatura rinverdisce inondata dal traboccare della tua pienezza. O vergine benedetta e più che benedetta, per la cui benedizione ogni creatura è benedetta dal suo Creatore, e il Creatore è benedetto da ogni creatura”. Pensa: ogni uomo, ogni donna, anche l’anziano rugoso di anni, anche lo schiavo del bere e della droga, pure la ragazza che non sa allontanarsi dalle macchinette, il bullo più ostile. Tutti. Ogni creatura torna come un virgulto sotto gli occhi di Maria e, aggiungo io un po’ arditamente, se il Padre (che è Misericordioso) dovesse avere qualche dubbio, grazie a Lei si affaccia dal balcone, corre per le scale e stritola nell’abbraccio del perdono anche il più incallito peccatore. Qui ci merita un bell’Alleluia di Handel a coro e trombe spiegate.
Mentre ascolto il sottofondo di Handel sono profondamente indeciso se rimanere voltato verso le montagne solenni davanti alla mia scrivania o girarmi verso… il comodino. Lì so che mi attende una parte di vita molto più scomoda e dolorosa. Per farmi capire devo prima introdurre una cosiddetta figura retorica: l’ossimoro. Questa parola strana ha un’etimologia, un origine ancora più stramba: in greco vuol dire «acuto sciocco». Così. È come se la mamma ti dicesse “affrettati lentamente”. Oppure, in modo molto più adatto alla serietà della parola, Salvatore Quasimodo, nelle Lettere alla madre, scriveva che “gli alberi si gonfiano di acqua, bruciano di neve”. Anche se sappiamo tutti che la neve non brucia, certamente il verso del poeta ha seminato qualcosa nel nostro cuore.
Perché l’ossimoro. Per il semplice motivo che in queste settimane, alla sera prima di addormentarmi, sto leggendo due ossimori: Crudele dolcissimo amore e Oscura luminosissima notte. In copertina al primo libro una foto dell’84 con una simpatica ragazza sorridente. Sovrasta il secondo libro un cielo che minaccia temporale e una piccola donna, di schiena, in carrozzella. Si parla di un amore: soprattutto quello di Dio per Chiara, ma anche di quello spassionato e a tratti giocondo della prima Chiara. Ma di un amore che è al tempo stesso crudele (non lascia tregue, incide con il bisturi fino ai nervi più scoperti e al cuore) e dolcissimo: Dio, per Chiara è “il Socio” a cui non può e soprattutto non vuole rinunciare. È l’Amore della sua vita. L’unico che permette di fare in modo che le ferite lancinanti divengano feritoie da cui intravedere una salvezza. Alla vostra lettura tutto il resto del diario del dialogo tra una Chiara malata in modo progressivo, degenerativo e incurabile… e Dio.
Qui incontriamo il primo Francesco: è il nostro amico Francesco di Sales. Lui parla dell’esperienza dell’anima innamorata di Dio. “Ed ecco la meraviglia: infatti Dio propone i misteri della fede alla nostra anima frammisti ad oscurità e tenebre, in modo che noi non vediamo le verità, ma soltanto le intravediamo; proprio come capita qualche volta allorché essendo la terra coperta di nebbia, non riusciamo a vedere il sole, ma vediamo soltanto un po’ più di chiarore nella sua direzione, di modo che, per così dire, lo vediamo senza vederlo, poiché, da un lato, non lo vediamo in modo tale da poter dire semplicemente che lo vediamo, e, d’altro lato, non lo vediamo così poco da poter dire che non lo vediamo affatto; è quello che chiamiamo intravedere.
Tuttavia, questa oscura chiarezza della fede, una volta entrata nel nostro spirito, non per forza di ragionamenti o per forza di argomentazioni, ma soltanto per la dolcezza della sua presenza, si fa credere e obbedire dall’intelletto con tanta autorità, che la certezza che essa ci dona della verità supera tutte le altre certezze del mondo e sottomette talmente tutto lo spirito e tutti i suoi discorsi che, a confronto, non godono più di alcun credito”.
Beccato! Anche qui c’è l’ossimoro…. “l’oscura chiarezza della fede”.
Noi pretenderemmo di sapere tutto, subito e distintamente, ma nella vita… soprattutto nell’amore non è così. Vediamo attraverso, intravediamo, scorgiamo, intuiamo… e ci viene richiesto uno slancio di testa+cuore+volontà che a volte ci scaglia verso altezze vertiginose (nel bene), altre volte verso dispiaceri che scarnificano l’anima e il corpo (e delle volte capita che anche qui stiamo procedendo verso il bene totale).
Mettiamoci allora in ascolto di Benedetto e Francesco nella Lumen Fidei (numeri 2 e 3). Loro parlano della fede e si chiedono: è solo una luce illusoria? ”Eppure, parlando di questa luce della fede, possiamo sentire l’obiezione di tanti nostri contemporanei. Nell’epoca moderna si è pensato che una tale luce potesse bastare per le società antiche, ma non servisse per i nuovi tempi, per l’uomo diventato adulto, fiero della sua ragione, desideroso di esplorare in modo nuovo il futuro. In questo senso, la fede appariva come una luce illusoria, che impediva all’uomo di coltivare l’audacia del sapere. Il giovane Nietzsche invitava la sorella Elisabeth a rischiare, percorrendo « nuove vie…, nell’incertezza del procedere autonomo ». E aggiungeva: « A questo punto si separano le vie dell’umanità: se vuoi raggiungere la pace dell’anima e la felicità, abbi pur fede, ma se vuoi essere un discepolo della verità, allora indaga ». Il credere si opporrebbe al cercare. A partire da qui, Nietzsche svilupperà la sua critica al cristianesimo per aver sminuito la portata dell’esistenza umana, togliendo alla vita novità e avventura. La fede sarebbe allora come un’illusione di luce che impedisce il nostro cammino di uomini liberi verso il domani.
In questo processo, la fede ha finito per essere associata al buio. Si è pensato di poterla conservare, di trovare per essa uno spazio perché convivesse con la luce della ragione. Lo spazio per la fede si apriva lì dove la ragione non poteva illuminare, lì dove l’uomo non poteva più avere certezze. La fede è stata intesa allora come un salto nel vuoto che compiamo per mancanza di luce, spinti da un sentimento cieco; o come una luce soggettiva, capace forse di riscaldare il cuore, di portare una consolazione privata, ma che non può proporsi agli altri come luce oggettiva e comune per rischiarare il cammino. Poco a poco, però, si è visto che la luce della ragione autonoma non riesce a illuminare abbastanza il futuro; alla fine, esso resta nella sua oscurità e lascia l’uomo nella paura dell’ignoto. E così l’uomo ha rinunciato alla ricerca di una luce grande, di una verità grande, per accontentarsi delle piccole luci che illuminano il breve istante, ma sono incapaci di aprire la strada. Quando manca la luce, tutto diventa confuso, è impossibile distinguere il bene dal male, la strada che porta alla mèta da quella che ci fa camminare in cerchi ripetitivi, senza direzione”.

Anche il tramonto di oggi non delude: rosso fuoco tra gli alberi spogli. Capolavoro di una giornata di grazia. Qui ci vuole il primo movimento (Affettuoso) del Concerto Brandeburghese numero 5 di Bach.
Augurandoci che anche la nostra vita, anche tra accordi dissonanti, risulti per Dio, per i fratelli e le sorelle… per noi stessi un’armonia stupenda.

don Paolo Mojoli, sdb

 

Publié dans:Maria Vergine |on 26 janvier, 2015 |Pas de commentaires »

MARIA, MADRE DI DIO, (THEOTOKOS) NELLA TRADIZIONE DELLA CHIESA ORTODOSSA

http://www.ortodoxia.it/Madre%20di%20Dio%20nella%20tradizione%20della%20Chiesa%20Ortodossa.htm

MARIA, MADRE DI DIO, (THEOTOKOS)

nella tradizione della Chiesa Ortodossa

S.Em.za Rev.ma il Metropolita Gennadios,
Arcivescovo ortodosso d’Italia e Malta

In questa meditazione, carissimi fratelli, ”Maria, Madre di Dio, (Theotokos) nella tradizione della Chiesa Ortodossa”, non è possibile affrontare l’argomento, in poco tempo, un tema, senza dubbio importantissimo per la cristianità, in tutta la sua vastità e conseguente complessità, ma senz’altro cercherò di affermare la grande verità che la Chiesa Ortodossa proclama, cosa che viene dimostrata dalla prassi della sua spiritualità liturgica che è in verità l’interpretazione dello spirito e della dottrina dei suoi Santi Padri.
Il suo grande inneggiatore Giovanni Damasceno esclama: “Veramente, Maria è superiore a tutta la creazione”.
Questa profonda devozione per Maria è certamente diversa dall’adorazione data soltanto alla Santissima Trinità.
Epifanio risponde meravigliosamente:”per Maria dobbiamo dare devozione, per il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo: adorazione”.
In questo momento, ricordo un inno meraviglioso che canta la Chiesa Ortodossa durante il solenne mattutino del 15 agosto: “nella sua persona, Maria,Vergine Immacolata,si sono sconfitte le norme della natura:….Vergine dopo il parto,e viva dopo la morte”.
È verità indiscutibile la Liturgia Ortodossa, non è avara di elogi verso la “THEOTOKOS”; ne canta l’eccezionale ruolo nell’economia della salvezza.
Maria, novella Eva, è “all’origine d’una nuova progenie di uomini, comunicanti alla vita di Dio”.
Con inni, che elevano l’anima del fedele vicino al nostro Signore e Creatore dell’umanità, canta la Chiesa Ortodossa anche la glorificazione corporale di cui la Theotokos fu oggetto dopo la sua morte.
In essa “vede lo scopo e il compimento di tutta la creazione, pronta, finalmente, a ricevere il Salvatore.
Maria è la “Madre di Dio” la Theotokos; è colei che,in nome di tutta la nostra stirpe, ha accolto il Dio liberatore”.
Di grande importanza è il cosiddetto inno Akathistos, il quale è glorificazione della Madre di Dio e riassume tutta la Teologia Mariana centrata sul mistero.
San Giovanni Damasceno nel suo libro,”OKTOICHOS”, oggi usato nelle funzioni dei Vesperi e dei Mattutini,scrive così per la Madonna: “Cantiamo, fedeli, la gloria dell’universo. La porta del cielo, la Vergine Maria, il Fiore della stirpe umana e la madre di Dio, colei che è il cielo e il tempio della divinità, colei che ha atterrato le barriere del peccato, che è la conferma della nostra fede.
Il Signore che da lei è nato, combatte per noi. Sii pieno di forza e coraggio,o popolo di Dio,perché Egli, l’Onnipotente, ha vinto i nemici”.
Questo importantissimo pensiero del grande teologo della Chiesa Indivisa San Giovanni Damasceno si immerge in un clima di azione di grazia.
In occasione della grande festa dell’Esaltazione della Croce, la chiesa Ortodossa, con esultanza canta: “Tu sei Madre di Dio, il paradiso mistico, in cui Cristo è germogliato spontaneamente; per Lui è stato piantato nel mondo l’albero vivificante della Croce”.
La Teologia, la Liturgia, l’Eortologia, l’Innografia e l’Iconografia, camminano insieme e possiamo dire quasi sempre, che l’una evidenzia l’altra in modo che un punto oscuro da una parte trova la risposta Ortodossa, la chiarezza e la precisione come dicono i Padri orientali, in un’altra.
Ascoltiamo sant’Ignazio riguardo a Maria: “Uno solo è il medico del corpo e dello Spirito, generato e ingerito, Dio manifestatosi in carne, vita vera nella morte, da Maria e da Dio, prima passibile e poi impassibile, Gesù Cristo il Signore nostro”.
Nel periodo pre-Niceno, la Mariologia in Oriente Ortodosso, si può ricapitolare in tre punti:
1°) La maternità Divina, 2°) La perpetua verginità 3°) Il parallelismo Eva – Maria.
È verità incontestabile che la Vergine Maria fa parte dell’umanità; è una gloria dell’umanità “ della quale condivide la sorte, tutta la sorte”.
Cooperando, così, alla grazia, l’umanità può dirsi vittoriosa sul male: veramente, una creatura di Dio. Come noi, ha risposto totalmente “sì” a Dio e diventa la “nuova Eva”, per mutare il corso della storia dell’umanità.
Infatti, con la vergine Maria, abbiamo una nuova creazione dell’uomo, che nasce non “dalla carne e dal sangue, ma da Dio”.
È senza dubbio, l’uomo nuovo che nasce verginalmente dalla vasca battesimale, diventando membro del regno dei cieli.
Perciò, Maria, si identifica con la Chiesa, il sacro luogo dove si compie l’unione tra creatura e Creatore, tra l’umano e il Divino.
Ricordo qui un testo di San Clemente di Alessandria che dice: o prodigio mistico! Uno è il Padre di tutti; uno è anche il Verbo e lo Spirito Santo….e una sola è, nello stesso tempo madre e vergine, e a me piace chiamarla “Chiesa” e “questa madre soltanto non ebbe latte, perché e la sola che, dopo il parto, non può chiamarsi donna, perché è, contemporaneamente, Vergine e Madre”; e continua San Clemente: “Come Vergine è incorrotta, ma come Madre è sposa diletta, che raccoglie i propri figli li nutre con latte Santo…”.
Vediamo con ammirazione che la vergine Maria diventa così, “guida” per l’uomo; e la “Odigitria”; è un modello perfetto, dimostrando all’uomo che lui deve arrivare dove essa è già arrivata: alla deificazione (Theosis), cioè all’unione perfetta con Dio, alle nozze mistiche tra la creatura e il Creatore.
Perciò Iddio si fa uomo, perché ama questa sua creatura, che ricapitola in sé tutto il creato: “Microcosmo”, come dicono i padri Capadoci, “ in quanto partecipa del mondo sensibile col corpo, e di quello soprasensibile con l’anima, e l’uomo che veramente ama Dio deve trasformarsi in Lui, cooperando alla Grazia”.
Con Essa riprende il dialogo interrotto nell’Eden con l’uomo, fatto “ad immagine secondo la somiglianza” di Dio, come dice Genesi.
È la scena dell’annunciazione a Nazaret. Iddio parla all’uomo per mezzo dell’Arcangelo Gabriele e chiede il suo consenso libero a queste nozze mistiche tra il Creatore e la creatura umana.
Maria, conscia (di appartenere) che lei fa parte dell’umanità, conscia che Essa appartiene alla natura di Adamo, non soltanto ascolta e custodisce la parola di Dio, ma anche dal suo libero consenso; risponde con libertà totalmente si a Dio e così prende essenziale parte alla salvezza dell’uomo, diventando la nuova Eva, mutando così il corso della storia dell’umanità, “pur ereditando la mortalità ereditaria, patrimonio di tutta l’umanità; essa mette fine, con la propria autodeterminazione, alla corruzione e alla morte”.
Mentre Adamo ed Eva avevano ascoltato le parole di Satana, Maria, chiedendo soltanto come può compiersi il mistero, ascolta e custodisce la parola di Dio.
Il verbo si fa carne e Maria con la sua preziosa parte dell’economia divina, dona all’umanità la redenzione e la grazia Divina.
Quando al Salvatore dirà una voce del pubblico: ” beato il seno che ti ha allattato; beato il ventre che ti ha portato”, Egli risponderà che “beatitudine maggiore è per la Madre Divina l’aver ascoltato la parola di Dio e averla custodita”, come riferisce l’evangelista San Luca.
In quanto alla maternità Divina, la Teologia Mariana Ortodossa rimane fedele alla dottrina del III° concilio Ecumenico di Efeso.
Matteo, richiamandosi al testo di Isaia, dice: ”Concepirà e partorirà un figlio, che sarà chiamato Emanuele ciò che significa “Dio è con noi”.
Se Colui che viene generato è Dio, chi lo genera è Madre di Dio.
Nella visita che la Vergine fece ad Elisabetta, narrata da Luca, la madre del precursore chiamò la Vergine “Madre del mio Signore”.
Lo stesso Luca descrivendo il mistero dell’annunciazione, chiama il Salvatore “Figlio dell’Altissimo”, “Figlio di Dio”; implicitamente chiama Maria “Madre dell’Altissimo”, “Madre di Dio”.
San Paolo ai Galati scrive: “…mandò Iddio il proprio figlio, fatto da una donna…”.
I Padri Apostolici si basano sulla stessa base: “Nato dal Padre prima dei secoli”; “nato dalla Vergine nel tempo”.
San Gregorio il teologo diceva: “Chi non considera Maria come madre di Dio è fuori dalla divinità”, cioè dalla chiesa.
È verità indiscutibile che l’uomo per arrivare alla sua Theosis (deificazione) è incoraggiato dalla Santa presenza continua di questa creatura sublime, vera creatura come noi.
Nel suo cammino, allora, verso Dio, l’uomo conosce molto bene che un’altra creatura come lui figlia di Adamo e di Eva, come lui stesso è già asceso verso il cielo, verso Dio.
Così la “Vergine, ha reso possibile i nostri contatti con Dio, contatti non soltanto mistici, ma fisici, perché la carne umana del Cristo è reale, non fantastica”.
La presenza della Vergine Maria, significa in verità nell’Oriente Ortodosso, presenza di Dio.
Secondo la tradizione Ortodossa Orientale, non può esistere alcun rito religioso senza l’invocazione di Maria; non può esistere alcuna Chiesa senza l’icona di Essa.
San Giovanni Damasceno, questo grande teologo della chiesa indivisa, magistralmente ricapitola il pensiero Patristico sulla Teologia della maternità Divina nella tradizione orientale: “Nel senso propriamente vero e reale noi confessiamo Madre di Dio la santa Vergine. Come, infatti, è Dio vero colui che da Essa è nato, vera madre di Dio è colei che ha generato il vero Dio, che da Essa si è incarnato”.
E quando diciamo che Dio è nato da Essa non intendiamo certo dire che la divinità del verbo incominciò ad esistere da essa; ma perché lo stesso Dio verbo che prima dei secoli e fuori del tempo è stato generato dal Padre ed è senza alcun principio col Padre e con lo Spirito Santo, negli ultimi giorni per la nostra salvezza, prese dimora nel suo seno, senza alcun mutamento, s’incarnò e nacque da essa.
La Santa Vergine, dunque, non ha generato un uomo semplice, ma Dio vero.
E non puramente Dio, ma Incarnato.
Non però che abbia portato dal cielo il corpo, passando da essa come da un canale, ma da Essa ha preso il corpo consustanziale a noi, dandogli la sussistenza nella propria persona.
Lo stesso San Giovanni Damasceno, nella sua famosa opera “la Fede Ortodossa” così riferisce: “Il Suo nome, Maria, contiene tutto il mistero dell’economia, poiché se colei che l’ha messo al mondo è madre di Dio, il generato da lei è interamente Dio, ed è interamente uomo”.
La proclamazione della divina maternità è ripetuta incessantemente.
La spiritualità liturgica è testimone di questa verità cristiana, verità che ha stretta relazione con le altre verità cristiane, come per esempio con la Santissima Trinità ecc.
Sempre San Giovanni Damasceno nel suo libro liturgico “Oktoichos” riafferma incessantemente questo mistero che contempla e proclama con grande stupore e commozione spirituale: “Come non stupiremmo – dice – per il tuo divino e umano parto, o degna di ogni venerazione”.
“È veramente giusto dicono San Basilio e San Giovanni Crisostomo – proclamare beata te, Theotokos, che sei beatissima, tutta pura e madre del nostro Dio.
Noi magnifichiamo te, che sei più onorabile dei cherubini e incomparabilmente più gloriosa dei serafini, che in modo immacolato partoristi il verbo di Dio, o vera madre divina”.
Maria, considerando il suo rapporto con la Trinità, è chiamata “Tutta pura”, “Immacolata”, “piena di grazia”, “senza macchia”.
Considerando dall’altra parte il suo rapporto con il popolo, con la chiesa, viene considerata “mediatrice della salvezza”, “mediatrice della vita”, “ancora della fede”, “bando dei fedeli”, “sola difesa”, “consolazione”, “muro inespugnabile”, “protettrice”.
È vero, miei cari fratelli, che tutto, ciò che si dice della Theotokos supera la nostra capacità di comprensione.
L’Innologia Ortodossa risponde così: “Tutti i tuoi misteri superano ogni intelletto, ogni glorificazione, o Madre di Dio. Sigillata con la purezza, custodita con la verginità, fosti riconosciuta madre senza falsità che partoristi il Dio vero”.
Maria, identificando la sua volontà della volontà di Dio, liberamente e coscientemente, con fedeltà e ubbidienza, e così mettendo se stessa al servizio del disegno divino della salvezza dell’uomo, costituisce anche oggi, per l’intero mondo cristiano, l’unico e più vivo esempio di fedeltà, di umiltà e obbedienza a Dio, mostrando al cristiano qual è la sua chiamata.
Maria, costituisce l’unico, più luminoso, esempio per la Chiesa di Cristo, oggi divisa in tante chiese e confessioni, mostrando a loro che accettando la parola di Dio con fedeltà, umiltà e ubbidienza, realizzano una vera vocazione che avrà come fine quella gioiosa fine che ha avuto Maria con l’accettazione della parola di Dio, cioè la vera gioia della sua umiltà con Dio e la gioia profonda ella salvezza dell’uomo, trasmettendo così questa sua vera eterna gioia dell’universo.
Veramente, Maria rimane per noi un eccellente irrepetibile esempio di una fedele, umile, ubbidiente Diaconessa della volontà di Dio che rappresenta la salvezza della sua prima amabile creatura, cioè dell’uomo.
Chi è andato a Ravenna senz’, altro ha visto la cappella arcivescovile della città. Tra le altre belle cose esiste un bellissimo mosaico che rappresenta Maria (Theotokos) come Diaconessa.
In realtà, Maria “quando venne la pienezza del tempo” serve al mistero della salvezza del genere umano.

Conclusione
Dopo questa esposizione concludiamo così:
Per l’uomo di oggi, come creatura di Dio, per le nostre chiese, che provengono dallo stesso unico fondatore, l’unica linea, preziosa e sicura per il nostro futuro, è la linea che ha seguito Maria, la Theotokos.
Con le sue parole: “Eccomi sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto”.
Una linea, piena di speranza e di fedeltà, con la quale è riuscita ad avere la grazia di Dio: “Non temere Maria perchè hai trovato grazia presso Dio” e così diventa Madre di Dio.
Con la sua linea che caratterizza la fedeltà, l’umiltà, l’obbedienza, la diaconia, la testimonianza e la santità, Maria ha amato la più profonda gioia: “Concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù, sarà grande e chiamato figlio dell’altissimo… e il suo regno non avrà fine”.
Maria, creatura come noi che riceve particolare valore e prestigio altissimo diventando Madre di Dio, grazie alla sua linea – vita – comportamento di fedeltà, di umiltà,di libertà, di diaconia, di testimonianza e di santità, e veramente grazie alla sua obbedienza alla legge di Dio: “Lo Spirito Santo scenderà sopra di te, su te stenderà la sua ombra, la potenza dell’Altissimo”, Maria vince la paura, vince i sospetti, vince le incertezze, vince i diversi personali ostacoli, e così testimonia all’uomo di oggi, come anche alla “Chiesa divisa”, qual è il nostro dovere riguardo alla parola di Dio, quale linea dobbiamo seguire per realizzare la volontà di Dio: ”Che tutti siano una cosa sola”.
Maria, la Theotokos, è per l’uomo, il modello ideale per arrivare alla salvezza, che è vita eterna.
Maria, la Theotokos, è anche madre nostra, è per la “Chiesa divisa” il modello ideale per testimoniare al mondo la sua genuina missione e giustificare la sua esistenza che è la salvezza dell’uomo, per cui Cristo è nato, è stato crocefisso ed è resuscitato.
Maria, la Theotokos, cioè la Madre di Dio, con la sua santa vita, con il suo meraviglioso comportamento, con la sua fede genuina, con il suo vero amore e con la sua ricca carità ci fa sentire maggiormente il dovere e la responsabilità che abbiamo nella Chiesa di Cristo, come vescovi, come sacerdoti, come religiosi, come laici, tutto il pleroma per la divisione della Chiesa indivisa, che è il nostro maggiore peccato ed ha avuto il carattere di peccato originale.
Finisco con questo meraviglioso testo di San Gregorio il Teologo, affermando con chiarezza: “O speranza buona, Vergine Madre di Dio, noi invochiamo la tua unica e valida protezione. Muoviti a compassione per un popolo che si trova nelle angustie, supplica il misericordioso Iddio affinché le nostre anime siano liberate da ogni sventura. Fervida avvocata, muro inespugnabile dei fedeli, fonte di misericordia, rifugio del mondo, o Signora Theotokos, previeni le nostre suppliche e liberaci dai pericoli, perché tu sei la sola che può molto presto proteggere. Dall’altra parte, o sempre Vergine, Theotokos, per tuo mezzo siamo divenuti partecipi della divina natura, poiché ci hai dato Dio incarnato per noi. Perciò noi, per dovere e devoto affetto te magnifichiamo”.
Ed ancora noi fedeli ed ubbidienti alle cose che non possono essere risolte dal nostro intelletto, dalla nostra logica, perché esiste il mistero, facendosi silenzio ad essa con devozione e venerazione cantiamo a te, Vergine, Theotokos, che sei la nostra vera speranza, la nostra vera consolazione, la nostra vera protezione e la nostra quotidiana preghiera, l’inno delle tue meraviglie: “È veramente giusto proclamare beata te, Theotokos, che sei beatissima, tutta pura e madre del nostro Dio, noi magnifichiamo te, che sei più onorabile dei Cherubini e incomparabilmente più gloriosa dei Serafini, che in modo immacolato partoristi il verbo di Dio, o vera Madre di Dio.”

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