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FEDE E DEPRESSIONE – IL MALE OSCURO DELL’ANIMA

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FEDE E DEPRESSIONE

IL MALE OSCURO DELL’ANIMA

di Annachiara Valle  

Colpisce oltre 340 milioni di persone nel mondo. Da molti è considerata la malattia psichica del secolo. E di recente anche il Vaticano le ha dedicato un convegno. La depressione, molto simile a ciò che i Padri della Chiesa chiamavano « accidia », fa capolino nei conventi, nelle parrocchie, nelle comunità. E preoccupa i responsabili del mondo cattolico. 

«Perché non sono morto fin dal seno di mia madre e non spirai appena uscito dal grembo? Ora giacerei tranquillo, dormirei e avrei pace». Il grido di Giobbe, tanto simile a quello di Geremia (cap. 20, vv. 17-18), risuona tutt’ora e spesso anche sul lettino dello psicanalista. «Chi ha fede non è immune dalla depressione», spiega Mario De Maio, sacerdote e psicanalista. «Lo si comprende bene anche leggendo la Bibbia. Le parole dei Salmi, per esempio, in molti casi sono parole di angoscia e di disperazione. Lo stesso Gesù era circondato da persone non del tutto « normali ». La malattia mentale, e la depressione in particolare, fanno parte dell’esperienza umana, la fede non ne rende immuni e, da sola, non può costituire una risposta efficace. In molti casi, quando non è utilizzata in modo eccessivamente emotivo, può aiutare le persone a entrare in un processo di liberazione, ma gli interventi devono essere più complessi». Ne è convinto anche Daniel Cabezas, psichiatra al Fatebenefratelli di Roma: «Una buona confessione non sostituisce una terapia medica. Per quanto ho potuto verificare, però, posso dire che una esperienza di fede matura può fornire un sostegno in più. Per tutta la parte di malattie depressive di tipo nevrotico, la fede può costituire un fattore protettivo importante e può collaborare in positivo con la cura, allo stesso modo in cui può contribuire alla terapia un buon rapporto intrafamiliare o un rapporto lavorativo equilibrato. Nel momento in cui il paziente si sente come rallentato, in cui tutto viene percepito come inutile e privo di significato, trovare una spiegazione al senso della vita, al senso della sofferenza, del dolore, della malattia e della morte è di grande aiuto. Per tornare all’esempio della confessione, si può dire che certamente essa non guarisce, ma può aiutare nella prevenzione. Avere accanto un buon direttore spirituale, una persona capace di ascoltare e di favorire la crescita personale, diminuisce le nevrosi e può dare una mano anche a noi psichiatri». «La Chiesa si interroga su quale debba essere la propria azione pastorale di fronte a un fenomeno che, secondo i dati dell’Organizzazione mondiale della sanità, colpisce 340 milioni di persone nel mondo», aveva detto il cardinale Javier Lozano Barragan, presidente del Pontificio consiglio per la pastorale della salute, presentando a novembre il convegno organizzato dal Vaticano sul tema « Depressione e fede ». All’incontro, tenutosi a Roma e a cui hanno partecipato oltre 600 persone, sono stati invitati esperti di varie parti del mondo e rappresentanti di diverse religioni. «Questo convegno», sottolinea Cabezas, «ha reso evidente che la Chiesa sta superando la diffidenza che aveva nei confronti della psichiatria. È un processo di crescita nel quale la salute mentale diventa un fatto di responsabilità condivisa. Sicuramente c’è ancora molto da fare però bisogna ammettere che la Chiesa si sta impegnando molto su questo tema». Anche perché dalla depressione non sono immuni neppure conventi e comunità religiose. «Anzi», insiste De Maio, «la vita religiosa va tutta ripensata. Molte persone con sofferenza hanno fatto questa scelta senza che ci fosse prima una corretta valutazione. Ora queste sofferenze sono diventate dinamiche comunitarie difficili da affrontare». «Il religioso», spiega De Maio, «è il luogo dove, già dai tempi di Gesù, confluiscono tante domande di tipo psicologico. Molte persone che scelgono la vita religiosa chiedono, in modo più o meno chiaro, una salvezza di questo tipo, chiedono di dare un senso alla propria esistenza. Il filo comune che lega sacerdoti, religiosi e religiose che ho avuto e che ho in terapia è il senso di delusione profonda proprio rispetto a questa domanda non esplicita di salvezza psicologica. Per quanto riguarda i religiosi ultracinquantenni, poi, spesso la depressione si manifesta come conseguenza della speranza tradita del Concilio». «Con il Concilio infatti», continua De Maio, «si era intravista una religiosità fatta di creatività, un’istituzione comunitaria non fondata sulle norme, ma sulla vita da esprimere e da investire. In realtà, il rinnovamento conciliare si è fermato all’aggiornamento esterno: gli istituti religiosi non sono diventati spazi di liberazione. Le persone più sensibili, che si aspettavano il cambiamento come senso e motivazione della propria vita, non hanno trovato quello che cercavano e ne hanno risentito pesantemente. La vita religiosa è in crisi e molta di questa crisi pesa su soggetti che stanno diventando sempre più deboli e fragili. Certo non è una novità. Le persone più fragili da sempre si sono rivolte alla Chiesa, ma oggi bisogna attrezzarsi meglio e distinguere ciò che può offrire la Chiesa da ciò che deve offrire la scienza umana». «Un altro specifico di questo tipo di pazienti», aggiunge Cabezas, «è la domanda sempre ricorrente: « Perché a me? ». Questi pazienti mi dicono: « Mi sforzo di condurre una vita buona, faccio del mio meglio per avvicinarmi a Dio e cercare la verità, cerco di camminare nel giusto, svolgo al meglio la mia vita religiosa, allora perché Dio pensa che io debba soffrire in questo modo? ». Più che un senso di colpa, avvertono come un’ingiustizia». «Ci sono altri tre elementi ricorrenti in questi pazienti», sottolinea Cabezas. «Il primo è riferito al tempo, alla difficoltà di seguire i ritmi della comunità. Il tempus mentale del malato depresso è diverso da quello degli altri: svegliarsi presto, pregare insieme, ritrovarsi a ore stabilite è, per queste persone, una enorme fatica. In secondo luogo sentono di non riuscire a svolgere come dovrebbero il loro ruolo all’interno della comunità. Infine hanno un problema legato alla possibilità di parlare di sé stessi e della propria sofferenza. Quando vengono in terapia si sentono sollevati rispetto al terzo problema, diventa urgente però risolvere le altre due questioni, quella del tempo e quella del lavoro, che sono problemi vitali. Solo in seguito si può affrontare il come un religioso o una religiosa possano dare senso alla propria esistenza. Se si tratta di una depressione nevrotica va analizzato in profondità il rapporto con il gruppo, cioè con la comunità; il rapporto con l’autorità, cioè con i voti; il rapporto con la sessualità, cioè con l’obbligo del celibato e della castità».Il comportamento delle comunità religiose di fronte alla malattia non è sempre uguale. «Non si possono dare risposte generiche su come la Chiesa e gli istituti religiosi affrontano la questione», insiste Cabezas. «Molto dipende dalla cultura che ha quella specifica comunità religiosa, dalla leadership che esercita il superiore o la superiora, dal modo in cui si gestisce il rapporto con l’autorità e il voto d’obbedienza. In genere la risposta di una comunità « normale » è la risposta della società in cui quella comunità vive: si ha paura, si avverte la malattia mentale come qualcosa da cacciare via, da escludere, da portare e rinchiudere in ospedale o rispetto alla quale fare qualcosa per non pensare e non sentire. Ma ho visto anche comunità religiose che si prendono carico in modo molto coerente del dolore e della sofferenza. La risposta corporativa, che crea una rete di protezione attorno alla persona malata e che soffre, è molto importante. Sostituisce in parte gli psicofarmaci. Per noi in psichiatria usare meno psicofarmaci e fare appello ad altre realtà è sempre molto utile. La sensibilità di un priore, di una comunità che si rende conto della sofferenza e della difficoltà di una persona che è all’interno, sono fondamentali». «È vero, molti istituti prestano attenzione a queste sofferenze e sono di supporto a chi sta male», dice De Maio, «ma ce ne sono altri che rischiano invece di aumentare il senso di colpevolezza e generano una sorta di oppressione. Ho inoltre notato che c’è molta differenza tra le comunità maschili e quelle femminili. In queste ultime la sofferenza mentale si vive di più, implode dentro. In quelle maschili c’è più attività all’esterno e c’è anche una vita comunitaria meno rigida. Questi due elementi alleggeriscono molto la sofferenza». «Non bisogna dimenticare, infine, che c’è sempre un processo complesso che porta alla depressione, e dunque non si può intervenire in modo banale. Il nostro mondo religioso non può fornire risposte consolatorie. Quello che possiamo fare, invece, è dare la certezza che esiste un sistema in cui il bene alloggia e insistere sulla possibilità di liberazione da questo male oscuro. Le nostre comunità dovrebbero ridare questa certezza. Anche se quando i processi mentali sono andati molto avanti, non si può pensare in modo « suggestivo » che la religione possa essere terapeutica».

Annachiara Valle   

Una luce incerta nel buio dell’io «Credo che sia il vuoto la malattia di questi anni. La depressione vera di oggi, in realtà, è un senso di vuoto senza fine». Giampiero Arciero (nella foto), psichiatra,Giampiero Arciero. cofondatore e direttore dell’Istituto di psicologia e psicoterapia cognitiva postrazionalista (Ipra) di Roma, spiega che, «a differenza del passato, le depressioni sono caratterizzate da un senso di annullamento, di annichilimento, di frammentazione, di spaesamento. Non c’è più la depressione alla Pessoa o alla Leopardi in cui le emozioni sono viscerali, potenti, prorompenti». Da dove nasce allora questo senso di vuoto? «Uno dei grandi problemi contemporanei è l’identità. Nella società tecnologica, il modo di costruire l’identità si fonda sulla continua ricerca di sintonia su fonti esterne di definizione; pertanto la sensibilità a cogliere i segnali provenienti dagli altri diventa l’aspetto che caratterizza l’esperienza comune sia della generazione che della conferma del proprio modo di essere. La definizione di noi stessi è tutta sull’esterno, sui contesti, sulle persone significative. C’è una ricerca di identità attraverso l’altro, ma in termini di adesione alle aspettative o ai contesti che diventano, dunque, definenti per l’interiorità. Nel momento in cui si perdono dei punti esterni che danno definizione, l’identità del sé è percepita come vuota. E il vuoto viene vissuto in termini angoscianti». C’è una tendenza naturale alla depressione? «Ci sono depressioni che derivano dal fatto che c’è una determinata struttura di personalità caratterizzata da certe ferite storiche (per esempio genitori rifiutanti oppure genitori abusanti o indifferenti). La strutturazione di un certo tipo di legame fa sì che si centri il proprio modo di emozionarsi sulla rabbia o sulla tristezza intese come emozioni basiche. Finché si è in grado di mantenere un equilibrio, la personalità è funzionante, anzi può essere creativa. Nel momento in cui si scompensa, per fattori esterni o interni, quel tipo di personalità va a produrre naturalmente una depressione. Secondo la definizione psichiatrica, si tratta di una depressione endogena, molto profonda, caratterizzata da tristezza, disperazione, senso di inutilità, idee di suicidio. C’è una sensibilità forte al rifiuto, alla perdita». I monaci, e i religiosi in genere, hanno maggiore propensione alla depressione? «I monaci sono a rischio in quanto l’essere in condizione di lontananza sociale può far precipitare negli stati depressivi. C’è però da aggiungere, come già vide con lucidità il filosofo medievale Guglielmo d’Alvernia, che certe strutture di personalità sono particolarmente portate a condurre una esistenza meditativa e lontana dal « tumulto mondano ». Forse la soluzione la suggerisce Aristotele alla fine del famoso problema XXX, quando dice che la capacità di sapersi mantenere in equilibrio nel proprio carattere melanconico consiste nell’oscillare in maniera « temperata » senza cadere nel furore o nella disperazione. La fede può aiutare a questo». In che modo la fede può aiutare? «La fede può aiutare se è intesa come quella luce incerta che rischiara l’nteriorità e che di volta in volta guida l’agire».

Publié dans:MALATTIA (LA) |on 20 octobre, 2015 |Pas de commentaires »

IL DOLORE, LO SPAZIO TRA LUI E NOI…LO SQUARCIO DOVE ENTRA DIO

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IL DOLORE, LO SPAZIO TRA LUI E NOI

IL DOLORE, LO SQUARCIO DOVE ENTRA DIO

LA PREGHIERA NELLA SOFFERENZA: FAR BATTERE IL CUORE AL RITMO DEL SUO

Il dolore è lo squarcio dell’Io dove entra Dio. Così dicevano già anticamente i mistici. Dio lo sa che l’uomo sofferente ha bisogno di consolazione e per questo gli si avvicina. Lo fa sempre, come ci ricorda anche il Santo Padre: “Dio non ha occhi altezzosi e consola i sofferenti ». (Benedetto XVI, catechesi del 18 maggio 2005).
Il dolore è lo squarcio dell’Io dove entra Dio. Egli vi entra da solo, ma ha talora bisogno che ci sia un uomo consolatore ad aprirGli la porta, con l’altro. E il Dio Consolatore è già lì, per entrambi.
Questa prosecuzione della frase è per noi l’inizio di riflessioni che faremo insieme, insieme con i sofferenti e con coloro che li assistono, partendo da una considerazione: Dio ci vuole sani, e Dio ci consola se malati. Dio ci offre la medicina e la scienza, per curarci; ci offre gli operatori ed i famigliari, per curarci ed assisterci; ci offre gli operatori spirituali, per curarci e consolarci; a tutti offre la preghiera, come medicina, cura, assistenza, consolazione. Lui solo ci offre la guarigione, attraverso le opere che ha Creato e le altre creature.
«Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente» (Mt 22,37), «Ama il prossimo tuo come te stesso» (Mt 19,19): ancora di più capiremo quanto abbiamo bisogno di questo amare ed essere amati vicendevolmente, soprattutto nella sofferenza.
La preghiera fatta dal profondo diviene una mirabile porta che lascia entrare in noi il Respiro di Dio: il Suo alito di vita che porta la salute e la salvezza; un alito incessante, interminabile, eternamente vivificante. La nostra preghiera si sforzi di imitarne queste caratteristiche sovratemporali, e per questo sia un pregare incessante, incessante come il respirare di chi è vivo; una preghiera che si fonda sul Suo ritmico pulsare e che si ritroverà presto, se vissuta nel totale abbandono, scandita dal ritmo dell’amore e della calma che sono i segni della Sua presenza. Miriamo a pregare incessantemente come vorremmo respirare senza fine, sperimentando nel nostro quotidiano quella forma di preghiera incessante, chiamata anche Preghiera del Cuore.
Ecco il mandato di queste pagine: sottolineare ed apprendere il ruolo della preghiera, nella sofferenza. La preghiera è il luogo dove malati e operatori, sofferenti e loro aiutanti, possono trovare una più piena alleanza terapeutica, una totale alleanza.
“Da dove viene la preghiera dell’uomo? Qualunque sia il linguaggio della preghiera (gesti e parole), è tutto l’uomo che prega. Ma, per indicare il luogo dal quale sgorga la preghiera, le Scritture parlano talvolta dell’anima o dello spirito, più spesso del cuore (più di mille volte). È il cuore che prega. Se esso è lontano da Dio, l’espressione dlla preghiera è vana.
Il cuore è la dimora dove sto, dove abito (secondo l’espressione semitica o biblica: dove « discendo »). È il nostro centro nascosto, irraggiungibile dalla nostra ragione e dagli altri; solo lo Spirito di Dio può scrutarlo e conoscerlo. È il luogo della decisione, che sta nel più profondo delle nostre facoltà psichiche. È il luogo della verità, là dove scegliamo la vita o la morte. È il luogo dell’incontro, poiché, ad immagine di Dio, viviamo in relazione: è il luogo dell’alleanza.”
(Catechismo della Chiesa Cattolica, 2562-2563)

Come si fa la Preghiera del Cuore?
Scrive Edith Stein: “Il cammino della preghiera parte da ciò che è più prossimo a noi, da ciò che possiamo esprimere nella preghiera vocale; tocca poi la sfera del pensiero con la formula incessantemente ripetuta e di lì può espandersi in una preghiera più intima, la preghiera del cuore. Quest’accesso al “nucleo” dell’anima, dunque al centro vero della persona, permette d’intuire ciò che ognuno è nel profondo di sé, ma anche di ricevere ciò cui ognuno è chiamato” (E. Stein, Il discernimento, San Paolo ed.)*******
In occasione della Giornata del Malato 2012 in due ci siamo recati all’Ospedale dei Bambini per portare il conforto di Cristo. Dopo la partecipazione alla S.Messa il Cappellano ci ha chiesto (essendo uno di noi Ministro Straordinario) di passare tra i reparti a distribuire la S. Comunione a chi la richiedesse, anche dove eravamo Operatori.
Abbiamo incontrato una famiglia la cui figlia era ricoverata con una malattia polmonare grave ed in quel momento in una situazione clinica severa. La febbre persistente non rispondeva più alla terapia antibiotica. Si pensava di metterla in lista per il trapianto bipolmonare. La mamma e la figlia erano veramente disperate e le lacrime accompagnavano le loro giornate. Abbiamo parlato con la mamma, il papa’ e lei e abbiamo a tutti e tre dato Gesù Eucarestia. Li abbiamo invitati alla Preghiera con il gruppo ogni giorno rassicurandoli che, come gruppo, li avremmo messi « in cura » con la Preghiera Incessante.

Poi la paziente e’ stata dimessa.
A distanza di circa dieci mesi rivedo la paziente in corsia, per un ricovero di routine.
Sta abbastanza bene; le porto i saluti e l’abbraccio di chi con me aveva fatto il giro nel reparto, quel giorno.
La mamma, che trovo molto più serena e con una disponibilità’ collaborativa migliorata nei confronti dell’equipe di cura, dice: « Adesso posso dirglielo, cara dottoressa: abbiamo capito che lei si occupa della cura totale dell’uomo. Quel giorno eravamo veramente disperati. Non riuscivamo più a pregare, mia figlia era convinta che era inutile e che Gesu’ non poteva ricordarsi tra tanti proprio di lei, lei che non aveva niente di speciale… Ma siete arrivati voi. Siamo rimasti particolarmente colpiti. Gesù ci aveva ascoltato era venuto da noi e Lo avevamo sentito vicino. Da quel momento non abbiamo mai abbandonato la preghiera. Abbiamo cominciato con voi, come promesso, la Preghiera Incessante ».
Pensando a quanto successo viene subito alla mente il brano del vangelo di Matteo:
Andando via di là, Gesù vide un uomo, seduto al banco delle imposte, chiamato Matteo, e gli disse: “Seguimi”. Ed egli si alzò e lo seguì. Mentre Gesù sedeva a mensa in casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e si misero a tavola con lui e con i discepoli. Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: “Perché il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?”. Gesù li udì e disse: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori”. (Mt 9, 9-13)
Abbiamo parlato del valore della Preghiera del Cuore, o Preghiera di Gesù. Come farla? Possiamo prendere una parola – il nome di Gesù, per esempio, o nello specifico dicendo: Gesù, Medico di tutto me stesso – e riporla nel cuore. La pronunciamo silenziosamente, col cuore, ripetendola molto lentamente.
Più che dire Gesù, o Gesù Medico di tutto me stesso, lasciamo che sia la parola stessa a pronunciarsi da sola più e più volte nel cuore. Ci concentriamo sul Suo nome, ripetendolo silenziosamente e lentamente. Concentrandoci sul Suo nome, ci concentriamo su di Lui; Gli permettiamo di portarci all’unione con Lui.
La Preghiera del Cuore, o di Gesù, non dipende affatto dai pensieri o dall’intelletto. E’ una preghiera contemplativa, una preghiera silenziosa e non concettuale. L’unico contenuto è il Santo Nome. Quando la parola è Gesù, allora il contenuto della preghiera è Gesù stesso e l’unione d’amore con Lui. Essa aiuta ad entrare più profondamente in un’unione di amore con Lui, e ad evitare le distrazioni. Possiamo usare questa preghiera per tutta la durata del colloquio con Lui, oppure possiamo usarla per iniziare a «confidare nel Signore», e poi possiamo combinarla con il Rosario, o con le Sacre Scritture, o altro. Quando nella preghiera rimettiamo qualcosa nelle mani del Signore, sotto la sua autorità e la sua cura amorosa, allora questa entra a far parte maggiormente della nostra relazione personale con Lui. Più lo facciamo e più la vita – attraverso la preghiera – diverrà unificata, incentrata su Gesù, cooperando davvero col disegno di Gesù su di noi. Certi che Maria non ci lascerà mai nemmeno per un solo istante in questo colloquio con Suo Figlio, e ci farà capire a cosa dire ancora il nostro SI’.
«Signore Gesù, insegnami a pregare.
Concedimi il dono di una fede più grande.
Aiutami a pregare con semplicità, come un bambino, senza tante idee e parole.
Aiutami a restare fedele al mio tempo con te ogni giorno. Amen».
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F. ha 39 anni. Ha una malattia con grave insufficienza respiratoria. E’ in ospedale per uno dei ricoveri lunghi. Conosce il nostro gruppo di operatori e di preghiera, e sa che spesso abbiamo pregato anche per lui. L’ultima volta che siamo stati a Loreto, in ritiro con il gruppo, lui era ricoverato, ma sapeva che l’avremmo portato con noi in Santa Casa. Oggi è domenica e due di noi sono in Cappella in ospedale a partecipare alla celebrazione della S. Messa. Subito dopo inizia il giro tra i malati per portare Gesù Eucarestia. Arriviamo anche nella stanza di F. Ci aspetta, ci attendeva e (ora) ci sorride. Si alza dal letto nonostante la sua grande difficoltà a compiere anche piccoli movimenti. Anche la sua mamma è presente. Il clima è quello di chi attende amici, (ed ora li incontra.) Parliamo un poco e poi preghiamo con lui e leggiamo il brano del vangelo dal nostro foglietto: « Apostolato della Parola che guarisce e consola ». Recitiamo il Padre Nostro tenendoci uniti per mano ed infine salutiamo la Vergine con la Preghiera dell’Angelus. Poi F. vuole Gesù… Ci ringrazia ed il suo Volto alla fine esprime una Gioia mai vista in lui in questi giorni di ricovero. Siamo certi, e glielo ripetiamo, che noi siamo parte dell’equipe di Gesù, il Medico Divino: « Lui sa -gli diciamo- dei nostri bisogni fisici… ma -completa questa volta F. la frase- sa anche di quelli spirituali ».
Una caratteristica del tempo che l’uomo è chiamato a vivere, nella salute come nella sofferenza, è “l’attesa”. Nella Bibbia incontriamo spesso chi attende: -Abramo attendeva il compimento delle promesse di Dio. (Gn 17,1-2) -Giovanni Battista attende Colui che deve venire dopo di lui. (Mc 1,7); -Il popolo attende Zaccaria. (Lc 1,21); -Maria attende la nascita del Figlio di Dio. (Lc 1,31); -Giuseppe attende il compimento della parola del Signore. (Mt 2,14); -Simeone attende di vedere Gesù. (Lc 2, 25);
E oggi: i malati attendono la guarigione; i peccatori attendono il perdono e la salvezza; noi attendiamo il Signore: “L’anima nostra attende il Signore egli è nostro aiuto e nostro scudo”(Sal 33,20); “T’invoco e sto in attesa” (Sal 5)
Tutti attendono; Dio stesso per primo aspetta l’uomo: “Il Signore Dio chiamò l’uomo e gli disse: Dove sei?”, (Gn 3,9). Ma spesso la creatura si allontana dal Creatore ed inizia l’attesa di Dio: attende il nostro ritorno a Lui. E’ un Dio che desidera camminare con l’uomo e per questo è disposto ad aspettarci: chiede di “entrare” nella nostra vita. “Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui cenerò ed egli con me”, (Ap 3,20).
“Sto alla porta e busso”. Dio bussa perché vuole entrare nella casa della persona amata, e la casa ci dice l’intimità alla quale Dio chiama ad un incontro personale ogni uomo. Maria era in casa quando l’angelo andò da lei: “ Entrando da lei le disse…” (Lc 2,28). E’ in casa di Simone che Gesù viene unto con olio profumato. (Mt 26,6). A Zaccheo fu chiesto di scendere dall’albero e di accogliere in casa Gesù. (Lc 19,2) Gesù desidera mangiare la Pasqua con i suoi in casa. (Mc 14,14).
La casa è il cuore, è il centro. Dio non incontra l’uomo in periferia, perché per Dio non ci sono periferie: dove Lui è quello è il centro. Benedetto XVI a Loreto ha detto: “Non c’è periferia, perché dove c’è Cristo, lì c’è tutto il centro”. Dio incontra l’uomo nel centro della sua esistenza e della sua sofferenza. Aprire la porta del nostro cuore è desiderare di incontrare colui che sta bussando: è il momento in cui il desiderio di Dio e il desiderio dell’uomo si incontrano. Dio che ci ama e vuole integralmente sani, noi che desideriamo almeno una guarigione del male che abbiamo. S. Agostino diceva che il cuore dell’uomo è inquieto finché non riposa in Dio: fino a quando tiene chiusa la porta di “casa », e questo luogo di incontro con Dio oltre ad essere il nostro cuore, è ciò che dal cuore parte, è la PREGHIERA.
“Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà” (Mt 6,6): nella preghiera Egli davvero condivide con noi tutto il suo essere. Siamo chiamati a pregare incessantemente, senza mai stancarci (Lc 18,1), proprio per questo: perché così Lui ci dona la sua Parola e la sua grazia, perché così il desiderio di Dio e dell’uomo si incontrano, fondendosi: “non sono più io che vivo ma Cristo vive in me”. Ecco il desiderio di Dio che in Gesù cerca l’uomo, lo cerca ovunque e lo raggiunge là dove egli si trova, nella sofferenza come nella salute. Allora si fa commensale e compagno di viaggio, non esclude nessuno e questo fa rinascere la speranza. A volte è chi prega per il malato che fa il gesto di aprire a Lui la porta al suo posto, sapendo che Chi bussa è Dio. La salvezza e la guarigione totale dell’uomo nascono proprio dal “bussare” di Dio alla porta della nostra umanità ammalata, e la nostra salvezza e la nostra salute sono il venire di Dio.
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Bianca, donna di fede viva ed impegnata nel sociale, dopo una vita di lavoro e famiglia si ritrova sola: il marito muore dopo una complicata e affaticante malattia, e il figlio si sposa. All’inizio lei è serena, il volontariato e Dio sono la sua vita, ma dopo due anni comincia a tralasciare la cura di sé e, prega Dio anche se non Lo sente più come prima.
Lei prega perché “è giusto farlo” ma non Lo sente: resta solo presente al colloquio che Dio, fedele, ha con lei.
Seppure depressa rifiuta i farmaci e dice: « Ho paura che i farmaci mi tolgano la sensazione che Gesù e Maria ci sono; non voglio perderli anche se non li sento ».
Bianca fa una richiesta di aiuto ma per qualche tempo nulla cambia; in fondo per quale motivo dovrebbe cambiare, per fare cosa e andare dove? Ormai è sola e non sente più il suo Gesù… Abbiamo provato ad aiutarla, e sul piano spirituale per lei importante l’abbiamo invitata a immaginare Maria quando aveva « perso Gesù » nel Tempio e a immaginarsi di andare con Maria a cercarLo, per consolarla e confortarla; Bianca all’inizio non riesce ma vuole, e “per poter aiutare Maria che così tanto amo… », accetta una terapia farmacologica, continuando anche la preghiera in unione col gruppo. Una terapia e una preghiera ora « motivate”.
Ecco la novità per Bianca: una riscoperta motivazione…
L’assenza di una motivazione di vita le aveva fatto perdere fiducia, ma grazie ad una ri-motivazione ha recuperato la fiducia e riscoperto la fedeltà.
Dopo tre mesi la serenità torna sul suo volto specchio della sua anima ed anche nel suo fisico, e la sua preghiera diventa partecipazione e fedeltà reciproca: di Bianca a Dio, nella certezza di quella di Dio verso di lei, Sua figlia.
San Giovanni Crisostomo, vescovo, scrive: « La preghiera, o dialogo con Dio, e` un bene sommo. E`, infatti, una comunione intima con Dio. Come gli occhi del corpo vedendo la luce ne sono rischiarati, cosi` anche l’anima che e` tesa verso Dio viene illuminata dalla luce ineffabile della preghiera. Deve essere, pero`, una preghiera non fatta per abitudine, ma che proceda dal cuore. Non deve essere circoscritta a determinati tempi od ore, ma fiorire continuamente, notte e giorno… » (Omelia 6 sulla preghiera)
La storia di Bianca ci rimanda al racconto dell’evangelista Luca:
C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto col marito sette anni dal tempo in cui era ragazza, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme. (Lc 2,36-38)
Sottolineiamo un lato del carattere di Anna: “Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere”. Anna è donna della fedeltà, e la fedeltà è uno dei principali tratti del carattere di Dio (cfr. Dt 7,9; Sal 146,6; Sap 15,1; 1Ts 5,4; Eb 10,23; 1Gv 1,9).
In questo clima di concretezza e piena fiducia il Signore ascolta la preghiera di Anna e la conduce al tempio al momento giusto, all’arrivo di Gesù Cristo con Maria e Giuseppe, e così “si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino”.
Luca dice che “non si allontanava mai dal tempio”: Anna si impegna con costanza ad invocare Dio affinché abbia misericordia dei sofferenti che lei incontra e per i quali prega; Anna ha fiducia nella fedeltà di Dio, e attua quello che poi dirà l’apostolo Giacomo, “pregate gli uni per gli altri, affinché siate guariti; molto può la preghiera del giusto, fatta con efficacia” (Gc 5,16).
Nel Nuovo Testamento leggiamo che la guarigione dei malati avviene quando Gesù li incontra e tocca, riconosce la loro fede e chiede al Padre la loro salute e salvezza. Ma i malati devono prima “mettere a nudo” davanti a Cristo la loro situazione e avere piena fiducia e fedeltà, affinché la Sua forza sanante possa scorrere sulle loro ferite e le possa trasformare.
La preghiera del cuore, o preghiera incessante, è una preghiera di fedeltà e fiducia di chi vuole sentire la costante presenza guaritrice di Gesù. E’ questa fedeltà che poco a poco aiuta a fare pace con se stessi, con la vita e i traumi presenti, ed anche con Dio e gli altri. Fare pace con Dio e gli altri è poi l’avvio di un’amicizia e lì, dove si è in due o più, Cristo è sempre presente. (Mt 18,20).
Dio che è fedele risponde all’impegno di fedeltà dei Suoi figli (cfr. 2Tm 2,11-13; 1Cor 1,8-9), soprattutto quando come Maria temono di avere perso Gesù.
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“Bruna, 68 anni, vedova da circa tre, arriva al servizio ambulatoriale a seguito di un intervento per tumore all’intestino, per un problema che le limita molto la vita in famiglia e nel sociale. Al primo incontro la accolgo, ci sediamo e iniziamo la nostra conversazione, per la conoscenza e la raccolta dell’anamnesi. Ben presto emerge che oltre al problema oggettivo ci sono anche seri motivi di tristezza o depressione: è rassegnata ed ha anche poca fiducia nella riuscita del trattamento fisioterapico. Dopo il primo incontro, in rispetto all’apostolato che ci chiama ad essere Operatori e Oranti allo stesso tempo con i pazienti in cura, la affido a Gesù Medico, e lo faccio pregando in sua presenza dopo il trattamento, mentre tengo le sue mani tra le mie. Rimane molto sorpresa e resta in silenzio, ma alla fine mi ringrazia senza fare alcun commento. Nelle successive sedute, sempre a fianco del trattamento per cui è in cura, continuo anche l’affidamento a Maria, confidando in Gesù la possibilità di guarigione. Preciso: sono solo io Operatore che prego; lei, Bruna, ascolta serenamente, ma sembra proprio che aspetti sempre più “i trattamenti”. Poco a poco inizia ad aprirsi con “racconti » più personali che mi fanno capire come stia acquistando fiducia nei miei confronti. Il trattamento inizia a portare risultati positivi anche se non eccezionali, e Bruna inizia a vivere ed affrontare diversamente il suo problema, al punto che finalmente si sente di riaprirsi anche alla vita sociale: riprende ad incontrare le amiche e mette in pratica da sola i piccoli esercizi che abbiamo sperimentato insieme. Il problema sanitario non è più un totale impedimento. Non ha mai pregato con me ma, un giorno, mi confida che ha “rimesso piede in chiesa dopo mesi che non ci andava”, si è accostata al Sacramento della Riconciliazione e di nuovo sente Gesù vicino a lei”.
(dal racconto della fisioterapista)
Una sintesi della storia clinica trascritta potrebbe essere questa: “E la preghiera fatta con fede salverà il malato” (Gc 5,15).
Nei Vangeli troviamo un esempio di preghiera di intercessione nell’evento della guarigione del servo del centurione (Mt 8,5-13):
Entrato in Cafarnao, gli venne incontro un centurione che lo scongiurava: “Signore, il mio servo giace in casa paralizzato e soffre terribilmente”. Gesù gli rispose: “Io verrò e lo curerò”. Ma il centurione riprese: “Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, dì soltanto una parola e il mio servo sarà guarito” … All’udire ciò, Gesù ne fu ammirato e disse a quelli che lo seguivano: “In verità vi dico, presso nessuno in Israele ho trovato una fede così grande” … E Gesù disse al centurione: “Va’, e sia fatto secondo la tua fede”. In quell’istante il servo guarì.
Quest’uomo il centurione, è un uomo che chiede intercessione in un modo nobile, semplice e possibile. Siamo di fronte ad un bisogno umano, una malattia; un affetto, quello del centurione per il suo servo. A volte ci troviamo noi operatori nella situazione del centurione.
Nella preghiera di intercessione Gesù ci mostra la sua volontà di agire sempre a seguito della fede di chi prega Lui. Egli si incammina con noi. Possiamo evidenziare alcuni elementi utili per vivere in pienezza la preghiera di intercessione, che è un puro gesto d’amore disinteressato.
“Intercedere, chiedere in favore di un altro, dopo Abramo, è la prerogativa di un cuore in sintonia con la misericordia di Dio. Nel tempo della Chiesa, l’intercessione cristiana partecipa a quella di Cristo: è espressione della comunione dei santi. Nell’intercessione, colui che prega non cerca solo « il proprio interesse, ma anche quello degli altri » (Fil 2,4)” (C.C.C. 2635)
La compassione verso il sofferente potrebbe essere il primo degli atteggiamenti necessari per fare questa preghiera; un cuore innamorato di Gesù, attento e che sappia ascoltare senza giudizi è un secondo; e poi che l’intercessione sia gioiosa un terzo. Ma come è possibile, potremmo obiettare, avere un cuore gioioso se siamo in presenza (anche solo spirituale) di un sofferente? Forse il dubbio si risolve grazie ad un pensiero: con questa preghiera attuiamo un “colloquio” tra noi e il Signore in merito a qualcun altro, per potere fare dono a quel qualcun altro della certezza dell’azione sempre sanante di Cristo, e della consolazione sempre presente di Maria Sua Madre. Cioè: chi fa la preghiera di intercessione ha la certezza della presenza dello Spirito del Signore nel cuore di un’altra persona, e affidando la persona direttamente al Signore che la salverà secondo il Suo Progetto di vita, chi prega può farlo con gioia in quanto sa che Gesù sta già portando a quella persona una nuova vita. Ciò non significa che per pregare per gli altri dobbiamo aspettare di avere noi oranti l’umore gioioso, anzi possiamo anche pregare nel mezzo del nostro dolore, ma restando tuttavia attenti autenticamente all’altro e con l’intenzione profonda per lui: capita così che quando noi preghiamo per qualcun altro il Signore sta guarendo anche noi.
Pregare per qualcun altro vuol dire avere una certezza nel profondo del cuore, una certezza che toglie dubbi alla mente, una certezza che calma le membra e tutta l’anima piena di una certezza:
“Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?” (Is 43)
Allora si diceva tra le genti: «Il Signore ha fatto grandi cose per loro». Grandi cose ha fatto il Signore per noi: eravamo pieni di gioia. (Salmo 125)
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Sergio ha 58 anni, viene colpito da ischemia cerebrale con conseguente emiparesi. Inizia un trattamento riabilitativo neuromotorio senza alcuna motivazione, ed anzi con grande chiusura verso tutti gli altri. Anche la relazione con la fisioterapista è difficile. A causa di questa situazione depressiva e apatica si ricercano strategie motorie che possano anche rimotivarlo, avendo durante i colloqui scoperto le sue passioni: i cavalli e l’uliveto. I progressi sono difficili. In più c’è un limite ad ogni tentativo: il senso di colpa per il passato, ed il vissuto di giusta punizione che Dio gli ha inflitto attraverso la malattia. Anche quando vede minimi progressi quasi li rifiuta: non si concede di essere amato da Dio, perché si giudica e non ama come persona. Il terapista, in un’ottica di ministero della consolazione e della preghiera di intercessione, inizia a vivere questo carisma affiancato al trattamento sanitario, con l’intento di aiutare Sergio a sostituire l’idea di un Dio punitivo a quella di Dio Misericordioso. Poco alla volta Sergio si lascia attrarre e rivive con gioia questo “nuovo Dio” in Cristo Medico, e la collaterale ripresa delle condizioni psico-fisiche favorisce una riapertura alla vita. Finisce il trattamento. In occasione delle festività natalizie torna in Ospedale per salutare e ringraziare i terapisti e, come segno di fiducia e condivisione porta a loro un dono ed un piccolo sacco: una corda destinata ad un uso estremo, qualora la salute non fosse più tornata…
Vi sono alcuni nodi cruciali che hanno attraversato l’atteggiamento cristiano nei confronti della malattia: l’immagine di un Dio perverso e punitore dei peccati, con la malattia e la sofferenza. Se è vero che molte parole che la spiritualità ha speso sulla malattia per spiegarla o farla accettare vanno comprese storicamente, è anche vero però che queste parole, questi pensieri vanno sempre giudicati sul Vangelo. Allora proviamo a leggere le parole su Gesù Buon Pastore: “…ma voi non credete, perché non siete delle mie pecore. Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono; e io do loro la vita eterna e non periranno mai e nessuno le rapirà dalla mia mano. Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti; e nessuno può rapirle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo uno”. (Giovanni 10, 26-30). …ecco: esprimono forse l’idea di un padre punitivo o vendicativo?
A volte, invece, chi soffre può anche pensare che la malattia sia la conseguenza di colpe morali o spirituali; non possiamo negare che alcune volte certe malattie siano la conseguenze di qualche scelta volontaria o involontaria dell’uomo, ma perché attribuirle genericamente a Dio?
Sono solenni le parole dell’Arcivescovo Manning di New York: “La nostra fede è in Uno che non cambia nel tempo, Uno il cui amore e potere sono ancora in grado di assolvere i peccatori e guarire gli ammalati, e di dar vita dall’alto a tutti coloro che lo seguono: Uno in cui possiamo riporre tutta la nostra fiducia in questa vita e per tutta l’eternità: il Signore Gesù, lo stesso ieri, oggi e domani”
Allora se questo è vero, come possiamo pensare che Dio o Suo Figlio mandino le malattie? Se voi aveste la necessità di punire un figlio lo fareste ammalare? Gli dareste una malattia per punirlo? E perché Dio invece dovrebbe farlo?
Mi sembra interessante, piuttosto, osservare un dato interessante: vi è la presenza di Dio pressoché sempre nella mente dell’uomo, soprattutto in situazioni critiche. Anche il neurologo Viktor Frankl si esprime in tal senso: per lui la religiosità “esperienza della frammentarietà e della relatività sullo sfondo dell’assoluto », sembra dare una piena risposta di significato esistenziale alla vita con un appello all’autotrascendenza, e Dio è sempre presente nella vita dell’uomo (cfr.: V. Frankl, Dio nell’inconscio, Morcelliana, 2002); egli lo riconosce consapevolmente, oppure lo vive anche inconsapevolmente ma lo sa pur sempre presente, perché l’uomo non può fare a meno di Dio, di confrontarsi con Lui, almeno con l’idea che ha di Lui: in certi casi proprio questo “confrontarsi” con Lui, non potendo fare a meno di pensarLo, è già preghiera. Quando i discepoli, uomini religiosi, portano un cieco dalla nascita da Gesù gli fanno un domanda: ha peccato lui o i suoi genitori? E Gesù risponde: « …né lui, né i suoi genitori.. » (Gv 9, 3): la malattia non dipende da un peccato, non è il meccanismo messo da Dio per colpire i peccati degli uomini.
Ma allora cosa fare quando una malattia arriva e non possiamo giustificarla come punizione di Dio? Forse una cosa sola, come Sergio nell’esempio: imparare a lasciarsi addomesticare da Dio, lasciare che Dio entri, a poco a poco con la preghiera, ad-domus-meam, a casa nostra. Nella mente, nel cuore, nell’anima, in tutto il nostro essere.
“Dio, ti ringrazio. Ti ringrazio per il fatto di abitare dentro di me”, e sempre penso che “…dalle tue mani, Dio mio, accetto tutto, così come viene… Ho il coraggio di guardare ogni sofferenza in fondo agli occhi e la sofferenza non mi fa paura.” (Etty Hillesum)
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Fabrizio è un uomo di circa 45 anni, italo-belga, che incontriamo in città, di passaggio sulla Via Francigena verso Roma, dove vuole arrivare per la Solennità dei Santi Pietro e Paolo. Stamane è arrivato e si è recato al Monastero indicato sulle carte come luogo di accoglienza per i pellegrini. Nessuno era presente. Ha allora chiamato il numero indicato e Dino, operatore-volontario, è subito corso: quale strano gioco della Provvidenza si stava disegnando, perché proprio per il Vespro di quel giorno era prevista in città la benedizione dei prossimi pellegrini che sulla Via Francigena si recheranno a Roma per la stessa data, e poteva esserci migliore occasione per accogliere chi veniva da così lontano? All’incontro segue subito l’intimità. E Dino mette in atto l’ascolto che si fa cura esso stesso. Due anni fa a Bruxelles a Fabrizio hanno diagnosticato una malattia incurabile. I sintomi lo costringono al riposo dal lavoro e lui prende una decisione: fare pace, cercare l’amicizia con gli uomini e con Dio, e decide di mettersi sulla via verso Santiago. Non vuole stare fermo ad aspettare… Lo percorre tutto il Cammino del nord di Santiago ed al ritorno gli esami clinici dicono che la malattia non è guarita, ma nemmeno progredita come era altamente presumibile. Com’è possibile? Ma deve riposarsi, gli impongono. E lui cosa fa? Vuole riposarsi stando “in cammino con Cristo e con Maria”, perché ha scoperto che, comunque, Lui è guarigione, e con Loro è lo stare bene, il guarire vero: vuole testimoniarlo al mondo al rientro dopo essere andato fino a Roma sulla Via Francigena… Lo ha già sperimentato una volta il senso del Logos, e vuole ora darne anche testimonianza e dunque speranza ad altri, lungo il cammino e dopo. Guarirà? Non lo sa. Ma che è « già guarito », profondamente e veramente nella sua anima e nella sua psiche, è un dato di fatto. Lo racconta anche al gruppo ed in Chies, meravigliando anche i tanti Medici presenti.
Partiamo da una constatazione: « Lui, Gesù, ha saputo comprendere le miserie umane, ha mostrato il volto di misericordia di Dio e si è chinato per guarire il corpo e l’anima. Questo è Gesù. Questo è il suo cuore che guarda tutti noi, che guarda le nostre malattie, i nostri peccati. Gesù è Dio, ma si è abbassato a camminare con noi. E’ il nostro amico, il nostro fratello… La nostra gioia nasce dal sapere che con Lui non siamo mai soli, anche nei momenti difficili… Seguiamo Gesù! Noi accompagniamo, seguiamo Gesù, ma soprattutto sappiamo che Lui ci accompagna e ci carica sulle sue spalle: qui sta la nostra gioia, la speranza che dobbiamo portare in questo mondo ». (Papa Francesco, Domenica delle Palme, 2013)
E’ importante per noi sapere quello che Gesù ci dice sia il Suo compito nei nostri confronti. Dice: «Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito di verità» (Gv 14, 16-17).
E’ importante che chi soffre ricordi queste parole, così come è successo a Fabrizio. Lui ha capito che i sensi per il corpo umano sarebbero inutili se venissero meno i requisiti per il loro esercizio. Ma ha anche compreso che la stessa dinamica vale per l’anima dell’uomo: se l’anima non avrà attinto per mezzo della Fede il dono dello Spirito Santo, essa avrà sì la capacità di intendere Dio, ma le verrà meno la luce per conoscerLo, sperimentarLo, viverne la Speranza nella quotidianità.
« Il dono, che è in Cristo, è dato interamente a tutti. Resta ovunque a nostra disposizione e ci è concesso nella misura in cui vorremo accoglierlo. Dimorerà in noi nella misura in cui ciascuno di noi vorrà meritarlo » (dal « Trattato sulla Trinità » di Sant’Ilario, Vescovo), allora possiamo pensare che la Preghiera Incessante, la Preghiera del Cuore di cui parliamo in queste pagine, sia un buon mezzo per accedere al Padre attraverso la « Porta Fidei », e averLo in noi per tutto il tempo e nella misura in cui vorremo meritarLo.
« Questo dono resta con noi fino alla fine del mondo, è il conforto della nostra attesa, è il pegno della speranza futura nella realizzazione dei suoi doni, è la luce delle nostre menti, lo splendore delle nostre anime. » (idem)
Gesù allora disse loro: «Abbiate fede in Dio! In verità vi dico: chi dicesse a questo monte: Levati e gettati nel mare, senza dubitare in cuor suo ma credendo che quanto dice avverrà, ciò gli sarà accordato. Per questo vi dico: tutto quello che domandate nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi sarà accordato. Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate, perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni a voi i vostri peccati» (Mc 11,22-25). E’ Gesù che parla direttamente del nostro comune Padre, in una preghiera carica di tutto quello che un figlio e un fratello può desiderare per i suoi amici. Come è semplice pregare così, com’è diretto, famigliare, intimo. E’ Gesù che ci dà di nuovo un esempio di come si fa la preghiera dicendoci anche cosa occorre fare per poter essere liberi per la preghiera. E ora anche noi, volontari della Preghiera di Intercessione per i sofferenti, imitiamoLo ancora una volta senza poi smettere di farlo, mai.
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Da troppo tempo amici e conoscenti mi confidano l’insoddisfazione che provano quando devono chiamare il medico di famiglia o lo vanno a trovare per una visita, magari urgente. “Non mi ascolta, non mi lascia dire tutto quello che vorrei”, è più o meno la lamentela. Già qualche anno fa uno studio europeo stimava in pochi secondi il tempo che intercorre tra l’inizio del racconto del paziente e la prima interruzione del medico, che in genere inizia a parlare magari per formulare subito una diagnosi… Spesso il medico interrompe… E così perfino i pazienti organizzati (quelli che si sono segnati su un foglietto le cose da dire e da chiedere) perdono il filo del discorso, si scoraggiano, balbettano, tacciono… Naturalmente non sempre è così, ma la tendenza va in questa direzione… E’ un errore. Non è questo il medico che ci serve, e una medicina organizzata su questi ritmi assurdi sarà per forza inefficace… Credo di non aver bisogno di aggiungere che questo medico è il contrario di quello che un paziente desidera.
(dal Blog della Fondazione Umberto Veronesi, 6/4/201: Il medico che non sa ascoltare il paziente)

Tre amici di Giobbe, Elifaz di Teman, Bildad di Suac e Zofar di Naama, avendo udito tutti questi mali che gli erano piombati addosso, partirono, ciascuno dal proprio paese, e si misero d’accordo per venire a confortarlo e a consolarlo. Alzati gli occhi da lontano, essi non lo riconobbero, e piansero ad alta voce; si stracciarono i mantelli e si cosparsero il capo di polvere gettandola verso il cielo. Rimasero seduti per terra, presso di lui, sette giorni e sette notti; nessuno di loro gli disse parola, perché vedevano che il suo dolore era molto grande. (Giobbe 2, 11-13)
Ha ragione il giornalista americano Norman Cousins, appassionato di medicina, quando descrivendo i pazienti fa riferimento alla loro ampia gamma di bisogni emotivi: vogliono essere ascoltati, rassicurati, e sapere che per chi li “cura” c’è una grande differenza se loro vivono o muoiono. Vogliono sentirsi nei pensieri di chi li cura ed è questo l’aspetto più influente nell’ambito della professione, o dell’azione volontaria. (La volontà di guarire: anatomia di una malattia, Roma, A. Armando, 1982)
Siamo al fondamento della necessità per l’operatore di una continua formazione al fine di cercare con ogni strumento di conoscere al meglio la singolarità della persona che aiuta, e così dare davvero risposte che siano per lui: l’empatia e la compassione sono sì innate ed istintive ma come talenti vogliono crescere ed evolvere, devono essere coltivate. Occorrerà da un lato un continuo affinamento della capacità d’osservazione, e dall’altro una progressiva crescita nella personale disponibilità e capacità di vivere la relazione di aiuto: dove il dialogo è terapia. Le due modalità ci rappresentano l’umana possibile risposta alla richiesta fatta da chi soffre a chi lo aiuta, lo cura ed accompagna: se la richiesta è di compassione alla fonte della vita, la richiesta di un sentimento al livello più sottile, non è possibile avere carenze d’amore o di compassione. Perché ci sembra che solo l’amore e l’attenzione offerte rappresentino il massimo riconoscimento a lui sofferente del suo essere persona, soggetto vero; lui, il sofferente, che invece teme di non essere più persona–soggetto e “proprio in virtù della sua debolezza”. (cfr: documento della C.E.I. (Conferenza Episcopale Italiana) per la VII Giornata Mondiale del Malato, 1998, dove al punto 2 leggiamo: “Non potrà mai essere terapeutica e quindi salutare una relazione nella quale una delle due parti del rapporto, proprio in virtù della sua debolezza, sia negata come soggetto”.)
Occorre piuttosto ricordare che “esiste una correlazione tra preghiera, stato di salute e innalzamento della soglia di dolore. E la fede religiosa aiuta a migliorare la qualità della vita e contrastare la depressione”, – sostiene Bonifacio Honings, padre carmelitano e studioso della relazione tra “religione, spiritualità e salute” -, “la scienza e la fede non si contraddicono, ma si aiutano a vicenda… e nell’uomo c’è un’interconnessione molto stretta tra corpo, anima e spirito”, dunque lo strumento principe di questa relazione, la preghiera, diviene una terapia di tale importanza che trascurarla equivarrebbe a somministrare una confezione di compresse che poi si rivelasse priva del farmaco che avrebbe dovuto contenere. Solo una scatola, solo un’illusione di terapia per qualcuno…
Recita una bella preghiera del curante: Signore Gesù, Medico Divino, che nella tua vita terrena hai prediletto coloro che soffrono ed hai affidato ai tuoi discepoli il ministero della guarigione, rendici sempre pronti ad alleviare le pene dei nostri fratelli. Fa che ciascuno di noi, consapevole della grande missione che gli è affidata, si sforzi di essere sempre, nel proprio quotidiano servizio, strumento del tuo amore misericordioso… Fa’ che in ogni paziente sappiamo scorgere i lineamenti del tuo Volto divino.

Publié dans:MALATTIA (LA), meditazioni |on 14 mai, 2014 |Pas de commentaires »

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