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PRIMA LETTURA : QOELET 1,2; 2,21-23 – COMMENTO

http://www.nicodemo.net/NN/commenti_p.asp?commento=Qoelet%201,2;%202,21-23

QOELET 1,2; 2,21-23

1,2 Vanità delle vanità — dice Qoèlet — vanità delle vanità, tutto è vanità. 2,21 Perché chi ha lavorato con sapienza, con scienza e con successo dovrà poi lasciare i suoi beni a un altro che non vi ha per nulla faticato. Anche questo è vanità e grande sventura.
22 Allora quale profitto c’è per l’uomo in tutta la sua fatica e in tutto l’affanno del suo cuore con cui si affatica sotto il sole? 23 Tutti i suoi giorni non sono che dolori e preoccupazioni penose, il suo cuore non riposa neppure di notte. Anche questo è vanità!

COMMENTO
Qoelet 1,2; 2,21-23
Tutto è vanità
Il libro da cui è riportata la presente lettura è designato con il nome (o appellativo) del suo presunto autore, in ebraico Qohelet, nome oggi in genere preferito alla sua traduzione greca Ekklesiastês, Ecclesiaste. Nel canone ebraico questo libro si situa nella sezione degli Scritti dove fa parte, insieme con Rut, Cantico dei cantici, Lamentazioni, Ester, dei cinque volumi (meghillôt) che nella liturgia ebraica vengono utilizzati nelle principali festività dell’anno.
Il Qohelet è un piccolo libro, pieno di dubbi, scritto da un autore disincantato, il quale riflette sul significato e sulla caducità della vita umana, mettendo in questione idee e luoghi comuni della tradizione biblica e soprattutto sapienziale. Esso suscita numerosi problemi circa le circostanze e modalità della sua composizione, ma soprattutto circa il suo contenuto che, mentre lo pone in stretta contiguità con Giobbe, lo allontana da gran parte della letteratura sapienziale e, più in genere, biblica. Il suo genere letterario si avvicina a quello di una raccolta di pensieri che ruotano intorno ad un certo tema, ma che mantengono in gran parte la loro autonomia.
Il libro si apre con il titolo e un prologo (Qo 1,1-11). L’autore passa poi a descrivere, nella prima parte del libro, la vanità di tutte le cose (1,12-6,9); in un breve brano che occupa la posizione centrale del libro, l’autore esprime i limiti di ogni essere umano (6,10-12). Egli poi, nella seconda parte del libro, mette a fuoco soprattutto i limiti della conoscenza umana (7,1 – 11,6). Lo scritto termina con una conclusione (11,7 – 12,8) e un epilogo (12,9-14). Il testo utilizzato dalla liturgia, l’unico di cui essa fa uso, è ricavato dal prologo (1,2) e dall’inizio della prima parte del libro (2,21-23).
La frase iniziale del brano liturgico è quella in cui si compendia tutta la riflessione dell’autore: «Vanità delle vanità, dice Qoèlet, vanità delle vanità: tutto è vanità» (1,2). Essa è una dichiarazione di principio: tutto è «vanità» (hebel). Questo termine significa propriamente «vapore», «alito» e designa qualcosa di vuoto, effimero, senza consistenza. La forma raddoppiata («vanità delle vanità»), usata in ebraico per indicare il superlativo, significa che si tratta di una vanità totale, senza eccezione o rimedio.
In questo versetto l’autore dice per la prima volta, dopo il titolo, il suo nome, Qohelet, che riappare altre sei volte nel seguito del libro (1,2.12; 7,27; 12,8.9.10) e non è mai utilizzato al di fuori di esso. Il suo significato è incerto. Dal punto di vista morfologico sembra un participio presente femminile qal del verbo qahal (convocare, adunare): se così fosse esso significherebbe «colui che raduna l’assemblea», ma non risulta che il verbo sia mai usato in questa forma. È più probabile invece che si tratti di un aggettivo sostantivato derivato da qahal (assemblea, riunione), il cui significato sarebbe «uomo dell’assemblea». È questo anche il significato del termine greco Ecclesiaste (da ekklesia, assemblea) con cui è stato tradotto.
Nel brano successivo riportato dalla liturgia, l’autore, dopo aver affermato di essere giunto al punto di disperare in cuor suo per tutta la fatica che aveva sostenuto sotto il sole (v. 20), ne dà questo motivo: «chi ha lavorato con sapienza, con scienza e con successo dovrà poi lasciare la sua parte a un altro che non vi ha per nulla faticato. Anche questo è vanità e un grande male» (v. 21). Se uno si impegna a fondo nella vita, può ottenere dei buoni risultati in campo materiale. Ma alla morte, tutto quello che ha accumulato non gli serve più, anzi deve lasciarlo magari a uno che invece non ha saputo impegnarsi nella vita e non ha messo da parte nulla. L’autore ritiene ciò una grande vanità.
L’autore aggiunge poi un altro motivo del suo pessimismo: «Infatti, quale profitto viene all’uomo da tutta la sua fatica e dalle preoccupazioni del suo cuore, con cui si affanna sotto il sole? Tutti i suoi giorni non sono che dolori e fastidi penosi; neppure di notte il suo cuore riposa. Anche questo è vanità!» (vv. 22-23). Anche durante la sua vita, l’uomo paga il suo successo in campo economico con preoccupazioni e affanni, al punto tale che perde persino la possibilità di riposare nella notte. Qoelet conclude che anche questo è una grande vanità, perché si sacrifica per le cose materiali quel poco di piacere che potrebbe avere in questa vita.

Linee interpretative
Il Qoelet è spesso accusato di pessimismo o di scetticismo. Oggi si afferma sempre più l’interpretazione che vede in questo strano personaggio un «predicatore della gioia». È vero, egli mette in discussione tanti luoghi comuni e critica come falsi tanti ideali che l’uomo si propone quaggiù. Spesso la sapienza non è apprezzata, specialmente quando si combina con la povertà, ma essa è pur sempre superiore alla stoltezza o alla forza (9,13-18). Pur senza eccedere, la giustizia deve essere ricercata (7,16-18). Il saggio è più forte di dieci potenti che governano la città, anche se non bisogna illudersi: nessuno è così giusto da non peccare mai (7,19-22). Come un saggio tradizionale, Qohelet raccomanda anche l’impegno attivo e dinamico in ogni campo, perché negli inferi non vi sarà più nulla (9,10). Egli si scaglia contro la pigrizia (10,14-20) e invita ad accettare il rischio e ad assumersi le proprie responsabilità (11,1-6).
Ma soprattutto egli esorta al godimento di tutto ciò che la vita presenta di buono e gradevole, nella convinzione che si tratta di un dono di Dio (cfr. 2,24; 3,12-13; 5,17; 8,15; 9,7-9; 11,7-9), anche se invita a tener sempre presente che anche questo è «vanità» (2,1). Qoelet concepisce l’esistenza dell’uomo come un essere nel tempo, come una possibilità che gli è data solo nello scorrere del presente, e che per ciascuno si concluderà nella morte. Ma, pur nella sua precarietà, l’uomo può sperimentare la sua esistenza terrena come un’esperienza di felicità.
In questa prospettiva bisogna capire lo spirito religioso del Qoelet. Egli presenta Dio come una realtà trascendente e misteriosa, che ha creato il mondo e lo dirige in un modo che per gli esseri umani è del tutto inintelligibile. Dio non è un dio lontano e nascosto o addirittura arbitrario, ma il Dio di Israele, che toglie all’uomo l’illusione di poter comprendere la propria vita senza mettere in conto il suo agire misterioso. Di fronte a lui l’uomo non può far altro che temerlo, cioè sottomettersi alla sua volontà. Dio agisce nel mondo con lo scopo di far sì che «si abbia timore di lui» (3,14). Dopo aver esortato il lettore a non essere troppo saggio o troppo stolto, egli afferma che chi teme Dio riesce in tutte le cose (7,16). Infine egli esprime la sua convinzione secondo cui «saranno felici coloro che temono Dio» (8,12-13).

31 LUGLIO: SANT’IGNAZIO DI LOYOLA

 http://www.liturgiadelleore.it/

 31 LUGLIO: SANT’IGNAZIO DI LOYOLA

UFFICIO DELLE LETTURE

PRIMA LETTURA         

Dalla seconda lettera ai Corinzi di san Paolo, apostolo 10, 1 – 11, 6
Apologia dell’Apostolo

    Fratelli, ora io stesso, Paolo, vi esorto per la dolcezza e la mansuetudine di Cristo, io davanti a voi così meschino, ma di lontano così animoso con voi; vi supplico di far in modo che non avvenga che io debba mostrare, quando sarò tra voi, quell’energia che ritengo di dover adoperare contro alcuni che pensano che noi camminiamo secondo la carne. In realtà, noi viviamo nella carne ma non militiamo secondo la carne. Infatti le armi della nostra battaglia non sono carnali, ma hanno da Dio la potenza di abbattere le fortezze, distruggendo i ragionamenti e ogni baluardo che si leva contro la conoscenza di Dio, e rendendo ogni intelligenza soggetta all’obbedienza al Cristo. Perciò siamo pronti a punire qualsiasi disobbedienza, non appena la vostra obbedienza sarà perfetta.
    Guardate le cose bene in faccia: se qualcuno ha in se stesso la persuasione di appartenere a Cristo, si ricordi che se lui è di Cristo lo siamo anche noi. In realtà, anche se mi vantassi di più a causa della nostra autorità, che il Signore ci ha dato per vostra edificazione e non per vostra rovina, non avrò proprio da vergognarmene. Non sembri che io vi voglia spaventare con le lettere! Perché «le lettere – si dice – sono dure e forti, ma la sua presenza fisica è debole e la parola dimessa». Questo tale rifletta però che quali noi siamo a parole per lettera, assenti, tali saremo anche con i fatti, di presenza.
    Certo noi non abbiamo l’audacia di uguagliarci o paragonarci ad alcuni di quelli che si raccomandano da sé; ma mentre si misurano su di sé e si paragonano con se stessi, mancano di intelligenza. Noi invece non ci vanteremo oltre misura, ma secondo la norma della misura che Dio ci ha assegnato, sì da poter arrivare fino a voi; né ci innalziamo in maniera indebita, come se non fossimo arrivati fino a voi, perché fino a voi siamo giunti col vangelo di Cristo. Né ci vantiamo indebitamente di fatiche altrui, ma abbiamo la speranza, col crescere della vostra fede, di crescere ancora nella vostra considerazione, secondo la nostra misura, per evangelizzare le regioni più lontane della vostra, senza vantarci alla maniera degli altri delle cose già fatte da altri.
    Pertanto chi si vanta, si vanti nel Signore (Ger 9, 23); perché non colui che si raccomanda da sé viene approvato, ma colui che il Signore raccomanda.
    Oh, se poteste sopportare un po’ di follia da parte mia! Ma, certo, voi mi sopportate. Io provo infatti per voi una specie di gelosia divina, avendovi promessi a un unico sposo, per presentarvi quale vergine casta a Cristo. Temo però che, come il serpente nella sua malizia sedusse Eva, così i vostri pensieri vengano in qualche modo traviati dalla loro semplicità e purezza nei riguardi di Cristo. Se infatti il primo venuto vi predica un Gesù diverso da quello che vi abbiamo predicato noi o se si tratta di ricevere uno Spirito diverso da quello che avete ricevuto o un altro vangelo che non avete ancora sentito, voi siete ben disposti ad accettarlo. Ora io ritengo di non essere in nulla inferiore a questi «superapostoli»! E se anche sono un profano nell’arte del parlare, non lo sono però nella dottrina, come vi abbiamo dimostrato in tutto e per tutto davanti a tutti.

SECONDA LETTURA         

Dagli «Atti» raccolti da Ludovico Consalvo dalla bocca di sant’Ignazio
(Cap. 1, 5-9; Acta SS. Iulii, 7, 1868, 647)
Provate gli spiriti se sono da Dio

    Essendo stato appassionato divoratore di romanzi e d’altri libri fantasiosi sulle imprese mirabolanti di celebri personaggi, quando cominciò a sentirsi in via di guarigione, Ignazio domandò che gliene fossero dati alcuni tanto per ingannare il tempo. Ma nella casa, dove era ricoverato, non si trovò alcun libro di quel genere, per cui gliene furono dati due intitolati «Vita di Cristo» e «Florilegio di santi», ambedue nella lingua materna.
    Si mise a leggerli e rileggerli, e man mano che assimilava il loro contenuto, sentiva nascere in sé un certo interesse ai temi ivi trattati. Ma spesso la sua mente ritornava a tutto quel mondo immaginoso descritto dalle letture precedenti. In questo complesso gioco di sollecitazioni si inserì l’azione di Dio misericordioso.
    Infatti, mentre leggeva la vita di Cristo nostro Signore e dei santi, pensava dentro di sé e così si interrogava: «E se facessi anch’io quello che ha fatto san Francesco; e se imitassi l’esempio di san Domenico?». Queste considerazioni duravano anche abbastanza a lungo avvicendandosi con quelle di carattere mondano. Un tale susseguirsi di stati d’animo lo occupò per molto tempo. Ma tra le prime e le seconde vi era una differenza. Quando pensava alle cose del mondo era preso da grande piacere; poi subito dopo quando, stanco, le abbandonava, si ritrovava triste e inaridito. Invece quando immaginava di dover condividere le austerità che aveva visto mettere in pratica dai santi, allora non solo provava piacere mentre vi pensava, ma la gioia continuava anche dopo.
    Tuttavia egli non avvertiva né dava peso a questa differenza fino a che, aperti un giorno gli occhi della mente, incominciò a riflettere attentamente sulle esperienze interiori che gli causavano tristezza e sulle altre che gli portavano gioia.
    Fu la prima meditazione intorno alle cose spirituali. In seguito, addentratosi ormai negli esercizi spirituali, costatò che proprio da qui aveva cominciato a comprendere quello che insegnò ai suoi sulla diversità degli spiriti.

LA MUSICA E IL CANTO LITURGICO – (Papa Benedetto, Papa Giovanni Paolo II, Papa Benedetto/ Jospeh Ratzinger)

http://www.carismaticiborghesiana.it/it/magistero/75-approfondimenti/487-la-musica-e-il-canto-liturgico.html

 LA MUSICA E IL CANTO LITURGICO

 (Papa Benedetto,  Papa Giovanni Paolo II, Papa Benedetto/ Jospeh Ratzinger)

BENEDETTO XVI, Lettera al Gran Cancelliere del Pontificio Istituto di Musica Sacra in occasione del 100º anniversario di fondazione dell’Istituto, 13 maggio 2011

…Un aspetto fondamentale, a me particolarmente caro, desidero mettere in rilievo a tale proposito: come, cioè, da san Pio X fino ad oggi si riscontri, pur nella naturale evoluzione, la sostanziale continuità del Magistero sulla musica sacra nella Liturgia. In particolare, i Pontefici Paolo VI e Giovanni Paolo II, alla luce della Costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium, hanno voluto ribadire il fine della musica sacra, cioè « la gloria di Dio e la santificazione dei fedeli » (n. 112), e i criteri fondamentali della tradizione, che mi limito a richiamare: il senso della preghiera, della dignità e della bellezza; la piena aderenza ai testi e ai gesti liturgici; il coinvolgimento dell’assemblea e, quindi, il legittimo adattamento alla cultura locale, conservando, al tempo stesso, l’universalità del linguaggio; il primato del canto gregoriano, quale supremo modello di musica sacra, e la sapiente valorizzazione delle altre forme espressive, che fanno parte del patrimonio storico-liturgico della Chiesa, specialmente, ma non solo, la polifonia; l’importanza della schola cantorum, in particolare nelle chiese cattedrali. Sono criteri importanti, da considerare attentamente anche oggi. A volte, infatti, tali elementi, che si ritrovano nella Sacrosanctum Concilium, quali, appunto, il valore del grande patrimonio ecclesiale della musica sacra o l’universalità che è caratteristica del canto gregoriano, sono stati ritenuti espressione di una concezione rispondente ad un passato da superare e da trascurare, perché limitativo della libertà e della creatività del singolo e delle comunità. Ma dobbiamo sempre chiederci nuovamente: chi è l’autentico soggetto della Liturgia? La risposta è semplice: la Chiesa. Non è il singolo o il gruppo che celebra la Liturgia, ma essa è primariamente azione di Dio attraverso la Chiesa, che ha la sua storia, la sua ricca tradizione e la sua creatività. La Liturgia, e di conseguenza la musica sacra, « vive di un corretto e costante rapporto tra sana traditio e legitima progressio », tenendo sempre ben presente che questi due concetti – che i Padri conciliari chiaramente sottolineavano – si integrano a vicenda perché « la tradizione è una realtà viva, include perciò in se stessa il principio dello sviluppo, del progresso » (Discorso al Pontificio Istituto Liturgico, 6 maggio 2011).

GIOVANNI PAOLO II – CHIROGRAFO SULLA MUSICA SACRA
…3. In varie occasioni anch’io ho richiamato la preziosa funzione e la grande importanza della musica e del canto per una partecipazione più attiva e intensa alle celebrazioni liturgiche, ed ho sottolineato la necessità di “purificare il culto da sbavature di stile, da forme trasandate di espressione, da musiche e testi sciatti e poco consoni alla grandezza dell’atto che si celebra”, per assicurare dignità e bontà di forme alla musica liturgica.
In tale prospettiva, alla luce del magistero di san Pio X e degli altri miei Predecessori e tenendo conto in particolare dei pronunciamenti del Concilio Vaticano II, desidero riproporre alcuni principi fondamentali per questo importante settore della vita della Chiesa, nell’intento di far sì che la musica liturgica risponda sempre più alla sua specifica funzione.
4. Sulla scia degli insegnamenti di san Pio X e del Concilio Vaticano II, occorre innanzitutto sottolineare che la musica destinata ai sacri riti deve avere come punto di riferimento la santità: essa di fatto, “sarà tanto più santa quanto più strettamente sarà unita all’azione liturgica”. Proprio per questo, “non indistintamente tutto ciò che sta fuori dal tempio (profanum) è atto a superarne la soglia”, affermava saggiamente il mio venerato Predecessore Paolo VI, commentando un decreto del Concilio di Trento e precisava che “se non possiede ad un tempo il senso della preghiera, della dignità e della bellezza, la musica – strumentale e vocale – si preclude da sé l’ingresso nella sfera del sacro e del religioso. D’altra parte la stessa categoria di “musica sacra” oggi ha subito un allargamento di significato tale da includere repertori i quali non possono entrare nella celebrazione senza violare lo spirito e le norme della Liturgia stessa.
La riforma operata da san Pio X mirava specificamente a purificare la musica di chiesa dalla contaminazione della musica profana teatrale, che in molti Paesi aveva inquinato il repertorio e la prassi musicale liturgica. Anche ai tempi nostri è da considerare attentamente, come ho messo in evidenza nell’Enciclica Ecclesia de Eucharistia, che non tutte le espressioni delle arti figurative e della musica sono capaci “di esprimere adeguatamente il Mistero colto nella pienezza di fede della Chiesa”. Di conseguenza, non tutte le forme musicali possono essere ritenute adatte per le celebrazioni liturgiche.
5. Un altro principio enunciato da san Pio X nel Motu proprio Tra le sollecitudini, principio peraltro intimamente connesso con il precedente, è quello della bontà delle forme. Non vi può essere musica destinata alla celebrazione dei sacri riti che non sia prima “vera arte”, capace di avere quell’efficacia “che la Chiesa intende ottenere accogliendo nella sua liturgia l’arte dei suoni”
E tuttavia tale qualità da sola non basta. La musica liturgica deve infatti rispondere a suoi specifici requisiti: la piena aderenza ai testi che presenta, la consonanza con il tempo e il momento liturgico a cui è destinata, l’adeguata corrispondenza ai gesti che il rito propone. I vari momenti liturgici esigono, infatti, una propria espressione musicale, atta di volta in volta a far emergere la natura propria di un determinato rito, ora proclamando le meraviglie di Dio, ora manifestando sentimenti di lode, di supplica o anche di mestizia per l’esperienza dell’umano dolore, un’esperienza tuttavia che la fede apre alla prospettiva della speranza cristiana.
6. Canto e musica richiesti dalla riforma liturgica ‑ è bene sottolinearlo ‑ devono rispondere anche a legittime esigenze di adattamento e di inculturazione. E’ chiaro, tuttavia, che ogni innovazione in questa delicata materia deve rispettare peculiari criteri, quali la ricerca di espressioni musicali che rispondano al necessario coinvolgimento dell’intera assemblea nella celebrazione e che evitino, allo stesso tempo, qualsiasi cedimento alla leggerezza e alla superficialità. Sono altresì da evitare, in linea di massima, quelle forme di “inculturazione” di segno elitario, che introducono nella Liturgia composizioni antiche o contemporanee che sono forse di valore artistico, ma che indulgono ad un linguaggio ai più incomprensibile.
In questo senso san Pio X indicava – usando il termine universalità – un ulteriore requisito della musica destinata al culto: “… pur concedendosi ad ogni nazione – egli annotava – di ammettere nelle composizioni chiesastiche quelle forme particolari che costituiscono in certo modo il carattere specifico della musica loro propria, queste però devono essere in tal maniera subordinate ai caratteri generali della musica sacra, che nessuno di altra nazione nell’udirle debba provarne impressione non buona. In altri termini, il sacro ambito della celebrazione liturgica non deve mai diventare laboratorio di sperimentazioni o di pratiche compositive ed esecutive introdotte senza un’attenta verifica.
7. Tra le espressioni musicali che maggiormente rispondono alle qualità richieste dalla nozione di musica sacra, specie di quella liturgica, un posto particolare occupa il canto gregoriano. Il Concilio Vaticano II lo riconosce come “canto proprio della liturgia romana” a cui occorre riservare a parità di condizioni il primo posto nelle azioni liturgiche in canto celebrate in lingua latina.San Pio X rilevava come la Chiesa lo ha “ereditato dagli antichi padri”, lo ha ”custodito gelosamente lungo i secoli nei suoi codici liturgici” e tuttora lo “propone ai fedeli” come suo, considerandolo “come il supremo modello della musica sacra”. Il canto gregoriano pertanto continua ad essere anche oggi elemento di unità nella liturgia romana.
Come già san Pio X, anche il Concilio Vaticano II riconosce che “gli altri generi di musica sacra, e specialmente la polifonia, non vanno esclusi affatto dalla celebrazione dei divini uffici”. Occorre, pertanto, vagliare con attenta cura i nuovi linguaggi musicali, per esperire la possibilità di esprimere anche con essi le inesauribili ricchezze del Mistero riproposto nella Liturgia e favorire così la partecipazione attiva dei fedeli alle celebrazioni…
11. Il secolo scorso, con il rinnovamento operato dal Concilio Vaticano II, ha conosciuto uno speciale sviluppo del canto popolare religioso, del quale la Sacrosanctum Concilium dice: “Si promuova con impegno il canto popolare religioso, in modo che nei pii e sacri esercizi, come pure nelle stesse azioni liturgiche, [...] possano risuonare le voci dei fedeli”. Tale canto si presenta particolarmente adatto alla partecipazione dei fedeli non solo alle pratiche devozionali, “secondo le norme e le disposizioni delle rubriche”, ma anche alla stessa Liturgia. Il canto popolare, infatti, costituisce “un vincolo di unità e un’espressione gioiosa della comunità orante, promuove la proclamazione dell’unica fede e dona alle grandi assemblee liturgiche una incomparabile e raccolta solennità”
12. A riguardo delle composizioni musicali liturgiche faccio mia la “legge generale”, che san Pio X formulava in questi termini: “Tanto una composizione per chiesa è più sacra e liturgica, quanto più nell’andamento, nella ispirazione e nel sapore si accosta alla melodia gregoriana, e tanto meno è degna del tempio, quanto più da quel supremo modello si riconosce difforme”. Non si tratta evidentemente di copiare il canto gregoriano, ma piuttosto di far sì che le nuove composizioni siano pervase dallo stesso spirito che suscitò e via via modellò quel canto. Solo un artista profondamente compreso del sensus Ecclesiae può tentare di percepire e tradurre in melodia la verità del Mistero che si celebra nella Liturgia. In questa prospettiva, nella Lettera agli Artisti scrivevo: “Quante composizioni sacre sono state elaborate nel corso dei secoli da persone profondamente imbevute del senso del mistero! Innumerevoli credenti hanno alimentato la loro fede alle melodie sbocciate dal cuore di altri credenti e divenute parte della Liturgia o almeno aiuto validissimo al suo decoroso svolgimento. Nel canto la fede si sperimenta come esuberanza di gioia, di amore, di fiduciosa attesa dell’intervento salvifico di Dio”
E’ dunque necessaria una rinnovata e più approfondita considerazione dei principi che devono essere alla base della formazione e della diffusione di un repertorio di qualità. Solo così si potrà consentire all’espressione musicale di servire in maniera appropriata al suo fine ultimo che “è la gloria di Dio e la santificazione dei fedeli

 LITURGIA E MUSICA SACRA (CARD. J. RATZINGER)
Oggi sperimentiamo il ritorno profanizzato di questo modello nella musica Rock e Pop, i cui festivals sono un anticulto nella stessa dire­zione — smania di distruzione, abolizione delle barriere del quotidiano e illusione di redenzione nella liberazione dall’Io, nell’estasi furiosa del rumore e della massa. Si tratta di pratiche redentive simili alla droga nella loro forma di redenzione e fondamentalmente opposte alla conce­zione di redenzione della fede cristiana. Di conseguenza perciò dilagano oggi sempre di più, in questo ambito, culti e musiche satanistiche il cui potere pericoloso, in quanto volutamente tendente alla distruzione e al disfacimento della persona, non è preso ancora abbastanza sul serio. La disputa che Platone ha condotto tra la musica dionisiaca e quella apolli­nea non è la nostra, poiché Apollo non è Cristo. Ma la questione che egli ha posto ci tocca molto da vicino. In una forma che la generazione a noi precedente non poteva neppure immaginare la musica è diventata oggi il veicolo determinante di una controreligione e pertanto il palco­scenico della divisione degli spiriti. Cercando la salvezza mediante la li­berazione dalla personalità e dalla sua responsabilità, la musica Rock da un lato si inserisce perfettamente nelle idee di libertà anarchiche che oggi in occidente dominano più che non in oriente; ma proprio per que­sto si oppone radicalmente alla concezione cristiana della redenzione e della libertà, è anzi la sua perfetta contraddizione. Perciò non per mo­tivi estetici, non per ostinazione restaurativa, non per immobilismo sto­rico, bensì per motivi antropologici di fondo, questo tipo di musica de­ve essere esclusa dalla Chiesa.
Potremmo concretizzare ulteriormente la nostra questione, se con­tinuassimo ad analizzare la base antropologica di vari tipi di musica.
Abbiamo della musica d’agitazione che anima l’uomo in vista di vari fi­ni collettivi. Esiste della musica sensuale, che introduce l’uomo nella sfera erotica oppure tende in altra maniera essenzialmente a sensazioni di piacere sensibili. Esiste della semplice musica leggera che non vuole dire nulla, bensì rompere soltanto il peso del silenzio. Esiste della mu­sica razionalistica in cui i suoni servono soltanto a delle costruzioni ra­zionali, ma non avviene una penetrazione reale dello spirito e dei sensi. Parecchi canti inconsistenti su testi catechetici, parecchi canti moderni costruiti in commissioni, sarebbero probabilmente da classificare in questo settore.
La musica invece adeguata alla liturgia di Colui che si è incarnato ed è stato elevato sulla croce, vive in forza di un’altra sintesi molto più grande e ampia di spirito, intuizione e suono. Si può dire che la musica occidentale dal canto gregoriano attraverso la musica delle cattedrali e la grande polifonia, la musica del rinascimento e del barocco fino a Bruckner e oltre proviene dalla ricchezza intrinseca di questa sintesi e l’ha sviluppata in un grande numero di possibilità. Questa grandezza esiste soltanto qui, perché poteva nascere soltanto dal fondamento antropologico che collegava elementi spirituali e profani in un’ultima unità umana. Essa si dissolve nella misura in cui svanisce tale antropologia. La grandezza di questa musica rappresenta per me la verifica più immediata e più evidente dell’immagine cristiana dell’uomo e ella concezione cristiana della redenzione, che la storia ci offre. Colui he da essa è realmente colpito, sa in qualche modo, dal suo intimo, che la fede è vera, pur dovendo fare ancora molti passi per completare questa intuizione a livello razionale e volitivo.
Ciò significa che la musica liturgica della Chiesa deve soggiacere a quell’integrazione dell’essere umano, che ci si presenta nella realtà di fede dell’incarnazione. Questa redenzione richiede più fatica che non quel­la dell’ebrezza. Ma questa fatica è lo sforzo della verità stessa. Da un lato deve integrare i sensi nell’intimo dello spirito, deve corrispondere all’impulso del Sursum corda. Non vuole, tuttavia, la pura spiritualizza­zione, bensì l’integrazione di sensi e spirito, di modo che ambedue insie­me diventino la persona. Lo spirito non si avvilisce ricevendo in sé i sen­si, bensì soltanto questa unione gli apporta tutta la ricchezza del crea­to. E i sensi non vengono privati della loro realtà, se vi penetra lo spi­rito, bensì soltanto in questo modo possono partecipare alla sua di­mensione di infinito. Ogni piacere sensuale è strettamente limitato e, in ultima analisi, non suscettibile di accrescimento, perché l’atto dei sensi non può oltrepassare una determinata misura. Colui che da esso si aspetta la redenzione, viene deluso, «frustrato” — come si direbbe oggi —. Ma essendo integrati nello spirito, i sensi acquistano una nuova profondità e penetrano nell’infinito dell’avventura spirituale. Là solo es­si si realizzano totalmente. Ciò però presuppone che anche lo spirito non rimanga chiuso. La musica della fede cerca nel Sursurn corda l’in­tegrazione dell’uomo, ma non trova questa integrazione in se stessa, bensì soltanto nell’autosuperamento, nell’intimo della Parola incarnata. La musica sacrale, ancorata in questa struttura di movimento, diventa purificazione dell’uomo, la sua ascensione. Non dobbiamo però dimen­ticare che questa musica non è l’opera di un momento, bensì partecipa­zione a una storia e suppone la comunione dal singolo individuo con le intuizioni fondamentali di questa storia. Così si esprime proprio in es­sa anche l’ingresso nella storia della fede, l’essere tutti membra del cor­po di Cristo. Dietro di sé lascia gioia, una modalità più alta di estasi, che non cancella la persona, bensì la unisce e nello stesso tempo la libera. Ci fa presentire ciò che è la libertà, che non distrugge, bensì rac­coglie e purifica.

UNA BREVISSIMA STORIA DELLA MUSICA SACRA

http://www.santacecilia.org/articoli-musica-e-liturgia/89-breve-storia-della-musica-sacra.html

UNA BREVISSIMA STORIA DELLA MUSICA SACRA

In ogni secolo e cultura i cristiani hanno voluto cantare la loro fede, esprimendo la bellezza del Vangelo con melodie sublimi, capaci di toccare il cuore del credente e di innalzarlo fino a Dio. L’inizio di tutto questo è nella Bibbia. I cantici, che punteggiano l’intera storia biblica, esprimono lo stupore dinanzi ai grandi avvenimenti della salvezza. Il Canto del mare di Es 15 interpreta liricamente ed epicamente l’episodio fondamentale della storia di Israele: il passaggio del Mar Rosso. Possiamo definirlo uno dei primi esempi di musica sacra perché è l’espressione più pura di come la vita e la fede si fondano insieme per divenire canto, anzi una vera e propria liturgia cantata di un popolo al suo Dio Salvatore.
Nel Salterio troviamo raccolti in un solo libro tutte le possibilità espressive di questo canto a Dio “che opera meraviglie”. Ci sono salmi di lode e di supplica, salmi penitenziali e salmi di ringraziamento, lamentazioni e epopee, in una parola c’è tutto l’uomo che canta il suo rapporto con Dio. Nel Nuovo Testamento il Magnificat diviene l’archetipo stupendo di ogni cantico cristiano, l’inno di Maria a Dio Salvatore potente che fa “grandi cose” per i poveri realizzando le sue promesse diviene il canto della Chiesa che al tramonto inneggia al suo Redentore. Ogni musica sacra dipende in qualche modo da questi modelli biblici e nella storia della musica ogni generazione cristiana ha voluto continuare la composizione di questi cantici e di questi salmi, realizzando miriadi di “inni e cantici” al Signore della bellezza. Le melodie della tradizione gregoriana appaiono come una meravigliosa sintesi del primo millennio cristiano. Nella loro semplicità e sublime espressività ci mostrano il connubio perfetto tra melodia e testo sacro; la musica fa emergere la luce contenuta in quelle parole e ispira in chi canta e in chi ascolta una struggente nostalgia del cielo. Dai monasteri al popolo di Dio questo canto produsse effetti meravigliosi creando nell’Occidente cristiano un linguaggio comune, con la sua diffusione diede inizio sia alla musica colta che a quella popolare e segnò l’inizio della vera e propria storia della musica. 1 Col tempo si sentì l’esigenza di unire melodie diverse realizzando così un canto fatto di diversi canti, una “polifonia”.

Dal XIII sec. in poi nasce questo nuovo genere musicale in cui l’armonia può essere gustata come unione di voci diverse, come “concordia discors”; il coro a tre voci e poi a quattro, cinque, otto, dodici, addirittura trentasei voci e oltre diviene simbolo di una armonia superiore e inebriante che ricorda le sfere celesti, i cori angelici. Gradualmente però si avvertì il pericolo di smarrire qualcosa; il testo sacro, soffocato tra gli intrecci polifonici, non era più facilmente comprensibile. Il testo doveva ritornare ad essere protagonista: la Scrittura doveva essere cantata e la polifonia doveva porsi al suo servizio. Nacque così quella meravigliosa stagione musicale che fu la polifonia rinascimentale.
Tra i tanti grandi autori del cinquecento non possiamo non ricordare Pierluigi da Palestrina, colui che seppe sintetizzare le grandi conquiste contrappuntistiche dei secoli precedenti purificandole in nome di un equilibrio perfetto tra testo, musica ed espressività poetica. Questo periodo se da una parte è il culmine di una civiltà musicale non ne è la fine, anzi può essere definito l’inizio di un nuovo sentire. La Controriforma spinse infatti la Chiesa ad esprimere il Vangelo con maggior forza ed entusiasmo. E fece sorgere molti santi testimoni di una fede intraprendente e “moderna”.
L’entusiasmo missionario spinse molti cristiani a guardare al di là dell’Europa vedendo nei nuovi mondi dei nuovi destinatatari del Vangelo. Inoltre si scoprì che la voce umana e gli strumenti potevano essere utilizzati come veicolo delle emozioni più profonde dell’uomo e quindi della fede. La nascita dell’Opera e contemporaneamente dell’Oratorio sacro ci mostrano proprio il sorgere di questa nuova sensibilità musicale. La drammatizzazione dell’esperienza di fede, come accade nei grandi oratori barocchi, diviene un modo per esprimere la propria partecipazione al mistero della salvezza dando spazio al cuore, agli umani sentimenti. Già nel Seicento c’era stato Carissimi a portare l’Oratorio a livelli altissimi di arte ma fu nel secolo successivo che questo genere sacro ebbe la sua massima espressione. La Riforma protestante aveva sostituito i tradizionali canti della tradizione medioevale con nuovi canti più semplici e scarni per 2 favorire la partecipazione dei fedeli: i corali. Queste composizioni divennero il tramite per l’istruzione della gente semplice che potevano imparare, insieme alle semplici melodie, anche brani interi della Scrittura cantandoli nella propria lingua. Da questi corali i musicisti trassero il materiale per le loro grandi composizioni. Bach scrisse centinaia di cantate semplicemente rivestendo quei corali di cori e arie stupende. La commozione e la partecipazione al misero della Redenzione che egli seppe esprimere segnarono la storia della musica per sempre; l’arte sacra ebbe in lui un punto d’arrivo e nello stesso tempo un punto di partenza. Nell’epoca successiva la musica sacra continuò i suoi splendori barocchi con i grandi autori del settecento, basta ricordare in Italia Pergolesi che nella sua breve vita seppe donarci alcuni capolavori come lo Stabat Mater.
Alla fine del secolo però una nuova sensibilità si fa largo trascinando con sé anche la musica sacra: Mozart e Haydn aprono le porte ad un nuovo modo più articolato e “sinfonico” di concepire la musica sacra. Beethoven e Schubert raccoglieranno le loro intenzioni portandole a contatto con le tematiche romantiche, la musica sacra è diviene l’occasione per esprimere il conflitto del cuore dell’uomo dinanzi al dolore e a Dio stesso.Verdi riassunse magistralmente questo conflitto nella Messa da Requiem in cui la contemplazione dei “novissimi” diviene la sintesi stessa del dramma umano. Il novecento ha ereditato questa fede conflittuale e soprattutto ha fatto proprio il dubbio e addirittura a volte l’”ateismo” moderno. Ma nello stesso tempo una nuova nostalgia del cielo si è fatto largo tra i compositori del novecento, basta pensare alle composizioni sacre di Stravinsky in cui l’autore si rifà ai modi della musica ortodossa, di Rachmaninov, di Poulenc, di Petrassi, Penderecki e altri fino ad arrivare ai contemporanei come Part. La musica sacra continua così il suo cammino esprimendo la bellezza di Dio ed esplorando il cuore dell’uomo alla ricerca della luce che possa donare a tutti, attraverso la musica, uno spiraglio di Paradiso.

LITURGIA COME GIOCO – Romano Guardini (questo tema io l’ho studiato su un libro di Papa Ratzinger: « Introduzione allo Spirito della Liturgia »)

http://www.artcurel.it/ARTCUREL/RELIGIONE/LITURGIAESPAZIOSACRO/liturgiacomegiocoromanoguardini.htm

ROMANO GUARDINI

LITURGIA COME GIOCO

Certe nature gravi e serie, tutte rivolte alla ricerca e alla contemplazione della verità, che in ogni cosa vedono il compito morale e dovunque cercano il fine, incontrano facilmente nella liturgia una difficoltà singolare.  La liturgia appare loro facilmente come qualcosa senza scopo, un cumulo superfluo di cose, una realtà inutilmente complicata, artificiosa.  Costoro si scandalizzano che la liturgia fissi con tanta minuziosità ciò che si deve compiere prima e ciò che deve avvenire dopo, se a destra o a sinistra, ad alta voce o piano.  A che scopo tutto ciò?  L’essenziale nella Santa Messa, l’offerta e la consumazione del cibo divino, può essere compiuto così semplicemente: perché tale grande spiegamento di un rituale levitico? Le necessarie consacrazioni potrebbero essere fatte così semplicemente con poche parole, i sacramenti essere amministrati senza complicazioni rituali: a che pro’ tutte quelle preghiere e cerimonie?  La liturgia può avere per costoro un carattere di gioco e di teatralità.
Questo problema si deve prendere sul serio.  Esso non si presenta a tutti; ma non appena affiora, costituisce sempre la rivelazione di un temperamento spirituale inteso all’essenziale.
Esso sembra aver stretta relazione con la questione dello scopo in assoluto.  Scopo, in senso proprio, noi denominiamo quel principio d’ordine, per cui cose ed azioni si subordinano le une alle altre, in modo che l’una serva all’altra, l’una si presenti in funzione dell’altra.  Ciò ch’è subordinato, il mezzo, ha significato solo in quanto è in grado di servire a ciò ch’è sopraordinato, allo scopo.  Chi agisce non si indugia spiritualmente in esso, giacché per lui costituisce solo un passaggio ad altro, via che conduce allo scopo, dove propriamente stanno la mèta ed il riposo.  Da questo punto di vista ogni mezzo deve saperci assicurare se e in che limiti è in grado di portarci allo scopo. Questo esame ha per intento di escludere tutto ciò che non appartiene alla cosa, ciò che è marginale, superfluo.   Domina qui il principio economico di raggiungere il fine nel modo più perfetto possibile col minore impiego di forza, tempo e materia.  Il corrispondente stato d’animo è caratterizzato da una certa febbrilità, da una tensione senza riguardo e da una rigida oggettività.
 Questo atteggiamento spirituale è legittimo e necessario nella totalità della vita.  Le assicura serietà e salda direzione.  Corrisponde anche alla struttura della realtà nella misura in cui ogni cosa in certo modo cade sotto il punto di vista dello scopo.  Molti dati di fatto possono essere giustificati quasi totalmente dal punto di vista dello scopo, come ad es. la vita economica ed i processi della tecnica; tutti poi possono esserlo almeno in parte e per qualche riguardo.  Nessun fenomeno, però, cade esclusivamente sotto questo concetto; di molti, anzi, solo una piccola parte.   Ovvero, per dir meglio: ciò che assicura alle cose, ai processi il diritto dell’esistenza e la giustificazione della loro peculiarità è, per talune, non solamente, per altre, non certo in prima linea, la loro attitudine ad uno scopo.  Le foglie ed i fiori hanno uno scopo?  Certamente, giacché sono organi delle piante; ma a tale scopo essi non devono assumere proprio quella forma, quel colore, quel profumo determinato.  A che scopo pertanto la prodigalità di forme, colori, profumi della natura?   A che pro’ la molteplicità della specie?   Le cose potrebbero andare anche con maggior semplicità.  L’intera natura potrebbe essere piena di esseri, la cui riproduzione potrebbe essere ottenuta in una maniera assai più rapida e «funzionale».  La indiscriminata applicazione del finalismo alla natura non rimane per nulla immune da contestazioni.  E per approfondire maggiormente il problema: quale scopo deve avere in genere l’esistenza di questa o quella pianta, di questo o quell’ animale?  Forse quello di servir da nutrimento ad altri?  Certo no!  Se noi applichiamo soltanto il criterio dell’esteriore funzionalità, troviamo che molte cose della natura sono funzionari solo in parte, e nessuna è utile in tutto e per tutto.  Molte cose anzi, alla luce di questo criterio, appaiono senza scopo.  In una creazione della tecnica, sia una macchina od un ponte, tutto risponde ad uno scopo: altrettanto in una impresa commerciale, nella burocrazia d’uno Stato; eppure neanche per queste cose il concetto della finalità basta a risolvere tutti i problemi relativi al loro diritto di esistere. Se, pertanto, vogliamo renderci pieno conto della cosa, dobbiamo assumere un angolo visuale più ampio.  Il concetto di scopo pone il centro di gravità d’una cosa al di fuori ed al di là di essa; tale concetto la considera quale tramite per un movimento che va oltre e precisamente si dirige alla mèta. ogni cosa, pertanto, è anche – e taluna lo è quasi del tutto – un quid a sé stante, uno scopo a sé, nella misura in cui si può applicare ancora questo concetto in tale più ampia significazione, cui si adatta meglio il concetto di senso.  Tali cose non hanno scopo nella stretta accezione della parola; hanno però un senso.  E questo senso è mostrato, non dal fatto ch’esse producono fuori di sé un effetto ovvero contribuiscono alla costituzione o alla modificazione di qualcosa d’altro, bensì il loro significato consiste nel loro essere quello che sono.  Nella rigorosa accezione dei vocaboli, esse sono senza scopo, ma piene di senso.
Scopo e senso sono i due modi di presentarsi del fatto che una cosa esistente ha motivo e diritto al proprio essere.  Dal punto di vista dello scopo, una cosa si inserisce in un ordine che va oltre di essa; nei riguardi del senso, essa riposa in se stessa.
 Qual è ora il senso di ciò che è? D’esistere e d’essere un riflesso del Dio infinito.  E qual è il senso di ciò che vive?  Di vivere, esplicare l’intima essenza propria, di fiorire quale rivelazione naturale del Dio vivente.
 Questo non vale solo per la natura, ma anche per vita dello spirito.  La scienza ha forse uno scopo nel senso proprio della parola?  No. Il pragmatismo vuoi attribuirgliene uno: quello di incitar gli uomini a migliorarsi moralmente.  Ma questo significa misconoscere la dignità sovrana della conoscenza.  Essa non ha alcuno scopo, ha però un senso, che riposa in se stesso: la verità.
L’attività legislativa di un parlamento ad es. ha uno scopo; essa intende far valere nella vita statale una direttiva nettamente determinata.  La scienza del diritto invece non ne ha. mirando solo a conoscere la verità nelle questioni giuridiche.
 E così è di ogni autentica scienza, che è, in base alla sua essenza, conoscenza della verità, servizio della verità.
 Neppur l’arte ha uno scopo.  Si dovrebbe altrimenti pensare che la sua ragione d’essere sia la necessità dell’artista di procurarsi con essa di che nutrirsi e di che vestirsi.   Oppure, come pensava l’illuminismo, che Parte sia destinata ad offrire esempi intuitivi della verità di ragione ed a insegnare la virtù.  L’opera d’arte non ha scopo, bensì ha un senso, e precisamente quello ut sit, d’essere concretamente, e che in essa l’essenza delle cose, la vita interiore dell’uomo artista ottenga un’espressione sincera e pura.  L’opera d’arte deve essere soltanto splendor veritatís.
Quando la vita si sottrae al rigoroso ordine dei fini, allora diventa un gioco di dilettanti.  Muore, però, anche quando la si vuoi costringere nella rigida armatura di una dottrina puramente utilitaria. I due elementi si integrano reciprocamente.  Lo scopo è il fine dello sforzo, dei lavoro, dell’ordine; il senso è il contenuto dell’esistenza, della vita che fiorisce e matura.  I due poli dell’essere pertanto sono: scopo e senso, sforzo e crescita, lavoro e produzione, ordinamento e creazione.
Anche la vita della Chiesa universale si svolge tra queste due direzioni.
Ecco la possente struttura degli scopi nel diritto canonico, nella costituzione e nell’amministrazione della Chiesa.  Qui tutto è mezzo ordinato ad un unico scopo, quello di mantenere in efficienza la grande macchina della amministrazione ecclesiastica.  Decisivo qui è il criterio, se la istituzione o l’ordinanza considerata risponda alla finalità generale, se essa la raggiunga col minor impegno di forze e tempo. Lo spirito della praticità deve costituire la forza determinante in questa ampia organizzazione del lavoro.  La Chiesa, però, ha pure un altro aspetto.  La sua vita abbraccia un campo in cui essa rimane libera dallo scopo nel senso proprio della parola.  Questo campo è la liturgia.  Anche questa certo include un complesso di scopi, i quali costituiscono, per così dire, l’armatura che la sostiene; così i Sacramenti hanno il compito di comunicare determinati doni di grazia.  Ma questa comunicazione, presupposte le condizioni richieste, può anche aver luogo in forma assai semplificata.  L’amministrazione d’urgenza dei Sacramenti offre l’esempio di una azione liturgica rigidamente limitata al mero suo scopo.
Si può anche affermare che la liturgia, ogni sua azione ed ogni sua preghiera, ha lo scopo di educare religiosamente.  E questo è pur vero.  Però essa non ha un piano d’educazione preordinato e voluto di proposito. Per comprendere la differenza, si confronti il decorso di una settimana dell’anno ecclesiastico con gli esercizi di S. Ignazio.  In questi ultimi tutto è consapevolmente pesato, tutto organizzato allo scopo di raggiungere un determinato effetto pedagogico sulla vita spirituale; ogni esercizio, ogni preghiera, anzi le stesse ore di riposo sono indirizzate allo scopo fondamentale di determinare la conversione della volontà.  Non così avviene nella liturgia: è già abbastanza significativo che la liturgia non abbia posto alcuno negli esercizi. Anch’essa vuole formare, ma non attraverso un sistema di influssi educativi calcolato appositamente in vista del fine, bensì creando semplicemente una perfetta atmosfera religiosa in cui l’anima si dispieghi religiosamente.  Vi è una differenza simile a quella che passa tra una palestra ginnastica, dove ogni attrezzo, ogni esercizio è calcolato, e l’aperta campagna o la foresta.   Là tutto è sviluppo consapevole delle forze, qui tutto è vita naturale, crescita delle intime energie nella natura e con la natura.  La liturgia crea un ampio mondo esuberante di.intensa vita spirituale e fa sì che l’anima vi si muova e vi si sviluppi.  Questa ricchezza di preghiere, pensieri, azioni; questo intero ordinamento di tempi rimane incomprensibile, se lo si commisura all’unità lineare della funzionalità rigorosamente oggettiva.
La liturgia non ha «scopo», o almeno non può essere ridotta soltanto sotto l’angolo visuale della sola finalità pratica.  Essa non è un mezzo impiegato per raggiungere un determinato effetto, bensì – almeno in una certa misura – fine a sé.  Essa, secondo le vedute della Chiesa, non è una tappa sulla via che conduce ad una mèta che sta fuori di essa, bensì un mondo di realtà viventi che riposa in se stesso.  Questo è l’importante: se lo si trascura, ci si sforza di trovare nella liturgia intenti pedagogici d’ogni specie, che possono in qualche modo esservi introdotti, ma che non vi occupano però un posto essenziale.
La liturgia non può avere «scopo» alcuno anche per questo motivo: perché essa, presa in senso proprio, ha la sua ragione d’essere non nell’uomo, ma in Dio.  Nella liturgia l’uomo non guarda a sé, bensì a Dio; verso di Lui è diretto lo sguardo.  In essa l’uomo non deve tanto educarsi, quanto contemplare la gloria di Dio.  Il senso della liturgia è pertanto questo: che l’anima stia dinanzi a Dio, si effonda dinanzi a Lui, si inserisca nella Sua vita, nel mondo santo delle realtà, verità, misteri, segni divini, e cosi si assicuri la vera e reale vita sua propria. Ci sono due passi molto profondi nella Sacra Scrittura che avviano alla soluzione definitiva di questo problema, per non dire che pronunziano la parola liberatrice.  L’uno sta nella visione d’Ezechiele.  Questi fiammeggianti Cherubini «andavano dritti dove il vento li spingeva…, né si voltavano nell’andare…, andavano e venivano come la vampa della folgore…. andavano… e stavano… e si alzavano dal suolo … ; il fruscio delle loro ali assomigliava al murmure di molt’acqua…. e quando si fermavano abbassavano nuovamente le ali … ». Come sono «senza scopo» codeste creature!  Come sono addirittura sconfortanti per uno zelatore della funzionalità raziocinata!  Essi sono «soltanto» mero movimento possente e maestoso che si dispiega come lo spirito lo sollecita; che null’altro vuole se non esprimere l’intimo essere dello spirito, rivelasse esteriormente l’intimo fervore e l’impetuosa forza; ecco una viva immagine della liturgia!
E in un altro passo- parla l’Eterna Sapienza e dice: «Io stavo presso di Lui intenta ad ordinare le cose tutte, ed ero tutta compiacenza giorno per giorno, ricreandomi (ludens) in sua presenza ogni momento, ricreandomi sul globo terrestre … ». Questa è la parola decisiva!
Il Padre eterno si compiace che la Sapienza, il Figlio, la Pienezza assoluta d’ogni verità, dispieghi dinanzi a Lui in una inesprimibile bellezza questo contenuto infinito senza alcuna «mira» – a che dovrebbe Egli «mirare»? -; ma nella pienezza più definitiva del senso, in mera e schietta gioiosità di vita: Egli «gioca» dinanzi a lui.
E questa è la vita degli esseri più elevati, degli Angeli; essi, senza scopo, come lo Spirito li sollecita, si muovono dinanzi a Dio in un senso misterioso, sono dinanzi a Lui un gioco ed un canto vivente.Anche nell’ambito delle cose terrene vi sono due fenomeni che accennano alla stessa tendenza: il gioco del bambino e la creazione dell’artista.
Nel gioco il bambino non si propone di raggiungere nulla, non ha alcuno scopo.  Non mira ad altro che ad esplicare le sue forze giovanili, ad espandere la sua vita nella forma disinteressata dei movimenti, delle parole, delle azioni, e con ciò a crescere. a diventar sempre più perfettamente sé stesso.  Senza scopo, ma piena di significato profondo è questa giovane vita; e il senso non è altro che questo: che essa si manifesti senza impedimenti nei pensieri, nelle parole, nei movimenti, nelle azioni, si renda padrona dell’essere suo, semplicemente esista.  E giacché non mira a nulla di particolare, giacché si dispiega così spontaneamente e senza coercizioni, appunto perciò anche l’espressione riesce armonica, la forma limpida e suggestiva: il suo gesto si tramuta da sé in ritmo ed immagine, in rima, melodia, canto.  Questa è gioco: espandersi disinteressato della vita che prende possesso della propria pienezza, e ch’è piena di senso anche nella sua mera esistenza, ed è bella quando la si lascia a sé, quando non vi vengono introdotti intenti riflessi con precettistica mal illuminata pedagogizzante, rendendola in tal modo innaturale.
Coll’avanzare degli anni, si presentano anche le lotte:   la vita si sente agitata da conflitti ed odiosa.  L’uomo si pone dinanzi agli occhi ciò che egli vuole, ciò che egli deve, e cerca di realizzarlo nella sua vita e nell’essere suo.  Ma qui esperimenta quante forze vi contrastino, e constata quanto di rado egli è veramente ciò che dovrebbe e vorrebbe essere.
Questa contraddizione tra ciò ch’egli potrebbe essere e quello chè in realtà, cerca di superarla in un altro ordine di realtà, nel mondo irreale dell’immaginazione, nell’arte.  Nell’arte l’uomo cerca di ristabilire l’unità tra ciò che vuole e ciò che ha; tra ciò che dev’essere e ciò che è; tra l’anima ch’è dentro di noi e la natura ch’è fuori di noi; tra il corpo e lo spirito.  Tali sono le creazioni dell’arte.  Non hanno dunque alcuno scopo istruttivo, non mirano ad insegnare determinate verità o virtù.  Nessun artista si è mai proposto questo.  Nell’arte l’artista non mira ad altro che a risolvere questa tensione interiore, a dar espressione nel mondo dell’immaginazione a quella vita superiore a cui anela e che nella realtà raggiunge solo approssimativamente.  L’artista non vuol altro se non dare una realtà esteriore al suo essere intimo ed al suo anelito, assicurare alla verità interiore forma concreta.  Ed anche chi contempla l’opera d’arte non deve proporsi null’altro che di soffermarsi in essa, respirarvi, muoversi liberamente, prendere consapevolezza della parte migliore del suo essere, anelare al compimento della propria brama intima.  Non deve perciò riflettervi sopra con mutria critica «raziocinante» o cercarvi dottrina o savi ammonimenti.  Ora la liturgia fa qualcosa di ancor più elevato.  In essa viene offerta all’uomo l’occasione di realizzare, sostenuto dalla grazia, il senso più singolare e proprio del suo essere, d’essere quale egli dovrebbe e vorrebbe essere in conformità alla sua vocazione divina:   un «figlio di Dio».  Nella liturgia, dinanzi a Dio, egli deve «allietarsi della sua giovinezza».  Questa è certamente una cosa del tutto soprannaturale, corrispondente però, nello stesso tempo alla natura intima dell’uomo.  E poiché questa vita è più elevata di quella a cui dà occasione ed espressione la realtà consueta, essa trae forme ed immagini adeguate da quel dominio nel quale soltanto le può trovare, vale a dire nell’arte.  Essa parla in ritmi e melodie; si muove con gesti solenni e misurati; si riveste di colori e paludamenti che non appartengono alla vita consueta; si svolge in luoghi e momenti che sono stabiliti ed organizzati secondo leggi superiori.  Diventa cosi, in un senso più elevato. una vita filiale e infantile in cui tutto è immagine, ritmo e canto.
Questo pertanto il fatto mirabile che si offre nella liturgia: arte e realtà diventano una unica cosa nella condizione soprannaturale del figlio e fanciullo insieme, sotto lo sguardo di Dio.  Ciò che altrimenti è dato solo nel regno dell’irreale, nell’immaginazione artistica, vale a dire le forme dell’arte come espressione della vita umana pienamente consapevole, qui è realtà.  Le forme dell’arte diventano la traduzione espressiva di una vita reale, sia pur soprannaturale.   E anche questa ha un elemento comune con quella del bambino e dell’artista: è libera da ogni scopo, e perciò appunto piena del senso più profondo.  Non è lavoro, ma gioco. Fare un gioco dinanzi a Dio, non creare, ma essere un’opera d’arte, questo costituisce il nucleo più intimo della liturgia.  Di qui la sublime combinazione di profonda serietà e di letizia divina che in essa percepiamo.  E solo chi sa prendere sul serio Parte ed il gioco può comprendere perché con tanta severità ed accuratezza la liturgia stabilisca in una moltitudine di prescrizioni come debbano essere le parole, i movimenti, i colori, le vesti, gli oggetti di culto.
Hai tu veduto mai con quale serietà i bambini stabiliscono le regole nei loro giochi, in che modo deve svolgersi il loro girotondo, come tutti debbano tenere le mani, che significhi questo bastoncino o quell’albero?  Tutto ciò appare sciocco solo a chi non avverte il suo significato o senso e sa vedere la giustificazione d’un atto soltanto negli scopi che se ne possono addurre. E non hai letto mai, oppure direttamente sperimentato, con quale spietata serietà l’artista stia al servizio dell’arte, come egli soffra sotto «la parola» che non si presenta adeguata all’idea, quale padrona esigente sia la forma?
E tutto ciò per qualcosa che non ha scopo!  No, l’arte non ha nulla a che fare con gli scopi. Qualcuno crede seriamente che l’artista si assoggetterebbe alle mille emozioni. alla febbre ardente della creazione, se coll’opera sua non mirasse ad altro che a dar ai lettori od agli spettatori un insegnamento che avrebbe potuto esprimere non meno bene in un paio di frasi trovate senza fatica, oppure in qualche esempio tratto dalla storia, ovvero con alcune fotografie ben azzeccate?  Certo no!  Essere artista significa lottare per esprimere la vita profonda, affinché, espressa che sia, essa possa esistere.  E null’altro: ma non è già molto questo? È niente di meno che una imitazione della creatività divina, della quale si dice che abbia fatto le cose ut sint, perché semplicemente esistano.
La stessa cosa fa la liturgia.  Anch’essa ha cercato con cura infinita, con tutta la serietà del bambino e la coscienziosità rigorosa del vero artista, di dar espressione in mille forme alla vita dell’anima, vita santa alimentata da Dio, mirando a null’altro se non a che essa vi possa dimorare e vivere.  Con severissime leggi essa ha regolato il santo gioco che l’anima svolge dinanzi a Dio.  Se vogliamo attingere il nucleo intimo di questo mistero, dobbiamo riconoscere: è lo Spirito Santo, lo Spirito del fervore e della santa disciplina, «che ha potere sulla parola»; è esso che ha regolato il gioco, che la eterna Saggezza dispiega dinanzi al Padre celeste nella Chiesa, il suo regno sulla terra. «E la sua delizia», pertanto, «sta nell’essere tra i figli degli uomini».
Può comprendere la liturgia solo chi non si scandalizza di questo, come ha fatto innanzitutto ogni razionalismo.  Agire liturgicamente significa diventare, col sostegno della grazia, sotto la guida della Chiesa, vivente opera d’arte dinanzi a Dio, con nessun altro scopo se non d’essere e vivere proprio sotto lo sguardo di Dio; significa compiere la parola del Signore e «diventare come bambini»; rinunciando, una volta per sempre, ad essere adulti che vogliono agire sempre con finalità determinate per decidersi a giocare, come faceva Davide quando danzava dinanzi all’Arca dell’alleanza.  Può certo avvenire che persone troppo assennate, le quali, con la piena maturità, hanno perduto la libertà e la freschezza dello spirito, non lo comprendano e ne facciano argomento di scherno. Ma anche Davide dovette sopportare che Michol ridesse di lui. Il compito, pertanto, della educazione liturgica comprende anche questo aspetto: l’anima deve apprendere a non vedere dovunque scopi, a non essere troppo sensibile ai motivi utilitari, troppo prudente, troppo «adulta», bensì deve sapere anche vivere semplicemente.  Essa deve apprendere a liberarsi almeno nella preghiera dalla irrequietudine dell’attività utilitaria, imparare ad essere prodiga di tempo per Dio; deve trovar parole e pensieri e gesti per il santo gioco, senza domandarsi ad ogni momento: a che scopo e perché?  Non voler far sempre qualche cosa, raggiungere qualche cosa, qualcosa produrre od ottenere di utile, bensì apprendere a fare in libertà, bellezza, santa letizia dinanzi a Dio il gioco da Lui regolato della liturgia.
Da ultimo, anche la vita eterna non sarà che il compimento di questo gioco.  E chi non comprende questo, potrà afferrare poi che il compimento celeste della nostra vita è «un cantico eterno di lode»?  Non finirà costui per rientrare nella categoria delle persone attive, che trovano inutile e noiosa tale eternità?

Fonte :  http://digilander.libero.it/liturgiaravenna/guardini.htm

Romano Guardini, Lo spirito della Liturgia, Morcelliana 1980 – cap V

Publié dans:liturgia, LITURGIA: STUDI |on 19 juin, 2013 |Pas de commentaires »

31 MAGGIO: VISITAZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA (f) – UFFICIO DELLE LETTURE

31 MAGGIO: VISITAZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA (f)

UFFICIO DELLE LETTURE

Prima Lettura
Dal Cantico dei cantici 2, 8-14; 8, 6-7

La visita del Diletto
Una voce! Il mio diletto!
Eccolo, viene
saltando per i monti,
balzando per le colline.
Somiglia il mio diletto a un capriolo
o ad un cerbiatto.
Eccolo, egli sta
dietro il nostro muro;
guarda dalla finestra,
spia attraverso le inferriate.
Ora parla il mio diletto e mi dice:
«Alzati, amica mia,
mia tutta bella, e vieni!
Perché, ecco, l’inverno è passato,
è cessata la pioggia, se n’è andata;
i fiori sono apparsi nei campi,
il tempo del canto è tornato
e la voce della tortora ancora si fa sentire
nella nostra campagna.
Il fico ha messo fuori i primi frutti
e le viti fiorite spandono fragranza.
Alzati, amica mia,
mia tutta bella, e vieni!
O mia colomba, che stai nelle fenditure della roccia,
nei nascondigli dei dirupi,
mostrami il tuo viso,
fammi sentire la tua voce,
perché la tua voce è soave,
il tuo viso è leggiadro.
Mettimi come sigillo sul tuo cuore,
come sigillo sul tuo braccio;
perché forte come la morte è l’amore,
tenace come gli inferi è la gelosia:
le sue vampe sono vampe di fuoco,
una fiamma del Signore!
Le grandi acque non possono spegnere l’amore
né i fiumi travolgerlo.
Se uno desse tutte le ricchezze della sua casa
in cambio dell’amore, non ne avrebbe che dispregio».

Seconda Lettura
Dalle «Omelie» di san Beda il Venerabile, sacerdote
(Lib. 1, 4; CCL 122, 25-26, 30)

Maria magnifica il Signore che opera in lei
«L’anima mia magnifica il Signore ed il mio spirito esulta in Dio mio Salvatore» (Lc 1, 46). Con queste parole Maria per prima cosa proclama i doni speciali a lei concessi, poi enumera i benefici universali con i quali Dio non cessò di provvedere al genere umano per l’eternità.
Magnifica il Signore l’anima di colui che volge a lode e gloria del Signore tutto ciò che passa nel suo mondo interiore, di colui che, osservando i precetti di Dio, dimostra di pensare sempre alla potenza della sua maestà.
Esulta in Dio suo salvatore, lo spirito di colui che solo si diletta nel ricordo del suo creatore dal quale spera la salvezza eterna.
Queste parole, che stanno bene sulle labbra di tutte le anime perfette, erano adatte soprattutto alla beata Madre di Dio. Per un privilegio unico essa ardeva d’amore spirituale per colui della cui concezione corporale ella si rallegrava. A buon diritto ella poté esultare più di tutti gli altri santi di gioia straordinaria in Gesù suo salvatore. Sapeva infatti che l’autore eterno della salvezza, sarebbe nato dalla sua carne, con una nascita temporale e in quanto unica e medesima persona, sarebbe stato nello stesso tempo suo figlio e suo Signore.
«Cose grandi ha fatto a me l’onnipotente e santo è il suo nome».
Niente dunque viene dai suoi meriti, dal momento che ella riferisce tutta la sua grandezza al dono di lui, il quale essendo essenzialmente potente e grande, è solito rendere forti e grandi i suoi fedeli da piccoli e deboli quali sono. Bene poi aggiunse: «E Santo è il suo nome», per avvertire gli ascoltatori, anzi per insegnare a tutti coloro ai quali sarebbero arrivate le sue parole ad aver fiducia nel suo nome e a invocarlo. Così essi pure avrebbero potuto godere della santità eterna e della vera salvezza, secondo il detto profetico: «Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato» (Gl 3, 5).
Infatti è questo stesso il nome di cui sopra si dice: «Ed esultò il mio spirito in Dio, mio salvatore».
Perciò nella santa Chiesa è invalsa la consuetudine bellissima ed utilissima di cantare l’inno di Maria ogni giorno nella salmodia vespertina. Così la memoria abituale dell’incarnazione del Signore accende di amore i fedeli, e la meditazione frequente degli esempi di sua Madre, li conferma saldamente nella virtù. Ed è parso bene che ciò avvenisse di sera, perché la nostra mente stanca e distratta in tante cose, con il sopraggiungere del tempo del riposo si concentrasse tutta in se medesima.

VIII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO – MARTEDÌ – UFFICIO DELLE LETTURE

http://www.maranatha.it/Ore/ord/LetMar/08MARpage.htm

VIII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO – MARTEDÌ

UFFICIO DELLE LETTURE

PRIMA LETTURA
DAL LIBRO DI GIOBBE 3, 1-26

Lamentazioni di Giobbe
Giobbe aprì la bocca e maledisse il suo giorno;
prese a dire:
Perisca il giorno in cui nacqui
e la notte in cui si disse:
«E’ stato concepito un uomo!».
Quel giorno sia tenebra,
non se ne curi Dio dall’alto,
né brilli mai su di esso la luce.
Lo rivendichi tenebra e morte,
gli si stenda sopra una nube
e lo facciano spaventoso gli uragani del giorno!
quella notte se la prenda l’oscurità,
non si aggiunga ai giorni dell’anno,
non entri nel conto dei mesi.
Ecco, quella notte sia sterile
e non entri giubilo in essa.
La maledicano quelli che imprecano al giorno,
gli esperti a evocare Leviatan.
Si oscurino le stelle del suo crepuscolo,
speri la luce e non venga;
non veda schiudersi le palpebre dell’aurora,
poiché non mi ha chiuso il varco
del grembo materno,
e non ha nascosto l’affanno agli occhi miei!
E perché non sono morto fin dal seno di mia madre
e non spirai appena uscito dal grembo?
Perché due ginocchia mi hanno accolto,
e perché due mammelle, per allattarmi?
Sì, ora giacerei tranquillo,
dormirei e avrei pace
con i re e i governanti della terra,
che si sono costruiti mausolei,
o con i principi, che hanno oro
e riempiono le case d’argento.
Oppure, come aborto nascosto, più non sarei,
o come i bimbi che non hanno visto la luce.
Laggiù i malvagi cessano d’agitarsi,
laggiù riposano gli sfiniti di forze.
I prigionieri hanno pace insieme,
non sentono più la voce dell’aguzzino.
Laggiù è il piccolo e il grande,
e lo schiavo è libero dal suo padrone.
Perché dare la luce a un infelice
e la vita a chi ha l’amarezza nel cuore,
a quelli che aspettano la morte e non viene,
che la cercano più di un tesoro,
che godono alla vista di un tumulo,
gioiscono se possono trovare una tomba…
a un uomo, la cui via è nascosta
e che Dio da ogni parte ha sbarrato?
Così, al posto del cibo entra il mio gemito,
e i miei ruggiti sgorgano come acqua,
perché ciò che temo mi accade
e quel che mi spaventa mi raggiunge.
Non ho pace, non ho requie,
non ho riposo e viene il tormento!

Responsorio    Cfr. Gb 3, 24-26; 6, 13
R. Al posto del cibo entra il mio gemito, e i miei ruggiti sgorgano come acqua: ciò che temo mi accade, e quel che mi spaventa mi raggiunge. * Pesa su di me la tua collera, Signore;
V. Non v’è proprio aiuto per me? Anche i miei intimi si sono allontanati!
R. Pesa su di me la tua collera, Signore.

SECONDA LETTURA
DALLE «CONFESSIONI» DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO
(LIB. 10, 1. 1 – 2, 2; 5. 7; CSEL 33, 226-227. 230-231)

A te, o Signore, chiunque io sia, sono manifesto
Conoscerò te, o mio conoscitore, ti conoscerò come anch’io sono conosciuto (cfr. 1 Cor 13, 12). Forza della mia anima, entra in essa e uniscila a te, per averla e possederla «senza macchia né ruga» (Ef 5, 27). Questa è la mia speranza, per questo oso parlare e in questa speranza gioisco, perché gioisco di cosa sacrosanta. Tutto il resto in questa vita tanto meno richiede di essere rimpianto, quanto più si rimpiange, e tanto più merita di essere rimpianto, quanto meno si rimpiange. «Ma tu vuoi la sincerità del cuore» (Sal 50, 8), poiché chi la realizza, viene alla luce (cfr. Gv 3, 21). Voglio quindi realizzarla nel mio cuore davanti a te nella mia confessione e nel mio scritto davanti a molti testimoni.
Davanti a te, o Signore, è scoperto l’abisso dell’umana coscienza: può esserti nascosto qualcosa in me, anche se m’impegnassi di non confessartelo? Se mi comportassi così, io nasconderei te a me, anziché me a te. Ma ora il mio gemito manifesta che io dispiaccio a me stesso, e che tu rifulgi e piaci e meriti di essere amato e desiderato, al punto che arrossisco di me e rifiuto me per scegliere te, e non bramo di piacere né a te né a me, se non in te.
Dunque, o Signore, tu mi conosci veramente come sono. Ho già espresso il motivo per cui mi manifesto a te. Non faccio questo con parole e voci della carne, ma con parole dell’anima e grida della mente, che il tuo orecchio ben conosce. Quando sono cattivo, l’atto di confessarmi a te non è altro che un dispiacere a me; quando invece sono buono, l’atto di confessarmi a te non è altro che un non attribuire a me questa bontà, poiché, «Signore, tu benedici il giusto» (Sal 5, 13), ma prima lo giustifichi quando è empio (cfr. Rm 4, 5). Perciò, o mio Dio, la mia confessione dinanzi a te avviene in forma tacita e non tacita: avviene nel silenzio, ma è forte il grido dell’affetto.
Tu solo, Signore, mi giudichi; infatti «chi conosce i segreti dell’uomo se non lo spirito dell’uomo che è in lui?» (1 Cor 2, 11). Tuttavia c’è qualcosa nell’uomo che non è conosciuto neppure dallo spirito che è in lui. Tu però, Signore, conosci tutto di lui, perché l’hai creato. Io invece, quantunque mi disprezzi davanti a te e mi ritenga terra e cenere, so di te qualcosa che non so di me.
«Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia» (1 Cor 13, 12), e perciò, fino a quando sono pellegrino lontano da te, sono più vicino a me stesso che a te, e tuttavia so che tu sei inviolabile in modo assoluto. Ma io non so a quali tentazioni possa resistere e a quali no. Io ho speranza, perché tu sei fedele e non permetti che siamo tentati oltre le nostre forze, ma con la tentazione tu ci darai anche la via d’uscita e la forza per sopportarla (cfr. 1 Cor 10, 13).
Confesserò, dunque, quello che so e quello che non so di me; perché anche quanto so di me, lo conosco per tua illuminazione; e quanto non so di me, lo ignorerò fino a quando la mia tenebra non diventerà come il meriggio alla luce del tuo volto (cfr. Is 58, 10).

IL DUPLICE CARATTERE DELLA QUARESIMA

http://www.suoredimariabambina.org/tempoliturgico/tempoliturgico201103_1.html

TEMPO DI QUARESIMA

IL DUPLICE CARATTERE DELLA QUARESIMA

La Quaresima è il tempo dell’Anno Liturgico che va dal Mercoledì delle ceri al giovedì della Settimana santa e costituisce la prima parte del ciclo pasquale (tempo di Quaresima – Triduo santo – tempo di Pasqua/Pentecoste). Simbolicamente la durata di questo tempo liturgico è di quaranta giorni …
Per comprendere il tempo di Quaresima è necessario partire dalla costituzione sulla liturgia del Vaticano II. Nella costituzione Sacrosanctum Concilium il tempo di Quaresima è il tempo dell’Anno Liturgico che riceve maggiore attenzione e del quale si forniscono chiare linee per la successiva riforma.

SC afferma:
Il duplice carattere della Quaresima che, soprattutto mediante il ricordo o la preparazione al battesimo e mediante la penitenza, dispone i fedeli alla celebrazione del mistero pasquale con l’ascolto più frequente della parola di Dio e la preghiera più intensa, sia posto in maggior evidenza tanto nella liturgia quanto nella catechesi liturgica. Perciò:
a) si utilizzino più abbondantemente gli elementi battesimali propri della liturgia quaresimale e, se opportuno, se ne riprendino anche altri dall’antica tradizione;
b) lo stesso si dica degli elementi penitenziali.
Quanto alla catechesi poi, si inculchi nell’animo dei fedeli, insieme con le conseguenze sociali del peccato, quell’aspetto particolare della penitenza che detesta il peccato come offesa a Dio. Né si dimentichi la parte della Chiesa nell’azione penitenziale, e si solleciti la preghiera per i peccatori (SC 109: EV 1/194ss).   
Il documento conciliare sottolinea che due sono le direttrici (« duplice carattere ») della Quaresima: quella battesimale e quella penitenziale. Gli elementi del tempo di Quaresima che possono « disporre » i fedeli alla celebrazione del mistero pasquale sono li battesimo (ricordo o preparazione), la penitenza, l’ascolto più frequente della Parola e la preghiera. Tuttavia preghiera e ascolto più frequente della parola di Dio sono « parte integrante » del « duplice carattere della Quaresima », cioè fanno riferimento al suo carattere battesimale e penitenziale. Infatti, se andiamo a vedere nella storia quali erano gli « ingredienti » del cammino dei catecumeni che si preparavano al battesimo e di quello dei penitenti che si preparavano alla « riconciliazione » , possiamo scoprire che preghiera e ascolto più frequente della parola di Dio, insieme al digiuno e alle opere di carità, ne facevano parte integrante.
A partire dal duplice carattere della Quaresima SC indica le linee della riforma di questo tempo liturgico. Innanzitutto si afferma che « il linguaggio » che la liturgia deve utilizzare nelle celbrazioni quaresimali è quello « battesimale ». Il concilio invita a utilizzare con più abbondanza quegli « elementi battesimali », che « sono propri » di questo tempo liturgico. Inoltre invita, se necessario, a recuperarne alcuni presenti nella tradizione, ma andati persi nel corso della storia. Possiamo pensare, ad esempio, al recupero dei « vangeli battesimali » (le narrazioni giovannee della samaritana, del cieco nato, della risurrezione di Lazzaro) nelle ultime tre domeniche di Quaresima (nell’anno A, oppure quando ci sono dei catecumi che si preparano a celebrare i sacramenti dell’iniziazione della Veglia pasquale).
Il secondo carattere della Quaresima su cui il concilio invita a porre attenzione è quello penitenziale. Anche riguardo a questo SC raccomanda di recuperare e sottolineare nelle celebrazioni liturgiche « gli elementi penitenziali ».
Il concilio quindi ci indica qual è il riferimento fondamentale per comprendere la Quaresima, e afferma che tale riferimento è duplice: il battesimo e la penitenza. A questo duplice riferimento corrisponde anche un « linguaggio » adeguato. La Quaresima per il concilio parla il linguaggio battesimale e penitenziale.
Noi possiamo affermare che, sebbene da un punto di vista storico, litugico e anche terminologico le linee di fondo della Quaresima siano due, in realtà tra le due c’è un’unità di fondo che deriva dal profondo rapporto esistente tra il battesimo e la penitenza. Un rapporto che occorrerebbe sempre approfondire per una migliore celebrazione di questi due sacramenti.

  da: Matteo Ferrari, monaco di Camaldoli, Fedeltà nel tempo. La spiritualità dell’anno liturgico,
Edizioni EDB 2010, pg. 23-24

VANGELO DI VENERDÌ 8 FEBBRAIO 2012 – MEMORIA DI S. GIUSEPPINA BAKHITA

http://www.parrocchiasanmaurizio.it/2013/02/07/vangelo-di-venerdi-8-febbraio-2013-memoria-di-s-giuseppina-bakhita/

VANGELO DI VENERDÌ 8 FEBBRAIO 2012 – MEMORIA DI S. GIUSEPPINA BAKHITA

Venerdì 8 Febbraio 2013

Venerdì della IV settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari)

Santa GIUSEPPINA BAKHITA   Vergine – Memoria Facoltativa

Grado della Celebrazione: Feria
Colore liturgico: Verde

VANGELO (Mc 6,14-29)
Quel Giovanni che io ho fatto decapitare, è risorto.

+ Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, il re Erode sentì parlare di Gesù, perché il suo nome era diventato famoso. Si diceva: «Giovanni il Battista è risorto dai morti e per questo ha il potere di fare prodigi». Altri invece dicevano: «È Elìa». Altri ancora dicevano: «È un profeta, come uno dei profeti». Ma Erode, al sentirne parlare, diceva: «Quel Giovanni che io ho fatto decapitare, è risorto!».
Proprio Erode, infatti, aveva mandato ad arrestare Giovanni e lo aveva messo in prigione a causa di Erodìade, moglie di suo fratello Filippo, perché l’aveva sposata. Giovanni infatti diceva a Erode: «Non ti è lecito tenere con te la moglie di tuo fratello». Per questo Erodìade lo odiava e voleva farlo uccidere, ma non poteva, perché Erode temeva Giovanni, sapendolo uomo giusto e santo, e vigilava su di lui; nell’ascoltarlo restava molto perplesso, tuttavia lo ascoltava volentieri.
Venne però il giorno propizio, quando Erode, per il suo compleanno, fece un banchetto per i più alti funzionari della sua corte, gli ufficiali dell’esercito e i notabili della Galilea. Entrata la figlia della stessa Erodìade, danzò e piacque a Erode e ai commensali. Allora il re disse alla fanciulla: «Chiedimi quello che vuoi e io te lo darò». E le giurò più volte: «Qualsiasi cosa mi chiederai, te la darò, fosse anche la metà del mio regno». Ella uscì e disse alla madre: «Che cosa devo chiedere?». Quella rispose: «La testa di Giovanni il Battista». E subito, entrata di corsa dal re, fece la richiesta, dicendo: «Voglio che tu mi dia adesso, su un vassoio, la testa di Giovanni il Battista». Il re, fattosi molto triste, a motivo del giuramento e dei commensali non volle opporle un rifiuto.
E subito il re mandò una guardia e ordinò che gli fosse portata la testa di Giovanni. La guardia andò, lo decapitò in prigione e ne portò la testa su un vassoio, la diede alla fanciulla e la fanciulla la diede a sua madre. I discepoli di Giovanni, saputo il fatto, vennero, ne presero il cadavere e lo posero in un sepolcro.

Parola del Signore

Commento (Monaci Benedettini Silvestrini)

Nel Santo Vangelo ricordiamo la Decollazione di San Giovanni Battista. Egli è stato eletto da Dio a preparare la venuta sulla terra a Gesù come una Voce che gridava forte nel deserto, chiamando tutti a conversione: a lavarsi nel fiume Giordano per purificarsi dai loro peccati, e per farsi trovare belli puliti, e ben profumati dentro l’anima, dal Signore che viene. E San Marco ci parla dell’estrema testimonianza del Battista, quella del sangue versato per il Messia d’Israele, per il Signore Gesù. Egli venne imprigionato dal re Erode, che non dormiva in pace e tremava, sentendo parlare la gente dell’immenso potere che aveva Gesù, che ormai compiva meraviglie in mezzo al popolo e per tutta la Palestina. San Giovanni Battista venne imprigionato perché aveva richiamato Erode al suo dovere morale: “Non ti è lecito tenere con te la moglie di tuo fratello!”. Si trattava di Erodìade, che per questo motivo lo odiava a morte e voleva farlo uccidere… Per questo il Santo Precursore del Signore venne imprigionato. E dopo una danza della figlia, il re perse proprio la testa e fece decapitare il Santo Profeta di Dio… La sua amante Erodìade ebbe la testa gloriosa di San Giovanni Battista su di un vassoio. Vennero i discepoli, presero il cadavere del Santo Battezzatore e lo posero in un sepolcro. E questo fatto lo ricordiamo anche il 29 agosto. Ma prima di chiudere voglio fare ancora una considerazione: cosa direbbe oggi San Giovanni Battista se egli tornasse a predicare in questo mondo moderno, pieno di scandali senza numero, di immoralità di ogni genere, di infedeltà, di divorzi, di convivenze, di aborti, di scandali?… E che fine gli farebbero fare oggi, in questi tempi di corruzione e di tenebra?… E noi che facciamo?!… Si risvegli dentro di noi lo Spirito profetico di Giovanni il Battezzatore! E per questo preghiamo: Vieni, Spirito Santo, vieni per mezzo della potente intercessione del Cuore Immacolato e Addolorato di Maria, tua Sposa amatissima!”.

Santa GIUSEPPINA BAKHITA   Vergine

Oglassa, Darfur, Sudan, 1868 – Schio, Vicenza, 8 febbraio 1947

Esiste un manoscritto, redatto in italiano e custodito nell’archivio storico della Curia generalizia delle suore Canossiane di Roma, che raccoglie l’autobiografia di santa Bakhita, canonizzata in piazza San Pietro fra danze e ritmati canti africani. In questo manoscritto sono racchiuse le brutture a cui fu sottoposta Bakhita nei suoi tragici anni di schiavitù, la sua riacquistata libertà e infine la conversione al cattolicesimo.

“La mia famiglia abitava proprio nel centro dell’Africa, in un subborgo del Darfur, detto Olgrossa, vicino al monte Agilerei… Vivevo pienamente felice…

Avevo nove anni circa, quando un mattino…andai… a passeggio nei nostri campi… Ad un tratto [sbucano] da una siepe due brutti stranieri armati… Uno… estrae un grosso coltello dalla cintura, me lo punta sul fianco e con una voce imperiosa, “Se gridi, sei morta, avanti seguici!””.

Venduta a mercanti di schiavi, iniziò per Bakhita un’esistenza di privazioni, di frustate e di passaggi di padrone in padrone. Poi venne tatuata con rito crudele e tribale: 114 tagli di coltello lungo il corpo: “Mi pareva di morire ad ogni momento… Immersa in un lago di sangue, fui portata sul giaciglio, ove per più ore non seppi nulla di me… Per più di un mese [distesa] sulla stuoia… senza una pezzuola con cui asciugare l’acqua che continuamente usciva dalle piaghe semiaperte per il sale”.

Giunse finalmente la quinta ed ultima compra-vendita della giovane schiava sudanese. La acquistò un agente consolare italiano, Callisto Legnami.  Dieci anni di orrori e umiliazioni si chiudevano. E, per la prima volta, Bakhita indossa un vestito.

“Fui davvero fortunata; perché il nuovo padrone era assai buono e prese a volermi bene tanto”. Trascorrono più di due anni. L’incalzante rivoluzione mahdista fa decidere il funzionario italiano di lasciare Khartoum e tornare in patria. Allora “osai pregarlo di condurmi in Italia con sé”. Bakhita raggiunge la sconosciuta Italia, dove il console la regalerà ad una coppia di amici di Mirano Veneto e per tre anni diventerà la bambinaia di loro figlia, Alice.

Ed ecco l’incontro con Cristo. La mamma di Alice, Maria Turina Michieli, decide di mandare figlia e bambinaia in collegio dovendo raggiungere l’Africa per un certo periodo di tempo. La giovane viene ospitata nel Catecumenato diretto dalle Suore Canossiane di Venezia (1888). “Circa nove mesi dopo, la signora Turina venne a reclamare i suoi diritti su di me. Io mi rifiutai di seguirla in Africa… Ella montò sulle furie”. Nella questione intervennero il patriarca di Venezia Domenico Agostini e il procuratore del re, il quale  “mandò a dire che, essendo io in Italia, dove non si fa mercato di schiavi, restavo… libera”.

Il 9 gennaio 1890 riceve dal Patriarca di Venezia il battesimo, la cresima e la comunione e le viene imposto il nome di Giuseppina, Margherita, Fortunata, che in arabo si traduce Bakhita.

Nel 1893 entra nel noviziato delle Canossiane. “Pronunciate i santi voti senza timori. Gesù vi vuole, Gesù vi ama. Voi amatelo e servitelo sempre così”, le dirà il cardinal Giuseppe Sarto, nuovo Patriarca e futuro Pio X. Nel 1896 pronuncia i voti e si avvia ad un cammino di santità. Cuoca, sacrestana e portinaia saranno le sue umili mansioni, descritte e testimoniate dal recente e ben riuscito video prodotto dalla Nova-T, dal titolo “Le due valigie, S. Giuseppina Bakhita”, con la regia di Paolo Damosso, la fotografia di Antonio Moirabito e la recitazione di  Franco Giacobini e Angela Goodwin. Il titolo si rifà alle parole che Bakhita disse prima di morire: “Me ne vado, adagio adagio, verso l’eternità… Me ne vado con due valigie: una, contiene i miei peccati, l’altra, ben più pesante, i meriti infiniti di Gesù Cristo”.

Donna di preghiera e di misericordia, conquistò la gente di Schio, dove rimase per ben 45 anni. La suora di “cioccolato”,  che i bambini provavano a mangiare, catturava per la sua bontà, la sua gioia, la sua fede. Già in vita la chiamano santa e alla sua morte (8 febbraio 1947),  sopraggiunta a causa di una polmonite, Schio si vestì a lutto.

Aveva detto: “Se incontrassi quei negrieri che mi hanno rapita e anche quelli che mi hanno torturata, mi inginocchierei a baciare loro le mani, perché, se non fosse accaduto ciò, non sarei ora cristiana e religiosa…”.

Autore: Cristina Siccardi

Publié dans:liturgia, Santi |on 7 février, 2013 |Pas de commentaires »

L’EUCARISTIA E MARIA

http://www.stpauls.it/madre/0902md/0902md06.htm

 di SALVATORE M. PERRELLA osm

L’EUCARISTIA E MARIA  

«Lo stesso Dio Padre che donò la manna nel deserto e ci donò il Figlio, oggi dona il Pane del cielo che dà la vita».
Il Sacramento dell’Eucaristia coinvolge, come nell’evento dell’incarnazione del Verbo, l’intera Trinità Santissima, la quale, a sua volta, chiama e abilita la Chiesa ministeriale a perpetuare nei secoli il prodigio della presenza, ora sacramentale, del Figlio dell’Altissimo nato dalla Vergine.
È la Chiesa che fa l’Eucaristia, ed è l’Eucaristia che fa la Chiesa, nel senso che entrambe sono strettamente connesse: l’Eucaristia fa la Chiesa, collegandosi in un certo parallelismo con il dono dello Spirito a Pentecoste in cui la Chiesa è venuta alla luce (cf Ecclesia de Eucharistia 5); il Sacramento della Cena fa la Chiesa poiché fu istituita da Cristo nell’ultima Cena con gli Apostoli, i quali a loro volta, per volontà dello stesso Signore, costituirono l’inizio della Chiesa (cf Ecclesia de Eucharistia 21-22).
Per cui l’Eucaristia fa ed edifica la comunità dei discepoli. Reciprocamente la Chiesa fa l’Eucaristia. Dalla Chiesa di Cristo infatti viene invocato lo Spirito per trasformare i doni del pane e del vino nel Corpo e Sangue di Cristo, presenza reale del Signore, suo sacramento di vita. Così lo Spirito Santo, come rende presente il Corpo reale sacramentale di Cristo nell’azione liturgica, opera anche alla costituzione del Corpo (mistico) di Cristo che è la Chiesa.
«Cristo consegnava alla Chiesa l’attualizzazione perenne del mistero pasquale. Con esso istituiva una misteriosa contemporaneità tra quel Triduum e lo scorrere dei secoli» (cf Ecclesia de Eucharistia 5). La Chiesa di Cristo e degli Apostoli, quindi, è ufficialmente incaricata e abilitata, attraverso il ministero ordinato, a rendere presente fino alla fine del tempo il mistero eucaristico nella sua pienezza di realizzazione.
Nell’enciclica vengono più volte menzionate le Persone divine nell’intreccio delle loro relazioni reciproche e delle loro relazioni con i credenti nell’opera della salvezza; viene nominata esplicitamente la Trinità, così che appaia ben chiaro l’intimo nesso dei misteri divini. L’Eucaristia, infatti, ha nel mistero trinitario la sua origine, il suo mezzo e il suo fine, essendo l’azione eucaristica l’atto supremo del culto cristiano celebrato dalla Chiesa (cf Ecclesia de Eucharistia 8.22.30.34.36.43.50.60).
« TOPOS »
L’Eucaristia perciò è il topos, cioè il luogo, reale e peculiare della presenza agente del Dio trinitario, che rende possibile la compresenza di altri protagonisti della Chiesa celeste e della Chiesa pellegrinante. Per cui la linea della continuità storico-sacramentale ci conduce all’identità degli agenti dell’azione eucaristica. Il modo con cui ieri si compì l’evento è lo stesso con cui viene oggi celebrato il memoriale (l’hodie liturgico!): lo stesso Dio Padre che donò la manna nel deserto e ci donò il Figlio, oggi dona il Pane del cielo che dà la vita; lo stesso identico Gesù Cristo, nella persona dei suoi ministri, presiede e celebra l’Eucaristia per noi e con noi, come ieri per e con gli Apostoli; lo stesso Spirito Santo, artefice dell’incarnazione, fuoco divino che consumò in olocausto la vittima sulla croce e fu effuso a Pentecoste sui discepoli, è nel cuore della actio liturgica e della adoratio; come scese su Maria a Nazaret, oggi lo stesso Spirito discende e si posa sui celebranti; come in Maria presso la croce, così oggi nella comunità che celebra, perché diventi offerta pura e santa; come a Pentecoste sui credenti con una profusione copiosa di doni e carismi, così oggi – con una molteplicità di grazie – sui fedeli, per farne il Corpo di Cristo, inviandoli e poi sostenendoli nella missione ad gentes.
Vi è dunque una profonda consonanza tra ciò che si compì ieri in Maria e ciò che si compie oggi in noi.

FUTURO IN DIO
Come nel Magnificat di Maria, canto grato, ricco di memoria (cf Lc 1,46-55), così nell’Eucaristia di Gesù, azione salvifica per eccellenza, anche se in modo essenzialmente diverso, è presente il richiamo a un futuro che non tramonta, per cui, anche se di diversa natura, autori e portata, entrambi declinano, uno liricamente, il cantico di Maria, e uno sacramentalmente, il gesto eucaristico di Gesù, il nostro futuro in Dio; il primo rievoca, il Magnificat, con l’affetto e la gratitudine della fede il passato misericorde ed eterno di Dio; il secondo attualizza, l’Eucaristia di Gesù, la misericordia salvifica del Padre mediante il sacrificio compiuto una volta per tutte dal suo Figlio, pro nobis. Giovanni Paolo II insiste su questo diverso ma convergente richiamo escatologico; ma è ben attento a non far minimamente balenare un’indebita e improponibile simmetria tra le due così diverse realtà storico-salvifiche, per cui è l’Eucaristia il topos, l’azione, il sacramento, la liturgia, il segno, il mezzo divino-ecclesiale che realizza la nostra salvezza.
Detto questo, è legittimo anche asserire, come fa Papa Wojtyla, che nel Magnificat è «presente la tensione escatologica dell’Eucaristia… Maria canta quei « cieli nuovi » e quella « terra nuova » che nell’Eucaristia trovano la loro anticipazione e in un certo senso il loro « disegno » programmatico» (Ecclesia de Eucharistia 58).

Salvatore M. Perrella

Publié dans:liturgia, Maria Vergine |on 7 février, 2013 |Pas de commentaires »
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