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LA QUARESIMA NELLA STORIA

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LA QUARESIMA NELLA STORIA

1 – Quaresima e anno liturgico

2 – Origine della quaresima>

3 – La celebrazione della quaresima oggi

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1Quaresima e anno liturgico

L’anno liturgico è la celebrazione dell’opera di salvezza di Cristo che viene realizzata mediante una commemorazione sacra (o memoriale) in giorni determinati, nel corso dell’anno. La liturgia dilata, nel tempo degli uomini, il mistero della salvezza. La Chiesa, quindi, mediante la liturgia, continua ad attuare, nei suoi tempi e con i suoi riti, le azioni di salvezza operate da Gesù. L’anno liturgico non è dunque una serie di idee o di feste, ma è una persona, Gesù Cristo, risorto, il cui dono di salvezza viene offerto e comunicato nei diversi aspetti sacramentali che caratterizzano lo svolgersi del calendario cristiano. L’amore di Dio per la salvezza dell’uomo viene così reso attuale nell’oggi della Chiesa e dell’umanità. Centro e riferimento assoluto e indispensabile di tutto l’anno liturgico è quindi il mistero pasquale della passione, morte, risurrezione e ascensione del Signore Gesù. I primi cristiani non conobbero altra festa liturgica che quella della domenica: il giorno della celebrazione del Cristo vivo. Per questo motivo la domenica è considerata la « festa primordiale ». Solo dopo il II secolo si riscontrano testimonianze riguardanti la speciale celebrazione della risurrezione di Cristo in una Domenica prefissata. Tutto l’anno liturgico ruota dunque intorno alla celebrazione pasquale domenicale e annuale.      Pertanto la quaresima è quel tempo liturgico durante il quale il cristiano si dispone, attraverso un cammino di conversione e purificazione, a vivere in pienezza il mistero della risurrezione di Cristo nella sua memoria annuale.

2 – Origine della quaresima  Non si sa con certezza dove, per mezzo di chi e come sia sorto questo periodo di tempo che i cristiani dedicano per la preparazione alla pasqua. Sappiamo soltanto che ha avuto uno sviluppo lento e progressivo. Per praticità espositiva possiamo distinguere in maniera sintetica sei periodi corrispondenti ad altrettante prassi liturgiche. Il digiuno del Venerdì e del Sabato santo (fino al II secolo) Nella chiesa primitiva la celebrazione della pasqua era anticipata da uno o due giorni di digiuno. Comunque tale digiuno sembra fosse orientato non tanto alla celebrazione pasquale quanto all’amministrazione del battesimo che pian piano veniva riservata alla veglia pasquale. La prassi del digiuno era indirizzata innanzitutto ai catecumeni e poi estesa al ministro del battesimo e a tutta la comunità ecclesiale. Tale digiuno non aveva scopo penitenziale ma ascetico-illuminativo. Una settimana di preparazione (III secolo) In questo periodo a Roma la Domenica precedente la pasqua era denominata « Domenica di passione » e nel Venerdì e Mercoledì di questa stessa settimana non si celebrava l’eucaristia. L’estensione del digiuno per tutta la settimana precedente la pasqua è certa solamente per la Chiesa di Alessandria. Tre settimane di preparazione (IV secolo) Di tale consuetudine è testimone uno storico del V secolo, Socrate. Durante queste tre settimane si proclamava il vangelo di Giovanni. La lettura di questo testo è giustificata dal fatto che esso è ricco di brani che si riferiscono alla prossimità della pasqua e alla presenza di Gesù a Gerusalemme. Sei settimane di preparazione (verso la fine del IV secolo) Questa preparazione prolungata fu motivata dalla prassi penitenziale. Coloro che desideravano essere riconciliati con Dio e con la Chiesa iniziavano il loro cammino di preparazione nella prima di queste Domeniche (più tardi verrà anticipata al Mercoledì immediatamente precedente) e veniva concluso la mattina del Giovedì santo, giorno in cui ottenevano la riconciliazione. In tal modo i penitenti si sottoponevano a un periodo di preparazione che durava quaranta giorni. Da qui il termine latino Quadragesima. I penitenti intraprendevano questo cammino attraverso l’imposizione delle ceneri e l’utilizzazione di un abito di sacco in segno della propria contrizione e del proprio impegno ascetico. Ulteriore prolungamento: il Mercoledì delle ceneri (verso la fine del V secolo) Verso la fine del V secolo, ha inizio la celebrazione del Mercoledì e del Venerdì precedenti la Quaresima come se ne facessero parte. Si giunge a imporre le ceneri ai penitenti il Mercoledì di questa settimana antecedente la prima Domenica di quaresima, rito che verrà poi esteso a tutti i cristiani. A partire da questa fase incominciano a delinearsi anche le antiche tappe del catecumenato, che preparava al battesimo pasquale nella solenne veglia del Sabato santo; infatti questo tempo battesimale si integrava con il tempo di preparazione dei penitenti alla riconciliazione del Giovedì santo. Fu così che anche i semplici fedeli – ovvero quanti non erano catecumeni né pubblici penitenti – vennero associati a questo intenso cammino di ascesi e di penitenza per poter giungere alle celebrazioni pasquali con l’animo disposto a una più autentica partecipazione. Sette settimane di preparazione (VI secolo) Nel corso del VI secolo, tutta la settimana che precede la prima Domenica di quaresima è dedicata alla celebrazione pasquale La Domenica con cui ha inizio viene chiamata Quinquagesima perché è il cinquantesimo giorno prima di pasqua. Tra il VI e il VII secolo si costituì un ulteriore prolungamento con altre due Domeniche. La tendenza ad anticipare il tempo forte della quaresima ne svigorisce in qualche modo la peculiarità. In sintesi: allo sviluppo della quaresima ha contribuito la disciplina penitenziale per la riconciliazione dei peccatori che avveniva la mattina del giovedì santo e le esigenze sempre crescenti del catecumenato con la preparazione immediata al battesimo, celebrato nella notte di Pasqua.

Publié dans:liturgia, quaresima |on 26 février, 2014 |Pas de commentaires »

AKATHISTOS – VII STANZA : I PASTORI SENTIRONO GLI ANGELI CANTARE LA VENUTA DI CRISTO NELLA CARNE

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AKATHISTOS – VII STANZA

COMMENTO AL TESTO DELLA VII STANZA

I PASTORI SENTIRONO GLI ANGELI CANTARE LA VENUTA DI CRISTO NELLA CARNE

« C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l’angelo disse loro: « Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia ». E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva: « Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama ».(Lc 2,8-14). « E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi »(Gv 1,14). Farsi carne, nel linguaggio biblico, ha un significato molto più ampio che assumere un corpo, significa divenire uno di noi, con tutti i risvolti che questo implica: le debolezze, la caducità ed infine la morte. Gesù infatti « pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. »(Fil 2,6-7).   e correndo verso il Pastore, lo contemplarono come Agnello innocente nutrirsi al seno di Maria e inneggiando dissero:

Nella tradizione biblica l’immagine del pastore indica la relazione fra Dio e il suo popolo. « Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. »(Gv 10,11) « Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. »(Gv 10,27). I pastori all’annuncio degli angeli gioirono ed accorsero ad adorare il Salvatore. Trovarono il Bambino in fasce, nutrirsi al seno di Maria, vero trono di Dio ed il loro cuore sussultò di gioia. « Non avranno più fame né avranno più sete, non li colpirà il sole né arsura alcuna, perché l’Agnello, che sta in mezzo al trono, sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita. E Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi »(Ap 7,16-17). Gesù viene dunque al mondo; « come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri »(Is 40.11). « Io sono venuto perché (le mie pecore) abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza. Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. »(Gv 10,11). Gesù si offre come vero sacrificio di comunione, ma la legge biblica vuole che la vittima sacrificale sia perfetta, senza alcuna macchia perché « nel caso che la sua offerta sia un sacrificio di comunione, si offre un capo di bestiame grosso, maschio o femmina, lo si presenterà senza difetto davanti al Signore »(Lev 3,1). « Voi sapete che non a prezzo di cose effimere, come argento e oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta, ereditata dai padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetti e senza macchia. »(1Pt 1, 18-19). Ed « i pastori contemplano la gloria dell’Agnello e del Pastore »(Gregorio Nazanzieno, Oratio 2)

Gioisci Madre dell’Agnello e del Pastore; gioisci ovile delle pecorelle spirituali.

« E’ lui l’agnello muto; è lui l’agnello sgozzato. E’ lui che nacque da Maria, l’Agnella pura. »(Melitone, Omelia sulla Pasqua). Maria, vera Madre di Dio, è compartecipe del progetto di Salvezza ed è anch’essa Agnella sacrificale tutta pura e senza macchia. « Mi fu rivolta questa parola del Signore: ‘Figlio dell’uomo, profetizza contro i pastori d’Israele, profetizza e riferisci ai pastori: Così dice il Signore Dio: Guai ai pastori d’Israele, che pascono se stessi! I pastori non dovrebbero forse pascere il gregge? Vi nutrite di latte, vi rivestite di lana, ammazzate le pecore più grasse, ma non pascolate il gregge. Non avete reso forti le pecore deboli, non avete curato le inferme, non avete fasciato quelle ferite, non avete riportato le disperse. Non siete andati in cerca delle smarrite, ma le avete guidate con crudeltà e violenza. Per colpa del pastore si sono disperse e sono preda di tutte le bestie selvatiche: sono sbandate. »(Ez 34 1-5). « Gregge di pecore sperdute era il mio popolo, i loro pastori le avevano sviate, le avevano fatte smarrire per i monti; esse andavano di monte in colle, avevano dimenticato il loro ovile. Quanti le trovavano, le divoravano, e i loro nemici dicevano: ‘Non ne siamo colpevoli, perché essi hanno peccato contro il Signore, sede di giustizia e speranza dei loro padri’. »(Ger 50,6-7). Maria è la Stella Odigitria, il rifugio sicuro: « O tu che nell’instabilità continua della vita presente t’accorgi di essere sballottato tra le tempeste senza punto sicuro dove appoggiarti, tieni ben fisso lo sguardo al fulgore di questa stella se non vuoi essere travolto dalla bufera. »(S. Bernardo). La Tutta Santa Deipara è il vero Ovile delle pecore spirituali, fertile pascolo sicuro e recintato. « Giardino chiuso tu sei, sorella mia, mia sposa, sorgente chiusa, fontana sigillata. »(Ct 4,12). Maria è l’Ovile la cui porta è Gesù: « Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza. »(Gv 10, 9-10)

Gioisci difesa dai nemici invisibili; gioisci chiave delle porte del paradiso.

Maria fin dal principio ha avuto da Dio il potere e la missione di schiacciare la testa di Satana, « questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno. »(Gen 3,5). Nelle rivelazioni che la Madonna stessa farà a san Domenico ed al Beato Allamano dirà: « A tutti quelli che reciteranno devotamente il mio Rosario, io prometto la mia protezione speciale e grandissime grazie. (…)Il Rosario sarà una difesa potentissima contro l’inferno; distruggerà i vizi, libererà dal peccato, dissiperà le eresie. (…) Il Rosario farà fiorire le virtù e le buone opere e otterrà alle anime le più abbondanti misericordie divine; sostituirà nei cuori l’amore di Dio all’amore del mondo, elevandoli al desiderio dei beni celesti ed eterni. Quante anime si santificheranno con questo mezzo! ». Molti secoli dopo il Santo Curato d’Ars affermerà: « Una sola Ave Maria ben detta fa tremare l’inferno ». Ritornando indietro fino al IV secolo, così Sant’Efrem il Siro saluterà la Tutta Santa Deipara: « Ave, porta coelestis, clavis in coelum nos introducens »(Sermo de SS Dei Genitricis Virginis Mariae laudibus)

Gioisci perché tu i cieli unisci alla terra; gioisci perché con il Cristo la creazione giubila.

« Dall’Agnella nacque l’Agnello »(Proclo di Costantinopoli, XXIX sulla crocifissione). Per mezzo di Maria l’essere Divino si fece terreno, il Cielo si unì alla terra, « veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo »(Gv 1,9). Per l’Ineffabile Amore « la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele »(Is 7,14) e « per mezzo di lui e in vista di lui siano riconciliate tutte le cose, avendo pacificato con il sangue della sua croce sia le cose che stanno sulla terra, sia quelle che stanno nei cieli. »(Col 1,20). « Io, Giuseppe, camminavo e non camminavo. Guardai nell’aria e vidi l’aria colpita da stupore; guardai verso la volta del cielo e la vidi ferma, e immobili gli uccelli del cielo; guardai sulla terra e vidi un vaso giacente e degli operai coricati con le mani nel vaso: ma quelli che masticavano non masticavano, quelli che prendevano su il cibo non l’alzavano dal vaso, quelli che lo stavano portando alla bocca non lo portavano; i visi di tutti erano rivolti a guardare in alto. Ecco delle pecore spinte innanzi che invece stavano ferme: il pastore alzò la mano per percuoterle, ma la sua mano restò per aria. Guardai la corrente del fiume e vidi le bocche dei capretti poggiate sull’acqua, ma non bevevano. Poi, in un istante, tutte le cose ripresero il loro corso. »(Protovangelo di Giacomo 18,2-3). La stessa natura circostante era come in uno stato di grande giubilo, attonita assisteva all’unione del Cielo con la terra. « E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva: ‘Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama »(Lc 2, 13-14). « Ti saluto o Madre di Dio Maria, per mezzo della quale gli angeli danzano e gli arcangeli cantano inni possenti »(S. Cirillo Alessandrino, Omelia XI)

Gioisci degli Apostoli voce perenne; gioisci dei Martiri indomito coraggio.

« Imploriamo colei che è la Genitrice di Dio e preghiamola di intercedere per noi, lei che è onorata da tutti santi: dagli apostoli i quali hanno predicato (il Figlio); dai martiri che in lui hanno trovato il maestro delle loro lotte, il datore della corona » (Severo di Antiochia) « Maria può essere chiamata apostolo e si dirà che ella supera tutti gli apostoli… Se quelle parole che hanno udito da nostro Signore: « andate e insegnate a tutte le nazioni » hanno fatto di quelli apostoli (una nazione), quale nazione questa vergine non ha istruito e condotto alla conoscenza di Dio! Mediante il suo concepimento senza eguale, ha fatto di lei la Madre e la radice della predicazione evangelica » (Severo di Antiochia). Donando completamente se stessi a Dio ed amando con tutto il cuore il proprio prossimo ci si avvicina al Regno di Dio. Due sono i comandamenti: « Il primo è Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. Il secondo è questo: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Non c’è altro comandamento più grande di questi. »(Mc 12,29-31). « Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. »(Gv 15.13). Grande è stato l’amore dei Santi Martiri che concorrono al compimento del Regno di Dio e « grazie al sangue dell’Agnello e alla parola della loro testimonianza, e non hanno amato la loro vita fino a morire »(Ap 12,11). Maria è veramente la Regina dei Martiri: la Vergine addolorata dinanzi alla Croce del Figlio suo. Non solo perdona, ma ama di un amore così profondo persino gli uccisori del Figlio. In effetti non solo Maria accettava la Croce di Cristo, ma univa a quello del Figlio il suo dolore. « Accettare l’altro che soffre significa, infatti, assumere in qualche modo la sua sofferenza, cosicché essa diventa anche mia. Ma proprio perché ora è divenuta sofferenza condivisa, nella quale c’è la presenza di un altro, questa sofferenza è penetrata dalla luce dell’amore. La parola latina con-solatio, consolazione, lo esprime in maniera molto bella suggerendo un essere-con nella solitudine, che allora non è più solitudine. »(Benedetto XVI, Lettera Enciclica Spe Salvi). Così Maria innanzi a Cristo ed insieme a Cristo è divenuta davvero la corredentrice, la nostra mediatrice presso il Mediatore e la Regina dei Martiri. « Apostolorum exultatio, praedicatio Martyrum »(Efrem il Siro, Oratio ad Sanctissimam Dei Matrem)

Gioisci della fede possente sostegno; gioisci segno splendente di grazia.

« Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto » (Lc 1,38). Alla gratuità del dono di Dio, Maria risponde con il « Si » della fede. « Beata te che hai creduto » (Lc 1,45), la chiamerà subito dopo la cugina Elisabetta. Sant’Agostino dà pieno risalto alla fede di Maria « Maria è più grande per essere stata discepola di Gesù che non per essere sua madre ». « Mentre diceva questo, una donna dalla folla alzò la voce e gli disse: ‘Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!’. Ma egli disse: ‘Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!’ »(Lc 11,27-28). « Anche sotto la croce, non era venuta meno la fede di Maria. Ella era stata colei che, come Abramo, « ebbe fede sperando contro ogni speranza » (Rm 4,18). « (…) Mediante questa fede Maria è perfettamente unita a Cristo nella sua spoliazione… E’ questa forse la più profonda kénosis della fede nella storia dell’umanità » (Giovanni Paolo II, Redemptoris Mater). « Rallegrati, piena di grazia, il Signore è con te » (Lc 1,28). « Piena di grazia’ – nell’originale greco kecharitoméne – è il nome più bello di Maria, nome che Le ha dato Dio stesso, per indicare che è da sempre e per sempre l’amata, l’eletta, la prescelta per accogliere il dono più prezioso, Gesù, « l’amore incarnato di Dio »"(Benedetto XVI, Deus caritas est) ». « Ave, o nube luminosa, che nel deserto della vita adombri il nuovo Israele mediante la tua intercessione. Grazie a te, vengono uditi decreti di grazia e da te è venuto il Sole di giustizia che tutto illumina con i raggi dell’incorruttibilità. Ave, o candelabro, vaso aureo e solido della verginità, il cui stoppino è la grazia dello Spirito e il cui olio è quel corpo santo preso dalla tua carne illibata. » (Teodoro Studita)

Gioisci per te fu spogliato l’inferno; gioisci per te di gloria siamo stati rivestiti. Gioisci Vergine Sposa.

« Inneggiamo a Maria vergine, gloria dell’universo, generata dagli uomini e genitrice del Signore, porta celeste, tripudio degli Angeli, ornamento dei fedeli. Lei, infatti, apparve quale cielo e tempio della Divinità. Lei, abbattendo il muro divisorio dell’ostilità, vi sostituì la pace e spalancò la reggia. Avendo lei, ancora della fede, abbiamo per difensore il Signore, da Lei nato. Confida, dunque, confida popolo di Dio! Poiché combatterà contro i nemici Egli che è l’onnipotente. »(Troparion tratto dall’Orologion). Maria porta all’intera umanità colui che è rivestito di gloria, « E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano una sola cosa come noi siamo una sola cosa. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo conosca che tu mi hai mandato e che li hai amati come hai amato me. Padre, voglio che quelli che mi hai dato siano anch’essi con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che tu mi hai dato; poiché mi hai amato prima della creazione del mondo. »(Gv 17,22-24) « E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità. »(Gv 1,14). « Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto, e questi hanno conosciuto che tu mi hai mandato. E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro »(Gv 17,25). « E noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore. »(2Cor 3,18)   « Il Signore venne in lei per farsi servo. Il Verbo venne in lei per tacere nel suo seno. Il fulmine venne in lei per non fare rumore alcuno. Il Pastore venne in lei ed ecco l’Agnello nato, che sommessamente piange. Poiché il seno di Maria ha capovolto i ruoli: Colui che creò tutte le cose ne è entrato in possesso, ma povero. L’Altissimo venne in lei (Maria), ma vi entrò umile. Lo splendore venne in lei, ma vestito con panni umili. Colui che elargisce tutte le cose conobbe la fame. Colui che abbevera tutti conobbe la sete. Nudo e spogliato uscì da lei, Egli che riveste (di bellezza) tutte le cose» (Sant’Efrem il Siro, Inno sulla Natività 11, 6-8).

ANALISI DELL’ICONA

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L’icona della settima stanza si colloca perfettamente, fatta eccezione per la mancanza dei Magi, nel modulo iconografico classico delle icone della Natività. Per comodità descrittiva possiamo considerarla divisa in tre parti essenziali: la parte alta, relativa alla sfera celeste, la mediana, riguardante il piano di salvezza di Dio e quella bassa raffigurante la natura terrena ed umana. Sullo sfondo la montagna messianica a due punte indicante la duplice natura di Gesù. Cristo è la solida roccia di cui Isaia profetizzerà: « Alla fine dei giorni, il monte del tempio del Signore sarà saldo sulla cima dei monti e s’innalzerà sopra i colli, e ad esso affluiranno tutte le genti. »(Is 2,2) La parte « Celeste dell’Icona » Nella parte superiore dell’icona, in un cielo dal blu profondo, molto intenso, risplende di luce dorata, visibile agli uomini, la gloria dell’altissimo da cui si dipartono i classici tre raggi. Il più lungo di questi attraversa l’Icona fino a raggiungere la grotta ove giacciono Maria ed il Bambino. Nella parte sinistra dell’Icona un Angelo si china verso un pastore e salutandolo alla maniera greca gli annuncia la venuta del Salvatore. « Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l’angelo disse loro: « Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia »(Lc 2,9). Oltre la montagna messianica, nella parte destra della icona, tre angeli molto ravvicinati fra di loro richiamano la moltitudine delle schiere celesti. Le creature angeliche con gli occhi e le mani rivolte al cielo giubilando cantano incessantemente le lodi di Dio: « Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama »(Lc 2, 14). La parte centrale: « Il piano della Salvezza » Come il « Manuale dell’Iconografo » del Monaco Dionigi di Furna recita, al centro dell’icona viene rappresentata « una grotta. Dentro, sul lato destro, la madre di Dio; ella posa in una mangiatoia Cristo bambino in fasce ». Maria è distesa su di un tappeto rosso a forma di mandorla, alla destra di Gesù: « alla tua destra sta la regina, in ori di Ofir » (Sal 45,10). Il Bambino viene deposto da Maria sulla mangiatoia e sembra che questi esca dalla grotta, probabilmente illustrazione della quarta Ode del Canone della Natività: « (…) Il Bambino è uscito dalla montagna (che è) la Vergine, il Verbo per la restaurazione degli uomini ». L’oscurità della grotta simboleggia l’inferno che tenta di ingoiare il Bambino, si tratta della stessa cavità posta sotto Gesù nelle Icone della resurrezione. « Egli è entrato nelle fauci dell’inferno e come Giona nel ventre del cetaceo ha soggiornato tra i morti, non perchè vinto, ma per recuperare, quale novello Adamo, la dramma perduta: il genere umano. I cieli si inchinano fin nel profondo dell’abisso, nelle profonde tenebre del peccato. Fiaccola portatrice di luce, la carne di Dio, sottoterra dissipa le tenebre dell’inferno. La Luce risplende fra le tenebre, ma le tenebre non l’hanno vista » (Origene, Commentario su San Giovanni). Gesù è avvolto in un bendaggio a fasce incrociate ed intrecciate che rievoca quello di Lazzaro, divenendo l’anticipazione della propria morte. La forma stessa della mangiatoia, che ricorda molto da vicino un sarcofago, è un richiamo alla morte del Cristo. La condanna cui Eva ed il genere umano assieme a lei furono sottoposti, fu quella di partorire figli destinati alla morte. Anche Maria a sua volta partorisce Gesù, che come vero uomo, è anche Egli destinato alla morte, viene quindi deposto in un sepolcro. Attorno alla mangiatoia il bue e l’asino, avverarsi della profezia di Isaia: « Udite, cieli; ascolta, terra, perché il Signore dice: « Ho allevato e fatto crescere figli, ma essi si sono ribellati contro di me. Il bue conosce il proprietario e l’asino la greppia del padrone, ma Israele non conosce e il mio popolo non comprende »(Is. 1,2-3). E nello pseudo Matteo: « Si adempì allora quanto era stato detto dal profeta Abacuc, con le parole: ‘Ti farai conoscere in mezzo a due animali’. » Secondo Gregorio di Nissa, Gregorio di Nazianzo e Ambrogio di Milano, il bue rappresenta il popolo giudeo, l’asino i gentili. Leone Magno rafforza questo parallelismo intravedendolo anche nel binomio Magi-Gentili, Pastori-Giudei. Sul lato destro dell’icona tre pastori. « Accorrano i pastori per vedere il Pastore che è nato dalla Vergine Agnella. »(Proclo di Costantinopoli, Omelia IV in Nativitate Domini). Essi risalgono quella solida roccia cui nell’ultimo giorno affluiranno tutte le genti (cf. Is 2,2). Durante la salita contemplano quella grotta le cui tenebre sono rischiarate dalla Luce perchè « la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta. »(Gv 1,5). La grotta « era piena di luce più bella del bagliore delle lucerne e delle candele, e più splendente della luce del sole. »(Vangelo arabo dell’Infanzia). Si legge ancora nello pseudo-Matteo « (l’angelo) comandò poi alla beata Maria di scendere dall’animale e di entrare in una grotta sotto una caverna nella quale non entrava mai la luce ma c’erano sempre tenebre, non potendo ricevere la luce del giorno. Allorché la beata Maria entrò in essa, tutta si illuminò di splendore quasi fosse l’ora sesta del giorno. La luce divina illuminò la grotta in modo tale che né di giorno né di notte, fino a quando vi rimase la beata Maria, la luce non mancò. » Parte bassa: la natura terrena ed umana In basso due donne accudiscono il Bambino lavandolo. L’origine di questo modulo è da ricercarsi nella tradizione ellenistica, prima che nei testi apocrifi. L’intenzione dell’iconografo è quella di voler pienamente rappresentare l’umanità reale e non apparente di Cristo, ricorrendo ad un atto ordinario ed assolutamente umano: « (…) pur continuando a considerare immutabile la natura divina, dice che essa si è estremamente mutata per accondiscendere alla nostra debolezza e ha assunto la somiglianza della nostra natura »(San Gregorio di Nissa). Il bagno di Gesù è allo stesso tempo prefigurazione del battesimo (Teofania) e della Sua sepoltura; il Bambino viene immerso totalmente nell’acqua, proprio come nelle Icone del Battesimo ove il Cristo appare sepolto dal liquido. Circa l’identità delle due donne, il proto vangelo di Giacomo, al capitolo 19, fornisce un racconto abbastanza dettagliato. La scena del bagno, nell’icona, è probabilmente ispirata ad una nota omelia attribuita al Patriarca Teofilo di Alessandria, che molto suggestionò gli animi durante tutto il medioevo. Teofilo narra di una visione avuta da lui stesso, in cui è la stessa Vergine a parlare: “Salimmo per il monte a questa casa deserta e vi entrammo, (…) trovammo un pozzo d’acqua perché potessi lavare mio figlio e lo condussi presso il pozzo (…). Entrammo nell’interno della casa e ci sedemmo, io e Giuseppe e Salomè e il mio figlio diletto. Salomè si aggirò e trovò così un bacino ed un olla, come se fossero stati preparati per noi. Era sempre Salomè che lavava mio figlio, mentre io gli davo il latte.” In basso, nell’angolo opposto, San Giuseppe siede pensoso, egli volge le spalle alla scena della natività affermando ancora una volta che la nascita di Gesù è un fenomeno totalmente soprannaturale, biologicamente a lui estraneo. E’ tradizione ormai consolidata nel modulo iconografico della Natività rappresentare Giuseppe fuori dalla grotta ed impegnato in un dialogo con un pastore vestito di pelli, che alcuni identificano in Tirso, nome che richiama il bastone utilizzato dalle baccanti nelle processioni dedicate al culto pagano di Bacco. Si vuole in questo modo creare un parallelo con la tradizione misterico-esoterica pagana ed il razionalismo sterile e demoniaco di chi pretende di umanizzare ciò che è divino, illudendosi di poter comprendere e gestire l’intero creato, mettendo così se stesso al centro dell’universo e sostituendosi a Dio. La composizione fortemente simmetrica dell’Icona, fa intuire una certa rilevanza lasciata al valore simbolico dei numeri 1, 2, 3. Considerando la linea mediana dell’icona e quindi il capo della vergine come centro dell’icona, è facile osservare che sul lato sinistro ci sono tre angeli e tre pastori; a destra un Angelo e un pastore; in basso due donne e due uomini. Ancora in basso, considerando come punto di simmetria l’albero posto fra San Giuseppe e l’ancella che accudisce al lavacro di Gesù, risulta evidente il contrasto fra il Dio fattosi uomo e il bastone di Tirso-Satana. La figura di Maria domina il centro esatto dell’icona, ella dolcemente accudisce il Figlio ed attira la nostra attenzione coinvolgendoci in un momento di intensa intimità. Sostando in silenzio, contemplando la gioia di Maria sembra quasi di udire le Sue parole: « Abbandonatevi a Dio. Dite a tutte le donne che hanno paura di avere figli che più figli avranno, meglio sarà! Dovrebbero piuttosto temere a non averne! Tutto ciò che fate e tutto ciò che possedete, datelo a Dio, affinché Lui possa regnare nella vostra vita come Re di tutto. Non abbiate paura, perché io sono con voi anche quando pensate che non esiste via d’uscita e che satana regna. Prego per tutti voi affinché nasca la gioia nei vostri cuori e perché anche voi nella gioia portiate la gioia che oggi io ho. Vi benedico con la benedizione della gioia, affinché Dio sia tutto per voi nella vita. Solo così il Signore potrà guidarvi attraverso me nelle profondità della vita spirituale. »

Publié dans:Inni, liturgia, Liturgia: Avvento |on 16 décembre, 2013 |Pas de commentaires »

CAPOLAVORI DI CANTO GREGORIANO / « AD TE LEVAVI »

http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1350645

CAPOLAVORI DI CANTO GREGORIANO / « AD TE LEVAVI »

È l’introito della prima domenica di Avvento. In una nuovissima esecuzione offerta al nostro ascolto dai « Cantori Gregoriani » e dal loro Maestro

di Fulvio Rampi

CAPOLAVORI DI CANTO GREGORIANO /

TRADUZIONE

A te ho innalzato l’anima mia. Dio mio, in te confido, che io non resti confuso e non ridano di me i miei nemici, perché tutti quelli che ti attendono non resteranno confusi. Le tue vie, Signore, fammi conoscere e insegnami i tuoi sentieri. A te ho innalzato… * Tutti quelli che ti attendono non resteranno confusi, Signore. Le tue vie, Signore, fammi conoscere e insegnami i tuoi sentieri. Tutti quelli che ti attendono… (Salmo 24, 1-4)

ASCOLTO

 (QUI DUE CANTI CON ADOBE FLASH, FORSE SI POSSONO METTE MA NON SONO CAPACE)

GUIDA ALL’ASCOLTO “Ad te levavi animam meam”: è questo l’incipit dell’introito gregoriano della prima domenica di Avvento, dunque l’incipit dell’intero Graduale Romanum, il libro liturgico che raccoglie i canti propri della messa. La grande “A” iniziale, prima Lettera dell’alfabeto, è segno di Cristo come “Alpha” da cui ha origine e a cui costantemente converge la lunga meditazione che la Chiesa dispone, attraverso il suo canto gregoriano, lungo l’intero anno liturgico. Lo stesso fa l’Antifonale, in modo altrettanto non casuale, con il responsorio « Aspiciens a longe », il brano che inaugura il tempo di Avvento per il repertorio musicale dell’Ufficio Divino. Si potrebbe dire che il canto gregoriano si preoccupa da subito di rimarcare la valenza cristologica del suo progetto esegetico-musicale. Il primo motivo di interesse è dato dalla scelta dei testi che compongono il « proprium » di questa prima messa dell’anno liturgico. I versetti iniziali del salmo 24, pur con alcune significative varianti, danno corpo non solo all’introito, ma anche al graduale e all’offertorio della stessa messa. È questa la prova, qui del tutto evidente, di un’intenzione primaria che fonda l’antico repertorio gregoriano, ossia la capacità di far risuonare il medesimo testo in momenti liturgici diversi e, più precisamente, la ferma decisione di produrne un esito sonoro risultante da un vero e proprio percorso di « lectio divina ». Come tale si presenta, in effetti, la successione dei tre citati momenti liturgico-musicali. All’apertura della celebrazione, il brano processionale nello stile semi-ornato tipico degli introiti sviluppa appunto l’esegesi del testo con figure neumatiche elementari, ovvero di pochi suoni per sillaba, amplificando i valori su alcune sillabe importanti – ad esempio sull’accento di “à-nimam” nel corso del primo inciso – ma sempre mantenendosi in una condotta di fraseggio complessivamente scorrevole. Il brano si presenta nel suo complesso come una grande invocazione. Tale carattere è riassunto e posto in speciale evidenza all’inizio del secondo inciso testuale, laddove con slancio e con una linea melodica portata all’estremità acuta dell’intero brano viene sottolineata con decisione l’invocazione “Deus meus”, che diviene cifra espressiva a sigillo dell’intera composizione. Ma la « lectio divina » operata dal canto gregoriano su questo testo non si esaurisce nell’introito. Essa prosegue e assurge a dimensione contemplativa soprattutto nel graduale « Universi », dopo la prima lettura. Lo stesso testo dell’introito – nella prospettiva della « lectio divina » – viene ripreso, selezionato e ripensato per risultare più profondamente compreso in ogni sua parte. Ciò che è quasi scivolato via attraverso uno stile semi-ornato, viene cristallizzato da uno stile che risponde ad altre esigenze liturgico-musicali. Nella messa, dopo la prima lettura, quando dunque tutti sono fermi, seduti e presumibilmente attenti, quando non c’è  –  come viceversa capita nell’introito – alcun movimento processionale, quando la liturgia esige una degna risposta alla lettura della Parola di Dio appena proclamata, ecco che viene ripreso il testo dell’introito, ma – si badi bene – non da capo, bensì estraendo solo l’ultima frase dell’antifona: « Universi qui te exspectant non confundentur, Domine ». A questo punto il testo viene in un certo senso “ricreato” e ogni entità verbale assume nuova luce, nuovo peso, nuovo significato. Viene meditata ciascuna parola con più calma, con più tempo, senza fretta, con più consapevolezza. Se nell’introito, ad esempio, il termine « universi » riceve una minima accentuazione ed è parte di un complessivo movimento scorrevole, nel graduale esso viene posto in prima fila e promosso addirittura a incipit del brano. Ma soprattutto ne viene enormemente dilatata, con consumata arte retorica, la portata espressiva. L’incipit del graduale vuole meditare, vuole “perdere tempo” su quella parola che ferma lo sguardo sull’universalità dell’Avvento, annunciato con abbondanza di suono e con generosi allargamenti di valore, carichi di senso. Da ultimo, tornando a dare uno sguardo all’impianto melodico complessivo dell’introito, possiamo agevolmente verificarne – come del resto è indicato nell’edizione vaticana – la  chiara appartenenza all’ottavo modo, il “tetrardus plagale” secondo la terminologia mutuata dall’antico sistema musicale greco. Esso è l’ultimo degli otto modi gregoriani, che riassumono e incorniciano le possibili e rigide strutture musicali dell’intero repertorio monodico liturgico. Tale ultimo modo, nella mente degli anonimi compositori e dei teorici medievali, è simbolo di perfezione, di compimento, di tempo definitivo. L’ottavo modo è sovente esplicita allusione all’ottavo giorno, inizio della nuova creazione. Non a caso i cantici e il triplice alleluia della veglia di Pasqua hanno questo stesso colore modale. All’inizio dell’anno liturgico, il canto gregoriano legge in filigrana l’intero mistero di Cristo e dilata la comprensione del tempo di Avvento alla memoria ben più ampia dell’“Adventus Domini”, itinerario illuminato dall’evento pasquale e che medita tanto il mistero della nascita di Gesù quanto l’attesa della sua venuta finale. La costruzione modale di questo primo introito è segno di tale percorso e ne intravede da subito le infinite risonanze.

il maestro rampi ed il suo coro (questa parte non la metto, potreste andare sul sito, anche perché mancano i due pezzi in musica)

 

KYRIE

http://www.examenapium.it/meri/kyrie.htm

KYRIE

Il Kyrie eleison, formula greca che significa «Signore, misericordia» o «abbi pietà», è diffusa in oriente fin dall’antichità.  Eteria lo rileva fra le risposte del coro (di ragazzi) in una litania vespertina. Fu introdotto nella messa più tardi.
All’inizio del VI secolo è attestato già in uso a Roma come risposta corale di una litania introduttiva alla messa, il Deprecatio di papa Gelasio, scritta dopo il 466.
Al tempo di Gregorio Magno la risposta si era arricchita della formula Christe eleison (di fatto la parola Kyrie già per san Paolo identificava indistintamente Dio e Cristo), inoltre le messe quotidiane tendevano tralasciare il testo litanico.
In periodo carlingio la triplice ripetizione della formula divenne simbolo trinitario e si stabilizzò nella ripetizione di tre Kyrie, tre Christe, tre Kyrie.
Il Kyrie fu uno dei canti più frequentemente tropati (quasi a restituire l’impianto originario della litania) i cui testi e melodie aggiunti furono tutte eliminati con la riforma di Pio V (1570). Tuttavia l’incipit del testo tropato è rimasto a designare la melodia del Kyrie. Un caso interessante è il  Kyrie II Fons bonitatis.
Fra le numerose intonazioni del Kyrie, l’Editio vaticana ne ha conservate una trentina (di cui 11 ad libitum) in cui si riconoscono tre formulari melodici base:
a) tutte le ripetizioni intonate sullo stesso tema
b) il Christe adotta una melodia diversa (questa è la soluzione più frequente)
c) tre melodie, una per il primo Kyrie, una per il Christe e un’altra per il secondo Kyrie
Forme melodiche più elaborate possono adottare un nuovo tema per la seconda delle tre ripetizioni sia del I Kyrie, che del Christe e del II Kyrie, creando una casistica melodica assai ampia, ulteriormente complicata dall’uso abbastanza frequente di variare, a guisa di ‘coda’, il finale dell’intero canto.
Kyrie XVIII (pro defunctis)
Fra i Kyrie più celebri, il XVIII, quello che si adotta nella messa pro defunctis, accoglie la struttura più semplice: il tema è lo stesso per tutte le ripetizioni (qui però la ‘coda’ è variata). In questi casi, spesso, l’esecuzione tende a limitare le ripetizioni di ogni sezione a due sole (per un totale di sei parti), al posto delle canoniche tre (nove parti in tutto)
 
(sul sito c’è lo spartito qui)
 
Kyrie XVIII
Cantori gregoriani
dir. Fulvio Rampi
[Cd Fsp-Paoline, 1996]
Kyrie XI (Orbis Factor)
Il Kyrie XI, in dominicis per annum, ovvero da cantarsi nelle domeniche esterne al Temporale, è uno dei più antichi (X sec.), ed è strutturato sul modello più comune con il Christe su tema nuovo. La sua natura spiccatamente tonale ha fatto sì che sia stato molto usato nella forma cosiddetta B, scritta nel Cinquecento (qui riprodotta). Sui temi del Kyrie Orbis Factor Frescobaldi ha elaborato, nei Fiori musicali (1635) 12 versioni polifoniche per organo.
 
 
Kyrie XI
Monaci benedettini dell’abbazia di Saint-Maurice e Saint-Maur di Clerveaux
[Cd Philips, 1971]
È un’esecuzione del 1960 che adotta, come si usava all’epoca, l’accompagnamento dell’organo.
Kyrie I (Lux et origo)
Kyrie assi celebre, che si canta a Pasqua, intonato su tre temi diversi.
  
Kyrie XVIII
Cantori gregoriani
dir. Fulvio Rampi
[Cd Fsp-Paoline, 1996]
Kyrie X (Alme Pater)
Kyrie mariano (in festis et memoriis B. M. V.) dall’intonazione elaborata. Oltre a mutare tema per ogni parte, qui la seconda ripetizione di ciascun versetto è su melodia nuova. La musica del Graduale triplex è stata reimpaginata per mettere in evidenza divergenze e similitudini delle ripetizioni. Non si tratta infatti di una successione aba-cdc-efe, perché d e f coincidono; inoltre tutti i temi, a parte c, sono identici nella conclusione. Si osservi come il finale del canto (la ‘coda’) si una ripetizione delle due precedenti frasi.
 
Kyrie X
Cantori gregoriani · dir. Fulvio Rampi [Cd Fsp-Paoline, 1996]

Publié dans:Inni, liturgia |on 21 novembre, 2013 |Pas de commentaires »

…NELLA TRADIZIONE BIZANTINA: DISSETA LA NOSTRA SETE – DI MANUEL NIN

http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/commenti/2013/095q01b1.html

IL MERCOLEDÌ DI MEZZA PENTECOSTE NELLA TRADIZIONE BIZANTINA

DISSETA LA NOSTRA SETE

CON LE ONDE DELLA PIETÀ

DI MANUEL NIN

« Nel mezzo della festa, disseta con le onde della pietà, o Salvatore, l’anima mia assetata. Poiché tu stesso hai detto a tutti: Chi ha sete venga a me e beva. Tu sei la fonte della vita, o Cristo, gloria a te ». La liturgia del periodo pasquale è carica di temi importanti per la vita cristiana: per tre domeniche, Pasqua, domenica di Tommaso e domenica delle Mirofore, la liturgia ci confronta con la realtà e la verità del risorto; per altre tre domeniche, quella del Paralitico, quella della Samaritana e quella del Cieco nato, ci mette di fronte alla centralità del battesimale nella vita cristiana; infine seguono l’Ascensione, la domenica dei Padri di Nicea, e la Pentecoste.
Inoltre, nel mercoledì della quarta settimana si trova la festa detta di mezza Pentecoste. È una celebrazione che non ha un collegamento né con una apparizione del Risorto, né con il battesimo, né con un altro fatto storico concreto; l’unico testo evangelico a cui si può collegare, letto nella festa, è quello di Giovanni (7, 14): « Quando ormai si era a metà della festa, Gesù salì al tempio e vi insegnava ». La mezza Pentecoste è già testimoniata da Anfilochio di Iconio, vescovo nel IV secolo, che ne fa una festa ponte tra la Risurrezione, l’Ascensione e la Pentecoste; in qualche modo rimette al centro del periodo di Pasqua e della vita di ogni cristiano, la presenza, la vita di Cristo.
Il vespro e il mattutino della festa sono di san Giovanni Damasceno e di sant’Andrea di Creta, due dei grandi innografi bizantini, e sottolineano il collegamento che questa celebrazione stabilisce tra la Pasqua e la Pentecoste: « Eccoci giunti alla metà dei giorni che iniziano con la salvifica risurrezione e ricevono il loro sigillo con la divina Pentecoste. Questo giorno risplende dei fulgori che riceve da entrambe, congiunge le due feste ed è venerabile perché annuncia la gloria dell’Ascensione del Signore. Si avvicina la ricca effusione su tutti dello Spirito divino, come sta scritto: la annuncia il giorno presente, che si pone a metà tra la verace promessa di Cristo ai discepoli, fatta dopo la sua morte, sepoltura e risurrezione, e la manifestazione dello Spirito che essa annunciava ».
Il tropario della festa citato all’inizio ne offre la chiave di lettura. Come tutti i testi della liturgia, il tropario ha un retroterra biblico. In primo luogo il testo di Giovanni già citato (« Quando ormai si era a metà della festa, Gesù salì al tempio e vi insegnava ») inquadra la festa e ne diventa il retroterra. Allo stesso modo che Gesù sale a Gerusalemme non per l’inizio o la fine della festa, ma a metà, anche qui lui si presenta nella vita della Chiesa a metà del suo cammino pasquale.
Il testo del tropario prosegue con la frase: « Disseta con le onde della pietà, o Salvatore, l’anima mia assetata », che è un riferimento al testo evangelico di Giovanni (7, 37) poi citato: « Se qualcuno ha sete, venga a me e beva ». Il retroterra è quello di alcuni testi veterotestamentari, specialmente dei salmi, in modo particolare quelli in cui il desiderio dell’uomo verso Dio viene presentato con l’immagine della sete: « L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente » (41, 2); « Dio, Dio mio, te cerco fin dall’aurora; di te ha sete l’anima mia; verso di te anela la mia carne, come una terra deserta, arida, senz’acqua » (62, 2). Il tropario, di seguito, cita il testo giovanneo (« Se qualcuno ha sete, venga a me e beva ») e si conclude con la ripresa di un tema che ricorre nell’Antico e nel Nuovo Testamento, quello del Signore come fonte della vita: « Tu sei la fonte della vita, o Cristo, gloria a te ».
Il tropario ci mette poi di fronte ad alcuni aspetti importanti della vita cristiana. Il Signore infatti si fa presente nella vita della Chiesa e nella vita di ognuno di noi nel mezzo, cioè come qualcuno che ne assume la centralità e l’importanza. La mezza Pentecoste ricorda questa centralità di Gesù nella vita di ogni cristiano: nel battesimo siamo stati immersi nella vita di Cristo, nella sua morte e nella sua risurrezione, e siamo anche immersi nella vita in Cristo, cioè in una vita in cui il nostro rapporto con Dio, con gli altri e con noi stessi ci viene dato da Cristo, dal suo Vangelo.
« Disseta con le onde della pietà, o Salvatore, l’anima mia assetata » canta ancora il tropario. Il testo liturgico richiama alla nostra situazione di uomini assetati; assetati di vita, di verità, di Dio. La nostra sete viene dunque dissetata dalle « onde della pietà » (eusebèìas nàmata) dice letteralmente il testo, utilizzando un termine greco che può essere tradotta come « pietà », « devozione », « rispetto », « amore verso ». L’uso che i Padri, soprattutto i Padri Apostolici, fanno di questa parola è appunto nel senso della « pietà », « devozione », « amore » di Cristo verso il Padre, sottolineando proprio la eusèbeia di Cristo verso il Padre. Il tropario si conclude con una dossologia (« Tu sei la fonte della vita, o Cristo, gloria a te ») che riporta alla centralità di Cristo: è lui infatti che si fa presente nel mezzo della nostra vita. È vero che noi andiamo incontro a lui, ma è soprattutto vero che lui viene verso di noi. La liturgia pasquale, il Pentecostarion, e la nostra vita hanno un loro ritmo, ma Cristo lo spezza e si fa presente nel mezzo di questo cammino. Lui che « disseta con le onde della pietà l’anima nostra assetata, lui che è « la fonte della vita.

(L’Osservatore Romano 24-25 aprile 2013)

Publié dans:liturgia, LITURGIA: STUDI, Ortodossia |on 28 octobre, 2013 |Pas de commentaires »

GIOVANNI PAOLO II: L’EUCARISTIA APRE AL FUTURO DI DIO

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/audiences/2000/documents/hf_jp-ii_aud_20001025_it.html

GIOVANNI PAOLO II

UDIENZA GENERALE

MERCOLEDÌ, 25 OTTOBRE 2000 

L’EUCARISTIA APRE AL FUTURO DI DIO 

1. “Nella liturgia terrena noi partecipiamo, pregustandola, a quella celeste” (SC n.8; cfr GS n. 38). Queste parole così limpide ed essenziali del Concilio Vaticano II ci presentano una dimensione fondamentale dell’Eucaristia: il suo essere “futurae gloriae pignus”, pegno della gloria futura, secondo una bella espressione della tradizione cristiana (cfr SC n. 47). “Questo sacramento – osserva san Tommaso d’Aquino – non ci introduce subito nella gloria ma ci dà la forza di giungere alla gloria ed è per questo che è detto «viatico»” (Summa Th. III, 79, 2, ad I). La comunione con Cristo che ora viviamo mentre siamo pellegrini e viandanti nelle strade della storia anticipa l’incontro supremo del giorno in cui “noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è” (1Gv 3,2). Elia, che in cammino nel deserto si accascia privo di forze sotto un ginepro e viene rinvigorito da un pane misterioso fino a raggiungere la vetta dell’incontro con Dio (cfr 1Re 19,1-8), è un tradizionale simbolo dell’itinerario dei fedeli, che nel pane eucaristico trovano la forza per camminare verso la meta luminosa della città santa.
2. È questo anche il senso profondo della manna imbandita da Dio nelle steppe del Sinai, “cibo degli angeli” capace di procurare ogni delizia e soddisfare ogni gusto, manifestazione della dolcezza (di Dio) verso i suoi figli (cfr Sap 16,20-21). Sarà Cristo stesso a far balenare questo significato spirituale della vicenda dell’Esodo. È lui a farci gustare nell’Eucaristia il duplice sapore di cibo del pellegrino e di cibo della pienezza messianica nell’eternità (cfr Is 25,6). Per mutuare un’espressione dedicata alla liturgia sabbatica ebraica, l’Eucaristia è un “assaggio di eternità nel tempo” (A. J. Heschel). Come Cristo è vissuto nella carne permanendo nella gloria di Figlio di Dio, così l’Eucaristia è presenza divina e trascendente, comunione con l’eterno, segno della “compenetrazione tra città terrena e città celeste” (GS n. 40). L’Eucaristia, memoriale della Pasqua di Cristo, è di sua natura apportatrice dell’eterno e dell’infinito nella storia umana.
3. Questo aspetto che apre l’Eucaristia al futuro di Dio, pur lasciandola ancorata alla realtà presente, è illustrato dalle parole che Gesù pronunzia sul calice del vino nell’ultima cena (cfr Lc 22,20; 1Cor 11,25). Marco e Matteo evocano in quelle stesse parole l’alleanza nel sangue dei sacrifici del Sinai (cfr Mc 14,24; Mt 26,28; cfr Es 24,8). Luca e Paolo, invece, rivelano il compimento della “nuova alleanza” annunziata dal profeta Geremia: “Ecco verranno giorni – dice il Signore – nei quali con la casa di Israele e di Giuda io concluderò una nuova alleanza, non come l’alleanza conclusa coi vostri padri” (31,31-32). Gesù, infatti, dichiara: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue”. ‘Nuovo’, nel linguaggio biblico, indica di solito progresso, perfezione definitiva. 
Sono ancora Luca e Paolo a sottolineare che l’Eucaristia è anticipazione dell’orizzonte di luce gloriosa propria del regno di Dio. Prima dell’Ultima Cena Gesù dichiara: “Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione; poiché vi dico: non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio. Preso un calice, rese grazie e disse: Prendetelo e distribuitelo tra voi, poiché vi dico: da questo momento non berrò più del frutto della vite, finché non venga il regno di Dio” (Lc 22,15-18). Anche Paolo ricorda esplicitamente che la cena eucaristica è protesa verso l’ultima venuta del Signore: “Ogni volta che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga” (1Cor 11,26).
4. Il quarto evangelista, Giovanni, esalta questa tensione dell’Eucaristia verso la pienezza del regno di Dio all’interno del celebre discorso sul “pane di vita”, che Gesù tiene nella sinagoga di Cafarnao. Il simbolo da lui assunto come punto di riferimento biblico è, come già s’accennava, quello della manna offerta da Dio a Israele pellegrino nel deserto. A proposito dell’Eucaristia Gesù afferma solennemente: “Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno (…). Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno (…). Questo è il pane disceso dal cielo, non come quello che mangiarono i vostri padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno” (Gv 6,51.54.58). La ‘vita eterna ’, nel linguaggio del quarto vangelo, è la stessa vita divina che oltrepassa le frontiere del tempo. L’Eucaristia, essendo comunione con Cristo, è quindi partecipazione alla vita di Dio che è eterna e vince la morte. Per questo Gesù dichiara: “La volontà di colui che mi ha mandato è che io non perda nulla di quanto mi ha dato, ma lo risusciti nell’ultimo giorno. Perché questa è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno” (Gv 6,39-40).
5. In questa luce – come diceva suggestivamente un teologo russo, Sergej Bulgakov – “la liturgia è il cielo sulla terra”. Per questo nella Lettera Apostolica Dies Domini, riprendendo le parole di Paolo VI, ho esortato i cristiani a non trascurare “questo incontro, questo banchetto che Cristo ci prepara nel suo amore. Che la partecipazione ad esso sia insieme degnissima e gioiosa! È il Cristo, crocifisso e glorificato, che passa in mezzo ai suoi discepoli, per trascinarli insieme nel rinnovamento della sua risurrezione. È il culmine, quaggiù, dell’alleanza d’amore tra Dio e il suo popolo: segno e sorgente di gioia cristiana, tappa per la festa eterna” (Gaudete in Domino, conclusione; Dies Domini 58).

« DIEDE ALL’ACQUA CIÒ CHE CONFERÌ ALLA MADRE » (sul Battesimo)

 http://www.stpauls.it/madre06/0610md/0610md06.htm

DI GIUSEPPE DAMINELLI

« DIEDE ALL’ACQUA CIÒ CHE CONFERÌ ALLA MADRE »

Maria è l’esempio più perfetto di recezione del Battesimo, per analogia con quanto avvenne in lei nell’Annunciazione.

Il legame tra Maria e il Battesimo si esprime nell’analogia tra quanto avviene nella Vergine il giorno dell’Annunciazione e quanto avviene nel Rito battesimale.
Vi si scorgono almeno altri due nessi significativi: quello, fondato sul Vangelo di Giovanni ed illustrato dalla Patristica, derivante dalla maternità spirituale di Maria, e quello che proviene dall’esperienza spirituale e missionaria e considera la Vergine quale motivo ulteriore di fedeltà alle Promesse battesimali.

Analogia tra l’Annunciazione e il Sacramento del Battesimo
Come nel Battesimo di ogni credente, si osservano nella fede di Maria tre aspetti da lei vissuti al momento dell’Annuncio dell’Angelo: un’esperienza della Trinità, un’opzione fondamentale e nuovi vincoli con le Persone divine.
1] Esperienza della Trinità – All’Annuncio dell’Angelo in Maria hanno agito il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo [cfr. Lc 1, 32-35], tutti e tre congiunti in ordine alla concezione verginale.
Anche se il mistero dell’Incarnazione si compie nel silenzio della casa di Nazareth, non possiamo pensare che Maria rimanga passiva o inerte di fronte alla Trinità che opera in lei e per la prima volta si manifesta all’uomo.
Il turbamento riflessivo, la domanda e la risposta all’Angelo fanno della Vergine una persona sensibile e attiva, capace di una vera esperienza di fede. Ella addirittura narra in forma di cantico dossologico tale sua esperienza, quando intona il Magnificat [cfr. Lc 1, 46-55], il cui compito è d’interpretare pneumatologicamente l’evento fondamentale della sua vita.
Maria è piena di gioia perché si sente termine dell’amore salvifico di Dio che, dopo averla guardata con benevolenza, opera in lei un cambiamento di situazione: da uno status sociale e religioso irrilevante, ella passa ad essere proclamata beata da tutte le generazioni.
Come vera figlia di Sion, Maria esalta il volto di Dio secondo gli attributi riconosciuti nell’A.T.: potenza, misericordia, santità, fedeltà. Ma nelle opere compiute in lei dal Potente è nascosto il mistero della concezione verginale del Figlio dell’Altissimo. È implicito il riconoscimento di Dio Padre del Signore nostro Gesù Cristo e dello Spirito operante come forza che rende possibile ciò che è umanamente impossibile. Maria perverrà ad una più chiara nozione del Padre sotto l’impulso delle parole di Gesù nel ritrovamento nel Tempio e nell’evento della Pentecoste. Ma una previa conoscenza del Padre e dello Spirito è presupposta in lei.
2] Risposta di fede come opzione fondamentale – Al Dio che parla mediante il suo Messaggero, Maria risponde con « l’obbedienza della fede ». Nelle sue parole si può scorgere un’eco della risposta del Popolo d’Israele all’Alleanza con Dio: « Serviremo il Signore… Faremo tutto quello che JHWH ci dirà » [cfr. Es 19, 8; 24, 3.7; Dt 5, 27].
Ma esse sono nello stesso tempo una solenne professione di fede monoteista, in sintonia con lo shemà Israel che proclama: « Ascolta, Israele, il Signore Dio nostro è unico ». In contrapposizione con il vecchio sacerdote Zaccaria e con l’ambiente semipagano della « Galilea delle genti », Maria si dichiara « serva del Signore » e si pone in totale disponibilità alla sua parola [cfr. Lc 1, 38]. Proprio in questo senso è interpretato da Elisabetta il sì di Maria : una risposta di fede così perfetta da suscitare lode e congratulazioni [cfr. Lc 1, 42-45].
La grandezza della fede di Maria si misura dall’oggetto del messaggio, che non conosce precedenti nella storia d’Israele: l’inaudita concezione verginale del Figlio dell’Altissimo. Questa comporta un cambio di programma in Maria che, non volendo conoscere uomo, è intenzionata ad escludere maternità e figli dalla sua esistenza. Ella si adegua alla volontà del Signore, anche se ignora i particolari e le modalità della sua missione. Maria rischia la sua vita sulla Parola di Dio. Ciò la pone tra i grandi mistici dell’umanità, in quanto rappresenta la risposta ideale dell’uomo uditore della Parola dinanzi a Dio che si rivela.
3] Vincoli di Maria con il Padre, con il Figlio e con lo Spirito Santo – Più che luogo o spazio, Maria è una persona, anzi la prima persona della storia – come afferma Xavier Pikaza -, in quanto contrae vincoli relazionali con il Dio Uni-Trino. Questi le si rivela e insieme nasconde nel simbolismo delle istituzioni giudaiche [= l’Arca dell’Alleanza e la Tenda del Convegno]. Ella comunque « è insignita del sommo ufficio e dignità di Madre del Figlio, e perciò figlia prediletta del Padre e tempio dello Spirito Santo » (LG 53) o anche sposa dello Spirito Santo [cfr. MC 26].
All’azione della Trinità in lei, nel suo grembo e nel suo cuore, Maria risponde con atteggiamenti spirituali nei riguardi di ognuna delle Tre Persone divine che costituiscono la sua personalità religiosa: lode gioiosa a Dio Padre che mostra a lei il suo volto potente e misericordioso, santo e fedele, fede in Cristo come Messia e Figlio di Dio fatto uomo nel suo grembo, accoglienza dello Spirito Santo come nube luminosa che la copre della sua ombra, trasformandola in propria dimora.

Presenza materna di Maria
La nota mariana della spiritualità giovannea è legata all’episodio dell’affidamento del discepolo amato a Maria compiuto da Cristo Crocifisso e all’accoglienza di lei da parte dello stesso discepolo [cfr. Gv 19, 25-27]. Si tratta di una « scena di rivelazione » in cui Gesù rivela una qualità nascosta sia del discepolo ["Ecco tuo figlio"] sia di Maria ["Ecco tua madre"], ma che sarà rivelata e indica la loro identità teologica, la loro collocazione storico-salvifica.
È l’affermazione di un legame di filiazione-maternità tra il discepolo e la Madre di Gesù che va compresa nel contesto della rinascita dall’acqua e dallo Spirito [cfr. Gv 3,5].
Giovanni esplicita la risonanza spirituale di questa scena di rivelazione nella persona del discepolo amato, che accoglie Maria svelata come sua madre « nei suoi beni », cioè nella comunione con Cristo, nella propria vita spirituale. L’accoglienza di Maria da parte del discepolo indica apertura, accettazione, legame personale, amore attivo. Si tratta di un atteggiamento spirituale analogo alla fede, che nel Vangelo di Giovanni è riservato alla persona di Gesù [cfr. Gv 1, 11-12; 5, 43-44; 13, 20]. Maria concorre alla nascita e sviluppo dell’uomo « biofilo » che vuole crescere nella vita divina che gli è stata comunicata.
Lo studio dei Padri ha condotto H. Rahner a dedicare un capitolo a Maria in rapporto al Battesimo. In esso è riportata la frase di Leone Magno che evidenzia l’analogia e la continuazione tra queste due realtà : « Diede all’acqua ciò che conferì alla madre. Perché la potenza dell’Altissimo e la fecondazione dello Spirito Santo che fecero sì che Maria generasse il Salvatore fanno sì che l’onda della rinascita crei il credente ». Altri Padri, come Agostino nel passo citato, fanno rientrare ambedue nella grande opera della rigenerazione umana o rinascita a figli di Dio che avviene mediante la forza vivificante dello Spirito. Si tratta di una linea ontologica e vitale che fa intervenire Maria come madre dei fedeli proprio nell’atto costitutivo della vita nuova nel Cristo risorto.
In una lunga preghiera a Maria, che risale al sec. XI e ingloba molte espressioni di Fulberto di Chartres (+ 1028), si trova un chiaro riferimento alla consacrazione battesimale: « Ricordati, Signora, che nel Battesimo sono stato consacrato al Signore e ho professato con la mia bocca il nome cristiano. Purtroppo, non ho osservato quanto ho promesso. Tuttavia sono stato consegnato e affidato a te dal mio Signore Dio vivo e vero. Tu salva colui che ti è stato consegnato e custodisci colui che ti è stato affidato ».
Nel Sacramento del Battesimo, quando nascono alla grazia i figli di Dio, non è assente la Madre. La Chiesa nello Spirito rigenera gli uomini a Dio, ma anche Maria diviene Madre di ciascun battezzato. Infatti nella vita terrena la Vergine « ha cooperato nella carità alla nascita dei fedeli nella Chiesa » (Sant’Agostino) ed è stata dichiarata da Gesù Madre dei discepoli rappresentati da Giovanni [cfr. Gv 19, 25-26]. Ora che si trova in Cielo, esercita questa sua missione materna cooperando « con amore di Madre… alla rigenerazione e formazione » dei fedeli, come afferma il Concilio Vaticano II [cfr. LG 63].
Si tratta di un intervento della Vergine nell’atto stesso del Battesimo, con il quale gli uomini vengono rigenerati alla vita nuova in Cristo. Maria è presente in modo attivo e materno al fonte battesimale, dove diventiamo figli di Dio e insieme figli di Maria e della Chiesa.

Giuseppe Daminelli

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LETTURE DELLA PREGHIERA NOTTURNA DEI CERTOSINI

http://www.certosini.info/lezion/24_TO_settimana.htm

LETTURE DELLA PREGHIERA NOTTURNA DEI CERTOSINI

 ANNO C – TEMPO ORDINARIO

VENTISETTESIMA SETTIMANA

VANGELO (Mt 22,34-46)
Amerai il Signore Dio tuo, e il tuo prossimo come te stesso.
 In quel tempo, i farisei, udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della legge, lo interrogò per metterlo alla prova: “Maestro, qual è il più grande comandamento della legge?”.
Gli rispose: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipende tutta la Legge e i Profeti”.
Trovandosi i farisei riuniti insieme, Gesù chiese loro: «Che ne pensate del Messia? Di chi è figlio?». Gli risposero: «Di Davide». Ed egli a loro: «Come mai allora Davide, sotto ispirazione, lo chiama Signore, dicendo:
Ha detto il Signore al mio Signore: Siedi alla mia destra,
finché io non abbia posto i tuoi nemici sotto i tuoi piedi?
Se dunque Davide lo chiama Signore, come può essere suo figlio?».Nessuno era in grado di rispondergli nulla; e nessuno, da quel giorno in poi, osò interrogarlo.

Il massimo comandamento
 Se l’uomo è portato per natura ad amare Dio (265), la carità soprannaturale, liberandoci da un attaccamento esclusivo alle realtà terrene (266) ci trasfigura (267). Ama e riceverai il regno! (268). Inghirlandato di umiltà, di fede e di preghiera (269), l’amore corre verso Dio (270).

265
Lunedì
Dalle “Regole ampie” di san Basilio.
Qst. 2. PG 31,908-912.
 L’amore di Dio non si insegna. Non abbiamo irnparato da nessuno a gioire della luce né ad essere attaccati alla vita più che ad ogni altra cosa. Nessuno ci ha neppure insegnato ad amare coloro che ci hanno messo al mondo o ci hanno allevato.
Allo stesso modo, o meglio, a più forte ragione, non è un insegnamento datoci dall’esterno quel che ci fa amare Dio. Nella natura stessa dell’essere vivente – voglio dire dell’uomo – si trova un germe che contiene in sé il principio di questa inclinazione ad amare. E solo alla scuola dei comandamenti di Dio è possibile raccogliere questo seme, coltivarlo con diligenza, nutrirlo con cura e portarlo a pieno sviluppo mediante la grazia divina.
Abbiamo ricevuto il precetto di amare Dio, sicché possediamo una forza, immessa in noi fin dalla prima strutturazione del nostro essere, che ci spinge ad amare. Siamo portati per natura a desiderare le cose belle, anche se il bello appare diverso all’uno e all’altro. Ora, che cosa c’è da ammirare più della divina bellezza? Quale desiderio spirituale è così ardente e quasi inarrestabile come quello che Dio fa nascere nell’anima purificata da tutti i vizi, la quale esclami con cuore sincero: Sono malata d’amore? (Ct 2,5). Del tutto ineffabile e inesprimibile è lo splendore della bellezza divina. Però, propriamente parlando è bello e amabile ciò che è buono. Ora Dio è buono. E se anche non abbiamo conosciuto dalla sua bontà quel che egli sia, dobbiamo grandemente amarlo e averlo caro per il solo fatto di essere stati da lui generati; restiamo continuamente sospesi alla memoria di lui, come bimbi aggrappati alla mamma.
266

Martedì
Dai  “Capitoli sulla carità” di san Massimo il confessore .
I, 4-5. 16-17.39-40. FG 2° 50-54.
 La carità è la migliore disposizione dell’anima che nulla preferisce alla conoscenza di Dio. Nessuno tuttavia, potrebbe mai raggiungere tale disposizione di carità se nel suo animo fosse esclusivamente legato alle cose terrene.
Chi ama Dio, antepone la conoscenza e la scienza di lui a tutte le cose create, e ricorre continuamente a lui con il desiderio e con l’amore dell’animo.
Chi mi ama, dice il Signore, osserverà i miei comandamenti (cf Gv 14,15). E aggiunge: Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri (Gv 15,17). Perciò, chi non ama il suo prossimo, non osserva i comandamenti di Dio, e chi non osserva i comandamenti non può neppure dire di amare il Signore. Beato l’uomo che sa amare in modo uguale ogni uomo.
Chi possiede dentro di sé l’amore divino, non si stanca e non viene mai meno nel seguire il Signore Dio suo, ma sopporta con animo forte ogni sacrificio e ingiuria e offesa, non augurando affatto il male a nessuno. Non dite, esclama il profeta Geremia, siamo tempio di Dio (cf Ger 7,4). E neppure direte: La semplice e sola fede nel Signore nostro Gesù Cristo mi può procurare la salvezza. Questo infatti non può avvenire se non ti sarai procurato anche l’amore verso di lui per mezzo delle opere. Per quanto concerne infatti la sola fede: Anche i demoni credono, e tremano (Gc 2,19).
Opera di carità è il fare cordialmente un favore, l’essere longanime e paziente verso il prossimo; e così pure usare in modo retto e ordinato delle cose create.

267
Mercoledì
 Dalla “Scala del Paradiso” di san Giovanni Climaco.
30° grado, 7-9.17.27-28.16. Op.cit. pp.306-308.
 L’amore è perfetto ripudio di qualsiasi pensiero che sia contrario alla carità verso il prossimo, perché san Paolo ci insegna che la carità non pensa il male. Perciò chi ama il Signore ama anche il fratello. Anzi, il secondo amore è la dimostrazione del primo. Colui che dice di amare il Signore, ma monta in collera contro suo fratello, assomiglia a chi corre mentra sta sognando.
L’amore, la quiete inalterata e l’adozione a figli di Dio differiscono solo di nome. Come la luce, il fuoco e la fiamma sono presenti in una medesima operazione, così queste tre realtà dello spirito sono una sola cosa. Quando l’uomo è pervaso completamente dall’amore di Dio, lo splendore dell’anima si irradia da tutta la persona come attraverso un cristallo.
Se il volto di un essere amato produce nel nostro essere intero un cambiamento manifesto e ci rende lieti, allegri e liberi da ogni cruccio, che cosa non farà il volto del Signore nell’anima pura venendo invisibilmente a dimorare in essa?
L’amore nella sua natura rende l’uomo simile a Dio, per quanto ciò è possibile ad un essere creato. Nei suoi effetti è ebbrezza dell’anima; nelle sue proprietà, l’amore è sorgente di fede, è abisso di pazienza, è oceano di umiltà.

268
Giovedì
 Dalle “Lettere” di sant’Anselmo d’Aosta.
Lett. 112 a Ugo il recluso. Opera omnia,VoI.3°,pp.245-246, Nelson, Edimburgo, 1946.
 Regnare in cielo altro non è che aderire a Dio e a tutti i santi, mediante l’amore, in una sola volontà, al punto che tutti esercitino un solo e medesimo potere. Ama perciò Dio più di te stesso e già comincerai ad ottenere quanto vuoi possedere perfettamente in cielo. Mettiti d’accordo con Dio e con gli uomini – purché tuttavia costoro non si separino da Dio – e già inizierai a regnare con Dio e tutti i beati.
Nel grado infatti in cui ora sei in armonia con la volontà divina e dei fratelli, Dio e tutti i santi saranno d’accordo con i tuoi voleri. Vuoi essere re in cielo? Ama Dio e gli uomini, come lo devi, e meriterai di essere quello che ti auguri.
Non potrai però possedere questo amore perfettamente, se non vuoti il cuore di ogni altro amore. Ecco perché quelli che colmano il proprio cuore di amore di Dio e del prossimo hanno come unica volontà quella di Dio – o quella di un altro uomo, purché non in disaccordo con quella di Dio. – Sicché sono fedeli nel pregare, nel ricordarsi del cielo e nel fissare il proprio pensiero su tali realtà; fa loro piacere desiderare il Signore, parlare di colui che amano, ascoltare parlare di lui, pensare a lui. Si rallegrano con chi è nella gioia, piangono con chi è afflitto, hanno compassione per gli infelici, distribuiscono beni ai poveri. Insomma amano gli altri come sé stessi. Sì, davvero tutta la legge e i profeti sono racchiusi nei due comandamenti dell’amore cf Mt 22,40).

269
Venerdì
 Dalle “Cento considerazioni sulla fede” di Diàdoco di Fòtica.
nn. 13.21 . S Ch 5.
So di uno che ama tanto Dio, eppure si lamenta di non amarlo come egli vuole, al punto che la sua anima non cessa mai di struggersi in un’ardente passione tale da fargli glorificare Dio in sé stesso e quasi annullarsi. Egli non riconosce di valere qualcosa, neppure quando nei discorsi ne tessono l’elogio. Infatti, non tiene in nessun conto la sua dignità, ma si dedica al servizio divino secondo il rito sacerdotale; decisamente impegnato ad amare Dio occulta il ricordo della propria dignità nel profondo dell’amore divino, ivi soffocando in spirito di umilità ogni gloria che ne potrebbe trarre. Vuole in ogni occasione presentarsi al giudizio della sua mente come un servo inutile. Cosi facendo, anche  noi dobbiamo fuggire ogni onore e gloria per la sovrabbondante ricchezza dell’amore del Signore che ci ha tanto amati.
Nessuno può vivere autenticamente nell’amore o nella fede se non si fa accusatore di sé stesso. Quando infatti la nostra coscienza si turba rimproverando sé stessa, allora la mente non si abbandona più a sentire in sé la fragranza dei beni sopramondani, ma subito rimane divisa tra le incertezze. Da una parte si muove in tensione fervida secondo la sua precedente esperienza di fede, dall’altra non può più coglierla col senso del cuore per le vie dell’amore, perché la coscienza la rimprovera. Solo quando ci saremo purificati con un più fervido impegno, realizzeremo il nostro desiderio con una maggiore esperienza di Dio.

270
Sabato
Dai “Capitoli” di Niceta Stéthatos.
II, 41; I,82; III,37. FG 3°, 435. 417. 468.

Niente altro innalza l’anima all’amore per Dio e alla carita verso il prossimo come l’umiltà, la compunzione e la preghiera pura. L’umiltà rende contrito lo spirito, fa scorrere rivi di lacrime e portando davanti agli occhi la brevità della vita umana, insegna a conoscere la pochezza di sé. La compunzione purifica l’intelletto dalla materia, illumina lo sguardo del cuore e rende l’anima fulgente. La preghiera pura congiunge l’uomo a Dio e lo rende nella vita simile agli angeli; gli fa gustare la dolcezza dei beni eterni, gli dona i tesori dei grandi misteri, e accendendolo di carità, lo persuade a osare di porre la propria vita per gli amici. Infatti in colui che è ferito nel profondo dall’amore di Dio, questa inclinazione è superiore alla forza del corpo, poiché in lui essa non si sazia nelle fatiche e nei sudori dell’ascesi.
Costui è nella condizione di quelli che patiscono una sete enorme; non c’è nulla che possa curare fino a saziarla l’arsura di quella inclinazione; per tutto il giorno e la notte ha sete di faticare. Infatti, quanto procede nelle sue ascensioni in virtù dello Spirito e penetra nelle profondità di Dio, tanto si consuma per il fuoco del desiderio e scruta la grandezza dei suoi misteri sempre più fondi. Essa ha fretta di accostarsi alla luce beata, ove si arresta ogni tensione dell’intelletto per conoscere nella letizia del cuore il riposo delle proprie corse.

Publié dans:liturgia, preghiere |on 10 octobre, 2013 |Pas de commentaires »

SAN FRANCESCO E L’EUCARESTIA

http://www.donbosco-torino.it/ita/Kairos/Vita%20Spirituale/04-05/09-San_Francesco_Eucarestia.html

SAN FRANCESCO E L’EUCARESTIA

San Francesco amò grandemente la liturgia e da essa trasse nutrimento per la sua vita interiore. E volle che fosse così anche per i suoi frati. Egli stabilì che usassero la liturgia della curia papale e fu per questo motivo che i francescani, nel loro dinamismo e nella loro diffusione, contribuirono a rendere universale questa liturgia.
È per il loro influsso e per la revisione del breviario e del messale compiuta dal loro quarto generale, P.Aimone da Faversham, che messale e breviario francescano, divennero di fatto il messale e il breviario della chiesa intera. L’Ordine Francescano nacque in un momento in cui quella che noi chiamiamo “partecipazione attiva e consapevole del popolo alla vita liturgica” era già perduta. Il latino, ormai, non era più inteso dal popolo.
Nel fervore di rinascita della vita dei Comuni si andava affievolendo il senso religioso dei laici verso i sacerdoti e del popolo in genere verso la gerarchia ecclesiastica. Frattempo, si stava fissando il ciclo liturgico con una ricchezza e una varietà talvolta eccessiva e confusa.
Inoltre, per svariate ragioni, alla diffusione della fede e al prestigio, anche materiale, della Chiesa, non corrispondeva sempre un’intensità di vita cristiana consapevole e profonda.
Il distacco tra chierici, dotti e potenti, e i laici, che non sapevano il latino e si occupavano dei traffici e dei lavori di questo mondo, si proiettava e si approfondiva nella vita liturgica. In particolare veniva a soffrirne l’aspetto sacramentale della liturgia stessa, soprattutto quello eucaristico. Comunione e culto della presenza reale erano fortemente trascurati.

Un’offerta viva
In questo contesto si colloca il forte amore di Francesco per l’Eucaristia. Il culto che ne consegue è una chiara eredità peculiare e singolare dei figli di Francesco. È certo che al centro della vita di Francesco stava il Cristo: il Cristo del Vangelo a cui egli voleva conformarsi in tutto, “l’altissimo Figlio di Dio”, il cui “santissimo corpo e il sangue suo… solamente i sacerdoti consacrano ed essi soli amministrano agli altri”.
Di qui la venerazione di Francesco per i sacerdoti, il restauro e la cura per le chiese povere, il culto per l’Eucaristia, la premura di assistere ogni giorno al sacrificio della Messa, con adesione piena, per cui “riteneva grave segno di disprezzo – afferma il suo biografo Tommaso da Celano – non ascoltare ogni giorno la Messa, se il tempo lo permetteva. Francesco si comunicava sovente e con tanta devozione da rendere devoti anche gli altri.
Infatti, essendo colmo per questo venerando sacramento, offriva il sacrificio di tutte le sue membra, e quando riceveva l’Agnello immolato, immolava il suo spirito in quel fuoco, che ardeva sempre nell’altare del suo cuore. Un giorno volle mandare dei frati per il mondo con pissidi preziose, perché riponessero in luogo il più degno possibile il prezzo della redenzione, ovunque lo vedessero conservato con poco decoro”.

Francesco voleva inoltre
“che si dimostrasse grande rispetto alle mani del sacerdote, perché ad esse è stato conferito il divino potere di consacrare gli altri. Se mi capitasse – diceva – di incontrare insieme un santo che viene dal cielo e un sacerdote poverello, saluterei prima il prete e correrei a baciargli le mani. Direi infatti: “Oh! Aspetta, San Lorenzo; perché le mani di costui toccano il Verbo di vita e possiedono un potere sovrumano”.

Sorpresa adorante
Si notino in questa citazione i vari elementi accennati: ammirato stupore di fronte al mistero eucaristico, espressione della benevolenza divina; partecipazione quotidiana alla Messa; comunione frequente, offerta di se stesso e immedesimazione con il sacrificio di Cristo, tanto da diventare un altare vivente, e questo mi pare essere l’aspetto più interessante di Francesco.
L’Eucaristia, durante la celebrazione e dopo, nella sua realtà salvifica come nelle persone, negli oggetti e nei luoghi che la circondano, è oggetto da parte di Francesco di un unico sguardo di fede, di amore e di venerazione sincera perché Francesco si immedesimava con il mistero eucaristico stesso. Francesco non solo trovava nell’Eucaristia, sacrificio e sacramento, ispirazione e alimento per la sua pietà personale, ma vedeva realmente in essa il centro della fede e della vita cristiana, a cui è ordinato il sacerdozio e tutto il culto.
Egli vedeva nell’Eucaristia il prolungamento dell’Incarnazione e intuiva l’universalità e la perennità del sacrificio di Cristo e la necessità di associarsi ad esso. La sua grande venerazione per il mistero eucaristico lo portava a pregare con queste parole: “ Ti adoriamo, Signore Gesù Cristo, in tutte le tue chiese che sono nel mondo intero e ti benediciamo, poiché con la tua santa croce hai redento il mondo”. Questa preghiera composta dal Santo ha un eminentemente sapore eucaristico e liturgico ed è uno splendido saggio di preghiera francescana.
La fede di Francesco abbracciava tutti i segni esterni della presenza di Cristo, unendo nella preghiera, l’adorazione e la lode, l’Eucaristia e la croce. Per Francesco, dunque, il ricevere il Corpo e il Sangue di Cristo, non è mai un incontro individuale dell’anima con Cristo, ma la partecipazione, anzi la conformazione di tutta la sua persona alla Passione che viene celebrata nell’Eucaristia.
Il Cristo presente nel mistero eucaristico, non è il Cristo del ricordo devoto, ma il Cristo vivente e vivificante nella pienezza della gloria che “riempie presenti e assenti, che sono degni di lui”.
L’Eucaristia quindi come invito alla conformazione a Cristo è perpetuazione dell’Incarnazione e della Passione: un invito pressante alla radicale sequela del Cristo povero:
“O umiltà sublime! O sublimità umile, che il Signore dell’universo, Dio e Figlio di Dio, così si umilii da nascondersi, per la nostra salvezza in poca apparenza di pane! Guardate, frati, l’umiltà di Dio, e aprite davanti a Lui i vostri cuori; umiliatevi anche voi, perché Egli vi esalti. Nulla, dunque, di voi tenete per voi; affinché vi accolga tutti Colui che a voi si dà tutto”.

Giuseppe Bonardi

Publié dans:liturgia, San Francesco d'Assisi, Santi |on 2 octobre, 2013 |Pas de commentaires »

CONFESSARSI, PERCHÈ? (BRUNO FORTE)

http://pastorale.myblog.it/archive/2009/10/01/confessarsi-perche-bruno-forte.html

CONFESSARSI, PERCHÈ? (BRUNO FORTE)

LA RICONCILIAZIONE E LA BELLEZZA DI DIO

01/10/2009

Proviamo a capire insieme che cos’è la confessione:
se lo capisci veramente, con la mente e col cuore,
sentirai il bisogno e la gioia di fare esperienza di questo incontro,
in cui Dio, donandoti il Suo perdono attraverso il ministro della Chiesa,
crea in Te un cuore nuovo, mette in te uno Spirito nuovo,
perché Tu possa vivere un’esistenza ricon­ciliata con Lui, con Te stesso e con gli altri,
divenendo a tua volta capace di perdono e di amore
al di là di ogni tentazione di sfiducia e di ogni misura di stanchezza


1. Perché confessarsi? Fra le domande che vengono poste al mio cuore di Vescovo, ne scelgo una che mi è stata fatta spesso: perché bisogna confessarsi? È una domanda che ritorna in molteplici forme: perché si deve andare da un sacerdote a dire i propri peccati e non lo si può fare direttamente con Dio, che ci conosce e comprende molto meglio di qualunque interlocutore umano? E, ancora più radicalmente: perché parlare delle mie cose, specie di quelle di cui ho vergogna perfino con me stesso, a qualcuno che è peccatore come me, e che forse valuta in modo completamente diverso dal mio ciò di cui ho fatto esperienza o non lo capisce affatto? Che ne sa lui di che cosa è veramente peccato per me? Qualcuno aggiunge: e poi, esiste veramente il peccato, o è solo un’invenzione dei preti per tenerci buoni? A quest’ultima domanda sento di poter rispondere subito e senza timore di smentita: il peccato c’è, e non solo è male, ma fa male. Basta guardare la scena quotidiana del mondo, dove violenze, guerre, ingiustizie, sopraffazioni, egoismi, gelosie e vendette si sprecano (un esempio di questo “bollettino di guerra” ce lo danno ogni giorno le notizie su giornali, radio, televisione e internet!). Chi crede nell’amore di Dio, poi, percepisce come il peccato sia amore ripiegato su se stesso (“amor curvus”, “amore curvo”, dicevano i Medioevali), ingratitudine di chi risponde all’amore con l’indifferenza e il rifiuto. Questo rifiuto ha conseguenze non solo su chi lo vive, ma anche sulla società tutta intera, fino a produrre dei condizionamenti e degli intrecci di egoismi e di violenze che costituiscono delle vere e proprie “strutture di peccato” (si pensi alle ingiustizie sociali, alla sperequazione fra paesi ricchi e paesi poveri, allo scandalo della fame nel mondo…). Proprio per questo non si deve esitare a sottolineare quanto sia grande la tragedia del peccato e quanto la perdita del senso del peccato – ben diverso da quella malattia dell’anima che chiamiamo “senso di colpa” – indebolisca il cuore davanti allo spettacolo del male e alle seduzioni di Satana, l’Avversario che cerca di separarci da Dio.
2. L’esperienza del perdono Nonostante tutto, però, non mi sento di dire che il mondo è cattivo e che fare il bene è inutile. Sono, anzi, convinto che il bene c’è ed è molto più grande del male, che la vita è bella e che vivere rettamente, per amore e con amore, vale veramente la pena. La ragione profonda che mi fa pensare così è l’esperienza della misericordia di Dio, che faccio in me stesso e che vedo risplendere in tante persone umili: è un’esperienza che ho vissuto tante volte, sia dando il perdono come ministro della Chiesa, sia ricevendolo. Sono anni che mi confesso regolarmente, più volte al mese e con la gioia di farlo. La gioia nasce dal sentirmi amato in modo nuovo da Dio ogni volta che il Suo perdono mi raggiunge attraverso il sacerdote che me lo dà in Suo nome. È la gioia che ho visto tanto spesso sul volto di chi veniva a confessarsi: non il futile senso di leggerezza di chi “ha vuotato il sacco” (la confessione non è uno sfogo psicologico né un incontro consolatorio, o non lo è principalmente), ma la pace di sentirsi bene “dentro”, toccati nel cuore da un amore che sana, che viene dall’alto e ci trasforma. Chiedere con convinzione, ricevere con gratitudine e dare con generosità il perdono è sorgente di una pace impagabile: perciò, è giusto ed è bello confessarsi. Vorrei far partecipi delle ragioni di questa gioia tutti coloro che riuscirò a raggiungere con questa lettera.
3. Confessarsi da un sacerdote? Mi chiedi dunque: perché bisogna confessare a un sacerdote i propri peccati e non lo si può fare direttamente a Dio? Certamente, è sempre a Dio che ci si rivolge quando si confessano i propri peccati. Che sia, però, necessario farlo anche davanti a un sacerdote ce lo fa capire Dio stesso: scegliendo di inviare Suo Figlio nella nostra carne, egli dimostra di volerci incontrare mediante un contatto diretto, che passa attraverso i segni e i linguaggi della nostra condizione umana. Come Lui è uscito da sé per amore nostro ed è venuto a “toccarci” con la sua carne, così noi siamo chiamati ad uscire da noi stessi per amore Suo e andare con umiltà e fede da chi può darci il perdono in nome Suo con la parola e col gesto. Solo l’assoluzione dei peccati che il sacerdote ti dà nel sacramento può comunicarti la certezza interiore di essere stato veramente perdonato e accolto dal Padre che è nei cieli, perché Cristo ha affidato al ministero della Chiesa il potere di legare e sciogliere, di escludere e di ammettere nella comunità dell’allean­za (cf. Mt 18,17). È Lui che, risorto dalla morte, ha detto agli Apostoli: “Ricevete lo Spirito Santo; a chi ri­mette­rete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteran­no non rimessi” (Gv 20,22s). Perciò, confessarsi da un sacerdote è tutt’altra cosa che farlo nel segreto del cuore, esposto alle tante insicurezze e ambiguità che riempiono la vita e la storia. Da solo non saprai mai veramente se a toccarti è stata la grazia di Dio o la tua emozione, se a perdonarti sei stato tu o è stato Lui per la via che Lui ha scelto. Assolto da chi il Signore ha scelto e inviato come ministro del perdono, potrai sperimentare la libertà che solo Dio dona e capirai perché confessarsi è fonte di pace.
4. Un Dio vicino alla nostra debolezza La confessione è dunque l’incontro col perdono divino, offertoci in Gesù e trasmessoci mediante il ministero della Chiesa. In questo segno efficace della grazia, appuntamento con la misericordia senza fine, ci viene offerto il volto di un Dio che conosce come nessuno la nostra condizione umana e le si fa vicino con tenerissimo amore. Ce lo dimostrano innumerevoli episodi della vita di Gesù, dall’incontro con la Samaritana alla guarigione del paralitico, dal perdono all’adultera alle lacrime di fronte alla morte dell’amico Lazzaro… Di questa vicinanza tenera e compassionevole di Dio abbiamo immenso bisogno, come dimostra anche un semplice sguardo alla nostra esistenza: ognuno di noi con­vive con la propria debolezza, attraver­sa l’infermità, si affaccia alla morte, avverte la sfida delle domande che tutto questo accende nel cuore. Per quanto, poi, possiamo desiderare di fare il bene, la fragilità che ci caratterizza tutti ci espone conti­nuamente al rischio di cadere nella tentazione. L’Apostolo Paolo ha descritto con precisione questa esperienza: “C’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio” (Rom 7,18s). È il conflitto interiore da cui nasce l’invocazione: “Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?” (Rom 7, 24). Ad essa risponde in modo particolare il sacra­mento del perdono, che viene a soccor­rerci sempre di nuovo nella nostra condi­zione di peccato, rag­giun­gendoci con la po­tenza sanante della grazia divina e trasfor­mando il nostro cuore e i compor­tamenti in cui ci esprimiamo. Perciò, la Chiesa non si stanca di proporci la grazia di questo sacramento durante l’intero cammino della nostra vita: attraverso di essa è Gesù, vero medico cele­ste, che viene a farsi carico dei nostri peccati e ad accompagnarci, con­ti­nuando la sua opera di guari­gione e di salvezza. Come accade per ogni storia d’amore, anche l’alleanza col Signore va rinnovata senza sosta: la fedeltà è l’impegno sempre nuovo del cuore che si dona e accoglie l’amore che gli viene donato, fino al giorno in cui Dio sarà tutto in tutti.
5. Le tappe dell’incontro col perdono Proprio perché desiderato da un Dio profondamente “umano”, l’incontro con la misericordia offertaci da Gesù avviene attraverso varie tappe, che rispettano i tempi della vita e del cuore. All’inizio c’è l’ascol­to della buona novella, in cui ti raggiunge l’appello dell’Amato: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo” (Mc 1,15). Attraverso questa voce è lo Spirito Santo ad agire in te, dandoti dolcezza nel consentire e credere alla Verità. Quando ti rendi docile a questa voce e decidi di rispondere con tutto il cuore a Colui che ti chiama, intraprendi il cammino che ti porta al dono più grande, quel dono tanto prezioso da far dire a Paolo: “Vi sup­plichiamo in nome di Cristo: la­sciatevi riconciliare con Dio” (2 Cor 5,20). La riconciliazione è appunto il sacramento dell’incontro con Cristo, che attraverso il ministero della Chiesa viene a soccorrere la debolezza di chi ha tradito o rifiutato l’alleanza con Dio, lo riconcilia col Padre e con la Chiesa, lo ricrea come creatura nuova nella forza dello Spirito Santo. Questo sacramento è chiamato anche della penitenza, perché in esso si esprime la conversione dell’uo­mo, il cammino del cuore che si pente e viene ad invocare il perdo­no di Dio. Il termine confessione – usato comunemente – si riferisce invece all’atto di confessare le proprie colpe davanti al sacerdote, ma richiama anche la triplice confessione da fare per vivere in pienezza la celebrazione della riconciliazione: la confessione di lode (“confessio laudis”), con cui facciamo memoria dell’amore divino che ci precede e ci accompagna, riconoscendone i segni nella nostra vita e comprendendo meglio in tal modo la gravità della nostra colpa; la confessione del peccato, con la quale presentiamo al Padre il nostro cuore umile e pentito riconoscendo i nostri peccati (“confessio pecca­ti”); la confessione di fede, infine, con cui ci apriamo al perdono che libera e salva, offertoci con l’assoluzione (“confessio fidei”). A loro volta, i gesti e le parole in cui esprimeremo il dono che abbiamo ricevuto confesseranno nella vita le meraviglie operate in noi dalla misericordia di Dio.
6. La festa dell’incontro Nella storia della Chiesa la peni­ten­za è stata vissuta in una grande varietà di forme, comunitarie e individuali, che hanno però tutte mante­nuto la struttura fondamentale dell’incontro personale fra il peccatore pentito e il Dio vivente attraverso la media­zione del ministero del vescovo o del sacerdote. Attraverso le parole dell’assoluzio­ne, pro­nunciate da un uomo peccatore, che però è stato scelto e consacrato per il ministero, è Cristo stesso che accoglie il peccatore pentito e lo riconcilia col Padre e nel dono dello Spirito Santo lo rinnova come mem­bro vivo della Chiesa. Riconciliati con Dio, veniamo accolti nella comunione vivificante della Trinità e riceviamo in noi la vita nuova della grazia, l’amore che solo Dio può effondere nei nostri cuori: il sacra­mento del perdono rinnova, così, il nostro rapporto col Padre, col Figlio e con lo Spirito Santo, nel cui nome ci è data l’assoluzione delle colpe. Come mostra la parabola del Padre e dei due figli, l’incontro della riconciliazione culmina in un banchetto di vivande saporite, cui si partecipa col vestito nuovo, l’anello e i calzari ai piedi (cf. Lc 15,22s): immagini che esprimono tutte la gioia e la bellezza del dono offerto e ricevuto. Veramente, per usare le parole del Padre della parabola, “bisogna far festa e rallegrarsi, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato” (Lc 15,24). Come è bello pensare che quel figlio può essere ognuno di noi!
7. Il ritorno alla casa del Padre In rapporto a Dio Padre la peni­ten­za si presenta come un “ritorno a casa” (questo è propriamente il senso della parola “teshuvà”, che l’ebraico usa per dire “conversione”). Attraverso la presa di co­scien­za delle tue colpe, ti accorgi di essere in esilio, lontano dalla patria dell’amore: avverti disagio, dolore, perché capisci che la colpa è una rottura dell’alleanza col Signore, un rifiuto del Suo amore, è “amore non amato”, e proprio così è anche sorgente di alie­nazione, perché il peccato ci sradica dalla nostra vera dimora, il cuore del Padre. È allora che occorre ricordarci della casa dove siamo attesi: senza questa memoria dell’amore non potremmo mai avere la fiducia e la speranza necessarie a prendere la decisione di tornare a Dio. Con l’umiltà di chi sa di non essere degno di venir chiamato “figlio”, possiamo deciderci di andare a bussare alla porta della casa del Padre: quale sorpresa scoprire che lui è alla finestra a scrutare l’orizzonte, perché aspetta da tanto il nostro ritorno! Alle nostre mani aperte, al cuore umile e pentito risponde la gratuita offerta del perdo­no, con cui il Padre ci riconcilia con sé, “convertendosi” in qualche modo a noi: “Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incon­tro, gli si gettò al collo e lo baciò” (Lc 15,20). Con straordinaria tenerezza Dio ci introduce in modo rinnovato nella condizione di figli, offerta dall’alleanza stabilita in Gesù.
8. L’incontro con Cristo, morto e risorto per noi In rapporto al Figlio il sacra­men­to della riconciliazione ci offre la gioia dell’incontro con Lui, il Signore crocifisso e risorto, che attraverso la Sua Pasqua ci dona la vita nuova infondendo il Suo Spirito nei nostri cuori. Questo incontro si compie attraverso l’itinerario che porta ognuno di noi a confessare le nostre colpe con umiltà e dolore dei peccati e a ricevere con gratitudine piena di stupore il perdono. Uniti a Gesù nella Sua morte di Croce, moriamo al peccato e all’uomo vecchio che in esso ha trionfato. Il Suo sangue sparso per noi ci riconcilia con Dio e con gli altri, abbattendo il muro dell’inimicizia che ci teneva prigionieri della nostra solitudine senza speranza e senza amore. La forza della Sua resurrezione ci raggiunge e trasforma: il Risorto ci tocca il cuore, lo fa ardere in noi di una fede nuova, che schiude i nostri occhi e ci rende capaci di riconoscere Lui accanto a noi e la Sua voce in chi ha bisogno di noi. Tutta la nostra esistenza di peccatori, unita a Cristo crocifisso e risorto, si offre alla misericordia di Dio per essere sanata dall’angoscia, liberata dal peso della colpa, confermata nei doni di Dio e rinno­vata nella potenza del Suo amore vittorioso. Liberati dal Signore Gesù, siamo chiamati a vivere come Lui nella libertà dalla paura, dalla colpa e dalle seduzioni del male, per compiere opere di verità, di giustizia e di pace.
9. La vita nuova nello Spirito Grazie al dono dello Spirito che effonde in noi l’amore di Dio (cf. Rm 5,5), il sacramento della riconciliazione è sorgente di vita nuova, comunione rinnovata con Dio e con la Chiesa, di cui proprio lo Spirito è l’anima e la forza di coesione. È lo Spirito a spingere il peccatore perdonato a esprimere nella vita la pace ricevuta, ac­cettando anzitutto le conseguenze della colpa com­messa, e cioè la cosiddetta “pena”, che è come l’effetto della malattia rappresentata dal peccato e va considerata come una ferita da sanare con l’olio della grazia e la pazienza dell’amore da avere verso noi stessi. Lo Spirito, poi, ci aiuta a maturare il proposito fermo di vivere un cammino di conversione fatto di impegni concreti di carità e di preghiera: il segno penitenziale richiesto dal confessore serve appunto ad esprimere questa scelta. La vita nuova, a cui così rinasciamo, può dimostrare più di ogni altra cosa la bellezza e la forza del perdono sempre di nuovo invocato e ricevuto (“perdono” vuol dire appunto dono rinnovato: perdonare è donare all’infinito!). Ti chiedo, allora: perché fare a meno di un dono così gran­de? Accostati alla confes­sione con cuore umile e contrito e vivila con fede: ti cambierà la vita e darà pace al tuo cuore. Allora, i tuoi occhi si apriranno per riconoscere i segni della bellezza di Dio presenti nel creato e nella storia e ti sgorgherà dall’anima il canto della lode. Ed anche a te, sacerdote che mi leggi e come me sei ministro del perdono, vorrei rivolgere un invito che mi nasce dal cuore: sii sempre pronto – a tempo e fuori tempo – ad annunciare a tutti la misericordia e a dare a chi te lo chiede il perdono di cui ha bisogno per vivere e per morire. Per quella persona potrebbe trattarsi dell’ora di Dio nella sua vita!
10. Lasciamoci riconciliare con Dio! L’invito dell’Apostolo Paolo diventa, così, anche il mio: lo esprimo servendomi di due voci diverse. La prima è quella di Friedrich Nietzsche, che negli anni della giovinezza scrive queste parole appassionate, segno del bisogno della misericordia divina che tutti ci portiamo dentro: “Ancora una volta, prima di partire e volgere i miei sguardi verso l’alto, rimasto solo, levo le mie mani a Te, presso cui mi rifugio, cui dal profondo del cuore ho consacrato altari, affinché ogni ora la voce Tua mi torni a chiamare… ConoscerTi io voglio, Te, l’Ignoto, che a fondo mi penetri nell’anima e come tempesta squassi la mia vita, inafferrabile eppure a me affine! ConoscerTi, io voglio, e anche servirTi” (Scritti giovanili, I, 1, Milano 1998, 388). L’altra voce è quella attribuita a Francesco d’Assisi, che esprime la verità di una vita rinnovata dalla grazia del perdono: “Signore, fa’ di me uno strumento della Tua pace. Dove è odio, che io porti l’amore. Dov’è offesa, che io porti il perdono. Dov’è discordia, che io porti l’unione. Dov’è errore, che io porti la verità. Dov’è dubbio, che io porti la fede. Dov’è disperazione, che io porti la speranza. Dove sono tenebre, che io porti la luce. Dov’è tristezza, che io porti la gioia. Maestro, fa’ che io non cerchi tanto di essere consolato quanto di consolare, di essere compreso quanto di comprendere, di essere amato quanto di amare”. Sono questi i frutti della riconciliazione, invocata ed accolta da Dio, che auguro a tutti Voi che mi leggete. Con questo augurio, che diventa preghiera, Vi abbraccio e benedico uno per uno

+ Bruno, Vostro Padre nella fede
Per l’esame di coscienza

Publié dans:Bruno Forte, liturgia, LITURGIA: SACRAMENTI |on 17 septembre, 2013 |Pas de commentaires »
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