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LITURGIA TERRENA E LITURGIA CELESTE

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LITURGIA TERRENA E LITURGIA CELESTE

Essendo azione eminentemente « ecclesiale », anche la Liturgia partecipa di quelle che sono le prerogative della Chiesa: “è umana e divina, visibile ma dotata di realtà invisibili, fervente nell’azione ma dedita alla contemplazione, presente nel mondo e, tuttavia, pellegrina; e tutto questo, però, in modo tale che quanto in essa è umano sia ordinato e subordinato al divino, il visibile all’invisibile, l’azione alla contemplazione, il presente alla città futura alla quale tendiamo” (SC 2).
Ecco perché nella Liturgia che noi celebriamo qui sulla terra già partecipiamo, pregustandola, alla Liturgia celeste che viene celebrata nella santa Gerusalemme dove il Cristo siede alla destra di Dio quale ministro del santuario e del vero tabernacolo (cf Ap 21,2; Col 3,1; Eb 8,2).
Il Sommo Sacerdote sempre vivente.
Pur restando vero che il Signore Risorto per realizzare nel nostro tempo la sua opera perenne di salvezza, si fa sempre presente nella sua Chiesa ed in modo speciale nelle azioni liturgiche (SC 7; 35: praesens semper adest et operatur), tuttavia non dobbiamo dimenticare che la vera Liturgia è quella che Egli celebra quale nostro Sommo Sacerdote « sempre vivente » in una perenne intercessione presso il Padre in nostro favore (Eb 7,25; Rm 8,34). Congiuntamente allo Spirito Santo, che intercede presso Dio in favore dei santi (Rm 8,27), anche Cristo, Sacerdote eterno, esercita nel cielo l’ufficio di mediatore e di intercessore a favore di coloro che per mezzo suo si accostano a Dio: «Egli, poiché resta per sempre, possiede un sacerdozio che non tramonta. Perciò può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si accostano a Dio, essendo egli sempre vivo per intercedere a loro favore» (Eb 7,24-25).
La letteratura neotestamentaria su questo tema è piuttosto abbondante. Si possono intravedere, alla base di questi testi, almeno due grandi riferimenti a «figure» (typoi: Col 2,17) già ben conosciute nella tradizione veterotestamentaria:
a. quella del sommo sacerdote levitico che, una volta all’anno, aveva accesso al santo dei santi nel giorno solenne della festa dell’espiazione (kippur; cf Lev 16); egli portava del sangue tratto dal sacrificio del capro espiatorio e lo versava sul coperchio dell’arca dell’alleanza quale espiazione di tutti i peccati degli Israeliti (Lev 16,16). Nella pienezza del tempo si è manifestata la «realtà» di queste figure, Cristo, (cf Col 2,17); Egli non con il «sangue esterno» di capri o di vitelli, ma con il proprio sangue, ha offerto se stesso senza macchia a Dio con uno Spirito eterno per purificarci dalle opere morte e permetterci di servire il Dio vivente (Eb 9,11-14);
b. quella del Servo del Signore descritta nel secondo carme del profeta Isaia (Is 49). Dice il Signore: «Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai. Ecco, ti ho disegnato sulle palme delle mie mani, le tue mura sono sempre davanti a me» (Is 49,15-16). Nella pienezza del tempo Cristo Signore Risorto sta sempre Vivente dinanzi al Padre in una perenne Liturgia di intercessione a nostro favore. Nelle sue mani non c’è il disegno di una città, Gerusalemme, ma c’è il segno della trafittura dei chiodi, il segno del suo grande amore per noi.
In Cristo le «figure» si sono dunque realizzate. Noi «abbiamo un avvocato (parakletos) presso il Padre: Gesù Cristo giusto» (1 Gv 2,1). Egli è «il Vivente», colui che, morto, ora vive per sempre (Ap 1,18). «Cristo infatti non è entrato in un santuario fatto da mani d’uomo, figura di quello vero, ma nel cielo stesso, per comparire al cospetto di Dio in nostro favore» (Eb 9,24).
Accostiamoci con fiducia.
Avendo noi un sacerdote grande sopra la casa di Dio, possiamo accostarci con cuore sincero nella pienezza della fede e con i cuori purificati al santuario celeste dove Cristo è entrato inaugurando una via nuova e vivente per noi attraverso il velo della sua carne (Eb 10,19-22) per ricevere misericordia e trovare grazia ed essere aiutati al momento opportuno (Eb 4,14-16). Anche noi possiamo avere accesso a questa Liturgia celeste: per mezzo di Cristo possiamo presentarci, gli uni e gli altri, al Padre in un solo Spirito (Ef 2,18); per la fede in Lui noi abbiamo il coraggio di avvicinarci in piena fiducia a Dio (Ef 3,12). Noi che eravamo stranieri e nemici, siamo stati riconciliati per mezzo della morte del suo corpo di carne e possiamo presentarci santi, immacolati e irreprensibili al suo cospetto.
La Liturgia diventa così dono divino di grazia gratuita. Nell’antica alleanza vigeva la legge per cui «nessun uomo può vedere Dio e restare vivo» (Es 33,20). Mosè sul monte della teofania ha dovuto togliersi i sandali dai piedi (Es 3,5) e coprirsi il volto; ha potuto vedere Dio solo di spalle, perché il suo volto non lo si può vedere (Es 33,23).
Ma, da quando il Verbo eterno del Padre ha piantato la sua tenda in mezzo a noi (Gv 1,14), ci ha reso possibile l’incontro e la visione del Dio invisibile, senza per questo venire annientati dalla sua «gloria». «Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato» (Gv 1,18). Concedendoci la caparra del suo Spirito (2 Cor 1,22; Ef 1,13; 1 Gv 2,20.27), il Signore Risorto ha permesso anche a noi di poter accedere alla visione della divina gloria, dal momento che la nostra patria è nei cieli (Fil 3,20): «Ora vediamo come i uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto» (1 Cor 13,12: cf Mt 5,8; 1 Gv 3,2).
Con una sola voce.
La funzione dell’attuale Liturgia, quella della Gerusalemme peregrinante, ha come funzione di metterci fin da ora in comunione con la Liturgia perenne che si celebra nel santuario celeste, dinanzi alla gloria di Dio e all’Agnello (Ap 5,12-13).
Non vi sono quindi due liturgie, una celeste e una terrena, ma un’unica Liturgia partecipata da noi qui ora in maniera assetata e da pellegrini sotto il peso « delle sofferenze del momento presente » (Rm 8,18), e dai Santi in maniera saziata e da cittadini dei cieli già « partecipi della gloria futura » (Rm 8,18); noi qui mediante il velo dei « segni » sacramentali, loro ormai « faccia a faccia » nel santuario celeste (1 Cor 13,12).
Questa visione della Liturgia terrena già partecipe della Liturgia celeste viene ben espressa in ogni prefazio da quello che si chiama «protocollo conclusivo» che dice: «Per questo mistero di salvezza, uniti agli Angeli e ai Santi, cantiamo a una sola voce la tua gloria».
Partecipi del sacerdozio di Cristo, possiamo dunque affermare che mentre siamo incamminati come pellegrini (Eb 13,14) verso la Patria celeste, già ora il Signore Risorto ci fa partecipare della sua Liturgia perenne in modo che il nostro canto di lode sia unito a quello degli Angeli e dei Santi formando con loro un’unica voce nella speranza di essere un giorno con loro nella Liturgia celeste senza fine nella casa del Padre.
Tra Liturgia terrena e Liturgia celeste vi è pertanto un duplice legame:
teologico, a motivo della presenza dell’unico Signore e Liturgo (Eb 8,2.6), il Signore Risorto (cf SC 7); a motivo della medesima appartenenza a Cristo e alla carità di Dio e del prossimo che ci permette di cantare, sia pure in grado e modo diverso, lo stesso inno di gloria; tutti infatti quelli che sono di Cristo, avendo la comunione nel medesimo Spirito, formano una sola Chiesa e sono pertanto tra loro uniti in Lui (Ef 4,16; LG 49);
cronologico, a motivo del già che noi abbiamo (Gal 5,25) in rapporto al non ancora che deve compiersi (1 Gv 3,2; Fil 3,21); ci è data infatti la caparra dello Spirito (Ef 1,14; 2 Cor 1,22; 5,5) che, principio di risurrezione (Rom 8,11), già ora ci abilita ad un vero culto spirituale (Rm 12,1), ad un sacrificio vivente a Dio gradito (Ef 5,2; Eb 9,14).
Il Vaticano II ha detto che « Mediante l’assemblea liturgica la Chiesa manifesta più pienamente l’indole escatologica della sua vocazione » (LG 48) ed « attua già su questa terra, in maniera nobilissima, la sua unione con la Chiesa celeste » (LG 50).
Se dalla Liturgia noi attingiamo la ricchezza della grazia divina, non dobbiamo tuttavia dimenticare che le «sorgenti» di questa vita soprannaturale sono «lassù, dove Cristo siede alla destra di Dio, dove la vita della Chiesa è nascosta con Cristo in Dio, fino a che col suo Sposo, comparirà rivestita di gloria (cf Col 3,1-4)» (Lumen gentium 6).
Nel tempo della Chiesa, lo Spirito Santo è all’opera. Soprattutto mediante la predicazione del Vangelo (attività missionaria) ed il ricorso ai mezzi della grazia sacramentale (attività liturgica), lo Spirito fa ringiovanire la Chiesa, la rinnova continuamente, la fa partecipare fin da ora alla cittadinanza (politeuma) «nei cieli» (Fil 3,20; LG 13.48), essendo «la Gerusalemme di lassù nostra madre» (Gal 4,26; LG 6).
Nella comunione dei Santi.
L’espressione comunione dei Santi la troviamo già nel Simbolo apostolico e poi nel Credo Niceno-Costantinopolitano quando si fa la professione di fede dicendo «credo la comunione dei Santi». Con questa espressione si vogliono esprimere almeno tre significati: anzitutto la comunione ai beni spirituali della Chiesa (Sancta = le cose sante); in secondo luogo la comunione che esiste tra le membra del corpo di Cristo, siano esse in situazione di pellegrinaggio su questa terra, o di purificazione nel purgatorio, o di beatitudine nel Paradiso (Sanctorum = i Santi); infine la comunione allo Spirito Santo (Sancti = il Santo Spirito).
La Liturgia permette la realizzazione di questo misterioso e reale vincolo di comunione. La Chiesa crede infatti che l’unione in Cristo dei fratelli, la quale consiste in vincoli di carità, non s’interrompe con la morte, anzi, secondo la perenne fede della Chiesa, è consolidata dalla comunicazione dei beni spirituali. La fede dona ai cristiani che vivono sulla terra la possibilità di comunicare in Cristo con i propri cari già strappati dalla morte (GS 18). Questa comunicazione avviene attraverso diverse forme di preghiera basate sulla fede della comunione-continuità tra Liturgia terrena e Liturgia celeste.
Nella Liturgia terrena, soprattutto quando celebriamo il sacrificio eucaristico, ci uniamo in sommo grado al culto della Chiesa celeste, comunicando con essa e venerando la memoria soprattutto della gloriosa Vergine Maria, ma anche del beato Giuseppe e dei beati apostoli e martiri e di tutti i santi (LG 50). Realmente, quando si celebra la Liturgia terrena, si manifesta la volontà di unirla con quella celeste. Così, nel Canone Romano, questa volontà appare non solo nell’orazione «In comunione con tutta la Chiesa», ma anche nel passaggio dal prefazio al canone e nell’orazione del canone «Ti supplichiamo, Dio onnipotente», nella quale si chiede che l’offerta terrena sia portata sull’altare sublime del cielo, al cospetto della maestà divina, per le mani dell’angelo santo del divin sacrificio; da questo «admirabile commercium» tra Liturgia celeste e Liturgia terrena viene a noi la certezza che «su tutti noi che partecipiamo di questo altare… scenda la pienezza di ogni grazia e benedizione del cielo».
Ma questa Liturgia celeste non consiste solo nella lode. Il suo centro è l’Agnello che sta in piedi, come immolato (cf. Ap 5,6), cioè «Cristo Gesù, che è morto, anzi, che è risorto, sta alla destra di Dio e intercede per noi» (Rm 8,34; cf. Eb 7,25). Poiché le anime dei beati partecipano a questa Liturgia d’intercessione, in essa hanno cura anche di noi e del nostro pellegrinaggio, «poiché intercedono per noi e con la loro fraterna sollecitudine aiutano grandemente la nostra debolezza». Poiché in questa unione della Liturgia celeste e terrena diventiamo coscienti che i beati pregano per noi, «è quindi sommamente giusto che amiamo questi amici e coeredi di Gesù Cristo e anche nostri fratelli e insigni benefattori e che per essi rendiamo le dovute grazie a Dio» (LG 50).
Inoltre, la Chiesa ci esorta con impegno a invocarli umilmente e ricorrere alle loro preghiere, al loro potere e aiuto per ottenere benefici da Dio, per mezzo del Figlio suo Gesù Cristo, nostro Signore, che è l’unico Redentore e Salvatore. Questa invocazione dei Santi è un atto per cui il fedele si affida fiduciosamente alla loro carità. Poiché Dio è la fonte dalla quale si diffonde tutta la carità (cf. Rm 5,5), ogni invocazione dei Santi è riconoscimento di Dio, quale fondamento supremo della loro carità, e tende, come ultimo termine, a lui.
Concludendo possiamo dire che tutta la vita cristiana è da vedere come una processione liturgica di peregrinanti (cf la panegyrìa di Eb 12, 22) il cui scopo è, arrivando al termine dove è la perfezione, di avvicinarci a Dio nel santuario celeste, e comparire dinanzi a Lui. In questa Liturgia celeste ed in questo santuario, già ci hanno preceduto coloro che «sono morti nel segno della fede» (Canone Romano). La nostra Liturgia terrena, pur nella sua limitatezza e debolezza umana, già è partecipazione reale di quella realtà celeste, grazie alla divina presenza, là e qui, dell’unico Sommo Sacerdote, il Signore Risorto. Egli ci asperge col suo sangue purificandoci dai nostri peccati, ci nutre col suo corpo per la Risurrezione finale, ci da già il pegno della gloria futura
Sant’Agostino esprime questa nostra peregrinazione verso la Liturgia celeste, con il celebre Discorso che si intitola «Canta e cammina».
«Cantiamo qui l`alleluia, mentre siamo ancora privi di sicurezza, per poterlo cantare un giorno lassù, ormai sicuri. Perché qui siamo nell`ansia e nell`incertezza […] Ora infatti il nostro corpo è nella condizione terrestre, mentre allora sarà in quella celeste. O felice quell`alleluia cantato lassù! O alleluia di sicurezza e di pace! Là nessuno ci sarà nemico, là non perderemo mai nessun amico. Ivi risuoneranno le lodi di Dio. Certo risuonano anche ora qui. Qui però nell`ansia, mentre lassù nella tranquillità. Qui cantiamo da morituri, lassù da immortali. Qui nella speranza, lassù nella realtà. Qui da esuli e pellegrini, lassù nella patria. Cantiamo pure ora, non tanto per goderci il riposo, quanto per sollevarci dalla fatica. Cantiamo da viandanti. Canta, ma cammina. Canta per alleviare le asprezze della marcia, ma cantando non indulgere alla pigrizia. Canta e cammina. Che significa camminare? Andare avanti nel bene, progredire nella santità. Vi sono infatti, secondo l`Apostolo, alcuni che progrediscono si, ma nel male. Se progredisci è segno che cammini, ma devi camminare nel bene, devi avanzare nella retta fede, devi avanzare nella retta fede, devi progredire nella santità. Canta e cammina». (Dai «Discorsi» di sant`Agostino, vescovo, Disc. 256, 1. 2. 3; PL 38, 1191-1193 [Ufficio delle Letture, sabato XXIV per annum])

Prof. Paolo Giglioni
Marzo 2000

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MEDITAZIONE SUL SABATO SANTO (2013) – …e già splendevano le luci del sabato (Lc 23, 54).

http://www.diocesinocerasarno.it/2011/vescovo-giuseppe-giudice/documenti/lettere-pastorali/meditazione-sul-sabato-santo-del-vescovo-giuseppe-giudice/

MEDITAZIONE SUL SABATO SANTO DEL VESCOVO GIUSEPPE GIUDICE

† GIUSEPPE, VESCOVO

NOCERA INFERIORE, 30 MARZO 2013, SABATO SANTO

…e già splendevano le luci del sabato (Lc 23, 54).

Mi ha affascinato, ed ho sempre cercato di viverlo intensamente, il Sabato santo perché è il giorno per me che racchiude in sintesi il grande Mistero cristiano e in cui il silenzio diventa, se lo si sa ascoltare con il cuore, lo sfondo per la lettura di ogni vicenda personale.
Sabato santo: il sepolcro è ormai sigillato; la croce è rimasta vuota; il cenacolo non è più la sala della cena, ma è diventato il luogo che racchiude la paura di poveri uomini.
Succede come quando un amore finisce, un’amicizia si lacera, un paese si lascia, sopraggiunge una malattia e una persona cara non c’è più. È Sabato santo e tu cerchi di ricucire i dettagli, di capire, di rielaborare.
Come proiettati su uno schermo, ritornano alla mente i giorni della gioia, dell’amore consumato insieme nella sala grande e addobbata, ma ritornano anche i momenti incomprensibili della passione, le urla, il sangue, le cadute, i chiodi, il pianto della Madre e, al di sopra di tutto e in tutto, il Suo sguardo che cerca, che ti cerca e, guardandoti, ti perdona.
Ora il silenzio avvolge ogni cosa, ogni situazione, ogni umano dolore. Anche la tua vita, è custodita dal canto del silenzio. Un canto nella notte mi ritorna nel cuore e il mio spirito si va interrogando, così il salmista.
Eppure, nonostante tutti questi segni di delusione e scoraggiamento, cogli nell’aria un’attesa, già respiri la Speranza.
La Chiesa, che ami e ti ama immensamente, spoglia e nuda, ti è ancora compagna accanto al sepolcro nuovo di Giuseppe di Arimatea. Ella si fa speranza nel tuo dolore e, mentre ogni cosa sembra scrivere la parola fine, avverti che tutto sta per ricominciare.
Ti accorgi che sono giunti i dolori del parto e si attendono le prime luci dell’alba, quando zampillerà il vino nuovo e si innalzerà un nuovo inno alla vita. Si sente, nelle fibre più nascoste dell’essere, che non tutto può essere già finito.
C’è qualcosa o Qualcuno che induce ancora a sperare. E il dolore diventa amico, perché ti fa piccolo e ti incammina verso il Regno, più povero e più semplice. Il Sabato santo diventa veramente, concretamente, perché lo vivi nella tua carne segnata dalla Passione, il giorno in cui impari a sperare, diventi alunno della Speranza pasquale.
La fede che preferisco, dice Dio, è la speranza.

La piccola speranza avanza tra le sue grandi sorelle,
ma non le si fa attenzione.
Sulla strada che sale, trascinata,
appesa al braccio delle sue grandi sorelle,
che la tengono per mano,
la piccola speranza avanza.
In realtà è lei che fa camminare le altre due,
e le trascina,
e fa camminare tutti quanti.
…ciò che mi stupisce, dice Dio, è la speranza (Charles Péguy).

Il silenzio del Sabato santo diviene l’ambiente in cui è possibile rileggere i giorni andati e consegnati al Signore. Si comprende come la nostra ora, quella che pesa sul cuore, è inserita nell’ora pasquale di Gesù. Con Lui si può anche gridare verso il Padre, ma alla fine ti accorgi che, come Lui, devi rimetterti nelle sue mani. Umanamente è sempre l’ora della paura, dell’incomprensione, della tristezza e della solitudine. Il Mistero pasquale suppone assurdi umani: il silenzio e la croce. Pasqua è maturità di silenzio e fecondità di croce.
E mai, come nei momenti della sofferenza, senti che tenendo nelle mani l’ostia e il calice, tu compatisci con Lui, sei sacerdote con Lui, nella Chiesa e per tutti.
Si beve al calice e in esso si riflette e si sintetizza l’oscurità del vespro del Venerdì santo e l’alba radiosa di Pasqua.
Vivere il Mistero pasquale, Cristo nostra Pasqua, significa accettare le ore buie, le giornate amare, le incomprensioni, le sconfitte, i perché che bruciano sulle labbra, i limiti fisici come passaggi obbligati, non semplici incidenti, per gli squarci della Risurrezione.
È il doveva accadere che Gesù spiega ai viandanti di Emmaus.
È saper scorgere nel dolore concreto che bussa alla porta un inverno fecondo, che cammina verso primavere impazzite di fiori.
Vuol dire ancora camminare sulla via della croce, quella feriale che percorriamo ogni giorno, sapendoci in compagnia con l’Uomo dei dolori, il Pellegrino che versa olio e vino sulle ferite dell’umanità.
Perché dove l’uomo si rifiuta di toccare il dolore degli altri, non c’è Pasqua. Dove le mani dell’uomo non sono forate per amore dei fratelli, non c’è Pasqua (don Primo Mazzolari).
Ecco donde nasce la speranza del Sabato santo, che ci fa camminare decisamente, indurendo la faccia come Gesù, verso Gerusalemme.

Sabato santo, il tuo chiaror ci abbaglia,
e il nostro cuore fa una lenta maglia
col cielo che ne abbraccia le speranze.
…Sabato santo, la tua luce illumina
solo le mani, unica festa, stanche (Carlo Betocchi).

Sono stanche le mani, stanchi i piedi, è stanco il cuore, a volte può succedere. Non vorrei mai stancarmi però di essere un pellegrino del Mistero; di credere, sperare, non senza fatica, non senza pagare di persona, che ogni Croce prepara una Pasqua, ogni Calvario un Tabor, che ogni Notte partorisce un’Aurora.
Sperare ogni giorno significa spezzare con tutti e per tutti il pane della Speranza, della Fede e della Carità.
Nella celebrazione della Veglia pasquale, Madre di tutte le veglie, la Chiesa, popolo allelujante, accende la sua luce al Cero offerto per illuminare l’oscurità della notte. E la sala della Cena si riaccende di luci; la Pietà si rianima perché la Madre ritrova il Figlio; le donne corrono al Sepolcro ormai vuoto; l’Angelo della Risurrezione nel luogo in cui peccavo non mi trova più, perché Egli è Risorto ed io con Lui, e le prime luci dell’alba diradano le tenebre dal cuore di ogni uomo.
Allora sperare non significa più dire ormai, ma nonostante, ed allora, solo allora è Pasqua!

CON PRIMO MAZZOLARI – SONO ANCH’IO UN CROCIFISSO

http://www.paoline.it/Idee-per-pregare/SETTIMANA-SANTA/articoloRubrica_arb825.aspx

CON PRIMO MAZZOLARI

SONO ANCH’IO UN CROCIFISSO

Questa sera il tabernacolo è vuoto, la croce è nuda, chiuso il sepolcro, gli altari desolati, ma la Messa continua sugli ignoti calvari di una terra ove ogni picco, ogni greco, ogni preda è un tabernacolo, un altare, una croce.
Il mio prete ha tolto anche i grossi candelieri di ferro battuto: sull’altare non c’è che il grande crocifisso e la sua ombra fatta anche più grande.
Questa nudità m’agghiaccia.
Ho l’impressione di trovarmi per la prima volta in faccia alla morte, all’ingiustizia, al dolore, alla guerra… Come siano arrivate queste nostre tristezze fin sull’altare, non so: come si siano legate a quel tronco, fatte una sola cosa col crocifisso, non so…
So che ci sono anch’io lassù, sul legno, inchiodato sul legno…
inchiodato con la fame di tutti gli uomini,
con l’esilio di tutti,
con la desolazione di tutti,
con l’odio che fa la guerra,
con la menzogna che fa l’ingiustizia.
Son venuto per vedere e mi trovo inchiodato. Sono anch’io un crocifisso!
Quanti siamo qui o anche gli altri…, tutti dei crocifissi.

Ogni tentativo di fuga mi è impossibile questa sera. Cristo mi fa uomo con lui, come lui, uomo di dolore, uomo di offerta.
Le mie ragioni non tengono: i miei alibi son falsi; ci sono arrivato per tutte le strade, con tutti i disperati, i percossi, gli affamati, con tutti i felici, gli oppressori, i sazi…
Il crocifisso è mio: io sono nel crocifisso.

Chi mi ha condotto in chiesa questa sera? Chi m’ha gettato contro codesto crocifisso enorme proprio in questo Venerdì santo?Tutti e nessuno.
Bisognava pure che quel «resto» senza nome, che nessuno vuole, che nessuno capisce, lo mostrassi a qualcuno: bisognava trovargli un nome (c’è troppa orfanezza nel mio cuore!), un rifugio.
E adesso che ne so il nome, che ne vedo il volto, cos’ho guadagnato?
Quando troverò uno che ha fame… non gli potrò più dire (era così spiccio e comodo!): «Non so chi tu sia», perché ti ho visto.
Davanti allo sguardo mortificato del mio operaio, al quale nego l’aumento del salario, adesso che tutto cresce, non potrò più voltargli le spalle dignitoso e sdegnato, perché io non ti posso più licenziare, o Cristo. Se vedrò piangere, non potrò più scantonare, perché sei tu che piangi.
Quando leggerò dei morti che la guerra ammucchia, non potrò pensare che i miei dividendi crescono per la sola ragione che gli altri muoiono, perché tu mi obbligheresti a guardarmi le mani. E chi può guardare delle mani, le proprie mani che grondano sangue? Questo ho guadagnato stasera.
Il «resto» che da anni e anni, con sforzi disumani ero riuscito a serrare in un angolo morto della mia anima, ha rotto gli argini, m’inonda e mi sommerge. Per la prima volta, a faccia aperta, ho fissato in volto il mio male.

Crocifissi come te.
Ma tu, dall’alto della tua croce, invochi perdono: noi, dalla nostra croce, odiamo;
tu doni il Paradiso a un ladrone, noi togliamo il pane anche all’orfano.
Tu sulla croce, sei nudo, sei l’uomo. Noi siamo obbligati a portare la maschera dell’uomo forte, dell’uomo grande, dell’uomo implacabile… fin sulla croce.
Signore, toglimi questa maschera, fammi vedere come sono, come siamo per avere almeno pietà gli uni degli altri.
Tu ci hai comandato di amarci gli uni gli altri come tu ci ami.
Ho paura che quel giorno sia ancora molto lontano, troppo lontano.
Almeno potessimo arrivare ad aver pietà gli uni degli altri!
A vivere e a morire da uomini, da poveri uomini come siamo, in pace con noi stessi!

Primo Mazzolari, Tempo di passione, Paoline 2005

 

LA TUNICA ERA SENZA CUCITURE DI P.RANIERO CANTALAMESSA

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LA TUNICA ERA SENZA CUCITURE DI P.RANIERO CANTALAMESSA

2008-03-21- Predica del Venerdì Santo nella Basilica di San Pietro

“I soldati poi, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti e ne fecero quattro parti, una per ciascun soldato, e la tunica. Ora quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo.
Perciò dissero tra loro: Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca. Così si adempiva la Scrittura: Si sono divise tra loro le mie vesti e sulla mia tunica hanno gettato la sorte” (Gv 19, 23-24).
Ci si è chiesti sempre che cosa abbia voluto dire l’evangelista con l’importanza che da a questo particolare della Passione. Una spiegazione recente è che la tunica ricorda il paramento del sommo sacerdote e che Giovanni, perciò, abbia voluto affermare che Gesú morì non soltanto come re, ma anche come sacerdote. Della tunica del sommo sacerdote non si dice, però, nella Bibbia, che doveva essere senza cuciture (cf. Es 28, 4; Lev 16,4); per questo i più autorevoli esegeti preferiscono attenersi alla spiegazione tradizionale secondo cui la tunica inconsutile simboleggia l’unità della Chiesa[1].
Qualunque sia la spiegazione che si da del testo, una cosa è certa: l’unità dei discepoli e, attraverso di essi, di tutto il genere umano, è, per Giovanni, lo scopo per cui Cristo muore: “Gesù doveva morire… per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi” (Gv 11, 51-52). Nell’ultima cena lui stesso aveva detto: “Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me; perché tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Gv 17, 20-21).
La lieta notizia da proclamare il Venerdì Santo è che l’unità, prima che un traguardo da raggiungere, è un dono da accogliere. Che la tunica fosse tessuta “dall’alto in basso”, scrive san Cipriano, significa che “l’unità recata da Cristo proviene dall’alto, dal Padre celeste, e non può perciò essere scissa da chi la riceve, ma deve essere accolta integralmente” [2].
I soldati fecero in quattro pezzi “la veste”, o “il mantello” (ta imatia), cioè l’indumento esteriore di Gesú, non la tunica, il chiton, che era l’indumento intimo, portato a diretto contatto con il corpo. Un simbolo anche questo. Noi uomini possiamo dividere la Chiesa nel suo elemento umano e visibile, ma non la sua unità profonda che si identifica con lo Spirito Santo. La tunica di Cristo non è stata e non potrà mai essere divisa. È la fede che professiamo con le parole: “Credo la Chiesa, una, santa, cattolica e apostolica”.
* * *Ma se l’unità deve servire da segno “perché il mondo creda”, essa deve essere una unità anche visibile, comunitaria. È questa unità che è andata perduta e che dobbiamo ritrovare. Essa è ben più che dei rapporti di buon vicinato; è la stessa unità mistica interiore, in quanto accolta, vissuta e manifestata, di fatto, dai credenti: “Un solo corpo, un solo Spirito, una sola speranza, un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo, un solo Dio Padre di tutti” (Ef 4, 4-6). Una unità che non è compromessa dalla pluriformità, ma anzi si esprime in essa.
Dopo la Pasqua gli apostoli chiesero a Gesú: “Signore, è questo il tempo in cui ricostituirai il regno di Israele?”. Oggi rivolgiamo spesso a Dio la stessa domanda: È questo il tempo in cui ricostituirai l’unità visibile della tua Chiesa? Anche la risposta è la stessa di allora: “Non spetta a voi conoscere i tempi e i momenti che il Padre ha riservato alla sua scelta, ma avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni” (At 1, 6-8).
Lo ricordava il Santo Padre nell’omelia tenuta, il 25 Gennaio scorso, nella Basilica di san Paolo fuori le Mura, a conclusione della settimana per l’unità dei cristiani: “L’unità con Dio e con i nostri fratelli e sorelle, diceva, è un dono che viene dall’Alto, che scaturisce dalla comunione d’amore tra Padre, Figlio e Spirito Santo e che in essa si accresce e si perfeziona. Non è in nostro potere decidere quando o come questa unità si realizzerà pienamente. Solo Dio potrà farlo! Come san Paolo, anche noi riponiamo la nostra speranza e fiducia nella grazia di Dio che è con noi ». Anche oggi, sarà lo Spirito Santo, se ci lasciamo guidare, a condurci all’unità.
Come fece lo Spirito Santo a realizzare la prima fondamentale unità della Chiesa: quella tra giudei e pagani? Venne su Cornelio e la sua casa nello stesso modo con cui a Pentecoste era venuto sugli apostoli. Sicché a Pietro non rimase che tirare la conclusione: « Se dunque Dio ha dato a loro lo stesso dono che a noi per aver creduto nel Signore Gesù Cristo, chi ero io per porre impedimento a Dio? » (At 11,17).
Ora, da un secolo a questa parte, noi abbiamo visto ripetersi sotto i nostri occhi questo stesso prodigio, su scala mondiale. Dio ha effuso il suo Spirito Santo, in modo nuovo e inconsueto, su milioni di credenti, appartenenti a quasi tutte le denominazioni cristiane e, affinché non ci fossero dubbi sulle sue intenzioni, lo ha effuso con le stesse identiche manifestazioni. Non è questo un segno che lo Spirito ci spinge a riconoscerci a vicenda come discepoli di Cristo e a tendere insieme all’unità?
Questa unità spirituale e carismatica da sola, è vero, non basta. Lo vediamo già all’inizio della Chiesa. L’unità tra giudei e gentili è appena fatta che è già minacciata dallo scisma. Nel cosiddetto concilio di Gerusalemme vi fu una « lunga discussione » e alla fine fu raggiunto un accordo, annunciato alle Chiesa con la formula: « Abbiamo deciso, lo Spirito Santo e noi… »(Atti 15, 28). Lo Spirito Santo opera, dunque, anche attraverso un’altra via che è il confronto paziente, il dialogo e perfino il compromesso tra le parti, quando non è in gioco l’essenziale della fede. Opera attraverso le « strutture » umane e i « ministeri » posti in atto da Gesú, soprattutto il ministero apostolico e petrino. È quello che chiamiamo oggi ecumenismo dottrinale e istituzionale.
* * *Anche questo ecumenismo dottrinale, o di vertice, non è però sufficiente e non avanza, se non è accompagnato da un ecumenismo spirituale, di base. Ce lo ripetono con sempre maggiore insistenza proprio i massimi promotori dell’ecumenismo istituzionale. Nel centenario dell’istituzione della settimana di preghiera per l’unità dei cristiani (1908-2008), ai piedi della croce, vogliamo meditare su questo ecumenismo spirituale: in che consiste e come possiamo avanzare in esso.L’ecumenismo spirituale nasce dal pentimento e dal perdono e si alimenta con la preghiera. Nel 1977 partecipai a un congresso ecumenico carismatico a Kansas City, nel Missouri. C’erano quarantamila presenti, metà cattolici (tra cui il cardinal Suenens) e metà di altre denominazioni cristiane. Una sera, al microfono, uno degli animatori cominciò a parlare in un modo, per me, a quel tempo, strano: “Voi sacerdoti e pastori, piangete e fate lamento, perché il corpo del mio Figlio è spezzato… Voi laici, uomini e donne, piangete e fare lamento perché il corpo del mio Figlio è spezzato”.
Cominciai a vedere le persone cadere una dopo l’altra in ginocchio intorno a me e molte di esse singhiozzare di pentimento per le divisioni nel corpo di Cristo. E tutto questo mentre una scritta campeggiava da una parte all’altra dello stadio: “Jesus is Lord, Gesú è il Signore”. Io ero lì come un osservatore ancora assai critico e distaccato, ma ricordo che pensai tra me: Se un giorno tutti i credenti saranno riuniti a formare una sola Chiesa, sarà così: mentre saremo tutti in ginocchio, con il cuore contrito e umiliato, sotto la grande signoria di Cristo.
Se l’unità dei discepoli deve essere un riflesso dell’unità tra il Padre e il Figlio, essa deve essere anzitutto una unità d’amore, perché tale è l’unità che regna nella Trinità. La Scrittura ci esorta a « fare la verità nella carità » (veritatem facientes in caritate) (Ef 4, 15). E sant’Agostino afferma che « non si entra nella verità se non attraverso la carità »: non intratur in veritatem nisi per caritatem [3]. La cosa straordinaria, circa questa via all’unità basata sull’amore, è che essa è già ora spalancata davanti a noi. Non possiamo « bruciare le tappe » circa la dottrina, perché le differenze ci sono e vanno risolte con pazienza nelle sedi appropriate. Possiamo invece bruciare le tappe nella carità, ed essere uniti, fin d’ora. Il vero, sicuro segno della venuta dello Spirito non è, scrive sant’Agostino, il parlare in lingue, ma è l’amore per l’unità: “Sappiate che avete lo Spirito Santo quando acconsentite a che il vostro cuore aderisca all’unità attraverso una sincera carità” [4].Ripensiamo all’inno alla carità di san Paolo. Ogni sua frase acquista un significato attuale e nuovo, se applicata all’amore tra membri delle diverse Chiese cristiane, nei rapporti ecumenici:
« La carità è paziente….La carità non è invidiosa…Non cerca solo il suo interesse (o solo l’interesse della propria Chiesa). Non tiene conto del male ricevuto (semmai, del male arrecato agli altri!). Non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità (non gode delle difficoltà delle altre Chiese, ma si rallegra dei loro successi spirituali). Tutto crede, tutto spera, tutto sopporta » ( l Cor 13,4 ss).
Questa settimana abbiamo accompagnato alla sua dimora eterna una donna, Chiara Lubich, fondatrice del Movimento dei focolari. Ella è stata una pioniera e un modello di questo ecumenismo spirituale dell’amore. Ha dimostrato che la ricerca dell’unità tra i cristiani non porta alla chiusura verso il resto del mondo; è anzi il primo passo e la condizione per un dialogo più vasto con i credenti di altre religioni e con tutti gli uomini che hanno a cuore le sorti dell’umanità e della pace
* * *
“Amarsi, è stato detto, non significa guardarsi l’un l’altro, ma guardare insieme nella stessa direzione”. Anche tra cristiani, amarsi significa guardare insieme nella stessa direzione che è Cristo. “Egli è la nostra pace” (Ef 2,14). Se ci convertiremo a Cristo e andremo insieme verso di lui, noi cristiani ci avvicineremo anche tra di noi, fino a essere, come lui ha chiesto, “una cosa sola con lui e con il Padre”. Succede come per i raggi di una ruota. Essi partono da punti distanti della circonferenza, ma a mano a mano che si avvicinano al centro, si avvicinano anche tra di loro, fino a formare un punto solo. Ciò che potrà riunire i cristiani divisi sarà solo il diffondersi tra di essi, per opera dello Spirito Santo, di un’ondata nuova di amore per Cristo. È ciò che sta avvenendo nella cristianità e che ci riempie di stupore e di speranza. “L’amore di Cristo ci spinge, al pensiero che uno è molto per tutti” (2 Cor 5,14). Il fratello di un’altra Chiesa –anzi, ogni essere umano – è “uno per cui Cristo è morto” (Rom 14,16), come è morto per me.
* * *Un motivo deve soprattutto spingerci avanti in questo cammino. La posta in gioco all’inizio del terzo millennio, non è più la stessa che all’inizio del secondo millennio, quando si produsse la separazione tra oriente e occidente; neppure è la stessa che a metà dello stesso millennio, quando si produsse la separazione tra cattolici e protestanti. Possiamo dire che la maniera esatta di procedere dello Spirito Santo dal Padre o il modo in cui avviene la giustificazione dell’empio siano i problemi che appassionano gli uomini di oggi e con cui sta o cade la fede cristiana? Il mondo è andato avanti e noi e siamo rimasti inchiodati a problemi e formule di cui il mondo non conosce più neppure il significato. Nelle battaglie medievali c’era un momento in cui, superati i fanti, gli arcieri e la cavalleria, la mischia si concentrava intorno al re. Lì si decideva l’esito finale dello scontro. Anche per noi la battaglia oggi è intorno al re. Esistono edifici o strutture metalliche così fatti che se si tocca un certo punto nevralgico, o si leva una certa pietra, tutto crolla. Nell’edificio della fede cristiana questa pietra angolare è la divinità di Cristo. Tolta questa, tutto si sfalda e, prima di ogni altra cosa, la fede nella Trinità.
Da ciò si vede come ci siano oggi sono due ecumenismi possibili: un ecumenismo della fede e un ecumenismo dell’incredulità; uno che riunisce tutti quelli che credono che Gesù è il Figlio di Dio, che Dio è Padre Figlio e Spirito Santo, e che Cristo è morto per salvare tutti gli uomini, e uno che riunisce tutti quelli che, in ossequio al simbolo di Nicea, continuano a proclamare queste formule, ma svuotandole del loro vero contenuto. Un ecumenismo in cui, al limite, tutti credono le stesse cose, perché nessuno crede più a niente, nel senso che la parola “credere“ ha nel Nuovo Testamento.“Chi è che vince il mondo, scrive Giovanni nella Prima Lettera, se non chi crede che Gesù è il Figlio di Dio?”, (1 Gv 5,5). Stando a questo criterio, la fondamentale distinzione tra i cristiani non è tra cattolici, ortodossi e protestanti, ma tra coloro che credono che Cristo è il Figlio di Dio e coloro che non lo credono.
* * *“L’anno secondo del re Dario, il primo giorno del sesto mese, questa parola del Signore fu rivolta per mezzo del profeta Aggeo a Zorobabele figlio di Sealtièl, governatore della Giudea, e a Giosuè figlio di Iozedàk, sommo sacerdote…: Vi sembra questo il tempo di abitare tranquilli nelle vostre case ben coperte, mentre la mia casa è ancora in rovina?” (Ag 1, 1-4). Questa parola del profeta Aggeo è rivolta oggi a noi. È questo il tempo di continuare a preoccuparci solo di quello che riguarda il nostro ordine religioso, il nostro movimento, o la nostra Chiesa? Non sarà proprio questa la ragione per cui anche noi “seminiamo molto, ma raccogliamo poco” (Ag 1, 6)? Predichiamo e ci diamo da fare in tutti i modi, ma il mondo si allontana, anziché convertirsi a Cristo.
Il popolo d’Israele ascoltò il richiamo del profeta; smisero di abbellire ognuno la propria casa per ricostruire insieme il tempio di Dio. Dio allora inviò di nuovo il suo profeta con un messaggio di consolazione e di incoraggiamento che è anche per noi: “Ora, coraggio, Zorobabele – oracolo del Signore – coraggio, Giosuè figlio di Iozedàk, sommo sacerdote; coraggio, popolo tutto del paese, dice il Signore, e al lavoro, perché io sono con voi” (Ag 2,4). Coraggio, voi tutti che avete a cuore la causa dell’unità dei cristiani, e al lavoro, perché io sono con voi, dice il Signore!

 

SANTA MESSA NELLA CENA DEL SIGNORE – OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI (2008)

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/homilies/2008/documents/hf_ben-xvi_hom_20080320_coena-domini_it.html

SANTA MESSA NELLA CENA DEL SIGNORE

OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI

Basilica di San Giovanni in Laterano

Giovedì Santo, 20 marzo 2008 – (anno A)

Cari fratelli e sorelle,

san Giovanni inizia il suo racconto sul come Gesù lavò i piedi ai suoi discepoli con un linguaggio particolarmente solenne, quasi liturgico. “Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine” (13, 1). È arrivata l’“ora” di Gesù, verso la quale il suo operare era diretto fin dall’inizio. Ciò che costituisce il contenuto di questa ora, Giovanni lo descrive con due parole: passaggio (metabainein, metabasis) ed agape – amore. Le due parole si spiegano a vicenda; ambedue descrivono insieme la Pasqua di Gesù: croce e risurrezione, crocifissione come elevazione, come “passaggio” alla gloria di Dio, come un “passare” dal mondo al Padre. Non è come se Gesù, dopo una breve visita nel mondo, ora semplicemente ripartisse e tornasse al Padre. Il passaggio è una trasformazione. Egli porta con sé la sua carne, il suo essere uomo. Sulla Croce, nel donare se stesso, Egli viene come fuso e trasformato in un nuovo modo d’essere, nel quale ora è sempre col Padre e contemporaneamente con gli uomini. Trasforma la Croce, l’atto dell’uccisione, in un atto di donazione, di amore sino alla fine. Con questa espressione “sino alla fine” Giovanni rimanda in anticipo all’ultima parola di Gesù sulla Croce: tutto è portato a termine, “è compiuto” (19, 30). Mediante il suo amore la Croce diventa metabasis, trasformazione dell’essere uomo nell’essere partecipe della gloria di Dio. In questa trasformazione Egli coinvolge tutti noi, trascinandoci dentro la forza trasformatrice del suo amore al punto che, nel nostro essere con Lui, la nostra vita diventa “passaggio”, trasformazione. Così riceviamo la redenzione – l’essere partecipi dell’amore eterno, una condizione a cui tendiamo con l’intera nostra esistenza.

Questo processo essenziale dell’ora di Gesù viene rappresentato nella lavanda dei piedi in una specie di profetico atto simbolico. In essa Gesù evidenzia con un gesto concreto proprio ciò che il grande inno cristologico della Lettera ai Filippesi descrive come il contenuto del mistero di Cristo. Gesù depone le vesti della sua gloria, si cinge col “panno” dell’umanità e si fa schiavo. Lava i piedi sporchi dei discepoli e li rende così capaci di accedere al convito divino al quale Egli li invita. Al posto delle purificazioni cultuali ed esterne, che purificano l’uomo ritualmente, lasciandolo tuttavia così com’è, subentra il bagno nuovo: Egli ci rende puri mediante la sua parola e il suo amore, mediante il dono di se stesso. “Voi siete già mondi per la parola che vi ho annunziato”, dirà ai discepoli nel discorso sulla vite (Gv 15, 3). Sempre di nuovo ci lava con la sua parola. Sì, se accogliamo le parole di Gesù in atteggiamento di meditazione, di preghiera e di fede, esse sviluppano in noi la loro forza purificatrice. Giorno dopo giorno siamo come ricoperti di sporcizia multiforme, di parole vuote, di pregiudizi, di sapienza ridotta ed alterata; una molteplice semifalsità o falsità aperta s’infiltra continuamente nel nostro intimo. Tutto ciò offusca e contamina la nostra anima, ci minaccia con l’incapacità per la verità e per il bene. Se accogliamo le parole di Gesù col cuore attento, esse si rivelano veri lavaggi, purificazioni dell’anima, dell’uomo interiore. È, questo, ciò a cui ci invita il Vangelo della lavanda dei piedi: lasciarci sempre di nuovo lavare da quest’acqua pura, lasciarci rendere capaci della comunione conviviale con Dio e con i fratelli. Ma dal fianco di Gesù, dopo il colpo di lancia del soldato, uscì non solo acqua, bensì anche sangue (Gv 19, 34; cfr1 Gv 5, 6. 8). Gesù non ha solo parlato, non ci ha lasciato solo parole. Egli dona se stesso. Ci lava con la potenza sacra del suo sangue, cioè con il suo donarsi “sino alla fine”, sino alla Croce. La sua parola è più di un semplice parlare; è carne e sangue “per la vita del mondo” (Gv 6, 51). Nei santi Sacramenti, il Signore sempre di nuovo s’inginocchia davanti ai nostri piedi e ci purifica. PreghiamoLo, affinché dal bagno sacro del suo amore veniamo sempre più profondamente penetrati e così veramente purificati!
Se ascoltiamo il Vangelo con attenzione, possiamo scorgere nell’avvenimento della lavanda dei piedi due aspetti diversi. La lavanda che Gesù dona ai suoi discepoli è anzitutto semplicemente azione sua – il dono della purezza, della “capacità per Dio” offerto a loro. Ma il dono diventa poi un modello, il compito di fare la stessa cosa gli uni per gli altri. I Padri hanno qualificato questa duplicità di aspetti della lavanda dei piedi con le parole sacramentum ed exemplum. Sacramentum significa in questo contesto non uno dei sette sacramenti, ma il mistero di Cristo nel suo insieme, dall’incarnazione fino alla croce e alla risurrezione: questo insieme diventa la forza risanatrice e santificatrice, la forza trasformatrice per gli uomini, diventa la nostra metabasis, la nostra trasformazione in una nuova forma di essere, nell’apertura per Dio e nella comunione con Lui. Ma questo nuovo essere che Egli, senza nostro merito, semplicemente ci dà deve poi trasformarsi in noi nella dinamica di una nuova vita. L’insieme di dono ed esempio, che troviamo nella pericope della lavanda dei piedi, è caratteristico per la natura del cristianesimo in genere. Il cristianesimo, in rapporto col moralismo, è di più e una cosa diversa. All’inizio non sta il nostro fare, la nostra capacità morale. Cristianesimo è anzitutto dono: Dio si dona a noi – non dà qualcosa, ma se stesso. E questo avviene non solo all’inizio, nel momento della nostra conversione. Egli resta continuamente Colui che dona. Sempre di nuovo ci offre i suoi doni. Sempre ci precede. Per questo l’atto centrale dell’essere cristiani è l’Eucaristia: la gratitudine per essere stati gratificati, la gioia per la vita nuova che Egli ci dà.
Con ciò, tuttavia, non restiamo destinatari passivi della bontà divina. Dio ci gratifica come partner personali e vivi. L’amore donato è la dinamica dell’“amare insieme”, vuol essere in noi vita nuova a partire da Dio. Così comprendiamo la parola che, al termine del racconto della lavanda dei piedi, Gesù dice ai suoi discepoli e a tutti noi: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (Gv 13, 34). Il “comandamento nuovo” non consiste in una norma nuova e difficile, che fino ad allora non esisteva. Il comandamento nuovo consiste nell’amare insieme con Colui che ci ha amati per primo. Così dobbiamo comprendere anche il Discorso della montagna. Esso non significa che Gesù abbia allora dato precetti nuovi, che rappresentavano esigenze di un umanesimo più sublime di quello precedente. Il Discorso della montagna è un cammino di allenamento nell’immedesimarsi con i sentimenti di Cristo (cfr Fil 2, 5), un cammino di purificazione interiore che ci conduce a un vivere insieme con Lui. La cosa nuova è il dono che ci introduce nella mentalità di Cristo. Se consideriamo ciò, percepiamo quanto lontani siamo spesso con la nostra vita da questa novità del Nuovo Testamento; quanto poco diamo all’umanità l’esempio dell’amare in comunione col suo amore. Così le restiamo debitori della prova di credibilità della verità cristiana, che si dimostra nell’amore. Proprio per questo vogliamo tanto maggiormente pregare il Signore di renderci, mediante la sua purificazione, maturi per il nuovo comandamento.
Nel Vangelo della lavanda dei piedi il colloquio di Gesù con Pietro presenta ancora un altro particolare della prassi di vita cristiana, a cui vogliamo alla fine rivolgere la nostra attenzione. In un primo momento, Pietro non aveva voluto lasciarsi lavare i piedi dal Signore: questo capovolgimento dell’ordine, che cioè il maestro – Gesù – lavasse i piedi, che il padrone assumesse il servizio dello schiavo, contrastava totalmente con il suo timor riverenziale verso Gesù, con il suo concetto del rapporto tra maestro e discepolo. “Non mi laverai mai i piedi”, dice a Gesù con la sua consueta passionalità (Gv 13, 8). È la stessa mentalità che, dopo la professione di fede in Gesù, Figlio di Dio, a Cesarea di Filippo, lo aveva spinto ad opporsi a Lui, quando aveva predetto la riprovazione e la croce: “Questo non ti accadrà mai!”, aveva dichiarato Pietro categoricamente (Mt 16, 22). Il suo concetto di Messia comportava un’immagine di maestà, di grandezza divina. Doveva apprendere sempre di nuovo che la grandezza di Dio è diversa dalla nostra idea di grandezza; che essa consiste proprio nel discendere, nell’umiltà del servizio, nella radicalità dell’amore fino alla totale auto-spoliazione. E anche noi dobbiamo apprenderlo sempre di nuovo, perché sistematicamente desideriamo un Dio del successo e non della Passione; perché non siamo in grado di accorgerci che il Pastore viene come Agnello che si dona e così ci conduce al pascolo giusto.
Quando il Signore dice a Pietro che senza la lavanda dei piedi egli non avrebbe potuto aver alcuna parte con Lui, Pietro subito chiede con impeto che gli siano lavati anche il capo e le mani. A ciò segue la parola misteriosa di Gesù: “Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi” (Gv 13, 10). Gesù allude a un bagno che i discepoli, secondo le prescrizioni rituali, avevano già fatto; per la partecipazione al convito occorreva ora soltanto la lavanda dei piedi. Ma naturalmente si nasconde in ciò un significato più profondo. A che cosa si allude? Non lo sappiamo con certezza. In ogni caso teniamo presente che la lavanda dei piedi, secondo il senso dell’intero capitolo, non indica un singolo specifico Sacramento, ma il sacramentum Christi nel suo insieme – il suo servizio di salvezza, la sua discesa fino alla croce, il suo amore sino alla fine, che ci purifica e ci rende capaci di Dio. Qui, con la distinzione tra bagno e lavanda dei piedi, tuttavia, si rende inoltre percepibile un’allusione alla vita nella comunità dei discepoli, alla vita nella comunità della Chiesa – un’allusione che Giovanni forse vuole consapevolmente trasmettere alle comunità del suo tempo. Allora sembra chiaro che il bagno che ci purifica definitivamente e non deve essere ripetuto è il Battesimo – l’essere immersi nella morte e risurrezione di Cristo, un fatto che cambia la nostra vita profondamente, dandoci come una nuova identità che rimane, se non la gettiamo via come fece Giuda. Ma anche nella permanenza di questa nuova identità, per la comunione conviviale con Gesù abbiamo bisogno della “lavanda dei piedi”. Di che cosa si tratta? Mi sembra che la Prima Lettera di san Giovanni ci dia la chiave per comprenderlo. Lì si legge: “Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Se riconosciamo i nostri peccati, egli che è fedele e giusto ci perdonerà i peccati e ci purificherà da ogni colpa” (1, 8s). Abbiamo bisogno della “lavanda dei piedi”, della lavanda dei peccati di ogni giorno, e per questo abbiamo bisogno della confessione dei peccati. Come ciò si sia svolto precisamente nelle comunità giovannee, non lo sappiamo. Ma la direzione indicata dalla parola di Gesù a Pietro è ovvia: per essere capaci a partecipare alla comunità conviviale con Gesù Cristo dobbiamo essere sinceri. Dobbiamo riconoscere che anche nella nostra nuova identità di battezzati pecchiamo. Abbiamo bisogno della confessione come essa ha preso forma nel Sacramento della riconciliazione. In esso il Signore lava a noi sempre di nuovo i piedi sporchi e noi possiamo sederci a tavola con Lui.
Ma così assume un nuovo significato anche la parola, con cui il Signore allarga il sacramentum facendone l’exemplum, un dono, un servizio per il fratello: “Se dunque io, il Signore e Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri” (Gv 13, 14). Dobbiamo lavarci i piedi gli uni gli altri nel quotidiano servizio vicendevole dell’amore. Ma dobbiamo lavarci i piedi anche nel senso che sempre di nuovo perdoniamo gli uni agli altri. Il debito che il Signore ci ha condonato è sempre infinitamente più grande di tutti i debiti che altri possono avere nei nostri confronti (cfr Mt 18, 21-35). A questo ci esorta il Giovedì Santo: non lasciare che il rancore verso l’altro diventi nel profondo un avvelenamento dell’anima. Ci esorta a purificare continuamente la nostra memoria, perdonandoci a vicenda di cuore, lavando i piedi gli uni degli altri, per poterci così recare insieme al convito di Dio.
Il Giovedì Santo è un giorno di gratitudine e di gioia per il grande dono dell’amore sino alla fine, che il Signore ci ha fatto. Vogliamo pregare il Signore in questa ora, affinché gratitudine e gioia diventino in noi la forza di amare insieme con il suo amore. Amen.

GIOVEDÌ SANTO (MESSA IN CENA DOMINI) (2002) -PADRE RANIERO CANTALAMESSA

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PADRE RANIERO CANTALAMESSA

GIOVEDÌ SANTO (MESSA IN CENA DOMINI) (28/03/2002)

Vangelo: Gv 13,1-15

La liturgia della parola di questa Messa è essenziale per la comprensione di tutto il mistero pasquale. Non possiamo da qui saltare direttamente alla domenica di risurrezione, senza precluderci la possibilità di capire in che consista la nostra Pasqua, cioè la Pasqua della Chiesa. Perché la Pasqua della Chiesa è essenzialmente l’Eucaristia e questa sera noi celebriamo, appunto, l’istituzione dell’Eucaristia.
Paolo, nella prima lettura, ci ha trasmesso quello che lui stesso ha ricevuto dal Signore, cioè l’istituzione della Cena come nuova alleanza e come memoriale della sua morte. Giovanni, nel Vangelo, ci riporta allo stesso momento della vita di Cristo e ci parla anche lui, a modo suo, dell’Eucarístia. Là dove i sinottici e Paolo pongono il segno – l’Eucaristia -, egli ha posto il significato: l’amore fino alla fine di Cristo per i suoi; l’unità e il servizio dei fratelli. Le parole di Gesú che chiudono il brano evangelico:  » Come ho fatto io fate anche voi », sono un altro modo per dire:  » Fate questo in memoria di me « .
Quando la famiglia ebraica si metteva a tavola per la cena pasquale, il 14 Nisan, era prescritto che il figlio piú giovane rivolgesse questa domanda al padre:  » Che significa questo rito che stiamo per compiere questa notte?  » (Es. 12, 26). Nel Cenacolo, fu forse Giovanni a rivolgere questa domanda e Gesú a rispondere. Dobbiamo porci anche noi questa stessa domanda: che significa il rito di questa sera e che significano i riti che ci apprestiamo a ripetere anche quest’anno, in occasione della Pasqua?  » Cristo è morto per i nostri peccati ed è risorto per la nostra giustificazione  » (Rom. 4, 25); ma una volta sola (semel); egli non muore piú, la morte non ha píú potere su di lui (Rom. 6, 9). Che cos’è dunque ciò che noi facciamo ogni anno a Pasqua? Forse qualcosa di fallace, una finzione collettiva per cui ci immaginiamo che egli debba ancora morire e risorgere? Quello che noi stiamo per fare è l’anamnesi, o la liturgia, della storia; è il sacramento che attualizza l’evento (Agostino, Sermo 220).
Questa anamnesi non è invenzione dell’uomo, ma istituzione di Cristo:  » Fate questo in memoria di me « ;  » annunciate la morte del Signore finché egli torni « . E’ un memoriale che attraversa la storia, fin dalla notte dell’esodo rievocata nella prima lettura, e che ha raccolto, strada facendo, tutti gli interventi di Dio (i  » magnalia Dei « ), fino al supremo e definitivo, avvenuto all’altezza degli anni trenta della nostra era, con la morte e risurrezione di Cristo. E’ una specie di asse intorno a cui ruotano non solo gli anni, ma anche le settimane e i giorni. Il memoriale della Pasqua scorre infatti nella storia verso il compimento della parusia con tre ritmi:
a) un ritmo quotidiano, ed è l’Eucaristia che si celebra ogni giorno nella Chiesa:  » la Pasqua quotidiana », la chiamava sant’Agostino;
b) un ritmo settimanale, ed è il ricordo della risurrezione che si celebra ogni domenica:  » la piccola Pasqua », come la chiamano i nostri fratelli orientali;
c) un ritmo annuale, ed è la solennità di Pasqua che ci apprestiamo a vivere con tutta la Chiesa.
Questa Pasqua della Chiesa ha una sua struttura, i cui elementi essenziali sono: i tempi, i riti e i misteri. Originariamente, tutto era concentrato in una veglia notturna, preceduta da qualche giorno di digiuno e seguita da un lungo periodo di gioia, la Pentecoste. La Pasqua aveva allora una straordinaria carica evocativa. Non esistevano altre feste, sicché tutta la storia della salvezza, compresa la nascita di Cristo, riviveva in essa e si díspiegava davanti alla mente dei cristiani trascinandoli all’entusiasmo.  » 0 grande e santa Pasqua, io ti parlo come a un essere vivente  » (san Gregorio Nazianzeno). I cristiani riconoscevano nella Pasqua la culla in cui era nata la Chiesa, una culla preparata fin dalla lontana notte dell’esodo, rievocata nella prima lettura.
Piú tardi, nel quarto secolo, nel nuovo clima di libertà, i pellegrini che si recavano a Gerusalemme per la Pasqua cominciarono a distribuire gli eventi della passione e a celebrarli nei giorni e nei luoghi precisi in cui erano accaduti: la cattura nell’orto; la cena nel Cenacolo, il gíovedí santo; l’adorazione della Croce sul Golgota, il venerdí; la veglia di Pasqua nella chiesa dell’Anastasis, e cosí di seguito, fino all’ascensione celebrata, appunto sul monte da cui Gesú ascese al cielo. Ben presto, questa nuova prassi si diffuse in tutta la cristianità e diede origine alla struttura cosí ricca e articolata della Pasqua che è rimasta fino ad oggi, pur con tutte le riforme e i cambiamenti di dettaglio.
Quando, però, ci si interroga quale sia, tra tanti riti, quello essenziale; quale sia il culmine della Pasqua liturgica della Chiesa, si finisce per identificarlo sempre in un momento preciso: la celebrazione dell’Eucaristia. Fin dalle origini, l’Eucaristia che si celebrava al canto del gallo, nella veglia pasquale, segnava il momento di passaggio dalla tristezza alla gioia, dal digiuno alla festa. Era il grande  » scioglimento  » dell’attesa (díalysis), come veniva chiamato allora. L’Eucaristia, celebrata a cavallo tra il tempo in cui Gesú era ancora nella tomba e il momento in cui ne era uscito, era davvero il memoriale vivente della sua morte e della sua risurrezione. Era la Pasqua stessa di Cristo – il suo passaggio dalla morte alla vita che dalle profondità del passato emergeva all’oggí della liturgia. Tutto, cosí appariva compreso tra un  » ieri  » e un  » oggi « :  » Ieri, l’agnello veniva ucciso…; oggi, abbiamo lasciato l’Egitto. Ieri, ero crocifisso con Cristo; oggi, sono glorificato con lui. Ieri, ero sepolto con lui; oggi, sono risuscitato con lui  » (san Gregorio Naz.).
Abbiamo detto che l’Eucaristia è l’attualizzazíone della Pasqua di Cristo. E’ vero; ma è anche un’altra cosa importantissima: è la consacrazione della nostra Pasqua. Chi dice, nella Messa di Pasqua,  » Prendete e mangiate: questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi », non è píú solo il Cristo-capo, cioè il Gesú storico che le disse la prima volta nel Cenacolo; è il Cristo totale. capo e corpo; siamo anche noi. E’ l’ »io » della Chiesa fuso con l’ »io » di Cristo che offre se stesso in sacrificio. Nell’Eucaristia, noi offriamo un pane che abbiamo ricevuto dalla bontà di Dio, ma che è anche frutto del nostro lavoro. E’ quell’insieme di sforzo, di conversione, di fedeltà alla parola di Dio e di sofferenza che costituisce la pasqua dell’uomo, il suo lento e faticoso  » passaggio da questo mondo al Padre » (Gv. 13, 1).
Se lo vogliamo, in quelle parole c’è posto anche per il nostro  » io  » indeciso; solo che abbiamo il coraggio di dire, insieme con Cristo, ai fratelli che ci circondano nella vita e nel lavoro:  » Prendete, mangiate, questo è il mio corpo offerto per voi « . Prendete, cioè, il mio tempo, la mia amicizia, la mia attenzione, la mia competenza, la mia gioia: metto tutto a vostra disposizione; voglio impiegarli non solo per me, ma anche per voi. « Fate questo in memoria di me » significa: fate anche voi come ho fatto io. Giovanni lo dice apertamente: « da questo abbiamo conosciuto il suo amore: egli ha dato la vita per noi. Anche noi,, perciò, dobbiamo spendere la vita per i fratelli  » (1 Gv. 3, 16).
E’ questa l’Eucaristia che crea la comunità e fa la Chiesa, come spiga cresciuta da quel chicco di grano caduto in terra e morto e che ha portato molto frutto. E’ questa la Pasqua della Chiesa, con la quale ci apprestiamo a celebrare la Pasqua di Cristo e la nostra pasqua.

I CROCIFISSI DI LEGNO E I CROCIFISSI UMANI (20.4.2011)

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I CROCIFISSI DI LEGNO E I CROCIFISSI UMANI (20.4.2011)

La celebrazione della Pasqua è per i credenti non soltanto un appuntamento con l’evento fondante della loro fede, ma anche un’occasione per attualizzare questo evento nella loro vita personale e sociale. La morte e la resurrezione di Cristo, infatti, non sono soltanto una vicenda del passato da commemorare, ma l’orizzonte di senso entro cui leggere il presente e costruire il futuro.

DI GIUSEPPE SAVAGNONE

La celebrazione della Pasqua è per i credenti non soltanto un appuntamento con l’evento fondante della loro fede, ma anche un’occasione per attualizzare questo evento nella loro vita personale e sociale. La morte e la resurrezione di Cristo, infatti, non sono soltanto una vicenda del passato da commemorare, ma l’orizzonte di senso entro cui leggere il presente e costruire il futuro. Non a caso, in questi giorni, molte parrocchie e diocesi tradizionalmente effettuano una via crucis per le vie del quartiere o per i quartieri della città, a significare che la liturgia del cristiano coinvolge tutta la sua vita, sia dentro che fuori le mura del tempio, e si declina non solo nei riti, ma nei luoghi, nelle attività, nei rapporti di cui si intesse la vita quotidiana, per impregnarla e trasformarla.
Anche al di là delle processioni del venerdì santo, il crocifisso, più che mai in questa congiuntura storica, non si lascia chiudere nei luoghi di culto. Esso in vari modi irrompe sulle prime pagine dei giornali e dei notiziari radio-televisivi e inquieta sia la nostra società post-cristiana che il nostro cristianesimo abitudinario e sonnolento. È ancora viva la memoria della battaglia politica, giuridica, ma soprattutto culturale, che ha visto protagonisti i crocifissi di legno appesi alle pareti dei nostri locali pubblici. Li si voleva togliere di mezzo come un simbolo di potere e di privilegio, quando lo sono, piuttosto, di una tradizione religiosa condivisa dalla stragrande maggioranza del nostro popolo, che ha sempre visto in essi il richiamo a un mistero di amore e di condivisione. E si sarebbe così cancellato il solo segnale alternativo alla società spietata del profitto e del consumismo, contro le cui immagini e i cui slogan invasivi, veicolati a pagamento dal circo mediatico, nessuno si sogna di protestare.
Soprattutto, però, il simbolo pasquale della passione di Gesù si ripresenta ai nostri occhi in quegli uomini, in quelle donne, in quei bambini, di cui da tempo ? ma in questi giorni con un frenetico crescendo ? le cronache narrano il calvario. I loro viaggi estenuanti, prima, spesso, attraverso i deserti africani, poi sui barconi infidi dove riescono a trovare un posto solo pagandolo con tutto ciò che possiedono ? i risparmi di una vita in cambio di una briciola di speranza ? , poi in «centri di accoglienza» simili a lager, con la prospettiva di essere infine ricacciati nel nulla da cui provengono, più poveri e più disperati di prima. Molti di loro ? sono ancora le fredde notizie delle agenzie di stampa a dirlo ? muoiono per strada. Ogni tanto i riflettori indugiano per un istante su qualcuna di queste tragedie annunciate, come è stato per le due povere donne annegate davanti alla costa di Pantelleria, alle soglie di una felicità solo sognata. Ma sono centinaia, sono migliaia coloro che in questi anni sono finiti così, nel buio di un mare in tempesta.
Il paradosso è che la maggioranza che governa il nostro Paese e buona parte dei cittadini, anche cattolici, di cui tale maggioranza è espressione, mentre si sono battuti con tutte le loro forze, pieni d’indignazione, per difendere i crocifissi di legno, con la stessa decisione ostentano la loro indifferenza e il loro rifiuto nei confronti di questi crocifissi in carne ed ossa. Non parliamo, qui, delle ragionevoli riserve sulle modalità in cui l’esodo si sta svolgendo, né delle necessarie misure per renderlo sostenibile. Ci riferiamo, piuttosto, alle frasi di ripulsa e di disprezzo, con cui tanti esponenti politici di primo piano, e non solo da oggi, hanno preso posizione nei confronti del dramma di questi profughi. Davanti a simili esternazioni, tremende sulla bocca di uomini che si dicono difensori dei valori cristiani, ci è tornata in mente la parola di Gesù: «Ebbi fame, e non mi avete dato da mangiare? Ebbi sete, e non mi avete dato da bere? Fui forestiero, e non mi avete accolto?».
La settimana santa non è cominciata lunedì. La passione di Cristo si sta svolgendo da tempo sotto i nostri occhi di spettatori distratti. Ma il mistero della Pasqua ci dice che Colui che è stato crocifisso è risorto e tornerà a giudicare i vivi e i morti. Già da ora Egli è segno di contraddizione, che misura le nostre scelte. Nella sua vittoria pasquale tutti i poveri e gli stranieri di questo mondo troveranno il loro riscatto. Questa, nell’ora dolorosa che viviamo, è la nostra indefettibile speranza. Ma, se vogliamo davvero partecipare alla Pasqua, dobbiamo, nel contemplare le piaghe del Risorto, chiederGli la grazia di trasformare il nostro cuore di pietra in un cuore di carne. Perché possiamo imparare a riconoscere il Suo volto in quello sfigurato dei nostri fratelli e delle nostre sorelle che tendono le mani verso di noi.

MARIA PRESSO LA CROCE NELLA CHIESA BIZANTINA

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MARIA PRESSO LA CROCE NELLA CHIESA BIZANTINA

Sommario

1. Presenza di Maria ai piedi della croce nelle celebrazioni del venerdì santo.
2. La compassione di Maria nei giorni festivi della croce.
3. Presenza della croce nell’ufficio giornaliero.
4. Presenza di Maria presso la croce nei giorni settimanali del mercoledì e del venerdì.
5. Importanza del tema della compassione e il suo senso.
6. Bibliografia

Il tema giovanneo di Maria ai piedi della croce (cfr Gv 19, 25-27), ricorre spesso nella liturgia bizantina. L’evento, fortemente messo in rilievo nella celebrazione liturgica del venerdì santo, trova anche posto nelle numerose feste della croce e nel ricordo che se ne fa nelle commemorazioni liturgiche settimanali non solo del mercoledì e del venerdì, ma anche il giorno di domenica, come risulta dalla copiosa innografia presente nei libri liturgici bizantini. Questa abbondante presenza di Maria ai piedi della croce spiega il fatto che la liturgia bizantina non ha provato il bisogno di istituire una festa specifica della compassione di Maria e dell’Addolorata, come invece è stato fatto nella liturgia latina.

1. Presenza di Maria ai piedi della croce nelle celebrazioni del venerdì santo 1
La liturgia del venerdì santo segue da vicino tutti gli eventi che hanno contrassegnato la vita del Salvatore, li commenta, li celebra e canta con inni di rara bellezza, attinti ai diversi generi dell’innografia greca e dovuti a melodi, ossia autori insieme poeti e teologi. L’inno tipico del giorno è quello che si canta davanti alla croce dopo la proclamazione della quinta pericope evangelica: Oggi è appeso al legno colui che ha sospeso la terra sulle acque. E’ cinto di una corona di spine il Re degli angeli. Di una falsa porpora è rivestito colui che avvolge il cielo di nubi. È schiaffeggiato colui che ha liberato Adamo nel Giordano. È confitto con chiodi lo Sposo della Chiesa. È trafitto di lancia il Figlio della Vergine. Adoriamo i tuoi patimenti o Cristo. Mostraci anche la tua risurrezione 2. Il canto, proclamato ad alta voce davanti al crocifisso, parla di Gesù come del « Figlio della Vergine », suggerito dalla pericope giovannea letta per ben due volte in questo giorno.
Una delle antifone, costituita da un stavrotheotokion, evoca così la presenza di Maria ai piedi della croce: Vedendoti appeso alla croce, o Cristo, la Madre tua gridava: ‘Quale mistero strano io contemplo, o Figlio mio? Come puoi morire, con la tua carne confitta al legno, tu che sei l’elargitore della vita’ 3?
Nel corso della celebrazione si legge un famoso inno di Romano il Melode, detto Kondakion di Maria ai piedi della croce. Nell’inno, che può essere chiamato dell’Addolorata, Maria vi è paragonata all’Agnella che segue l’Agnello destinato al macello, come si può leggere nella prima stanza dell’inno: Maria, l’Agnella, alla vista del proprio Agnello trascinato al macello, seguiva afflitta con le altre donne, e gridava: ‘Dove vai, Figlio? Per quale ragione corri con tanta premura? Si celebrano forse altre nozze a Cana, e ora tu ti affretti, per mutarvi per loro l’acqua in vino? Posso accompagnarti, Figlio? O piuttosto, meglio è aspettarti? Dimmi una parola, Verbo, non passare davanti a me in silenzio, tu che mi hai conservata pura, Figlio e Dio mio’ 4!
L’inno prosegue descrivendo Maria che non sa spiegarsi perché si sia pervenuti a tanto dopo il non lontano trionfo delle palme (str. 2); pesa per di più sull’anima di Maria la fuga dei discepoli (str. 3). Gesù prende la parola per spie­gare che egli doveva riscattare quanti erano nell’Ade (str. 4) e chiede alla Madre di non far impallidire il suo bel nome di Piena di grazia (str. 5), e di accettare il sacrificio che lui stesso si assume per la salvezza del mondo (str. 6). Maria insiste, mostrando l’impossibilità in cui si trova di capire che egli per questo debba morire (str. 7-8). Gesù le rivela allora che Adamo ed Eva erano gravemente malati e attendevano di essere liberati (str. 9-10). Ma il cuore di Maria non ne è rasserenato (str. 11) ed ella chiede al Figlio di lasciarsi ancora vedere nel futuro (str. 11). Gesù le promette che sarà lei la prima a vederlo (str. 12-14). Maria cede alle parole del Figlio e gli esprime il suo fermo proposito di non staccarsi da lui sino alla morte (str. 15). Gesù, a sua volta, accetta che la Madre lo accompagni, ma la sollecita a mostrarsi forte di animo (str. 16). L’ultima strofa contiene la consueta preghiera di chiusura (str. 17), particolarmente bella e sugge­stiva.
Il tema della compassione mariana è di nuovo rievocato in alcune strofe, dette Stichirà, che si cantano tra i versetti dei Salmi di Lodi, dopo la IX pericope evangelica (Gv 19, 25-37). L’autore anonimo mette in un raro rilievo i sentimenti che prova Maria a vedere il Figlio appeso al legno come un malfattore: Quando tu fosti crocifisso, o Cristo, tutto il creato vide e tremò. Le fondamenta della terra furono sconvolte dal timore della tua potenza. Oggi, alla tua esaltazione sulla croce, precipitò nella rovina il popolo ebreo. Il velo del tempio si divise in due. Si aprirono le tombe, i morti risuscitarono dai sepolcri. Il centurione vide il prodigio e tremò; ma la Madre tua, stando presso la croce, esclamava, gemendo maternamen­te: ‘Come potrei non piangere e non battermi il petto, vedendoti nudo, appeso al legno come un condannato’! O Signore crocifisso e risorto dai morti, gloria a te 5!
Il tema della compassione di Maria si prolunga anche sul sabato santo, giorno contrassegnato da una vera celebrazione funebre, accompagnata da una rappresentazione e dal canto di elogi funebri, nei quali si mettono anche in bocca a Maria parole come queste:
La Pura effondeva lamenti e lacrime di madre su di te, o Gesù, e gridava: Figlio, come potrò seppellirti?
L’Agnella, vedendo morto il suo Agnello, oppressa dal dolore, gemeva, commovendo tutto il gregge a gridare con lei.
Sola fra le donne, o Figlio, ti ho dato alla luce senza dolore, ma ora soffro doglie insopportabili, come di partoriente, gridava la Santa.
Sono orribilmente ferita, le mie viscere sono dilaniate, o Verbo, vedendo la tua ingiusta uccisione, diceva la tutta pura, facendo il compianto.
Il sabato santo si canta anche una lunga composizione innografica detta Canone, la cui nona Ode è attribuita a Cosma di Maiuma (+ c. 751); nella strofa iniziale Cristo invita la Madre a non piangere: Non piangere per me, o Madre, vedendo nella tomba il Figlio che senza seme hai concepito nel tuo seno. Risorgerò, infatti, e sarò glorificato e innalzerò nella gloria incessantemente coloro che ti esaltano con fede e con amore, perché io sono Dio! Maria risponde: Alla tua nascita straordinaria, ho sfuggito le doglie e sono stata soprannaturalmente beata, o Figlio che non hai principio; ma ora, vedendoti morto, Dio mio, senza respiro, sono orribilmente dilaniata dalla spada del dolore; risorgi, dunque, perché io possa essere detta beata 6.

2. La compassione di Maria nei giorni festivi della croce
La liturgia bizantina commemora la croce, cuore e simbolo della redenzione operata da Cristo, e la festeggia in quattro diverse occasioni più o meno solenni: la prima ricorre il 14 settembre e viene chiamata Esaltazione universale della venerata e vivificante croce; la seconda, celebrata il 7 maggio, ne commemora l’apparizione in cielo a Gerusalemme, sotto l’imperatore Costanzo, figlio di Costantino Magno nel 351; la terza ricorre il primo agosto con una processione penitenziale; la quarta infine ricorre la terza domenica di quaresima. I testi liturgici, dovuti ai grandi melodi del primo millennio, evocano spesso il tema della presenza di Maria ai piedi della croce e quello della sua compassione. Maria manifesta profondo dolore: ‘Quando ti ho messo al mondo, o Figlio, io non ebbi nessun dolore. Ora invece come è che sono piena di dolori? Vedo difatti appeso alla croce come un malfattore te che sospendi la terra sul nulla’, disse la Tuttasanta in lacrime. Essa si chiede perché deve vedere il Figlio appeso alla croce: ‘Ti vedo ora come un agnello senza macchia appeso alla croce, o Figlio mio che sei prima dei secoli, e sono soffocata dal dolore e la pena mi strangola’, diceva la Tutta pura. Noi con voci che non si stancano a lei inneggiamo con pietà in tutti i secoli 7.
Durante la processione che segue la divina liturgia eucaristica, si canta in conclusione di una serie di strofe il seguente Stavrotheotokion: In questo giorno l’inaccessibile Signore si rende a me accessibile, e patisce la passione per affrancarmi dalle mie passioni; colui che restituisce ai ciechi la vista riceve sputi da labbra impure e si lascia flagellare per liberare i prigionieri. La Vergine, sua madre, vedendolo sulla croce, gli dice fra gemiti: ‘Ohimè, o Figlio amatissimo, tu che sorpassi ogni mortale per la tua bellezza, eccoti senza fascino, senza grazia e senza vita. Ohimè, o luce dei miei occhi, una spada trafigge il mio cuore e le mie viscere soffrono di vederti così. Io celebro e inneggio alla tua Passione, adoro la tua misericordia infinita, Signore longanime, gloria a te’ 8.
Durante l’adorazione della Croce si canta, fra l’altro, il seguente inno che porta il nome dell’imperatore Leone VI (886-916): Oggi l’inaccessibile per essenza si rende accessibile per me, subisce la passione per liberarmi dalle passioni. Colui che restituisce la vista ai ciechi vede il suo volto insozzato dagli sputi di labbra empie, e offre il dorso alla flagellazione. La Madre vergine immacolata, vedendolo appeso alla croce, disse con lamenti: ‘Ahimè, Figlio mio! Cosa hai fatto per questo, tu che sei il più bello fra i mortali, tu appari senza soffio né forma né bellezza. Ahimè, o mia luce, io non posso vederti senza vita. Le mie viscere sono dilaniate e la terribile spada trafigge il mio cuore. Io inneggio però ai tuoi patimenti, adoro la tua misericordia. Signore longanime, gloria a te’ 9!

3. Presenza della croce nell’ufficio giornaliero
Per santificare le 24 ore del giorno e della notte i Bizantini hanno creato un fitto cursus di preghiere giornaliere, che, pur partendo dal numero settenario, lo ha sorpassato. Attualmente il cursus comprende: Vespro, Compieta, Mezzanotte, Mattutino (l’equivalente dei tre Notturni e delle Lodi latine), Prima, Terza, Sesta, Nona. Di più, in Quaresima: una Mesoria dell’ora Prima, Terza, Sesta e Nona, i Tipici che prendono il posto della divina liturgia nei giorni aliturgici, e la Grande Compieta.
A ciascuna di queste Ore è stato assegnato un significato tratto per lo più dalla vita di Cristo. Per i cristiani la preghiera di lode al sorgere del sole celebra la risurrezione gloriosa di Cristo, mentre l’ufficio dei Vespri, al declinare del giorno, ricorda la deposizione dalla croce e la sepoltura per il riposo sabatico del Signore al quale ogni cristiano è associato con la morte. La Tradizione apostolica ricollega le Piccole Ore ai momenti principali della Passione di Cristo: crocifissione a terza, tenebre sul mondo a sesta, morte di Gesù a nona; le tracce di questa interpretazione si ritrovano nei diversi riti orientali.
I tropari, recitati giornalmente in ciascuna di queste Ore, riflettono il senso assegnato a ciascuna. L’Ora Nona, che rievoca la morte di Cristo sulla croce, ha il seguente Stavrotheotokion che evoca la compassione di Maria: La Madre, alla vista dell’Agnello e Pastore e Salvatore del mondo appeso alla croce, diceva lacrimando: ‘Il mondo si rallegra per la salvezza ricevuta, ma le mie viscere bruciano alla vista della crocifissione che tu sopporti per tutti, Figlio e Dio mio’ 10!

4. Presenza di Maria presso la croce nei giorni settimanali del mercoledì e del venerdì
I cristiani, adottando il ritmo della settimana ebraica, dettero a ciascuno dei suoi giorni un nuovo contenuto: ciò si riflette nel culto liturgico di tutte le Chiese orientali, specie bizantina. L’organizzazione liturgica della settimana privilegiò ben presto quattro giorni: la domenica, il mercoledì, il venerdì e il sabato. In seguito la liturgia bizantina ha assegnato a ciascun giorno le seguenti memorie: domenica, la risurrezione; lunedì, gli Angeli; martedì, Giovanni Battista; il mercoledì, la croce e la Madre di Dio; il giovedì, gli Apostoli e san Nicola; il venerdì, di nuovo la croce; il sabato, i defunti e tutti i santi.
Il mercoledì e il venerdì, particolarmente consacrati alla croce, vengono messi in rilievo con molti inni, detti Stavrotheotokia, che mettono in grande luce le sofferenze della Madre per il Figlio ingiustamente crocifisso, e più di una volta gli chiede di non lasciarla sola e senza figli: Contemplando, o Cristo, la tua iniqua uccisione, la Vergine gemendo ti gridava: ‘Figlio dolcissimo, come mai ingiustamente soffri, come mai sei appeso sul legno, tu che hai sospeso tutta la terra sulle acque? O misericordiosissimo Benefattore, ti prego, non lasciare sola me, la tua Madre e tua serva’ 11. In molti inni ricorre il tema dell’Agnella e dell’Agnello: L’immacolata Agnella, contemplando morto sul legno l’Agnello e Pastore, in lacrime gridava, maternamente gemendo: ‘Come celebrerò, Figlio mio, la tua inesprimibile condiscendenza e il volontario soffrire, o Dio sommamente buono’ 12? Altri testi evocano la spada profetizzata da Simeone, come in questo attribuito a Giuseppe l’Innografo, poeta siculo: Una spada ti ferì, o Purissima, quando mirasti la passione del Figlio tuo: contemplando lui trafitto da una lancia e pensando alla spada che, sulle porte del paradiso, impediva il divino adito ai fedeli. Giuseppe mette anche in bocca a Maria il seguente grido: O Fanciulla, che in modo ineffabile hai partorito il Verbo amico degli uomini, vedendolo spontaneamente soffrire sopra le forze dell’uomo, gridavi: ‘Che è questo? L’Impassibile Dio si sottomette alla passione, a fin di sottrarre alle passioni coloro che fedelmente l’adorano’ 13! Un altro innografo mette in bocca a Maria: L’immacolata Agnella, vedendo in croce come agnello sgozzato l’Agnello e Pastore, levava acute grida e lamentando diceva: ‘O temeraria audacia degli Ebrei omicidi! O tua divina longanimità, Figlio mio! perché volontariamente soffri’ 14.

5. Importanza del tema della compassione e il suo senso
Il tema di Maria ai piedi della croce può anche essere della compassione di Maria. Quest’ultimo nome non si trova tale quale nei testi liturgici descritti sopra, ma si ritrova in un testo di Giovanni Damasceno e è stato ripreso dal Vaticano II nel capitolo VIII della Lumen Gentium. Il testo del Damasceno, tratto dal suo Trattato sulla fede ortodossa, così si esprime:
Ma ella, beata e stimata degna dei doni al di sopra della natura, quei dolori a cui era sfuggita nel partorire invece li subì al tempo della passione, soffrendo la lacerazione delle sue viscere a causa della sua compassione materna. E, vedendo uccidere come un malfattore colui che, nel generarlo, ella aveva conosciuto come Dio, fu lacerata dai suoi pensieri come da una spada: infatti questo significa ‘una spada trafiggerà la tua anima’. Ma poi il dolore è trasformato dalla gioia della risurrezione, la quale annunzia come Dio colui che era morto nella carne (De fide orthodoxa, IV, 14: PG 94, 1920) 15.
Il termine greco reso con compassione è quello di sympatheia; il Damasceno parla di sympatheia splachnon, che si può tradurre compassione delle viscere, o anche del cuore. In un altro capitolo del suo trattato, il Damasceno vede nella compassione una specie di afflizione causata dal male che proviene dagli altri 16.
I sentimenti di Maria davanti alla passione del Figlio sono paragonati a quelli dell’agnella di fronte alle sofferenze del suo agnello. Il nome di Agnella dato a Maria è molto antico e lo si incontra per la prima volta nell’Omelia sulla Pasqua di Melitone, vescovo di Sardi in Asia Minore, morto dopo l’anno 180. Egli parla della kale amnas, la bella agnella da cui nacque l’agnello muto, l’agnello sgozzato, che fu preso dal gregge e trascinato all’immolazione 17. Nel secolo V Proclo di Costantinopoli (+ 446) usa il termine in contesto dell’incarnazione e parla spesso della « agnella da cui nacque l’agnello ». A sua volta nel secolo VI Romano il Melode (+ ca. 560), nel suo inno di Maria ai piedi della croce, riprende a suo conto questo nome di Agnella in contesto della passione applicandolo a Maria che piange il Figlio chiamato Agnello. Gli autori posteriori riprenderanno spesso questi nomi, come si può vedere dai non pochi testi che abbiamo citato sopra.
Non sfugge a nessuno l’origine biblica di questo nome: esso trae origine dal tema biblico del Messia-vittima, o del Messia-redentore. Giovanni Battista, mostrando col dito Gesù e dicendo: Ecco l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo (Gv 1, 29), identifica l’immagine biblica con la sua realizzazione storica nella persona di Gesù. L’immagine fu estesa in modo del tutto naturale anche alla sua Madre che prese il nome di Agnella.
Gli autori dei testi che parlano della compassione di Maria, vedono nelle sofferenze patite in occasione della passione del Figlio la realizzazione della profezia della spada di Simeone. Questa interpretazione, confermata da Giovanni Damasceno citato sopra, prende le distanze da alcuni rari padri o scrittori ecclesiastici, come Origene, Cirillo di Alessandria e altri, che avevano interpretato la spada promessa come spada del dubbio, frutto di una crisi di fede di Maria, di scandalo o di incredulità davanti all’apparente fallimento del Figlio nella passione e nella morte. Ciò facendo, la liturgia corregge il tiro e propone la visione tradizionale della Chiesa, la quale esclude ogni veduta personale e sintonizza l’anima dei fedeli sulle grandi verità della fede ad esclusione di ogni interpretazione personale eccessiva.
In molti testi Maria viene consolata dal Figlio con la promessa della sua propria risurrezione e con quella della glorificazione della propria Madre. Promessa di gioia spesso accompagnata dalla certezza di vedere per primo il Figlio risuscitato. Il fatto, è vero, non trova alcun riscontro nei Vangeli, anche se la cosa non è inverosimile. Il libro degli Atti infatti attesta che Maria, all’indomani dell’ascensione, si trovava in mezzo agli apostoli in attesa dello Spirito Santo. Non stupisce quindi l’apparizione nella Chiesa di una tradizione che vuole che la Madre di Dio sia stata la prima a conoscere la notizia della risurrezione tramite o un angelo, o dalla stessa bocca del Figlio risuscitato che le sarebbe apparso dal primo istante della sua uscita dal sepolcro. Le due versioni hanno trovato posto nella liturgia pasquale bizantina.
Alla prima di queste versioni, che parla di un messaggio dell’angelo Gabriele, si riferisce ad esempio il seguente Megalinario cantato con l’Inno della IX Ode del Canone di Pasqua di Giovanni Damasceno: L’Angelo gridò alla Piena di grazia: ‘Rallegrati, o Vergine! Ripeto: Rallegrati: Il tuo Figlio è risorto dal sepolcro il terzo giorno! Illuminati, illuminati, o nuova Gerusalemme: la gloria del Signore è sorta sopra di te! Intreccia danze ed esulta ora, o Sion! E tu, o pura Madre di Dio, rallegrati nella risurrezione di tuo Figlio’ 18!
L’inno di Romano, invece: Maria ai piedi della croce, citato sopra, si basa sulla seconda versione e mette in bocca dello stesso Cristo agonizzante questa promessa alla Madre: Coraggio, Madre, sarai tu la prima a vedermi all’uscita dal sepolcro. Verrò a mostrarti da quante afflizioni avrò liberato Adamo, e quanti sudori avrò sopportato per amor suo. Mostrerò agli amici le testimonianze dei segni nelle mie mani; e allora vedrai, o Madre, Eva viva come era prima, e griderai di gioia: Ha salvato i miei antenati, il Figlio e Dio mio 19.
I testi liturgici che parlano della gioia di Maria per la risurrezione del Figlio sono numerosi, alcuni dei quali non portano nome di autore. Il più conosciuto di questi è un Apolitikion domenicale del sesto modo, tratto dal libro liturgico dell’Ottoeco, che viene quindi cantato a cadenza regolare nel corso dell’anno. L’anonimo Autore così si rivolge al Cristo risorto: Le Potenze angeliche vennero al tuo sepolcro e i custodi ne furono tramortiti. Maria invece stava presso il sepolcro in cerca del tuo immacolato corpo. Hai predato l’inferno e non fosti la sua preda, sei andato incontro alla Vergine, elargendo la vita. O Signore, risorto dai morti, gloria a te 20!
La convinzione dell’apparizione del Risorto alla Madre e l’invito alla gioia riecheggiano ancora nel Canone della Madre di Dio che si canta nella domenica detta delle Mirofore, la seconda dopo Pasqua, e che si ripete nelle tre domeniche successive. Ne è autore san Teofane Grapto, un poeta di origine palestinese. Una strofa della prima Ode così canta, rivolta a Maria: Avendo visto risorto il tuo Figlio e Dio, tu ti rallegri con gli Apostoli e tu ricevi per prima il saluto della gioia, essendo stata tu la causa della gioia universale 21.
La stessa convinzione traspare dalla seguente strofa della quarta Ode: O Casta, che sei la più bella e casta tra le donne, alla vista oggi di tuo Figlio risorto dai morti e splendente di bellezza per la salvezza di tutti rallegrati e glorificalo insieme con gli Apostoli 22.
Un’altra strofa, rivolta allo stesso Risorto, stabilisce un parallelo tra la verginità di Maria e l’uscita di Cristo dal sepolcro: Tu non hai aperto le porte chiuse della Vergine nell’incarnarti né hai rotto i sigilli del sepolcro, o Re del creato. Per cui vedendoti risorto, la Madre fu colmata di gioia.
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Note – 1 I testi liturgici della Santa e Grande Settimana si trovano nel libro liturgico greco chiamato Triodion. L’edizione che sarà qui di seguito citata è quella cattolica stampata a Roma nel 1879. I testi della Settimana Santa esistono anche in edizione separata, una delle quali esiste in traduzione italiana fatta da M. Gallo, Liturgia orientale della Settimana Santa, 2 voll., Città Nuova, Roma 1974. Si tratta di un lavoro eccellente che non mancherà di essere citato in seguito. Molti altri inni si trovano tradotti in Testi mariani del I millennio, 4 voll., Roma 1988-1991, in seguito così abbreviati TMPM, I-IV. – 2 Triodion, 673. – 3 Ib. – 4 Testo greco in Triodion, 676. – 5 Triodion, 678. – 6 Testo greco in Triodion, 733; tr. it. di M. Gallo, o. c., 166-167; TMPM, II, 599-600. – 7 Testo greco in Menea, VI, Roma 1901, 280 ss. – 8 Ib., 290. – 9 Testo greco in Triodion, 363. – 10 Testo greco in Horologion, Roma. – 11 Testo greco in Parakletike, Roma 1885, 49. – 12 Ib., 50-51. – 13 Ib., 51-59 passim. – 14 Ib., 74-75. – 15 La versione qui proposta è quella di V. Fazzo, Giovanni Damasceno. La fede ortodossa. Città Nuova, Roma 1998, 278. – 16 Cfr Fazzo, o. c., 127. – 17 TMPM, I, 151. – 18 Testo greco in Pentecostario, Roma 1883, 11. – 19 TMPM, I, 725. – 20 Testo greco in Parakletike, Roma 1885, 452. – 21 Testo greco in Pentekostario, Roma 1883, 94. – 22 Ib., 98.

INNI DELLA SETTIMANA SANTA: “VEXILLA REGIS PRODEUNT”

http://tuespetrus.wordpress.com/2010/03/29/inni-della-settimana-santa-vexilla-regis-prodeunt/

INNI DELLA SETTIMANA SANTA: “VEXILLA REGIS PRODEUNT”

(link al testo:
http://it.wikipedia.org/wiki/Vexilla_regis )

29 MARZO 2010

di Inos Biffi

Incominciano con la Settimana Santa i giorni della prolungata e appassionata contemplazione della Croce. Vi risuona, in particolare, il grande inno del Vexilla Regis. L’autore, Venanzio Fortunato – nato a Valdobbiadene (530/540) e morto vescovo di Poitiers (600/610) -, viene considerato come « il creatore della mistica simbolica della Croce, di cui più tardi si faranno cantori ispirati san Bonaventura o Iacopone da Todi » (Henry Spitzmuller).
La composizione, in dimetri giambici acatalettici, fu cantata la prima volta a Poitiers, nel 568, in occasione della deposizione di un frammento della Santa Croce nella chiesa del monastero a essa dedicata, retto dall’abbadessa Radegonda, che aveva ricevuto quel frammento dall’imperatore Giustino ii.
I versi, pur non privi di qualche enfasi e retorica, sono animati da una fede ardente e pervasi da una profonda ispirazione. E a emergere subito con chiarezza è il senso salvifico della Croce, insieme dolorosa e gloriosa.
Al nostro giudizio terreno, la croce appare un ignominioso strumento di morte, un orrendo marchio di infamia, un segno di insensatezza e di impotenza. Qui, invece, la Croce è esaltata come « il vessillo del Re » (vexilla Regis), come « un luminoso mistero » (fulget Crucis mysterium).
Il pensiero va alla « Parola della Croce », di cui parla Paolo, la quale è « stoltezza per quelli che si perdono », ma « potenza di Dio » « per quelli che si salvano ». « I Giudei chiedono segni e i Greci cercano sapienza – dichiara l’apostolo – noi invece annunciamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani » (cfr. 1 Corinzi, 1, 18ss). La Croce, dal profilo umano, è quanto di più debole e ignobile si possa pensare; e, pure, Dio l’ha scelta per manifestare la sua sapienza e la sua potenza. Dio ha scelto quel legno funesto come il trono della regalità del suo Figlio.
Pilato credeva di irridere Gesù, presentandolo con una « corona di spine » e con addosso « un mantello di porpora » (Giovanni, 19, 5); in realtà, non faceva che esprimere il sorprendente disegno di Dio, che dall’eternità aveva predestinato come Re dell’universo il Crocifisso risorto e come esemplare dell’uomo l’umanità gloriosa del Figlio morto sulla Croce.
Sorprendentemente, sulla Croce non falliva, ma al contrario, di là da ogni ragionevole attesa, si compiva e aveva successo esattamente la scelta divina, presente da sempre nel cuore della Trinità. A Dante, che contemplava estatico la « luce eterna », parve di intravvedere dipinta nel « lume riflesso », il Verbo, la « nostra effigie » (Paradiso, 33, 131): ossia il mistero dell’Incarnazione. Potremmo precisare: in quel « lume riflesso », era impresso il mistero della passione e della risurrezione del Signore, o il Crocifisso glorioso.
La regalità del Risorto da morte – per il quale tutto era stato ed era voluto – non si giustappose, infatti, a riparare un imprevisto divino, dovuto all’uomo, ma era la ragione per la quale tutto da principio era stato creato. Per questo Venanzio Fortunato può avviare felicemente il suo inno, cantando la luce che risiede e promana dal mistero della Croce.
Al patibolo – prosegue il poeta, fissando il suo sguardo pietoso sui particolari di quella crocifissione – è appeso il corpo del « Creatore del mondo »: « Straziato nelle carni / con le mani e i piedi trapassati dai chiodi / vi si è immolato come vittima del nostro riscatto » (redemptionis gratia / hic immolata est hostia).
Poi viene « il colpo di lancia crudele », che « squarcia il suo fianco » (Quo vulneratus insuper / mucrone diræ lanceæ): ne « fluisce sangue e acqua », come da fonte « che lava ogni crimine » (ut nos lavaret crimine / manavit unda, sanguine). Sul fatto si era soffermata l’attenzione dell’evangelista Giovanni, che lo attesta con speciale autorevolezza: la tradizione cristiana vi lesse un evento ricco di simboli: dal Crocifisso, vero Agnello pasquale, scaturisce lo Spirito, e sgorgano i sacramenti, in particolare il lavacro battesimale e il sangue eucaristico.
Lo sguardo è quindi rivolto all’albero della Croce, di cui è elogiata, con profusione un po’ barocca di immagini, la luminosità, il pregio, il profumo, la dolcezza e la fecondità.
In apparenza è uno squallido legno; in realtà è un « albero rivestito di bellezza e di fulgore », « adorno del sangue come di porpora regale » (Arbor decora et fulgida / ornata regis purpura), « scelto tra tutti per essere il tronco degno / di portare membra tanto sante » (electa, digno stipite / tam sancta membra tangere!). Un « albero beato, sulle cui braccia aperte / fu sospeso il prezzo della redenzione del mondo » (Beata, cuius bracchiis / pretium pependit sæculi!), simile a « bilancia », su cui venne pesato il corpo di Cristo, e che strappò la preda all’inferno. Un albero che emana un profumo soave, e stilla una dolcezza più gustosa del miele, e su cui maturano frutti copiosi.
Segue, a conclusione, il solenne saluto alla Croce, e alla Vittima su di essa sacrificata come sopra un altare: luogo dove la Vita sopporta la morte, e la morte elargisce la vita: « Salve, Croce adorabile! / Su questo altare muore / la Vita e morendo ridona / agli uomini la vita » (Salve ara, salve victima / de passionis gloria / qua Vita mortem pertulit / et morte vitam reddidit).
È il paradosso del progetto salvifico: sperimentata dal Figlio di Dio, la morte diviene sorgente di vita: l’onnipotenza divina mirabilmente trasforma uno strumento di rovina in mezzo di redenzione.
« Salve, Croce adorabile – ripete con slancio rinnovato il poeta – sola nostra speranza! » (O crux, ave spes unica); « Concedi perdono ai colpevoli / accresci nei giusti la grazia » (piis adauge gratiam / reisque dona veniam).
Quando apparve il contenuto del « mistero nascosto da secoli e da generazioni » (Colossesi, 1, 26), si rivelò come la gloria del Crocifisso, e come la regalità di Cristo sul trono della Croce. Gesù stesso aveva dichiarato che, una volta innalzato, avrebbe tratto tutto a sé (cfr. Giovanni, 12, 32). E, infatti, tutte le creature, quelle del cielo e quelle della terra, portano l’impronta di Gesù risuscitato da morte, essendo state progettate dal Padre fin dall’origine a sua immagine. « Sul legno avviene la regalità di Dio », canta un verso splendido di Venanzio (Regnavit a ligno Deus).
Non stupisce, allora, che san Massimo di Torino, con esegesi fantasiosa e, pure, acuta e suggestiva, abbia ricercato e rinvenuto « il sacramento della Croce » e la presenza del suo segno nell’intero universo: nella « vela sospesa del marinaio all’albero », nella « struttura dell’aratro, con il suo dentale, i suoi orecchi e il manico », nella disposizione « del cielo in quattro parti », nella « posizione dell’uomo quando innalza le mani »: « Da questo segno del Signore è solcato il mare, è coltivata la terra, è governato il cielo, sono salvati gli uomini ».
Tutto il mistero che ci avvolge è racchiuso nel Crocifisso glorioso. Tutta la nostra aspirazione è di poterlo comprendere, per poter vivere.

MERCOLEDÌ DELLE CENERI – STORIA

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MERCOLEDÌ DELLE CENERI

5 MARZO (CELEBRAZIONE MOBILE)

Il mercoledì delle Ceneri, la cui liturgia è marcata storicamente dall’inizio della penitenza pubblica, che aveva luogo in questo giorno, e dall’intensificazione dell’istruzione dei catecumeni, che dovevano essere battezzati durante la Veglia pasquale, apre ora il tempo salutare della Quaresima.
Lo spirito comunitario di preghiera, di sincerità cristiana e di conversione al Signore, che proclamano i testi della Sacra Scrittura, si esprime simbolicamente nel rito della cenere sparsa sulle nostre teste, al quale noi ci sottomettiamo umilmente in risposta alla parola di Dio. Al di là del senso che queste usanze hanno avuto nella storia delle religioni, il cristiano le adotta in continuità con le pratiche espiatorie dell’Antico Testamento, come un “simbolo austero” del nostro cammino spirituale, lungo tutta la Quaresima, e per riconoscere che il nostro corpo, formato dalla polvere, ritornerà tale, come un sacrificio reso al Dio della vita in unione con la morte del suo Figlio Unigenito. È per questo che il mercoledì delle Ceneri, così come il resto della Quaresima, non ha senso di per sé, ma ci riporta all’evento della Risurrezione di Gesù, che noi celebriamo rinnovati interiormente e con la ferma speranza che i nostri corpi saranno trasformati come il suo.
Il rinnovamento pasquale è proclamato per tutta l’umanità dai credenti in Gesù Cristo, che, seguendo l’esempio del divino Maestro, praticano il digiuno dai beni e dalle seduzioni del mondo, che il Maligno ci presenta per farci cadere in tentazione. La riduzione del nutrimento del corpo è un segno eloquente della disponibilità del cristiano all’azione dello Spirito Santo e della nostra solidarietà con coloro che aspettano nella povertà la celebrazione dell’eterno e definitivo banchetto pasquale. Così dunque la rinuncia ad altri piaceri e soddisfazioni legittime completerà il quadro richiesto per il digiuno, trasformando questo periodo di grazia in un annuncio profetico di un nuovo mondo, riconciliato con il Signore.

Martirologio Romano: Giorno delle Ceneri e principio della santissima Quaresima: ecco i giorni della penitenza per la remissione dei peccati e la salvezza delle anime. Ecco il tempo adatto per la salita al monte santo della Pasqua.

Ascolta da RadioRai:

L’origine del Mercoledì delle ceneri è da ricercare nell’antica prassi penitenziale. Originariamente il sacramento della penitenza non era celebrato secondo le modalità attuali. Il liturgista Pelagio Visentin sottolinea che l’evoluzione della disciplina penitenziale è triplice: « da una celebrazione pubblica ad una celebrazione privata; da una riconciliazione con la Chiesa, concessa una sola volta, ad una celebrazione frequente del sacramento, intesa come aiuto-rimedio nella vita del penitente; da una espiazione, previa all’assoluzione, prolungata e rigorosa, ad una soddisfazione, successiva all’assoluzione ».
La celebrazione delle ceneri nasce a motivo della celebrazione pubblica della penitenza, costituiva infatti il rito che dava inizio al cammino di penitenza dei fedeli che sarebbero stati assolti dai loro peccati la mattina del giovedì santo. Nel tempo il gesto dell’imposizione delle ceneri si estende a tutti i fedeli e la riforma liturgica ha ritenuto opportuno conservare l’importanza di questo segno.

La teologia biblica rivela un duplice significato dell’uso delle ceneri.
1 – Anzitutto sono segno della debole e fragile condizione dell’uomo. Abramo rivolgendosi a Dio dice: « Vedi come ardisco parlare al mio Signore, io che sono polvere e cenere… » (Gen 18,27). Giobbe riconoscendo il limite profondo della propria esistenza, con senso di estrema prostrazione, afferma: « Mi ha gettato nel fango: son diventato polvere e cenere » (Gb 30,19). In tanti altri passi biblici può essere riscontrata questa dimensione precaria dell’uomo simboleggiata dalla cenere (Sap 2,3; Sir 10,9; Sir 17,27).
2 – Ma la cenere è anche il segno esterno di colui che si pente del proprio agire malvagio e decide di compiere un rinnovato cammino verso il Signore. Particolarmente noto è il testo biblico della conversione degli abitanti di Ninive a motivo della predicazione di Giona: « I cittadini di Ninive credettero a Dio e bandirono un digiuno, vestirono il sacco, dal più grande al più piccolo. Giunta la notizia fino al re di Ninive, egli si alzò dal trono, si tolse il manto, si coprì di sacco e si mise a sedere sulla cenere » (Gio 3,5-9). Anche Giuditta invita invita tutto il popolo a fare penitenza affinché Dio intervenga a liberarlo: « Ogni uomo o donna israelita e i fanciulli che abitavano in Gerusalemme si prostrarono davanti al tempio e cosparsero il capo di cenere e, vestiti di sacco, alzarono le mani davanti al Signore » (Gdt 4,11).
La semplice ma coinvolgente liturgia del mercoledì delle ceneri conserva questo duplice significato che è esplicitato nelle formule di imposizione: « Ricordati che sei polvere, e in polvere ritornerai » e « Convertitevi, e credete al Vangelo ». Adrien Nocent sottolinea che l’antica formula (Ricordati che sei polvere…) è strettamente legata al gesto di versare le ceneri, mentre la nuova formula (Convertitevi…) esprime meglio l’aspetto positivo della quaresima che con questa celebrazione ha il suo inizio. Lo stesso liturgista propone una soluzione rituale molto significativa: « Se la cosa non risultasse troppo lunga, si potrebbe unire insieme l’antica e la nuova formula che, congiuntamente, esprimerebbero certo al meglio il significato della celebrazione: « Ricordati che sei polvere e in polvere tornerai; dunque convertiti e credi al Vangelo ».
Il rito dell’imposizione delle ceneri, pur celebrato dopo l’omelia, sostituisce l’atto penitenziale della messa; inoltre può essere compiuto anche senza la messa attraverso questo schema celebrativo: canto di ingresso, colletta, letture proprie, omelia, imposizione delle ceneri, preghiera dei fedeli, benedizione solenne del tempo di quaresima, congedo.
Le ceneri possono essere imposte in tutte le celebrazioni eucaristiche del mercoledì ma sarà opportuno indicare una celebrazione comunitaria « privilegiata » nella quale sia posta ancor più in evidenza la dimensione ecclesiale del cammino di conversione che si sta iniziando.

Autore: Enrico Beraudo

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