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NOT(T)E DI PASQUA – UNA CANTATA DI BACH PER PREGARE

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NOT(T)E DI PASQUA

UNA CANTATA DI BACH PER PREGARE

È molto significativo che la musica ispirata dalla vicenda della morte e risurrezione di Gesù sia nettamente a favore della passione e a svantaggio della risurrezione. Forse è più facile « identificarsi » in un Signore crocifisso … che in un Risorto un po’ incorporeo. Basta fare un breve confronto nella produzione musicale di un compositore prolifico come Bach: di lui conosciamo che abbia composto ben quattro passioni, due delle quali celeberrime e molto eseguite anche nei concerti, la Passione secondo Matteo e la Passione secondo Giovanni. Per la risurrezione, un solo oratorio, l’Oratorio di Pasqua, un lavoro interessante, ma non certo paragonabile alla sublimità delle due Passioni citate, anche per lunghezza (40 minuti contro le due ore e mezzo di ciascuna Passione…).
Si può facilmente intuire la ragione di questo. Bach, il Kantor, è legato a una confessione, quella luterana, è pienamente imbevuto della sua teologia, che è decisamente una theologia crucis, e della sua pietà. La sua preoccupazione principale è la certezza della giustificazione, del perdono dei peccati, della salvezza che ci viene dalla sofferenza vicaria che Cristo sulla croce ha patito per noi. Il senso del peccato, della contrizione, della responsabilità degli uomini di fronte alla condanna dell’Innocente predominano infatti nell’interpretazione del testo evangelico.
 Ma, fortunatamente, Bach si è trovato a dover creare musica, settimana per settimana, in commento ai testi biblici del servizio liturgico domenicale. Ci sono così conservate diverse cantate legate alle diverse domeniche di Pasqua, che tra l’altro superano in numero quelle dedicate alla quaresima… perché in questo tempo liturgico la musica era ridotta al minimo essenziale, in accordo col suo carattere penitenziale.
Scegliamo tra le tante possibili una cantata di Bach, la BWV 67 « Halt im Gedächtnis Jesum Christ » (Ricordati di Gesù Cristo), composta per la domenica dopo Pasqua (domenica detta allora Quasimodogeniti). Le letture della domenica nella chiesa di Lipsia, dove la cantata fu presentata il 16 aprile 1724, erano tratte dalla Prima lettera di Giovanni 5,4-10 (La nostra fede è la vittoria che ha vinto il mondo) e dal Vangelo di Giovanni 20,19-31 (Gesù appare agli apostoli – l’incredulità di Tommaso).
La cantata si riallaccia al testo del vangelo indirettamente, attraverso la frase tratta dalla Seconda lettera a Timoteo (2,8), che menziona la risurrezione di Cristo (in relazione alla sofferenza dell’apostolo). La frase è ripresa nel coro iniziale (n.1): « Ricordati che Gesù Cristo è risorto dai morti ». La vittoria di Gesù sulla morte è ancora rievocata dopo nel recitativo del contralto (n.3), con un’allusione a 1 Corinzi 15,55 (che a sua volta allude a Osea 13,14):
O mio Gesù, Tu sei chiamato veleno della morte e pestilenza dell’inferno: ahimé, che ancora pericolo e orrore mi colpiscono! Tu stesso hai posto sulle nostre lingue un canto di lode, che ora noi cantiamo.
Ma la certezza della risurrezione di Cristo, affermata nel coro iniziale con la frase di san Paolo, sembra subito essere contraddetta dall’aria seguente del tenore (n.2):

Il mio Gesù è risorto:
tuttavia, cosa ancora mi spaventa?
La mia fede conosce la vittoria del Salvatore,
eppure il mio cuore sente contesa e lotta;
o mia Salvezza, appari dunque!

Nonostante la fede, il cuore non ha ancora pace. Con ciò che segue l’incredulo Tommaso diventa sempre più chiaramente simbolo del cristiano tentato dai dubbi: benché Cristo sia « veleno della morte e pestilenza dell’inferno » (n.3), benché si sia salutata la risurrezione di Cristo con le parole di un inno pasquale di Nikolaus Herman (1480-1561) (n. 4):

È apparso il mirabile giorno
di cui nessuno può gioire a sufficienza:
Cristo, il nostro Signore, oggi trionfa,
Tutti i suoi nemici Egli conduce prigionieri,
Alleluja!

tuttavia il nemico continuerebbe ad opprimerci se non ci fosse Gesù che incessantemente combatte per noi (n.5):
Tuttavia pare che il resto dei nemici, che io trovo troppo grande e spaventevole, non mi lasci in pace. Ma se Tu mi hai conquistato la vittoria, allora combatti Tu stesso con me, col tuo figlio. Sì, sì, noi nella fede già presagiamo che Tu, o Principe della pace, adempirai in noi la tua parola e la tua opera.
Ma il culmine della cantata si trova nel n.6: Gesù si presenta ancora oggi, come una volta ai suoi discepoli, ai cristiani, per aiutarli, con il saluto ‘La pace sia con voi’ (Giovanni 20,19), che, ripetuto ben quattro volte, serve come cornice a una poesia in tre strofe:

‘La pace sia con voi!’
O noi felici! Gesù ci aiuta a combattere
e a smorzare la furia dei nemici:
inferno, Satana, arrendetevi!

‘La pace sia con voi!’
Gesù ci chiama alla pace
e rinvigorisce noi stanchi,
lo spirito e insieme il corpo.

‘La pace sia con voi!’
O Signore aiutaci e fa’ che riusciamo
a penetrare, attraverso la morte,
nel tuo regno glorioso!

‘La pace sia con voi!’

Con il corale conclusivo (n.7), tratto da un inno di Jakob Ebert (1549-1614), l’assemblea radunata, rappresentata dal coro, riconosce Cristo come colui che porta la pace:

Tu principe della pace, Signore Gesù Cristo,
vero uomo e vero Dio,
un potente soccorritore sei Tu
in vita e in morte:
Perciò noi soltanto
nel tuo nome
gridiamo al Padre tuo.

Nella sua risolutezza, nei suoi contrasti crescenti tra dubbio da una parte e certezza e fiducia dall’altra, fino al grandioso culmine ‘La pace sia con voi’, il testo è attraversato da un insolito carattere drammatico, che per il compositore diventa uno stimolo potente per la trasposizione musicale.

Vediamo i singoli movimenti un po’ più in dettaglio.
N.1. I due temi principali di questo movimento rappresentano in modo plastico i due motivi centrali « Ricordati » (in tedesco sono tre parole, cioè: « tieni nella memoria », « tieni a mente ») e della risurrezione. Il motivo del « Ricordati » è affidato a una melodia a valori più lunghi, che non a caso, come hanno notato alcuni commentatori, sembra alludere alla melodia « O Agnello di Dio innocente, / Ucciso sull’albero della croce [1] » inserita proprio nel coro d’apertura… della Passione secondo Matteo! Come a dire: il Risorto è anche colui che è stato messo in croce per i nostri peccati. Questo è quello che dobbiamo ricordare e tenere a mente.
La complessa costruzione simmetrica del brano, che sarebbe interessante analizzare, rivela una maestria senza eguali.
N.2. Non da meno è il carattere immaginoso del tema di questo movimento nella cui sola prima frase sono riconoscibili la certezza dell’affermazione (« Il mio Gesù »), la risurrezione (« è risorto »), lo spavento (« cosa mi spaventa ») e infine la domanda (rappresentata dall’innalzarsi della voce). Quasi un’immagine icastica dell’ondeggiare tra fede e incredulità, confidenza e paura di affidarsi….
Nn. 3-5. Questi tre movimenti formano un’unità. I due recitativi visti del contralto (nn. 3 e 5) incorniciano un semplice corale (n.4), che è la prima strofa di un inno pasquale di Nikolaus Herman del 1560.

N.6. Benché sia denominato « aria », si tratta in realtà di una costruzione in realtà più complessa, ossia di un movimento corale a più strofe. Le tre strofe sono inframmezzate dall’a solo del basso che canta « La pace sia con voi ».
Il movimento inizia con una introduzione strumentale degli archi, il cui carattere impetuoso rappresenta l’assalto del nemico. Calmatasi questa introduzione, inizia l’arioso del basso (« La pace sia con voi »), dal carattere parlante e rassicurante, con un accompagnamento dei fiati, in ritmo più tranquillo e puntato. Alla triplice ripetizione del « La pace sia con voi », segue il coro con la prima strofa, accompagnato dalla ripresa della tumultuosa introduzione strumentale dell’inizio. Il movimento prosegue con questa alternanza, leggermente variata, tra interventi corali e a soli del basso. Solo nell’ultimo intervento del basso (« La pace sia con voi »), gli archi (che nell’introduzione rappresentavano l’assalto del nemico) si uniscono ai legni che accompagnavano il basso. Un modo per suggerire che il nemico è vinto, è ristabilita la pace.
Tutti le risorse musicali vengono sfruttate dal compositore per evidenziare il contrasto tra l’uomo che viene tentato e Cristo che porta la pace: movimento – quiete, coro – solista, voci acute – voce bassa (che per Bach è sempre la vox Christi), archi – legni, tempo pari – tempo in tre quarti.

Esempio musiale
http://www.sanpaolo.org/pj-online/RUBRICHE/solo-pan/Tematico/Bach/bach%20Layer-3.wav

 Esempio musicale (file WMA)
N.7. La cantata si chiude con una semplice melodia corale sulle parole dell’inno di Jakob Ebert (1601).

Vincenzo Vitale

[1] Il testo completo dell’inno, scritto da Nicola Decius come parafrasi dell’Agnus Dei e ben noto agli ascoltatori del tempo di Bach come melodia di corale: « O Agnello di Dio innocente / Ucciso sull’albero della croce / sempre trovato paziente / sebbene deriso da tutti. / Hai preso su di te le nostre colpe / altrimenti avremmo dovuto disperare. / Gesù, abbi pietà di noi ».

IL CROCIFISSO (Chiesa Ortodossa in Italia)

http://www.chiesaortodossaitaliana.it/meditazione_sul_crocifisso.html

IL CROCIFISSO

(Chiesa Ortodossa in Italia)

E’ il libro per eccellenza, unico al mondo, sul quale si legge il poema dell’ Amore di Dio verso l’ uomo creato ad immagine e somiglianza divina. In esso si può leggere ogni proprietà divina riferita all’ umano. Come non essere stupiti, come non esultare di gioia infinita per tanta delicata attenzione del Creatore verso la creatura? Il Crocifisso è l’ infinita ricchezza dell’ uomo, è la salvezza, è la fonte dalla quale scaturisce l’ inesauribile acqua che disseta, che rinfresca ogni anima assetata di bello, di vero, di santo, di eterno. Un cristiano convinto penso che non possa e non debba vivere senza la visione continua del Crocifisso. E’ un libro che parla tanto, che racconta la storia della nostra salvezza e che eloquentemente ci dice che il Signore ha voluto e vuole sempre divinizzare l’ uomo che si è allontanato dal divino, che si è in qualche modo scisso. Per colmare l’ abisso che il peccato ha prodotto nell’ uomo, il Signore con suo sangue ha ricucito la ferita, ha sanato tutto, restituendo la primitiva bellezza che purtroppo si può perdere. Egli dall’alto della Croce, a braccia aperte, sollecita il nostro ritorno a Lui, ci dice quanto è grande l’ Amore verso di noi, ci sollecita a voler ritornare, nonostante la nostra sordità, nonostante la nostra miopia. Egli è sempre lì e noi ingrati ed indifferenti non sappiamo rispondere a tanta bontà. Ciascun cristiano dovrebbe stringere a sé un crocifisso e portarlo con sé: è la storia di ciascuno di noi, è l’ Amore di Dio diffuso nei nostri cuori, nelle nostre menti, è luce del nostro cammino, è ristoro alla nostra vita stanca ed affaticata. Sia sempre il nostro emblema, gloriamoci di Lui che è sempre con noi. O viandante di questo mondo, stanco, disorientato: fermati, leggi, osserva, rifletti sul Dio Uomo Crocifisso, poi sepolto, ma gloriosamente risuscitato, che ama nella sua Divina Umanità, che a braccia aperte ti attende e ti custodisce, ti assiste e ti consola. O figlio benedetto e amato, apri il tuo cuore e la tua mente a Lui e vivi con Lui, in Lui e per Lui.


+ Mons. Basilio (Grillo Miceli)
Arcivescovo

Publié dans:LITURGIA : SETTIMANA SANTA |on 27 mars, 2013 |Pas de commentaires »

KARL RAHNER – VENERDI SANTO: LE SETTE PAROLE

http://www.atma-o-jibon.org/italiano6/rahner_ratzinger_s_santa2.htm

KARL RAHNER

VENERDI SANTO

LE SETTE PAROLE

Preghiera di preparazione

Signore Gesù Cristo, Salvatore e Redentore, io m’inginocchio davanti alla tua croce benedetta. Voglio aprire il mio spirito e il mio cuore alla meditazione della tua santa Passione. Voglio piantare la tua croce di fronte alla mia povera anima, perché capisca meglio e mi prenda a cuore quel che tu hai fatto e patito e per chi l’hai patito.
Mi assista la tua grazia, cosi che io possa scuotere l’ottusità e la indifferenza del mio cuore, dimentichi, almeno per mezz’ora, la mediocrità delle mie giornate, affinché il mio amore, il mio pentimento, la mia gratitudine rimangano presso di te. O Re dei cuori, il tuo amore crocifisso ab. bracci il mio cuore povero, debole, stanco ed afflitto: che questo si senta interiormente attratto verso di te. Suscita in me quanto mi manta:
compassione ed amore per te, fedeltà ed impegno, così da perseverare nella contemplazione della tua santa Passione e morte.
Intendo meditare le tue ultime sette parole sulla croce, le tue ultime parole, prima che tu, Parola di Dio che risuoni di eternità in eternità, su questa terra tacessi nel silenzio della morte. Tu le hai pronunciate con le tue labbra assetate, traendole dal tuo cuore rigonfio di dolore, queste supreme parole .del cuore. Tu le hai rivolte a tutti. Le hai dette anche per me. Falle penetrare nel mio cuore. Nel più profondo, nel più intimo del cuore. Che le comprenda. Che non le dimentichi mai più, ma vivano e prendano forza nel mio cuore senza vita. Pronunciale allora tu stesso per me, così che io percepisca il suono della tua voce.
Verrà un giorno in cui tu mi parlerai, nell’ora della mia morte e’ dopo la mia morte, e queste parole significheranno un inizio eterno oppure una fine senza fine. Signore, fa’, che alla mia morte io possa udire le parole della tua misericordia e del tuo amore; fa’ che io non manchi di ascoltarle. Concedimi dunque, adesso, di accogliere con cuore docile le tue ultime parole sulla croce. Amen.

PRIMA PAROLA
Padre, perdona loro, poiché non sanno quello che fanno
(Luca 23,34)

Tu pendi dalla croce. Ti ci hanno inchiodato. Non puoi più staccarti da questo palo ritto tra terra e cielo. Le ferite bruciano nel tuo corpo. La corona di spine tormenta il tuo capo. I tuoi occhi sono iniettati di sangue. Le tue mani e i tuoi piedi feriti san come trapassati da un ferro rovente. E la tua anima è un mare di dolore, di desolazione, di disperazione.
I responsabili di tutto questo san qui, ai piedi della tua croce. Neppure si allontanano, per lasciarti almeno morire solo. Anzi, rimangono, ridono; convinti di aver ragione. Lo stato in cui ti trovi ne è la dimostrazione più evidente: la prova che quanto hanno fatto non è che l’adempimento della più santa giustizia, un omaggio dato a Dio, di cui dovrebbero andare orgogliosi. Per questo ridono, insultano, bestemmiano. Intanto su di te si abbatte, più spaventosa di tutti i dolori del corpo, la disperazione verso una tale malvagità. Ci sono davvero degli uomini capaci di tali bassezze? C’è ancora, tra te e loro, un pur minimo punto in comune? Può un uomo torturarne un altro, cosi, fino alla morte? straziarlo fino ad ucciderlo, col potere che deriva dalla menzogna, dall’abiezione, dal tradimento; dall’ipocrisia, dalla perfidia, e mantenere ancora le apparenze del diritto; l’aspetto dell’innocente, la posa del giudice imparziale? E Dio permette questo nella sua creazione? E la risata e lo scherno dei nemici possono risuonare, chiari e trionfanti, nel mondo di Dio? O Signore, il nostro cuore si sarebbe già spezzato in una forsennata disperazione. Noi avremmo maledetto i nostri nemici, e Dio con loro. Noi avremmo urlato e cercato di strappare, come pazzi, i chiodi per riuscire a stringere ancora una volta il pugno.
Tu invece dici: – Padre, perdona loro, poiché non sanno quello che fanno. Sei incomprensibile, Gesù. C’è ancora, nella tua anima martoriata e terremotata dal dolore, una zolla sulla quale possa fiorire questa parola? Sei proprio incomprensibile. Tu ami i tuoi nemici e li raccomandi al Padre tuo. Tu preghi per loro. Signore! se non fosse bestemmia direi che tu li discolpi con la più inverosimile delle scuse: «non lo sanno». Sì, invece, che lo sanno: sanno tutto! Ma hanno voluto ignorare tutto. Non c’è cosa che si conosca meglio di quella che si vuole ignorare, nascondendola nel sotterraneo più segreto del cuore. Ma nel tempo stesso la si odia, e perciò le si rifiuta l’accesso alla chiara coscienza. E tu dici che essi non conoscono quello che fanno. Una cosa soltanto certamente non conoscono: il tuo amore per loro, perché quello lo può conoscere solo chi ti ama. Solo l’amore, infatti, permette di comprendere il dono d’amore.
Pronuncia anche sui miei peccati, nel tuo incomprensibile amore, la parola del perdono. Di’ anche per me al Padre: – Perdonalo, perché egli non sa quello che ha fatto. Invece lo sapevo. Tutto sapevo. Ma non sapevo ancora il tuo amore.
Fammi pensare ancora alla tua prima parola sulla croce quando, recitando distrattamente il Padre Nostro, ritengo di perdonare ai miei debitori. O mio Dio inchiodato alla croce dell’amore: io non so se qualcuno mi è realmente debitore, così che io gli possa perdonare. Ma, anche in questo caso, mi è necessaria la tua forza onde perdonare, perdonare di cuore, a quelli che il mio orgoglio e il mio egoismo considerano come nemici.

SECONDA PAROLA
In verità, ti dico, oggi tu sarai con me in paradiso
(Luca 23,43)

Tu sei in agonia, e tuttavia nel tuo cuore traboccante di dolore c’è ancora posto per la sofferenza altrui. Stai per morire, e ti preoccupi di un criminale il quale, pure nei tormenti, deve riconoscere che il suo martirio infernale non è una pena immeritata nei confronti della sua vita malvagia. Vedi tua Madre, e ti rivolgi anzitutto al figlio prodigo. L’abbandono di Dio ti stringe la gola, e tu parli di Paradiso. I tuoi occhi si ottenebrano nella notte di morte, e ravvisano ancora l’eterna luce. Morendo ci si preoccupa solo. di se stessi, poiché gli altri ci lasciano soli e abbandonati, e tu invece ti dai pensiero delle anime che devono entrare con te nel tuo Regno. Cuore d’infinita misericordia! Cuore forte ed eroico!
Un miserabile delinquente ti prega di un ricordo, e tu gli prometti il Paradiso. Tutto si rinnoverà quando tu sarai morto? Una vita di peccati e di vizi può trasformarsi così rapidamente, solo che tu te ne avvicini? Se tu pronunci sopra una esistenza le parole della assoluzione, vengono graziati e trasformati persino i peccati e le bassezze ripugnanti di una vita criminale, a tal punto che nulla più ne impedisce l’ingresso nella santità di Dio. Ecco, noi avremmo ammesso, volendo spingere le cose fino all’estremo, un briciolo di buona volontà anche in un bruto e malfattore di tal sorte. Ma le abitudini perverse, gli istinti viziosi, la brutalità e il fango, la bassezza… tutto ciò non scompare con un briciolo di buona volontà e con un fugace pentimento sul patibolo! Uno di tal fatta non può andare in Paradiso così in fretta come i penitenti e le anime lungamente purificate, o come i santi, i quali non fecero altro che affinare il corpo e l’anima e renderli degni del Dio tre volte santo! Tu invece pronunci la parola onnipotente della tua grazia, ed essa penetra nel cuore del ladrone, trasformando i fuochi d’inferno della sua agonia nella fiamma purificatrice del divino amore. Tutto ciò che rimaneva ancora in lui come opera del Padre tuo, questa fiamma lo illumina in un istante; e tutto ciò che, per colpa della creatura ribelle era sbarrato a Dio, viene distrutto dall’amore. Così il ladrone entra con te nel Paradiso di tuo Padre.
Darai anche a me la grazia di non perdere mai il coraggio di esigere tutto, temerariamente, dalla tua bontà e di tutto aspettarmi? Il coraggio di dire, fossi anche il più rinnegato dei criminali: – Signore, ricordati di me, quando sarai nel tuo Regno?
Signore, fa’ che la tua croce s’innalzi davanti al mio letto di morte. Che la tua bocca ripeta anche a me: – In verità, ti dico, oggi stesso tu sarai con me in Paradiso. Questa tua parola mi renda degno di entrare nel Regno del Padre tuo, completamente assolto e santificato dalla potenza purificante della morte subita con te e in te.

TERZA PAROLA
Donna, ecco tuo figlio –
Figlio, ecco tua madre
(Giovanni 19,26)
Coll’approssimarsi della morte ecco venuta l’ora in cui tua Madre doveva esserti nuovamente vicina. In quell’ora, in cui non ti si chiedevano più dei miracoli, ma bisognava morire, doveva esserti accanto colei alla quale dicesti: – Donna, che c’è tra me e te? La mia ora non è ancora venuta {Giov. 2, 4).Eccola quell’ora che lega il Figlio e la Madre. E quest’ora è l’ora del distacco, l’ora della morte. L’ora che strappa alla madre, già vedova, l’unico suo figlio.
Il tuo sguardo contempla ancora una volta la Madre. Tu non hai risparmiato nulla a questa Madre! Tu non fosti soltanto la gioia della sua vita: tu ne fosti anche l’amarezza e la pena. Ambedue questi aspetti provenivano dalla tua grazia, perché ambedue provenivano dal tuo amore. E se tu ami tua Madre, è perché ti ha assistito e servito sia nella gioia che nel dolore; solo così essa è diventata completamente la Madre tua. Tuoi fratelli e sorelle e madre sono infatti quanti compiono la volontà del Padre tuo che sta nei cieli. Nonostante il tuo tormento, il tuo amore è ancora vibrante di quella tenerezza che, sulla terra, unisce tra loro un figlio e sua madre. Così la tua morte consacra e santifica queste dolci e preziose realtà terrene che inteneriscono i cuori e rendono bella la terra. Queste cose non muoiono, no, nel tuo cuore, nemmeno quand’è schiacciato dalla morte, e così tu le salvi per il cielo. E poiché tu, anche morendo, hai amato la terra; poiché, nella suprema agonia per la nostra eterna salvezza, ti sei commosso per il pianto di una mamma; poiché tu, già nel trapasso, ti sei preoccupato della sorte di una vedova in questo mondo e hai donato ad un figlio una madre e ad una madre un figlio, per questo un giorno vi sarà una nuova terra.
Ma Essa stava sotto la croce non appena con il solitario dolore di una madre a cui si ammazza un figlio. Essa stava là a nome nostro, come Madre di tutti i viventi. Offriva suo Figlio per noi. A nome nostro, essa ripeteva il suo «Fiat» alla morte del Signore. Essa era la Chiesa sotto la croce, era la discendenza dei .figli di Eva, era una lottatrice nel combattimento cosmico tra il serpente e il Figlio della Donna. E donando questa Madre al discepolo dell’amore tu l’hai donata a ciascuno di noi.
Figlio, figlia – tu dici anche a me – ecco tua Madre. Parola che ci affida un lascito eterno! Ai piedi della tua croce, o Gesù, sta come discepolo prediletto solo chi. da quell’ora, accoglie con sé la Madre tua. Le sue pure mani materne distribuiscono tutte le grazie meritate dalla tua morte. Concedici la grazia di amare e venerare tua Madre. Dille ancora, quando tu mi vedi, ‘POvero come sono: – Donna, ecco tuo figlio; Madre,ecco tua figlia.
Un cuore puro e verginale doveva dare il suo consenso, a nome del mondo, alle nozze dell’Agnello con la Chiesa, la sua sposa, con l’umanità riscattata e purificata dal tuo sangue. Se io mi lascio affidare da te a questo cuore materno, la tua morte non sarà stata inutile per me: io sarò presente, quando giungerà il giorno delle tue nozze eterne, in cui tutta la creazione, trasfigurata per sempre, ti sarà. unita in eterno.

QUARTA PAROLA
Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?
(Matteo 27,46)

La morte ti si avvicina. Non è però la fine dell’esistenza corporale, la liberazione e la pace, ma la morte che rappresenta il fondo dell’abisso, la inimmaginabile profondità dell’angoscia e della devastazione. Ti si avvicina la morte, che è spogliamento, raccapricciante impotenza, desolazione schiacciante, in cui tutto cede, tutto fugge, in cui non esiste altro che un abbandono lancinante e indicibilmente morto. E in questa. notte dello spirito e dei sensi, in questo vuoto del cuore In cui tutto viene bruciato, la tua anima persiste nella preghiera; questa spaventosa solitudine di un cuore consumato dal dolore diventa in te una straordinaria invocazione a Dio.
O preghiera del dolore, preghiera dell’abbandono, preghiera della impotenza abissale, preghiera di un Dio derelitto, sii tu stessa adorata. Se tu, Gesù, preghi in tal modo e preghi in tale angoscia, dov’è mai un altro abisso dal quale non si possa ancora gridare al Padre tuo? C’è una disperazione che, cercando rifugio nel tuo abbandono, non possa trasformarsi in preghiera? C’è un mutismo nel dolore, capace d’ignorare che un tal grido silenzioso viene ancora udito nei tripudi celesti?
Per esprimere la tua angoscia, per fare del tuo sconfinato abbandono una preghiera, tu cominciasti a recitare il Salmo 21. Le tue parole: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» sono il primo versetto di questa antichissima lamentazione che il tuo Santo Spirito pose un tempo nel cuore e sulle labbra del giusto dell’ Antica Legge, come un grido straziante. Cosi anche tu, se posso osare di esprimermi, non hai voluto, nel parossismo della tua sofferenza, pregare diversamente da come hanno pregato, prima di te, innumerevoli generazioni. In certo modo, in quella Messa solenne che tu stesso celebrasti come sacrificio eterno, hai pregato con del1e formule già improntate dall’uso liturgico, e con queste formule hai potuto dir tutto. Insegnami a pregare con le parole della tua Chiesa, cosi che esse diventino le parole del mio cuore.

QUINTA PAROLA
Ho sete!
(Giovanni 19,28)

L’evangelista Giovanni, che l’ha udita, inquadra così questa tua parola: poiché tu sapevi che tutto ormai era compiuto, affinché si adempisse la Scrittura, esclamasti: – Ho sete! Anche qui hai confermato una espressione della Scrittura, tolta dai Salmi, che lo Spirito di Dio aveva profetizzato in vista della tua Passione. Nel Salmo 21, infatti, si dice di te: «inaridito come un coccio è il mio vigore – e la mia lingua mi si è attaccata al palato». E nel Salmo 69, versetto 22, sta scritto di te: «nella mia sete mi hanno abbeverato di aceto».
O Servitore del Padre, obbediente fino alla morte, alla morte di croce, tu guardi oltre ciò che ti tocca, a ciò che ti deve toccare; oltre ciò che compi, a quel che devi compiere; oltre i fatti, al dovere. Pure nell’agonia, in cui si oscura lo spirito e la chiara coscienza è sottratta, tu sei ansiosamente intento a far coincidere tutti i dettagli della tua vita con l’immagine eterna, presente alla mente del. Padre quand’Egli ti pensava. Così tu non ti riferivi alla sete indicibile del tuo corpo dissanguato, coperto di brucianti ferite, nudo ed esposto al sole implacabile d’un mezzogiorno d’Oriente. Tu che ami la volontà del Padre fino alla morte, constati invece, con una umiltà quasi inconcepibile e degna di adorazione: Sì, anche quanto i profeti avevano predetto come volontà del Padre su di me, è compiuto; infatti, davvero, io ho sete. O cuore regale, cui il tormento che consuma il tuo corpo con rabbia insensata, altro non è che l’adempimento di un mandato dall’alto!
Ma a questo modo tu hai compreso tutta l’asprezza crudele della tua Passione: era missione da compiere, non cieco destino; era volontà del Padre, non malvagità degli uomini; redenzione nell’amore, non crimine dei peccatori. Tu soccombi perché noi siamo salvati, muori perché noi viviamo, hai sete perché noi ci ristoriamo alle acque della vita, tu bruci in questa sete perché dal tuo cuore trafitto scaturisca la fonte dell’acqua viva. A questa stessa fonte ci hai invitato quando, alla festa dei Tabernacoli, gridasti a gran voce: – Chi ha sete, venga a me, e beva chi crede in me; poiché fonti dell’acqua viva dello Spirito sgorgheranno dal cuore del Messia (Giov. 7, 37s).
Tu hai sofferto la sete per me, hai sete del mio amore e della mia salvezza: come il cervo assetato anela alle sorgenti d’acqua, così la mia anima ha sete di te.

 SESTA PAROLA
È compiuto
(Giovanni 19,30)

Tu dicesti proprio: – È compiuto. Sì, Signore, è la fine. La fine della tua vita, la fine del tuo onore, delle tue speranze umane, della tua lotta e delle tue fatiche. Tutto è passato e finito. Tutto s’è fatto vuoto e la tua vita va dileguandosi. Disperazione e impotenza… Ma questa fine è il . tuo compimento, perché finire nella fedeltà e nell’amore è una apoteosi. La tua disfatta è la tua vittoria.
O Signore, quando finalmente capirò questa legge della tua, ma anche della mia vita? La legge per cui la morte è vita, il rinnegamento di sé conquista di sé, la povertà ricchezza, il dolore grazia e la fine un autentico completamento?
Sì, tu hai tutto compiuto. Compiuta è la missione che il Padre ti aveva affidata. Il calice che non doveva passare è stato bevuto. La morte, quella spaventosa morte, è stata subìta. La salvezza del mondo è ottenuta, la morte sconfitta, il peccato schiacciato, il dominio degli spiriti delle tenebre reso impotente, la porta della vita spalancata, la libertà dei figli di Dio conquistata. Ora può soffiare l’impetuoso turbine della grazia! Già il mondo buio comincia, lentamente come in un’alba, ad arrossarsi alla vampa del tuo amore. Ancora un po’ di tempo – quel po’ di tempo che noi chiamiamo Storia – e poi il mondo s’infiammerà al braciere luminoso della tua divinità, e l’universo intero sarà sommerso nel beato oceano di fiamme che è la tua vita. Tutto è compiuto.
Tu che perfezioni l’universo, perfeziona anche me nel tuo spirito, o Verbo del Padre, che tutto hai compiuto nella tua carne e col tuo martirio. Potrò dire anch’io, alla sera della mia vita:
È compiuto; ho condotto a termine la missione che mi hai affidato? – Potrò ripetere anch’io, quando le ombre di morte scenderanno su di me, la tua preghiera sacerdotale: – Padre, l’ora è venuta… lo ti ho glorificato sulla terra, attuando l’opera che tu mi avevi assegnato da compiere. Padre, glorificami ora presso di te? (Giov. 17, 1 s.).
O Gesù, qualunque sia la missione che il Padre mi ha affidato – grande o piccola, dolce o amara, nella vita o nella morte – concedimi di compierla come te, che hai già tutto compiuto, anche la mia vita, onde permettermi di condurla al fine.

SETTIMA PAROLA
Padre, nelle tue mani raccomando l’anima mia
(Luca 23,46)

O Gesù, il più abbandonato degli uomini, lacerato dal dolore, tu sei alla fine. Quella fine in cui ad un essere umano viene tolto tutto, persino la libera scelta tra il consenso e il rifiuto: tutto se stesso. Questa, in realtà, è la morte. Ma chi prende, o che cosa prende? Il nulla? Il destino cieco? La natura spietata? No, è il Padre! È Dio, sapienza ed amore insieme. Così tu ti lasci prendere e ti abbandoni in piena confidenza a quelle mani lievi ed invisibili che per noi, increduli, trepidi del nostro lo, rappresentano la stretta alla gola, improvvisa e spietata, del cieco destino e della morte. Tu lo sai: sono le mani del Padre. I tuoi occhi, nei quali si va facendo notte, contemplano ancora il Padre, si fissano nella quieta pupilla del suo amore, e la tua bocca pronuncia l’estrema parola della tua vita: Padre, nelle tue mani raccomando il mio spirito.
Tutto doni a colui che tutto ti chiede. Deponi tutto, senza garanzia e senza riserve, nelle mani del Padre tuo. Quanto è grande questo dono, pesante ed amaro! Ciò che formava il peso della tua vita, tu hai dovuto portarlo da solo: gli uomini, la loro volgarità, la tua missione, la tua croce, l’insuccesso e la morte. Ma ora hai finito di portare: perché, ora, tu puoi abbandonare tutto, anche te stesso, nelle mani del Padre. Tutto! Queste mani sorreggono così bene, così delicatamente. Come mani di mamma. Esse avvolgono la tua anima, come si racchiude un uccellino nelle mani, con cautela. Adesso più nulla è pesante, tutto è leggero, tutto è luce e grazia, tutto è sicurezza, al riparo nel cuore di Dio, dove ci si può sfogare piangendo ogni affanno e dove il Padre asciuga dalle guance le lacrime del suo bambino, con un bacio.
O Gesù, affiderai un giorno la mia povera anima e il mio povero corpo alle mani del Padre? Deponi allora tutto il peso della mia vita e dei miei peccati non sulla bilancia della giustizia, ma tra le braccia del Padre. Dove posso fuggire, dove nascondermi, se non presso di te, fratello nell’marezza, che hai patito per i miei peccati? Ecco, io vengo oggi da te. M’inginocchio sotto la tua croce. Bacio quei piedi che, silenziosi e intrepidi, mi seguono con passo sanguinante lungo le strade tumultuose della mia vita. Abbraccio la tua croce, Signore dell’amore eterno, cuore di tutti i cuori, cuore trafitto, cuore paziente e indicibilmente buono. Abbi pietà di me. Accoglimi nel tuo amore. E quando il mio pellegrinaggio si avvicinerà alla fine, quando il giorno declinerà e le ombre di morte mi avvolgeranno, pronuncia ancora, al momento della mia fine, la tua suprema parola: – Padre, nelle tue mani io ti affido il suo spirito. O buon Gesù! Amen.

Publié dans:LITURGIA : SETTIMANA SANTA |on 27 mars, 2013 |Pas de commentaires »

MEDITAZIONE DI GIOVANNI PAOLO II PER LA «VIA CRUCIS» – vi propongo una meditazione della via Crucis del 1995

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/speeches/1995/april/documents/hf_jp-ii_spe_19950414_via-crucis_it.html

MEDITAZIONE DI GIOVANNI PAOLO II PER LA «VIA CRUCIS»

Venerdì Santo, 14 aprile 1995

1. “Ecce lignum Crucis!”

Queste parole risuonano al centro della liturgia del Venerdì Santo. Come in tanti altri luoghi del mondo, anche nella Basilica di San Pietro, in mezzo all’assemblea, oggi ho innalzato il Crocifisso e, scoprendo gradualmente l’immagine del Redentore morto sulla croce, per tre volte ho proclamato: “Ecce lignum Crucis!” – “Ecco il legno della Croce, a cui fu appeso il Cristo, Salvatore del mondo!” “Venite, adoremus!” – “Venite, adoriamo!”. E tutta l’assemblea è caduta in ginocchio, rimanendo per un certo tempo in un raccolto silenzio.
Il Venerdì Santo la Chiesa non celebra l’Eucaristia: è interamente immersa nella meditazione della Passione del Signore, che culmina nell’adorazione della Croce. Poi distribuisce la Santa Comunione, con le specie consacrate il Giovedì Santo, durante la celebrazione della Cena del Signore (Missa praesanctificatorum). In questo modo il Triduum Sacrum, iniziato con la liturgia dell’Ultima Cena celebrata ieri, raggiunge oggi il suo apice come Sacramentum passionis. Occorre che quest’oggi ci lasciamo scuotere dalla realtà della passione e della morte di Cristo per comprendere ancor più profondamente la piena eloquenza dell’Eucaristia.
2. Ed eccoci raccolti presso il Colosseo, per la “Via Crucis”. Che cosa significa celebrare la Via Crucis proprio in questo luogo? Per rispondere a tale domanda occorre fare attenzione ad un dettaglio significativo. Per la Via Crucis abbiamo utilizzato una croce di legno priva del Crocifisso: “Ecce lignum crucis!”.
La croce “nuda” si è così innalzata sulle rovine del Colosseo, che ci toccano l’animo nel profondo.
Tutto questo non ci dice forse che il legno della Croce, al quale il Venerdì Santo fu inchiodato il corpo di Cristo, permane sempre pronto ad accogliere quanti, nel corso dei secoli, sono chiamati ad essere partecipi delle sofferenze di Cristo? Avvenne così per coloro che qui, ed in tanti altri luoghi della terra, offrirono la vita per Cristo.
Gesù di Nazaret dice: “Se qualcuno vuole venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua” (Mt 16, 24).
Ed ancora: “Chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me” (Mt 10, 38). Disse questo quando era difficile immaginare la sua crocifissione, poiché tutti riconoscevano in lui un grande profeta e taumaturgo.
Pietro allora protestò: “Questo non ti accadrà mai!” (Mt 16, 22). Ma Cristo conosceva quello che sarebbe accaduto il Venerdì Santo, quando sarebbe stato condannato alla morte di croce. Sapeva che gli abitanti di Gerusalemme avrebbero gridato: “Crocifiggilo!” (Gv 19, 15) e che Pilato, cedendo alla pressione dei capi dei giudei, avrebbe emanato la sentenza di morte. Cristo sapeva di dover portare la croce lungo le vie di Gerusalemme per essere ad essa inchiodato e di dover su di essa immolare la propria vita.
“Ecce lignum crucis, in quo salus mundi pependit!”. Cristo sapeva che la sua morte in croce era necessaria per la salvezza del mondo.

3. “Ecco il legno della Croce!”.
“O Croce di nostra salvezza, albero tanto glorioso, un altro non v’è nella selva di rami e di fronde a te uguale! Per noi dolce legno, che porti appeso il Signore del mondo” (Inno Crux fidelis).
Proclamando la grandezza della Croce su cui si è compiuta la salvezza del mondo, la Chiesa il Venerdì Santo ci conduce al centro della storia dell’uomo: tra “l’albero della conoscenza del bene e del male” e “l’albero della vita” (cf. Gen 2, 9). Nel Libro della Genesi la trasgressione del divieto divino di mangiare dell’“albero della conoscenza del bene e del male” costituisce quel peccato che è all’origine della peccaminosità ereditata dall’umanità (cf. Gen 2, 16-17).
Il testo del Libro della Genesi, pur conciso e denso, se letto fino in fondo, è sconvolgente. L’uomo perse l’originale stato di felicità a causa del peccato. Ma non perse di vista il secondo albero. Il peccato allontanò l’uomo dall’“albero della vita”, ma non poté sradicare dal suo animo il desiderio della vita da esso simboleggiata. Conformemente al primo annuncio contenuto nel Libro della Genesi, l’Unto di Dio, il Figlio di Donna, avrebbe nuovamente indicato agli uomini la via che porta alla vita. Egli dice di sé: “Io sono la via, la verità e la vita” (Gv 14, 6). Ecco, questa via passa attraverso la Croce.
Per questo oggi adoriamo il legno della Croce, su cui fu appeso il martoriato corpo del Redentore: Croce che è divenuta per noi via che porta alla vita. Accanto alla Croce, presso il Colosseo, concludiamo dunque la nostra liturgia del Venerdì Santo, che è liturgia passionis. La concludiamo con un profondo sentimento di speranza. Non aveva Cristo già annunciato che sarebbe risorto? Così dunque il mysterium passionis dovrà rivelarsi come mysterium paschale.
Madre di Cristo, Tu che hai accompagnato il tuo Figlio sulla via dolorosa, Tu che stavi sotto la Croce nell’ora della sua morte, conduci i nostri cuori attraverso tutti i Colossei della storia dell’uomo. Guidali attraverso il vasto e molteplice mysterium passionis della famiglia umana, verso il mysterium paschale, verso, cioè, quella luce, che si rivelerà nella resurrezione di Cristo, e mostrerà la definitiva vittoria della vita sulla morte.
La meditazione rivolta ai fedeli al termine della «Via Crucis» al Colosseo 
“Oggi, Venerdì Santo, ci parla la Croce… Ci parla la Croce attraverso questo Colosseo romano. Ci parla attraverso i martiri, che si sono aggrappati alla Croce di Cristo e sono diventati testimoni della sua morte, del suo martirio, della sua Risurrezione…”. Con queste parole Giovanni Paolo II introduce la meditazione al termine della “Via Crucis”, presieduta questa sera al Colosseo.
Questo il testo del discorso pronunciato dal Santo Padre. 

Fratelli e Sorelle,
Oggi, Venerdì Santo, ci parla la Croce. Ci parla la Croce nella Liturgia che abbiamo celebrato in San Pietro e che ora celebriamo qui. Ci parla la Croce attraverso questo Colosseo romano. Ci parla attraverso i martiri, che si sono aggrappati alla Croce di Cristo e sono diventati testimoni della sua morte, del suo martirio, della sua Risurrezione.
Alla fine di questa meditazione scritta da una sorella luterana, vogliamo dire ai nostri fratelli e sorelle martiri romani, che qui nel Colosseo hanno testimoniato la loro fede, la loro speranza e l’amore per Cristo, che cerchiamo di custodire l’eredità di fede che ci hanno lasciato; cerchiamo di camminare insieme con Cristo Crocifisso nello stesso luogo dove essi hanno dato la testimonianza della loro fede. Cerchiamo di essere sempre più uniti.
Ricordo che l’anno scorso le meditazioni della Via Crucis erano state preparate dal Patriarca di Costantinopoli, Bartolomaios. Quest’anno le ha preparate una sorella luterana, che ha preso parte all’ultimo Sinodo dedicato alla “vita consacrata e alla sua missione nella Chiesa e nel mondo”.
Abbiamo partecipato insieme, portando la Croce di Cristo. Insieme con il Papa, Vescovo di Roma, l’hanno portata diverse persone, soprattutto laici, fratelli e sorelle; e poi un Fratello Ortodosso di Mosca e una Sorella Luterana. Tutto questo dice che ci avviciniamo al Terzo Millennio, al Tertio Millennio Adveniente, volendo essere sempre più vicini, sempre più uniti, perché Cristo ci ha uniti nella sua Croce, nella sua Risurrezione, nel suo Mistero, “Mysterium passionis”, “Mysterium paschale”.
Carissimi, vi ringrazio e raccomando alle vostre preghiere questo Tertio Millennio Adveniente; che sia un segno della continuità con il Colosseo romano dei primi secoli. Ci prepariamo alla veglia pasquale di domani e poi alla Domenica della Pasqua vivendo profondamente il mistero di Cristo, mistero salvifico, mistero del nostro Redentore, e confessiamo con tutta la Chiesa, come abbiamo confessato davanti ad ogni stazione della Via Crucis: “Tu, o Cristo, hai salvato il mondo, hai redento il mondo. Il mondo ha sempre bisogno della tua redenzione e ne avrà sempre bisogno in tutti i millenni che rimangono ancora sulla strada da percorrere verso il futuro dell’umanità e della Chiesa”.
Fratelli e Sorelle, vi lascio una Benedizione e vi ringrazio della vostra partecipazione, nonostante la pioggia. Alla pioggia dobbiamo ancora un ringraziamento speciale.

Sia lodato Gesù Cristo!

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SANTA MESSA DEL CRISMA 2009 – OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

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SANTA MESSA DEL CRISMA

OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Basilica Vaticana

Giovedì Santo, 9 aprile 2009

Cari fratelli e sorelle,

Nel Cenacolo, la sera prima della sua passione, il Signore ha pregato per i suoi discepoli riuniti intorno a Lui, guardando al contempo in avanti alla comunità dei discepoli di tutti i secoli, a “quelli che crederanno in me mediante la loro parola” (Gv 17, 20). Nella preghiera per i discepoli di tutti i tempi Egli ha visto anche noi e ha pregato per noi. Ascoltiamo, che cosa chiede per i Dodici e per noi qui riuniti: “Consacrali nella verità. La tua parola è verità. Come tu hai mandato me nel mondo, anche io ho mandato loro nel mondo; per loro io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità” (17, 17ss). Il Signore chiede la nostra santificazione, la nostra consacrazione nella verità. E ci manda per continuare la sua stessa missione. Ma c’è in questa preghiera una parola che attira la nostra attenzione, ci sembra poco comprensibile. Gesù dice: “Per loro io consacro me stesso”. Che cosa significa? Gesù non è forse di per sé “il Santo di Dio”, come Pietro ha confessato nell’ora decisiva a Cafarnao (cfr Gv 6, 69)? Come può ora consacrare, santificare se stesso?
Per comprendere questo dobbiamo soprattutto chiarire che cosa vogliono dire nella Bibbia le parole “santo” e “santificare/consacrare”. “Santo” – con questa parola si descrive innanzitutto la natura di Dio stesso, il suo modo d’essere tutto particolare, divino, che a Lui solo è proprio. Egli solo è il vero e autentico Santo nel senso originario. Ogni altra santità deriva da Lui, è partecipazione al suo modo d’essere. Egli è la Luce purissima, la Verità e il Bene senza macchia. Consacrare qualcosa o qualcuno significa quindi dare la cosa o la persona in proprietà a Dio, toglierla dall’ambito di ciò che è nostro e immetterla nell’atmosfera sua, così che non appartenga più alle cose nostre, ma sia totalmente di Dio. Consacrazione è dunque un togliere dal mondo e un consegnare al Dio vivente. La cosa o la persona non appartiene più a noi, e neppure più a se stessa, ma viene immersa in Dio. Un tale privarsi di una cosa per consegnarla a Dio, lo chiamiamo poi anche sacrificio: questo non sarà più proprietà mia, ma proprietà di Lui. Nell’Antico Testamento, la consegna di una persona a Dio, cioè la sua “santificazione” si identifica con l’Ordinazione sacerdotale, e in questo modo si definisce anche in che cosa consista il sacerdozio: è un passaggio di proprietà, un essere tolto dal mondo e donato a Dio. Con ciò si evidenziano ora le due direzioni che fanno parte del processo della santificazione/consacrazione. È un uscire dai contesti della vita del mondo – un “essere messi da parte” per Dio. Ma proprio per questo non è una segregazione. Essere consegnati a Dio significa piuttosto essere posti a rappresentare gli altri. Il sacerdote viene sottratto alle connessioni del mondo e donato a Dio, e proprio così, a partire da Dio, deve essere disponibile per gli altri, per tutti. Quando Gesù dice: “Io mi consacro”, Egli si fa insieme sacerdote e vittima. Pertanto Bultmann ha ragione traducendo l’affermazione: “Io mi consacro” con “Io mi sacrifico”. Comprendiamo ora che cosa avviene, quando Gesù dice: “Io mi consacro per loro”? È questo l’atto sacerdotale in cui Gesù – l’Uomo Gesù, che è una cosa sola col Figlio di Dio – si consegna al Padre per noi. È l’espressione del fatto che Egli è insieme sacerdote e vittima. Mi consacro – mi sacrifico: questa parola abissale, che ci lascia gettare uno sguardo nell’intimo del cuore di Gesù Cristo, dovrebbe sempre di nuovo essere oggetto della nostra riflessione. In essa è racchiuso tutto il mistero della nostra redenzione. E vi è contenuta anche l’origine del sacerdozio della Chiesa, del nostro sacerdozio.
Solo adesso possiamo comprendere fino in fondo la preghiera, che il Signore ha presentato al Padre per i discepoli – per noi. “Consacrali nella verità”: è questo l’inserimento degli apostoli nel sacerdozio di Gesù Cristo, l’istituzione del suo sacerdozio nuovo per la comunità dei fedeli di tutti i tempi. “Consacrali nella verità”: è questa la vera preghiera di consacrazione per gli apostoli. Il Signore chiede che Dio stesso li attragga verso di sé, dentro la sua santità. Chiede che Egli li sottragga a se stessi e li prenda come sua proprietà, affinché, a partire da Lui, essi possano svolgere il servizio sacerdotale per il mondo. Questa preghiera di Gesù appare due volte in forma leggermente modificata. Dobbiamo ambedue le volte ascoltare con molta attenzione, per cominciare a capire almeno vagamente la cosa sublime che qui sta verificandosi. “Consacrali nella verità”. Gesù aggiunge: “La tua parola è verità”. I discepoli vengono quindi tirati nell’intimo di Dio mediante l’essere immersi nella parola di Dio. La parola di Dio è, per così dire, il lavacro che li purifica, il potere creatore che li trasforma nell’essere di Dio. E allora, come stanno le cose nella nostra vita? Siamo veramente pervasi dalla parola di Dio? È vero che essa è il nutrimento di cui viviamo, più di quanto non lo siano il pane e le cose di questo mondo? La conosciamo davvero? La amiamo? Ci occupiamo interiormente di questa parola al punto che essa realmente dà un’impronta alla nostra vita e forma il nostro pensiero? O non è piuttosto che il nostro pensiero sempre di nuovo si modella con tutto ciò che si dice e che si fa? Non sono forse assai spesso le opinioni predominanti i criteri secondo cui ci misuriamo? Non rimaniamo forse, in fin dei conti, nella superficialità di tutto ciò che, di solito, s’impone all’uomo di oggi? Ci lasciamo veramente purificare nel nostro intimo dalla parola di Dio? Nietzsche ha dileggiato l’umiltà e l’obbedienza come virtù servili, mediante le quali gli uomini sarebbero stati repressi. Ha messo al loro posto la fierezza e la libertà assoluta dell’uomo. Orbene, esistono caricature di un’umiltà sbagliata e di una sottomissione sbagliata, che non vogliamo imitare. Ma esiste anche la superbia distruttiva e la presunzione, che disgrègano ogni comunità e finiscono nella violenza. Sappiamo noi imparare da Cristo la retta umiltà, che corrisponde alla verità del nostro essere, e quell’obbedienza, che si sottomette alla verità, alla volontà di Dio? “Consacrali nella verità; la tua parola è verità”: questa parola dell’inserimento nel sacerdozio illumina la nostra vita e ci chiama a diventare sempre di nuovo discepoli di quella verità, che si dischiude nella parola di Dio.
Nell’interpretazione di questa frase possiamo fare ancora un passo ulteriore. Non ha forse Cristo detto di se stesso: “Io sono la verità” (cfr Gv 14, 6)? E non è forse Egli stesso la Parola vivente di Dio, alla quale si riferiscono tutte le altre singole parole? Consacrali nella verità – ciò vuol dire, dunque, nel più profondo: rendili una cosa sola con me, Cristo. Lègali a me. Tìrali dentro di me. E di fatto: esiste in ultima analisi solo un unico sacerdote della Nuova Alleanza, lo stesso Gesù Cristo. E il sacerdozio dei discepoli, pertanto, può essere solo partecipazione al sacerdozio di Gesù. Il nostro essere sacerdoti non è quindi altro che un nuovo e radicale modo di unificazione con Cristo. Sostanzialmente essa ci è stata donata per sempre nel Sacramento. Ma questo nuovo sigillo dell’essere può diventare per noi un giudizio di condanna, se la nostra vita non si sviluppa entrando nella verità del Sacramento. Le promesse che oggi rinnoviamo dicono a questo proposito che la nostra volontà deve essere così orientata: “Domino Iesu arctius coniungi et conformari, vobismetipsis abrenuntiantes”. L’unirsi a Cristo suppone la rinuncia. Comporta che non vogliamo imporre la nostra strada e la nostra volontà; che non desideriamo diventare questo o quest’altro, ma ci abbandoniamo a Lui, ovunque e in qualunque modo Egli voglia servirsi di noi. “Vivo, tuttavia non vivo più io, ma Cristo vive in me”, ha detto san Paolo a questo proposito (cfr Gal 2, 20). Nel “sì” dell’Ordinazione sacerdotale abbiamo fatto questa rinuncia fondamentale al voler essere autonomi, alla “autorealizzazione”. Ma bisogna giorno per giorno adempiere questo grande “sì” nei molti piccoli “sì” e nelle piccole rinunce. Questo “sì” dei piccoli passi, che insieme costituiscono il grande “sì”, potrà realizzarsi senza amarezza e senza autocommiserazione soltanto se Cristo è veramente il centro della nostra vita. Se entriamo in una vera familiarità con Lui. Allora, infatti, sperimentiamo in mezzo alle rinunce, che in un primo tempo possono causare dolore, la gioia crescente dell’amicizia con Lui, tutti i piccoli e a volte anche grandi segni del suo amore, che ci dona continuamente. “Chi perde se stesso, si trova”. Se osiamo perdere noi stessi per il Signore, sperimentiamo quanto sia vera la sua parola.
Essere immersi nella Verità, in Cristo – di questo processo fa parte la preghiera, in cui ci esercitiamo nell’amicizia con Lui e anche impariamo a conoscerLo: il suo modo di essere, di pensare, di agire. Pregare è un camminare in comunione personale con Cristo, esponendo davanti a Lui la nostra vita quotidiana, le nostre riuscite e i nostri fallimenti, le nostre fatiche e le nostre gioie – è un semplice presentare noi stessi davanti a Lui. Ma affinché questo non diventi uno autocontemplarsi, è importante che impariamo continuamente a pregare pregando con la Chiesa. Celebrare l’Eucaristia vuol dire pregare. Celebriamo l’Eucaristia in modo giusto, se col nostro pensiero e col nostro essere entriamo nelle parole, che la Chiesa ci propone. In esse è presente la preghiera di tutte le generazioni, le quali ci prendono con sé sulla via verso il Signore. E come sacerdoti siamo nella Celebrazione eucaristica coloro che, con la loro preghiera, fanno strada alla preghiera dei fedeli di oggi. Se noi siamo interiormente uniti alle parole della preghiera, se da esse ci lasciamo guidare e trasformare, allora anche i fedeli trovano l’accesso a quelle parole. Allora tutti diventiamo veramente “un corpo solo e un’anima sola” con Cristo.
Essere immersi nella verità e così nella santità di Dio – ciò significa per noi anche accettare il carattere esigente della verità; contrapporsi nelle cose grandi come in quelle piccole alla menzogna, che in modo così svariato è presente nel mondo; accettare la fatica della verità, perché la sua gioia più profonda sia presente in noi. Quando parliamo dell’essere consacrati nella verità, non dobbiamo neppure dimenticare che in Gesù Cristo verità e amore sono una cosa sola. Essere immersi in Lui significa essere immersi nella sua bontà, nell’amore vero. L’amore vero non è a buon mercato, può essere anche molto esigente. Oppone resistenza al male, per portare all’uomo il vero bene. Se diventiamo una cosa sola con Cristo, impariamo a riconoscerLo proprio nei sofferenti, nei poveri, nei piccoli di questo mondo; allora diventiamo persone che servono, che riconoscono i fratelli e le sorelle di Lui e in essi incontrano Lui stesso.
“Consacrali nella verità” – è questa la prima parte di quella parola di Gesù. Ma poi Egli aggiunge: “Io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati in verità” – cioè veramente (Gv 17, 19). Io penso che questa seconda parte abbia un suo specifico significato. Esistono nelle religioni del mondo molteplici modi rituali di “santificazione”, di consacrazione di una persona umana. Ma tutti questi riti possono rimanere semplicemente una cosa formale. Cristo chiede per i discepoli la vera santificazione, che trasforma il loro essere, loro stessi; che non rimanga una forma rituale, ma sia un vero divenire proprietà di Dio stesso. Potremmo anche dire: Cristo ha chiesto per noi il Sacramento che ci tocca nella profondità del nostro essere. Ma ha anche pregato, affinché questa trasformazione giorno per giorno in noi si traduca in vita; affinché nel nostro quotidiano e nella nostra vita concreta di ogni giorno siamo veramente pervasi dalla luce di Dio.
Alla vigilia della mia Ordinazione sacerdotale, 58 anni fa, ho aperto la Sacra Scrittura, perché volevo ricevere ancora una parola del Signore per quel giorno e per il mio futuro cammino da sacerdote. Il mio sguardo cadde su questo brano: “Consacrali nella verità; la tua parola è verità”. Allora seppi: il Signore sta parlando di me, e sta parlando a me. Precisamente la stessa cosa avverrà domani in me. In ultima analisi non veniamo consacrati mediante riti, anche se c’è bisogno di riti. Il lavacro, in cui il Signore ci immerge, è Lui stesso – la Verità in persona. Ordinazione sacerdotale significa: essere immersi in Lui, nella Verità. Appartengo in un modo nuovo a Lui e così agli altri, “affinché venga il suo Regno”. Cari amici, in questa ora del rinnovo delle promesse vogliamo pregare il Signore di farci diventare uomini di verità, uomini di amore, uomini di Dio. Preghiamolo di attirarci sempre più dentro di sé, affinché diventiamo veramente sacerdoti della Nuova Alleanza. Amen.

SANTA MESSA «IN COENA DOMINI»: OMELIA DI PAOLO VI – 1966

http://www.vatican.va/holy_father/paul_vi/homilies/1966/documents/hf_p-vi_hom_19660407_it.html

SANTA MESSA «IN COENA DOMINI» NELL’ARCIBASILICA LATERANENSE

OMELIA DI PAOLO VI

Giovedì Santo, 7 aprile 1966

Fratelli e Figli!
Signori ed Amici!

Perché siamo noi questa sera di Giovedì Santo riuniti in questa Basilica? La Nostra domanda non si riferisce ora al grande rito religioso, che stiamo celebrando, ma risale più indietro; cerca la ragione che ha dato origine in passato, e che adesso giustifica l’atto misterioso e solenne, che stiamo compiendo. Da che cosa deriva la nostra sinassi, cioè la nostra riunione ecclesiale, e quale ne è il motivo primitivo ed essenziale?

«FATE QUESTO IN MEMORIA DI ME»
Nessuno si stupisca per questa Nostra domanda, così semplice e di così facile risposta: nulla è più importante e nulla più fecondo di luce e di gaudio, che la rievocazione della causa iniziale della nostra celebrazione. Noi siamo qui, in questa fausta e pia ricorrenza del Giovedì Santo, per virtù d’una parola, due volte ripetuta dal Signore (cfr. 1 Cor. 11, 24-25), nell’ultima Cena, dopo che altre parole di preciso e immenso significato, quelle istitutive del sacrificio eucaristico, erano state pronunciate; e la parola che ora direttamente ci riguarda è questa: «Fate questo in memoria di Me» (Luc. 22, 19). Noi siamo riuniti questa sera per causa ed in ossequio di questa parola di Gesù Cristo; noi stiamo obbedendo ad un suo ordine, noi stiamo eseguendo una sua ultima volontà, noi stiamo rievocando, com’Egli ha voluto, la sua memoria.
È una cerimonia commemorativa la nostra. Noi vogliamo occupare il nostro spirito col ricordo di Lui, del nostro Fratello divino, del nostro sommo Maestro, del nostro unico Salvatore. La figura di Lui – oh, ne potessimo, noi così curiosi oggi delle immagini visive, averne le vere sembianze! – deve esserci davanti agli occhi dell’anima nelle forme che ci sono più care ed espressive, più umane e più ieratiche, Lui mite ed umile, Lui forte e grave, Lui, nostro Signore e nostro Dio (cfr. Io. 20, 28); dobbiamo in un certo senso, vederlo, sentirlo, ma soprattutto saperlo presente. La parola di Lui, il suo Vangelo, deve, come per incanto, salire dalla nostra subcoscienza, e risuonare tutta insieme al nostro spirito, come la ascoltassimo, come la potessimo in un atto solo tutta ricordare e comprendere: non è Lui la Parola di Dio fatto uomo, e perciò fatta nostra? E tutto l’alone immenso della profezia e della teologia, che lo circonda e lo definisce, e che a noi tanto lo avvicina e quasi di Lui c’investe e ci inebria, ed insieme ci umilia e ci abbaglia, noi lo dobbiamo contemplare questa sera, come quando ci lasciamo incantare dalla maestosa icone di Cristo sovrano, dominante dall’abside delle nostre antiche basiliche, pieno di interiorità e di potestà. Dobbiamo ricordarlo, questa sera, Lui il nostro Signore e Redentore. È un dovere di memoria, che stiamo compiendo. È la reviviscenza nei nostri spiriti della sua figura e della sua missione, che vogliamo in questo momento, più che in ogni altro, suscitare.

LA PASQUA PERENNE DEL SALVATORE
Ci facilita il compimento di questo dovere il pensare l’importanza che la memoria assume nella religione vera, positiva e rivelata, come la nostra. Essa si fonda su fatti concreti, che bisogna ricordare. Il loro ricordo forma il tessuto della fede e alimenta la vita spirituale e morale del credente. Tutto il racconto biblico si svolge sulla memoria di avvenimenti e di parole, che non devono dissolversi nel tempo, ma devono rimanere sempre presenti. Quella che noi chiamiamo oggi coscienza storica può farci comprendere qualche cosa circa la funzione della memoria nella tradizione sia dell’Antico che del Nuovo Testamento. Non possiamo dimenticare che la Cena stessa, durante la quale Gesù ordinò di tener viva la sua memoria mediante la rinnovazione di ciò ch’Egli aveva allora compiuto, era un rito commemorativo; era il convito pasquale, che doveva ripetersi ogni anno per trasmettere alle generazioni future il ricordo indelebile della liberazione del popolo ebraico dalla schiavitù dell’Egitto: «Habebitis autem hunc diem in monumentum et celebrabitis eam solemnem Domino in generationibus vestris cultu sempiterno» (Ex. 12, 14). L’Antico Testamento si svolge lungo il filo di fedeltà al ricordo di quella prima Pasqua liberatrice. Gesù, quella sera, sostituisce all’Antico il Nuovo Testamento: «Questo è il mio Sangue. Egli dirà, del Nuovo Testamento . . .» (Matth. 26, 28); all’antica Pasqua storica e figurativa Egli collega e fa succedere la sua Pasqua, anch’essa storica, definitiva questa, ma figurativa anch’essa d’un altro ultimo avvenimento, la parusia finale: «donec veniat» (1 Cor. 11, 26): memoria risolutiva e profetica è la Cena del Signore.

LA SS.MA EUCARISTIA ALIMENTO E VITA DEI CRISTIANI
Ma come questa memoria fedele e perenne di Cristo possa rinnovarsi e di quale contenuto essa sia piena ci è pur obbligo ripensare. Quel comando di Gesù: «Fate questo» è una parola creatrice, miracolosa: è una trasmissione d’un potere, ch’Egli solo possedeva; è l’istituzione d’un sacramento, il conferimento cioè del sacerdozio di Cristo ai suoi discepoli; è la formazione dell’organo costituente e santificante del Corpo mistico, la sacra gerarchia, resa capace di rinnovare il prodigio dell’ultima Cena.
E quale sia il prodigio dell’ultima Cena noi sappiamo. Il ricordo sarà realtà. Bisogna ripensare al momento e al modo con cui Cristo ha istituito l’Eucaristia. Essa è scaturita dal suo cuore nell’imminenza e nella chiaroveggenza della sua passione. Essa rappresenta tale passione e contiene Colui che l’ha sofferta. Gesù ha sigillato la sua presenza paziente e morente nei simboli – ormai non più altro che simboli e segni – del pane e del vino. Ha voluto essere ricordato così. Ha voluto, si può dire, sopravvivere e rimanere fra noi nel supremo suo atto d’amore, il suo sacrificio, la sua morte. Ha voluto rendersi presente, lungo il corso del tempo, fra noi nello stato simultaneo di sacerdote e di vittima, sostituendo alla sua presenza storica e sensibile quella non meno reale della presenza sacramentale, perché solo i credenti, solo i volontari della fede e dell’amore, potessero venire in comunione vitale con Lui. Gesù, sapendo di essere alla fine della sua presenza naturale sulla terra, ha fatto in modo che gli uomini non si dimenticassero di Lui. L’Eucaristia è appunto il memoriale perenne di Gesù Cristo. Celebrare l’Eucaristia vuol dire celebrare la sua memoria. Ed Egli ha voluto che questa forma singolarissima di ricordarlo, anzi di riaverlo presente, diventasse cibo, cioè alimento, cioè principio interiore d’energia e di vita, per le anime dei suoi veri seguaci.

La liturgia ben sa e bene ci insegna questa finalità del mistero eucaristico; e le dà un nome, che nel suono greco ed arcaico del vocabolo dice come sempre nei secoli, fin da principio, fin dal Vangelo così fu onorata l’Eucaristia; e cioè il nome di anàmnesi, che vuol appunto dire reminiscenza, rimembranza, e che trova il suo posto rituale immediatamente dopo la consacrazione del pane e del vino nel Corpo e nel Sangue di Cristo, in connessione e quasi a sviluppo ed a commento delle parole citate dal Signore stesso: «Fate questo in memoria di me»: è a questo punto ineffabile che la liturgia della Messa aggancia nuovamente la storia nostra al Vangelo con le famose parole: «Unde et memores . . ., perciò noi ricordando . . .».

ADORARE, RINGRAZIARE, AMARE CRISTO PRESENTE TRA NOI
Perciò, Fratelli e Figli, come il grande rito vuole, un grande sforzo di memoria a noi questa sera è domandato. Dobbiamo ricordare Gesù Cristo con tutte le forze del nostro spirito. Questo è l’amore che ora gli dobbiamo. Ricorda chi ama. La nostra grande colpa è l’oblio, è la dimenticanza. È la colpa ricorrente nella vicenda biblica: mentre Dio non si dimentica mai di noi . . . . «Potrà mai una donna dimenticarsi del suo bambino, da non sentire più compassione per il figlio delle sue viscere? . . .» (Is. 49, 15), noi ci dimentichiamo così facilmente di Lui. Siamo giunti a tanto, nel nostro tempo, da credere una liberazione lo scordarci di Dio, da volere scordarci di Lui; come fosse liberazione lo scordarci del sole della nostra vita! Noi spingiamo sovente la giusta distinzione dei vari ordini sia del sapere, che dell’azione, la quale non vuole confusione fra il sacro e il profano e rivendica a ciascuno la loro relativa autonomia, fino alla negazione dell’ordine religioso, e alla diffidenza e alla resistenza nei suoi confronti, per l’errata convinzione che nel laicismo radicale sia prestigio umano e vera sapienza. Così la dimenticanza di Cristo si fa abituale anche in una società che tanto da Lui ha ricevuto e tuttora riceve; e si insinua qualche volta anche nella comunità ecclesiale: «Tutti cercano, lamenta l’Apostolo, le cose proprie, non quelle di Gesù Cristo» (Phil. 2, 21).
Dobbiamo ricordarci invece di Lui, come Lui con la moltiplicata, silenziosa, amorosa presenza eucaristica si ricorda di noi, di ciascuno di noi. E se nella quotidiana celebrazione della Messa questa memoria si riaccende e risplende nelle nostre sacre assemblee e nel foro interiore delle nostre anime, quest’oggi un’ultima dimenticanza noi dobbiamo vincere, quella che l’abitudine produce e che rende la nostra memoria appena formale e insensibile. Oggi la pienezza della memoria si ravviva nella fede alla realtà del fatto eucaristico, nella meraviglia, nella riconoscenza, nell’amore: qui è il Cristo venuto, qui è il Cristo presente, qui è il Cristo che verrà; a Lui onore e gloria, oggi e per sempre.

Papa: Inizia la Settimana Santa. Domandiamoci chi è per noi Gesù di Nazaret

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01/04/2012

VATICANO

Papa: Inizia la Settimana Santa. Domandiamoci chi è per noi Gesù di Nazaret

Benedetto XVI celebra il rito della Domenica delle Palme, che dà inizio alla Settimana Santa, che coincide con la 27ma Giornata mondiale della gioventù. Ricevere da Cristo « lo sguardo della benedizione: uno sguardo sapiente e amorevole, capace di cogliere la bellezza del mondo e di compatirne la fragilità », perché Dio non prova « disgusto » per nessuna delle cose che ha creato. Ai giovani: la Domenica delle Palme è « il giorno della decisione, la decisione di accogliere il Signore e di seguirlo fino in fondo », come ha fatto S. Chiara, della quale si celebra gli 800 anni della sua conversione e consacrazione. « Lode », « ringraziamento » e « preghiera » per « stare in comunione profonda d’amore con Cristo che soffre, muore e risorge per noi ». Un “saluto speciale” ai Comitati per la GMG di Madrid e di Rio de Janeiro.

Città del Vaticano (AsiaNews) – « Chi è per noi Gesù di Nazaret? Che idea abbiamo del Messia, che idea abbiamo di Dio? È una questione cruciale, questa, che non possiamo eludere, tanto più che proprio in questa settimana siamo chiamati a seguire il nostro Re che sceglie come trono la croce; siamo chiamati a seguire un Messia che non ci assicura una facile felicità terrena, ma la felicità del cielo, la beatitudine di Dio. Dobbiamo allora chiederci: quali sono le nostre vere attese? quali i desideri più profondi, con cui siamo venuti qui oggi a celebrare la Domenica delle Palme e ad iniziare la Settimana Santa? »:  questa domanda è il cuore dell’omelia che Benedetto XVI ha proclamato oggi in pazza san Pietro, nella celebrazione della Domenica delle Palme, che ricorda l’entrata trionfale di Gesù a Gerusalemme, giorni prima di essere condannato, crocifisso e risorto.
La festa coincide anche con la celebrazione della 27ma Giornata mondiale della Gioventù, che quest’anno ha come tema « Siate sempre lieti nel Signore » (Filippesi 4,4). Per questo, fra gli oltre 30 mila fedeli vi sono molti giovani di Roma e di altre diocesi.
« La Domenica delle Palme  – spiega il papa – è il grande portale che ci introduce nella Settimana Santa, la settimana nella quale il Signore Gesù si avvia verso il culmine della sua vicenda terrena. Egli sale a Gerusalemme per portare a compimento le Scritture e per essere appeso sul legno della croce, il trono da cui regnerà per sempre, attirando a sé l’umanità di ogni tempo e offrendo a tutti il dono della redenzione ».
Ritornando all’acclamazione con cui i giovani ebrei hanno accolto Gesù (« Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Benedetto il Regno che viene, del nostro padre Davide! Osanna nel più alto dei cieli!» (Ps 118, vv. 9-10), Benedetto XVI afferma: « Questa acclamazione festosa, trasmessa da tutti e quattro gli Evangelisti, è un grido di benedizione, un inno di esultanza: esprime l’unanime convinzione che, in Gesù, Dio ha visitato il suo popolo e che il Messia desiderato finalmente è giunto. E tutti sono lì, con la crescente attesa per l’opera che il Cristo compirà una volta entrato nella sua città. Ma qual è il contenuto, la risonanza più profonda di questo grido di giubilo? ».
« Colui che è acclamato dalla folla come il benedetto – spiega -  è, nello stesso tempo, Colui nel quale sarà benedetta l’umanità intera. Così, nella luce del Cristo, l’umanità si riconosce profondamente unita e come avvolta dal manto della benedizione divina, una benedizione che tutto permea, tutto sostiene, tutto redime, tutto santifica. Possiamo scoprire qui un primo grande messaggio che giunge a noi dalla festività di oggi: l’invito ad assumere il giusto sguardo sull’umanità intera, sulle genti che formano il mondo, sulle sue varie culture e civiltà. Lo sguardo che il credente riceve da Cristo è lo sguardo della benedizione: uno sguardo sapiente e amorevole, capace di cogliere la bellezza del mondo e di compatirne la fragilità ».
« In questo sguardo – continua -  traspare lo sguardo stesso di Dio sugli uomini che Egli ama e sulla creazione, opera delle sue mani. Leggiamo nel Libro della Sapienza: «Hai compassione di tutti, perché tutto puoi, chiudi gli occhi sui peccati degli uomini, aspettando il loro pentimento. Tu infatti ami tutte le cose che esistono e non provi disgusto per nessuna delle cose che hai creato; … Tu sei indulgente con tutte le cose, perché sono tue, Signore, amante della vita» (Sap 11,23-24.26).
Benedetto XVI propone un’altra domanda, ancora più radicale: « Che cosa c’è realmente nel cuore di quanti acclamano Cristo come Re d’Israele? Certamente avevano una loro idea del Messia, un’idea di come dovesse agire il Re promesso dai profeti e a lungo aspettato. Non è un caso che, pochi giorni dopo, la folla di Gerusalemme, invece di acclamare Gesù, griderà a Pilato: «Crocifiggilo»! E gli stessi discepoli, come pure altri che lo avevano visto e ascoltato, rimarranno ammutoliti e smarriti. La maggior parte, infatti, era rimasta delusa dal modo in cui Gesù aveva deciso di presentarsi come Messia e Re di Israele ».
« Proprio qui sta il nodo della festa di oggi, anche per noi. Chi è per noi Gesù di Nazaret? Che idea abbiamo del Messia, che idea abbiamo di Dio? È una questione cruciale, questa, che non possiamo eludere, tanto più che proprio in questa settimana siamo chiamati a seguire il nostro Re che sceglie come trono la croce; siamo chiamati a seguire un Messia che non ci assicura una facile felicità terrena, ma la felicità del cielo, la beatitudine di Dio. Dobbiamo allora chiederci: quali sono le nostre vere attese? quali i desideri più profondi, con cui siamo venuti qui oggi a celebrare la Domenica delle Palme e ad iniziare la Settimana Santa? ».
Poi il pontefice si rivolge ai giovani presenti: « Cari giovani… La Domenica delle Palme sia per voi il giorno della decisione, la decisione di accogliere il Signore e di seguirlo fino in fondo, la decisione di fare della sua Pasqua di morte e risurrezione il senso stesso della vostra vita di cristiani. E’ la decisione che porta alla vera gioia, come ho voluto ricordare nel Messaggio ai Giovani per questa Giornata – «Siate sempre lieti nel Signore» (Fil 4,4) -, e come avvenne per santa Chiara di Assisi, che, ottocento anni or sono, trascinata dall’esempio di san Francesco e dei suoi primi compagni, proprio nella Domenica delle Palme, lasciò la casa paterna per consacrarsi totalmente al Signore: aveva diciotto anni ed ebbe il coraggio della fede e dell’amore, di decidersi per Cristo, trovando in Lui la gioia e la pace ».
Proprio oggi Benedetto XVI ha inviato una Lettera a mons. Domenico Sorrentino, Vescovo di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino, per l’Anno Clariano,  indetto in tutta la diocesi  e fra tutte le comunità francescane in ricordo di Santa Chiara, in occasione dell’VIII centenario della sua conversione e consacrazione.
Rivolgendosi poi a tutti i fedeli, il papa li esorta a vivere in questa Settimana Santa due sentimenti:  » la lode, come hanno fatto coloro che hanno accolto Gesù a Gerusalemme con i loro «osanna»; ed il ringraziamento, perché in questa Settimana Santa il Signore Gesù rinnoverà il dono più grande che si possa immaginare: ci donerà la sua vita, il suo corpo e il suo sangue, il suo amore ».
« Ma a un dono così grande  -  aggiunge – dobbiamo rispondere in modo adeguato, ossia con il dono di noi stessi, del nostro tempo, della nostra preghiera, del nostro stare in comunione profonda d’amore con Cristo che soffre, muore e risorge per noi » E fa suo l’invito di un Padre della Chiesa, sant’Andrea, Vescovo di Creta: « Stendiamo, dunque, umilmente innanzi a Cristo noi stessi, piuttosto che le tuniche o i rami inanimati e le verdi fronde che rallegrano gli occhi solo per poche ore e sono destinate a perdere, con la linfa, anche il loro verde. Stendiamo noi stessi rivestiti della sua grazia, o meglio, di tutto lui stesso … e prostriamoci ai suoi piedi come tuniche distese … per poter offrire al vincitore della morte non più semplici rami di palma, ma trofei di vittoria ».
Alla fine della celebrazione, prima della preghiera dell’Angelus, Benedetto XVI ha salutato i presenti e soprattutto i giovani. Un « saluto speciale » l’ha dedicato « al Comitato organizzatore della scorsa GMG di Madrid e a quello che sta organizzando la prossima, di Rio de Janeiro » nel 2013, come pure « ai delegati all’Incontro Internazionale sulle Giornate Mondiali della Gioventù, promosso dal Pontificio Consiglio per il Laici, qui rappresentato dal Presidente, card. Rilko, e dal Segretario, Mons. Clemens ».

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