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AVVENTO : LE ANTIFONE « O » PRECEDONO IL NATALE COME ATTESA DEL MESSIA

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AVVENTO : LE ANTIFONE « O » PRECEDONO IL NATALE COME ATTESA DEL MESSIA

A CURA DEL MONASTERO CARMELO SANT’ANNA A CARPINETO ROMANO

Introduzione all’Avvento del Signore Nostro Gesù Cristo

(ci sono le antifone dal 17 al 24 dicembre, metto quella di oggi)  

Ci apprestiamo a vivere l’Avvento: Avvento come attesa, attesa di Colui che viene, e Colui che viene è il Signore. Attraverso le IV domeniche di Avvento la liturgia ci prepara a questo incontro. Come sappiamo le letture del Vangelo delle quattro Domeniche d’Avvento “hanno una loro caratteristica propria: – si riferiscono alla venuta del Signore alla fine dei tempi (I domenica), – a Giovanni Battista (II e III domenica); – agli antefatti immediati della nascita del Signore (IV domenica)” (Avvento, Dizionario di Mariologia). Le letture dell’Antico Testamento, tratte soprattutto dal libro di Isaia, sono le profezie sul Messia e sul tempo messianico. Le letture dell’Apostolo contengono esortazioni e annunzi, in armonia con le caratteristiche di questo tempo. Infine le ferie dal 17 al 24 dicembre sono ordinate ad una più immediata preparazione al Natale del Signore. Questo è lo schema di ogni anno. Vediamo da vicino le 4 domeniche di Avvento. Nella prima domenica:  “attendiamo vigilanti la venuta del Signore”. Questo anno mettiamo la nostra attenzione al Salmo responsoriale della Domenica, magari ripetendolo durante la settimana e pregandolo. Nella prima domenica troviamo il Salmo 79: Signore, fa splendere il tuo volto e noi saremo salvi. Questo Salmo ci parla dell’afflizione per l’esilio. Il Signore viene invocato come pastore di Israele, come guardiano della vigna. E’ una invocazione accorata al Signore perché ci sia vicino e perché possa tenerci vicini. Nella seconda domenica: possiamo pensare a Giovanni Battista che ci invita a “preparare la via al Signore che viene”. Nella seconda domenica troviamo il Salmo 84, che è quello più usato in Avvento: Mostraci Signore la tua misericordia e donaci la tua salvezza. Questo Salmo ci parla della misericordia di Dio verso Israele. Troviamo diversi motivi: il ringraziamento, la richiesta di salvezza per chi lo teme, la benevolenza del Signore che si manifesta con amore e verità, giustizia e pace. Dopo la seconda domenica di Avvento troviamo la solennità di Maria Immacolata, che ci ricorda la docilità alla voce del Signore, la prontezza nell‘ascoltare la sua Parola, la fedeltà al progetto di Dio nel “sì“, la perseveranza fino ai piedi della Croce, nell‘ora della prova. . Nella terza domenica, detta “Gaudete“: è sempre Giovanni Battista che ci addita il Messia vicino.  Quindi l’invito ad aprire il cuore al Messia vicino. Nella terza domenica ci accompagna il Magnificat: La mia anima esulta nel mio Dio.  Nella quarta domenica: Maria nell’imminente parto ci ricorda che la promessa si sta adempiendo. In questa domenica abbiamo il Salmo 88: “Canterò per sempre l’amore del Signore”. Questo salmo è una celebrazione dell’amore del Signore, di generazione in generazione, nonostante le infedeltà della casa di Davide. Durante l’avvento, durante la liturgia di ogni giorno, vengono proposti questi e altri Salmi: il 23, il 24, il 71, il 121, oltre ai cantici di Anna, Magnificat e Benedictus. Sono un invito a pregare con la Parola di Dio, che si fa nostro nutrimento, nostro cibo quotidiano. Il tempo di Avvento, che ogni anno ci fa iniziare l’anno liturgico -concluso con la solennità di Cristo Re dell‘universo e la XXXIV settimana del tempo ordinario-, è una preparazione alla venuta del Signore. Siamo invitati ad una preghiera personale e comunitaria, ad impegni piccoli ma portati avanti con fedeltà e spirito di servizio. In famiglia -come già si fa- oltre alla preparazione con la corona di Avvento, si può recitare alla domenica il Salmo indicato, prendere un punto in comune per tutta la settimana.     LE ANTIFONE   » O  »   PRECEDONO IL NATALE  COME ATTESA DEL MESSIA      

Le antifone «O» che caratterizzano i giorni immediatamente precedenti il Natale portano in sé l’attesa del Messia, quale poteva essere presso gli Ebrei dell’Antico Testamento, quale deve essere presso i cristiani di tutti i tempi. L’attesa raggiunge il suo vertice nella persona di Maria. Le liturgie di tutte le chiese del mondo cattolico hanno voluto ricordare ciò, concedendo in tempo di Avvento uno spazio rilevante alla persona di Maria. Nell’attuale liturgia romana di Avvento Maria è presente dappertutto, con una presenza discreta. Si pensi al mistero dell’Annunciazione, ricordato in tutto l’Avvento, talvolta in maniera drammatica, a porne in evidenza la determinante importanza per il piano della salvezza. Dicono i testi della liturgia, lo affermano i Padri e gli scrittori della Chiesa, da Ireneo ad Agostino, a Bernardo, a Isacco della Stella, che Maria in Avvento è la madre della speranza, e diviene la speranza della Chiesa e di ognuno che ad essa appartiene. Si può affermare che l’Avvento, da un punto di vista liturgico, è la stagione più mariana dell’anno, ancor più dello stesso mese di maggio, che la devozione popolare d’occidente ha dedicato alla Madre del Signore da tempi lontani. C’è stato un tempo, in cui fra le antifone «O», rivolte al Messia venturo, aveva trovato posto un’antifona indirizzata alla Vergine. Il testo esprimeva, nella sua prima parte, la meraviglia del cristiano dinanzi al mistero, unico nella storia dell’umanità, della maternità verginale. Nella seconda parte, l’antifona riportava la spiegazione che la Vergine stessa dava del mistero: «O Vergine delle vergini, come potrà avvenire questo? Nessuna altra donna è mai stata simile a te, né mai lo potrà essere in futuro! – Figlie di Gerusalemme, perché vi meravigliate di me? Quello che voi vedete è un mistero divino»*. L’antifona era nella liturgia dell’«Attesa del parto della Beata Vergine Maria» che si celebrava nella Spagna visigotica il 18 dicembre, otto giorni prima del Natale. I padri del Concilio di Toledo del 656 avevano voluto tale festa, seguita da una ottava. Erano persuasi che la dignità di questa celebrazione non dovesse essere inferiore a quella del Natale: «La festa della Madre non è niente altro che l’Incarnazione del Verbo», dicevano i padri conciliari. La sua festa prese poi la denominazione di «Nostra Signore delle O» o «Festa dell’O» a motivo dell’inizio dell’antifona sopracitata: «O Vergine delle vergini…». Durante l’ottava, di buon mattino si celebrava una messa solenne alla quale si facevano assistere tutte le donne incinte, qualunque fosse il loro rango: primo, per venerare la divina maternità di Maria; in secondo luogo, per averne il soccorso nei travagli del parto. La festa, vera celebrazione della vita, ebbe grande diffusione nell’impero carolingio. A Milano, già da tempo, si celebrava la memoria di Santa Maria nella sesta ed ultima domenica di Avvento. La celebrazione dava all’ultima settimana di Avvento nel rito ambrosiano la denominazione di settimana «dell’attesa». Maria ci apre il segreto della stagione liturgica, che è l’Avvento: per lei fu tempo privilegiato, in cui «attese e portò in grembo con ineffabile amore» il Figlio; per noi è tempo provvidenziale, di cui servirci per preparare, in attesa vigilante, l’entrata del Cristo nei nostri cuori. Breve è il tempo: bisogna approfittare, ammonisce la liturgia, mentre disegna, in questi giorni, un itinerario cronologico verso la festa: «Ecco, stanno per compiersi tutte le cose che sono state dette dall’angelo intorno alla Vergine Maria». Ecco, dunque, il primo annuncio: il Signore sta per venire. Egli, il figlio della Vergine, toglierà il giogo della nostra schiavitù, rendendoci donne e uomini liberi. La nostra attesa si fa speranza, si fa preghiera: «Oppressi a lungo sotto il giogo del peccato, aspettiamo, Padre, la nostra redenzione: la nuova nascita del tuo unico Figlio ci liberi dalla schiavitù antica».    21 DICEMBRE   O Astro che sorgi, splendore della luce eterna, sole di giustizia; vieni, illumina chi giace nelle tenebre e nell’ombra di morte.

Nel linguaggio biblico l’Oriente è quella parte del mondo da cui ogni giorno arriva agli uomini la luce, il calore, la vita. Questa concezione appare già nel racconto biblico della creazione dell’uomo: «Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a Oriente, e vi collocò l’uomo che aveva plasmato…» (Gen 2, 8). L’origine di ogni essere è nel paradiso, «in Oriente». Il cristianesimo fin dagli inizi fu consapevole di tale simbolismo e frequentemente si aprì ad esso. Nel Battesimo, al momento in cui il catecumeno faceva la sua rinuncia a satana, alle sue opere e seduzioni, doveva voltarsi verso l’occidente, considerato come la regione delle tenebre. Per giurare la sua fedeltà a Cristo, sole di salvezza, si rivolgeva invece verso oriente. Era l’inizio simbolico della via della salvezza, che il battezzato intraprendeva per staccarsi dalla rovina e dalla morte e procedere verso la risurrezione, la vita, la luce. Il medesimo simbolismo diede origine all’uso di fare la preghiera voltandosi verso oriente, perché, spiegava Origene, uno che ha ricevuto il nome di Cristo, diviene figlio dell’oriente e lì deve dirigere i suoi desideri. Tale concetto è il motivo per il quale le chiese sono «orientate», cioè con l’abside verso oriente. Anche i morti sono stati seppelliti con la faccia ad Oriente. Di lì, un giorno, ritornerà il Signore per l’ultimo giudizio. Non c’è da stupirsi pertanto che il tema del Cristo «Oriente – Astro che sorge» sia compenetrato con tutta la liturgia, specialmente con quella della Pasqua e del Natale, con la liturgia delle Ore, per la quale basterà citare l’inno ambrosiano: «Splendore della gloria paterna…». La preghiera al Cristo, invocato, in questa giornata, come aurora che sorge, si arricchisce di due altri appellativi: Cristo è «splendore di luce eterna e sole di giustizia». La luce è sempre stata considerata come attributo della divinità: «Dio è luce e in lui non ci sono tenebre» (1 Gv 1, 5). Dio «è avvolto di luce come di un manto» (Sal 103, 2). «Egli abita una luce inaccessibile» (1 Tim 6, 16). Quando il Messia nascerà, afferma Isaia, il popolo che cammina nelle tenebre vedrà una grande luce, su coloro che abitano in terra tenebrosa una luce rifulgerà (cfr Is 9, 1). A quaranta giorni dalla sua nascita, il Salvatore, è riconosciuto da Simeone nel tempio come «luce che illumina le genti» (Lc 2, 32). Egli «è la luce vera, quella che illumina ogni uomo» (Gv 2, 32). Cristo stesso potrà un giorno assicurare: «Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita» (Gv 8, 12). Avviene ciò durante l’esistenza di un cristiano. Come la luce del sole dà a tutte le cose di questo mondo il loro giusto contorno e permette di vederle e di goderle, così fa il Cristo «sole di giustizia» (Mal 3, 20) per tutte le situazioni della vita, e le trasforma in occasione di bene. Al Cristo «aurora che sorge, splendore della luce eterna, sole di giustizia» oggi si indirizza la supplica: «Vieni, illumina chi giace nelle tenebre e nell’ombra di morte» (cfr Lc 1, 79). Con il padre di Giovanni il Battista, Zaccaria, il primo che ha parlato così nel suo cantico, si riconosce che noi, con il nostro mondo, siamo tanto poveri di luce divina. A Natale «il sole di giustizia verrà a visitarci dall’alto» (cfr Lc 1, 78) e non si farà schermo alla sua luce perché arrivi a ogni uomo: i misteri del Natale, così, continueranno a portarci luce, vita, gioia.  

Publié dans:Liturgia: Avvento |on 21 décembre, 2015 |Pas de commentaires »

AKATHISTOS – VII STANZA : I PASTORI SENTIRONO GLI ANGELI CANTARE LA VENUTA DI CRISTO NELLA CARNE

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AKATHISTOS – VII STANZA

COMMENTO AL TESTO DELLA VII STANZA

I PASTORI SENTIRONO GLI ANGELI CANTARE LA VENUTA DI CRISTO NELLA CARNE

« C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l’angelo disse loro: « Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia ». E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva: « Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama ».(Lc 2,8-14). « E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi »(Gv 1,14). Farsi carne, nel linguaggio biblico, ha un significato molto più ampio che assumere un corpo, significa divenire uno di noi, con tutti i risvolti che questo implica: le debolezze, la caducità ed infine la morte. Gesù infatti « pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. »(Fil 2,6-7).   e correndo verso il Pastore, lo contemplarono come Agnello innocente nutrirsi al seno di Maria e inneggiando dissero:

Nella tradizione biblica l’immagine del pastore indica la relazione fra Dio e il suo popolo. « Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. »(Gv 10,11) « Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. »(Gv 10,27). I pastori all’annuncio degli angeli gioirono ed accorsero ad adorare il Salvatore. Trovarono il Bambino in fasce, nutrirsi al seno di Maria, vero trono di Dio ed il loro cuore sussultò di gioia. « Non avranno più fame né avranno più sete, non li colpirà il sole né arsura alcuna, perché l’Agnello, che sta in mezzo al trono, sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita. E Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi »(Ap 7,16-17). Gesù viene dunque al mondo; « come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri »(Is 40.11). « Io sono venuto perché (le mie pecore) abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza. Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. »(Gv 10,11). Gesù si offre come vero sacrificio di comunione, ma la legge biblica vuole che la vittima sacrificale sia perfetta, senza alcuna macchia perché « nel caso che la sua offerta sia un sacrificio di comunione, si offre un capo di bestiame grosso, maschio o femmina, lo si presenterà senza difetto davanti al Signore »(Lev 3,1). « Voi sapete che non a prezzo di cose effimere, come argento e oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta, ereditata dai padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetti e senza macchia. »(1Pt 1, 18-19). Ed « i pastori contemplano la gloria dell’Agnello e del Pastore »(Gregorio Nazanzieno, Oratio 2)

Gioisci Madre dell’Agnello e del Pastore; gioisci ovile delle pecorelle spirituali.

« E’ lui l’agnello muto; è lui l’agnello sgozzato. E’ lui che nacque da Maria, l’Agnella pura. »(Melitone, Omelia sulla Pasqua). Maria, vera Madre di Dio, è compartecipe del progetto di Salvezza ed è anch’essa Agnella sacrificale tutta pura e senza macchia. « Mi fu rivolta questa parola del Signore: ‘Figlio dell’uomo, profetizza contro i pastori d’Israele, profetizza e riferisci ai pastori: Così dice il Signore Dio: Guai ai pastori d’Israele, che pascono se stessi! I pastori non dovrebbero forse pascere il gregge? Vi nutrite di latte, vi rivestite di lana, ammazzate le pecore più grasse, ma non pascolate il gregge. Non avete reso forti le pecore deboli, non avete curato le inferme, non avete fasciato quelle ferite, non avete riportato le disperse. Non siete andati in cerca delle smarrite, ma le avete guidate con crudeltà e violenza. Per colpa del pastore si sono disperse e sono preda di tutte le bestie selvatiche: sono sbandate. »(Ez 34 1-5). « Gregge di pecore sperdute era il mio popolo, i loro pastori le avevano sviate, le avevano fatte smarrire per i monti; esse andavano di monte in colle, avevano dimenticato il loro ovile. Quanti le trovavano, le divoravano, e i loro nemici dicevano: ‘Non ne siamo colpevoli, perché essi hanno peccato contro il Signore, sede di giustizia e speranza dei loro padri’. »(Ger 50,6-7). Maria è la Stella Odigitria, il rifugio sicuro: « O tu che nell’instabilità continua della vita presente t’accorgi di essere sballottato tra le tempeste senza punto sicuro dove appoggiarti, tieni ben fisso lo sguardo al fulgore di questa stella se non vuoi essere travolto dalla bufera. »(S. Bernardo). La Tutta Santa Deipara è il vero Ovile delle pecore spirituali, fertile pascolo sicuro e recintato. « Giardino chiuso tu sei, sorella mia, mia sposa, sorgente chiusa, fontana sigillata. »(Ct 4,12). Maria è l’Ovile la cui porta è Gesù: « Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza. »(Gv 10, 9-10)

Gioisci difesa dai nemici invisibili; gioisci chiave delle porte del paradiso.

Maria fin dal principio ha avuto da Dio il potere e la missione di schiacciare la testa di Satana, « questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno. »(Gen 3,5). Nelle rivelazioni che la Madonna stessa farà a san Domenico ed al Beato Allamano dirà: « A tutti quelli che reciteranno devotamente il mio Rosario, io prometto la mia protezione speciale e grandissime grazie. (…)Il Rosario sarà una difesa potentissima contro l’inferno; distruggerà i vizi, libererà dal peccato, dissiperà le eresie. (…) Il Rosario farà fiorire le virtù e le buone opere e otterrà alle anime le più abbondanti misericordie divine; sostituirà nei cuori l’amore di Dio all’amore del mondo, elevandoli al desiderio dei beni celesti ed eterni. Quante anime si santificheranno con questo mezzo! ». Molti secoli dopo il Santo Curato d’Ars affermerà: « Una sola Ave Maria ben detta fa tremare l’inferno ». Ritornando indietro fino al IV secolo, così Sant’Efrem il Siro saluterà la Tutta Santa Deipara: « Ave, porta coelestis, clavis in coelum nos introducens »(Sermo de SS Dei Genitricis Virginis Mariae laudibus)

Gioisci perché tu i cieli unisci alla terra; gioisci perché con il Cristo la creazione giubila.

« Dall’Agnella nacque l’Agnello »(Proclo di Costantinopoli, XXIX sulla crocifissione). Per mezzo di Maria l’essere Divino si fece terreno, il Cielo si unì alla terra, « veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo »(Gv 1,9). Per l’Ineffabile Amore « la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele »(Is 7,14) e « per mezzo di lui e in vista di lui siano riconciliate tutte le cose, avendo pacificato con il sangue della sua croce sia le cose che stanno sulla terra, sia quelle che stanno nei cieli. »(Col 1,20). « Io, Giuseppe, camminavo e non camminavo. Guardai nell’aria e vidi l’aria colpita da stupore; guardai verso la volta del cielo e la vidi ferma, e immobili gli uccelli del cielo; guardai sulla terra e vidi un vaso giacente e degli operai coricati con le mani nel vaso: ma quelli che masticavano non masticavano, quelli che prendevano su il cibo non l’alzavano dal vaso, quelli che lo stavano portando alla bocca non lo portavano; i visi di tutti erano rivolti a guardare in alto. Ecco delle pecore spinte innanzi che invece stavano ferme: il pastore alzò la mano per percuoterle, ma la sua mano restò per aria. Guardai la corrente del fiume e vidi le bocche dei capretti poggiate sull’acqua, ma non bevevano. Poi, in un istante, tutte le cose ripresero il loro corso. »(Protovangelo di Giacomo 18,2-3). La stessa natura circostante era come in uno stato di grande giubilo, attonita assisteva all’unione del Cielo con la terra. « E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva: ‘Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama »(Lc 2, 13-14). « Ti saluto o Madre di Dio Maria, per mezzo della quale gli angeli danzano e gli arcangeli cantano inni possenti »(S. Cirillo Alessandrino, Omelia XI)

Gioisci degli Apostoli voce perenne; gioisci dei Martiri indomito coraggio.

« Imploriamo colei che è la Genitrice di Dio e preghiamola di intercedere per noi, lei che è onorata da tutti santi: dagli apostoli i quali hanno predicato (il Figlio); dai martiri che in lui hanno trovato il maestro delle loro lotte, il datore della corona » (Severo di Antiochia) « Maria può essere chiamata apostolo e si dirà che ella supera tutti gli apostoli… Se quelle parole che hanno udito da nostro Signore: « andate e insegnate a tutte le nazioni » hanno fatto di quelli apostoli (una nazione), quale nazione questa vergine non ha istruito e condotto alla conoscenza di Dio! Mediante il suo concepimento senza eguale, ha fatto di lei la Madre e la radice della predicazione evangelica » (Severo di Antiochia). Donando completamente se stessi a Dio ed amando con tutto il cuore il proprio prossimo ci si avvicina al Regno di Dio. Due sono i comandamenti: « Il primo è Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. Il secondo è questo: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Non c’è altro comandamento più grande di questi. »(Mc 12,29-31). « Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. »(Gv 15.13). Grande è stato l’amore dei Santi Martiri che concorrono al compimento del Regno di Dio e « grazie al sangue dell’Agnello e alla parola della loro testimonianza, e non hanno amato la loro vita fino a morire »(Ap 12,11). Maria è veramente la Regina dei Martiri: la Vergine addolorata dinanzi alla Croce del Figlio suo. Non solo perdona, ma ama di un amore così profondo persino gli uccisori del Figlio. In effetti non solo Maria accettava la Croce di Cristo, ma univa a quello del Figlio il suo dolore. « Accettare l’altro che soffre significa, infatti, assumere in qualche modo la sua sofferenza, cosicché essa diventa anche mia. Ma proprio perché ora è divenuta sofferenza condivisa, nella quale c’è la presenza di un altro, questa sofferenza è penetrata dalla luce dell’amore. La parola latina con-solatio, consolazione, lo esprime in maniera molto bella suggerendo un essere-con nella solitudine, che allora non è più solitudine. »(Benedetto XVI, Lettera Enciclica Spe Salvi). Così Maria innanzi a Cristo ed insieme a Cristo è divenuta davvero la corredentrice, la nostra mediatrice presso il Mediatore e la Regina dei Martiri. « Apostolorum exultatio, praedicatio Martyrum »(Efrem il Siro, Oratio ad Sanctissimam Dei Matrem)

Gioisci della fede possente sostegno; gioisci segno splendente di grazia.

« Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto » (Lc 1,38). Alla gratuità del dono di Dio, Maria risponde con il « Si » della fede. « Beata te che hai creduto » (Lc 1,45), la chiamerà subito dopo la cugina Elisabetta. Sant’Agostino dà pieno risalto alla fede di Maria « Maria è più grande per essere stata discepola di Gesù che non per essere sua madre ». « Mentre diceva questo, una donna dalla folla alzò la voce e gli disse: ‘Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!’. Ma egli disse: ‘Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!’ »(Lc 11,27-28). « Anche sotto la croce, non era venuta meno la fede di Maria. Ella era stata colei che, come Abramo, « ebbe fede sperando contro ogni speranza » (Rm 4,18). « (…) Mediante questa fede Maria è perfettamente unita a Cristo nella sua spoliazione… E’ questa forse la più profonda kénosis della fede nella storia dell’umanità » (Giovanni Paolo II, Redemptoris Mater). « Rallegrati, piena di grazia, il Signore è con te » (Lc 1,28). « Piena di grazia’ – nell’originale greco kecharitoméne – è il nome più bello di Maria, nome che Le ha dato Dio stesso, per indicare che è da sempre e per sempre l’amata, l’eletta, la prescelta per accogliere il dono più prezioso, Gesù, « l’amore incarnato di Dio »"(Benedetto XVI, Deus caritas est) ». « Ave, o nube luminosa, che nel deserto della vita adombri il nuovo Israele mediante la tua intercessione. Grazie a te, vengono uditi decreti di grazia e da te è venuto il Sole di giustizia che tutto illumina con i raggi dell’incorruttibilità. Ave, o candelabro, vaso aureo e solido della verginità, il cui stoppino è la grazia dello Spirito e il cui olio è quel corpo santo preso dalla tua carne illibata. » (Teodoro Studita)

Gioisci per te fu spogliato l’inferno; gioisci per te di gloria siamo stati rivestiti. Gioisci Vergine Sposa.

« Inneggiamo a Maria vergine, gloria dell’universo, generata dagli uomini e genitrice del Signore, porta celeste, tripudio degli Angeli, ornamento dei fedeli. Lei, infatti, apparve quale cielo e tempio della Divinità. Lei, abbattendo il muro divisorio dell’ostilità, vi sostituì la pace e spalancò la reggia. Avendo lei, ancora della fede, abbiamo per difensore il Signore, da Lei nato. Confida, dunque, confida popolo di Dio! Poiché combatterà contro i nemici Egli che è l’onnipotente. »(Troparion tratto dall’Orologion). Maria porta all’intera umanità colui che è rivestito di gloria, « E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano una sola cosa come noi siamo una sola cosa. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo conosca che tu mi hai mandato e che li hai amati come hai amato me. Padre, voglio che quelli che mi hai dato siano anch’essi con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che tu mi hai dato; poiché mi hai amato prima della creazione del mondo. »(Gv 17,22-24) « E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità. »(Gv 1,14). « Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto, e questi hanno conosciuto che tu mi hai mandato. E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro »(Gv 17,25). « E noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore. »(2Cor 3,18)   « Il Signore venne in lei per farsi servo. Il Verbo venne in lei per tacere nel suo seno. Il fulmine venne in lei per non fare rumore alcuno. Il Pastore venne in lei ed ecco l’Agnello nato, che sommessamente piange. Poiché il seno di Maria ha capovolto i ruoli: Colui che creò tutte le cose ne è entrato in possesso, ma povero. L’Altissimo venne in lei (Maria), ma vi entrò umile. Lo splendore venne in lei, ma vestito con panni umili. Colui che elargisce tutte le cose conobbe la fame. Colui che abbevera tutti conobbe la sete. Nudo e spogliato uscì da lei, Egli che riveste (di bellezza) tutte le cose» (Sant’Efrem il Siro, Inno sulla Natività 11, 6-8).

ANALISI DELL’ICONA

http://www.reginamundi.info/icone/akathistos/stanza-VIIa.jpg

L’icona della settima stanza si colloca perfettamente, fatta eccezione per la mancanza dei Magi, nel modulo iconografico classico delle icone della Natività. Per comodità descrittiva possiamo considerarla divisa in tre parti essenziali: la parte alta, relativa alla sfera celeste, la mediana, riguardante il piano di salvezza di Dio e quella bassa raffigurante la natura terrena ed umana. Sullo sfondo la montagna messianica a due punte indicante la duplice natura di Gesù. Cristo è la solida roccia di cui Isaia profetizzerà: « Alla fine dei giorni, il monte del tempio del Signore sarà saldo sulla cima dei monti e s’innalzerà sopra i colli, e ad esso affluiranno tutte le genti. »(Is 2,2) La parte « Celeste dell’Icona » Nella parte superiore dell’icona, in un cielo dal blu profondo, molto intenso, risplende di luce dorata, visibile agli uomini, la gloria dell’altissimo da cui si dipartono i classici tre raggi. Il più lungo di questi attraversa l’Icona fino a raggiungere la grotta ove giacciono Maria ed il Bambino. Nella parte sinistra dell’Icona un Angelo si china verso un pastore e salutandolo alla maniera greca gli annuncia la venuta del Salvatore. « Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l’angelo disse loro: « Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia »(Lc 2,9). Oltre la montagna messianica, nella parte destra della icona, tre angeli molto ravvicinati fra di loro richiamano la moltitudine delle schiere celesti. Le creature angeliche con gli occhi e le mani rivolte al cielo giubilando cantano incessantemente le lodi di Dio: « Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama »(Lc 2, 14). La parte centrale: « Il piano della Salvezza » Come il « Manuale dell’Iconografo » del Monaco Dionigi di Furna recita, al centro dell’icona viene rappresentata « una grotta. Dentro, sul lato destro, la madre di Dio; ella posa in una mangiatoia Cristo bambino in fasce ». Maria è distesa su di un tappeto rosso a forma di mandorla, alla destra di Gesù: « alla tua destra sta la regina, in ori di Ofir » (Sal 45,10). Il Bambino viene deposto da Maria sulla mangiatoia e sembra che questi esca dalla grotta, probabilmente illustrazione della quarta Ode del Canone della Natività: « (…) Il Bambino è uscito dalla montagna (che è) la Vergine, il Verbo per la restaurazione degli uomini ». L’oscurità della grotta simboleggia l’inferno che tenta di ingoiare il Bambino, si tratta della stessa cavità posta sotto Gesù nelle Icone della resurrezione. « Egli è entrato nelle fauci dell’inferno e come Giona nel ventre del cetaceo ha soggiornato tra i morti, non perchè vinto, ma per recuperare, quale novello Adamo, la dramma perduta: il genere umano. I cieli si inchinano fin nel profondo dell’abisso, nelle profonde tenebre del peccato. Fiaccola portatrice di luce, la carne di Dio, sottoterra dissipa le tenebre dell’inferno. La Luce risplende fra le tenebre, ma le tenebre non l’hanno vista » (Origene, Commentario su San Giovanni). Gesù è avvolto in un bendaggio a fasce incrociate ed intrecciate che rievoca quello di Lazzaro, divenendo l’anticipazione della propria morte. La forma stessa della mangiatoia, che ricorda molto da vicino un sarcofago, è un richiamo alla morte del Cristo. La condanna cui Eva ed il genere umano assieme a lei furono sottoposti, fu quella di partorire figli destinati alla morte. Anche Maria a sua volta partorisce Gesù, che come vero uomo, è anche Egli destinato alla morte, viene quindi deposto in un sepolcro. Attorno alla mangiatoia il bue e l’asino, avverarsi della profezia di Isaia: « Udite, cieli; ascolta, terra, perché il Signore dice: « Ho allevato e fatto crescere figli, ma essi si sono ribellati contro di me. Il bue conosce il proprietario e l’asino la greppia del padrone, ma Israele non conosce e il mio popolo non comprende »(Is. 1,2-3). E nello pseudo Matteo: « Si adempì allora quanto era stato detto dal profeta Abacuc, con le parole: ‘Ti farai conoscere in mezzo a due animali’. » Secondo Gregorio di Nissa, Gregorio di Nazianzo e Ambrogio di Milano, il bue rappresenta il popolo giudeo, l’asino i gentili. Leone Magno rafforza questo parallelismo intravedendolo anche nel binomio Magi-Gentili, Pastori-Giudei. Sul lato destro dell’icona tre pastori. « Accorrano i pastori per vedere il Pastore che è nato dalla Vergine Agnella. »(Proclo di Costantinopoli, Omelia IV in Nativitate Domini). Essi risalgono quella solida roccia cui nell’ultimo giorno affluiranno tutte le genti (cf. Is 2,2). Durante la salita contemplano quella grotta le cui tenebre sono rischiarate dalla Luce perchè « la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta. »(Gv 1,5). La grotta « era piena di luce più bella del bagliore delle lucerne e delle candele, e più splendente della luce del sole. »(Vangelo arabo dell’Infanzia). Si legge ancora nello pseudo-Matteo « (l’angelo) comandò poi alla beata Maria di scendere dall’animale e di entrare in una grotta sotto una caverna nella quale non entrava mai la luce ma c’erano sempre tenebre, non potendo ricevere la luce del giorno. Allorché la beata Maria entrò in essa, tutta si illuminò di splendore quasi fosse l’ora sesta del giorno. La luce divina illuminò la grotta in modo tale che né di giorno né di notte, fino a quando vi rimase la beata Maria, la luce non mancò. » Parte bassa: la natura terrena ed umana In basso due donne accudiscono il Bambino lavandolo. L’origine di questo modulo è da ricercarsi nella tradizione ellenistica, prima che nei testi apocrifi. L’intenzione dell’iconografo è quella di voler pienamente rappresentare l’umanità reale e non apparente di Cristo, ricorrendo ad un atto ordinario ed assolutamente umano: « (…) pur continuando a considerare immutabile la natura divina, dice che essa si è estremamente mutata per accondiscendere alla nostra debolezza e ha assunto la somiglianza della nostra natura »(San Gregorio di Nissa). Il bagno di Gesù è allo stesso tempo prefigurazione del battesimo (Teofania) e della Sua sepoltura; il Bambino viene immerso totalmente nell’acqua, proprio come nelle Icone del Battesimo ove il Cristo appare sepolto dal liquido. Circa l’identità delle due donne, il proto vangelo di Giacomo, al capitolo 19, fornisce un racconto abbastanza dettagliato. La scena del bagno, nell’icona, è probabilmente ispirata ad una nota omelia attribuita al Patriarca Teofilo di Alessandria, che molto suggestionò gli animi durante tutto il medioevo. Teofilo narra di una visione avuta da lui stesso, in cui è la stessa Vergine a parlare: “Salimmo per il monte a questa casa deserta e vi entrammo, (…) trovammo un pozzo d’acqua perché potessi lavare mio figlio e lo condussi presso il pozzo (…). Entrammo nell’interno della casa e ci sedemmo, io e Giuseppe e Salomè e il mio figlio diletto. Salomè si aggirò e trovò così un bacino ed un olla, come se fossero stati preparati per noi. Era sempre Salomè che lavava mio figlio, mentre io gli davo il latte.” In basso, nell’angolo opposto, San Giuseppe siede pensoso, egli volge le spalle alla scena della natività affermando ancora una volta che la nascita di Gesù è un fenomeno totalmente soprannaturale, biologicamente a lui estraneo. E’ tradizione ormai consolidata nel modulo iconografico della Natività rappresentare Giuseppe fuori dalla grotta ed impegnato in un dialogo con un pastore vestito di pelli, che alcuni identificano in Tirso, nome che richiama il bastone utilizzato dalle baccanti nelle processioni dedicate al culto pagano di Bacco. Si vuole in questo modo creare un parallelo con la tradizione misterico-esoterica pagana ed il razionalismo sterile e demoniaco di chi pretende di umanizzare ciò che è divino, illudendosi di poter comprendere e gestire l’intero creato, mettendo così se stesso al centro dell’universo e sostituendosi a Dio. La composizione fortemente simmetrica dell’Icona, fa intuire una certa rilevanza lasciata al valore simbolico dei numeri 1, 2, 3. Considerando la linea mediana dell’icona e quindi il capo della vergine come centro dell’icona, è facile osservare che sul lato sinistro ci sono tre angeli e tre pastori; a destra un Angelo e un pastore; in basso due donne e due uomini. Ancora in basso, considerando come punto di simmetria l’albero posto fra San Giuseppe e l’ancella che accudisce al lavacro di Gesù, risulta evidente il contrasto fra il Dio fattosi uomo e il bastone di Tirso-Satana. La figura di Maria domina il centro esatto dell’icona, ella dolcemente accudisce il Figlio ed attira la nostra attenzione coinvolgendoci in un momento di intensa intimità. Sostando in silenzio, contemplando la gioia di Maria sembra quasi di udire le Sue parole: « Abbandonatevi a Dio. Dite a tutte le donne che hanno paura di avere figli che più figli avranno, meglio sarà! Dovrebbero piuttosto temere a non averne! Tutto ciò che fate e tutto ciò che possedete, datelo a Dio, affinché Lui possa regnare nella vostra vita come Re di tutto. Non abbiate paura, perché io sono con voi anche quando pensate che non esiste via d’uscita e che satana regna. Prego per tutti voi affinché nasca la gioia nei vostri cuori e perché anche voi nella gioia portiate la gioia che oggi io ho. Vi benedico con la benedizione della gioia, affinché Dio sia tutto per voi nella vita. Solo così il Signore potrà guidarvi attraverso me nelle profondità della vita spirituale. »

Publié dans:Inni, liturgia, Liturgia: Avvento |on 16 décembre, 2013 |Pas de commentaires »

VIVI IL TEMPO DELL’ATTESA – TEMPO DI AVVENTO – ENZO BIANCHI

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VIVI IL TEMPO DELL’ATTESA – TEMPO DI AVVENTO

CHIESA MONASTICA DI BOSE

ENZO BIANCHI

Dicembre, l’ultimo mese dell’anno civile, è anche il periodo di inizio dell’anno liturgico con le quattro domeniche di avvento. E mi chiedi giustamente come vivere questo tempo che nelle chiese d’occidente precede la festa del Natale. Provo a risponderti. Sì, talora si ha la tentazione di fare dell’avvento la “preparazione” al Natale. Come se avessimo bisogno di un tempo per disporci a commemorare la venuta storica di Gesù nella carne. Ora, se siamo cristiani, crediamo non solo che Dio si à fatto uomo in Gesù ma anche che è risorto e verrà nella gloria. La venuta nella carne di Gesù è la garanzia della sua venuta futura nella gloria. Non ripetono ogni domenica le chiese queste parole: “Annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua resurrezione, nell’attesa della tua venuta”? Il centro della nostra fede, lungi dall’essere solo il ricordo dell’incarnazione, è l’evento della resurrezione, che ci apre a questa speranza iscritta nella promessa del Signore che chiude le Scritture: “Sì, vengo presto!” (Apocalisse 22,20).
La certezza dell’avvento del giorno del Signore dovrebbe fare del tempo di avvento non l’attesa pia della sera in cui rievocheremo la nascita di Gesù nella mangiatoia di Betlemme, ma l’attesa ben più forte e radicale della venuta gloriosa del Signore che riconcilierà la creazione intera in Dio. E di essa la festa del Natale è per così dire il pegno storico. L’invocazione liturgica Marana tha, “Vieni Signore!” scandisce il tempo di avvento. Con questo appello a Dio i cristiani fanno l’esperienza dell’attesa del Signore che viene. Così, a mia volta, voglio farti una domanda che già poneva Teilhard de Chardin: “Noi cristiani, ai quali dopo Israele è stato affidato il compito di mantenere sempre viva sulla terra la fiamma del desiderio, che cosa abbiamo fatto dell’attesa?”. Siamo cercatori di Dio non solo nei nostri ricordi, nel nostro passato, ma nel nostro futuro segnato da una speranza certa? Sì, dobbiamo riconoscere che il cristiano è “colui che attende il Signore” ( John Henry Newman). Già nel iv secolo Basilio di Cesarea diceva che proprio del cristiano è “vigilare ogni giorno e ogni ora ed essere pronto, sapendo che all’ora che non pensiamo il Signore viene”. Attendere non è un atteggiamento passivo nè un’evasione ma un movimento attivo. L’etimologia latina della parola “attendere” (adtendere) indica una “tensione verso”.
Come azione non si limita all’oggi ma agisce nel futuro, volgendo il nostro spirito verso l’avvenire. Certo, nel nostro tempo, sovente contrassegnato da efficienza, produttività e attivismo, attendere sembra impopolare e irresponsabile. Ma per la visione cristiana del tempo il futuro non à uno scorrere uniforme del tempo all’infinito: si distingue per ciò che Cristo vi compirà. Senza questa chiara comprensione, ci minacciano il fatalismo o l’impazienza. Rinunciando alla dimensione dell’attesa, non solo ridurremmo la portata della fede ma priveremmo anche il mondo della testimonianza della speranza a cui ha diritto. Attendere il Signore impone al cristiano di saper pazientare. L’attesa è l’arte di vivere l’incompiuto e la frammentazione, senza disperare. È la capacità non solo di reggere il tempo, di perseverare ma anche di sostenere gli altri, di “sopportare”, cioè di assumerli con i loro limiti e di portarli. L’attesa apre gli uomini e le donne all’incontro e alla relazione, chiama alla gratuità e alla possibilità di ricominciare sempre. L’attesa non è segno di debolezza, ma di forza, stabilità, convinzione. È responsabilità. Animata dall’amore, l’attesa diviene desiderio, desiderio colmo di amore, di incontrare il Signore. Ti invita alla condivisione e alla comunione, ti spinge a dilatare il cuore alle dimensioni della creazione intera che aspira alla trasfigurazione e attende cieli nuovi e terra nuova. Per tutti questi motivi, il tempo di avvento non è tempo di preparazione ma, molto di più, di attesa con e per gli altri.

Così ti auguro buona strada verso il Natale!

Publié dans:Liturgia: Avvento |on 26 novembre, 2013 |Pas de commentaires »

MARIA È PER NOI IL CIELO CHE PORTA DIO

http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/commenti/2010/263q01b1.html

LE DOMENICHE DELLE ANNUNCIAZIONI NELLA TRADIZIONE SIRO-OCCIDENTALE

MARIA È PER NOI  IL CIELO CHE PORTA DIO

di Manuel Nin

Iniziato con le due domeniche della Dedicazione della Chiesa otto settimane prima del Natale, l’anno liturgico siro-occidentale continua con le sei delle Annunciazioni, aperte da quelle a Zaccaria e a Maria (prima e seconda). Protagoniste della prima domenica sono le promesse fatte da Dio, che troveranno adempimento lungo le narrazioni evangeliche delle domeniche successive, per mettere in luce anche il progresso del cristiano nella conoscenza del mistero divino:  « Lode a te, Cristo Dio nostro. Tu hai manifestato chiaramente alla tua Chiesa santa il mistero della tua economia e la realtà della tua venuta che ci riempie di gioia. Essa ci ha liberati dalla schiavitù del peccato e per la tua misericordia ci ha fatti figli tuoi. Quando arrivò il tempo della tua vera manifestazione, hai mandato Gabriele, il primo degli angeli, al sacerdote Zaccaria per dargli la buona novella della nascita di Giovanni, il tuo precursore ».
Il testo mette in risalto l’annuncio e la manifestazione dell’economia salvifica alla Chiesa, di cui le due domeniche precedenti hanno celebrato la consacrazione al Signore. Nel vespro si canta in modo alternato, quasi un dialogo tra l’annuncio dato in questa domenica e chi lo riceve:  « O buona novella annunciata dal capo degli angeli sul vero precursore. O sacerdote giusto che l’hai accolta all’interno del Santo dei Santi. O buona novella che porti la gioia a colei che era sterile e aveva perso ogni speranza di dare alla luce. O sacerdote scelto che hai ricevuto l’annuncio della nascita del battezzatore del tuo Signore. O buona novella che hai tessuto una corona di bellezza per la tua Chiesa santa. O sacerdote amato da Dio la cui preghiera è stata esaudita. O buona novella che per mezzo della nascita di questo bambino hai annunciato la fine dell’antica alleanza e l’inizio di quella nuova ».
La seconda domenica è quella dell’Annunciazione a Maria, che celebra la realtà dell’Incarnazione del Verbo di Dio:  « Lode al Messia, Figlio eterno, senza principio. Dalla sua volontà, per la nostra salvezza, venne ad abitare nel grembo della Vergine, per la voce del capo degli angeli, per volontà di suo Padre e per opera dello Spirito Santo. Senza cambiamento, incarnato dalla Vergine e dallo Spirito Santo, è apparso come uomo nel mondo, facendo della terra un secondo cielo. Noi ti lodiamo, o Dio eccelso che abiti in una luce inaccessibile; in questo giorno noi diciamo a Maria, madre del nostro Signore:  noi ti salutiamo, piena di grazia, il Signore è con te; noi ti salutiamo, piena di grazia, madre del creatore del mondo intero; noi ti salutiamo vello benedetto che hai accolto il Verbo di Dio come la rugiada; noi ti salutiamo, collina sacra da dove si è staccata la roccia senza intervento umano; noi ti salutiamo, dolce colomba, poiché il tuo creatore è cresciuto nel tuo seno, come un bambino; noi ti salutiamo, luce di coloro che siedono nelle tenebre e nell’ombra della morte; noi ti salutiamo, bella tra le donne, piena dei favori divini ».
Efrem, in un’omelia sulla natività di Cristo descrive a lungo il mistero dell’annunciazione e del concepimento del Verbo eterno di Dio nel grembo di Maria attraverso immagini belle e contrastanti:  « È una fonte di grande stupore scrutare come Dio è sceso e si è reso abitante di un ventre, come questo essere si sia rivestito del corpo di un uomo ». Con un richiamo alla teofania nel roveto ardente:  « Come un ventre di carne ha potuto portare un fuoco che brucia? Come una fiamma ha abitato un ventre umido senza bruciarlo? ».
Il roveto che non si consuma è paragonato da sant’Efrem alla verginità intatta di Maria:  « Come il roveto sull’Oreb che portava Dio nella sua fiamma, così Maria porta Cristo nella sua verginità ». Le annunciazioni di queste due domeniche sono cantate dallo stesso autore:  « Una vergine è incinta di Dio, e una sterile è incinta di un vergine, il figlio della sterilità sussulta di fronte alla gravidanza della verginità ».
L’annuncio di Gabriele è l’inizio della redenzione e della nuova creazione per il genere umano:  « Maria diviene per noi il cielo che porta Dio, in lei la divinità altissima è discesa e ha dimorato; in lei si è fatto piccolo per rendere noi grandi, in lei si è intessuto in vestito che sarà per la nostra salvezza ».
L’incarnazione e la nascita del Verbo di Dio è contemplata dalla tradizione siro-occidentale come umiliazione di Dio stesso per la salvezza dell’uomo creato a sua immagine, cantata da Efrem stesso che lo canta con immagini vive e toccanti:  « Chi ha mai visto che l’argilla serva di copertura al vasaio? Chi ha mai visto il fuoco avvolgere se stesso in fasce? Così Dio ha abbassato se stesso per amore di Adamo, ha umiliato se stesso per amore del suo servo ».

(L’Osservatore Romano 14 novembre 2010)

Publié dans:Liturgia: Avvento, Maria Vergine |on 16 juillet, 2013 |Pas de commentaires »

La Madre di Gesù sintesi vivente del Vangelo – La mariologia di Papa Benedetto

http://www.stpauls.it/madre/0712md/0712md10.htm

LA MARIOLOGIA DI PAPA BENEDETTO

 di BRUNO SIMONETTO

La Madre di Gesù sintesi vivente del Vangelo

Nel magistero ordinario della predicazione papa Benedetto XVI ripropone con arte catechetica le sue grandi pagine di mariologia. Ne è un esempio l’omelia tenuta a Mariazell lo scorso 8 settembre.

Anche nella predicazione ordinaria, è sempre incisivo il magistero mariano di papa Ratzinger, profondo esegeta della parola di Dio applicata nel modo più autentico alla figura della Santa Vergine.

Del resto, Gesù Cristo, che è la verità (cf Gv 14,6), ha affidato agli apostoli il deposito della rivelazione da custodire fedelmente (cf 1Tm 6,20) e il compito di annunciarlo a tutte le genti (Mt 28,18-20). Gli apostoli lasciarono come successori nel loro compito di maestri i vescovi, perché il Vangelo fosse conservato integro e vivo nella Chiesa (cf Dei Verbum 7). Il carisma, il munus docendi del Papa e dei vescovi, consiste nel custodire, interpretare, esporre, difendere e trasmettere in forma viva e attuale, alla luce della rivelazione e sotto la guida dello Spirito Santo, i contenuti della fede e della morale. È compito peculiare del magistero dei pastori trasmettere i tesori sempre attuali della parola di Dio.

L’importanza di Maria nella storia della salvezza

L’importanza della Madre di Gesù nella storia della salvezza e il suo posto nella vita di fede e nell’esperienza spirituale del popolo cristiano, mai sfuggita al magistero dei papi e dei vescovi, sono un’esperienza quotidiana, una cordiale consuetudine, almeno nelle Chiese cattolica e orientale. Giovanni Paolo II, nella Lettera ai sacerdoti per il Giovedì Santo del 1995, scriveva che Maria è divenuta anche «fondamentale per il pensare cristiano. Lo è innanzitutto sul piano teologico, per lo specialissimo rapporto di Maria con il Verbo incarnato e la Chiesa, suo mistico corpo. Ma lo è anche sul piano storico, antropologico e culturale». Non mancano, però, voci che ritengono Maria un fatto marginale nel cristianesimo o un’interpretazione esagerata del cattolicesimo romano. A queste si contrappongono non poche voci autorevoli di teologi, biblisti, patrologi e liturgisti che, per la loro consuetudine a scrutare e approfondire il mistero della Santissima Trinità, di Cristo e della Chiesa, hanno contribuito a dare ponderati contributi alla mariologia non solo cattolica. Uno di questi teologi del nostro tempo è certamente Joseph Ratzinger, ora Papa, che sulla Madre di Gesù ha scritto e parlato in modo essenziale presentandola come sintesi vivente del Vangelo di Gesù e della missione compiuta nel suo nome, poiché insegna come si accoglie la Parola (Annunciazione), la si genera (Natività), la si presenta al mondo (Epifania), la si conserva dentro di sé (vita di Nazareth), le si crede (presenza a Cana), la si diffonde (Visitazione), le si è fedeli nell’ora della prova (Crocifissione), la si testimonia nella condivisione della fede (Pentecoste). per quanto riguarda Maria, nella lunga storia del cristianesimo, il magistero dei pastori è stato vigile nell’arginare insidiose deviazioni dottrinali riguardanti il ruolo e il significato della Madre del Signore, ricorrendo al testo evangelico; solerte nel discernere i fondamenti biblici della pietà ecclesiale e popolare; sollecito nel cogliere, dall’insieme della Scrittura, le radici di una divina Rivelazione su importanti punti della dottrina ecclesiale. Specialmente a partire dal Vaticano II, il magistero è stato sempre più attento alla necessaria dimensione trinitaria, ecclesiale, antropologica, ecumenica, interreligiosa e interculturale della mariologia. Benedetto XVI, con la sua « mariologia breve », si pone nella scia di queste attenzioni, come risulta dai suoi scritti mariani. Lo conferma anche il magistero ordinario che si esprime nelle sue omelie nelle feste della Vergine Maria. Riportiamo ad esempio, qui di seguito, alcuni passaggi dell’omelia che Papa Ratzinger ha tenuto a Mariazell, nel suo recente viaggio apostolico in Austria, in occasione dell’850° anniversario della fondazione di quel santuario.

Omelia nella festa della Natività di Maria

Nell’omelia della messa celebrata nella festa della Natività di Maria l’8 settembre 2007, papa Benedetto XVI ha detto fra l’altro: «Oggi ci inseriamo nel grande pellegrinaggio di molti secoli. Facciamo una sosta dalla Madre del Signore e la preghiamo: « Mostraci Gesù. Mostra a noi pellegrini Colui che è insieme la via e la meta: la verità e la vita » [...]. « »Guardare a Cristo« , è il motto di questo giorno. Questo invito, per l’uomo in ricerca, si trasforma sempre di nuovo in una spontanea richiesta, una richiesta rivolta in particolare a Maria, che ci ha donato Cristo come il Figlio suo: « Mostraci Gesù!« . [...] Maria risponde, presentandolo a noi innanzitutto come bambino. «Dio si è fatto piccolo per noi. Dio non viene con la forza esteriore, ma viene nell’impotenza del suo amore, che costituisce la sua forza. Egli si dà nelle nostre mani. Chiede il nostro amore. Ci invita a diventare anche noi piccoli, a scendere dai nostri alti troni ed imparare ad essere bambini davanti a Dio. Ci chiede di fidarci di lui e di imparare così a stare nella verità e nell’amore. Il bambino Gesù ci ricorda naturalmente anche tutti i bambini del mondo, nei quali vuole venirci incontro. I bambini che vivono nella povertà; che vengono sfruttati come soldati; che non hanno mai potuto sperimentare l’amore dei genitori; i bambini malati e sofferenti, ma anche quelli gioiosi e sani. L’Europa è diventata povera di bambini: noi vogliamo tutto per noi stessi, e forse non ci fidiamo troppo del futuro. Ma priva di futuro sarà la terra solo quando si spegneranno le forze del cuore umano e della ragione illuminata dal cuore, quando il volto di Dio non splenderà più sopra la terra. Dove c’è Dio, là c’è futuro. « »Guardare a Cristo« : gettiamo ancora brevemente uno sguardo al Crocifisso sopra l’altare maggiore. Dio ha redento il mondo non mediante la spada, ma mediante la croce. Morente, Gesù stende le braccia. Questo è innanzitutto il gesto della passione, in cui egli si lascia inchiodare per noi, per darci la sua vita. Ma le braccia stese sono allo stesso tempo l’atteggiamento dell’orante, una posizione che il sacerdote assume quando nella preghiera allarga le braccia: Gesù ha trasformato la passione – la sua sofferenza e la sua morte – in preghiera, e così l’ha trasformata in un atto di amore verso Dio e verso gli uomini. Per questo, le braccia stese del Crocifisso sono, alla fine, anche un gesto di abbraccio, con cui egli ci attrae a sé, vuole racchiuderci nelle mani del suo amore. Così Egli è un’immagine del Dio vivente, è Dio stesso, a lui possiamo affidarci. « »Guardare a Cristo » . Se questo noi facciamo, ci rendiamo conto che il cristianesimo è di più e qualcosa di diverso da un sistema morale, da una serie di richieste e di leggi. È il dono di un’amicizia che perdura nella vita e nella morte: « Non vi chiamo più servi, ma amici » (cf Gv 15,15), dice il Signore ai suoi. A questa amicizia noi ci affidiamo. Ma proprio perché il cristianesimo è più di una morale, è appunto il dono di un’amicizia, proprio per questo porta in sé anche una grande forza morale di cui noi, davanti alle sfide del nostro tempo, abbiamo tanto bisogno. Se con Gesù Cristo e con la sua Chiesa rileggiamo in modo sempre nuovo il decalogo del Sinai, [...] allora ci si rivela come un grande, valido, permanente ammaestramento. Il decalogo è innanzitutto un « sì » a Dio, a un Dio che ci ama e ci guida, che ci porta e, tuttavia, ci lascia la nostra libertà, anzi, la rende vera libertà (i primi tre comandamenti). È un « sì » alla famiglia (quarto comandamento), un « sì » alla vita (quinto comandamento), un « sì » ad un amore responsabile (sesto comandamento), un « sì » alla solidarietà, alla responsabilità sociale e alla giustizia (settimo comandamento), un « sì » alla verità (ottavo comandamento) e un « sì » al rispetto delle altre persone e di ciò che ad esse appartiene (nono e decimo comandamento). In virtù della forza della nostra amicizia col Dio vivente noi viviamo questo molteplice « sì » e al contempo lo portiamo come indicatore di percorso in questa nostra ora del mondo. « »Mostraci Gesù!« . Con questa domanda alla Madre del Signore ci siamo messi in cammino verso questo luogo. Questa stessa domanda ci accompagnerà quando torneremo nella nostra vita quotidiana. E sappiamo che Maria esaudisce la nostra preghiera: sì, in qualunque momento, quando guardiamo verso Maria, lei ci mostra Gesù. Così possiamo trovare la via giusta, seguirla passo passo, pieni della gioiosa fiducia che la via conduce nella luce – nella gioia dell’eterno Amore. Amen». Cosa osservare su questo discorso mariologico dal tono schiettamente biblico-pastorale che appartiene all’insegnamento ordinario del Papa? Solo che anche nella sua predicazione di ogni giorno il Santo Padre trova il modo migliore per applicare in modo « catechetico » a Maria la profondità della sua teologia, ampiamente documentata dai suoi studi.

Bruno Simonetto

OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI – OMELIA AVVENTO 2010

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/homilies/2010/documents/hf_ben-xvi_hom_20101127_vespri-avvento_it.html

CELEBRAZIONE DEI VESPRI PER L’INIZIO DEL TEMPO DI AVVENTO

OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Basilica Vaticana

Sabato, 27 novembre 2010

Cari fratelli e sorelle,

con questa celebrazione vespertina, il Signore ci dona la grazia e la gioia di aprire il nuovo Anno Liturgico iniziando dalla sua prima tappa: l’Avvento, il periodo che fa memoria della venuta di Dio fra noi. Ogni inizio porta in sé una grazia particolare, perché benedetto dal Signore. In questo Avvento ci sarà dato, ancora una volta, di fare esperienza della vicinanza di Colui che ha creato il mondo, che orienta la storia e che si è preso cura di noi giungendo fino al culmine della sua condiscendenza con il farsi uomo. Proprio il mistero grande e affascinante del Dio con noi, anzi del Dio che si fa uno di noi, è quanto celebreremo nelle prossime settimane camminando verso il santo Natale. Durante il tempo di Avvento sentiremo la Chiesa che ci prende per mano e, ad immagine di Maria Santissima, esprime la sua maternità facendoci sperimentare l’attesa gioiosa della venuta del Signore, che tutti ci abbraccia nel suo amore che salva e consola.
Mentre i nostri cuori si protendono verso la celebrazione annuale della nascita di Cristo, la liturgia della Chiesa orienta il nostro sguardo alla meta definitiva: l’incontro con il Signore che verrà nello splendore della sua gloria. Per questo noi che, in ogni Eucaristia, “annunciamo la sua morte, proclamiamo la sua risurrezione nell’attesa della sua venuta”, vigiliamo in preghiera. La liturgia non si stanca di incoraggiarci e di sostenerci, ponendo sulle nostre labbra, nei giorni di Avvento, il grido con il quale si chiude l’intera Sacra Scrittura, nell’ultima pagina dell’Apocalisse di san Giovanni: “Vieni, Signore Gesù!” (22,20).
Cari fratelli e sorelle, il nostro radunarci questa sera per iniziare il cammino di Avvento si arricchisce di un altro importante motivo: con tutta la Chiesa, vogliamo celebrare solennemente una veglia di preghiera per la vita nascente. Desidero esprimere il mio ringraziamento a tutti coloro che hanno aderito a questo invito e a quanti si dedicano in modo specifico ad accogliere e custodire la vita umana nelle diverse situazioni di fragilità, in particolare ai suoi inizi e nei suoi primi passi. Proprio l’inizio dell’Anno Liturgico ci fa vivere nuovamente l’attesa di Dio che si fa carne nel grembo della Vergine Maria, di Dio che si fa piccolo, diventa bambino; ci parla della venuta di un Dio vicino, che ha voluto ripercorrere la vita dell’uomo, fin dagli inizi, e questo per salvarla totalmente, in pienezza. E così il mistero dell’Incarnazione del Signore e l’inizio della vita umana sono intimamente e armonicamente connessi tra loro entro l’unico disegno salvifico di Dio, Signore della vita di tutti e di ciascuno. L’Incarnazione ci rivela con intensa luce e in modo sorprendente che ogni vita umana ha una dignità altissima, incomparabile.
L’uomo presenta un’originalità inconfondibile rispetto a tutti gli altri esseri viventi che popolano la terra. Si presenta come soggetto unico e singolare, dotato di intelligenza e volontà libera, oltre che composto di realtà materiale. Vive simultaneamente e inscindibilmente nella dimensione spirituale e nella dimensione corporea. Lo suggerisce anche il testo della Prima Lettera ai Tessalonicesi che è stato proclamato: “Il Dio della pace – scrive san Paolo – vi santifichi interamente, e tutta la vostra persona, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo” (5,23). Siamo dunque spirito, anima e corpo. Siamo parte di questo mondo, legati alle possibilità e ai limiti della condizione materiale; nello stesso tempo siamo aperti su un orizzonte infinito, capaci di dialogare con Dio e di accoglierlo in noi. Operiamo nelle realtà terrene e attraverso di esse possiamo percepire la presenza di Dio e tendere a Lui, verità, bontà e bellezza assoluta. Assaporiamo frammenti di vita e di felicità e aneliamo alla pienezza totale.
Dio ci ama in modo profondo, totale, senza distinzioni; ci chiama all’amicizia con Lui; ci rende partecipi di una realtà al di sopra di ogni immaginazione e di ogni pensiero e parola: la sua stessa vita divina. Con commozione e gratitudine prendiamo coscienza del valore, della dignità incomparabile di ogni persona umana e della grande responsabilità che abbiamo verso tutti. “Cristo, che è il nuovo Adamo – afferma il Concilio Vaticano II – proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore, svela anche pienamente l’uomo a se stesso e gli manifesta la sua altissima vocazione … Con la sua incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo” (Cost. Gaudium et spes, 22).
Credere in Gesù Cristo comporta anche avere uno sguardo nuovo sull’uomo, uno sguardo di fiducia, di speranza. Del resto l’esperienza stessa e la retta ragione attestano che l’essere umano è un soggetto capace di intendere e di volere, autocosciente e libero, irripetibile e insostituibile, vertice di tutte le realtà terrene, che esige di essere riconosciuto come valore in se stesso e merita di essere accolto sempre con rispetto e amore. Egli ha il diritto di non essere trattato come un oggetto da possedere o come una cosa che si può manipolare a piacimento, di non essere ridotto a puro strumento a vantaggio di altri e dei loro interessi. La persona è un bene in se stessa e occorre cercare sempre il suo sviluppo integrale. L’amore verso tutti, poi, se è sincero, tende spontaneamente a diventare attenzione preferenziale per i più deboli e i più poveri. Su questa linea si colloca la sollecitudine della Chiesa per la vita nascente, la più fragile, la più minacciata dall’egoismo degli adulti e dall’oscuramento delle coscienze. La Chiesa continuamente ribadisce quanto ha dichiarato il Concilio Vaticano II contro l’aborto e ogni violazione della vita nascente: “La vita, una volta concepita, deve essere protetta con la massima cura” (ibid., n. 51).
Ci sono tendenze culturali che cercano di anestetizzare le coscienze con motivazioni pretestuose. Riguardo all’embrione nel grembo materno, la scienza stessa ne mette in evidenza l’autonomia capace d’interazione con la madre, il coordinamento dei processi biologici, la continuità dello sviluppo, la crescente complessità dell’organismo. Non si tratta di un cumulo di materiale biologico, ma di un nuovo essere vivente, dinamico e meravigliosamente ordinato, un nuovo individuo della specie umana. Così è stato Gesù nel grembo di Maria; così è stato per ognuno di noi, nel grembo della madre. Con l’antico autore cristiano Tertulliano possiamo affermare: “E’ già un uomo colui che lo sarà” (Apologetico, IX, 8); non c’è alcuna ragione per non considerarlo persona fin dal concepimento.     
Purtroppo, anche dopo la nascita, la vita dei bambini continua ad essere esposta all’abbandono, alla fame, alla miseria, alla malattia, agli abusi, alla violenza, allo sfruttamento. Le molteplici violazioni dei loro diritti che si commettono nel mondo feriscono dolorosamente la coscienza di ogni uomo di buona volontà. Davanti al triste panorama delle ingiustizie commesse contro la vita dell’uomo, prima e dopo la nascita, faccio mio l’appassionato appello del Papa Giovanni Paolo II alla responsabilità di tutti e di ciascuno: “Rispetta, difendi, ama e servi la vita, ogni vita umana! Solo su questa strada troverai giustizia, sviluppo, libertà vera, pace e felicità” (Enc. Evangelium vitae, 5). Esorto i protagonisti della politica, dell’economia e della comunicazione sociale a fare quanto è nelle loro possibilità, per promuovere una cultura sempre rispettosa della vita umana, per procurare condizioni favorevoli e reti di sostegno all’accoglienza e allo sviluppo di essa.         
Alla Vergine Maria, che ha accolto il Figlio di Dio fatto uomo con la sua fede, con il suo grembo materno, con la cura premurosa, con l’accompagnamento solidale e vibrante di amore, affidiamo la preghiera e l’impegno a favore della vita nascente. Lo facciamo nella liturgia – che è il luogo dove viviamo la verità e dove la verità vive con noi – adorando la divina Eucaristia, in cui contempliamo il Corpo di Cristo, quel Corpo che prese carne da Maria per opera dello Spirito Santo, e da lei nacque a Betlemme, per la nostra salvezza. Ave, verum Corpus, natum de Maria Virgine! Amen.

« MARIA, MODELLO DI FEDE » (QUARTA ED ULTIMA PARTE)

http://www.zenit.org/article-33900?l=italian

« MARIA, MODELLO DI FEDE » (QUARTA ED ULTIMA PARTE)

Catechesi del cardinale Comastri presso la comunità pastorale di Dugnano-Incirano

CITTA’ DEL VATICANO, venerdì, 16 novembre 2012 (ZENIT.org).- Riprendiamo la quarta ed ultima parte della catechesi tenuta il 20 ottobre scorso presso la comunità pastorale di Dugnano-Incirano dal cardinale Angelo Comastri, vicario generale di Sua Santità per la Città del Vaticano.
***
Passano gli anni, altrimenti restiamo evidentemente fino a domani: passano gli anni, arriva il tempo della Passione.
Voglio farvi notare un particolare:  il tempo della Passione! Nel momento della Passione tutti entrano in crisi, il primo è Pietro!  Pietro fece tanta difficoltà ad accettare il mistero di Dio che affronta il male con il bene, che affronta la cattiveria con la bontà.  Pietro voleva che la cattiveria venisse affrontata con altrettanta cattiveria, se non di più!! Pietro reagì quando Gesù annunciò la Passione!! Pietro quando vide Gesù che lavava i piedi, sbottò e disse: “Non mi laverai mai i piedi!!”. Cioè, “Io non ti accetto così!!”.
Maria nell’ora della croce è accanto a Gesù. Attenti!!: quello stare accanto è un grande messaggio!  “Accanto alla croce stava la Madre”…, stava la Madre!!  E notate bene, l’ora della Passione viene presentata da Giovanni come l’ora DELLA MASSIMA MANIFESTAZIONE DELL’AMORE DI DIO!:   Gesù avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino al “Segno estremo”, cioè FINO AL COMPIMENTO!
Il Calvario è la massima manifestazione di Dio: … ma chi ci crederebbe?!  E’ il volto di Dio! Dio è amore! Amore fino a soffrire! Amore fino a farsi crocifiggere e siccome l’amore di Dio è “AMORE DIVINO”, è amore onnipotente!!! Quindi amore vincente!!!   Aaah …, ma è difficile crederlo cari, è difficile crederlo!!!
Maria ha creduto, Maria stava accanto!  E Gesù, attenti bene qui c’è un passaggio importantissimo, ha potuto dire dall’alto della Croce rivolgendosi a Giovanni:  “Figlio, ecco tua Madre” cioè, te la dono come madre, perché Maria era Sua, perché Maria era dalla parte di Dio. Non avrebbe potuto donarla Gesù se non avesse avuto la certezza che Maria era dalla Sua parte! Maria credeva che Gesù sulla croce stava vincendo, non stava perdendo!!! Per questo ha potuto dire: “Figlio, ecco tua Madre!”.   E a Maria: “Donna ecco tuo figlio!”.
Nel momento della Passione Maria è la vera credente, la perfetta credente!!!
Fratelli e sorelle, dobbiamo tutti riconoscere che ancora noi conosciamo tanto poco il MISTERO DI DIO. … Pur chiamandoci credenti, noi abbiamo in testa un’idea di Dio molto simile a quella dei filosofi: “Dio grande, potente ed eterno”, come dice Pascal. “Che è tanto lontano dal Cristianesimo, quanto l’ateismo che ne è l’esatto contrario”, così scrive Pascal!   Auguriamoci in questo anno di poter fare e di saper fare e di “voler fare!”, un piccolo passo nella fede!  Sarebbe il frutto più bello di questo anno che il Papa ha voluto per tutta la Chiesa.
Termino con una poesia, una poesia di Trilussa, un poeta romanesco che piaceva tanto a Giovanni Paolo I;  tant’è vero che citò in udienza a memoria un sonetto sulla fede.  …   Trilussa immagina la fede come una vecchietta cieca e scrive: “Quella vecchietta cieca che incontrai la notte che me spersi in mezzo al bosco – perché la vita è come un bosco dove siamo tutti sperduti–  quella vecchietta mi disse: ‘ Se la strada non la sai, te ci’accompagno io che la conosco. Se ci’hai la forza de venime appresso, de tanto in tanto te darò n’a voce, fino là in fonno dove c’è un cipresso, fino là in cima dove c’è la croce, poiché la vita di tutti passa per il calvario’.  Io risposi mmm… sarà ?! Ma trovo strano che mi possa guidà si nun ce vede. La cieca allora me pigliò la mano e sospirò ‘Cammina!!’. … Era la FEDE!! ”.
Siamo tutti nel bosco fratelli e sorelle, siamo tutti un po’ sperduti nel bosco della vita, c’è soltanto questa vecchietta cieca che ci può guidare.   Che poi è l’umiltà che ci apre alla fede e anche a noi stasera la cieca ci piglia per mano e sospirando ci dice ‘Cammina!’.… E’ la FEDE! … Che per impararla abbiamo una maestra stupenda,  “M A R I A !!!”.
Visitatela spesso! Visitiamola spesso! Diventeremo più credenti!!!
Sia lodato Gesù Cristo, “Sempre sia lodato”.

Publié dans:Liturgia: Avvento, Maria Vergine |on 3 décembre, 2012 |Pas de commentaires »

Sofonia (Il profeta)

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Sofonia (Il profeta) 

Venerdì 11 Dicembre 2009 10:19

Introduzione

                Sofonia (che secondo l’etimologia ebraica significa “Dio nasconde” o anche “Dio protegge”) esercitò il suo ministero profetico in Gerusalemme al tempo in cui era re di Giuda un certo Giosia, siamo negli anni 640-609 a.C.. Israele viene da un tempo difficile: il re precedente, Manasse, che aveva a lungo governato, si era macchiato di ogni crimine conducendo il popolo verso l’apostasia favorendo il culto agli idoli dell’Assiria di cui aveva accettato l’alleanza. Durante il suo regno imperversavano violenza e corruzione morale e il popolo di Giuda era dilaniato dalle arroganze dei grandi e dall’oppressione. C’era un clima di malcontento e di tensione tale che anche il figlio di Manasse, Amon, succedutogli nel regno, fu rovesciato dal trono da una congiura di palazzo dopo soli due anni di regno.
                Ad Amon succede Giosia che tenta una riforma sia politica che morale del paese. La riforma religiosa propone un ritorno all’antica alleanza con Javhèh con la riproposizione della Legge e il rinnovo dell’alleanza e la celebrazione della Pasqua. Politicamente commette un grave errore accettando di consultare la falsa profetessa Culda piuttosto che Sofonia e decidendo si schierarsi contro il faraone Necao. Nella battaglia contro l’esercito egiziano Giosia è ferito e poco dopo muore in Gerusalemme.
                La predicazione di Sofonia risente di tutte queste situazioni e, da una parte, è forte denuncia contro tutto ciò che non è secondo il progetto di Dio e, dall’altra, annuncia con toni coraggiosi il “giorno del Signore” come giorno di punizione per il popolo infedele e per quanti vivono di violenza e di arroganza ma, al tempo stesso, giorno che farà emergere la fedeltà del “resto di Israele” e, quindi, anche “giorno di gioia” per quanti hanno saputo rimanere fedele.

Dal libro di Sofonia (3,1-20 passim)
Guai alla città ribelle e contaminata, alla città prepotente! Non ha ascoltato la voce, non ha accettato la correzione. Non ha confidato nel Signore, non si è rivolta al suo Dio.
I suoi capi in mezzo ad essa sono leoni ruggenti, i suoi giudici sono lupi della sera,
che non hanno rosicchiato dal mattino. I suoi profeti sono boriosi, uomini fraudolenti.
I suoi sacerdoti profanano le cose sacre, violano la legge.
In mezzo ad essa il Signore è giusto, non commette iniquità; ogni mattino dá il suo giudizio,
come la luce che non viene mai meno.
Io pensavo: «Almeno ora mi temerà!
Accoglierà la correzione. Non si cancelleranno dai suoi occhi
tutte le punizioni che le ho inflitte».
Ma invece si sono affrettati a pervertire di nuovo ogni loro azione.
Perciò aspettatemi – parola del Signore – quando mi leverò per accusare,
perchè ho decretato di adunare le genti, di convocare i regni,
per riversare su di essi la mia collera, tutta la mia ira ardente:
poichè dal fuoco della mia gelosia sarà consumata tutta la terra.
In quel giorno non avrai vergogna di tutti i misfatti commessi contro di me, perchè allora eliminerò da te tutti i superbi millantatori e tu cesserai di inorgoglirti sopra il mio santo monte.
Farò restare in mezzo a te un popolo umile e povero;
confiderà nel nome del Signore il resto d’Israele.
Non commetteranno più iniquità e non proferiranno menzogna;
non si troverà più nella loro bocca una lingua fraudolenta.
Potranno pascolare e riposare senza che alcuno li molesti.
Gioisci, figlia di Sion, esulta, Israele, e rallegrati con tutto il cuore,
figlia di Gerusalemme! Il Signore ha revocato la tua condanna, ha disperso il tuo nemico.
Re d’Israele è il Signore in mezzo a te, tu non vedrai più la sventura.
In quel giorno si dirà a Gerusalemme: «Non temere, Sion, non lasciarti cadere le braccia!
Il Signore tuo Dio in mezzo a te è un salvatore potente.
Esulterà di gioia per te, ti rinnoverà con il suo amore,
si rallegrerà per te con grida di gioia, come nei giorni di festa».

Parole da sottolineare
                * “ribelle e contaminata”: i termini ebraici usati sembrano prestarsi ad una duplice traduzione: da una parte quella che abbiamo noi, dall’altra “città illustre e riscattata… colomba…”. Ci sembra di leggere la verità di una città là dove è presente ogni male e ogni cattiveria – descritti dettagliatamente nelle righe successive – ma anche il sogno di Dio che, comunque, guarda alla sua città con gli occhi dell’amore e proiettando in essa il suo sogno che non viene mai meno.
                * “Accoglierà la correzione”: tutto il versetto esprime la delusione di Dio di fronte al suo popolo incapace di accogliere le opportunità per una conversione – la riforma del re Giosia è franata nel nulla – e tornato un’altra volta all’idolatria e ad abbassarsi ad ogni forma di violenza e di cattiveria. Sembra non poter esserci futuro per questo popolo…
                * “In quel giorno…” ma c’è un “giorno”! Dentro un giudizio severo verso il popolo si accende un luce di speranza. Sarà certamente un giorno severo, ma sarà anche il giorno che vedrà la nascita di un realtà di popolo “povero ed umile” che accoglierà l’invito alla conversione e alla novità… e si apriranno strade di speranza!
                * “il resto d’Israele”: è su questo “resto!” che si innesta la forza di un futuro nuovo. E’ la piccola radice di quanti sapranno appoggiarsi al Signore piuttosto che sulle proprie forze e ricchezze e sapranno vivere nella fedeltà al progetto di Dio piuttosto che cedere all’inganno e alla falsità degli idoli.
                * “Gioisci, figlia di Sion…”: l’improvviso cambiamento di tono nel testo è causato solo dall’irriducibile amore di Dio per il suo popolo adesso chiamato, con affetto e tenerezza, “figlia”. E’. prima di tutto, la gioia di Dio, la sua voglia grande di continuare ad esprimere fedeltà e misericordia verso la sua città. Lui vuole restare in mezzo al suo popolo e non c’è più spazio per la paura e per l’angoscia.

Per la riflessione
                “Non ha confidato nel Signore”
                La descrizione che il profeta fa della sua città è davvero a tinte fosche. Nessuno sfugge a questo giudizio severo: dai principi ai figli di re, dai trafficanti ai pesatori di argento, dai capi dei giudici agli stessi profeti. Le immagini che vengono utilizzate sono particolarmente espressive “leoni ruggenti, lupi della sera… boriosi e uomini fraudolenti…”. E’ proprio l’immagine ci una città e di un popolo davvero alla deriva, senza punti di riferimento se anche i “grandi”, coloro che dovrebbero garantire la legalità e il rispetto delle regole sono anch’essi corrotti e preoccupati solo dei propri interessi.
                Ma quello che colpisce di più in tutto questo passaggio è la quando il profeta cerca di decifrare la radice di tutta questa situazione e la intravede in quel “non ha confidato nel Signore!”.
Ecco la causa di tutto; si è abbandonato il riferimento alla verità, a Dio come criterio della propria vita, ai suoi progetti di giustizia e… tutto diventa possibile.
                Diventa possibile crearsi una situazione politica che tiene conto solo dei propri comodi.
                Diventa possibile esercitare l’autorità come dominio e sopraffazione dei più deboli e di quanti servono solo a mantenere privilegi e potere.
                Diventa possibile anche creare una religione fasulla dove, in nome di Dio, si continua ad imporre legami oppressivi e prescrizioni “pura invenzione di uomini” – dirà poi Gesù – e si utilizza anche il compito di sacerdote e di profeta per affermare se stessi e barattare la propria volontà come volontà di Dio.
                Diventa possibile giustificare ogni forma di violenza e di arroganza, addirittura si “santifica la guerra” e si presentano come “giusti” ogni gesto che mira soltanto alla difesa di sé e al mantenimento delle proprie garanzie e delle proprie pretese.
                Cosa succede quanto si dimentica l’orizzonte di Dio e si confida solo in se stessi e nelle proprie forze!
                Credo che queste riflessioni siano una pesante denuncia anche delle nostre culture e dei nostri modi di fare. Aver perso criteri di Verità e di Giustizia più grandi di noi rende possibile anche oggi le medesime ingiustizie ed arroganze che il profeta constata nel suo tempo e, forse, anche in maniera più pesante a motivo delle conseguenze “globalizzate” che certe scelte hanno oggi perché interessano una fascia molto più ampia che il piccolo popolo ebraico di allora.
                Oggi c’è un mondo che soffre e patisce le scelte di pochi potenti che, senza scrupoli, impongono sulle spalle degli altri le conseguenze della pretesa di difesa dei propri privilegi e impediscono ai più di accedere ad una dignitosa condotta di vita. E… anche i nostri capi, molto spesso, non ne sono esenti!
                Occorre, credo, ritrovare il senso di Dio e della Sua giustizia se vogliamo, davvero, metterci dentro strade nuove capaci di costruire un futuro che, a tutti, possa offrire concrete possibilità di vita.
                “Il resto di Israele…”
                Dallo scenario di distruzione a cui andranno incontro quanti vivono nell’infedeltà, si stacca questo “resto di Iraele”, questa piccola porzione di popolo rimasto fedele e che sarà l’inizio di una storia nuova. “Umile e povero” questo resto, questa piccola realtà, diventerà fermento e possibilità di novità: il futuro appartiene a loro!
                Sono indicazioni preziose perché raccontano di una logica di Dio che da sempre ha accompagnato la storia: da un uomo semplice e senza futuro, Abramo, è incominciata l’alleanza, su un piccolo popolo senza possibilità, schiavo laggiù in Egitto, si è espressa la scelta di Dio ed è passata la manifestazione del suo sogno di liberazione; da una piccola donna di Nazareth si è riaccesa la speranza; da un piccolo villaggio, Betlem, è iniziata una vicenda che ha illuminato il mondo; da un piccolo gruppo di persone si è formata la comunità di coloro che, in nome di Gesù Cristo, sono chiamati a portare fermento dentro all’umanità.
                Da sempre Dio ha manifestato interesse per le piccole cose, per le realtà semplici, quelle facilmente dimenticate ed emarginate. L’intervento di Gesù sarà la grande conferma di quanto, per Dio, siano importanti le situazioni dimenticate, le persone “perse” per la mentalità comune, i piccoli segni e i piccoli gesti che nessuno nota ma che sono in grado di rivelarsi ricchezze preziose: anche un bicchiere d’acqua, un pezzo di pane, un vestito, una porta aperta… sono per Dio segni grandi di una incontro con il suo infinito.
                E’ l’invito, penso, a recuperare il senso e il valore delle piccole cose che costituiscono la nostra vita, a ritrovare la bellezza dei nostri quotidiani, a riscoprire la “grandezza” di tutto ciò – cose e persone – che sono il tessuto delle nostre vicende,
                Occorre uscire dalla smania di cose eclatanti, dalla pretesa di saperci stupire solo di fronte all’eccezionale, all’evento prodigioso. No corriamo verso tutto ciò che sa di miracolistico e che attira così tanto la nostra curiosità e mobilita masse di persone. Non accontentiamoci di statue che piangono o di apparizione e visioni frequenti e facili… andiamo piuttosto a cercare il senso e il valore delle piccole realtà che ci appartengono, valorizziamo quel “resta” della nostra vita nell’intimità delle nostre case. Nella semplicità dei nostri gesti, nella normalità delle persone che hanno a che fare con noi.
                La novità è sempre lì, in quella capacità che ci è chiesta di vivere fedeli al quotidiano e di sentire dentro lì la presenza del divino. Siamo grandi quando, davvero, sappiamo vivere il “normale” come evento speciale perché lo riempiamo di senso e lo arricchiamo con un cuore ricco di amore e di bontà.
                Così come, credo che questa pagina del profeta ci chiami a prendere le distanze da una Chiesa che si accontenta di misurare la sua forza a partire dai grandi numeri, dalle grandi masse, dalle costruzioni imponenti… e che troppo spesso sono anche sinonimo di superficialità e di poca coerenza, per cercare piuttosto quell’appartenenza alla chiesa che è fatta di scelte radicali e coraggiose che possono cambiare la vita. Si tratta, penso, di cercare di più l’autenticità, nella semplicità e nella povertà, nell’abbandono a Dio e nella fedeltà alla Sua Parola, piuttosto che una chiesa che, senza preoccuparsi della coerenza e senza sottoporre chiaramente cosa voglia dire camminare con il Cristo, accetta di dire “siamo in tanti!”
Gesù, d’altra parte, è stato chiaro: ci ha paragonati al piccolo seme, alla piccola dose di lievito, al pizzico di sale… ma garantendo che tutto ciò può davvero essere fermento e inizio di un mondo destinato a rinnovarsi se… se non si perde la vitalità del seme, il sapore del sale e la forza del lievito.
                “Gioisci, figlia di Sion! Non temere…!”
                Inaspettata, quanto bella, questa ultima pagina del profeta. Dopo la denuncia e la promessa della venuta del “giorno del Signore”, giorno di giustizia e di verità dove, da una parte saranno smascherate tutte le ingiustizia e, dall’altra parte, la promozione del quanti, un piccolo “resto”, hanno saputo rimanere fedeli… ecco questo invito alla gioia “gioisci, figlia di Sion!”
E, molto bello, accanto l’invito alla gioia per il popolo, anche l’annotazione che “Dio stesso si rallegrerà per te ed esulterà di gioia!”
                Al di là di tutto, c’è spazio di gioia: la certezza che Dio abita la stria consolida l’invito ad avere fiducia: dopo tutto non siamo abbandonati e destinati a chissà quale amaro futuro. Dio stesso darà consistenza ad un futuro differente. Può essere grande il dolore, possono essere forti i motivi della tristezza… ma anche alla Gerusalemme – “città ribelle e contaminata” – è annunciato un giorno di gioia!
                Ed è bello leggere la gioia che invade Dio stesso: l’amante tradito, il padre abbandonato… esulta di gioia nel poter dimostrare ancora una volta il suo amore misericordioso e fedele. Così è il nostro Dio!
                Ci sembra di capire che le ragioni della speranza e delle fiducia siano più grandi delle ragioni dell’angoscia e della tristezza. E tutto si appoggia sulla consapevolezza che Dio è con noi!
                In un tempo in cui le cose non vanno bene, tragedie si susseguono ogni giorno, continuamente siamo messi di fronte a gravi fatti di attentati alla vita e alla dignità delle persone, in un tempo in cui ogni giorno ci raccontano di soprusi dei grandi sui piccoli, dei potenti sui deboli, in un tempo in cui la politica ci racconta di attaccamento alle poltrone e occasioni per fare i propri comodi, in un tempo in cui l’intero sistema economica frana e mette in difficoltà popoli interi… la tentazione alla disperazione è facile così come diventa facile piangere e temere di fronte al futuro. Ci viene voglia di affidarci al ricordo nostalgico di “una volta sì che…”, rimpiangendo un passato che non potrà più ritornare.
Chi ha il coraggio di guardare al futuro e, soprattutto, quali garanzie e dove trovarle per sognarlo differente?
                E il profeta continua a gridare: “Gioisci, figlia di Sion! Non temere!”
                Ecco credo che la gioia e la speranza siano oggi davvero una parola profetica che noi cristiani siamo chiamati a dire perché scommettiamo sulla forza di Dio, perché crediamo nei suoi sogni e nei suoi progetti, perché abbiamo la certezza che la morte è stata vinta e che, alla fine, l’ultima parola non ce l’avrà il male, la cattiveria e l’odio ma la bontà, l’amore e la misericordia.
Ed è una speranza che si fa scelta concreta per costruire un futuro così, fedeli – noi per primi – alle logiche dell’amore e della tenerezza, capaci di condivisione e di misericordia.
                Ci piace pensare ai cristiani come a uomini e donne che sanno sorridere, non perché non si rendono conto dei problemi, ma perché oltre ai problemi , sanno dare spazio alla fiducia e alla speranza.
                Ci piacerebbe vedere e partecipare a celebrazioni luminose e piene di gioia in grado di trascinare anche chi è avvolta dal manto del dolore e della tristezza… perché solo così possiamo essere testimoni di speranza e aiutare la nostra storia a guardare con fiducia il domani scommettendo ancora sulla vita, sulle cose belle e su quelle positività che, certamente, l’umanità si porta dentro e che ha solo bisogno di decidersi a farla emergere.

Per la preghiera

Salmo 34

Benedirò il Signore in ogni tempo,
sulla mia bocca sempre la sua lode.
Io mi glorio nel Signore,
ascoltino gli umili e si rallegrino.
Celebrate con me il Signore,
esaltiamo insieme il suo nome.
Ho cercato il Signore e mi ha risposto
e da ogni timore mi ha liberato.
Guardate a lui e sarete raggianti,
non saranno confusi i vostri volti.
Questo povero grida e il Signore lo ascolta,
lo libera da tutte le sue angosce.
L’angelo del Signore si accampa
attorno a quelli che lo temono e li salva.
Gustate e vedete quanto è buono il Signore;
beato l’uomo che in lui si rifugia.
Temete il Signore, suoi santi,
nulla manca a coloro che lo temono.
I ricchi impoveriscono e hanno fame,
ma chi cerca il Signore non manca di nulla.
Gli occhi del Signore sui giusti,
i suoi orecchi al loro grido di aiuto.
Il volto del Signore contro i malfattori,
per cancellarne dalla terra il ricordo.
Gridano e il Signore li ascolta,
li salva da tutte le loro angosce.
Il Signore è vicino a chi ha il cuore ferito,
egli salva gli spiriti affranti.
Molte sono le sventure del giusto,
ma lo libera da tutte il Signore.
Preserva tutte le sue ossa,
neppure uno sarà spezzato.
Il Signore riscatta la vita dei suoi servi,
chi in lui si rifugia non sarà condannato

Per la riflessione personale
                * Quanto, anche nelle mie piccole scelte quotidiane, riesco ad appoggiarmi sul Signore e tenere conto della sua volontà e dei suoi progetti?
                * So dare valore anche alle piccole della mia vita, alle opportunità di ogni giorno? So leggere la presenza di Dio dentro la mia piccola storia, nelle cose, nelle persone e negli eventi?
                * Anche di fronte alle delusioni, alle amarezze, alla tentazione del pessimismo… so rispondere con fiducia e speranza?

LETTURA PER L’AVVENTO: AVVENTO: “LEVATI” MARIA, “CORRI, APRI!”

http://www.zenit.org/article-24716?l=italian

AVVENTO: “LEVATI” MARIA, “CORRI, APRI!”

I Domenica di Avvento, 28 novembre 2010 (anno a, da domanica prima di avvento 2012 anno c)

di padre Angelo del Favero*

ROMA, venerdì, 26 novembre 2010 (ZENIT.org).- “In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: “Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finchè venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo. Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l’altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l’altra lasciata. Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo” (Mt 24,37-44).
“Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo” (Mt 24,44): non incutono timore queste parole del Vangelo (e quelle che precedono) se le ascoltiamo riferite alla vergine Maria nel giorno in cui le fu annunziato che il “Verbo della vita” (1 Gv 1,1) si sarebbe fatto carne in Lei, non senza il suo assenso al disegno del Padre.
Questa fu davvero un’ora inimmaginabile per la fanciulla di Nazaret, immensamente sorpresa dall’annunzio più inconcepibile che mente umana potesse pensare: il Figlio di Dio sarebbe stato concepito nel suo grembo verginale per opera della Spirito Santo.
Tale stupefacente iniziativa divina, a quanto sembra, trovò Maria del tutto impreparata: “Come avverrà questo? Non conosco uomo” (Lc 1,34); impreparata, ma pronta.
Sì, perché si può essere pronti anche se impreparati, a ben considerare il duplice modo possibile della vigilanza. Anzitutto la nostra vigilanza può dirsi prossima: quella di chi attende un avvenimento conosciuto (se non quanto al contenuto, almeno come fatto ignoto ed importante che si avvicina); in secondo luogo essa può essere remota, cioè profonda, radicata nella vita: come quella naturale di una mamma nei confronti del suo bambino, vigilanza che il suo amore materno alimenta e tiene desta giorno e notte.
Se in Maria mancò la vigilanza prossima, poiché le era impossibile prevedere il contenuto dell’annunzio celeste, certo non mancò quella remota. Non mancò e da sola fu più che sufficiente, dal momento che la “piena di grazia” attimo dopo attimo si ritrovava perfettamente disposta e pronta ad obbedire alla volontà di Dio, in forza e grazia della purezza del suo cuore verginale abitato solo dal desiderio di amare il Signore “con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze” (Dt 6,5).
Tale meravigliosa vigilanza è così cantata da un innamorato della Madonna: “Tutto il mondo è in attesa, prostrato alle tue ginocchia: dalla tua bocca dipende la consolazione dei miseri, la redenzione dei prigionieri, la liberazione dei condannati, la salvezza di tutti i figli di Adamo, di tutto il genere umano (…)Non sia che mentre tu sei titubante, egli passi oltre e tu debba, dolente, ricominciare a cercare colui che ami. Levati su, corri, apri! Levati con la fede, corri con la devozione, apri con il tuo assenso. “Eccomi”, dice, “sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto” (Lc 1,38)” (San Bernardo, “Omelie sulla Madonna”, breviario del Tempo di Avvento).
La triplice esortazione del santo (“levati, corri, apri!”) è una pura contemplazione dell’intima disposizione del cuore di Maria che ci aiuta a comprendere il dinamismo della sua vigilanza silenziosa e nascosta, perfettamente pronta ad accogliere in sé la venuta del Cristo non per una preparazione razionale, ma per l’attitudine profonda del suo essere, della sua persona, del suo cuore.
Al riguardo vi sono due osservazioni da fare.
La prima inerisce all’indole femminile di Maria. La sua vigilanza pronta è anzitutto naturale, essenziale, perché scaturisce dalla sua natura femminile materna. E’ per questo istinto proprio della donna che, quando una mamma nella notte è svegliata dal pianto del suo bambino, subito si alza (levati), si affretta alla culla (corri) e se lo prende tra le braccia per calmarlo (il gesto concreto: apri!). Tutto ciò, in genere, è molto più faticoso per il papà, specie se si deve ripetere varie volte nella notte.
E’ su questo terreno favorevole che si innesta poi la fede di Maria, amplificando al soprannaturale la vigilanza della sua natura così da acconsentire la libera e pronta adesione all’invito dell’Angelo, senza titubanza alcuna. Vediamo infatti che nel dialogo con Gabriele, Maria si leva con la fede: “Eccomi”; corre con la devozione: “sono la serva del Signore”; apre il suo grembo con l’assenso: “avvenga di me quello che hai detto” (Lc 1,38).
La sua domanda “Come avverrà questo?” (Lc 1,34) non esprime un dubbio circa la possibilità di ciò che le viene detto, ma chiede responsabilmente una nuova luce per la ragione. Una volta ottenuta (“Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo”) (Lc 1,35), ella dichiara subito quella disponibilità che già era totalmente presente nel suo cuore. Un po’ come un malato che, prontissimo a farsi operare dal chirurgo, chiede in anticipo a che tipo di intervento sarà sottoposto.
Ci aiuta a comprenderne bene questa vigilanza cooperante di Maria il beato J. H. Newman: “..la Vergine merita il suo posto nel piano della salvezza poiché corrispose attivamente e personalmente alla grazia di Dio. Nel momento del suo concepimento ella era passiva nelle mani creatrici di Dio, ma nel momento dell’Annunciazione, quando divenne la Madre di Dio e della misericordia divina, non fu semplicemente uno strumento fisico passivo, ma causa vivente, responsabile e intelligente del fatto che Dio prendesse carne umana dentro di lei. Se non avesse fatto volontariamente atto di obbedienza e di fede non sarebbe diventata la Madre di Dio” (in “MARIA. Pagine scelte”, p. 60).
Alla Madonna l’Angelo non chiede l’assenso, ma attende quella risposta personale che il mondo intero sollecita “prostrato alla sue ginocchia” (S. Bernardo). Maria è così invitata ad esprimere il “sì” del proprio grembo al concepimento della “Vita invisibile” (1Gv 1,2), un sì che è assenso “in luogo e al posto della natura umana” (San Tommaso, S. Theol. III, q. 30, a. I) alla venuta del Salvatore.
Venendo al Vangelo, vediamo che Gesù accosta oggi il Tempo dell’Avvento al tempo di Noè: “Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito..e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo” (Mt 24,38-39).
Il messaggio per noi è reso ancor più chiaro dall’immagine di Maria incinta, inseparabile dall’Avvento. Come il ventre di una donna all’ottavo mese di gravidanza è segno inequivocabile della presenza del bambino dentro di lei, così l’Avvento è il “sacramento” della presenza viva ed efficace di Dio nel nostro mondo, e della sua venuta continua nella storia, entrambe le cose per mezzo della liturgia e della sua Chiesa.
Quelli che ignorano tale presenza e tale venuta del Signore sono da compiangere più di tutti gli uomini, poiché, non sapendo nemmeno di avere bisogno di un Salvatore, sono nella condizione di coloro che perirono nel diluvio: un racconto, per altro, che non deve far venire in mente la “Protezione Civile”. Infatti: “Per la Sacra Scrittura quell’evento acquista i contorni di un atto di un giudizio divino morale sul peccato umano: il Dio biblico non è indifferente di fronte alla corruzione e all’immoralità. Il diluvio è perciò, secondo questa interpretazione, uno strumento di giudizio secondo la classica teoria della retribuzione per cui ad ogni delitto deve già ora corrispondere un castigo” (G. Ravasi, “150 Risposte. Questioni di fede”, p. 143-144).
Oggi il peccato più di ogni altro abominevole ed emblematico dell’attuale cultura della morte è l’uccisione della vita umana nel grembo. Ogni aborto infatti, anche quando la vita è spuntata da un giorno, è una sorta di distruzione di tutta la storia sacra che Dio ha fatto con l’umanità nel suo Figlio, concepito e nato da Maria, poiché: “lo avete fatto a me” (Mt 25,40).
“Ma l’ultima parola non è quella del giudizio e della morte. Nell’uomo giusto Noè, e nella sua discendenza, si manifesta l’amore del Creatore che fa pace con l’umanità. Sorge così l’aurora di un nuovo mondo e di una nuova storia, ed è per questo che la tradizione cristiana ha riletto l’epopea del diluvio in chiave battesimale, come anticipazione simbolica delle acque che cancellano l’uomo vecchio e fanno rinascere l’uomo nuovo che vive nella giustizia e nella santità”(G. Ravasi, id.).
L’Avvento rivela che quest’aurora del mondo nuovo è la Madre di Gesù, Madre di tutti i viventi, di tutti gli uomini concepiti nel grembo e fuori del grembo. A Lei rivolgiamo la supplica della nostra speranza cristiana: “Santa Maria, Madre di Dio, Madre nostra, insegnaci a credere, sperare e amare con te; indicaci la via verso il Salvatore e guidaci nel nostro cammino!”(Enciclica “Spe Salvi”, n. 50, modificato).
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* Padre Angelo del Favero, cardiologo, nel 1978 ha co-fondato uno dei primi Centri di Aiuto alla Vita nei pressi del Duomo di Trento. E’ diventato carmelitano nel 1987. E’ stato ordinato sacerdote nel 1991 ed è stato Consigliere spirituale nel santuario di Tombetta, vicino a Verona. Attualmente si dedica alla spiritualità della vita nel convento Carmelitano di Bolzano, presso la parrocchia Madonna del Carmine.

I quattro personaggi dell’Avvento

dal sito:

http://www.donboscoland.it/articoli/articolo.php?id=124362

I quattro personaggi dell’Avvento

Quatto sono i grandi personaggi dell’avvento che attendono preparano e annunciano che Dio viene, che il Signore si avvicina. Il primo di essi è il profeta Isaia. Il Nuovo Testamento annovera la vergine Maria, il suo sposo San Giuseppe e Giovanni il Battista, autentico prototipo dell’avvento, ultimo profeta della venuta del Signore.

1. « Il grande pedagogo dell’avvento è Isaia profeta. Si dovrebbe leggerlo con una grande pace interiore, permettendo che egli ridesti la nostra coscienza intorpidita e sonnolenta, ci apra alla speranza, incoraggi la nostra conversione, promuova gesti chiari di riconciliazione e di pace tra gli uomini e i popoli…  
2. L’avvento è anche il tempo di Maria; liturgicamente è il tempo più mariano che nessun altro durante l’anno. L’icona di Maria gestante, o dell’attesa, personifica la Chiesa Madre che è ricolma di Cristo e lo propone come luce del mondo, perché ogni uomo tranquilli e sicuri agli estremi confini della terra e tale sarà la pace.
 Maria di Nazareth è la stella dell’Avvento… Lei portò nel suo grembo verginale e attese con ineffabile amore di madre Gesù Cristo… Che avvento stupendo quello della Madre di Gesù! Lei è la « Mater spei », il modello e l’icona della speranza. Seppe, come nessun altro, preparare un posto al Signore, il Figlio che portava nel grembo… In Lei si realizzò la promessa di Israele; ora è modello di sicura speranza per la Chiesa che attende il suo Signore.
3. San Giuseppe non ha temuto di prendere con sé Maria, sua sposa, “perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Ella partorirà un figlio, e tu lo chiamerai Gesù; egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati” (Mt 1,20-21). Giuseppe avrebbe accettare o no il progetto di Dio. In ogni vocazione che si rispetti, al mistero della chiamata fa sempre da contrappunto l’esercizio della libertà, giacché il Signore non violenta mai l’intimità delle sue creature né mai interferisce sul loro libero arbitrio. Giuseppe per amore di Maria accettò e “fece come l’Angelo del Signore gli aveva ordinato, e prese sua moglie con sé”(Mt 1, 24). Egli ubbidì prontamente all’Angelo e in questo modo disse il suo sì all’opera della Redenzione. Perciò quando noi guardiamo al sì di Maria dobbiamo anche pensare al sì di Giuseppe al progetto di Dio. Forzando ogni prudenza terrena, e andando al di là delle convenzioni sociali e dei costumi del suo tempo, egli seppe far vincere l’amore, mostrandosi accogliente verso il mistero dell’Incarnazione del Verbo.
4. Proprio perché « ultimo » profeta, Giovanni Battista indica il grande cambiamento, la svolta epocale attesa dall’umanità: la presenza del Salvatore. Il battesimo amministrato da Giovanni nelle acque del Giordano è anch’esso simbolo di svolta, di conversione.
Se la figura, l’opera e il messaggio di Giovanni il battezzatore sono ancora sotto il segno dell’attesa, questa tuttavia non è più l’attesa di un futuro remoto, ma è un’attenzione al presente, perché il Signore è qui, si lascia trovare, vedere, è vicino, in mezzo a noi.
Il Battista è il modello di chi si accosta al Vangelo e sa che dietro la realtà presente (quell’uomo, in fila con i peccatori) se ne cela un’altra, più forte e più grande. Indicando Gesù e vedendo scendere su di lui lo Spirito di Dio, Giovanni vuole che ci avviamo sul suo cammino, alla sua sequela, divenendo suoi discepoli. Solo su chi segue Gesù, scende lo Spirito che vince la morte e ridona la vita.

(Teologo Borèl) Dicembre 2008 – autore: mons. Tommaso Stenico

Publié dans:Liturgia: Avvento, Papa Benedetto XVI |on 26 novembre, 2011 |Pas de commentaires »
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