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COSÌ CATTOLICO, COSÌ BIBLICO, COSÌ MODERNO ( Alessandro Manzoni)

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COSÌ CATTOLICO, COSÌ BIBLICO, COSÌ MODERNO

DI MARINA VERZOLETTO

silvia giacomoni,Alessandro Manzoni. Quattro ritratti stravaganti, Guanda, 2008,

«Amare Manzoni non è di moda; è come amare la moglie». La battuta di Silvia Giacomoni dà il tono al dibattito nella riunione mensile per il « Libro del mese », che questa volta vede presente l’autrice. I Quattro ritratti stravaganti sono stati originariamente disegnati dalla Giacomoni per accompagnare il ciclo di letture manzoniane che il compianto Carlo Rivolta tenne nel 2006 su iniziativa di don Virginio Colmegna, presidente della Fondazione Casa della Carità: quattro serate nell’ambito del Progetto Italia Telecom, in cui Manzoni veniva presentato con percorsi originali, capaci di avvicinarlo al pubblico contemporaneo e di richiamare le radici « manzoniane » di quell’anima caritativa di Milano che forse si sta perdendo. I temi scelti furono l’umiltà («Io sono Alessandro Manzoni e nient’altro»), la paura («Non era nato con un cuor di leone»), la conversione («La grazia di Dio»), la carità («Il pane del perdono»).
Alla Giacomoni interessava in particolare la ricerca della carità nella scrittura: se la scrittura è comunicazione, implica il mettere in comune, ossia una forma di carità nei confronti del lettore; e premeva indagare la vicenda misteriosa della conversione di Manzoni. A don Colmegna, interessavano i motivi della paura, o meglio, del perché i preti non devono aver paura dei potenti, e della carità nel senso più pieno e consueto. Ne uscì, in quelle serate e ora nel libro, un Manzoni sorprendentemente attuale, un ritratto a più facce che forse snobba gli specialisti accreditati ma invoglia a rileggere i Promessi sposi.
La sorpresa per questo Manzoni così moderno e poco « ottocentesco », spiega la stessa Giacomoni, è anche conseguenza dei molti luoghi comuni che ancora affliggono la cultura letteraria nazionale. A partire dall’unità d’Italia si è identificata la letteratura italiana con quella filorisorgimentale, anticlericale e quindi antireligiosa. Ne consegue, per esempio, l’ignoranza delle corrispondenze bibliche, dovuta al fatto che i critici italiani perlopiù ignorano le Scritture e quindi non sono in grado di cogliere i riferimenti che invece per gli scrittori nati nel Settecento erano d’uso quotidiano. Proprio per questo costante riferimento alla Scrittura Manzoni era anzi considerato «non cattolico». Seguendo le vicende redazionali dei Promessi sposi si nota che nel Fermo e Lucia ci sono citazioni bibliche esplicite, ma non c’è ancora lo spirito biblico dei Promessi sposi, che rende superflue le citazioni stesse. Sarebbe interessante poter ricostruire i tempi degli studi biblici di Manzoni e metterli in correlazione con le diverse stesure del romanzo; e valutare in tal senso se e quanto influsso abbia avuto la dimestichezza con le Scritture della moglie calvinista.
Questo rilievo conduce la discussione sui temi del rapporto tra scrittura e vita: alla boutade pirandelliana «o si vive o si scrive» la Giacomoni oppone l’esempio della bibliografia anglosassone, con la sua costante produzione di saggi biografici. Come rileva don Rizzolo, l’antipatia degli studenti nei confronti dei Promessi sposi è dovuta, oltre che all’obbligo di una lettura imposta, all’ignoranza rispetto all’umanità dell’autore. Disincarnato dal contesto biografico e storico, il testo diventa muto per il lettore. Tanto più se si tratta di autore come Manzoni che, rileva Parazzoli, come Leopardi appare segnato da ambiguità e ambivalenze: una personalità da leggere a livelli diversi, dunque adattissima a diventare protagonista di un ritratto biografico a più facce. La struttura del libro sembra a Parazzoli di particolare interesse: il metodo del montaggio di citazioni sortisce un effetto cubista, per cui i quattro ritratti sono come quattro episodi che si sovrappongono, quattro prospettive simultanee dalle quali l’opera di Manzoni viene smontata e rimontata.
Non una manzonista ma un’affezionata di Manzoni, la Giacomoni ha scelto i testi da montare seguendo percorsi del tutto personali: la conoscenza diretta, derivante dalla familiarità con l’Ottocento milanese conseguente agli studi su Cattaneo; la collaborazione con Angelo Stella e Gian Marco Gaspari alla Casa del Manzoni; il contributo di testi da parte di Giuseppe Polimeni dell’Università di Pavia. Il criterio fondamentale è stato partire dalle persone che erano state più vicine a Manzoni e poi progressivamente allargare l’orizzonte, arrivando per esempio a Goethe come caso illustre di ricezione nell’alta cultura europea. Quanto alla ricorrenza dei riferimenti biblici, alla domanda di Parazzoli se siano stati ricercati per una particolare sensibilità dell’autrice dopo il lavoro sulla Bibbia condotto per Salani la Giacomoni replica vivacemente: «Non ho dovuto cercare i riferimenti biblici, mi sono, per così dire, saltati addosso!». Comunque, dalla consuetudine con il testo biblico nasce uno degli episodi più emozionanti del libro: nel terzo « ritratto », la narrazione delle vicende biografiche di Manzoni a partire dalla morte di Enrichetta Blondel, narrazione condotta come una parafrasi del libro di Giobbe. In effetti l’autrice ha dovuto costruirsi un datario della biografia manzoniana, al fine di curare le corrispondenze tra gli episodi che ricompaiono nei diversi ritratti. In tal modo le è balzata agli occhi l’impressionante sequenza di lutti e rovesci che inizia nel 1833 e prosegue fino alla morte del Manzoni, crudelmente preceduta di tre settimane da quella del figlio maggiore Pietro, che nessuno ebbe il coraggio di riferirgli.
Secondo Alessandro Zaccuri, ad avvicinare i Promessi sposi e la Bibbia e a condannarli a una comune disaffezione e incomprensione è anche la circostanza di essere letti a pezzi piuttosto che nella loro integrità. Impressiona ed è molto forte in Manzoni il fatto di arrivare alla Bibbia attraverso la liturgia, ossia attraverso l’ascolto. In effetti la liturgia, rileva la Giacomoni, fu una presenza costante nella vita quotidiana del giovane Alessandro.
La particolare struttura narrativa si manifesta anche in una scelta tipografica rilevata da Aldo Giobbio e che, a prima vista, può sembrare una carenza editoriale: l’assenza di variazioni tipografiche che identifichino le citazioni. Scelta intenzionale, invece, così come il confinamento delle note a fine volume, affinché il testo sia letto come un racconto unico e non come un collage frammentario. Altri dettagli emergono dalle molte sfaccettature dei quattro ritratti: per esempio la questione della « castità » di Lucia, che nella prima redazione del romanzo non era così verginale, anzi recava una carica di fisicità di cui resta traccia nella resistenza al «risciacquo in Arno» delle sue espressioni linguistiche. Giobbio è diffidente riguardo alla piena ortodossia cattolica dei Promessi sposi, che gli appaiono piuttosto come un romanzo a doppia chiave: il vero finale sarebbe un’impasse totale, sulla quale la peste interviene come deus ex machina. Una nota di dubbio, che rende comunque omaggio al temperamento di storico del Manzoni e al metodo di contestualizzazione biografica di Silvia Giacomoni.

Marina Verzoletto

Publié dans:Letteratura italiana |on 4 juin, 2013 |Pas de commentaires »

UNA CONVERSIONE È SEMPRE UNA NUOVA NASCITA – Alessandro Manzoni

http://www.atma-o-jibon.org/italiano6/letture_patristiche_d.htm

UNA CONVERSIONE È SEMPRE UNA NUOVA NASCITA

Alessandro Manzoni *

Alessandro Manzoni, dopo un breve periodo di sbandamento interiore, si convertì a 25 anni. Conversione già preparata da una ricerca profonda della verità. Da allora in poi la religione cristiana improntò costantemente la sua vita e la sua opera. Suo capolavoro è il romanzo «I promessi sposi». Questo libro, tra i più grandi della prosa italiana, dai personaggi plastici, che scaturiscono da una acuta analisi psicologica, è tutto penetrato da una profonda concezione cristiana della vita.
Appena introdotto l’Innominato, Federico gli andò incontro, con un volto premuroso e sereno, e con le braccia aperte, come a persona desiderata… I due stettero alquanto senza parlare e diversamente sospesi. L’Innominato, che era stato come portato lì per forza da un determinato disegno, d stava anche come per forza, straziato da due passioni opposte, quel desiderio e quella speranza confusa di trovare un refrigerio al tormento interno, e dall’altra parte una stizza, ‘una vergogna di venir lì come un pentito, come un sottomesso, come un miserabile, a confessarsi in colpa, a implorare un uomo: e non trovava parole, né quasi ne cercava. Però, alzando gli occhi in viso a quell’uomo, si sentiva sempre più penetrare da un sentimento di venerazione imperioso insieme e soave, che, aumentando la fiducia, mitigava il dispetto, e senza prender l’orgoglio di fronte, l’abbatteva e, dirò così, gli imponeva silenzio.
La presenza di Federico era infatti di quelle che annunziano una superiorità e la fanno amare…
Tenne anche lui, qualche momento, fisso nell’aspetto dell’Innominato il suo sguardo penetrante ed esercitato da lungo tempo a ritrarre dai sembianti i pensieri; e, sotto a quel fosco e a quel turbato, parendogli di scoprire sempre più qualcosa di conforme alla speranza da lui concepita al primo annunzio di una tal visita, tutto animato, «Oh! – disse – Che preziosa visita è questa!… Voi avete una buona nuova da darmi… ».
«Una buona nuova, io? Ho l’inferno nel cuore; e vi darò una buona nuova? Ditemi voi, se lo sapete, qual’è questa buona nuova che aspettate da un par mio».
«Che Dio v’ha toccato il cuore, e vuoi farvi suo», rispose pacatamente il cardinale.
«Dio! Dio! Dio! Se io vedessi! Se io sentissi! Dov’è queste Dio?».
«Voi me lo domandate? voi? E chi più di voi l’ha vicino? Non ve lo sentite in cuore che v’opprime, che vi agita, che non vi lascia stare e nelle stesso tempo vi attira, vi fa presentire una speranza di quiete, di consolazione, d’una consolazione che sarà piena, immensa, subito che voi lo riconosciate, lo confessiate, l’imploriate?».
«O certo! Ho qui qualche cosa che mi opprime, che mi rode! Ma Dio! Se c’è queste Dio, se è quello che dicono, cosa volete che faccia di me?».
Queste parole furono dette con un accento disperato; ma Federico, con un tono solenne, come di placida ispirazione, rispese: «Cosa può fare Dio di voi? Cosa vuol farne? Un segno della sua potenza e della sua bontà: vuol cavare da voi una gloria che nessun altro gli potrebbe dare… quando voi stesso sorgerete a condannare la vostra vita, ad accusare voi stesso, allora! allora Dio sarà glorificato! E voi domandate cosa Dio possa fare di voi?.. cosa possa fare di codesta volontà impetuosa, di codesta imperturbata costanza, quando l’abbia animata, infiammata d’amore, di speranza, di pentimento?.. Cosa può Dio fare di voi? E perdonarvi? e farvi salvo? e compiere in voi l’opera della redenzione? Non son cose magnifiche e degne di lui? Oh pensate! se io miserabile qual sono, mi struggo ora tanto della vostra salute… Oh pensate come vi ami, come vi veglia quello che mi comanda e mi ispira un amore per voi che mi divora!».
A misura che queste parole uscivano dal suo labbro, il volto, lo sguardo, ogni moto ne ispirava il senso. La faccia del suo ascoltatore, da stravolta e convulsa, si fece da principio attonita e intenta; poi si compose a una commozione più profonda e meno angosciosa; i suoi occhi, che dall’infanzia più non conoscevano le lacrime, si gonfiarono; quando le parole furono cessate, si coprì il viso con le mani, e diede in un dirotto pianto che fu come l’ultima e più chiara risposta.

* I promessi sposi – U. Hoepli editore – Milano 1906 – pp. 326-329.

Il paradosso de “Il Natale” di Alessandro Manzoni

http://www.atuttascuola.it/collaborazione/samuele/italiano/paradosso.htm

Il paradosso de “Il Natale” di Alessandro Manzoni

di Samuele Gaudio

Negli anni successivi alla sua conversione, avvenuta all’incirca nel 1810, Alessandro Manzoni progetta di scrivere un ciclo di dodici inni sacri, dedicandoli alle ricorrenze dell’anno liturgico. Non è difficile riuscire a immaginare come questi componimenti, dei quali portò a compimento solo cinque, possano esser stati facilmente considerati una conseguenza quasi forzata della sua conversione, “giustificati” dall’evidente ed eccessivo entusiasmo religioso dello scrittore. Così accade che vengano agevolmente etichettati come espressioni mal riuscite di una forzata enfasi spirituale e riposti in qualche stantio angolo della memoria. Pressappoco com’è accaduto alla serie di crocefissi dipinti da William Congdon  che proprio come gli inni sacri sono stati realizzati proprio dopo la conversione del pittore; considerati dai critici come il suo tradimento nei confronti dell’arte stessa. C’è davvero una così discorde dicotomia tra arte e fede?
Accade però che accostandosi al testo di un inno manzoniano, come per esempio Il Natale, con la disposizione di un umile e aperto lettore, si possa svelare la reale capacità poetica di Manzoni, tesa a rendere ognuno partecipe dell’imponente annuncio che permea il testo. Egli ci chiama in causa, la poesia dell’inno è corale e collettiva, si rende portavoce di ogni uomo; sono proprio da interpretare in questo senso le parole Ecco ci è nato un Pargolo, Ci fu largito un Figlio (vv. 29-30). Il destinatario dell’avvenimento cristiano, così potentemente affermato nella sua evidenza, è l’uomo, tutti gli uomini, rappresentati da quel ci insistentemente ripetuto. Anche la struttura formale e ritmica sembra orientata a voler rispondere alla necessità della poesia di farsi interprete dei sentimenti della collettività, che sfociano nella gioia e nella festosità del riconoscimento della salvezza donata all’uomo dalla nascita del figlio di Dio. Il carattere festoso si può riconoscere nella volontà di Manzoni di accostarsi a un tipo di metro più breve e regolare nel ritmo (il componimento consta di sedici strofe di ottonari) riproducendo cadenze più vicine alle forme della poesia popolare. Egli si discosta così dal periodare solenne dei suoi precedenti componimenti più classicisti. Il primo e il terzo verso di ogni strofa è sdrucciolo, sono rimati tra loro rispettivamente il secondo e il quarto poi il quinto e il sesto con rima baciata, la strofa termina con un verso tronco.
Il componimento si potrebbe dividere in quattro parti distinte. Nella prima (vv. 1-28) Manzoni attraverso l’ampia metafora del masso che rovina al fondo del colle descrive la situazione dell’umanità prima dell’avvento di Cristo, viene attestata l’impossibilità dell’uomo di riconquistare la vetta del colle, ovvero la salvezza, perduta a causa del peccato. Sembra che la disperazione dell’uomo non possa lasciare spazio che a una flebile speranza, nella domanda di una possibile e immeritata grazia. La seconda parte (vv. 29-56) esplode nell’annuncio della nascita del figlio di Dio, che ha profanato Se Stesso assumendo forma umana, incarnandosi, per salvare l’uomo. In questi versi richiama il salmo di Isaia, ponendosi in continuità con la tradizione degli inni del cristianesimo primitivo. Nella terza parte Manzoni (vv. 57-98) narra i fatti che storicamente sono occorsi quella notte, riprendendo alcune frasi del vangelo di Luca, evidenziando come anche i pastori sono chiamati a essere partecipi dell’accaduto. L’ultima parte è una ninna nanna al bambino Gesù (vv. 99-112) dove si fonde in un’opposizione il carattere più popolare del canto con la consapevolezza della natura regale, divina di Cristo; paradosso evidente ad esempio tra il verbo e la natura del soggetto corrispondente nei versi in cui coloro che sono presenti alla nascita  vedono vagire il Re del ciel (v. 98).
Questa opposizione si riscontra anche nel modo in cui sono bilanciati nel testo termini diversi e discordanti, anche volti ad indicare lo stesso oggetto, ad esempio vertice e cima antica, oppure lunga erta montana e calle. Manzoni avvicina espressioni di diversa natura, ottenendo una rudezza espressiva che è caratteristica degli inni, essa è resa veicolo di realtà spirituali e da questo aspetto prende vita lo stile paradossale degli inni. Dal fatto cioè che quelle realtà trascendenti di cui Manzoni vuole annunciare la verità nell’inno trovano la loro espressione nella carne di quelle parole rudi, forzate, sembrerebbero improprie, ma è proprio attraverso queste parole che arrivano a raggiungere fisicamente la miseria dell’uomo e a salvarla . È un paradosso di cui si rende fautore Dio stesso, il quale non ha ribrezzo di farsi carne, di umiliarsi, donandosi all’uomo perché l’uomo possa donare sé a Dio. Con gli inni sacri Manzoni non “tradisce” l’arte in nome della fede ma la eleva in funzione di uno scopo più nobile e assoluto, quello di rendere maggiormente evidente e accessibile a tutti gli uomini l’esistenza di un fatto ,che accade nella storia, il quale rende possibile la loro salvezza.
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Non è difficile riuscire a immaginare come il Natale di Manzoni possa esser stato facilmente considerato una conseguenza quasi forzata della conversione manzoniana, “giustificato” dall’evidente ed eccessivo entusiasmo religioso dello scrittore. Così accade che venga agevolmente etichettato come espressione mal riuscite di una forzata enfasi spirituale e riposto in qualche stantio angolo della memoria. Pressappoco com’è accaduto alla serie di crocefissi dipinti da William Congdon  che proprio come gli inni sacri, ciclo di cui Il Natale fa parte  sono stati realizzati proprio dopo la conversione del pittore; considerati dai critici come il suo tradimento nei confronti dell’arte stessa. C’è davvero una così discorde dicotomia tra arte e fede?
Negli anni successivi alla sua conversione, avvenuta all’incirca nel 1810, Alessandro Manzoni progetta di scrivere un ciclo di dodici inni sacri, dedicandoli alle ricorrenze dell’anno liturgico. questi componimenti, dei quali portò a compimento solo cinque, Accade però che accostandosi al testo di un inno manzoniano, come per esempio Il Natale, con la disposizione di un umile e aperto lettore, si possa svelare la reale capacità poetica di Manzoni, tesa a rendere ognuno partecipe dell’imponente annuncio che permea il testo. Egli ci chiama in causa, la poesia dell’inno è corale e collettiva, si rende portavoce di ogni uomo; sono proprio da interpretare in questo senso le parole Ecco ci è nato un Pargolo, Ci fu largito un Figlio (vv. 29-30) 
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Negli anni successivi alla sua conversione al cattolicesimo Alessandro Manzoni progetta di scrivere un ciclo di dodici inni sacri, dedicandoli alle ricorrenze dell’anno liturgico. Non è difficile riuscire a immaginare come questi componimenti, dei quali portò a compimento solo cinque, possano esser stati facilmente considerati una conseguenza quasi forzata della sua conversione, “giustificati” dall’evidente ed eccessivo entusiasmo religioso dello scrittore. Così accade che vengano agevolmente etichettati come espressioni mal riuscite di una forzata enfasi spirituale e riposti in qualche stantio angolo della memoria. Pressappoco com’è accaduto alla serie di crocefissi dipinti da William Congdon  che proprio come gli inni sacri sono stati realizzati proprio dopo la conversione del pittore; considerati dai critici come il suo tradimento nei confronti dell’arte stessa. C’è davvero una così discorde dicotomia tra arte e fede?                                                                           Accade però che accostandosi al testo di un inno manzoniano, come per esempio Il Natale, con la disposizione di un umile e aperto lettore, si possa svelare la reale capacità poetica di Manzoni, tesa a rendere ognuno partecipe dell’imponente annuncio che permea il testo. Egli ci chiama in causa, la poesia dell’inno è corale e collettiva, si rende portavoce di ogni uomo; sono proprio da interpretare in questo senso le parole Ecco ci è nato un Pargolo, Ci fu largito un Figlio (vv. 29-30).

Publié dans:Letteratura italiana, NATALE 2012 |on 18 décembre, 2012 |Pas de commentaires »

«Nascesti Dio da un piccolo Ave…» – Giovanni Pascoli: una figura da rivedere sotto il profilo spirituale e letterario

http://www.stpauls.it/madre/1210md/incontri.htm

Incontri con Maria

di MARIA DI LORENZO

«Nascesti Dio da un piccolo Ave…»

Giovanni Pascoli: una figura da rivedere sotto il profilo spirituale e letterario.

«E la Terra sentii nell’Universo. / Sentii, fremendo, ch’è del cielo anch’ella. / E mi vidi quaggiù piccolo e sperso / errare, tra le stelle, in una stella». Sono versi, forse tra i meno noti, ma certamente significativi, del maggior poeta italiano di fine Ottocento, Giovanni Pascoli, di cui quest’anno abbiamo ricordato il centenario della morte, che avvenne a Bologna nella primavera del 1912.

Il poeta era nato a San Mauro di Romagna (oggi San Mauro Pascoli, provincia di Forlì-Cesena) il 31 dicembre 1855. Trascorse un’infanzia serena tra la fattoria La Torre dei principi Torlonia, di cui il padre Ruggero era amministratore, e Savignano, dove frequentò le scuole elementari. Dal 1862 studiò nel collegio degli Scolopi a Urbino.
Un grave episodio turbò gli anni della sua pubertà: il 10 agosto 1867 suo padre venne assassinato, per motivi non chiari, da ignoti rimasti sempre impuniti. L’anno successivo moriva di dolore anche la madre e la serie dei lutti familiari sarebbe continuata con la morte, nel giro di breve tempo, della sorella maggiore e di due fratelli. Questi eventi si incisero a lettere di fuoco nella sua anima, dando anche l’imprinting alla sua successiva produzione letteraria.
La morte è il « mistero » per eccellenza di fronte al quale non si può che arretrare turbati e sgomenti per cercare conforto e rifugio in un mondo fatto di piccole cose, piccole gioie domestiche. Da qui allora il tema del « nido », che tanta parte avrà nella sua poesia, ossia degli affetti familiari, della casa, come qualcosa di «caldo, chiuso, segreto, raccolto in una esistenza senza rapporti con l’esterno, ma brulicante di complici intimità di istinti e di affetti viscerali» (Giorgio Bàrberi Squarotti).
Personalità umana e poetica molto complessa, Zvaní – come affettuosamente lo chiamava sua madre – fece assai presto esperienza del male. Quell’assassinio del padre rimasto impunito, la dura lotta per la sopravvivenza, il tradimento e la disillusione degli ideali politici, la consapevolezza che la felicità non viene dalla ricchezza, ma da un senso della vita modesto e riservato. Un modello bucolico antico, se vogliamo, che impregna i suoi primi bellissimi versi, quelli consegnati alla raccolta Myricae, che già dal titolo allude alla semplicità campestre e alla gioia degli umili arbusti, le tamerici di virgiliana memoria.

C’è appunto una poesia di questa raccolta intitolataCeppo, che vede per protagonista Maria, la madre di Gesù, in una notte di freddo e di tristezza: «È mezzanotte. Nevica. Alla pieve / suonano a doppio; suonano l’entrata. / Va la Madonna bianca tra la neve: / spinge una porta; l’apre: era accostata. / Entra nella capanna: la cucina / è piena d’un sentor di medicina. / Un bricco al fuoco s’ode borbottare: / piccolo il ceppo brucia al focolare. // Un gran silenzio. Sono a Messa? Bene. / Gesù trema; Maria si accosta al fuoco. / Ma ecco un suono, un rantolo che viene / di su, sempre più fievole e più roco. / Il bricco versa e sfrigge: la campana, / col vento, or s’avvicina, or s’allontana. / La Madonna, con una mano al cuore, / geme: una mamma, figlio mio, che muore! // E piano piano, col suo bimbo fiso / nel ceppo, torna all’uscio, apre, s’avvia. / Il ceppo sbracia e crepita improvviso, / il bricco versa e sfrigola via via: / quel rantolo… è finito. O Maria stanca! / Bianca tu passi tra la neve bianca». Di fronte alla morte, ancora una volta presente con la dipartita di una mamma, sembra poter far da contraltare allo strazio – quella « scena primaria » che continuamente si riforma nel cuore del poeta – solo l’infinita dolcezza accogliente della Vergine con il suo Bambino. Un argine al dolore del mondo, quel mondo che in X agosto Pascoli chiama «atomo opaco del male». Quel mondo capace solo di distruggere ciò che da lontano pare promettere in termini di felicità e di bellezza.

Nella raccolta di saggi Le mie letture (Rizzoli 1996, pp. 224, ) don Luigi Giussani prende in esame la dimensione poetica di Giovanni Pascoli usando come chiave di lettura la sua ricerca del trascendente.
Di certo non possiamo definire Pascoli un poeta credente, ma sicuramente possiamo dirlo religioso, perché fu un uomo – e un poeta – sempre alla ricerca di un senso altro della vita, consapevole del mistero sotteso alla vita stessa. Tante sue poesie segnano un percorso euristico di immagini e simboli che costantemente alludono al mistero, al dolore dell’esistenza e alla ricerca di un senso alto delle cose.
Sono versi, i suoi, profondamente attraversati da una tensione escatologica ed esprimono lo stato d’animo di un individuo sempre pronto a interrogarsi sui perché della fede alla quale sembra ambire, ma che alla fine non riesce mai a possedere pienamente. Tutto ciò è ben documentato nel saggio dello studioso pascoliano Massimo Castoldi, Le ali novelle del cristianesimo. Nota sui rapporti fra Pascoli e Semeria (in Lo studio, i libri e le dolcezze domestiche. In memoria di Clemente Mazzotta, Fiorini 2010, pp. 873, H 45,00), che mette in luce, a 80 anni dalla scomparsa del barnabita Giovanni Semeria morto in concetto di santità, la sua frequentazione col grande poeta romagnolo e i loro intensi colloqui sul tema della fede che appassionava molto l’inquieto Pascoli, desideroso di certezze ultraterrene.
«È fuori di dubbio – dice Castoldi – che dopo quell’incontro Pascoli intensificò il suo interesse per la figura di Cristo. Non è più il Cristo dei primi anni, anarchico e vittima del potere, ma è portatore di un messaggio di pace e non di contrapposizione». Il Cristo, per intenderci, di Canzone del Paradiso, del 1909, che sarà lì ad attenderci: «Ed Egli, il Dio vero, l’Uomo Dio, soave, / ci dirà pace, ci dirà: Son io».
E in una conferenza dal titolo assai significativo, Esiste un’arte cristiana moderna?, tenuta nel 1902 a Palermo e a Torino, padre Semeria citava brani di Nel carcere di Ginevra e di I due fanciulli per sostenere che «Pascoli, checché ne sia delle sue idee filosofiche, metafisiche, dogmatiche, è stato sempre, anzi è divenuto ognora più cristiano nelle sue tendenze morali, che sono la vera anima della sua poesia».
Il saggio di Castoldi racconta le lettere e gli incontri tra i due, da cui emerge che il poeta non era affatto anticlericale, come sovente si è scritto, e che – aggiungiamo noi – andrebbe rivista la sua figura sia sotto il profilo spirituale che letterario, giacché nonostante la fortuna postuma molti aspetti restano ancora nell’ombra, per cui ora come ora le immagini che più sovente saltano fuori dai nostri ricordi scolastici sono quelle, francamente un po’ melense, della «cavallina storna» o della «rondine caduta tra spini», immagini riduttive di un grande genio letterario che ha aperto la strada al Novecento.
Dalla sua formulazione della poetica del Fanciullino come modo di concepire la poesia discendono alcune conseguenze fondamentali, come la dimensione irrazionale della stessa poesia, il suo scopo sociale nel mondo, la scoperta dell’infanzia e delle piccole cose che fanno dell’atto poetico un mezzo per la diffusione di un messaggio di solidarietà e di amore fra gli uomini.
Così la poesia pascoliana canta di volta in volta l’umile fatica delle «lavandare» con i loro stornelli, la famiglia raccolta attorno al desco, i frulli degli uccelli, l’«aratro dimenticato» in mezzo al campo, il tuono e il lampo… Ma in tutte le immagini sonore e visive ce n’è una che sempre ritorna e sovrasta le altre, in luminosa arrendevolezza: la voce dell’Ave che chiama a raccolta il cuore degli uomini e che al poeta fa scrivere quel verso bellissimo: «E tu nascesti Dio da un piccolo Ave…» (L’Angelus, Primi poemetti), in cui si ricapitola il destino del mondo, nell’irruzione dell’eterno in ogni esistenza umana, anche e soprattutto attraverso il duro nonché comune apprendistato del dolore.

Maria Di Lorenzo

Publié dans:Letteratura italiana, Maria Vergine |on 7 novembre, 2012 |Pas de commentaires »

DANTE CI INSEGNA COME PROPORRE ALL’UOMO DI OGGI LA FEDE DI SEMPRE

http://www.zenit.org/article-33086?l=italian

DANTE CI INSEGNA COME PROPORRE ALL’UOMO DI OGGI LA FEDE DI SEMPRE

Mons. Pasquale Iacobone, del Pontificio Consiglio per la Cultura, spiega come la spiritualità del Sommo Poeta possa insegnare a trasmettere oggi una fede autentica

di Salvatore Cernuzio
ROMA, martedì, 9 novembre 2012 (ZENIT.org) – Per approfondire la conoscenza dell’evento dedicato al Sommo Poeta, ZENIT ha intervistato mons. Pasquale Iacobone, del dipartimento di Arte e Fede del Pontificio Consiglio per la Cultura, che ci ha spiegato con quale spirito il Dicastero ha organizzato questa raffinata serata e come la fede di Dante può essere un punto di riferimento per la Nuova Evangelizzazione.
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Cosa ha ispirato l’idea di una intera serata dedicata a Dante Alighieri?
Mons. Iacobone: Noi del Pontificio Consiglio per la Cultura abbiamo pensato di organizzare una serata dantesca cogliendo alcune opportunità. Innanzitutto l’Anno della Fede, che verrà inaugurato il giorno prima dell’evento. Poi le celebrazioni per il centenario del Poeta e soprattutto il Sinodo dei Vescovi, che ha portato a Roma i presuli di tutto il mondo. Ci è sembrato bello, quindi, offrire ai Padri Sinodali un polo d’interesse a cui la Chiesa, tra l’altro, tiene tanto.
L’idea, quindi, è stata di approfittare di un tempo così ricco per presentare la fede di una figura di straordinaria levatura culturale, sempre attuale: Dante Alighieri.
In questo “trittico” che abbiamo creato verrà proposta, quindi, l’opera del Sommo Poeta riletta però nella prospettiva specifica del suo Credo, della sua teologia e della sua spiritualità.
Ci siamo impegnati per dar vita ad un evento suggestivo. Oltre agli interventi degli illustri ospiti, ci sarà, infatti, un piccolo contorno musicale di un gruppo venuto nella Capitale in occasione della proclamazione a Dottore della Chiesa di Santa Ildegarda di Bingen, che proporrà delle musiche medioevali che creeranno il clima adatto per l’ascolto dei testi danteschi.
In questo momento in cui si parla tanto di Nuova Evangelizzazione, cosa possiamo ancora scoprire e imparare dalla fede di Dante?
Mons. Iacoboni: La fede di Dante è una fede estremamente storicizzata e contestualizzata, che sa entrare, cioè, nei vicoli, nei meandri, nei labirinti della Storia per poi dare una risposta. Quello di Dante, quindi, è in sostanza un metodo estremamente utile per tutti noi, per capire come la fede va rapportata al momento storico che si vive, attingendo al patrimonio antico per fornire le risposte più nuove, più sagge, più attraenti, anche a chi è lontano dalla fede.
L’Alighieri, infatti, non scriveva solo per i credenti, ma per i cittadini della sua Firenze, per i cittadini del mondo, per tutti. La sua è una parola universale che riesce a cogliere nel segno i problemi e gli aspetti più diversi dell’animo umano e ci dice come proporre la fede di sempre all’uomo di oggi.
Il Sinodo in corso è dedicato al tema della Nuova Evangelizzazione per la trasmissione della fede. Quest’ultima si può realizzare attraverso la trasmissione della cultura?
Mons. Iacobone: Deve passare attraverso di essa! Se non ci fosse il tramite della cultura, del linguaggio, della comunicazione, il messaggio della fede non arriverebbe. Noi leggiamo Dante appunto per capire come lui ha tradotto la fede tradizionale nelle immagini e nei simboli del suo tempo. Dunque il depositum fidei va parafrasato secondo i linguaggi della contemporaneità, attraverso le vie dell’arte, della poesia, del cinema, della letteratura, della musica, ma anche dell’architettura e delle arti figurative, perché altrimenti rimarrebbe “lettera morta”. Obiettivo principale è dunque capire come, attraverso la cultura, il Vangelo può rimanere integro, ma soprattutto vivo ed efficace.
Alla luce di tutto questo, quale orizzonte si profila per il Pontificio Consiglio per la Cultura?
Mons. Iacobone: Il nostro Dicastero sta cercando di cogliere le sfide della modernità e della cultura in tutti i suoi aspetti. Mi riferisco alla cultura scientifica, a quella artistica, mediatica e via dicendo. Vogliamo ricordare che in tutti questi ambiti – così come in altri settori quali l’economia o la filosofia – la fede ha sempre qualcosa di nuovo, di bello e interessante da dire. Il nostro impegno principale è, dunque, creare le condizioni necessarie affinché chiunque abbia voglia di ascoltare parole sensate e importanti per la propria vita, ha la possibilità di farlo.

Publié dans:Letteratura italiana |on 9 octobre, 2012 |Pas de commentaires »

Giuseppe Giusti: Sant’Ambrogio

dal sito:

http://www.cantoeprego.it/mi_diletto/poesie/poesia.gius.sant.htm

Giuseppe Giusti

Sant’Ambrogio

         Vostra Eccellenza, che mi sta in cagnesco
per que’ pochi scherzucci di dozzina,
e mi gabella per anti-tedesco
perché metto le birbe alla berlina,
5  0 senta il caso avvenuto di fresco
A me che girellando una mattina
càpito in Sant’Ambrogio di Milano,
in quello vecchio, là, fuori di mano.

M’era compagno il figlio giovinetto
10  d’un di que’ capi un po’ pericolosi,
di quel tal Sandro, autor d’un romanzetto
ove si tratta di Promossi Sposi…
Che fa il nesci, Eccellenza? o non l’ha letto?
Ah, intendo; il suo cervel, Dio lo riposi,
15  in tutt’altre faccende affaccendato,
a questa roba è morto e sotterrato.

Entro, e ti trovo un pieno di soldati,
di que’ soldati settentrionali,
come sarebbe Boemi e Croati,
20  messi qui nella vigna a far da pali:
difatto se ne stavano impalati,
come sogliono in faccia a’ generali,
co’ baffi di capecchio e con que’ musi,
davanti a Dio, diritti come fusi.

25  Mi tenni indietro, chè, piovuto in mezzo
di quella maramaglia, io non lo nego
d’aver provato un senso di ribrezzo,
che lei non prova in grazia dell’impiego.
Sentiva un’afa, un alito di lezzo;
30  scusi, Eccellenza, mi parean di sego,
in quella bella casa del Signore,
fin le candele dell’altar maggiore.

Ma, in quella che s’appresta il sacerdote
a consacrar la mistica vivanda,
35  di sùbita dolcezza mi percuote
su, di verso l’altare, un suon di banda.
Dalle trombe di guerra uscian le note
come di voce che si raccomanda,
d’una genteo che gema in duri stenti
40  e de’ perduti beni si rammenti.

Era un coro del Verdi; il coro a Dio
Là de’ Lombardi miseri, assetati;
quello: « 0 Signore, dal tetto natio »,
che tanti petti ha scossi e inebriati.
45  Qui cominciai a non esser più io
e come se que’ còsi doventati
fossero gente della nostra gente,
entrai nel branco involontariamente.

Che vuol ella, Eccellenza, il pezzo è bello,
50  poi nostro, e poi suonato come va;
e coll’arte di mezzo, e col cervello
dato all’arte, l’ubbie si buttan là.
Ma, cessato che fu, dentro, bel bello,
lo ritornava a star come la sa;
55  quand’eccoti, per farmi un altro tiro,
da quelle bocche che parean di ghiro,

un cantico tedesco, lento lento
per l’aër sacro a Dio mosse le penne;
era preghiera, e mi parea lamento,
60  d’un suono grave, flebile, solenne,
tal, che sempre nell’anima lo sento:
e mi stupisco che in quelle cotenne,
in que’ fantocci esotici di legno,
potesse l’armonia fino a quel segno.

65  Sentia, nell’inno, la dolcezza amara
de’ canti uditi da fanciullo; il core
che da voce domestica gl’impara,
ce li ripete i giorni del dolore:
un pensier mesto della madre cara,
70  un desiderio di pace e d’amore,
uno sgomento di lontano esilio,
che mi faceva andare in visibilio.

E, quando tacque, mi lasciò pensoso
di pensieri più forti e più soavi.
75  – Costor, – dicea tra me, – re pauroso
degi’italici moti e degli slavi,
strappa a’ lor tetti, e qua, senza riposo
schiavi li spinge, per tenerci chiavi;
gli spinge di Croazia e dli Boemme,
80  come mandre a svernar nelle maremme.

A dura vita, a dura disciplina,
muti, derisi, solitari stanno,
strumenti ciechi d’occhiuta rapina,
che lor non tocca e che forse non sanno;
85  e quest’odio, che mai non avvicina
il popolo lombardo all’alemannoo,
giova a chi regna dividendo, e teme
popoli avversi affratellati ‘insieme.

Povera gente! lontana da’ suoi;
90  in un paese, qui, che le vuol male,
chi sa, che in fondo all’anima po’ poi,
non mandi a quel paese il principale!
Gioco che l’hamo in tasca come noi.
Qui, se non fuggo, abbraccio un caporale,
95  colla su’ brava mazza di nocciòlo,
duro e piantato lì come un piòlo.

Leopardi e il destino (Divo Barsotti)

dal sito:

http://www.figlididio.it/meditazioni/index.htm

Leopardi e il destino

DIVO BARSOTTI

Firenze (5 luglio 1970)

 In Leopardi il dolore
non nasce solo dalla fine
delle illusioni.
Il dolore ha una radice
religiosa: l’uomo
cerca disperatamente
un suo partner che non può
che essere fuori dal mondo mutevole.
«S’avessi io l’ale»

Leopardi si rivela con una semplicità e candore ammirabile nell’epistolario (lett. 824, 931). Nelle sue lettere, specialmente al padre, si spoglia di ogni veste letteraria e lascia parlare il suo cuore con un linguaggio di pura umiltà. Sono le lettere che più direttamente ci dicono la sua esperienza di pena. Quale è stato il rapporto tra il suo dolore e la visione che egli ebbe della infelicità universale? La sua poesia altissima è insieme testimonianza della sua pena e visione della universale infelicità: dalla poesia è così possibile riconoscere l’intimo rapporto tra l’esperienza e il pensiero. I Canti rimangono espressione di questa profonda unità. Nell’epistolario il poeta ci apre candidamente il suo cuore, nelle Operette morali, se non crea un vero sistema filosofico, ci vuol dare sicuramente il suo pensiero.
È indubbio che le Operette morali sono l’espressione più elaborata del pensiero del poeta. Come iniziano con un testo religioso, così avrebbero dovuto avere il loro compimento con un testo che ha tutta la solennità di un testo ispirato. Queste due operette possono rivelarci il nucleo centrale del pensiero leopardiano riguardo al tema fondamentale del dolore. All’inizio è la Storia del genere umano, alla fine Il canto del gallo silvestre. Sembra che il pensiero del poeta sia ondeggiante, tuttavia vi è una coerenza profonda in questo suo ondeggiamento medesimo. Vi è una fedeltà nel dubbio, ma anche una fedeltà nel proclama re quella che è la sua verità. E la verità fondamentale rimane, nel Leopardi, il dolore: «Arcano è tutto fuor che il nostro dolor» egli afferma nell’Ultimo canto di Saffo. Perché il dolore invece della gioia? Il poeta ne dà la colpa all’età vile nella quale si è trovato a vivere. È in opposizione al costume del tempo che egli dunque è infelice. Non si dà per lui ora altra scelta: «O codardi o infelici» (cfr. Per le nozze di Paolina). Nella sua prima giovinezza animata da «eroici furori» aveva preteso di risvegliare da solo un popolo schiavo; lo aveva esaltato la volontà dell’impresa, la visione di una gloria che avrebbe potuto conseguire, ma non ci volle molto perché egli stesso si risvegliasse dal suo sogno di gloria. Cadeva la prima illusione: doveva vivere in un mondo meschino, e vi sarebbe rimasto e sentito sempre un estraneo: sarebbe stato suo destino la solitudine. Del resto, anche se avesse conseguito la gloria, cos’era la gloria? Della potenza, della grandezza di Roma che rimaneva? Solo il canto di un carrettiere rompeva ora il silenzio della notte. Tutto, tutto sarebbe affondato nel nulla: così l’eroismo, oltre che impossibile, era inutile. Cercò allora il poeta rifugio nella natura. Crede che del male non fosse causa il grigiore dell’età, ma il progresso, la civiltà stessa che distaccava l’uomo dalla natura. L’integrazione dell’uomo con la natura era stato l’ideale della Grecia più antica: in quella età remota, l’uomo viveva una comunione col tutto, viveva in compagnia degli dei. Poteva l’uomo rinnovare questa alleanza? Leopardi sentì viva la nostalgia della Grecia, ma, a differenza del suo grande fratello, Hoelderlin, egli sentì irrevocabile il passato. Visse allora la natura ed era amica dell’uomo, ma il ricordo di questa età remota faceva ora più grande l’infelicità dell’uomo che si sentiva straniero. Cadevano una dopo l’altra tutte le illusioni che potevano far bella e desiderabile la vita, e il poeta si sentiva sempre più solo. Rimaneva una illusione e, come aveva scritto nella Storia del genere umano, questa illusione lo accompagnerà per tutta la vita, sorgente di ineffabili vagheggiamenti e di desolati risvegli: l’amore. Tutta la poesia del Leopardi canta l’amore. È vero che gli è sempre negato, ma in lui continuamente risorge. Neppure si è accorta di lui la cugina, la prima che lo fece palpitare di amore. Poi, la sua deformità fisica gli fece comprendere che, sì, egli poteva amare, ma non sarebbe stato mai amato. Così nell’Ultimo canto di Saffo, ma più vivo e personale è lo schianto ne La sera del dì di festa: «Non io, non già ch’io speri, / al pensier ti ricorro. Intanto io chieggio / quanto a viver mi resta, e qui per terra / mi getto e grido e fremo». A distanza di anni, nella dolcezza del ricordo riaffiorano le immagini di Silvia, di Nerina, fanciulle segretamente amate. La loro morte segna per lui la fine della giovinezza e, con questa, la fine della speranza. Non rimane al poeta che la morte. Eppure no, l’amore sembra immortale. Risorge la vita. Nell’opera del poeta solitario, unico è l’inno che canta l’amore. È l’amore che trionfa di ogni pena, l’amore che solleva a felicità «nuova» il poeta. Da tanta esaltazione, è proprio l’amore che, respinto e schernito, precipita il poeta nella più cupa e nera disperazione. Anche questa illusione l’abbandona. Quasi epigrafe sepolcrale nella sua brevità, conclude la parabola la poesia A se stesso. Il dolore non nasce solo dalla fine delle illusioni, più fonda è la sua radice. Non è frutto e conseguenza di qualcosa, dal momento che è all’origine di tutto: la vita stessa è dolore. Invano cerca il poeta un altro contenuto, una ragione alla vita. Dalla infelicità sua egli passa al riconoscimento di una infelicità universale, al dolore del mondo, al dolore di ogni essere creato. Ogni uomo tende a divenire la coscienza del mondo. Leopardi diviene il poeta del dolore universale. L’alta poesia delle Operette morali più direttamente si libera da ogni riferimento alla sua persona, tranne nell’ultima, che fu composta dopo vari anni; vuole essere una lucida e fredda accusa alla presunzione umana, alla viltà dell’uomo che rifiuta di vedere; ed è visione grandiosa e apocalittica della comune infelicità. Questa rimane per il poeta la verità unica e suprema. Se non vogliamo soltanto scorrere i suoi scritti, ma cercar di capire quale sia la posizione del poeta rispetto al suo tempo e che cosa può dirci oggi, se più profondamente vogliamo determinare il valore oggettivo del suo pensiero e come egli è potuto giungere a questa visione, s’impone che ci arrestiamo senza richiamare anche solo indirettamente i testi, – che sono innumerevoli, e appartengono ai Canti, alle Operette morali, allo Zibaldone. Il poeta ha voluto prima di tutto conciliare il suo pensiero col cristianesimo. A differenza di Hoelderlin, egli ben presto si è reso conto della crisi profonda della Grecia. Se Leopardi è discepolo dei greci, egli tuttavia è stato soprattutto segnato dalla crisi che la grecità conobbe nell’età dei sofisti. Egli non poteva credere agli dei dell’Olimpo; ogni sua integrazione con la natura gli era impossibile: egli sentiva di non essere soltanto un elemento della natura. Poteva sentire, sì, ed era questo uno dei motivi più forti della sua angoscia, che la natura aveva ogni potere sull’uomo. Sentiva che il tempo e la vastità sconfinata dell’universo, annullavano l’uomo, eppure l’uomo trascendeva, nel suo spirito, la natura. Il pensiero dei tragici greci gli aveva insegnato che l’uomo, nonostante la sua grandezza, non può nulla contro il fato e la natura, è senza difese contro un potere cieco che lo distrugge. Il cristianesimo nulla aveva cambiato, ma aveva aiutato l’uomo a superare l’angoscia col rinnovare le illusioni delle antiche età. Finché l’uomo ha creduto, non ha conosciuto l’angoscia: il cristianesimo ha saputo dare all’umanità, con una nuova fede, una nuova giovinezza. Ma la fede cristiana non aveva maggiore fondamento, secondo il poeta, delle favole antiche. Come gli antichi avevano creduto che scendevano fra i mortali gli dei dell’Olimpo (Alla primavera…), così ora. Al mito pagano si sostituiva il mito cristiano. La pena era, nella morte degli dei, il vuoto della creazione, il non-senso di tutto, il riconoscimento che «unico obietto» dell’esistenza era la morte. Il poeta vive la tragicità di una vita che gli appare vuota ed assurda. Più del dolore diveniva insopportabile la noia. Anche il dolore poteva essere un diversivo, ma dalla noia nulla poteva liberarlo. Ai vertici di ogni sua poesia, perché espressione suprema dell’umana infelicità, il Canto notturno di un pastore errante nell’Asia, chiedeva inutilmente un perché della vita, delle cose, del mondo. L’amore sembrava dare un fine alla vita, dal momento che per l’amore a questa infelice scena del mondo sorride all’uomo in vista di paradiso» (La vita solitaria). È certo significativo che il poeta, quando canta l’amore, usi inevitabilmente un linguaggio religioso, e inno divenga la sua poesia. Addirittura forse non si ritrova nella letteratura italiana un linguaggio così alto, così ispirato, così religioso come il canto Alla sua donna e Il pensiero dominante. E, certo, l’amore era la suprema illusione, e forse avrebbe potuto accompagnare l’uomo fino alla morte, ma l’uomo cercava disperatamente un suo partner senza trovarlo. Il partner dell’uomo non poteva essere che fuori di un mondo mutevole, di un mondo nel quale l’uomo si sentiva prigioniero: «Forse s’avess’io l’ale… ». Il dolore del poeta aveva un fondamento metafisico. L’uomo è straniero nel mondo: desideri immensi lo agitano, lo ispirano pensieri sublimi, ma tutto nella vita è disinganno. La vita non offriva nulla di quanto aveva promesso e l’uomo aveva potuto sperare. Si può pensare che se avesse conosciuto l’amore, il poeta avrebbe vinto la pena? Di fatto egli stesso aveva detto che questa illusione può accompagnare l’uomo fino alla morte, ma rimaneva illusione. Nonostante tutto, egli chiedeva e voleva di più dalla vita, pretendeva che la vita avesse un senso, una ragione. Non credeva al progresso, non credeva che l’uomo avrebbe potuto vincere mai la natura nella sua bruta necessità, nel suo potere di distruzione. Nonostante che invocasse la morte, perché intollerabile gli era la vita, non poteva accettare che la morte fosse «l’unico obietto» della vita. Il desiderio di morire non era in lui che rifiuto della vita, perché la vita era peggiore della morte. Chi avrebbe potuto dare un senso alla vita? Se nulla, nessuno vi è al di là della natura- e la natura è dio – allora l’uomo diviene incomprensibile. Come la natura può aver prodotto lo spirito? L’uomo di fatto si sente, ed è, della natura più grande. Come la natura, che è necessità senza ragione, avrebbe potuto dare una ragione alla vita? Unico, in un mondo cieco e muto, l’uomo soltanto conosce: può avere una ragione a quanto egli fa, non può dare un senso a se stesso. Ma se la natura non è dio, allora una divinità malvagia, intesa soltanto al male, «a comune danno impera». L’uomo diviene rivolta disperata e impotente. Potrebbe lo sforzo dell’uomo, inteso a debellare questo potere occulto, avere successo? Nella Ginestra il poeta si fa banditore ed apostolo di questo proposito. L’unione degli uomini postulata da lui ha qualche accento cristiano, il fine di questa unione sembra invece satanico. In questo proposito il poeta è l’uomo di un tempo che aveva già conosciuto la ribellione prometeica. Tuttavia Leopardi non è così ingenuo da credere che anche la coalizione di tutti possa cangiare la sorte degli uomini. Al fondo di tutto vi è in lui una immensa pietà per gli uomini condannati irrimediabilmente al dolore, alla infelicità. Nel Canto del gallo silvestre il poeta contempla l’immancabile fine dell’universo e dice che prima che sia svelata la ragione del tutto, l’universo medesimo si dissolverà, ritornerà nel nulla. Rimane, e rimarrà sempre, il mistero. L’uomo sarà solo sino alla fine. Alle sue domande nessuno risponderà. Al contrario di integrarsi come parte di un tutto in una natura amica, il poeta si sentirà sempre più un estraneo e la natura indifferente e ostile. Sempre più si allontanerà dagli uomini, frivoli e vuoti. Arido diverrà il suo cuore; il suo linguaggio, amaro. Dirà a se stesso: «Non val cosa nessuna / moti tuoi». Egli ha conosciuto qualcosa di più terribile del dolore. Vi è nell’esperienza del poeta la testimonianza di quanto paventava Nietzsche per gli uomini quando si accorgeranno che Dio per loro è morto. Senza Dio l’uomo vive già l’infelicità del dannato, una infelicità senza lenimento. Certo, non è stato pacifico nel poeta il rifiuto della fede cristiana, potrà persino affermare al padre di non essere stato mai irreligioso, e sempre risorgente sarà in lui il dubbio della vita futura; tuttavia l’incapacità di affidarsi alla fede è veramente all’origine della sua infelicità. Si ha quasi l’impressione che la sua bestemmia volesse provocare Dio a uscire dal silenzio. Dio e nessun altro poteva infatti essere il vero partner dell’uomo. Leopardi anticipa il pensiero di alcuni celebri filosofi contemporanei; il suo pensiero che nasce da un’esperienza profonda di pena è ben altrimenti vivo. Il poeta meglio assai di quei filosofi ci insegna l’origine religiosa del dolore. La donna gli avrebbe forse dato una momentanea ebbrezza, ma non avrebbe saputo rispondere alla domanda più fonda del suo spirito, e nello spirito era la sorgente della sua infelicità. Il cammino del pastore nella notte fu il cammino del poeta. L’uomo fatto per Iddio in Dio solo può trovare riposo. La tragica esperienza del poeta è una riprova della verità delle parole di Agostino. Come in Dio è la beatitudine dell’uomo così nell’assenza di Dio è la sua infelicità.

U.S.F.P.V.

Publié dans:Letteratura italiana |on 16 juin, 2011 |Pas de commentaires »

Meditazione sulla Sequenza di Pentecoste o « aurea » [Molte parti di questa meditazione sono state tratte da "VIENI SANTO SPIRITO" di Giuseppe Manzoni]

dal sito:

http://www.pozzodigiacobbe.it/Home/Spirito_Santo/meditazioneSequenza.html

Meditazione sulla Sequenza di Pentecoste o « aurea »

[1. Molte parti di questa meditazione sono state tratte da "VIENI SANTO SPIRITO" di Giuseppe Manzoni ED. DEHONIANE ROMA a cui si rimanda per un maggiore approfondimento.]

Introduzione

La sequenza della Pentecoste fu chiamata « aurea » per la ricchezza del pensiero, per la grande devozione, per la bellezza poetica. Fu composta fra il 1150 e il 1250, forse da Stefano Langton, contemporaneo di Lotario dei conti di Segni, nato nel 1161, cardinale a 27 anni, papa a 37, nel 1198, col nome di Innocenzo III.
Ci sono, comunque, diversi critici che attribuiscono a Innocenzo III il Veni, Sancte Spiritus.
Meditiamo la’sequenza aurea’.

Vieni, Santo Spirito
manda a noi dal cielo
un raggio della tua luce

« Vieni, Santo Spirito », così inizia la sequenza della Pentecoste, chiamata « aurea » per la preziosità del pensiero teologico e biblico, la grandezza devozione, la bellezza poetica.

L’inizio della sequenza è caratterizzato dal quadruplice invito delle prime due strofe: « Vieni, vieni, vieni, vieni ».
Non sorge spontaneo, nella recita, l’ implorazione dell’effusione dello Spirito, un rinnovato battesimo, una nuova Pentecoste?
Il verbo « venire », ci ricorda la figura del Cristo che, incarnato, viene a noi (cf. Gv 1, 14) e dello Spirito « Paraclito »:  » Colui che chiamato, viene a noi », si effonde su di noi, penetra in noi? Così nell’incarnazione (Lc 1, 35) e nell’eucaristia con le due epiclesi: invocazioni al Padre perché effonda lo Spirito che trasforma il pane e il vino nel Cristo (prima epiclesi) e trasforma i nostri cuori, perché siano degni della comunione eucaristica (seconda epiclesi).
L’ implorazione inizia insistentemente, « vieni, vieni, vieni, vieni », si realizza così la promessa di Gesù di inviarci un altro Consolatore che « rimanga sempre con noi per sempre » (Gv 14,17; 14,26; 16;14).

« un raggio della tua luce ».
La « luce » è in rapporto diretto con la « vita »; è la prima realtà creata da Dio: « Sia la luce! » (Gen 1, 3).
Con la luce la bellezza del creato si mostra a noi. Nella luce abbiamo modo di vedere le cose, gustiamo i colori, la vita ci si presenta in tutto il suo splendore. In opposizione alla luce, nelle tenebre della notte tutto è nascosto, tutto si nasconde e tace. Alla luce dell’alba le creature si risvegliano e, se ne abbiamo fatto l’esperienza, possiamo ricordarne l’esplosione di gioia, tutto brilla e canta in allegria. Giovanni nel prologo dice del Verbo:  » In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini » (Gv 1, 4). Quando nasce un bambino, diciamo che è venuto alla luce.

Vieni padre dei poveri,
vieni, datore dei doni
vieni, luce dei cuori.

La preghiera autentica è animata da tante virtù, prima fra tutte la carità, quindi la fiducia, l’abbandono, la speranza, l’umiltà; con la preghiera, dinanzi a Dio ci riconosciamo bisognosi di aiuto, poveri. Il superbo, l’orgoglioso, l’egoista rifuggono la preghiera. Nella triplice invocazione, possiamo anche intravedere un appello alla presenza delle Persone trinitarie:

Vieni padre dei poveri! Lo Spirito procede dal Padre poiché « ogni buon regalo e ogni dono perfetto proviene dall’alto e discende dal Padre della luce  » (Gc 1,17).

Vieni, datore dei doni! Lo Spirito procede anche dal Figlio, per mezzo del quale « tutto è stato fatto », afferma S.Giovanni nel prologo, « e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste » (Gv 1,3)

Vieni, luce dei cuori! Lo Spirito è luce dei cuori, perché è « Spirito di verità » (Gv 14,17). Interior intimo meo, afferma S. Agostino, « Più intimo del mio intimo »; ci guida « alla verità tutta intera » (Gv 16,13) e ci ricorda tutto ciò che Gesù ci ha detto (cf. Gv 14,26), aiutandoci a realizzarlo nella nostra vita.

Consolatore perfetto,
ospite dolce dell’anima,
dolcissimo sollievo.

La vera consolazione viene solo da Dio. Lui è la roccia sicura ove rifugiarsi nei momenti della grande sventura. Dio, non solo dà sollievo al cuore, ma dà forza (conforto nel senso etimologico della parola), trasforma il cuore, libera e salva. « Ti amo, Signore, mia forza, – Signore, mia roccia, mia fortezza, mio liberatore, mio Dio, mia rupe, in cui trovo riparo; mio scudo e baluardo, mia potente salvezza » (Sal 18 (17), 2-3). Dio non elimina la nostra sofferenza, ma ce ne fa scoprire il significato misterioso e profondo.

Ospite dolce dell’anima!
Ha un particolare sapore di Paradiso. « Dio ci ha fatto dono del suo Spirito » ( 1Gv 4, 13). « E dove c’è lo Spirito del Signore c’è la libertà » (2Cor 3, 17); liberi dal rifiuto all’Amore, il peccato; ricolmi di gioia, di pace, di speranza, di vita, pregustiamo il Paradiso. La dolcezza dell’ospitalità di Dio la esprime nell’anima specialmente lo Spirito Santo; la esprime come un’esperienza profonda di pace, di gioia, di bontà, che scoglie ogni durezza di cuore, placa ogni turbamento e inquietudine, allieva il peso della croce e dona la gioia nel dolore. Scomparsa ogni paura, ogni tristezza, ogni angoscia, l’anima può realmente dire allo Spirito: « Dolcissimo sollievo…Dolcissimo sollievo! ».

Nella fatica, riposo
nella calura, riparo
nel pianto, conforto.

Abbiamo, sinora, parlato degli aspetti positivi e dolcissimi, del battesimo dello Spirito o effusione dello Spirito, ora consideriamo la debolezza umana: la fatica quotidiana, l’ardore delle passioni, il pianto della prova e del dolore. Considerando queste realtà, scaturiscono spontanee le implorazioni allo Spirito: Nella fatica, riposo, nella calura, riparo, nel pianto, conforto. Sentiamo in queste parole, l’eco delle parole di Gesù: « Venite a me voi tutti che siete affaticati ed oppressi, e io vi ristorerò » (Mt 11, 28). Noi siamo spesso stanchi ed affaticati sul piano morale e spirituale. Gesù ci ristora con la sua presenza, il ritrovarlo nella celebrazione dell’Eucaristia, nei sacramenti ci dà la forza di riposare. Nel pianto della nostra miseria morale nel confessionale, ci soccorre con la sua misericordia, ci conforta e ci rialza . Ricordiamo che l’umiltà è la via della carità. Farsi piccoli, essere poveri in spirito è attirare la compiacenza di Dio. « Su chi volgerò lo sguardo? Sull’umile e su chi ha il cuore contrito  » (Is 66, 2). « Chiedete e troverete…bussate e vi sarà aperto » (Mt 7, 7): il mistero della preghiera insistente, perseverante!…non perché pensiamo di essere esauditi per le molte preghiere; ma per la virtù che la preghiera ci fa esercitare: la fiducia, la speranza, la carità, l’umiltà. (cf. Lc 11, 5-8).

O luce beatissima,
invadi nell’intimo
il cuore dei tuoi fedeli.

E’ un’implorazione che sale dalle tenebre, nelle quali, senza la luce e la forza dello Spirito, siamo spesso sommersi. Brancoliamo nel buio di dubbi e di problemi non risolti; esperimentiamo il doloroso vuoto del cuore, privo d’amore, di gioia, di pace; il vuoto doloroso della vita priva di opere buone, di virtù. Imploriamo lo Spirito, perché ci illumini e ci guidi  » alla verità tutta intera » (Gv 16,13); ci aiuti a realizzarla nella nostra vita: « (lo Spirito) vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà ( vi aiuterà a realizzare) tutto ciò che vi ho detto » (Gv 14,26). Preghiamo per tutti quelli che lo ignorano, lo rattristano o addirittura l’hanno spento nella loro vita. Preghiamo col grande Manzoni nella Pentecoste: « Noi t’imploriam! Placabile Spirito discendi ancora, ai tuoi cultor propizio, propizio a chi t’ignora … ».

Senza la tua forza,
nulla è nell’uomo,
nulla senza colpa.

Fare l’umile esperienza della debolezza umana, della nostra impotenza, nonostante i buoni propositi, le sincere intenzioni; debolezza e impotenza non solo nelle azioni, ma anche nei pensieri, nell’amore: accettare con umiltà e semplicità questa situazione, è una garanzia del nostro cammino verso Dio. Pietro disse a Gesù:  » Signore, insieme a te sono pronto a subire il carcere e anche la morte » (cf. Lc 22, 33). Pietro è indubbiamente sincero, ma Gesù sa che cosa c’è nel cuore dell’uomo e non ha bisogno che alcuno glielo dica (cf. Gv 2, 24-25), « Non ora, Pietro, ora non puoi seguirmi, mi seguirai più tardi » (cf. Gv 13, 36).

Lava ciò che è sordido,
bagna ciò che è arido,
sana ciò che sànguina.

L’ uomo senza lo Spirito è nulla, è dolore, è colpa. Il « nulla » ci richiama, il deserto, l’abisso, il peccato. Scegliamo la via dell’umiltà, della carità, del semplice abbandono; « Beati i puri di cuore » (Mt 5, 8). Preferiamo alla speculazione, la contrizione del cuore, che purifica e la contemplazione che porta all’unione d’amore. Dio « non è lontano da ciascuno di noi », dice Paolo agli Ateniesi. « In lui, infatti, noi viviamo, ci muoviamo ed esistiamo. Di lui stirpe noi siamo » (At 17, 27-28). Perché il nostro sguardo sia limpido, curiamo la purificazione del cuore. « Crea in me, o Dio, un cuore puro…Un cuore affranto e umiliato tu, o Dio, non disprezzi » (Sal 51(50), 12-19).

Piega ciò che è rigido,
scalda ciò che è gelido,
drizza ciò ch’è sviato.

Lo Spirito Santo fa suoi i nostri limiti, le nostre imperfezioni, le nostre impotenze, perfino i nostri peccati….
« Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza » (Rm 8, 26). Lo Spirito completa ciò che in noi è incompleto, perfeziona ciò che in noi è imperfetto, purifica ciò che in noi è impuro, sana ciò che in noi è malato. Missione dello Spirito è trasformare il nostro cuore inaridito e indurito, secondo la promessa-profezia di Ezechiele: « Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati. Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne » (Ez 36, 25-26). Maria è la più valida collaboratrice dello Spirito Santo. Preghiamo Lei, porta del cielo… preghiamo Lei che interceda per noi peccatori e le chiediamo: Piega ciò che è rigido, scalda ciò che è gelido, drizza ciò ch’è sviato.

Dona ai tuoi fedeli
che solo in te confidano
i tuoi santi doni.

La prima generosità che lo Spirito ci domanda è la totale fiducia in lui, l’abbandono totale. Noi ci abbandoniamo a Lui, consapevoli che non siamo stati noi per primi « ad amare Dio; ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati » ( 1Gv 4, 10) e « Ci ha fatto dono del suo Spirito ». « Abbiamo noi riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi « ? (1Gv 4, 16). Il lavoro, gli impegni, sono quelli di sempre; ma interiormente e anche esteriormente c’è qualcosa di nuovo, di molto importante. Il santo timore di Dio o amoroso rispetto per il Padre nostro celeste, la coscienza della nostra piccolezza e l’esperienza della maestà divina (Sal 139 (138)). La fortezza che ci permette di combattere con le armi stesse di Dio, la fede, la speranza, la carità, la preghiera. Il consiglio che, dono dello Spirito, dà all’anima la capacità dell’ascolto interiore, le fa cogliere la Voce che parla nel più intimo del suo intimo: Interior intimo meo, scrive S. Agostino. Impariamo a distinguere, nella nostra vita, le sfumature più delicate, quello che piace o dispiace a Dio. « Il Consolatore, lo Spirito Santo, vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto » (Gv 14, 26). La pietà ci fa sperimentare la tenerezza paterna di Dio verso di noi, suoi figli. La scienza ci fa vedere le creature con l’occhio di Dio. La sapienza ci dà il gusto di Dio, delle realtà divine, tutte le realtà di questo mondo, senza riferimento a Dio, risultano insipide.

Dona virtù e premio
dona morte santa,
dona gioia eterna.

La sequenza aurea si era aperta con una visione di cieli lontani dai quali imploravamo « Vieni…vieni…vieni…vieni… »: quattro implorazioni. Ora si chiude nella pace e nella sicurezza del dono. Si ripete, in conclusione, il verbo’donare’ . Ricordiamo, allora, le parole di Paolo nella lettera ai Romani: « Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare (tanto meno che cosa sia conveniente fare), ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili; e colui (il Padre) che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito, poiché egli intercede per i credenti, secondo i disegni di Dio » (Rm 8, 26-27)!. Così lo Spirito trasforma tutta la nostra vita per il tempo e per l’eternità. Sì lo credo, lo spero, ne sono sicuro, per il tempo e per l’eternità.

Publié dans:Inni, Letteratura italiana |on 5 juin, 2011 |Pas de commentaires »

Beatrice il teologo: Filosofia e poesia nel quarto canto del «Paradiso» (Inos Biffi)

DA L’OSSERVATORE ROMANO
31 ottobre 2009

http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/cultura/252q04a1.html

Filosofia e poesia nel quarto canto del «Paradiso»

Beatrice il teologo

di Inos Biffi

Dopo l’incanto di fronte alla figura di Piccarda e la dolcezza della lenta melodia dell’ »Ave Maria », Dante si ritrova la mente assillata da alcune incalzanti e ardue questioni:  tutto il quarto canto del Paradiso è impegnato alla loro esposizione e soluzione, rivelando nel poeta tutta la competenza e la sottigliezza del filosofo e del teologo. Nel Convito (ii, xii, 7) Dante ricorda di essere andato « là dove (la filosofia) si dimostrava veracemente, cioè ne le scuole de li religiosi e a le disputazioni de li filosofanti », ossia presso i domenicani di Santa Maria Novella, o i francescani a Santa Croce, o gli agostiniani a Santo Spirito.
Si tratta, in questo canto iv del Paradiso, di versi prevalentemente didascalici, « astratti » e non poco ardui, inseriti quasi come un intermezzo dottrinale nel consueto svolgimento narrativo e lirico del poema; anche se l’ispirazione e l’immagine non si spengono e continuano ad animare le distinzioni proprie di una lezione « scolastica ».
Il poeta è assalito da due dubbi:  non li esprime, ma si possono chiaramente leggere sul suo volto – « ‘l mio disir dipinto / m’era nel viso » (vv. 10-11) – e intuire dal suo silenzio. Egli non sa decidere quale manifestare per primo. E, per descrivere la propria condizione, in cui aveva la libertà imprigionata, e perciò non meritevole di rimprovero, ricorre a tre esempi.
Anzitutto, si paragona a chi si trovi « intra due cibi », a identica distanza e attraenti allo stesso modo, e quindi destinato a morire di fame per l’impossibilità di scegliere. Con una « figura rovesciata (dal soggetto all’oggetto delle brame) », come sottolinea Chiavacci Leonardi, Dante ricorre a un secondo esempio, equiparandosi a un agnello che, « intra due brame / di fieri lupi » (vv. 4-5), assalito da uno stesso timore, non saprebbe da quale dei due fuggire. A dire la sua irresolutezza nel terzo esempio il poeta si assimila a un cane fermo e indeciso  tra  due  daini:  « un cane intra due dame » (v. 6).
Ma ecco intervenire Beatrice a leggere nell’intimo di Dante, a interpretarne i segreti desideri e a scioglierne le questioni inespresse, che con uguale stimolo pulsano in lui e ne angustiano lo spirito. Sarà lei stessa a enunciarli.
Il primo dubbio, dal quale l’animo del poeta – appassionato di giustizia – è tormentato, riguarda la condizione di Costanza:  se si mantenne integra e inalterata la sua volontà di consacrazione; « se ‘l buon voler dura » (v. 19) – infatti, « non fu dal vel del cor già mai disciolta » (Paradiso, iii, 117) – come mai, per colpa di un altro, la misura del suo merito si trovò ridotta?
Il secondo dubbio attiene alla destinazione delle anime dopo la morte:  parrebbe che esse ritornino alle stelle, da cui sono discese sulla terra a incarnarsi, secondo « la sentenza di Platone » della loro preesistenza, che è però in contrasto con la fede cristiana, per la quale le anime non preesistono, ma sono immediatamente create da Dio di volta in volta.
Beatrice incomincia a risolvere il secondo e più insidioso quesito che inquieta Dante. Tutti, essa spiega – dal Serafino che più si immerge in Dio (« s’india », v. 28), ai più grandi santi (siano Mosè, o Samuele, o i due Giovanni e la stessa Vergine), agli spiriti incontrati nel cielo più basso della Luna – hanno per sempre i loro seggi nello stesso cielo, l’Empireo, in un pieno appagamento, anche se differisce la gradazione della loro beatitudine a secondo dell’esperienza che, secondo i loro meriti, essi fanno dello Spirito di amore, che pure tutti li pervade.
Citiamo la terzina che Chiavacci Leonardi definisce dall’ »andamento glorioso e disteso »:  « tutti fanno bello il primo giro, / e differentemente han dolce vita / per sentir più e men l’etterno spiro » (vv. 34-36). Dante, particolarmente, in questo canto sa soffondere di poesia anche le questioni scolastiche e i ragionamenti più sottili, nei quali era perfettamente esperto.
Spiega Beatrice:  i beati incontrati appena sopra, in realtà, dimorano, come tutti gli altri, nel « primo giro ». Essi appaiono come figure sensibili nel cielo lunare, che, tra tutti i cieli, è il meno elevato, a mostrare che nella sfera spirituale (l’Empireo) essi si trovano nella sfera meno elevata, « che ha men salita » (v. 39). D’altra parte, è proprio della conoscenza umana partire dal mondo sensibile e « raffigurato », per rappresentare e comprendere il mondo invisibile. Il nostro « ingegno », scrive, « solo da sensato apprende / ciò che fa poscia d’intelletto degno » (vv. 41-42). Dante traduce elegantemente in questi versi la sentenza scolastica:  « Nulla si trova nell’intelletto, che prima non abbia dimorato nelle realtà sensibili ». Del resto, prosegue Beatrice, « avendo inizio dai sensi ogni nostra conoscenza », anche nella Scrittura le realtà divine e spirituali, così come il mondo angelico, vengono raffigurate mediante metafore e immagini corporali.
Ed è la differenza rispetto alla dottrina del dialogo platonico del Timeo:  le anime non tornano nel cielo della Luna, dopo esserne discese, e non vi dimorano; soltanto si mostrano in figura, se pure lo stesso pensiero di Platone non vada inteso in modo letterale, ma come un mito. Quel pensiero non mancherebbe di qualche verità – di « alcun vero » (v. 60), – e sarebbe degno di apprezzamento, se intendesse affermare sull’uomo, salvo il suo libero arbitrio, un influsso astrale; solo che, « male inteso » (v. 61), è giunto denominare e a venerare gli astri come divinità.
Il secondo dubbio, che turba Dante, è meno pericoloso e meno compromettente – « ha men veleno » – continua Beatrice. Al poeta non sembra giusto attribuire un minor merito, nel caso in cui una violenza sia subita, come nel caso di Costanza. In realtà, che la giustizia divina, inaccessibile alla comprensione umana, appaia ingiusta al giudizio umano « è argomento / di fede » (vv. 68-69), ed è coerente con la persuasione della Scrittura, secondo quanto afferma Paolo sugli « insondabili » giudizi di Dio e sulla inaccessibilità delle sue vie (Romani, 11, 33). Anzi, la stessa ragione umana è in grado di avvertire che non è ingiusto quel minor merito. E Beatrice lo spiega in una serie di concetti espressi in versi laboriosi, in cui « prorompe il grande inno alla libera volontà dell’uomo » (Chiavacci Leonardi), che, secondo la stessa dottrina di Aristotele, per il quale la libertà di chi subisce rimane intatta, se non concede assolutamente nulla « a quel che forza » (v. 74). « Volontà, se non vuol, non s’ammorza » (v. 76), afferma Beatrice, com’è del fuoco, che, pur compresso, si leva sempre verso l’alto, mentre le anime appena incontrate dal poeta, sia pur con riluttanza, non tornando al chiostro, hanno accondisceso alla violenza e non hanno conservato una volontà intatta, a differenza di san Lorenzo sulla grata o di Muzio Scevola con la mano sul braciere. D’altronde, – riconosce Dante – « così salda voglia è troppo rada » (v. 87).
Ma il poeta è intricato da un’altra difficile questione, inespressa e che da solo non riuscirebbe a sciogliere. Unita « al primo vero », nessun’anima potrebbe dir bugie. Ora, secondo l’affermazione di Piccarda, « l’affezion del vel Costanza tenne » (v. 98), e questo sembra smentire l’affermazione di Beatrice, che la volontà di Costanza non fu perfetta. In realtà, sia Piccarda sia Beatrice dicono il vero. Costanza, infatti, se in senso assoluto non ha accondisceso al male, tuttavia, pur contro la sua volontà – « contra grato » (v. 101) – in senso relativo vi ha aderito, scegliendo il minor male, con la conseguenza di una mescolanza tra costrizione e adesione. In quelle condizioni – afferma Dante – « la forza al voler si mischia » (v. 107). Un consenso, perciò, non è mancato, anche se emesso nel timore che dal rifiuto provenisse un male maggiore:  « in quanto teme, / se si ritrae, cadere in più affanno » (vv. 110-111). Ora, mentre Piccarda, parlando del « vel del cor » (Paradiso, iii, 117), si riferiva alla « voglia assoluta » (v. 113), Beatrice si richiama alla volontà condizionata e relativa, che non scusa totalmente dalla colpa, e può concludere che « ver diciamo insieme » (v. 114).
Tutte quelle riflessioni, fluenti copiosamente, come le onde di un « santo rio » (v. 115), dalla fonte di ogni verità – la sapienza di Dio rappresentata da Beatrice – placano la mente e acquietano i desideri del poeta, che riconosce di non poter manifestare adeguatamente la propria gratitudine per le parole di quella donna divina – amata dal primo amore (« amanza del primo amante », v. 118) – che tanto lo riscaldano e lo ravvivano.
Ma ecco riaccendersi in Dante la sete dell’intelletto, che Dio solo, sorgente della verità, può esaurientemente illuminare e appagare. Scrive il poeta:  « già mai non si sazia / nostro intelletto, se ‘l ver non lo illustra / di fuor dal qual nessuno vero spazia » (vv. 124-126). E quando questo avviene – e può avvenire (« giugner pollo », v. 128), perché sarebbe impensabile che il naturale desiderio umano di verità resti incompiuto – l’intelletto si riposa, simile a una fiera nella tranquillità della sua tana.
Per Dante, come per Tommaso d’Aquino, l’intima aspirazione dell’uomo alla verità non può restare insoddisfatta; altrimenti essa sarebbe, inammissibilmente, vana. Per l’uno e l’altro la persuasione è identica, ed è profondamente teologica:  nel suo intimo l’uomo aspira alla Verità – e quindi a Dio, dal quale essa scaturisce – e tale aspirazione non può andar delusa.
Il poeta rende l’incessante desiderio di verità, insito nell’uomo, e il suo progressivo ascendere di tappa in tappa – « di collo in collo » (v. 132) -, con la felice immagine del pollone, che butta e rampolla ai piedi di una pianta:  « Nasce (…) a guisa di rampollo, / a pié del vero il dubbio » (vv. 130-131). Per questo egli osa porre con deferenza alla sua guida ancora una domanda su una questione che gli risulta oscura, cioè se sia possibile soddisfare con altri beni un voto inadempiuto.
A questa domanda Beatrice si volge a Dante con uno sguardo così amoroso e così pervaso di luce divina, da non riuscire a sostenerlo e restare smarrito:  « con gli occhi pieni / di faville d’amor così divini / che (…) quasi mi perdei con li occhi chini » (vv. 139-142).
È ricorrente nel poema questo smarrimento di fronte all’ »eccesso » divino di luce e di amore, che lo investe. E forse si tratta di esperienze vere e singolari, e non soltanto di pure descrizioni letterarie.
Vediamo, in ogni caso, che anche negli articolati ragionamenti e nelle accurate distinzioni filosofiche e teologiche, che si snodano come materia del canto, non cessano gli accenti lirici e il fascino delle immagini, che contrassegnano tutta la poesia di Dante.

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