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16 GIUGNO 2013 | 11A DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO C : LECTIO DIVINA SU: LC 7,36-8,3

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 16 GIUGNO 2013  | 11A DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO C  |  PROPOSTA DI LECTIO DIVINA

LECTIO DIVINA SU: LC 7,36-8,3

Oggi la parla di Dio ci obbliga ad affrontare un tema scomodo nella vita cristiana: la prima lettura ci ha parlato senza veli del peccato di Davide, un adulterio segnato dall’assassinio; il vangelo ci ha ricordato l’incontro di Gesù con una donna, conosciuta per la sua vita peccaminosa. Bisogna segnalare con quanta naturalezza si menziona nella Bibbia il peccato degli uomini; sembrerebbe che Dio non si scandalizza di ciò, come pure Gesù non si scandalizzò davanti ai gravi peccati di una donna. Non è tipico di Dio sorprendersi davanti al peccato degli uomini; il suo compito consiste precisamente di perdonarli. E questo lo fa divinamente.
Senza dubbio, inclusi noi che lo sappiamo, stiamo vivendo come se non commettessimo nessun peccato; ci scandalizziamo -molto- dei peccati degli altri, come il fariseo, questo per non cadere nella conoscenza dei propri. Il peccato personale è una realtà che con più efficacia stiamo dimenticando nella nostra vita cristiana. A furia di fare silenzio sopra questo, crediamo di averlo superato. Discolpandoci facilmente, ci crediamo esserci liberati di lui. Non considerandoci molto cattivi, vediamo maggiormente il male attorno a noi. La parola di Dio desidera, oggi, farci ricordare della sua esistenza e, soprattutto, avvertirci di quanto noi stiamo perdendo, perdendo cioè la coscienza della sua presenza tra di noi.

7.36 In quel tempo, un fariseo chiese a Gesù di andare a pranzo da lui. Gesù entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola. 37 E una donna della città, una peccatrice, sapendo che Gesù stava mangiando in casa del fariseo, venne con un’ampolla di profumo 38stando dietro, ai suoi piedi, piangendo, cominciò a bagnarli con le lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di olio profumato. 39Al vedere questo, il fariseo che l’aveva invitato disse:
« Se costui fosse un profeta, saprebbe che questa donna che lo tocca è una peccatrice ».
40 Gesù prese la parola e disse: « Simone, ho una cosa da dirti. »
41 Gli rispose: « Dimmi, maestro. »
Gesù gli disse:
« Un creditore aveva due debitori: uno gli doveva cinquecento denari, l’altro cinquanta. 42 Come non avevano nulla da pagare, li ha perdonati entrambi. Dunque, chi di loro lo amerà di più »?
43 Simone gli rispos: « Suppongo quello cui ha condonato di più ».
Gesù gli disse: « Hai giudicato bene ».
44 E volgendosi verso la donna, disse a Simone:
« Vedi questa donna? Quando sono entrato in casa tua, non mi ha messo l’acqua per i piedi, lei, però, ha lavato i miei piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. 45Tu non mi hai baciato, lei, però, dal momento che è entrata, non ha cessato di baciarmi i piedi. 46Tu non mi hai cosparso il capo di olio; lei, tuttavia, ha unto di profumo i miei piedi. 47Per questo ti dico: i suoi molti peccati sono perdonati, perché ha molto amato, ma a colui che si perdona poco, ama poco « .
48 E disse a lei: « I tuoi peccati sono perdonati ».
49 Gli altri ospiti cominciarono a dire tra sé: « Chi è costui che perdona anche i peccati »?
50 Gesù disse alla donna: « La tua fede ti ha salvato, va’ in pace. »
8.1 Dopo questo andava camminando di città in città e di villaggio in villaggio, predicando il vangelo del regno di Dio con lui; lo accompagnavano i Dodoci 2e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità: Maria di Magdala, dalla quale erano usciti sette demoni, 3Giovanna, moglie di Cusa, amministratore di Erode; Susanna e molte altre, che li assistevano con i loro beni.
 1. LEGGERE: capire quello che dice il testo facendo attenzione a come lo dice

L’episodio dell’unzione di Gesù nella casa del fariseo, benché conta similitudini nella tradizione evangelica (Mc 14,3-9; Mt 26,6-13; Gn 12,1-8), è tipicamente lucano. L’evangelista non lo ha collocato precedendo la cronaca della passione; non lo riconosce come suo annuncio e prefigurazione; lo narra immediatamente dopo che Gesù ha risposto al rimprovero di essere amico dei peccatori e del buon cibo (Lc 7,34). L’episodio ratifica così la sua predilezione per i peccatori e, allo stesso tempo, la giustifica: convive con i peccatori perché i peccatori ritornino a Dio; non li allontana perché cerca di perdonarli.
Apre la narrazione, l’invito a pranzo da parte di un fariseo; un fatto insolito nella vita di Gesù; non perché sia inusuale che Gesù partecipi ai banchetti, ma perché questo lo ha preparato un fariseo. Si chiude con un’altra annotazione altrettanto inusuale: la ‘compagnia’ del Gesù predicatore del regno e guaritore degli infermi, includeva molte donne che finanziavano la sua peregrinazione di città in città. Più sorprendente sarà il comportamento di Gesù, che accetterà di essere invitato a casa d’altri per essere unico protagonista.
La narrazione è -basicamente- l’atto notarile di un dialogo mantenuto, nel quale Gesù ha sempre l’iniziativa. Simone non capisce: né l’attuazione trascendente della peccatrice, né molto meno l’acquiescenza di Gesù. A questa obiezione non manifesta, Gesù risponde direttamente con una parabola. Simone tenderà dare una soluzione. E la indovina: chi più è stato perdonato sarà il migliore amante. Gesù non perde tempo e applica quello che Simone ha appreso dalla sua propria situazione. Egli non è capace di amare tanto come la peccatrice, perché pensava di non aver avuto bisogno del perdono. Gesù interpreta l’inaspettata ed esagerata ospitalità che aveva ricevuto da parte di chi non lo aveva invitato, come un grande atto di amore; e quanto grande è l’amore dato, maggiore è il perdono concesso. Decisivo per Gesù non è -dunque- se uno ha peccato (nel racconto non si pone in dubbio l’identità della peccatrice pubblica della donna); decisivo è quanto lo si ama. Di seguito, Gesù proclama due volte il dono del perdono.
Coloro che non crede necessario il perdono, perché pensano di essere giusti, si scandalizzano. E non gli manca la ragione: solo Dio può perdonare. Questa volta Gesù non entra a discutere le opinioni dei suoi antagonisti. Considera l’attuazione amorosa della peccatrice come un atto di fede: un amore che accoglie Gesù con gratuità e senza misura, merita il suo perdono e la pace. Non basta, perciò, invitare Gesù a condividere la nostra tavola; dovremo consumare i nostri beni per mantenerlo con noi. Il nostro peccato, più che un ostacolo, sarà motivo di incontro con il Salvatore amato.
 2. MEDITARE: applicare alla vita quello che dice il testo!

La scena è centrata sul perdono, non chiesto apertamente, di una peccatrice pubblica: l’incontro è casuale, però non senza risultati: chi necessita del perdono, lo ottiene. Gesù non è andato all’incontro della peccatrice, è lei che va alla sua ricerca, carica di profumo. Gesù sta sempre al centro dell’episodio: il fariseo e la peccatrice sono identificati per la loro diversa -e contrastante- postura davanti a lui. Simone, dunque, lo invita a casa sua, lo sollecita; la donna, benché non sia stata invitata, fa da anfitriona. Il fatto esemplifica due forme di ‘tenere’ Gesù : pregandolo che venga a visitarci o accoglierlo dove vuole che lo si incontri.
Come è usuale in Luca, questo tema centrale va chiarito per altri motivi: tenere Gesù in casa come invitato non consegue la sicura salvezza. Non basta dargli ospitalità se non gli si concede fiducia totale. Per ottenere il suo perdono occorre più che una semplice convivenza; per sentirsi perdonato occorre sentirsi peccatore e, soprattutto, sapere amare in concreto, con immaginazione e con sicuro coraggio, offrendo quello che gli altri negano: ciò è dovuto.
Chi più si sente perdonato, più saprà amare. L’amore che nasce dal perdono è quello che salva. Gesù non si mette a discutere sopra il suo potere con quelli che hanno dei dubbi su di lui. Lo offre a chi si sente in debito d’amore con lui.
I ‘buoni’ continuano perdendosi nei loro dubbi ‘teologici’ e perdono l’opportunità di sapersi perdonati e, pertanto, di sentirsi amati da Gesù. Quelli che sanno di aver perso Dio sanno che possono riottenerlo se si lasciano amare da Cristo Gesù.
L’invito che ricevette Gesù per mangiare nella casa di un fariseo, gli diede l’opportunità di incontrarsi con due persone molto differenti, una che si credeva giusta e l’altra che si sapeva peccatrice. Gesù lascia che entrambi si comportino come meglio credano. Chi si crede giusto, condanna la peccatrice pubblica e dubita di Gesù. La donna che riconosce il suo peccato, un peccato che tutti nella città sapevano, si sente in debito e si annulla per servire Gesù, senza importargli degli altri. L’uno si allontana da Gesù perché non è sufficientemente buono, come per evitare il contatto delle persone cattive. L’altra accorre verso Gesù perché sa che non è sufficientemente buona. Il modo di avvicinarsi a lui li identifica quantunque desiderino di averlo come invitato. Simone non desiderava Gesù, perché niente di buono sperava da lui; la donna, che conosceva il suo peccato, non dubita a dargli quello che di meglio aveva e lo da gratuitamente, senza chiedere nulla in cambio.
E Gesù risponde alle due situazioni narrando una parabola, la cui morale è facile capire: ama di più chi si sente più perdonato: il debitore è più grato verso chi gli ha saldato il maggior debito. Ama di più chi è stato maggiormente perdonato. E per essere più perdonato bisogna sentirsi più peccatore.
Potrebbe essere utile esaminare con quali dei due personaggi ci sentiamo più identificati. Credere che le parole di Gesù furono una forma ingegnosa di tacere una pretesa giusta e di difendere un peccato confesso, sarebbe ingannarsi. La parabola di Gesù pone allo scoperto la nostra insensibilità davanti al suo amore e la nostra illusione quando affermiamo di non avere peccati da confessare. Somigliamo un po’ tutti più al fariseo che alla peccatrice: Dio voglia che il Vangelo di oggi ci restituisca il senso del peccato, senza aumentare il nostro rossore per essere dei peccatori!
Non dobbiamo dimenticare che per mantenere un debito di amore con Gesù, bisogna avere dei peccati per essere così perdonati. Ci sentiremo amati, quando ci sentiremo perdonati e ci perdonerà quando riconosceremo di aver peccato.
Il fariseo è la figura di tutti quelli che credono di adempiere alla volontà di Dio; è il credente che, facendo riferimento alla tradizione, la quale afferma che ci si deve comportare da buona persona, crede di aver servito Dio. Così è sempre facile sentirsi nel giusto: basta non fare del male a nessuno, senza importarci se facciamo del bene o non lo facciamo a qualcuno. Il fariseo è la figura del credente che, per credersi più buono, si crede in diritto di giudicare tutti quelli che non vivono alla sua maniera. Posto che uno servi Dio, ugualmente, chi non assomiglia a lui, per forza deve essere cattivo. L’uomo che si crede migliore condanna tutti quelli che fanno tutto ciò che lui non comprende.
E questo è il peccato più frequente dei buoni cristiani. La donna, in cambio, è la personificazione di tutti quelli che sono condannati per quello che fanno, per come vivono, per essere differenti, per essere più liberi. Se prima non le preoccupava che fosse conosciuta a tutti la sua vita peccaminosa, poco meno adesso le importerà che sia resa pubblica la sua prova di affetto verso Gesù. Si sente debitrice del suo perdono; questo è quello che conta: osa sfidare i benpensanti, perché Gesù le ha fatto del bene, l’ha resa buona.
Richiama l’attenzione il fatto che Gesù difenda la peccatrice senza negare al fariseo che fu realmente una peccatrice. Non è importante per Dio vivere senza peccato. Chi potrà vivere senza commettere alcun peccato? L’importante è che ci si riconosca peccatori affinché si possa essere perdonati. Di cosa deve essere perdonato chi non chiede il perdono? solo chi conosce il suo debito, conoscerà la gioia di saperlo condonato. Gesù ci insegna che non siamo più felici perché ci crediamo già buoni: se abbiamo dimenticato che pecchiamo, che offendiamo tante volte Dio e il prossimo, iniziando da quelli a noi più vicini, non possiamo affermare di non sentire l’amore di Dio su di noi. E’ sintomatico che un’epoca che ha perso il sentimento del peccato, sta perdendo anche la capacità di amare e di sentirci amati. Non è difficile credere che siamo amati da Dio, perché lo abbiamo servito, ma ci sentiamo liberi, talmente tanto da non rispondere davanti a Lui dei nostri atti e quelli dei nostri fratelli. Sapersi peccatori è la condizione sine qua non di sapersi perdonato: il debitore che, conoscendo il suo debito sa di essere stato perdonato, conoscerà maggior allegria che quello che non sapendo di tenere debiti, ugualmente godrà della gioia della sua liberazione. Non stiamo condannando noi stessi i ‘buoni’, all’insoddisfazione più radicale, stiamo allontanando da noi la felicità di saperci amati da Dio, perché ci illudiamo di non avere bisogno del suo perdono. E chi non vive felice, non può permettere che la felicità sia patrimonio di chi vive con lui e condivide la fede: come il fariseo, solo per crederci migliori degli altri, non possiamo comprendere che Dio li ami e arriviamo a dubitare di Lui, solo perché ha desiderato perdonare i nostri debiti, quelli che abbiamo confessato.
Un credente che vive dubitando del suo peccato, non tarderà di dubitare del suo Dio, perché non potrà sentirsi amato da Lui. In verità: non ci serve un Dio che non ci ama più in là delle nostre mancanze. Però dimentichiamo che viene perdonato solo colui che riconosce il bisogno del perdono. Per paradossale che possa sembrarci, solamente è felice, amato da Dio, chi conosce i suoi peccati e non li nasconde a Lui. Se la nostra virtù dirada, contiamo per lo meno e sempre sulla nostra debolezza per guadagnare di nuovo l’attenzione di Dio. Desideriamo prove dell’esistenza di Dio, vogliamo sentirlo vicino alla nostra vita? Confessiamo i nostri peccati e la nostra impotenza, senza vergognarci. Nessuno come Lui sa perdonarci, nessuno come Lui è pronto a dimenticarsi delle nostre mancanze. Egli non ci fa mai mancare il suo amore e la sua attenzione. Per questo viene al nostro incontro Cristo Gesù. Perciò e per questo vive il nostro Dio.


 JUAN JOSE BARTOLOME sdb

9 GIUGNO 2013 | 10A DOMENICA – LECTIO DIVINA SU: LC 7, 11-17

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9 GIUGNO 2013  | 10A DOMENICA – TEMPO ORDINARIO C  |  PROPOSTA DI LECTIO DIVINA

LECTIO DIVINA SU: LC 7, 11-17

Gesù realizza questa volta uno stupendo miracolo: la resurrezione del figlio della vedova, senza esigere la fede della donna, ma solamente per compassione. Non ha mancato di intervenire al desiderio della madre, perché Gesù non ha resistito alla sua necessità di essere misericordioso. Per questo il popolo riconoscerà attonito che Dio è l’unico che può dare la vita e ha riconosciuto nella sua benevolenza la figura del profeta. Gesù non ha pregato Dio in privato, come Elia, per il ritorno alla vita del giovane; lo ha fatto pubblicamente: una tale vittoria sopra la morte la si può riconoscere solamente dall’elogio a Dio.
Per vivere glorificando Dio basta sapere che, compassionevole davanti ai nostri mali, Egli non aspetta che gli chiediamo il suo intervento. Sembrerebbe uno strano cammino, però è necessario recuperare l’impegno di pregare Dio. Bisogna recuperare la salvezza che ci porta Gesù; ma non sempre sarà necessario che gli chiediamo la guarigione; basterebbe come fece a Nain, che riconosciamo la nostra incapacità di sostenere la vita solamente con i nostri mezzi. E per convincere Dio a intervenire, bisogna che riconosciamo la necessità del suo aiuto.
In quel tempo Gesù camminava 11 in una città chiamata Nain, con i suoi discepoli e una grande folla lo seguiva. 12 Quando si avvicinò all’ingresso della città, incontrò un corteo funebre, di un figlio unico di madre vedova, e molta gente della città era con lei.
13 Quando il Signore la vide, ne ebbe compassione e disse: « Non piangere ».
14 Si avvicinò alla bara, la toccò (i portantini si fermarono) e disse: « Ragazzo, ti dico, alzati! ».
15 Il morto si mise a sedere e cominciò a parlare, e Gesù lo diede a sua madre.
16 Tutti, presi da timore, glorificavano Dio, dicendo: « Un grande profeta è sorto tra noi. Dio ha visitato il suo popolo « .
17 La sua fama si diffuse in tutta la regione e l’intera Giudea.

 1. LEGGERE: capire quello che dice il testo facendo attenzione a come lo dice
Dopo aver narrato della guarigione del servo del centurione, un moribondo senza speranza (Lc 7,1-10; cf 2 Re 5,1-14; Eliseo) l’evangelista presenta Gesù che può anche resuscitare un morto (Lc 7,11-17; cf 1 Re 17,20-24; Elia) Il miracolo non ha corrispondenza nella tradizione evangelica, che conosce solo altri due casi di resurrezioni (la figlia di Jairo: Lc 8,40-42. 49-56; Lazzaro: Gn 11) Luca mostra la sua preferenza, combinare il miracolo a favore di un uomo e un altro in favore di una donna, ambedue socialmente emarginati: un pagano e una donna vedova. Tutte e due i miracoli confermano che attraverso il gesto di Gesù, Dio visita il suo popolo (cf Lc. 4,25-27); di fatto il popolo, testimone di ambedue i prodigi, riconosce che Gesù è un grande profeta, riconoscimento che si divulga in Galilea e in Giudea.
La differenza tra i due episodi ci pone davanti a questo suo potere senza precedenti, un potere che Gesù ci mostrò in ambo i casi; una espressione chiarissima della sua assoluta gratuità. Il miracolo che ottenne il pagano fu la conseguenza della sua fede nelle parole di Gesù, la resurrezione del figlio della vedova, si realizzò, in cambio, grazie ad una iniziativa personale di Gesù. In ambedue i casi il relatore sottolinea che i discepoli accompagnavano Gesù; quello che importa è la folla. La sua presenza è avvertita ripetutamente: sarà il popolo, non il suo seguito, che scoprirà Dio nella presenza di suo Figlio.
Il fatto luttuoso accaduto nella vita di un piccolo villaggio, è stato raccontato con rapidità e realismo. L’entrata di Gesù a Nain coincide con l’uscita di un funerale. La narrazione sottolinea l’iniziativa di Gesù, chiamato per la prima volta nel Vangelo: Signore (Lc 7.13), che vede la vedova e il suo stato di bisogno, perciò sente compassione, si avvicina alla feretro tocca il morto, gli ordina di alzarsi e lo consegna a sua madre. Gesù ha sanato senza guardare la fede della madre, però obbliga il figlio all’obbedienza. E’ il primo trionfo del Signore sopra la morte. Nessuno lo aveva chiesto; nessuno immaginava che Gesù avesse un tale potere, un potere riservato solo a Dio. Non fu per la necessità della madre e neppure per la sua misura di fede, ma unicamente per la commozione di Gesù, per la sua compassione verso la donna, che portò a rivelare questo potere tanto divino.

 2. MEDITARE: applicare alla vita quello che dice il testo!
Per comprendere il miracolo operato da Gesù bisogna conoscere la situazione sociale di una vedova in Israele: nella società patriarcale, la donna aveva importanza in quanto sposa e madre; una vedova dipendeva dal figlio. La vedova di Nain, avendo perso sposo e figlio, si trovava esposta alla maggiore insicurezza e alla povertà totale; socialmente non aveva nessun valore e non contava nulla. Questa è la persona che Gesù incontra: una persona insignificante, e l’unica cosa che possiede è il suo dolore e l’angoscia per il futuro senza un figlio. A questa vedova, che non chiede nulla, non chiede il miracolo che neppure aveva sognato, Gesù consegna il figlio ritornato in vita.
L’episodio ci ricorda un dettaglio importante: è vero che non ci fu nessuna richiesta da parte della vedova, però essa provocò commiserazione nel cuore di Gesù: « al vederla Gesù ebbe compassione e le disse: non piangere ». Non desiderava vederla soffrire. Prima di dirigersi verso il morto e ordinargli di ritornare di nuovo alla vita, proibì a sua madre di essere triste. Le impose di non piangere, perché sapeva che poteva riconsegnarle il figlio vivo. La gioia della madre fu possibile, perché ebbe la fortuna di incontrare nel suo cammino quel Gesù che ebbe compassione di lei senza averla mai vista. Così fece Gesù per la vedova un tempo e così può farlo anche per noi oggi.
Noi pure, che ricordiamo questo episodio della vita di Gesù, dobbiamo entusiasmarci nel sapere che possiamo contare in un Dio che non rimane insensibile quando siano desolati, che ha compassione di noi; un Dio che non rimane insensibile quando ci vede soffrire; che si decide ad intervenire quando ci scopre soli e infermi, anche se non lo abbiamo chiesto. La madre ebbe la fortuna di incontrarsi con Gesù mentre accompagnava suo figlio al cimitero. Non era certamente una buona occasione. Non ebbe bisogno di indovinare chi era e neppure ardire a chiedergli un miracolo. Non nascose la sua pena e Gesù non poté nascondere la sua compassione.
Non sarà perché non portiamo a Gesù le nostre pene, la ragione per la quale non otteniamo la consolazione incontrandolo? Ci presentiamo davanti a Lui senza ispirargli compassione, perché gli nascondiamo le cause del nostro dolore. Non lo seguiamo, affinché egli possa entrare nella nostra intimità: abbiamo familiarizzato con la sua persona, ma non abbiamo permesso che le nostre mancanze e i nostri dolori gli siano familiari. Perciò ci affliggiamo di non aver ottenuto niente in sua compagnia. Gesù non fa più miracoli in nostro favore, non perché non glielo chiediamo, ma perché gli stiamo dando l’impressione di non aver nessun bisogno; tutto ci va bene, non abbiamo nessun problema. A cosa ci deve servire un salvatore? Il Signore in cui crediamo è un Dio che si manifesta in Gesù, un uomo compassionevole verso chi soffre e che interviene, anche se non gli viene chiesto. Se questo è quello che crediamo, se questo è il Gesù del Vangelo, perché non è così con noi?
Poter contare su un Dio compassionevole, che non sopporta la sofferenza al suo fianco, è una garanzia per chi dovrà soffrire la perdita di qualcosa di importante, di una persona cara, di qualcosa di indispensabile che ci è venuto a mancare. Tutto questo dovrebbe portarci a scoprire che Dio ci accompagna nelle nostre pene, che non siamo soli nel dolore, che soffre per la nostra perdita e che è disposto a ridarcela un giorno. Però non basta vantarsi di avere un Dio compassionevole. Chi non apprende la misericordia, non è degno di Lui.
Sicuramente una delle opere più urgenti oggi, una delle testimonianze più necessarie che il cristiano deve dare, è la compassione verso quelli che maggiormente soffrono. Non esiste nessuna ragione che legittima il credente di non essere solidale con chi soffre, insensibile davanti al pianto del prossimo. Per disgrazia noi cristiani, spesso, davanti alla società, diamo l’immagine di quelli che hanno la sensibilità più dura, senza alcuna misericordia. Passiamo, osservando le disgrazie degli altri senza commuoverci, giustifichiamo il dolore degli altri come meritato, solamente perché non ci tocca, senza considerare che tutta la sofferenza umana ci appartiene. Tutto questo non è proprio da cristiani. L’indifferenza, la non misericordia, non può essere disattesa dai discepoli di un Gesù che interveniva contro la sofferenza dove la incontrava, senza fermarsi a domandarsi se era giusto o meno, se si desiderava o meno il suo aiuto.
La nostra società di oggi è, probabilmente, più ugualitaria, meno ingiusta che quella delle epoche precedenti. Però non per questo l’abbiamo fatta più umana, più fraterna: semplicemente più solidale. La missione del cristiano, oggi, è farsi più sensibile davanti al dolore e far si che il nostro mondo non trascuri la sofferenza degli altri. Non dobbiamo dimenticare che la sofferenza, il dolore, la morte, è sorella di tutti; perciò è patrimonio comune in questa vita la compassione, la misericordia, l’attenzione verso i più piccoli e verso gli ammalati. Per piccolo che sia è il dovere del cristiano: dobbiamo farci in questa vita più somiglianti a Cristo e questo ci darà il premio nell’altra. Non è lecito entusiasmarci di avere un Gesù che ha compassione del nostro dolore, se non sentiamo anche noi compassione per il dolore degli altri. Il nostro Signore era un uomo misericordioso, che non aspettava di essere desiderato per intervenire, che non pretendeva di ricevere una richiesta concreta prima di rispondere ai bisogni che incontrava.
Com’è possibile che noi cristiani ci distinguiamo per esser più sensibili alla durezza che alla misericordia, alla condanna che alla comprensione, al ricordo di un’offesa che alla volontaria dimenticanza? Ogni disgrazia presente, ogni persona disgraziata che conosciamo, dovrebbe presentare per noi, in realtà, una chiamata alla compassione, un invito a essere quello che diciamo di essere: discepoli di Gesù. Non sarebbe giusto fare affidamento a Dio per intervenire sulle nostre disgrazie, se il nostro prossimo sa che non può contare su di noi per alleggerire le sue disgrazie. Gesù preannunciò che l’esame finale, il giudizio verso di noi, sarà sopra la misericordia che abbiamo esercitato in vita e non sopra quello che abbiamo guadagnato: nel giudizio finale non verranno cancellate le nostre mancanze se abbiamo trascurato il prossimo in difficoltà. Non possiamo sperare in un Dio che si prende cura di noi, se non ci prendiamo cura di coloro che soffrono attorno a noi. Non occorre l’indicazione di Gesù, e neppure passare dal villaggio di Nain per incontrare persone che hanno bisogno del nostro aiuto, o bisogno di consolazione; incontrarle per poi accompagnarle nel loro dolore, avere tempo e attenzione per loro. Tutto ciò ci farà incontrare con Gesù e partecipare alla sua attenzione. La gente, oggi, benché abbia imparato a nasconderlo, soffre di solitudine e disprezzo: dedichiamo una parte del nostro tempo a curare le ferite e a sanare lo spirito. In questo modo il mondo saprà che Cristo gli è vicino, che Dio lo ha visitato e che noi lo teniamo custodito nel nostro cuore.

 JUAN JOSE BARTOLOME sdb,

2 GIUGNO 2013 – CORPUS DOMINI – LECTIO DIVINA: LC 9,11B-17

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2 GIUGNO 2013  | 9A DOM. : CORPUS DOMINI – T. ORDINARIO C  |  PROPOSTA DI LECTIO DIVINA

LECTIO DIVINA: LC 9,11B-17

Durante il suo ministero pubblico Gesù è stato, spesso, ospite e commensale: ha condiviso la fame dell’uomo e la sua sete di stare insieme. Dando da mangiare alle folle che lo avevano ascoltato, ha moltiplicato il poco pane e ha saziato il bisogno di quanti hanno creduto in Lui. Prima di saziare la loro fame di pane, aveva colmato il loro bisogno di Dio; ha solo dato ascolto al bisogno di chi lo aveva ascoltato. Il miracolo è una conseguenza dell’ascolto della Parola. Ed è significativo che per operare il portento Gesù facesse ricorso all’aiuto, piccolo ma non insignificante, dei suoi discepoli; per aver messo a sua disposizione il poco che avevano, videro come Gesù riusciva a soddisfare una moltitudine.
I cristiani devono apprendere dai gesti che ripetono, se vogliono realizzare il mandato del loro Signore, poiché nell’Eucaristia dovranno ripetere il suo gesto di prendersi cura della fame degli uomini dividendo loro il pane di Dio che è Cristo Gesù; e nessuno, che si riconosce discepolo, ha poco da dare, poiché basterà che offra ciò che ha.

In quel tempo, 11 b Gesu parlava alla folla del regno di Dio e guariva coloro che ne avevano bisogno.
12 Giunti a sera, i dodici vennero a lui e gli dissero:
« Congeda la folla, perché vada nei villaggi e nelle fattorie dei dintorni a trovare cibo e alloggio, perché siamo allo scoperto ».
13 Rispose: « Date loro voi stessi da mangiare ».
Essi gli dissero:
« Noi non abbiamo altro che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo a comprare i viveri per tutta questa gente » [15 Poiché essi erano circa cinquemila uomini]
Gesù disse ai suoi discepoli: « Dite loro di mettersi in gruppi di cinquanta »
Lo fecero, e tutti si sistemarono.
16 Gesù prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione su di loro, li spezzò e li diede ai discepoli perché li distribuissero alla gente. 17 Tutti mangiarono a sazietà, e raccolsero gli avanzi: dodici canestri.
 1. LEGGERE: capire quello che dice il testo facendo attenzione a come lo dice
Anche se il testo narra di un miracolo, il racconto è centrato su un dialogo tra Gesù e i suoi discepoli. Il miracolo avrà la folla come beneficiaria, ma questa non lo aveva chiesto: si era solo, innanzitutto, lasciata annunciare il Regno e si era fatta guarire da Gesù; poi sarà servita dai discepoli. Gesù soddisfa la fame solo di quanti hanno ascoltato il suo messaggio. E il pane che non era stato nemmeno desiderato, diventa puro dono, e in abbondanza.
Gesù mantiene l’iniziativa per tutto l’episodio, meno che all’inizio della conversazione con i suoi discepoli. Loro avrebbero voluto sbarazzarsi delle persone, una volta evangelizzate. E per una buona ragione: avevano cibo solo per loro. Avevano, sì, buoni sentimenti: avevano preso in considerazione la possibilità di acquistare per tante persone. Con quali soldi? Qui la loro obbedienza, più che la loro povertà, è il « supporto » del miracolo: più che mettere a disposizione quel poco che avevano, si sono messi loro a disposizione di Gesù e della folla. Senza questo cambiamento di atteggiamento non ci sarebbe stato alcun miracolo.
Il prodigio si accentua soltanto alla fine. Il cibo miracoloso è narrato come un pasto eucaristico. Per il narratore esiste un alimento che sazia veramente e non si può perdere: il pane benedetto da Gesù e distribuito dai suoi discepoli.
 2. MEDITARE: applicare alla vita quello che dice il testo!
Il mistero che oggi motiva la nostra festa è, senza dubbio, fondamentale per la nostra vita di fede. Come ogni mistero della fede, nasconde una straordinaria storia d’amore: Cristo Gesù non si limitò a dare la sua vita per noi, oltre ad aver vissuto in mezzo a noi; cercò, in più, il modo di rimanere, in sua assenza, in corpo e anima, a nostra disposizione. Solo un amore divino giunge ad essere così fantasioso! Solo la potenza di Dio può essere così onnipotente! Chi ci aveva amato tanto da dare la vita per noi, continua ad amarci tanto da rimanere a nostra disposizione; nel pane e nel vino eucaristico Cristo è a disposizione della nostra fame e del nostro bisogno.
Oggi, Corpus Domini, celebriamo e ringraziamo questa volontà di Gesù di fare l’impossibile – e questo è quello che ha fatto – riuscendo a diventare il nostro cibo normale, solo per esserci di aiuto e di sostegno nella vita quotidiana.
E’ proprio questo sforzo di Gesù per soddisfare il nostro bisogno ciò che vuole oggi ricordare il Vangelo; moltiplicando pani e pesci, Gesù ha saziato il bisogno assillante di una folla che era venuta ad ascoltarlo, con grande stupore dei suoi discepoli. La scena continua ad essere significativa per noi: le persone che hanno ricevuto il pane erano andate da Gesù solo per soddisfare la loro fame di Dio; ascoltandolo parlare del Regno, avevano dimenticato la loro fame; e avevano ritardato di andare a mangiare, per sentire Gesù più a lungo. Coloro che lo accompagnavano lo fecero capire: né Gesù né la folla lo avevano notato; entrambi erano impegnati per Dio e per il suo regno. Gesù non ha seguito il consiglio dei suoi discepoli che lo spingevano a liberarsi da una folla senza alloggio e senza cibo; i discepoli, consapevoli della loro povertà, non sapevano cosa fare con così tante persone all’aperto con due pesci e cinque pani; non sapevano ancora che avere Gesù significa contare sui miracoli che si verificano solo per chi ama al di là di ogni immaginazione.
In questo caso, nel comportamento dei suoi protagonisti siamo coinvolti tutti. Rivediamo brevemente con quale di loro ci identifichiamo di più e capiremo cosa ci manca ancora perché la nostra pratica eucaristica finalmente sazi il nostro bisogno di Dio e il nostro bisogno di vita. Le persone erano andate per ascoltare Gesù e alcune più bisognose, a chiedere la guarigione; rimaste ad ascoltarlo parlare del Regno e vedendolo guarire i malati, hanno perso la cognizione del tempo e la sensazione della fame; sono stati i discepoli che, preoccupati dalla scarsità dei mezzi, hanno fatto prendere coscienza a Gesù della responsabilità che si sarebbero addossati. La folla, che si vide sorpresa per il miracolo, non aveva pensato a questo; con Gesù, che parlava loro di Dio e del suo regno, non poteva sentire il bisogno più vitale, la fame di pane; con Gesù, che curava quanti avevano bisogno di lui, non avevano bisogno di alloggio né di cibo.
Ma Gesù glielo ha dato: aveva fornito ciò che era più importante, Dio, ciò che era necessario, il suo regno; non li avrebbe lasciati soli, a cielo aperto, senza soddisfare almeno il loro bisogno di cibo. Per ottenere da Dio il miracolo minore, si deve avere il coraggio di desiderare da Lui il miracolo più grande: Gesù ha moltiplicato il pane per una folla che ha preferito restare affamata piuttosto che far a meno di Dio, che ha trascorso il suo tempo a farsi guarire dentro, prima di procurarsi il cibo. Non sappiamo ciò che ci stiamo perdendo, come stiamo perdendo tempo nel soddisfare i nostri piccoli bisogni, senza alimentare la nostra fame di Dio, il profondo e radicale bisogno di Lui e il sentirci curati e guariti da Lui. Chi è dedicato all’ascolto di Dio, come la folla, lasciando per dopo il proprio bisogno, si vedrà sorpreso dalla preoccupazione che avrà Dio di saziare la sua necessità. Occuparsi delle cose di Dio coinvolgerà Dio nelle nostre cose.
Le Eucaristie alle quali partecipiamo, non hanno l’effetto desiderato per noi, il miracolo che ci serve, perché siamo soliti mettere le nostre esigenze al di sopra della volontà di Dio; siamo tanto occupati per quello che ancora ci manca, che non facciamo altro che presentare a Dio le nostre carenze; e non gli lasciamo il tempo perché Lui si presenti come la risposta al nostro bisogno. Andare da Gesù, come la folla perché ci parli di Dio e ce lo renda vicino, è il modo più efficace per vedere saziato il nostro bisogno, senza averlo sentito e senza neanche averlo chiesto! Il pane moltiplicato, il proprio bisogno esaudito, lo ottiene gratis chi mette Dio e il suo regno prima della sua fame e della sua necessità; dimenticarlo ci sta condannando a non sperimentare oggi i grandi miracoli; mettendo la nostra fame, per quanto sia insopportabile, e queste nostre esigenze, per quanto insaziabili possano apparirci, al di sopra e davanti a Dio e del suo regno, veniamo privati del pane di Dio e della sua vita. Ritorniamo, come la folla, ad ascoltare Gesù e a stare attenti a ciò che ci insegna; e lui tornerà a sentire il nostro bisogno e a fare in modo di soddisfarlo. Un Dio tenuto in conto è un Dio attento.
Consideriamo logico il comportamento dei discepoli, allarmati per la situazione creata in un campo, alla fine della giornata, con risorse limitate e una folla che non aveva ancora mangiato. Non ci scandalizza la loro poca fede o il loro tentativo di sbarazzarsi di coloro che avevano bisogno del loro aiuto. Nel loro atteggiamento possiamo identificarci tutti noi discepoli di Gesù: la loro paura di dover intraprendere qualcosa con così poche risorse è una mancanza di fiducia nel Signore, in colui che avevano ascoltato allo stesso modo della folla. Loro pensavano di avere il sufficiente per se stessi e credevano di doversi liberare della necessità degli altri; la loro mancanza di generosità ha impedito loro di prevedere la generosità del loro maestro: non potevano aspettarsi un miracolo così grande, perché tanto grande era il loro egoismo così come la loro mancanza di cibo; siccome avevano pochi pani nella cesta, non poteva contenersi nel cuore il bisogno di una folla; sono diventati tirchi, perché si credevano poveri; ma più che poveri di beni, erano mancanti di fede. Come noi.
Moltiplicando le loro scorte, Gesù mostrò ai suoi discepoli che quelli che vivono con lui devono aprire la propria esistenza, per quanto povera, al bisogno degli altri; non si può vivere con Gesù e non struggersi dinanzi alla fame di tanta gente. Avevano visto come curava i malati e li guariva, come accostava gli emarginati e li restituiva alla società, come accoglieva i peccatori e li ridava a Dio; ma non avevano imparato la lezione; ancora pensavano che erano poco buoni per potersi dedicare a fare del bene agli altri, che avevano poche cose per far fronte a tanti bisogni: la loro poca fede non poteva moltiplicare i loro pochi beni. Pur potendo contare su Gesù, non aspettavano da lui alcun miracolo.
Serve poco, ed è solo un esempio, che i cristiani si comunichino con il Corpo di Cristo, che affoghino il loro bisogno di Dio nel ricevere il pane eucaristico, se diventano insensibili dinanzi al bisogno di pane che oggi hanno tanti uomini. Come i discepoli di Gesù, continuiamo a pensare che i nostri pani e i nostri pesci sono pochi per le nostre esigenze e così ci disinteressiamo di quanti, molti più numerosi di noi, non hanno altro che bisogno e una vita povera. Il discepolo di Gesù, sapendo che della sua fame, di Dio e di pane, se ne occupa già il suo Maestro, deve impegnarsi a soddisfare la fame degli altri. Solo così diventa efficace e affidabile la nostra ricezione del suo Corpo e della sua Vita: chi ha Dio per cibo, deve nutrire gli affamati. Dimenticarlo sarebbe disprezzare il corpo di Cristo che riceviamo. Né più né meno.

JUAN JOSE BARTOLOME sdb

Publié dans:feste, feste del Signore, LECTIO |on 31 mai, 2013 |Pas de commentaires »

DOMENICA: SS. TRINITÀ – LECTIO DIVINA: GV 16,12-15

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26 MAGGIO 2013  | 8A DOMENICA: SS. TRINITÀ – T. ORDINARIO C  |  PROPOSTA DI LECTIO DIVINA

LECTIO DIVINA: GV 16,12-15

Dopo aver celebrato i misteri centrali della nostra fede, torniamo al tempo ordinario, durante il quale accompagneremo Gesù, come fecero i suoi discepoli un giorno per le terre della Galilea, ascoltando dalla sua bocca la predicazione del regno e assistendo ai miracoli che operano le sue mani. Si presenta così a noi una nuova opportunità per imparare pian piano da Gesù e per lasciarci guarire dalle nostre infermità, mentre sappiamo di camminare nella vita al suo fianco e seguendo le sue orme. Ma prima di iniziare questo cammino, la Chiesa oggi ci invita a concentrare la nostra attenzione – e speriamo anche i nostri cuori! – solo in Dio, e contemplare il suo mistero più intimo, il suo essere un unico Dio in tre persone distinte.

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
12 « Molte cose ho ancora da dire a voi, ma non siete capaci di portarne il peso, ora.
13 Quando però verrà lo Spirito di verità, vi guiderà alla verità tutta intera. Perché quello che vi dirà non sarà suo: ma parlerà di quello che avrà udito e vi annunzierà le cose a venire.
14 Egli mi glorificherà, perché riceverà da me ciò che vi comunicherà.
15 Tutto ciò che il Padre possiede è mio. Per questo ho detto che prenderà del mio e ve l’annunzierà ».

 1. LEGGERE: capire quello che dice il testo facendo attenzione a come lo dice
Il testo, parte molto breve di un lungo discorso d’addio (Gv 13-17), annuncia la venuta dello Spirito e la missione che compie con il suo arrivo: parlare, comunicare, guidare verso la verità. Gesù annuncia la sua partenza: li lascerà soli e senza capire tutto, ma si impegna a inviare loro il suo Spirito, il Paraclito, che sarà per loro maestro e guida. Allo Spirito è assegnato il compito della rivelazione. C’è stato un tempo – il tempo in cui hanno convissuto con Gesù – che non è stato sufficiente per assumere tutta la conoscenza di Dio; Gesù stesso lo ammette. Ci sarà un tempo, il tempo dello Spirito, nel quale, comunicando ciò che deve ancora venire, guiderà fino alla verità; è la promessa di Gesù. Gesù, pur avendo parlato di tutto quello che aveva udito dal Padre (Gv 15,15), avrebbe voluto dare di più di quello che ha rivelato: lo Spirito supplirà a questa mancanza (Gv 16,12).
Lo Spirito non compete, allora, con Gesù, completa la sua opera; inaugurando il tempo della perfetta conoscenza delle parole di Gesù, guiderà la comunità verso la verità piena. Parlare, ascoltare e annunciare sono i tre verbi che specificano l’azione dello Spirito; la sua azione è, quindi, analoga a quella del Figlio: parlerà di quanto ha ascoltato e annuncerà ciò che deve venire.
L’arrivo dello Spirito non annunzia la fine della storia, si tratta di un nuovo stadio, che viene delimitato dalla partenza di Gesù fino al suo ritorno definitivo. Nel frattempo, la comunità avrà nello Spirito la migliore garanzia di una corretta lettura della propria storia, che si dovrà lasciar giudicare alla luce della predicazione di Gesù continuata dal Paraclito. Né l’uno né l’altro sono origine della rivelazione che entrambi, in tempi e modi diversi, comunicano. Non si tratta solo di parole, o di semplice conoscenza, ma della vita e di ciò che possiede perché tutto ciò che egli possedeva è proprietà del Padre e tutto ciò che comunica lo Spirito è proprietà del Figlio; di questa comunità è ricettore lo Spirito e conoscitrice, e quindi garante, la comunità (Gv 16,15).
La rivelazione, del Figlio e dello Spirito, implica Dio personalmente e ‘spiega’ il suo triplice rapporto personale. Il Padre è all’origine, è colui che ha tutto ciò che si riferisce al Figlio. Quanto manifesta lo Spirito lo ha ascoltato e lo ha preso dal Figlio; né più, né meno. La gloria del Figlio è nel comunicare ciò che lo Spirito ha imparato da lui. La salvezza è vista qui come una rivelazione del Figlio; e il Dio Uno e Trino, totalmente immerso e differenziato in questo caso: nella manifestazione di Cristo è coinvolto il Padre, il Figlio e lo Spirito.

 2. MEDITARE: applicare alla vita quello che dice il testo!
Prima di lasciare i suoi, Gesù promette loro di inviare il suo Spirito. Dietro le sue parole c’è il presentimento dell’esperienza del discepolo che soffre per l’assenza fisica del suo Signore, un’esperienza che caratterizza la sua esistenza attuale. Ma nel discorso si afferma anche la convinzione di non essere rimasto del tutto senza protezione: lo Spirito che verrà continuerà l’opera e l’insegnamento di Gesù. Egli deve continuare a parlare, dove Gesù ha scelto di rimanere in silenzio, farà conoscere ciò che hanno solo intravisto; renderà sopportabili le richieste di Gesù e la sua assenza; aprendoli alla sua verità, li guiderà verso di essa. Lo Spirito continua l’opera di Gesù: Egli è il viatico e la guida, compagno di viaggio e capo della Chiesa fino a quando il Signore ritornerà. Chi soffre, in qualsiasi forma, per qualsiasi motivo, la lontananza di Cristo, può dedicarsi a vivere sotto la protezione dello Spirito di Dio. Non è parca la promessa.
Di fronte al mistero, ogni mistero, all’uomo non resta che l’accettazione o il rifiuto. Mistero è, per definizione, qualcosa che può essere affermato o negato, ma che in nessun caso ci svelerà il suo segreto; non si capta l’esistenza del mistero quando lo si capisce, poiché comprenderlo sarebbe come negarlo; c’è un altro modo onesto di stare davanti al mistero che rispettarlo e ammirarlo; stupirsi e rimanere sopraffatto è l’unico modo, legittimamente umano, di reagire dinanzi ad esso. A chi lo contempla, il mistero lo attira, se si presume che racchiuda qualche beneficio, o lo terrorizza, quando avverte che minaccia la propria esistenza. Ebbene, il credente non ha maggiore mistero da contemplare che il proprio Dio: per quanto sicuro sia di Lui, non potrà mai svelarlo; anche se non ha dubbi circa la sua realtà, non riuscirà mai a chiarire come sia, in realtà, il suo Dio; senza diventare un enigma irrisolvibile, per il credente Dio è sempre una domanda senza risposta, una provocazione sempre aperta. Da quello che Gesù ci ha lasciato detto, ci sono cose che non sono sopportabili …, senza lo Spirito. Per l’orfano dello Spirito, il vangelo diventa insopportabile. Che cosa posso dire di me? Trovo cose in Gesù che non riesco a portare? Sarebbe un’occasione per accettare che ci sono cose di Gesù che ancora ho adattato e riconoscerlo potrebbe essere un modo di camminare con lo Spirito.
Senza rivelare il mistero intimo di Dio, Gesù ha rivelato come lui ha voluto essere Dio per noi. La sua parola e la sua vita ci hanno parlato di un Dio che ci ha amato tanto, in tre modi diversi: come Padre, pensando a noi quando non esisteva nulla e dandoci un posto nel suo cuore, prima di farci opera delle sue mani; come Figlio, facendosi a nostra immagine, vivendo come uno di noi e morendo per noi tutti; come Spirito, scendendo su di noi come soffio divino e rimanendo con noi, mentre, a tentoni e, a volte smarriti, camminiamo verso Dio. Parlando di questo Dio, Trinità per il triplice amore che ci ha mostrato, Gesù non ci ha chiarito il mistero di Dio; lo ha fatto, se possibile, tre volte più misterioso; ma con esso ha scoperto la sua più intima natura, qualcosa che non avremmo neanche sospettato: Dio non è un mistero, ma tre, Dio non è una persona, ma una comunità, una famiglia. Così, almeno, ha voluto essere per noi.
Così noi cristiani abbiamo a nostra disposizione non solo un Dio buono, ma – mi si perdoni l’espressione – tutto un trio di dei; per non mancarci, Dio si è moltiplicato; per dimostrare meglio il suo amore, Dio ci si è mostrato Padre, Figlio e Spirito. Perderemmo il tempo, e Dio, se ci impegniamo a capire le ragioni che Dio ha avuto di amarci tanto; ma se ci lasciamo amare da questo Dio Trino, apprezzeremo la fantasia e le risorse che Dio ha sperperato per amarci in modo tanto personale come diverso, tanto reale come divino; conosceremo meglio il nostro Dio, quanto più ci riconosciamo amati da Lui: chi sa che la sua indole è l’Amore, chi si sente profondamente amato da Dio, penetra in profondità l’essere di Dio; vive il suo mistero, senza la necessità di comprenderlo: si sa amato dal suo Dio, senza doverlo capire, compreso da Lui, ma libero di capirlo. Non abbiamo il diritto di lamentarci di Dio, non abbiamo motivo alcuno di pensare che non si interessa a noi, se per curarsi meglio di noi si è ‘moltiplicato per tre’.
Gesù stesso ce lo assicura nel Vangelo di oggi. Prima di lasciare i suoi nel mondo, ha promesso loro il suo Spirito; poteva farlo, perché tutto quello che aveva, lo aveva ricevuto dal Padre: ci ha dato quello che aveva da Dio Padre. Il suo Spirito lo avrebbe supplito, come lui aveva supplito Dio, mentre era con loro. Tutto ciò che non aveva potuto dire loro, quando parlava con loro, lo avrebbe detto ora lo Spirito. Anche se assente, Gesù non ha abbandonato i suoi: donandoci il suo Spirito ci ha dato un insegnante migliore di lui, che sarà sempre con noi, ovunque siamo, ogni volta che ci rendiamo conto che vive dentro di noi; dove andiamo ci precederà come nostra guida, se ci lasciamo condurre da lui; ci farà ricordare Gesù, quando ogni cosa intorno a noi si sforza di dimenticarlo, e ci renderà più sopportabili le sue esigenze, perché ci infonderà la forza necessaria per viverle.
Lo spirito che animò Gesù in vita, quel respiro che aveva ricevuto dal Padre, ce lo ha lasciato a quanti sentiamo la sua mancanza e ci manteniamo fedeli alla sua volontà. Gesù, volendo rimanere con noi quando doveva tornare al Padre, ci ha lasciato il meglio di se stesso, quello che aveva ricevuto da Dio, il suo stesso Spirito. Il discepolo di Gesù che oggi è discepolo del Suo Spirito impara a conoscere non solo la volontà di Dio, ma soprattutto quanto Dio lo ha amato. Vivere dello Spirito di Gesù è vivere il triplice amore che Dio ha per noi e che ci mantiene in lui; avere un tale Dio e portare la sua impronta sul nostro cuore è alla nostra portata; basterebbe vivere dello Spirito che Gesù ci ha lasciato.
Perché Gesù non solo ci ha parlato di un Dio personale che ci ama per tre volte, in tre modi diversi; Gesù ha messo a nostra disposizione la prova di questo Amore di Dio: il suo Spirito è tutto ciò che Dio ci ha lasciato, in modo che, lasciandoci guidare da lui, ci conduca a Dio. Ci servirebbe ben poco confessare oggi che Dio è uno e trino, se non giungessimo a sentirci amati da Lui; non può interessarci sapere che in Dio vi sono tre persone distinte, se non riusciamo a saperle interessate a noi, tutte e tre, e in tre modi diversi. Non vale a niente credere in Dio, Padre, Figlio e Spirito, se non ci crediamo figli, fratelli e templi di questo Dio Trino.
Dobbiamo quindi prendere sul serio la trinità di Dio, che noi celebriamo oggi: sorprendiamoci di avere un Dio che, per esserci vicino, è riuscito a essere tre persone diverse nel suo agire, ma uniche nel loro amore. Credere oggi nella Trinità di Dio significa sapersi amati da Dio tre volte: questa è la ragione della nostra celebrazione di oggi; potremmo farla diventare un motivo di perenne rendimento di grazie a Dio. Chi può dire di avere un Dio così? Chi, se non noi, può vantarsi di un Dio che ama tanto? Allora cerchiamo di vivere accettando il mistero di Dio e godendo del suo amore. Sicuramente ci guadagneremo. Manifestare Cristo è compito di Dio Trino. Riceverlo in noi è il modo di ricevere Dio. Accettare Cristo nella nostra vita vuol dire relazionarci con un Dio che è, Padre, Figlio e Spirito. Possiamo sperare di più?

 JUAN JOSE BARTOLOME

Publié dans:LECTIO, LITURGIA: SOLENNITÀ |on 24 mai, 2013 |Pas de commentaires »

5 MAGGIO 2013 | 6A DOMENICA DI PASQUA – ANNO C | PROPOSTA DI LECTIO DIVINA

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 5 MAGGIO 2013  | 6A DOMENICA DI PASQUA – ANNO C  |  PROPOSTA DI LECTIO DIVINA

Lectio Divina: Gv. 14,23-29
Le parole di Gesù, che il Vangelo di oggi ci ha ricordato, sono state pronunciate l’ultima notte che Gesù passò con i suoi discepoli. Questi non le hanno potute dimenticare tanto facilmente: sono state parte di una specie di testamento del loro maestro. Gesù si congedò da loro con una serie di raccomandazioni, con le quali ha voluto prepararli per il tempo della sua assenza. A noi oggi, che percepiamo con tanta chiarezza la mancanza di Dio nel nostro mondo, queste parole dovrebbero esserci di aiuto per mantenerci discepoli fedeli al maestro ancora assente, credenti in un Dio che sembra nascondersi a noi ogni giorno di più.

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
23 « Chi mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. 24 Chi non mi ama non osserva le mie parole. E la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. 25 Vi ho detto questo ora che sono con voi, 26 ma il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto.
27 Vi lascio la pace, vi do la mia pace; la do a voi non come la dà il mondo. Il vostro cuore non sia turbato e non abbia timore. 28Mi avete sentito dire: « Io vado e verrò a voi. » Se mi amaste, vi rallegrereste che io vada al Padre, perché il Padre è più grande di me. 29 Ve lo dico adesso, prima che avvenga, perché quando succede, continuiate a credere « .

 1. LEGGERE: capire quello che dice il testo facendo attenzione a come lo dice
Le parole di Gesù sono una risposta diretta alla domanda di Giuda sul perché sarebbe stato rivelato solo ai suoi e non a tutto il mondo (Gv 14,22); una dimostrazione pubblica del Messia atteso avrebbe seminato la paura tra i nemici del popolo e gioia tra i suoi fedeli (At 1,6). Gesù insiste, rispondendo solo indirettamente, nell’amore obbediente: colui che ama conserva le sue parole (Gv 14:23), chi non ama, non le conserva (Gv 14,24). Cioè, la sua rivelazione per realizzarsi non dipenderà dal fatto che sia massicciamente riconosciuta, ma che la sua parola sia pienamente obbedita. Se la rivelazione è possibile quando trova obbedienza, chi non la riceve viene scoperto come disobbediente. Qui si aggiunge alla fede la sua operatività, che la distingue da un semplice sentimento puramente soggettivo. Solo l’obbediente godrà della presenza del Padre e del Figlio (Gv 14,23). Ci saranno gli attesi prodigi, ma è la fedeltà alla volontà di Gesù ciò che assicura il riconoscimento della presenza di Dio tra i suoi.
Gesù promette, prima di partire, il Paraclito. Inviato dal Padre, ora chiamato Spirito Santo, avrà come missione quella di mantenere l’insegnamento e la memoria di Gesù nella comunità (Gv 14,26). La presenza dello Spirito nella comunità renderà questa, scuola di Dio (Is 54,13; Jr 31,3-34) e luogo della memoria di Gesù. La nuova alleanza continua ad essere legge interiorizzata, ma la legge è quella rivelata da Gesù. Il Paraclito ha la stessa origine, il Padre, e lo stesso compito, le parole del Figlio che sono del Padre (Gv 14,10.24): identica rivelazione sarà ricordata da un nuovo Maestro. Lo Spirito, che, come Gesù, procede dal Padre, verrà inviato nel suo nome, sarà il suo rappresentante; ma il contenuto rimane sempre la rivelazione di Gesù, il suo Vangelo; e in questo modo, il lavoro commemorativo dello Spirito non è mera ricostruzione di ciò che è stato detto né ripetizione di ciò che è stato insegnato da Gesù, ma renderlo presente con il ricordo e efficace con l’insegnamento. La comunità in cui lo Spirito è dono, avrà come compito quello di vivere insegnando e ricordando il grande Assente, Gesù di Nazareth, e in questo modo sentire in essa la sua presenza in modo reale ed efficace.
L’autore chiude questo primo blocco di discorsi di Gesù con alcune parole di saluto, che erano di solito un augurio di pace. Ma questa pace, che in un primo momento era l’espressione della comunione di vita con il Dio Alleato, gioia piena, e poi è divenuta la manifestazione della salvezza escatologica, gioia sicura (Is 9:6; Zac 9.10, Ez 34,25), non è nella bocca di Gesù mero buon desiderio e invocazione (Nm 6:24-26), ma è dono reale, donazione definitiva che separa dal mondo chi la riceve (14,27; 20,19.21) .
La pace di Gesù è dono che viene ereditato (Gv 14,27); non segue, quindi, la logica della pace del mondo, che è il risultato di una conquista o di una convenzione. Proprio per questo non devono temere i discepoli (14,27). Che non possa assicurarla loro il mondo significa che non può nemmeno metterla in pericolo; potranno vivere senza il Risorto, ma non senza la sua pace. Colui che saluta i suoi che lascia in situazione ancora ostile, li lascia, però, pieni di pace e senza paure. Perché chi ama Gesù, sa che torna al Padre, alla sua origine e alla sua gloria, per adempiere la sua piena obbedienza e portare a compimento la sua missione: chi ama gode che l’amato ritorni al suo luogo di origine, al Padre, ancor più grande del suo amato (Gv 14,28).

 2. MEDITARE: applicare alla vita quello che dice il testo!
I discepoli che ascoltano queste parole sanno che Gesù sta per lasciarli, ma che non li abbandona nel mondo. Promette loro di ritornare, lui e il Padre, per abitare in chi, nel frattempo, è stato fedele alla sua parola e si è sentito amato da entrambi. Promette, anche, per il tempo della sua assenza, l’assistenza del suo Spirito: chi ha il coraggio e la forza del suo benefattore come eredità, non rimane orfano. Anche senza il conforto della presenza fisica di Gesù, il discepolo non si sente solo: aveva predetto la sua assenza e l’ha preparata con una doppia promessa; ritornerà a quanti ha lasciato, ricchi del suo Spirito.
Se oggi viviamo il tempo dell’attesa del Signore, non c’è tempo per lamentarci della sua assenza. Noi abbiamo il Suo Spirito e la promessa che Colui che ci ama ritornerà da noi e con noi resterà per sempre. Ma la promessa di Gesù non è solo consolazione; comporta una sfida, quella di dover sopportare la sua assenza senza disperare la sua venuta, e una responsabilità, lasciare che lo Spirito di Cristo sia il Signore delle nostre vite.
La prima consegna che Gesù lascia ai suoi è quella di fare tutto ciò che ha lasciato detto loro: quelli che lo amano, dice, compiranno le sue richieste. Invece di lamentarsi per l’assenza del suo signore, il discepolo deve rendere presente la Sua volontà e farla divenire realtà; quando non lo potrà vedere, potrà ricordare le sue parole; non gli sarà possibile vivere con lui, ma potrà continuare a fare la sua volontà. Gesù dai suoi vuole che lo amino, anche se non lo vedono; richiede che lo tengano presente, anche quando è assente. L’amore che Gesù chiede ai discepoli, lo stesso amore che aspetta da noi, è la pratica della sua volontà: le opere sono amore. In realtà, non è troppo straordinario ciò che Gesù aspetta dai discepoli che ha lasciato in questo mondo; anche noi, nelle nostre relazioni, non ci accontentiamo di mere parole e aspettiamo da chi ci ama che ce lo mostri; e dimostra il suo amore chi opera non tanto perché lo ordiniamo, quanto, soprattutto, perché lo desideriamo. Non è meno esigente Gesù; come noi, desidera un amore vero, un amore autenticamente umano, che superi la prova delle opere: se uno mi ama, osserverà i miei comandamenti.
Siamo contenti, spesso, di mantenere una buona relazione con Dio, solo perché preghiamo bene o perché abbiamo buoni sentimenti, perché alimentiamo buoni desideri o perché promettiamo sempre un cambio di comportamento che non arriva mai. Tutto questo, nonostante la nostra innegabile buona volontà, non ci fa sapere amati da Dio. Il fatto è che se non facciamo ciò che Egli si aspetta da noi, non ci sentiamo amati da Lui né percepiamo la sua tenerezza; Dio Padre si rende presente tra coloro che fanno la sua volontà; Gesù non si attarda con noi, perché non c’è nessuno che lo ama tanto da conservare la sua parola. Non chi dice ‘Signore, Signore’, ma chi fa la sua volontà, si sentirà amato da Dio. E perché non è molto comune che tra i cristiani di oggi ci sia chi vede la volontà di Dio come la ragione della sua vita, si sta verificando questo grande vuoto di Dio nel nostro mondo, del quale ci lamentiamo tanto: stiamo rimanendo più soli, Dio non ha più la sua dimora tra di noi, perché non trova discepoli che lo amano, facendo la sua volontà. Non bisogna arrabbiarsi con Lui, quando non lo troviamo tra di noi; bisognerà prendere più seriamente le sue ultime parole: Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Solo coloro che trascurano la volontà di Dio, si sentono trascurati da Lui.
Ma Gesù non ci ha lasciato solo compiti da compiere, prima di lasciarci soli in questo mondo. Ci ha promesso il suo spirito: questa forza che Lui ebbe lungo il corso della sua vita, che conservò percorrendo la sua patria e proclamando l’amore di Dio. Non potendo rimanere con noi, poiché è ritornato al Padre per prepararci una dimora, ci ha promesso di lasciarci il suo spirito, la sua forza e il suo coraggio, il suo entusiasmo e la sua sapienza. Se non abbiamo Lui in persona, almeno abbiamo il meglio che Lui ha avuto: se ci ha lasciati, non ci ha abbandonati. Non si comprende bene la ragione per cui noi cristiani viviamo con tristezza la nostra fede; è forse perché non crediamo realmente alla promessa di Gesù? Se non abbiamo fede alle sue parole, sarebbe meglio che smettessimo di vivere come suoi discepoli; se non valorizziamo la sua persona, non ci conviene sforzarci ancora. Però se abbiamo ancora un po’ di fiducia in Lui, dovremmo recuperare il nostro entusiasmo: il suo spirito ci appartiene. Il suo soffio, soffio di Dio che creò il mondo, darà forza ai nostri sforzi di fedeltà, ci aiuterà a comprendere ciò che ancora non abbiamo compreso di Dio, ci ricorderà quanto Lui ci ha detto, ce lo farà sentire più vicino alle nostre preoccupazioni e alle nostre difficoltà. Chi si propone di rispondere alle richieste di Gesù, costi quel che costi, nel nostro mondo, potrà fare affidamento sullo Spirito di Gesù, come avvocato, tutore, difensore, intimo amico e forza interiore.
Ma Gesù non ci ha lasciati soli. Oltre a darci il suo spirito, ci ha lasciato la sua pace. Stiamo assistendo, senza poter porre rimedio, allo spettacolo deplorevole che tanto caratterizza la situazione sociale di oggi: la pace è sulla bocca di tutti, ma non riusciamo a fare in modo che sia in tutti i cuori, nemmeno – perché pensare solo agli altri – nel nostro cuore. L’uomo oggi si può permettere quasi tutto, meno che vivere in pace; possiamo comprarci quasi tutto, eccetto la pace interiore. E noi cristiani, che sappiamo di poter contare sulla pace di Gesù, l’unica che pacifica l’uomo nella sua interiorità, pacificando i suoi desideri di possesso, colmando i suoi desideri di sopravvivenza, frenando la sua ansia di supremazia, ci nascondiamo timorosi, dai nostri contemporanei: quanto stiamo vedendo nel nostro mondo – o ci siamo ormai abituati al peccato di Caino, all’omicidio, all’odio? -, dovrebbe armarci di speranza, scoprire nuovi compiti da fare ed impegni da realizzare. Finché la pace non diviene realtà, non avremo assolto al mandato che Cristo ci ha lasciato quando si è allontanato da noi; finché non ci sarà la pace, dobbiamo fare qualcosa noi che crediamo che Cristo ce l’ha lasciata come patrimonio. Siamo chiamati ad essere, mentre Gesù è assente, uomini di pace, pacifici e pacificatori; solo così supereremo le nostre paure e la codardia; la solitudine che soffriamo e il sentimento di insufficienza che sopportiamo, il sentimento di insignificanza con il quale viviamo, li vinceremo quando godremo della pace che Cristo ci ha offerto. Solo così sapremo che abbiamo il suo Spirito e che stiamo compiendo la sua volontà: abbandonare la missione di pacificare il nostro cuore porterebbe il mondo ad aumentare il sentimento di abbandono di Dio, perché non vivremmo come Cristo ci ha lasciati. Non tema il vostro cuore né si scoraggi, disse Gesù ai suoi; ci ha lasciato la sua pace quando ci ha lasciati nel mondo; conservarla significa, allora, mantenere intatto il suo ricordo e conservare la sua eredità, obbedirgli e vivere del suo Spirito. Potremo gioire di essergli fedeli se godiamo della pace che ci ha lasciato e viviamo rendendola possibile a coloro che vivono con noi.
Non abbiamo alcun diritto di sentirci abbandonati da Dio: ci ha lasciato il suo Spirito e la sua pace, ci ha proibito la paura e ci ha promesso di preparare già un posto insieme al Padre. Se questi sono i motivi della sua assenza, non abbiamo alcun motivo di reclamo: la lontananza apparente di Gesù è momentanea, si sta occupando di prepararci un posto con Dio. Solo chi ama Gesù, sopporta la sua lontananza senza disperazione o sfiducia nella sua pace; solo chi ama Cristo, non si sa abbandonato né abbandona il mondo travagliato. Noi cristiani dobbiamo dare, a coloro che non credono, la testimonianza della nostra pace personale e lo sforzo per renderla presente nei loro cuori; perché tornino a fidarsi di un Dio che non abbandona mai, dobbiamo ritrovare il coraggio della nostra fede e tornare a compiere la volontà di Dio. Chi ha lo Spirito di Gesù e la sua pace, non vive intimidito. Questa è la differenza.

JUAN JOSE BARTOLOME sdb

14 APRILE 2013 – 3A DOMENICA DI PASQUA – C / LECTIO DIVINA

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14 APRILE 2013 – 3A DOMENICA DI PASQUA – C / LECTIO DIVINA

Lectio Divina: Gv 21,1-19
Dopo l’incontro di Gesù con i suoi discepoli in Gerusalemme, quando il risuscitato dovette farsi vedere e toccare perché credessero in Lui, i discepoli erano ritornati in Galilea. E lì Gesù dovette tornare e apparire a loro come Gesù resuscitato, dividendo con loro la vita di ogni giorno e convincerli della realtà della nuova vita, per poter compiere poi, con maggiore convinzione e con migliori argomenti, la loro missione come testimoni.
Il racconto, semplice in apparenza, nasconde le due preoccupazioni di base del suo autore: prima la dimostrazione della realtà della resurrezione di Gesù, alla quale serve la dettagliata cronaca della pesca miracolosa e l’invito di Gesù a mangiare in comunione; secondo, la concessione a Pietro di un compito di servizio nella comunità. Allo svolgere della narrazione si evidenzia la figura di Pietro; il quale, anche se non è il discepolo preferito, lo sceglierà per confermare la fede agli altri. Sarà perciò obbligato a far passare attraverso il pubblico scrutinio il suo amore verso Gesù, e la ripetuta testimonianza di questo amore gli conseguirà la confermazione della sua missione principale. Non fu il discepolo più amato, ma il più amante, che ottenne la responsabilità di curare e guidare i suoi fratelli.
Il mistero della Chiesa si fonda sopra uomini deboli, che sanno di aver convissuto con il Signore che predicano, perché non possono dubitare dell’amore che hanno: amare Cristo impone di trasmettere la fede tra i fratelli come compito della vita. Se si tratta di essere accolti: non è necessario essere perfetti per optare di essere pastori delle comunità. Non bisogna dimenticare che il ministero è obbligato per chi ama veramente Cristo.
1 In quei giorni, Gesù apparve di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberiade. Egli si rivelatò in questo modo: 2Vi erano Simon Pietro, Tommaso detto Didimo, Natanaele di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli. 3Simon Pietro dice:
- « Io vado a pescare ».
Gli rispondono:
- « Andiamo anche noi con te ».
Uscirono in barca, ma quella notte non presero nulla. 4Era già l’alba e Gesù si presentò sulla riva, ma i discepoli non sapevano che era Gesù. 5Jesús dice:
- « Figlioli, non avete qualcosa? »
Essi risposero:
- « No. »
6 Gesù dice:
- « Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete ».
La gettarono, e non avevano la forza di tirarla per la moltitudine di pesci. 7Il discepolo che Gesù amava disse a Pietro:
- « E’ il Signore ».
Sentendo che era il Signore, Simon Pietro, che era nudo, si cinse la veste e si gettò in acqua. 8Gli altri discepoli invece vennero con la barca, perché non erano lontani da terra se non un centinaio di metri, trascinando la rete piena di pesci. 9Scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. Gesù dice:
- « Portate un po ‘del pesce che avete preso. »
11 Simon Pietro salì nella barca e tirò a terra la rete piena di pesci di grandi dimensioni: 153. E sebbene fossero così tanti, la rete non si strappò.
12 Gesù gli dice:
- « Venite a mangiare ».
Nessuno dei discepoli osava domandargli: chi era, perché sapevano bene che era il Signore.
13 Gesús si avvicinò, prese il pane e lo diede a loro, e lo stesso fece con il pesce.
14 Questa era la terza volta che Gesù apparve ai discepoli, dopo essere risuscitato dai morti.
15 Dopo che ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro:
- « Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro? »
Egli rispose:
- « Sì, Signore, tu sai che ti amo. »
16 Gesù gli dice:
- « Pasci i miei agnelli ».
Per la seconda volta gli chiede:
- « Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene? »
Egli rispose:
- « Sì, Signore, tu sai che ti amo. »
Gli dice:
- « Pasci le mie pecorelle ».
17 Per la terza volta gli chiede:
- « Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene? »
Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli chiedesse se gli voleva bene e gli rispose:
- « Signore, tu sai tutto, tu sai che io ti amo ».
Gesù gli dice:
- « Pasci le mie pecore.
18 Te lo assicuro, quando eri più giovane, ti cingevi la veste, e andavi dove volevi, ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi « .
19 Questo gli disse alludendo alla morte con la quale avrebbe glorificato Dio. Detto questo, aggiunse:
- « Seguimi ».

 1. LEGGERE: capire quello che dice il testo facendo attenzione a come lo dice
Gv. 21 è, in realtà, una appendice al Vangelo già concluso (Gv 20,30-31) una specie di epilogo; la storia di Gesù è finita in Gv. 20,31, non così la storia dei suoi discepoli, che continua con il ritorno e nuovi incarichi del Resuscitato in Gv. 21. Sembra che il redattore posteriore aggiunge questo capitolo per non permettere la perdita del materiale tradizionale conosciuto nella comunità giudaica attorno alla sorte del discepolo amato. In questo capitolo domina in più un evidente interesse per la comunità dei credenti, sull’assegnazione a leader fatta a Pietro. Il nostro episodio include quasi tutto il cap. 21, che si divide in due parti. La prima (Gv.21,1-14) narra le tre apparizioni di Gesù, localizzate in Galilea, a sette discepoli (Gv.21,2), durante la quale trasformò una pesca infruttuosa in abbondante, condivisa poi con una cena in comune (Gv. 21,12). La seconda parte(21,15-23) contiene quasi esclusivamente le parole di Gesù che rinnovano compiti e impongono urgenze comunitarie a Pietro. Le due scene, considerando le innegabili differenze formali e di contenuto, riflettono un’unità intima: Gesù (Gv.21,14.5.7.9.12.13.14.15.16.17) e Pietro, coprono tutto il racconto (21.2.3.7.11.15.16.17.), il primo come protagonista, il secondo come suo privilegiato interlocutore: prima in una pesca miracolosa e poi nel suo destino come pastore del gregge di Gesù.
La terza apparizione di Gesù viene posta, senza una previa preparazione, vicino al mare di Tiberiade (Gv.6,1). I discepoli sono tornati, si suppone, alla vita quotidiana; e nel mezzo di questa, in una giornata di duro lavoro, essi vivranno l’esperienza del Resuscitato. Il mare è il luogo del lavoro ma anche dell’incontro con Gesù. E’ di notte, il tempo appropriato per la pesca, però impedisce la visione. E’ l’assenza di Gesù, i discepoli non riescono a fare con successo quello che sanno fare: essere buoni pescatori.
Dopo una notte di lavoro, Gesù li incontra all’alba (Gv.21,4) ma non viene riconosciuto, parla con loro (come successe con Maria 20.14, e quelli di Emmaus (Lc.24.16) chiedendogli in tono familiare un po’di cibo (Gv. 21,5 ragazzi). Non saluta e non da’ la pace, si presenta come bisognoso. Domanda con che cosa accompagnano il pane (Lc. 24,41).
La sua domanda porta i discepoli a riconoscere la loro povertà e il fallimento della pesca: non hanno nulla da dare da mangiare. Gesù ordina loro di ritornare subito al lavoro, assicurando buoni risultati (Gv. 21,6) L’obbedienza allo sconosciuto supera le migliori aspettative: la rete si colma di pesci. Tutto lo si deve alle parole dello sconosciuto. Nel racconto dell’apparizione, come è nella normalità: Gesù non è riconosciuto, se lui no si fa conoscere (Gv. 20.15; Lc.24,16) Qui è il tratto tipico dell’Evangelista: lo riconosce il discepolo amato e lo comunica a Pietro (Gv. 20,7 cf.20,8). La reazione di Pietro tumultuosa e generosa, sottolinea il suo protagonismo che tiene per tutta la scena; vuole pescare e si offre ad accompagnare gli altri (Gv. 21,3), si butta in acqua all’incontro del Signore (Gv. 21,7), mentre gli altri discepoli portano a terra la pesca abbondante (Gv.21,8). Pietro si comporta come padrone dell’imbarcazione; porta a terra la rete, e prende dell’abbondante pesce una parte del pescato. Il bottino, racconta con precisione il narratore, contava di 153 pesci grandi, che non ruppero la rete (Gv. 21,11).
I discepoli si incontrarono con il Signore e con un pasto preparato: pesce alla brace e pane (Gv. 21,9) alimento tipico dei pescatori di Galilea. Non si dice cosa pensavano mentre mangiavano. Il riconoscimento del Resuscitato non avviene durante il lavoro del giorno, avverrà durante il pasto, quando, mangiando con lui, tutti lo riconosceranno (cf. Lc. 24,35). E di fatto, accettando l’invito, (Gv. 21,12) nessun discepolo oserà domandargli la sua identità; sapevano molto bene che era realmente il Signore.(Gv.23,13; cf. 6,11; Lc.24,30. 42.43;Hch 10,41).
Terminata la cena, Gesù conferirà il governo della comunità a Pietro. Gli altri discepoli, eccezion fatta dell’amato di Gesù, scompaiono dal racconto. Il primato di Pietro è un tema conosciuto nella tradizione evangelica (Mt. 16,17-19). Risulta significativo che il quarto Vangelo che, al suo inizio, si occuperà del cambio del nome di Pietro (Gv.1,42) termina con l’imposizione della sua nuova missione (Gv. 21,15. 16,17).
L’episodio include due momenti, l’imposizione del compito pastorale (Gv. 21,15-17) e l’annuncio della testimonianza di sangue (Gv. 21,18-23). Gesù apre uno scrutinio di amore e impone a Pietro una missione che le è propria(Gv.10,1-21). Il dialogo, rapido e ridotto all’essenziale, segue uno schema fisso: per tre volte una stessa questione provoca una uguale reazione e si conferisce un identico incarico. Alla domanda di Gesù (Gv.21,15.16.17) segue la risposta affermativa di Pietro (Gv.21,15.16.17), che provoca la concessione del compito (Gv. 21,15.16.17). La triplice domanda di Gesù, provoca la tristezza di Pietro (Gv.21,17), che deve ricorrere all’onniscienza di Gesù, caratteristica divina, per convincerlo del suo amore. Gesù ha iniziato il dialogo chiedendo l’amore più grande. Non sembra, nonostante tutto, che, con questo interrogatorio, Gesù stava provando la fedeltà dell’unico discepolo che lo aveva negato tre volte(Gv.18,15-28.15-27); lo riabilita, non tanto per la convivenza ma per la missione: Pietro non ritorna nella sua compagnia, è inviato ai fratelli. (Lc. 22,32).
La scena non si focalizza, perciò, nel recupero della fedeltà personale, anche se la include, del discepolo traditore. E’ più evidenziata la cronaca di un’investitura, della consegna del ministero pastorale a Pietro; dovrà avere cura del gregge di Gesù; ma, solo dopo: quando avrà proclamato il suo amore e la sua dedicazione al Signore. Certò è che Pietro si riabilita pubblicamente, confessando pubblicamente il suo amore per Gesù e dolendosi di doverlo ripetere.
Se nei sinottici Gesù rimase impressionato della fede di Pietro (Mc.8,27-29), in Gv. rimarrà convinto solo per la sua protesta di amore: prima di tutto il ministero pastorale è esercizio di amore a Gesù. Amare Cristo implica la responsabilizzazione dei cristiani. Gesù non concede il governo pastorale della sua comunità a chi promise molto (Gv. 13,13,36-37), e neppure a chi era il più amato e miglior credente (Gv.21,7); lo concesse e per tre volte, a Pietro, il quale dovette confermare più volte e con impegno il suo amore. Il gregge segue il messaggio di Gesù. Pietro deve guidarlo e curarlo. La proprietà non cambia, la responsabilità pastorale riposa sopra quello che più dovrà amare, dovrà osservare, e non è casuale, che l’investitura di Pietro come pastore unico va unita alla predizione del suo martirio. Chi divide con Gesù il compito del pastore (Gv.10,11-18) dovrà condividere la sorte e il destino (Gv.15,13); solo così garantirà come vero il suo compito. Il mandato di Gesù, che esige di essere seguito, impone a Pietro un tragico finale, e lo rende inevitabile, sapendo che cammina sulle sue orme. Il seguirlo, impossibile prima della morte di Gesù (Gv.13,36) è ora imperativo: tu seguimi! La sorte solidaria di Pietro con Gesù, una solidarietà che culmina la missione pastorale, non include che Pietro dia la vita per gli altri (Gv. 10,11.17-18), ma che la dà per il suo Signore (Gv.13,37).

 2. MEDITARE: applicare quello che dice il testo alla vita
Secondo quanto ci racconta il Vangelo, i discepoli erano troppo occupati nel loro lavoro, occupati di quello che già sapevano. Invece di occuparsi a essere testimoni di Gesù e portatori di pace, si preoccupavano di guadagnarsi il sostegno giornaliero; li preoccupava di più la necessità di mangiare che l’obbligazione di predicare il Vangelo. Come Pietro, che trascina gli altri alla pesca notturna, oggi tanti credenti si affannano per lavorare di più, e dimenticarsi dell’incarico ricevuto da Cristo Gesù. Come lui, siamo molti quelli che hanno celebrato la resurrezione in questi giorni e sappiamo che Lui è vivo. Ma, come Pietro, ci occupiamo di faccende più utili, meno compromettenti, pur di non portare avanti quello che Lui ci ha incaricato. Non è che Pietro, né noi, facesse del male, occupandosi solo di pescare; procurandosi certamente il necessario per vivere, però faceva silenzio su quello che sapeva di Cristo, che viveva realmente; dimenticandolo lo dava per morto davanti ai suoi.
E posto che stava facendo cosa buona, non compiva la volontà del Risuscitato, non conosceva il trionfo del suo lavoro: quella notte non presero nulla, ci ricorda l’evangelista. Non può essere fruttifera un’occupazione, un lavoro, un’illusione, uno sforzo, che non è conseguenza di una vocazione, che ognuno di noi ha ricevuto da Dio. Chi sa che Gesù è vivo, anche se una maggioranza lo crede morto, o semplicemente non si interessa a Lui, non può stare zitto sulla sua esperienza e occuparsi di quello che non è la sua missione principale. Non basta, perciò, non fare nulla di male: se non diciamo al mondo quello che sappiamo, continueremo vivendo inutilmente, lavorando nella notte e segnando col nostro sudore il mare, mentre non ci occupiamo nel proclamare con la vita quello che sappiamo di Gesù: che Lui vive e noi viviamo per testimoniare al mondo che Cristo è la nostra vita.
Presentandosi di nuovo, Gesù mandò i suoi a pescare quando già non era opportuno. Strano comportamento quello di Gesù, che non si arrabbia perché i suoi non fecero quello che avrebbero dovuto fare, e li manda a fare quello che non è usuale. I discepoli che hanno ignorato il mandato di Gesù Risuscitato, devono imparare che è l’obbedienza che darà efficacia alla loro vita giornaliera: gettare le reti quando era ora di raccoglierle; e ne raccolsero piene di pesci, era contro la logica. Con Gesù l’esito è assicurato, anche se cozza contro la propria esperienza; senza di lui tutto lo sforzo è vano. Il discepolo, che sapeva che Gesù lo amava, riconosce con maggiore facilità che lo sconosciuto è il Signore è, perciò, tra gli apostoli il primo a riconoscerlo.
L’amore è il miglior modo di individuare la presenza dell’amico in uno sconosciuto: e quello che più ama, più facilmente crede.
Non mettiamo in conto le nostre molte difficoltà per lasciarci convincere della presenza e dell’aiuto di Dio. Noi siamo già credenti, ma siamo incapaci di crederci amati da Dio, abbiamo bisogno di prove, perché non siamo sicuri di Dio, del suo amore, del suo affetto. A differenza del discepolo amato, il primo che credette davanti ad una tomba vuota, il primo che riconobbe il Signore dopo una pesca miracolosa, noi non siamo sicuri del suo amore, e non possiamo credere che ci ama veramente: sono tanti i fallimenti, le disavventure, le notti che dobbiamo passare soli, senza vedere il risultato che speravamo, e nulla ci può convincere che Lui sta con noi, cercando di farsi conoscere; se gli obbediremo, affidandoci alle sue parole, ritorneremo alle nostre attività in modo entusiasta, sapendo che Egli di nuovo ci accompagna.
Potremo, almeno, reagire come Pietro, che non seppe in principio riconoscere il suo Signore; però all’udire che si trattava di Lui, si lanciò in mare seminudo, senza considerare il rischio che affrontava; quel mare che la notte prima non gli aveva dato niente, era lo stesso mare tramite il quale lui andava incontro al suo Signore. Il disastro precedente non gli mise nessuna paura: all’udire che era il Signore, si gettò in acqua.
Però, come sapremo noi oggi che il Signore sta con noi e a nostra disposizione, se non ci occupiamo di pesca notturna nel lago di Galilea, come fecero i primi discepoli? La risposta ce la dà il racconto: loro seppero che era il Signore, quando li invitò a mangiare assieme: il ricevere il pane e il pesce dalle mani di Gesù, li convinse che era il Signore e nessuno osò domandargli chi era.
Se non avessero udito dallo sconosciuto l’invito a condividere il pane e a calmare le loro necessità, non lo avrebbero riconosciuto. Però, sapendo che Gesù, l’autentico maestro, si era occupato tante volte di placare la loro fame, riconobbero la sua voce e l’invito di mangiare assieme. Se è quello che desideriamo anche noi: riconoscerlo vivo e vicino alla nostra vita, dobbiamo ascoltare oggi il suo invito a condividere il suo pane ed a soddisfare i nostri bisogni. Non riconoscerlo tra di noi, disattenderemo il suo invito di condividere il suo pane e il suo corpo. Non è casuale tutto il contrario: che per noi è così difficile credere, ma quanto meno lo riceviamo nella nostra vita attraverso l’eucaristia. Senza avvicinarsi alla sua mensa, come sapremo che è vivo e che vive preoccupandosi di noi? Saremo come i suoi discepoli che, anche conoscendolo, si impegnavano nella pesca, lavorando di notte, senza aspettare che Lui desse loro, il giorno seguente, la certezza della sua presenza e la riuscita delle loro fatiche.
L’esempio di Pietro dovrebbe, nonostante tutto, animarci: non fu il preferito di Gesù, però si ardì ad amare il suo Signore contro tutta la logica, lanciandosi in mare: sapeva bene che Gesù amava di più un altro, però lasciò che Gesù gli domandasse in pubblico se lo amava più degli altri. E perché si arrischiò a confessare ripetute volte che amava il suo Signore, fu il preferito per guidare gli altri discepoli. Gesù, curiosamente, non elesse quello che maggiormente amava e che per primo lo riconobbe, mise di fronte alla sua comunità Pietro, il discepolo che più volte lo aveva negato ma che più volte gli promise il suo amore. Seguire Gesù non implica essere migliori, né sapersi il suo migliore amico, però bisogna essere tanto sicuri del suo amore e avere il coraggio di proclamarlo davanti al mondo. Tutti possiamo promettergli amore ed essere, come Pietro, eletti.

JUAN JOSE BARTOLOME sdb, E-mail:

10 MARZO 2013 – 4A DOMENICA – QUARESIMA C – OMELIA DI APPROFONDIMENTO SPIRITUALE

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10 MARZO 2013 – 4A DOMENICA – QUARESIMA C – OMELIA DI APPROFONDIMENTO SPIRITUALE

4a Domenica di Quaresima
Dio, grande e misericordioso, attende il ritorno del figlio perduto!
I Farisei e gli scribi mormorano di Gesù: costui riceve i peccatori e mangia con loro.
Gesù scandalizza i cosiddetti benpensanti, perché si mescola con i peccatori e i pubblicani e va a pranzo con loro.
Alla base della mormorazione dei farisei e degli scribi sta la convinzione che Dio non possa approvare un comportamento del genere.
Proprio per dimostrare che Dio non condanna il peccatore, non lo abbandona al suo destino, ma è padre buono che perdona il figlio ribelle, attende fiducioso che rientri in se stesso, lo riabbraccia e fa festa per il suo ritorno, Gesù racconta la bella parabola del figlio prodigo, o meglio, la parabola del padre misericordioso.
Il comportamento di Gesù che accoglie con benevolenza i peccatori, è quindi quello stesso di Dio, Padre celeste, che non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva.
Nella parabola, due sono i figli: ingrato e invidioso il maggiore; ingrato, ma pentito il minore.
Il figlio maggiore sembra tanto per bene, ma in realtà si rivela molto interessato, egoista, invidioso, e soprattutto dimostra di non aver capito che la più grande fortuna per lui è stata proprio quella di essere sempre rimasto in casa con il padre e di aver condiviso con lui tutti i suoi beni.
Questo figlio maggiore rappresenta certo gli scribi ed i farisei che mormorano perché Gesù accoglie i peccatori: sono gelosi ed invidiosi. Ma potrebbe rappresentare anche noi, se non sappiamo avere misericordia e compassione per coloro che sbagliano, e se non sappiamo gioire per un loro eventuale ravvedimento; ma soprattutto se non sappiamo apprezzare il dono di essere rimasti nella casa del Padre e di aver goduto della sua intimità.
Il figlio minore, il figlio prodigo, rappresenta ovviamente l’uomo peccatore, che si illude di stare meglio fuori della casa del Padre; che crede di potersi realizzare meglio lontano da Dio, e quindi gli volta le spalle; che dissipa i doni ricevuti da Dio, e si riduce nella più squallida miseria morale.
La parabola del figlio prodigo e del padre misericordioso ci aiuta a riflettere e a scoprire le realtà fondamentali per la nostra vita spirituale: che cosa sia il peccato, nel pensiero di Gesù; che cosa significhi e che cosa comporti convertirsi; e in che cosa consista la riconciliazione con Dio.
Il peccato secondo il Vangelo, e quindi nel pensiero di Gesù, è rivendicare la propria assoluta autonomia e indipendenza da Dio: dammi la parte di beni che mi spetta, dice il figlio minore; è ritenere la casa paterna troppo stretta e la presenza del padre ingombrante ed opprimente; è quindi voltare le spalle a Dio, allontanarsi da lui; in fondo è un rifiuto dell’amore del Padre.
Come conseguenza di questo atteggiamento, il peccato è un dissipare i beni ricevuti da Dio, ed alla fine è un ritrovarsi a mani vuote, un precipitare nella miseria e nell’abbrutimento morale.
Il figlio minore, dice il vangelo, raccolte le sue cose, partì per un paese lontano, e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto. Quando ebbe speso tutto…cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò… a pascolare i porci.
Allora entrò in se stesso, e disse: quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame. Mi alzerò e andrò da mio padre e gli dirò: padre ho peccato!
Ecco in cosa consiste la conversione: nel rendersi conto della condizione di miseria e di avvilimento a cui il peccato ha condotto; nel comprendere che è stata un’illusione aver cercato la felicità lontano da Dio; nel decidersi a cambiare vita: partì e si incamminò verso suo padre.

Quando era ancora lontano, il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò.
La riconciliazione con Dio non è solo chiedere e ottenere perdono, non è solo pentirsi da parte del peccatore e un dimenticare le offese da parte di Dio, ma è molto di più. È essere accolti nelle braccia del Padre, essere reintegrati nella dignità dei figli di Dio, essere rigenerati alla vita di grazia e di amicizia con Lui, è diventare creature nuove in Cristo.
S. Paolo nella lettera ai cristiani di Corinto ci ricorda che Tutto questo però viene da Dio che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo. A noi non rimane che aprire il cuore e accogliere il dono con grande disponibilità d’animo.
Anche a noi S. Paolo ripete Vi supplico in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio, lasciatevi raggiungere dal suo amore che perdona e risana.
In questa quaresima, come il figlio prodigo riconosciamo la nostra stoltezza nell’aver voluto tante volte allontanarci dal Signore con il peccato, e decidiamoci a ritornare sui nostri passi: Dio non attende altro che abbracciarci e farci festa.
Se, per grazia del Signore, siamo rimasti fedeli a Lui, ma non senza qualche incoerenza, cerchiamo di entrare in una comunione di vita e di amicizia con Lui sempre più profonda: decidendoci per una vita più impegnata e più santa.
Ci aiuti la Vergine Maria ad accogliere la salvezza che Gesù ci porta nella Pasqua
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 D. Mario MORRA sdb – E-

MADRI DI UN VIAGGIO: LUCA 1,39-56 -LECTIO

http://www.atriodeigentili.it/lectio/2005_06/05.htm

Lectio Biblica 2005/06
a cura di Stella Morra

5. MADRI DI UN VIAGGIO

Luca 1,39-56

Premessa

            Continuiamo la riflessione sul tema del viaggio con una lectio consolante.

            Nei primi tre brani, tratti dall’antico testamento, abbiamo visto la fenomenologia umana del viaggio, alcuni aspetti dei movimenti profondi che un viaggio mette in gioco. La volta scorsa, fermandoci sugli strani viaggi dei Magi e di Giuseppe, abbiamo iniziato la seconda metà del percorso e cerchiamo di entrare in una riflessione cristiana più specifica a partire sempre dal tema del viaggio, ma del viaggio nel suo valore di esperienza alla sequela del Signore Gesù, della sua incarnazione, della sua morte e Resurrezione. Oggi leggeremo la seconda metà del capitolo primo di Luca, un racconto molto noto: la visitazione e il Magnificat.
            Come spesso accade, nei testi contano anche i pretesti, sia nel senso di occasione, sia nel senso di ciò che è prima del testo, pre-testo.
            Questo brano riguarda due donne: Maria ed Elisabetta ed il loro due figli, certo non due figli qualsiasi, Giovanni Battista e Gesù il Cristo. Lo sguardo, però, si ferma sulle donne; i figli non ci sono ancora, sono di là da venire. Fermarsi sulle due donne non è un dato casuale. Sappiamo che, nella cultura che ha prodotto i vangeli, le donne non avevano un ruolo pubblico, di primo piano, dunque non si narrava di donne se non per motivi particolari. Nella Bibbia troviamo figure di donne, ma sempre connesse ad un significato preciso, perché non sono protagoniste nella cultura.
            Negli studi esegetici degli ultimi vent’anni è cresciuta molto l’attenzione alle donne, e delle donne;  c’è stato un periodo in cui tutte le donne studiavano solo le donne e nient’altro, quindi c’è una gran quantità di testi che riguardano le figure femminili nella Bibbia e vi si  trova un po’ di tutto: cose interessanti e convincenti, altre esagerate…
            Quelli di Luca e Giovanni sono i due vangeli che hanno una maggior attenzione ed una maggior presenza delle donne. In Giovanni è abbastanza chiaro: per lui, le donne sono l’altra metà della fede. La fede ha due facce, due caratteristiche: una più istituzionale, che in genere serve, ma non capisce, ed è rappresentata dai discepoli; l’altra, la parte non riconosciuta, non istituzionale, che non ha un volto pubblico, ma è l’aspetto vitale della fede, è rappresentata in modo specifico dalle donne, poi dai peccatori e dagli stranieri, da tutti quelli che non c’entrano. La situazione classica è che, in tutti gli incontri, i discepoli non capiscono e le donne sì. Alla Risurrezione, nel racconto di Giovanni, arrivano prima le donne…
            In Luca, invece, il testo che leggiamo oggi, è un po’ diverso: ci sono delle donne, ma soprattutto c’è l’imponente figura di Maria, la donna. Quasi tutto ciò che sappiamo di Maria viene dal vangelo di Luca, che ha grande attenzione al vangelo dell’infanzia. La figura di Maria, da questo punto di vista, è un po’ ingombrante; è vero che è una donna, ma è anche vero che, per come è stata accolta e riconosciuta da tutta la tradizione credente, diventa quasi una semidea, non tanto una donna normale, ha una serie di privilegi. E’ come se il suo essere madre di Dio andasse a scapito del suo essere donna.  E’ più importante il fatto che sia questa donna così splendente, particolare, che non il fatto che sia una donna!

            Madre
            Oggi dovremo fare lo sforzo di ascoltare il testo come se fosse la prima volta, lasciando da parte la risonanza che abbiamo nelle orecchie. Qui si tratta di una donna, Maria, e di sua cugina, Elisabetta, che sono innanzitutto delle donne, e delle donne in un passaggio complesso della loro vita: quello di una maternità. Maria ha appena ricevuto l’Annunciazione, Elisabetta è già avanti nella sua gravidanza. E queste due madri si incontrano.
            Mi sembra che, leggendo questo brano, potremmo chiederci che viaggio bisogna fare per diventare da donne, madri; ma anche da maschi, a madri! Qual è il viaggio per diventare da esseri con un corpo, sessuati, che hanno un nome di identità su se stessi, a esseri che hanno un nome di identità in relazione ad un altro? ‘Donna’ è un termine che si regge da solo, ma ‘madre’ deve essere in relazione a qualcuno.
            E’ un tema serio e delicato. Per molto tempo ci è stato detto che essere madre è una cosa naturale, legata semplicemente ad un fattore biologico. Le donne diventano madri, hanno il desiderio e l’istinto di maternità; i maschi non diventano madri; al massimo diventano padri perché si assumono una responsabilità… E sembrava naturale. Per molto tempo abbiamo semplicemente incamerato questa questione; se la donna non diventava madre, era lei stessa che aveva qualche disfunzione, qualche problema. Forse proprio questo testo già da tempo doveva mettere nell’avviso che la questione non è così come sembra,  solo un fatto biologico. C’è un viaggio da compiere, ci sono molti modi di essere madri. C’è una maternità, forse quella decisiva, che non ha quasi niente a che fare con la biologia. Una maternità che, certo, consente anche di essere buone madri e padri biologici, ma di cui, l’essere buoni padri e madri biologici, è solo il sacramento…il vero viaggio si compie da un’altra parte!
            Vi chiederei di ascoltare questo testo con una domanda non tanto su Maria e le sue doti, ma su che viaggio si compie dall’avere un nome che si definisce in se stesso, all’avere un nome che si definisce in relazione con qualche cosa che si è generato. Qual è il viaggio che unisce questi due passaggi?

            In quei giorni… in viaggio… in fretta
            Ai miei orecchi questo testo è bello. Innanzitutto è molto semplice, un racconto piano, senza costruzioni complesse, colpi di scena o grandi effetti. Come si può notare dai testi scelti per il percorso di quest’anno, il mio percorso personale mi sta portando da testi complessi, articolati, intellettuali, a testi sempre più semplici, a racconti per bambini; forse tornerò a cose complicate, non lo so.  Mi piace molto questo tono in cui le cose profonde, serie dell’esistenza sono raccontate con la stessa voce con cui si direbbe una cosa banale, quotidiana.
            Nel primo versetto troviamo una specie di riassunto di tutta la strada che abbiamo fatto fino qui.
            “In quei giorni Maria si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una città di Giuda”.
            “In quei giorni…” vuol dire: proprio allora, in un determinato momento; un viaggio non è un dato generico, non ci si mette in viaggio in teoria, ma c’è un momento preciso che è la partenza. Fino ad un momento prima eri fermo, poi ti metti in movimento. Bisogna sapere quali sono i nostri giorni, qual è il giorno in cui bisogna mettersi in viaggio. Ci si può organizzare, pensare, prepararsi, ma poi c’è il momento concreto della partenza.
            “…Maria si mise in viaggio…” Mettersi in viaggio…bella espressione! Uno si mette nella condizione di…Prende se stesso e si mette in viaggio.
            “…verso la montagna…”  guarda caso c’è sempre una montagna da scalare! Non si può viaggiare in discesa; i viaggi sono sempre verso la montagna, perché il viaggio è una condizione in salita, faticosa, precaria.
            “…e raggiunse in fretta…”  si potrebbe leggere tutta la scrittura sottolineando tutte le volte che c’è scritto la parola fretta. La fretta è l’etichetta, il segnale della salvezza che passa. In tutta la scrittura, ogni volta che c’è una fretta c’è una salvezza. La salvezza prende sempre alla sprovvista; per quanto uno lo abbia desiderato, sperato, invocato, costruito, quello che succede davvero, arriva quando meno te lo aspetti. Succede come per gli amori: arriva da altrove, da un altro tempo, da un altro luogo. Tu lo riconosci, sai che era quello, però… ‘proprio adesso?!’… ti coglie sempre alla sprovvista.
            La cena di Pasqua, secondo la prescrizione di Esodo, si mangia con i piedi calzati, il vestito cinto, il bastone in mano, pronti alla partenza; si deve mangiare pane azzimo perché non c’è stato il tempo per farlo lievitare, e da quattromila anni non si è mai avuto tempo! Non c’è il tempo! Non ci sarà un viaggio in cui non sia mancata una settimana per prepararsi!….. La salvezza funziona così, arriva da altrove. Fortunatamente la salvezza non è nel governo della nostra programmazione.
            Credo che su questo tema bisognerebbe ragionare con grande forza, perché la potenza culturale del nostro programmare è molto forte. Siamo tutte persone con la previdenza sociale, la pensione, l’assicurazione… E’ giusto, è un atto di responsabilità rispetto al futuro e a se stessi, ma ce l’abbiamo anche nella testa e non solo nelle cose; abbiamo l’idea che ognuno può comunque assicurare se stesso. La salvezza, invece, sta sotto il segno della fretta e allora, probabilmente, bisogna avere la capacità di lasciare uno spazio in cui la fretta possa agire, perché se ci si organizza troppo, poi non c’è proprio più spazio! Se tutto è organizzato, pianificato, non c’è più spazio per l’inatteso. Questo versetto è il riassunto del percorso fatto fin qui, sotto questo tono meraviglioso della fretta. Noi non abbiamo più la fretta della salvezza, perché tutto è pianificato, ma abbiamo l’impazienza!

         Dono del padre, dono della madre
            “Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta”.
            E’ carino! La casa è di Zaccaria, ma la persona che Maria saluta è Elisabetta!
            Qui c’è tutta la differenza tra patri-monio e matri-monio. ‘Monio’ viene da munus, dovere, compito. Allora patrimonio è il compito del padre e matrimonio è il compito della madre. Guarda caso, in italiano sono due belle parole! Raramente  le abbiamo messe insieme, ma hanno la stessa struttura. Qui c’è tutto il patrimonio e il matrimonio: la casa è di Zaccaria, ma la persona che si incontra è Elisabetta!
            Attenzione: tutte e due le cose, patrimoni e matrimoni, sono necessarie a vivere. E ciascuno di noi è un po’ padre e un po’ madre. E, tra l’altro, – non vorrei esagerare con il gioco delle parole – ma il dono delle cose è dono del padre, il dono della vita custodita è dono della madre. E stabiliscono ognuno di noi già in uno stato di relazione. Non è il dono dell’uomo, e il dono della donna; è il dono del padre e quello della madre.
            Ognuno di noi è padre per una parte, perché ha nella sua vita un patrimonio, cioè cose, lavoro, produttività; ognuno di noi è madre perché ha comunque un’intimità, degli affetti, una vita da custodire; e queste due attività non sono solitarie, sono già nomi di relazione. Noi abbiamo una relazione con le cose nel nostro patrimonio, con la casa, il denaro, il lavoro, la produttività, il possesso…che ci è data non come ‘io e le mie cose’, ma come ‘io e le mie cose per generare vita, per essere padri’. E la relazione con le cose nel matrimonio  non come ‘io e i miei affetti’, ma ‘io e i miei affetti per generare vita, per essere madri’.

         Sussulto di gioia
            “Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo”.
            Non so  che effetto faccia a voi il suono di questo versetto. Sta un po’ tra il racconto per bambini – appena il principe baciò la principessa, lei si svegliò dal lungo sonno… – e il tono un po’ magico…Un racconto a metà tra la fiaba e il tempo eccezionale, che è nel Vangelo…             Ovviamente non funziona così. Il Vangelo non è una cosa un po’ strampalata, in cui succedevano cose strane. Al di là del genere letterario, rappresenta la nostra storia, narra la vita così com’è, guardata attraverso la trasparenza, essendo padri e madri in relazione con una vita più grande di noi, non essendo semplicemente appiccicati alle cose, nemmeno alla  nostra intelligenza, al nostro cercare di capire.
            “Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo”…
            Se uno dicesse queste cose con un altro genere letterario, improvvisamente vedremmo ciò che significa.
            “Appena una parola è scambiata sul serio e ci tocca il cuore, la vita che siamo in grado di generare comincia a nascere”.
            Il saluto di Maria, udito da Elisabetta, è lo spazio di una parola scambiata; di una parola vera, non di una chiacchiera. Una parola vera non vuol dire necessariamente una parola pia.      La nostra vita ha sussultato tutte le volte che ci è capitato di sentirci profondamente ascoltati, e di sentire che il pezzo di verità che faticosamente stavamo cercando di dire di noi, era colto dall’altro in libertà, con affetto, senza giudizio.
            Maria ed Elisabetta fanno questo piccolo miracolo, riassunto nel genere letterario di un saluto scambiato. E’ chiaro, qui succede prima della psicanalisi. Luca non poteva scrivere: ‘appena la seduta di autocoscienza tra le due donne raggiunse il suo livello di tranfert…’ Non era possibile, non c’entra niente.
            Per poter capire che cosa significa un saluto scambiato, perchè non sembri solo un gesto magico, noi abbiamo bisogno di qualche parola in più. E’ veramente lo spazio che si instaura nella parola scambiata.
            Pensate nella scrittura quante volte c’è una parola scambiata che dà origine ad altro. Il caso classico sono i due di Emmaus. “Di che cosa andate discorrendo tra voi?” Se i due discepoli fossero stati zitti, il viandante silenzioso, che poi si rivelerà essere Gesù, non avrebbe avuto niente da chiedere loro. I due parlano, e poi scambiano la parola con lui; e viene loro restituita la spiegazione delle scritture, e il cuore scaldato.
            Pensate, per esempio, alla parola scambiata tra Gesù e il buon ladrone. Solo perché quello ha fiato per dire all’altro ladrone di stare zitto, e per invocare la situazione estrema: ‘ricordati di me’…, per lanciare questo ponte, questo sbilanciamento, uscita da sé che è una parola scambiata! – Secondo la nostra cultura dovremmo dire: una parola scambiata dovrebbe sempre essere l’uscita dal proprio narcisismo. Ma spesso non sappiamo più parlare, e le nostre parole sono chiacchiere, perché sovente le nostre parole sono un esercizio di narcisismo proiettato. Proiettiamo su schermo panoramico invece di lasciare  l’umano narcisismo dove sta e fare un salto fuori.
            Nella scrittura la parola scambiata apre sempre uno spazio. E in questo spazio il bambino sussulta in grembo. C’è forse un’altra immagine, per dire quello che tutti noi vorremmo continuamente: che la nostra vita più profonda avesse un sussulto? Che questa vita segreta, quella che non ha  ancora gambe e braccia, ma neanche autonomia; quella che è ancora tutta nostra, che è la nostra vita del desiderio profondo, la vita che sta tutta contenuta in noi, la nostra verità più profonda, avesse una botta di vita, una voglia di muoversi, di essere altro?
            Tutti, in fondo, passiamo tutta la nostra esistenza nella lunga gravidanza di noi stessi, a concepire noi stessi; e ci raccontiamo un sacco di storie con i nostri patrimoni e matrimoni per cercare di non essere condotti al doloroso momento del parto. Per cui cominciamo a definirci la moglie di qualcuno, il marito di qualcuno, il professore, piuttosto che l’avvocato, il dottore, il medico; ci mettiamo un sacco di sostantivi per darci un nome: la madre o il padre di qualcuno, per non essere costretti ad ascoltare questa vita segreta che è la nostra più profonda… e che abbiamo paura di non farcela a generare!

         Dono da altrove, l’inatteso
            “Elisabetta fu piena di Spirito Santo”.
            Fino qui, fino al sussulto della nostra vita in grembo, stiamo ancora parlando di qualcosa che è l’esperienza comune della vita umana quando è profondamente vissuta, che può essere il frutto di una vita buona. Poi c’è un salto di qualità, c’è qualcosa che viene da altrove, c’è questo Spirito Santo, che nei primi capitoli di Luca ha molto da fare.
            Anche noi abbiamo un bel po’ confusione da toglierci dalla testa. Questo Spirito Santo è un po’ strano: una colomba, la terza persona della Santissima Trinità, l’amore che unisce il Padre al Figlio?!Sì! Tutte bellissime definizioni. Ma… che cos’è? Quanto al Padre, la potenza di Dio creatore, uno riesce ad avere nella testa un luogo dove collocare Dio Padre. Gesù è più facile; il Cristo, il Salvatore, morto in croce, la sua vita umana. Sì, va bene. Ma lo Spirito Santo, che cos’è?… Credo che questo sia uno dei motivi per cui spesso fatichiamo così tanto nella nostra vita di fede, perché non abbiamo proprio un posto nella testa, nell’immaginario, dove mettere questo Spirito Santo, e non tanto in termini intellettuali, ma vitali, rispetto alla nostra vita di fede. Che cos’è, come si muove?
            Qui, credo, sta la differenza tra credenti e non credenti. Per dirla in modo banale, qui sta uno dei pochi luoghi  in cui fa differenza se uno crede in Dio, Padre di Gesù Cristo e nel suo Spirito, rispetto a non credere.

            Lo Spirito Santo è il dono che viene da altrove, l’inatteso che viene chiamato fuori da me come una possessione – uso volutamente questo termine perché noi abbiamo in testa solo la possessione demoniaca, l’essere indemoniati. Lo Spirito Santo è l’inatteso che viene chiamato fuori da me e che, non essendo dato dalle premesse iniziali, pure io riconosco come profondamente me. E’ quella vita in più che io non mi posso dare da solo, che è totalmente nuova, e che non poteva venire semplicemente dalle premesse – la mia cultura, la mia educazione, il mio migliorare, ecc – ma che, quando si attua, io la vedo e so che è la mia, non è un qualcosa di estraneo, di aggiunto.
            Per questo la tradizione della chiesa ha sempre attribuito allo Spirito Santo, in forma di doni, tutte le azioni che riguardano la sapienza: intelletto, consiglio, discernimento; tutte le azioni che riguardano la parola: interpretazione, ispirazione, ascolto; tutte le azioni che riguardano il rendersi conto di…: riconoscere in me un dono e farlo fruttare per tutti… Lo Spirito Santo ha sempre avuto questo  campo d’azione. Si parla di discernimento dello Spirito, di dono dell’intelletto, della sapienza, del consiglio, di interpretazione, ispirazione della scrittura, dei profeti.
            Lo Spirito Santo è colui che abita questo spazio di parola scambiata e che ne trae qualcosa, quella vita che sussulta, che non era data dalle premesse, ma che, nel momento in cui accade, io riconosco, discerno che è la mia, è quello che stavo cercando senza saperlo. Che è proprio lì!
            Questo è uno dei punti su cui fa differenza essere credenti o no: agire la propria vita, il proprio patrimonio e il proprio matrimonio con la certezza che prima o poi, da qualche parte, lo Spirito Santo farà fiorire la mia vita in un modo che non si poteva ricavare dai dati che sono in campo – il mio impegno, il mio riflettere, il mio scegliere -; con la certezza che riconoscerò questa vita fiorita come qualcosa  che è me. Credere senza dubitare che lo Spirito Santo agisce; questo fa differenza!

         Benedizione
            “…ed esclamò a gran voce: “Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo!”.
            La prima azione generata dallo Spirito Santo è una benedizione. Tutta la tradizione spirituale dice che il primo frutto,  criterio per il discernimento degli spiriti, quali vengono da Dio e quali no, è chiaro: lo Spirito frutta benedizione. Benedire e non maledire. Diciamo vita spirituale e vuol dire vita nello Spirito Santo! Una vita normale che scommette su questo sovrappiù inatteso, una vita che si costruisce non appoggiandosi su ciò che possiede, che ha, che capisce, che sa, ma si appoggia decentrata, su quello che non c’è ancora, ma sa che ci sarà!
            Non è un caso che, ancora recentemente, sia stato riformato il libro delle benedizioni, il benedizionale, ritornando alla prassi antica del cristianesimo che declericalizza la benedizione, la toglie dallo stretto potere del ministero e la moltiplica. Ci sono benedizioni per qualsiasi dato o situazione della vita. Benediciamo, diciamo il bene di una vita che, siamo certi, fiorirà!
            La benedizione a partire dagli aspetti più quotidiani, – ci diceva don Mario Picco: se uno ti dice Sei scemo, la risposta da dare è: però, hai una bella voce! Che lo smonta clamorosamente – andare a cercare il pezzo di buono che c’è in ogni cosa che accade, questo è il gesto base della benedizione ed è un gesto che si impara, non è una cosa innata.
            Tutti nasciamo con innato un senso di ‘giustizia’; ma ad essere persone con gli occhi che benedicono si impara! Sappiamo tutti quanto sia stato cosa benedicente, quanto abbia fatto crescere le nostre vite, l’aver incontrato chi benediceva!
            Da questo aspetto in poi, secondo la fantasia dello Spirito, dire bene, benedire la nostra vita e quella altrui, la vita che incontriamo e che siamo chiamati a riconoscere come nostra nello Spirito. Ma non in astratto, in teoria. In realtà pensiamo che sia una cosa bella, però, quando ti trovi lì, nella situazione concreta, il criterio non è benedire, ‘quello ti frega, l’altro è isterico l’altro ti tratta male…’
            “Benedetta sei tu e benedetto il frutto del tuo grembo”.
            Questa preghiera che ci hanno insegnato a recitare fin da bambini nell’Ave Maria, che fa parte della struttura più infantile della nostra fede, sarebbe l’asse portante di una vita adulta cristiana. Da cosa si riconosce, qual è il frutto di una vita nello Spirito di un adulto cristiano? Il frutto è che benedice ogni persona che incontra e la sua vita, il frutto del suo grembo. Un conto è benedire gli altri, ma voler bene alla loro vita, come loro la vivono, come loro la generano, come loro sono capaci di nutrirla, è molto difficile!

         Parola scambiata … spazio per lo Spirito
            “A che debbo  che la madre del mio Signore venga a me?”. 
            In questa frase apparentemente semplice e che noi attribuiamo al caso unico nella vita: l’incontro tra Maria ed Elisabetta, c’è un equilibrio; di solito saltiamo il versetto, perché è ‘lapalissiano’…ma ci sono diverse cose che sono ben serie per noi.
            “A che debbo…”  Dobbiamo qualcosa? A qualcuno? La nostra domanda, normalmente, quando improvvisamente arriva qualcuno è: che vuoi? Se siamo molto gentili chiediamo: che ti serve?  Elisabetta chiede: ‘a che debbo?’. E’ chiara la differenza. Il problema dell’altro, della storia che ci visita non è ‘cosa vuole la vita’, ma ‘a che cosa dobbiamo che la vita ci abbia visitati?’.  Il problema non è l’altro, sono io.
            E poi, “A che debbo che la madre del mio Signore…” Riconosce nell’altro la sostanziale uguaglianza alla propria maternità. Non è un estraneo, uno sconosciuto, è madre, come lei sta per diventare madre!
            “Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo”.
            Caso mai uno si fosse distratto, Luca ripete, ampliando ciò che aveva detto al versetto 41.
            La parola scambiata crea lo spazio allo Spirito Santo. E’ una parola riconosciuta, io so che mi hai salutato, perchè questa è l’opera dello Spirito Santo: mi fa riconoscere e, attenzione, la vita non solo sussulta –io penso spesso che vorrei un sussulto nella mia vita, e ne sarei molto felice – ma il bambino ha esultato di gioia! Un tipo di sussulto ben preciso, quello della gioia! In mezzo c’è lo Spirito Santo. Il sussulto della nostra vita in una gioia perenne è ciò che trasforma la parola scambiata in parola riconosciuta, accolta. E’ l’essere pieni dello Spirito Santo, fare fiducia sulla vita che ci viene donata e non ci sarà fatta mancare.
            Ci hanno insegnato al catechismo che nel Battesimo siamo segnati con lo Spirito Santo e che questo non ci può essere tolto: si chiama carattere. Non c’è modo di essere tanto cattivi cristiani da essere sbattezzati, non ci si può sbattezzare! Abbiamo ricevuto il sigillo dello Spirito  Santo e nulla ce lo può togliere. Abbiamo ricevuto la possibilità che, se mettiamo in atto la parola scambiata, questa si trasformi in parola riconosciuta, e se lasciamo che la nostra vita sussulti, questo sussulto diventi un’esultanza di gioia. E dunque il frutto non è più semplicemente la benedizione, ma è “Beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore”. A questo punto si capisce: non è più solo benedetta tu fra le donne, ma è beata tu che hai creduto nell’adempimento delle parole, e qui sono quelle dell’Annunciazione; hai creduto a questo dono dello Spirito Santo.

         Il dono dello Spirito Santo
            Mi sono molto soffermata su questi primi versetti, per cui dico solo più poche parole sul Magnificat, testo molto conosciuto e che meriterebbe una lectio da solo.
            “Allora Maria disse:…”
            In questa ‘parola scambiata’, la parola di benedizione e di beatitudine viene detta da Elisabetta, e Maria risponde.
            E’ uno dei testi più studiati. Nella dinamica delle due donne, madri di un viaggio, che cosa ci dice? Sia Maria che Dio hanno più dimensioni: l’anima mia, il mio spirito, così come Dio ha la misericordia e la potenza, cioè chi si mette in viaggio non è mai una persona ad una dimensione. Diventiamo complicati? Sì. Ma diventiamo anche capaci di ricevere misericordia e potenza, capaci di avere un’anima, ma anche uno spirito.
            Siamo gente che ha una profondità tridimensionale. Non abbiamo solo il fuori, la faccia che il mondo vede ed il dentro, quello che sono io. Siamo persone che hanno il fuori, il dentro e lo Spirito Santo, che moltiplica e ci fa tanti piani, per cui c’è spazio per tante cose  e possiamo avere grande gioia e grande dolore contemporaneamente perché abbiamo tanti piani diversi; possiamo avere tante amicizie molto diverse tra loro; possiamo amare la vita della gente, avendo una vita molto diversa. Non abbiamo bisogno di essere narcisisti, monodimensionali, capaci di amare solo ciò che è uguale a noi, ma possiamo essere plurali e avere posto per tante cose diverse.
            Questo canto ha due parti. In una Maria dice di sé, della propria vita fiorita e nell’altra dice dell’ordine del mondo che è strato rovesciato.
            “…ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato a mani vuote i ricchi.”
            La vita che fiorisce non è mai solo la nostra. Questo è un altro grande mistero dello Spirito Santo. Se la mia vita fiorisce, se non è narcisistica, la vita intorno a me fiorisce e gli ordini si rovesciano, perché questo è ciò che opera lo Spirito.
            “Maria rimase con lei circa tre mesi,  poi tornò a casa sua”.
            Questo versetto chiude mirabilmente l’incontro tra due madri. Un viaggio è capace di rimanere e di andarsene. Si può rimanere con lei e poi ritornare a casa propria… e lasciare!

            Il mio augurio è che queste due donne ci facciano compagnia verso la strada di Pasqua. Pasqua è laddove la vita fiorisce in modo definitivo sulla morte, fiorisce in modo radicale. Gesù risuscita e per partecipare alla morte e risurrezione di Gesù Cristo dobbiamo tutti diventare un po’ madri di una vita segreta e lasciarla fiorire.

Fossano, 11 marzo 2006
 (Testo non rivisto dall’autore)

Omelia di Papa Benedetto a San Gregorio al Celio: « Conseguire quella perfecta caritas »

http://www.zenit.org/article-29887?l=italian

« CONSEGUIRE QUELLA PERFECTA CARITAS »

Omelia di Benedetto XVI nella Basilica di San Gregorio al Celio

ROMA, domenica, 11 marzo 2012 (ZENIT.org).- Riportiamo il testo dell’omelia tenuta ieri dal Santo Padre in occasione dei Vespri celebrati nella Basilica romana di San Gregorio al Celio, in presenza dell’arcivescovo di Canterbury, Rowan Williams.
***
Vostra Grazia,
Venerati Fratelli,
cari Monaci e Monache Camaldolesi,
cari fratelli e sorelle!
È per me motivo di grande gioia essere qui oggi in questa Basilica di San Gregorio al Celio per la solenne celebrazione vespertina nella memoria del Transito di San Gregorio Magno. Con voi, cari Fratelli e Sorelle della Famiglia camaldolese, rendo grazie a Dio per i mille anni dalla fondazione del Sacro Eremo di Camaldoli da parte di san Romualdo. Mi rallegro vivamente della presenza, in questa particolare circostanza, di Sua Grazia il Dottor Rowan Williams, Arcivescovo di Canterbury. A Lei, caro Fratello in Cristo, a ciascuno di voi, cari Monaci e Monache, e a tutti i presenti rivolgo il mio cordiale saluto.
Abbiamo ascoltato due brani di san Paolo. Il primo, tratto dalla Seconda Lettera ai Corinzi, è particolarmente in sintonia con il tempo liturgico che stiamo vivendo: la Quaresima. Esso, infatti, contiene l’esortazione dell’Apostolo ad approfittare del momento favorevole per accogliere la grazia di Dio. Il momento favorevole è naturalmente quello in cui Gesù Cristo è venuto a rivelarci e donarci l’amore di Dio per noi, con la sua Incarnazione, Passione, Morte e Risurrezione. Il “giorno della salvezza” è quella realtà che san Paolo chiama in un altro luogo la “pienezza dei tempi”, il momento in cui Dio incarnandosi entra in modo del tutto singolare nel tempo e lo riempie con la sua grazia. A noi spetta dunque accogliere questo dono, che è Gesù stesso: la sua Persona, la sua Parola, il suo Santo Spirito. Inoltre, sempre nella prima Lettura che abbiamo ascoltato, san Paolo ci parla anche di se stesso e del suo apostolato: di come egli si sforzi di essere fedele a Dio nel suo ministero, perché esso sia veramente efficace e non risulti invece di ostacolo per la fede. Queste parole ci fanno pensare a san Gregorio Magno, alla testimonianza luminosa che diede al popolo di Roma e alla Chiesa intera con un servizio irreprensibile e pieno di zelo per il Vangelo. Veramente si può applicare anche a Gregorio ciò che Paolo scrisse di sé: la grazia di Dio in lui non è stata vana (cfr 1 Cor 15,10). E’ questo, in realtà, il segreto per la vita di ciascuno di noi: accogliere la grazia di Dio e acconsentire con tutto il cuore e con tutte le forze alla sua azione. E’ questo il segreto anche della vera gioia, e della pace profonda.
La seconda Lettura era tratta invece dalla Lettera ai Colossesi. Sono le parole – sempre così toccanti per il loro afflato spirituale e pastorale – che l’Apostolo rivolge ai membri di quella comunità per formarli secondo il Vangelo, perché qualunque cosa facciano, “in parole e opere,  tutto avvenga nel nome del Signore Gesù” (Col 3, 17). “Siate perfetti” aveva detto il Maestro ai suoi discepoli; e ora l’Apostolo esorta a vivere secondo questa misura alta della vita cristiana che è la santità. Può farlo perché i fratelli a cui si rivolge sono “scelti da Dio, santi e amati”. Anche qui alla base di tutto c’è la grazia di Dio, c’è il dono della chiamata, il mistero dell’incontro con Gesù vivo. Ma questa grazia domanda la risposta dei battezzati: richiede l’impegno di rivestirsi dei sentimenti di Cristo: tenerezza, bontà, umiltà, mansuetudine, magnanimità, perdono reciproco, e sopra tutto, come sintesi e coronamento, l’agape, l’amore che Dio ci ha donato mediante Gesù e che lo Spirito Santo ha effuso nei nostri cuori. E per rivestirsi di Cristo è necessario che la sua Parola abiti tra noi e in noi con tutta la sua ricchezza, e in abbondanza. In un clima di costante rendimento di grazie, la comunità cristiana si nutre della Parola e fa risalire verso Dio, come canto di lode, la Parola che Lui stesso ci ha donato. Ed ogni azione, ogni gesto, ogni servizio, viene compiuto all’interno di questa relazione profonda con Dio, nel movimento interiore dell’amore trinitario che scende verso di noi e risale verso Dio, movimento che nella celebrazione del Sacrificio eucaristico trova la sua forma più alta.
Questa Parola illumina anche le liete circostanze che ci vedono riuniti oggi, nel nome di San Gregorio Magno. Grazie alla fedeltà e alla benevolenza del Signore, la Congregazione dei Monaci Camaldolesi dell’Ordine di San Benedetto ha potuto percorrere mille anni di storia, nutrendosi quotidianamente della Parola di Dio e dell’Eucaristia, così come aveva insegnato loro il fondatore san Romualdo, secondo il “triplex bonum” della solitudine, della vita in comune e dell’evangelizzazione. Figure esemplari di uomini e donne di Dio, come san Pier Damiani, Graziano – l’autore del Decretum – san Bruno di Querfurt e i Cinque Fratelli martiri, Rodolfo I e II, la Beata Gherardesca, la Beata Giovanna da Bagno e il Beato Paolo Giustiniani; uomini di scienza e di arte come Fra Mauro il Cosmografo, Lorenzo Monaco, Ambrogio Traversari, Pietro Delfino e Guido Grandi; storici illustri come gli Annalisti Camaldolesi Giovanni Benedetto Mittarelli e Anselmo Costadoni; zelanti Pastori della Chiesa, fra i quali spicca il Papa Gregorio XVI, hanno mostrato gli orizzonti e la grande fecondità della tradizione camaldolese.
Ogni fase della lunga storia dei Camaldolesi ha conosciuto testimoni fedeli del Vangelo, non soltanto nel silenzio del nascondimento e della solitudine e nella vita comune condivisa con i fratelli, ma anche nel servizio umile e generoso verso tutti. Particolarmente feconda è stata l’accoglienza offerta dalle foresterie camaldolesi. Ai tempi dell’umanesimo fiorentino le mura di Camaldoli hanno accolto le famose disputationes, alle quali partecipavano grandi umanisti quali Marsilio Ficino e Cristoforo Landino; negli anni drammatici della seconda guerra mondiale, gli stessi chiostri hanno propiziato la nascita del famoso “Codice di Camaldoli”, una delle fonti più significative della Costituzione della Repubblica Italiana. Non furono meno fecondi gli anni del Concilio Vaticano II, durante i quali sono maturate tra i Camaldolesi personalità di grande valore, che hanno arricchito la Congregazione e la Chiesa e hanno promosso nuovi slanci e insediamenti negli Stati Uniti d’America, in Tanzania, in India e in Brasile. In tutto questo, era garanzia di fecondità il sostegno di monaci e monache che accompagnavano le nuove fondazioni con la preghiera costante, vissuta nel profondo della loro “reclusione”, qualche volta fino all’eroismo.
Il 17 settembre 1993, il Beato Papa Giovanni Paolo II, incontrando i monaci nel Sacro Eremo di Camaldoli, commentava il tema del loro imminente Capitolo Generale, “Scegliere la speranza, scegliere il futuro”, con queste parole: “Scegliere la speranza e il futuro significa, in ultima analisi, scegliere Dio … Significa scegliere Cristo, speranza di ogni uomo”. E aggiungeva: “Ciò avviene, in particolare, in quella forma di vita che Dio stesso ha suscitato nella Chiesa ispirando San Romualdo a fondare la Famiglia benedettina di Camaldoli, con la caratteristica complementarità di Eremo e Monastero, vita solitaria e vita cenobitica tra loro coordinate”. Il mio Beato Predecessore sottolineò inoltre che “scegliere Dio vuol dire anche coltivare umilmente e pazientemente –  accettando, appunto, i tempi di Dio – il dialogo ecumenico e il dialogo interreligioso”, sempre a partire dalla fedeltà al carisma originario ricevuto da san Romualdo e trasmesso attraverso una millenaria e pluriforme tradizione.
Incoraggiati dalla visita e dalle parole del Successore di Pietro, voi monaci e monache camaldolesi avete proseguito il vostro cammino ricercando sempre di nuovo il giusto equilibrio tra lo spirito eremitico e quello cenobitico, tra l’esigenza di dedicarvi interamente a Dio nella solitudine e quella sostenervi nella preghiera comune e quella di accogliere i fratelli perché possano attingere alle sorgenti della vita spirituale e giudicare le vicende del mondo con coscienza veramente evangelica. Così voi cercate di conseguire quella perfecta caritas che san Gregorio Magno considerava punto di arrivo di ogni manifestazione della fede, impegno che trova conferma nel motto del vostro stemma: “Ego Vobis, Vos Mihi”, sintesi della formula di alleanza tra Dio e il suo popolo, e fonte della perenne vitalità del vostro carisma.
Il Monastero di San Gregorio al Celio è il contesto romano in cui celebriamo il millennio di Camaldoli insieme con Sua Grazia l’Arcivescovo di Canterbury che, insieme con noi, riconosce questo Monastero come luogo nativo del legame tra il Cristianesimo nelle Terre britanniche e la Chiesa di Roma. L’odierna celebrazione è dunque connotata da un profondo carattere ecumenico che, come sappiamo, fa parte ormai dello spirito camaldolese contemporaneo. Questo Monastero camaldolese romano ha sviluppato con Canterbury e la Comunione Anglicana, soprattutto dopo il Concilio Vaticano II, legami ormai tradizionali. Per la terza volta oggi il Vescovo di Roma incontra l’Arcivescovo di Canterbury nella casa di san Gregorio Magno. Ed è giusto che sia così, perché precisamente da questo Monastero il Papa Gregorio scelse Agostino e i suoi quaranta monaci per inviarli a portare il Vangelo fra gli Angli, poco più di mille e quattrocento anni fa. La presenza costante di monaci in questo luogo, e per un tempo così lungo, è già in se stessa testimonianza della fedeltà di Dio alla sua Chiesa, che siamo felici di poter proclamare al mondo intero. Il segno che insieme porremo davanti al santo altare dove Gregorio stesso celebrava il Sacrificio eucaristico, ci auguriamo che resti non soltanto come ricordo del nostro incontro fraterno, ma anche come stimolo per tutti i fedeli, Cattolici ed Anglicani, affinché, visitando a Roma i sepolcri gloriosi dei santi Apostoli e Martiri, rinnovino anche l’impegno di pregare costantemente e di operare per l’unità, per vivere pienamente secondo quell’“ut unum sint” che Gesù ha rivolto al Padre.
Questo desiderio profondo, che abbiamo la gioia di condividere, lo affidiamo alla celeste intercessione di San Gregorio Magno e di San Romualdo. Amen.

Publié dans:LECTIO, Papa Benedetto XVI |on 12 mars, 2012 |Pas de commentaires »

La lectio divina esperienza di Israele e della Chiesa

http://www.zammerumaskil.com/catechesi/spiritualita/la-lectio-divina.html

La lectio divina esperienza di Israele e della Chiesa

Già nell’antica economia di Israele, si pregava con la Parola e si ascoltava la Parola nella preghiera. Si può vedere la descrizione di questa prassi comunitaria leggendo il c. 8 del profeta Neemia. Tale metodo che prevede la lettura, la spiegazione e la preghiera diventò il modo classico giudaico della preghiera che anche il cristianesimo ha ereditato (cf. 2 Timoteo 3,14-16), metodo non descritto ma testimoniato in diversi luoghi del Nuovo Testamento.
Generazioni di cristiani hanno continuato a pregare così, senza cedere a una pietà non biblica e non riconoscente la signoria assoluta della Parola nella vita di preghiera della chiesa. Tutti i Padri della chiesa d’oriente e d’occidente hanno praticato questo metodo della lectio divina, invitando i fedeli a fare altrettanto nelle loro case, e consegnandoci i loro splendidi commenti della Scrittura che ne erano il frutto essenziale.
Che dire poi dei monaci? Questi ne hanno fatto il centro della loro vita nei deserti e nei cenobi chiamandola l’ascesi del monaco, il suo cibo quotidiano, sicuri che «non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (cf. Deuteronomio 8,3 e Matteo 4,4). A un certo punto si è anche sentita l’esigenza di fissare per iscritto il metodo, in modo da aiutare i neofiti a quest’acquisizione della Parola nello Spirito che non solo santifica ma anche divinizza.

Un tempo di silenzio perchè Dio parli
Cerca che il luogo della lectio divina e l’ora del giorno ti permettano il silenzio esteriore, preliminare necessario al silenzio interiore.
Il Maestro è qui e ti chiama (cf. Giovanni 11,28) e per udirne la voce devi far tacere le altre voci, per ascoltare la Parola devi abbassare il tono delle parole. Ci sono tempi più adatti al silenzio rispetto ad altri: nel cuore della notte, al mattino presto, alla sera… vedi tu secondo il tuo orario di lavoro, ma resta fedele al tempo e determinalo nella tua giornata una volta per tutte. Non è serio andare incontro al Signore quando hai un vuoto tra gli impegni da riempire con la preghiera come se il Signore fosse un tappabuchi. E non dire mai: «Non ho tempo!», perché così tu dichiari di essere idolatra: il tempo della giornata è al tuo servizio e non tu schiavo del tempo!
Sii dunque avvolto dal silenzio e il tempo della lectio ritmi la tua vita. Tu sai che bisogna pregare sempre, senza stancarsi mai (cf. Luca 18,1-8 e 1 Tessalonicesi 5,17), ma sai anche che occorrono dei tempi precisi e specifici per fare questo esplicitamente e visibilmente onde sostenere la memoria Dei in tutta la tua giornata. Sei un innamorato del Signore o tendi a esserlo? Allora non disdegnare di consacrare a lui quel tempo che consacri abitualmente, senza fatica, ogni giorno a tua moglie, a tuo marito, ai tuoi familiari, ai tuoi amici.

Da cuore a cuore
Se Dio ti ha chiamato alla solitudine silenziosa, in un tempo di dialogo, è per parlare al tuo cuore. Il cuore biblico è il centro, la sede delle facoltà intellettive dell’uomo, è l’intimo più profondo della tua persona. È dunque il cuore l’organo principale della lectio divina, perché è quel nucleo centrale in cui ogni uomo vive ed esprime la sua irripetibilità personale. Ma tu sai che questo cuore può essere non circonciso (Deuteronomio 30,6 e Romani 2,29), di pietra (Ezechiele 11,19), diviso (Salmo 119,113 e Geremia 32,29), cieco (Lamentazioni 3,65); tutte espressioní queste per indicare il cuore dell’uomo lontano da Dio, non toccato dalla fede. Il cuore del credente a volte può essere appesantito da dissipazioni, ubriachezze, affanni della vita (Luca 21,34), può essere indurito, malato di sclerocardia fino a non riconoscere e non capire le parole e l’azione del Signore (Marco 6,52 e 8,17), può essere instabile, incostante, portato dunque a dimenticare e traviare la Parola (2 Pietro 3,16 e Luca 8,13). Il cuore può essere questo se succhia la sua linfa dalla carne, dalle ideologie dominanti, dall’orgoglio che è il grande peccato. Tu che ti appresti all’ascolto di Dio prendi questo tuo cuore in mano, innalzalo a Dio, perché lui lo renda cuore di carne, lo unifichi, lo renda saldo e lo purifichi.

Invocazione dello Spirito Santo
Prendi la Bibbia, portala davanti a te con riverenza perché corpo di Cristo, fai l’epiclesi, l’invocazione dello Spirito. E lo Spirito che ha presieduto alla generazione della Parola, è lui che l’ha fatta parlare e scrivere attraverso i profeti, i sapienti, Gesù, gli apostoli, gli evangelisti, è lui che l’ha data alla chiesa e l’ha fatta migrare intatta fino a te. Dettata dallo Spirito santo, solo dallo Spirito santo è resa comprensibile (cf. Dei Verbum 12). Predisponi tutto perché lo Spirito scenda (Veni, Creator Spiritus!) in te e con la sua forza, la sua dynamis, tolga il velo ai tuoi occhi affinché tu veda il Signore (Salmo 119,18 e 2 Corinzi 3,12-16). È lo Spirito che dà vita, mentre la lettera sola uccide! Quello Spirito che è sceso sulla vergine Maria adombrandola con la sua potenza e generando in lei il Lógos, la Parola fatta carne (Luca 1,34), quello Spirito che, sceso sugli apostoli, ha concesso loro di pervenire alla verità intiera (Giovanni 16,13) deve fare altrettanto su di te: in te generare la Parola, della totalità della verità farti partecipe. Lettura spirituale significa lettura nello Spirito santo e con lo Spirito santo delle cose dettate dallo Spirito santo. Attendilo, perché se indugia egli non tarderà (Abacuc 2,3). Sii certo della parola di Gesù: «Se voi essendo cattivi sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre darà lo Spirito santo a quelli che glielo chiedono!» (Luca 11,13).
Tu udrai dentro di te la sua parola efficace: «Effatà! Apriti!» (Marco 7,34) e non ti sentirai più solo ma accompagnato di fronte al testo biblico: come l’etiope che leggeva Isaia ma non capiva finché giunse a lui Filippo che con lo Spirito santo ricevuto nella Pentecoste gli aprì il testo e gli mutò il cuore (cf. Atti 8.2638), come i discepoli cui il Signore risorto aprì la mente all’intelligenza delle Scritture (Luca 24,45). Senza epiclesi la lectio divina resta esercizio umano, sforzo intellettuale, tutt’al più apprendimento di saggezza e non di Sapienza divina: ma questo non discernere il corpo di Cristo significa leggere a se stessi la propria condanna (cf. 1Corinzi 11,29).
Prega come sei capace, come il Signore ti concede, oppure prega anche così: «Dio nostro, Padre della luce, tu hai inviato nel mondo la tua Parola, sapienza uscita dalla tua bocca, che ha preso dominio su tutti i popoli della terra (Siracide 24,6-8). Tu hai voluto che essa prendesse una dimora in Israele e che attraverso Mosè, i profeti e i salmi (Luca 24,44) manifestasse la tua volontà e parlasse al tuo popolo del Messia Gesù.
Finalmente hai voluto che lo stesso tuo Figlio, Parola eterna presso di te, divenisse carne e ponesse la sua tenda tra di noi (Giovanni 1,1-14) quale nato da Maria e concepito dallo Spirito santo (Luca 1,35).
Manda ora su di me lo Spirito santo affinché mi dia un cuore capace di ascolto (1 Re 3,5), mi permetta di incontrarlo in queste sante Scritture e generi il Verbo in me. Questo tuo Spirito santo tolga il velo dai miei occhi (2 Corinzi 3,12-16), mi conduca a tutta la verità (Giovanni 16,13), mi dia intelligenza e perseveranza.
Te lo chiedo per Cristo, il Signore nostro, benedetto nei secoli dei secoli. Amen!».

Aiutati soprattutto, in questo tuo pregare preliminare, con il Salmo 119, il salmo dell’ascolto della Parola. È il salmo della lectio divina, il colloquio dell’Amato con l’Amante, del credente con il suo Signore!

ENZO BIANCHI, Pregare la Parola,
Introduzione alla «lectio divina»,
Piero Gribaudi Editore, Torino, 1990, pp. 94-96

Publié dans:LECTIO |on 23 janvier, 2012 |Pas de commentaires »
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