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IL LAVORO

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Tratto dal libro « Vocabulaire de Théologie biblique » – Les Éditions du Cerf – (Traduzione libera)

« Travail » a cura di Jacques Guillet S.J. e Paul de Surgy

IL LAVORO

Dovunque, nella Bibbia, l’uomo è occupato nel lavoro. Tuttavia, poichè questo lavoro dell’artigiano o del piccolo agricoltore è molto diverso dal lavoro intenso e organizzato del mondo moderno, noi siamo portati a credere che la Scrittura ignori la realtà del lavoro o la conosca male. E dato che non vi troviamo dei giudizi di principio sul valore ed il significato del lavoro, talvolta noi siamo tentati di prendere a prestito qualche affermazione casuale e di utilizzarla per dimostrare una nostra teoria. Anche se non risponde a tutte le nostre domande, la Bibbia, presa nella sua globalità, ci introduce nella realtà del lavoro, del suo valore, della sua fatica e della sua redenzione.

I. Valore del lavoro 1. Il comandamento del Creatore – Nonostante l’abituale pregiudizio, il lavoro non deriva dal peccato: prima della caduta, « Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse. » (Gn 2, 15). Se il Decalogo prescrive il sabato, è solo alla fine di sei giorni di lavoro (Es 20, 8 ss). Questa settimana di lavoro ricorda i sei giorni che Dio impiegò per creare l’universo e sottolinea che, formando l’uomo « a sua immagine » (Gn 1, 26), Dio ha voluto farlo partecipe del suo disegno. Infatti, dopo aver dato ordine all’universo, l’ha messo nelle mani dell’uomo, a cui ha dato il potere di occupare la terra e di sottometterla (Gn 1, 28). Tutti coloro che lavorano, anche se « Non fanno brillare né l’istruzione né il diritto » tuttavia, mediante la propria attività, tutti « sostengono le cose materiali (la Creazione) » (Sir 38, 34). Non dobbiamo neanche stupirci che l’azione del Creatore sia spesso descritta tramite i gesti dell’operaio, che da forma all’uomo (Gn 2, 7), fabbrica il cielo « con le (sue) dita » e fissa le stelle al loro posto (Sal 8, 4); al contrario, il grande inno che canta il Dio creatore descrive l’uomo al mattino che « esce al suo lavoro, per la sua fatica fino a sera » (Sal 104, 23; cf. Sir 7, 15). Questo lavoro dell’uomo è la continuazione della creazione di Dio, è il compimento della sua volontà. 2. Valore naturale del lavoro – Questa autentica volontà di Dio non è per niente espressa nei comandamenti dell’Alleanza, nè in quelli del Decalogo, nè in quelli del Vangelo. Ciò è normale, non ci si deve sorprendere: il lavoro è una legge della condizione umana imposta ad ogni uomo, prima ancora che egli sappia di essere chiamato da Dio alla salvezza. Da questo fatto derivano tutte quelle reazioni della Bibbia nei riguardi del lavoro, che interpretano sostanzialmente il giudizio di una coscienza onesta e retta. In particolare se ne trovano negli scritti dei saggi, deliberatamente attenti ad arricchire la religione d’Israele prendendo il meglio dell’esperienza morale dell’umanità. In tal modo la Bibbia si dimostra severa nei confronti dell’ozio per delle semplici ragioni; l’ozioso non ha niente da mangiare (Pr 13, 4) e rischia di morire di fame (Pr 21, 25); niente stimola a lavorare più della fame (Pr 16, 26), e S. Paolo non esita ad utilizzare questo argomento per mostrare in quale stato di aberrazione sono coloro che si rifiutano di lavorare: »che neanche mangino » (2 Ts 3, 10). Ancora, l’ozio è un decadimento; si ammira la donna sempre attiva, poichè « il pane che mangia non è frutto di pigrizia » (Pr 31, 27) e ci si fa beffe degli oziosi: »La porta gira sui cardini, così il pigro sul suo letto » (Pr 26, 14). Non è più un uomo, è  » una pietra imbrattata »,  » una palla di sterco » (Sir 22, 1-2), che si respinge con disgusto. In compenso la Bibbia sa apprezzare il lavoro ben fatto, l’abilità e l’ attaccamento al proprio mestiere del contadino, del fabbro o del vasaio (Sir 38, 26.28.30). E’ colma di ammirazione per i frutti dell’arte, il palazzo di Salomone ( 1 Re 7, 1-12) ed il suo trono, « non ne esistevano di simili in nessun regno » (1 Re 10, 20), ma soprattutto il tempio di Jahve e le sue meraviglie (1 Re 6; 7, 13-50). La Bibbia non ha pietà per la cecità dei fabbricanti di idoli, ma rispetta la loro abilità e si indigna che tanta fatica sia sprecata per un « nulla » (Is 40, 19 ss; 41, 6 ss). 3. Valore sociale del lavoro. – Questa stima del lavoro non nasce solo dall’ammirazione davanti alle realizzazioni dell’arte, bensì si appoggia su una visione molto solida dell’importanza del lavoro nella vita sociale e nei rapporti economici. Senza i contadini e gli artigiani « sarebbe impossibile costruire una città » (Sir 38, 32). All’origine della navigazione troviamo tre fattori: « fu inventata dal desiderio di guadagni e fu costruita da una saggezza artigiana; ma la tua provvidenza, o Padre, la guida » (Sap 14, 2 ss). Concezione realista ed equilibrata, suscettibile di spiegare, a seconda dell’importanza relativa di questi tre elementi, le aberrazioni a cui può andare incontro il lavoro, così come le meraviglie che può realizzare, per esempio quella che permette ai naviganti di « affidare le loro vite anche a un minuscolo legno » e di perfezionare così la Creazione, impedendo che « che le opere della Sapienza siano inutili » (Sap 14, 5).

II. La fatica del lavoro Poichè il lavoro è un dato fondamentale dell’esistenza umana, si trova immediatamente e profondamente colpito dal peccato: « Con il sudore del tuo volto mangerai il pane » (Gn 3, 19). La maledizione divina non ha per oggetto il lavoro, così come non ha per oggetto il parto. Come quest’ultimo è la dolorosa vittoria della vita nei confronti della morte, così la fatica quotidiana ed incessante dell’uomo che lavora è il prezzo con cui deve pagare il potere sul creato che Dio gli ha affidato; il potere rimane, ma la terra, maledetta, oppone resistenza e deve essere domata (Gn 3, 17 ss). Il peggio è che questa faticosa sofferenza, anche se ha per effetto dei risultati spettacolari, come nel caso di Salomone, è resa vana dalla morte: »Allora quale profitto c’è per l’uomo in tutta la sua fatica e in tutto l’affanno del suo cuore con cui si affatica sotto il sole? Tutti i suoi giorni non sono che dolori e preoccupazioni penose; il suo cuore non riposa neppure di notte. Anche questo è vanità! » (Qo 2, 22-23). Doloroso, sovente sterile, il lavoro è ancora nell’umanità uno dei terreni dove il peccato dispiega le sue forze in modo terribile. Arbitrarietà, violenza, ingiustizia e rapacità fanno costantemente del lavoro non solo un peso opprimente, ma anche una sorgente di odio e di divisione. Operai frustrati dal misero salario (Ger 22, 13 ; Gc 5, 4), contadini depredati dalle tasse (Am 5,11), popolazioni sottomesse al lavoro obbligatorio da parte di un governo nemico (3 Sam 12, 31) o dal loro stesso sovrano (1 Sam 8, 10-18; 1 Re 5, 27; 12, 1-14), schiavi condannati al lavoro e ad essere percossi (Sir 33, 25-29). Questo triste quadro non è sempre la conseguenza di errori personali, bensì è l’aspetto ordinario del lavoro vissuto dalla razza di Adamo. Israele ha conosciuto questa esperienza in Egitto, nella sua forma più disumana; lavoro forzato, ad un ritmo opprimente, con dei sorveglianti spietati, in mezzo ad un popolo ostile, a vantaggio di un governo nemico, lavoro sistematicamente organizzato per annientare un popolo e toglierli ogni capacità di opposizione (Es 1, 8-14; 2, 11-15; 5, 6-18). In definitiva siamo già all’ « universo dei campi di concentramento », il « campo di lavoro ».

III. La redenzione del lavoro Ma Jahve ha liberato il suo popolo da questo universo disumano, frutto del peccato. La sua alleanza con Israele comporta una serie di prescrizioni destinate a preservare il lavoro, se non da tutto ciò che ha di faticoso, almeno dalle forme distorte dovute alla cattiveria umana. Il sabato è fatto per interrompere l’opprimente continuità del lavoro (Es 20, 9 ss), per assicurare all’uomo e a tutte le attività della terra un tempo di riposo, (Es 23, 12; Dt 5, 14), sull’esempio di un Dio che si è rivelato come un Dio che lavora, che si riposa e che libera dalla schiavitù (Dt 5, 15). Numerosi articoli della Legge sono destinati a proteggere lo schiavo o il salariato, che deve essere pagato il giorno stesso (Lv 19, 13) e non deve esere sfruttato (Dt 24, 14 ss). I profeti richiameranno queste esigenze (Ger 22, 13). Se Israele rimane fedele all’Alleanza, non sarà dispensata dal lavoro, ma questo sarà fecondo, poichè « Dio benedirà l’opera delle sue mani » (Dt 14, 29; 16, 15; 28, 12; Sal 128, 2). Il lavoro produrrà il suo risultato naturale; colui che pianta una vigna gusterà i suoi frutti, colui che costruisce una casa l’abiterà (Am 9, 14; Is 62, 8 ss; cf Dt 28, 30).

IV. Il Nuovo Testamento La venuta di Gesù Cristo proietta sul lavoro i paradossi e le illuminazioni del Vangelo. Nel Nuovo Testamento il lavoro è contemporaneamente esaltato ed ignorato o visto dall’alto, come se fosse un dettaglio senza importanza. E’ esaltato dall’esempio di Gesù, lavoratore (Mc 6, 3) e figlio di lavoratore (Mt 13, 55), e dall’esempio di Paolo che lavora con le sue mani (At 18, 3) e se ne vanta (At 20, 34; 1 Cor 4, 12). Tuttavia i Vangeli mantengono un sorprendente silenzio sul lavoro; sembra che conoscano questa parola solo per indicare le opere a cui occorre applicarsi, cioè quelle di Dio (Gv 5, 17; 6, 28), o per portare come esempio gli uccelli del cielo che « non seminano, nè mietono » (Mt 6, 28). La poca importanza data al lavoro da una parte e la sua valorizzazione dall’altra parte, non rappresentano una contraddizione, ma i due poli dell’atteggiamento fondamentale del cristiano. 1. Il lavoro perituro – « Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna » (Gv 6, 27). Gesù Cristo non ha altra missione che di portare il Regno di Dio e quindi non parla d’altro, poichè questo Regno viene prima di tutto (Mt 6, 33). Tutto il resto, mangiare, bere, vestirsi, non è senza importanza, ma chi se ne preoccupa a tal punto da perdere il Regno, ha perso tutto, anche se avesse conquistato l’universo (Lc 9, 25). Di fronte alla conoscenza di Dio, che è qualcosa di assoluto, tutto il resto perde importanza; in questo mondo, « la cui scena passa » (1 Cor 7, 31), conta soltanto ciò che « tiene uniti al Signore senza distrazioni » (1 Cor 7, 35). 2. Valore positivo del lavoro – Dare al lavoro il suo giusto posto, distinto da Dio, non è per niente svalorizzarlo, al contrario gli si restituisce il suo valore reale nella creazione, valore che è altissimo. Non solo Gesù, come Jahve nell’Antico Testamento, prende a prestito termini e paragoni dal mondo del lavoro; pastore, vignaiolo, medico, seminatore, senza quella sfumatura di comprensione che si nota nel libro del Siracide, così tipica dell’intellettuale, nei confronti del lavoro manuale, della sua necessità e dei suoi limiti (Sir 38, 32 ss); – non solo presenta l’apostolato sotto forma di un lavoro, quello della mietitura (Mt 9, 37; Gv 4, 38) o della pesca (Mt 4, 19); ma egli suppone, da tutto il suo comportamento, un mondo al lavoro, il contadino nel suo campo, la massaia nelle faccende domestiche (Lc 15, 8), e trova anormale il sotterrare un talento senza farlo fruttare (Mt 25, 14-30). Nel caso della moltiplicazione dei pani, ci tiene a far notare che è un’eccezione e che spetta all’uomo preparare e cuocere il proprio pane. Nello stesso spirito di leale adesione alla condizione umana, Paolo dirà « di tenersi lontani da ogni fratello che si comporta in maniera indisciplinata (oziosamente) », prendendo come pretesto che la parusia è vicina (2 Ts 3, 6). 3. Valore cristiano del lavoro – Come nuovo Adamo, il Cristo permette all’umanità di compiere fino in fondo la missione di dominare il mondo (Eb 2, 5 ss; Ef 1, 9 ss): salvando l’uomo, da al lavoro il suo pieno valore. Rende il suo obbligo più impellente, fondandolo sulle concrete esigenze dell’amore soprannaturale; rivelando la vocazione dei figli di Dio, egli mette in luce tutta la dignità dell’uomo e del lavoro che è al suo servizio, stabilisce una gerarchia di valori che ci permettono di giudicare e di sapere come comportarci nel lavoro. Instaurando il Regno che non è di questo mondo, ma vi si trova come un fermento, il Cristo restituisce la sua qualità spirituale al lavoratore, da al suo lavoro la dimensione della carità e fonda le relazioni generate dal lavoro sul principio nuovo della fraternità nel Cristo (Fil ). In virtù della sua legge d’amore (Gv 13, 34), obbliga a reagire contro l’egoismo ed a fare il possibile per diminuire la fatica degli uomini al lavoro. Tuttavia, facendo partecipe il cristiano del mistero della sua morte e delle sue sofferenze, egli attribuisce un valore nuovo a questa inevitabile fatica. 4. Il lavoro e il nuovo universo – Quando infine il Signore ritornerà e rivestirà tutti gli eletti della sua gloria di risorto, il dominio sull’universo da parte dell’umanità sarà pienamente realizzato attraverso di lui ed in lui, senza ostacoli di peccato, di morte o di sofferenza. Ma, ancor prima dell’ultimo giorno, il lavoro porta il suo contributo nel ritorno della creazione a Dio, nella misura in cui è compiuto nel Cristo. Lo schiavo che sopporta la sua condizione nel Cristo è già  » un liberto affrancato del Signore » (1 Cor 7, 22) e prepara la creazione ad « essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio » (Rm 8, 21). Resterà qualcosa dell’opera realizzata? La Scrittura non incoraggia nessun messianismo temporale;  » passa la scena di questo mondo!  » (1 Cor 7, 31) e la rottura tra lo stato attuale e lo stato futuro del mondo non lascia spazio ad un ordinamento che farebbe passare nel mondo futuro senza sconvolgimenti. Tuttavia, una certa permanenza dell’opera dell’uomo, sotto una forma impossibile da precisare, sembra intravedersi nelle affermazioni paoline sulla dominazione e la ricapitolazione dell’universo attraverso il Cristo (Rm 8, 18 ss; Ef 1, 10; Col 1, 16.20). Senza che nessun testo ci permetta di soddisfare una curiosità fatalmente ingenua e limitata, la Scrittura considerata nel suo insieme ci invita a sperare che la creazione riscattata e liberata continui sempre ad essere l’universo dei figli di Dio riuniti nel Cristo.

 

LAVORO E FESTA – TRATTO DA « LETTERA AI CERCATORI DI DIO »

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LAVORO E FESTA

TRATTO DA « LETTERA AI CERCATORI DI DIO »

Il lavoro è un diritto e una responsabilità. Nel lavoro entrano in gioco la nostra dignità di persone, il senso e la qualità della nostra vita, l’esercizio quotidiano della nostra relazione con gli altri. Ne siamo convinti e non abbiamo bisogno che qualcuno ce lo ricordi. Guardiamo con senso di preoccupazione e di rimprovero le persone che hanno poca voglia di lavorare.

3. LAVORO E FESTA
Il lavoro è un diritto e una responsabilità. Nel lavoro entrano in gioco la nostra dignità di persone, il senso e la qualità della nostra vita, l’esercizio quotidiano della nostra relazione con gli altri. Ne siamo convinti e non abbiamo bisogno che qualcuno ce lo ricordi. Guardiamo con senso di preoccupazione e di rimprovero le persone che hanno poca voglia di lavorare.
Percepiamo la difficoltà e perfino il dramma di chi non riesce a trovare lavoro. La negazione del diritto al lavoro, di cui soffrono ancora tante donne e uomini di questo tempo, specialmente fra i giovani, non può lasciarci indifferenti.
Come discepoli di Gesù, il Figlio di Dio che “ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con mente d’uomo, ha agito con volontà d’uomo, ha amato con cuore d’uomo” (Concilio Vaticano II, Costituzione sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et spes, 22), riconosciamo al lavoro una grande dignità, un significato profondo. Vogliamo perciò interrogarci insieme sul suo significato, per comprendere meglio questa dimensione importante della nostra esistenza e le attese che essa porta con sé.
Perché il lavoro?
Per il lavoro impegniamo la maggior parte della nostra esistenza. Se perdiamo il senso del lavoro, perdiamo il senso stesso della nostra vita. Veniamo da esperienze e da modelli di tessuto sociale in cui il lavoro era gravato da condizioni disumane: dannoso alla salute, carico di pericoli, segnato da orari insopportabili, pagato in nero. Oggi, certamente, molte cose sono cambiate, anche se non sempre e non per tutti.
Affiorano però problemi nuovi, connessi alla globalizzazione, alla delocalizzazione, alla concorrenza, alle difficoltà delle imprese, alle ricorrenti crisi economiche. È cresciuto il livello medio della ricchezza, ma nel contempo si sono allargate le aree della povertà e dell’emarginazione. La forte innovazione tecnologica ha spesso determinato nel lavoratore insicurezza sul suo posto di lavoro e incertezza sul destino della sua professionalità. Ne deriva una sete di giustizia e di dignità, sempre più diffusa ed esigente.
In quali condizioni lavorare, per non diventare schiavi del lavoro e perché in esso si esprima la nostra dignità di persone? Ce lo chiediamo con l’ansia di chi non si accontenta di parole e riconosce di affrontare questioni vitali, personali e sociali. Non viviamo per lavorare, ma lavoriamo per vivere. Non lavoriamo per fare soldi – o almeno non dovremmo farlo solo per questo -, lavoriamo per vivere dignitosamente. Non lavoriamo solo per noi, ma per far vivere coloro che non sono ancora in grado di lavorare, i bambini, e coloro che non possono più lavorare, gli anziani. Il lavoro deve servire a realizzare la nostra dignità di persone. Non è una merce che si compra e si vende, ma un’attività umana libera e responsabile.
La crescita in consapevolezza e in responsabilità ci ha aiutato a scoprire un’altra ragione del nostro lavoro: lavoriamo per il benessere della collettività e dell’umanità in generale. In tal senso, il lavoro è un obbligo morale verso il prossimo: in primo luogo verso la famiglia, poi verso la società a cui si appartiene, la nazione di cui si è cittadini, l’intera famiglia umana. Noi siamo eredi del lavoro delle generazioni che ci hanno preceduto e insieme costruttori del futuro di coloro che vivranno dopo di noi.
Quanti riconoscono orizzonti più alti di quelli che costruiamo con le nostre mani e collocano, in qualche modo, il riferimento a Dio creatore nella loro esperienza quotidiana, individuano un’ulteriore ragione del lavoro umano. A noi pare importante e offre un respiro di speranza alla nostra fatica, anche se ci rendiamo conto di quanto questa visione possa essere esigente: mediante il lavoro l’uomo collabora con Dio nel portare a termine la creazione.
Lo riferisce una delle prime pagine della Bibbia. Dopo aver creato il mondo, Dio comanda all’uomo e alla donna: “Riempite la terra e soggiogatela, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo…” (Genesi 1,28). Soggiogare la terra vuol dire prendere possesso dell’ambiente e governarlo, rispettando l’ordine posto in esso dal Creatore e sviluppandolo a proprio vantaggio, per soddisfare i bisogni propri, della famiglia e della società. In questo consiste l’impresa della scienza e del lavoro per umanizzare il mondo, al fine di farne la dimora dell’uomo, una casa di giustizia, di libertà e di pace per tutti.
Quando Dio ha creato il mondo, non lo ha creato compiuto: la creazione non è finita.
L’uomo ha preso possesso lentamente della terra, forgiandola, adattandola alle sue esigenze, sviluppando le potenzialità del creato per il suo bene e per la gloria di Dio. In modo particolare oggi stiamo assistendo a trasformazioni impensabili fino a pochi decenni fa. Esse ci fanno vedere come l’uomo abbia capacità sconfinate, di cui sono strumento le nuove tecnologie.
Non siamo però padroni del creato. Dobbiamo collaborare con Dio nel portarlo a compimento, rispettando la natura e le leggi insite in essa. Dio ci ha affidato il creato, perché potessimo custodirlo e perfezionarlo, non per sfruttarlo e manipolarlo a nostro piacimento. Ce lo ricorda ancora il libro della Genesi: “Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse” (2,15). Il lavoro – vissuto in condizioni rispettose della giustizia e della dignità umana, oltre che dell’ambiente affidatoci dal Creatore – è la via in cui l’uomo realizza questo compito.

Problemi e sfide
Nel mondo del lavoro, però, non mancano le contraddizioni e i problemi: “Va bene lavorare – osserva qualcuno – ma con questi ritmi e con questa tensione non c’è più tempo né per me, né per la mia famiglia”. Molti giovani sono costretti a constatare: “Dicono che ogni uomo ha diritto a un lavoro, ma da tempo non riesco a trovare un’occupazione che mi dia garanzie”. Non è facile trovare le parole adeguate per confrontarsi con queste sfide. Del resto, le parole da sole non bastano. Ci vogliono fatti. Quali? Come possiamo produrre fatti nuovi in un contesto sociale quale è quello che spesso sperimentiamo, dove valgono regole e dominano logiche, che tante volte calpestano la dignità della persona umana e il suo diritto al lavoro?
Non è difficile constatare come, purtroppo, la cultura occidentale abbia messo alla base dell’idea del lavoro una prospettiva economicistica e materialistica, che finisce con il riservare il primato al denaro. Questo è uno dei più gravi errori del nostro tempo, da cui deriva un principio perverso nella vita sociale: avere sempre di più, secondo la logica per cui la ricchezza deve produrre nuova ricchezza e bisogna perciò tendere sempre al massimo profitto.
Una delle conseguenze più tragiche è sotto gli occhi di tutti: uno sviluppo squilibrato, che crea diverse velocità di crescita, per cui i popoli ricchi diventano sempre più ricchi e i popoli poveri sempre più poveri. Questa disparità va accentuandosi anche tra le componenti di una stessa comunità.
Non tutto, però, è così. A uno sguardo attento si offrono certamente non poche realizzazioni positive, che rassicurano il nostro impegno e alimentano la nostra speranza.
Possiamo dirlo con consapevolezza proprio guardando al nostro popolo, ricco di tante persone impegnate e coraggiose, che hanno saputo trasformare le terre più aride e rendere i contesti di produzione più difficili luoghi di umanità benestante, promuovendo la qualità della vita di tutti.
Tanto però resta ancora da realizzare. Siamo consapevoli che molto di quello che c’è da fare riguarda la direzione e il senso del nostro impegno, la qualità del nostro lavoro e dell’ambiente in cui esso si svolge, la sicurezza che prevenga ogni possibile danno ai lavoratori. Abbiamo tutti domande inquietanti e possediamo frammenti di risposte concrete.
Condividendo le une e le altre, possiamo progettare un futuro forse più felice del presente, da condividere come protagonisti.

La dignità di chi lavora e la festa
Tra domande e risposte che toccano il lavoro e la nostra responsabilità verso gli altri e
verso il creato, trova collocazione un’esigenza che è ormai patrimonio di quasi tutta l’umanità, almeno sul piano teorico. La tradizione cristiana la sottolinea con forza: è l’esigenza del riposo e della festa.
Sì, c’è un modo concreto per esprimere la dignità di chi lavora: sospendere l’attività lavorativa con il riposo settimanale, a somiglianza di Dio che, dopo avere creato il mondo, si riposò. L’uomo partecipa al lavoro e al riposo di Dio: entrambi sono per lui una benedizione e un dono, fecondi di vita e necessari per affermare la dignità della persona umana.
Il riposo settimanale non ha solo lo scopo di far recuperare le forze fisiche, al fine di lavorare di più e meglio nei giorni seguenti: questo sarebbe il riposo dello schiavo. Riposare e celebrare la festa sono espressione della “libertà” dell’essere umano, esperienza di comunione in famiglia e di incontro fraterno nella comunità, possibilità di ravvivare la relazione con la natura. Per i cristiani il riposo e la festa domenicali sono in modo particolare partecipazione alla vita del Signore Risorto, anticipazione e pregustazione della vita futura nella comunità radunata nel suo nome. Partecipando all’Eucaristia domenicale i cristiani sono chiamati a liberarsi dall’idolatria del denaro, del possesso, del lavoro ossessivo e a crescere nella sobrietà e nella solidarietà con i più deboli.
Certo, è più facile dirlo che farlo. La realtà sociale e la trama intricata in cui essa si svolge, esige da tanti uomini e donne una disponibilità che non consente giorni vuoti o tempi rigidi. La festa e il riposo restano per molti un’aspirazione, troppo lontana per essere sperimentata. Ma non è giusto rassegnarsi e non ci aiuta a crescere in umanità constatare le esigenze, senza venirvi incontro e immaginare alternative. Dobbiamo cercarle insieme, mettendo a frutto fantasia, amore, competenza e responsabilità. In questa ricerca tutti siamo chiamati a collaborare, perché la posta in gioco riguarda tutti. E lo sguardo della fede ci è di grande aiuto.

(Teologo Borèl) Giugno 2009 – autore: Conferenza Episcopale Italiana

Publié dans:lavoro, LAVORO E FESTA |on 2 juin, 2015 |Pas de commentaires »

IL LAVORO : PERCORSO BIBLICO

http://it.mariedenazareth.com/12845.0.html?L=4

IL LAVORO : PERCORSO BIBLICO

Brevemente:

- Il lavoro fa parte dell’esistenza autenticamente umana, è dato al momento della Creazione, prima del peccato (libro della Genesi).
- Il lavoro non è un idolo, è orientato verso il riposo sabbatico (libro dell’Esodo).
– Gesù ha lavorato :
Ha lavorato a Nazaret come falegname.
La sua vita pubblica è anche un lavoro: insegna, guarisce i malati, trasforma gli uomini, compie l’opera di Redenzione fino alla croce dove trasforma tutto nell’amore.
– Gesù onora il nostro lavoro e ci insegna a viverlo senza angoscia.
Ciascuno, deve « lavorare », in un modo o nell’altro.
a) Il dovere di coltivare e di conservare la terra
L’Antico Testamento presenta Dio come il Creatore Onnipotente, (cfr. Gn 2, 2; Gb 38, 41; Sal 104; Sal 147) che plasma l’uomo a Sua immagine, invitandolo a lavorare la terra, (cfr. Gn 2, 5 -6), e a custodire il giardino dell’Eden dove Egli l’ha posto (cfr. Gn 2,15).
Alla prima coppia umana, Dio affida il compito di sottomettere la terra e di dominare su ogni essere vivente, (cfr. Gn 1, 28). Il dominio dell’uomo sugli altri esseri viventi non deve essere tuttavia dispotico e senza senso; al contrario, egli deve « coltivare e custodire » i beni creati da Dio (cfr. Gn 2,15): beni che l’uomo non ha creato, ma ha ricevuto come un dono prezioso posto dal Creatore sotto la sua responsabilità. Coltivare la terra non significa abbandonarla a sé stessa; esercitare un dominio su di lei vuol dire prenderne cura, come un re saggio prende cura del suo popolo ed un pastore del suo gregge.
Nel disegno del Creatore, le realtà create, buone in sé stesse, esistono in funzione dell’uomo. Lo stupore di fronte al mistero della grandezza dell’uomo, fa esclamare il salmista:

« Che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi,
il figlio dell’uomo, perché te ne curi?
Davvero l’hai fatto poco meno di un dio,
di gloria e di onore l’hai coronato.
Gli hai dato potere sulle opere delle tue mani,
tutto hai posto suoi piedi. » (Sal 8,5-7).

Il lavoro appartiene alla condizione originale dell’uomo e precede la sua caduta; non è dunque né una punizione né una maledizione.
Diventa fatica e pena a causa del peccato di Adamo ed Eva, che rompono il loro rapporto di fiducia e d’armonia con Dio (cfr. Gn 3,6-8).
Il divieto di mangiare « dell’albero della conoscenza del bene e del male » (Gn 2,17) ricorda all’uomo che egli ha ricevuto ogni cosa in dono e che egli continua ad essere una creatura e non il Creatore.
Il peccato d’Adamo ed Eva fu precisamente provocato da questa tentazione: « Sarete come dèi » (Gn 3,5). Essi vollero la sovranità assoluta su tutte le cose, senza sottoporsi alla volontà del Creatore. Da allora, il suolo è diventato avaro, ingrato, subdolamente ostile (cfr. Gn 4,12); solo con il sudore della sua fronte sarà possibile trarne il cibo (cfr. Gn 3,17.19). Tuttavia, nonostante il peccato dei progenitori, rimangono invariati l’intenzione del creatore e il senso delle sue creature, fra le quali dell’uomo che è destinato a coltivare e custodire la creazione.
Il lavoro deve essere onorato poiché è fonte di ricchezza o, almeno, di condizioni degne di vita e, in generale, è uno strumento efficace contro la povertà (Cfr Pr 10,4), ma non bisogna cedere alla tentazione di idolatrarlo, poiché non si può trovare in esso il senso ultimo e definitivo della vita. Il lavoro è essenziale, ma è Dio, e non il lavoro, la fonte della vita e il fine dell’uomo. Il principio fondamentale della Sapienza è infatti il timore del Signore; l’ esigenza della giustizia, da cui deriva, precede l’esigenza del guadagno:
« È meglio avere poco con il timore del Signore che un tesoro ricco con la preoccupazione » (Pr 15,16)
« È meglio avere poco con la giustizia che redditi abbondanti senza il buono diritto » (Pr 16,8)
Il vertice dell’insegnamento biblico sul lavoro è il comando del riposo sabbatico. Il riposo apre all’uomo, legato alla necessità del lavoro, la prospettiva di una libertà più piena, quella del Sabato eterno (Cfr. Eb 4,9-10). Il riposo permette agli uomini di ricordare e di rivivere le opere di Dio, dalla Creazione alla Redenzione, di riconoscersi come la sua opera (cfr. Ef 2,10) e rendere grazie per la loro vita e la loro esistenza, a lui che ne è l’Autore.
La memoria e l’ esperienza del sabato costituiscono un rifugio contro l’asservimento al lavoro, volontario o imposto, e contro qualsiasi forma di sfruttamento, larvato o palese. Infatti il riposo sabatico è stato istituito non soltanto per permettere la partecipazione al culto divino ma anche difendere il povero; ha anche una funzione liberatrice delle degenerazioni anti-sociali del lavoro umano.
Questo riposo, che può anche durare un anno, comporta infatti un’espropriazione dei frutti della terra a favore dei poveri e, per i proprietari della terra, la sospensione dei diritti di proprietà:
« Per sei anni seminerai la terra e ne ammasserai il prodotto. Ma il settimo anno, la lascerai arata e ne abbandonerai il prodotto; i poveri del vostro popolo ne mangeranno e gli animali dei campi mangeranno quello che avranno lasciato. Farete la stessa cosa con la vostra vigna e per il vostro uliveto » (Es 23,10-11).
Quest’abitudine risponde ad un’intuizione profonda: l’accumulo dei beni da parte di alcuni può condurre ad una sottrazione dei beni ad altri.
Consiglio Pontificio Giustizia e Pace,
Compendio della dottrina sociale della Chiesa, 2 aprile 2004, § 255-258
b) Gesù, uomo del lavoro.
Nella sua predicazione, Gesù insegna ad apprezzare il lavoro.
Egli stesso « diventato in tutto simile a noi, ha dedicato la maggior parte della sua vita sulla terra al lavoro manuale, al suo banco di falegname, nel laboratorio di Giuseppe (Cfr Mt 13,55; Mc 6,3), al quale era sottoposto (cfr. Lc 2,51).
Gesù condanna il comportamento del servo pigro, che nasconde sotto terra il talento (Cfr Mt 25,14-30) e loda il servo fedele e prudente che il padrone trova ad eseguire i compiti che gli ha affidato (Cfr Mt 24,46).
Il Cristo descrive la sua missione come un’opera: « Mio padre è all’opera fino ad ora ed opero anche io „ (Gv 5,17) ed i suoi discepoli lavorano come operai nella raccolta della messe del Signore, che rappresenta l’umanità da evangelizzare (Cfr Mt 9,37-38). Per questi operai vale il principio generale secondo il quale « l’operaio merita il suo salario„ (Lc 10,7); essi sono autorizzati a rimanere nelle case in cui sono accolti, a mangiare e bere ciò che è offerto loro (Cfr Ibid.).
Nella sua predicazione, Gesù insegna agli uomini a non lasciarsi asservire dal lavoro.
Essi devono preoccuparsi innanzitutto della loro anima; guadagnare il mondo intero non è lo scopo della loro vita (Cfr Mc 8,36). Infatti, i tesori della terra si consumano, mentre i tesori del cielo sono imperituri: è a questi che occorre legare il proprio cuore (Cf Mt 6,19-21). Il lavoro non deve essere motivo di angoscia (Cfr Mt 6,25.31.34): preoccupato ed agitato da molte cose, l’uomo rischia di trascurare il Regno di Dio e la sua giustizia (Cfr Mt 6,33), di cui ha veramente bisogno; tutto il resto, compreso il lavoro, trova il suo posto, il suo senso ed il suo valore soltanto se è orientato verso l’unica cosa necessaria, che non sarà mai tolta (Cfr. Lc 10,40-42).
Durante il suo ministero terreno, Gesù lavora instancabilmente, compiendo opere potenti per liberare l’ uomo dalla malattia, dalla sofferenza e dalla morte.
Il sabato, che il Vecchio Testamento aveva proposto come giorno di liberazione e che, osservato unicamente nella forma, era svuotato del suo significato autentico, è ribadito da Gesù nel suo valore originale: « Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato!„ (Mc 2,27). Con le guarigioni compiute proprio in questo giorno di riposo (Cfr Mt 12,9-14; Mc 3,1-6; Lc 6,6-11; 13,10-17; 14,1-6), Egli vuole dimostrare che il sabato appartiene a lui, poiché egli è realmente il Figlio di Dio, e che il sabato è il giorno in cui ci si deve dedicare a Dio e agli altri.
Liberare dal male, praticare la fratellanza e la condivisione, vuol dire conferire al lavoro il suo significato più nobile, quello che permette all’umanità di incamminarsi verso il Sabato eterno, nel quale il riposo diventa la festa alla quale l’uomo aspira interiormente. E’ proprio nella misura in cui il lavoro orienta l’umanità a fare l’esperienza del sabato di Dio e della sua vita conviviale, esso diventa la festa alla quale l’uomo aspira interiormente, il lavoro inaugura sulla terra la nuova creazione.
Il lavoro inaugura sulla terra la nuova creazione.
L’attività umana di arricchimento e di trasformazione dell’universo può e deve fare apparire le perfezioni che in esso sono nascoste e che, nel Verbo increato, trovano il loro principio ed il loro modello.
Infatti, gli scritti di Paolo e di Giovanni mettono in luce la dimensione trinitaria della creazione e, in particolare, il legame che esiste tra il Figlio-Verbo, il « Logos„, e la creazione (Cfr Gv1,3; 1 Co 8,6; Col 1,15-17).
Creato in lui e da lui, riacquistato da lui, l’universo non è un ammasso casuale, ma un « cosmos„, di cui l’ uomo deve scoprire l’ordine, custodirlo e portarlo al suo completamento. In Gesù, il mondo visibile, creato da Dio per l’uomo ma sottoposto alla caducità quando il peccato è entrato in esso (Rm 8,20; Cfr. ibid., 8,19-22), trova nuovamente il suo legame originario con la fonte divina della Sapienza e dell’Amore. In tal modo, cioè mettendo in luce, in una progressione crescente, « le ricchezze insondabili del Cristo » (Ef 3,8), nella creazione, il lavoro umano si trasforma in un servizio reso alla grandezza di Dio.
Il lavoro rappresenta una dimensione fondamentale dell’esistenza umana come partecipazione all’opera non soltanto della creazione, ma anche della redenzione.
L’uomo che sopporta la stanchezza e la pena del lavoro in unione con Gesù, coopera in un certo senso con il Figlio di Dio alla sua opera redentrice e testimonia che è discepolo del Cristo portando la croce ogni giorno, nell’attività che è chiamato a compiere. In questa prospettiva, il lavoro può essere considerato come un mezzo di santificazione ed un’animazione delle realtà terrene nello Spirito del Cristo.
Così concepito, il lavoro è un’espressione dell’umanità piena dell’uomo, nella sua condizione storica e nel suo orientamento escatologico: la sua azione libera e responsabile ne rivela la relazione intima con il Creatore ed il potenziale creativo, mentre ogni giorno combatte contro la deformazione del peccato, in particolare guadagnando il suo pane con il sudore della fronte.
Consiglio Pontificio Giustizia e Pace,
Compendio della dottrina sociale della Chiesa, 2 aprile 2004, § 259-263.
c) Il dovere di lavorare
La coscienza del carattere transitorio « della scena di questo mondo„ (Cfr 1 Co 7,31) non dispensa da nessun impegno storico, ed ancor meno dal lavoro (Cfr 2 Tes 3,7-15), il quale fa parte integrante della condizione umana, pur non essendo l’unica ragione di vivere.
Nessun cristiano, per il fatto che appartiene ad una Comunità solidale e fraterna, deve sentirsi in diritto di non lavorare e vivere a spese degli altri (Cfr 2 Tes 3,6-12); tutti sono invece esortati dall’Apostolo Paolo a farsi « un punto d’onore„ nel lavorare con le loro mani per « non dipendere da nessuno » (1 Tes 4,11-12) ed a praticare una solidarietà, anche sul piano materiale, dividendo i frutti del lavoro con « i bisognosi » (Ef 4,28).
San Giacomo difende i diritti violati dei lavoratori: « Ecco: il salario da voi defraudato ai lavoratori che hanno mietuto i vostri campi, grida, e le proteste dei mietitori sono giunte agli orecchi del Signore degli eserciti » (Gc 5,4).
I credenti devono vivere il lavoro secondo lo stile del Cristo e farne un’occasione di testimonianza cristiana « nei confronti degli estranei » (1 Tes 4,12).
Consiglio Pontificio Giustizia e Pace,
Compendio della dottrina sociale della Chiesa, 2 aprile 2004, § 264

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IL LAVORO : PERCORSO BIBLICO

http://it.mariedenazareth.com/12845.0.html?L=4

IL LAVORO : PERCORSO BIBLICO

Brevemente:

- Il lavoro fa parte dell’esistenza autenticamente umana, è dato al momento della Creazione, prima del peccato (libro della Genesi).
- Il lavoro non è un idolo, è orientato verso il riposo sabbatico (libro dell’Esodo).
- Gesù ha lavorato :
Ha lavorato a Nazaret come falegname.
La sua vita pubblica è anche un lavoro: insegna, guarisce i malati, trasforma gli uomini, compie l’opera di Redenzione fino alla croce dove trasforma tutto nell’amore.
- Gesù onora il nostro lavoro e ci insegna a viverlo senza angoscia.
Ciascuno, deve « lavorare », in un modo o nell’altro.

a) Il dovere di coltivare e di conservare la terra
L’Antico Testamento presenta Dio come il Creatore Onnipotente, (cfr. Gn 2, 2; Gb 38, 41; Sal 104; Sal 147) che plasma l’uomo a Sua immagine, invitandolo a lavorare la terra, (cfr. Gn 2, 5 -6), e a custodire il giardino dell’Eden dove Egli l’ha posto (cfr. Gn 2,15).
Alla prima coppia umana, Dio affida il compito di sottomettere la terra e di dominare su ogni essere vivente, (cfr. Gn 1, 28). Il dominio dell’uomo sugli altri esseri viventi non deve essere tuttavia dispotico e senza senso; al contrario, egli deve « coltivare e custodire » i beni creati da Dio (cfr. Gn 2,15): beni che l’uomo non ha creato, ma ha ricevuto come un dono prezioso posto dal Creatore sotto la sua responsabilità. Coltivare la terra non significa abbandonarla a sé stessa; esercitare un dominio su di lei vuol dire prenderne cura, come un re saggio prende cura del suo popolo ed un pastore del suo gregge.
Nel disegno del Creatore, le realtà create, buone in sé stesse, esistono in funzione dell’uomo. Lo stupore di fronte al mistero della grandezza dell’uomo, fa esclamare il salmista:

« Che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi,
il figlio dell’uomo, perché te ne curi?
Davvero l’hai fatto poco meno di un dio,
di gloria e di onore l’hai coronato.
Gli hai dato potere sulle opere delle tue mani,
tutto hai posto suoi piedi. » (Sal 8,5-7).

Il lavoro appartiene alla condizione originale dell’uomo e precede la sua caduta; non è dunque né una punizione né una maledizione.
Diventa fatica e pena a causa del peccato di Adamo ed Eva, che rompono il loro rapporto di fiducia e d’armonia con Dio (cfr. Gn 3,6-8).
Il divieto di mangiare « dell’albero della conoscenza del bene e del male » (Gn 2,17) ricorda all’uomo che egli ha ricevuto ogni cosa in dono e che egli continua ad essere una creatura e non il Creatore.
Il peccato d’Adamo ed Eva fu precisamente provocato da questa tentazione: « Sarete come dèi » (Gn 3,5). Essi vollero la sovranità assoluta su tutte le cose, senza sottoporsi alla volontà del Creatore. Da allora, il suolo è diventato avaro, ingrato, subdolamente ostile (cfr. Gn 4,12); solo con il sudore della sua fronte sarà possibile trarne il cibo (cfr. Gn 3,17.19). Tuttavia, nonostante il peccato dei progenitori, rimangono invariati l’intenzione del creatore e il senso delle sue creature, fra le quali dell’uomo che è destinato a coltivare e custodire la creazione.
Il lavoro deve essere onorato poiché è fonte di ricchezza o, almeno, di condizioni degne di vita e, in generale, è uno strumento efficace contro la povertà (Cfr Pr 10,4), ma non bisogna cedere alla tentazione di idolatrarlo, poiché non si può trovare in esso il senso ultimo e definitivo della vita. Il lavoro è essenziale, ma è Dio, e non il lavoro, la fonte della vita e il fine dell’uomo. Il principio fondamentale della Sapienza è infatti il timore del Signore; l’ esigenza della giustizia, da cui deriva, precede l’esigenza del guadagno:
« È meglio avere poco con il timore del Signore che un tesoro ricco con la preoccupazione » (Pr 15,16)
« È meglio avere poco con la giustizia che redditi abbondanti senza il buono diritto » (Pr 16,8)
Il vertice dell’insegnamento biblico sul lavoro è il comando del riposo sabbatico. Il riposo apre all’uomo, legato alla necessità del lavoro, la prospettiva di una libertà più piena, quella del Sabato eterno (Cfr. Eb 4,9-10). Il riposo permette agli uomini di ricordare e di rivivere le opere di Dio, dalla Creazione alla Redenzione, di riconoscersi come la sua opera (cfr. Ef 2,10) e rendere grazie per la loro vita e la loro esistenza, a lui che ne è l’Autore.
La memoria e l’ esperienza del sabato costituiscono un rifugio contro l’asservimento al lavoro, volontario o imposto, e contro qualsiasi forma di sfruttamento, larvato o palese. Infatti il riposo sabatico è stato istituito non soltanto per permettere la partecipazione al culto divino ma anche difendere il povero; ha anche una funzione liberatrice delle degenerazioni anti-sociali del lavoro umano.
Questo riposo, che può anche durare un anno, comporta infatti un’espropriazione dei frutti della terra a favore dei poveri e, per i proprietari della terra, la sospensione dei diritti di proprietà:
« Per sei anni seminerai la terra e ne ammasserai il prodotto. Ma il settimo anno, la lascerai arata e ne abbandonerai il prodotto; i poveri del vostro popolo ne mangeranno e gli animali dei campi mangeranno quello che avranno lasciato. Farete la stessa cosa con la vostra vigna e per il vostro uliveto » (Es 23,10-11).
Quest’abitudine risponde ad un’intuizione profonda: l’accumulo dei beni da parte di alcuni può condurre ad una sottrazione dei beni ad altri.
Consiglio Pontificio Giustizia e Pace,
Compendio della dottrina sociale della Chiesa, 2 aprile 2004, § 255-258

b) Gesù, uomo del lavoro.
Nella sua predicazione, Gesù insegna ad apprezzare il lavoro.
Egli stesso « diventato in tutto simile a noi, ha dedicato la maggior parte della sua vita sulla terra al lavoro manuale, al suo banco di falegname, nel laboratorio di Giuseppe (Cfr Mt 13,55; Mc 6,3), al quale era sottoposto (cfr. Lc 2,51).
Gesù condanna il comportamento del servo pigro, che nasconde sotto terra il talento (Cfr Mt 25,14-30) e loda il servo fedele e prudente che il padrone trova ad eseguire i compiti che gli ha affidato (Cfr Mt 24,46).
Il Cristo descrive la sua missione come un’opera: « Mio padre è all’opera fino ad ora ed opero anche io „ (Gv 5,17) ed i suoi discepoli lavorano come operai nella raccolta della messe del Signore, che rappresenta l’umanità da evangelizzare (Cfr Mt 9,37-38). Per questi operai vale il principio generale secondo il quale « l’operaio merita il suo salario„ (Lc 10,7); essi sono autorizzati a rimanere nelle case in cui sono accolti, a mangiare e bere ciò che è offerto loro (Cfr Ibid.).
Nella sua predicazione, Gesù insegna agli uomini a non lasciarsi asservire dal lavoro.
Essi devono preoccuparsi innanzitutto della loro anima; guadagnare il mondo intero non è lo scopo della loro vita (Cfr Mc 8,36). Infatti, i tesori della terra si consumano, mentre i tesori del cielo sono imperituri: è a questi che occorre legare il proprio cuore (Cf Mt 6,19-21). Il lavoro non deve essere motivo di angoscia (Cfr Mt 6,25.31.34): preoccupato ed agitato da molte cose, l’uomo rischia di trascurare il Regno di Dio e la sua giustizia (Cfr Mt 6,33), di cui ha veramente bisogno; tutto il resto, compreso il lavoro, trova il suo posto, il suo senso ed il suo valore soltanto se è orientato verso l’unica cosa necessaria, che non sarà mai tolta (Cfr. Lc 10,40-42).
Durante il suo ministero terreno, Gesù lavora instancabilmente, compiendo opere potenti per liberare l’ uomo dalla malattia, dalla sofferenza e dalla morte.
Il sabato, che il Vecchio Testamento aveva proposto come giorno di liberazione e che, osservato unicamente nella forma, era svuotato del suo significato autentico, è ribadito da Gesù nel suo valore originale: « Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato!„ (Mc 2,27). Con le guarigioni compiute proprio in questo giorno di riposo (Cfr Mt 12,9-14; Mc 3,1-6; Lc 6,6-11; 13,10-17; 14,1-6), Egli vuole dimostrare che il sabato appartiene a lui, poiché egli è realmente il Figlio di Dio, e che il sabato è il giorno in cui ci si deve dedicare a Dio e agli altri.
Liberare dal male, praticare la fratellanza e la condivisione, vuol dire conferire al lavoro il suo significato più nobile, quello che permette all’umanità di incamminarsi verso il Sabato eterno, nel quale il riposo diventa la festa alla quale l’uomo aspira interiormente. E’ proprio nella misura in cui il lavoro orienta l’umanità a fare l’esperienza del sabato di Dio e della sua vita conviviale, esso diventa la festa alla quale l’uomo aspira interiormente, il lavoro inaugura sulla terra la nuova creazione.
Il lavoro inaugura sulla terra la nuova creazione.
L’attività umana di arricchimento e di trasformazione dell’universo può e deve fare apparire le perfezioni che in esso sono nascoste e che, nel Verbo increato, trovano il loro principio ed il loro modello.
Infatti, gli scritti di Paolo e di Giovanni mettono in luce la dimensione trinitaria della creazione e, in particolare, il legame che esiste tra il Figlio-Verbo, il « Logos„, e la creazione (Cfr Gv1,3; 1 Co 8,6; Col 1,15-17).
Creato in lui e da lui, riacquistato da lui, l’universo non è un ammasso casuale, ma un « cosmos„, di cui l’ uomo deve scoprire l’ordine, custodirlo e portarlo al suo completamento. In Gesù, il mondo visibile, creato da Dio per l’uomo ma sottoposto alla caducità quando il peccato è entrato in esso (Rm 8,20; Cfr. ibid., 8,19-22), trova nuovamente il suo legame originario con la fonte divina della Sapienza e dell’Amore. In tal modo, cioè mettendo in luce, in una progressione crescente, « le ricchezze insondabili del Cristo » (Ef 3,8), nella creazione, il lavoro umano si trasforma in un servizio reso alla grandezza di Dio.
Il lavoro rappresenta una dimensione fondamentale dell’esistenza umana come partecipazione all’opera non soltanto della creazione, ma anche della redenzione.
L’uomo che sopporta la stanchezza e la pena del lavoro in unione con Gesù, coopera in un certo senso con il Figlio di Dio alla sua opera redentrice e testimonia che è discepolo del Cristo portando la croce ogni giorno, nell’attività che è chiamato a compiere. In questa prospettiva, il lavoro può essere considerato come un mezzo di santificazione ed un’animazione delle realtà terrene nello Spirito del Cristo.
Così concepito, il lavoro è un’espressione dell’umanità piena dell’uomo, nella sua condizione storica e nel suo orientamento escatologico: la sua azione libera e responsabile ne rivela la relazione intima con il Creatore ed il potenziale creativo, mentre ogni giorno combatte contro la deformazione del peccato, in particolare guadagnando il suo pane con il sudore della fronte.
Consiglio Pontificio Giustizia e Pace,
Compendio della dottrina sociale della Chiesa, 2 aprile 2004, § 259-263.

c) Il dovere di lavorare
La coscienza del carattere transitorio « della scena di questo mondo„ (Cfr 1 Co 7,31) non dispensa da nessun impegno storico, ed ancor meno dal lavoro (Cfr 2 Tes 3,7-15), il quale fa parte integrante della condizione umana, pur non essendo l’unica ragione di vivere.
Nessun cristiano, per il fatto che appartiene ad una Comunità solidale e fraterna, deve sentirsi in diritto di non lavorare e vivere a spese degli altri (Cfr 2 Tes 3,6-12); tutti sono invece esortati dall’Apostolo Paolo a farsi « un punto d’onore„ nel lavorare con le loro mani per « non dipendere da nessuno » (1 Tes 4,11-12) ed a praticare una solidarietà, anche sul piano materiale, dividendo i frutti del lavoro con « i bisognosi » (Ef 4,28).
San Giacomo difende i diritti violati dei lavoratori: « Ecco: il salario da voi defraudato ai lavoratori che hanno mietuto i vostri campi, grida, e le proteste dei mietitori sono giunte agli orecchi del Signore degli eserciti » (Gc 5,4).
I credenti devono vivere il lavoro secondo lo stile del Cristo e farne un’occasione di testimonianza cristiana « nei confronti degli estranei » (1 Tes 4,12).

Consiglio Pontificio Giustizia e Pace,
Compendio della dottrina sociale della Chiesa, 2 aprile 2004, § 264

Publié dans:biblica, lavoro |on 2 octobre, 2014 |Pas de commentaires »

APPUNTI SULLA VISIONE CRISTIANA DEL LAVORO

https://www.chiesacattolica.it/cci_new_v3/allegati/19962/Visione%20cristiana%20lavoro.doc.

(non sono sicura della data, forse come è scritto nel link 19.9.62)

APPUNTI SULLA VISIONE CRISTIANA DEL LAVORO

SR. ERIKA PERINI

SUORA OPERAIA DELLA SANTA CASA DI NAZARETH

Com’è noto, tra pochissimi giorni vivremo il grande evento della beatificazione di Giovanni Paolo II. Il nostro trovarci qui acquista maggior significato, se pensiamo che la beatificazione di Wojtyla è in concomitanza con la ricorrenza dei trent’anni della lettera enciclica Laborem exercens (14 settembre 1981), oltre che dei vent’anni della lettera enciclica Centesimus annus (1° maggio 1991).
Giovanni Paolo II, che nella gioventù ha conosciuto come operaio la fatica e la bellezza del lavoro, ci ha regalato un alto magistero su Cristo redentore che fonda l’amore di Dio verso l’uomo e la sua dignità: « La Chiesa non può abbandonare l’uomo, la cui « sorte », cioè la scelta, la chiamata, la nascita e la morte, la salvezza o la perdizione, sono in modo così stretto ed indissolubile unite al Cristo » .
Il « papa polacco » è un papa umanista nel senso teologico della parola, perché proclama fin dall’inizio che l’uomo è « la prima e fondamentale via della Chiesa » e che la Chiesa è solidale con i poveri che invocano giustizia (enciclica Dives in misericordia). La sollecitudine verso l’uomo e l’esigenza di una giustizia fondata sull’amore tornano nell’enciclica che commemora il novantesimo anniversario della Rerum novarum (15 maggio 1891), appunto la LE (il ritardo di alcuni mesi fu dovuto all’attentato in Piazza San Pietro subìto il 13 maggio).
Giovanni Paolo II, dunque, nei primi anni del suo pontificato, focalizza l’attenzione su un tema importante per l’uomo: il lavoro.
Il lavoro, infatti, è una delle grandi caratteristiche dell’umanità: ha avuto inizio con la comparsa dell’uomo sulla terra e non avrà termine che con la consumazione del tempo.
Di fronte all’attività umana ci interroghiamo sul suo significato, ci domandiamo quali valori possieda, cerchiamo soprattutto quali siano i punti di riferimento che il cristiano deve tener presenti per inquadrarla e viverla in fede, speranza e carità.
Il tema su cui vogliamo riflettere questa sera meriterebbe molto tempo e non sarà certamente possibile svilupparlo in pienezza. Per aiutarci nel tratto di strada che percorriamo insieme, propongo di utilizzare alcune coordinate che ci aiutano a guardare il lavoro nell’ottica cristiana. Prendiamo spunto non solo dalla LE, ma anche dal Compendio della dottrina sociale della Chiesa che dedica il capitolo 6 (nn. 255-322) all’argomento .

1. Il lavoro… nella Sacra Scrittura
La seconda parte della LE (Il lavoro e l’uomo) evidenzia il nesso che da sempre esiste tra uomo e lavoro; legame testimoniato non solo dalle molteplici scienze umane, ma anche dalla fonte della Parola di Dio rivelata, alla quale attinge la Chiesa. Perciò, « quella che è una convinzione dell’intelletto acquista il carattere di una convinzione di fede » (n. 4).
a) Il compito di coltivare e custodire la terra
L’Antico Testamento presenta Dio come Creatore onnipotente, che plasma l’uomo a sua immagine, lo invita a lavorare la terra (cfr. Gen 2,5-6) e a custodire il giardino dell’Eden in cui lo ha posto (Gen 2,15) . Alla prima coppia umana Dio affida il compito di soggiogare la terra e di dominare su ogni essere vivente (Gen 1,28). Un dominio, però, non dispotico. L’uomo è chiamato a « coltivare e custodire » i beni creati da Dio e che ha ricevuto come dono prezioso, del quale avere cura con responsabilità. Coltivare la terra significa non abbandonarla a se stessa; esercitare il dominio su di essa è averne cura, così come un re saggio si prende cura del suo popolo e un pastore del suo gregge.
Nel disegno del Creatore, le realtà create, buone in se stesse, esistono in funzione dell’uomo.
Il lavoro è un’attività « transitiva », cioè che ha inizio nel soggetto umano ed è indirizzata verso un oggetto esterno. Suppone uno specifico dominio dell’uomo sulla « terra » e a sua volta conferma e sviluppa tale dominio. La LE specifica che col termine « terra » di cui parla il testo biblico si deve intendere anzitutto quel frammento dell’universo visibile, del quale l’uomo è abitante. Per estensione, però, si può intendere tutto il mondo visibile, in quanto esso si trova nel raggio d’influsso dell’uomo e della sua ricerca di soddisfare le proprie necessità. « Le parole « soggiogate la terra » hanno un’immensa portata. Esse indicano tutte le risorse che la terra (e indirettamente il mondo visibile) nasconde in sé, e che, mediante l’attività cosciente dell’uomo, possono essere scoperte e da lui opportunamente usate » (n. 4). In tal senso, allora, quelle parole iniziali della Bibbia non smettono di essere attuali, abbracciando tutte le epoche -passate, presenti e future- della civiltà e dell’economia. L’uomo resta sempre « sulla linea di quell’originaria disposizione del Creatore, la quale resta necessariamente e indissolubilmente legata al fatto che l’uomo è stato creato, come maschio e femmina, « a immagine di Dio »" (idem). Questo processo è, al tempo stesso, universale: abbraccia cioè tutti gli uomini e si attua in ogni uomo, in ogni consapevole soggetto umano. L’umanità, di ogni dove e di ogni epoca, è sempre abbracciata e coinvolta in questo gigantesco processo.
« Il dominio dell’uomo sulla terra si compie nel lavoro e mediante il lavoro » (n. 5).
Il CDSC (cfr. n. 256) ci ricorda che il lavoro appartiene alla condizione originaria dell’uomo e precede la sua caduta; non è perciò né punizione, né maledizione. Esso diventa fatica e pena a causa del peccato di Adamo ed Eva, che spezzano il loro rapporto fiducioso ed armonioso con Dio (cfr. Gen 3,6-8), tentando di avere il dominio assoluto su tutte le cose, dimenticando di essere creatura e non Creatore. Tuttavia, il disegno del Creatore, il senso delle sue creature e, tra queste, dell’uomo, chiamato ad essere coltivatore e custode del creato, restano invariati.
« È meglio aver poco con il timore di Dio che un grande tesoro con l’inquietudine » (Pr 15,16).
Il lavoro è essenziale, ma è Dio, non il lavoro, la fonte della vita e il fine dell’uomo. L’attività umana va onorata, in quanto fonte di ricchezza o almeno di condizioni di vita decorose. È strumento efficace contro la povertà, ma non va idolatrato, perché non ha in sé il senso ultimo e definitivo della vita .
Vertice dell’insegnamento biblico sul lavoro è il comandamento del riposo sabbatico . Esso apre la prospettiva di una libertà più piena, quella del Sabato eterno (cfr. Eb 4,9-10). Il riposo consente agli uomini di ricordare e di rivivere le opere di Dio, dalla Creazione alla Redenzione, di riconoscersi essi stessi come opera sua, di rendere grazie della propria vita e della propria sussistenza a Lui, che ne è l’Autore. « Entrare nel riposo di Dio » ci permette di non ricadere in quella disobbedienza che ci allontana dal Signore e, quindi, dal vero significato della nostra esistenza. Sappiamo quanto è attuale, infatti, la tentazione di fare del lavoro un idolo; ma siamo anche consapevoli di dove ci porta questa idolatria.
b) Gesù, uomo del lavoro
Dice la LE: « Colui il quale essendo Dio è divenuto simile a noi in tutto, dedicò la maggior parte degli anni della sua vita sulla terra al lavoro manuale, presso un banco di carpentiere . Questa circostanza costituisce da sola il più eloquente « Vangelo del lavoro »… » (n. 6).
Nella sua predicazione, Gesù insegna ad apprezzare il lavoro; descrive la sua stessa missione come un operare: « Il Padre mio agisce anche ora e anch’io agisco » (Gv 5,17) . I discepoli stessi del Signore sono da Lui designati come « operai nella messe » (cfr. Mt 9,37-38).
Gesù però insegna anche a non lasciarsi asservire dal lavoro: la priorità va data all’anima, perché guadagnare il mondo intero non è lo scopo della vita (cfr. Mc 8,36). Il lavoro non deve mettere in ansia: se è preso da molte cose, l’uomo trascura il regno di Dio e la sua giustizia (cfr. Mt 6,25-34) e il suo cuore si allontana dal vero tesoro che è nel Cielo e che non si consuma.
Il Compendio ci ricorda anche che durante il suo ministero terreno, Gesù lavora instancabilmente, compiendo opere potenti per liberare l’uomo dalla malattia, dalla sofferenza e dalla morte.
Il sabato, che l’AT aveva proposto come giorno di liberazione, è riaffermato da Gesù nel suo valore originario: « Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato! » (Mc 2,27). Liberare dal male, praticare fraternità e condivisione è conferire al lavoro il suo significato più nobile, quello che permette all’umanità di incamminarsi verso il Sabato eterno. Qui il riposo diventa la festa cui l’uomo interiormente aspira.
Proprio in quanto orienta l’umanità a fare esperienza del sabato di Dio e della sua vita conviviale, il lavoro inaugura sulla terra la nuova creazione.
L’attività umana di arricchimento e di trasformazione dell’universo può e deve far emergere le perfezioni in esso nascoste, che nel Verbo increato hanno il loro principio e modello.
Il lavoro consente non solo di partecipare all’opera della creazione, ma anche a quella della redenzione. Chi sostiene la fatica del lavoro unendosi a Cristo, in un certo senso coopera con Lui alla sua opera redentrice. Si comporta da discepolo, perché porta la Croce, ogni giorno, nell’attività che è chiamato a compiere .
c) Il dovere di lavorare
Se « passa la figura di questo mondo » (1Cor 7,31), l’uomo non è esonerato da alcun impegno storico, tanto meno dal lavoro. Lo ricorda S. Paolo nella sua seconda lettera ai Tessalonicesi, ponendo se stesso come esempio di laboriosità, sia per non essere di peso ad alcuno, sia per soccorrere chi si trova nel bisogno. Il cristiano è chiamato a lavorare non solo per procurarsi il pane, ma anche per sollecitudine verso il prossimo più povero, al quale il Signore comanda di dare da mangiare, da bere, da vestire, accoglienza, cura e compagnia (cfr. Mt 25).
S. Ambrogio afferma che ciascun lavoratore è la mano di Cristo che continua a creare e a fare del bene.
Con il suo lavoro e la sua laboriosità, l’uomo, partecipe dell’arte e della saggezza divina, rende più bello il creato, il cosmo già ordinato dal Padre; suscita quelle energie sociali e comunitarie che alimentano il bene comune, a vantaggio soprattutto dei più bisognosi.
Permeato di carità e finalizzato ad essa, il lavoro diventa occasione di contemplazione, diventa preghiera, rivelazione dell’alleanza misteriosa, ma reale, tra l’agire umano e la Provvidenza divina.

2. Il lavoro… nel Magistero: La Laborem exercens
Pur volendo concentrare la nostra attenzione sull’enciclica di Giovanni Paolo II, mi sembra utile scorrere velocemente il cammino della Chiesa in fatto di DSC. Fermo restando che, come abbiamo visto sopra, il punto di partenza resta la Rivelazione che Dio ci ha fatto di Sé nella Parola di Dio.

Notoriamente, la prima enciclica sociale è la Rerum novarum (1891) di Leone XIII, nella quale il Pontefice, osservando la situazione sociale del suo tempo caratterizzata dalla lotta operaia, tratta la questione opponendo alle ideologie liberista e socialista la « filosofia cristiana », basata sul Vangelo e sul diritto naturale.
Successivamente, Pio XI si occuperà della questione sociale (Quadragesimo anno, 1931); Pio XII del problema dell’ordine internazionale (Radiomessaggio, 1941). Giovanni XXIII tratta le questioni della giustizia e della pace (Mater et magistra, 1961; Pacem in terris, 1963); discorsi che tornano nel Concilio Vaticano II, soprattutto nelle pagine della costituzione pastorale Gaudium et spes (1965). Infine, la Populorum progressio (1967) e la Octogesima adveniens (1971) di Paolo VI mettono in luce i temi dello sviluppo e della nuova civiltà.
Negli anni Ottanta, mentre si cammina verso il centenario della RN e verso l’inizio del terzo millennio dell’éra cristiana, sembra aprirsi un altro grande momento dell’insegnamento sociale della Chiesa. Di fronte ad una nuova civiltà tecnologica che avanza da Occidente e da Oriente, ogni individuo, ogni società sembrano rimessi in discussione.
Giovanni Paolo II, nella LE, si rivolge, indistintamente, ad ogni uomo, additandogli nel lavoro la fonte della sua dignità, riproponendogli nello spirito di servizio quella povertà evangelica proclamata da Cristo duemila anni fa, con cui ogni individuo può riscattare la propria anima e ottenere la salvezza.
Il Papa, con originalità di pensiero e di stile, riprende le principali tesi della dottrina sociale della Chiesa per organizzarle intorno al concetto e valore centrale del lavoro, chiave della questione sociale. Intorno al lavoro si crea così una profonda solidarietà umana, che abbraccia passato e presente ed è aperta al futuro.
Nel 1987, la Sollicitudo rei socialis constata il fallimento dei regimi comunista e capitalista. Quattro anni più tardi, il crollo del « socialismo reale » realizza le profezie di Leone XIII; a un secolo dalla RN, Giovanni Paolo II può ribadire, nella Centesimus annus (1991), che, fuori del Vangelo, non c’è soluzione della questione sociale, non c’è soluzione per i problemi più profondi e vitali dell’uomo.
Attualmente la dottrina sociale della Chiesa è prevalentemente contenuta nel Compendio della dottrina sociale della Chiesa, documento promulgato il 2 aprile 2004 dal Pontificio Consiglio della giustizia e della pace, come raccolta elaborata per esporre in maniera sintetica, ma esauriente, l’insegnamento sociale della Chiesa. Non si tratta, però, di una semplice sintesi, bensì di una elaborazione sistematica che interpreta tutto il percorso compiuto dal Magistero sociale ed è offerta a tutti gli uomini per aiutarli ad orientarsi nella complessità del vivere. In particolare, il cap. 6 è dedicato al « Lavoro umano ».
Il Compendio attinge alla Sacra Scrittura, alle decisioni dei Concili, al magistero papale (encicliche, esortazioni, lettere, messaggi, discorsi…), ai documenti ecclesiali (come il Catechismo della Chiesa Cattolica), ai documenti delle congregazioni e dei pontifici consigli, alle riflessioni dei Padri della Chiesa e di alcuni scrittori ecclesiastici, e al diritto internazionale. È in tutte queste fonti – non solo, dunque, nelle encicliche o nei documenti conciliari – che possiamo trovare il pensiero della Chiesa sul lavoro e su tutte le questioni sociali.
Al Compendio occorre aggiungere l’ultima enciclica sociale del Santo Padre Benedetto XVI Caritas in veritate (29 giugno 2009); documento molto atteso, in questo momento storico di crisi economica. In essa, il Pontefice si ponte in continuità con il Magistero, ribadendo la priorità dell’uomo sul lavoro e richiamando la questione centrale della difesa della vita.
a) Uno sguardo sulla Laborem exercens
Gli anni ’70 sono caratterizzati da una progressiva trasformazione del mondo del lavoro.
La società post-industriale passa dalla produzione di beni all’economia di servizi, alla preminenza di professionisti e tecnici, alla centralità del sapere teorico e tecnologico. È la rivoluzione cibernetica, che pone in questione non un aspetto o l’altro dell’uomo e della società, ma l’uomo stesso preso alla radice. Che una nuova « megamacchina », questa volta di carattere elettronico, arrivi a schiacciare la dignità umana?
E il lavoratore? Se in passato la lotta era tra il dipendente e il proprietario di capitali, ora lo scontro fatto di discriminazione e di emarginazione è dato dal rapporto superiorità/inferiorità culturale.
Davanti al nuovo scenario, nasce la domanda se l’industrializzazione porta ad una crescita dell’uomo. Si pensava che la macchina liberasse il lavoratore da un’attività tediosa e ripetitiva, che aumentasse le qualifiche professionali. In realtà, la tecnologia libera l’uomo da un eccessivo sforzo fisico, aumentando forse il suo tempo libero, ma tende ad avere altre conseguenze non positive sulla sua salute fisica e mentale. La mobilità ad esempio crea problemi di cambiamenti o di perdita del lavoro con la successiva pressione della ricerca di un nuovo impiego. Mancano valori religiosi e morali. C’è la tendenza a far diventare gli strumenti di lavoro dei fini.
Nel bagaglio della LE entra anche il forte legame che il Pontefice ha con la sua patria, la Polonia; quindi le esperienze fatte in gioventù, proprio nel mondo del lavoro, come anche la difficile situazione economica e politica di quegli anni.
La LE potrebbe essere definita un’enciclica più che sul lavoro, sul lavoratore, sull’uomo che lavora. È questo il passaggio fondamentale, l’innovazione rispetto ai precedenti documenti.
« Il tema dell’enciclica è il lavoro umano. È impossibile riassumerla tutta nella sua complessità. Darò solo alcuni flash. Laborem è un accusativo, exercens è un nominativo. È chiaro che il soggetto è l’uomo. La primazialità non è perciò del lavoro, ma dell’uomo. E si inizia esattamente parlando di lui. Dopo avere scritto la sua prima enciclica Redentor hominis, la sua idea è esattamente quella che la redenzione dell’uomo e del lavoro umano può passare solo attraverso Cristo » .
Dallo sguardo dato fino ad ora risulta evidente come all’interno della questione sociale, in cui la Chiesa interviene, ampio spazio viene lasciato al definire alcune condizioni necessarie perché il lavoro sia il più giusto possibile, il più adatto alle necessità dei lavoratori. L’interesse è puntato sul lavoro. Ora, nella LE, ciò che conta è l’uomo e il lavoro come strumento al servizio dell’uomo. Si intravede nella struttura del documento un taglio antropologico-spirituale.
b) L’enciclica nelle sue parti
L’enciclica Laborem exercens è composta da una introduzione e da quattro parti:
I – Introduzione
II – Il lavoro e l’uomo
III – Il conflitto tra lavoro e capitale nella presente fase storica
IV – I diritti degli uomini del lavoro
V – Elementi per una spiritualità del lavoro
Il concetto-cardine di questa enciclica è l’uomo. La LE evidenzia come l’uomo è autore, fonte e fine del lavoro. Un lavoro che è dovere, diritto e bene dell’uomo.
La LE introduce un’importante distinzione tra dimensione oggettiva e soggettiva del lavoro .
- Senso oggettivo . L’uomo domina la terra addomesticando e allevando gli animali, dai quali ricava per sé cibo e indumenti; estraendo dalla terra e dal mare diverse risorse naturali. Molto di più, l’uomo « soggioga la terra » quando comincia a coltivarla e comincia a rielaborare i suoi prodotti (agricoltura); coniuga le ricchezze della terra ed il lavoro umano, fisico o intellettuale (industria – ma anche settore dei servizi e della ricerca, pura o applicata).
Anche la tecnica è in rapporto con le parole della Genesi: essa è « il frutto del lavoro dell’intelletto umano e la conferma storica del dominio dell’uomo sulla natura » . L’enciclica mette in evidenza tanto i vantaggi, quanto gli svantaggi della tecnica: se essa rappresenta appunto lo sviluppo dell’uomo, è pur vero che talvolta può trasformarsi in avversaria dell’essere umano, quando la meccanizzazione del lavoro soppianta l’uomo. Il documento non può dunque non invitare a considerare una questione che a questo punto della storia non è più possibile ignorare.
- Il lavoro va poi inteso in senso soggettivo. « L’uomo deve soggiogare la terra, la deve dominare, perché come « immagine di Dio » è una persona, cioè un essere soggettivo capace di agire in modo programmato e razionale, capace di decidere di sé e tendente a realizzare se stesso. Come persona, l’uomo è quindi soggetto del lavoro. Come persona egli lavora, compie varie azioni appartenenti al processo del lavoro; esse, indipendentemente dal loro contenuto oggettivo, devono servire tutte alla realizzazione della sua umanità, al compimento della vocazione ad essere persona, che gli è propria a motivo della stessa umanità » (n. 6) .
Questa distinzione è davvero la « chiave di volta » di tutto il documento, il fulcro dell’insegnamento sociale della Chiesa, perché mette al centro l’uomo (principio personalista della DSC ). Questo va compreso e assunto come metro di misura per tutte le questioni.
« Quel dominio, in un certo senso, si riferisce alla dimensione soggettiva ancor più che a quella oggettiva: questa dimensione condiziona la stessa sostanza etica del lavoro. Non c’è, infatti, alcun dubbio che il lavoro umano abbia un suo valore etico, il quale senza mezzi termini e direttamente rimane legato al fatto che colui che lo compie è una persona, un soggetto consapevole e libero, cioè un soggetto che decide di se stesso » .
c) La persona è il metro della dignità del lavoro
Ciò è giustificato da due motivi:
1) L’uomo è « immagine e somiglianza » di Dio Creatore, che gli ha dato un comando preciso (Gn 1,28), attraverso il quale dimostra questa somiglianza e partecipa della stessa opera divina.
2) « Colui, il quale essendo Dio è divenuto simile a noi in tutto, dedicò la maggior parte degli anni della sua vita sulla terra al lavoro manuale […]. Questa circostanza costituisce da sola il più eloquente « Vangelo del lavoro » [la "Buona Notizia"!], che manifesta come il fondamento per determinare il valore del lavoro umano non sia prima di tutto il genere di lavoro che si compie, ma il fatto che colui che lo esegue è una persona. Le fonti della dignità del lavoro si devono cercare soprattutto non nella sua dimensione oggettiva, ma nella sua dimensione soggettiva » .
Ancora la LE: « Ciò non vuol dire che il lavoro umano, dal punto di vista oggettivo, non possa e non debba essere in alcun modo valorizzato e qualificato. Ciò vuol dire solamente che il primo fondamento del valore del lavoro è l’uomo stesso, il suo soggetto. A ciò si collega subito una conclusione molto importante di natura etica: per quanto sia una verità che l’uomo è destinato ed è chiamato al lavoro, però prima di tutto il lavoro è « per l’uomo », e non l’uomo « per il lavoro »". Dunque si riconosce, in tal modo, la preminenza della dimensione soggettiva del lavoro su quella oggettiva.
Dimenticare tutto questo significa minacciare il giusto ordine dei valori (n. 7), come più volte la storia ci ha dimostrato e tutt’ora succede. Come nel caso del capitalismo, in cui l’uomo viene trattato al pari di tutti i mezzi materiali di produzione, come uno strumento e non secondo la sua vera dignità e come vero scopo di tutto il processo produttivo.
A partire da questo concetto, la LE sviluppa gli altri temi: il conflitto tra lavoro e capitale (cap. III), in particolare facendo risaltare il primato della persona sulle cose (quindi anche sul capitale come insieme di mezzi di produzione), il giusto significato della proprietà, della partecipazione come del lavoro in proprio… Sempre si dice « no » al « lavoratore-ingranaggio », che è tale quando resta passivo nel processo produttivo perché considerato un semplice strumento di produzione piuttosto che un vero soggetto di lavoro, dotato di propria iniziativa (n. 15).
Se poi l’uomo è « corresponsabile e co-artefice al banco di lavoro », ne consegue che nascono alcuni diritti, corrispondenti all’obbligo del lavoro. A questo è dedicato il cap. IV in cui si sviluppano i temi del datore di lavoro « diretto » e « indiretto » (i vasti « meccanismi » d’influenza sulle politiche del lavoro), il problema dell’occupazione, quello del salario e delle altre prestazioni sociali, l’importanza dei sindacati, la dignità del lavoro agricolo, la persona handicappata nel mondo del lavoro e il problema dell’emigrazione. Varie sfaccettature, ma sempre e solo la persona al centro .
d) Il soggetto del lavoro… l’uomo
La LE, al cap. V, fornisce i principali « elementi per una spiritualità del lavoro ». Questo perché « dato che il lavoro nella sua dimensione soggettiva è sempre un’azione personale, actus personae, ne segue che ad esso partecipa l’uomo intero, il corpo e lo spirito, indipendentemente dal fatto che sia un lavoro manuale o intellettuale » (n. 24).
Cosa comporta questo, in concreto, per l’essere umano?
Giovanni Paolo II sostiene che non si può giungere ad una corretta concezione del lavoro se non si considera il giusto concetto di uomo. Inoltre, anche in ambito psicologico si afferma che è l’uomo a fare la qualità e il significato del lavoro.
Essere il vero soggetto del lavoro richiede dunque all’uomo stesso un impegno per progredire sia nel cammino di maturità, che in quello della fede.
Ricordando che il lavoro non è la sola misura dell’essere, contribuisce a dare un senso all’essere, ma non lo esaurisce. Serve il « giusto sguardo » sul lavoro, che non lo tralascia, ma nemmeno lo enfatizza.
a) L’uomo che lavora si rafforza nella sua identità di uomo con una propria dignità: « mediante il lavoro l’uomo non solo trasforma la natura adattandola alle proprie necessità, ma anche realizza se stesso come uomo ed anzi, in un certo senso, « diventa più uomo »" (n. 9). Si percepisce come un essere « capace di agire in modo programmato e razionale, capace di decidere da sé, di tendere a realizzare se stesso » (n. 6) e acquista consapevolezza della sua libertà. « L’uomo, quando lavora, non soltanto modifica le cose e la società, ma perfeziona anche se stesso » (n. 26).
b) L’uomo che lavora cresce nell’esercizio delle virtù: « la virtù, come attitudine morale, è ciò per cui l’uomo diventa buono in quanto uomo » (n. 9). Il lavoro sviluppa nella persona svariate virtù morali e qualità, tra cui: la capacità di sopportare la fatica, la pazienza, la laboriosità, la perseveranza, il senso del dovere, la responsabilità.
c) L’uomo che lavora si apre all’altro: oltre a sostenere e realizzare se stesso, il lavoratore può adoperarsi per la formazione e il mantenimento della sua famiglia (vista come priorità a cui il lavoro è sostegno); è parte attiva ed integrante di un gruppo sociale e come suo membro si adopera per il bene comune; in nome della dignità di ogni uomo e della solidarietà tra lavoratori cammina verso l’unità.
d) L’uomo che lavora si apre al totalmente Altro e si riscopre cristiano: attraverso la sua attività, l’uomo si riscopre in relazione con Dio, di cui è immagine, cooperatore dell’opera creatrice e partecipe della redenzione dell’umanità, vivendo in Cristo la fatica del lavoro. Nel riposo, riscopre la bellezza di coltivare il legame con Dio. Lavorando, si inserisce nel cammino di sequela di Cristo, che per trent’anni ha vissuto nella casa del carpentiere di Nazareth guadagnandosi il pane con il sudore della fronte. Infine, lavorando l’uomo si riscopre inserito nel grande progetto d’amore originario del Padre che lo sogna dominatore e custode della creazione, in cammino verso il Regno.

3. Lavoro e… »Res novae »
Quali spunti, quali indicazioni, dunque, per vivere il lavoro oggi?
Il Compendio ce ne suggerisce alcuni (nn. 317-322).
Globalizzazione, frammentazione fisica del ciclo produttivo, innovazioni tecnologiche, precarietà e flessibilità… Sono le « cose nuove », le nuove sfide di oggi.
Di fronte ad esse, la DSC ricorda ancora una volta che l’arbitro di questa complessa fase di cambiamento è ancora una volta l’uomo, che deve restare il vero protagonista del suo lavoro.
Non va dimenticato, poi, che il lavoro, al di là delle concezioni economicistiche, vale in quanto attività libera e creativa dell’uomo. Egli, a differenza di ogni altro essere vivente, ha bisogni non limitati solo all’avere, perché la sua natura e la sua vocazione sono in relazione inscindibile col Trascendente. Quindi, lavoro non solo come soddisfazione di bisogni materiali, ma anche come impulso ad andare oltre i risultati conseguiti, alla ricerca di ciò che può corrispondere più profondamente alle sue esigenze interiori. Un’attenzione, dunque, all’interiorità dell’uomo, dalla quale nemmeno l’attività lavorativa può essere disgiunta.
Sempre considerando la centralità dell’uomo, il Compendio ricorda che, se cambiano le forme storiche in cui si esprime il lavoro umano, vanno tenute ferme le sue esigenze permanenti, riassumibili nel rispetto dei diritti inalienabili dell’uomo che lavora. Bisogna perciò impegnare intelligenza e volontà per tutelare la dignità del lavoro, immaginando e costruendo nuove forme di solidarietà.
Solidarietà che va « globalizzata », come ricordava Giovanni Paolo II nel Discorso all’Incontro giubilare con il mondo del lavoro (1° maggio 2000). Lo sviluppo deve essere globale, in grado di coinvolgere tutte le zone del mondo, comprese quelle meno favorite.
E dato che gli uomini hanno una naturale propensione a stabilire relazioni, non bisogna dimenticare che il lavoro ha una dimensione universale, in quanto fondato sulla relazionalità umana. « La tecnica potrà essere la causa strumentale della globalizzazione, ma è l’universalità della famiglia umana la sua causa ultima » .
Dicevamo che a coronamento del Compendio sta la Caritas in veritate di Benedetto XVI.
Al cap. V, l’enciclica ricorda che « lo sviluppo dei popoli dipende soprattutto dal riconoscimento di essere una sola famiglia, che collabora in vera comunione ed è costituita da soggetti che non vivono semplicemente l’uno accanto all’altro » (n. 53).
Proprio considerando i problemi dello sviluppo, Benedetto XVI richiama il nesso tra povertà e disoccupazione (n. 63): « i poveri in molti casi sono il risultato della violazione della dignità del lavoro umano ». Già Giovanni Paolo II, il 1 maggio 2000, durante il Giubileo dei Lavoratori lanciò un appello per « una coalizione mondiale in favore del lavoro decente ».
La famiglia umana aspira ad un « lavoro decente ».
« Che cosa significa la parola « decenza » applicata al lavoro? Significa un lavoro che, in ogni società, sia l’espressione della dignità essenziale di ogni uomo e di ogni donna:
- un lavoro scelto liberamente;
- che associ efficacemente i lavoratori, uomini e donne, allo sviluppo della loro comunità;
- un lavoro che, in questo modo, permetta ai lavoratori di essere rispettati al di fuori di ogni discriminazione;
- un lavoro che consenta di soddisfare le necessità delle famiglie e di scolarizzare i figli, senza che questi siano costretti essi stessi a lavorare;
- un lavoro che permetta ai lavoratori di organizzarsi liberamente e di far sentire la loro voce;
- un lavoro che lasci uno spazio sufficiente per ritrovare le proprie radici a livello personale, familiare e spirituale;
- un lavoro che assicuri ai lavoratori giunti alla pensione una condizione dignitosa.
« Decenza », quindi, uguale « espressione della dignità dell’uomo e della donna », in tutte le fasi della loro vita (lavorativa).
Ritorniamo alla LE: il lavoro è decente quando « è per l’uomo ».
Da cristiani, quindi, siamo chiamati a guardare il lavoro illuminati dalla fede, dalla speranza e dalla carità: virtù teologali, doni di Dio che sogna la sua creatura con lo sguardo pulito, vero, felice.
La sfida di sempre, che chiama in causa anche noi, qui e oggi, è questa: essere profeti di speranza, in tutte le situazioni vitali e particolarmente nel mondo del lavoro.
« Profeti »: uomini e donne che, proprio perché hanno lo sguardo rivolto verso le « cose di lassù », sanno ancora testimoniare, in parole ed in opere, che l’uomo e la donna non cessano di essere i destinatari dell’Amore di Dio. Mai, nemmeno quando la fatica del lavoro appesantisce il cammino della loro vita.
« Amanti appassionati di Dio diventano necessariamente amanti appassionati dell’umanità », diceva S. Arcangelo Tadini.
L’uomo… Questa creatura che agli occhi del Creatore, al sesto giorno « lavorativo », appare « cosa molto buona » (Gn 1,31), tanto da indurlo a fare finalmente festa e a mettergli a disposizione l’intera creazione, il giardino di Eden, che affida alle sue mani perché proprio lì possa emergere tutta l’ »immagine e somiglianza » di cui è impastato. 

Publié dans:lavoro |on 2 octobre, 2014 |Pas de commentaires »

COLTIVERANNO GIARDINI E NE MANGERANNO IL FRUTTO. RM 9,14

http://www.atma-o-jibon.org/italiano7/c_massa_iltuovolto_iocerco3.htm

Il tuo volto, signore, io cerco

Cesare Massa

COLTIVERANNO GIARDINI E NE MANGERANNO IL FRUTTO. RM 9,14

IL LAVORO

L’evoluzione dei rapporti umani e, in particolare, quella anche conflittuale delle classi sociali, ha fornito in questi ultimi secoli alla spiritualità cristiana altre motivazioni relative al lavoro umano oltre quella celebre dettata da Benedetto nella sua Regola: « L’ozio è nemico dell’anima e perciò i fratelli in determinate ore devono essere occupati in lavori manuali, in altre nella lettura divina » (RB 48). Si può tuttavia capire questa esigenza facendo riferimento al tempo storico delle antiche fondazioni benedettine.
Oggi preferiamo dare ragioni più positive circa il lavoro. Infatti esso concorre alla formazione integrale della personalità. Anzi, l’esplicazione sollecitata e aiutata dei talenti personali rappresenta l’opportunità di un arricchimento utile a tutta la comunità umana. Più ancora, il lavoro si presenta come un adempimento del comando del Creatore: quello di custodire e trasformare il mondo « con il sudore della propria fronte » (Gen 3,19).
Il salmo 128 accosta ancora di più alla nostra sensibilità il tema del lavoro, dicendo ne la necessità e la dignità: « Vivrai del lavoro delle tue mani » (v. 2). I boschi e le paludi, i campi e le montagne hanno conosciuto da secoli il lavoro dei monaci: essi hanno dato una forma ordinata a porzioni di mondo, salubrità alle terre e ragioni di vita alla gente, ospitalità ai viandanti e ai poveri di ogni provenienza. Questo hanno fatto « con il lavoro delle proprie mani come hanno fatto i nostri padri e gli apostoli », in ciò qualificandosi « come veri monaci » (RE 48). Benedetto doveva avere ben fisso lo sguardo sull’apostolo Paolo quando prescriveva così il lavoro manuale e sentiva anche la fierezza di non essere stato di peso a nessuno: « Alle necessità mie hanno provveduto queste mie mani » (At 20,34).
Doveva essere un precetto tanto prezioso quello di lavorare se l’Apostolo insiste: « Un punto d’onore: lavorare con le nostre mani » (1Ts 4,11) e ingiunge con molto realismo: « Chi non vuole lavorare neppure mangi » (2Ts 3,10). E ben presente che il lavoro vuole fatica, com’è scritto in Genesi 3,17: « Con dolore ne trarrai il cibo ». E Giobbe: « Non ha forse un duro lavoro l’uomo sulla terra? » (Gb 7,1). E Paolo: « Noi abbiamo lavorato con fatica e sforzo » (2Ts 3,8). Questo richiamo monastico al lavoro delle proprie mani percorre anche oggi con sorpresa gli spazi dell’informazione come una novità che corregge l’immagine nobile e aristocratica della vita religiosa quale si è sviluppata dal tardo medioevo a oggi. Viene letta anche come un rimprovero per aver giudicato la manualità dell’ opera umana come inferiore e meno degna rispetto al lavoro intellettuale. Quasi d’istinto si legge tale normativa circa il lavoro manuale come solidarietà a un mondo che per vivere non ha altri strumenti che le proprie mani.
Può un monastero essere assimilato a un cantiere? Certamente no. Talvolta può darne l’impressione la Regola quando stabilisce nei dettagli i tempi, i controlli e le modalità d’uso degli utensili di lavoro. La realtà è invece più simile a quella di una famiglia che conosce il bene di un lavoro svolto nell’ordine e nella pace, con la certezza che ci sarà un frutto, un esito buono, poiché « Dio non è ingiusto da dimenticare il nostro lavoro » (Eb 6,10).
Tuttavia, c’è un’altra fatica indicata fin dal prologo della Regola: la fatica dell’obbedienza. In una prospettiva mondana, essa sarebbe profittevole come una qualsiasi disciplina del lavoro. Ma la prospettiva è totalmente altra poiché obbedisce a quel lavoro severo e alto che viene chiamato l’opus Dei: è l’opera che Dio compie nel cuore del monaco come gesto primo e gratuito dell’amore e che viene continuato dalla pazienza e dalla sollecitudine di Dio lungo tutto l’itinerario monastico. Poi l’opus Dei è anche il lavoro di tutta la comunità quando risponde all’iniziativa di Dio. Allora l’opus Dei è il servizio di lode « al quale nulla deve essere anteposto ». Il monaco sa quale sia in lui la forma dell’obbedienza per consentire a questo « lavoro » di Dio in lui: la docilità. Uno stato del cuore non dimissionario dalla propria libertà, ma uno stato pacificato e generosamente aperto al magistero dei fratelli e, in primo luogo, a quello dell’abate. Questo « stato del cuore » è detto « umiltà », termine bandito dalle letterature del nostro tempo e che tuttavia indica bene l’attualità della condizione umana quando è descritta umilmente, cioè con verità. E la verità della condizione umana è la fragilità, la piccolezza, la precarietà, descritta fino a sottolinearne talvolta la condizione drammatica. Umiltà è dire l’humus di cui siamo fatti ed esserne conseguenti. È constatare ancora una volta che circola nel nostro sangue l’istinto della trasgressione dei « primi parenti » e che solo andando a ritroso con l’obbedienza è possibile « far ritorno a colui dal quale ti sei allontanato con la pigrizia della disobbedienza » (RB Prologo).
In ultimo non ci si può sottrarre alla fatica della fraternità. L’impegno della stabilità non concerne solo un luogo amato o una storia ammirata o un clima felice, ma – e più ancora l’accettazione di quella cerchia di fratelli, così come sono, così come mi sono consegnati dalla loro storia personale, così come me li consegna lo stato del loro percorso spirituale. Il lavoro della fraternità è una meta mai conclusa. È un lavoro continuo da fare su di sé, a ogni passo ponendosi come in riferimento ad altri. È ben riscontrabile nella vita di famiglia: ogni gesto, ogni scelta, ogni parola deve avere la cautela dell’altro e la tensione verso 1′altro in vista dell’accoglienza o del diniego. O di una crescita comune. Forse, nella vita monastica questa attenzione relazionale è più facile, perché essa è più avvolta nel silenzio e più nutrita dalla preghiera. Ma resta un compito dal momento che la finalità della vita monastica non smussa mai del tutto le diversità di sensibilità, di storia e di esperienza. Si sa che, accanto a queste differenze native o acquisite, occorre far conto delle gradualità della vita di fede di ognuno. E non solo tenerne conto, ma in vario modo aiutare il cammino altrui a « diventare fratelli » (cioè a diventare sempre più ciò che si è già).
Diventare sempre più fratelli: è ben un lavoro di tutti i cristiani, là dove essi si trovano. Il presupposto, che può essere una condizione al vivere assieme, sembra essere una sorta di amabilità nativa, cioè una disponibilità più o meno grande ad amare e a lasciarsi amare. Su di essa può crescere il rispetto per l’altro e per il suo mistero personale; la stima per il suo talento e la valorizzazione del dono per la ricchezza spirituale comune; 1′affezione di amicizia capace di superare anche la nozione paritaria della reciprocità e pervenire all’ esperienza tutta evangelica della gratuità e dell’eccedenza del dono. Tanto più se questa affezione da fraterna si trascolora in affezione filiale verso fratelli più saggi, più forti, più anziani. E da affezione fraterna diventa paterna verso chi è giovane di anni o nuovo alla vita cristiana o debole di fronte alle esigenze della vita spirituale.
Questo « lavoro » che si vede all’intorno, quel silenzio che si respira negli ambiti monastici, quella sobria esultanza che è dato cogliere nella lode liturgica, quella lontananza da una sorta di frenesia per la conquista – che appare molte volte così esteriore – del mondo a Cristo hanno esercitato sempre, e particolarmente ai nostri giorni, un fascino speciale, richiamando l’attenzione non solo sui prodotti del lavoro monastico, ma anche su uno stile di vita più proprio all’uomo, in reazione allo stile così stressante proprio dei grandi deserti delle metropoli. E normale che l’immaginazione vada anche al di là del reale monastico e che si pensi al monastero come a « un giardino coltivato » dove maturano frutti copiosi. E come se andando a ritroso si tornasse non solo dalla disobbedienza all’antica obbedienza, ma dal deserto di questo presente al giardino esuberante dell’Eden primigenio.

Publié dans:biblica, lavoro |on 12 juin, 2014 |Pas de commentaires »

Il lavoro come dovere e perfezionamento dell’uomo

dal sito:

http://www.zenit.org/article-22445?l=italian

Il lavoro come dovere e perfezionamento dell’uomo

di mons. Angelo Casile*

ROMA, giovedì, 13 maggio 2010 (ZENIT.org).- Sono passati 55 anni da quando il papa Pio XII istituì la festa liturgica di san Giuseppe lavoratore nel giorno del 1° maggio e affidò ogni uomo che lavora sotto la custodia dell’umile artigiano di Nazareth, che «impersona presso Dio e la Santa Chiesa la dignità del lavoratore».[1]

In modo eminente nella memoria di san Giuseppe si riconosce la dignità del lavoro umano, come dovere e perfezionamento dell’uomo, esercizio benefico della sua custodia del creato, servizio della comunità, prolungamento dell’opera del Creatore, contributo al piano della salvezza (cfr Conc. Vat. II, Gaudium et spes, 34).

Il culto

San Giuseppe, uomo giusto, nato dalla stirpe di Davide, sposo della beata Vergine Maria, fece da padre a Gesù, e da falegname di Nazareth, provvide con il suo lavoro a procurare, nella santità della vita, beni di sussistenza per la Sacra Famiglia. Nella sua bottega iniziò il Figlio di Dio al lavoro tra gli uomini al punto che Gesù è conosciuto come «il figlio del falegname» (Mt 13,55). La Chiesa con speciale onore lo venera come patrono, posto da Dio a custodia di ogni famiglia e dei lavoratori che lo venerano come esempio di dedizione.

Il Vangelo definisce san Giuseppe «uomo giusto» (Mt 1,19), la tradizione lo qualifica come nutritor Domini, la locuzione italiana “padre putativo” è giuridica, il titolo latino indica piuttosto i compiti di sicurezza, educazione umana e tutela svolti da chi seguì da vicino la crescita di Gesù. Per trovare i primi accenni a un culto pubblico ufficiale diffuso dobbiamo arrivare all’XI secolo. La data del 19 marzo, come propria di una memoria liturgica di san Giuseppe, è segnalata per la prima volta in un martirologio dell’VIII secolo, originario probabilmente della Francia settentrionale o del Belgio. Il motivo della scelta di questa data ci è sconosciuto. Qualche studioso la riconduce a una festa che si celebrava a Roma in onore della dea Minerva e che era assegnata proprio al 19 marzo. Tale ricorrenza, a Roma, era la festa di tutti gli artifices, una specie di grande festa operaia, quasi un’anticipazione del nostro 1° maggio.

Fin dall’antichità, quindi, la Chiesa aveva associato la figura di san Giuseppe al lavoro. Dalla seconda metà del Quattrocento la figura del santo acquista sempre maggiore rilievo, come testimonia il continuo crescere di grado della memoria liturgica. Ma per un collegamento esplicito con il mondo del lavoro dobbiamo attendere Leone XIII, che inviterà gli operai a ricorrere a san Giuseppe «quasi per un diritto loro proprio e imparare da lui quello che devono imitare… Nessun lavoro, anche manuale, è indecoroso. Anzi, può diventare titolo di nobiltà, se esercitato con dignità».[2] Anche Pio XI presenterà san Giuseppe come modello e patrono degli operai: Egli «con una vita di fedelissimo adempimento del dovere quotidiano, ha lasciato un esempio a tutti quelli che devono guadagnarsi il pane col lavoro delle loro mani e meritò di essere chiamato il Giusto, esempio vivente di quella giustizia cristiana, che deve dominare nella vita sociale».[3]

Pio XII e il 1° maggio 1955
Nel 1955 la Chiesa propose ufficialmente la figura di san Giuseppe come modello per i lavoratori. Si introduceva così una prospettiva religiosa in una giornata la cui origine risaliva al 1° maggio 1890, giorno in cui simultaneamente i lavoratori di vari paesi per la prima volta chiedevano, con pubbliche manifestazioni, la riduzione dell’orario di lavoro ad otto ore. Nascerà così la festa del lavoro, che la Chiesa volle illuminare con l’esemplarità dell’artigiano di Nazaret, cui fu affidato lo stesso Divino Lavoratore.

Il 1° maggio 1955 papa Pio XII si rivolgeva alle ACLI nel decennale di fondazione. Siamo nella terza fase del lungo pontificato di papa Pacelli e, dopo i duri contrasti con i regimi fascista e nazista, dopo il ciclone bellico, l’azione del Papa mostra una precisa scelta pastorale per la ricompaginazione del mondo cattolico in un decennio di veloci cambiamenti: il crescente inurbamento, l’affermazione dell’industria e la perdita di peso di artigianato e agricoltura, la diffusione di costumi e modelli di vita estranei alla cultura cattolica italiana, i prodromi di un miglioramento economico che avrebbe toccato il culmine nei successivi anni Sessanta.

Nel suo discorso Pio XII esortava con forza i lavoratori: «Se voi volete essere vicini a Cristo, Noi anche oggi vi ripetiamo “Ite ad Ioseph”: Andate da Giuseppe! (Gen. 41, 55)». L’Osservatore Romano ne dava così notizia: «La presenza di Cristo e della Chiesa nel mondo operaio. Il 1° Maggio solennità cristiana». Le foto dell’epoca presentano un colpo d’occhio straordinario: piazza San Pietro era gremita e la folla, riempita anche piazza Pio XI, debordava lungo il corso di via della Conciliazione.

Giovanni XXIII e Paolo VI
Giovanni XXIII propone l’esempio di S. Giuseppe a tutti gli uomini, «che nella legge del lavoro trovano segnata la loro condizione di vita» e li invita «a fare delle loro attività un mezzo potente di perfezionamento personale, e di merito eterno. Il lavoro è infatti un’alta missione: esso è per l’uomo come una collaborazione intelligente ed effettiva con Dio Creatore, dal quale ha ricevuto i beni della terra, per coltivarli e farli prosperare». La Chiesa è maternamente «vicina a quanti compiono nel nascondimento lavori ingrati e pesanti… a chi ancora non ha una stabile occupazione… a chi la malattia o la sventura sul lavoro ha dolorosamente provato».[4]

Celebrando il decimo anniversario della festa, Paolo VI motivava su un piano teologico la decisione di porre un forte sigillo cristiano su una festa che aveva trovato altrove i suoi natali: ciò è coerente con il genio teologico del cristianesimo, «il quale scopre in ogni manifestazione autentica della vita un campo sempre possibile e quasi predisposto all’economia dell’Incarnazione, alla penetrazione del divino nell’umano, all’infusione redentrice e sublimante della grazia». Occorre «pregare per il mondo del lavoro, per quanti in esso sono oggi sofferenti: disoccupati, sottoccupati, emigrati, mal sicuri del loro pane, mal retribuiti della loro fatica, amareggiati della loro sorte… affinché “la giustizia e la pace” auspice l’umile e grande Artigiano di Nazareth, abbiano a rifiorire cristianamente nel mondo del lavoro».[5] San Giuseppe è il «modello degli umili che il cristianesimo solleva a grandi destini; san Giuseppe è la prova che per essere buoni ed autentici seguaci di Cristo non occorrono “grandi cose”, ma si richiedono solo virtù comuni, umane, semplici. ma vere ed autentiche».[6]

Giovanni Paolo II

Giovanni Paolo II nella Redemptoris custos presenta il lavoro come espressione quotidiana di «amore nella vita della Famiglia di Nazareth… Grazie al banco di lavoro presso il quale esercitava il suo mestiere insieme con Gesù, Giuseppe avvicinò il lavoro umano al mistero della redenzione». La virtù della laboriosità è capace di rendere «l’uomo in un certo senso più uomo» e apre alla «santificazione della vita quotidiana, che ciascuno deve acquisire secondo il proprio stato e che può esser promossa secondo un modello accessibile a tutti: San Giuseppe».[7]

Nello storico incontro per il Giubileo mondiale dei lavoratori, Giovanni Paolo II ebbe ad affermare che «la globalizzazione è oggi un fenomeno presente ormai in ogni ambito della vita degli uomini, ma è fenomeno da governare con saggezza. Occorre globalizzare la solidarietà». E appellandosi agli imprenditori e dirigenti, ai sindacati dei lavoratori, agli uomini della finanza, agli artigiani, ai commercianti e ai lavoratori dipendenti, ha sottolineato come tutti devono «operare perché il sistema economico, in cui viviamo, non sconvolga l’ordine fondamentale della priorità del lavoro sul capitale, del bene comune su quello privato. è quanto mai necessario che si costituisca nel mondo una globale coalizione a favore del “lavoro dignitoso”».[8]

Benedetto XVI

Nel 2006, la Chiesa italiana e le associazioni del mondo del lavoro si sono stretti attorno a Benedetto XVI per far memoria grata e pregare insieme nella festa di san Giuseppe. Il Papa sottolineava la necessità di «vivere una spiritualità che aiuti i credenti a santificarsi attraverso il proprio lavoro, imitando san Giuseppe… La sua testimonianza mostra che l’uomo è soggetto e protagonista del lavoro. Vorrei affidare a lui i giovani che a fatica riescono ad inserirsi nel mondo del lavoro, i disoccupati e coloro che soffrono i disagi dovuti alla diffusa crisi occupazionale».[9]

Nella Caritas in veritate, Benedetto XVI indica la priorità dell’«obiettivo dell’accesso al lavoro o del suo mantenimento, per tutti»[10] e ripropone quanto auspicato da Giovanni Paolo II nel corso del Giubileo dei Lavoratori sul lavoro decente, dignitoso, cioè «un lavoro che, in ogni società, sia l’espressione della dignità essenziale di ogni uomo e di ogni donna… scelto liberamente… permetta ai lavoratori di essere rispettati al di fuori di ogni discriminazione… consenta di soddisfare le necessità delle famiglie e di scolarizzare i figli… lasci uno spazio sufficiente per ritrovare le proprie radici a livello personale, familiare e spirituale… assicuri ai lavoratori giunti alla pensione una condizione dignitosa».[11]

Il Vangelo del lavoro

Fenomeni gravi, presenti in tante parti del mondo, come la disoccupazione, lo sfruttamento dei minori, l’insufficienza dei salari, la precarietà del lavoro femminile, attendono ancora di essere affrontati e risolti. In questo senso gli aspetti negativi della globalizzazione del lavoro non devono mortificare le possibilità che si sono aperte per tutti di dare espressione ad un umanesimo del lavoro a livello planetario, affinché lavorando in un simile contesto sempre più ampio e interconnesso, l’uomo comprenda la sua vocazione unitaria e solidale.[12]

È necessario «testimoniare anche nell’odierna società il “Vangelo del lavoro”, di cui parlava Giovanni Paolo II nell’enciclica Laborem exercens. Auspico che non manchi il lavoro specialmente per i giovani, e che le condizioni lavorative siano sempre più rispettose della dignità della persona umana».[13] È dunque urgente impegnarsi in un’articolata formazione ai diversi livelli di responsabilità in modo che si aprano strade percorribili al “Vangelo del lavoro” e alla testimonianza effettiva dei laici cattolici nella società del lavoro e si possa promuovere l’autentico sviluppo delle persone e dell’intera umanità. Come ci ricordano i nostri vescovi, «i veri attori dello sviluppo non sono i mezzi economici, ma le persone. E le persone, come tali, vanno educate e formate: “lo sviluppo è impossibile senza uomini retti, senza operatori economici e uomini politici che vivano fortemente nelle loro coscienze l’appello del bene comune” (Caritas in veritate, n. 71».[14]

Il 1° maggio, memoria di san Giuseppe lavoratore, ci richiama a cogliere il lavoro dentro una visione dell’uomo che è illuminata profondamente da Gesù di Nazareth. Egli ci aiuti a vivere in pienezza il rapporto tra lavoro e resto della vita, lavoro e festa, lavoro e famiglia, lavoro e figli, lavoro e realizzazione di se stessi, e quindi il rapporto con Dio, gli altri, il creato.
—-

*Mons. Angelo Casile è Direttore dell’Ufficio Nazionale per i problemi sociali e il lavoro.

1) Pio XII, Discorso in occasione della festività di San Giuseppe, 1° maggio 1955.
2) Leone XIII, Lettera enciclica Quamquam pluries, 15 agosto 1889.
3) Pio XI, lettera enciclica Divini Redemptoris, 19 marzo 1937. Altri riferimenti a san Giuseppe come «modello» degli operai e dei lavoratori si possono trovare in: cfr Benedetto XV, Motu proprio Bonum sane, 25 luglio 1920; Pio XII, Allocuzione, 11 marzo l945.
4) Giovanni XXIII, Radiomessaggio, 1º maggio 1960.
5) Paolo VI, Udienza generale, 1° maggio 1965.
6) Idem, Allocuzione, 19 marzo 1969.
7) Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica Redemptoris custos, 15 agosto 1989.
8) Idem, Discorso all’incontro con il mondo del lavoro, Tor Vergata, 1° maggio 2000.
9) Benedetto XVI, Omelia, 19 marzo 2006.
10) Idem, Lettera enciclica Caritas in veritate, 29 giugno 2009, n. 32.
11) Ibidem, n. 63.
12) Cfr Compendio della dottrina sociale della Chiesa, 25 ottobre 2004, n. 322.
13) Benedetto XVI, Angelus, 1° maggio 2005.
14) Conferenza Episcopale Italiana, Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno, 21 febbraio 2010, n. 16.

Publié dans:lavoro |on 13 mai, 2010 |Pas de commentaires »

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