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IL BENE DEL MATRIMONIO

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IL BENE DEL MATRIMONIO

« Abbiamo questo tesoro in vasi di creta », ha scritto S. Paolo parlando del ministero apostolico. Penso che si possa dire lo stesso anche del matrimonio: un vero e proprio tesoro, anche se depositato in vasi di creta. Vorrei aiutarvi colla seguente riflessione a prendere coscienza della bontà, della preziosità insita nel matrimonio. Il mio quindi non sarà un discorso esortativo-morale; né sarà una diagnosi della condizione in cui versa oggi il matrimonio nella società civile. Più semplicemente: sarà una riflessione sulla verità del matrimonio dalla quale possa venire a voi, lo spero, gioia grande nello spirito. Ci farà da guida l’insegnamento del Concilio Vaticano II [cfr. Cost. Past. Gaudium et spes 48] che distingue la bontà, il valore intrinseco del matrimonio in quanto istituito da Dio creatore, e l’abbondanza delle benedizioni effuse da Cristo redentore elevandolo alla dignità di sacramento.

La bontà naturale del matrimonio
La persona umana è uomo e donna. Possiamo chiederei: c’è una ragione intrinseca a questo fatto? Perché l’ humanum si realizza in due modi o forme, il modo della mascolinità ed il modo della femminilità? Qualcuno potrebbe rispondere che è una costante biologica. Da un certo grado in poi nella scala dei viventi la modalità con cui si assicura una migliore continuità della specie, è il dimorfismo sessuale. La risposta è solo parzialmente vera, e soprattutto ha un approccio al problema quanto meno rischioso. Che sia parzialmente vera non compete a me dimostrarlo: è un fatto verificabile nei modi propri della verifica scientifica. Mi preme maggiormente fermarmi sull’altro punto. È rischioso avere un approccio alla problematica antropologica « partendo dal basso », facendo cioè un ragionamento più o meno di questo tipo: « come in tutte le specie viventi da un certo livello in poi .. così anche nell’uomo … ». Il rischio è che questa metodologia impedisce di capire l’originalità della persona, la sua incomparabile unicità, riducendola ad un « caso » di legge generale. Ritorniamo dunque alla nostra domanda per cercare una risposta più adeguata. Essa ci è suggerita dalle prime pagine della S. Scrittura. Nel secondo capitolo della Genesi la creazione della persona umana-donna è spiegata colla esigenza della persona umana-uomo di uscire dalla sua originaria solitudine. Non date a questa parola « solitudine » il significato indebolito psicologico che ha nel nostro linguaggio comune, una sorta di malessere psichico. Ha un significato ontologico: non riguarda il sentire ma l’essere della persona. Solitudine significa impossibilità di comunicare con un altro da sé; significa incompletezza quanto all’essere: è meno persona dal momento che è « sola » ["non è bene... "]. La creazione della persona umana-donna rende possibile l’uscita da sé da parte della persona umana-uomo: rende possibile la comunione con un altro e quindi la comunicazione. Non a caso le prime parole che l’uomo dice, le dice alla donna: diventa capace di parlare perché diventa capace di comunicare; diventa capace di comunicare perché diventa capace di comunione. La sequenza è: linguaggio ? comunicazione ? comunione. Fate bene attenzione. La persona che rende possibile la comunione è la persona-donna. È un modo di essere persona diverso, espresso nella corporeità sessuale femminilmente configurata. Detto in un modo un poco rozzo. Non è creando un secondo uomo che l’uomo sarebbe uscito dalla sua solitudine: si sarebbe trovato di fronte un altro se stesso, e non un … « altro altro ». La comunione interpersonale è possibile se esiste un altro in senso vero e proprio, ma che nello stesso tempo abbia la stessa dignità ontologica di persona. Questa breve riflessione ci dà tutti gli elementi necessari per costruire la risposta alla nostra domanda. La mascolinità e la femminilità sono il « simbolo reale » dell’originaria relazionalità della persona umana. Spiego analiticamente questa fondamentale affermazione. Per capire che cosa è un « simbolo reale » dobbiamo tener presente che esiste non solo il linguaggio informativo ma anche performativo. Faccio un esempio. Se dico ad una persona: « ti ringrazio », uso un linguaggio informativo. Esprimo a quella persona che ho nei suoi confronti un attitudine di gratitudine. Ma non solo. Nello stesso tempo in cui dico « ti ringrazio », compio anche di fatto un atto di ringraziamento. Non è sempre così il nostro linguaggio. Il « simbolo reale » è un segno, è un linguaggio e informativo e performativo. La costituzione sessuale della persona esprime » dice, « informa » che essa [la persona] è originariamente in relazione: è costituita dentro la relazione. Ma nello stesso tempo la costituzione sessuale rende possibile, è in grado di realizzare una vera e propria comunione interpersonale. Ho usato spesso la parola « originario/a ». Che cosa significa? Due cose. Primo, che la natura della persona umana è fatta in questo modo; secondo che la libertà non è sradicata da questa costituzione ma ne è responsabile; le è data come compito. « In tal modo, il corpo umano, contrassegnato dal sigillo della mascolinità o della femminilità, racchiude fin dal principio l’attributo sponsale, cioè la capacità di esprimere l’amore: quell’amore appunto nel quale l’uomo-persona diventa dono e – mediante questo dono – attua il senso stesso del suo essere e del suo esistere » [Congregazione per la Dottrina della Fede, Dich. Esperta in umanità (31.5.2004) 6,3; EV 22/2796]. Non si dimentichi che come ogni linguaggio, anche il linguaggio della sessualità ha la sua propria « grammatica ». Se non viene rispettata, il linguaggio o diventa incomprensibile o veicola significati falsi. Da quanto abbiamo detto finora la grammatica del linguaggio sessuale è la grammatica del dono di sé. Riprendiamo ora l’inizio della nostra riflessione. La riflessione fatta finora ci ha fatto scoprire che il matrimonio è un « tesoro ». Esso è la prima e in un certo senso la fondamentale espressione e realizzazione della costituzione relazionale della persona umana, e della chiamata della medesima alla comunione. E il simbolo reale che il matrimonio è questo, è che solo in esso si pongono le condizioni perché venga all’esistenza una nuova persona in modo adeguato alla sua dignità. La verità del matrimonio libera la persona dal rischio che essa si inabissi in un confronto sterile e alla fine mortale solo con se stessa [cfr. doc. cit.; 2794]. E la paternità-maternità è la perfetta uscita da sé, l’autodonazione che realizza nella pienezza la comunione fra l’uomo e la donna. Il matrimonio è un grande bene che vi è stato donato perché è la possibilità di realizzare in pienezza voi stessi nell’unico modo vero: nel dono di sé sponsale e genitoriale.

2. La bontà soprannaturale del matrimonio
Entriamo ora nell’universo della fede. In esso la preziosità propria del matrimonio è stata elevata a dignità sublime. Cercherò ora di balbettare qualcosa al riguardo, partendo da un’esperienza molto semplice. Sicuramente ci è capitato di dire: « questa persona è più bella di quella », oppure « questa musica, questa chiesa, questa città è più bella di quella… ». Noi cioè siamo capaci di istituire una gradazione all’ interno della stessa perfezione [nell' esempio: la bellezza]. Quest’ operazione spirituale è possibile perché abbiamo una qualche sia pure oscura percezione della perfezione in questione al grado puro, al grado sommo. Altrimenti come potremmo dire « più-meno » se non avessimo una misura con cui misurare il grado di perfezione? Non solo. L’essere « più » o « meno » [e.g. bello/a] non può spiegarsi che in base alla più o meno intensa partecipazione a quella perfezione e al suo stato puro. Lo dice la parola stessa, partecipazione, cioè « prendere-parte ». È nel prendere parte è possibile un più e un meno. Che cosa accade in un uomo ed in una donna che si sposano « in Cristo », che ricevono cioè il sacramento del matrimonio? Sono resi partecipi dello stesso amore di Cristo quale si è realizzato nella sua perfezione pura sulla croce. L’apostolo Giovanni introduce il racconto della passione del Signore scrivendo che in essa l’amore di Gesù giunse alla sua suprema perfezione. Mediante il sacramento del matrimonio, l’uomo e la donna sono resi partecipi e quindi capaci di amarsi collo stesso amore, con cui Cristo ha amato, anche se, ovviamente, non colla stessa misura. L’amore sponsale di due sposi cristiani è della stessa natura, anche se di misura diversa dell’amore di Cristo crocefisso. Fate bene attenzione: non sto parlando di un compito, sto parlando di una grazia; non sto parlando di un impegno, sto parlando di un dono. Per riceverlo non è chiesto di più che la volontà di sposarsi « in Cristo » cioè di celebrare non il matrimonio semplicemente ma il matrimonio-sacramento. Nulla di meno; ma neanche nulla di più. Potete ora capire perché nella fede la preziosità propria del matrimonio è elevata a dignità sublime. Alla fine del punto precedente vi dicevo che il matrimonio è un grande bene perché esso dona all’uomo e alla donna la possibilità di realizzare se stessi nel modo vero, cioè nel dono di sé. Nel sacramento questa possibilità viene inabitata e come investita da una possibilità umano-divina, quella di Cristo crocefisso. C’è un altro aspetto su cui voglio attirare la vostra attenzione. Abbiamo questo tesoro in vasi di creta, ci dice l’Apostolo. Vi ho parlato poc’anzi della « grammatica » del dono che crea comunione fra l’uomo e la donna. Ma il linguaggio sessuale può essere detto seguendo la « grammatica » del possesso che genera conflitto fra l’uomo e la donna. La preziosità è stata deturpata, la correlazione originaria è stata ferita: ha bisogno di essere guarita. Inseriti nel mistero della Croce, l’uomo e la donna sposi sono guariti dalla grazia di Cristo, e sono riportati ad una comunione nella quale la concupiscenza può essere vinta. È certo un cammino difficile e lungo. « Nella forza della risurrezione è possibile la vittoria della fedeltà sulle debolezze, sulle ferite subite e sui peccati della coppia. Nella grazia del Cristo che rinnova il loro cuore, l’uomo e la donna diventano capaci di liberarsi del peccato e di conoscere la gioia del dono reciproco » [Congregazione della Dottrina della Fede, Dich. Esperta].

Conclusione
Mi piace concludere con un testo di K. Woitila. « Creare qualcosa che rispecchi l’Essere e l’Amore assoluto è forse la cosa più straordinaria che esista. Ma si campa senza rendersene conto » [in Tutte le opere letterarie, Bompiani, Milano 2001, pago 869]. È detto tutto. È « il tesoro »: « creare qualcosa », dare cioè origine alla comunione sponsale e famigliare; « che rispecchi l’Essere e l’Amore assoluti »; la costitutiva correlazione della persona umana è ad immagine di Dio. Ma il tesoro « è deposto in vasi di creta », poiché « si campa anche senza rendersene conto ». Ed allora, « l’amore è una sfida continua. Dio stesso forse ci sfida affinché noi stessi sfidiamo il destino » [ibid. pago 849].

Publié dans:la coppia, MATRIMONIO (IL) |on 12 mai, 2014 |Pas de commentaires »

IL PAPA AI FIDANZATI: “BRUCIARE LE TAPPE FINISCE PER ‘BRUCIARE’ L’AMORE”

dal sito:

http://www.zenit.org/article-27907?l=italian

IL PAPA AI FIDANZATI: “BRUCIARE LE TAPPE FINISCE PER ‘BRUCIARE’ L’AMORE”

Incontro al termine della visita pastorale ad Ancona

ANCONA, domenica, 11 settembre 2011 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il discorso pronunciato dal Papa questa domenica pomeriggio ad Ancona incontrando i giovani fidanzati in Piazza del Plebiscito ad Ancona.
* * *
Cari fidanzati!
Sono lieto di concludere questa intensa giornata, culmine del Congresso Eucaristico Nazionale, incontrando voi, quasi a voler affidare l’eredità di questo evento di grazia alle vostre giovani vite. Del resto, l’Eucaristia, dono di Cristo per la salvezza del mondo, indica e contiene l’orizzonte più vero dell’esperienza che state vivendo: l’amore di Cristo quale pienezza dell’amore umano. Ringrazio l’Arcivescovo di Ancona-Osimo, Mons. Edoardo Menichelli, per il suo cordiale saluto, e tutti voi per questa vivace partecipazione; grazie anche per le domande che mi avete rivolto e che io accolgo confidando nella presenza in mezzo a noi del Signore Gesù: Lui solo ha parole di vita eterna, parole di vita per voi e per il vostro futuro!
Quelli che ponete sono interrogativi che, nell’attuale contesto sociale, assumono un peso ancora maggiore. Vorrei offrirvi solo qualche orientamento per una risposta. Per certi aspetti, il nostro è un tempo non facile, soprattutto per voi giovani. La tavola è imbandita di tante cose prelibate, ma, come nell’episodio evangelico delle nozze di Cana, sembra che sia venuto a mancare il vino della festa. Soprattutto la difficoltà di trovare un lavoro stabile stende un velo di incertezza sull’avvenire. Questa condizione contribuisce a rimandare l’assunzione di decisioni definitive, e incide in modo negativo sulla crescita della società, che non riesce a valorizzare appieno la ricchezza di energie, di competenze e di creatività della vostra generazione.
Manca il vino della festa anche a una cultura che tende a prescindere da chiari criteri morali: nel disorientamento, ciascuno è spinto a muoversi in maniera individuale e autonoma, spesso nel solo perimetro del presente. La frammentazione del tessuto comunitario si riflette in un relativismo che intacca i valori essenziali; la consonanza di sensazioni, di stati d’animo e di emozioni sembra più importante della condivisione di un progetto di vita. Anche le scelte di fondo allora diventano fragili, esposte ad una perenne revocabilità, che spesso viene ritenuta espressione di libertà, mentre ne segnala piuttosto la carenza. Appartiene a una cultura priva del vino della festa anche l’apparente esaltazione del corpo, che in realtà banalizza la sessualità e tende a farla vivere al di fuori di un contesto di comunione di vita e d’amore.
Cari giovani, non abbiate paura di affrontare queste sfide! Non perdete mai la speranza. Abbiate coraggio, anche nelle difficoltà, rimanendo saldi nella fede. Siate certi che, in ogni circostanza, siete amati e custoditi dall’amore di Dio, che è la nostra forza. Per questo è importante che l’incontro con Lui, soprattutto nella preghiera personale e comunitaria, sia costante, fedele, proprio come è il cammino del vostro amore: amare Dio e sentire che Lui mi ama. Nulla ci può separare dall’amore di Dio! Siate certi, poi, che anche la Chiesa vi è vicina, vi sostiene, non cessa di guardare a voi con grande fiducia. Essa sa che avete sete di valori, quelli veri, su cui vale la pena di costruire la vostra casa! Il valore della fede, della persona, della famiglia, delle relazioni umane, della giustizia. Non scoraggiatevi davanti alle carenze che sembrano spegnere la gioia sulla mensa della vita. Alle nozze di Cana, quando venne a mancare il vino, Maria invitò i servi a rivolgersi a Gesù e diede loro un’indicazione precisa: « Qualsiasi cosa vi dica, fatela » (Gv 2,5). Fate tesoro di queste parole, le ultime di Maria riportate nei Vangeli, quasi un suo testamento spirituale, e avrete sempre la gioia della festa: Gesù è il vino della festa!
Come fidanzati vi trovate a vivere una stagione unica, che apre alla meraviglia dell’incontro e fa scoprire la bellezza di esistere e di essere preziosi per qualcuno, di potervi dire reciprocamente: tu sei importante per me. Vivete con intensità, gradualità e verità questo cammino. Non rinunciate a perseguire un ideale alto di amore, riflesso e testimonianza dell’amore di Dio! Ma come vivere questa fase della vostra vita, testimoniare l’amore nella comunità? Vorrei dirvi anzitutto di evitare di chiudervi in rapporti intimistici, falsamente rassicuranti; fate piuttosto che la vostra relazione diventi lievito di una presenza attiva e responsabile nella comunità. Non dimenticate, poi, che, per essere autentico, anche l’amore richiede un cammino di maturazione: a partire dall’attrazione iniziale e dal « sentirsi bene » con l’altro, educatevi a « volere bene » all’altro, a « volere il bene » dell’altro. L’amore vive di gratuità, di sacrificio di sé, di perdono e di rispetto dell’altro.
Cari amici, ogni amore umano è segno dell’Amore eterno che ci ha creati, e la cui grazia santifica la scelta di un uomo e di una donna di consegnarsi reciprocamente la vita nel matrimonio. Vivete questo tempo del fidanzamento nell’attesa fiduciosa di tale dono, che va accolto percorrendo una strada di conoscenza, di rispetto, di attenzioni che non dovete mai smarrire: solo a questa condizione il linguaggio dell’amore rimarrà significativo anche nello scorrere degli anni. Educatevi, poi, sin da ora alla libertà della fedeltà, che porta a custodirsi reciprocamente, fino a vivere l’uno per l’altro. Preparatevi a scegliere con convinzione il « per sempre » che connota l’amore: l’indissolubilità, prima che una condizione, è un dono che va desiderato, chiesto e vissuto, oltre ogni mutevole situazione umana. E non pensate, secondo una mentalità diffusa, che la convivenza sia garanzia per il futuro. Bruciare le tappe finisce per « bruciare » l’amore, che invece ha bisogno di rispettare i tempi e la gradualità nelle espressioni; ha bisogno di dare spazio a Cristo, che è capace di rendere un amore umano fedele, felice e indissolubile. La fedeltà e la continuità del vostro volervi bene vi renderanno capaci anche di essere aperti alla vita, di essere genitori: la stabilità della vostra unione nel Sacramento del Matrimonio permetterà ai figli che Dio vorrà donarvi di crescere fiduciosi nella bontà della vita. Fedeltà, indissolubilità e trasmissione della vita sono i pilastri di ogni famiglia, vero bene comune, patrimonio prezioso per l’intera società. Fin d’ora, fondate su di essi il vostro cammino verso il matrimonio e testimoniatelo anche ai vostri coetanei: è un servizio prezioso! Siate grati a quanti con impegno, competenza e disponibilità vi accompagnano nella formazione: sono segno dell’attenzione e della cura che la comunità cristiana vi riserva. Non siete soli: ricercate e accogliete per primi la compagnia della Chiesa.
Vorrei tornare ancora su un punto essenziale: l’esperienza dell’amore ha al suo interno la tensione verso Dio. Il vero amore promette l’infinito! Fate, dunque, di questo vostro tempo di preparazione al matrimonio un itinerario di fede: riscoprite per la vostra vita di coppia la centralità di Gesù Cristo e del camminare nella Chiesa. Maria ci insegna che il bene di ciascuno dipende dall’ascoltare con docilità la parola del Figlio. In chi si fida di Lui, l’acqua della vita quotidiana si muta nel vino di un amore che rende buona, bella e feconda la vita. Cana, infatti, è annuncio e anticipazione del dono del vino nuovo dell’Eucaristia, sacrificio e banchetto nel quale il Signore ci raggiunge, ci rinnova e trasforma. Non smarrite l’importanza vitale di questo incontro: l’assemblea liturgica domenicale vi trovi pienamente partecipi: dall’Eucaristia scaturisce il senso cristiano dell’esistenza e un nuovo modo di vivere (cfr Esort. ap. postsin. Sacramentum caritatis, 72-73). Non avrete, allora, paura nell’assumere l’impegnativa responsabilità della scelta coniugale; non temerete di entrare in questo « grande mistero », nel quale due persone diventano una sola carne (cfr Ef 5,31-32).
Carissimi giovani, vi affido alla protezione di San Giuseppe e di Maria Santissima; seguendo l’invito della Vergine Madre – « Qualsiasi cosa vi dica, fatela » – non vi mancherà il gusto della vera festa e saprete portare il « vino » migliore, quello che Cristo dona per la Chiesa e per il mondo. Vorrei dirvi che anch’io sono vicino a voi e a tutti coloro che, come voi, vivono questo meraviglioso cammino dell’amore. Vi benedico di vero cuore!

Publié dans:la coppia, Papa Benedetto XVI |on 12 septembre, 2011 |Pas de commentaires »

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