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Jean – Marie Lustiger: Gli ebrei ed i cristiani domani (1998)

dal sito:

http://www.nostreradici.it/lu_centrale.htm

1998 – Premio « Nostra Aetate » – Conferenza

Gli ebrei ed i cristiani domani
del Cardinale Jean – Marie Lustiger, Arcivescovo di Parigi

Sono molto commosso nel sentirmi ben accolto in questa famosa e venerabile sinagoga, antica di oltre un secolo!

Per questo motivo mi sento profondamente grato al Presidente Robert Berend ed al Rabbino Allan Schranz. Inoltre desidero ringraziare per la loro presenza il mio confratello Cardinale, Arcivescovo John O’ Connor, ed il console di Francia a New York, l’Onorevole Richard Duqué.

Inoltre la mia gratitudine va in particolar modo al Rabbino Joseph Ehrenkranz, al Dr. Anthony Cernera e a tutti i funzionari del Centro per l’Accordo Cristiano Giudaico dell’Università del Sacro Cuore di Fairfield, ed ancora al Dr. Samuele Pisar per avermi presentato con tanta premura e riguardo.

Desidero infine ringraziare tutti voi per la generosità con cui mi avete assegnato il Premio « Nostra Aetate », associandomi con il Rabbino Rene Samuel Sirat, che sento vicino con molta stima ed amicizia. La sua presenza qui aggiunge valore all’onorificenza che voi mi conferite. La vostra scelta mi commuove più di quanto voi possiate immaginare. Possa l’Onnipotente benedire i vostri sforzi e il vostro lavoro.

Se un tale evento può avere luogo qui, negli Stati Uniti, deve esserci una ragione. Tutti voi siete consci  delle particolari condizioni che la storia e la cultura americana hanno offerto alle relazioni tra Cristiani ed Ebrei, di fronte all’Europa ed alle sue tragedie. Secondo il mio parere, attualmente voi siete molto più liberi dei Cristiani ed Ebrei del vecchio continente, dove ancora sono aperte le ferite passate, [1] e potete trarre vantaggio da tutto quello che è stato approfondito e realizzato ovunque nel mondo, in Europa come in Israele.

Il prossimo anno non mancherò di invitare i cattolici di Parigi ad unirsi alla Comunità ebraica in preghiera per yom-shoà, la commemorazione del giorno della shoà indetta  per il 13 aprile 1999; 27 Nissan 5759 in spirito di penitenza e con atto di fede nel Signore dei morti e dei viventi. Forse quello che sarà fatto a Parigi potrà essere fatto altrove e in particolare a New York?

Potrei provare a far un passo in più con voi interrogandomi circa il futuro dei rapporti tra gli Ebrei e i Cristiani? Naturalmente non posso cancellare dal mio cuore e dalla mia mente tutte le sofferenze che le persecuzioni hanno stampato nella mente e nel cuore degli ebrei. Ciò nonostante io mi sforzerò di indagare circa i rapporti e gli incontri, e persino circa talune convergenze contraddittorie tra coscienza Ebraica e Cristiana durante gli ultimi due millenni. Per un tale chiarimento, è necessario aprire un nuovo dialogo che non riprodurrà soltanto le controversie dei secoli passati.

Nuovi rapporti tra Cristiani ed Ebrei?

È passato mezzo secolo dalla fine della seconda guerra mondiale e dalla creazione dello Stato di Israele. Mentre ci stiamo avvicinando al terzo millennio dell’era cristiana, una nuova era è cominciata nella storia dell’umanità. Le relazioni tra Ebrei e non Ebrei sono cambiate profondamente nel corso degli ultimi 50 anni. In primo luogo geograficamente. La maggior parte degli Ebrei che hanno vissuto – in certi casi per più di venti secoli – in zone che sono diventate paesi islamici, sono ritornati in Israele o emigrati in paesi con una cultura occidentale per lo più cristiana.

Inoltre, molti ebrei sopravvissuti hanno lasciato l’Europa e l’ex Unione Sovietica e molti lo stanno ancora facendo. Un risultato di tutti questi movimenti di popolazioni, che sono cominciati alla fine del XIX secolo, è che al giorno d’oggi nessuna nazione, nemmeno Israele, ha un numero maggiore di Ebrei di quelli residenti negli Stati Uniti. La Francia è l’unica nazione europea dove si è mantenuto e ricostituito un gruppo ebraico di ampiezza paragonabile, grazie all’immigrazione sefardita dal Nord Africa.

Questi movimenti geografici corrispondono ad altrettanti spostamenti culturali e spirituali ed altresì a nuovi tipi di rapporti tra Ebrei e Cristiani. Probabilmente gli europei non sono completamente consapevoli dell’importante lavoro di confronto attualmente in corso in Francia. La maggior parte di loro ancora non è a conoscenza dell’incontro americano tra la cultura ebraica e quella cristiana. Questa simbiosi è in parte posteriore ai precedenti centri culturali che resero famosi luoghi come Praga, Varsavia, Vilnius, Vienna, Berlino, così come parecchie città universitarie tedesche, senza dimenticare Parigi e Londra. L’America, dunque, dà il benvenuto alle voci yiddish che venivano dagli shtetl della Polonia, della Russia ed altri Stati dell’Europa dell’est prima della shoà e delle purghe staliniane.

Un approfondimento storico culturale comprendente il periodo fine XVIII /fine XX secolo non potrebbe non  illustrare il ruolo esercitato dagli Ebrei e da fonti ebraiche nella cultura della modernità occidentale e dovrebbe, altresì, dar particolare rilievo al rinnovo dei rapporti tra Ebrei e Cristiani a partire dal 1948, specialmente negli Stati Uniti e più ancora qui a New York, tenendo anche conto che oggi, mentre sono riconosciuti gli Ebrei che vivono tra i Cristiani Occidentali, il giovane Stato d’Israele è circondato da nazioni Musulmane.

Il radicale cambiamento della concreta condizione della realtà ebraica è contemporaneo a molte diverse trasformazioni: l’aggiornamento per la Chiesa Cattolica voluto dal Concilio Vaticano II, che l’ha invitata ad andare oltre l’esclusivismo delle vecchie culture Europee. Infatti le catene dei determinismi nel sentire nazionale e politico degli stati, saldatesi lungo i secoli, hanno contenuto troppo a lungo il suo dinamismo spirituale entro i limiti dei punti di riferimento europei.

I tremendi cambiamenti economici e politici che si sono determinati oggi hanno prodotto un orizzonte esperienziale in cui si delineano entrambi i due « eventi » che ho evocati: l’evoluzione della condizione Ebrea ed il rinnovamento della Chiesa Cattolica. [2]

Si sta compiendo un momento cruciale nella storia dell’umanità. Dopotutto, i cattolici obbediscono alle parole di Gesù che spiega il comandamento non uccidere:  » E così se stai per presentare il tuo sacrificio all’altare ed improvvisamente ricordi che tuo fratello nutre risentimento verso di te, lascia il tuo dono davanti all’altare. Prima va a far pace con tuo fratello, poi ritorna ad offrire il tuo sacrificio » (Matteo 5, 23-24). Queste parole del vangelo non tengono in nessuna considerazione quello che tu pensi di te stesso o le ragioni per le quali tu vorresti giustificarti o protestare la tua innocenza. Esse riconoscono semplicemente le offese dell’altro – in questo caso di tuo fratello – così come egli le ha subite.

Nella relazione Cristiani ed Ebrei, i primi hanno aperto i loro occhi e le loro orecchie ai dolori a alle ferite degli Ebrei. Accettano di essere ritenuti responsabili e sono d’accordo nel sostenere quel peso senza scaricarlo su altri. Non hanno cercato di dichiararsi innocenti. E se non hanno richiesto il perdono alla vittima, [2/bis] è perché sono consapevoli che soltanto Dio li può assolvere, come recita il Vangelo di Matteo (9,4). Egli ricorda che solo Dio sa ciò che c’è nel cuore umano e che Egli è il giudice supremo: Gesù inoltre dice (Matteo 7,1) « Non giudicare » (cioè non sostituirti a Dio) « e non sarai giudicato » (il che vuol dire Dio non ti giudicherà). Nel nome della verità i Cristiani chiedono agli Ebrei di partecipare al loro esame di coscienza. Nella Dichiarazione di Pentimento dei vescovi di Francia tenuta a Drancy il 30 settembre 1997, noi non vogliamo ancora insistere sul ruolo avuto da numerosi cattolici nel salvare gli Ebrei di Francia. Tuttavia questo costituisce anche una nota rilevata da Serge Klarsfeld: se parecchi Ebrei francesi [2/ter] sopravvissero ciò si deve, anche se non solamente, ai Cristiani ed in particolar modo al clero. Taluni hanno biasimato la Dichiarazione di Drancy per non aver enfatizzato questo aspetto storico. Ma come avremmo allora potuto evitare di cedere alla tentazione, anche se inconscia, di giustificare noi stessi?

Allorché le autorità di Yad Vashem istituirono il riconoscimento di « Giusto tra le Nazioni », intesero, a nome della popolazione ebraica, manifestare interesse per la verità. Mediante un libro e un film anche Marek Halter ha voluto ricordare queste opere di giustizia. E non è anche questo l’intendimento di « La società francese per render onore al Giusto tra le Nazioni » che fu recentemente ideata da Jean Kahn, presidente del Concistoro Centrale di Francia? Il 2 novembre 1997 questa organizzazione ha inaugurato a Thonon-les-Bains « il Riconoscimento del Giusto ». Nel corso dell’evento si è svolta una celebrazione per perpetuare la memoria di quegli uomini e donne che rischiarono la loro vita per salvare migliaia di Ebrei dalla deportazione e dalla morte. In questa occasione, inviai il seguente messaggio ai partecipanti:

I giusti restano nascosti. Ciò accadde anche quando tra il 1940 ed il 1944 il loro coraggio salvò un migliaio di Ebrei dai campi di sterminio. Oggi parecchi rimangono nascosti, sconosciuti o ignorati: alcuni di loro sono per sempre dimenticati. Ma la loro luce risplende agli occhi di Dio e riscalda i cuori ai sopravvissuti che sono in grado di ricordare. Io ricordo bene coloro che mi fornirono documenti falsi. Io ricordo bene coloro che mi aiutarono a passare la linea di demarcazione [3]

Ricordo bene coloro che mi avvertirono che avrei presto potuto essere arrestato. Ricordo bene coloro che mi ospitarono senza chiedermi nulla. Ricordo bene coloro cui mi affidai e che mai mi tradirono. Ricordo bene quello che fecero per me in quei tempi di desolazione. Tuttavia non riesco a ricordare i loro nomi e talvolta persino le loro facce. Sarei capace di riconoscerli se fossero ancora vivi?

Siamo commossi dalla lista di coloro cui è stato assegnato il titolo di « Giusto tra le Nazioni ». E non siamo meno commossi quando pensiamo a tutta quella gente che non potremo nemmeno ringraziare. Perpetuare il loro ricordo è un dovere della nostra generazione verso la prossima. Perché il Giusto ci prova che il meglio, e non soltanto il peggio, può nascere dal cuore dell’uomo.

Tali atti di riconoscenza scambievole ci consentono di interrogarci con maggiore serenità circa la rinascita incessante della violenza contro Israele, prima dall’antico e pagano anti-Giudaismo, poi dall’anti-Giudaismo Cristiano con le sue tragiche conseguenze nel Medioevo e nella moderna Europa, fino al neo-pagano antisemitismo dell’età contemporanea.

Sarebbe un’illusione pensare che predicare la tolleranza e persino educare a ciò sia sufficiente per sradicare la incomprensione e il rifiuto. Tuttavia, noi dobbiamo identificare insieme la causa di tanta crudele tensione. La distanza che ancora ci divide, che non può essere eliminata soltanto dalla umana determinazione, ci chiede di prendere la decisione di comprenderci ed amarci l’un l’altro. 

Publié dans:Jean_marie Lustiger |on 5 novembre, 2009 |Pas de commentaires »

Jean-Marie Lustiger (Figlio della Antica e Nuova Alleanza, parte seconda)

dal sito:

http://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/Stampa/070807tincq.pdf

Jean-Marie Lustiger

di Henri Tincq

in “Le Monde” del 7 agosto 2007

(Figlio della Antica e Nuova Alleanza, parte seconda)


Nessun uomo di Chiesa in Francia ha avuto un destino così singolare e una carriera così atipica. Non solo perché Aaron Lustiger, figlio di una famiglia di immigrati ebrei proveniente dalla Polonia – nato il 17 settembre 1926 a Parigi – ha percorso tutte le tappe fino a quella di arcivescovo della capitale (Parigi) e di persona molto ascoltata dal papa a Roma, e già questo sarebbe bastato a distinguerlo. Ma perché in Francia, per più di un quarto di secolo, è riuscito ad incarnare il volto di una Chiesa senza dubbio più brillante e dialogica di quanto essa sia in realtà. Riuniva in sé la “verticalità” dell’ebreo che era per nascita, radicalmente rivolto a Dio e alla sua parola, e l’ “orizzontalità” del cristiano che era diventato a 14 anni, ultraclericale e contemporaneamente molto laico, tradizionale e insieme moderno.
Il suo nonno materno si chiamava come lui Aaron Lustiger, rabbino di Bedzin, in Slesia (Polonia), portava barba e filatteri ed era arrivato in Francia prima della guerra del 1914. I suoi genitori, naturalizzati agli inizi degli anni 20, sono commercianti nella via Simart, nel 18° arrondissement di Parigi. Non frequentano la sinagoga, ma educano i loro due figli nella coscienza della loro identità ebraica, stimolando il loro gusto per lo studio e la loro fedeltà ad una morale esigente.
Aaron Lustiger, la cui infanzia è “felice, ma rigorosa”, studia al liceo Montaigne di Parigi, scopre
l’Antico Testamento e il Vangelo da un professore di pianoforte, poi l’antisemitismo nei racconti
dei suoi genitori e nella letteratura. Ma non mette allora in connessione l’antisemitismo e la fede cristiana, che scopre provvidenzialmente nel 1937, in occasione di un soggiorno in Germania presso una famiglia protestante.
La guerra costringe i suoi genitori a rifugiarsi a Orléans. E’ lì che compie l’atto decisivo della sua vita: la sua conversione al cristianesimo durante la Settimana santa del 1940. Il futuro cardinale ha 14 anni quando viene battezzato, il 25 agosto 1940. Mantiene il suo nome Aaron – che figura nel calendario cristiano – a cui aggiunge quelli di “Jean” et “Marie”. Su questo battesimo fatto nel periodo dell’occupazione nazista sorgeranno molti interrogativi. Per tutta la sua vita, a rischio di irritare, spiegherà che il suo cristianesimo non ha mai significato una rinuncia alla sua identità ebraica.
Alla fine del 1940, quando sono promulgate le prime leggi antiebraiche del governo di Vichy, il
giovane Lustiger vive nascosto, con sua sorella, a Orléans, ma i suoi genitori portano la stella gialla. E si compie il dramma: mentre suo padre è in viaggio, sua madre, rimasta sola a Parigi per tenere la merceria di famiglia, è denunciata da un vicino, arrestata il 10 settembre 1942, condotta a Drancy e deportata ad Auschwitz.
Con la sua fede di neofita, Lustiger entra in seminario ed è ordinato prete nel 1954 a Parigi. E’
all’inizio cappellano alla Sorbona, dove il suo carisma attira molti studenti, futuri professori, ingegneri, alti funzionari, giuristi. Ma, quando sembra giunto il tempo di“raccogliere la messe”, il maggio 68 infiamma l’Università. Quegli avvenimenti lo sorprendono. Le sue certezze rischiano di crollare. “Non c’è posto per il Vangelo in questa baraonda”, ruggisce in una di quelle formule maligne che non dispiacevano a questo “monello” parigino, che amava anche lo sberleffo.
Nel 1969 diventa parroco di Sainte-Jeanne-de-Chantal, una parrocchia borghese del 16° arrondissement di Parigi vicino alla circonvallazione. Lì sconvolge le abitudini e tesse i suoi primi rapporti – ad esempio con André Vingt-Trois, che sarà suo successore a capo della diocesi di Parigi – prima di tornare nel 1979 come vescovo ad Orléans dove frequenta assiduamente le parrocchie. Molto presto dimostra la sua attenzione puntigliosa per la liturgia, la sua intransigenza intellettuale, il suo temperamento di capotribù. Il suo percorso si accelera, quando Giovanni Paolo II lo rimanda a Parigi, il 2 febbraio 1981, questa volta al primo posto, quello di arcivescovo, per succedere al cardinale François Marty, pastore ricolmo d’umore e d’umorismo, tutto l’opposto delle rigidità e angolosità di Jean-Marie Lustiger.
Diventa ben presto famoso per la corazza in cui si trincera. Dominique Wolton e Jean-Louis
Missika ci metteranno anni a convincerlo ad aprirsi nel suo libro-confessione Le Choix de Dieu (La scelta di Dio – ed. De Fallois, 1987). Eppure è inesauribile nelle sue omelie curate, spesso pungenti. E’ morbosamente perfezionista, giungendo a pronunciare i suoi discorsi ad alta voce prima di passare alla stesura definitiva.
Del monello parigino ha la franchezza. Sono famose le sue collere, le sue decisioni spesso imperiose. E’ ossessionato dalla paura di complotti, ha un senso acuto della sua superiorità intellettuale e di una missione che lo divora interamente. Chi non lo segue fino in fondo o si oppone a lui è perduto. Gli capita di far saltare le teste del suo “entourage” più prossimo o del suo clero, o ancora di manifestare irritazione nei confronti dei suoi colleghi vescovi.
Il suo anticonformismo fa di lui una personalità battagliera nel dibattito pubblico e mediatico,
impulsiva, sempre controcorrente. Nel 1984 guida la contestazione contro la legge Savary tendente a creare il servizio pubblico dell’istruzione. Un milione di difensori della scuola cattolica scendono in piazza e François Mitterrand fa marcia indietro. In seguito sarà su tutti i fronti della battaglia sociale: la “follia” degli apprendisti-stregoni in medicina, la difesa dell’embrione, il divieto dell’eutanasia, della clonazione, poi le rivolte dei giovani, la disoccupazione, gli immigrati e i “feriti dalla vita”, invitati esclusivi una notte di Natale a Notre-Dame, e infine l’Europa.
Mette in chiaro i rischi e l’importanza dei temi in discussione e colpisce ben al di là dell’opinione
cattolica, nonostante un tono che è sempre quello dell’imprecazione: contro l’Illuminismo e i “maestri del sospetto” (Marx, Nietzsche, Freud, etc.) che, rompendo i legami con la Rivelazione e volendo la “morte di Dio”, hanno rischiato di provocare la “morte dell’uomo” a Auschwitz e nei gulag. Contro la “modernità” di un mondo senza Dio. Contro l’avanzata di un “neopaganesimo” che intuisce nelle tesi del Front National. Contro gli idoli del denaro, del sesso, del potere.
Per lui, il vescovo non è un uomo a parte. Deve uscire dalle sacrestie, partecipare ai dibattiti della società civile e del gota intellettuale. Lustiger coltiva le relazioni più audaci. Con i presidenti François Mitterrand e Jacques Chirac gioca “al gatto e al topo”, come afferma lui stesso. La seduzione reciproca è grande, ma le delusioni numerose. Davanti a loro, il cardinale Lustiger sostiene la causa per la libertà delle scuole private, per dei ritmi scolastici conciliabili con la catechesi, per una laicità insieme ferma e rispettosa, per un dialogo ufficiale e regolare tra le autorità della Repubblica e della gerarchia cattolica. Questo sforzo giunge ad un esito positivo con Lionel Jospin e continua anche in seguito. Pur considerandosi figlio della Repubblica francese, si rifiuta, in nome del clero vittima del Terrore, di associarsi, nel 1989, alla commemorazione del bicentenario della Rivoluzione e alla “panteonizzazione” dell’abbé Grégoire, prete costituzionale.
Fin dalla prima volta in cui si presenta il problema del velo in Francia (1989), difende con ardore la legge del 1905 relativa alla separazione delle Chiese e dello Stato. Non smetterà di farlo, protestando anche contro i tentativi di Nicolas Sarkozy di organizzare l’islam di Francia, come se fosse una “religione di Stato”! Per riguardo a Jacques Chirac, allontana, proprio prima delle elezioni presidenziale del 1995, il padre Alain de la Morandais, giudicato troppo a favore dell’altro candidato Balladur, dal suo posto di ambasciatore della Chiesa nell’ambiente politico. Sono queste relazioni atipiche per un uomo di Chiesa che rendono il cardinal Lustiger tanto vicino alla società civile quanto straniero talvolta nella propria Chiesa.

Concezione radicale della fede

Nel collegio cardinalizio – in cui è entrato nel 1983 – Monsignor Lustiger diventa tuttavia uno dei favoriti di Giovanni Paolo II (1978-2005). I due uomini hanno le stesse origini in Polonia, lo stesso amore per la filosofia, una concezione altrettanto radicale della fede cristiana, la stessa visione tragica della storia e della libertà e l’esperienza di due totalitarismi che hanno forgiato il loro temperamento eccezionale. Karol Wojtila incarna la resistenza spirituale in un società comunista atea. Lustiger, da parte sua, lo fa in una società francese laicizzata, secolarizzata all’estremo. Nasce una forte amicizia.

Cresce anche la simpatia tra il papa polacco e una Francia a lungo scettica nei suoi riguardi. La
svolta ha luogo nel 1996, in occasione di un riuscito viaggio di Giovanni Paolo II a Reims il 1500° anniversario del battesimo di Clodoveo – in un contesto di ostilità e di derisione laiche – e soprattutto nel 1997, in occasione delle Giornate mondiali della gioventù di Parigi. Un milione di giovani invadono il prato di Longchamps in agosto. E’ un trionfo per il papa e per il cardinal Lustiger, apostolo per la Francia della nuova evangelizzazione e di un cattolicesimo giovane e
libero da complessi. A Parigi, le sue iniziative non ricevono mai un consenso unanime. Ridefinisce e rilancia le parrocchie, si scontra con dei parroci onnipotenti, crea nel 1981 Radio Notre-Dame, poi nel 1999 la prima televisione cattolica, KTO. Il suo clero e i suoi confratelli vescovi lo accusano di “culto della personalità” quando crea i suoi percorsi per la formazione dei preti e per l’insegnamento teologico (la Scuola-Cattedrale).
Sordo alle critiche, Lustiger procede. La sua ultima grande iniziativa è stata una manifestazione di massa dei cattolici di Parigi per la festa di Ognissanti 2004. Paradossalmente, questo cardinale, che ottenne il massimo riconoscimento con l’elezione all’Académie Française nel 1995, è sempre stato battuto nelle elezioni per la presidenza della Conferenza episcopale francese. Ma quest’uomo, che conosce bene la sua storia ebraica, sa che nessuno è profeta in patria.

Figlio dell’Antica e Nuova Alleanza

E’ nella riconciliazione tra la Chiesa e l’ebraismo che Aaron Lustiger, figlio di una famiglia ebrea e di una madre deportata ed uccisa ad Auschwitz ha mostrato la sua statura. Figlio dell’Antico e del Nuovo Testamento, come lui stesso si definiva, ha portato nella carne la sofferenza e la vocazione proprie del popolo ebraico. La singolarità della Shoah stava per lui nella volontà assoluta di sterminare “il popolo ebraico in quanto portatore della Parola divina, della Legge, dei Comandamenti”. Ossia una rottura per la cancellazione delle frontiere fra bene e male, rimasta una “tentazione universale”. Non spiegava altrimenti i drammi posteriori della Cambogia, del Ruanda o della Bosnia.
Non aveva ricevuto una grande educazione ebraica, ma aveva un senso acuto del destino del popolo ebraico e del suo posto privilegiato nella storia della salvezza. Con la sua conversione e la sua entrata nella Chiesa, compiva la vocazione di Israele, la “promessa” fatta da Dio al suo popolo, ma anche alle “nazioni”, ai gentili, ai pagani. Amava dire che più la sua fede cristiana era maturata, più il Cristo gli era apparso come il “Messia di Israele”. (La Promesse, Parole et silence, 2002).
Fin dal 1981 aveva interpretato la sua nomina ad arcivescovo di Parigi come la “evidenziazione” della parte di ebraismo che il cristianesimo porta in sé. Ed aveva usato questa formula che allora a molti non era piaciuta: “E’ come se tutto ad un tratto i crocifissi si fossero messi a portare la stella gialla!” Chiaramente il suo discorso fu largamente incompreso nella comunità ebraica. Gli è valso dei battibecchi con il suo amico Elie Wiesel ed una polemica, in visita a Tel-Aviv nel 1996, con il gran rabbino Meïr Lau d’Israele.
Nel dialogo ufficiale tra cattolici ed ebrei, compariva poco sulla scena, spingendo invece in primo piano il suo amico Albert Decourtray (morto nel 1994), arcivescovo di Lione, unico ad accompagnarlo, il 23 giugno 1983, nella sua prima visita ad Auschwitz, la “tomba” di sua madre. Con Théo Klein e altre personalità ebraiche e cattoliche, ha condotto le delicate trattative per tentare di risolvere nel 1983 il caso della carmelitane polacche che si erano stabilite nel campo di Auschwitz e che accetteranno di lasciare questo luogo solo dieci anni dopo (nel 1994).
Dopo l’irritazione degli inizi, il suo ruolo e il suo prestigio non cesseranno più di aumentare nella comunità ebraica. Monsignor Lustiger sarà uno dei primi ispiratori ed autori della dichiarazione di “pentimento” dell’episcopato francese nel settembre 1997 a Drancy e un artigiano del successo della visita di Giovanni Paolo II a Gerusalemme nel 2000. La loro visita a Yad Vashem e al muro del pianto fu un pellegrinaggio della memoria, del riconoscimento del debito cristiano ai “fratelli maggiori” ebrei. Un passo inaudito, ma non ancora conclusivo, della riconciliazione tra “l’ulivo buono” di cui parlava San Paolo e “l’ulivo selvatico”.
Alla fine della sua vita, Monsignor Lustiger rappresenta ancora il papa nel gennaio 2005, in occasione delle cerimonie del 50° anniversario della liberazione del campo di Auschwitz. E, nel
maggio 2006, sarà presente a Birkenau, sulla rampa della morte, accanto a Benedetto XVI. Nonostante il procedere della malattia guidava delegazioni di cardinali di tutto il mondo e di vescovi francesi negli ambienti ebrei più ortodossi di New York. La sua ultima visita risale al marzo 2007.

Publié dans:Jean_marie Lustiger |on 31 janvier, 2009 |Pas de commentaires »

LA FRANCIA IN LUTTO – La lezione del cardinale:«La Chiesa non deve allearsi ai potenti ma essere fedele a Cristo»

LA FRANCIA IN LUTTO
La lezione del cardinale:«La Chiesa non deve allearsi ai potenti ma essere fedele a Cristo»
«Lustiger, l’amore di Dio prima di tutto» Il ricordo del filosofo e amico Marion Stamattina i funerali a Notre Dame Dal Nostro Inviato A Parigi Luigi Geninazzi  

È stato uno dei suoi più stretti collaboratori, a tal punto da venir chiamato «il filosofo consigliere di Lustiger». Filosofo lo è certamente Jean-Luc Marion, noto come uno dei pensatori più acuti del nostro tempo – l’ultimo suo libro, «Il fenomeno erotico», tradotto anche in italiano, ha suscitato un vasto dibattito. Ma l’etichetta di «consigliere» lo fa sorridere. «Monseigneur Lustiger non aveva bisogno di spin-doctor, era un uomo con forti convinzioni e grandi idee per conto suo, stargli accanto era un autentico godimento dello spirito», ricorda visibilmente commosso. Sessantun anni, profilo aristocratico, Marion è un intellettuale cattolico che si è imposto a livello internazionale, docente di filosofia alla Sorbona di Parigi ed all’università di Chicago. Vola spesso oltre oceano ma continua ad abitare a Parigi, in un quartiere del 16° arrondissement dove all’inizio degli anni Settanta c’era un parroco di nome Lustiger. L’aveva già conosciuto ai tempi dell’università. Il giovane Jean-Luc era rimasto colpito dalle omelie coraggiose e appassionate del cappellano degli studenti alla Sorbona. Poi il rapporto si fece più stretto e tra loro nacque un’amicizia profonda che Marion ha sempre vissuto come «una figliolanza spirituale».
Professore, in tutti questi anni cosa l’ha più colpita della personalità di Jean-Marie Lustiger?
«Credo che tutti coloro che l’hanno conosciuto da vicino risponderebbero allo stesso modo: la sua straordinaria lucidità ed intelligenza. Una qualità che nasceva dal suo vivere in Dio. Per lui era essenziale il mistero dell’amore di Dio, tutto il resto veniva dopo. Era questo il suo punto di vista sulla storia. Si dice che De Gaulle facesse politica a partire dalla storia di Francia: un’idea forte per le scelte concrete. Ecco, il cardinale Lustiger concepiva la propria missione dal punto di vista della storia della salvezza e per questo era capace di grandi visioni. C’era una domanda che si faceva spesso: perché l’amore di Dio non è amato? Qu esto era il suo interesse, il suo tormento. Si vedeva che era un uomo colpito, anzi ferito dall’amore di Dio».
Si dice che fosse molto esigente con i suoi collaboratori. È vero?
«Appena nominato arcivescovo di Parigi, nel 1981, volle attorno a sé delle persone in grado di lavorare con il suo ritmo, molto pressante e veloce. Ma era anche un uomo schivo. Sono stato io, insieme ad altri amici, a spingerlo a scrivere il suo primo libro, Sermoni di un curato di Parigi, che gli è valso una grande popolarità».
Vuol dirmi che lei, Marion, aveva già intuito che quel piccolo curato sarebbe diventato un grande cardinale?
«Le racconto questa. Alla fine degli anni Settanta Lustiger doveva lasciare la mia parrocchia ma non sapeva a quale nuovo incarico fosse destinato. Abbiamo fatto una scommessa: lui diceva che sarebbe diventato cappellano presso un istituto di religiose, io lo vedevo vescovo in una città di provincia, tanto per cominciare… Quando arrivò la nomina a vescovo di Orléans dovette pagarmi una bottiglia di champagne».
Poi arrivò quella che a molti apparve una scelta sorprendente di Giovanni Paolo II: la nomina di Lustiger ad arcivescovo di Parigi…
«Tra lui e Papa Wojtyla c’era un’affinità straordinaria. Entrambi avevano conosciuto le due grandi ideologie del XX secolo, il nazismo e il comunismo. Lustiger ha vissuto l’antisemitismo nazista sulla propria pelle, sua madre è morta ad Auschwitz. E nel dopoguerra ha avuto a che fare con l’ideologia comunista molto diffusa in Francia. Tutto questo ha avuto effetti disastrosi anche sulla Chiesa. Lustiger ne aveva chiara coscienza: ha sempre criticato sia l’alleanza con la destra che portò all’Action francaise e a Pétain, sia più tardi l’alleanza con la sinistra che segnò la fine dell’associazionismo cattolico. Era la sua idea forte: la Chiesa deve essere fedele a Cristo senza preoccuparsi di diventare maggioranza legandosi ad alleanze politiche. In questo modo ha fatto rinascere il cattolicesimo che tutti davano p er morto in Francia. Quel che si può vedere oggi a Parigi è che le chiese non sono più vuote e ci sono presenze cristiane significative».
Il cardinale Lustiger era rispettato da tutti ma non sempre veniva compreso. Non è paradossale?
«Lustiger è stato una grande autorità morale che riusciva a far sentire la propria voce anche tra i politici, gli intellettuali e i giornalisti. Direi che lo rispettavano proprio perché non lo capivano. O meglio: capivano che diceva cose che andavano oltre i loro schemi. L’essere concentrato sulla propria identità di ebreo, cristiano e vescovo gli dava una forza straordinaria nei riguardi di ogni altro interlocutore».
Lustiger personificava la profonda continuità tra ebraismo e cristianesimo, una posizione che gli ha attirato anche molte critiche…
«La sua idea era molto semplice ed essenziale: non c’è un conflitto tra ebraismo e cristianesimo. Esistono i contrasti fra ebrei che sono cristiani, ebrei che non lo sono e pagani divenuti cristiani. Intendeva dire che il problema è la decisione personale di ognuno, ebreo o pagano che sia, davanti a Cristo. Credo che questa sua posizione abbia radicalmente cambiato i termini del problema, anche se non tutti l’hanno ancora capito».

LA FRANCIA IN LUTTO - La lezione del cardinale:«La Chiesa non deve allearsi ai potenti ma essere fedele a Cristo»  dans Jean_marie Lustiger h_9_ill_943379_lustiger

immagine dei funerali da le monde: http://www.lemonde.fr/web/article/0,1-0@2-3224,36-943377@51-942139,0.html

Publié dans:Jean_marie Lustiger |on 10 août, 2007 |Pas de commentaires »

L’Accademico di Francia che sfidò la «laicité»

dal sito on line del giornale « Avvenire »: 

L’Accademico di Francia che sfidò la «laicité» 

Parigi piange la morte del cardinale Lustiger Un porporato che ha segnato la storia recente dell’Europa risvegliando i cattolici d’Oltralpe Destò scalpore nel 1981 la scelta di Wojtyla di insediare a Notre Dame un figlio di ebrei 

Di Luigi Geninazzi  

L’addio, in pubblico, l’aveva già dato due mesi prima della sua morte, avvenuta domenica pomeriggio in una clinica della capitale francese. Era il 1° giugno, quando il cardinale Jean-Marie Lustiger, smagrito, su una sedia a rotelle, si recò a salutare i colleghi dell’Accademie Francaise, cui era stato eletto nel 1995. L’ex arcivescovo di Parigi sapeva che non avrebbe resistito a lungo alla grave malattia che lui stesso aveva fatto conoscere ai suoi sacerdoti con una lettera scritta nell’autunno scorso. Quella del 1° giugno fu la sua ultima apparizione pubblica che commosse tutta
la Francia. «Sarò più assiduo con le mie preghiere dal cielo di quanto non lo sono stato con la mia presenza tra voi», si congedò dagli accademici col suo tipico humour.
Se n’è andato un grande cardinale che ha segnato la storia recente della Chiesa e della cultura europea. L’arcivescovo emerito di Parigi – aveva lasciato la guida dell’arcidiocesi l’11 febbraio 2005 – era nato nella capitale francese il 17 settembre 1926 da una famiglia ebrea originaria dell’Alta Slesia, in Polonia. I suoi genitori, askenaziti, della classe dei Levi, gli danno il nome di Aaron. Durante una gita scolastica in Germania vede coi suoi occhi la realtà del nazismo e dell’antisemitismo. Vuole capire di più cosa significhi essere ebreo e, sebbene i suoi genitori non siano credenti, legge
la Bibbia. Anche il Nuovo Testamento che «ho letto con grande interesse e senza dirlo a nessuno», ricorderà. All’età di 14 anni la scelta del cristianesimo: nonostante la dura opposizione del padre, riceve il battesimo, scegliendo il duplice nome di Jean e Marie, nella cattedrale di Orléans, la città dove si era rifugiato insieme con la sorella all’inizio della seconda guerra mondiale. Due anni dopo sua madre viene deportata ad Auschwitz dove troverà la morte insieme ad altri parenti. Una tragedia di cui Lustiger non ha mai voluto parlare pubblicamente ma che l’ha segnato per sempre. Del resto la conv ersione non ha mai significato per lui un abbandono dell’identità ebraica. «Mi considero un giudeo compiuto – ebbe a dire da arcivescovo, incurante delle polemiche e delle critiche -. Per me la vocazione d’Israele è quella di portare luce all’ebraismo. Essere cristiani è il mezzo per raggiungere tale scopo».
È con una simile autocoscienza che il giovane Lustiger decide di diventare prete. Dopo aver lavorato come operaio entra in seminario, ottiene la licenza in teologia presso l’Institut Catholique e in Lettere e filosofia presso
la Sorbona. Ordinato sacerdote nel 1954 è nominato responsabile della pastorale fra gli studenti, un’esperienza che diventerà bagaglio essenziale della sua missione, sempre attenta al mondo giovanile. Nel 1979 viene nominato vescovo di Orléans ed è con grande emozione che entra nella cattedrale dove aveva scelto di essere battezzato. «Tutto è possibile a Dio» è il suo motto episcopale.
Sì, tutto è possibile, perfino che un presule d’origine ebrea diventi arcivescovo di Parigi. La nomina, decisamente clamorosa, arriva nel febbraio 1981, una scelta maturata personalmente da Giovanni Paolo II dopo una lunga notte di preghiera. Tra Lustiger e Wojtyla c’era un’affinità unica e sorprendente. Entrambi avevano fatto la triste esperienza del nazismo, entrambi avevano lavorato come operai in una fabbrica, entrambi avevano mosso i primi passi dell’attività sacerdotale in mezzo ai giovani. Li univa soprattutto la chiara coscienza dell’identità europea che poteva tornare ad essere pienamente se stessa solo tornando alle radici cristiane.
Uomo dalle intuizioni folgoranti, il cardinale Lustiger (riceverà la porpora nel 1983) inaugura un nuovo stile pastorale. A cominciare dalla scelta di puntare sui mass-media. Appena insediatosi a capo della diocesi di Parigi lancia Radio Notre-Dame e moltiplica i suoi interventi pubblici divenendo un punto di riferimento anche per quegli ambienti laici tradizionalmente ostili alla Chiesa. Pro muove con convinzione l’edizione francese della rivista Communio, aggregando giovani pensatori cattolici come Marion, Duchesne e Brague che oggi sono tra i nomi più noti dell’intellighenzia d’Oltralpe. Nella Francia in via di scristianizzazione Jean-Marie Lustiger avverte drammaticamente la debolezza delle strutture pastorali e la mancanza di vocazioni sacerdotali. Fonda il seminario diocesano che organizza in modo innovativo, con gruppi di studenti che vivono in piccole comunità. In pochi anni le ordinazioni sacerdotali (solo cinque nel 1981, quando Lustiger assume la guida della diocesi) aumentano considerevolmente. Punta sui giovani, ridà slancio al pellegrinaggio annuale a Chartres. Ed è l’artefice della Giornata mondiale della Gioventù che si tiene a Parigi nel 1997, sfidando le cautele dei suoi collaboratori. I fatti gli daranno ragione: un milione di giovani partecipa alla Messa del Papa all’ippodromo Longchamp, mentre gli organizzatori se ne aspettavano 70 mila…
Con lui il cattolicesimo francese perde ogni complesso d’inferiorità. Nel 1984 l’arcivescovo di Parigi non teme di schierarsi a fianco dei genitori che difendono la libertà d’insegnamento contro un progetto restrittivo del governo socialista. La sua autorità morale viene riconosciuta da tutti, anche dai politici coi quali Lustiger sa instaurare un dialogo schietto, trasparente e spesso critico. Uomo di grande apertura è al tempo stesso intransigente nella condanna del permissivismo in materia di etica sociale. Difende i sans-papiers, gli immigrati irregolari che nell’estate del 1996 occupano una chiesa di Parigi. E non s’accontenta di lanciare allarmi sul destino dell’Europa ma si reca di persona nei luoghi-simbolo delle nuove tragedie umanitarie, come fa nel 1994 andando a Sarajevo sfidando le bombe e i cecchini per portare la propria solidarietà ai cristiani martoriati della Bosnia. E trova anche il tempo di scrivere, venti libri dei quali uno, «
la Promessa», rappresenta i l culmine della sua riflessione sul mistero della salvezza d’Israele. La sua vibrante condanna dell’antisemitismo è risuonata l’ultima volta ad Auschwitz, dove facendo forza contro l’istintiva, comprensibile repulsione, parlò come inviato speciale di Giovanni Paolo II durante la commemorazione del gennaio 2005. La sua voce era sempre più stanca ed affaticata, il corpo segnato visibilmente dal tumore che lo stava divorando. «Nella debolezza e nella sofferenza si mostrano la forza e la salvezza di Dio» mi disse quando lo incontrai l’ultima volta nell’agosto 2004, in occasione della visita di Giovanni Paolo II a Lourdes. Parlava del Papa, certo. Ma dietro quel suo timido sorriso ho intuito che parlava anche di sè. Grande e forte fino all’ultimo. 

 

Publié dans:Jean_marie Lustiger |on 7 août, 2007 |Pas de commentaires »

Il telegramma del Papa: Il Cardinal Lustiger era uomo di fede e di dialogo

FRANCIA/ PAPA: IL CARDINAL LUSTIGER ERA UOMO DI FEDE E DI DIALOGO 

Telegramma di cordoglio. Morto ieri sera, venerdì i funerali 

postato document.write( strelapsed(’2007-08-06T14:06:00Z’) ); 1 ora fa da APCOM  

ARTICOLI A TEMA 

Città del Vaticano, 6 ago. (Apcom) – Il cardinale Jean-Marie Lustiger, deceduto ieri sera a Parigi, era « un uomo di fede e di dialogo », un « lucido intellettuale » e « una grande figura della Chiesa francese »: così lo ricorda Papa Benedetto XVI in un telegramma di cordoglio inviato all’arcivescovo di Parigi, monsignor André Vingt-Trois. 

  « Apprendendo con viva emozione il decesso del cardinale Jean-Marie Lustiger – scrive il Papa dalla residenza estiva di Castel Gandolfo – tengo ad esprimerle la mia profonda unione di preghiera con l’arcidiocesi di Parigi, con i familiari del defunto e con tutti coloro che sono stati toccati dalla scomparsa di questa grande figura della Chiesa di Francia ».  

« Uomo di fede e di dialogo, si dedicò con generosità a promuovere relazioni sempre più fraterne tra cristiani ed ebrei », scrive il Papa del porporato che si era convertito al cristianesimo dall’ebraismo. « Intellettuale lucido, seppe mettere i suoi doni al servizio della fede per rendere presente il Vangelo in tutti gli ambiti della vita della società ».  

Venerdì verranno celebrate a Parigi le esequie del cardinal Lustiger

Publié dans:Jean_marie Lustiger |on 6 août, 2007 |Pas de commentaires »

È MORTO JEAN-MARIE LUSTIGER – È VIVO , È IN PARADISO

Sono molto commossa per la morte di Jean-Marie Lustiger, ho letto diverse cose su di Lui, stavo leggendo il suo libro: La choix de Dieu, ma nel dolore sono certa che egli è, or, in Paradiso;

È MORTO JEAN-MARIE LUSTIGER - È VIVO , È IN PARADISO dans Jean_marie Lustiger 2007-08-05T210656Z_01_NOOTR_RTRIDSP_2_OFRTP-FRANCE-RELIGION-LUSTIGER-DECES-20070805

http://www.lepoint.fr/content/a_la_une/article?id=195240

Publié dans:Jean_marie Lustiger |on 6 août, 2007 |Pas de commentaires »

LA NOTIZIA DALL’AGENZIA ANSA: MORTO IL CARDINAL LUSTIGER, SEGNATO DA RADICI EBREE

 dal sito:

http://www.ansa.it/opencms/export/site/visualizza_fdg.html_126976720.html

MORTO IL CARDINAL LUSTIGER, SEGNATO DA RADICI EBREE 

PARIGI – Il cardinale Jean-Marie Lustiger e’ morto ieri nella capitale francese dopo una lunga malattia. Nell’ottobre 2006 era stato lo stesso cardinale ad annunciare al clero di Parigi di essere affetto da una ‘malattia grave’.Uomo di Chiesa per il quale le origini ebraiche hanno rappresentato il viatico per impegnarsi a fondo contro il razzismo e la xenofobia, Lustiger, arcivescovo emerito di Parigi, era stato considerato « la voce » di Giovanni Paolo II, tale era il legame avuto con il Papa polacco.  Si è spento un personaggio che nell’arco di 25 anni ha caratterizzato con la sua autorità morale e spirituale la vita della diocesi della capitale francese, ma anche di tutta
la Francia.

Mediatico ma timido, Lustiger si era dedicato totalmente alla vita della Chiesa cattolica dopo la sua conversione, all’età di 14 anni. Era nato il 17 settembre del 1926 a Parigi, col nome di Aaron Lustiger, da genitori polacchi di religione ebraica emigrati all’inizio del secolo. Suo nonno era un rabbino. Quando i tedeschi occuparono
la Francia nel 1940, venne spedito dai genitori a vivere con una famiglia cristiana ad Orleans. Si convertì al cattolicesimo e ricevette il battesimo il 21 agosto del 1940, facendosi aggiungere al nome quello di Jean-Marie. I genitori vennero poi deportati, e sua madre morì ad Auschwitz, mentre il padre riuscì a sopravvivere.

 Per lui la conversione non significo’ pero’  l’abbandono dell’identità ebrea. Fu anche per questo un attore privilegiato per il riavvicinamento tra cristiani ed ebrei, anche se la sua scelta non fu mai a fondo capita dai suoi amici, a cominciare dal Premio Nobel Elie Wiesel. Prete nel 1954, assistente alla Sorbona per 15 anni, nel ’69 diventa parroco al 16/o ‘arrondissement’ e nel ’79 vescovo di Orleans, per arrivare poi nel 1981 a Parigi come arcivescovo, cardinale due anni dopo.

 Lustiger ha sempre seguito la rotta di Wojtyla, con il quale condivideva il gusto della filosofia, dell’intransigenza dottrinale e liturgica. E’ stato lui ad andare ad Auschwitz per ottenere la partenza dei Carmelitani nell’89; ed è sempre andato nell’Unione Sovietica, in Africa, in Israele e negli Stati Uniti per missioni fondamentalmente ecclesiali. Come tutti gli alti prelati nominati da Giovanni Paolo II, Lustiger sosteneva l’autorità del Papa in tutte le aree della teologia e della morale: « Vi sono opinioni e vi è
la Fede », disse nel 1997. « Quando è attinente alla Fede, sono d’accordo con il Papa perché io sono un responsabile della Fede ».

 Da arcivescovo di Parigi fino al febbraio 2005, è stato un oppositore a viso aperto del razzismo e dell’antisemitismo, sia per la sua fede cristiana che per le origini ebraiche. E’ stato fortemente critico rispetto al leader del Fronte Nazionale Jean-Marie Le Pen, la cui xenofobia ha paragonato al nazismo. Eletto nel 1995 all’Accademia Francese, si inquietava delle derive della modernità e paradossalmente rifiutava lo spirito dei Lumi, fonte secondo lui di neopaganesimo. Vicino alla società civile e a proprio agio in tutti gli ambienti sociali, intellettuale pieno di fascino, era tuttavia rigorosamente allineato alle direttive pontificie, legato com’era anche da una grande amicizia personale con il Pontefice polacco. Sul versante francese, Lustiger ha difeso la scuola privata, si è impegnato sul tema dell’eutanasia, ma anche su temi più sociali come la disoccupazione, la pace e la giustizia.

Sostituito come arcivescovo di Parigi da monsignor André Vingt-Trois, nell’ottobre del 2006 aveva annunciato ai sacerdoti di Parigi di soffrire di una grave malattia. Nel gennaio scorso aveva concelebrato
la Messa dei funerali dell’Abbé Pierre a Notre Dame. « Non sono venuto per ritrovarvi, ma per lasciarvi – aveva detto il 31 maggio scorso nella sua ultima uscita all’Academie Francaise -. Non mi rivedrete: ne sono triste, ma non smetterò di pensare a voi ».

VENERDI’  I FUNERALI; IL CORDOGLIO DI SARKOZY

I funerali del cardinale Lustiger si svolgeranno venerdì prossimo alle 10 nella cattedrale di Notre-Dame.

Messaggi di cordoglio sono giunti da diverse personalità  francesi. Il presidente Nicolas Sarkozy, in vacanza negli Stati Uniti, ha espresso la sua « tristezza » per la scomparsa di « una grande figura della vita spirituale, morale, intellettuale e naturalmente religiosa del nostro Paese ».  Il premier Francois Fillon ha sottolineato che Lustiger ha
« contribuito in maniera determinante all’influenza della Chiesa  cattolica, che voleva aperta al mondo e agli uomini, e sempre in sintonia con il suo tempo »; mentre i ministri dell’Interno e della Cultura, Michele Alliot-Marie e Christine Albanel, hanno salutato l’uomo di « dialogo ».

Per il leader centrista Francois Bayrou, presidente del partito Modem e fervente cattolico, l’ex arcivescovo di Parigi era « una delle figure più alte dell’umanesimo francese ».   Il presidente del Consiglio rappresentativo delle Istituzioni ebraiche di Francia (Crif), Richard Prasquier, ha sottolineato il « ruolo storico considerevole » svolto dal cardinale « nel miglioramento delle relazioni tra ebrei e cattolici ».

Publié dans:Jean_marie Lustiger |on 6 août, 2007 |Pas de commentaires »

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