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Benedetto XVI, 23 maggio 2010 (Pentecoste, sul « Veni, Sancte Spiritus)

dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/homilies/2010/documents/hf_ben-xvi_hom_20100523_pentecoste_it.html

CAPPELLA PAPALE NELLA SOLENNITÀ DI PENTECOSTE

OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Basilica Vaticana
Domenica, 23 maggio 2010

(Pentecoste, sul « Veni, Sancte Spiritus)

Cari fratelli e sorelle,

nella celebrazione solenne della Pentecoste siamo invitati a professare la nostra fede nella presenza e nell’azione dello Spirito Santo e a invocarne l’effusione su di noi, sulla Chiesa e sul mondo intero. Facciamo nostra, dunque, e con particolare intensità, l’invocazione della Chiesa stessa: Veni, Sancte Spiritus! Un’invocazione tanto semplice e immediata, ma insieme straordinariamente profonda, sgorgata prima di tutto dal cuore di Cristo. Lo Spirito Santo, infatti, è il dono che Gesù ha chiesto e continuamente chiede al Padre per i suoi amici; il primo e principale dono che ci ha ottenuto con la sua Risurrezione e Ascensione al Cielo.

Di questa preghiera di Cristo ci parla il brano evangelico odierno, che ha come contesto l’Ultima Cena. Il Signore Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre» (Gv 14,15-16). Qui ci viene svelato il cuore orante di Gesù, il suo cuore filiale e fraterno. Questa preghiera raggiunge il suo vertice e il suo compimento sulla croce, dove l’invocazione di Cristo fa tutt’uno con il dono totale che Egli fa di se stesso, e così il suo pregare diventa per così dire il sigillo stesso del suo donarsi in pienezza per amore del Padre e dell’umanità: invocazione e donazione dello Spirito s’incontrano, si compenetrano, diventano un’unica realtà. «E io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre». In realtà, la preghiera di Gesù – quella dell’Ultima Cena e quella sulla croce – è una preghiera che permane anche in Cielo, dove Cristo siede alla destra del Padre. Gesù, infatti, vive sempre il suo sacerdozio d’intercessione a favore del popolo di Dio e dell’umanità e quindi prega per tutti noi chiedendo al Padre il dono dello Spirito Santo.

Il racconto della Pentecoste nel libro degli Atti degli Apostoli – lo abbiamo ascoltato nella prima lettura (cfr At 2,1-11) – presenta il “nuovo corso” dell’opera di Dio iniziato con la risurrezione di Cristo, opera che coinvolge l’uomo, la storia e il cosmo. Dal Figlio di Dio morto e risorto e ritornato al Padre spira ora sull’umanità, con inedita energia, il soffio divino, lo Spirito Santo. E cosa produce questa nuova e potente auto-comunicazione di Dio? Là dove ci sono lacerazioni ed estraneità, essa crea unità e comprensione. Si innesca un processo di riunificazione tra le parti della famiglia umana, divise e disperse; le persone, spesso ridotte a individui in competizione o in conflitto tra loro, raggiunte dallo Spirito di Cristo, si aprono all’esperienza della comunione, che può coinvolgerle a tal punto da fare di loro un nuovo organismo, un nuovo soggetto: la Chiesa. Questo è l’effetto dell’opera di Dio: l’unità; perciò l’unità è il segno di riconoscimento, il “biglietto da visita” della Chiesa nel corso della sua storia universale. Fin dall’inizio, dal giorno di Pentecoste, essa parla tutte le lingue. La Chiesa universale precede le Chiese particolari, e queste devono sempre conformarsi a quella, secondo un criterio di unità e universalità. La Chiesa non rimane mai prigioniera di confini politici, razziali e culturali; non si può confondere con gli Stati e neppure con le Federazioni di Stati, perché la sua unità è di genere diverso e aspira ad attraversare tutte le frontiere umane.

Da questo, cari fratelli, deriva un criterio pratico di discernimento per la vita cristiana: quando una persona, o una comunità, si chiude nel proprio modo di pensare e di agire, è segno che si è allontanata dallo Spirito Santo. Il cammino dei cristiani e delle Chiese particolari deve sempre confrontarsi con quello della Chiesa una e cattolica, e armonizzarsi con esso. Ciò non significa che l’unità creata dallo Spirito Santo sia una specie di egualitarismo. Al contrario, questo è piuttosto il modello di Babele, cioè l’imposizione di una cultura dell’unità che potremmo definire “tecnica”. La Bibbia, infatti, ci dice (cfr Gen 11,1-9) che a Babele tutti parlavano una sola lingua. A Pentecoste, invece, gli Apostoli parlano lingue diverse in modo che ciascuno comprenda il messaggio nel proprio idioma. L’unità dello Spirito si manifesta nella pluralità della comprensione. La Chiesa è per sua natura una e molteplice, destinata com’è a vivere presso tutte le nazioni, tutti i popoli, e nei più diversi contesti sociali. Essa risponde alla sua vocazione, di essere segno e strumento di unità di tutto il genere umano (cfr Lumen gentium, 1), solo se rimane autonoma da ogni Stato e da ogni cultura particolare. Sempre e in ogni luogo la Chiesa dev’essere veramente, cattolica e universale, la casa di tutti in cui ciascuno si può ritrovare.

Il racconto degli Atti degli Apostoli ci offre anche un altro spunto molto concreto. L’universalità della Chiesa viene espressa dall’elenco dei popoli, secondo l’antica tradizione: “Siamo Parti, Medi, Elamiti…”, eccetera. Si può osservare qui che san Luca va oltre il numero 12, che già esprime sempre un’universalità. Egli guarda oltre gli orizzonti dell’Asia e dell’Africa nord-occidentale, e aggiunge altri tre elementi: i “Romani”, cioè il mondo occidentale; i “Giudei e prosèliti”, comprendendo in modo nuovo l’unità tra Israele e il mondo; e infine “Cretesi e Arabi”, che rappresentano Occidente e Oriente, isole e terra ferma. Questa apertura di orizzonti conferma ulteriormente la novità di Cristo nella dimensione dello spazio umano, della storia delle genti: lo Spirito Santo coinvolge uomini e popoli e, attraverso di essi, supera muri e barriere.

A Pentecoste lo Spirito Santo si manifesta come fuoco. La sua fiamma è discesa sui discepoli riuniti, si è accesa in essi e ha donato loro il nuovo ardore di Dio. Si realizza così ciò che aveva predetto il Signore Gesù: «Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso!» (Lc 12,49). Gli Apostoli, insieme ai fedeli delle diverse comunità, hanno portato questa fiamma divina fino agli estremi confini della Terra; hanno aperto così una strada per l’umanità, una strada luminosa, e hanno collaborato con Dio che con il suo fuoco vuole rinnovare la faccia della terra. Com’è diverso questo fuoco da quello delle guerre e delle bombe! Com’è diverso l’incendio di Cristo, propagato dalla Chiesa, rispetto a quelli accesi dai dittatori di ogni epoca, anche del secolo scorso, che lasciano dietro di sé terra bruciata. Il fuoco di Dio, il fuoco dello Spirito Santo, è quello del roveto che divampa senza bruciare (cfr Es 3,2). E’ una fiamma che arde, ma non distrugge; che, anzi, divampando fa emergere la parte migliore e più vera dell’uomo, come in una fusione fa emergere la sua forma interiore, la sua vocazione alla verità e all’amore.

Un Padre della Chiesa, Origene, in una delle sue Omelie su Geremia, riporta un detto attribuito a Gesù, non contenuto nelle Sacre Scritture ma forse autentico, che recita così: «Chi è presso di me è presso il fuoco» (Omelia su Geremia L. I [III]). In Cristo, infatti, abita la pienezza di Dio, che nella Bibbia è paragonato al fuoco. Abbiamo osservato poco fa che la fiamma dello Spirito Santo arde ma non brucia. E tuttavia essa opera una trasformazione, e perciò deve consumare qualcosa nell’uomo, le scorie che lo corrompono e lo ostacolano nelle sue relazioni con Dio e con il prossimo. Questo effetto del fuoco divino però ci spaventa, abbiamo paura di essere “scottati”, preferiremmo rimanere così come siamo. Ciò dipende dal fatto che molte volte la nostra vita è impostata secondo la logica dell’avere, del possedere e non del donarsi. Molte persone credono in Dio e ammirano la figura di Gesù Cristo, ma quando viene chiesto loro di perdere qualcosa di se stessi, allora si tirano indietro, hanno paura delle esigenze della fede. C’è il timore di dover rinunciare a qualcosa di bello, a cui siamo attaccati; il timore che seguire Cristo ci privi della libertà, di certe esperienze, di una parte di noi stessi. Da un lato vogliamo stare con Gesù, seguirlo da vicino, e dall’altro abbiamo paura delle conseguenze che ciò comporta.

Cari fratelli e sorelle, abbiamo sempre bisogno di sentirci dire dal Signore Gesù quello che spesso ripeteva ai suoi amici: “Non abbiate paura”. Come Simon Pietro e gli altri, dobbiamo lasciare che la sua presenza e la sua grazia trasformino il nostro cuore, sempre soggetto alle debolezze umane. Dobbiamo saper riconoscere che perdere qualcosa, anzi, se stessi per il vero Dio, il Dio dell’amore e della vita, è in realtà guadagnare, ritrovarsi più pienamente. Chi si affida a Gesù sperimenta già in questa vita la pace e la gioia del cuore, che il mondo non può dare, e non può nemmeno togliere una volta che Dio ce le ha donate. Vale dunque la pena di lasciarsi toccare dal fuoco dello Spirito Santo! Il dolore che ci procura è necessario alla nostra trasformazione. E’ la realtà della croce: non per nulla nel linguaggio di Gesù il “fuoco” è soprattutto una rappresentazione del mistero della croce, senza il quale non esiste cristianesimo. Perciò, illuminati e confortati da queste parole di vita, eleviamo la nostra invocazione: Vieni, Spirito Santo! Accendi in noi il fuoco del tuo amore! Sappiamo che questa è una preghiera audace, con la quale chiediamo di essere toccati dalla fiamma di Dio; ma sappiamo soprattutto che questa fiamma – e solo essa – ha il potere di salvarci. Non vogliamo, per difendere la nostra vita, perdere quella eterna che Dio ci vuole donare. Abbiamo bisogno del fuoco dello Spirito Santo, perché solo l’Amore redime. Amen.

Publié dans:Inni, Papa Benedetto XVI |on 5 juin, 2011 |Pas de commentaires »

Lauda Sion, italiano – Martedì della III settimana di Pasqua

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php

Martedì della III settimana di Pasqua

Meditazione del giorno

Sant Tommaso d’Aquino (1225-1274), teologo domenicano, dottore della Chiesa
Sequenza della festa del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo « Lauda Sion »

« Io sono il pane della vita »

Sion, loda il Salvatore,
la tua guida, il tuo pastore
con inni e cantici.

Impegna tutto il tuo fervote:
egli supera ogni lode,
non vi è canto che sia degno.

Pane vivo, che dà vita:
questo è tema del tuo canto,
oggetto della lode.

Veramente fu donato
agli apostoli riuniti
in fraterna e sacra cena.

Lode piena e risonante,
gioia nobile e serena
sgorghi oggi dallo spirito…

È il banchetto del nuovo Re,
nuova Pasqua, nuova legge;
e l’antico è giunto a termine.

Cede al nuovo il rito antico,
la realtà disperde l’ombra:
luce, non più tenebra.

Cristo lascia in sua memoria
ciò che ha fatto nella cena:
noi lo rinnoviamo.

Obbedienti al suo comando,
consacriamo il pane e il vino,
ostia di salvezza…

Mangi carne, bevi sangue;
ma rimane Cristo intero
in ciascuna specie.

Chi ne mangia non lo spezza,
né separa, né divide:
intatto lo riceve.

Siano uno, siano mille,
ugualmente lo ricevono:
mai è consumato…

Ecco il pane degli angeli,
pane dei pellegrini,
vero pane dei figli:
non dev’essere gettato.

Con i simboli è annunziato,
in Isacco dato a morte,
nell’agnello della Pasqua,
nella manna data ai padri.

Buon pastore, vero pane,
o Gesù, pietà di noi:
nutrici e difendici,
portaci ai beni eterni
nella terra dei viventi.

Tu che tutto sai e puoi,
che ei nutri sulla terra,
conduci i tuoi fratelli
alla tavola del cielo
nella gioia dei tuoi santi.

Publié dans:Inni |on 9 mai, 2011 |Pas de commentaires »

(S. Simeone il Nuovo Teologo « Inni e Preghiere » – invocazione allo Spirito Santo)

(S. Simeone il Nuovo Teologo « Inni e Preghiere » – invocazione allo Spirito Santo)

Vieni, luce vera
Vieni, eterna vita
Vieni, mistero nascosto
Vieni, tesoro ineffabile
Vieni, realtà indicibile
Vieni, persona incomprensibile
Vieni, esultanza perenne
Vieni, verace attesa di quanti saranno salvati
Vieni, il rialzarsi di chi giace
Vieni, risurrezione dei morti
Vieni, o potente, che ogni cosa sempre compi, muti e trasformi con il solo volere
Vieni, invisibile e del tutto intangibile e impalpabile
Vieni, tu che sempre rimani immobile, e ad ogni istante tutto ti muovi e vieni a noi che giacciamo nell’Ade, tu che sei al di sopra di tutti i cieli
Vieni, nome desiderato e celebrato, ma del tutto impossibile a essere detto da parte nostra chi egli sia o a essere conosciuto quale e quanto sia
Vieni, gioia eterna
Vieni, corona immarcescibile
Vieni, porpora del grande Dio e Re nostro
Vieni, cintura cristallina e di pietre preziose
Vieni, calzare inaccessibile
Vieni, vera destra regale purpurea e sovrana
Vieni, tu che ha bramato e brama la mia misera anima
Vieni, solo a chi è solo – poiché io sono solo, come vedi
Vieni, tu che mi hai separato da tutto e mi hai reso solo sulla terra
Vieni, tu che sei divenuto in me desiderio e hai fatto che ti desiderassi, o del tutto inaccessibile
Vieni, mio respiro e mia vita
Vieni, consolazione della mia povera anima
Vieni, gioia e gloria e delizia senza fine.

Publié dans:Inni, Padri della Chiesa e Dottori |on 23 avril, 2011 |Pas de commentaires »

Romano il Melode: Hymn., 33, 15-21

dal sito:

http://digilander.libero.it/undicesimaora2/padri/Melode_antologia.pdf

Romano il Melode

Antologia

Hymn., 33, 15-21

«Colei che veniva a me, ha ricevuto la forza,
poiché un segreto vigore mi ha sottratto.
Perché, Simone figlio di Giovanni, tu mi dici
che una immensa folla addosso mi si accalca?
La mia divinità, essi non toccano.
Ma questa donna, nella visibil veste
la natura mia divina ha conquistato
in modo manifesto, e la salute ha avuto
gridandomi: Salvami, Signore! «.

Vedendosi non rimasta inavvertita,
cosí tra sé la donna rifletteva:
«Mi farò scorgere dal salvatore mio, Gesú,
adesso che dalle brutture mie sono mondata.
E invero adesso non ho piú paura:
per suo volere infatti io compivo questo.
Ho fatto solo quel ch`ei desiderava:
Incontro a lui son corsa con la fede
dicendogli: Salvami, Signore!

Non ignorava certo il Creatore
quel ch`io facevo, bensí pietoso
egli mi ha sopportata. Solo toccandolo,
ho vendemmiato la forza, perché lui
s`è lasciato spogliare volentieri.
Cosí ora è sparita la paura d`esser vista,
davanti a Dio gridando ch`egli è il medico
degli infermi e il salvatore d`anime, signor
della natura, al quale io dico: Salvami, Signore!

A te ho ricorso, medico mio buono,
l`obbrobrio mio alfine rigettando.

Non levar contro di me tua collera,
non adirarti contro la tua serva:
solo per tuo volere io ho agito,
poiché, ancor prima di pensare all`atto,
presente, m`assistevi e m`incitavi a farlo.
Sapevi che il cuor mio gridava: Salvami, Signore!».

«Donna, coraggio ormai che per la fede
e col mio assenso tu mi hai spogliato.
Rassicurati ora, perché non è per farti biasimare
che in mezzo a tanta gente t`ho condotto,
ma per dar loro sicurezza: quando mi si spoglia
io mi rallegro, non muovo alcun rimbrotto.
Resta in buona salute, tu che in tutto il tuo male
mi gridavi: Salvami, Signore!

Non opra di mia mano è questo, ma della fede tua.
Molti infatti han toccato la mia veste,
senza però ricever forza, perché la fede non portavan seco.
Tu che con molta fede m`hai toccato,
hai colto della salute il frutto;
ecco perché davanti a tutti t`ho portato,
per farti dire ancora: Salvami, Signore!».

O Figlio incomprensibile di Dio, incarnato
per noi per amor dell`uomo,
come la donna dal suo sangue hai liberata,
cosí libera me dai miei peccati,
tu che unico senza peccato sei.
Per le preci e le suppliche dei santi,
inclina il cuore mio o sol potente,
alla meditazione incessante della tua parola,
sí che tu possa salvarmi.

Publié dans:Inni, Padri della Chiesa e Dottori |on 28 janvier, 2011 |Pas de commentaires »

Noi ti lodiamo, Dio * ti proclamiamo Signore. …

la grafica non è perfetta, ma non volevo modificare troppo l’originale, dal sito:

http://www.zammerumaskil.com/liturgia/sussidi/te-deum.html

Noi ti lodiamo, Dio  *  ti proclamiamo  Signore.
O eterno Padre, * 
tutta la terra ti adora.
 
A te cantano gli angeli *  e tutte le potenze dei cieli:
Santo +,

Santo +,

Santo il Signore Dio dell’universo.
 
I cieli e la terra * 
sono pieni della tua gloria.
Ti acclama il coro degli apostoli *  e la candida schiera dei martiri;
 
le voci dei profeti si uniscono nella tua lode; *
la santa Chiesa proclama la tua gloria,
adora il tuo unico figlio, * e lo Spirito Santo Paraclito.
 
O Cristo, re della gloria, * 
eterno Figlio del Padre,
tu nascesti dalla Vergine Madre *  per la salvezza dell’uomo.
 
Vincitore della morte, *
hai aperto ai credenti il regno dei cieli.
Tu siedi alla destra di Dio, nella gloria del Padre. * Verrai a giudicare il mondo alla fine dei tempi.
 
Soccorri i tuoi figli, Signore, *
che hai redento col tuo sangue prezioso.
Accoglici nella tua gloria * nell’assemblea dei santi.
 
Salva il tuo popolo, Signore, *
guida e proteggi i tuoi figli.
Ogni giorno ti benediciamo, * lodiamo il tuo nome per sempre.
 
Degnati oggi, Signore, * 
di custodirci senza peccato.
Sia sempre con noi la tua misericordia: *  in te abbiamo sperato.
 
Pietà di noi, Signore, * 
pietà di noi.

Tutti:  Tu sei la nostra speranza, *  non saremo confusi in eterno.
———————————————————

 Note sul Te Deum   – fonte dalla rete

L’inno Te Deum laudamus, con cui tradizionalmente ringraziamo il Signore Dio dei benefici da Lui ricevuti, pure se detto « inno ambrosiano », è una composizione poetica adesso attribuita con certezza a Niceta di Remesiana, intorno all’anno 400.Originariamente si rivolgeva a Cristo Dio e Signore: « Te (o Cristo) noi lodiamo Dio! Te (o Cristo) noi professiamo Signore! ». Successivamente, con l’attenuarsi delle eresie sulla Persona Divina e sulla Divina Signoria di Gesù, poco alla volta la pietà cristiana lo ha indirizzato al Padre e al Figlio e allo Spirito; infatti, con questa qualificazione trinitaria noi lo abbiamo recepito e a nostra volta lo trasmettiamo.Nella Chiesa cattolica il Te Deum è legato alle cerimonie di ringraziamento; viene tradizionalmente cantato la sera del 31 dicembre, per ringraziare dell’anno appena trascorso, oppure nella Cappella Sistina ad avvenuta elezione del nuovo pontefice, prima che si sciolga il conclave.Nella Liturgia delle Ore trova il suo posto nell’Ufficio delle letture, nelle solennità e nelle feste, in tutte le domeniche, nei giorni fra l’ottava di Natale e quelli fra l’ottava di Pasqua. Diversi autori si contendono la paternità testo. Tradizionalmente veniva attribuito a san Cipriano di Cartagine oppure, secondo una leggenda dell’VIII secolo, si è sostenuto che fosse stato composto a due mani da sant’Ambrogio e da sant’Agostino il giorno di battesimo di quest’ultimo, avvenuto a Milano nel 386, per questo è stato chiamato anche inno ambrosiano.Oggi gli specialisti attribuiscono la redazione finale a Niceta, vescovo di Remesiana (oggi Bela Palanka) alla fine del IV secolo.Dall’analisi letteraria, l’inno si può dividere in tre parti.•          La prima, fino a Paraclitum Spiritum, è una lode trinitaria indirizzata al Padre. Letterariamente è molto simile ad un’anafora eucaristica, contenendo il triplice Sanctus.•          La seconda parte, da Tu rex gloriæ a sanguine redemisti, è una lode a Cristo Redentore.•          L’ultima, da Salvum fac, è un seguito di suppliche e di versetti tratti dal libro dei salmi. La sua recitazione è facoltativa. Solitamente viene cantato a cori alterni : Sacerdote o celebrante e il popolo.

Publié dans:Inni, liturgia |on 29 décembre, 2010 |Pas de commentaires »

A SAN GIROLAMO : PREGHIERA E INNO

dal sito:

http://www.sangirolamo.rimini.it/patrono/index.html

A SAN GIROLAMO : PREGHIERA E INNO

PREGHIERA

Padre del cielo,
nostro Creatore,       
la tua bontà e la tua gloria
risplendono in San Girolamo,
dottore della Chiesa e
padre nella fede.

Signore Gesù,
Verbo del Padre,
semina ancora in noi la Parola
e con la guida di San Girolamo
ne gusteremo ogni dolcezza.

Spirito Santo,
Fiamma d’amore,
accendi in noi il cuore e la mente
con le virtù di San Girolamo:
l’amore allo studio delle Sacre Scritture,
la fortezza nel sacrifico
la perseveranza nella preghiera,
la pazienza nelle prove,
la sollecitudine nelle opere di carità.

Compiendo il bene  della santa Chiesa,
non ci sfiori il pensiero
della gloria umana
ma solamente la gioia 
di piacere a Te,
Padre,  Figlio e Spirito Santo.

Amen.

 INNO DEDICATO A  SAN GIROLAMO 
 
CON LA VELA TESA                    

 
1. Quando la mia mente
non trova ciò che vale,
vive di illusioni
e senza più sperare.
Si chiude in se stessa
e nelle sue paure,
ma sogna cose vere
e quelle più sicure.
 
Con la vela tesa
al soffio dello Spirito,
attraversa il mare
la barca della vita,
senza più paure
si lascia portare,
va verso l’infinito.
 
2. La fedeltà dei martiri,
come una vela tesa
al soffio dello Spirito,
fa crescere la Chiesa;
gli onori e le ricchezze
rallentano il suo passo,
la rendono più tiepida,
incline al compromesso.
 
Guarda le tempeste,
le lacrime e i dolori,
passano le cose
e passano gli onori,
ma una cosa è certa:
l’amore di Cristo
è l’unico che resta.
 
(finale)   L’amore di Cristo
    è l’unico che resta.

Publié dans:Inni, Padri della Chiesa e Dottori |on 29 septembre, 2010 |Pas de commentaires »

Sant’Ambrogio e il chierichetto – Primo incontro con gli «Inni»

dal sito:

http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/text.html#8

Primo incontro con gli «Inni»

Sant’Ambrogio e il chierichetto

Pubblichiamo il racconto autobiografico che apre il libro Preghiera e poesia negli Inni di sant’Ambrogio e di Manzoni (Milano, Jaca Book, 2010, pagine 182, euro 18, con prefazione del direttore del nostro giornale).

di Inos Biffi

Direi di aver incontrato gli inni di sant’Ambrogio negli anni della fanciullezza, o poco oltre. Diventato, infatti, chierichetto, intorno agli otto anni, non mancavo mai, la domenica e nelle feste, al canto dei vespri parrocchiali, a cui seguivano una buona spiegazione della dottrina cristiana a un’assemblea normalmente attenta, anche se non di rado assonnata nei pomeriggi estivi, e la solenne benedizione col Santissimo Sacramento.
Ho ricordato di essere diventato presto chierichetto:  fu per un inaspettato e provvido invito, a cui subito acconsentii, di un compagno di scuola, intelligente e buono, già da qualche tempo chierichetto, e col quale avrei condiviso una cordiale amicizia, prima che il Signore lo chiamasse in ancor giovane età e dopo dolorose peripezie.
Non potevo certo allora immaginare che quell’invito sarebbe stato decisivo per la mia esperienza religiosa, la storia della mia fede e l’orientamento della mia vita. Forse per questo, la circostanza in cui mi fu rivolto mi è rimasta impressa, sia pure con i contorni non più lucidi:  mi pare fosse sul piazzale della chiesa, una domenica, dopo una celebrazione, forse i vespri.
Rimasi gioiosamente fedele a quell’impegno tutto il tempo della fanciullezza e dell’adolescenza, fino all’ingresso in seminario, anche se, abitando alquanto distante dalla parrocchia, quella fedeltà comportava percorsi giornalieri fatti di salite e di discese, già di mattina presto – il primo tocco di campane si faceva sentire alle cinque e trenta – quando ancora era buio e s’intravedeva appena la strada di campagna, che dovevo percorrere:  una strada ghiacciata o innevata nella rigida stagione invernale, o tutta fangosa nella stagione delle piogge.
Era un cammino percorso in solitudine e avvolto da un grande silenzio, interrotto soltanto dal latrato di qualche cane e dal canto del gallo proveniente da qualche casolare dei dintorni. Allora non conoscevo l’inno di sant’Ambrogio Aeterne rerum conditor, dove ricorre il canto del gallo « araldo del giorno », con i versi:  « Già s’ode l’araldo del giorno, / che veglia nel profondo della notte:  / è come luce a chi cammina al buio, / delle notturne veglie è segnale », e quelli che seguono.
Lo avrei conosciuto e gustato molti anni dopo, dedicandomi alla cura dell’edizione degli inni di sant’Ambrogio e alla riforma del Breviario Ambrosiano.
Durante il tragitto, che allora mi sembrava più lungo di quel che fosse in realtà, mi avveniva anche d’incontrare qualche operaio che in bicicletta, di buon’ora, si recava al lavoro, o alcune donne che scendevano dal Mirasole e come me si avviavano alla prima messa:  non erano taciturne, e il solo sentire il loro chiacchiericcio mi rassicurava.
Con tutto ciò, non venivo distolto dai vari e non vuoti pensieri che occupavano la mia mente lungo la via che dal Tricodaglio saliva fino all’antica Lomania, un minuscolo paese di collina, allora con poco più di mille anime:  Tricodaglio era invece, ed è tuttora, il nome curioso e, come sembra, di origini remote, della mia esigua frazione, situata all’incontro di tre strade sassose, ai piedi della collinetta del Mirasole.
Quando, forse in seconda o terza elementare, imparai a memoria la poesia Ave di Diego Valeri, dove il poeta scrive dell’Angelo che « Lieve lieve ha sfiorato con l’ala di velluto / il povero paese », spargendovi « un tenue lume / di perla e di turchese / e un palpito di piume », pensai subito al mio « povero paese », al campanile della sua chiesa, da dove scendevano fino al « gruppetto di case » del Tricodaglio – sono sempre i versi dell’Ave di Valeri – « gli ultimi tocchi / cullati come foglie / dal vento della sera ». Ero convinto che anche dalle nostre « più oscure soglie » l’Angelo si volava via « a portar la preghiera / degli umili a Maria »:  Lomagna, allora, un po’ come tutta la Brianza, era una terra di laboriosi e sfruttati contadini, in un primo tempo a mezzadria con i proprietari, signorotti locali o marchesi e conti di un illustre casato milanese, che possedevano ai margini del paese un bel palazzo settecentesco.
Ma più che nei viaggi di andata era durante quelli di ritorno che coltivavo le mie riflessioni, specialmente rimeditando le parole ascoltate nelle prediche, che ripetevo e persino declamavo, per ricomporle secondo una mia logica e i miei gusti.
Forse quell’esercizio non fu vano per la predicazione, l’insegnamento e la scrittura che mi avrebbero occupato tanti anni dopo, e dove avrei sempre ricercato una coltivazione e quasi un culto della parola.
Nei mesi scolastici, finita la messa, quasi sempre preceduta, alle sei meno un quarto, dall’ufficio dei defunti, i cui notturni in latino, dopo qualche tempo, avevo imparato quasi a memoria, occorreva raggiungere la casa in fretta, e subito riprendere la stessa strada per frequentare la scuola.
E, pure, quel servizio liturgico così mattiniero, agli inizi ancora presieduto dal parroco anziano e irascibile, non mi era mai pesato, anche se l’oscurità mi angosciava, e ogni rumore o soffio di vento che agitasse le foglie mi impauriva, e persino mi spaventava il muoversi della mia ombra, che la luna proiettava sui terreni tutt’intorno, attraversati da torrenti e rogge, e ricchi di fontanili. E, infatti, quand’era in piena la Molgoretta, non mancava una certa apprensione ad attraversare il ponte.
Se, però, nelle mattine gelide d’inverno era sereno e il cielo tutto stellato, lo spettacolo, con la brina che imbiancava i terreni sotto il ciglio della strada, mi incantava.
Al ritorno, la vista era mutata:  dopo l’alba il cielo si era fatto chiaro, e in autunno o d’inverno il sole già sorto faceva brillare i campi circostanti. Ignoravo, allora, la pagina de I Promessi Sposi che, all’inizio del quarto capitolo, descrive l’uscita di padre Cristoforo dal convento di Pescarenico, la sua salita alla casa di Lucia, e intorno « la terra lavorata di fresco », che « spiccava bruna e distinta ne’ campi di stoppie biancastre e luccicanti dalla guazza »; ma appena venni a conoscenza di quella pagina, mi ritrovai come in un paesaggio noto:  il pensiero tornò subito alle vedute contemplate in quei miei percorsi mattinieri che mi facevano gioire immensamente.
A distanza di più di sessant’anni, mi pare di rivedere quello spettacolo e di risentire quell’impressione:  serbati vivi nel fondo dell’anima, tornano a suscitare l’immutato piacere della memoria, forse anche perché, a distanza di tempo, i ricordi sono soliti abbellire e trasfigurare anche le vicissitudini meno affascinanti e meno piacevoli  del  passato.  Ma  torniamo  agli inni di sant’Ambrogio e ai vespri domenicali.
Nel tempo ordinario si cantava a distesa uno dei suoi inni più belli, il Deus creator omnium, scritto per l’ »ora dell’accensione », che tanto aveva incantato e commosso sant’Agostino e che anche sua madre, Monica, ben conosceva e citava.
Certamente, in quegli anni acerbi non capivo nulla dei versi splendidi di quell’inno, come di quelli dell’Intende qui regis Israel, nei vespri natalizi, o di quelli dell’Hic est dies verus Dei, nel tempo pasquale.
 D’altronde, nessuno capiva quello che cantava, ma tutti lo stesso cantavano a distesa quei carmina che, come professioni sonore della fede, con sagace percezione pastorale, sant’Ambrogio aveva composto per la preghiera liturgica dei suoi fedeli, nel corso della giornata o nelle feste del Signore e dei martiri. A poco a poco finii, però, con l’impararli quasi a memoria. Qualche cosa, tuttavia, mi ingegnavo di capire, aiutato dai volumetti, dai profili variamente colorati a seconda dei tempi liturgici, che l’Opera della Regalità dell’Università Cattolica con felice iniziativa metteva in mano dei fedeli perché potessero seguire i riti e parteciparvi attivamente, e dal denso e prezioso Parrocchiano Ambrosiano.
Di là dalla comprensione che allora ne potessi avere, quegli inni ambrosiani a poco a poco si depositarono in me come un seme silenzioso, in attesa di germogliare quando, molto più tardi, a seguito di circostanze, alcune prevedibili e altre affatto imprevedute, mi sarei dovuto soffermare a lungo su di essi, per studiarli e per tradurli.
E sempre a quei vespri incominciai a sentir cantare, insieme con gli inni di sant’Ambrogio, i salmi in latino, e anche di essi imparavo a memoria qualche versetto. E al riguardo mi viene in mente quanto mi narrava il cardinale Giovanni Colombo del suo nonno materno che, vedendo per la prima volta la gran « foppa » del mare, a Genova, prima di imbarcarsi come emigrante in Argentina, ebbe a esclamare:  « Vedi il mare, e fuggi! »:  era la sua versione del versetto del salmo 113 (v. 3) cantato ai vespri nella chiesa parrocchiale di Caronno, Vidit mare et fugit.
Mi veniva spontaneo di collegare strettamente quelle liturgie vespertine alle stagioni; il tempo di Quaresima e di Pasqua alla primavera che scioglieva i ghiacci e rinverdiva i prati; il tempo dopo Pentecoste all’estate, che indorava le messi e, qualche anno, con la sua arsura insopportabile inaridiva e disseccava i campi di granoturco – da qui le preghiere e le processioni per propiziare l’acqua – il tempo d’Avvento si associava all’autunno, con le sue nebbie, specialmente al fondo della discesa, al Lavandaio, dove scorrevano le rogge, e con le prime ombre della sera, che sentivo e aspiravo con diffusa mestizia; mentre il tempo del Natale, dell’Epifania e delle domeniche che seguivano ci collocava nell’inverno, con tanta neve e ghiaccio, che rendeva la strada scivolosa, e si aveva l’impressione che non passasse mai.
Era come se la grazia dei misteri si disposasse con le stagioni e le attraversasse, assumendo la forma sensibile della natura:  la grazia infusa nei ricorsi dei tempi, che si trovavano, così, nobilitati e sublimati, e da puro calendario meteorologico passavano a calendario della pietà e a ciclo di salvezza.
Questa associazione non ha cessato di perdurare e ha facilitato la visione teologica, che avrebbe portato frutti in seguito, di tutta la realtà creata per mezzo di Cristo, in lui e in vista di lui, e quindi anche del tempo, in cui si dispiega la sua signoria.
Anche durante i tragitti solitari verso casa dopo i vespri non mancavo di riandare a quello che si era celebrato o cantato in chiesa, salmi o inni. Era ancora una seminagione:  negli anni successivi li avrei ritrovati.

(L’Osservatore Romano – 11 luglio 2010)

TE DEUM – SCHOLA GREGORIANA MEDIOLANENSIS (ossia come andrebbe cantato) – COLLEGAMENTO A YOU TUBE

TE DEUM

http://www.youtube.com/watch?v=BLbNyE_AgGc

Te Deum laudamus, Gregoriano, T. Simplex; SCHOLA GREGORIANA MEDIOLANENSIS, Giovanni Vianini, Milano.It.

Publié dans:Inni |on 30 décembre, 2009 |Pas de commentaires »

TE DEUM LAUDAMUS

dal sito:

http://www.vatican.va/news_services/liturgy/cap-mus-sistina/documents/capmus_doc_20041213_te-deum-laudamus_it.html

TE DEUM LAUDAMUS
 

L’inno Te Deum laudamus, con cui tradizionalmente ringraziamo il Signore Dio dei benefici da Lui ricevuti, pure se detto « inno ambrosiano », è una composizione poetica adesso attribuita con certezza a Niceta di Remesiana, intorno all’anno 400.

Originariamente si rivolgeva a Cristo Dio e Signore: « Te (o Cristo) noi lodiamo Dio! Te (o Cristo) noi professiamo Signore! ». Successivamente, con l’attenuarsi delle eresie sulla Persona Divina e sulla Divina Signoria di Gesù, poco alla volta la pietà cristiana lo ha indirizzato al Padre e al Figlio e allo Spirito; infatti, con questa qualificazione trinitaria noi lo abbiamo recepito e a nostra volta lo trasmettiamo.

Per la composizione musicale in occasione della chiusura del Grande Giubileo 2000 nella solennità dell’Epifania 2001 abbiamo ritmato l’inno in forma diversa da quella tradizionale allo scopo di valorizzare più e meglio nel canto della Cappella Musicale Pontificia « Sistina », sufficientemente sviluppato e adeguatamente ornato, l’intervento attivo della sterminata Assemblea partecipante; ma, insieme, allo scopo di scandire chiaramente nella lode al nostro Dio la proclamazione del suo essere Luce e Amore di Padre e Figlio e Spirito, e del suo divenire salvezza misericordiosa nella nostra storia.

Un « ritornello » assembleare è stato fatto, dunque, così da intendersi:
« Te (o Padre e Figlio e Spirito) noi lodiamo (nostro) Dio! Te (o Padre e Figlio e Spirito) noi professiamo (nostro) Signore! ».

Intonazione dell’inno e insistenza iniziale, prima, esso irrompe sette volte ripetendo poi la medesima proclamazione trinitaria.

I versetti dell’inno originario (esclusi, quindi, gli otto versetti salmici dell’aggiunta finale), complessivamente venti oltre l’intonazione, sono cantati dal coro raccolti con raffinata eleganza in sette complesse unità ciascuna di senso testuale-musicale compiuto. Essi offrono all’Assemblea una ampiezza senza assillo e una suggestione senza pari per contemplare la Vita divina ed eterna, per pregare Lui che si ama e ci ama, per evocare la Sua Salvezza e invocare la Sua Misericordia.

I sette affreschi sonori si concatenano come raccordati in tre navate architettoniche.

La prima, si costruisce e si colora per il Padre:

1. « Te, o eterno Padre venera tutta la terra!
2. A te gli Angeli tutti, a te, i Cieli e tutte le Potenze,
3. a te i Cherubini e i Serafini, inneggiano con voce incessante:
- Te noi lodiamo…
4. Santo Santo Santo il Signore Dio Pantocratore!
5. I cieli e la terra (o Signore) sono pieni della tua gloria! »
- Te noi lodiamo…

La seconda architettura enumera la Chiesa diffusa nel Mondo e riunita dai quattro venti nella confessione di Dio Padre e Figlio e Spirito:

6. « Te il glorioso coro degli Apostoli
7. te il non piccolo numero dei Profeti
8. te il candido esercito dei Martiri,
9. te la santa Chiesa diffusa su tutta la terra, confessa:
- Te noi lodiamo…
10. Padre della gloria immensa
11. il Figlio tuo unigenito vero e adorando
12. il Santo (tuo) Spirito Consolatore! »
- Te noi lodiamo…

La terza, si costruisce e si colora per il Figlio fatto uomo e salvatore, Lui che è venuto e che ritornerà:

13. « Tu, o Cristo, Re della gloria,
14. Tu Figlio eterno del Padre.
15. Tu per il progetto di liberazione dell’uomo ti sei abbassato (a incarnarti) nel grembo della Vergine!
16. Tu vincitore del pungiglione della morte hai (ri)aperto ai (tuoi) fedeli il regno dei cieli!
17. Tu siedi alla destra di Dio, nella gloria del Padre
18. e (da li) noi crediamo che, giudice, verrai!
19. Tu dunque (o Cristo) soccorri i tuoi servi che hai redenti con il sangue tuo prezioso
20. e fa che (tutti) si riuniscano nel numero dei tuoi Santi »!
- Te noi lodiamo…

Chi il 6 gennaio 2001 in Piazza San Pietro cantò « Te noi lodiamo Dio! Te noi professiamo Signore! » e chi fu tra i due miliardi di creature umane che in mondovisione ne vide e ne sentì « vibrare gli stipiti delle porte » (Isaia 6,4) alla « voce dell’immensa folla, simile al fragore di grandi acque e a rombo di tuoni possenti, che gridavano » (Apocalisse 19,6) gioirà di certo facendo riecheggiare il medesimo canto nelle Chiese di tutta la terra. 

Crispino Valenziano

25 dicembre 2001

Publié dans:Inni |on 29 décembre, 2009 |Pas de commentaires »

AKATISTO AL DOLCISSIMO SIGNORE NOSTRO GESU’ CRISTO

l’Inno Akatisto prosegue fino al kontakio 13, se volete leggerlo tutto sul sito:

http://www.preghiereagesuemaria.it/preghiere/inno%20akatisto%20a%20gesu%20cristo.htm

AKATISTO AL DOLCISSIMO SIGNORE NOSTRO GESU’ CRISTO

PRESENTAZIONE

L’inno «akatisto» (o «akafist» in russo) è una forma di preghiera molto usata dai cristiani di rito bizantino (russi, ucraini, greci, romeni, bulgari, serbi). Letteralmente «akatisto» significa inno che si canta non seduti, cioè stando in piedi. Ci sono diversi inni «akatisto» (recentemente la casa editrice cattolica di Bruxelles «Zizn’ s Bogom» ne ha pubblicati 40), ma i principali sono quelli in onore del Salvatore, della Madre di Dio e di alcuni santi.

L’«akatisto» in onore di Gésù Dolcissimo che qui pubblichiamo è uno dei più diffusi. Esso viene attribuito a Teoctisto, monaco di Studion e contiene innumerevoli volte il nome di Gesù, forse ispirato alla pratica molto diffusa nell’Oriente bizantino della cosidetta «Preghiera di Gesù». Essa consiste nrell’incessante invocazione da farsi quasi all’unisono col battito del cuore: «Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore». Di questa parlano sia la «Filocalia» che «I racconti del pelle­grino russo».

Secondo la struttura normale l’«akatisto» è composto di dodici strofe lunghe, di una breve e di una preghiera finale. Le strofe lunghe sono divise in due parti, la prima si chiama «kontakio» e contiene la parte dogmatica, la seconda si chiama «ikos» ed esprime sentimenti di lode e ringraziamento a Dio, alla Madre di Dio o ai santi ai quali è dedicato l’«akatisto». I cristiani orisentali conoscono a memoria intere parti di questi inni, che godono perciò di molta popolarità. Sono quindi espres­sioni sincere della fede popolare, anche se dense di contenuto dogmatico. Stampando in italiano quest’inno a Gesù Dolcissimo ci auguriamo di raf­forzare fra tutti i cristiani i vincoli che ci uniscono in Cristo nella spe­ranza di abbassare le barriere che ancora ci dividono. N. C.  

AKATISTO AL DOLCISSIMO SIGNORE NOSTRO GESU’ CRISTO

Kontakio 1
Condottiero ardito e Signore, vincitore dell’inferno, poiché mi liberasti dalla morte eterna, ti dedico questo inno di lode, io creatura e servo tuo: poiché tu hai una misericordia indicibile, salva da tutti i mali me che ti invoco: Gesù, Figlio di Dio, pietà di me.  

Ikos 1
Creatore degli Angeli e Signore delle potenze, apri la mia mente incapace e la mia lingua a lodare il tuo nome puris­simo, come una volta apristi l’orecchio e la lingua a colui che era sordo e muto, e io con la mia voce ti possa così invocare:

Gesù mirabilissimo, stupore degli Angeli:
Gesù fortissimo, salvezza dei progenitori.
Gesù dolcissimo, vanto dei patriarchi:
Gesù gloriosissimo, sostegno dei re.
Gesù amatissimo, adempimento dei profeti:
Gesù venerabilissimo, saldezza dei martiri.
Gesù silenziosissimo, gioia dei monaci:
Gesù pietosissimo, dolcezza dei sacerdoti.
Gesù misericordiosissimo, resistenza dei digiunanti:
Gesù dolcissimo, tripudio dei santi tuoi simili.
Gesù onorabilissimo, castità dei vergini:
Gesù eternissimo, salvezza dei peccatori.
Gesù, Figlio di Dio, pietà di me.  

Kontakio 2
Vedendo la vedova piangere amaramente, Signore, tu ti im­pietosisti, e il figlio di lei che veniva condotto al sepolcro tu risuscitasti: così sii pietoso anche di me, o amico degli uomini, e risuscita il mio spirito, reso morto dai peccati, che ti invoca: Alleluia.  

Ikos 2
Con l’intelletto Filippo voleva intendere ciò che non è intel­legibile, e disse: Signore, mostraci il Padre. E tu a lui: da tanto tempo sei con me, e ancora non hai capito, che il Padre è in me, e io sono nel Padre? Rinunciando a capire, con ti­more ti invoco:

Gesù, Dio eternissimo:
Gesù, re fortissimo.
Gesù, Signore pazientissimo:
Gesù, salvatore misericordiosissimo.
Gesù, custode mio buonissimo:
Gesù, puliscimi dai miei peccati.
Gesù, scaccia via le mie trasgressioni:
Gesù, liberami dalle mie iniquità.
Gesù, mia speranza, non abbandonarmi:
Gesù, mio aiuto, non respingermi.
Gesù, mio creatore, non dimenticarmi:
Gesù, mio pastore, non lasciarmi perire.
Gesù, figlio di Dio, pietà di me.    

(segue sul sito)

(Traduzione di L. Paleari

Publié dans:Inni, Ortodossia |on 21 novembre, 2009 |Pas de commentaires »
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