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BENEDETTO XVI: IL GIOIELLO DELL’INNO DI GIUBILO

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2011/documents/hf_ben-xvi_aud_20111207_it.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

AULA PAOLO VI

MERCOLEDÌ, 7 DICEMBRE 2011

IL GIOIELLO DELL’INNO DI GIUBILO

Cari fratelli e sorelle,

gli evangelisti Matteo e Luca (cfr Mt 11,25-30 e Lc 10, 21-22) ci hanno tramandato un «gioiello» della preghiera di Gesù, che spesso viene chiamato Inno di giubilo o Inno di giubilo messianico. Si tratta di una preghiera di riconoscenza e di lode, come abbiamo ascoltato. Nell’originale greco dei Vangeli il verbo con cui inizia questo inno, e che esprime l’atteggiamento di Gesù nel rivolgersi al Padre, è exomologoumai, tradotto spesso con «rendo lode» (Mt 11,25 e Lc 10,21). Ma negli scritti del Nuovo Testamento questo verbo indica principalmente due cose: la prima è «riconoscere fino in fondo» – ad esempio, Giovanni Battista chiedeva di riconoscere fino in fondo i propri peccati a chi andava da lui per farsi battezzare (cfr Mt 3,6) –; la seconda cosa è «trovarsi d’accordo». Quindi, l’espressione con cui Gesù inizia la sua preghiera contiene il suo riconoscere fino in fondo, pienamente, l’agire di Dio Padre, e, insieme, il suo essere in totale, consapevole e gioioso accordo con questo modo di agire, con il progetto del Padre. L’Inno di giubilo è l’apice di un cammino di preghiera in cui emerge chiaramente la profonda e intima comunione di Gesù con la vita del Padre nello Spirito Santo e si manifesta la sua filiazione divina.
Gesù si rivolge a Dio chiamandolo «Padre». Questo termine esprime la coscienza e la certezza di Gesù di essere «il Figlio», in intima e costante comunione con Lui, e questo è il punto centrale e la fonte di ogni preghiera di Gesù. Lo vediamo chiaramente nell’ultima parte dell’Inno, che illumina l’intero testo. Gesù dice: «Tutto è stato dato a me dal Padre mio e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo» (Lc 10, 22). Gesù quindi afferma che solo «il Figlio» conosce veramente il Padre. Ogni conoscenza tra le persone – lo sperimentiamo tutti nelle nostre relazioni umane – comporta un coinvolgimento, un qualche legame interiore tra chi conosce e chi è conosciuto, a livello più o meno profondo: non si può conoscere senza una comunione dell’essere. Nell’Inno di giubilo, come in tutta la sua preghiera, Gesù mostra che la vera conoscenza di Dio presuppone la comunione con Lui: solo essendo in comunione con l’altro comincio a conoscere; e così anche con Dio, solo se ho un contatto vero, se sono in comunione, posso anche conoscerlo. Quindi la vera conoscenza è riservata al « Figlio», l’Unigenito che è da sempre nel seno del Padre (cfr Gv 1,18), in perfetta unità con Lui. Solo il Figlio conosce veramente Dio, essendo in comunione intima dell’essere; solo il Figlio può rivelare veramente chi è Dio.
Il nome «Padre» è seguito da un secondo titolo, «Signore del cielo e della terra». Gesù, con questa espressione, ricapitola la fede nella creazione e fa risuonare le prime parole della Sacra Scrittura: «In principio Dio creò il cielo e la terra» (Gen 1,1). Pregando, Egli richiama la grande narrazione biblica della storia di amore di Dio per l’uomo, che inizia con l’atto della creazione. Gesù si inserisce in questa storia di amore, ne è il vertice e il compimento. Nella sua esperienza di preghiera, la Sacra Scrittura viene illuminata e rivive nella sua più completa ampiezza: annuncio del mistero di Dio e risposta dell’uomo trasformato. Ma attraverso l’espressione «Signore del cielo e della terra» possiamo anche riconoscere come in Gesù, il Rivelatore del Padre, viene riaperta all’uomo la possibilità di accedere a Dio.
Poniamoci adesso la domanda: a chi il Figlio vuole rivelare i misteri di Dio? All’inizio dell’Inno Gesù esprime la sua gioia perché la volontà del Padre è quella di tenere nascoste queste cose ai dotti e ai sapienti e rivelarle ai piccoli (cfr Lc 10,21). In questa espressione della sua preghiera, Gesù manifesta la sua comunione con la decisione del Padre che schiude i suoi misteri a chi ha il cuore semplice: la volontà del Figlio è una cosa sola con quella del Padre. La rivelazione divina non avviene secondo la logica terrena, per la quale sono gli uomini colti e potenti che possiedono le conoscenze importanti e le trasmettono alla gente più semplice, ai piccoli. Dio ha usato tutt’altro stile: i destinatari della sua comunicazione sono stati proprio i «piccoli». Questa è la volontà del Padre, e il Figlio la condivide con gioia. Dice il Catechismo della Chiesa Cattolica: «Il suo trasalire «Sì, Padre!» esprime la profondità del suo cuore, la sua adesione al beneplacito del Padre, come eco al «Fiat» di sua Madre al momento del suo concepimento e come preludio a quello che egli dirà al Padre durante la sua agonia. Tutta la preghiera di Gesù è in questa amorosa adesione del suo cuore di uomo al “mistero della … volontà” del Padre (Ef 1,9)» (2603). Da qui deriva l’invocazione che rivolgiamo a Dio nel Padre nostro: «sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra»: insieme con Cristo e in Cristo, anche noi chiediamo di entrare in sintonia con la volontà del Padre, diventando così anche noi suoi figli. Gesù, pertanto, in questo Inno di giubilo esprime la volontà di coinvolgere nella sua conoscenza filiale di Dio tutti coloro che il Padre vuole renderne partecipi; e coloro che accolgono questo dono sono i «piccoli».
Ma che cosa significa «essere piccoli», semplici? Qual è «la piccolezza» che apre l’uomo all’intimità filiale con Dio e ad accogliere la sua volontà? Quale deve essere l’atteggiamento di fondo della nostra preghiera? Guardiamo al «Discorso della montagna», dove Gesù afferma: «Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio» (Mt 5,8). E’ la purezza del cuore quella che permette di riconoscere il volto di Dio in Gesù Cristo; è avere il cuore semplice come quello dei bambini, senza la presunzione di chi si chiude in se stesso, pensando di non avere bisogno di nessuno, neppure di Dio.
E’ interessante anche notare l’occasione in cui Gesù prorompe in questo Inno al Padre. Nella narrazione evangelica di Matteo è la gioia perché, nonostante le opposizioni e i rifiuti, ci sono dei «piccoli» che accolgono la sua parola e si aprono al dono della fede in Lui. L’Inno di giubilo, infatti, è preceduto dal contrasto tra l’elogio di Giovanni il Battista, uno dei «piccoli» che hanno riconosciuto l’agire di Dio in Cristo Gesù (cfr Mt 11,2-19), e il rimprovero per l’incredulità delle città del lago «nelle quali era avvenuta la maggior parte dei suoi prodigi» (cfr Mt 11,20-24). Il giubilo quindi è visto da Matteo in relazione alle parole con cui Gesù constata l’efficacia della sua parola e della sua azione: «Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!» (Mt 11,4-6).
Anche san Luca presenta l’Inno di giubilo in connessione con un momento di sviluppo dell’annuncio del Vangelo. Gesù ha inviato i «settantadue discepoli» (Lc 10,1) ed essi sono partiti con un senso di paura per il possibile insuccesso della loro missione. Anche Luca sottolinea il rifiuto incontrato nelle città in cui il Signore ha predicato e ha compiuto segni prodigiosi. Ma i settantadue discepoli tornano pieni di gioia, perché la loro missione ha avuto successo; essi hanno constatato che, con la potenza della parola di Gesù, i mali dell’uomo vengono vinti. E Gesù condivide la loro soddisfazione: «in quella stessa ora», in quel momento, Egli esultò di gioia.
Ci sono ancora due elementi che vorrei sottolineare. L’evangelista Luca introduce la preghiera con l’annotazione: «Gesù esultò di gioia nello Spirito Santo» (Lc 10,21). Gesù gioisce partendo dall’intimo di se stesso, in ciò che ha di più profondo: la comunione unica di conoscenza e di amore con il Padre, la pienezza dello Spirito Santo. Coinvolgendoci nella sua figliolanza, Gesù invita anche noi ad aprirci alla luce dello Spirito Santo, perché – come afferma l’apostolo Paolo – «(Noi) non sappiamo … come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili … secondo i disegni di Dio» (Rm 8,26-27) e ci rivela l’amore del Padre. Nel Vangelo di Matteo, dopo l’Inno di Giubilo, troviamo uno degli appelli più accorati di Gesù: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro» (Mt 11,28). Gesù chiede di andare a Lui che è la vera sapienza, a Lui che è «mite e umile di cuore»; propone «il suo giogo», la strada della sapienza del Vangelo che non è una dottrina da imparare o una proposta etica, ma una Persona da seguire: Egli stesso, il Figlio Unigenito in perfetta comunione con il Padre.
Cari fratelli e sorelle, abbiamo gustato per un momento la ricchezza di questa preghiera di Gesù. Anche noi, con il dono del suo Spirito, possiamo rivolgerci a Dio, nella preghiera, con confidenza di figli, invocandolo con il nome di Padre, «Abbà». Ma dobbiamo avere il cuore dei piccoli, dei «poveri in spirito» (Mt 5,3), per riconoscere che non siamo autosufficienti, che non possiamo costruire la nostra vita da soli, ma abbiamo bisogno di Dio, abbiamo bisogno di incontrarlo, di ascoltarlo, di parlargli. La preghiera ci apre a ricevere il dono di Dio, la sua sapienza, che è Gesù stesso, per compiere la volontà del Padre sulla nostra vita e trovare così ristoro nelle fatiche del nostro cammino. Grazie.

Publié dans:Inni, Papa Benedetto XVI |on 8 octobre, 2013 |Pas de commentaires »

QUAL È LA “PACE SULLA TERRA” DELL’INNO ANGELICO?

http://tradizione.oodegr.com/tradizione_index/commentilit/paceepifanios.htm

QUAL È LA “PACE SULLA TERRA” DELL’INNO ANGELICO?

Pochissimi passi della sacra Scrittura sono stati così malintesi quanto il passo di Lc 2, 14. Si tratta dell’Inno cantato dagli Angeli durante la magnifica notte in cui avvenne la nascita nella carne del Dio Verbo senza inizio, il Signore nostro Gesù Cristo. Tale errata interpretazione da parte di molti ortodossi, non è evidentemente volontaria e intenzionale (soltanto gli eretici interpretano male volontariamente) ma è dovuta all’ignoranza del senso generale della sacra Scrittura. A causa di quest’ignoranza, ogni anno nel giorno di Natale, vengono sentite delle prediche o si leggono delle pubblicazioni di vari maestri del Vangelo della nostra Madre Chiesa, da parte di chierici e laici, in cui ci si lamenta perché le guerre non hanno ancora fine e le armi non sono state abolite mentre la pace dell’Inno Angelico non ha ancora prevalso sulla terra. Si nota che queste interpretazioni vengono persino formulate nelle Encicliche Ecclesiastiche ufficiali, nonché nelle suppliche a Dio, perché Egli consenta finalmente il prevalere della pace sulla terra, la pace di quest’Inno Angelico “il quale per circa duemila anni continua ad essere una realtà lontana, una semplice speranza, unicamente un semplice sogno, una semplice e ansiosa aspettativa”.
Invece questi benedetti ignorano che la pace dell’Inno Angelico è già una realtà ed è prevalsa sulla terra sin dall’incarnazione stessa del Signore. È sbagliato ed è frutto di malinteso interpretare questa pace come qualcosa di esteriore, come una situazione di amicizia tra gli uomini, di una persona verso l’altra, di un popolo verso l’altro, come della cessazione delle guerre e delle battaglie. L’Evangelo non ha mai promesso una tale pace. La pace dell’Evangelo è interna, è una situazione di serenità che regna nell’anima dell’uomo credente, dell’uomo che ha un legame di amicizia e comunione con Dio. Si tratta della pace tra l’uomo e Dio e non tra gli uomini. È l’abolizione del “divisorio, della barriera” che divideva terra e Cielo, uomo e Dio, è la fine della ribellione, la fine della rivoluzione della creatura verso il Creatore. È questa la pace che il Figlio di Dio ha portato venendo al mondo. E da allora ogni persona che crede in Gesù Cristo Incarnato, Crocifisso e Risorto, ha ormai per amico Dio, si trova in una comunione filiale con Lui. Non è più un ribelle, un apostata, non è più nemico di Dio; si è “riconciliato” ed è ritornato ad essere amico con Lui attraverso l’eterno Mediatore, il Signore Gesù Cristo. La situazione di ribellione e di ostilità dovuta alla disobbedienza di Adamo appartiene ormai al passato e, per l’uomo credente, risulta un semplice ricordo amaro. Dal tempo del Signore, per mezzo del Suo Sacrificio sulla Croce, l’uomo è entrato in una nuova era, in un nuovo stato, uno stato di Grazia, d’Amicizia e d’Adozione. Le promesse del Santo Vangelo si riferiscono a questa pace, non alla pace mondana esteriore. “Vi lascio la pace”, diceva il Signore agli Apostoli, “vi do la mia pace”. E per sottolineare che questa pace è di una specie diversa, aggiunge: “Io non ve la do, come il mondo la dà” (Gv 14, 27). Lo costatiamo anche in un altro punto in cui, parlando della pace esteriore, afferma di non portare tale pace. Al contrario, prevede che la fede in Lui causerà guerre tra gli uomini. Gli increduli perseguiteranno i credenti di Gesù e così le guerre non solo non diminuiranno ma aumenteranno, poiché a quelle già presenti si aggiungerà anche quella contro la nuova fede. “Non crediate”, dice, “che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada. Sono venuto, infatti, a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera”. Prima d’essere volontariamente condotto al Golgota per bere l’orribile calice della morte, consegnò agli Apostoli la pace interiore, che non è influenzata da migliaia di tristezze e persecuzioni. Malgrado tutto, essa rimase in loro proprio perché interiore: “Vi ho detto queste cose perché abbiate pace in me. Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo” (Gv 16, 33). Donava la pace ai Suoi Apostoli, pur sapendo che sarebbero toccate loro morti dolorose, mentre diceva chiaramente che li mandava “come pecore in mezzo ai lupi” (Mt 10, 16). Può essere mai possibile che avesse concesso loro una pace esteriore? Indubbiamente no!
Pure il divino Paolo è predicatore e apostolo di questa pace interiore verso Dio. “Giustificati dunque per la fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo”, scrive ai Romani (5, 1). Scrivendo agli Efesini, dice che nostro Signore Gesù Cristo è “la nostra pace”, è colui che ha “riconciliato con Dio” gli uomini attraverso la croce; è venuto, quindi, ad “annunziare pace… perché per mezzo di lui abbiamo accesso… al Padre” (Ef 2, 14-18).
In conclusione: la pace dell’Inno Angelico è la pace che l’uomo ha nei confronti di Dio, non una pace esteriore. Questa pace è, infatti, prevalsa “sulla terra”, nel momento in cui la terra si è riconciliata con il cielo attraverso l’umiliazione di nostro Signore Gesù Cristo che lo condusse fino alla Croce.
È evidentemente inutile aggiungere che l’uomo in “pace verso Dio” è pure pacifico nei confronti di coloro che lo circondano. Egli ama tutti e non odia nessuno. Solo lui è in grado di dire: “ero pacifico con quelli che odiavano la pace”[1] (Sl 119, 7). Egli ama e benefica anche i suoi stessi nemici. La pace interiore è il presupposto della pace esteriore. Invece, la pace esteriore non è soltanto irraggiungibile ma risulta impensabile senza quella interiore. La tragedia della nostra epoca consiste proprio in questo: Mentre essa ha dichiarato guerra contro Dio chiede, pure ansiosamente, la pace tra gli uomini. Mentre non ha alcuna cura per la pace interiore, cerca clamorosamente quella esteriore. Sradica l’albero e attende i frutti, demolisce la casa e cerca il conforto, si allontana dal sole e vuole la luce!…
La pace, “questa cosa e questo nome dolce”, è sempre stata “sospirata da tutti gli uomini” (Est 3, 12a). Eppure nessuna epoca ne ha avuto tanto desiderio, tanta sete, quanto la nostra. Riuscirà a raggiungerla, mentre tutte le altre epoche hanno miserabilmente fallito? Cioè, ce la farà a edificare la pace senza Dio? Abolirà gli orribili armamenti odierni? Riuscirà a rendere le guerre un lontano ricordo storico? Con l’aiuto di chi? Della scienza? Della tecnologia? Dell’umanesimo? Della filosofia? Dei sistemi politici, economici e sociali? Eppure, dal fondo di lontani secoli si sente lo sconvolgente avviso, chiaro e categorico, il cui valore e verità confermano – ahimè! – l’amarissima esperienza, di circa tremila anni attraversati: “Se siete disposti ad ubbidire, mangerete i frutti della terra. Ma se vi ostinate e vi ribellate, sarete divorati dalla spada; poiché la bocca del Signore ha parlato” (Is 1, 19-20). Se la “spada” sarà quella solita, quella tradizionale o di altro genere, di nuova costruzione, prodotta dalle industrie dell’energia nucleare, questo ha poca importanza…

“Signore, tu stabilirai la pace per noi, perché Tu compi per noi ogni nostra opera; Signore Dio nostro, edificaci…”[2] (Is 26, 12-13).

Archimandrita Epifanios Theodoropoulos

Traduzione a cura di  Tradizione Cristiana

Publié dans:Inni, LA PACE |on 7 septembre, 2013 |Pas de commentaires »

SPIRITUALITA’ MARIANA – IL MAGNIFICAT, L’EXULTET DI MARIA

http://www.donbosco-torino.it/ita/Maria/spiritualit%E0/12-13/2012-3-Magnificat.html

SPIRITUALITA’ MARIANA -  IL MAGNIFICAT, L’EXULTET DI MARIA

Nel suo Magnificat Maria si fa voce di tutta l’umanità. È l’umanità povera che canta la sua Pasqua di salvezza. E con sette verbi – spiegato, disperso, rovesciato, innalzato, ricolmato, rimandato, soccorso – Maria descrive l’agire di Dio sull’umanità.
Federico Nietzche, parlando dei cristiani nel suo Zarathustra, afferma: « Canti migliori dovrebbero cantarmi, perché io impari a credere al loro Redentore. Un’aria più da salvati dovrebbero avere i suoi discepoli ». È questa una delle sfide più forti per i cristiani d’oggi, che si dimenticano facilmente di aver accolto e di dover annunciare una « lieta notizia », che fanno fatica a vivere con convinzione e originalità la loro dignità di esperti della Pasqua.
Per essere cristiani più veri e più credibili, bisognerebbe che ci rivolgessimo a Maria, che è modello della vita Pasquale e per questo venerata quale « causa della nostra letizia ». Bisognerebbe che imparassimo meglio il suo canto.
Il Magnificat è paragonabile all’exultet che la Chiesa intona nella notte di Pasqua. La Pasqua, il passaggio di Dio nella storia umana realizzato in Cristo, opera un passaggio dell’uomo dalla morte alla vita, dalle tenebre alla luce, dalla disperazione alla gioia. Il Magnificat celebra appunto questo passaggio.

Maria sperimenta in sé il passaggio di Dio
« O notte veramente gloriosa, che ricongiunge la terra al cielo e l’uomo al suo creatore ». Così canta la Chiesa nell’Exultet Pasquale. Pasqua è dove si celebra questo passaggio-incontro, in cui è sempre Dio a fare il primo passo. Dio passa dalla parte dell’uomo perché l’uomo passa passare alla parte di Dio. Al venire divino risponde un andare umano, all’avvento di Dio fa eco l’esodo dell’uomo.
Maria sente realizzarsi dentro di sé questo misterioso incontro. Ella sperimenta la Pasqua mentre canta il Magnificat. « L’anima mia magnifica il Signore… grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente ». Maria percepisce con stupore il passo di Dio nella sua vita. Le è dato di testimoniare un « passaggio » straordinario di Dio nella storia, un passaggio che porta un nome e un volto: Gesù Cristo, di cui Maria è chiamata ad essere madre. Tutta l’opera salvifica di Gesù si svolge nel dinamismo del passaggio: con l’incarnazione, il figlio di Dio « discende dal cielo » (Gv 6,38), passando dalla sfera di Dio al mondo umano; la croce e la risurrezione, invece, segnano il suo « passare da questo mondo al Padre » (Gv 13,1). Maria è testimone e collaboratrice di questo duplice passaggio, ciò conferisce a tutta la sua esistenza, e in particolare al suo canto che rappresenta uno specchio limpido della sua vita, una tonalità Pasquale.

In Maria si compie il passaggio dell’umanità
« Dio ci ha fatti passare dalla schiavitù alla libertà, dalla tristezza alla gioia, dal lutto alla festa, dalle tenebre alla luce. Perciò diciamo davanti a lui: alleluia! » (Pesachim X,5). Sono parole della liturgia Pasquale ebraica, che evidenziano questo concetto: il passaggio di Dio opera un passaggio nell’uomo. Pasqua è passare a ciò che non passa!
Ora, le « grandi cose » che Maria sente realizzate in sé sono precisamente questi passaggi pasquali: dalla piccolezza della serva alla grandezza della madre, dal niente dell’essere creaturale alla pienezza della grazia, dall’umiltà alla gloria. Come per il suo figlio, così per Maria, la Pasqua è un admirabile commercium, un meraviglioso incontro degli estremi.
Come non esplodere di gioia nello scoprirsi un prodigio così stupendo! Nel suo Magnificat Maria si fa voce di tutta l’umanità. « Ha spiegato la potenza del suo braccio… » (Lc 1,51-55). Con una serie di sette verbi: spiegato, disperso, rovesciato, innalzato, ricolmato, rimandato, soccorso, Maria descrive l’agire di Dio sull’umanità. Egli è il Dio della Pasqua. Infatti i sette verbi rappresentano tutti un ribaltamento della situazione, un passaggio. La Pasqua di Dio sconvolge gli schemi umani ed opera un cambiamento a vari livelli:
a livello politico: « ha rovesciato i potenti dai troni e ha innalzato gli umili ».
a livello sociale: « ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote ».
a livello di valutazione morale: « ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore ».
a livello storico-salvifico: « ha soccorso Israele suo servo, ricordandosi della sua misericordia ».

A Maria, donna della Pasqua
O Maria, Vergine del Magnificat e donna della Pasqua, veglia su questo mondo in continuo passaggio ma che non sa dove andare. Portaci a colui che può « mutare il nostro lamento in danza e la veste di sacco in abito di gioia » (Ger 31,13).

Sei l’esperta del passaggio.
A Nazaret il tuo « sì » segna il passaggio tra l’Antico e il Nuovo Testamento.
Ad Ain Karem annunzi con il tuo Magnificat il passaggio ad un mondo nuovo.
A Betlemme partecipi al passaggio di Dio dal cielo alla terra.
A Gerusalemme con la profezia di Simeone e con la perdita del tuo figlio nel tempio compi una Pasqua interiore e senti passare una spada nel tuo cuore.
A Cana hai provocato il cambiamento dall’acqua al vino.
Al Calvario sei testimone del passaggio dell’umanità dalla morte alla vita.
Nel Cenacolo accogli con tutta la Chiesa la Pasqua dello Spirito.

Dopo il tuo « passaggio » nel cielo, non hai cessato di essere ausiliatrice della nostra Pasqua, causa della nostra letizia. Lungo tutta la storia della Chiesa ti troviamo in tutte le svolte, tutti i momenti quando spunta l’alba, quando germoglia la vita. Continua ad assisterci, o Maria, nel nostro passaggio terreno. Fa’ che camminiamo sicuri cantando il tuo canto Pasquale: il Magnificat.

Maria Ko Ha Fong

Publié dans:Inni, Maria Vergine |on 7 mai, 2013 |Pas de commentaires »

Te Deum Laudamus – Storia

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Te Deum Laudamus – Storia

L’inno Te Deum laudamus, con cui tradizionalmente ringraziamo il Signore Dio dei benefici da Lui ricevuti, pure se detto « inno ambrosiano », è una composizione poetica adesso attribuita con certezza a Niceta di Remesiana, intorno all’anno 400.
Originariamente si rivolgeva a Cristo Dio e Signore: « Te (o Cristo) noi lodiamo Dio! Te (o Cristo) noi professiamo Signore! ». Successivamente, con l’attenuarsi delle eresie sulla Persona Divina e sulla Divina Signoria di Gesù, poco alla volta la pietà cristiana lo ha indirizzato al Padre e al Figlio e allo Spirito; infatti, con questa qualificazione trinitaria noi lo abbiamo recepito e a nostra volta lo trasmettiamo.
Per la composizione musicale in occasione della chiusura del Grande Giubileo 2000 nella solennità dell’Epifania 2001 abbiamo ritmato l’inno in forma diversa da quella tradizionale allo scopo di valorizzare più e meglio nel canto della Cappella Musicale Pontificia « Sistina », sufficientemente sviluppato e adeguatamente ornato, l’intervento attivo della sterminata Assemblea partecipante; ma, insieme, allo scopo di scandire chiaramente nella lode al nostro Dio la proclamazione del suo essere Luce e Amore di Padre e Figlio e Spirito, e del suo divenire salvezza misericordiosa nella nostra storia.
Un « ritornello » assembleare è stato fatto, dunque, così da intendersi: ?« Te (o Padre e Figlio e Spirito) noi lodiamo (nostro) Dio! Te (o Padre e Figlio e Spirito) noi professiamo (nostro) Signore! ».
Intonazione dell’inno e insistenza iniziale, prima, esso irrompe sette volte ripetendo poi la medesima proclamazione trinitaria.
I versetti dell’inno originario (esclusi, quindi, gli otto versetti salmici dell’aggiunta finale), complessivamente venti oltre l’intonazione, sono cantati dal coro raccolti con raffinata eleganza in sette complesse unità ciascuna di senso testuale-musicale compiuto. Essi offrono all’Assemblea una ampiezza senza assillo e una suggestione senza pari per contemplare la Vita divina ed eterna, per pregare Lui che si ama e ci ama, per evocare la Sua Salvezza e invocare la Sua Misericordia.
I sette affreschi sonori si concatenano come raccordati in tre navate architettoniche.
La prima, si costruisce e si colora per il Padre:
1. « Te, o eterno Padre venera tutta la terra! ?- 2. A te gli Angeli tutti, a te, i Cieli e tutte le Potenze – 3. a te i Cherubini e i Serafini, inneggiano con voce incessante:?- Te noi lodiamo… – ?4. Santo Santo Santo il Signore Dio Pantocratore! – ?5. I cieli e la terra (o Signore) sono pieni della tua gloria! »?- Te noi lodiamo…
La seconda architettura enumera la Chiesa diffusa nel Mondo e riunita dai quattro venti nella confessione di Dio Padre e Figlio e Spirito:
6. « Te il glorioso coro degli Apostoli – ?7. te il non piccolo numero dei Profeti? – 8. te il candido esercito dei Martiri – 9. te la santa Chiesa diffusa su tutta la terra, confessa:?- Te noi lodiamo…? – 10. Padre della gloria immensa – ?11. il Figlio tuo unigenito vero e adorando – ?12. il Santo (tuo) Spirito Consolatore! »?- Te noi lodiamo…
La terza, si costruisce e si colora per il Figlio fatto uomo e salvatore, Lui che è venuto e che ritornerà:
13. « Tu, o Cristo, Re della gloria – 14. Tu Figlio eterno del Padre – 15. Tu per il progetto di liberazione dell’uomo ti sei abbassato (a incarnarti) nel grembo della Vergine! – ?16. Tu vincitore del pungiglione della morte hai (ri)aperto ai (tuoi) fedeli il regno dei cieli!? – 17. Tu siedi alla destra di Dio, nella gloria del Padre – ?18. e (da li) noi crediamo che, giudice, verrai!? – 19. Tu dunque (o Cristo) soccorri i tuoi servi che hai redenti con il sangue tuo prezioso? – 20. e fa che (tutti) si riuniscano nel numero dei tuoi Santi »!?- Te noi lodiamo…
Chi il 6 gennaio 2001 in Piazza San Pietro cantò « Te noi lodiamo Dio! Te noi professiamo Signore! » e chi fu tra i due miliardi di creature umane che in mondovisione ne vide e ne sentì « vibrare gli stipiti delle porte » (Isaia 6,4) alla « voce dell’immensa folla, simile al fragore di grandi acque e a rombo di tuoni possenti, che gridavano » (Apocalisse 19,6) gioirà di certo facendo riecheggiare il medesimo canto nelle Chiese di tutta la terra.  

 La formazione del canto cristiano
Il cristianesimo nacque dalla predicazione e dagli insegnamenti di Gesù Cristo, il quale completò e rinnovò la dottrina del popolo ebraico sull’esistenza di un solo Dio. I giudei furono ostili ai primi seguaci di Cristo, ma non si può ignorare il fatto che furono ebrei i primi convertiti alla nuova fede. Giustamente quindi si afferma che l’ebraismo giudaico fu la matrice del cristianesimo e quindi della sua dottrina, ma anche della sua liturgia, delle sue preghiere, dei suoi canti. ?La conquista e la distruzione di gerusalemme effettuata nel 70 d.C. dalle truppe romane dell’imperatore Tito cagionarono la cosidetta diaspora (cioè la dispersione, l’esilio) di gran parte degli abitanti di Isdraele, ebrei e cristiani. Essi si sparsero in tutto il bacino mediterraneo, favorendo la costituzione delle prime comunità cristiane fra el popolazioni dell’impero romano di lingua greca (soprattutto a Efeso, ad Antiochia, ad Alessandria d’Egitto e a Costantinopoli, poi capitale dell’Impero d’oriente) e di lingua latina (particolarmente nella capitale Roma, dove si insediarono l’apostolo Pietro, il primo Papa, e S. Paolo, ma anche nell’Africa settentrionale e nella Spagna). Si svilupparono così varie Chiese, prime quelle d’oriente. Fra esse venne assumendo maggiore importanza la Chiesa di Costantinopoli, poi ribattezzata Bisanzio, centro di sviluppo del canto liturgico bizantino. Da esso derivano in seguito la musica del rito greco-ortodosso e quella del rito russo.
Le persecuzioni dei cristiani volute dagli imperatori romani fino a Diocleziano ritardarono l’espansione del cristianesimo in Occidente. Solo dopo che l’imperatore Costantino, con l’editto di milano (313) ebbe riconosciuto ufficialmente il cristianesimo, e dopo che l’imperatore Teodosio ebbe vietato i culti pagani (391), il cristianesimo potè espandersi a Roma, e il latino fu riconosciuto quale lingua della liturgia in Occidente.? E’ dimostrato che le manifestazioni del culto cristiano nei primi tempi derivano da quelle della tradizione giudaica, e che nessuan influenza esercitò su di esse la musica greco-romana. I trapassi dall’ebraismo al cristianesimo riguardarono sia libri sacri dell’Antico Testamento, dai quali vennero tratti i testi delle letture e delle preghiere, sia i modi e le forme primitive del canto, ricalcati su quelli impiegati nelle cerimonie di culto giudaico: la cantillazione, il jubilus, l’esecuzione dei salmi. ?Nella sua irradiazione tra le popolazioni mediterranee, il nuovo culto venne a contatto con le usanze religiose e musicali delle varie regioni, e parzialmente ne fù influenzato e le assorbì. Si spiega in questo modo la formazione di differenti repertori locali che caratterizzarono i primi secoli del canto cristiano e che vennero poi unificati attraverso una lunga azione omogeneizzante, la cui paternità fu attribuita al Papa Gregorio I Magno.
I primi e principali repertori locali del canto cristiano occidentale furono il romano antico, l’ambrosiano, l’aquileiese e il beneventano in Italia; il mozarambico nella Spagna il gallico nella Gallia.? L’unico tra questi repertori che sia stato in parte conservato fino ad oggi è il canto milanese, più noto come canto ambrosiano dal nome di S. Ambrogio (339 ca. – 397), prima governatore, poi vescovo di Milano, che ne fu l’iniziatore.? A S. Ambrogio risalgono varie iniziative riguardanti il canto liturgico latino, a cominciare dalla diffusione degli inni, che erano cantati soprattutto durante le assemblee di fedeli, al tempo delle lotte contro i seguaci dell’eresia ariana. S. Ambrogio compose certamente 4 inni, forse più. Egli inoltre adottò il canto salmodico, l’esecuzione antifonica e il jubilus. Sul jubilus lasciò scritte pagine mirabili S. Agostino (354 – 430), che trascorse alcuni anni a Milano, a contatto con S. Ambrogio.?Gli altri repertori locali hanno lasciato incerte e lacunose tracce, e tra essi solo due ebbero rilevanza storica: il gallicano e il mozarabico.? Il canto gallico rimase in uso in Galiia fino all’VIII secolo; conteneva elementi celtici e bizantini e fu soppresso dagli imperatori carolingi. Il canto ispanico, che fu chiamato canto mazarabico dopo la conquista araba di parte della Spagna, aveva subìto nel V secolo l’influenza dei Visigoti (già convertiti al cristianesimo), i quali avevano in precedenza assimilato usi delle liturgie orientali.  

Publié dans:Inni, liturgia |on 30 décembre, 2012 |Pas de commentaires »

Dormizione di Maria: Inno Paràklisis

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Dormizione di Maria

Inno Paràklisis

di Papàs Gabriel Otvos

Tra le akoluthie più popolari del mondo greco, la Paràklisis della Madre di Dio occupa un posto del tutto speciale.
La Paràklisis (dal greco paràklesis /parakalèo il chiamare a sé, in aiuto; esortazione, consolazione, supplica) è un Inno di supplica in onore della Santissima Vergine. Di solito viene cantata durante la quaresima della prima quindicina di agosto ( dal 1° al 14 agosto) in preparazione alla Celebrazione della Festa della Dormizione della Madre di Dio; ma anche in ogni circostanza e periodo dell’anno può essere recitata su richiesta dei fedeli. Si usa anche chiamare il sacerdote in casa e per una necessità di famiglia cantare la paràklisis.
La festa della Dormizione (Assunzione) ebbe origine, come tante altre, in Oriente. La festa sarebbe sorta verso la metà del VI secolo e venne fissato il giorno 15 agosto. La fissazione di questa data è dovuta, secondo Niceforo Callisto (+ 1335), e da altri documenti, ad un editto dell’imperatore Maurizio (582 – 602). La festa della Dormizione si diffuse assai rapidamente. Nel corso del VII secolo verso il 620 – 630, come apparve dal discorso di Giovanni di Tessalonica sulla Dormizione, una tale festa veniva già celebrata in tutto l’Oriente.
Verso il secolo X, la festa della Dormizione diveniva, in Oriente, una delle principali feste mariane preceduta da un digiuno preparatorio, ed incominciò ad avere l’ottava. ( un tale digiuno era una specie di quaresima, di durata imprecisabile. Lo troviamo praticato in alcuni coonventi fin dal IX Secolo – PG99, 1693 – 1704).
Questa festa, fin dai primi tempi, ha sempre unanimemente costituito oggetto di impareggiabile fioritura di uno specialissimo culto mariano ed ha ispirato l’eloquenza di molti padri orientali, quali Modesto, vescovo di Gerusalemme, Andrea di Creta, Dionigi l’Areopagita, Giovanni Damasceno.
L’inno Paràklisis è attribuito proprio a San Giovanni Damasceno., uno dei più grandi cantori d’Oriente della Vergine. Le sue opere, assai numerose, si possono riassumere così : di argomento dogmatico, esegetico, ascetico , poetico. Nella prima sua omelia in onore della Dormizione e della gloriosa Assunzione di Maria, afferma chiaramente la necessità della devozione alla Vergine per salvarsi. Egli dice: “Se si celebra con lode la memoria di tutti i giusti, chi mai potrebbe non porgere la lode sua alla fonte della giustizia ed al tesoro della santità? Non già per accrescere la gloria di Lei, ma per assicurare a se stesso la gloria eterna”(PG 96, 699).
Questa akoluthia consiste in un cannone di nove odi (di S. Giovanni Damasceno ) preceduto dalla recita dei salmi 142 e 50. Dopo la VI ode si legge il Vangelo (Lc. 1, 39 – 46), la pericope della visita di Maria ad Elisabetta. A conclusione del canone si cantano i megalinari. L’intera akoluthia è dominata da un senso di accorato dolore. L’angoscia della vita, l’inquietudine, i pericoli, i mali fisici e spirituali che si abbattono sull’uomo, sono occasione di questa preghiera fiduciosa nell’intercessione della Madre di Dio.
In questi quattordici giorni si osserva il digiuno ; dopo il 15 agosto, vi è un prolungamento della festa, ed il 23 ha luogo la chiusura.
“E’ impossibile onorarti quanto lo meriteresti. Se le sacre Lettere ci insegnarono che l’onore reso ai conservi dimostra l’amore verso il comune Signore, quale zelo sarà mai soverchio per onorare te, che partoristi il Signore? Come non coltivarlo? Come non preferirlo perfino al necessario respiro, poiché ci vale la vita?” (PG 96, 699)

Inno a Dio Creatore delle acque

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Inno a Dio Creatore delle acque

Articolo di Lilly pubblicato il 9/5/2009

Quando sulla rive di una spiaggia, ammiro e contemplo la vastità del mare e il mistero delle acque, mi elevo a Te, Dio sapiente, che le hai create e Ti proclamo grande per le tue opere meravigliose.

Chi crede in me…fiumi d’acqua vive sgorgheranno dal suo seno (Gv 7,38-39)

Ti benedico, Dio vivente,
creatore del mare e di ogni genere di acque.
Ti benedico, Sapienza,
che nelle acque hai deposto l’energia vitale per la terra.
Ti benedico, Potenza,
che hai creato l’incalcolabile numero delle acque.
Ti benedico, Vita,
che mediante l’acqua dai vita agli uomini,agli animali, alle piante.
Ti benedico, Provvidenza,
che dai l’acqua anche ai cattivi a dimostrazione della Tua bontà.
Ti benedico, Mistero,
ben più nascosto degli abissi sconosciuti dei mari.
Ti benedico, Mare soprannaturale dell’essere,
ripieno di giudizi come un mare profondo.
Ti benedico, Acqua di Sapienza,
che disseti le nostre anime come l’acqua disseta i nostri corpi.
Ti benedico, Padre degli esseri,
che fai della trasparenza dell’acqua un segno della tua semplicità.
Ti benedico, ideatore dell’acqua,
prodigio della tua intelligenza.

Ti benedico,

Dio onnipotente, creatore del cielo e della terra.

Publié dans:Inni |on 1 août, 2012 |Pas de commentaires »

Il Te Deum, canto della gratutudine e della speranza (Dionigi Tettamanzi)

dal sito:

http://www.liturgiagiovane.it/  

Il Te Deum, canto della gratutudine e della speranza 
 
Omelia del Cardinale – Autore: Dionigi Tettamanzi 

«Ti benedica il Signore e ti protegga. Il Signore faccia brillare il suo volto su di te e ti sia propizio» (Numeri 6,14-25).
 
Carissimi, è con questa benedizione, rivolta dai sacerdoti al popolo degli Israeliti, che la liturgia della Chiesa conclude questo anno e apre l’anno nuovo.
 
È una benedizione che dice la vicinanza di Dio non solo al popolo eletto ma all’intera umanità, e dunque anche a ciascuno di noi. Si tratta di una vicinanza del tutto inimmaginabile da noi uomini, ma che Dio nel suo immenso amore ha voluto: vicinanza assolutamente straordinaria, insieme sconcertante e affascinante. È quella del mistero del Natale: Dio si fa uomo e all’uomo viene data l’inaudita possibilità di divenire figlio di Dio: «Dio – ci ricorda l’apostolo Paolo – mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli» (Galati 4,4-5).
 
 Riviviamo, come Chiesa, la gioia e la lode dei pastori di Betlemme
La Chiesa ci invita a prolungare la nostra contemplazione del Natale, a rivivere nel nostro cuore l’esperienza spirituale dei pastori che, in risposta all’annuncio dell’angelo circa la nascita di Gesù, «andarono senz’indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, che giaceva nella mangiatoia» (Luca 2,16). Quel bambino è l’Emmanuele, il Dio-con-noi, il Dio che si è fatto uomo. Un’esperienza intessuta di grande gioia e di lode a Dio: «I pastori poi se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro» (2,20).
Gioia grande e lode a Dio sono anche i sentimenti che devono riempire il nostro animo di credenti in questa celebrazione eucaristica di fine d’anno. Siamo chiamati a dire con la voce, il cuore e la vita il nostro “grazie” a Dio per il dono vivo e personale che ci ha elargito: il dono del Figlio, un dono che è fonte e compimento di tutti gli altri doni con i quali l’amore di Dio colma la nostra esistenza quotidiana: quella di ciascuno di noi, delle singole famiglie, delle nostre comunità, della Chiesa e del mondo. Il canto del Te Deum, che oggi risuona nelle Chiese di ogni parte della terra, vuole essere un segno della gratitudine gioiosa che rivolgiamo a Dio per tutti i doni che ci ha offerto in Cristo. Davvero «dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia» (Giovanni 1,16).
Vorrei ora esprimere i motivi di ringraziamento circa la vita della nostra Diocesi, in riferimento all’anno che questa sera si chiude, alla luce di tre parole dal forte contenuto ecclesiale: “comunione”, “missione”, speranza”.
La comunione costituisce l’essenza stessa della Chiesa: essa è costituita da coloro che, accogliendo la parola di Cristo e il suo Spirito vivificante, diventano figli del Padre ed entrano così nella misteriosa comunione d’amore della Trinità beata. Per questo la Chiesa è segno di comunione per tutti: come ci ricorda il Concilio, la Chiesa «è in Cristo come sacramento, cioè segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano» (Lumen gentium, 1).
All’interno della Chiesa particolare, poi, la comunione si realizza pienamente quando giunge a generare al suo interno collaborazione e corresponsabilità. L’agire stesso della Chiesa, cioè la sua missione, scaturisce infatti dalla comunione per allargarsi al cuore del mondo e porta frutto nella misura in cui si attua secondo la triade inscindibile di comunione-collaborazione-corresponsabilità.
La missione poi, specie nel momento presente, consiste nel portare una parola di speranza agli uomini e alle donne di oggi. Lo ha ricordato il Santo Padre nella sua splendida enciclica Spe salvi: «La speranza in senso cristiano è sempre anche speranza per gli altri. Ed è speranza attiva, nella quale lottiamo perché le cose non vadano verso “la fine perversa”. È speranza attiva proprio anche nel senso che teniamo il mondo aperto a Dio. Solo così essa rimane anche speranza veramente umana» (n. 34).
Motivi di rendimento di grazie e prospettive di impegno
Alla luce delle tre parole comunione-missione-speranza vorrei ricordare alcuni avvenimenti per cui sento il dovere e la gioia di ringraziare con voi il Signore e prospettare, insieme, alcuni impegni che ci aspettano per il 2008.
1.   Anzitutto la “visita ad limina” che ha riguardato insieme le dieci Diocesi lombarde. È stata un evento di comunione che non ha coinvolto solo i Vescovi, ma anche, attraverso un folto pellegrinaggio, le intere Chiese di Lombardia, raccolte intorno al Papa.
Indimenticabili l’incontro personale dei Vescovi con Benedetto XVI e le sue parole rivolte a tutti i pellegrini lombardi nella basilica di San Pietro. Parole impegnative, ma di grande speranza, che ci hanno richiamato a rilanciare la ricca tradizione cristiana delle nostre terre, annunciando il Vangelo con fiducia e coraggio. Ha detto il Santo Padre: «Ho visto nel colloquio con voi, cari Fratelli nell’Episcopato, come la Chiesa in Lombardia è realmente una Chiesa viva, ricca del dinamismo della fede e anche di spirito missionario, capace e decisa a trasmettere la fiaccola della fede alle future generazioni e al mondo del nostro tempo».
2.   Un secondo avvenimento per cui vorrei ringraziare il Signore è il pellegrinaggio diocesano in Terra Santa (12-19 marzo). Occasionato dal ricordo degli ottant’anni del Card. Carlo Maria Martini e dai cinquant’anni della mia ordinazione sacerdotale, è stato un’esperienza molto intensa di comunione tra noi, di profondo contatto con la terra benedetta che custodisce la memoria viva della nascita, della vita e della morte e risurrezione del Signore Gesù. Siamo tornati a casa carichi di speranza e pronti a riprendere con fiducia l’impegno di evangelizzazione. Possiamo ben dire che quello che abbiamo udito, visto, udito, toccato sentiamo di doverlo annunciare agli altri perché entrino nella comunione con il Padre e il Figlio e lo Spirito (cfr. 1Giovanni 1,1-4).
3.   Un’esperienza simile ci attende il prossimo mese di giugno 2008, con  il pellegrinaggio diocesano a Lourdes nell’anno giubilare dell’apparizione della Vergine a Bernadette (1858) e nel cinquantesimo anniversario del pellegrinaggio promosso dall’Arcivescovo Montini a conclusione della Missione di Milano del 1957. Maria Santissima, che «di speranza è fontana vivace» (cfr. Paradiso, canto XXXIII), ci aiuti ad affrontare con fiducia e coraggio la missione di annunciare il Vangelo agli uomini e alle donne del nostro tempo.
4.   Vorrei anche ricordare, per il suo alto significato ecumenico, il pellegrinaggio in Russia previsto per i sacerdoti alla fine del prossimo mese di agosto. Nel mio indimenticato incontro con il Patriarca Alessio II nell’autunno del 2006, era nato il desiderio forte di coinvolgere anche i preti in una intensa esperienza di comunione tra la Chiesa ambrosiana e la Chiesa ortodossa russa.
Sono convinto che il cammino ecumenico, oltre alle iniziative di vertice, deve dar vita in continuità a iniziative locali di reciproca conoscenza e a segni concreti di comunione, che aprano alla speranza della piena unità di tutti i credenti in Cristo e li rendano nel mondo attuale testimoni più credibili del Vangelo. Come scriveva Giovanni Paolo II, “l’unità dei cristiani è un problema essenziale per la testimonianza evangelica nel mondo” (Tertio millennio adveniente, n. 34).    
5.   Un altro motivo di ringraziamento nasce dal percorso pastorale triennale che la nostra Diocesi sta vivendo: “L’amore di Dio è in mezzo a noi. La missione della famiglia a servizio del Vangelo”. Vorrei in particolare ringraziare il Signore perché le nostre comunità non si sono chiuse in se stesse, ma con disponibilità e capacità inventiva si sono messe in ascolto delle famiglie, anche di chi vive situazioni di fatica negli affetti e nelle relazioni. L’ascolto chiede apertura, sintonia, comunione. Se è vero e profondo, l’ascolto è sempre un’esperienza arricchente, che lega le persone, non le lascia sole nei loro problemi, ma le incoraggia, le apre alla speranza. Solo chi sa ascoltare è capace anche di annunciare e di dare speranza.
Mentre ringrazio il Signore, lo prego intensamente perché ci aiuti a continuare in questo stile di accoglienza e di ascolto “secondo la misura del cuore di Cristo”. È  uno stile che si rivela decisivo per la seconda e la terza tappa del percorso pastorale, dedicate alla traditio fidei et amoris nelle famiglie, con una specifica attenzione alla pastorale del battesimo, e alla missione della famiglia “anima del mondo” nelle realtà terrene e temporali, nei diversi ambienti della vita sociale. 
6.   Un’altra ragione per dire “grazie” a Dio proviene dal rinnovamento pastorale della nostra Chiesa. Pur con le inevitabili difficoltà e fatiche, possiamo constatare che l’impegnativo sforzo per un’articolazione più comunionale e missionaria delle nostre parrocchie, mediante una “pastorale d’insieme” che ha nelle “comunità pastorali” il modello di riferimento, si sta progressivamente realizzando.
Questo ci apre alla speranza per il futuro. Come ho ricordato nell’omelia della solennità di San Carlo, intendiamo affrontare la sfida per il calo numerico dei sacerdoti con un generoso impegno di rinnovamento pastorale, evitando ogni atteggiamento di lamentela o di sconforto, bensì raccogliendo dalle stesse difficoltà l’appello per una vera conversione evangelica all’insegna della fiducia e della speranza nel Signore.
7.   Nella stessa linea ringrazio il Signore e imploro la sua grazia per le scelte impegnative che la nostra Diocesi sta assumendo in un triplice campo: in quello della iniziazione cristiana, oggi chiamata a cambiare profondamente per obbedire all’antico principio “Cristiani non si nasce, si diventa” (Tertulliano, Apologetico 18,4); nel campo poi della formazione dei sacerdoti, con l’avvio di una nuova modalità di destinazione dei diaconi e dei presbiteri novelli, pensata in un’ottica di comunione e di missionarietà; nel campo, infine, della presenza dei cristiani nel mondo della scuola e della cultura.  
8.   Che la nostra Chiesa nella sua vastità e nelle sue articolazioni sia in cammino, lo sto constatando attraverso la visita pastorale decanale, che ha già coinvolto quattordici decanati e che nel prossimo anno – ed è una prospettiva per cui chiedo di pregare – si svolgerà con un ritmo ancora più intenso. Ho cercato di condensare in poche pagine la ricca esperienza che sto vivendo nelle “lettere” conclusive della visita, indirizzate alle comunità nel loro insieme e ai diversi operatori pastorali. In queste lettere, oltre a indicazioni particolari legate alle singole situazioni, ripropongo con forza le fondamentali istanze della comunione e della missione, con l’appello prioritario ad affrontare – da parte di tutti e in particolare dei laici – un intenso cammino di formazione spirituale e culturale.  
9.   Altro segno di vivacità ecclesiale della nostra Diocesi, di cui vorrei rendere grazie con voi al Signore, è stata la nomina episcopale di ben sei nostri sacerdoti. Anche questo gioioso avvenimento è stato caratterizzato dalla comunione e dalla missione. Comunione: anzitutto con il Santo Padre, che ha così manifestato attenzione e apprezzamento alla nostra Chiesa ambrosiana e ha consacrato due vescovi per il servizio alla Santa Sede; e comunione con due Chiese particolari, a cui abbiamo donato i nuovi pastori. Missione: i due nuovi vescovi ausiliari che ho chiesto per la nostra arcidiocesi sapranno dare nuovo slancio all’impegni pastorale e culturale.
Vorrei leggere queste nomine episcopali come invito a tutti nel proseguire in quella che, nel giorno del mio ingresso in Diocesi, chiamavo “una grande preghiera per le vocazioni”: “preghiera fiduciosa, costante, personale e comunitaria che, come onda benefica, attraversi e coinvolga attivamente i seminari, le comunità parrocchiali, i gruppi, le famiglie, gli anziani, gli ammalati, ogni singola persona”. Anche la nostra Chiesa, non meno delle altre, ha bisogno di vocazioni sacerdotali, diaconali, nelle varie forme di vita consacrata, nella vita matrimoniale e nelle diverse modalità di impegno laicale.
10. Un altro motivo di ringraziamento, in quest’anno che ha visto la celebrazione del cinquantesimo dell’enciclica Fidei donum di Pio XII, è stato il deciso incremento di presenza in diversi Paesi di sacerdoti, diaconi, famiglie e consacrate provenienti dalla nostra Diocesi. In un momento di difficoltà e di crisi per le vocazioni, la nostra Chiesa ha scommesso e scommette in modo convinto sulla missione e sulla comunione con le diverse Chiese presenti nel mondo, ben sapendo che il Signore non si lascia vincere in generosità.
In particolare vorrei richiamare la luminosa testimonianza di P. Giancarlo Bossi del PIME: la sua liberazione e il suo desiderato ritorno nelle Filippine sono per tutti noi motivo di ringraziamento al Signore e di rinnovato impegno missionario.
11. Dovrei ora aprire un nuovo capitolo, le cui pagine sono un invito al rendimento di grazie al Signore e insieme a vivere la speranza operosa nelle situazioni difficili e pesanti della vita. È il capitolo che vede la presenza della comunità cristiana – in particolare dei gruppi, delle famiglie, delle singole persone – che annuncia il Vangelo e lo rende credibile attraverso le numerose e varie opere di carità e giustizia al servizio della società, soprattutto a favore di quanti fanno, spesso quotidianamente, l’esperienza dura della fragilità: i poveri, i malati, i sofferenti, i senza lavoro e senza casa, i disagiati, gli emarginati, i rifiutati, i disperati.
Riprendendo il discorso della vigilia di sant’Ambrogio rivolto alla città, vorrei riaffermare “il (mio) bisogno di ringraziare di cuore quanti si sono impegnati, in questi mesi, pur in mezzo a tante difficoltà e incomprensioni, per creare nuove condizioni di convivenza e di legalità con i Rom che vivono a Milano, sia all’interno delle istituzioni, sia operando nelle varie organizzazioni caritative e umanitarie. Si tratta di una testimonianza cristiana e civile forte in un contesto di contrasto, da un lato, e di disimpegno, dall’altro, di molti che potevano fare di più. Una testimonianza non astratta e fuori della storia, ma in grado di avviare un’inclusione nella legalità, che diventa dono per tutti e risposta non secondaria alla domanda di sicurezza legittimamente posta da una città spaventata e preoccupata anche per i segnali sconfortanti che vengono dalla cronaca quotidiana”.
Sempre quel discorso attirava l’attenzione sulla città “invisibile”, abitata da poveri “invisibili”, per un sussulto di responsabilità sociale verso i più bisognosi. Dicevo: “C’è una città che “appare”, la città dei grandi progetti, delle luci, delle vetrine; ma c’è una città forse un po’ più piccola, un po’ più invisibile, che magari vorremmo nascondere. Non ignoriamola, anzi abbiamo il giusto coraggio di ripartire da qui. Ripartiamo dalla città degli invisibili, ciascuno dei quali è persona…”.
Apriamo dunque il nuovo anno con una più grande speranza, che vogliamo implorare dal Signore, nella convinzione che la sua è una speranza generata dalla fede e destinata a fruttificare sentimenti e opere di amore, e dunque di accoglienza e di solidarietà.
 
Preghiamo, umili e fiduciosi, con le parole del Te Deum:
Pietà di noi, Signore,
pietà di noi.
Tu sei la nostra speranza,
non saremo confusi in eterno.
 
+ Dionigi card. Tettamanzi
Arcivescovo di Milano

Publié dans:Arcivecovi e Vescovi, Inni, liturgia |on 29 novembre, 2011 |Pas de commentaires »

L’IMPORTANZA DELL’ALLELUIA

dal sito:

http://osbnorcia.org/2011/04/23/the-importance-of-alleluia/?lang=it

L’IMPORTANZA DELL’ALLELUIA

AUTORE:

Fr. Cassian Folsom, O.S.B.

DATA LITURGICA EF: Vigilia Paschalis

Con il canto del  triplice Alleluia, la Chiesa proclama la Risurrezione di Cristo ed esorta tutti i fedeli a celebrare il Signore, perché è buono, perché eterna è la sua misericordia (Sal 117:1).  L’Alleluia è uno dei simboli più importanti del Cristo Risorto – così importante che la Chiesa ha creato tutta una serie di gesti liturgici per sottolineare il suo ruolo privilegiato.
L’attenzione particolare alla parola “Alleluia” comincia già all’inizio della Settuagesima.  Alla fine dei Primi Vespri, il Benedicamus Domino con il consueto Alleluia viene cantato secondo il tono pasquale.  E da quel momento fino alla Veglia Pasquale, l’Alleluia viene sospeso.  Per nove lunghe settimane non lo sentiamo più, e sostituiamo il canto dell’Alleluia con un’altra frase (Laus tibi Domine, Rex aeternae gloriae).  Durante questo periodo, sentiamo la mancanza dell’Alleluia, e questa mancanza ha come obiettivo quello di aumentare il nostro desiderio per la Pasqua.  San Benedetto esorta i monaci ad attendere la santa Pasqua con la gioia del desiderio spirituale (RB 49:7), e la sospensione dell’Alleluia è un modo concreto di rafforzare questo desiderio.  Nel medioevo, c’erano canti speciali e riti particolari per congedare l’Alleluia in previsione del suo ritorno al momento della Veglia Pasquale.  In alcune tradizioni monastiche, si scriveva la parola “Alleluia” su una pergamena, la si depositava in un contenitore speciale, e in una cerimonia para-liturgica, si nascondeva lo scrigno in uno dei locali del monastero, o addiritura  si sepelliva l’Alleluia in un luogo particolare.
Successivamente aveva inizio il lungo periodo di attesa.  La Veglia di questa santa notte non è un elemento isolato dall’insieme delle usanze quaresimali, ma i suoi elementi caratteristici sono presenti fin dall’inizio.  Il periodo della sospensione dell’Alleluia è lungo.  C’è tempo per riflettere.  E’ un periodo di gestazione spirituale, di maturazione.  E’ un tempo di purificazione e conversione.  Il tempo non si può affrettare, si deve aspettare la Pasqua con pazienza, ma allo stesso tempo con uno slancio di desiderio spirituale.  Durante questo periodo, comprendiamo meglio le parole del profeta Geremia: “E’ bene aspettare in silenzio la salvezza del Signore” (Lam 2, 26).
La Veglia Pasquale, che stiamo per celebrare, completa questo lungo periodo di attesa, e quando arriva il momento giusto la Chiesa irrompe di gioia e intona solennamente l’Alleluia – non soltanto una volta, che sarebbe troppo poco, ma tre volte, per indicare la pienezza della gioia.  L’Alleluia, sospeso per tanto tempo, è ormai restituito alla Chiesa, e lo cantiamo con slancio e grande entusiamo.  Qual è il motivo della nostra gioia?  Cristos anesti!  Alethos anesti!  Cristo è risorto, è veramente risorto, con la morte calpestando la morte, e ai morti nei sepolcri donando la vita.  Tutto è nuovo!  Nel Vangelo, si vede chiaramente che l’avvenimento della risurezzione fu totalmente inaspettato.  Le donne vengono alla tomba per motivi di lutto. Per loro, l’annuncio dell’Angelo è motivo di spavento, proprio perché la risurrezione del Signore va oltre ogni categoria dell’esperienza umana.  Ma quando i discepoli incontrano il Signore Risorto — e mentre, pian piano, si rendono conto del significato di questa nuova realtà — arde loro il cuore nel petto, e una nuova fonte di amore zampilla nei loro cuori al punto che devono esprimersi non in povere parole, ma in canto: Alleluia!  Sant’Agostino osserva che “cantare amantis est” – è caratteristico degli inamorati di cantare.  E i discepoli sono come gli inamorati, pieni di gioia indicibile.  L’alleluia è il cantico nuovo della risurrezione.
Le nostre emozioni, però, sono effimere, e hanno bisogno di essere rafforzate.  San Benedetto, proprio per gettare le fondamenta di una gioia duratura, prescrive che l’Alleluia debba essere cantanto per tutto il periodo che intercorre tra il giorno di Pasqua e la Pentecoste.  Poi, San Benedetto spiega che oltre alla Pasqua annuale, c’è una Pasqua settimanale, cioè ogni domenica – e la domenica è un tempo privilegiato per cantare l’Alleluia.  Inoltre, c’è un ricordo pasquale giornaliero, perché si canta l’Alleluia come antifona ai salmi del secondo notturno del Mattutino ogni giorno.  Tutta la vita del monaco è quindi sigillata dalla Pasqua.
C’è una sequenza antica in cui l’Alleluia viene personificato, e l’inno si rivolge a questo simbolo di Cristo Risorto con l’esclamazione: “Alleluia, dolce carme, voce di gioia perenne!  Alleluia, lode soave, melodia dei cori celesti” (cf. Guéranger, The Liturgical Year, v.4, p.114).  Uniamo la nostra voce alla lode degli angeli, e cantiamo il nostro inno a Cristo Risorto con tutto il cuore e con tutta l’anima: Alleluia!

Publié dans:Inni, liturgia |on 25 août, 2011 |Pas de commentaires »

INNI LITURGICI PER LA SOLENNITA’ DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO

dal sito:

http://www.figliedellachiesa.org/Default.aspx?itemid=188318&pageid=page12536

INNI LITURGICI PER LA SOLENNITA’ DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO

O Roma felix, quæ tantórum príncipum

Santi Pietro e Paolo, apostoli, ai Secondi Vespri -  Autore: san Paolino II di Aquileia (?)
 
O Roma felix, quæ tantórum príncipum
es purpuráta pretióso sánguine!
Excéllis omnem mundi pulchritúdinem
non laude tua, sed sanctórum méritis,
quos cruentátis iugulásti gládiis.

Vos ergo modo, gloriósi mártyres,
Petre beáte, Paule, mundi lílium,
cæléstis aulæ triumpháles mílites,
précibus almis vestris nos ab ómnibus
muníte malis, ferte super æthera.

Glória Patri per imménsa sæcula,
sit tibi, Nate, decus et impérium,
honor, potéstas Sanctóque Spirítui;
sit Trinitáti salus indivídua
per infiníta sæculórum sæcula. Amen.
 
1. O Roma felice, in quanto macchiata di rosso dal sangue prezioso di così grandi principi! [Tu] eccelli su ogni bellezza del mondo non per tua lode, ma per meriti dei santi che uccidesti con spade sanguinarie.
2. Voi, dunque, subito, o gloriosi martiri, Pietro beato, Paolo, giglio del mondo, soldati trionfanti della corte del cielo, difendeteci da tutti i mali, con le vostre vitali preghiere, portate[ci] in cielo.
3. Sia gloria al Padre per i secoli eterni, a te, Figlio, onore ed imperio, rispetto, potestà anche allo Spirito Santo: un unico saluto sia alla Trinità, per gli infiniti secoli dei secoli. Amen.

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Aurea luce
 
Santi Pietro e Paolo, apostoli, ai Primi Vespri – Autore: anonimo del VIII-IX secolo
 
 Aurea luce et decóre róseo,
lux lucis, omne perfudísti sæculum,
décorans cælos ínclito martýrio
hac sacra die, quæ dat reis véniam.
 
Iánitor cæli, doctor orbis páriter,
iúdices sæcli, vera mundi lúmina,
per crucem alter, alter ense triúmphans,
vitæ senátum laureáti póssident.
 
O Roma felix, quæ tantórum príncipum
es purpuráta pretióso sánguine,
non laude tua, sed ipsórum méritis
excéllis omnem mundi pulchritúdinem.
 
Olívæ binæ pietátis únicæ,
fide devótos, spe robústos máxime,
fonte replétos caritátis géminæ
post mortem carnis impetráte vívere.
 
Sit Trinitáti sempitérna glória,
honor, potéstas atque iubilátio,
in unitáte, cui manet impérium
ex tunc et modo per ætérna sæcula. Amen.
 
1. O luce della luce, [tu] hai pervaso tutto il mondo con luce dorata e rosea bellezza, abbellendo i cieli con un inclito martirio in questo sacro giorno, che dà il perdono ai peccatori.
2. Il guardiano del cielo e insieme il dottore dell’orbe, giudici del tempo, veri luminarii del mondo, l’uno attraverso la croce, l’altro trionfando per la spada, entrano a far parte del senato del cielo, incoronati d’alloro.
3. O Roma felice, in quanto macchiata di rosso dal sangue prezioso di così grandi principi, non per tua lode, ma per i loro meriti eccelli su ogni bellezza del mondo.
4. Duplici olivi, dall’unica pietà, dopo la morte della carne ottenete[ci] di vivere devoti per la fede, massimamente robusti nella speranza, riempiti dalla sorgente della carità di entrambi.
5. Alla Trinità sia gloria eterna, onore, forza e grida di gioia, nell’unità: a Lei spetta il regno nel passato, nel presente e nei secoli eterni. Amen.

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Felix per omnes festum mundi cárdines

Santi Pietro e Paolo, apostoli, all’Ufficio delle Letture  -  Autore: Paolino II di Aquileia (?)
 
Felix per omnes festum mundi cárdines
apostolórum præpóllet alácriter,
Petri beáti, Pauli sacratíssimi,
quos Christus almo consecrávit sánguine,
ecclesiárum deputávit príncipes.
 
Hi sunt olívæ duæ coram Dómino
et candelábra luce radiántia,
præclára cæli duo luminária;
fórtia solvunt peccatórum víncula
portásque cæli réserant fidélibus.
 
Glória Patri per imménsa sæcula,
sit tibi, Nate, decus et impérium,
honor, potéstas Sanctóque Spirítui;
sit Trinitáti salus indivídua
per infiníta sæculórum sæcula. Amen.

1. Per tutta l’estensione della terra si estende vivacemente la beata festa degli apostoli, del beato Pietro e del sacratissimo Paolo, che Cristo ha consacrato, con il sangue vivificante, [e] scelse come principi delle chiese.
2. Questi sono i due olivi davanti al Signore e i [due] candelabri radianti di luce, i due luminari più illustri del cielo; sciolgono i saldi legami dei peccatori e dischiudono ai fedeli le porte del cielo.
3. Sia gloria al Padre, per i secoli infiniti, a te, o Figlio, rispetto e imperio, onore e potenza anche allo Spirito Santo; un unico saluto sia alla Trinità indivisa per gli infiniti secoli dei secoli. Amen.

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Apostolórum pássio
 
Santi Pietro e Paolo, apostoli, alle Lodi mattutine  -  Autore: Sant’Ambrogio

Apostolórum pássio
diem sacrávit sæculi,
Petri triúmphum nóbilem,
Pauli corónam præferens.
 
Coniúnxit æquáles viros
cruor triumphális necis;
Deum secútos præsulem
Christi coronávit fides.
 
Primus Petrus apóstolus;
nec Paulus impar grátia,
electiónis vas sacræ
Petri adæquávit fidem.
 
Verso crucis vestígio
Simon, honórem dans Deo,
suspénsus ascéndit, dati
non ímmemor oráculi.
 
Hinc Roma celsum vérticem
devotiónis éxtulit,
fundáta tali sánguine
et vate tanto nóbilis.
 
Huc ire quis mundum putet,
concúrrere plebem poli:
elécta géntium caput
sedes magístri géntium.
 
Horum, Redémptor, quæsumus,
ut príncipum consórtio
iungas precántes sérvulos
in sempitérna sæcula. Amen.
_____________
 
1. La passione [il martirio] degli Apostoli rese sacro questo giorno nel tempo, presentando il nobile trionfo di Pietro e la corona di Paolo.
2. Il sangue di una morte trionfale unì [questi] uomini eguali; la fede di Cristo incoronò [loro] che avevano seguito Dio come guida.
3. Pietro è il primo degli apostoli; ma Paolo pari per grazia, vaso di sacra elezione, eguagliò la fede di Pietro.
4. Simone sale per essere appeso al vessillo della croce capovolto, dando onore a Dio, senza dimenticare la predizione data[gli].
5. Da qui Roma innalzò il vertice alto della devozione, fondata da tal sangue e nobilitata da così grande vate.
6. Qualcuno potrebbe credere che qui accorra tutto il mondo e le moltitudini del cielo: la capitale delle genti è eletta a sede del maestro delle genti.
7. O Redentore ti preghiamo: congiungi insieme a questi principi i [tuoi] servi che ti supplicano nei secoli eterni. Amen.

Publié dans:Inni, San Paolo, San Pietro |on 28 juin, 2011 |Pas de commentaires »

Meditazione sulla Sequenza di Pentecoste o « aurea » [Molte parti di questa meditazione sono state tratte da "VIENI SANTO SPIRITO" di Giuseppe Manzoni]

dal sito:

http://www.pozzodigiacobbe.it/Home/Spirito_Santo/meditazioneSequenza.html

Meditazione sulla Sequenza di Pentecoste o « aurea »

[1. Molte parti di questa meditazione sono state tratte da "VIENI SANTO SPIRITO" di Giuseppe Manzoni ED. DEHONIANE ROMA a cui si rimanda per un maggiore approfondimento.]

Introduzione

La sequenza della Pentecoste fu chiamata « aurea » per la ricchezza del pensiero, per la grande devozione, per la bellezza poetica. Fu composta fra il 1150 e il 1250, forse da Stefano Langton, contemporaneo di Lotario dei conti di Segni, nato nel 1161, cardinale a 27 anni, papa a 37, nel 1198, col nome di Innocenzo III.
Ci sono, comunque, diversi critici che attribuiscono a Innocenzo III il Veni, Sancte Spiritus.
Meditiamo la’sequenza aurea’.

Vieni, Santo Spirito
manda a noi dal cielo
un raggio della tua luce

« Vieni, Santo Spirito », così inizia la sequenza della Pentecoste, chiamata « aurea » per la preziosità del pensiero teologico e biblico, la grandezza devozione, la bellezza poetica.

L’inizio della sequenza è caratterizzato dal quadruplice invito delle prime due strofe: « Vieni, vieni, vieni, vieni ».
Non sorge spontaneo, nella recita, l’ implorazione dell’effusione dello Spirito, un rinnovato battesimo, una nuova Pentecoste?
Il verbo « venire », ci ricorda la figura del Cristo che, incarnato, viene a noi (cf. Gv 1, 14) e dello Spirito « Paraclito »:  » Colui che chiamato, viene a noi », si effonde su di noi, penetra in noi? Così nell’incarnazione (Lc 1, 35) e nell’eucaristia con le due epiclesi: invocazioni al Padre perché effonda lo Spirito che trasforma il pane e il vino nel Cristo (prima epiclesi) e trasforma i nostri cuori, perché siano degni della comunione eucaristica (seconda epiclesi).
L’ implorazione inizia insistentemente, « vieni, vieni, vieni, vieni », si realizza così la promessa di Gesù di inviarci un altro Consolatore che « rimanga sempre con noi per sempre » (Gv 14,17; 14,26; 16;14).

« un raggio della tua luce ».
La « luce » è in rapporto diretto con la « vita »; è la prima realtà creata da Dio: « Sia la luce! » (Gen 1, 3).
Con la luce la bellezza del creato si mostra a noi. Nella luce abbiamo modo di vedere le cose, gustiamo i colori, la vita ci si presenta in tutto il suo splendore. In opposizione alla luce, nelle tenebre della notte tutto è nascosto, tutto si nasconde e tace. Alla luce dell’alba le creature si risvegliano e, se ne abbiamo fatto l’esperienza, possiamo ricordarne l’esplosione di gioia, tutto brilla e canta in allegria. Giovanni nel prologo dice del Verbo:  » In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini » (Gv 1, 4). Quando nasce un bambino, diciamo che è venuto alla luce.

Vieni padre dei poveri,
vieni, datore dei doni
vieni, luce dei cuori.

La preghiera autentica è animata da tante virtù, prima fra tutte la carità, quindi la fiducia, l’abbandono, la speranza, l’umiltà; con la preghiera, dinanzi a Dio ci riconosciamo bisognosi di aiuto, poveri. Il superbo, l’orgoglioso, l’egoista rifuggono la preghiera. Nella triplice invocazione, possiamo anche intravedere un appello alla presenza delle Persone trinitarie:

Vieni padre dei poveri! Lo Spirito procede dal Padre poiché « ogni buon regalo e ogni dono perfetto proviene dall’alto e discende dal Padre della luce  » (Gc 1,17).

Vieni, datore dei doni! Lo Spirito procede anche dal Figlio, per mezzo del quale « tutto è stato fatto », afferma S.Giovanni nel prologo, « e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste » (Gv 1,3)

Vieni, luce dei cuori! Lo Spirito è luce dei cuori, perché è « Spirito di verità » (Gv 14,17). Interior intimo meo, afferma S. Agostino, « Più intimo del mio intimo »; ci guida « alla verità tutta intera » (Gv 16,13) e ci ricorda tutto ciò che Gesù ci ha detto (cf. Gv 14,26), aiutandoci a realizzarlo nella nostra vita.

Consolatore perfetto,
ospite dolce dell’anima,
dolcissimo sollievo.

La vera consolazione viene solo da Dio. Lui è la roccia sicura ove rifugiarsi nei momenti della grande sventura. Dio, non solo dà sollievo al cuore, ma dà forza (conforto nel senso etimologico della parola), trasforma il cuore, libera e salva. « Ti amo, Signore, mia forza, – Signore, mia roccia, mia fortezza, mio liberatore, mio Dio, mia rupe, in cui trovo riparo; mio scudo e baluardo, mia potente salvezza » (Sal 18 (17), 2-3). Dio non elimina la nostra sofferenza, ma ce ne fa scoprire il significato misterioso e profondo.

Ospite dolce dell’anima!
Ha un particolare sapore di Paradiso. « Dio ci ha fatto dono del suo Spirito » ( 1Gv 4, 13). « E dove c’è lo Spirito del Signore c’è la libertà » (2Cor 3, 17); liberi dal rifiuto all’Amore, il peccato; ricolmi di gioia, di pace, di speranza, di vita, pregustiamo il Paradiso. La dolcezza dell’ospitalità di Dio la esprime nell’anima specialmente lo Spirito Santo; la esprime come un’esperienza profonda di pace, di gioia, di bontà, che scoglie ogni durezza di cuore, placa ogni turbamento e inquietudine, allieva il peso della croce e dona la gioia nel dolore. Scomparsa ogni paura, ogni tristezza, ogni angoscia, l’anima può realmente dire allo Spirito: « Dolcissimo sollievo…Dolcissimo sollievo! ».

Nella fatica, riposo
nella calura, riparo
nel pianto, conforto.

Abbiamo, sinora, parlato degli aspetti positivi e dolcissimi, del battesimo dello Spirito o effusione dello Spirito, ora consideriamo la debolezza umana: la fatica quotidiana, l’ardore delle passioni, il pianto della prova e del dolore. Considerando queste realtà, scaturiscono spontanee le implorazioni allo Spirito: Nella fatica, riposo, nella calura, riparo, nel pianto, conforto. Sentiamo in queste parole, l’eco delle parole di Gesù: « Venite a me voi tutti che siete affaticati ed oppressi, e io vi ristorerò » (Mt 11, 28). Noi siamo spesso stanchi ed affaticati sul piano morale e spirituale. Gesù ci ristora con la sua presenza, il ritrovarlo nella celebrazione dell’Eucaristia, nei sacramenti ci dà la forza di riposare. Nel pianto della nostra miseria morale nel confessionale, ci soccorre con la sua misericordia, ci conforta e ci rialza . Ricordiamo che l’umiltà è la via della carità. Farsi piccoli, essere poveri in spirito è attirare la compiacenza di Dio. « Su chi volgerò lo sguardo? Sull’umile e su chi ha il cuore contrito  » (Is 66, 2). « Chiedete e troverete…bussate e vi sarà aperto » (Mt 7, 7): il mistero della preghiera insistente, perseverante!…non perché pensiamo di essere esauditi per le molte preghiere; ma per la virtù che la preghiera ci fa esercitare: la fiducia, la speranza, la carità, l’umiltà. (cf. Lc 11, 5-8).

O luce beatissima,
invadi nell’intimo
il cuore dei tuoi fedeli.

E’ un’implorazione che sale dalle tenebre, nelle quali, senza la luce e la forza dello Spirito, siamo spesso sommersi. Brancoliamo nel buio di dubbi e di problemi non risolti; esperimentiamo il doloroso vuoto del cuore, privo d’amore, di gioia, di pace; il vuoto doloroso della vita priva di opere buone, di virtù. Imploriamo lo Spirito, perché ci illumini e ci guidi  » alla verità tutta intera » (Gv 16,13); ci aiuti a realizzarla nella nostra vita: « (lo Spirito) vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà ( vi aiuterà a realizzare) tutto ciò che vi ho detto » (Gv 14,26). Preghiamo per tutti quelli che lo ignorano, lo rattristano o addirittura l’hanno spento nella loro vita. Preghiamo col grande Manzoni nella Pentecoste: « Noi t’imploriam! Placabile Spirito discendi ancora, ai tuoi cultor propizio, propizio a chi t’ignora … ».

Senza la tua forza,
nulla è nell’uomo,
nulla senza colpa.

Fare l’umile esperienza della debolezza umana, della nostra impotenza, nonostante i buoni propositi, le sincere intenzioni; debolezza e impotenza non solo nelle azioni, ma anche nei pensieri, nell’amore: accettare con umiltà e semplicità questa situazione, è una garanzia del nostro cammino verso Dio. Pietro disse a Gesù:  » Signore, insieme a te sono pronto a subire il carcere e anche la morte » (cf. Lc 22, 33). Pietro è indubbiamente sincero, ma Gesù sa che cosa c’è nel cuore dell’uomo e non ha bisogno che alcuno glielo dica (cf. Gv 2, 24-25), « Non ora, Pietro, ora non puoi seguirmi, mi seguirai più tardi » (cf. Gv 13, 36).

Lava ciò che è sordido,
bagna ciò che è arido,
sana ciò che sànguina.

L’ uomo senza lo Spirito è nulla, è dolore, è colpa. Il « nulla » ci richiama, il deserto, l’abisso, il peccato. Scegliamo la via dell’umiltà, della carità, del semplice abbandono; « Beati i puri di cuore » (Mt 5, 8). Preferiamo alla speculazione, la contrizione del cuore, che purifica e la contemplazione che porta all’unione d’amore. Dio « non è lontano da ciascuno di noi », dice Paolo agli Ateniesi. « In lui, infatti, noi viviamo, ci muoviamo ed esistiamo. Di lui stirpe noi siamo » (At 17, 27-28). Perché il nostro sguardo sia limpido, curiamo la purificazione del cuore. « Crea in me, o Dio, un cuore puro…Un cuore affranto e umiliato tu, o Dio, non disprezzi » (Sal 51(50), 12-19).

Piega ciò che è rigido,
scalda ciò che è gelido,
drizza ciò ch’è sviato.

Lo Spirito Santo fa suoi i nostri limiti, le nostre imperfezioni, le nostre impotenze, perfino i nostri peccati….
« Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza » (Rm 8, 26). Lo Spirito completa ciò che in noi è incompleto, perfeziona ciò che in noi è imperfetto, purifica ciò che in noi è impuro, sana ciò che in noi è malato. Missione dello Spirito è trasformare il nostro cuore inaridito e indurito, secondo la promessa-profezia di Ezechiele: « Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati. Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne » (Ez 36, 25-26). Maria è la più valida collaboratrice dello Spirito Santo. Preghiamo Lei, porta del cielo… preghiamo Lei che interceda per noi peccatori e le chiediamo: Piega ciò che è rigido, scalda ciò che è gelido, drizza ciò ch’è sviato.

Dona ai tuoi fedeli
che solo in te confidano
i tuoi santi doni.

La prima generosità che lo Spirito ci domanda è la totale fiducia in lui, l’abbandono totale. Noi ci abbandoniamo a Lui, consapevoli che non siamo stati noi per primi « ad amare Dio; ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati » ( 1Gv 4, 10) e « Ci ha fatto dono del suo Spirito ». « Abbiamo noi riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi « ? (1Gv 4, 16). Il lavoro, gli impegni, sono quelli di sempre; ma interiormente e anche esteriormente c’è qualcosa di nuovo, di molto importante. Il santo timore di Dio o amoroso rispetto per il Padre nostro celeste, la coscienza della nostra piccolezza e l’esperienza della maestà divina (Sal 139 (138)). La fortezza che ci permette di combattere con le armi stesse di Dio, la fede, la speranza, la carità, la preghiera. Il consiglio che, dono dello Spirito, dà all’anima la capacità dell’ascolto interiore, le fa cogliere la Voce che parla nel più intimo del suo intimo: Interior intimo meo, scrive S. Agostino. Impariamo a distinguere, nella nostra vita, le sfumature più delicate, quello che piace o dispiace a Dio. « Il Consolatore, lo Spirito Santo, vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto » (Gv 14, 26). La pietà ci fa sperimentare la tenerezza paterna di Dio verso di noi, suoi figli. La scienza ci fa vedere le creature con l’occhio di Dio. La sapienza ci dà il gusto di Dio, delle realtà divine, tutte le realtà di questo mondo, senza riferimento a Dio, risultano insipide.

Dona virtù e premio
dona morte santa,
dona gioia eterna.

La sequenza aurea si era aperta con una visione di cieli lontani dai quali imploravamo « Vieni…vieni…vieni…vieni… »: quattro implorazioni. Ora si chiude nella pace e nella sicurezza del dono. Si ripete, in conclusione, il verbo’donare’ . Ricordiamo, allora, le parole di Paolo nella lettera ai Romani: « Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare (tanto meno che cosa sia conveniente fare), ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili; e colui (il Padre) che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito, poiché egli intercede per i credenti, secondo i disegni di Dio » (Rm 8, 26-27)!. Così lo Spirito trasforma tutta la nostra vita per il tempo e per l’eternità. Sì lo credo, lo spero, ne sono sicuro, per il tempo e per l’eternità.

Publié dans:Inni, Letteratura italiana |on 5 juin, 2011 |Pas de commentaires »
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