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papa francesco omelia Primi Vespri e Te Deum di ringraziamento per l’anno trascorso (2013)

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Publié dans:Inni, PAPA FRANCESCO, YOU TUBE |on 30 décembre, 2015 |Pas de commentaires »

Gaudete in Domino Semper – Introit

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Publié dans:Inni |on 11 décembre, 2015 |2 Commentaires »

GIOVANNI PAOLO II – BENEDICTUS 2003

http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/audiences/2003/documents/hf_jp-ii_aud_20031001.html

GIOVANNI PAOLO II

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 1° ottobre 2003

BENEDICTUS

1. Giunti al termine del lungo itinerario all’interno dei Salmi e dei Cantici della Liturgia delle Lodi, vogliamo sostare su quella preghiera che, ogni mattina, scandisce il momento orante della lode. Si tratta del Benedictus, il Cantico intonato dal padre di Giovanni Battista, Zaccaria, allorché la nascita di quel figlio aveva mutato la sua vita, cancellando il dubbio che l’aveva reso muto, una punizione significativa per la sua mancanza di fede e di lode. Ora, invece, Zaccaria può celebrare Dio che salva e lo fa con questo inno, riportato dall’evangelista Luca in una forma che certamente ne riflette l’uso liturgico all’interno della comunità cristiana delle origini (cfr Lc 1,68-79). Lo stesso evangelista lo definisce come un canto profetico, sbocciato attraverso il soffio dello Spirito Santo (cfr 1,67). Siamo, infatti, di fronte ad una benedizione che proclama le azioni salvifiche e la liberazione offerta dal Signore al suo popolo. E’, quindi, una lettura «profetica» della storia, ossia la scoperta del senso intimo e profondo dell’intera vicenda umana, guidata dalla mano nascosta ma operosa del Signore, che s’intreccia con quella più debole e incerta dell’uomo. 2. Il testo è solenne e, nell’originale greco, si compone di due sole frasi (cfr vv. 68-75; 76-79). Dopo l’introduzione, segnata dalla benedizione laudativa, possiamo identificare nel corpo del Cantico quasi tre strofe, che esaltano altrettanti temi, destinati a scandire tutta la storia della salvezza: l’alleanza davidica (cfr vv. 68-71), l’alleanza abramitica (cfr vv. 72-75), il Battista che ci introduce nella nuova alleanza in Cristo (cfr vv. 76-79). La tensione di tutta la preghiera è, infatti, verso quella meta che Davide e Abramo indicano con la loro presenza. Il vertice è appunto in una frase quasi conclusiva: «Verrà a visitarci dall’alto un sole che sorge» (v. 78). L’espressione a prima vista paradossale col suo unire «l’alto» e il «sorgere», è in realtà significativa. 3. Infatti nell’originale greco il «sole che sorge» è anatolè, un vocabolo che in sé significa sia la luce solare che brilla sul nostro pianeta, sia il germoglio che spunta. Entrambe le immagini nella tradizione biblica hanno un valore messianico. Da un lato, Isaia ci ricorda, parlando dell’Emmanuele, che «il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse» (9,1). D’altro lato, ancora riferendosi al re-Emmanuele, lo raffigura come il «germoglio spuntato dal tronco di Iesse», cioè dalla dinastia davidica, un virgulto avvolto dallo Spirito di Dio (cfr Is 11,1-2). Con Cristo, dunque, appare la luce che illumina ogni creatura (cfr Gv 1,9) e fiorisce la vita, come dirà l’evangelista Giovanni unendo proprio queste due realtà: «In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini» (1,4). 4. L’umanità che è avvolta «nelle tenebre e nell’ombra della morte» è rischiarata da questo fulgore di rivelazione (cfr Lc 1,79). Come aveva annunziato il profeta Malachia, «per voi cultori del mio nome, sorgerà con raggi benefici il sole di giustizia» (3,20). Questo sole «dirigerà i nostri passi sulla via della pace» (Lc 1,79). Ci muoviamo, allora, avendo come punto di riferimento quella luce; e i nostri passi incerti, che durante il giorno spesso deviano su strade oscure e scivolose, sono sostenuti dal chiarore della verità che Cristo diffonde nel mondo e nella storia. Vorremmo, a questo punto, lasciare la parola a un maestro della Chiesa, a un suo Dottore, il britannico Beda il Venerabile (VII-VIII sec.) che nella sua Omelia per la nascita di san Giovanni Battista, così commentava il Cantico di Zaccaria: «Il Signore… ci ha visitati come un medico i malati, perché per sanare l’inveterata infermità della nostra superbia, ci ha offerto il nuovo esempio della sua umiltà; ha redento il suo popolo, perché ha liberato a prezzo del suo sangue noi che eravamo diventati servi del peccato e schiavi dell’antico nemico… Cristo ci ha trovato che giacevamo « nelle tenebre e nell’ombra della morte », cioè oppressi dalla lunga cecità del peccato e dell’ignoranza… Ci ha portato la vera luce della sua conoscenza e, rimosse le tenebre dell’errore, ci ha mostrato il sicuro cammino per la patria celeste. Ha diretto i passi delle nostre opere per farci camminare nella via della verità, che ci ha mostrato, e per farci entrare nella casa della pace eterna, che ci ha promesso». 5. Infine, attingendo ad altri testi biblici, il Venerabile Beda così concludeva, rendendo grazie per i doni ricevuti: «Dato che siamo in possesso di questi doni della bontà eterna, fratelli carissimi, …benediciamo anche noi il Signore in ogni tempo (cfr Sal 33,2), perché « ha visitato e redento il suo popolo ». Sulla nostra bocca ci sia sempre la sua lode, conserviamo il suo ricordo e a nostra volta proclamiamo la virtù di colui che « dalle tenebre ci ha chiamato alla sua ammirabile luce » (1Pt 2,9). Chiediamo continuamente il suo aiuto, perché conservi in noi la luce della conoscenza che ci ha portato, e ci conduca fino al giorno della perfezione» (Omelie sul Vangelo, Roma 1990, pp. 464-465).

Publié dans:Inni, Papa Giovanni Paolo II |on 17 octobre, 2015 |Pas de commentaires »

TE DEUM – ITALIANO LATINO

TE DEUM - ITALIANO LATINO

Noi ti lodiamo, Dio *
ti proclamiamo Signore.
O eterno Padre, *
tutta la terra ti adora.

A te cantano gli angeli *
e tutte le potenze dei cieli:
Santo, Santo, Santo *
il Signore Dio dell’universo.

I cieli e la terra *
sono pieni della tua gloria.
Ti acclama il coro degli apostoli *
e la candida schiera dei martiri;

le voci dei profeti si uniscono nella tua lode; *
la santa Chiesa proclama la tua gloria,
adora il tuo unico figlio, *
e lo Spirito Santo Paraclito.

O Cristo, re della gloria, *
eterno Figlio del Padre,
tu nascesti dalla Vergine Madre *
per la salvezza dell’uomo.

Vincitore della morte, *
hai aperto ai credenti il regno dei cieli.
Tu siedi alla destra di Dio, nella gloria del Padre. *
Verrai a giudicare il mondo alla fine dei tempi.

Soccorri i tuoi figli, Signore, *
che hai redento col tuo sangue prezioso.
Accoglici nella tua gloria *
nell’assemblea dei santi.

Salva il tuo popolo, Signore, *
guida e proteggi i tuoi figli.
Ogni giorno ti benediciamo, *
lodiamo il tuo nome per sempre.

Degnati oggi, Signore, *
di custodirci senza peccato.
Sia sempre con noi la tua misericordia: *
in te abbiamo sperato.

Pietà di noi, Signore, *
pietà di noi.
Tu sei la nostra speranza, *
non saremo confusi in eterno.

TE DEUM

Te Deum laudámus: * te Dóminum confitémur.
Te ætérnum Patrem, * omnis terra venerátur.
Tibi omnes ángeli, *
tibi cæli et univérsæ potestátes:
tibi chérubim et séraphim *
incessábili voce proclamant:

Sanctus, * Sanctus, * Sanctus *
Dóminus Deus Sábaoth.
Pleni sunt cæli et terra * maiestátis glóriæ tuae.
Te gloriósus * Apostolórum chorus,
te prophetárum * laudábilis númerus,
te mártyrum candidátus * laudat exércitus.
Te per orbem terrárum *
sancta confitétur Ecclésia,
Patrem * imménsæ maiestátis;
venerándum tuum verum * et únicum Fílium;
Sanctum quoque * Paráclitum Spíritum.

Tu rex glóriæ, * Christe.
Tu Patris * sempitérnus es Filius.
Tu, ad liberándum susceptúrus hóminem, *
non horruísti Virginis úterum.
Tu, devícto mortis acúleo, *
aperuísti credéntibus regna cælórum.
Tu ad déxteram Dei sedes, * in glória Patris.
Iudex créderis * esse ventúrus.
Te ergo, quæsumus, tuis fámulis súbveni, *
quos pretióso sánguine redemísti.
ætérna fac cum sanctis tuis * in glória numerári.

Salvum fac pópulum tuum, Dómine, *
et bénedic hereditáti tuæ.
Et rege eos, * et extólle illos usque in ætérnum.
Per síngulos dies * benedícimus te;
et laudámus nomen tuum in sæculum, *
et in sæculum sæculi.
Dignáre, Dómine, die isto *
sine peccáto nos custodíre.
Miserére nostri, Dómine, * miserére nostri.
Fiat misericórdia tua, Dómine, super nos, *
quemádmodum sperávimus in te.
In te, Dómine, sperávi: *
non confúndar in ætérnum. 

Publié dans:Inni |on 31 décembre, 2014 |Pas de commentaires »

BENEDETTO XVI: IL GIOIELLO DELL’INNO DI GIUBILO (link al testo biblico)

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2011/documents/hf_ben-xvi_aud_20111207_it.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI

Mercoledì, 7 dicembre 2011

IL GIOIELLO DELL’INNO DI GIUBILO

(link:http://www.lachiesa.it/bibbia.php?ricerca=citazione&Cerca=Cerca&Versione_CEI2008=3&Versione_CEI74=1&Versione_TILC=2&VersettoOn=1&Citazione=Mt%2011,25-30 )

Cari fratelli e sorelle,

gli evangelisti Matteo e Luca (cfr Mt 11,25-30 e Lc 10, 21-22) ci hanno tramandato un «gioiello» della preghiera di Gesù, che spesso viene chiamato Inno di giubilo o Inno di giubilo messianico. Si tratta di una preghiera di riconoscenza e di lode, come abbiamo ascoltato. Nell’originale greco dei Vangeli il verbo con cui inizia questo inno, e che esprime l’atteggiamento di Gesù nel rivolgersi al Padre, è exomologoumai, tradotto spesso con «rendo lode» (Mt 11,25 e Lc 10,21). Ma negli scritti del Nuovo Testamento questo verbo indica principalmente due cose: la prima è «riconoscere fino in fondo» – ad esempio, Giovanni Battista chiedeva di riconoscere fino in fondo i propri peccati a chi andava da lui per farsi battezzare (cfr Mt 3,6) –; la seconda cosa è «trovarsi d’accordo». Quindi, l’espressione con cui Gesù inizia la sua preghiera contiene il suo riconoscere fino in fondo, pienamente, l’agire di Dio Padre, e, insieme, il suo essere in totale, consapevole e gioioso accordo con questo modo di agire, con il progetto del Padre. L’Inno di giubilo è l’apice di un cammino di preghiera in cui emerge chiaramente la profonda e intima comunione di Gesù con la vita del Padre nello Spirito Santo e si manifesta la sua filiazione divina.

Gesù si rivolge a Dio chiamandolo «Padre». Questo termine esprime la coscienza e la certezza di Gesù di essere «il Figlio», in intima e costante comunione con Lui, e questo è il punto centrale e la fonte di ogni preghiera di Gesù. Lo vediamo chiaramente nell’ultima parte dell’Inno, che illumina l’intero testo. Gesù dice: «Tutto è stato dato a me dal Padre mio e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo» (Lc 10, 22). Gesù quindi afferma che solo «il Figlio» conosce veramente il Padre. Ogni conoscenza tra le persone – lo sperimentiamo tutti nelle nostre relazioni umane – comporta un coinvolgimento, un qualche legame interiore tra chi conosce e chi è conosciuto, a livello più o meno profondo: non si può conoscere senza una comunione dell’essere. Nell’Inno di giubilo, come in tutta la sua preghiera, Gesù mostra che la vera conoscenza di Dio presuppone la comunione con Lui: solo essendo in comunione con l’altro comincio a conoscere; e così anche con Dio, solo se ho un contatto vero, se sono in comunione, posso anche conoscerlo. Quindi la vera conoscenza è riservata al « Figlio», l’Unigenito che è da sempre nel seno del Padre (cfr Gv 1,18), in perfetta unità con Lui. Solo il Figlio conosce veramente Dio, essendo in comunione intima dell’essere; solo il Figlio può rivelare veramente chi è Dio.

Il nome «Padre» è seguito da un secondo titolo, «Signore del cielo e della terra». Gesù, con questa espressione, ricapitola la fede nella creazione e fa risuonare le prime parole della Sacra Scrittura: «In principio Dio creò il cielo e la terra» (Gen 1,1). Pregando, Egli richiama la grande narrazione biblica della storia di amore di Dio per l’uomo, che inizia con l’atto della creazione. Gesù si inserisce in questa storia di amore, ne è il vertice e il compimento. Nella sua esperienza di preghiera, la Sacra Scrittura viene illuminata e rivive nella sua più completa ampiezza: annuncio del mistero di Dio e risposta dell’uomo trasformato. Ma attraverso l’espressione «Signore del cielo e della terra» possiamo anche riconoscere come in Gesù, il Rivelatore del Padre, viene riaperta all’uomo la possibilità di accedere a Dio.

Poniamoci adesso la domanda: a chi il Figlio vuole rivelare i misteri di Dio? All’inizio dell’Inno Gesù esprime la sua gioia perché la volontà del Padre è quella di tenere nascoste queste cose ai dotti e ai sapienti e rivelarle ai piccoli (cfr Lc 10,21). In questa espressione della sua preghiera, Gesù manifesta la sua comunione con la decisione del Padre che schiude i suoi misteri a chi ha il cuore semplice: la volontà del Figlio è una cosa sola con quella del Padre. La rivelazione divina non avviene secondo la logica terrena, per la quale sono gli uomini colti e potenti che possiedono le conoscenze importanti e le trasmettono alla gente più semplice, ai piccoli. Dio ha usato tutt’altro stile: i destinatari della sua comunicazione sono stati proprio i «piccoli». Questa è la volontà del Padre, e il Figlio la condivide con gioia. Dice il Catechismo della Chiesa Cattolica: «Il suo trasalire «Sì, Padre!» esprime la profondità del suo cuore, la sua adesione al beneplacito del Padre, come eco al «Fiat» di sua Madre al momento del suo concepimento e come preludio a quello che egli dirà al Padre durante la sua agonia. Tutta la preghiera di Gesù è in questa amorosa adesione del suo cuore di uomo al “mistero della … volontà” del Padre (Ef 1,9)» (2603). Da qui deriva l’invocazione che rivolgiamo a Dio nel Padre nostro: «sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra»: insieme con Cristo e in Cristo, anche noi chiediamo di entrare in sintonia con la volontà del Padre, diventando così anche noi suoi figli. Gesù, pertanto, in questo Inno di giubilo esprime la volontà di coinvolgere nella sua conoscenza filiale di Dio tutti coloro che il Padre vuole renderne partecipi; e coloro che accolgono questo dono sono i «piccoli».

Ma che cosa significa «essere piccoli», semplici? Qual è «la piccolezza» che apre l’uomo all’intimità filiale con Dio e ad accogliere la sua volontà? Quale deve essere l’atteggiamento di fondo della nostra preghiera? Guardiamo al «Discorso della montagna», dove Gesù afferma: «Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio» (Mt 5,8). E’ la purezza del cuore quella che permette di riconoscere il volto di Dio in Gesù Cristo; è avere il cuore semplice come quello dei bambini, senza la presunzione di chi si chiude in se stesso, pensando di non avere bisogno di nessuno, neppure di Dio.

E’ interessante anche notare l’occasione in cui Gesù prorompe in questo Inno al Padre. Nella narrazione evangelica di Matteo è la gioia perché, nonostante le opposizioni e i rifiuti, ci sono dei «piccoli» che accolgono la sua parola e si aprono al dono della fede in Lui. L’Inno di giubilo, infatti, è preceduto dal contrasto tra l’elogio di Giovanni il Battista, uno dei «piccoli» che hanno riconosciuto l’agire di Dio in Cristo Gesù (cfr Mt 11,2-19), e il rimprovero per l’incredulità delle città del lago «nelle quali era avvenuta la maggior parte dei suoi prodigi» (cfr Mt 11,20-24). Il giubilo quindi è visto da Matteo in relazione alle parole con cui Gesù constata l’efficacia della sua parola e della sua azione: «Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!» (Mt 11,4-6).

Anche san Luca presenta l’Inno di giubilo in connessione con un momento di sviluppo dell’annuncio del Vangelo. Gesù ha inviato i «settantadue discepoli» (Lc 10,1) ed essi sono partiti con un senso di paura per il possibile insuccesso della loro missione. Anche Luca sottolinea il rifiuto incontrato nelle città in cui il Signore ha predicato e ha compiuto segni prodigiosi. Ma i settantadue discepoli tornano pieni di gioia, perché la loro missione ha avuto successo; essi hanno constatato che, con la potenza della parola di Gesù, i mali dell’uomo vengono vinti. E Gesù condivide la loro soddisfazione: «in quella stessa ora», in quel momento, Egli esultò di gioia.

Ci sono ancora due elementi che vorrei sottolineare. L’evangelista Luca introduce la preghiera con l’annotazione: «Gesù esultò di gioia nello Spirito Santo» (Lc 10,21). Gesù gioisce partendo dall’intimo di se stesso, in ciò che ha di più profondo: la comunione unica di conoscenza e di amore con il Padre, la pienezza dello Spirito Santo. Coinvolgendoci nella sua figliolanza, Gesù invita anche noi ad aprirci alla luce dello Spirito Santo, perché – come afferma l’apostolo Paolo – «(Noi) non sappiamo … come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili … secondo i disegni di Dio» (Rm 8,26-27) e ci rivela l’amore del Padre. Nel Vangelo di Matteo, dopo l’Inno di Giubilo, troviamo uno degli appelli più accorati di Gesù: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro» (Mt 11,28). Gesù chiede di andare a Lui che è la vera sapienza, a Lui che è «mite e umile di cuore»; propone «il suo giogo», la strada della sapienza del Vangelo che non è una dottrina da imparare o una proposta etica, ma una Persona da seguire: Egli stesso, il Figlio Unigenito in perfetta comunione con il Padre.

Cari fratelli e sorelle, abbiamo gustato per un momento la ricchezza di questa preghiera di Gesù. Anche noi, con il dono del suo Spirito, possiamo rivolgerci a Dio, nella preghiera, con confidenza di figli, invocandolo con il nome di Padre, «Abbà». Ma dobbiamo avere il cuore dei piccoli, dei «poveri in spirito» (Mt 5,3), per riconoscere che non siamo autosufficienti, che non possiamo costruire la nostra vita da soli, ma abbiamo bisogno di Dio, abbiamo bisogno di incontrarlo, di ascoltarlo, di parlargli. La preghiera ci apre a ricevere il dono di Dio, la sua sapienza, che è Gesù stesso, per compiere la volontà del Padre sulla nostra vita e trovare così ristoro nelle fatiche del nostro cammino. Grazie.

LAUDA SION – SEQUENZA DEL CORPUS DOMINI

http://sursumcorda-dominum.blogspot.it/2010/06/il-lauda-sion-salvatorem.html

LAUDA SION – SEQUENZA DEL CORPUS DOMINI

Il Lauda Sion Salvatorem è una preghiera della tradizione cristiana cattolica. In essa, dopo la lode all’Eucaristia, viene espresso il dogma della transustanziazione e spiegata la presenza completa di Cristo in ogni specie. È ritenuto tra i vertici della poesia religiosa di ogni tempo, per profondità dottrinale e sapienza estetica. Alcuni versi richiamano, quanto al contenuto ed alle espressioni utilizzate, l’inno Pange Lingua.

Testo latino

Lauda Sion Salvatórem
Lauda ducem et pastórem
In hymnis et cánticis.
Quantum potes, tantum aude:
Quia major omni laude,
Nec laudáre súfficis.
Laudis thema speciális,
Panis vivus et vitális,
Hódie propónitur.
Quem in sacræ mensa cœnæ,
Turbæ fratrum duodénæ
Datum non ambígitur.
Sit laus plena, sit sonóra,
Sit jucúnda, sit decóra
Mentis jubilátio.
Dies enim solémnis ágitur,
In qua mensæ prima recólitur
Hujus institútio.
In hac mensa novi Regis,
Novum Pascha novæ legis,
Phase vetus términat.
Vetustátem nóvitas,
Umbram fugat véritas,
Noctem lux elíminat.
Quod in cœna Christus gessit,
Faciéndum hoc expréssit
In sui memóriam.
Docti sacris institútis,
Panem, vinum, in salútis
Consecrámus hóstiam.
Dogma datur Christiánis,
Quod in carnem transit panis,
Et vinum in sánguinem.
Quod non capis, quod non vides,
Animósa firmat fides,
Præter rerum ordinem.
Sub divérsis speciébus,
Signis tantum, et non rebus,
Latent res exímiæ.
Caro cibus, sanguis potus:
Manet tamen Christus totus,
Sub utráque spécie.
A suménte non concísus,
Non confráctus, non divísus:
Integer accípitur.
Sumit unus, sumunt mille:
Quantum isti, tantum ille:
Nec sumptus consúmitur.
Sumunt boni, sumunt mali:
Sorte tamen inæquáli,
Vitæ vel intéritus.
Mors est malis, vita bonis:
Vide paris sumptiónis
Quam sit dispar éxitus.
Fracto demum Sacraménto,
Ne vacílles, sed memento,
Tantum esse sub fragménto,
Quantum toto tégitur.
Nulla rei fit scissúra:
Signi tantum fit fractúra:
Qua nec status nec statúra
Signáti minúitur.
Ecce panis Angelórum,
Factus cibus viatórum:
Vere panis fíliórum,
Non mittendus cánibus.
In figúris præsignátur,
Cum Isaac immolátur:
Agnus paschæ deputátur
Datur manna pátribus.
Bone pastor, panis vere,
Jesu, nostri miserére:
Tu nos pasce, nos tuére:
Tu nos bona fac vidére
In terra vivéntium.
Tu, qui cuncta scis et vales:
Qui nos pascis hic mortales:
Tuos ibi commensáles,
Cohærédes et sodales,
Fac sanctórum cívium.
Amen.

Traduzione letterale in italiano

Allelúja. Loda o Sion il Salvatore,
loda la Guida e il Pastore
in inni e cantici.
Quanto puoi tanto ardisci:
perché (Egli è) superiore ad ogni lode,
e (tu) non basti a lodarlo.
Come tema di lode speciale,
il Pane vivo e datore di vita
viene oggi proposto,
il quale, alla mensa della sacra cena,
alla schiera dei dodici fratelli,
non si dubita dato.
La lode sia piena, sia risonante,
sia lieto, sia appropriato
il giubilo della mente,
poiché si celebra il giorno solenne,
nel quale di questa mensa si ricorda
la prima istituzione.
In questa mensa del nuovo Re,
la nuova Pasqua della nuova legge
pone fine al vecchio tempo.
La novità (allontana) la vetustà,
la verità allontana l’ombra,
la luce elimina la notte.
Ciò che Cristo fece durante la cena
comandò da farsi
in suo ricordo.
Ammaestrati coi sacri insegnamenti,
consacriamo il pane e il vino,
ostia di salute.
Ai cristiani vien dato come dogma
che il pane si cambia in carne,
e il vino in sangue.
Ciò che non comprendi, ciò che non vedi,
ardita assicura la fede,
contro l’ordine delle cose.
Sotto specie diverse,
(che sono) solamente segni e non cose,
si nascondono cose sublimi.
La carne (è) cibo, il sangue bevanda:
eppure Cristo resta intero
sotto ciascuna specie.
Da colui che (lo) assume, non spezzato,
non rotto, non diviso:
(ma) intero è ricevuto.
(Lo) riceve uno, (lo) ricevono mille:
quanto questi tanto quello;
né ricevuto si consuma.
(Lo) ricevono i buoni, (lo) ricevono i malvagi,
ma con ineguale sorte:
di vita o di morte.
È morte per i malvagi, vita per i buoni:
vedi di pari assunzione
quanto sia diverso l’effetto.
Spezzato finalmente il Sacramento,
non tentennare, ma ricorda
che tanto c’è sotto un frammento
quanto si nasconde nell’intero.
Nessuna scissura si fa della sostanza;
si fa rottura solo del segno:
per cui né lo stato né la dimensione
del Segnato è sminuita.
Ecco il pane degli angeli
fatto cibo dei viandanti:
vero pane dei figli
da non gettare ai cani.
Nelle figure è preannunciato,
con Isacco è immolato,
quale Agnello pasquale è designato,
è dato qual manna ai padri.
Buon pastore, pane vero,
o Gesù, abbi pietà di noi:
Tu nutrici, proteggici,
Tu fa’ che noi vediamo le cose buone
nella terra dei viventi.
Tu, che tutto sai e puoi,
che qui pasci noi mortali:
facci lassù Tuoi commensali,
coeredi e compagni
dei santi cittadini.
Amen.
Alleluia.

 

Publié dans:feste del Signore, Inni |on 20 juin, 2014 |Pas de commentaires »

VENI, CREATOR SPIRITUS. – INNO DI PENTECOSTE

VENI, CREATOR SPIRITUS. – INNO DI PENTECOSTE

Veni, Creator Spiritus.
Veni, creator Spiritus,
mentes tuorum visita,
imple superna gratia
quae tu creasti pecora.
Qui diceris Paraclitus,
donum Dei altissimi,
fons vivus, ignis, caritas
et spiritalis unctio.
Tu semptiformis munere,
dextrae Dei tu digitus,
tu rite promissum Patris
sermone ditans guttura.
Accende lumen sensibus,
infunde amorem cordibus,
infirma nostri corporis
virtute firmans perpeti.
Hostem repellas longius
pacemque dones protinus;
ductore sic te praevio
vitemus omne noxium.
Per te sciamus da Patrem,
noscamus atque Filium,
te utriusque Spiritum
credamus omni tempore.
Amen.
————————————-
Vieni Santo Spirito
Vieni, Santo Spirito,
manda a noi dal cielo
un raggio della tua luce.
Vieni padre dei poveri,
vieni datore dei doni,
vieni, luce dei cuori.
Consolatore perfetto,
ospite dolce dell’anima,
dolcissimo sollievo.
Nella fatica, riposo,
nella calura, riparo,
nel pianto conforto.
O luce beatissima,
invadi nell’intimo
il cuore dei tuoi fedeli.
Senza la tua forza,
nulla è nell’uomo,
nulla senza colpa.
Lava ciò che è sordido,
bagna ciò che è arido,
sana ciò che sanguina.
Piega ciò che è rigido,
scalda ciò che è gelido,
sana ciò ch’è sviato.
Dona ai tuoi fedeli
che solo in te confidano
i tuoi santi doni.
Dona virtù e premio,
dona morte santa,
dona gioia eterna.
Amen.

 

Publié dans:Inni |on 6 juin, 2014 |Pas de commentaires »

INNI DELLA SETTIMANA SANTA: “VEXILLA REGIS PRODEUNT”

http://tuespetrus.wordpress.com/2010/03/29/inni-della-settimana-santa-vexilla-regis-prodeunt/

INNI DELLA SETTIMANA SANTA: “VEXILLA REGIS PRODEUNT”

(link al testo:
http://it.wikipedia.org/wiki/Vexilla_regis )

29 MARZO 2010

di Inos Biffi

Incominciano con la Settimana Santa i giorni della prolungata e appassionata contemplazione della Croce. Vi risuona, in particolare, il grande inno del Vexilla Regis. L’autore, Venanzio Fortunato – nato a Valdobbiadene (530/540) e morto vescovo di Poitiers (600/610) -, viene considerato come « il creatore della mistica simbolica della Croce, di cui più tardi si faranno cantori ispirati san Bonaventura o Iacopone da Todi » (Henry Spitzmuller).
La composizione, in dimetri giambici acatalettici, fu cantata la prima volta a Poitiers, nel 568, in occasione della deposizione di un frammento della Santa Croce nella chiesa del monastero a essa dedicata, retto dall’abbadessa Radegonda, che aveva ricevuto quel frammento dall’imperatore Giustino ii.
I versi, pur non privi di qualche enfasi e retorica, sono animati da una fede ardente e pervasi da una profonda ispirazione. E a emergere subito con chiarezza è il senso salvifico della Croce, insieme dolorosa e gloriosa.
Al nostro giudizio terreno, la croce appare un ignominioso strumento di morte, un orrendo marchio di infamia, un segno di insensatezza e di impotenza. Qui, invece, la Croce è esaltata come « il vessillo del Re » (vexilla Regis), come « un luminoso mistero » (fulget Crucis mysterium).
Il pensiero va alla « Parola della Croce », di cui parla Paolo, la quale è « stoltezza per quelli che si perdono », ma « potenza di Dio » « per quelli che si salvano ». « I Giudei chiedono segni e i Greci cercano sapienza – dichiara l’apostolo – noi invece annunciamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani » (cfr. 1 Corinzi, 1, 18ss). La Croce, dal profilo umano, è quanto di più debole e ignobile si possa pensare; e, pure, Dio l’ha scelta per manifestare la sua sapienza e la sua potenza. Dio ha scelto quel legno funesto come il trono della regalità del suo Figlio.
Pilato credeva di irridere Gesù, presentandolo con una « corona di spine » e con addosso « un mantello di porpora » (Giovanni, 19, 5); in realtà, non faceva che esprimere il sorprendente disegno di Dio, che dall’eternità aveva predestinato come Re dell’universo il Crocifisso risorto e come esemplare dell’uomo l’umanità gloriosa del Figlio morto sulla Croce.
Sorprendentemente, sulla Croce non falliva, ma al contrario, di là da ogni ragionevole attesa, si compiva e aveva successo esattamente la scelta divina, presente da sempre nel cuore della Trinità. A Dante, che contemplava estatico la « luce eterna », parve di intravvedere dipinta nel « lume riflesso », il Verbo, la « nostra effigie » (Paradiso, 33, 131): ossia il mistero dell’Incarnazione. Potremmo precisare: in quel « lume riflesso », era impresso il mistero della passione e della risurrezione del Signore, o il Crocifisso glorioso.
La regalità del Risorto da morte – per il quale tutto era stato ed era voluto – non si giustappose, infatti, a riparare un imprevisto divino, dovuto all’uomo, ma era la ragione per la quale tutto da principio era stato creato. Per questo Venanzio Fortunato può avviare felicemente il suo inno, cantando la luce che risiede e promana dal mistero della Croce.
Al patibolo – prosegue il poeta, fissando il suo sguardo pietoso sui particolari di quella crocifissione – è appeso il corpo del « Creatore del mondo »: « Straziato nelle carni / con le mani e i piedi trapassati dai chiodi / vi si è immolato come vittima del nostro riscatto » (redemptionis gratia / hic immolata est hostia).
Poi viene « il colpo di lancia crudele », che « squarcia il suo fianco » (Quo vulneratus insuper / mucrone diræ lanceæ): ne « fluisce sangue e acqua », come da fonte « che lava ogni crimine » (ut nos lavaret crimine / manavit unda, sanguine). Sul fatto si era soffermata l’attenzione dell’evangelista Giovanni, che lo attesta con speciale autorevolezza: la tradizione cristiana vi lesse un evento ricco di simboli: dal Crocifisso, vero Agnello pasquale, scaturisce lo Spirito, e sgorgano i sacramenti, in particolare il lavacro battesimale e il sangue eucaristico.
Lo sguardo è quindi rivolto all’albero della Croce, di cui è elogiata, con profusione un po’ barocca di immagini, la luminosità, il pregio, il profumo, la dolcezza e la fecondità.
In apparenza è uno squallido legno; in realtà è un « albero rivestito di bellezza e di fulgore », « adorno del sangue come di porpora regale » (Arbor decora et fulgida / ornata regis purpura), « scelto tra tutti per essere il tronco degno / di portare membra tanto sante » (electa, digno stipite / tam sancta membra tangere!). Un « albero beato, sulle cui braccia aperte / fu sospeso il prezzo della redenzione del mondo » (Beata, cuius bracchiis / pretium pependit sæculi!), simile a « bilancia », su cui venne pesato il corpo di Cristo, e che strappò la preda all’inferno. Un albero che emana un profumo soave, e stilla una dolcezza più gustosa del miele, e su cui maturano frutti copiosi.
Segue, a conclusione, il solenne saluto alla Croce, e alla Vittima su di essa sacrificata come sopra un altare: luogo dove la Vita sopporta la morte, e la morte elargisce la vita: « Salve, Croce adorabile! / Su questo altare muore / la Vita e morendo ridona / agli uomini la vita » (Salve ara, salve victima / de passionis gloria / qua Vita mortem pertulit / et morte vitam reddidit).
È il paradosso del progetto salvifico: sperimentata dal Figlio di Dio, la morte diviene sorgente di vita: l’onnipotenza divina mirabilmente trasforma uno strumento di rovina in mezzo di redenzione.
« Salve, Croce adorabile – ripete con slancio rinnovato il poeta – sola nostra speranza! » (O crux, ave spes unica); « Concedi perdono ai colpevoli / accresci nei giusti la grazia » (piis adauge gratiam / reisque dona veniam).
Quando apparve il contenuto del « mistero nascosto da secoli e da generazioni » (Colossesi, 1, 26), si rivelò come la gloria del Crocifisso, e come la regalità di Cristo sul trono della Croce. Gesù stesso aveva dichiarato che, una volta innalzato, avrebbe tratto tutto a sé (cfr. Giovanni, 12, 32). E, infatti, tutte le creature, quelle del cielo e quelle della terra, portano l’impronta di Gesù risuscitato da morte, essendo state progettate dal Padre fin dall’origine a sua immagine. « Sul legno avviene la regalità di Dio », canta un verso splendido di Venanzio (Regnavit a ligno Deus).
Non stupisce, allora, che san Massimo di Torino, con esegesi fantasiosa e, pure, acuta e suggestiva, abbia ricercato e rinvenuto « il sacramento della Croce » e la presenza del suo segno nell’intero universo: nella « vela sospesa del marinaio all’albero », nella « struttura dell’aratro, con il suo dentale, i suoi orecchi e il manico », nella disposizione « del cielo in quattro parti », nella « posizione dell’uomo quando innalza le mani »: « Da questo segno del Signore è solcato il mare, è coltivata la terra, è governato il cielo, sono salvati gli uomini ».
Tutto il mistero che ci avvolge è racchiuso nel Crocifisso glorioso. Tutta la nostra aspirazione è di poterlo comprendere, per poter vivere.

AKATHISTOS – VII STANZA : I PASTORI SENTIRONO GLI ANGELI CANTARE LA VENUTA DI CRISTO NELLA CARNE

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AKATHISTOS – VII STANZA

COMMENTO AL TESTO DELLA VII STANZA

I PASTORI SENTIRONO GLI ANGELI CANTARE LA VENUTA DI CRISTO NELLA CARNE

« C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l’angelo disse loro: « Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia ». E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva: « Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama ».(Lc 2,8-14). « E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi »(Gv 1,14). Farsi carne, nel linguaggio biblico, ha un significato molto più ampio che assumere un corpo, significa divenire uno di noi, con tutti i risvolti che questo implica: le debolezze, la caducità ed infine la morte. Gesù infatti « pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. »(Fil 2,6-7).   e correndo verso il Pastore, lo contemplarono come Agnello innocente nutrirsi al seno di Maria e inneggiando dissero:

Nella tradizione biblica l’immagine del pastore indica la relazione fra Dio e il suo popolo. « Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. »(Gv 10,11) « Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. »(Gv 10,27). I pastori all’annuncio degli angeli gioirono ed accorsero ad adorare il Salvatore. Trovarono il Bambino in fasce, nutrirsi al seno di Maria, vero trono di Dio ed il loro cuore sussultò di gioia. « Non avranno più fame né avranno più sete, non li colpirà il sole né arsura alcuna, perché l’Agnello, che sta in mezzo al trono, sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita. E Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi »(Ap 7,16-17). Gesù viene dunque al mondo; « come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri »(Is 40.11). « Io sono venuto perché (le mie pecore) abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza. Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. »(Gv 10,11). Gesù si offre come vero sacrificio di comunione, ma la legge biblica vuole che la vittima sacrificale sia perfetta, senza alcuna macchia perché « nel caso che la sua offerta sia un sacrificio di comunione, si offre un capo di bestiame grosso, maschio o femmina, lo si presenterà senza difetto davanti al Signore »(Lev 3,1). « Voi sapete che non a prezzo di cose effimere, come argento e oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta, ereditata dai padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetti e senza macchia. »(1Pt 1, 18-19). Ed « i pastori contemplano la gloria dell’Agnello e del Pastore »(Gregorio Nazanzieno, Oratio 2)

Gioisci Madre dell’Agnello e del Pastore; gioisci ovile delle pecorelle spirituali.

« E’ lui l’agnello muto; è lui l’agnello sgozzato. E’ lui che nacque da Maria, l’Agnella pura. »(Melitone, Omelia sulla Pasqua). Maria, vera Madre di Dio, è compartecipe del progetto di Salvezza ed è anch’essa Agnella sacrificale tutta pura e senza macchia. « Mi fu rivolta questa parola del Signore: ‘Figlio dell’uomo, profetizza contro i pastori d’Israele, profetizza e riferisci ai pastori: Così dice il Signore Dio: Guai ai pastori d’Israele, che pascono se stessi! I pastori non dovrebbero forse pascere il gregge? Vi nutrite di latte, vi rivestite di lana, ammazzate le pecore più grasse, ma non pascolate il gregge. Non avete reso forti le pecore deboli, non avete curato le inferme, non avete fasciato quelle ferite, non avete riportato le disperse. Non siete andati in cerca delle smarrite, ma le avete guidate con crudeltà e violenza. Per colpa del pastore si sono disperse e sono preda di tutte le bestie selvatiche: sono sbandate. »(Ez 34 1-5). « Gregge di pecore sperdute era il mio popolo, i loro pastori le avevano sviate, le avevano fatte smarrire per i monti; esse andavano di monte in colle, avevano dimenticato il loro ovile. Quanti le trovavano, le divoravano, e i loro nemici dicevano: ‘Non ne siamo colpevoli, perché essi hanno peccato contro il Signore, sede di giustizia e speranza dei loro padri’. »(Ger 50,6-7). Maria è la Stella Odigitria, il rifugio sicuro: « O tu che nell’instabilità continua della vita presente t’accorgi di essere sballottato tra le tempeste senza punto sicuro dove appoggiarti, tieni ben fisso lo sguardo al fulgore di questa stella se non vuoi essere travolto dalla bufera. »(S. Bernardo). La Tutta Santa Deipara è il vero Ovile delle pecore spirituali, fertile pascolo sicuro e recintato. « Giardino chiuso tu sei, sorella mia, mia sposa, sorgente chiusa, fontana sigillata. »(Ct 4,12). Maria è l’Ovile la cui porta è Gesù: « Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza. »(Gv 10, 9-10)

Gioisci difesa dai nemici invisibili; gioisci chiave delle porte del paradiso.

Maria fin dal principio ha avuto da Dio il potere e la missione di schiacciare la testa di Satana, « questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno. »(Gen 3,5). Nelle rivelazioni che la Madonna stessa farà a san Domenico ed al Beato Allamano dirà: « A tutti quelli che reciteranno devotamente il mio Rosario, io prometto la mia protezione speciale e grandissime grazie. (…)Il Rosario sarà una difesa potentissima contro l’inferno; distruggerà i vizi, libererà dal peccato, dissiperà le eresie. (…) Il Rosario farà fiorire le virtù e le buone opere e otterrà alle anime le più abbondanti misericordie divine; sostituirà nei cuori l’amore di Dio all’amore del mondo, elevandoli al desiderio dei beni celesti ed eterni. Quante anime si santificheranno con questo mezzo! ». Molti secoli dopo il Santo Curato d’Ars affermerà: « Una sola Ave Maria ben detta fa tremare l’inferno ». Ritornando indietro fino al IV secolo, così Sant’Efrem il Siro saluterà la Tutta Santa Deipara: « Ave, porta coelestis, clavis in coelum nos introducens »(Sermo de SS Dei Genitricis Virginis Mariae laudibus)

Gioisci perché tu i cieli unisci alla terra; gioisci perché con il Cristo la creazione giubila.

« Dall’Agnella nacque l’Agnello »(Proclo di Costantinopoli, XXIX sulla crocifissione). Per mezzo di Maria l’essere Divino si fece terreno, il Cielo si unì alla terra, « veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo »(Gv 1,9). Per l’Ineffabile Amore « la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele »(Is 7,14) e « per mezzo di lui e in vista di lui siano riconciliate tutte le cose, avendo pacificato con il sangue della sua croce sia le cose che stanno sulla terra, sia quelle che stanno nei cieli. »(Col 1,20). « Io, Giuseppe, camminavo e non camminavo. Guardai nell’aria e vidi l’aria colpita da stupore; guardai verso la volta del cielo e la vidi ferma, e immobili gli uccelli del cielo; guardai sulla terra e vidi un vaso giacente e degli operai coricati con le mani nel vaso: ma quelli che masticavano non masticavano, quelli che prendevano su il cibo non l’alzavano dal vaso, quelli che lo stavano portando alla bocca non lo portavano; i visi di tutti erano rivolti a guardare in alto. Ecco delle pecore spinte innanzi che invece stavano ferme: il pastore alzò la mano per percuoterle, ma la sua mano restò per aria. Guardai la corrente del fiume e vidi le bocche dei capretti poggiate sull’acqua, ma non bevevano. Poi, in un istante, tutte le cose ripresero il loro corso. »(Protovangelo di Giacomo 18,2-3). La stessa natura circostante era come in uno stato di grande giubilo, attonita assisteva all’unione del Cielo con la terra. « E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva: ‘Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama »(Lc 2, 13-14). « Ti saluto o Madre di Dio Maria, per mezzo della quale gli angeli danzano e gli arcangeli cantano inni possenti »(S. Cirillo Alessandrino, Omelia XI)

Gioisci degli Apostoli voce perenne; gioisci dei Martiri indomito coraggio.

« Imploriamo colei che è la Genitrice di Dio e preghiamola di intercedere per noi, lei che è onorata da tutti santi: dagli apostoli i quali hanno predicato (il Figlio); dai martiri che in lui hanno trovato il maestro delle loro lotte, il datore della corona » (Severo di Antiochia) « Maria può essere chiamata apostolo e si dirà che ella supera tutti gli apostoli… Se quelle parole che hanno udito da nostro Signore: « andate e insegnate a tutte le nazioni » hanno fatto di quelli apostoli (una nazione), quale nazione questa vergine non ha istruito e condotto alla conoscenza di Dio! Mediante il suo concepimento senza eguale, ha fatto di lei la Madre e la radice della predicazione evangelica » (Severo di Antiochia). Donando completamente se stessi a Dio ed amando con tutto il cuore il proprio prossimo ci si avvicina al Regno di Dio. Due sono i comandamenti: « Il primo è Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. Il secondo è questo: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Non c’è altro comandamento più grande di questi. »(Mc 12,29-31). « Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. »(Gv 15.13). Grande è stato l’amore dei Santi Martiri che concorrono al compimento del Regno di Dio e « grazie al sangue dell’Agnello e alla parola della loro testimonianza, e non hanno amato la loro vita fino a morire »(Ap 12,11). Maria è veramente la Regina dei Martiri: la Vergine addolorata dinanzi alla Croce del Figlio suo. Non solo perdona, ma ama di un amore così profondo persino gli uccisori del Figlio. In effetti non solo Maria accettava la Croce di Cristo, ma univa a quello del Figlio il suo dolore. « Accettare l’altro che soffre significa, infatti, assumere in qualche modo la sua sofferenza, cosicché essa diventa anche mia. Ma proprio perché ora è divenuta sofferenza condivisa, nella quale c’è la presenza di un altro, questa sofferenza è penetrata dalla luce dell’amore. La parola latina con-solatio, consolazione, lo esprime in maniera molto bella suggerendo un essere-con nella solitudine, che allora non è più solitudine. »(Benedetto XVI, Lettera Enciclica Spe Salvi). Così Maria innanzi a Cristo ed insieme a Cristo è divenuta davvero la corredentrice, la nostra mediatrice presso il Mediatore e la Regina dei Martiri. « Apostolorum exultatio, praedicatio Martyrum »(Efrem il Siro, Oratio ad Sanctissimam Dei Matrem)

Gioisci della fede possente sostegno; gioisci segno splendente di grazia.

« Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto » (Lc 1,38). Alla gratuità del dono di Dio, Maria risponde con il « Si » della fede. « Beata te che hai creduto » (Lc 1,45), la chiamerà subito dopo la cugina Elisabetta. Sant’Agostino dà pieno risalto alla fede di Maria « Maria è più grande per essere stata discepola di Gesù che non per essere sua madre ». « Mentre diceva questo, una donna dalla folla alzò la voce e gli disse: ‘Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!’. Ma egli disse: ‘Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!’ »(Lc 11,27-28). « Anche sotto la croce, non era venuta meno la fede di Maria. Ella era stata colei che, come Abramo, « ebbe fede sperando contro ogni speranza » (Rm 4,18). « (…) Mediante questa fede Maria è perfettamente unita a Cristo nella sua spoliazione… E’ questa forse la più profonda kénosis della fede nella storia dell’umanità » (Giovanni Paolo II, Redemptoris Mater). « Rallegrati, piena di grazia, il Signore è con te » (Lc 1,28). « Piena di grazia’ – nell’originale greco kecharitoméne – è il nome più bello di Maria, nome che Le ha dato Dio stesso, per indicare che è da sempre e per sempre l’amata, l’eletta, la prescelta per accogliere il dono più prezioso, Gesù, « l’amore incarnato di Dio »"(Benedetto XVI, Deus caritas est) ». « Ave, o nube luminosa, che nel deserto della vita adombri il nuovo Israele mediante la tua intercessione. Grazie a te, vengono uditi decreti di grazia e da te è venuto il Sole di giustizia che tutto illumina con i raggi dell’incorruttibilità. Ave, o candelabro, vaso aureo e solido della verginità, il cui stoppino è la grazia dello Spirito e il cui olio è quel corpo santo preso dalla tua carne illibata. » (Teodoro Studita)

Gioisci per te fu spogliato l’inferno; gioisci per te di gloria siamo stati rivestiti. Gioisci Vergine Sposa.

« Inneggiamo a Maria vergine, gloria dell’universo, generata dagli uomini e genitrice del Signore, porta celeste, tripudio degli Angeli, ornamento dei fedeli. Lei, infatti, apparve quale cielo e tempio della Divinità. Lei, abbattendo il muro divisorio dell’ostilità, vi sostituì la pace e spalancò la reggia. Avendo lei, ancora della fede, abbiamo per difensore il Signore, da Lei nato. Confida, dunque, confida popolo di Dio! Poiché combatterà contro i nemici Egli che è l’onnipotente. »(Troparion tratto dall’Orologion). Maria porta all’intera umanità colui che è rivestito di gloria, « E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano una sola cosa come noi siamo una sola cosa. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo conosca che tu mi hai mandato e che li hai amati come hai amato me. Padre, voglio che quelli che mi hai dato siano anch’essi con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che tu mi hai dato; poiché mi hai amato prima della creazione del mondo. »(Gv 17,22-24) « E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità. »(Gv 1,14). « Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto, e questi hanno conosciuto che tu mi hai mandato. E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro »(Gv 17,25). « E noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore. »(2Cor 3,18)   « Il Signore venne in lei per farsi servo. Il Verbo venne in lei per tacere nel suo seno. Il fulmine venne in lei per non fare rumore alcuno. Il Pastore venne in lei ed ecco l’Agnello nato, che sommessamente piange. Poiché il seno di Maria ha capovolto i ruoli: Colui che creò tutte le cose ne è entrato in possesso, ma povero. L’Altissimo venne in lei (Maria), ma vi entrò umile. Lo splendore venne in lei, ma vestito con panni umili. Colui che elargisce tutte le cose conobbe la fame. Colui che abbevera tutti conobbe la sete. Nudo e spogliato uscì da lei, Egli che riveste (di bellezza) tutte le cose» (Sant’Efrem il Siro, Inno sulla Natività 11, 6-8).

ANALISI DELL’ICONA

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L’icona della settima stanza si colloca perfettamente, fatta eccezione per la mancanza dei Magi, nel modulo iconografico classico delle icone della Natività. Per comodità descrittiva possiamo considerarla divisa in tre parti essenziali: la parte alta, relativa alla sfera celeste, la mediana, riguardante il piano di salvezza di Dio e quella bassa raffigurante la natura terrena ed umana. Sullo sfondo la montagna messianica a due punte indicante la duplice natura di Gesù. Cristo è la solida roccia di cui Isaia profetizzerà: « Alla fine dei giorni, il monte del tempio del Signore sarà saldo sulla cima dei monti e s’innalzerà sopra i colli, e ad esso affluiranno tutte le genti. »(Is 2,2) La parte « Celeste dell’Icona » Nella parte superiore dell’icona, in un cielo dal blu profondo, molto intenso, risplende di luce dorata, visibile agli uomini, la gloria dell’altissimo da cui si dipartono i classici tre raggi. Il più lungo di questi attraversa l’Icona fino a raggiungere la grotta ove giacciono Maria ed il Bambino. Nella parte sinistra dell’Icona un Angelo si china verso un pastore e salutandolo alla maniera greca gli annuncia la venuta del Salvatore. « Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l’angelo disse loro: « Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia »(Lc 2,9). Oltre la montagna messianica, nella parte destra della icona, tre angeli molto ravvicinati fra di loro richiamano la moltitudine delle schiere celesti. Le creature angeliche con gli occhi e le mani rivolte al cielo giubilando cantano incessantemente le lodi di Dio: « Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama »(Lc 2, 14). La parte centrale: « Il piano della Salvezza » Come il « Manuale dell’Iconografo » del Monaco Dionigi di Furna recita, al centro dell’icona viene rappresentata « una grotta. Dentro, sul lato destro, la madre di Dio; ella posa in una mangiatoia Cristo bambino in fasce ». Maria è distesa su di un tappeto rosso a forma di mandorla, alla destra di Gesù: « alla tua destra sta la regina, in ori di Ofir » (Sal 45,10). Il Bambino viene deposto da Maria sulla mangiatoia e sembra che questi esca dalla grotta, probabilmente illustrazione della quarta Ode del Canone della Natività: « (…) Il Bambino è uscito dalla montagna (che è) la Vergine, il Verbo per la restaurazione degli uomini ». L’oscurità della grotta simboleggia l’inferno che tenta di ingoiare il Bambino, si tratta della stessa cavità posta sotto Gesù nelle Icone della resurrezione. « Egli è entrato nelle fauci dell’inferno e come Giona nel ventre del cetaceo ha soggiornato tra i morti, non perchè vinto, ma per recuperare, quale novello Adamo, la dramma perduta: il genere umano. I cieli si inchinano fin nel profondo dell’abisso, nelle profonde tenebre del peccato. Fiaccola portatrice di luce, la carne di Dio, sottoterra dissipa le tenebre dell’inferno. La Luce risplende fra le tenebre, ma le tenebre non l’hanno vista » (Origene, Commentario su San Giovanni). Gesù è avvolto in un bendaggio a fasce incrociate ed intrecciate che rievoca quello di Lazzaro, divenendo l’anticipazione della propria morte. La forma stessa della mangiatoia, che ricorda molto da vicino un sarcofago, è un richiamo alla morte del Cristo. La condanna cui Eva ed il genere umano assieme a lei furono sottoposti, fu quella di partorire figli destinati alla morte. Anche Maria a sua volta partorisce Gesù, che come vero uomo, è anche Egli destinato alla morte, viene quindi deposto in un sepolcro. Attorno alla mangiatoia il bue e l’asino, avverarsi della profezia di Isaia: « Udite, cieli; ascolta, terra, perché il Signore dice: « Ho allevato e fatto crescere figli, ma essi si sono ribellati contro di me. Il bue conosce il proprietario e l’asino la greppia del padrone, ma Israele non conosce e il mio popolo non comprende »(Is. 1,2-3). E nello pseudo Matteo: « Si adempì allora quanto era stato detto dal profeta Abacuc, con le parole: ‘Ti farai conoscere in mezzo a due animali’. » Secondo Gregorio di Nissa, Gregorio di Nazianzo e Ambrogio di Milano, il bue rappresenta il popolo giudeo, l’asino i gentili. Leone Magno rafforza questo parallelismo intravedendolo anche nel binomio Magi-Gentili, Pastori-Giudei. Sul lato destro dell’icona tre pastori. « Accorrano i pastori per vedere il Pastore che è nato dalla Vergine Agnella. »(Proclo di Costantinopoli, Omelia IV in Nativitate Domini). Essi risalgono quella solida roccia cui nell’ultimo giorno affluiranno tutte le genti (cf. Is 2,2). Durante la salita contemplano quella grotta le cui tenebre sono rischiarate dalla Luce perchè « la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta. »(Gv 1,5). La grotta « era piena di luce più bella del bagliore delle lucerne e delle candele, e più splendente della luce del sole. »(Vangelo arabo dell’Infanzia). Si legge ancora nello pseudo-Matteo « (l’angelo) comandò poi alla beata Maria di scendere dall’animale e di entrare in una grotta sotto una caverna nella quale non entrava mai la luce ma c’erano sempre tenebre, non potendo ricevere la luce del giorno. Allorché la beata Maria entrò in essa, tutta si illuminò di splendore quasi fosse l’ora sesta del giorno. La luce divina illuminò la grotta in modo tale che né di giorno né di notte, fino a quando vi rimase la beata Maria, la luce non mancò. » Parte bassa: la natura terrena ed umana In basso due donne accudiscono il Bambino lavandolo. L’origine di questo modulo è da ricercarsi nella tradizione ellenistica, prima che nei testi apocrifi. L’intenzione dell’iconografo è quella di voler pienamente rappresentare l’umanità reale e non apparente di Cristo, ricorrendo ad un atto ordinario ed assolutamente umano: « (…) pur continuando a considerare immutabile la natura divina, dice che essa si è estremamente mutata per accondiscendere alla nostra debolezza e ha assunto la somiglianza della nostra natura »(San Gregorio di Nissa). Il bagno di Gesù è allo stesso tempo prefigurazione del battesimo (Teofania) e della Sua sepoltura; il Bambino viene immerso totalmente nell’acqua, proprio come nelle Icone del Battesimo ove il Cristo appare sepolto dal liquido. Circa l’identità delle due donne, il proto vangelo di Giacomo, al capitolo 19, fornisce un racconto abbastanza dettagliato. La scena del bagno, nell’icona, è probabilmente ispirata ad una nota omelia attribuita al Patriarca Teofilo di Alessandria, che molto suggestionò gli animi durante tutto il medioevo. Teofilo narra di una visione avuta da lui stesso, in cui è la stessa Vergine a parlare: “Salimmo per il monte a questa casa deserta e vi entrammo, (…) trovammo un pozzo d’acqua perché potessi lavare mio figlio e lo condussi presso il pozzo (…). Entrammo nell’interno della casa e ci sedemmo, io e Giuseppe e Salomè e il mio figlio diletto. Salomè si aggirò e trovò così un bacino ed un olla, come se fossero stati preparati per noi. Era sempre Salomè che lavava mio figlio, mentre io gli davo il latte.” In basso, nell’angolo opposto, San Giuseppe siede pensoso, egli volge le spalle alla scena della natività affermando ancora una volta che la nascita di Gesù è un fenomeno totalmente soprannaturale, biologicamente a lui estraneo. E’ tradizione ormai consolidata nel modulo iconografico della Natività rappresentare Giuseppe fuori dalla grotta ed impegnato in un dialogo con un pastore vestito di pelli, che alcuni identificano in Tirso, nome che richiama il bastone utilizzato dalle baccanti nelle processioni dedicate al culto pagano di Bacco. Si vuole in questo modo creare un parallelo con la tradizione misterico-esoterica pagana ed il razionalismo sterile e demoniaco di chi pretende di umanizzare ciò che è divino, illudendosi di poter comprendere e gestire l’intero creato, mettendo così se stesso al centro dell’universo e sostituendosi a Dio. La composizione fortemente simmetrica dell’Icona, fa intuire una certa rilevanza lasciata al valore simbolico dei numeri 1, 2, 3. Considerando la linea mediana dell’icona e quindi il capo della vergine come centro dell’icona, è facile osservare che sul lato sinistro ci sono tre angeli e tre pastori; a destra un Angelo e un pastore; in basso due donne e due uomini. Ancora in basso, considerando come punto di simmetria l’albero posto fra San Giuseppe e l’ancella che accudisce al lavacro di Gesù, risulta evidente il contrasto fra il Dio fattosi uomo e il bastone di Tirso-Satana. La figura di Maria domina il centro esatto dell’icona, ella dolcemente accudisce il Figlio ed attira la nostra attenzione coinvolgendoci in un momento di intensa intimità. Sostando in silenzio, contemplando la gioia di Maria sembra quasi di udire le Sue parole: « Abbandonatevi a Dio. Dite a tutte le donne che hanno paura di avere figli che più figli avranno, meglio sarà! Dovrebbero piuttosto temere a non averne! Tutto ciò che fate e tutto ciò che possedete, datelo a Dio, affinché Lui possa regnare nella vostra vita come Re di tutto. Non abbiate paura, perché io sono con voi anche quando pensate che non esiste via d’uscita e che satana regna. Prego per tutti voi affinché nasca la gioia nei vostri cuori e perché anche voi nella gioia portiate la gioia che oggi io ho. Vi benedico con la benedizione della gioia, affinché Dio sia tutto per voi nella vita. Solo così il Signore potrà guidarvi attraverso me nelle profondità della vita spirituale. »

Publié dans:Inni, liturgia, Liturgia: Avvento |on 16 décembre, 2013 |Pas de commentaires »

KYRIE

http://www.examenapium.it/meri/kyrie.htm

KYRIE

Il Kyrie eleison, formula greca che significa «Signore, misericordia» o «abbi pietà», è diffusa in oriente fin dall’antichità.  Eteria lo rileva fra le risposte del coro (di ragazzi) in una litania vespertina. Fu introdotto nella messa più tardi.
All’inizio del VI secolo è attestato già in uso a Roma come risposta corale di una litania introduttiva alla messa, il Deprecatio di papa Gelasio, scritta dopo il 466.
Al tempo di Gregorio Magno la risposta si era arricchita della formula Christe eleison (di fatto la parola Kyrie già per san Paolo identificava indistintamente Dio e Cristo), inoltre le messe quotidiane tendevano tralasciare il testo litanico.
In periodo carlingio la triplice ripetizione della formula divenne simbolo trinitario e si stabilizzò nella ripetizione di tre Kyrie, tre Christe, tre Kyrie.
Il Kyrie fu uno dei canti più frequentemente tropati (quasi a restituire l’impianto originario della litania) i cui testi e melodie aggiunti furono tutte eliminati con la riforma di Pio V (1570). Tuttavia l’incipit del testo tropato è rimasto a designare la melodia del Kyrie. Un caso interessante è il  Kyrie II Fons bonitatis.
Fra le numerose intonazioni del Kyrie, l’Editio vaticana ne ha conservate una trentina (di cui 11 ad libitum) in cui si riconoscono tre formulari melodici base:
a) tutte le ripetizioni intonate sullo stesso tema
b) il Christe adotta una melodia diversa (questa è la soluzione più frequente)
c) tre melodie, una per il primo Kyrie, una per il Christe e un’altra per il secondo Kyrie
Forme melodiche più elaborate possono adottare un nuovo tema per la seconda delle tre ripetizioni sia del I Kyrie, che del Christe e del II Kyrie, creando una casistica melodica assai ampia, ulteriormente complicata dall’uso abbastanza frequente di variare, a guisa di ‘coda’, il finale dell’intero canto.
Kyrie XVIII (pro defunctis)
Fra i Kyrie più celebri, il XVIII, quello che si adotta nella messa pro defunctis, accoglie la struttura più semplice: il tema è lo stesso per tutte le ripetizioni (qui però la ‘coda’ è variata). In questi casi, spesso, l’esecuzione tende a limitare le ripetizioni di ogni sezione a due sole (per un totale di sei parti), al posto delle canoniche tre (nove parti in tutto)
 
(sul sito c’è lo spartito qui)
 
Kyrie XVIII
Cantori gregoriani
dir. Fulvio Rampi
[Cd Fsp-Paoline, 1996]
Kyrie XI (Orbis Factor)
Il Kyrie XI, in dominicis per annum, ovvero da cantarsi nelle domeniche esterne al Temporale, è uno dei più antichi (X sec.), ed è strutturato sul modello più comune con il Christe su tema nuovo. La sua natura spiccatamente tonale ha fatto sì che sia stato molto usato nella forma cosiddetta B, scritta nel Cinquecento (qui riprodotta). Sui temi del Kyrie Orbis Factor Frescobaldi ha elaborato, nei Fiori musicali (1635) 12 versioni polifoniche per organo.
 
 
Kyrie XI
Monaci benedettini dell’abbazia di Saint-Maurice e Saint-Maur di Clerveaux
[Cd Philips, 1971]
È un’esecuzione del 1960 che adotta, come si usava all’epoca, l’accompagnamento dell’organo.
Kyrie I (Lux et origo)
Kyrie assi celebre, che si canta a Pasqua, intonato su tre temi diversi.
  
Kyrie XVIII
Cantori gregoriani
dir. Fulvio Rampi
[Cd Fsp-Paoline, 1996]
Kyrie X (Alme Pater)
Kyrie mariano (in festis et memoriis B. M. V.) dall’intonazione elaborata. Oltre a mutare tema per ogni parte, qui la seconda ripetizione di ciascun versetto è su melodia nuova. La musica del Graduale triplex è stata reimpaginata per mettere in evidenza divergenze e similitudini delle ripetizioni. Non si tratta infatti di una successione aba-cdc-efe, perché d e f coincidono; inoltre tutti i temi, a parte c, sono identici nella conclusione. Si osservi come il finale del canto (la ‘coda’) si una ripetizione delle due precedenti frasi.
 
Kyrie X
Cantori gregoriani · dir. Fulvio Rampi [Cd Fsp-Paoline, 1996]

Publié dans:Inni, liturgia |on 21 novembre, 2013 |Pas de commentaires »
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