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ICONA DEL SANTO VOLTO – « UNO SGUARDO CHE ASCOLTA »

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ICONA DEL SANTO VOLTO

ICONA DEL SANTO VOLTO -

« UNO SGUARDO CHE ASCOLTA »

sr Renata Bozzetto

La prima icona si tramanda sia stata il volto umano del Figlio di Dio. Chiamata ‘Santo Volto’ o immagine ‘Acheropita’ (= non fatta da mano d’uomo) riproduce, secondo la tradizione, le sembianze reali del Cristo. Gesù stesso, infatti, avrebbe inviato un suo ritratto al re Abgar di Edessa.
Questa leggenda racconta che il re era lebbroso e, desiderando guarire, inviò una delegazione da Gesù durante la sua predicazione in Palestina, chiedendogli un intervento mira­coloso e un suo ritratto. Cristo, per esaudire il desiderio del re, si sarebbe lavato e poi asciugato il volto in un telo, lasciandovi im­pressi i suoi tratti. Inviò, quindi, tramite l’archivista del regno di Abgar, la sua immagine al re.
Questa l’origine dell’immagine Acheropita che da molti è considerata la prima icona.
Il significato della leggenda consiste anzitutto nell’attestare la storicità di Gesù Cristo e nel ricondurre ogni sua raffigura­zione a un’immagine iniziale ricevuta e non elaborata, divina e non umana.
Lo stesso aggettivo acheiropóietos serve a sottolineare l’alterità sovrana di Dio e della sua potenza e al tempo stesso la pe­netrazione trasformante della dimensione divina nell’umano fragile e caduco, in un dono permanente di questo amore.
Il prezioso telo fu custodito per secoli a Edessa, fino al 944 d.C., anno in cui fu portato a Costantinopoli dando così inizio a una speciale ufficiatura celebrata ancora oggi il 16 agosto.
La solenne liturgia del giorno così canta:

«Un’argilla creata dall’uomo
porta impressa la tua effigie increata,
o mio Cristo, Creatore dell’universo».

Così, quanto più contempliamo Dio nel suo Essere, Egli ci appare misterioso, indicibile, radicalmente trascendente; però, nello stesso tempo, si rivela a noi esistente e presente, avvol­gendoci della sua bruciante vicinanza. E notiamo anche che la profondità e intensità dell’Uomo-Dio nel volto nobile e umanissimo, dolce e severo, sereno e misteriosamente sofferto nel con­tempo, è in grado di sconfiggere col solo contatto di sguardi tut­ti i luoghi comuni delle nostre paure, ansie, sfiducie e ripiega­menti egocentrati.
«E voi, chi dite che io sia?». L’interrogativo posto da Cristo stesso ai suoi discepoli risuona inquietante oggi ancora nella Chiesa come il quesito centrale della storia e della persona uma­na.

Cristo Acheropita, Dio fatto volto d’uomo.
Il volto è sempre una rivelazione, incompleta e passegge­ra, della persona. Nessuno ha mai visto il proprio volto; lo si può conoscere soltanto riflesso nello specchio o per mezzo di una fotografia. Il volto non è dunque fatto per se stessi, ma per l’altro, o per Dio. E’ un silenzioso linguaggio. E’ la parte più viva, più sensibile che, nel bene e nel male, presentiamo agli altri. E’ l’io intimo parzialmente denudato, infinitamente più rivelatore di tutto il resto del corpo. Così dice Max Picard: «Non è senza turbamento che si guarda un volto, poiché esso esiste innanzitutto per essere guardato da Dio. Guardare un volto umano, è come voler controllare Dio… E’ soltanto nel­l’atmosfera dell’amore che un volto umano può conservarsi tale quale Dio lo creò, a sua immagine». Per comprendere un volto ci vogliono attenzione, pazienza, rispetto, insieme all’a­more perché il volto è il simbolo di ciò che vi è di divino nel­l’uomo.
Secondo il teologo ortodosso Olivier Clément «Dio si è ri­velato in un volto la cui luce si moltiplica, di generazione in ge­nerazione, in umili volti trasfigurati».

Lettura dell’Icona
L’icona del Santo volto o Icona Acheropita, della scuola di Novgorod, (secolo XII), è l’icona della festa del « Trionfo dell’ortodossia » celebrata nella la domenica di Quaresima (16 agosto).
Questo modello iconografico com­memora la misteriosa bellezza del volto di Cristo. Solo l’icona di Cristo può sovrasta­re l’altare. Icona delle icone, il Figlio resta la « pietra angolare e preziosa » della « bel­lezza divina » celebrata dal Kontakion della Domenica dell’Ortodossia: «II Verbo indescrivibile del Padre si è fatto descrivibile incarnandosi di te, Madre di Dio. Avendo ristabilito nella sua dignità originale l’immagine insudiciata, l’unisce alla bellez­za divina».
Dio si riconosce nella sua creatura e tramite il Figlio in­carnato si fa volto. Nel volto del Cristo l’uomo è chiamato a riconoscere il proprio volto trasfigurato. L’icona cristallizza questo riconoscimento: immagine del Cristo, riflette l’imma­gine dell’umanità deificata che, contemplandosi in essa, « ri­flette come in uno specchio la gloria del Signore » (2Cor 3, 18).
In questa icona, vediamo rappresentato solo il volto, sen­za collo, di fronte: il Cristo ci invita a rivolgerci a lui dan­dogli del « Tu », ci invita al dialogo, a non avere paura: la « frontalità » è offerta e disponibilità al dialogo. Il « profilo », al contrario, non dialoga, si difende, nasconde parte del volto.
Il colore della carnagione è di una tonalità che si può de­finire colore di terra impastata di luce non identificabile con nessuna razza; è il volto del genere umano, e tutte le cultu­re e le razze in esso si riconoscono.
I capelli, simmetricamente divisi, sembrano un velo che si alza per mostrare il volto di Gesù che illumina « la divina tenebra », cioè il mistero di Dio.
La fronte, ampia, scoperta, è la sede della sapienza.
Gli occhi grandi e dolci, sono pieni di luce e offrono vi­talità con tono maestoso, quasi severo, anche se accogliente.
Lo sguardo del Signore è solenne: egli guarda alla sua destra per rassicurare, accogliere e proteggere con la sua divina maestà i suoi discepoli: «Venite be­nedetti dal Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo» (Mt 25,34). // suo è uno sguardo che difende dal male e da vittoria in ogni prova.
E’ l’occhio che, per sua natura rivolto perennemente alla luce, può diventare specchio dell’anima e spingerci fino all’inti­mo della conoscenza di Dio. Per la conoscenza e la fede – grida l’apostolo Paolo alla Chiesa di Efeso – siano illuminati « gli occhi della vostra mente » (Ef 1,18).
Le orecchie di Gesù sono piccole, appiattite, quasi flosce, perché egli ascolta tutto con gli occhi; egli guarda e ascolta, guarda e ama, ascolta tutto dal di dentro… anche le nostre pre­ghiere, le nostre invocazioni, vengono accolte dai suoi oc­chi i quali capiscono e conoscono assai più di quanto gli dice il suono della nostra voce.
La bocca, piccola e chiusa, invita al silenzio, ad ascoltare la voce dello Spirito, ed è nell’atteggiamento appena accenna­to di soffiare lo Spirito santo.
Lo sfondo d’oro che avvolge il volto indica l’immersione della persona nella luce divina e come conseguenza è il simbolo della luce divina che inonda di sé tutta la rappresentazio­ne e deifica l’umanità stessa di Cristo.
Le striature giallo-oro sui capelli, il bianco della croce, con l’oro e l’aureola, mettono in evidenza l’atmosfera del­la luce divina e gloriosa che inquadra il volto di Gesù: nel­l’icona contempliamo il volto trasfigurato e trasfigurante del Risorto.
Il cerchio giallo-oro del nimbo è luminoso ma non abba­glia, non violenta lo sguardo, come fa Dio che si fa cono­scere dall’uomo senza violentare.
Questi elementi del volto trovano unità nel TAU, che prende forma dalle arcate sopracciliari e dal naso; il TAU tiene lontana ogni punizione, diventa dono e soffio di vi­ta: «II Signore chiamò l’uomo vestito di lino, che aveva al fianco la borsa da scriba, e gli disse: « Passa in mezzo alla città, in mezzo a Gerusalemme, e segna un TAU sul­la fronte degli uomini che sospirano e piangono per tut­ti gli abomini che vi si compiono »» (Ez 9,3-4). Perciò, pro­prio attraverso la croce che Gesù ha sul volto può essere im­presso il TAU sul volto di ogni uomo che ha fame e sete di giu­stizia; ed egli verrà saziato e interamente realizzato.

Contemplare, pregare l’icona : Uno sguardo che ascolta…
Prepariamoci alla meditazione fissando lo sguardo su Gesù.
«Dammi la prova che gli occhi della tua anima possano ve­dere e gli orecchi del tuo cuore possano intendere. Difatti pos­sono vedere Dio solo quelli che hanno gli occhi dell’anima aper­ti» (Teofilo di Antiochia).
Facciamo con fede il segno della croce e invochiamo lo Spirito.
Gli occhi del Signore «sono miriadi di volte più luminosi del sole; essi vedono tutte le azioni degli uomini e penetrano fin nei luoghi più segreti» (Sir 23,19). Così il Signore educò il suo popolo che vagava nella steppa e nel deserto, «lo custodì come pupilla del suo occhio» (Dt 32,10). Colmi di compassione e di amore essi sono ora rivolti a te come un giorno incrociaro­no gli occhi di un giovane israelita:
«Mentre usciva per mettersi in viaggio, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a Lui, gli domandò: « Maestro buono, che devo fare per avere la vita eterna? ».
Gesù gli disse: « Perché mi chiami buono? Nessuno è buo­no, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimo­nianza, non frodare, onora il padre e la madre ».
Egli allora gli disse: « Maestro, tutte queste cose le ho os­servate fin dalla mia giovinezza ».
Allora Gesù, fissatolo lo amò e gli disse: « Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un te­soro in cielo; poi vieni e seguimi »» (Me 10,17-21).
• Guardo a lungo Gesù. So che lo sguardo di Gesù è un elemen­to importante nei suoi incontri con le persone: è un mezzo straordinariamente efficace per provocare una risposta per­sonale nei suoi ascoltatori: Lc 18,35-43: il cieco di Gerico; Lc 22,61: lo sguardo verso Pietro dopo il rinnegamento; Gv 9,1-41: guarigione di un cieco nato. Visualizzo Gesù che posa lo sguardo traboccante d’amore sul giovane ricco. Lascio infine che gli occhi di Cristo s’incrocino con i miei e registro le riso­nanze che questo suscita dentro di me.
• Contemplo il suo volto maestoso e dolce nel contempo. Lascio che il suo sguardo penetri tutti gli strati del mio esse­re e sciolga ogni resistenza, difesa, pregiudizio, separazio­ne, paura… Ripeto lentamente le parole del salmista: «I miei occhi si consumano nell’attesa di Dio» (SI 69,9). Gesù guarda con amore perché vuole trasformarti, difender­ti dal male e farti uscire vittorioso da ogni prova.
Ti accoglie, ti protegge, ti rassicura, ti guarda con occhi pie­ni di compassione e di comprensione. Gesù ti ascolta.
• Non stancarti di contemplare il suo sguardo: Egli è uno sguardo che ascolta. Non ha bisogno di sentire le tue parole, le tue grida o le tue domande. Gesù ti guarda e ti ama. Ti guarda partendo dal cuore. Legge dentro, sa di che cosa siamo fatti, siamo suoi, gli apparteniamo! E guardandoti ti da fiotti di vita nuova invitandoti, poi, a fare altrettanto con i fratelli.
Chiediti: quante volte questo sguardo è stato per me un monito a cambiare? A convertirmi, a lasciarmi trasformare questo cuore di pietra? So guardare il fratello con lo sguar­do di Cristo che «tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta» per noi? (1Cor 13,7).
• Lasciati penetrare dalla luce del suo sguardo. Ora anche i nostri occhi liberi da quanto li offuscava, si posano benevoli sui fratelli, così che nessuno – direbbe S. Francesco – «dopo aver visto i miei occhi, se ne torni via senza il mio perdo­no» (Fonti Francescane, 235)
Se poi ti lasci inondare dal suo amore, anche in te si accre­scerà il desiderio della carità:
«Amatevi come io vi ho amato» più che un comando è un’aspirazione profonda che ognuno di noi porta nel suo intimo; è il desiderio di poter vivere una vita decorosa, in­tima e benefica per tutta l’umanità perché quando uno ha provato l’esperienza d’essere amato, non può fare a meno di comunicarla.
Lo sguardo di Gesù lo insegna: è solo l’amore che ci muo­ve dal profondo ad essere migliori.
Gesù non ascolta tanto parole, pensieri o promesse. Lui leg­ge nel cuore. E’ un Dio che tutto capisce e semplicemente ama.
• Contempla Gesù : il suo volto, il suo sguardo perché vuole tra­sformarti, farti diventare simile a lui.
E’ importante scoprire che siamo davvero chiamati a la­sciarci trasformare dall’amore di Dio, anche e solo attraverso le piccole cose, gli incontri quotidiani, nonostante i nostri sbagli e le nostre debolezze umane. Solo così l’amore di Dio prende carne in te e diventa testimonian­za.
• Non distogliere gli occhi da questo santo volto. Egli ti chiama e sta a te dire di sì con coraggio e senza pau­ra. Dobbiamo spesso ricordarci che chi segue Cristo segue un Dio morto in croce e risorto. Chi segue Cristo deve quin­di abbracciare ogni giorno la croce per risorgere con lui… Unisciti, dopo questo lungo sguardo d’amore, al centurione e dì anche tu: «Tu sei veramente il Figlio di Dio!». Ripetila a lungo questa professione di fede.
• Ed ora ringrazia per il dono che hai ricevuto ed espandi al mondo intero una benedizione.

Publié dans:ICONOGRAFIA, immagini sacre e testo |on 22 juillet, 2015 |Pas de commentaires »

L’ICONA COME CATECHESI DIPINTA – MARIA « IL ROVETO ARDENTE »

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L’ICONA COME CATECHESI DIPINTA

L'ICONA COME CATECHESI DIPINTA - MARIA

L’icona « Il Roveto ardente »

L’icona della Madre di Dio detta « Roveto ardente » deve il suo nome al noto miracolo testimoniato da Mose stesso nel vecchio testamento. Nel III capitolo dell’Esodo, Dio chiama Mose sul monte Oreb, dal mezzo di un cespuglio che bruciava a fuoco vivo, ma senza consumarsi egli ode la voce di Dio che gli comunica l’incarico di salvare gli Ebrei dalla schiavitù in Egitto. In quella occasione Dio confida a Mose il suo nome: « Io sono Colui che sono » (Esodo 3.14).
La Chiesa rifacendosi alla tradizione dei Santi Padri ed ai suoi concili ecumenici, ritiene che le fiamme che Mose vide erano di fatto la Gloria di Dio fattasi luce, e preannunciatrice della trasfigurazione di Gesù; ecco perché il cespuglio non si poteva mai consumare. Dio concesse a Mose di vedere la Sua Gloria, che come la Sua essenza stessa è eterna, quindi non consumabile. Quando Dio parlò a Mose, questi udì la Parola del Verbo (Logos) prima ancora dell’incarnazione. La visione della gloria di Dio, come luce in questa vita come nella prossima coincide con il fatto salvifico stesso. Il miracolo del Cespuglio ardente consiste quindi in una prefigurazione della nascita di Gesù dalla Vergine Maria. La Vergine diede alla luce il Cristo pur rimanendo tale, esattamente come il cespuglio che brucia ma non si consuma. La tradizione cristiana ha dato del fenomeno del Roveto più di una spiegazione. L’interpretazione più comune e costante si presenta in chiave cristologica e mariana. Ravvisando nel fuoco il simbolo della divinità e nel Roveto il simbolo dell’umanità, si è letto nel fenomeno una prefigurazione dell’Incarnazione di Cristo per mezzo di Maria. Maria stessa, strumento e luogo dell’Incarnazione, non solo non fu annientata per il tremendo impatto [con la divinità], ma conservò anche la sua verginità intatta.
A partire da secolo V, i Padri greci hanno interpretato il roveto ardente come una prefigurazione della Madre di Dio. La liturgia bizantina vi vede una fulgida profezia della concezione verginale di Gesù. «Mosè ti prefigurò come il roveto ardente del Sinai. Tu ricevesti, senza essere consumata, il fuoco insostenibile dell’essenza divina, che unisce un’ipostasi divina alla fragilità della carne». L’interpretazione mariologica del roveto ardente è entrata anche nella liturgia romana, come attesta la 3^ Antifona dei II Vespri del 1 Gennaio, solennità della Madre di Dio.
”Come il roveto, che Mosè vide ardere intatto, integra è la tua verginità, Madre di Dio: noi ti lodiamo, tu prega per noi.”

Il Roveto così divenne un simbolo e un nome di Maria Vergine.
Dai numerosi Padri che hanno commentato il tema, diamo qui il seguente di Esichio di Gerusalemme (+ 451) il quale, nella sua seconda « Omelia sulla Madre di Dio », così commenta: « A te, o Vergine, i Profeti dispensarono lodi; ed ognuno ti ha chiamato Portatrice di Dio. Uno ti disse Verga di Jesse; un altro ti paragonò al Roveto che arde e non si consuma, alludendo in tal modo alla carne dell’Unigenito ed alla Vergine Madre di Dio: bruciava ma non si consumava, poiché partorì, ma non aprì il grembo; concepì ma non contaminò il seno; diede alla luce il bimbo, ma lasciò sigillato l’utero; somministrò il latte, e conservò intatte le mammelle; portava il fanciullo, ma non divenne sposa; crebbe il figlio, ma non v’era padre… ».
La Liturgia torna spesso sul tema del Roveto, simbolo e nome di Maria SS.ma, come si può notare nei seguenti testi:

L’ombra della legge si è dileguata alla venuta della grazia:
come difatti il roveto ardeva e non si consumava,
così vergine hai partorito e vergine sei rimasta;
invece della colonna di fuoco, si è alzato il Sole di giustizia;
al posto di Mosè, Cristo, salvezza delle nostre anime.
Il roveto che Mosè contemplò sul Sinai,
raffigurava te, o Vergine santa;
il roveto difatti era simbolo del tuo santo corpo,
i rami che non si consumavano della tua verginità;
ed il fuoco del roveto Dio che in te ha preso dimora. Grande è la gloria della tua verginità,
o Maria, o Vergine perfetta.
Tu hai trovato grazia, il Signore è con te.
Tu sei la scala che vide Giacobbe,
fissata sulla terra ed elevata sino al cielo,
per la quale gli Angeli salivano e scendevano.
Tu sei il rovo che vide Mosè:
era pieno di fuoco e non bruciava.
Infatti il Figlio di Dio venne e scese nel tuo seno,
e il fuoco della sua divinità non bruciò il tuo corpo.
Tu sei il roveto visto da Mosè in mezzo alle fiamme
e che non si consumava, il quale è il Figlio del Signore.
Egli venne e abitò nelle tue viscere
e il fuoco della sua divinità non consumò la tua carne.

Il biblista Gianfranco Ravasi: nel suo libro « L’albero di Maria – 31 icone bibliche mariane », riporta le affermazioni del Patriarca di Antiochia Severo, del VI secolo. Questi, dopo aver detto che « il grembo di Maria è come il roveto nel quale discende il fuoco teofanico e nel quale Jhwh si rende presente e sperimentabile a Mosè », così aggiunge: « Quando volgo lo sguardo alla Vergine Madre di Dio e tento di abbozzare un semplice pensiero su di lei, fin dall’inizio mi sembra di udire una voce che viene da Dio e che mi grida all’orecchio: ‘Non accostarti! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo dove stai è terra santa!… Avvicinarsi a lei è come avvicinarsi a una terra santa e raggiungere il Cielo’ « .
Il tema del « Roveto ardente » non poteva non tentare gli artisti che lo hanno raffigurato in miniature su libri, in affreschi su muri di Chiese e Monasteri, e su icone portatili in legno. Le icone più antiche si ritrovano nel Convento di Santa Caterina nel Sinai e risalgono ai secoli XII-XIV. Dal Sinai il tema si è diffuso nei diversi Paesi di tradizione ortodossa e in Occidente.
In Oriente si possono distinguere due tipi principali: greco il primo, russo e slavo il secondo. Il tema greco riflette più da vicino il racconto dell’Esodo. Vi figura sempre Mosè che su ordine dell’Angelo si toglie i sandali; di fronte a lui è raffigurato il Roveto che brucia; in mezzo, o alla sommità, si vede Maria in busto o a pieno corpo con il Bambino in grembo: questo tipo iconografico della Madonna è quello detto della « Platytéra » [= più vasta dei Cieli]; quando il Bambino è circondato da un cerchio, il tipo è quello della Madonna del Segno.
Una delle prime raffigurazioni della Madre di Dio, originarie del monastero di Santa Caterina sul Sinai, rappresenta la Madonna come un « Roveto ardente », la mostra nel mezzo di un cespuglio ardente mentre sorregge e il suo divino figliolo. Mose è raffigurato in un angolo mentre si toglie i sandali, perché il posto ove si trova è sacro. (Esodo 3.5). Molte icone contengono una rappresentazione stilizzata del cespuglio riassunta da due rombi sovrapposti, il primo rosso rappresentante il fuoco, il secondo verde rappresentate il cespuglio, in modo da formare una stella ad otto punte (noto simbolo mariano).
La Theotokos è dipinta al centro della stella. Nei quattro angoli del rombo verde trovano posto i simboli quattro evangelisti: un uomo per San Matteo, un leone per San Marco, un bue per San Luca ed un’aquila per San Giovanni. Questi simboli derivano da Ezechiele 1.10 e dalla Rivelazione 4.7. Nel rombo rosso trovano posto quattro arcangeli. Con il passare del tempo la struttura del disegno dell’icona è divenuta via via più complessa, fino a mostrare Mose e il cespuglio ardente, Isai e i serafini con i carboni ardenti (Is. 6.7), Ezechiele e la porta attraverso la quale solo il Signore può entrare (Ez. 44.2) e Giacobbe con la scala (Gen. 28.12). In queste raffigurazioni Maria Santissima viene presentata mentre regge la scala di Giacobbe che porta dalla terra al Cielo. Spesso al centro dell’icona, nel lato basso, viene mostrata anche la radice di Jesse (Isaia 11.1).
C’è un’antica storia sul fuoco che consumò diverse costruzioni di legno. Durante un incendio una anziana signora, legata alla sua casa ed ai suoi ricordi, non voleva abbandonare l’edificio ormai pericolante e con fede si pose di fronte alla sua casa reggendo in mano una icona del « Roveto ardente ». Capitò che un testimone si trovasse proprio li in quel momento e vedendo la grande fede della donna si meraviglio profondamente. Il giorno dopo ritornò nello stesso posto e con grande meraviglia notò che la casa della dona era stata risparmiata del tutto dal fuoco, mentre tutte le altre attorno erano completamente distrutte. Questo spiega perché la Madre di Dio, attraverso la sua Icona del « Roveto ardente », viene considerata la protettrice delle case dagli incendi. Pensiamo quanto questo titolo fosse importante in un periodo storico in cui moltissime case erano di legno e le une addossate alle altre!

LA SCALA SANTA DEL PARADISO (Icona)

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LA SCALA SANTA DEL PARADISO

LA SCALA SANTA DEL PARADISO (Icona) dans immagini sacre e testo La-scala-santa-del-paradiso

Nella notte contemplare la luce

sr Renata Bozzetto

San Giovanni Climaco (da climax, scala: genitivo greco latinizzato come nominativo Climacus) è ce­lebre per la sua opera La Scala Santa del Paradiso. Egli, monaco igumeno del mona­stero di S. Caterina sul Sinai, nella Scala descrive l’itinerario dell’e­sperienza spirituale che conduce alla deificazione attraverso la luce. Traccia la via dell’ascesi mistica: un percorso in salita, i cui gradini sono uguali, in numero, all’età del Signore nella sua vita terrena. Infatti, prendendo a modello quei trent’anni, egli ci presenta una sca­la simbolica che in trenta gradini conduce alla perfezione.
Il termine del cammino è quindi la « trasfigurazione » del cuore.
Ogni anima anelante al cielo, come cerva immunizzata dal veleno in forza del profondo desiderio di unirsi al Signore, raggiunta la cima della Scala, può bagnarsi nelle acque della teologia spirituale e snidare definitivamente le « fiere » dai loro nascondigli col fiato della sua bocca, passeggiando poi, libera, sugli alti monti dove abita la conoscenza della Trinità.
« Il presente libro – esorta san Giovanni, esperto conoscito­re dell’anima umana – mostra il miglior cammino. Se lo imbocchiamo, troveremo in esso una guida sicura per chi lo segue, una scala molto stabile che conduce dalle cose terrestri alle realtà sante, e al sommo di essa vedremo affacciarsi Dio. E’ quella che io penso sia la scala di Giacobbe, « colui che ha superato » le passioni, e che contemplò mentre riposava sul giaciglio dell’ascesi. Saliamo dunque con coraggio e confidenza: così vi esorta questa scala spirituale che conduce al cielo » (S. Giovanni Climaco).
La lettura fungeva per così dire da manuale per i monaci, ma divenne in seguito assai popolare anche in ambiente laico, perché indicava la via verso la purificazione morale. Attraverso i suoi insegnamenti la vita monastica diventava paradigma della vita cristiana in quanto tale, intesa come responsabilità, vigilanza e battaglia contro il male nella « notte » dell’esistenza.

Stare davanti all’icona
L’icona « Scala Santa dei Paradiso », conservata nel mona­stero di S. Caterina sul Sinai (sec. XII), traduce in termini pittorici il cammino dell’anima verso la luce e sottolinea con semplici sim­bologie i pericoli che la « notte » nasconde.
La composizione dell’icona è costruita in modo ideale: la scala, su cui salgono i monaci superando difficoltà e prove nel cammino ascetico, divide perfettamente la scena in due parti. Nella parte superiore si collocano i monaci che salgono i gradini delle virtù, giungendo fino a Cristo che si affaccia dai cieli per accogliere i Santi asceti. Nella zona inferiore sono raffigurati i monaci che non hanno perseverato nella loro tensione verso la Luce e, quindi, precipitano, catturati dai diavoli che li trascinano nelle tenebre dell’inferno (raffigurato nella parte inferiore sotto forma di una testa oscura e mostruosa).
I diavoletti sono rappresentati con una vena più comica e grottesca che terrificante, secondo la consuetudine bizantina di evitare raffigurazioni raccapriccianti delle forze maligne.
L’Oriente accentua preferibilmente l’elemento vittorioso, pasquale. Ecco infatti apparire alla sommità della Scala Gesù Cristo dallo sguardo vivo e pensoso, intenso e colmo di misericordia nell’atto di accogliere Giovanni Climaco con gesto ampio e solenne. E’ il Pantocratore, Colui che regge tutto « l’essere », il Salvatore, Gesù di Nazareth: è il Volto visibile della Luce divina increata che spiritualizza e anima ogni forma materiale e terrena. Avvolto in vesti luminose e vivaci, Cristo si rivela vigoroso e accogliente nel contempo, così che la robustezza delle proporzioni regolari crea l’effetto di una plasticità scultorea, di un’immagine maestosa ed elevata.
San Giovanni, invece, marcia alla testa di un gran numero di monaci, decisamente orientato verso la straordinaria Luce che lo attrae e affascina: la sua figura severa, austera, delinea i tratti ideali dell’asceta: distaccato dal mondo, ma teso e assorto nella contemplazione dei mistero di Luce cui allude il fondo oro idealmente lucido e levigato, che gli antichi dichiaravano essere come « un fuoco che brilla nella notte ».
L’oro, « colore dei colori » di cui l’icona è interamente coperta, nel suo « brillio » e nella sua « nobile luminosità » (Andrea di Creta), significa quindi la Luce increata che investe la creatura e la trasfigura, rendendola già fin d’ora partecipe del Paradiso. La presenza dell’oro, in tal modo, è sempre un indizio del divino, del suo manifestarsi nelle forme sensibili come sublime Presenza che permea di sé il cosmo intero. La lumino­sità dell’oro ha inoltre la caratteristica di « abbagliare » e di « accecare ». Pur illuminando la materia accendendola di una luce misteriosa, essa costituisce come una barriera compatta che cela la prospettiva spaziale e non permette all’occhio di penetrarla, ma rende piuttosto il senso della realtà come « Mistero », mettendo l’accento su quella stupefacente Presenza di Dio che la anima.
Le semplici figure dei monaci tradiscono fisionomie di tipo orientale, espressioni tese e immote, figure dinamiche e asimmetriche, austero silenzio e intensità interiore, costruzione ascetica del mondo spirituale e insieme lieve e raffinato gusto pittorico per la pennellata in cui prevale quello sfumato che aumenta il senso della luminosità. Tutto ciò consente quel fondamentale passaggio dalla concretezza al carattere ideale che ci da di ritrovare l’elemento distintivo dell’icona: una contemplazione silenziosa, una quiete ideale, l’assenza di emozioni troppo sensibili e contrastanti. I monaci hanno mani protese in avanti quasi dovessero porgere qualcosa, forse offrire la propria vita e quella altrui; ma potrebbero essere anche mani aperte e disponibili ad accogliere il dono di Luce che dalla cima invita a salire.
In alto, a sinistra, poi, gli Angeli cantano i loro cori angelici a quanti hanno raggiunto la Pace, la Luce, il Paradiso, a cui fa contrasto il resto contraddistinto da silenzio e da un’essenzialità assorta e interiore.

« Alzati, rivestiti di luce, perché viene a te la tua Luce, la gloria di Jahweh brilla su di te … su di te risplende Jahweh » (Is 60,1-2).
Dio è Luce, cioè è principio di vita, di novità, di creazione. Dio, poi, è difesa, accoglienza e misericordia. Con questa protezione si affrontano l’incertezza e le insidie del male nella notte dell’esistenza.
« Dio è luce e in Lui non ci sono tenebre’ (1Gv 1,5): sì, Egli è innanzitutto luce, un simbolo universale che esprime mirabilmente la bipolarità di Dio: è il Trascendente come la luce del sole, che è all’esterno di noi e irrompe da una fonte che non possiamo né controllare né dominare ed è, come la luce, vicino, immanente, penetrante.
Quando l’uomo si apre e abbandona pienamente al Mistero di Dio, scopre se stesso, l’intera sua storia: passato presente e futuro.
« L’uomo di luce è l’uomo dell’interiorità che avendo realizzato l’unità in se stesso è giunto alla chiarezza di Dio. Egli ama come ama Dio, o piuttosto è Dio che ama in lui. Egli irradia luce divina e dona la vita. Nell’uomo di luce si è insediato lo Spirito, di qui l’importante ruolo svolto dallo Spirito Santo pres­so i figli della luce. La loro particolare vocazione è inserirsi in una dimensione cosmica, poter divenire i redentori dell’universo. Così l’uomo di luce è un salvatore e ogni creatura, anche la più umile, è beneficiaria del suo dono di luce »[1].
Contemplare la Luce non può essere perciò qualcosa di passivo, ma di rivoluzionario che ti apre gli occhi il cuore la casa la vita. Ti rende appassionato, intrepido, audace, propositivo.
Pur coinvolto nella « notte » del tempo, talora intrappolato nelle quotidiane fatiche esistenziali, avverti che è necessario continuare a « salire » dalla terra al ciclo, anticipazione di piena esperienza di comunione con l’eterno.
Come? Con volto franco e sereno, a mani aperte e disponibili, giorno dopo giorno, momento per momento, cogliendo i segni di questo « oltre di Dio » che vanno vagliati attraverso quel filtro sicuro che rappresenta la più autentica specificità del Cristo: il filtro della comunione, dell’universalità, del dialogo, del perdono e della misericordia. Questa apertura « dell’oltre di Dio » ci stimolerà a fare di tutta la nostra vita una pura contemplazione. Contemplazione non come attività, ma come atteggia­mento … un essere in-relazione-con.
Siate piccole luci in salita: grida l’icona! E si tratta di un atteg­giamento, oserei dire, immutabile, di silenzioso sorriso, di apertura e disponibilità totale a Dio che ci penetra, ci possiede, ci ama.
Un’attitudine di misericordia, di benevolenza, di servizio e di pace per gli uomini e le cose del mondo. Infatti è sempre nello sbriciolarsi della giornata che si gioca la contemplazione: nelle dure ore del lavoro, nell’accettare le contrarietà quotidiane come un dono di Dio, nell’interessamento sincero e amorevole per gli altri. Nel sacrificarci per far contento chi ci vive accanto, nella benevolenza verso tutti, nella gioia di vedere le cose belle, nella stanchezza e nel sonno accettati o vinti secondo la necessità del momento.
Salire e scendere la Scala Santa del Paradiso: un movimento perenne tra terra e cielo in compagnia di tanti, tutti a mani tese… Così più che accrescere in noi « conoscenza » impariamo a stabilirci nella « comunione »; una comunione che quanto più è totale e assoluta, espressa nel fare la volontà del Padre, tanto più ci penetra del Mistero luminoso di Dio.
Ciò che conta è non cessare di avanzare, né lamentare stanchezza ma salire e salire con determinazione incontro a Colui che è sorgente di pace e gioia senza fine.
Cessa allora la necessità di esprimersi e rimane quella di « essere ».
« Ti ringrazio, Adonaj, perché hai illuminato il mio volto in vista dell’Alleanza e dalla fossa hai liberato l’anima mia. Ti ho cercato quale stabile aurora e tu mi sei apparso all’alba »: così canta l’inno IV di Qumran (vv. 5-6).

Pregare l’icona
Per vivere questa esperienza spirituale è fondamentale la determinazione per un silenzio interiore tale da permettere al Mistero di penetrarti, coinvolgerti e trasformarti.
Poi, per aiutarti a entrare con fiducioso coraggio in questa esperienza di fede, poniti in atteggiamento di umile amore davanti all’icona.
L’umile amore è quella eccezionale realtà che unisce in maniera indissolubile il Creatore con la creatura e perciò l’icona con colui che in essa si comunica.
« Come coloro che vedono la luce sono nella luce e partecipano del suo splendore, così coloro che vedono Dio sono in Dio, partecipando del suo splendore. Perché lo splendore di Dio vivifica » (S. Ireneo di Lione).
Di fronte alla manifestazione e alla percezione interiore della santità di Dio, osserva le tue reazioni e confrontati con Is.6,1-8.
Chiediti: ho esperienza di cambiamenti, di « trasfigurazioni » nella mia vita? Quando? Come? A cosa o a chi li attribuisco?
Sintetizzo le esperienze che mi hanno « illuminato »: com’è accaduto?
Cosa chiamo nella mia vita « luce », « giorno », e quali situazioni di notte ho sperimentato essere poi portatrici di luce? Osservo e ringrazio.
Ripercorro i vari scalini dell’icona: salire, salire con … ascoltare, prendere fiato, non voltarsi indietro, non distrarsi, contemplare, tenere teso il filo del desiderio per giungere in cima, ridiscendere per « farmi carico di… » e poi risalire.
Faccio lettura sapienziale delle parole della Piccola Sorella Magdeleine di Gesù: « E se tutto è triste attorno a noi, se tutto è oscuro, guarderemo più in alto, altissimo, là dove saremo riuniti nello stesso amore. Là dove Certosini, Domenicani, Francescani, Gesuiti, Trappisti saranno fusi nella stessa armonia, dove ciascuno avrà la sua nota …, non la stessa, perché non sarebbe armonioso… E noi saremo la piccola nota in sordina di cui si potrebbe fare benissimo a meno, ma che all’insieme da qualcosa di dolce, di argentino, come i campanellini di montagna… »[2].
Prego. Ringrazio. Mi congedo.

[1] MARIE MAGDELEINE DAVY, Le thème de la lumière dans le iudaisme, le cìiristia-nisme et l’isiam, Paris 1976, p.275.
[2] MAGDELEINE DI GESÙ, Gesù per le strade del mondo – I PARTE, Piemme, p.124.

Publié dans:immagini sacre e testo |on 17 mars, 2015 |Pas de commentaires »

L’ICONA DELLA VERGINE IVÉRSKAYA

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Eleousa magazine

Agosto ’14

L’ICONA DELLA VERGINE IVÉRSKAYA

L'ICONA DELLA VERGINE IVÉRSKAYA dans immagini sacre e testo 2009_07_02_00_25_22

Panaghia Portaitissa

L’icona della Vergine Ivérskaja è conservata nel Monastero di Iviron, uno dei venti monasteri ortodossi del Monte Athos, situato nella parte nord-est della Santa Montagna, lungo una piccola baia. Tesori di valore inestimabile vengono custoditi nella sacrestia, mentre la biblioteca è ricca di documenti imperiali e patriarcali, con oltre duemila manoscritti e ventimila libri stampati. Ma il tesoro più grande è questa icona miracolosa, custodita nella Cappella, all’ingresso del Monastero, poiché si ritiene che la sua scomparsa dal Monte Athos è segno premonitore della fine del mondo. La storia del Monastero è quella dell’Icona sono strettamente legate tra loro. Secondo la tradizione, l’Icona fu dipinta dall’evangelista Luca.
Il Monastero, a statuto idiorritmico fu fondato nel 979. E’ dedicato alla Dormizione della Panaghia. Il nome significa « degli iberi », cioè dei georgiani i quali fondarono il monastero e lo tennero per qualche secolo. Attualmente i monaci sono tutti greci. La biblioteca è tra le più ricche dell’Athos, la più ricca in libri stampati dopo quella della Grande Lavra. La storia della sua origine è connessa con le vicende politiche intervenute alla morte di Giovanni I Zimisce (976). Teofano, la vedova di Niceforo II Foca, aveva sposato in prime nozze Romano II (959-963) da cui aveva avuto due figli, per la cui tenera età Niceforo II Foca e poi Giovanni I Zimisce (che era cognato di Romano II) si erano autorizzati a occupare il trono, senza voler sopprimere il diritto dei due bambini. Dopo tredici anni i bambini erano cresciuti e vennero riconosciuti imperatori: erano Basilio II (976-1025) e Costantino VIII (976-1028). A questo punto un pretendente al trono, Barda Scleros, mosse guerra ai giovanissimi imperatori. Intanto all’Athos già da un anno tra i discepoli di sant’Atanasio si trovavano due georgiani di nobile famiglia, Giovanni e suo figlio Eutimio, che era stato in ostaggio alla corte di Costantinopoli. Dopo aver praticato la vita monastica in un cenobio del Monte Olimpo in Misia erano venuti all’Athos nel 975, dove altri georgiani li avevano raggiunti; tra questi il generale Tornikios, che aveva reso grandi servigi all’impero. La madre dei due giovani imperatori, Teofano, che aveva abbandonato il suo esilio monastico per ricoprire il ruolo di imperatrice madre, conoscendo il valore di Tornikios, lo pregò di riprendere le armi in aiuto ai legittimi imperatori. Tornikios, lasciato l’Athos, ottenne dal principe di Georgia David, vassallo dei bizantini, un fortissimo contingente di cavalieri che contribuì alla vittoria decisiva nel 979. Dopo di che ritornò all’Athos e, con i mezzi propri e l’appoggio fornito da Basilio II e dalla madre Teofano, promosse l’iniziativa dei suoi compatrioti Giovanni ed Eutimio e con loro costruì un nuovo monastero per i georgiani che sempre più numerosi accorrevano all’Athos. Fu appunto il monastero che i greci chiamarono Iviron (979 circa). Sant’Eutimio, il primo igumeno di Iviron, si rese celebre per l’immenso lavoro di traduzione e adattamento di scritti ecclesiastici dal greco in georgiano. Per mezzo suo i georgiani conobbero le opere di San Basilio, di san Gregorio Nazianzeno, come pure I Dialoghi del papa San Gregorio Magno. Verso il 1040 venne a Iviron il monaco georgiano Giorgio l’Athonita, che succedette a sant’Eutimio come igumeno e come traduttore; per opera sua il patrimonio letterario costituito dai libri liturgici bizantini passò nella letteratura georgiana. Iviron rimase un centro culturale georgiano fino all’inizio del XVI secolo; da allora lo abitarono solo monaci greci. Tuttavia nella biblioteca vi sono ancora preziosi manoscritti georgiani. Ricordiamo un manoscritto greco con molte miniature del XIII secolo che contiene il romanzo dei santi Barlaam e Ioasaf (o Giosafat), una trasposizione della vita di Buddha sulla persona di Ioasaf, figlio di un re dell’India, che convertito al cristianesimo da santo eremita Barlaam, riuscì a convertire il padre e, rinunciando al regnò, si diede con Barlaam alla vita monastica. Tra i suoi benefattori vi fu il re di Serbia Stefano VII Dusan (1331-1355), che allargando le sue conquiste si rese padrone della Macedonia e dell’Athos (1334). Quando nel 1346 si fece incoronare “imperatore dei greci e dei romani », erano presenti alla cerimonia anche i rappresentanti dei monasteri dell’Athos. In seguito lo stesso Dusan visitò l’Athos elargendo i suoi benefici.
Nel IX secolo, l’ icona miracolosa della Madre di Dio di Iviron era in possesso di una vedova che viveva a Nicea, in Asia Minore. La città non esiste più, ma a suo tempo fu sede di due Concili Ecumenici: il primo, durante il quale furono composti i primi otto articoli del Credo di Nicea, e il settimo, che proclamò la fine dell’iconoclastia. Fu durante il regno dell’ imperatore bizantino iconoclasta Teofilo che alcuni soldati giunsero a casa della vedova, dove in una piccola cappella era conservata l’Icona della Madre di Dio, occupando un posto d’onore nella casa. Uno dei soldati colpì l’icona con la sua spada, e subito iniziò a scorrere sangue dalla guancia destra della Vergine. Scosso da questo miracolo, il soldato immediatamente pentito, entrò in un monastero. Dietro suo consiglio, la vedova pensò di mettere in salvo l’Icona, al fine di scongiurare un’ulteriore profanazione. Dopo aver a lungo pregato, prese l’Icona e la “fissò” sulle onde del mare. Con sua grande sorpresa e gioia, vide che l’Icona non affondava, ma, rimanendo in posizione verticale, si allontanava in direzione ovest.
Molti anni dopo, l’Icona apparve dal mare “in una colonna di fuoco”, come racconta la tradizione Atonita, vicino al Monastero di Iviron. A quel tempo vi era il santo monaco Gabriel, al quale apparve la Madre di Dio che gli disse di essere la loro protettrice e di non aver paura a prendere l’Icona. Obbediente, Gabriel “camminò sulle acque, come su un terreno asciutto”, prese l’Icona e la portò a riva. Era il 12 luglio Poi la collocò nel monastero, ponendola sull’altare. Il giorno dopo, l’icona fu ritrovata sul muro accanto alla porta del monastero. Questo accadde più volte, fino a quando la Santa Vergine rivelò al monaco Gabriel che era suo desiderio proteggere i monaci (13 ottobre). Pertanto, fu costruita una chiesa vicino all’ingresso del monastero, dove tuttora è collocata l’Icona. Essa quindi prese il nome di Madre di Dio di Iviron e per la sua posizione è chiamata “Portaitissa”. Oltre a molti miracoli, l’Icona della “Portaitissa” ha dimostrato la sua protezione durante vari assalti al monastero da parte dei pirati saraceni.
Nel 17° secolo, il Patriarca di Mosca Nikon chiese all’abate del monastero di avere una copia dell’Icona. Fece costruire una cappella accanto alle mura del Cremlino, vicino alla Porta della Risurrezione. Il 13 ottobre 1648 giunse una copia dell’Icona, che fu venerata dalla popolazione russa fino alla Rivoluzione del 1917, quando il tempio fu distrutto e dell’ Icona non si seppe più nulla. Nel 1994 il Patriarca Alessio II ha benedetto la ricostruzione della Cappella e della Porta e una nuova Icona è giunta dal Monte Athos.
Nel mese di novembre 1982, una copia dell’Icona fu portata in Canada, dove è molto venerata. Il 26 settembre 1989, un’altra copia è arrivata a Tbilisi, in Georgia, dal Monastero di Iviron. E’ stata dipinta dai monaci del Monte Athos, quale segno di amore e di gratitudine verso il popolo georgiano.
L’Icona di Iviron è miracolosa e produce abbondante “mirra” durante tutto l’anno, ad eccezione della Settimana Santa, per ricomparire il Sabato Santo.
“Rallegrati, o Beata, che apri le porte del Paradiso ai giusti”.

Publié dans:immagini sacre e testo, Maria Vergine |on 1 septembre, 2014 |Pas de commentaires »

SULLE ICONE : MADONNA GRECA, CAPO RIZZUTO, CALABRIA

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SULLE ICONE : MADONNA GRECA, CAPO RIZZUTO, CALABRIA dans immagini sacre e testo icona-Madonna-grecaPArt

MADONNA GRECA, CAPO RIZZUTO, CALABRIA

Si dice sia stata scritta direttamente dall’Evangelista Luca, ma di certo l’Icona della Madonna della Passione è una delle immagini più venerate dell’isola di Creta, da dove, a partire dal XIV secolo, si irradiò in tutta Europa. Il modello nel XV secolo divenne molto popolare in tutto l’oriente, come nel Veneto e nel meridione d’Italia; celebre è l’Icona della “Madonna del Perpetuo Soccorso”, oppure la Madonna dell’Elemosina di Biancavilla.
Una nota leggenda popolare vuole che il 5 agosto di un non definito anno un contadino calabrese fosse uscito per pascolare le pecore nei pressi della spiaggia di Capo Rizzuto e qui trovasse sulla spiaggia, trasporta dalle onde del mare, una Icona sacra raffigurante la Madonna con in braccio il bambino.
« …Un bel mattino di agosto, 5 di quel mese, colà dove l’onda azzurrognola dell’Ionio lambisce le rive di Capo Rizzuto, venne veduto ad un contadino, lì per avventura traentesi alla pastura degli armenti, ondeggiar lieve lieve sulla mobile superficie dell’onda una tavola, coronata dalle iridi della luce nascente, e avvicinarsi secondo che le aure quella spingevan verso il lido, e quasi dall’onda riverente su quello deporsi. Quella tavola miracolosa rivelava le sembianze di Maria Vergine, avente fra le braccia il Divin Pargoletto » (Salvatore Cristofaro di San Marco Argentano: In onore di Maria Vergine madre di Dio, che si venera in Isola come protettrice sotto il titolo di Madonna Greca. Edizione 3°, Catanzaro, 1896 ).
L’Icona che, vuoi per tradizione, vuoi per analogia alle altre più note, si suppose provenire dalla Grecia fu presto una copiosa sorgente di miracoli; fu detta “Madonna Greca” ed attirò grandi masse di pellegrini. Ad essa furono dedicati due momenti di festa religiosa: il lunedì successivo alla prima domenica di Maggio, con un pellegrinaggio da Isola a Capo Rizzuto, in ricordo di quello guidato da San Luca di Melicuccà, primo vescovo di Isola, allorchè tutta la popolazione si mosse per invocare la fine di una lunga siccità; il 5 Agosto, giorno del ritrovamento dell’icona, quando questa viene portata in processione sul mare da una folta schiera di piccole imbarcazioni.
Oggi la sacra Icona è custodita all’interno di una splendida cappella del Duomo di Capo Rizzuto, che fu sede vescovile di iniziale rito greco fino al 1818, anno in cui fu soppressa e accorpata all’allora Diocesi di Crotone.
Per cercare di formulare delle ipotesi sull’anno d’arrivo dell’Icona in Calabria, occorre considerare che, come lo storico locale padre Ughelli sottolinea, la cittadina di Isola di Capo Rizzuto sia situata in “una pianura fertile e boscosa a 4 miglia dal mare” parecchio esposta al rischio di incursioni piratesche, “in 80 anni è stata devastata due volte dai Turchi: la prima volta da Barbarossa e quindi da Dragut, rais dei pirati; infatti, non era circondata dalle mura, ma abitata nei villaggi”. Anche se la prima citazione della città di Isola la troviamo al secolo nono nell’elenco delle sedi vescovili di rito greco e subalterni a Costantinopoli, è poco probabile che l’Icona sia sopravvissuta alle devastazioni del Barbarossa prima, dei saraceni poi.
Come poteva un’icona di questo pregio e di questa fama rimanere malgrado tutto nella cattedrale benedettina di Capo Rizzuto? D’altro canto padre Ferdinando Ughelli evidenzia come al suo tempo “nella città di Isola non c’è nessuna chiesa parrocchiale oltre alla Cattedrale e né c’è qualche Oratorio per l’esiguità del territorio all’interno delle mura. Così la cura delle anime dell’intera città è gestita dai Canonici e c’è un convento dei Terziari Francescani, fondato dallo stesso Caracciolo. ».
Nel XV secolo a seguito delle continue vittorie turche, con la conquista di Creta e dei territori albanesi, è molto probabile che un gruppo di profughi con il loro prezioso tesoro abbiano lasciato la patria per cadere poi nelle mani di una qualche unità saracena nello specchio di mare antistante le coste calabre. Intorno al 1482, a seguito della vittoria dei turchi musulmani sulla terra d’Albania, diversi gruppi di profughi lasciarono la loro patria per dirigersi in Sicilia, ove una nutrita colonia di albanesi si era già insediata nella Piana degli Albanesi, vicino Palermo. Il periodo migliore per intraprendere la navigazione nel mediterraneo era sempre e comunque quello estivo. Data la sua enorme somiglianza (differisce solo per la presenza degli angeli) con la Madonna dell’Elemosina di Biancavilla (CT), forse l’Icona si trovava su uno di questi convogli. Risulta così fortemente suffragata l’ipotesi dell’appartenenza dell’Icona alla scuola cretese.
D’altro canto una delle prime notizie storiche che riguarda l’esistenza del quadro della Beata Vergine ad Nives (l’Icona fu rinvenuta il 5 agosto, data della storica nevicata romana), detta la « Cona greca », risale alla visita pastorale, fatta alla diocesi d’Isola, verso la fine del 1594 dal decano Nicolao Tiriolo da Catanzaro, vicario generale del vescovo Annibale Caracciolo, uno dei Prelati più zelanti e munifici verso la diocesi d’Isola. Da questa visita pastorale si apprende che la Cappella della “Cona greca” godeva di un “Beneficio”consistente “ in cinque ducati ” . Ricopriva la carica di procuratore della Cona Greca Don Desiderio De Onofrio, tesoriere della cattedrale d’Isola, che ebbe tale incarico direttamente dal vescovo Annibale Caracciolo, per amministrare anche i beni della Cappella della Cona Greca, come si legge dagli atti della stessa visita pastorale. Poteva rimanere tanto tempo nascosta un’Icona miracolosa di così grande pregio?

Lettura dell’Icona
L’Icona appartiene al modulo delle “Madonne della Passione”, di cui uno dei più antichi prototipi è un affresco presso il monastero di Arakos a Cipro. Verso la fine del XIV secolo questa tipologia divenne molto popolare nell’Isola di Creta e da lì si diffuse in tutto il mondo ortodosso. L’Icona della “Madonna Greca” propone la Madonna col Bambino, affiancato da due angeli, l’arcangelo Gabriele a destra e l’arcangelo Michele a sinistra entrambi posti su delle nuvolette, a mani giunte in atto di adorazione. Le mani del Bambino si aggrappano alla mano della Madre, mentre Ella con la destra indica il Salvatore del mondo. L’Icona è fortemente somigliante alla più nota “Maria Santissima del Perpetuo Soccorso”, alla quale, fatta eccezione del particolare degli strumenti della passione in mano agli angeli e a qualche differenza, spesso soltanto cromatica, si avvicina moltissimo. Fatta eccezione per l’assenza degli angeli, l’Icona risulta la gemella della « Mater Elemosinae » di Biancavilla, datate fra il XIV ed il XV secolo.

Madonna Greca | Capo Rizzuto | Calabria
Santa Maria dell’Elemosina (Biancavilla) – Madonna Greca (Capo Rizzuto)

D’altro canto la tecnica con pittura a tempera d’uovo usata per “scrivere” questa Icona avvalora ulteriormente l’ipotesi di datazione dell’Immagine fra il XIV ed il XV secolo.
L’anonimo iconografo ha voluto apportare una significativa semplificazione al modulo base, che vede gli attrezzi della passione in mano agli angeli: qui essi hanno una funzione “consolatoria”, ciò non di meno egli non ha rinunciato alla rappresentazione dell’angoscia del Cristo, che, meditando la sua futura Passione, si aggrappa alla Madre e perde, per il movimento brusco, un sandalo. Nell’icona la parte inferiore raffigurante i piedi del Bambino è purtroppo andata persa, ma risulta assai probabile, per l’assonanza a tutti gli altri modelli, che il bambino fosse privo di un sandalo. Nell’Icona viene evidenziato anche il trionfo di Cristo sulla sofferenza e sulla morte, come si evince dal fondo dorato (simbolo della Risurrezione) e dalla realtà luminosa senza tempo del Regno dei Cieli.
La mano della Madonna, che si incontra con quelle del Bambino, è il punto centrale dell’Icona, in cui si può scorgere da un lato la realtà dell’incarnazione, dall’altro l’immenso gesto di tenerezza, attraverso il quale Gesù consola Maria e quindi la Chiesa tutta. Tutto ciò, come di consueto nella tradizione bizantina, è raffigurato nella parte basse dell’Icona solitamente demandata alla rappresentazione delle cose terrene; la parte alta, gli angeli ed il fondo oro esprimono la Luce della Gloria di Dio. La mano destra di Maria accoglie quelle del Figlio, sottolineando così l’umanità di Cristo e nel contempo lo indica.
I volti di Maria e di Gesù, mentre i loro occhi fissano benignamente il fedele, si incontrano in un momento di immensa intimità, contatto però che non produce ombre, anzi un colpo di luce, irradiato dal Figlio, brilla sotto l’occhio sinistro della Madre e continua fino alle labbra, ove raggiunge la massima intensità, volendo enfatizzare le parole di Maria “Fate quello che vi dirà” (Gv 2, 5).
Il collo gonfio di Gesù ne simboleggia la pienezza dello spirito « Lo spirito del Signore Dio è su di me perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione; mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri. »(Is. 61,1).
La particolare raffigurazione degli organi di senso (occhi senza luccichìo, naso sottile e lungo, narici piccole, bocca sempre chiusa), esprimono in modo molto evidente lo stato di apatheia di Maria, il distacco da ogni eccitazione, tipico di coloro che ormai vivono nell’assoluta perfezione. « Quando la mente non è più dispersa nelle cose esterne, né sperduta nel mondo a causa dei sensi, allora essa ritorna in sé; e per mezzo di sé stessa ascende al pensiero di Dio » (San Basilio il Grande). Ed ancora di più: « Siate in pace con la vostra anima e allora cielo e terra saranno in pace con voi. Entrate prontamente nel tesoro che è dentro di voi, e così vedrete le cose che sono in cielo; perché una sola è l’entrata che conduce ad entrambi. La scala che porta al Regno è nascosta nella vostra anima. Sfuggite il peccato, immergetevi in voi stessi, e nella vostra anima scoprirete la scala su cui ascendere » (S. Isacco di Siria, VII sec.).
L’armonia con cui viene rappresentata Maria la colloca nella perfezione del mondo spirituale. Secondo la teoria dei tre cerchi di Panovsky, per la rappresentazione dei volti, l’iconografo si è servito, come di consueto, del modulo che corrisponde alla lunghezza del naso; in questo modo la testa è inscritta in due cerchi, mentre il nimbo è determinato da un terzo. Nella visione frontale il centro dei cerchi è situato alla radice del naso, tra i due occhi, questa parte del naso è situata a sua volta al centro della testa, sede della sapienza. Nella nostra Icona, ove il volto della Vergine è rappresentato a tre quarti, il centro è spostato sul margine dell’occhio destro, rispettando sempre perfettamente il modulo del naso. L’Asse del naso forma con gli occhi un angolo retto, perché il volto non è concepito in profondità, ma in planimetria. Il mento e la fronte restano alla distanza di un modulo, in questo modo le misure verticali, segno della gloria di Dio restano fisse, “eternamente immutabili” mentre quelle orizzontali sono delle semplici frazioni. “Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno.” (Mc. 13,31). Questo tipo di rappresentazione permette ai volti di aprirsi verso lo spettatore, mentre la curva delle loro teste diviene ancora più espressiva e come gravida di intelligenza (E. Sedler, L’Icona immagine dell’invisibile). La grande maturità raggiunta nell’astrazione delle forme, strutturate in modo tale da riflettere non l’apparenza (la corporeità di Maria e di Gesù), ma la loro essenza: il loro nucleo spirituale, la loro verità eterna è tipica del periodo medievale. L’esigenza del rispetto dei canoni delle proporzioni, secondo il manuale d’iconografia cristiana, ha due significati specifici: solamente colui che ha il cuore puro entrerà nel Regno dei Cieli; è nella carne che il cristiano impegna il combattimento più duro, ma anche il più glorioso.
Sul nimbo di Maria sono presenti tracce di una ricca decorazione a racemi, realizzata a pastiglia in oro, tecnica tipica del XIV secolo, elemento che contribuisce anch’esso alla datazione dell’opera nel periodo stimato. Le vesti coprono il corpo di Maria in modo estremamente razionale, ma senza esprimere alcuna materialità volumetrica. Nelle icone Mariane il vero e il bene si offrono alla contemplazione e dalla loro simbiosi scaturisce il bello. La materia reale e concreta perde drasticamente profondità fino ad addivenire ad una proiezione della natura, lasciando completamente il suo posto alla luce spirituale, all’essenza più intima delle cose, quella che tocca l’animo di chi contempla, edificando. In questa Icona tutto concorre alla celebrazione della Bellezza, al punto da divenire espressione tangibile ed immediata dell’immensa fiducia nella potente intercessione della Madonna, d’altro canto Lei stessa rispose, quando interrogata: « Sono così bella perché amo così tanto. »

Publié dans:immagini sacre e testo |on 20 août, 2014 |Pas de commentaires »

Shabbat Shalom – Live In Shalom

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Publié dans:immagini sacre e testo |on 12 octobre, 2013 |Pas de commentaires »

Je crois en Dieu…Io credo in Dio, Padre Onnipotente, creatore del cielo e della terra.

Je crois en Dieu...Io credo in Dio, Padre Onnipotente, creatore del cielo e della terra. dans immagini sacre 01

Je crois en Dieu, le Père Tout-Puissant, Créateur du ciel et de la terre.
 
 Regardez les oiseaux du ciel : ils ne font ni semailles ni moisson, ils ne font pas de réserves dans des greniers, et votre Père céleste les nourrit. Ne valez-vous pas beaucoup plus qu’eux ? D’ailleurs, qui d’entre vous, à force de souci, peut prolonger tant soit peu son existence ? Et au sujet des vêtements, pourquoi se faire tant de souci ? Observez comment poussent les lis des champs : ils ne travaillent pas , ils ne filent pas. Si Dieu habille ainsi l’herbe des champs, qui est là aujourd’hui, et qui demain sera jetée au feu, ne fera-t-il pas bien davantage pour vous, hommes de peu de foi ? (Mt 6,26-28.30)

http://www.evangile-et-peinture.org/static/vernissage_10_2003/index.htm

LA CHAIRE DE SAINT PIERRE

LA CHAIRE DE SAINT PIERRE dans immagini sacre e testo Chaire-de-st-Pierre

http://www.virgo-maria.org/mystere-iniquite/documents/chapters/documents_published/doc1/node8.html

 dal sito dell’immagine (c’è un articolo in italiano sul Blog: la pagina di San Paolo):

LA CHAIRE DE SAINT PIERRE

    Dans la basilique Saint-Pierre, au fond de l’abside, on conserve, enchâssé dans un reliquaire de bronze doré, le précieux siège qui servit à saint Pierre. Cette chaire (terme latin: cathedra) a donné son nom aux définitions « ex cathedra », proclamées « du haut de la chaire » par le Vicaire du Christ.

    « Ce siège était décoré d’ornements en ivoire [...]. La chaire de saint Pierre était en bois de chêne, ainsi qu’il est aisé d’en juger aujourd’hui par les piè­ces principales de la charpente primitive, telles que les quatre gros pieds, qui de­meurent conservés à leur place, et portent la trace des pieux larcins que les fidèles y ont faits à plusieurs époques, enlevant des éclats pour les conserver comme reli­ques. La chaire est munie sur les côtés de deux anneaux où l’on passait des bâtons pour la transporter; ce qui se rapporte parfaitement au témoignage de saint Enno­dius, qui l’appelle sedes gestatoria [chaise à porteurs) » (Dom Prosper Guéranger: Sainte Cécile et la société romaine aux deux premiers siècles, Paris 1874, p. 69-70).

Publié dans:immagini sacre e testo |on 22 février, 2010 |Pas de commentaires »

Madonna delle Lacrime

Madonna delle Lacrime dans immagini sacre e testo Madonna%20delle%20Lacrime%20%20%20Dongo

Madonna delle Lacrime

venerata nel Santuario di Dongo

Como

La Sacra effige ha lacrimato il 6 settembre 1553. Affidata ai Frati Minori francescani il 5 aprile 1614. Incoronata dal Beato Ildefonso Schuster Arcivescovo Cardinale di Milano il 21 ottobre 1945. Pregata dal Beato Don Luigi Guanella di Fraciscio, fondatore delle Figlie di S. Maria della Provvidenza e dei Servi della Carità. Dalla Beata Chiara Bosatta di Pianello Lario, fiore delle suddette Figlie. Dal Beato enrico Rebuschini, Camilliano di Dongo.

http://www.immaginidimaria.it/ITALIA/Piemonte/MadonnadelleLacrimeComo.htm

Publié dans:immagini sacre e testo |on 20 janvier, 2010 |Pas de commentaires »

La loi du Seigneur est joie pour le coeur (Salmo 18, 8,10,12-13,14)

La loi du Seigneur est joie pour le coeur (Salmo 18, 8,10,12-13,14) dans immagini sacre e testo 20090927_s

http://www.evangile-et-peinture.org/static/dossiers/img_jour/2009-09/20090927_s.jpg

Psaume (Ps 18, 8, 10, 12-13, 14)

R/ La loi du Seigneur est joie pour le coeur

La loi du Seigneur est parfaite,
qui redonne vie ;
la charte du Seigneur est sûre,
qui rend sages les simples.

La crainte qu’il inspire est pure,
elle est là pour toujours ;
les décisions du Seigneur sont justes
et vraiment équitables :

Aussi ton serviteur en est illuminé ;
à les garder, il trouve son profit.
Qui peut discerner ses erreurs ?
Purifie-moi de celles qui m’échappent.

Préserve aussi ton serviteur de l’orgueil :
qu’il n’ait sur moi aucune emprise.
Alors je serai sans reproche,
pur d’un grand péché.

Publié dans:immagini sacre e testo |on 3 novembre, 2009 |Pas de commentaires »
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