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ICONA DEL SANTO VOLTO – « UNO SGUARDO CHE ASCOLTA »

http://www.piccoloeremodellequerce.it/gliko/Studi/Icona_Santo_Volto.htm

ICONA DEL SANTO VOLTO

ICONA DEL SANTO VOLTO -

« UNO SGUARDO CHE ASCOLTA »

sr Renata Bozzetto

La prima icona si tramanda sia stata il volto umano del Figlio di Dio. Chiamata ‘Santo Volto’ o immagine ‘Acheropita’ (= non fatta da mano d’uomo) riproduce, secondo la tradizione, le sembianze reali del Cristo. Gesù stesso, infatti, avrebbe inviato un suo ritratto al re Abgar di Edessa.
Questa leggenda racconta che il re era lebbroso e, desiderando guarire, inviò una delegazione da Gesù durante la sua predicazione in Palestina, chiedendogli un intervento mira­coloso e un suo ritratto. Cristo, per esaudire il desiderio del re, si sarebbe lavato e poi asciugato il volto in un telo, lasciandovi im­pressi i suoi tratti. Inviò, quindi, tramite l’archivista del regno di Abgar, la sua immagine al re.
Questa l’origine dell’immagine Acheropita che da molti è considerata la prima icona.
Il significato della leggenda consiste anzitutto nell’attestare la storicità di Gesù Cristo e nel ricondurre ogni sua raffigura­zione a un’immagine iniziale ricevuta e non elaborata, divina e non umana.
Lo stesso aggettivo acheiropóietos serve a sottolineare l’alterità sovrana di Dio e della sua potenza e al tempo stesso la pe­netrazione trasformante della dimensione divina nell’umano fragile e caduco, in un dono permanente di questo amore.
Il prezioso telo fu custodito per secoli a Edessa, fino al 944 d.C., anno in cui fu portato a Costantinopoli dando così inizio a una speciale ufficiatura celebrata ancora oggi il 16 agosto.
La solenne liturgia del giorno così canta:

«Un’argilla creata dall’uomo
porta impressa la tua effigie increata,
o mio Cristo, Creatore dell’universo».

Così, quanto più contempliamo Dio nel suo Essere, Egli ci appare misterioso, indicibile, radicalmente trascendente; però, nello stesso tempo, si rivela a noi esistente e presente, avvol­gendoci della sua bruciante vicinanza. E notiamo anche che la profondità e intensità dell’Uomo-Dio nel volto nobile e umanissimo, dolce e severo, sereno e misteriosamente sofferto nel con­tempo, è in grado di sconfiggere col solo contatto di sguardi tut­ti i luoghi comuni delle nostre paure, ansie, sfiducie e ripiega­menti egocentrati.
«E voi, chi dite che io sia?». L’interrogativo posto da Cristo stesso ai suoi discepoli risuona inquietante oggi ancora nella Chiesa come il quesito centrale della storia e della persona uma­na.

Cristo Acheropita, Dio fatto volto d’uomo.
Il volto è sempre una rivelazione, incompleta e passegge­ra, della persona. Nessuno ha mai visto il proprio volto; lo si può conoscere soltanto riflesso nello specchio o per mezzo di una fotografia. Il volto non è dunque fatto per se stessi, ma per l’altro, o per Dio. E’ un silenzioso linguaggio. E’ la parte più viva, più sensibile che, nel bene e nel male, presentiamo agli altri. E’ l’io intimo parzialmente denudato, infinitamente più rivelatore di tutto il resto del corpo. Così dice Max Picard: «Non è senza turbamento che si guarda un volto, poiché esso esiste innanzitutto per essere guardato da Dio. Guardare un volto umano, è come voler controllare Dio… E’ soltanto nel­l’atmosfera dell’amore che un volto umano può conservarsi tale quale Dio lo creò, a sua immagine». Per comprendere un volto ci vogliono attenzione, pazienza, rispetto, insieme all’a­more perché il volto è il simbolo di ciò che vi è di divino nel­l’uomo.
Secondo il teologo ortodosso Olivier Clément «Dio si è ri­velato in un volto la cui luce si moltiplica, di generazione in ge­nerazione, in umili volti trasfigurati».

Lettura dell’Icona
L’icona del Santo volto o Icona Acheropita, della scuola di Novgorod, (secolo XII), è l’icona della festa del « Trionfo dell’ortodossia » celebrata nella la domenica di Quaresima (16 agosto).
Questo modello iconografico com­memora la misteriosa bellezza del volto di Cristo. Solo l’icona di Cristo può sovrasta­re l’altare. Icona delle icone, il Figlio resta la « pietra angolare e preziosa » della « bel­lezza divina » celebrata dal Kontakion della Domenica dell’Ortodossia: «II Verbo indescrivibile del Padre si è fatto descrivibile incarnandosi di te, Madre di Dio. Avendo ristabilito nella sua dignità originale l’immagine insudiciata, l’unisce alla bellez­za divina».
Dio si riconosce nella sua creatura e tramite il Figlio in­carnato si fa volto. Nel volto del Cristo l’uomo è chiamato a riconoscere il proprio volto trasfigurato. L’icona cristallizza questo riconoscimento: immagine del Cristo, riflette l’imma­gine dell’umanità deificata che, contemplandosi in essa, « ri­flette come in uno specchio la gloria del Signore » (2Cor 3, 18).
In questa icona, vediamo rappresentato solo il volto, sen­za collo, di fronte: il Cristo ci invita a rivolgerci a lui dan­dogli del « Tu », ci invita al dialogo, a non avere paura: la « frontalità » è offerta e disponibilità al dialogo. Il « profilo », al contrario, non dialoga, si difende, nasconde parte del volto.
Il colore della carnagione è di una tonalità che si può de­finire colore di terra impastata di luce non identificabile con nessuna razza; è il volto del genere umano, e tutte le cultu­re e le razze in esso si riconoscono.
I capelli, simmetricamente divisi, sembrano un velo che si alza per mostrare il volto di Gesù che illumina « la divina tenebra », cioè il mistero di Dio.
La fronte, ampia, scoperta, è la sede della sapienza.
Gli occhi grandi e dolci, sono pieni di luce e offrono vi­talità con tono maestoso, quasi severo, anche se accogliente.
Lo sguardo del Signore è solenne: egli guarda alla sua destra per rassicurare, accogliere e proteggere con la sua divina maestà i suoi discepoli: «Venite be­nedetti dal Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo» (Mt 25,34). // suo è uno sguardo che difende dal male e da vittoria in ogni prova.
E’ l’occhio che, per sua natura rivolto perennemente alla luce, può diventare specchio dell’anima e spingerci fino all’inti­mo della conoscenza di Dio. Per la conoscenza e la fede – grida l’apostolo Paolo alla Chiesa di Efeso – siano illuminati « gli occhi della vostra mente » (Ef 1,18).
Le orecchie di Gesù sono piccole, appiattite, quasi flosce, perché egli ascolta tutto con gli occhi; egli guarda e ascolta, guarda e ama, ascolta tutto dal di dentro… anche le nostre pre­ghiere, le nostre invocazioni, vengono accolte dai suoi oc­chi i quali capiscono e conoscono assai più di quanto gli dice il suono della nostra voce.
La bocca, piccola e chiusa, invita al silenzio, ad ascoltare la voce dello Spirito, ed è nell’atteggiamento appena accenna­to di soffiare lo Spirito santo.
Lo sfondo d’oro che avvolge il volto indica l’immersione della persona nella luce divina e come conseguenza è il simbolo della luce divina che inonda di sé tutta la rappresentazio­ne e deifica l’umanità stessa di Cristo.
Le striature giallo-oro sui capelli, il bianco della croce, con l’oro e l’aureola, mettono in evidenza l’atmosfera del­la luce divina e gloriosa che inquadra il volto di Gesù: nel­l’icona contempliamo il volto trasfigurato e trasfigurante del Risorto.
Il cerchio giallo-oro del nimbo è luminoso ma non abba­glia, non violenta lo sguardo, come fa Dio che si fa cono­scere dall’uomo senza violentare.
Questi elementi del volto trovano unità nel TAU, che prende forma dalle arcate sopracciliari e dal naso; il TAU tiene lontana ogni punizione, diventa dono e soffio di vi­ta: «II Signore chiamò l’uomo vestito di lino, che aveva al fianco la borsa da scriba, e gli disse: « Passa in mezzo alla città, in mezzo a Gerusalemme, e segna un TAU sul­la fronte degli uomini che sospirano e piangono per tut­ti gli abomini che vi si compiono »» (Ez 9,3-4). Perciò, pro­prio attraverso la croce che Gesù ha sul volto può essere im­presso il TAU sul volto di ogni uomo che ha fame e sete di giu­stizia; ed egli verrà saziato e interamente realizzato.

Contemplare, pregare l’icona : Uno sguardo che ascolta…
Prepariamoci alla meditazione fissando lo sguardo su Gesù.
«Dammi la prova che gli occhi della tua anima possano ve­dere e gli orecchi del tuo cuore possano intendere. Difatti pos­sono vedere Dio solo quelli che hanno gli occhi dell’anima aper­ti» (Teofilo di Antiochia).
Facciamo con fede il segno della croce e invochiamo lo Spirito.
Gli occhi del Signore «sono miriadi di volte più luminosi del sole; essi vedono tutte le azioni degli uomini e penetrano fin nei luoghi più segreti» (Sir 23,19). Così il Signore educò il suo popolo che vagava nella steppa e nel deserto, «lo custodì come pupilla del suo occhio» (Dt 32,10). Colmi di compassione e di amore essi sono ora rivolti a te come un giorno incrociaro­no gli occhi di un giovane israelita:
«Mentre usciva per mettersi in viaggio, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a Lui, gli domandò: « Maestro buono, che devo fare per avere la vita eterna? ».
Gesù gli disse: « Perché mi chiami buono? Nessuno è buo­no, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimo­nianza, non frodare, onora il padre e la madre ».
Egli allora gli disse: « Maestro, tutte queste cose le ho os­servate fin dalla mia giovinezza ».
Allora Gesù, fissatolo lo amò e gli disse: « Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un te­soro in cielo; poi vieni e seguimi »» (Me 10,17-21).
• Guardo a lungo Gesù. So che lo sguardo di Gesù è un elemen­to importante nei suoi incontri con le persone: è un mezzo straordinariamente efficace per provocare una risposta per­sonale nei suoi ascoltatori: Lc 18,35-43: il cieco di Gerico; Lc 22,61: lo sguardo verso Pietro dopo il rinnegamento; Gv 9,1-41: guarigione di un cieco nato. Visualizzo Gesù che posa lo sguardo traboccante d’amore sul giovane ricco. Lascio infine che gli occhi di Cristo s’incrocino con i miei e registro le riso­nanze che questo suscita dentro di me.
• Contemplo il suo volto maestoso e dolce nel contempo. Lascio che il suo sguardo penetri tutti gli strati del mio esse­re e sciolga ogni resistenza, difesa, pregiudizio, separazio­ne, paura… Ripeto lentamente le parole del salmista: «I miei occhi si consumano nell’attesa di Dio» (SI 69,9). Gesù guarda con amore perché vuole trasformarti, difender­ti dal male e farti uscire vittorioso da ogni prova.
Ti accoglie, ti protegge, ti rassicura, ti guarda con occhi pie­ni di compassione e di comprensione. Gesù ti ascolta.
• Non stancarti di contemplare il suo sguardo: Egli è uno sguardo che ascolta. Non ha bisogno di sentire le tue parole, le tue grida o le tue domande. Gesù ti guarda e ti ama. Ti guarda partendo dal cuore. Legge dentro, sa di che cosa siamo fatti, siamo suoi, gli apparteniamo! E guardandoti ti da fiotti di vita nuova invitandoti, poi, a fare altrettanto con i fratelli.
Chiediti: quante volte questo sguardo è stato per me un monito a cambiare? A convertirmi, a lasciarmi trasformare questo cuore di pietra? So guardare il fratello con lo sguar­do di Cristo che «tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta» per noi? (1Cor 13,7).
• Lasciati penetrare dalla luce del suo sguardo. Ora anche i nostri occhi liberi da quanto li offuscava, si posano benevoli sui fratelli, così che nessuno – direbbe S. Francesco – «dopo aver visto i miei occhi, se ne torni via senza il mio perdo­no» (Fonti Francescane, 235)
Se poi ti lasci inondare dal suo amore, anche in te si accre­scerà il desiderio della carità:
«Amatevi come io vi ho amato» più che un comando è un’aspirazione profonda che ognuno di noi porta nel suo intimo; è il desiderio di poter vivere una vita decorosa, in­tima e benefica per tutta l’umanità perché quando uno ha provato l’esperienza d’essere amato, non può fare a meno di comunicarla.
Lo sguardo di Gesù lo insegna: è solo l’amore che ci muo­ve dal profondo ad essere migliori.
Gesù non ascolta tanto parole, pensieri o promesse. Lui leg­ge nel cuore. E’ un Dio che tutto capisce e semplicemente ama.
• Contempla Gesù : il suo volto, il suo sguardo perché vuole tra­sformarti, farti diventare simile a lui.
E’ importante scoprire che siamo davvero chiamati a la­sciarci trasformare dall’amore di Dio, anche e solo attraverso le piccole cose, gli incontri quotidiani, nonostante i nostri sbagli e le nostre debolezze umane. Solo così l’amore di Dio prende carne in te e diventa testimonian­za.
• Non distogliere gli occhi da questo santo volto. Egli ti chiama e sta a te dire di sì con coraggio e senza pau­ra. Dobbiamo spesso ricordarci che chi segue Cristo segue un Dio morto in croce e risorto. Chi segue Cristo deve quin­di abbracciare ogni giorno la croce per risorgere con lui… Unisciti, dopo questo lungo sguardo d’amore, al centurione e dì anche tu: «Tu sei veramente il Figlio di Dio!». Ripetila a lungo questa professione di fede.
• Ed ora ringrazia per il dono che hai ricevuto ed espandi al mondo intero una benedizione.

Publié dans:ICONOGRAFIA, immagini sacre e testo |on 22 juillet, 2015 |Pas de commentaires »

L’ICONA COME CATECHESI DIPINTA – MARIA « IL ROVETO ARDENTE »

http://www.reginamundi.info/icone/roveto.asp

L’ICONA COME CATECHESI DIPINTA

L'ICONA COME CATECHESI DIPINTA - MARIA

L’icona « Il Roveto ardente »

L’icona della Madre di Dio detta « Roveto ardente » deve il suo nome al noto miracolo testimoniato da Mose stesso nel vecchio testamento. Nel III capitolo dell’Esodo, Dio chiama Mose sul monte Oreb, dal mezzo di un cespuglio che bruciava a fuoco vivo, ma senza consumarsi egli ode la voce di Dio che gli comunica l’incarico di salvare gli Ebrei dalla schiavitù in Egitto. In quella occasione Dio confida a Mose il suo nome: « Io sono Colui che sono » (Esodo 3.14).
La Chiesa rifacendosi alla tradizione dei Santi Padri ed ai suoi concili ecumenici, ritiene che le fiamme che Mose vide erano di fatto la Gloria di Dio fattasi luce, e preannunciatrice della trasfigurazione di Gesù; ecco perché il cespuglio non si poteva mai consumare. Dio concesse a Mose di vedere la Sua Gloria, che come la Sua essenza stessa è eterna, quindi non consumabile. Quando Dio parlò a Mose, questi udì la Parola del Verbo (Logos) prima ancora dell’incarnazione. La visione della gloria di Dio, come luce in questa vita come nella prossima coincide con il fatto salvifico stesso. Il miracolo del Cespuglio ardente consiste quindi in una prefigurazione della nascita di Gesù dalla Vergine Maria. La Vergine diede alla luce il Cristo pur rimanendo tale, esattamente come il cespuglio che brucia ma non si consuma. La tradizione cristiana ha dato del fenomeno del Roveto più di una spiegazione. L’interpretazione più comune e costante si presenta in chiave cristologica e mariana. Ravvisando nel fuoco il simbolo della divinità e nel Roveto il simbolo dell’umanità, si è letto nel fenomeno una prefigurazione dell’Incarnazione di Cristo per mezzo di Maria. Maria stessa, strumento e luogo dell’Incarnazione, non solo non fu annientata per il tremendo impatto [con la divinità], ma conservò anche la sua verginità intatta.
A partire da secolo V, i Padri greci hanno interpretato il roveto ardente come una prefigurazione della Madre di Dio. La liturgia bizantina vi vede una fulgida profezia della concezione verginale di Gesù. «Mosè ti prefigurò come il roveto ardente del Sinai. Tu ricevesti, senza essere consumata, il fuoco insostenibile dell’essenza divina, che unisce un’ipostasi divina alla fragilità della carne». L’interpretazione mariologica del roveto ardente è entrata anche nella liturgia romana, come attesta la 3^ Antifona dei II Vespri del 1 Gennaio, solennità della Madre di Dio.
”Come il roveto, che Mosè vide ardere intatto, integra è la tua verginità, Madre di Dio: noi ti lodiamo, tu prega per noi.”

Il Roveto così divenne un simbolo e un nome di Maria Vergine.
Dai numerosi Padri che hanno commentato il tema, diamo qui il seguente di Esichio di Gerusalemme (+ 451) il quale, nella sua seconda « Omelia sulla Madre di Dio », così commenta: « A te, o Vergine, i Profeti dispensarono lodi; ed ognuno ti ha chiamato Portatrice di Dio. Uno ti disse Verga di Jesse; un altro ti paragonò al Roveto che arde e non si consuma, alludendo in tal modo alla carne dell’Unigenito ed alla Vergine Madre di Dio: bruciava ma non si consumava, poiché partorì, ma non aprì il grembo; concepì ma non contaminò il seno; diede alla luce il bimbo, ma lasciò sigillato l’utero; somministrò il latte, e conservò intatte le mammelle; portava il fanciullo, ma non divenne sposa; crebbe il figlio, ma non v’era padre… ».
La Liturgia torna spesso sul tema del Roveto, simbolo e nome di Maria SS.ma, come si può notare nei seguenti testi:

L’ombra della legge si è dileguata alla venuta della grazia:
come difatti il roveto ardeva e non si consumava,
così vergine hai partorito e vergine sei rimasta;
invece della colonna di fuoco, si è alzato il Sole di giustizia;
al posto di Mosè, Cristo, salvezza delle nostre anime.
Il roveto che Mosè contemplò sul Sinai,
raffigurava te, o Vergine santa;
il roveto difatti era simbolo del tuo santo corpo,
i rami che non si consumavano della tua verginità;
ed il fuoco del roveto Dio che in te ha preso dimora. Grande è la gloria della tua verginità,
o Maria, o Vergine perfetta.
Tu hai trovato grazia, il Signore è con te.
Tu sei la scala che vide Giacobbe,
fissata sulla terra ed elevata sino al cielo,
per la quale gli Angeli salivano e scendevano.
Tu sei il rovo che vide Mosè:
era pieno di fuoco e non bruciava.
Infatti il Figlio di Dio venne e scese nel tuo seno,
e il fuoco della sua divinità non bruciò il tuo corpo.
Tu sei il roveto visto da Mosè in mezzo alle fiamme
e che non si consumava, il quale è il Figlio del Signore.
Egli venne e abitò nelle tue viscere
e il fuoco della sua divinità non consumò la tua carne.

Il biblista Gianfranco Ravasi: nel suo libro « L’albero di Maria – 31 icone bibliche mariane », riporta le affermazioni del Patriarca di Antiochia Severo, del VI secolo. Questi, dopo aver detto che « il grembo di Maria è come il roveto nel quale discende il fuoco teofanico e nel quale Jhwh si rende presente e sperimentabile a Mosè », così aggiunge: « Quando volgo lo sguardo alla Vergine Madre di Dio e tento di abbozzare un semplice pensiero su di lei, fin dall’inizio mi sembra di udire una voce che viene da Dio e che mi grida all’orecchio: ‘Non accostarti! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo dove stai è terra santa!… Avvicinarsi a lei è come avvicinarsi a una terra santa e raggiungere il Cielo’ « .
Il tema del « Roveto ardente » non poteva non tentare gli artisti che lo hanno raffigurato in miniature su libri, in affreschi su muri di Chiese e Monasteri, e su icone portatili in legno. Le icone più antiche si ritrovano nel Convento di Santa Caterina nel Sinai e risalgono ai secoli XII-XIV. Dal Sinai il tema si è diffuso nei diversi Paesi di tradizione ortodossa e in Occidente.
In Oriente si possono distinguere due tipi principali: greco il primo, russo e slavo il secondo. Il tema greco riflette più da vicino il racconto dell’Esodo. Vi figura sempre Mosè che su ordine dell’Angelo si toglie i sandali; di fronte a lui è raffigurato il Roveto che brucia; in mezzo, o alla sommità, si vede Maria in busto o a pieno corpo con il Bambino in grembo: questo tipo iconografico della Madonna è quello detto della « Platytéra » [= più vasta dei Cieli]; quando il Bambino è circondato da un cerchio, il tipo è quello della Madonna del Segno.
Una delle prime raffigurazioni della Madre di Dio, originarie del monastero di Santa Caterina sul Sinai, rappresenta la Madonna come un « Roveto ardente », la mostra nel mezzo di un cespuglio ardente mentre sorregge e il suo divino figliolo. Mose è raffigurato in un angolo mentre si toglie i sandali, perché il posto ove si trova è sacro. (Esodo 3.5). Molte icone contengono una rappresentazione stilizzata del cespuglio riassunta da due rombi sovrapposti, il primo rosso rappresentante il fuoco, il secondo verde rappresentate il cespuglio, in modo da formare una stella ad otto punte (noto simbolo mariano).
La Theotokos è dipinta al centro della stella. Nei quattro angoli del rombo verde trovano posto i simboli quattro evangelisti: un uomo per San Matteo, un leone per San Marco, un bue per San Luca ed un’aquila per San Giovanni. Questi simboli derivano da Ezechiele 1.10 e dalla Rivelazione 4.7. Nel rombo rosso trovano posto quattro arcangeli. Con il passare del tempo la struttura del disegno dell’icona è divenuta via via più complessa, fino a mostrare Mose e il cespuglio ardente, Isai e i serafini con i carboni ardenti (Is. 6.7), Ezechiele e la porta attraverso la quale solo il Signore può entrare (Ez. 44.2) e Giacobbe con la scala (Gen. 28.12). In queste raffigurazioni Maria Santissima viene presentata mentre regge la scala di Giacobbe che porta dalla terra al Cielo. Spesso al centro dell’icona, nel lato basso, viene mostrata anche la radice di Jesse (Isaia 11.1).
C’è un’antica storia sul fuoco che consumò diverse costruzioni di legno. Durante un incendio una anziana signora, legata alla sua casa ed ai suoi ricordi, non voleva abbandonare l’edificio ormai pericolante e con fede si pose di fronte alla sua casa reggendo in mano una icona del « Roveto ardente ». Capitò che un testimone si trovasse proprio li in quel momento e vedendo la grande fede della donna si meraviglio profondamente. Il giorno dopo ritornò nello stesso posto e con grande meraviglia notò che la casa della dona era stata risparmiata del tutto dal fuoco, mentre tutte le altre attorno erano completamente distrutte. Questo spiega perché la Madre di Dio, attraverso la sua Icona del « Roveto ardente », viene considerata la protettrice delle case dagli incendi. Pensiamo quanto questo titolo fosse importante in un periodo storico in cui moltissime case erano di legno e le une addossate alle altre!

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