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IL GIUBILEO NELLA BIBBIA

 

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IL GIUBILEO NELLA BIBBIA

Luciano Pacomio

Il profeta

Dopo l’amara esperienza dell’Esilio babilonese, in cui il popolo di Dio aveva avuto l’esperienza dell’essere privato della propria terra, del tempio, della sua stessa consistenza di popolo, si apre un orizzonte di speranza, di liberazione. La profezia interpreta il vissuto. E profezia è il prezioso servizio che un uomo fa ai propri fratelli, al proprio popolo, interpretando, con la potenza di Dio e con la sapienza dono di Dio, le vicende e gli accadimenti storici in cui si è coinvolti. «Lo spirito del Signore Dio è su di me perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione; mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai poveri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l’anno di misericordia del Signore, un giorno di vendetta per il nostro Dio, per consolare tutti gli afflitti, per allietare gli afflitti di Sion, per dare loro una corona invece della cenere, olio di letizia invece dell’abito da lutto, canto di lode invece che un cuore mesto» (Isaia 61,1-3a). Il profeta si fa araldo di un « anno di misericordia » e non per una sua personale iniziativa, ma per una « unzione » operata dallo Spirito del Signore: è un dono divino. E questo anno si esprime in due direzioni vitali, altamente positive: la liberazione e la consolazione. La liberazione è dai mali fisici, dalle lacerazioni interiori, dalla condizione di schiavitù; la consolazione è una trasformazione del proprio sentire, del proprio modo di essere: dal lutto si passa alla gioia. Città, campagna, esperienze di lavoro pastorizio e agreste sono coinvolti in una novità di vita più umana e costruttiva. Il tempo è segnato dal dono del Signore.

Il Giubileo Il vocabolo « giubileo » deriva dal termine ebraico jobel che significa corno d’ariete; giacché proprio tale corno era adoperato come tromba, il cui suono indicava a tutti l’inizio dell’anno giubilare. Il libro del Levitico, nel codice di santità, è la fonte che ci avverte sulla portata dell’anno giubilare, anno per eccellenza di liberazione, che è al termine di sette settimane di anni: il cinquantesimo anno. «Conterai sette settimane di anni, cioè sette volte sette anni; queste sette settimane di anni faranno un periodo di quarantanove anni. Al decimo giorno del settimo mese, farai squillare la tromba dell’acclamazione; nel giorno dell’espiazione farete squillare la tromba per tutto il paese. Dichiarate santo il cinquantesimo anno e proclamate la liberazione nel paese per tutti i suoi abitanti. Sarà per voi un giubileo; ognuno di voi tornerà nella sua proprietà e nella sua famiglia»(Levitico 25, 8-10). Ci sono nello stesso Levitico testi e modelli paralleli molto preziosi per comprendere quale carica di idealità e di progettazione aveva l’anno giubilare. Intanto è bene tener presente come nel vicino oriente, nelle culture antiche, il ciclo lunare fosse scelto come criterio per segnare il tempo: la settimana (sette giorni) assume, ancor prima della legislazione giudaica, un carattere spiccatamente religioso. Il Signore segna i tempi di lavoro e di riposo. Già il primo capitolo del primo libro della Scrittura, Genesi, interpreta l’agire creativo di Dio con la struttura dei sette giorni, pur nella lucida consapevolezza della trascendenza di Dio che « dice », e il suo dire è creativo, è « benedizione ». Anche le feste del calendario ebraico sono segnate dai sette giorni; tale è la durata sia della festa degli azzimi, sia quella dei tabernacoli. In particolare Pentecoste (cinquantesimo giorno) o festa delle settimane è celebrata sette settimane dopo il sabato della Pasqua. Fonte di queste leggi e notizie sono il capitolo 23 del libro del Levitico e, più antico, il capitolo 34 dell’Esodo e il capitolo 16 del quinto libro della Bibbia, il Deuteronomio.

La liberazione Si constata con gioia e con compiacimento come la fede in Dio porta anche la cultura di Israele a vivere un primato nel tempo, nel lavoro, nei rapporti. Alcune realtà che coinvolgono le persone, gli strumenti e i mezzi per vivere, non possono soggiacere all’egoismo sfrenato e all’arrivismo insaziabile di alcuni. Il credente non può tollerare le forme e la durata anche a vita della schiavitù, così come era praticata presso altri popoli. Così non è tollerabile che, per indebitamento e per povertà, una famiglia o un padre sia privato per sempre della sua terra, giacché la terra è di Dio ed è dono fruttificante per l’uomo. Di qui le puntuali « leggi divine » del libro del Levitico che utopisticamente intervengono a promuovere giustizia e speranza. L’utopia sta proprio nella distanza di un anno giubilare dall’altro e nella difficile praticabilità, ma l’orientamento è chiaro: interpella, sfida, sollecita ad accogliere il dono e a promuovere una cultura di liberazione. «Poiché è il Giubileo; esso vi sarà sacro; potete però mangiare il prodotto che daranno i campi. In questo anno del Giubileo, ciascuno tornerà in possesso del suo. Quando vendete qualche cosa al vostro prossimo o quando acquistate qualche cosa dal vostro prossimo, nessuno faccia torto al fratello» (Levitico 25,12-14).

E a proposito delle persone. «Se il tuo fratello che è presso di te cade in miseria e si vende a te, non farlo lavorare come schiavo; sia presso di te come un bracciante, un inquilino. Ti servirà fino all’anno del Giubileo; allora se ne andrà da te con i suoi figli, tornerà nella sua famiglia e rientrerà nella proprietà dei suoi padri. Poiché essi sono miei servi, che io ho fatto uscire dal paese di Egitto; non devono essere venduti come si vendono gli schiavi. Non lo tratterai con asprezza, ma temerai il tuo Dio» (Levitico 25, 39-43).

La consolazione C’è una fondamentale espressione e proposta di esperienze nell’anno giubilare: il riposo. Un riposo carico di dono e di rapporto con Dio: tutto è dono suo e tutto possiamo riferirlo a Lui. La cultura del « sabato » cambia la qualità della vita; riconduce alle proprie radici, alla ragione del proprio esistere; e può aprire alla felicità possibile nella storia. «Il cinquantesimo anno sarà per voi un Giubileo; non farete né semina, né mietitura di quanto i campi produrranno da sé, né farete la vendemmia delle vigne non potate. Poiché è il Giubileo; esso vi sarà sacro; potrete però mangiare il prodotto che daranno i campi»(Levitico 25,11-12). Questa « consolazione » risuonerà in modo imprevedibile e pieno nel rapporto con Gesù di Nazareth, il Signore, grazie al quale è possibile vivere il « riposo » e il « ristoro »; avere, contro ogni desolazione, l’esperienza della « consolazione ». «Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite ed umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico è leggero» (Matteo 21,28-30). La Lettera agli Ebrei, partendo dall’espressione del salmo 95 versetto 11 « giurò che non sarebbero entrati nel suo riposo » e si riferiva ai quarant’anni di peregrinare dall’antico popolo di Israele nell’esodo, fa meditare in modo stupendo sul riposo cristiano. «Poiché dunque risulta che alcuni debbono ancora entrare in quel riposo e quelli che per primi ricevettero la Buona Novella non entrarono a causa della loro disubbidienza, egli fissa di nuovo un giorno, un oggi, dicendo per mezzo di Davide (Salmo 95,8) dopo tanto tempo come è stato già riferito:

Oggi, se udite la sua voce non indurite i vostri cuori! Se Giosuè infatti li avesse introdotti in quel riposo, Dio non avrebbe parlato in seguito di un altro giorno. E’ dunque riservato ancora un riposo sabbatico per il popolo di Dio Chi è entrato infatti nel suo riposo, riposa egli pure dalle sue opere, come Dio dalle proprie. Affrettiamoci dunque ad entrare in quel riposo, perché nessuno cada nello stesso tipo di disobbedienza» (Ebrei 4, 6-11). Uno sguardo sul futuro La letteratura biblica anticotestamentaria tardiva, in una visione sul futuro escatologico, con il tipico linguaggio apocalittico annunzia la liberazione finale e definitiva del popolo di Dio. E’ la profezia di Daniele (9,24) delle settanta settimane, cioè di un calcolo convenzionale di dieci periodi giubilari.

«Settanta settimane sono fissate per il tuo popolo e per la tua santa città per mettere fine all’empietà, mettere i sigilli ai peccati, espiare l’iniquità, portare una giustizia eterna, suggellare visione e profezia e ungere il Santo dei santi».

Si tratta in ogni generazione di ravvivare l’attesa e la ricerca del Signore, del dono che fa di sé, di una novità di vita dove liberazione, consolazione, riposo che è da sempre e per sempre il disegno di misericordia e di bontà che Dio ha su ogni persona e su ogni popolo.

STORIA DEL GIUBILEO – GIUBILEO DEL 2000

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STORIA DEL GIUBILEO – GIUBILEO DEL 2000

Nella tradizione cattolica il Giubileo è un grande evento religioso. E’ l’anno della remissione dei peccati e delle pene per i peccati, è l’anno della riconciliazione tra i contendenti, della conversione e della penitenza sacramentale e, di conseguenza, della solidarietà, della speranza, della giustizia, dell’impegno al servizio di Dio nella gioia e nella pace con i fratelli. L’anno giubilare è soprattutto l’anno di Cristo, portatore di vita e di grazia all’umanità. Le sue origini si ricollegano all’Antico Testamento. La legge di Mosé aveva fissato per il popolo ebraico un anno particolare: « Dichiarerete santo il cinquantesimo anno e proclamerete la liberazione nel Paese per tutti i suoi abitanti. Sarà per voi un giubileo; ognuno di voi tornerà nella sua proprietà e nella sua famiglia. Il cinquantesimo anno sarà per voi un giubileo; non farete né semina, né mietitura di quanto i campi produrranno da sé, Né farete la vendemmia delle vigne non potate. Poiché è il giubileo, esso vi sarà sacro; potrete però mangiare il prodotto che daranno i campi. In quest’anno del giubileo, ciascuno tornerà in possesso del suo » (Libro del Levitico). La tromba con cui si annunciava questo anno particolare era un corno d’ariete, che in ebraico si dice « Yobel », da cui deriva la parola « Giubileo ». La celebrazione di quest’anno comportava, tra l’altro, la restituzione delle terre agli antichi proprietari, la remissione dei debiti, la liberazione degli schiavi e il riposo della terra. Nel Nuovo Testamento Gesù si presenta come Colui che porta a compimento l’antico Giubileo, essendo venuto a « predicare l’anno di grazia del Signore » (Isaia). Il Giubileo del 2000 assume un’importanza speciale perché, facendosi quasi ovunque il computo del decorso degli anni a partire dalla venuta di Cristo nel mondo, vengono celebrati i duemila anni dalla nascita di Cristo (prescindendo dall’esattezza del computo cronologico). Non solo, ma si tratta del primo Anno Santo a cavallo tra la fine di un millennio e la fine di un altro: il primo Giubileo, infatti, fu indetto da Papa Bonifacio VIII nel 1300. Il Giubileo dell’anno 2000 vuole essere, così, una grande preghiera di lode e di ringraziamento per il dono dell’Incarnazione del Figlio di Dio e della Redenzione da lui operata. Il Giubileo, comunemente, viene detto « Anno santo », non solo perché si inizia, si svolge e si conclude con solenni riti sacri, ma anche perché è destinato a promuovere la santità di vita. E’ stato istituito infatti per consolidare la fede, favorire le opere di solidarietà e la comunione fraterna all’interno della Chiesa e nella società, richiamare e stimolare i credenti ad una più sincera e coerente professione di fede in Cristo unico Salvatore. Il Giubileo può essere: ordinario, se legato a scadenze prestabilite; straordinario, se viene indetto per qualche avvenimento di particolare importanza. Gli Anni Santi ordinari, celebrati fino ad oggi, sono 25; quello del 2000 sarà il ventiseiesimo. La consuetudine di indire Giubilei straordinari risale al XVI secolo: la loro durata è varia, da pochi giorni ad un anno. Gli ultimi Anni Santi straordinari di questo secolo sono quelli del 1933, indetto da Pio XI per il XIX centenario della Redenzione, del 1983, indetto da Giovanni Paolo II per i 1950 anni della Redenzione. Nel 1987 Giovanni Paolo II ha indetto anche un Anno Mariano.

STORIA DEI GIUBILEI Il primo Giubileo ordinario fu indetto nel 1300 da Papa Bonifacio VIII, della nobile famiglia dei Caetani, con la Bolla « Antiquorum Habet Fida Relatio ». Ne fu occasione remota l’ondata di spiritualità, di perdono, di fratellanza che si stava diffondendo in tutta la cristianità in contrapposizione agli odi e alle violenze dominanti in quell’epoca. L’occasione immediata è da riallacciare alla voce, iniziata a circolare nel dicembre 1299, secondo la quale nell’anno centenario i visitatori della basilica di San Pietro avrebbero ricevuto una « pienissima remissione dei peccati ». L’enorme afflusso di pellegrini a Roma indusse Bonifacio VIII a concedere l’indulgenza per tutto l’anno 1300 e, in futuro, ogni cento anni. Tra i pellegrini di questo primo Giubileo vanno ricordati: Dante, Cimabue, Giotto, Carlo di Valois, fratello del re di Francia, con sua moglie Caterina. Dante Alighieri ne conserva un’eco in alcuni versi del Canto XXXI del Paradiso della « Divina Commedia ». Dopo il trasferimento della sede del Papa ad Avignone (1305-77) vennero formulate numerose richieste perché il secondo Giubileo fosse indetto nel 1350 e non nel 1400. Clemente VI acconsentì e ne fissò la scadenza ogni 50 anni. Alle basiliche da visitare, San Pietro e San Paolo fuori le mura, aggiunse quella di San Giovanni in Laterano. Successivamente, Urbano VI decise di spostare la cadenza a 33 anni, in riferimento al periodo della vita terrena di Gesù. Alla sua morte, il nuovo pontefice, Bonifacio IX, diede inizio all’Anno Santo del 1390. L’avvicinarsi della fine del secolo e l’afflusso consistente di pellegrini lo indussero ad indire un nuovo Giubileo nel 1400. Finito lo scisma d’Occidente, Martino V indisse l’Anno Santo per il 1425, introducendo due novità: la coniazione di una speciale medaglia commemorativa e l’apertura della Porta Santa a San Giovanni in Laterano. Secondo quanto stabilito da Urbano VI, il nuovo Giubileo si sarebbe dovuto celebrare nel 1433, ma non fu così. Solo sotto il pontificato di Nicolò V venne indetto un Giubileo per il 1450. Paolo II, con una Bolla del 1470, stabilì che in futuro il Giubileo si svolgesse ogni 25 anni. Ad indire il successivo, nel 1475, fu Sisto IV: per questa occasione il Papa volle che Roma fosse abbellita con nuove importanti opere, tra cui la Cappella Sistina e il ponte Sisto sul Tevere. In quel tempo, a Roma, lavorarono i più grandi artisti dell’epoca: Verrocchio, Signorelli, Ghirlandaio, Botticelli, Perugino, Pinturicchio, Melozzo da Forlì. Nel 1500 Alessandro VI volle che le porte Sante delle quattro basiliche venissero aperte contemporaneamente, riservando a sé l’apertura della Porta Santa di San Pietro. Clemente VII aprì solennemente, il 24 dicembre 1524, il nono Giubileo, nel quale si cominciava ad avvertire la grande crisi che di lì a poco avrebbe investito l’Europa con la riforma protestante. Ad indire il Giubileo per il 1550 fu Paolo III ma ad aprirlo fu Giulio III. Il notevole afflusso di pellegrini provocò non pochi problemi di assistenza, cui provvide in modo particolare San Filippo Neri con la « Confraternita della Santa Trinità ». Nel 1575, sotto il pontificato di Gregorio XIII, confluirono a Roma oltre 300.000 persone da tutta l’Europa. I successivi Anni Santi del XVII secolo furono indetti da Clemente VIII (1600), Urbano VIII (1625), Innocenzo X (1650), Clemente X (1675). A Innocenzo X, promotore del Giubileo nel 1700, è legata una delle maggiori opere caritative di Roma: l’ospizio di san Michele a Ripa. Intanto, crescevano le iniziative per venire incontro alle esigenze dei pellegrini, come accadde anche nel 1725, sotto il pontificato di Benedetto XIII. Predicatore instancabile nell’Anno Santo del 1750 (indetto da Benedetto XIV) fu San Leonardo da Porto Maurizio, che eresse nel Colosseo 14 edicole per il pio esercizio della Via Crucis e una grande croce in mezzo all’arena. Clemente XIV promulgò il Giubileo per il 1775 ma non poté aprirlo perché morì tre mesi prima dell’apertura solenne ( al quale provvide il nuovo pontefice Pio VI). La difficile situazione della Chiesa al tempo dell’egemonia napoleonica non permise a Pio VII di indire un Giubileo per il 1800. Oltre mezzo milione di pellegrini giunse a Roma nel 1825: Leone XII sostituì per le consuete visite dei fedeli la basilica di San Paolo fuori le mura, distrutta dall’incendio del 1823, con la basilica minore di Santa Maria in Trastevere. Venticinque anni dopo lo svolgimento dell’Anno Santo non fu consentito dalle vicende della Repubblica Romana e del temporaneo esilio di Pio IX. Lo stesso pontefice poté però indire quello del 1875, privato delle cerimonie di apertura e di chiusura della Porta Santa a causa dell’occupazione di Roma da parte delle truppe di Vittorio Emanuele II. Spettò a Leone XIII indire il ventiduesimo Giubileo per l’inizio del XX secolo dell’era cristiana, caratterizzato da sei beatificazioni e due canonizzazioni (quelle di San Giovanni Battista de La Salle e di Santa Rita da Cascia). Nel 1925, Pio XI volle che in concomitanza dell’Anno Santo fosse proposta all’attenzione dei fedeli la preziosa opera delle missioni e esortò i fedeli a pregare per la pace tra i popoli al fine di lucrare le indulgenze. Nel 1950, pochi anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, Pio XII promulgò il successivo Giubileo indicandone le finalità: santificazione delle anime mediante la preghiera e la penitenza e l’incrollabile fedeltà a Cristo e alla Chiesa; azione per la pace e tutela dei Luoghi Santi; difesa della Chiesa contro i rinnovati attacchi dei suoi nemici e impetrazione della vera fede per gli erranti, gli infedeli e i senza Dio; attuazione della giustizia sociale e opere di assistenza a favore degli umili e dei bisognosi. Nel corso di quest’anno fu la proclamazione del dogma dell’Assunzione di Maria al cielo (1· novembre 1950). L’ultimo Giubileo ordinario risale al 1975 e fu indetto da Paolo VI, che ne presentò sinteticamente gli obiettivi con i termini « Rinnovamento » e « Riconciliazione ».

TERTIO MILLENNIO ADVENIENTE Il 10 novembre 1994 il Papa ha promulgato la Lettera apostolica Tertio Millennio adveniente indirizzata all’Episcopato, al clero, ai religiosi e ai fedeli circa la preparazione al Giubileo del 2000. Il documento è composto di una breve introduzione e di cinque capitoli. Nell’introduzione viene focalizzato l’argomento centrale: la celebrazione del Giubileo è la celebrazione dell’Incarnazione redentrice del Figlio di Dio, Gesù Cristo. Il primo capitolo, « Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi… », sottolinea il significato e l’importanza della nascita di Gesù Cristo. Egli è il Figlio di Dio, si è fatto uno di noi per rivelare il disegno di Dio nei riguardi di tutta la creazione e, in particolare, nei riguardi dell’uomo. Questo è il punto essenziale che differenzia il cristianesimo dalle altre religioni: è Dio stesso che viene in persona a parlare di sé all’uomo e a mostrargli la via sulla quale è possibile raggiungerlo. L’Incarnazione di Gesù Cristo testimonia che Dio cerca l’uomo per indurlo ad abbandonare le vie del male. Questo recupero si realizza attraverso il sacrificio di Cristo stesso sulla croce. La religione dell’Incarnazione è quindi la religione della Redenzione. Il capitolo II, Il Giubileo dell’anno 2000, illustra la motivazione dell’Anno Santo e di quello di fine millennio in particolare. Dio, con l’Incarnazione, si è calato dentro la storia dell’uomo. L’eternità è entrata nel tempo e manifesta che Cristo è il signore del tempo. Per questo, nel cristianesimo, il tempo ha un’importanza fondamentale e nasce il dovere di santificarlo. Su tale sfondo diventa comprensibile l’usanza dei Giubilei, che ha inizio nell’Antico Testamento e ritrova la sua continuazione nella storia della Chiesa. Il Giubileo, per la Chiesa, è un anno di grazia del Signore, un anno della remissione dei peccati e delle pene per i peccati, un anno di riconciliazione tra tutti i contendenti. Nella vita delle singole persone i Giubilei sono legati alla data di nascita e, per i cristiani, sono anche anniversari del Battesimo, della Cresima, della prima Comunione, dell’ordinazione sacerdotale o episcopale, del matrimonio. Ma anche le comunità e le istituzioni celebrano i loro giubilei; e tutti, quelli personali o comunitari, religiosi o civili, rivestono un ruolo importante e significativo. In questo contesto, i duemila anni dalla nascita di Cristo rappresentano un Giubileo straordinariamente grande non soltanto per i cristiani, ma per l’intera umanità, dato il ruolo di primo piano esercitato dal cristianesimo in questi due millenni. Il capitolo III, La preparazione del Grande Giubileo, evidenzia i vari eventi che hanno contribuito e contribuiscono al cammino di preparazione verso il Duemila. Innanzitutto il Concilio Vaticano II, « evento provvidenziale concentrato sul mistero di Cristo e della sua Chiesa ed insieme aperto al mondo », attraverso il quale la Chiesa ha avviato la preparazione prossima al Giubileo del secondo millennio. La migliore preparazione alla scadenza bimillenaria della nascita di Cristo, afferma il Papa, sarà appunto il rinnovato impegno di attuazione dell’insegnamento del Concilio alla vita di ciascuno e di tutta la Chiesa. Nel cammino di preparazione al 2000 si inserisce la serie di Sinodi, iniziata dopo il Concilio: generali e continentali, regionali, nazionali e diocesani. Il tema di fondo è quello dell’evangelizzazione. Specifici compiti e responsabilità, in vista del Grande Giubileo, spettano al Vescovo di Roma: in questa prospettiva hanno operato tutti i pontefici del secolo che sta per concludersi, in particolare con le encicliche a sfondo sociale e i messaggi per la Giornata della Pace, pubblicati a partire dal 1968. Inoltre, l’attuale pontefice, sin dalla prima enciclica (la Redemptor hominis), ha parlato in modo esplicito dell’Anno Santo del 2000, invitando a vivere il periodo di attesa come un « nuovo avvento ». Allo stesso scopo sono stati orientati, e continueranno ad esserlo, i pellegrinaggi del Papa nelle Chiese particolari di tutti i continenti: Giovanni Paolo II auspica di visitare, entro il 2000, Sarajevo, il Libano, Gerusalemme e la Terra Santa e « tutti quei luoghi che si trovano sul cammino del popolo di Dio dell’Antica Alleanza, a partire dai luoghi di Abramo e di Mosè, attraverso l’Egitto e il Monte Sinai, fino a Damasco ». Anche i Giubilei locali o regionali per la celebrazione di importanti anniversari hanno un ruolo di svolgere nella preparazione al Grande Giubileo, che raccoglie pure i frutti degli Anni Santi (quello ordinario del 1975, indetto da Paolo VI, e quello straordinario del 1983, indetto da Giovanni Paolo II) dell’ultimo scorcio di questo secolo, dell’Anno Mariano 1987-88 e dell’Anno della Famiglia, il cui contenuto si collega strettamente con il mistero dell’Incarnazione e con la storia stessa dell’uomo. Il capitolo IV della Lettera apostolica, dal titolo La preparazione immediata, prospetta uno specifico programma di iniziative per il Grande Giubileo, attraverso due fasi: la prima (1994-96), a carattere antepreparatorio, ha avuto lo scopo di ravvivare nei cristiani la consapevolezza del valore e del significato che il Giubileo del 2000 riveste nella storia umana; la seconda (1997-99), la fase propriamente preparatoria, è orientata alla celebrazione del mistero di Cristo Salvatore. La struttura ideale per tale triennio è trinitaria: il 1997 è dedicato alla riflessione su Cristo; il 1998 sarà dedicato allo Spirito Santo e alla sua presenza santificatrice all’interno delle Chiese; il 1999 sarà incentrato su Dio Padre, dal quale Cristo è stato mandato e al quale è ritornato. Questi i tratti salienti sottolineati da Giovanni Paolo II per il cammino di preparazione: una dimensione storica della coscienza. « La Porta Santa del Giubileo del 2000 – scrive – dovrà essere simbolicamente più grande delle precedenti, perché l’umanità, giunta a quel traguardo, si lascerà alle spalle non soltanto un secolo, ma un millennio. E’ bene che la Chiesa imbocchi questo passaggio con la chiara coscienza di ciò che ha vissuto nel corso degli ultimi dieci secoli. Essa non può varcare la soglia del nuovo millennio senza spingere i suoi figli a purificarsi, nel pentimento, da errori, infedeltà, incoerenze, ritardi »; un’esigenza ecumenica, che il Papa ricorda ovunque nella sua Lettera, invitando ad opportune iniziative ecumeniche, così che le diverse confessioni cristiane si possano presentare al Grande Giubileo se non unite, almeno prossime a superare le storiche divisioni. Anche perché i peccati che hanno pregiudicato l’unità esigono un maggiore impegno di penitenza e di conversione; un impegno sociale, secondo la descrizione contenuta nella Bibbia, che pone in risalto l’ispirazione sociale della pratica giubilare (destinazione universale dei beni, ripristino dell’uguaglianza tra tutti i figli d’Israele); la memoria dei martiri. Una Chiesa che non si ricorda dei suoi martiri di ieri o non riconosce più i suoi martiri di oggi non può rivendicare l’onore di essere la Chiesa di Cristo. Qui Giovanni Paolo afferma che « nel nostro secolo sono ritornati i martiri » e « non devono andare perdute nella Chiesa le loro testimonianze ». Per questo motivo è previsto l’aggiornamento dei martirologi, in particolare per il riconoscimento dell’eroicità delle virtù di uomini e donne che hanno realizzato la loro vocazione cristiana nel matrimonio. Per quanto riguarda il triennio della fase preparatoria, nel corso del 1997 la Chiesa sarà impegnata ad avvicinare i cristiani alla riscoperta della Bibbia, del Battesimo, della catechesi per mirare all’obiettivo prioritario del Giubileo, il rinvigorimento della fede e della testimonianza dei cristiani. Nel 1998 si punterà alla riscoperta della presenza e dell’azione dello Spirito, agente principale della nuova evangelizzazione, valorizzando i segni di speranza presenti in quest’ultimo scorcio di secolo, in campo civile ed ecclesiale. Il terzo ed ultimo anno di preparazione, secondo le indicazioni di Giovanni Paolo II, dovrà spingere ad intraprendere un cammino di autentica conversione, riscoprendo il sacramento della Penitenza e mettendo in risalto la virtù teologale della carità; sarà sottolineata l’opzione preferenziale della Chiesa per i poveri e gli emarginati. Il Giubileo potrebbe essere un momento opportuno per pensare ad una consistente riduzione, se non proprio al totale condono, del debito internazionale. La vigilia del Duemila, inoltre, sarà una grande occasione per il dialogo interreligioso: potrebbero prevedersi incontri tra i rappresentanti delle grandi religioni mondiali. La celebrazione del Grande Giubileo avverrà contemporaneamente in Terra Santa, a Roma e nelle Chiese locali del mondo intero. Nella fase celebrativa l’obiettivo sarà la glorificazione della Trinità. A Roma si terrà il Congresso eucaristico internazionale. La dimensione ecumenica e universale potrebbe essere sottolineata da un incontro pancristiano. Il quinto e ultimo capitolo della Tertio Millennio adveniente, intitolato « Gesù Cristo è lo stesso (…) sempre », esalta la missione della Chiesa, chiamata a continuare l’opera stessa di Cristo. La Chiesa, come l’evangelico granellino di senape, cresce fino a diventare un grande albero, capace di coprire con le sue fronde l’intera umanità. Sin dai tempi apostolici prosegue senza sosta la sua missione salvifica all’interno dell’universale famiglia umana. Con la caduta dei grandi sistemi anticristiani nel continente europeo, del nazismo prima e poi del comunismo, si impone il compito urgente di offrire nuovamente all’Europa il messaggio liberante del Vangelo, e l’attenzione della Chiesa si rivolge in modo particolare alle giovani generazioni.

LA STRUTTURA ORGANIZZATIVA

(questa parte non mi sembr utile metterla)

Publié dans:GIUBILEO (IL) |on 26 novembre, 2015 |Pas de commentaires »

IL GIUBILEO E L’ANNO SABATICO

http://www.biblico.it/doc-vari/conferenza_soggin.html

IL GIUBILEO E L’ANNO SABATICO

di J. Alberto Soggin,

Università di Roma «La Sapienza» e Facoltà valdese di Teologia, Roma

(testo della conferenza tenuta dal Prof. J. Alberto Soggin nell’Aula Magna del Pontificio Istituto Biblico il 13 novembre 1999 a conclusione della sua collaborazione accademica con il Pontificio Istituto Biblico àdi professore invitato)

I. Il Giubileo e l’anno sabatico appaiono nella Bibbia ebraica in una stretta relazione l’uno con l’altro: il primo dei due appare come una specie di prolungamento del secondo. La cosa non è nuova: è stata segnalata una quarantina di anni orsono dallo studio pionieristico e sempre fondamentale di Robert North S.J. (1954), confermato poco dopo dal classico di Roland de Vaux O.P. (1958). Nelle due opere troviamo inoltre informazioni bibliografiche dettagliate sul tema, naturalmente limitate agli anni di pubblicazione, cfr. ancora North 1982. 1 due autori segnalati hanno anche messo in evidenza il fatto che non è possibile prescindere dal contesto economico-sociale nella valutazione delle due istituzioni, contesto messo esplicitamente in luce dai passi che esamineremo; ciò potrebbe in via teorica condurci in un’epoca relativamente antica della storia di Giuda, per quel che riguarda l’anno sabatico, perché sembra echeggiare il messaggio sociale dei Profeti; per il Giubileo la situazione appare invece diversa, poiché i testi rilevanti si trovano in quella che viene chiamata nell’ipotesi documentaria la fonte “sacerdotale” (’P’) del Pentateuco.
Il Nuovo Testamento non sembra interessarsi particolarmente delle due istituzioni; abbiamo solo un accenno, probabilmente al Giubileo, in Lc 4,14 sgg., dove nella predicazione nella sinagoga di Nazaret Gesù sembra applicare il concetto di ”anno accettevole” al proprio ministero terreno.
In Es 23,10-11 troviamo il seguente comandamento riferito all’anno sabatico, immediatamente seguito da quello del giorno del riposo: “10) Sei anni seminerai il tuo terreno e ne raccoglierai i prodotti; 11) il settimo invece lo lascerai incolto (ebraico tishmetennah, radice shamat, ”abbandonare, lasciare” ”lasciar cadere” “rimettere”) e l’abbandonerai, perché ne mangino i poveri che sono insieme a te e gli animali selvaggi si nutrano di quello ch’essi lascino. La funzione sociale del comandamento (verso gli esseri umani e gli animali) viene già qui messa chiaramente in luce. Dalla medesima radice viene il sostantivo shemittah, termine tecnico per il terreno lasciato incolto durante un anno secondo questo precetto (Mulder 1995). I LXX traducono la parola nella sua accezione cultico-sociale: aphesin poiêseis ”farai una remissione, un’interruzione”, cogliendo così un elemento fondamentale dell’istituzione, sul quale ritorneremo, mentre la Volgata latina ha l’espressione neutrale “requiescere facis”, “farai riposare”. Un anno ogni sette, dunque, il terreno dev’essere lasciato riposare, secondo questa norma, e non essere coltivato, e perché si tratta sempre del settimo anno, lo si suole chiamare “anno sabatico”, ebraico “shenat shabbaton”, cfr. Lev 25,5.
a) Il concetto mostra una serie di paralleli con la norma sull’emancipazione dello schiavo ebreo per debiti, Es 21,1 sgg., dove abbiamo anche un periodo di lavoro di sei anni e l’affrancamento al settimo, soltanto che nel nostro caso è questione del suolo e non necessariamente delle persone; ciò appare invece in Dtn 15,1 sgg. dove la cosa viene estesa ai debiti.
b) In Lev 25,1-7 appare invece un testo più prolisso, uguale però nei principi fondamentali a quello precedente. E qui che appare, per un’unica volta, l’espressione “anno sabatico”, oggi usata correntemente. Il testo recita: “2b) Il terreno celebrerà il sabato in onore di JHWH: 3) sei anni seminerai…”; qui i LXX hanno: anapausetai hê gê sabbata tôi kyriôi “la terra si riposerà… un sabato per il Signore”; mentre la Volgata latina ha “sabbatizes sabatum Domini”. Poco diversa sembra essere la situazione nel testo autonomo Dtn 31,10, sul quale ritorneremo opportunamente (sotto, §7.c). Segue immediatamente, vv. 8sgg., il precetto sul Giubileo.
c) Infine in Dtn 15,1-11 appare il termine shemittah che viene immediatamente, nel v.2, messo in relazione con un problema di non semplice identificazione, ma quasi certamente la schiavitù per debiti. Nei primi due casi il greco ha nuovamente aphesis e la Volgata “remissio” (anche di questo problema parleremo tra poco al § 4).
d) Altre volte il verbo appare in contesti non chiari: IISam 6,6//I Cron 13,9; II Re 9,33; Sal 141,6 e Ger 17,4; nei primi casi ha probabilmente il significato di “cadere” o qualcosa di simile, nell’ultimo probabilmente di “separarsi”. Ma si tratta di accezioni fuori dall’ambito religioso, per cui c’interessano relativamente poco. La radice può in ogni caso esprimere concetti relazionati col culto, come anche connessi con la vita secolare; nella traduzione greca dei LXX troviamo invece un termine già tecnico, il che avviene solo parzialmente nella Volgata.
2. Data l’attestazione in origine agricola dell’usanza, almeno per quel che riguarda la sua attestazione fuori dal Deuteronomio (ed è questo un elemento assente dal sabato settimanale, dove appare soltanto la cessazione del lavoro e la dedicazione della giornata al Signore), si pone immediatamente la domanda se l’origine dell’istituto non sia da ricercarsi proprio nell’ambito dell’agricoltura, mentre solo successivamente sarebbe stato applicato alla schiavitù, per poi entrare nella liturgia. E ciò sembrerebbe avvenuto per dargli un contenuto ideologicamente e teologicamente sicuro, del quale era probabilmente in origine privo. Ed è questa la linea seguita da parecchi autori, sia pure come ipotesi di lavoro. Accettandola, sorge immediatamente un altro quesito: quale scopo si proponeva l’usanza e a cosa serviva nel suo contesto originario?
a) Una risposta possibile è che in un’epoca nella quale la rotazione e la concimazione sistematica delle colture erano sconosciute, i medesimi risultati potevano essere ottenuti soltanto mediante il riposo periodico dei terreni, evitando così il loro rapido esaurimento per eccessivo sfruttamento. È possibile però anche che in origine tali fini pratici venissero miticamente motivati mediante il desiderio di non offendere la divinità agricola locale, o almeno di placarla ove fosse già offesa per aver visto attaccata la propria sovranità da parte del coltivatore. In altre parole, avrebbe avuto luogo una specie di “restitutio in integrum” del suolo, dopo la turbativa causata dall’intervento umano. Ma se questo appare possibile nell’ambito della storia delle religioni, va però anche notato che nella Bibbia manca ogni attestazione concreta di un’ideologia di questo genere.
b) Ma sorge una seconda domanda: com’era possibile realizzare nella pratica il principio del riposo dei terreni? Alcuni autori, partendo dall’ovvio parallelismo tra l’anno sabatico e la manumissione degli schiavi per debiti, Es 21,1 sgg., hanno supposto che il riposo dei terreni non venisse, in origine, celebrato allo stesso tempo in tutto il paese, ma che i vari campi s’alternassero, avendosi così una specie di rotazione. E ciò potrebbe essere confermato dal fatto che uno degli scopi dell’istituzione era quello di dar da mangiare ai poveri. E si è persino supposto che ogni proprietà fondiaria venisse divisa in sette parcelle, ciascuna delle quali “riposava” a turno. In tal caso Lev c.25 rappresenterebbe un tentativo di unificare quanto prima veniva effettuato solo parzialmente e a turno, dando però luogo ad un principio in pratica di non facile realizzazione: come immaginare infatti che tutto il paese non producesse più nulla attraverso tutto il ciclo agricolo di un anno?
e) Ma di dove veniva in Israele la shemittah? Una volta ammesso il carattere principalmente agricolo della festa, il mondo orientale antico e specialmente Canaan costituiscono il contesto nel quale va effettuata la ricerca, in ciò sostenuti anche dall’affermazione che si trattava di una celebrazione “in onore di JHWH”, Lev 25,2, quasi vi fossero state alternative possibili, naturalmente da escludere.
Orbene, in Assiria alcuni autori riconoscono l’esistenza di un’alternanza tra periodi di coltura e periodi di riposo dei terreni, e qualcosa di simile, sia pure con contorni mitici ed in ogni caso in forma ancora controversa, sembra che esistesse anche in Canaan sulla base di pochi testi di Ugarit: qui alcuni autori ammettono l’esistenza di un ciclo agricolo di sette anni, alla fine del quale ba‘al, il dio della fertilità e della vegetazione, passava attraverso una specie di “eclissi” e scompariva dal mondo; in queste condizioni anche l’agricoltura non poteva più essere praticata (per Ugarit cfr.Gray 1957 e Jacob 1962,115 sgg.).
Ma si tratta, come già detto, di un’interpretazione controversa, anzi, non mancano autori che la negano decisamente. Certo è però che una volta che potessimo ammettere l’origine cananea dell’istituto (dato il carattere intimamente connesso del culto e dell’agricoltura in tutta la regione), avremmo una spiegazione ragionevole del suo passaggio ad Israele e del suo arricchimento, più tardi, di elementi etico- teologici.
d) Nonostante la loro problematicità, queste spiegazioni hanno tutte un vantaggio comune: non solo non sembrano escludersi a vicenda, ma anzi si completano come le tessere di un mosaico. Purtroppo, data l’incompletezza e quindi la problematicità dell’informazione, il tutto rimane allo stadio congetturale.
3. L’istituto dell’anno sabatico sembra dunque essere, allo stato attuale delle ricerche, il prodotto della confluenza di elementi agricoli d’ispirazione cananea con la teologia d’Israele, tutta protesa, dal messaggio dei profeti in avanti, a stabilire una qualche forma di giustizia sociale. Alla base sta il concetto che il possesso della terra viene inteso come qualcosa di precario e quindi di indisponibile, poiché il vero proprietario appare essere JHWH, la cui effettiva sovranità sul suolo nessuno mette in dubbio, e di cui il popolo si sentiva soltanto usufruttuario. Si spiega allora perché nel “Codice sacerdotale” la terra non può essere venduta, Lev 25,23, in quanto non era proprietà del nucleo familiare, cfr. anche I Re c.21, un testo chiaramente tardivo; questo ne godeva soltanto in forma usufruttuaria. Anticamente però non sembra essere stato così in Canaan, se possiamo fidarci della tradizione biblica: in Gen c.23 Abramo acquista un terreno dagli abitanti di Hebrôn, in I Re 16,23 sgg. re ’Omrî d’Israele acquista il colle sul quale intende costruire la propria capitale Samaria. Si direbbe dunque che il concetto del possesso della terra in usufrutto sia uno sviluppo relativamente recente, prodotto della teologia d’Israele in epoca post-esilica. Fino a che punto queste considerazioni abbiano avuto applicazioni concrete non è dato di accertare.
4. Abbiamo visto (sopra, §1.b) che Lev 25,1-7 non differisce sostanzialmente da Es 23,10-11 se non per la sua più approfondita casistica. Diverso appare invece l’elaborato di Dtn 15,1-11. Anzitutto, si tratta di un testo complesso ed i commentatori così come i traduttori non sono concordi sulla sua interpretazione. In ogni caso il testo non disserta più sul riposo dei campi, dato per conosciuto (al v. 1 leggiamo infatti: “Alla fine di sette anni farai una shemittah…”); si parla invece di un’intricata questione di debiti e di pegni. Di cosa si tratta? L’opinione più autorevole sostiene che abbiamo qui a che fare con la servitù per debiti, come risulta chiaramente dal v.2: “Rimetta (ebraico shamot, un infinito assoluto con valore di jussivo) ogni [creditore] depositario d’un pegno (letteralmente: ”Abbandoni, rilasci la sua mano che tiene sopra il suo prossimo“, espressione tecnica per il prestito su pegno, personale o reale) e non opprima il proprio prossimo, suo fratello, qualora abbia proclamato una shemittah in onore di JHWH”. La situazione appare essere dunque quella del creditore, al quale il debitore ha dato in garanzia la propria persona in qualità di forza-lavoro, fino ad aver rimborsato l’ammontare del proprio debito. E la shemittah in questo contesto può avere un solo significato: l’interruzione di fatto del dovere di prestazione personale (mentre la campagna riposava non la si poteva lavorare) o forse anche la totale remissione del debito! Ma sulla base di analogie storico-religiose si è portati a considerare come valida la seconda alternativa, esattamente come accadeva al settimo anno di servizio per lo schiavo per debiti. Sembra dunque che Dtn c.15 abbia avuto la funzione di connettere esplicitamente il riposo della terra con l’emanicipazione dello schiavo per debiti, come appare dall’inizio del v.2: “E tale è la questione della shemittah…” una chiara spiegazione di cosa s’intenda realmente col termine: libertà anche per gli schiavi.
5. Sia quel che sia, nella Bibbia ebraica non si accenna mai ad una qualche attuazione concreta del principio, salvo forse l’isolata e controversa allusione in Neh 10,31b, un testo corrotto che leggiamo secondo la forma emendata più corrente. Ma da passi come Lev 26,35-43 e II Cron 36,21 si può facilmente dedurre che l’anno sabatico, non sia stato praticato in epoca pre-esilica, tanto che, secondo il primo dei due, l’esilio babilonese farà sì che la terra si prenda da sé il riposo dovutole e non concessole; similmente il secondo passo che intende l’esilio come una specie di compensazione per gli anni sabatici non celebrati!
6. È soltanto con l’epoca ellenistica che troviamo riferimenti più o meno espliciti alla pratica dell’anno sabatico, dopo il caso controverso Neh 10,31b.
a) Flavio Giuseppe, Ant XI,343, menziona l’episodio di Alessandro magno il quale, all’atto della conquista della Palestina, avrebbe desistito dal prelevare un tributo da Israele, non appena ebbe saputo che l’anno precedente era stato un anno sabatico per cui non vi era stato alcun raccolto tra i Giudaiti ed i Samaritani. Ma l’episodio è leggendario e la sua storicità viene contestata dagli studiosi.
b) Un altro caso viene da lui (XV,7) segnalato all’inizio del regno di Erode (40 a.e.v.). Giuseppe crede anzi di poter ricostruire con una certa esattezza una cronologia di questi anni sabatici, ma si tratta d’intenzioni che non hanno riscontro nella realtà.
c) La prima notizia che ha una notevole attendibilità sul piano storico è quella riferita da I Mcb 6,49-54, dove i profughi ebrei da Bêt-Sûr, attaccata e poi occupata da Antioco IV verso il 164 a.e.v. (dunque un anno circa prima della sua morte), si videro ridotti alla fame per aver celebrato un anno prima un anno sabatico. Il 165/64 sarebbe dunque una data relativamente certa per almeno un caso. Ed in tutti questi esempi il riposo dei campi dev’essere stato praticato su di un piano nazionale e col massimo rigore, se i risultati potevano essere così disastrosi!
d) Ha dunque ragione A. Penna 1953 quando afferma “che tale legislazione rimase lettera morta nel periodo antiesilico”. O diciamo piuttosto: prima dell’esilio la pratica non è attestata. Anche nel libro dei Giubilei l’anno sabatico viene usato, insieme al Giubileo (di dove il nome; ce ne occuperemo tra poco, oltre § 8) come unità di misura per computi cronologici, una pratica attestata anche presso il gruppo di Qumrân sul Mar Morto; ed anche C.Tacito, Hist IV,3 sg. (Stern 1980,18 sgg.), osserva ironicamente che gli Ebrei, non bastando loro la naturale pigrizia per oziare un giorno alla settimana, la estesero al settimo anno…
7. Nella Misnah all’anno sabatico è dedicato il trattato Shebî’ît. In X,3 viene previsto da R.Hillel (un contemporaneo di Gesù) il caso di un debitore che abbia contratto un debito in mala fede, sicuro di non doverlo poi ripagare al tempo dell’anno sabatico.
a) Per evitare complessi calcoli e tutelare i diritti sia del debitore che del creditore, venne istituito il cosiddetto prosbôl, termine di origine greca (secondo alcuni autori pros boulê bouleutôn, “per volontà degl’interessati”; con esso le due parti dichiaravano solennemente davanti al tribunale ed in presenza di testimoni, prima che il rapporto si concretasse, che il prossimo anno sabatico non avrebbe avuto alcun effetto sul loro rapporto. Nella mente di Hillel la misura tendeva, paradossalmente, a tutelare più il debitore che il creditore: avvicinandosi infatti un anno sabatico, diveniva sempre più difficile ottenere crediti ed il commercio ristagnava. Ma in realtà la clausola del prosbôl finiva non solo per eliminare gli abusi, ma a svuotare l’istituto anche dei suoi elementi positivi e socialmente validi. In ogni caso essa testimonia dell’importanza della shemittah a cavallo dell’era volgare. Ed in un contratto da wadî murabba’at (nei pressi di Qumrân), (Benoit 1961, n.18, lin.7) viene affermato che il documento in questione era sottoposto alla clausola dell’anno sabatico, anche se la parola prosbôl non vi appare; è datato dall’epoca di Nerone, 55-56 e.v.
b) In conclusione si può dunque affermare che le prime menzioni sicure della pratica dell’anno sabatico appaiono solo nel II sec.a.e.v., precedute forse da una menzione in Neh 10,31b; da allora in avanti sembra essere stata costante.
c) Un passo speciale è infine Dtn 31,9-13, in quanto autonomo da tutte le altre menzioni dell’anno sabatico. La festa viene qui collegata con quella delle Capanne e la proclamazione della tôrah. Lo strato del Dtn nel quale il testo appare è uno dei meno antichi, e fa parte del tentativo d’inserire nella storia sacra il maggior numero possibile di feste agricole.
8. In Lev 25,8 sgg. subito dopo il passo dell’anno sabatico appare un altro istituto, che con esso ha ovvie relazioni, anche se non sempre chiare come si vorrebbe: quello dell’“Anno giubilare”. In relazione con la sagra autunnale, ogni cinquantesimo anno (dunque dopo “sette settimane d’anni”, avendosi una specie di anno sabatico al quadrato), risuonerà il corno (lo shôfar) ed ogni gruppo rientrerà nel pieno possesso dei suoi beni, mentre la terra verrà lasciata in riposo, esattamente come nel caso della shemittah.
a) Il primo concetto, quello del rientro nei propri possessi, viene espresso col termine derôr, “manumissione [di schiavi]”, “remissione [di debiti)”. Ma quest’ultimo elemento può anche essere indipendente dal Giubileo: in Ger 34,15-17, un testo dtr che fa riferimento ad un fatto accaduto pochi anni prima dell’esilio babilonese, agli schiavi viene promessa la manumissione indipendentemente da un Giubileo, cfr. ancora Is 61,1 sgg.; è ancora possibile un riferimento al Giubileo in Ezc 46,17.
b) L’anno viene chiamato in ebraico shenat jôbel, perché in esso veniva suonato il qéren jôbél il “corno d’ariete”, o anche, secondo alcuni, perché è “l’anno in cui qualcosa veniva concesso” (radice jabal). L’uso dell’espressione è limitato ai cc. 25 e 27 del Lev ed inoltre a Num 34,6, tutti testi del “Codice sacerdotale”. L’ambientazione della celebrazione è molto simile a quella di Dtn c.15: lo sfondo è costituito dalla società agropecuaria, in seno alla quale vengono dibattuti problemi come quello della proprietà, del possesso e dell’usufrutto dei terreni, della schiavitù per debiti ed altri ancora; la forma della celebrazione, ricorda da vicino quella di Dtn 31,9 sgg. Allusioni all’istituto troviamo ancora nel c. 25ss.
c) Le relazioni con l’anno sabatico sono dunque evidenti, e la cosa non stupisce: nonostante una piccola difficoltà cronologica (l’anno sabatico cadeva il 49° anno, quello giubilare il 50°; è impensabile che i due non abbiano coinciso; altrimenti si sarebbe avuto un assurdo duplicato con riposo del suolo ogni 50 anni ad un anno di distanza)! La difficoltà viene del resto sentita anche da Lev 25,20 sgg., ma il testo la supera con l’annuncio di un miracolo. Ma all’epoca del “Codice sacerdotale”, con ogni probabilità, il Giubileo non veniva celebrato, sicché la situazione presentata è puramente teorica.
9. Se la situazione storico-pratica dell’Anno sabatico è complessa, ancor più lo è quella dell’Anno giubilare.
a) Alcuni autori arrivano a supporre che il Giubileo sia stato proposto, anche se in forma puramente teorica, per sostituire la pratica dell’anno sabatico caduta in disuso e gravosa da ripristinare; ma osta a questa proposta il carattere tardivo (non prima dell’epoca ellenistica) dell’attestazione dell’istituto.
b) La teoria proposta dal Talmûd (b Arakîn, 32b) è che il Giubileo sia stato celebrato prima dell’esilio, per poi cadere in disuso, il che urta per altro nuovamente contro il carattere recente ed in ogni caso puramente teorico della sua attestazione. In linea di massima può essere affermato che, sebbene siano noti alcuni casi di remissione di debiti presso altri popoli, anche se non in forma periodica, una sua applicazione concreta in una società organizzata resta impensabile; non a torto R. de Vaux, 268, dichiara che “ … non vi è alcun indizio che la legge sia mai stata applicata”..
c) Presso gruppi non ortodossi (Qumrân, Giubilei) l’anno giubilare si trasformò in un’unità per misurare il tempo e classificare la storia, in ciò favorito dal fatto che sistemi pentagesimali sono noti nel mondo di lingua semitica fino ad oggi (cfr. la Pentecoste).
10. Concludendo è dunque possibile affermare che, come tante leggi sociali in Israele, ma anche nell’epoca moderna, la legislazione dell’anno sabatico e specialmente quella dell’anno giubilare è rimasta per la massima parte pura teoria, in altre parole, lettera morta sul piano concreto. È un elemento che gli organizzatori del prossimo Giubileo dell’anno 2000 dovrebbero tener presente, quando fanno proposte di applicazioni concrete.

Publié dans:GIUBILEO (IL) |on 24 septembre, 2015 |Pas de commentaires »

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