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CARD. RAVASI: IL GIOCO ESSENZA DELL’UMANITÀ E ANALOGIA PER PARLARE DELLA FEDE

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CARD. RAVASI: IL GIOCO ESSENZA DELL’UMANITÀ E ANALOGIA PER PARLARE DELLA FEDe

“Gratuità e libertà sono caratteristiche del gioco”, che “nel senso più ampio e creativo del termine appartiene all’essenza stessa dell’umanità”. Per questo “il credente dovrebbe capire meglio il significato autentico del gioco, e il gioco dovrebbe essere un’analogia per parlare della fede”. Lo ha detto il presidente del Pontificio Consiglio della cultura, il card. Gianfranco Ravasi, nella sua relazione di apertura del seminario internazionale “Believers in the World of Sports” (Credenti nel mondo dello sport), promosso oggi dal Pontificio Consiglio in collaborazione con l’Ufficio per la pastorale del tempo libero, turismo e sport della Cei. Nella cornice dell’Anno della fede – riferisce l’agenzia Sir – la giornata di studio, di confronto e testimonianze sul valore educativo, culturale e spirituale dell’esperienza sportiva, riunisce presso la sede del dicastero vaticano responsabili dello sport professionistico e dell’associazionismo sportivo cattolico, con un’attenzione particolare al rapporto sport-disabilità. Parte dalle Scritture il cardinale, per illustrare il racconto della creazione nel Genesi come “atto di gioco di Dio”, e rammentare ai presenti che nel Libro dei Proverbi “la metafora del gioco è una via per rappresentare la sapienza creatrice di Dio”, e San Paolo assimila l’immagine della corsa nello stadio alla vita del cristiano, proteso verso il traguardo “ultimo”. Teologia e antropologia del gioco, il filo conduttore della riflessione del card. Ravasi, che avverte, poiché “il tema della libertà è fondamentale, il peccato è sempre in agguato”. Di qui tre “degenerazioni”. La prima: “il gioco che diventa guadagno, commercializzazione, pubblicità per produrre risultati economici”, oppure “degenera psicologicamente”, ed ecco il richiamo alla ludopatia, in Italia vera emergenza sociale causa di “distruzione di molte famiglie”. Ma anche la libertà “può ammalarsi, e si ammala nel tifo”, è il monito di Ravasi, un termine che “già alla base ha un’accezione negativa perché in greco indica la febbre, la vanità”. E spesso il tifo fa rima “con razzismo e violenza”. Anche la terza componente del gioco, la corporeità, può ammalarsi. Così il corpo, “che non è solo un insieme di cellule, ma è ciò che siamo, la nostra persona”, ridotto dalla “cultura contemporanea ad oggetto”, può cadere in preda “alla cura maniacale, all’anoressia o alla bulimia o, in ambito sportivo al doping”. Un pensiero, infine, anche alla “categoria dell’inutile”, giacché il gioco, come l’arte, “in un certo senso è inutile, perché non produce nulla”. Come la religione, “chiamata non a produrre, ma a cambiare i cuori”. Eppure, è la conclusione del card. Ravasi, “senza la religione, senza l’arte, ma anche senza il gioco, il mondo sarebbe molto più povero e disperato”. (R.P.)

 

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