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PORTE APERTE TRA IL TEMPIO E LA PIAZZA – DI GIANFRANCO RAVASI

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Spazio sacro e spazio civile

PORTE APERTE TRA IL TEMPIO E LA PIAZZA

Pubblichiamo il testo della « lectio magistralis » che il cardinale presidente del Pontificio Consiglio della Cultura tiene il 17 gennaio a Roma presso la facoltà di Architettura dell’università La Sapienza.

DI GIANFRANCO RAVASI

« Il mondo è come l’occhio: il mare è il bianco, la terra è l’iride, Gerusalemme è la pupilla e l’immagine in essa riflessa è il tempio ». Questo antico aforisma rabbinico illustra in modo nitido e simbolico la funzione nel tempio secondo un’intuizione che è primordiale e universale. Due sono le idee che sottendono all’immagine. La prima è quella di « centro » cosmico che il luogo sacro deve rappresentare, un tema sul quale il grande studioso delle religioni Mircea Eliade (1907-1986) ha offerto un vasto dossier documentario. L’orizzonte esteriore, con la sua frammentazione e con le sue tensioni, converge e si placa in un’area che per la sua purezza deve incarnare il senso, il cuore, l’ordine dell’essere intero.
Nel tempio, dunque, si « con-centra » la molteplicità del reale che trova in esso pace e armonia: si pensi solo alla planimetria di certe città a radiali connesse al « sole » ideale rappresentato dalla cattedrale posta nel cardine centrale urbano (Milano, per esempio, « centrata » sul Duomo ne è un esempio evidente, come New York è la testimonianza di una diversa visione, più dispersa e babelica). Dal tempio, poi, si « de-centra » un respiro di vita, di santità, di illuminazione che trasfigura il quotidiano e la trama ordinaria dello spazio. Ed è a questo punto che entra in scena il secondo tema sotteso al detto giudaico sopra evocato.
Il tempio è l’immagine che la pupilla riflette e rivela. Esso è, quindi, segno di luce e di bellezza. Detto in altri termini, potremmo affermare che lo spazio sacro è epifania dell’armonia cosmica ed è teofania dello splendore divino. In questo senso un’architettura sacra che non sappia parlare correttamente – anzi, « splendidamente » – il linguaggio della luce e non sia portatrice di bellezza e di armonia decade automaticamente dalla sua funzione, diventa « profana » e « profanata ». È dall’incrocio dei due elementi, la centralità e la bellezza, che sboccia quello che Le Corbusier definiva in modo folgorante « lo spazio indicibile », lo spazio autenticamente santo e spirituale, sacro e mistico.
Certo, questi due assi portanti trascinano con sé tanti corollari: pensiamo alla « sordità », all’inospitalità, alla dispersione, all’opacità di tante chiese tirate su senza badare alla voce e al silenzio, alla liturgia e all’assemblea, alla visione e all’ascolto, all’ineffabilità e alla comunione. Chiese nelle quali ci si trova sperduti come in una sala per congressi, distratti come in un palazzetto dello sport, schiacciati come in uno sferisterio, abbrutiti come in una casa pretenziosa e volgare.
A questo punto vorremmo proporre una riflessione di indole più specifica che abbia come codice di riferimento proprio quelle Sacre Scritture bibliche che sono state indubbiamente « il grande codice » della stessa civiltà artistica occidentale. È indiscutibile il rilievo che in esse ha una « teologia » dello spazio, anche se – come si vedrà – essa è inverata in una teologia superiore, quella del tempo e della storia (l’Incarnazione riassume in sé queste due dimensioni ricollocandole nella loro gerarchia).
« Ai tuoi servi sono care le pietre di Sion » (Salmo, 102, 15). Questa professione d’amore dell’antico salmista potrebbe essere il motto stesso della tradizione cristiana che allo spazio sacro ha riservato sempre un rilievo straordinario, a partire dalla « pietra » del Santo Sepolcro, segno della risurrezione di Cristo, attorno alla quale è sorto uno dei templi emblematici dell’intera cristianità. Tra l’altro, è curioso che simbolicamente le tre religioni monoteistiche si ancorino a Gerusalemme attorno a tre pietre sacre, il Muro Occidentale (detto popolarmente « del Pianto »), segno del tempio salomonico per gli ebrei, la roccia dell’ascensione al cielo di Maometto nella moschea di Omar per l’islam e, appunto, la pietra ribaltata del Santo Sepolcro per il cristianesimo.
Certo è che, senza la spiritualità e la liturgia cristiana, la storia dell’architettura sarebbe stata ben più misera: pensiamo solo al nitore delle basiliche paleocristiane, alla raffinatezza di quelle bizantine, alla monumentalità del romanico, alla mistica del gotico, alla solarità delle chiese rinascimentali, alla sontuosità di quelle barocche, all’armonia degli edifici sacri settecenteschi, alla neoclassicità dell’Ottocento, per giungere alla sobria purezza di alcune realizzazioni contemporanee (un esempio per tutte: l’affascinante chiesa del citato Le Corbusier a Ronchamp).
C’è, dunque, nel cristianesimo una celebrazione costante dello spazio come sede aperta al divino, partendo proprio da quel tempio supremo che è il cosmo.
Un grande storico della teologia Marie-Dominique Chenu (1895-1990), al termine della sua vita si rammaricava di aver riservato troppo poco spazio alle arti sia letterarie sia figurative sia architettoniche nella sua storia del pensiero religioso, perché « esse non sono soltanto illustrazioni estetiche ma veri soggetti teologici ». Dall’anonimato in cui si relegavano i grandi costruttori di cattedrali basterebbe solo fare emergere, a titolo esemplificativo, un genio architettonico e artistico come l’abate Sugero di Saint-Denis (xiii secolo).
Detto questo c’è però nella concezione cristiana una componente molto pesante che – come si diceva – sposta il baricentro teologico dallo spazio al tempo. Ed è su questo aspetto che ora vorremmo fissare la nostra attenzione. Nell’ultima pagina neotestamentaria, quando Giovanni il Veggente si affaccia sulla planimetria della nuova Gerusalemme della perfezione e della pienezza, si trova di fronte a un dato a prima vista sconcertante: « Non vidi in essa alcun tempio perché il Signore Dio Onnipotente e l’Agnello sono il suo tempio » (Apocalisse, 21, 22). Tra Dio e uomo non è più necessaria nessuna mediazione spaziale; l’incontro è ormai tra persone, si incrocia la vita divina con quella umana in modo diretto. Da questa scoperta potremmo risalire a ritroso attraverso una sequenza di scene altrettanto inattese.
Immaginiamo di rincorrere questo filo rosso afferrandolo al capo estremo opposto. Davide decide di erigere un tempio nella capitale appena costituita, Gerusalemme, così da avere anche Dio come cittadino nel suo regno. Ma ecco la sorprendente risposta oracolare negativa emessa dal profeta Nathan: il re non costruirà nessuna « casa » a Dio ma sarà il Signore a dare una « casa » a Davide: « Te il Signore farà grande, poiché una casa farà a te il Signore » (ii Samuele, 7, 11). In ebraico si gioca sulla ambivalenza del termine bayit, « casa » e « casato ». Dio, quindi, allo spazio sacro di una casa-tempio preferisce la presenza in una casa-casato, ossia nella storia di un popolo, nella dinastia davidica che si colorerà di tonalità messianiche.
Certo, lo spazio non è dissacrato. Il figlio di Davide, Salomone, innalzerà un tempio che la Bibbia descrive con ammirata enfasi. Eppure quando egli sta pronunziando la sua preghiera di consacrazione, dovrà necessariamente interrogarsi così: « Ma è proprio vero che Dio può abitare sulla terra? Ecco i cieli e i cieli dei cieli non possono contenerti, tanto meno questa casa che io ho costruito! » (1 Libro dei Re, 8, 27). Il tempio, allora, è solo l’ambito di un incontro personale e vitale (non per nulla si parla nella Bibbia di « tenda dell’incontro ») che vede Dio chinarsi « dal luogo della sua dimora, dal cielo » della sua trascendenza verso il popolo che accorre nel santuario di Sion con la realtà della sua storia sofferta della quale si elencano i vari drammi.
I profeti giungeranno al punto di minare le fondamenta religiose del tempio e del suo culto qualora esso si riduca a essere solo uno spazio magico-sacrale, dissociato dalla vita della piazza civica, ossia dall’impegno etico-esistenziale, e affidato solo a una presenza meramente e ipocritamente rituale.
Basti solo, tra i tanti passi profetici di analogo tenore, leggere questo paragrafo del profeta Amos (viii secolo prima dell’era cristiana): « Io detesto, respingo le vostre feste e non gradisco le vostre riunioni. Anche se voi mi offrite olocausti io non accetto i vostri doni. Le vittime grasse di pacificazione neppure le guardo. Lontano da me il frastuono dei vostri canti, il suono delle vostre arpe non riesco a sopportarlo! Piuttosto scorra come acqua il diritto e la giustizia come un torrente perenne! » (5, 21-24).
Ma entriamo nel cristianesimo in modo diretto. Cristo, come ogni buon ebreo, ama il tempio gerosolimitano. Non esita a impugnare una sferza e a menare fendenti contro i mercanti che lo profanano con i loro commerci, ne frequenta le liturgie durante le varie solennità, come faranno anche i suoi discepoli che si riserveranno persino un loro spazio nell’area del cosiddetto « Portico di Salomone ». Eppure lo stesso Cristo in quel meriggio assolato al pozzo di Giacobbe, davanti al monte Garizim, luogo sacro della comunità dei samaritani, non teme di dire alla donna che sta attingendo acqua: « Credimi, donna, è giunto il momento in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre… È giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità » (Giovanni, 4, 21-24).
Ci sarà un’ulteriore svolta che insedierà la presenza divina nella stessa « carne » dell’umanità attraverso la persona di Cristo, come dichiara il celebre prologo del Vangelo di Giovanni: « Il Verbo si è fatto carne e ha posto la sua tenda in mezzo a noi » (1, 14), con evidente rimando alla « tenda » del tempio di Sion. Tra l’altro, il verbo greco eskénosen, « pose la tenda » ricalca le radicali s-k-n del vocabolo ebraico con cui si definiva la « Presenza » divina nel tempio di Sion, Shekinah. Gesù sarà anche più esplicito: « Distruggete questo tempio e in tre giorni io lo farò risorgere ».
E l’evangelista Giovanni annota: « Egli parlava del tempio del suo corpo » (2, 19-21). Paolo andrà oltre e, scrivendo ai cristiani di Corinto, affermerà: « Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi… Glorificate dunque Dio nel vostro corpo! » (i, 6, 19-20).
« Un tempio di pietre vive », quindi, come scriverà san Pietro, « impiegate per la costruzione di un edificio spirituale » (i, 2, 5) un santuario non estrinseco, materiale e spaziale, bensì esistenziale, un tempio nel tempo. Il tempio architettonico sarà, quindi, sempre necessario, ma dovrà avere in sé una funzione di simbolo: non sarà più un elemento sacrale intangibile e magico, ma solo il segno necessario di una presenza divina nella storia e nella vita dell’umanità. Il tempio, quindi, non esclude o esorcizza la piazza della vita civile ma ne feconda, trasfigura, purifica l’esistenza, attribuendole un senso ulteriore e trascendente. Per questo, una volta raggiunta la pienezza della comunione tra divino e umano, il tempio nella Gerusalemme celeste, la città della speranza, si dissolverà e « Dio sarà tutto in tutti » (1 Corinzi, 15, 28).
Terminiamo la nostra riflessione con tre testimonianze. La prima riassume i gradi del discorso finora fatto. È una cantilena ebraica cabbalistica medievale che ricorda i vari passaggi per trovare il luogo dove s’incontra veramente Dio. Ecco il ritornello in ebraico, ritornello assonante che si ripete a ogni strofa: hu’ hammaqôm shel- maqôm / we’en hammaqôm meqomô. Con un gioco di parole e un’intuizione folgorante si dice: « Egli, Dio, è il Luogo di ogni luogo, / eppure questo Luogo non ha luogo ».
La seconda testimonianza è legata alla figura di san Francesco ed è desunta dal capitolo 37 della Vita seconda di Tommaso da Celano, francescano abruzzese. Un frate dice a Francesco: « Non abbiamo più soldi per i poveri ». Francesco risponde: « Spoglia l’altare della Vergine e vendine gli arredi, se non potrai soddisfare diversamente le esigenze di chi ha bisogno ».
E subito dopo aggiunge: « Credimi, alla Vergine sarà più caro che sia osservato il vangelo di suo Figlio e nudo il proprio altare, piuttosto che vedere l’altare ornato e disprezzato il Figlio nel figlio dell’uomo ». Ci dobbiamo, dunque, soltanto spogliare del tempio e della sua bellezza? No, perché Francesco è convinto che Dio ci offrirà di nuovo il tempio, con tutti gli ornamenti: « Il Signore manderà chi possa restituire alla Madre quanto ci ha dato in prestito per la Chiesa ».
La terza e ultima considerazione ci è offerta dalla spiritualità ortodossa. Un noto teologo laico russo del Novecento vissuto a Parigi, Pavel Evdokimov, dichiarava che tra la piazza e il tempio non ci deve essere la porta sbarrata, ma una soglia aperta per cui le volute dell’incenso, i canti, le preghiere dei fedeli e il baluginare delle lampade si riflettano anche nella piazza dove risuonano il riso e la lacrima, e persino la bestemmia e il grido di disperazione dell’infelice. Infatti, il vento dello Spirito di Dio deve correre tra l’aula sacra e la piazza ove si svolge l’attività umana. Si ritrova, così, l’anima autentica e profonda dell’Incarnazione che intreccia in sé spazio e infinito, storia ed eterno, contingente e assoluto.

(L’Osservatore Romano 17-18 gennaio 2011)

BEATI I MITI – (GIANFRANCO RAVASI)

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BEATI I MITI – (GIANFRANCO RAVASI)

Parole per la felicità/4. Beati i miti

Il filosofo Norberto Bobbio nel suo Elogio della mitezza (1993) aveva celebrato questa virtù come la più «impolitica» e si può comprendere questa sua posizione nel contesto della gestione della politica che ignora ogni compassione e si fonda sul potere e spesso sull’arroganza. In una visione più alta della politica la mitezza avrebbe invece uno spazio rilevante. Essa, infatti, non è né codardia né mera remissività, come osservava lo stesso filosofo: «La mitezza non rinuncia alla lotta per debolezza o per paura o per rassegnazione». Anzi, essa vuole essere come un seme efficace piantato nel terreno della storia per il progresso, per la pace, per il rispetto della dignità di ogni persona. Ma aspira a raggiungere questo scopo rifiutando la gara distruttiva della vita, la vanagloria e l’orgoglio personale e nazionalistico, etnico e culturale, scegliendo la via del distacco dalla cupidigia dei beni e l’assenza di puntigliosità e grettezza. Noi, però, ci interessiamo ora della mitezza evangelica, presente nella terza beatitudine (Mt 5,5), una virtù che non ha solo una dimensione etica, come accadeva nel mondo greco, ma che si rivela come un dono divino, capace di fiorire nel cuore del credente come amore per l’altro, perdono, rigetto della violenza, fiducia nel giudizio di Dio.
Si possono, quindi, assumere tutti i sinonimi che accompagnano la mitezza nel nostro vocabolario per cui la persona mite è paziente, benigna, benevola, docile, buona, dolce, mansueta, clemente, affabile, umana e gentile all’interno di una società crudele, dura, spietata. Tuttavia la mitezza evangelica altro non è che la «povertà nello spirito» della prima delle Beatitudini, colta nella sua connotazione di adesione gioiosa alla volontà e alla legge divina.
Il modello rimane lo stesso Cristo che delinea proprio la mitezza come sua qualità distintiva e fonte di imitazione per il discepolo: «Imparate da me che sono mite e umile di cuore» (Mt 11,29). E continua con una citazione del profeta Geremia (6,6): «Così troverete riposo per le vostre anime». L’autoritratto di Gesù si ripresenta nell’evento messianico dell’ingresso a Gerusalemme ove si rimanda al profeta Zaccaria (9,9): «Dite alla figlia di Sion: Ecco, a te viene il tuo re, mite, seduto su un’asina e su un puledro, figlio di una bestia da soma» (Mt 21,5).
In questo passo divenuto celebre il Messia è tratteggiato dal profeta non come un guerriero vittorioso né come un condottiero regale lanciato alla conquista, bensì come il Servo obbediente a Dio e misericordioso verso gli uomini. Cristo non assume, dunque, le vesti di un dominatore e neppure quelle di un sacerdote aristocratico e glorioso, né il suo è il profilo di un profeta incendiario.
I suoi concittadini rimarranno, anzi, sconcertati, ricordando la sua modesta anagrafe sociale: «Non è costui il figlio del carpentiere? E sua madre non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi?» (Mt 13,55-56).
Il premio destinato ai miti è espresso attraverso il ricorso a un passo salmico secondo il quale «i poveri erediteranno la terra e godranno di una grande pace» (Sal 37,11): «Beati i miti, perché erediteranno la terra». È curioso notare che questo passo biblico è ripreso anche nel Corano quando Dio afferma: «Noi abbiamo scritto nei Salmi… che la terra l’avrebbero ereditata i miei servi buoni» (XXI,105).
Il tema dell’“eredità” ha nell’Antico Testamento un grande rilievo e prevalentemente esso si raccorda, come nel nostro caso, al tema della terra promessa. Nel Nuovo Testamento l’“eredità” e l’“ereditare” acquistano prevalentemente il significato metaforico che, ad esempio, pone come oggetto di questa eredità il Regno di Dio (Mt 25,34; 1Cor 15,50), oppure la vita eterna (ad esempio, Mt 19,29).
Il simbolo dell’eredità della “terra” è normalmente applicato alla terra d’Israele, la terra promessa, sede della storia e della vita libera del popolo ebraico biblico. Questa realtà, infatti, era molto più di una semplice espressione topografica.
Come si diceva, era già per l’Antico Testamento un simbolo di pienezza, tant’è vero che riceveva descrizioni destinate a superare il mero dato geopolitico: «Terra buona e bella, terra di torrenti, di fonti e di acque sotterranee, sgorganti nella pianura e dalla montagna, terra di frumento, di orzo, di viti, di fichi e di melograni, terra di ulivi, di olio e di miele, terra dove non mangerai con scarsità il pane, dove non ti mancherà nulla, terra dove le pietre sono ferro e dai cui monti scaverai il rame» (Dt 8,7-9).
Per questo possiamo dire che Gesù pensava alla terra biblica ma ovviamente nel suo valore di simbolo di pienezza. La Terra Santa geografica acquista, così, un valore trascendente, affacciato su un futuro perfetto ove lo spazio territoriale della Gerusalemme celeste sarà incastonato nella «terra nuova, perché il cielo e la terra di prima sono scomparsi» (Ap 21,1).
Mentre i potenti allargano con la violenza e la sopraffazione il loro possesso ereditario «aggiungendo casa a casa, unendo campo a campo, così che non vi sia più spazio e restino solo loro ad abitare la terra» (Is 5,8), i miti, che non prevaricano e non pretendono spazi grandiosi sgomitando, saranno da Dio accolti nella terra rinnovata che è sua creazione e suo legittimo possesso.
Purtroppo, in contrasto con la mitezza, rimane l’oscuro fascino che il mostro della violenza esercita sull’uomo, anche nella forma di quel vizio capitale che è l’ira. È ciò che rappresentava in modo brillante un autore ironico come Achille Campanile, nelle sue Vite degli uomini illustri (1975).
Egli metteva in bocca a un Socrate immaginario questo consiglio malizioso, ma anche molto seguito: «Chi ha ragione di solito non urla, non scaraventa oggetti, ma lascia che la ragione s’imponga da sé… Ci scherzate, invece, coi risultati che ottiene uno il quale, sapendo di aver torto e non potendo ricorrere ad altri argomenti, scaraventa oggetti in terra, urla, minaccia, poi sbatacchia la porta e se ne va? Rispettatissimo. Temutissimo».
A tutti è accaduto di imbattersi in scenate analoghe a quella tratteggiata dallo scrittore romano, messe in atto da persone prepotenti e in palese torto: si deve con amarezza ammettere che costoro riescono a generare rispetto e persino a lasciare il sospetto che, in fondo in fondo, un pizzico di ragione forse ce l’abbiano…
La persona mite, calma e pacata, schierata dalla parte del vero e del giusto è, invece, convinta che basti la forza della ragione e della pazienza. Ma il risultato è spesso quello di essere sbeffeggiata o ritenuta poco convincente. L’appello della nostra beatitudine si trasforma, allora, anche in un impegno a resistere serenamente e coraggiosamente di fronte alla tentazione della violenza.
Proprio per questo i “miti”, che le tre religioni monoteistiche esaltano come gli eredi della terra promessa – la quale è, come si è detto, il Regno di Dio nella sua attuazione piena – hanno molteplici lineamenti, morali e spirituali. C’è chi vede in essi appunto i non violenti, gli oppressi che non ricorrono alla forza, coloro che non scelgono il possesso e l’auto-affermazione così da non dominare sugli altri.
C’è chi intuisce in essi il profilo dei mansueti, dei diseredati e degli espropriati; c’è chi pensa agli umili e agli inoffensivi, fiduciosi nella volontà di Dio. C’è chi li considera interiormente forti e, per questo, pazienti, dolci, generosi. In ultima analisi, attraverso questa molteplicità di virtù, nei miti scopriamo in filigrana il volto del vero discepolo di Cristo.

PAROLE E NUMERI DELL’AMORE PER IL PROSSIMO – DI MONS. GIANFRANCO RAVASI

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PAROLE E NUMERI DELL’AMORE PER IL PROSSIMO

La giustizia deve avere un suo rigore e una sua pienezza, espressa attraverso il 3 e 4, numeri che nel computo simbolico vengono idealmente sommati così da raggiungere il 7. Ma, d’altro lato, a imporsi in tutta la sua grandezza è in ebraico il «hesed», ossia l’amore generoso e fedele che non conosce confini ed è infinito, perché tale è il valore del numero 1000

DI MONS. GIANFRANCO RAVASI

Nihil caritate dulcius,
«nulla è più dolce dell’amore», scriveva sant’Ambrogio nella sua opera dal titolo ciceroniano De officiis. Ma nulla è anche più difficile da comprimere in una trattazione come l’amore. Noi, allora, ci accontenteremo di illustrare in forma essenziale e simbolica i vari « nomi », ossia le diverse iridescenze del tema dell’amore, l’entolé megále, come diceva Gesù, ossia il «comandamento massimo, cardinale, principe» dell’impegno morale e spirituale cristiano (vedi Mt 22, 34-40). Cercheremo anche di identificare alcuni « numeri » simbolici che esaltano l’autentica carità.
Iniziamo col lessico biblico dell’amore.

LE PAROLE DELL’AMORE
1. Il primo termine fondamentale è prossimo. Esso è centrale nel nostro discorso e si è consapevoli che la sua accezione è variegata nelle Scritture.
Abbraccia innanzitutto il fratello, la famiglia, il clan, la tribù, il popolo eletto, escludendo le altre nazioni (gojim) e i nemici. Tuttavia già nel Primo Testamento si segnalano aperture universalistiche e il perdono del nemico già si presenta non solo con Giuseppe e i suoi fratelli ma anche con la norma sull’asino del nemico (Es 23, 4-5) e sull’ospitalità per lo straniero che si deve «amare come se stessi» (Lv 19, 34).
Certo è che Cristo tende all’estremo questo precetto nel suo Discorso della Montagna, proponendo il superamento della giustizia del taglione e l’amore per il nemico, sempre sulla base dell’esemplarità di Dio, generoso con malvagi e ingiusti (Mt 5, 38-48).
Suggestiva rimane la parabola del Buon Samaritano, già significativa per il soggetto assunto come modello, una figura legata a una comunità detestata da Israele (Lc 10, 25-37). Nel contesto del racconto parabolico, lo scriba rivolge a Gesù il quesito oggettivo su «chi sia il prossimo»; Gesù, invece, alla fine rilancia la domanda modificandola in senso soggettivo e dinamico: «Chi ha agito da prossimo?». Più che definire la categoria esterna «prossimo», è necessario «farsi, essere prossimo» dell’altro in senso efficace; più che una ricerca sul prossimo, la nostra dev’essere un’azione da prossimo, con una ricerca del prossimo per aiutarlo.
2. Il secondo vocabolo è amicizia, una qualità vissuta da Dio stesso che considera «Abramo mio amico» al quale «non tiene nascosto quello che sta per fare», discutendone con lui il merito e l’opportunità. Similmente con Mosè «il Signore parlava a faccia a faccia, come un uomo parla con un altro» (Es 33, 11). Il Cristo stesso sperimenta gioie e dolori dell’amicizia con Lazzaro e coi discepoli.
C’è, però, soprattutto l’amicizia umana, celebrata dal Siracide in un vero e proprio « elogio » (6, 5-17), che contiene anche il celebre detto secondo il quale «chi trova un amico, trova un tesoro». Esemplare è la figura amicale incarnata da Davide e Gionata, anche se da taluni il linguaggio biblico « amoroso » adottato in questo caso è interpretato in chiave politica: «L’anima di Gionata s’era talmente legata all’anima di Davide che Gionata lo amò come se stesso… Lo amava come l’anima sua, come se stesso» (1 Sam 18, 1; 20, 17).
3. Un terzo termine è la misericordia che potrebbe rimandare alla più ricca radice ebraica rhm, destinata a mettere in luce la passione e la tenerezza « viscerale » della madre o anche del padre. La benedizione iniziale della Seconda Lettera ai Corinzi (1, 3-4) ben illustra la dimensione teologica di questo amore fatto di partecipazione appassionata che, per altro, è presente in quasi tutte le religioni (la maitri buddhista, la karuna hindu, la zakat musulmana e così via): «Sia benedetto Dio…, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione,
il quale ci consola in ogni nostra tribolazione perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio».
La figura che incarna idealmente questa misericordia generosa e operosa è il citato Buon Samaritano, a differenza del sacerdote e del levita, gelidi osservanti di norme sacrali di purità. Nella parabola Gesù descrive con accuratezza tutti i gesti di premura e di compassione di quell’uomo nei confronti della vittima di
un’aggressione: gli si accosta, gli fascia le ferite, vi versa olio e vino, lo carica sulla sua cavalcatura, lo porta in una locanda, si prende cura di lui, ne paga i costi di assistenza anche per il decorso delle ferite (Lc 10, 34-35). Ma alla radice di tutto c’è proprio la «misericordia»: «passando accanto [allo sventurato] lo vide ed esplanchnísthe», col verbo greco della tenerezza, della compassione autentica e « viscerale », con la misericordia nel senso etimologico del nostro vocabolo.
4. Intrecciamo qui sotto un’unica voce un trittico lessicale neotestamentario (ma anche classico): philanthropía – philadelphía – philoxenía. Pur con caratteristiche specifiche, esse s’inanellano tra loro ed esprimono una
vicinanza amorosa al prossimo sulla base della nostra comune « adamicità »: tutti apparteniamo alla stessa umanità.
Naturalmente le motivazioni religiose possono essere più alte. La paternità divina e la redenzione ci rendono tutti fratelli: «Con sincera philadelphía – cioè amore fraterno – amatevi intensamente con cuore puro reciprocamente, essendo stati rigenerati non da seme corruttibile ma incorruttibile, cioè dalla parola di Dio viva ed eterna» (1 Pt 1, 22-23).
L’orizzonte si allarga e dalla philanthropía e dalla philadelphía si giunge all’amore per il diverso e per lo straniero: «Perseverate nell’amore fraterno (philadelphía). Non dimenticate l’amore per lo straniero (philoxenía)» e, quindi, l’ospitalità (Eb 13, 1-2). L’accoglienza dello straniero è una virtù specifica
all’interno dell’amore del prossimo e scandisce la vera appartenenza al cristianesimo: «ero forestiero e mi avete ospitato» (Mt 25, 35), come era un precetto per lo stesso ebraismo (Lv 19, 33-34: «…Il forestiero dimorante in mezzo a voi lo tratterete come chi è nato fra di voi; tu l’amerai come te stesso…»).
5. Eccoci, così, alla koinonía, a quella «comunione fraterna» tanto cara a livello programmatico alla comunità giudeocristiana di Gerusalemme. Si tratta di un incontro tra due virtù fondamentali delle relazioni sociali, la giustizia e la solidarietà. La formulazione essenziale è già nel Deuteronomio: «Se vi sarà in mezzo a te qualche tuo fratello bisognoso, non indurire il tuo cuore e non chiudere la tua mano» (15, 7). La sua attuazione esemplare potrebbe essere il progetto di colletta che Paolo sostiene tra le varie chiese in favore dei poveri di Gerusalemme. Il modello cristiano più alto potrebbe essere la koinonía esaltata come una delle quattro colonne che reggono la Chiesa delle origini: «Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli, nella koinonía, nella frazione del pane e nelle preghiere» (At 2, 42).
La stessa solidarietà nella sua formulazione concreta: «Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno… Nessuno tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano l’importo di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; poi veniva distribuito a ciascuno secondo il bisogno» (At 2, 44-45; 4, 34-35). La grande tradizione cristiana raccoglierà questo modello ideale, a partire dal famoso simbolo del mantello tagliato di san Martino per attraversare tutti i secoli con una folla di testimoni di carità, di comunione fraterna, di giustizia e solidarietà.
6. Una considerazione merita anche l’eros, una categoria dell’amore particolarmente esaltata e analizzata dalla cultura greca e dalla moderna psicanalisi. L’ormai classico saggio di Anders Nygren, Eros e agape (1930), ha attentamente vagliato sia nella Bibbia sia nella tradizione cristiana la tensione ma anche gli incroci tra eros e agape, l’altro vocabolo greco dell’amore. L’eros è desiderio, aspirazione e tensione verso l’altro; l’agape è sacrificio, donazione verso l’altro. L’eros è via dell’uomo a Dio; l’agape è innanzitutto via di Dio verso l’uomo. L’eros è conquista dell’uomo; l’agape è grazia. L’eros è utoaffermazione nobile e gloriosa; l’agape è amore disinteressato e dono di sé. L’eros è determinato dalla bellezza della persona amata; l’agape ama e crea il valore dell’amato. Ciò non toglie – come ha ribadito Benedetto XVI nella Deus caritas est – che l’eros, componente tipica dell’umanità che con esso trasfigura la mera sessualità, s’intrecci con l’amore. La dimostrazione più alta e affascinante è indubbiamente offerta dal Cantico dei cantici (che pure non conosce un
vocabolo ebraico analogo all’eros greco, per altro assente nel Nuovo Testamento): questo poemetto biblico di 1250 parole è innanzitutto celebrazione di un’esperienza umana personale e totale. Essa comprende anche una riconciliazione con l’eros e col linguaggio del corpo, senza falsi pudori e senza sbavature pornografiche (la pornografia è, infatti, non solo negazione dell’amore ma anche dell’eros), senza spiritualismi puritani ed evanescenti e senza carnalità esasperate e pesanti. Si leggano i tre canti del corpo della donna e dell’uomo nei cc. 4; 5 e 7 per scoprire non solo che «tanto il punto di partenza quanto il punto d’arrivo del fascino – reciproco stupore e ammirazione – sono la femminilità della sposa e la mascolinità dello sposo nell’esperienza diretta della loro visibilità» (come diceva Giovanni Paolo II in una sua catechesi sul Cantico del 1984), ma anche per comprendere il rilievo della corporeità nella vicenda d’amore: noi non « abbiamo » un corpo ma « siamo » un corpo e nell’eros questa differenza emerge nitidamente. Certo, sull’eros nel Cantico si accende la fiaccola dell’amore che lo supera e lo invera in una dimensione ulteriore e trascendente.
7. Eccoci giunti, così, al termine neotestamentario specifico per indicare l’amore, agápe, presente 116 volte come sostantivo, 143 volte come verbo (agapáo) e 61 volte nella forma aggettivale agapetós, « amato ». È il vertice del lessico dell’amore, l’agápe teteleioméne, « l’amore perfetto » (1 Gv 4, 12). Esso ha la sua celebrazione innica nella stupenda pagina paolina di 1 Cor 13: «Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi l’agape, sarei un bronzo echeggiante o un cembalo tintinnante…» e così via fino alla proclamazione finale: «Sono tre le realtà che permangono: la fede, la speranza e l’agape. Ma di tutte più grande è l’agape!» Questo canto illumina il corteo di virtù che accompagnano l’agape: magnanimità, bontà, umiltà, disinteresse, generosità, rispetto, benignità, perdono, giustizia, verità, tolleranza, costanza…
Di fronte ad essa anche doni altissimi come la profezia, la conoscenza teologica e la fede capace di «trasportare le montagne» impallidiscono. Lo stesso dono delle « lingue », segno di esperienze estatico-mistiche, diventa – se privo di agape – il rimbombo di un gong o il frastuono dei cembali dei riti orgiastici della dea Cibele. In agguato c’è, comunque, sempre il tradimento di questa virtù teologale e sociale. Curioso, ad esempio, è lo stravolgimento operato da George Orwell nel suo romanzo Fiorirà l’aspidistra attraverso la sostituzione della parola « denaro » ad agape: «Anche se parlassi tutte le lingue, se non ho denaro, divengo un bronzo risonante… Se non ho denaro, sono nulla… Il denaro tutto crede, tutto spera, tutto sopporta…».

I NUMERI DELL’AMORE PER IL PROSSIMO
A tutti è noto quanto rilevante sia per le Scritture la simbologia numerica; si pensi che solo l’Apocalisse incastona nelle sue pagine ben 283 numeri cardinali, ordinali e frazionali! Vorremmo anche noi in forma piuttosto libera, sulla scia della tradizione giudaica e cristiana, identificare alcuni numeri significativi
dell’amore. Si tratta in verità di curiose equazioni che si richiamano tra loro. Ne indicheremo quattro che si combinano idealmente a coppia.
1. Prima equazione: 7 a 77. Ci troviamo qui nel polo antitetico dell’ideale spettro cromatico dell’amore: si tratta, infatti, dei numeri dell’odio, esaltati con veemenza da Lamek nel suo terribile canto della violenza a spirale, della spada sempre insanguinata: «Io uccido un uomo per una mia ferita e un ragazzo per un mio livido! Se Caino è vendicato 7 volte, Lamek lo sarà 77 volte!» (Gn 4, 23-24).
Siamo di fronte alla vendetta senza limiti e senza la parità offesa-pena che, come vedremo, introdurrà la legge del taglione.
È la frattura di ogni equilibrio sociale. Al giudizio pieno e severo sul delitto di Caino (7 volte) si oppone – sempre attraverso il ricorso al numero della pienezza, ma in una forma esasperata – l’eccesso vendicativo (77 volte).
2. Seconda equazione: 7 a 70 x 7. Ora ci spostiamo all’estremo opposto dello spettro, quello positivo dell’amore totale, incarnato nel perdono cristiano. Di fronte a Pietro che ripropone per il perdono il 7 della pienezza («Quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a 7 volte?»), Gesù replica introducendo un numero tendente verso l’infinito, sempre nella linea del settenario: «Non ti dico fino a 7, ma fino a 70 volte 7» (Mt 18, 21-22). È evidente l’ammiccamento, sia pure per contrasto, all’equazione di Lamek: nell’amore, al 7 volte di Pietro, si oppone il 70 volte 7 di Cristo, illustrato poi dalla parabola dei
due debitori, ove un’altra equazione numerica illustra quella formulata nel principio generale: ai 100 denari si confrontano i 10.000 talenti (Mt 18, 23-35).
3. Terza equazione: 1 a 1. Essa non è esplicita ma sottesa alla cosiddetta legge del taglione, vocabolo modellato sul latino talis: tale la colpa, tale la pena. Si legge, infatti, nell’Esodo: «Vita per vita, occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede, bruciatura per bruciatura, ferita per ferita, livido per livido» (21, 23). La durezza della formulazione esemplificativa può celare l’evidente progresso che si registra rispetto all’equazione di Lamek. In realtà ora abbiamo la codificazione della giustizia distributiva ed è un passo
rilevante verso una migliore normativa giuridica. In positivo si potrebbe trascrivere questa legge pensando proprio al precetto dell’amare il prossimo come se stessi (1 a 1 anche in questo caso).
Oppure alla cosiddetta « regola d’oro » presente nel libro di Tobia (4, 15): «Non fare a nessuno ciò che non piace a te».
Essa nel Talmud appare in questa frase appassionata: «Non fare al prossimo tuo ciò che è odioso a te: questa è tutta la Legge, il resto è solo spiegazione» (Shabbat 31a). Gesù la trasformerà in chiave esplicitamente positiva: «Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fate a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti» (Mt 7, 12).
4. Quarta equazione: 3 / 4 a 1000. Per certi versi è il superamento dell’equazione del taglione il cui valore di giustizia permane ma è travalicato nella logica superiore dell’amore. È ciò che è applicato all’agire di Dio sia nel primo comandamento del Decalogo (Es 20, 5-6), sia nell’auto-rivelazione dei Sinai, «la carta d’identità biblica di Dio», come l’ha definita Albert Gelin (Es 34, 6-7). Noi ora citiamo integralmente solo la formula decalogica più schematica: «Io, il Signore, sono il tuo Dio, un Dio geloso che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla 3a e 4a generazione, per coloro che mi odiano ma che dimostra il suo amore fedele fino a 1000 generazioni, per quelli che mi amano e osservano i miei comandi». Nell’altro passo l’amore misericordioso divino è ancor più marcato: «Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e grazioso, lento all’ira e ricco di amore e fedeltà, che conserva il suo amore per 1000 generazioni e perdona la colpa, la ribellione e il peccato».
Attraverso il linguaggio « generazionale » (destinato a sottolineare l’aspetto sociale e non esclusivamente personale del peccato) si esalta, da un lato, la giustizia: essa deve avere un suo rigore e una sua pienezza, espressa attraverso il 3 e 4, numeri che nel computo simbolico vengono idealmente sommati così da raggiungere il 7. Ma, d’altro lato, a imporsi in tutta la sua grandezza è in ebraico il hesed, ossia l’amore generoso e fedele che non conosce confini ed è infinito, perché tale è il valore del numero 1000. Dal numero freddo e implacabile dell’odio giungiamo, così, al vertice caloroso e gioioso dell’amore che non conosce numeri ma tende all’infinito come il Dio che è amore (1 Gv, 4, 8.16). A chi seguirà questa equazione piena dell’amore potrebbe essere riservata la beatitudine del Siracide: «Beati coloro che si sono addormentati nell’amor» (48,11).

Da Avvenire del 9 novenbre 2008

Publié dans:CAR. GIANFRANCO RAVASI |on 24 août, 2015 |Pas de commentaires »

LA FAMIGLIA TRA OPERA DELLA CREAZIONE E FESTA DELLA SALVEZZA – GIANFRANCO RAVASI

http://www.fidae.it/AreaLibera/Comunita%20Educante/genitori/4-6-2012-ravasi-la-famiglia-tra-opera-della-creazione.pdf

LA FAMIGLIA TRA OPERA DELLA CREAZIONE E FESTA DELLA SALVEZZA

GIANFRANCO RAVASI

Non può restare nascosta una casa collocata sul crinale di un monte: parafrasando una celebre immagine del Discorso della Montagna (Mt 5,14), poniamo al centro della nostra riflessione un simbolo radicale nella stessa storia dell’umanità, la casa, un segno che s’affaccia bel 2092 volte col vocabolo ebraico bajit/bêt nell’Antico Testamento e 209 volte nel Nuovo Testamento sotto le parole analoghe oíkos e oikía, accompagnate da uno sciame di circa quaranta termini derivati. Dal crinale, dove svetta la casa simbolica che vogliamo delineare, si diramano due versanti che costituiscono il titolo stesso del nostro tema: da un lato, ecco l’alfa della creazione, che si distende lungo la traiettoria della storia; dall’altro lato, ascende il versante arduo dell’omega, ossia della festa piena della salvezza, l’escatologia, la meta attesa ove il “non ancora” della storia si trasformerà nell’“ora” perfetta della redenzione compiuta e la Gerusalemme terrena si muterà nella nuova Gerusalemme celeste.
Le fondamenta della “casa”- famiglia
Toda casa es un candelabro / donde arden con aislada llama las vidas. Forse questo verso era sbocciato nella mente del giovane Jorge Luis Borges, il famoso scrittore argentino, mentre ventiquattrenne passeggiava per una “strada ignota” della sua città, dato che la raccolta poetica s’intitola appunto Fervore a Buenos Aires (1923). Ed effettivamente le mura dei palazzi celano al loro interno tante fiamme “appartate” (aislada), cioè vite isolate nelle loro solitudini o nei loro drammi, famiglie unite nell’amore o scavate dalle divisioni, benestanti o curve sotto l’incubo della povertà o dell’assenza di lavoro. La “casa”, infatti, in molte lingue non è soltanto l’edificio di mattoni, di pietra e di cemento o la capanna o la tenda in cui si dimora (e la mancanza di una casa è un elemento drammatico di dispersione esistenziale), ma è anche chi vi abita, è il “casato” fatto di persone vive e di generazioni. Anzi, talora la “casa” per eccellenza è persino il tempio, residenza terrestre di Dio.
Suggestivo, al riguardo, è il rimando di allusioni che regge l’oracolo del profeta Natan: al re Davide che vuole erigere una “casa” (bajit) al Signore, ossia un tempio in Gerusalemme, Dio replica affermando che sarà lui stesso a edificare per il re una “casa” (bajit), una discendenza familiare, quindi un “casato” che aprirà una storia destinata ad approdare al Messia (2Sam 7). La “casa” simbolica che stiamo per costruire partecipa di questa visione: è lo spazio che custodisce «l’intima comunione di vita e di amore…, la prima e vitale cellula della società», come il Concilio Vaticano II definisce la famiglia (GS
48; AA 11). È il segno dell’esistenza umana che si compie nella libera relazione interpersonale d’amore, come suggeriva lo scrittore inglese Gilbert K. Chesterton nel suo scritto Fancies versus Fads (1923): «La famiglia è il test della libertà umana perché è l’unica cosa che l’uomo libero fa da sé e per sé».
Già Aristotele, nella sua Politica, considerava la famiglia come la struttura istituita dalla natura stessa per provvedere all’esistenza piena della persona. È spesso ripresa la nota che il famoso antropologo Claude Lévi-Strauss ha posto nel cuore del suo saggio sulla famiglia nella raccolta Razza e storia e altri studi di antropologia (1952): «La famiglia come unione più o meno durevole, socialmente approvata, di un uomo, una donna e i loro figli… è un fenomeno universale, reperibile in ogni e qualunque tipo di società». Questa convinzione è sperimentalmente confermata anche nella società contemporanea, nonostante le apparenze contrarie, come si evince dalla quarta indagine degli “European Values Studies” (2009). Da essa risulta che l’84% dei cittadini europei (e il 91% degli italiani) considera fondamentale la famiglia e inaspettatamente 46 paesi su 47 la collocano al primo posto tra le realtà sociali più importanti, prima ancora del lavoro, delle relazioni amicali, della religione e della politica.
La “casa” è, perciò, un emblema vivo e vivente che attinge all’antropologia autentica, non solo religiosa, la quale vede nella creatura umana non una monade chiusa in sé stessa, ma una cellula in relazione con un corpo più vasto, un orizzonte aperto che accoglie e si espande. In pratica, come vedremo, l’umanità si rivela “duale”, dotata di una necessità strutturale di dialogo con l’altro. Ha, quindi, un suo fondo di verità l’enfatica intemerata che lo scrittore francese André Gide scagliava nella sua opera Nutrimenti terrestri (1897): «Famiglie, vi odio! Focolari chiusi, porte serrate, geloso possesso della felicità!». Purtroppo, venendo meno alla sua vocazione sociale, la famiglia adotta spesso – soprattutto nella vicenda contemporanea – come emblema la porta blindata, così da rinchiudersi in se stessa, perdendo il suo respiro genuino, la sua identità primigenia, ignorando chi sta fuori di quella cortina di ferro protettiva che si tramuta in prigione.
Andando oltre, dobbiamo ricordare che la “casa”-famiglia è anche, come si diceva, l’analogia per definire il tempio ove si raduna la famiglia che ha per padre Dio. È per questo che uno dei vocaboli per indicare il santuario di Sion è appunto bajit e nel Nuovo Testamento entra in scena la kat’oíkon ekklesía, l’ecclesia domestica, ove lo spazio vitale di una famiglia si può trasformare in sede dell’eucaristia, della presenza di Cristo assiso alla stessa mensa (1Cor 16,19; Rm 16,5; Col 4,15; Fm 2; cf. LG 11). Indimenticabile è la scena dipinta dall’Apocalisse: «Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (3,20).
Iniziamo, allora, a far sorgere la “casa” simbolica e vivente che sta su quella vetta dalla quale si dipartono i due versanti della felicità della creazione e della festa della
salvezza. È necessario partire dalle fondamenta solide, gettate sulla roccia del monte (cf.
Mt 7, 24-25). La base è ovviamente costituita dalla coppia che è la radice dalla quale si leva il tronco della famiglia. Non è possibile ora né è necessario definire questo fondamento attraverso una compiuta teologia nuziale. Ci accontenteremo di rimandare a un testo biblico che è l’incipit stesso delle Scritture e, quindi, della creazione. Esso è desunto da quella pagina che contiene il progetto che il Creatore ha accarezzato come suo ideale e che ha proposto alla libertà della creatura umana. Questo disegno primordiale emerge nel capitolo 2 della Genesi e si affida a una sorta di collana di perle lessicali ebraiche, che ora cercheremo di far brillare in modo essenziale davanti ai nostri occhi attraverso un settenario di termini.
La prima parola è ‘ezer, letteralmente un “aiuto” offerto nel momento più critico e, quindi, diventa risolutivo e indispensabile. Nel nostro caso c’è un incubo che sta attanagliando l’uomo appena uscito dalle mani di Dio: è la solitudine-isolamento, che spegne quella vitalità ad extra strutturale per la persona. «Non è bene che l’uomo sia solo: voglio fargli un ‘ezer che gli corrisponda», esclama infatti il Creatore (Gen 2,18). Come è noto, non è sufficiente all’uomo avere accanto gli animali, che sono pure una simpatica presenza nell’orizzonte terrestre: «l’uomo non trovò in essi un aiuto (‘ezer) che gli corrispondesse» (2,20). Come ha cercato di rendere questo termine un esegeta, Jean- Louis Ska, ciò di cui ha bisogno l’uomo è «un allié qui soit son homologue». È, dunque, un aiuto vivo e personale, un alleato nel quale egli possa fissare gli occhi negli occhi, anche in un dialogo silenzioso perché – come suggerisce un testo attribuito al grande Pascal – nella fede come nell’amore i silenzi sono più eloquenti delle parole; nei due innamorati che si guardano negli occhi in silenzio l’inesprimibile si fa esplicito, l’ineffabile si rivela.
Ecco, allora, la seconda formula ke-negdô, tradotta di solito con un “simile” o “corrispondente” aiuto. In realtà, il suo significato di base suona letteralmente così: “come di fronte”. È appunto quella parità di sguardi a cui si accennava. Finora l’uomo ha guardato verso l’alto, cioè verso la trascendenza, verso quel Dio che gli ha infuso il respiro vitale, gli ha donato «la fiaccola» della coscienza che «scruta le profondità dell’intimo» (Pr
20,27), lo ha insignito della libertà, collocandolo all’ombra dell’«albero della conoscenza del bene e del male». L’uomo ha poi guardato in basso, verso quegli animali che rivolgevano a lui il loro muso in attesa di ricevere un nome (Gen 2,19-20). Ora, invece, cerca un volto davanti a sé, un “tu”, «il primo dei beni, un aiuto adatto a lui e una colonna d’appoggio», come dice il Siracide (36,26), ma come meglio esclama la donna del Cantico dei cantici, un essere col quale è possibile comporre una piena reciprocità di donazione: «Il mio amato è mio e io sono sua… Io sono del mio amato e il mio amato è mio» (2,16; 6,3: l’originale ebraico è musicalmente rimato e ritmato sul suono –ô– e –î– che denotano i due pronomi interpersonali, “lui” e “io”, dôdî lî wa’anî lô… ’anî ledodî wedodî lî).
Passiamo, così, al terzo vocabolo che in questo caso è un simbolo: è quella “costola” sulla quale si sono ricamate tante ironie antifemminili. L’intervento creativo divino avviene all’interno di un “sonno”, che nella Bibbia è segno di un’esperienza trascendente, è la sede delle rivelazioni e delle visioni, è l’ambito in cui Dio è protagonista rispetto alla sua creatura. Ebbene, lo svelamento del valore di quell’azione divina ha luogo al risveglio, quando l’uomo intona quel canto d’amore primigenio che verrà declinato nella storia in infinite forme e formule differenti: «Questa volta è osso dalle mie ossa, carne dalla mia
carne» (2,23). Carne e ossa sono le componenti strutturali del corpo umano che, nell’antropologia biblica, è il segno della persona nella sua pienezza comunicativa (non abbiamo un corpo ma siamo un corpo). Si spiega, così, il simbolo della “costola”: essa indica la piena parità strutturale e costitutiva tra uomo e donna. Non per nulla, in sumerico ti designa sia la “costola” sia la “vita” trasmessa dalla donna. E questo ci conduce spontaneamente al quarto termine che si intreccia intimamente con la quinta locuzione ed entrambi risuonano in Gen 2,24: «L’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno un’unica carne».
Èevidente che l’Adamo (in ebraico con l’articolo ha-’adam), protagonista del passo,
èl’Uomo di tutti i tempi e di tutte le regioni del nostro pianeta: egli con la sua donna dà origine a una nuova famiglia, definita appunto attraverso i due vocaboli che ora sottolineiamo. Da un lato, c’è il verbo dabaq, “unirsi”, che letteralmente raffigura una stretta sintonia, un attaccamento fisico e interiore, tant’è vero che lo si adotta persino per descrivere l’unione mistica con Dio: «Il mio essere si tiene stretto (dabaq) a te», canta l’orante del Sal 63,9. Per questo san Paolo afferma che «chi si unisce a una prostituta forma con essa un solo corpo…, ma chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito» (1Cor 6,16-17). Col verbo dabaq si ha, quindi, l’atto sessuale sia nella sua dimensione corporea sia nella sua celebrazione d’amore, di donazione totale della coppia. D’altro lato, ecco appunto la formula finale “un’unica carne “ (basar ’ehad) che definisce visivamente quel dabaq e che apre il discorso forse alla componente successiva della “casa” che stiamo innalzando: infatti, per l’esegeta tedesco Gerhard von Rad, l’“unica carne” è anche il figlio che nascerà dai due e che porterà in sé, unendole, non solo geneticamente, ma anche spiritualmente le due realtà dei suoi genitori.
Possiamo, allora, concludere il disegno delle fondamenta della “casa”-famiglia con l’ultimo sguardo a questa coppia e al loro nome che ci presenta le ultime due parole: la donna «la si chiamerà ’isshah , perché da ’ish [l’uomo] è stata tratta» (2,23). Non c’è bisogno di spiegare come l’autore sacro abbia voluto ricordarci che queste due persone che costituiscono la coppia sono uguali nella loro dignità radicale, ma differenti nella loro identità individuale: ’ish è l’uomo nella sua realtà specifica e ’isshah è lo stesso termine ma al femminile, svelando così come la donna e l’uomo siano entrambi persone umane, pur nella diversità dei loro generi sessuali. La pienezza dell’umanità è in questa uguaglianza fatta di reciprocità necessaria, dialogica e complementare. La persona umana è, quindi, “duale” ed è così che realizza la sua autentica “identità”.
Abbiamo, dunque, inanellato un settenario di vocaboli che reggono la base da cui sorge la famiglia, ossia la coppia: ‘ezer-aiuto indispensabile, che è ke-negdô, ci sta di fronte alla pari, simbolicamente raffigurato nella “costola”, cioè nella stessa componente strutturale dell’essere umano; l’uno e l’altra si abbracciano (dabaq), divenendo “una carne unica” (basar ’ehad) e recando i nomi uguali ma non identici di ’ish e di ’isshah. A suggello facciamo risuonare un appello intenso del Talmud, la grande raccolta della tradizione religiosa giudaica: «State molto attenti a far piangere una donna perché Dio conta le sue lacrime! La donna è uscita dalla costola dell’uomo, non dai piedi perché dovesse essere pestata, né dalla testa per essere superiore, ma dal fianco per essere uguale, un po’ più in basso del braccio per essere protetta, e dal lato del cuore per essere amata». Nel cristianesimo, poi, questa unità d’amore riceve un suggello trascendente ulteriore che
l’apostolo Paolo chiama “mistero” (Ef 5,32) e la teologia “sacramento”. In modo illuminante il teologo martire del nazismo Dietrich Bonhoeffer così commenterà questo trapasso: «Il matrimonio è più del vostro amore reciproco… Finché siete voi soli ad amarvi, il vostro sguardo si limita nel riquadro isolato della vostra coppia. Entrando nel matrimonio siete invece un anello della catena di generazioni che Dio chiama al suo regno».
Le pareti di pietre vive
Quando san Pietro tratteggia «l’edificio spirituale» della comunità ecclesiale, descrive le sue ideali pareti come costituite da líthoi zóntes, «pietre vive», che s’aggregano attorno alla «pietra viva» fondamentale che è Cristo (1Pt 2,4-5). Raccogliamo questa simbologia e la applichiamo alla casa che stiamo innalzando, quella della famiglia. Anche nel Cantico dei cantici, che è per eccellenza il poema dell’amore, si leva un “muro” al quale è appoggiato l’amato e questa parete è detta in ebraico kotel (Ct 2,9), che è lo stesso termine con cui oggi si denomina il muro del tempio di Gerusalemme davanti al quale l’Israele prega il Signore. Ebbene, quali sono le “pietre vive” che compongono le pareti della famiglia innalzandola verso l’alto, l’oltre, il futuro? Sono i figli. È curioso notare che, statisticamente parlando, la parola che ricorre più volte nell’Antico Testamento – al di là delle congiunzioni, gli articoli, le preposizioni e gli avverbi, e dopo il nome divino
Jhwh (6828 volte) – è il vocabolo ben, “figlio”, che risuona per 4929 volte!
Il legame di ben con la casa risulta diretto e intimo se si tiene conto che il verbo “costruire, edificare” in ebraico è banah, e la rappresentazione più incisiva di questo vincolo stretto è nella miniatura poetica del Salmo 127: «Se il Signore non costruisce (banah) la casa, invano vi faticano i costruttori… Ecco eredità del Signore sono i figli (ben), è un suo premio il frutto del grembo. Come frecce in mano a un guerriero sono i figli (ben) avuti in giovinezza. Beato l’uomo che ne ha colma la faretra: non sarà umiliato quando verrà alla porta a trattare coi suoi nemici». Certamente il Salmo riflette una società di stampo agrario ove le braccia per il lavoro nei campi e negli scontri tribali erano decisive. La scena finale è tipicamente orientale: il padre, simile a uno sceicco, attorniato dalla sua folta e vigorosa prole, quasi fosse una guardia del corpo, incute timore quando si presenta alla porta davanti ai suoi avversari. Già nella Sapienza di Ani, un testo egizio del XIII secolo a.C., si leggeva: «L’uomo i cui figli sono numerosi è salutato rispettosamente e temuto a causa dei suoi figli». La pienezza della famiglia è tendenzialmente affidata alla discendenza.
Tuttavia, per approfondire questo tema in chiave teologica, raccogliamo l’invito stesso di Cristo che spinge, per parlare della famiglia, a risalire ap’ archés, “in principio”, e ritorniamo alla Genesi, a un passo del primo racconto della creazione posto proprio in apertura alla Bibbia. Là si legge questa frase: «Dio creò l’uomo a sua immagine, / a immagine di Dio lo creò / maschio e femmina li creò» (1,27). Lo schema del parallelismo tipico della letteratura semitica rivela che “immagine di Dio” ha come parallelo esplicativo proprio la coppia “maschio e femmina”. Dio, allora, è sessuato e accanto a lui si asside una compagna divina, come l’Ishtar-Astarte babilonese? Ovviamente no, sapendo con quanta nettezza la Bibbia rifiuti come idolatrica questa concezione diffusa tra gli indigeni Cananei
della Terrasanta. Dio resta trascendente, ma è creatore e la fecondità della coppia umana è “immagine” viva ed efficace dell’atto creativo divino, ne è un segno visibile; la coppia che genera è la vera “statua” (non quella di pietra o d’oro che il Decalogo proibisce) che raffigura il Dio creatore e salvatore.
L’amore fecondo è, perciò, il simbolo della realtà intima di Dio e proprio per questo il racconto della Genesi, secondo la cosiddetta “Tradizione Sacerdotale”, è tutto scandito sulle sequenze genealogiche (1,28; 2,4; 9,1.7; 10; 17,2.16; 25,11; 28,3; 35, 9.11; 47,27; 48,3- 4): la capacità di generare della coppia umana è la via sulla quale si snoda la storia della salvezza. Possiamo, anzi, dire che l’intera Bibbia è per molti versi un’ininterrotta storia di famiglie. È, però, da notare che, accanto all’“immagine” (selem), si parla anche di “somiglianza” (demût), un modo per sottolineare la non-identità totale fra divinità e umanità; esiste una distanza, marcata proprio da questo secondo vocabolo: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza» (1,26). Il mistero di Dio ci trascende, ci precede e ci eccede.
Sta di fatto, però, che la relazione generativa umana diverrà l’analogia illuminante per scoprire il mistero di Dio: fondamentale al riguardo è la visione trinitaria cristiana che introduce in Dio un Padre, un Figlio e lo Spirito d’amore. Dio-Trinità è comunione di amore e la famiglia ne è il riflesso vivente. E come i tre umani, uomo-donna-figlio, sono “una cosa sola”, così Padre-Figlio-Spirito sono un unico Dio. Le parole di Giovanni Paolo II, pronunciate il 28 gennaio 1979, durante il suo viaggio apostolico in Messico, sono illuminanti: «Il nostro Dio nel suo mistero più intimo non è una solitudine, ma una famiglia, dal momento che ci sono in lui la paternità, la filiazione e l’essenza della famiglia che è l’amore. Quest’amore, nella famiglia divina, è lo Spirito Santo. Così, il tema della famiglia non è affatto estraneo all’essenza divina». L’analogia trinitaria, come è noto, ha poi una declinazione cristologico-ecclesiale da parte di san Paolo riguardo al “mistero” dell’unione nuziale (Ef 5,21-33).
Infine, dobbiamo ricordare che sulle pareti di pietre vive della casa familiare sono incise due epigrafi che delineano l’impegno vitale morale dei suoi abitanti. Sono i due comandamenti capitali della famiglia. Da un lato, ecco il precetto nuziale della fedeltà: «Non commetterai adulterio» (Es 20,14), ricondotto da Cristo alla pienezza del progetto divino originario dell’amore totale e indissolubile (Mt 5,27-28; 19,3-9). D’altro lato, ecco il comandamento sociale: «Onora tuo padre e tua madre» (Es 20,12), dove la figura paterno- materna incarna tutta la complessa rete delle relazioni sociali, essendo appunto la famiglia la cellula germinale del tessuto comunitario. E naturalmente queste due ideali epigrafi ricevono il loro commento in tante pagine bibliche e in tanti insegnamenti del magistero ecclesiale sulla famiglia, a partire dalle celebri “tavole domestiche” paoline (Ef
5,21-6,9; Col 3,18-4,1).
Le tre stanze della “casa”-famiglia
Una casa è costituita da spazi diversi in cui si consuma l’esistenza dei suoi abitanti. Noi ora evochiamo tre locali simbolici e lo facciamo in modo molto essenziale,
consapevoli in realtà che in essi si nascondono opere e giorni ora monotoni ora esaltanti. La prima è la stanza del dolore. Aveva ragione Tolstoj quando, nel suo celebre romanzo
Anna Karenina, affermava che «le famiglie felici si somigliano tutte; le famiglie infelici sono infelici ciascuna a modo suo». La Bibbia stessa ne è testimone costante, a partire dalla brutale violenza fratricida di Caino su Abele e dalle liti tra i figli e le spose degli stessi patriarchi Abramo, Isacco, Giacobbe, per passare poi alla tragedia che insanguina la famiglia di Davide col figlio Assalonne aspirante parricida, fino a giungere alle molteplici difficoltà che costellano quel mirabile racconto familiare che è il libro di Tobia o a quell’amara confessione di Giobbe abbandonato e isolato: «I miei fratelli si sono allontanati da me, persino i miei familiari mi sono diventati estranei… Il mio alito fa schifo a mia moglie, faccio ribrezzo ai figli del mio grembo» (19, 13.17). Lo stesso Gesù nasce all’interno di una famiglia di profughi, entra nella casa di Pietro ove la suocera è malata, si lascia coinvolgere dal dramma della morte nella casa di Giairo o in quella di Lazzaro, ascolta il grido disperato della vedova di Nain o del padre dell’epilettico di un villaggio ai piedi del monte della Trasfigurazione.
Nelle loro case incontra pubblicani come Matteo-Levi e Zaccheo, o peccatrici come la donna che s’introduce nella casa di Simone il lebbroso; conosce le ansie e le tensioni delle famiglie travasandole nelle sue parabole: dai figli che lasciano le case per tentare l’avventura (Lc 15,11-32) fino ai figli difficili dai comportamenti inspiegabili (Mt 21,28-31) o a quelli vittima di violenza (Mc 12,1-9). E si interessa anche di nozze che corrono il rischio di diventare imbarazzanti per assenza di vino o di ospiti (Gv 2,1-10; Mt 22,1-10), così come conosce l’incubo per lo smarrimento di una moneta in una famiglia povera (Lc 15,8-10). Si potrebbe continuare a lungo nel descrivere la vastità della stanza del dolore, naturalmente giungendo fino ai nostri giorni quando le pareti domestiche registrano spesso la decostruzione dell’intero edificio familiare in una sorta di terremoto. La lista delle antiche lacerazioni dei divorzi, ribellioni, infedeltà, aborti e così via si allarga a nuovi fenomeni socio-culturali come l’individualismo, la privatizzazione, i sorprendenti e non di rado sconcertanti percorsi bioetici della fecondazione in vitro, dell’utero in affitto, della coppia omosessuale e delle relative adozioni, delle teorie sul “gender”, della clonazione, della monogenitorialità, della pornografia e via dicendo.
Una lista di realtà che scuote l’impianto tradizionale della famiglia e che rende la casa un qualcosa di “liquido”, plasmabile in forme molli e mutevoli che impongono continue riflessioni di natura culturale, sociale ed etica. Noi ci fermiamo qui, affidando ad altri questa visita ardua allo spazio delle difficoltà e degli interrogativi, uno spazio dai confini incerti che lo rendono contenitore di “mondovisioni” diverse, di veri e propri “multiversi” incontenibili. Accanto, però, troviamo subito un altro locale ove ferve l’opera umana, ma che, purtroppo, non di rado ai nostri giorni si fa deserto e sembra aprire le sue porte quasi automaticamente alla camera della sofferenza appena descritta. Parliamo, infatti, della stanza del lavoro. Nel progetto divino della creazione da cui siamo partiti l’uomo era invitato a “prendere possesso” (kabash) e a “governare” (radah) il creato, simbolicamente rappresentato come un giardino ricco, fertile e popoloso: «Riempite la terra, prendetene possesso e governate i pesci del mare, gli uccelli del cielo e ogni essere vivente che striscia sulla terra» (Gen 1,28).
Anzi, si ribadiva – usando in ebraico i verbi stessi del culto e dell’alleanza con Dio,
‘abad e shamar, “servire” e “osservare” – che «il Signore Dio prese l’uomo e lo collocò nel giardino di Eden, perché lo coltivasse (‘abad) e lo custodisse (shamar)» (2,15). Dopo tutto, la stessa rappresentazione del Creatore è quella di un lavoratore che opera (bara’, “creare”, è il verbo dell’artigiano) per una settimana lavorativa di sei giorni (1,1), o anche di un pastore (Sal 23) o di un contadino (Sal 65,10-14), o di un tessitore o di un vasaio che modella il suo capolavoro tessile o fittile (Gen 2,7; Ger 18,6; Sal 139, 13-16; Gb 10,8-11). Egli nella sua opera di creazione non è certo simile a un guerriero distruttore come si aveva, invece, nelle antiche cosmologie del Vicino Oriente. È in questa luce che il Salmista dipinge un delizioso interno familiare che ha al centro una festosa tavolata ove è assiso il padre che può nutrire se stesso, la sua sposa, comparata a una vite feconda, e i figli, vigorosi virgulti d’olivo, attraverso «la fatica delle sue mani» (Sal 128, 2-3). È una felicità che nasce dall’impegno pesante del lavoro (labor in latino è anche “travaglio”, come nel francese travail, e deriva dalla radice indoeuropea labh- che designa un “afferrare” per trasformare).
È una serenità che dilaga anche nella società e nelle generazioni future: «Possa tu vedere il bene di Gerusalemme… Possa tu vedere i figli dei tuoi figli!» (128, 5-6). Il lavoro, infatti, è un dono divino, come suggerisce il Salmo precedente, il 127, quello del padre e dei figli a cui abbiamo già accennato: «Se il Signore non vigila sulla città…, invano vi alzate di buon mattino e tardi andate a riposare, voi che mangiate un pane di fatica» (127,2). Ne è consapevole anche la materfamilias il cui ritratto suggella il libro dei Proverbi, donna sapiente e fedele a Dio il cui lavoro è celebrato in tutti i particolari quotidiani, così da attirarsi la lode del marito e dei figli (31,10-31). Lo stesso apostolo Paolo sarà orgoglioso dell’aver vissuto senza esser di peso a nessuno con l’opera delle sue mani, tanto da imporre la regola ferrea: «Chi non lavora neppure mangi» (2Ts 3,7-12: cf. At
18,3).
Detto questo, si comprende che la disoccupazione e la precarietà si trasformano in sofferenza, come si registra nel delicato ed emozionante libretto di Rut e come ricorda Gesù nella parabola dei lavoratori a giornata, seduti in ozio forzato nella piazza del villaggio (Mt 20,1-16), o come egli sperimenta nel fatto stesso di essere circondato spesso da miserabili e da affamati, così come era accaduto al profeta Elia che si era trovato davanti una vedova col figlio sfiniti dalla fame (1Re 17,7-18). È ciò che la società contemporanea sta vivendo in modo talora tragico e questa assenza di lavoro si trasforma in un vero e proprio attentato alla solidità della “casa”-famiglia. Non bisogna neppure dimenticare la degenerazione che il peccato introduce nella società, quando l’uomo si comporta da tiranno nei confronti della natura, devastandola, sfruttandola egoisticamente e brutalmente, secondo norme dispotiche, così da rendere il lavoro una cupa alienazione, segnata dal sudore personale, dalla desertificazione del suolo (Gen 3,17- 19) e dagli squilibri economico-sociali contro i quali si leverà forte e chiara la denuncia costante dei profeti, a cominciare da Elia (1Re 21) e Amos per giungere fino allo stesso Gesù (ad es. Lc 12,13-21; 16,1-31). L’arricchimento sfrenato, fonte di ingiustizie, è alla fine un’idolatria, come scriveva il teologo Paul Beauchamp, nella sua opera La legge di Dio: «O l’uomo adora Dio perché è Dio che lo ha fatto, o l’uomo adora l’idolo perché è lui stesso
ad averlo fatto. Io adoro colui che mi ha fatto o adoro colui che ho fatto… L’idolatria colpisce il lavoro, come certe malattie colpiscono più alcuni organi che altri».
La stanza della festa
C’è, però, una terza e ultima camera della nostra “casa” simbolica: è la stanza della festa e della gioia familiare. Essa, come suggeriva il filosofo Soeren Kierkegaard, deve avere la porta che «si apre verso l’esterno così che può essere richiusa solo andando fuori da se stessi». E comunicare con l’esterno può essere complesso e faticoso perché si presentano fenomeni inediti come la globalizzazione, la civiltà digitale con la sua rete che avvolge il globo, il fermento della scienza che non teme di inoltrarsi lungo sentieri d’altura come nel caso delle neuroscienze e delle biotecnologie, l’incontro con volti diversi e il cosiddetto “meticciato” delle culture e via elencando. Questa molteplicità d’esperienze è, però, feconda e può arricchire la festa della famiglia, qualora essa sappia custodire nel dialogo la sua identità cristiana in forma non aggressiva e integralistica, ma sappia anche non stingersi e scolorirsi in un generico e vago sincretismo. Bisogna, quindi, ricordare che l’ingresso in questa stanza solare avviene non di rado dopo una lunga attesa e un’intensa preparazione, come affermava in modo suggestivo nel suo Diario lo scrittore francese Jules Renard: «Se si vuol costruire la casa della felicità, ci si deve ricordare che la stanza più grande dev’essere la sala d’attesa».
Questo spazio gioioso è collegato e adiacente al locale del lavoro. A questo proposito è significativo ancora una volta il racconto d’apertura della creazione secondo la Genesi. In quella pagina emerge un elemento simbolico dialettico che raccorda appunto lavoro e festa. L’uomo è considerato il vertice della creazione: non è solo una realtà “bella/buona” (tôb) come le altre creature, ma è “molto bella/buona” (Gen 1,31). Eppure egli è creato il sesto giorno e il sei, nella simbologia numerica biblica, è indizio di imperfezione, essendo il sette il segno della pienezza. L’uomo è, quindi, prigioniero del limite temporale, spaziale, fisico e metafisico. Tuttavia, può evadere dal carcere della sua natura creaturale e della stessa ferialità: lo fa quando celebra il sabato, il settimo giorno, la festa, la liturgia, la preghiera. Quel giorno, infatti, è il tempo di Dio, l’orizzonte trascendente in cui egli “riposa” nella pienezza della sua gloria. Per questo, il sabato è tratteggiato dalla Genesi come un tempio che viene “benedetto” e “consacrato”: «Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò» (2,3), rendendolo la sede della vita piena e perfetta, il tempio nel tempo, scandito dall’eternità.
L’uomo e la donna, quando celebrano la liturgia festiva, entrano nel tempio/tempo eterno divino. Come scriveva il pensatore mistico ebreo Abraham J. Heschel nel suo noto testo sul Sabato (1951), «per sei giorni viviamo sotto la tirannia delle cose dello spazio; il sabato ci mette in sintonia con la santità del tempo. In questo giorno siamo chiamati a partecipare a ciò che è eterno nel tempo, a volgerci dai risultati della creazione al mistero della creazione, dal mondo della creazione alla creazione del mondo». In questa linea è significativo registrare nella duplice redazione del Decalogo la diversa motivazione che giustifica la festa sabbatica. Da un lato, in Dt 5,12-15 si sottolinea l’uscita dal regime del lavoro feriale, rievocando la liberazione dall’alienazione dell’oppressiva schiavitù egizia; d’altro lato, in Es 20,8-11 si celebra l’ingresso nel riposo perfetto ed eterno del settimo
giorno “benedetto e consacrato” da Dio dopo i sei giorni della creazione. La festa è, quindi, liberazione dal limite e partecipazione all’eternità, è comunione con Dio che strappa la creatura umana dal sesto giorno e la introduce nella festa del settimo ove essa “riposa” come Dio.
È per questo che la Lettera agli Ebrei dipinge la vita eterna come un sabato senza fine, non più compresso dalla fuga del tempo né occupato dagli idoli terreni o striato dal peccato umano (3,7 – 4,11). È per questo che l’apocrifo giudaico Vita di Adamo ed Eva afferma che «il settimo giorno è il segno della risurrezione e del mondo futuro». È per questo che la festa primaria dell’Israele biblico, la Pasqua, è di sua natura familiare ed è collocata nello spazio della tenda domestica (Es 12): essa è la celebrazione dell’uscita- esodo dal lavoro oppressivo imposto dal faraone ed è l’avvio dell’ingresso nella terra promessa che diventa un simbolo della patria celeste, come appare esplicitamente nella trama sia del Libro della Sapienza sia dell’Apocalisse.
È per questo, come si è già ricordato in apertura, che la celebrazione eucaristica delle origini cristiane aveva come sede proprio la ecclesia domestica e come contorno il convito familiare (1Cor 11,17-33). Era là che i genitori diventavano i primi araldi della fede per i loro figli. Già nell’antico Israele la famiglia era il luogo della catechesi: è ciò che brilla nel racconto della celebrazione pasquale e che sarà esplicitato nella haggadah giudaica, ossia nella “narrazione” dialogica che accompagna il rito pasquale. Anzi, il Salmo 78 esalta l’annuncio familiare della fede: «Ciò che abbiamo udito e conosciuto e i nostri padri ci hanno raccontato non lo terremo nascosto ai nostri figli, raccontando alla generazione futura le azioni gloriose e potenti del Signore e le meraviglie che egli ha compiuto. Ha stabilito un insegnamento in Giacobbe, ha posto una legge in Israele, che ha comandato ai nostri padri di far conoscere ai loro figli, perché la conosca la generazione futura, i figli che nasceranno. Essi poi si alzeranno a raccontarlo ai loro figli, perché ripongano in Dio la loro fiducia e non dimentichino le opere di Dio, ma custodiscano i suoi comandi» (78, 3-7).
Pertanto, la festa autentica non è né un orizzonte vuoto e inerte, come Tacito bollava il sabato degli Ebrei, né è un mero week-end, ma è un evento positivo, è segno di una trascendenza resa disponibile alla creatura, è dono di una comunione con Dio, è la requies aeterna che i cristiani augurano ai loro defunti e che è già pregustata nella liturgia terrena del “giorno del Signore”, la “domenica” (Ap 1,10). Possiamo, dunque, affermare con Benedetto XVI che «il lavoro e la festa sono intimamente collegati con la vita delle famiglie: ne condizionano le scelte, influenzano le relazioni tra coniugi e tra i genitori e i figli, incidono sul rapporto della famiglia con la società e con la Chiesa. La Sacra Scrittura (cfr. Gen 1-2) ci dice che la famiglia, il lavoro e il giorno festivo sono doni e benedizioni di Dio per aiutarci a vivere un’esistenza pienamente umana».
Queste parole del Papa, desunte dalla Lettera per il VII Incontro Mondiale delle Famiglie, riassumono la nostra visita ideale nella sala della festa che si apre nella casa simbolica che abbiamo descritto. Ricorrendo al celebre motto benedettino, possiamo dire che il labora dell’impegno feriale si deve aprire all’ora della liturgia festiva, conservando comunque l’unità dell’Ora et labora settimanale. La porta della “casa”-famiglia si spalanca, quindi, anche sull’altro versante del monte ove essa è posta, un versante illuminato dal sole dell’eternità e dell’infinito. Detto in altri termini, la stanza della festa ha davanti a sé una terrazza che s’affaccia sul cielo e sul futuro escatologico, quando tutte le tribù di
Israele e «una moltitudine immensa e innumerevole di ogni nazione, famiglia, popolo e lingua staranno tutte in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolte in vesti candide, con rami di palma nelle loro mani» (cf. Ap 7,4-9).
Sarà, quindi, la liturgia perfetta, la festa eterna, il futuro definitivo che era prefigurato proprio dai figli che evocavano nella storia la novità, l’alterità, la continuità temporale, l’attesa, la progettualità. A quella “immortalità” affidata alle generazioni che si distendono nel tempo succede ora la vera e piena immortalità, la pasqua che non ha tramonto: «in quel giorno non vi sarà né luce né freddo né gelo, sarà un unico giorno, solo il Signore lo conosce; non ci sarà né giorno né notte e verso sera risplenderà la luce… La città non avrà bisogno della luce del sole né della luce della luna, la gloria di Dio la illuminerà e la sua lampada sarà l’Agnello» (Zc 14, 6-7; Ap 21,23). Allora si chiuderà per sempre la “stanza del dolore” perché Dio «asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno perché le cose di prima sono passate» (Ap 21,4).
Mentre contempliamo la “casa”-famiglia che dovremmo erigere nella nostra storia sulla scia del desiderio che Dio ha espresso nelle Scritture, risuona un’ultima parola: è quella della speranza, virtù molto realistica, come affermava il poeta francese Charles Péguy che ad essa ha dedicato un poemetto, Il portico del mistero della seconda virtù
(1911): «È sperare la cosa difficile / a voce bassa e vergognosamente. / E la cosa facile è disperare / ed è la grande tentazione». Certo, è arduo edificare e tener salda questa casa, come ripeteva il grande Montaigne nei suoi Saggi, perché «governare una famiglia è poco meno difficile che governare un regno». Eppure, l’amore fiducioso e generoso può compiere miracoli. Persino un pessimista come il drammaturgo norvegese Henrik Ibsen, nella sua amara Casa di bambola (1879), non esitava a riconoscere – sia pure al negativo – che «la vita di famiglia perde ogni libertà e bellezza quando si fonda solo sul principio dell’io ti do e tu mi dai». Cristo ha introdotto, invece, quest’altro principio: «Non c’è amore più grande di colui che dà la vita per la persona che ama» (Gv 15,13), varcando così la stessa legge, pur alta, dell’«amare il prossimo come se stessi».
Immaginiamo, allora, di intuire in finale, in una stanza della nostra casa simbolica, quel delizioso quadretto che il Salmista ha abbozzato soltanto con 11 vocaboli in un testo composto di sole 30 parole ebraiche. È il Sal 131 che introduce nella famiglia e nella fede quella virtù che ai nostri giorni è brutalmente ignorata, la tenerezza. Come accade altrove nella Bibbia (ad es. Es 4,22; Is 49,15; Sal 27,10), il legame tra il fedele e il suo Signore è modellato sul rapporto genitoriale. Qui è la dolce e tenera intimità che intercorre tra una madre e il suo bambino. Non si tratta, però, di un neonato che, dopo essere stato allattato, dorme placido tra le braccia della sua mamma, bensì – come esplicita il vocabolo ebraico gamûl – è di scena un bimbo “svezzato” che s’attacca consapevolmente alla madre che lo porta sul dorso, in una relazione di intimità cosciente e non meramente biologica.
Canta, dunque, il Salmista: «Io ho l’anima mia distesa e tranquilla; come un bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è in me l’anima mia» (131,2). In dissolvenza potremmo far scorrere un’altra scenetta parallela, quella di un padre profeta, Osea, il quale metteva in bocca a Dio padre questo soliloquio familiare che immaginiamo di intravedere anch’esso da una delle finestre della nostra “casa” simbolica: «Quando
Israele era fanciullo, io l’ho amato… Gli insegnavo a camminare tenendolo per mano… Lo attiravo con legami di tenerezza, con vincoli d’amore. Ero come chi solleva un bimbo alla sua guancia, mi chinavo su di lui per dargli da mangiare» (Os 11,1-4). Con quest’ultimo sguardo che intreccia fede e amore, grazia e impegno, famiglia umana e Trinità divina, contempliamo per l’ultima volta la casa che la Parola di Dio affida alle mani dell’uomo, della donna e dei figli perché compongano «una comunione di persone, segno e immagine della comunione del Padre e del Figlio nello Spirito Santo. La sua attività procreatrice ed educativa è il riflesso dell’opera creatrice del Padre. La famiglia è chiamata a condividere la preghiera e il sacrificio di Cristo. La preghiera quotidiana e la lettura della Parola di Dio corroborano in essa la carità» (Catechismo della Chiesa Cattolica n. 2205).

Publié dans:CAR. GIANFRANCO RAVASI, famiglia |on 27 juillet, 2015 |Pas de commentaires »

L’ANIMA – CARD. G. RAVASI (Sapienza 9-15)

http://www.lodp.org/2012/11/25/lanima-card-g-ravasi/

L’ANIMA – CARD. G. RAVASI

Pubblicato il 25 novembre 2012

Un corpo corruttibile appesantisce l’anima e la tenda  d’argilla grava la mente dai molti pensieri.  Sapienza 9-15.

” Secondo il pensiero biblico l’anima non è altro che la persona vivente nella sua carne. L’uomo è l’essere vivente nella sua totalità e non l’anima separata e distinta dal corpo.” Queste e simili frasi sono comuni in tutti i testi che trattano la concezione della persona umana secondo le Scritture (la cosiddetta ” Antropologia Biblica”). Ed effettivamente se noi contempliamo l’uomo così come appare nelle pagine sacre, lo scopriamo simile ad un microcosmo compatto, un essere unitario e vitale, nel quale non si può separare anima e carne, come farà la cultura Greca, convinta che il corpo sia la tomba dell’anima. Non per nulla essa esalterà l’immortalità dell’anima spirituale, mentre la concezione biblica opterà per la risurrezione dell’essere umano integrale e la Pasqua di Cristo ne è la suprema attestazione. Certo non mancano neanche nella Bibbia frasi che riflettono la visione greca, come appare spesso nel libro della Sapienza, composto in epoca greco-romana, che esalta l’immortalità dell’anima giusta, e che ad esempio offre frasi di questo genere: ” Un corpo corruttibile appesantisce l’anima e la tenda d’argilla grava la mente dai molti pensieri” (9-15). Tuttavia il sottofondo ideale di questo libro e il filo continuo della Bibbia è una costante rappresentazione dell’unità psicofisica della persona. Certo, questo non significa che non si riconosca nella creatura una presenza trascendente oltre alla rùah, che è lo spirito vitale posseduto anche dagli animali. Si parla infatti di una nishmat-hajjim, una sorta di “respiro di vita” che è “esclusivo di Dio e degli uomini” e che è insufflato in essi dal Creatore. Ora questa realtà è definita dalla Bibbia come una “fiaccola del Signore che scruta tutti i segreti recessi del cuore” (Prv, 20-27). L’immagine, molto orientale vuole descrivere quella che noi chiamiamo la coscienza, capace di penetrare nel segreto dell’interiorità umana personale.  Questa è in pratica – secondo la Bibbia – che è quindi non solo alla radice dell’autocoscienza, ma anche della consapevolezza morale. Se passiamo al Nuovo Testamento, troviamo passi che a prima vista sembrino opporre anima e corpo. “Non temete quelli che uccidono il corpo ma non hanno il potere di uccidere l’anima. Temete quelli che hanno il potere di fare perire anima e corpo nella Geenna” (Mt. 10-28). Tuttavia è facile comprendere che non siamo nell’orizzonte culturale Greco, per il fatto che Gesù parla”uccidere e far perire l’anima”, un assurdo per la concezione dell’anima spirituale. Cristo, allora qui e altrove si veda (Mt 16. 25-26), intende considerare con la parola “anima”( in greco psjchè) la vita trascendente e piena, “l’intimità divina” offerta alla creatura attraverso la grazia. La suprema sciagura, non è dunque la morte fisica, ma il perdere la comunione vitale con Dio, radice della nostra risurrezione e della vita eterna con lui. E’ ciò che San Paolo puntualizzerà introducendo un nuovo termine, pnèuma, “spirito”. L’uomo nella sua realtà creaturale – dice l’Apostolo – è un corpo “psichico” ossia dotato della psychè, l’anima vitale,  ma Dio gli dona il suo stesso spirito che lo rende “corpo spirituale”. La prima qualità dell’essere umano (“psichico”) lo vota alla morte, e solo con lo Spirito Divino a noi donato che entriamo nell’eternità e nella gloria del Risorto (1 Cor 15. 42-44).

PORTARE IL PESO DEL DOLORE : GIOBBE, DAL MISTERO DEL MALE AL MISTERO DI DIO, RAVASI

http://www.fondazionegraziottin.org/pdf/articoli.php?ART_TYPE=SPIRIT&EW_FATHER=17829

PORTARE IL PESO DEL DOLORE : GIOBBE, DAL MISTERO DEL MALE AL MISTERO DI DIO

Tratto da:<br />GIANFRANCO RAVASI, PORTARE IL PESO DEL DOLORE,
Edizioni San Paolo, 2013, p. 49-59

Guida alla lettura

Nell’ultima parte del volumetto “Portare il peso del dolore”, Gianfranco Ravasi tira le somme sul messaggio del libro di Giobbe: ne analizza il contenuto a tre livelli – il mistero dell’uomo, del dolore, di Dio – e arriva a concludere che, nonostante le apparenze e il giudizio comune, il vero argomento dello scritto non è il secondo (il mistero del dolore) ma il terzo (il mistero di Dio).
Ravasi sottolinea come quella di Giobbe sia innanzitutto una triplice storia: di un uomo, con tutti i limiti esistenziali e morali degli uomini; di un credente, che non si accontenta delle soluzioni confezionate dalla religione per spiegare l’enigma del male senza mettere in discussione la natura di Dio; di un sofferente che, dall’esperienza angosciante di un dolore inspiegato e inspiegabile, saprà trarre la forza di «esaltare la necessità della fede».
Posto a confronto con il mistero del male Giobbe rifiuta la “tecnologia” della retribuzione, per la quale ogni sofferenza è sanzione automatica di peccati personali, e tenta di aprire «una nuova riflessione che coinvolga Dio in modo positivo»: al punto che secondo Ravasi – e qui sta secondo noi la forza dirompente e scandalosa del libro, la sua difficoltà quasi inaccessibile – si può affermare che per Giobbe «il mistero del male deve condurre a Dio in un modo molto più genuino di quanto lo faccia l’esistenza del bene».
Condurre a Dio: è questo il vero cuore del libro. Troppo spesso confuso con uno svelamento del mistero del dolore (che, vale la pena ripeterlo, rimane tale anche al termine del racconto), Giobbe è in realtà un libro di pura teologia: «La questione centrale dell’opera non è il male di vivere, ma il come poter credere e in quale Dio credere nonostante l’assurdo della vita». La risposta è che esiste una ‘etzah, una razionalità divina superiore e incomprensibile, che «riesce a collocare in un progetto ciò che per l’uomo sembra invece debordare da ogni progetto, cioè il male». Alla fine, perciò, Giobbe riuscirà a cogliere non «l’incastro perfetto del male nella trama della storia e dell’essere», bensì «il volto di colui che questo incastro realizza non secondo quanto noi supponiamo ma secondo il suo disegno trascendente». E a questo punto si abbandonerà al disegno divino.
Conclusione forse troppo facile, per la nostra sensibilità moderna, come troppo facile, insoddisfacente e contraddetta dalla realtà era ed è la dottrina della retribuzione. Ma questo non deve sorprenderci: Giobbe vive in un mondo le cui coordinate culturali sono troppo distanti dalle nostre, in un mondo che non poteva in alcun modo prescindere da Dio e che nelle mani di Dio affidava anche il non-senso della vita. Il vero valore di una comprensione corretta della vicenda, quindi, non sta tanto nella possibilità di ricavarne risposte accettabili anche per noi, donne e uomini di oggi, ma nel rendersi conto, senza deformazioni devote, di ciò che realmente afferma sul tema del dolore, della malattia e della morte uno dei capisaldi della letteratura sapienziale di tutti i tempi. In altre parole, quello che per Giobbe era un punto d’arrivo spirituale ed esistenziale, per noi è una semplice acquisizione culturale. Semplice, ma non irrilevante, soprattutto per i credenti:
la conoscenza di ciò che questo libro dice, e soprattutto di ciò che non dice, è infatti un buon antidoto contro i cattivi maestri, contro coloro che – come gli amici di Giobbe – tentando di spiegare l’esistenza del male finiscono per trasmettere un’immagine perversa di Dio e della vita.
Il filosofo francese Philippe Nemo nel suo libro “Job ou l’excès du mal” (Parigi 1978, p. 111) ha dato questa felice definizione di Giobbe: «Giobbe tutto intero è il nome divino». Il vertice, infatti, dell’itinerario della ricerca del grande sofferente non è la soluzione ad una questione umana ma è nel «vedere Dio con i miei occhi», rifiutando tutte le spiegazioni di seconda mano, tutto il «sentito dire» (42,5). Per questo il messaggio dell’opera, anche se si snoda dall’intreccio tra l’uomo, il mondo, il male, la società e Dio, ha come meta ultima Dio, la sua parola, la sua teofania, la sua contemplazione.
Il mistero dell’uomo
Giobbe è innanzitutto la storia di un uomo, di un credente, di un sofferente. E’ la storia di un uomo: da questo volume si possono estrarre molti materiali per rappresentare la condizione umana, spesso affidati alla forza dei simboli. C’è un senso fortissimo ed esistenziale del limite umano: «L’uomo, nato di donna, breve di giorni e sazio di inquietudine, come fiore sboccia e subito è avvizzito, come ombra svanisce e mai si arresta» (14,1-2). Egli abita «tende di argilla e nella polvere ha fondamento» (4,19), «l’uomo, questo verme, l’essere umano, questo lombrico» (25,6). Non è solo un limite esistenziale ma anche morale: «Può il mortale essere giusto dinanzi a Dio, puro l’uomo dinanzi al suo Creatore?» (4,17). «Chi può estrarre il puro dall’impuro? Nessuno!» (14,4). L’uomo, infatti, è “nit’ab” e “ne’elah” (15,16): i due aggettivi evocano due simboli piuttosto realistici, il primo sottintende la reazione istintiva di fronte a qualcosa di ripugnante e disgustoso, il secondo, invece, significa “acido”, “alterato” e indica perciò una sopravvenuta corruzione o deformazione (vedi gli argomenti a fortiori sulla corruzione dell’uomo in 4,17-19 e 15,14-16 o 25,4-6).
Giobbe è, però, anche la storia di un credente. In ogni istante della sua storia drammatica, anche di fronte alla sua più cupa disperazione e alle sue più dure urla quasi blasfeme contro Dio, Giobbe non cessa di essere un credente. Anzi, la sua storia è per eccellenza quella della ricerca di Dio, evitando tutte le scorciatoie della teologia codificata e semplificata. Egli non abbandona mai questo filo anche nel silenzio più totale di Dio, anche nell’abisso dell’assurdo, ed è per questo che alla fine «i suoi occhi lo vedono»; ed è per questo che alla fine Dio, ignorando le accuse e le proteste, preferisce la fede nuda di Giobbe alla compassata religiosità dei suoi avvocati difensori teologi: «La mia ira si è accesa contro di voi perché non avete parlato di me con fondamento come il mio servo Giobbe» (42,7). Un forte senso di Dio pervade tutto il libro: «Nella sua mano Dio stringe l’anima di ogni vivente e il respiro dell’uomo di carne… Ciò che egli demolisce nessuno lo può ricostruire, chi egli incarcera nessuno lo può liberare. Se blocca le acque, tutto si inaridisce, se le sblocca si inonda la terra» (12,10.14-15). Il cammino di Giobbe è, quindi, quello di un credente che attraverso l’oscurità vuole giungere all’approdo della luce e del dialogo col suo Signore.
Ma Giobbe è anche e ininterrottamente la storia di un sofferente. È questa la dimensione evidente che non ha bisogno di essere illustrata. Il dolore d’altra parte, per tutte le teologie mature, è il banco di prova della fiducia in Dio e nella vita. Famoso è il quadro di base tracciato da Epicuro in un frammento conservato dal “De ira Dei” dello scrittore latino cristiano Lattanzio (c. 13): se Dio vuole togliere il male e non può, allora è debole (e quindi non è Dio); se può e non vuole, allora è radicalmente ostile nei confronti dell’uomo; se non vuole e non può, allora è debole e ostile; se vuole e può, perché esiste il male e perché esso non viene eliminato da Dio? I più diversi tentativi di soluzione e di spiegazione del dilemma Dio e/o il dolore costellano tutta l’avventura del pensiero umano. La stessa Bibbia, come si è visto, ci offre uno spettro molto variegato di soluzioni che tentano di circoscrivere qualche faccia di questo mistero. Giobbe usa questo campo di battaglia, il più difficile per la fede, proprio per esaltare la necessità della fede. La sua rappresentazione della sofferenza non è, quindi, romantica o esistenziale, ma sostanzialmente canalizzata al mistero di Dio.
Il mistero del male
Su questo grande interrogativo certamente Giobbe si attesta, ma non con lo scopo di metterlo a tema né tanto meno di risolverlo “razionalmente”. Nella Bibbia c’è, come si è detto, lo sforzo di penetrare in questa cittadella inafferrabile: c’è una proposta propria dei libri biblici storici, c’è una visione profetica, c’è una lettura caratteristica del Deuteronomio, c’è una interpretazione apocalittica, c’è una presentazione salmica legata alle suppliche del Salterio, c’è poi la grande proposta neotestamentaria vincolata alla morte di Cristo e alla sua pasqua. Giobbe tiene nel suo mirino soprattutto la proposta della letteratura biblica sapienziale (presente soprattutto nel libro dei Proverbi), codificata nella teoria della retribuzione che largo spazio avrà anche nel resto della teologia di Israele. Come si è detto, secondo questa teoria ogni sofferenza è sanzione di peccati personali. La sua applicazione può rivestire forme differenti: retribuzione terrena e personale (Pr 11,21.31; 19,17; Gb 22,2), retribuzione collettiva (Sir 11,20- 28; Qo 9,5), retribuzione immediata, retribuzione differita (Sal 37,10; 49,17; 73,18-19; Gb 8,8ss; Sir 11,26-28), retribuzione nell’oltrevita (Sap 3). Giobbe rifiuta questa “tecnologia” morale come insufficiente a spiegare storia ed esistenza. Egli adotta la realtà del male lasciandola nella sua forza di scandalo, nella sua provocazione bruta vanamente coperta dai veli retributivi proposti dai suoi amici teologi che dialogano con lui.
Ma la sua polemica e la sua sincerità nei confronti della soluzione sapienziale classica hanno lo scopo di sgombrare il terreno da ogni soluzione ipocrita e semplificatoria. Su questo terreno del male, “la rocca dell’ateismo”, come scriveva il drammaturgo tedesco Georg Büchner, Giobbe vuole aprire una nuova riflessione che coinvolga Dio in modo positivo. In un certo senso potremmo dire che per Giobbe il mistero del male, che egli fa balenare in tutta la sua tragica violenza e verità, deve condurre a Dio in un modo molto più genuino di quanto lo faccia l’esistenza del bene. Il poeta biblico è fermamente convinto che il male, proprio perché mistero, non può essere “razionalizzato”, addomesticato attraverso un facile teorema teologico. Il male e il dolore urlano con tutta la loro forza contro la mente dell’uomo. Ma il poeta biblico è altrettanto fermamente convinto che esiste una ‘etzah (38,2), una “razionalità” da mistero, cioè superiore e totalizzante, quella di Dio: essa riesce a collocare in un progetto ciò che per l’uomo sembra invece debordare da ogni progetto, cioè il male.
Il mistero di Dio
Siamo giunti, così, al vero cuore del libro. Giobbe è uno scritto “teologico” nel senso pieno del termine. Fondamentale è l’oscillazione tra la ricerca spasmodica di Dio dei cc. 3-27 e l’esaltante esperienza di Dio dei cc. 38-39 / 40-42. Giobbe resta contemporaneamente teso verso la disperazione e la bestemmia a cui lo conduce “logicamente” la sua intelligenza e verso la speranza e l’inno di lode a cui lo conduce la scoperta di Dio. Dio, infatti, vuole far balenare l’impossibilità di ridurre il suo “progetto” ad un semplice schema.
Giobbe riconosce, davanti alla sfilata dei segreti cosmici che gli vengono presentati da Dio nei suoi discorsi, di non essere in grado di sondare che qualche particella microscopica, mentre Dio sa percorrerli con la sua onniscienza e onnipotenza. Lo sfidato, Dio, diventa a sua volta sfidante nei confronti dell’uomo facendogli intuire che la “logica” di Dio è onnicomprensiva e ben più autentica di quella limitata della creatura, che si sente continuamente “insensata” e inceppata nel suo procedere. Alla fine, perciò, agli occhi di Giobbe non appare l’incastro perfetto del male nella trama della storia e dell’essere, bensì il volto di colui che questo incastro realizza non secondo quanto noi supponiamo ma secondo il suo disegno trascendente. E a questo punto Giobbe si abbandona al disegno divino: «Se pure corressi per mari stranieri tornerò sempre a far naufragio nel tuo, Signore» (M. Pomilio).
Giobbe diventa, in questa luce, una grande catechesi sulla fede pura e sul vero volto di Dio contro ogni compromesso e contraffazione anche teologica. Come si è detto, per Giobbe è insufficiente ogni lettura “umana”, perché l’analisi del mistero dell’uomo e del male è condotta in modo funzionale rispetto al vertice tematico autentico che è divino. La centralità del «vero Dio misconosciuto dall’uomo vecchio» (D. Barthélemy) è giustificabile in Giobbe a livello letterario e tematico. A livello esterno, letterario, perché Dio è sempre presente nell’opera come atteso, come interlocutore desiderato, anche se assente come parte in causa: «Oh, se sapessi dove incontrarlo, come arrivare sino al suo trono! Esporrei davanti a lui la mia causa con la bocca colma di argomenti. Conoscerei finalmente con quali discorsi mi replica, capirei che cosa mi deve comunicare» (23,3-5).
La stessa struttura del libro rivela questa tensione di fondo: la rivelazione e i discorsi finali del Signore sono la conseguenza logica e l’esito risolutivo del dialogo e della sfida che l’uomo-Giobbe lancia nel c. 31. Lo stesso “mediatore” sognato a un certo punto da Giobbe perché funga da arbitro neutrale nella contesa tra l’uomo e Dio non può che essere Dio stesso, perché nessuno può essere arbitro superiore rispetto a Dio. Si può dire con l’esegeta Jean Lévêque che Giobbe vive la sua prova «come una domanda su Dio ed è solo a Dio che vuole porla». E, come si è ripetuto, il senso ultimo di questo itinerario a delta ramificato non è quello di rendere ragione del mistero del dolore in sé preso, quanto piuttosto quello di dire «cose rette» su Dio (42,7). In altri termini: la questione centrale dell’opera non è il male di vivere, ma il come poter credere e in quale Dio credere nonostante l’assurdo della vita. Contro il razionalismo della teoria retributiva, contro il razionalismo teologico degli amici, Giobbe ribadisce la necessità della gratuità della fede, e l’esigenza del “vedere” attraverso un’autentica esperienza di fede (cfr. Sal 73,17).

Gianfranco Ravasi, nato nel 1942 a Merate (Lecco) e ordinato sacerdote nel 1966, è stato per molti anni Prefetto della Biblioteca-Pinacoteca Ambrosiana di Milano. Nel settembre 2007, dopo essere stato nominato da Benedetto XVI Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura e delle Pontificie Commissioni per i Beni Culturali della Chiesa e di Archeologia Sacra, è stato consacrato Arcivescovo Titolare di Villamagna di Proconsolare. A lungo docente di esegesi dell’Antico Testamento nella Facoltà Teologica dell’Italia settentrionale e di Ebraico nel Seminario arcivescovile milanese, è membro di numerose accademie e istituzioni culturali italiane e straniere, oltre che autore di diversi volumi. Collabora con i quotidiani L’Osservatore Romano, Il Sole 24 Ore, Avvenire, con il settimanale Famiglia Cristiana e con il mensile Jesus. Il 20 novembre 2010 è stato creato Cardinale da Benedetto XVI.

SOLITUDINE DA TRADIMENTO. MONS. GIANFRANCO RAVASI (2010)

https://ilsannicola.wordpress.com/2010/03/30/solitudine-da-tradimento-mons-gianfranco-ravasi/

SOLITUDINE DA TRADIMENTO. MONS. GIANFRANCO RAVASI (2010)

«Pensi al Getsemani, signor pastore. Tutti i discepoli si erano addormentati. Non avevano capito nulla. Ma non era ancora il peggio. Quando il Cristo fu inchiodato alla croce e vi rimase, tormentato dalle sofferenze, esclamò: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Il Cristo fu preso da un grande dubbio nei momenti che precedettero la sua morte. Dovette essere quella la più crudele delle sue sofferenze. Voglio dire il silenzio di Dio».
A parlare così al protagonista, un pastore luterano di una comunità svedese, è un uomo semplice, il sagrestano. Eppure egli è di fronte all’uomo di Chiesa come un cristiano autentico, mentre il suo interlocutore sta piombando nel baratro dell’incredulità. La moglie amata gli è stata portata via da un male inesorabile e la sua fede si è disciolta come neve al sole. I parrocchiani sentono il tono falso dei suoi sermoni e, uno dopo l’altro, disertano il tempio che, così, si trasforma in un deserto. Quando il pastore avrà raggiunto il nadir infernale del suo ateismo, anche la chiesa sarà totalmente vuota come il suo cuore; eppure egli celebrerà lo stesso il culto in piena solitudine e forse questo atto sarà – più che un gesto estremo di desolazione – l’avvio della risurrezione.
Abbiamo evocato un intenso film che Ingmar Bergman, il regista-teologo agnostico svedese, girò nel 1962 coi suoi attori preferiti, Gunnar Björnstrand, Ingrid Thulin e Max von Sydow. L’abbiamo citato proprio per le parole di quel sagrestano e perché l’intera opera è una parabola della fede come itinerario su cui può addensarsi la cupa ombra della prova, un po’ come era accaduto a quel «padre della fede», che è Abramo, durante i tre giorni tenebrosi della sua ascesa lungo le pendici sassose del monte Moria per immolare il figlio Isacco, dono divino, a quel Dio incomprensibile, amato e crudele (Genesi 22). Ebbene anche Gesù, nell’autenticità della sua umanità, attraversa tutta la galleria oscura della sofferenza, consapevole che «il Figlio dell’uomo deve molto soffrire, essere respinto e poi essere ucciso» (Marco 8,31). È significativo notare come il racconto della sua Passione e Morte – registrato da tutti gli evangelisti – si trasformi in un vero e proprio campionario del dolore umano in tutte le sue tetre iridescenze.
Si parte dalla paura della morte, quando egli è sotto le fronde degli ulivi del Getsemani che stormiscono in quella notte drammatica: «Padre mio, se è possibile, passi via da me questo calice!», implora per due volte (Matteo 26, 39.42), e il calice nel linguaggio biblico è il simbolo del destino finale di un’esistenza. C’è la solitudine degli amici che sonnecchiano prima e poi fuggono, anzi, sono pronti a tradire (e non il solo Giuda, ma anche il capo dei discepoli, Pietro, che cede subito di fronte all’incalzare delle domande di una domestica o di un cittadino qualsiasi di Gerusalemme). Ma ad attendere Cristo c’è poi la “via dolorosa” vera e propria, “via crucis” del dolore fisico in tutta la sua gamma lacerante: dal sudore di sangue alle torture della guarnigione romana, fino all’insopportabile pena dell’esecuzione capitale per crocifissione, col suo macabro rituale agonico. Tuttavia, come suggeriva quel sagrestano svedese, non era ancora colma la coppa della desolazione. Alla fine, infatti, incombe il silenzio del Padre divino. Egli, come già aveva riconosciuto lo stesso Gesù durante il suo arresto nel Getsemani, non mette a disposizione del Figlio «più di dodici legioni di angeli» per salvarlo (Matteo 26, 53). Se il regno annunziato da Cristo – come egli ribadirà davanti al governatore romano Pilato – «fosse di questo mondo, i suoi servitori avrebbero combattuto per non consegnarlo ai Giudei» (Giovanni 18, 36).
Nessuno muove un dito, neppure il Padre celeste con l’efficacia della sua parola e Gesù s’inoltra lungo la via stretta dell’agonia e della morte. In quell’istante estremo egli è veramente fratello dell’umanità ed è sulla vetta del Golgota che si celebra l’atto supremo di ogni fede e fiducia in Dio, come canta David M. Turoldo: «No, credere a Pasqua non è / giusta fede: / troppo bello sei a Pasqua! / Fede vera / è al venerdì santo / quando Tu non c’eri / lassù /. Quando non una eco / risponde / al suo altro grido / e a stento il Nulla / dà forma / alla tua assenza». Nell’assenza muta di Dio, Cristo incontra quella che si potrebbe definire persino una “brutta morte”: «Gesù gridò a gran voce: Elì, Elì, lemà sabactàni? Che significa: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?… Gridò di nuovo a gran voce ed emise lo spirito» (Matteo 27, 46.50). Commentava Giuseppe Berto nel suo particolare «vangelo secondo Giuda», La Gloria (1978): «Non c’è risposta. Allora con un urlo, rendi lo spirito. O Eterno, io grido a te da luoghi troppo profondi: Signore, non ascoltare la mia voce».
Alla fine ecco Gesù divenuto un cadavere manipolabile, sul quale può persino infierire la pattuglia romana incaricata della verifica dell’avvenuta esecuzione capitale e del relativo decesso: di solito essi applicavano una brutale forma di eutanasia, spezzando gli arti inferiori dei crocifissi così da accelerare il soffocamento per asfissia; su Gesù, palesemente morto, infieriscono trapassandogli con una lancia il cuore. In tutta questa sequenza di sofferenze e di morte la finalità fondamentale del racconto evangelico è quella di marcare il centro stesso della fede cristiana, ossia l’Incarnazione. Per usare la celebre espressione del prologo del Vangelo di Giovanni, il Verbo divino diventa veramente sarx, “carne”, cioè umanità fragile, caduca, limitata. Nel soffrire e morire del Figlio, Dio assume la nostra comune carta d’identità che a lui non appartiene: il dolore e la fine. Anzi, san Paolo andrà oltre ricordando non solo che «Cristo morì per i nostri peccati e fu sepolto» (1 Corinzi 15, 3-4), ma persino che «Dio lo fece peccato in nostro favore» (2 Corinzi 5,21). Se vogliamo ricorrere a un paradosso, Dio si fa non solo il non-Dio (morte), ma anche l’anti-Dio (peccato) per entrare veramente nella nostra realtà creaturale. Come annotava il teologo Dietrich Bonhoeffer il 16 luglio 1944 nel lager di Flossenburg, nelle pagine del suo diario Resistenza e resa: «Dio è impotente e debole nel mondo e così e soltanto così rimane con noi e ci aiuta. Cristo non ci aiuta in virtù della sua onnipotenza, ma in virtù della sua sofferenza».
È questo lo «scandalo della croce» proclamato da Paolo; è questa la kénosis, lo “svuotamento”, una sorta di grado zero a cui si vota Dio per incontrare veramente la sua creatura, come lo stesso Apostolo ribadirà nel famoso inno incastonato nel capitolo 2 della Lettera ai Filippesi. È per questo che una delle prime eresie, quella gnostica, cercherà di edulcorare e stemperare questo scandalo ricorrendo a una morte solo apparente di Cristo in croce, tesi ereditata dal Corano che introdurrà un sosia sul legno della crocifissione per evitare una simile umiliazione del Profeta Gesù. In realtà, è proprio qui l’originalità del cristianesimo che va ben oltre l’idea del Dio compassionevole che si china sulla sua creatura – necessariamente finita e caduca – dall’alto del cielo dorato della sua trascendenza per offrire qualche sollievo miracoloso. No, Dio scende e s’incarna, s’innerva Lui, infinito, nello spazio, Lui, eterno, nel tempo e nella finitudine, Lui, assoluto, nel relativo e nel contingente.
Ma proprio perché Cristo rimane sempre Dio – anche quando soffre, muore ed è sepolto come cadavere – in quella realtà umana e creaturale egli lascia l’impronta della sua divinità, vale a dire la trasforma e la trasfigura, deponendo in essa un seme di eternità, un germe di salvezza e redenzione. È proprio questo il senso della successiva risurrezione che non è una mera rianimazione di un corpo; è, invece, una vita piena e perfetta che si irradia da Cristo all’umanità intera. Il transito autentico di Dio nell’essere umano, il suo divenire uomo tra gli uomini, spalla a spalla con noi, incide una scia di luce nella creaturalità, nello stesso essere fisico e nella storia. Quella di Cristo è stata un’immersione e un’irruzione vera e totale nell’intero arco dell’esistere umano per fecondarlo e trasfigurarlo, redimendolo così dalla schiavitù della corruzione, della morte, del peccato. Di fronte a questa sorprendente concezione teologica si riesce a comprendere la reazione dell’ebreo Kafka che all’amico Gustav Janouch a proposito di Gesù di Nazaret dichiarava: «È un abisso di luce. Bisogna chiudere gli occhi per non precipitarvi».
Abbiamo condotto una riflessione sulla cristologia, còlta nel suo nodo capitale, nel suo apice tematico. L’abbiamo fatto, prescindendo dall’accoglienza o meno che ogni nostro lettore può compiere, ma solo perché ciascuno cerchi di avere almeno un quadro generale della concezione che ha generato una vastissima porzione della nostra stessa civiltà occidentale, senza la quale – come affermava Thomas S. Eliot – è impossibile comprendere lo stesso Voltaire o Nietzsche (che considerava Gesù come l’unico vero cristiano, finito però in croce), ma anche il nostro stesso volto nella sua identità culturale o spirituale. Vorremmo adesso concludere con un breve excursus nella contemporaneità e nell’”attualità” attraverso un poco noto, ma suggestivo poemetto, Pasqua a New York, composto nel 1912 da Blaise Cendrars, poeta, narratore, sceneggiatore di film, reporter internazionale, nato nel 1887 in Svizzera da madre scozzese e da padre svizzero e morto a Parigi nel 1961.
Ecco alcuni versi da lui pronunziati davanti al Cristo crocifisso in una città “laica” come la metropoli americana, una città che non sembra conoscere il riscatto della sofferenza e della morte nella risurrezione: «È oggi, Signore, il giorno del tuo Nome, / ho letto in un vecchio libro le gesta della tua passione / e la tua angoscia e i tuoi travagli e le tue buone parole / Conosco tutti i Cristi appesi nei musei; / ma tu cammini, Signore, stasera accanto a me. / Il tuo costato aperto è come un grande sole, / le tue mani tutt’intorno palpitano di scintille / Fu a quest’ora, verso l’ora nona, / che cadde, Signore, sul petto la tua testa / Forse la fede mi manca, Signore, e la bontà / per vedere l’irradiarsi della tua Beltà…».
Uomo vagabondo, combattente della Prima guerra mondiale ove perse una mano (La mano mozza è il titolo di un suo romanzo), maestro dell’avanguardia, Cendrars si lascia per un momento conquistare da quel crocifisso, contemplato prima solo su vecchi libri o nei musei. E mentre passa per le vie distratte di New York, in mezzo a prostitute e affaristi, egli sente accanto a sé una presenza. È lui, quel Cristo dal costato aperto, che irradia luce dalle ferite dei chiodi delle mani. È lui che all’ora nona, cioè le tre pomeridiane, reclina il capo nel sonno della morte. «Signore» continua il poeta «sono nel quartiere dei ladri, dei vagabondi, dei pezzenti, dei ricettatori. / Penso ai due ladroni ch’erano con te suppliziati, / so che ti degni di sorridere a questi sventurati…». E la poesia prosegue in una miscela di dubbio e di fede, di ordinaria miseria metropolitana e di antica speranza cristiana: «Signore, la Banca illuminata è come una cassaforte / dove si è coagulato il Sangue della tua morte / Signore, rientro stanco, solo e molto triste. / La mia camera nuda è come una tomba. / Signore, sono troppo solo. Ho freddo. Ti invoco».

Publié dans:CAR. GIANFRANCO RAVASI |on 17 juin, 2015 |Pas de commentaires »

G. RAVASI “NEL DOLORE È DEPOSTO UN SEME DI ETERNITÀ”

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G. RAVASI “NEL DOLORE È DEPOSTO UN SEME DI ETERNITÀ”

Aprile 7th, 2010

Dall’”Ossservatore Romano” del 10.02.2010

L’11 febbraio di 25 anni fa Giovanni Paolo II pubblicava la lettera apostolica Salvifici doloris, contenente una vasta e appassionata trattazione di uno dei temi più laceranti dell’esperienza umana, quello della sofferenza. I 31 paragrafi di quel documento erano intessuti di rimandi alla Bibbia, “il libro della storia dell’uomo” e quindi “il grande libro sul dolore”, delineato in tutte le sue iridescenze oscure ma anche nei suoi squarci di luce e di speranza.
Certo, come affermava Thomas S. Eliot nei suoi Quattro quartetti: “people change, and smile: but the agony abides” (”la gente cambia, riesce a sorridere, ma l’agonia-lotta della sofferenza permane”). Essa è simile a una roccia contro la quale è facile anche sfracellarsi. Georg Büchner, uno dei più intensi scrittori dell’Ottocento tedesco, nel suo dramma La morte di Danton (1835) si chiedeva: “Perché soffro?”. E concludeva: “Questa è la roccia dell’ateismo”. Uno degli approdi estremi a cui può condurre l’esperienza del dolore, soprattutto del dolore innocente, è appunto quello della ribellione, dell’apostasia, del rifiuto di Dio e dell’uomo. Chi non ricorda quel passo dei Fratelli Karamazov dove Dostoevskij s’interroga: “Se tutti devono soffrire per comprare con la sofferenza l’armonia eterna, che c’entrano i bambini? È del tutto incomprensibile il motivo per cui dovrebbero soffrire anche loro e perché tocchi pure a loro comprare l’armonia con la sofferenza”.
Per millenni l’umanità ha cercato di scalare o spianare quella roccia. Già l’antica sapienza egizia registra la sconfitta della ragione con le emozionanti righe del “papiro di Berlino 3024″ (2200 prima dell’era cristiana), significativamente intitolato dagli studiosi Dialogo di un suicida con la sua anima, dialogo che ha come approdo solo la morte vista come liberazione, guarigione, profumo di mirra, brezza dolce della sera, fior di loto che sboccia. L’accanimento della teodicea, cioè del tentativo di difendere Dio dall’attacco dell’”ateismo” che fa leva proprio sul dolore, ha dovuto sempre confrontarsi con le alternative lapidarie del filosofo greco Epicuro, così come ce le ha trasmesse lo scrittore cristiano Lattanzio nella sua opera De ira Dei (c. 13): “Se Dio vuol togliere il male e non può, allora è impotente. Se può e non vuole, allora è ostile nei nostri confronti. Se vuole e può, perché allora esiste il male e non viene eliminato da lui?”.
È proprio attorno a questi dilemmi e soprattutto quando si entra nella regione tenebrosa della sofferenza personale che si confrontano le religioni e gli agnosticismi. Emblematica è l’affermazione del pensatore ateo francese Jean Cotureau: “Non credo in Dio. Se Dio esistesse, sarebbe il male in persona. Preferisco negarlo piuttosto che addossargli la responsabilità del male”. E proprio per difendere Dio da questa accusa infamante, si è fatto di tutto nella storia dell’umanità, ricorrendo appunto a quella “teodicea” a cui sopra si accennava, percorrendo le strade più disparate, talvolta quasi impraticabili. Si è, così, ricorso al dualismo, introducendo – accanto al Dio buono e giusto – un’altra divinità negativa e ostile, un dio del male. Si è appellato alla cosiddetta “teoria della retribuzione”, per altro ben attestata anche nella Bibbia: il binomio delitto-castigo ci invita a scoprire in ogni dolore un’espiazione di colpa, se non personale, almeno altrui (e così si cercherebbe di giustificare anche la sofferenza dell’innocente). Si riconoscerebbe, in tal modo, una sorta di funzione catartica al dolore. Per dirla con lo scrittore americano Saul Bellow, nel suo romanzo Il re della pioggia (1959), “la sofferenza è forse l’unico mezzo per rompere il sonno dello spirito”.
Per altri sarebbe, invece, da imboccare la via pessimistica radicale: la realtà è strutturalmente negativa proprio per il suo limite creaturale (da spiegare sarebbe eventualmente la felicità!). Nel Mito di Sisifo (1942) lo scrittore Albert Camus osservava: “C’è un solo problema importante per la filosofia, il suicidio. Decidere, cioè, se metta conto di vivere o no”. Per contrasto, non è mancata anche una lettura ottimistica altrettanto radicale della realtà per cui il male è solo un non-essere, un dato concettuale, un’apparenza da superare scoprendo la serenità profonda dell’essere. In questa luce si pongono le visioni panteistiche. In questa linea si collocano anche certe concezioni evoluzionistiche che considerano il dolore come il residuato di un mondo ancora imperfetto e in costruzione.
Anche la Bibbia si trova di fronte a questo mostro proteiforme che in tutte le culture, pur essendo tematizzato in modo astratto, è declinato soprattutto a livello esperienziale, individuale, sociale, cosmico. Sempre in agguato è il rischio della semplificazione teoretica o del dogmatismo ideologico, come è ben attestato dalla polemica di Giobbe nei confronti degli amici “teologi”, capaci solo di “raffazzonare menzogne” intonacando i muri delle loro costruzioni ideali (13, 4), pronti a elaborare innocui “decotti di malva” (6, 6) e a rivelarsi come “consolatori fastidiosi” (16, 2). Proprio per questo la Bibbia non offre mai una teoria definitiva, unitaria e sistematica sul tema del male ma cerca di gettare luce su questo groviglio oscuro e soprattutto di individuare qualche itinerario di senso e di redenzione.
Proprio in capite alle Scritture c’è subito una considerazione che ribalta la tradizionale impostazione della teodicea. Prima di interpellare Dio per le sue “responsabilità”, i capitoli 2-3 della Genesi ci invitano a interrogare l’uomo, la sua libertà e coscienza perché un’ampia porzione del male disseminato nella storia ha una precisa sorgente umana. In quelle due pagine, costruite a dittico, da un lato si delinea il progetto della creazione e della storia secondo il Creatore: armonia dell’umanità con Dio nel dialogo e nel comune “respiro” interiore (nishmat hajjim di 2, 7 è, di per sé, non tanto l’alito vitale ma la coscienza morale), armonia dell’umanità con le altre creature, simboleggiate negli animali, armonia dell’uomo col suo simile, incarnato nella donna, “carne della mia stessa carne” (2, 23).
D’altro lato, nel capitolo 3, ecco apparire il progetto alternativo ordito dall’uomo che ha deciso di definire in proprio “la conoscenza del bene e del male”: Dio diventa un estraneo, relegato nel suo Eden trascendente; la terra è devastata e, ridotta a deserto, produce solo “spine e cardi” (3, 18); la donna, cioè il prossimo, è “dominata” dall’uomo che prevarica su di essa (3, 16). Le scelte libere umane, quando si pongono in contrasto con la morale trascendente, generano sofferenza, morte e male. È per questo che i sapienti di Israele ribadiscono con chiarezza la tesi della responsabilità umana: ”Non dire: Mi sono ribellato per colpa del Signore, perché ciò che egli detesta non devi farlo (…) Egli da principio creò l’uomo e lo lasciò in balìa del suo volere (…) Egli ti ha posto davanti il fuoco e l’acqua: là dove vuoi stenderai la mano. Davanti agli uomini stanno la vita e la morte: a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà” (Siracide, 15, 11-17).
Similmente il libro della Sapienza non esiterà ad affermare che “Dio non ha creato la morte e non gode della rovina dei viventi. Egli infatti ha creato tutto per l’esistenza; le creature del mondo sono sane, in esse non c’è veleno di morte, né gli inferi regnano sulla terra” (1, 13-14).
Delineato questo primo percorso nell’orizzonte del male, non si può, però, ignorare un fatto che il filosofo francese Philippe Nemo ha definito come “l’eccesso del male”: c’è, infatti, un male che “eccede” la pura e semplice responsabilità umana individuale e sociale. È significativo che questa locuzione sia stata coniata dal filosofo per un suo libro su Giobbe. Questo celebre personaggio biblico, protagonista di una delle opere più alte della stessa letteratura universale, si scontra appunto con un male assurdo, che non può essere riportato alle deviazioni morali dell’uomo né che può essere annullato nella tesi che gli “amici” – incarnazione della teologia tradizionale – gli oppongono come spiegazione risolutiva. Si tratta di quella “teoria della retribuzione” a cui sopra si è accennato e che altro non è che un ricorso al giudizio divino sulla responsabilità peccaminosa dell’uomo e, quindi, un rientro per altra via nel percorso precedentemente descritto.
Certo, arduo è definire quale sia il tracciato ideale di Giobbe il cui discorso procede in modo ramificato, poetico e simbolico. Ma è indubbio che egli, in pagine grondanti ribellione, protesta e interrogazione, dichiara che non è sufficiente l’uomo a spiegare un certo tipo di male: egli vuole, infatti, coinvolgere Dio in modo diretto nella soluzione del male enigmatico ed eccedente la ragione. E Dio accetta di deporre in questa sorta di processo al quale la vittima del male ha voluto fosse convocato. C’è un aspetto rilevante del male che non può essere “razionalizzato” e quindi Giobbe ha ragione nel protestare (si veda 42, 7): il male urla con tutto il suo scandalo contro la mente dell’uomo, il suo scandalo è accecante. Ma Dio rivela (è, quindi, frutto di una conoscenza che avviene su un altro “canale” di intuizione) all’uomo che esiste una ‘esah (38, 2), cioè un “progetto”, una razionalità trascendente, da mistero, superiore e totalizzante.
Giobbe, a questo punto, è contemporaneamente teso verso la rivolta e la disperazione a cui lo conduce “logicamente” la sua intelligenza di fronte all’”eccesso del male”, ma è spinto anche verso la speranza e l’inno di lode a cui lo conduce “misticamente” la rivelazione divina, cioè la conoscenza di fede. È in questo territorio nuovo che può essere introdotto un altro percorso, quello che è aperto da una figura emblematica, il “Servo del Signore”, presente nel libro di Isaia, in particolare nel capitolo 53, e ripreso dal Nuovo Testamento in chiave cristologica. C’è un male-dolore che piomba sul giusto – e qui siamo nell’ambito stesso di Giobbe – ma questa irruzione diventa sorgente di liberazione, vita e salvezza per gli altri: “Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti” (53, 5).
È interessante citare al riguardo un passo delle Considerazioni sul peccato, il dolore, la speranza e la vera via di Franz Kafka perché illustra in modo “laico” questa comunione nel dolore come via per la crescita comune e la trasformazione solidale dell’umanità. “Tutte le sofferenze che sono attorno a noi dobbiamo patirle anche noi. Noi non abbiamo un solo corpo, ma abbiamo una crescita, e questo ci conduce attraverso tutti i dolori, in questa o quella forma. Come il bambino si evolve, attraverso tutte le età della vita, fino alla vecchiaia e alla morte (e ogni singolo stadio appare fondamentalmente irraggiungibile al precedente, sia nel desiderio che nella paura), così ci evolviamo anche noi (legati all’umanità non meno profondamente che a noi stessi) attraverso tutte le pene di questo mondo”.
La strada di solidarietà delineata dal Servo del Signore ci prepara ad accostarci al Nuovo Testamento, in particolare ai Vangeli, ove il male sembra incombere come una presenza drammatica ma non tragica. Mai come in questo caso dobbiamo segnalare i limiti di questa nostra analisi che vuole solo indicare un tracciato da seguire poi all’interno dei testi e attraverso una ricerca ben più ampia e sistematica. È significativo un fatto: gli esegeti sono convinti che uno dei “protovangeli”, cioè dei primi testi codificati – a noi non pervenuti ma ai quali attinsero gli evangelisti al punto tale da intravederne una presenza in filigrana ai loro racconti – dalla tradizione cristiana delle origini fu proprio una narrazione della passione e morte di Cristo. Il male fisico e morale, la morte e lo scandalo della sofferenza furono subito considerati centrali nell’annunzio cristiano, anche se illuminati dal fulgore della Pasqua. Diversamente dalle cosiddette “Vite degli eroi”, molto popolari nel mondo greco-romano, il cristianesimo ha dato una prevalenza sorprendente proprio alla sconfitta del suo fondatore sotto l’impeto del male prima ancora di celebrarne i successi.
Questo aspetto è capitale all’interno della teologia dell’Incarnazione. L’Incarnazione è, infatti, la scelta di Dio – che per sua natura è oltre la morte, il dolore, il male – di penetrare e assumere in sé la sarx, cioè la “carne”, il limite creaturale, così da condividerla e redimerla dall’interno. In Cristo, Dio e uomo, non si ha tanto la giustificazione o la decifrazione dello scandalo del male in un sistema ideologico o etico coerente. Si ha, invece, la condivisione per amore, che non è però una mera adesione eroica che ha come sbocco l’immolazione della croce, ultimo e conclusivo approdo. Proprio perché Cristo non cessa di essere Figlio di Dio, egli assumendo il male, il dolore e la morte lascia in essi un seme di divinità, di eternità, di luce, di salvezza. L’amore divino non ci protegge “da” ogni male ma ci sostiene “in” ogni male facendocelo superare.
L’esperienza del male rimane angosciante come un carcere. L’ingresso del Figlio di Dio in quel carcere segna una svolta: esso non è sbarrato per sempre, in un’immanenza che si consuma in se stessa, ma viene aperto per un “oltre”. Questo “oltre” è illustrato in modo nitido sia attraverso i miracoli compiuti da Cristo sia attraverso la sua Pasqua. La Pasqua è l’inaugurazione di questo riscatto che dovrà distendersi passo per passo durante tutto l’itinerario della storia così da redimerla e far sì che il duello col male e la morte sia condotto a termine (1 Corinzi, 15, 54-57) e “Dio sia tutto in tutti” (15, 28). Alla meta della storia il cristianesimo pone la Pasqua universale umana e cosmica. Essa è stata inaugurata da Cristo con la sua sofferenza, morte e Pasqua. Allora si compirà quello che l’Apocalisse delinea nel suo affresco della Gerusalemme nuova e perfetta: “Non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno perché le cose di prima sono passate” (21, 4). Mentre cammina nella storia, il cristiano non ignora il male e il dolore ma sa che in esso Dio – attraverso l’incarnazione del Figlio suo – ha deposto un seme di eternità e di salvezza che cresce silenzioso, per diventare “stelo, spiga e chicco pieno di spiga” (Marco, 4, 28).
Noi, però, vorremmo ora – molto più modestamente – indicare due conclusioni sulla base delle considerazioni finora sviluppate, pur consapevoli comunque del mistero che la sofferenza coinvolge. Eschilo nei Persiani pone l’eterna domanda che sale dal respiro di dolore dell’umanità: “Io grido in alto le mie infinite sofferenze, dal profondo dell’ombra chi mi ascolterà?” (v. 635). La prima considerazione vuole porre l’accento sulla simbolicità del dolore. Come è noto, il termine “simbolo” deriva dal greco syn-ballein, cioè “mettere insieme”: è il tentativo di unire in sé più significati nella stessa realtà. Ebbene, la sofferenza è di sua natura simbolica; è, come dice il titolo di una suggestiva opera autobiografica della scrittrice americana Susan Sonntag, la metafora di un’esperienza più alta (Illness as metaphor, 1978). È indice di un “male oscuro” e radicale, per usare il titolo di un romanzo del nostro Giuseppe Berto (1964).
Kafka nei suoi Diari annotava: “Sono arrivato alla convinzione che la tubercolosi non sia una malattia particolare, un male degno di questo nome, ma soltanto una maggiore intensità del germe generale della morte, la mia ferita, della quale la lesione ai polmoni è solo un simbolo”. Similmente, anche se con maggior enfasi, Gabriele D’Annunzio nel suo Libro segreto (1935) dichiarava: “So che le cause del mio male sono nell’oscurità del mio spirito che a poco a poco io rischiaro guarendomi. V’è, se io sono infermo, un fallo di armonia non solo nella mia carcassa ma nella mia anima. Ho in mente che qualcuno abbia considerato la malattia come un problema musicale. Ma forse son io quegli”. La sofferenza non è mai solo fisica, ma coinvolge “simbolicamente” corporeità e spiritualità, la “carcassa” e l’”anima”.
Essa può contemporaneamente generare disperazione e speranza, tenebra e luce; può essere distruzione e purificazione; riduce alla bestialità ma può anche trasfigurare, “distillando” come in un crogiuolo le capacità più alte, divenendo luminosità interiore e catarsi. Il grande mistico medievale Meister Eckhart (1260 ca.-1327) affermava che “nulla sa più di fiele del soffrire, nulla sa più di miele dell’aver sofferto; nulla di fronte agli uomini sfigura il corpo più della sofferenza, ma nulla di fronte a Dio abbellisce l’anima più dell’aver sofferto”.
Proprio per questa dimensione simbolica del soffrire umano, l’approccio nei confronti del malato e del sofferente in genere non può essere parziale. Da un lato, è indubbia la necessità della terapia medica: dopo tutto, quasi metà del Vangelo di Marco è un racconto di guarigioni operate da Cristo al punto tale che un teologo, René Latourelle, ha scritto che “i Vangeli senza miracoli di guarigione sono come l’Amleto di Shakespeare senza il principe”. D’altro lato, la pura biologicità e la tecnica asettica sono insufficienti ed esigono un incontro, un dialogo, un supplemento di umanità. Mai come nel dolore ci si accorge di non “avere” un corpo ma di “essere” un corpo che è segno di una realtà interiore più profonda. Sono suggestive dal punto di vista simbolico le citate narrazioni evangeliche delle guarigioni dei lebbrosi: come si diceva, contravvenendo tutti i divieti rituali e sanitari del tempo, Gesù “li tocca” e con questo gesto vuole quasi assumere su di sé il male, condividendone il peso e l’amarezza.
Mai come nel dolore l’uomo s’accorge della falsità delle parole di conforto dette in modo estrinseco e senza autentica partecipazione. Anzi, il malato scopre che, alla fine, egli rimane solo col suo male. È lo stesso Giobbe a descrivere in modo pittoresco e persino barocco questo isolamento quando scopre che “a mia moglie ripugna il mio alito, faccio schifo ai figli del mio ventre” (19, 17). Nel tempo del dolore la verità non riesce a patire contraffazioni.
È, allora, in questo momento che deve scattare una specie di alleanza tra paziente e medico – infermiere, parente, assistente, cappellano e così via – tra chi soffre e chi lo vuole sostenere. È questa la seconda considerazione che vogliamo proporre. Nel racconto biblico della creazione della donna si dichiara che l’uomo supera la sua solitudine solo quando trova “un aiuto che stia di fronte” (ke-negdô), che sappia quindi avere gli occhi negli occhi dell’altro, che non troneggi sopra la creatura come una divinità ma che non sia neppure inferiore e inetto come un animale.
Questa solidarietà è difficile da creare ma è indispensabile. La conoscenza tra chi cura e chi è curato dev’essere meno fredda e distaccata di quanto spesso accade: dev’essere fatta di comunicazione genuina, di dialogo, di ascolto, di verità detta con partecipazione. Il sofferente deve sentirsi rispettato anche nel momento della debolezza, quando il pianto inonda le sue guance ed è noto che esiste sempre un pudore nel mostrare le lacrime. Dev’essere aiutato a liberarsi dei condizionamenti di una cultura della “forza”, di un “maschilismo” vanamente eroico e ad accettarsi anche nel tempo della prova, come affermava Baudelaire: “Signore, la migliore testimonianza che noi possiamo dare della nostra dignità è questo ardente singhiozzo che rotola di età in età e viene a morire ai bordi della tua eternità”.
Anche Cristo di fronte alla notte della passione implora di essere liberato dal calice della sofferenza (Marco, 14, 36) e confessa di avere “l’anima triste fino alla morte” (Marco, 14, 34), scoprendo però con amarezza di non avere accanto la solidarietà affettuosa dei suoi discepoli: “Così non siete stati capaci di vegliare una sola ora con me?” (Matteo, 26, 40). Bisogna, allora, ribadire una parola tanto abusata ed equivocata, la cui vera declinazione nell’esistenza è sempre ardua, cioè l’amore. Solo se circondato d’amore, il malato riesce ad accettarsi e a superare anche il pudore che è la consapevolezza – come affermava il filosofo Max Scheler – di “un certo squilibrio, di una certa disarmonia tra il significato e le esigenze della sua persona spirituale, da una parte, e i suoi bisogni corporei, dall’altra”.
In questa luce ci sembra suggestiva una parabola che vorremmo porre a suggello di queste riflessioni molto limitate su un orizzonte immenso e incandescente, incapaci di fissare in un profilo sintetico il volto proteiforme del male. Anche per il credente, il dolore rimane una cittadella il cui centro non può essere completamente espugnato. Come diceva il poeta cattolico francese Paul Claudel, “Dio non è venuto a spiegare la sofferenza, è venuto a riempirla della sua presenza”. A questo proposito ci affidiamo a una figura “laica” come lo scrittore Ennio Flaiano (1910-1972).
A lui era nata nel 1942 una figlia, Luisa, che già a otto anni aveva iniziato a rivelare un’encefalopatia epilettoide e che è vissuta fino al 1992, curata amorosamente dalla madre, Rosetta Flaiano. Ebbene, lo scrittore abruzzese nel 1960 aveva pensato a un romanzo-film di cui è rimasto solo l’abbozzo. In esso si immaginava il ritorno di Gesù sulla terra, infastidito da giornalisti e fotoreporter ma, come un tempo, attento solo agli ultimi e ai malati. Ed ecco, ”un uomo condusse a Gesù la figlia malata e gli disse: io non voglio che tu la guarisca ma che tu la ami. Gesù baciò quella ragazza e disse: “In verità, quest’uomo ha chiesto ciò che io posso dare”. Così detto, sparì in una gloria di luce, lasciando la folla a commentare i suoi miracoli e i giornalisti a descriverli”.
La scena, come è evidente, si carica di tutta la tenerezza che, con pudore e amore, lo scrittore aveva riversato sulla sua creatura sofferente. In quell’uomo Flaiano vedeva se stesso che s’accostava a Gesù per chiedere non il prodigio ma il dono altissimo della condivisione e della comunione nella sofferenza. E forse, quando in una notte terribile dovette ricoverare la figlia tormentata dagli “orribili assalti del male che la torcevano e la irrigidivano, con una mano tesa verso l’alto”, Flaiano padre implorò quel bacio sulla sua figlia, un bacio che certamente non fu negato.

IL PASSAGGIO DI CRISTO NELLA REGIONE DELLA MORTE HA TRASFORMATO IL MORIRE DI TUTTI – di Gianfranco Ravasi

http://paroledivita.myblog.it/2010/04/12/quando-arriva-il-giorno-dell-incontro-il-passaggio-di-cristo/

QUANDO ARRIVA IL GIORNO DELL’INCONTRO.

IL PASSAGGIO DI CRISTO NELLA REGIONE DELLA MORTE HA TRASFORMATO IL MORIRE DI TUTTI

Posted on 12 aprile 2010

di Gianfranco Ravasi

“Fratello, se vieni a visitare la mia tomba, non devi piangere. Non è giusto addolorarsi per l’unione con Dio. Dopo la mia morte non cercare la mia tomba sulla terra: la mia tomba è nel cuore di coloro che amano”. Più di una volta ho sostato anch’io a Konya, in Turchia, sotto la grandiosa cupola verde ove è collocato il cenotafio di Gialal ed-Din Rumi, il grande poeta mistico musulmano del XIII secolo. Accanto si leggono appunto le parole che ho citato e che egli aveva dettato per la sua epigrafe. Esse ci svelano una delle tante coincidenze spirituali tra le grandi religioni nella loro anima autentica. Un’antica preghiera musulmana invoca: “Dio mio, concedimi di morire nel desiderio di incontrarti. Concedimi di prepararmi al giorno dell’Incontro”.
La morte, dunque, non come estuario che sfocia sul nulla, ma come l’Incontro per eccellenza con Dio nella casa del suo regno. Come dice Rumi, la nostra vera tomba non è nel sepolcro, ma nel cuore di coloro che amano, cioè quelli che hanno amore e fede dentro di sé, e quindi custodiscono una scintilla o un germe di eternità. E l’eternità è l’orizzonte a cui siamo destinati dopo la morte. Certo, ben diversi sono i sentimenti dominanti ai nostri giorni. Li esprimeva suggestivamente il cantautore Francesco Guccini nella sua Canzone di notte n.2: “Ognuno vive dentro ai suoi egoismi / vestiti di sofismi, / e ognuno costruisce il suo sistema / di piccoli rancori irrazionali, / di cosmi personali / scordando che poi infine tutti avremo / due metri di terreno”. Già Cristo aveva considerato questa visione minimalista della vita nella parabola del ricco insensato che accumula senza posa per piombare in una morte sulla quale echeggia una voce terribile: “Quello che hai preparato di chi sarà?” (Luca, 12, 20).

Sulla scia della celebrazione pasquale che si distende in questi giorni, riproponiamo un tema che è nel cuore di ogni creatura, nonostante lo sforzo di esorcizzarlo, quello del morire, ma lo faremo da un’angolatura teologica, anzi cristologica. Se stiamo ai Vangeli, Gesù incontra direttamente tre cadaveri: quelli della figlia di Giairo (Marco, 5, 35-43), del figlio di una vedova del villaggio galilaico di Nain (Luca, 7, 11-17) e dell’amico Lazzaro (Giovanni, 11). Davanti alla morte anche Cristo soffre, la percepisce come un dramma; lui stesso, sentendola incombere su di sé, è travolto dall’angustia. Annota Marco: nel Getsemani, Gesù “cominciò a sentire paura e angoscia. Disse a Pietro, Giovanni e Giacomo: La mia anima è triste fino alla morte” (14, 33-34). E la sua implorazione è quella di ogni uomo che supplica di essere liberato dallo spettro della fine: “Abba’, Padre! Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice!”; e l’evangelista ricorda: “pregava che, se fosse possibile, passasse via da lui quell’ora” (14, 35-36).
Quando, alla fine, la morte gli piomba addosso, essa ha i contorni di una vera e propria tragedia. La sofferenza fisica lo attanaglia brutalmente, gli amici lo lasciano solo e, su tutto, incombe il silenzio del Padre: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Anzi, per Marco e Matteo, quella di Gesù è quasi una brutta morte: “Gesù, lanciando un forte grido, spirò… Gesù gridò di nuovo a gran voce ed emise lo spirito” (Marco, 15, 37; Matteo, 27, 50). Cristo rivela, in questo momento estremo, l’Incarnazione nella sua verità più lacerante: il Figlio di Dio, morendo, diventa veramente nostro fratello, perché la carta d’identità fondamentale di ogni figlio di Adamo reca sempre la data della morte, assente nella carta d’identità di Dio.
Eppure, anche in quell’istante e nei successivi, quando è un cadavere nelle mani ora crudeli dei soldati, ora pietose degli amici, Gesù non cessa di essere il Figlio di Dio. Ecco, allora, la radicale lettura cristiana della morte. Già appariva in quei tre incontri che sfociavano non su una risurrezione definitiva: la figlia di Giairo, il figlio della vedova e Lazzaro hanno, infatti, dovuto successivamente morire. Tuttavia, Cristo, facendo rivivere costoro temporaneamente, illustrava in maniera reale ed efficace il destino ultimo dell’umanità, la risurrezione, ossia la vita per sempre in Dio, il Vivente. La stessa redazione evangelica di quei miracoli di risurrezione tiene in filigrana quella di Cristo così da trasformarli in “segni” pasquali (esplicito è, al riguardo, Giovanni con la vicenda di Lazzaro). Questa luce avvolge in pienezza il morire di Cristo. Infatti, l’evangelista Luca all’abbandono del Padre, descritto da Matteo e Marco, sostituisce l’abbandono di Gesù al Padre: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito! Detto questo, spirò” (23, 46). E Giovanni, come è noto, presenta la morte in croce non più come il nadir dell’umanità di Gesù, bensì come lo zenit epifanico della sua divinità: “Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora conoscerete che Io Sono” (8, 28) e non c’è bisogno di ricordare che “Io Sono” è l’autodefinizione divina del Sinai (Esodo, 3, 14).
Da un lato, Cristo col peso reale della sua umanità non minimizza né elide lo scandalo del morire, la sua dimensione di oscurità, il suo bagliore cupo di dolore. D’altro lato, però, la sua divinità, attraversando la regione tenebrosa della morte, la irradia con la luce della sua eternità. Il Venerdì Santo della crocifissione e il Sabato Santo della sepoltura, segni decisivi dell’Incarnazione, si aprono alla Domenica di Pasqua, che è – per usare una famosa frase del profeta Zaccaria – “un unico giorno, non avrà più né dì né notte, ma verso sera risplenderà di nuovo la luce” (14, 7), evidente metafora dell’eternità. Come scriveva suggestivamente in Resistenza e resa, il diario della sua “passione” nel lager nazista, Dietrich Bonhoeffer, “venire a capo del morire non significa ancora venire a capo della morte (…) Non è dall’ars moriendi, ma è dalla risurrezione di Cristo che può spirare nel mondo presente un nuovo vento purificatore”.
Un vento che san Paolo ha sentito soffiare così fortemente da farlo diventare non solo l’asse della sua cristologia, fin dal suo primo scritto che professa la “morte per noi” del Figlio di Dio (1 Tessalonicesi, 5, 10), ma anche dell’antropologia cristiana. Infatti, il passaggio reale di Cristo nella regione della morte trasforma il morire di tutti: egli “è morto per tutti, perché quelli che vivono (…) vivano per colui che è morto e risorto per loro” (2 Corinzi, 5, 15). In questa prospettiva la morte di Gesù è la liberazione della nostra prima e seconda morte, per usare il linguaggio dell’Apocalisse. Infatti, da un lato, “se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui, sapendo che Cristo, risorto dai morti, non muore più (…) Egli morì una volta per tutte, ora vive e vive per Dio” (Romani, 6, 8-10). Egli, dunque, feconda il grembo della morte con la sua divina “rugiada luminosa”, volendo ricorrere a un’immagine isaiana (26, 19) e ci fa risorgere non a vita transitoria ma alla vita eterna di Dio.
D’altro lato, però, egli ci libera anche dalla “seconda morte, lo stagno di fuoco” (Apocalisse, 20, 14), ossia dalla morte spirituale del peccato: “Cristo morì per i nostri peccati (…) Voi consideratevi morti al peccato, e viventi per Dio, in Cristo Gesù” (1 Corinzi, 15, 3; Romani, 6, 11). Oltre alla risurrezione dalla morte fisica, Cristo ci dona la giustificazione che libera dalla morte spirituale. Potente e fin audace è la frase della Seconda Lettera ai Corinzi: “Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio” (5, 21). Proprio per questo duplice effetto, l’evento pasquale – come si diceva – è capitale sia nella cristologia sia nell’antropologia cristiana. Paolo è, al riguardo, esplicito nella sua celebre asserzione: “Se Cristo non è risorto, vuota è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede” (1 Corinzi, 15, 14). Naturalmente la riflessione teologica paolina è molto più complessa, ma il cuore del suo pensiero batte proprio nella morte-risurrezione di Cristo come principio e sorgente della nostra morte-risurrezione integrale (fisica e morale) e il battesimo ne è l’efficace rappresentazione “sacramentale”.
Un’ultima nota attorno al tema della morte di Cristo. Quell’evento è certamente un’umiliazione estrema per un Dio. San Paolo, nel celebre inno incastonato nella Lettera ai Filippesi, parla di una “kenosi” (ekènosen), un termine che indica uno svuotamento: “pur essendo nella condizione di Dio…, svuotò se stesso, assumendo una condizione di servo…, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce” (2, 6-8). Ora, questa scelta di solidarietà nei confronti dell’umanità è espressione di amore. È così che nel Nuovo Testamento la croce di Cristo diventa un segno d’amore. Chi non ricorda l’emozionante avvio del racconto della passione di Gesù secondo Giovanni: “Sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine” (13, 1)?
Anzi, in quella donazione suprema si può intravedere l’amore del Padre: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna” (3, 16). È un atto di amore libero e genuino, come osserva Paolo: “A stento qualcuno è disposto a morire per un giusto; forse qualcuno oserebbe morire per una persona buona. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi” (Romani, 5, 7-8). A questo punto scatta una lezione per il fedele, è la via dell’imitazione da seguire.
Il filosofo danese dell’Ottocento Soeren Kierkegaard, nel suo Esercizio del cristianesimo, scriveva: “Che differenza c’è tra un ammiratore e un imitatore? L’imitatore è, ossia vuole essere chi egli ammira; l’ammiratore, invece, loda l’altro ma rimane personalmente fuori”. Ebbene, san Giovanni, nella sua Prima Lettera, di fronte alla morte di Cristo per amore (il “dare la vita per la persona che si ama”, come aveva detto lo stesso Gesù) ci invita non tanto all’ammirazione ma all’imitazione: “In questo abbiamo conosciuto l’amore, nel fatto che Cristo ha dato la sua vita per noi. Allora, anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli” (3, 16).

(L’Osservatore Romano – 12-13 aprile 2010)

Publié dans:CAR. GIANFRANCO RAVASI, Cardinali |on 15 avril, 2015 |Pas de commentaires »

DOMENICA DELLE PALME – Gianfranco Ravasi

http://www.suoredimariabambina.org/tempoliturgico/tempoliturgico201503_8.html

DOMENICA DELLE PALME

Gianfranco Ravasi

Isaia 60, 4-7; Filippesi 2, 6-11; Marco 14,1 – 15,47

La liturgia di oggi ci presenta a commento del racconto della passione di Marco un brano tratto dal Libro delle consolazioni di Isaia e un inno della Chiesa primitiva che Paolo ha inserito nella lettera ai Filippesi.
Nel contesto dell’annuncio di speranza e di consolazione del Secondo Isaia (Is 40-55) si inseriscono i quattro Carmi del Servo di Jahweh nei quali la Chiesa ha sempre visto una prefigurazione del Messia, e soprattutto della sua passione. In effetti il terzo di questi Carmi, quello che leggiamo in questa domenica, è una composizione autobiografica che racconta l’esperienza di persecuzione di cui è vittima il profeta. Annunciatore della Parola di Dio agli sfiduciati (v. 4), ai quali si presenta come modello di costanza nella speranza, il profeta subisce persecuzione e violenza. È percosso sulla schiena, secondo il trattamento riservato agli stolti e alle bestie (Gb 16, 7-11; Prov 10, 13; 19, 29) lui che è il sapiente per eccellenza perché porta la Parola di Dio.
L’inno cristologico della lettera ai Filippesi era, con ogni probabilità, originariamente una professione di fede molto antica ad uso liturgico che Paolo inserisce nella lettera per invitare i cristiani di quella comunità a vivere secondo uno stile ispirato alla vita di Cristo.
Si parte proprio dalla preesistenza e dalla divinità (v, 6) per sottolineare il senso della vicenda terrena del Cristo. Egli da quella condizione si è abbassato, ha «svuotato» se stesso facendosi «servo», come l’uomo che è servo del peccato, e condividendo anche la morte (vv. 7-8), cioè la radicalità estrema della realtà umana. Fin qui il soggetto è stato Gesù; d’ora in poi l’inno descrive l’intervento di Dio su questa storia: il soggetto sarà il Padre.
«Perciò» il Padre lo ha esaltato al di sopra di tutto (v. 9), lo ha fatto oggetto di adorazione universale (v. 10) e gli ha dato il titolo di «Signore» (v. 11), termine col quale la Bibbia greca traduceva Jahweh (Kyrios).
La professione di fede nella divinità di Cristo è in stretta connessione con la sua vicenda terrena. Nelle coppie terminologiche «condizione di Dio» — «simile all’uomo» e «servo» — «Signore» è racchiuso il mistero di Gesù Cristo nostro Signore. Proprio perché il Cristo ha attraversato l’intera vicenda umana, l’uomo può essere recuperato a Dio e riconquistato nella sua totalità.
E, parallelamente, solo la vicenda di Gesù e in particolare la croce ci permettono di incontrare Dio che si rivela nel suo Figlio.
Guidati da queste due chiavi di lettura possiamo allora accingerci a leggere il racconto della passione. Andremo a cercare un uomo trattato come un buffone, rifiutato dai suoi contemporanei e che invece parla a nome di Dio (prima lettura), e un uomo che attraverso la sua vicenda mostrerà il vero volto di Dio, perché egli solo può dire di Dio Abbà-Padre (seconda lettura).
Con l’arresto (14, 43-51) Gesù è abbandonato dai discepoli che fuggono spaventati: il racconto del giovanetto che fugge nudo sembra il tipo dell’atteggiamento di chi finora ha seguito Gesù, ma non ha ancora capito quale mistero racchiuda veramente quest’uomo.
Quella domanda sulla vera identità di Gesù che ha fatto da motivo conduttore per tutto il vangelo di Marco comincia a ricevere ora una risposta definitiva: la croce dirà veramente chi egli sia. Durante il processo (14, 52-65) Gesù svela la sua vera identità, per la prima volta dice chiaramente che egli è il Figlio di Dio. Di fronte a questa rivelazione scattano però il rifiuto e la condanna del Sinedrio e il rinnegamento di Pietro (14, 66-72).
In modo quasi ironico anche l’autorità romana riconoscerà la verità di Gesù solo nella motivazione della condanna: in una coreografia che richiama le apparizioni pubbliche dei re, con un ministro alla destra e uno alla sinistra, è crocefisso il «re dei giudei». Di fronte alla croce, però, Marco colloca il vertice tematico del suo vangelo: ora è possibile professare veramente il riconoscimento del Cristo, ora è possibile la fede. Il centurione romano per primo riconoscerà in quell’uomo crocefisso il Figlio di Dio (15, 39).
Anche noi allora dobbiamo guardare alla croce per riconoscere il Figlio di Dio, per ripulire la nostra fede dagli idoli che ci siamo fatti, magari manipolando secondo i nostri schemi il Dio della croce, per professare la nostra fede limpida assieme al centurione romano.
Il Dio della croce ci si presenta come il Dio che si «svuota» e condivide la situazione dell’uomo: questa è la lettura della sua vicenda terrena secondo la professione di fede dell’inno di Filippesi. Il Dio della croce non è il Dio che sta lassù e al quale dobbiamo strappare la vita eterna, ma è il Dio che viene quaggiù per offrirci la sua comunione. Lui si è fatto nostro fratello chiamandoci a farci fratelli gli uni degli altri, perché così siamo in comunione con lui. La via della salvezza diventa allora la via della condivisione e della solidarietà contro l’egoismo e l’individualismo.
Il Dio della croce non è nemmeno un Dio che ci strappa al mondo, che cancella la vicenda di questa storia umana, è il Dio che è venuto nella storia dell’uomo per dare ad essa un significato. Anche la morte non è più un fallimento, una fine, ma è un momento decisivo, come per Cristo è stata il momento della completa adesione a Dio. La via della salvezza allora non è la via del disinteresse per questo mondo, della fuga per cercare qualcos’altro, ma la via in cui si vive la storia per il suo vero valore: una storia che Dio ha fatto la sua storia di salvezza.
Infine il Dio della croce non è il Dio della resa dei conti, non è il Dio che giudica secondo la giustizia dell’uomo, ma è il Dio misericordioso e disponibile, che aspetta che l’uomo torni a lui come il padre della parabola di Lc 15. Non è il Dio che pianifica giustiziando i cattivi, ma che aspetta che tutti possano salvarsi: il Dio della croce vuole che nessuno si perda (Gv 3, 17). La via della salvezza è allora quella della misericordia, quella che fugge i giudizi affrettati, quella protesa a sollevare gli uomini, quella che si preoccupa di perderne il meno possibile lungo la strada.
Questa liturgia è anche un concreto invito catechetico allo studio e alla meditazione del ciclo evangelico «Passione-Pasqua», una delle prime «schede» della predicazione cristiana apostolica, uno dei primi articoli di fede del credo cristiano (1 Cor 15, 3-5; At 13). Si tratta di pagine destinate a credenti che celebrano liturgicamente la Pasqua del Signore: At 4, 24-31 presenta appunto la Commemorazione della Passione in un contesto di preghiera. Non è quindi, come abbiamo visto, una mera biografia o un racconto drammatico che voglia suscitare commozione sentimentale.
È invece una narrazione «profetica» che cerca di svelare negli eventi la presenza salvifica di Dio che, divenendo nel Figlio uomo, può salvare l’uomo. Marco in particolare ci offre un testo fortemente kerigmatico pur secondo l’ottica del «segreto messianico»; l’obbiettività dei fatti è dura, realistica, scandalosa. Ma questa paradossalità diviene annuncio di salvezza. Infatti è dalla croce che si ha la piena e più alta adesione di fede.
La Passione, allora deve diventare il vero thesaurus credentium, come scriveva l’Imitazione di Cristo.
O, come suggeriva una glossa agostiniana, la narrazione della Passione, «diretta dalla fede, deve dirigere la fede».

SPUNTI PASTORALI
1. Il Dio della croce è il Dio «svuotato» (11 lettura), solidale con l’uomo sino alla frontiera estrema, quella della morte. Da questa vicinanza estrema nasce una diversa concezione di Dio: egli non sta lassù, isolato nella sua splendida sfera trascendente, ma si fa solidale e fratello.
Da questa vicinanza estrema nasce una diversa concezione dell’uomo: la «carne» e la storia dell’uomo hanno un senso, contengono un seme di divinità e di eternità che sta crescendo e fiorendo.
Il mondo e l’uomo sono ora santi e consacrati dal passaggio di Dio: è nata la «storia della salvezza». Da questa vicinanza estrema nasce anche una diversa concezione del destino: alla visione del Dio giudice si sostituisce quella del Dio che ama e che si dona per riscattare dal male il suo fratello più debole. Scriveva J. Moltmann nella sua nota opera II Dio crocifisso: «Il Dio della libertà, il vero Dio, non lo si conosce dalla potenza e dalla gloria che egli manifesta nel mondo ma dalla sua impotenza e agonia sofferte sul legno della vergogna, sulla croce di Gesù. Gli dei del potere e dell’opulenza, che vivono nel mondo e nella sua storia, stanno dall’altra parte della croce, perché è in loro nome che Gesù viene crocifisso».

2. Davanti alla croce di Cristo sfila l’umanità con la sua risposta: c’è il rifiuto drammatico di Giuda, l’odio implacabile del potere sinedrale, la fragilità traditrice di Pietro, la paura del giovinetto anonimo, ma c’è anche il vertice dell’amore e della fede, quello del centurione romano che accoglie nella sua pro-fessione di fede (Mc 15, 39) le parole rivelatrici pronunziate da Gesù durante il suo processo. Si chiude così l’itinerario di tutti i credenti: «Veramente costui è Figlio di Dio!».Dio.

da: Gianfranco Ravasi – Celebrare e vivere la Parola

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