Archive pour la catégorie 'CAR. GIANFRANCO RAVASI'

di Gianfranco Ravasi – AMARE E ODIARE

dal sito on line del giornale « Avvenire » il « Mattutino » di Gianfranco Ravasi

AMARE E ODIARE

Gli uomini amano in fretta, ma odiano con tutta calma.
Molti lettori che mi inviano i loro suggerimenti per la nostra comune riflessione quotidiana rimangono delusi perché raramente adotto i loro testi. In verità, se alcune citazioni sono suggestive, esse però di solito mancano di una dote indispensabile, la brevità. Ecco, perché oggi accolgo la frase del famoso poeta inglese George G. Byron (1788-1824) che mi ha inviato un lettore reggino. Essenzialità e icasticità rendono questo monito di facile intuizione e di semplice memoria. Un po’ meno immediata ne è, invece, l’applicazione. Sì, perché come già diceva sant’Agostino, «la collera è un’erbaccia, ma l’odio è un albero». Con una variante, potremmo affermare, sulla scia di Byron, che l’amore è un fiore che presto appassisce, mentre l’odio è una gramigna sempre verde che attecchisce nel cuore e si ramifica nell’anima e persino nel corpo.
Non per nulla lo stesso Byron iniziava la frase citata dal nostro lettore (al quale dirò che essa si trova nel poema satirico Don Giovanni) con queste parole: «L’odio è di gran lunga il più durevole dei piaceri». Sì, purtroppo si riesce a distillare questo vizio radicale quasi come un’essenza preziosa o un liquore che si deve poi gustare goccia per goccia. E nella vita qualcosa di questo terribile sentimento si è deposta nello spirito di ciascuno di noi. Anzi, ci sono persone – bisogna riconoscerlo – che non riescono quasi a vivere se non ce l’hanno con qualcun altro. Forse dovremmo più spesso pensare a questa considerazione: quando odiamo qualcuno, probabilmente detestiamo qualcosa che abbiamo dentro di noi e che non osiamo confessare. 

Gianfranco Ravasi

Publié dans:CAR. GIANFRANCO RAVASI |on 23 juin, 2007 |Pas de commentaires »

Gianfranco Ravasi: I piedistalli

da « Avvenire » on line

09 Giugno 2007 
i piedistalli

Se abbattete i monumenti, risparmiate i piedistalli. Potranno sempre servire.
Tutti ricordiamo le scene della demolizione delle statue alla fine dell’impero sovietico, col crollo a terra di figure prima venerate quasi come idoli, o l’eliminazione dei simulacri di Saddam Hussein in Irak. Bisogna, però, riconoscere che non è certo bastato questo rituale dissacratorio, non raro nella storia dell’umanità, per rendere migliori le condizioni di quei popoli. È, perciò, non del tutto sarcastica la frase sopra citata, che è uno dei Pensieri spettinati di Stanislaw J. Lec (1909-1966), scrittore satirico polacco, raccolta di aforismi vari, tradotti in italiano da Bompiani nel 1988. Cadono le statue, ma i piedistalli sono sempre pronti a ospitare nuovi miti di massa, nuove illusioni o rinate tirannie.
Al di là della considerazione storica, c’è qualcosa che tocca un po’ tutti. Certo, non si può vivere senza modelli; anche le mode fanno parte della convivenza sociale; tifosi, fans, patiti costituiscono una fascia ampia della popolazione che ha bisogno di ammirare e sognare. Ma in agguato c’è sempre il rischio del fanatismo, dell’esaltazione adorante, dell’idolatria feticistica che diventa irrazionale e che genera invasamento. Basti solo pensare a un certo tifo da stadio o le urla dei ragazzini davanti a un cantante o ad un attore. C’è anche qualcosa di più radicale e sottile ed è il malcelato impulso al servilismo. Terribile ma vera è la considerazione del grande Dostoevskij: «Da’ la libertà all’uomo debole ed egli stesso si legherà a te e te la riporterà», quasi come un cane che riporta il bastone al suo padrone. La libertà è tutt’altro che facile da vivere in modo autentico e responsabile.

Publié dans:CAR. GIANFRANCO RAVASI |on 9 juin, 2007 |Pas de commentaires »

Gianfranco Ravasi: La polvere e lo splendore

27 Maggio 2007


MATTUTINO 


LA POLVERE E LO SPLENDORE

Dio è tutta la nostra gioia, e in lui la nostra polvere può diventare splendore.
Indimenticabile è la scena « dipinta » più che descritta da Ezechiele nel c. 37 del suo libro: su quella valle lastricata di scheletri, di ossa secche e di polvere passa il soffio dello Spirito divino; ed ecco uno stridio e un fremito di ossa che si ricollegano, di carni che rifioriscono, di vita che torna a pulsare. È ormai la morte che è trasformata in vita. Oppure pensiamo alla promessa di Isaia: «Si sveglieranno ed esulteranno quelli che giacciono nella polvere perché la tua rugiada è rugiada luminosa, la terra darà alla luce le ombre» (26, 19). Sulla scia di queste parole profetiche, nel giorno di Pentecoste, quando lo Spirito di Dio soffia col vento del deserto nelle stanze chiuse dalla nostra paura, generando vita, forza e speranza, abbiamo posto a motto una frase desunta dal Segno di Giona, opera dello scrittore spirituale americano Thomas Merton (1915-1968).
A inviarmela sono state le Clarisse di un monastero, donne che conoscono e assaporano la verità di quella frase. In essa io porrei l’accento proprio su quella metamorfosi a prima vista impossibile: come può la polvere diventare luce? E invece tutti coloro che sanno veramente cosa siano la fede e l’amore, perché li hanno accolti e vissuti, ne sono certi. Le azioni più « impolverate » perché quotidiane e modeste si trasfigurano, quando si ama e si ha qualcuno (e Qualcuno) a cui donarle. Preparare il cibo alla sua famiglia per una madre e trascorrere la giornata in un lavoro usurante per un padre possono essere atti « splendidi », quando c’è uno scopo d’amore, quando c’è lo Spirito che respira nelle loro anime. 

Gianfranco Ravasi

Publié dans:CAR. GIANFRANCO RAVASI |on 28 mai, 2007 |Pas de commentaires »

DI MONS. GIANFRANCO RAVASI – LE TRE MARIE NELLA VITA DI CRISTO

Di Mons. Gianfranco Ravasi

 Dal sito:  http://www.novena.it/ravasi/2005/122005.htm

LE TRE MARIE NELLA VITA DI CRISTO

« Passato il sabato, all’alba del primo giorno della settimana, Maria di Magdala e l’altra Maria andarono a visitare il sepolcro ».Due donne – stando al racconto di Matteo (28,1-10) – avanzano in quel mattino primaverile verso l’area cimiteriale di Gerusalemme puntando verso il monumento funebre di Giuseppe d’Arimatea, ove era stato deposto il cadavere di Gesù. Noi tutti conosciamo Maria di Magdala, anche perché, proprio in quell’alba, l’evangelista Giovanni le dedicherà un ritratto a tutto tondo nel momento del suo incontro col Cristo risorto (20,11-18). Vorremmo ora fissare la nostra attenzione sulla sua compagna, che Matteo chiama in modo quasi enigmatico: « l’altra Maria ». È necessaria una premessa: gli evangelisti introducono una serie di diverse donne come testimoni ora della sepoltura di Gesù ora della sua risurrezione, ma queste serie sono differenti e non coincidono tra loro; hanno, perciò, dato il via a complesse discussioni e ricostruzioni degli studiosi della Bibbia. Noi ci accontentiamo di segnalare che « l’altra Maria » fa capolino, senipre con Maria di Magdala e sempre secondo Matteo (27,61), amiche nel momento in cui si rotola la pietra davanti alla tomba ove il corpo di Gesù riposava.Ebbene, se stiamo agli altri evangelisti, forse avremmo la possibilità d’identificare quel volto. Infatti, Marco davanti alla croce di Cristo e durante la sepoltura fa avanzare una « Maria madre di Giacomo il minore e di loses » (15,40 e 15,47). Lo stesso Matteo la chiama così quando essa è ai piedi della croce, sia pure con una lieve variazione: « Maria, madre di Giacomo e di Giuseppe » (27,56). Anche Luca nell’alba pasquale introduce una « Maria di Giacomo » (24,10) che certamente è sempre la stessa.

Ora, se noi risaliamo ai giorni in cui Gesù operava e predicava in Galilea, ci imbattiamo in una sua visita nel villaggio della sua infanzia e giovinezza, Nazaret. Là i suoi concittadini non l’avevano accolto bene, anzi, avevano ironizzato sulla sua parentela: « Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di loses, di Giuda e di Simone? » (Marco 6,3). Tra i ‘fratelli » – e sappiamo che il termine nel mondo semitico è di sua natura generico a livello parentale – sono elencati proprio Giacomo e loses, la cui madre portava lo stesso nome della madre di Gesù.

Sono, dunque, tre le Marie che saranno presenti, secondo i Vangeli, negli eventi finali della vita terrena di Cristo: Maria, la madre di Gesù, Maria di Magdala e « l’altra Maria », ossia Maria di Giacomo e di loses. Quest’ultima era, dunque, una sorta di zia di Gesù, comunque una parente. Giovanni (19,25) introduce una quarta Maria, « Maria di Cleofa »: molti ritengono che sia la stessa donna, della quale ora è ricordato anche il nome del marito.

Abbiamo, così, la possibilità di avere un ritratto anagrafico abbastanza compiuto di quest »altra Maria » che a sorpresa, con le altre donne, diventa la prima testimone della risurrezione. Difficilmente si sarebbe « inventata » una simile presenza femminile proprio in quell’evento capitale della storia cristiana: allora, infatti, le donne non erano abilitate a testimoniare in sede giuridica e quindi la loro dev’essere stata una presenza storica reale, segnata dai fatti stessi e conservata nella memoria dei primi cristiani e degli evangelisti.

di Gianfranco Ravasi – La bellezza

 Di Mons: Gianfranco Ravasi Approfondimento della Bibbia

LA « BELLEZZA »Il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. (Luca 9,29)

Per 741 volte nell’Antico Testamento risuona un vocabolo simile a un soffio, tòb: il suo significato oscilla tra « buono » e « bello » e questo ci fa comprendere come per la Bibbia bellezza e bontà, estetica ed etica s’intreccino tra loro. Due esempi sono al riguardo emblematici. Da un lato, ecco la creazione: giunto al termine di ognuno dei sei giorni dell’opera creatrice, l’autore sacro osserva che « Dio vide che era tòb », cioè una realtà bella e anche buona (Genesi 1,4). Quando entra in scena l’uomo, si usa il superlativo perché quella creatura è « molto bella/buona » (1,31), vero vertice del creato.D’altro lato, ecco davanti a noi la figura di Cristo: il Vangelo di Giovanni la definisce con un’immagine biblica, quella del pastore. Si è soliti tradurre quella frase così: « Io sono il buon pastore » (Giovanni 10,11.14). In realtà, nell’originale greco si ha: « Io sono il bel (kalòs) pastore », proprio sulla scia del valore dell’aggettivo biblico tob che unisce in sé la bontà e l’amore del pastore Cristo con lo splendore della sua rivelazione che lo circonda quasi di luce, come era accaduto nell’evento della Trasfigurazione (Luca 9,29). Nella Bibbia la bellezza è, quindi, una qualità divina che si riflette nel creato in tutta la sua varietà e ricchezza. Non per nulla l’autore del libro della Sapienza dichiara che « dalla grandezza e dalla bellezza delle creature per analogia si conosce il loro Autore » (13,5). A essere uno specchio supremo della bellezza di Dio è l’uomo, creato « a sua immagine » (Genesi 1,27).Il Cantico dei cantici, con le sue delicate e appassionate descrizioni dei corpi della donna e dell’uomo in tutto il loro fascino, ne è la testimonianza più esplicita, tenendo però conto del fatto che il corpo nel mondo semitico non è la mera fisicità organica, ma è l’espressione dell’intera realtà della persona, anche nella sua interiorità. Questa unione fra spirito e corporeità fa comprendere come la bellezza si debba incrociare con la limpidità della coscienza, con
la luce dell’anima. In caso contrario si ha solamente una dimensione esteriore, perché « falsa è la grazia e vana è la bellezza, è la donna sapiente da lodare » (Proverbi 31,30). Si comprendono, allora, certi giudizi pesanti della tradizione popolare come questo, registrato sempre dal libro dei Proverbi: « Anello d’oro al muso di un maiale, così è una donna bella ma senza cervello » (11,22).
La bellezza, poi, ha una sua manifestazione particolare nel testo stesso delle Scritture. Esse, infatti, costituiscono un vero e proprio monumento letterario. Si hanno, così, pagine poetiche di straordinaria fragranza e intensità, come nel caso di Giobbe o del Cantico o di alcuni Salmi; si offre un arsenale di immagini e di simboli che hanno conquistato l’arte dei secoli successivi; la pagina biblica si impreziosisce di racconti di forte impatto e di parabole incantevoli come le 35 narrate da Gesù (72, se si allarga il discorso pure ai paragoni più sviluppati e alle similitudini più ampie). Perciò l’invito che viene rivolto anche a noi è quello di « cantare Dio con arte » (Salmo 47,8) perché la via pulchritudinis, la « via della bellezza » autentica, è una strada privilegiata per raggiungere il Dio della bellezza.

LE PAROLE PER CAPIRE

TRASFIGURAZIONE – Nel greco dei Vangeli l’esperienza vissuta da Gesù e dai tre apostoli testimoni sul ‘monte alto » della Galilea e comunemente detta « Trasfigurazione » èespressa col verbo metamorfoun, donde il vocabolo « metamorfosi » (Matteo 17,2; Marco 9,2). È letteralmente un « cambiare forma » che rende Gesù già simile al Risorto, glorificato e immerso nella luce, segno del divino e del mistero.TENDA – Era la tradizionale « casa » del nomade, costituita da un telo o da pelli cucite (sovente si usavano tessuti con peli di capra). La vita che si svolgeva attorno e nella tenda è spesso descritta nella Bibbia (ad esempio, Genesi 18) e questo manufatto diventa anche un simbolo del corpo e della vita umana (2 Corinzi5,1-4). La « tenda del convegno » è, invece, il santuario mobile degli Ebrei nel cammino esodico nel deserto e la sua descrizione accurata è presente in Esodo 25-30 e 35-40.

dal sito:

 http://www.novena.it/ravasi/2007/082007.htm  

 marieanges.jpg

Publié dans:CAR. GIANFRANCO RAVASI |on 16 mai, 2007 |Pas de commentaires »

di Gianfranco Ravasi. La porta di casa

dal sito on line di Avvenire, di Gianfranco Ravasi: 

12 Maggio 2007 
MATTUTINO 

la porta di casa 

 

Vorrei essere come una porta chiusa a invidia e avidità, aperta al dono e all’offerta. Una porta che allontana freddo e gelo, che protegge e fa incontrare. Una porta chiusa all’egoismo, aperta all’amore del prossimo e alla comprensione. Una porta che a te, Signore, offre una casa e agli altri amore, tempo e sicurezza.
«Ogni casa è un candelabro, dove ardono in appartata fiamma le vite». Questo bellissimo verso di una delle prime poesie (1923) dello scrittore argentino Jorge L. Borges potrebbero essere un augurio e un motto per la giornata della famiglia che oggi si celebra a Roma. Passando per le strade di una città a sera, dietro le finestre illuminate si può pensare all’amore, alle gioie, alla generosità ma anche alle fatiche, ai dolori, alle crisi che entro quelle mura si celano. Le famiglie con le loro storie sono come fiamme che riscaldano il gelo di molte solitudini.
Ma per raggiungere questo esito è necessario un impegno profondo e serio perché la famiglia non si riduca a una mera coesistenza sotto lo stesso tetto. Per descrivere questo compito ho voluto oggi proporre le belle parole che la liturgia nuziale luterana mette in bocca alla sposa come promessa nella sua missione familiare. Sono frasi limpide e da meditare perché le famiglie possano veramente sfavillare come «appartata fiamma». Al centro c’è il simbolo biblico e sociale della porta. Da un lato, essa deve chiudersi all’invidia, all’egoismo, all’avidità, altrimenti la sorgente intima dello stare insieme si inaridisce. D’altro lato, la porta deve aprirsi all’amore verso gli altri. Il calore e la luce della famiglia devono irradiarsi all’esterno nel mondo che è spesso oscuro e freddo. 

Publié dans:CAR. GIANFRANCO RAVASI |on 12 mai, 2007 |Pas de commentaires »

Di Gianfranco Ravasi – San Paolo in carne e ossa

dal sito on line del giornale « Avvenire »

BIOGRAFIE

Murphy-O’Connor propone la versione «narrativa» delle sue monumentali ricerche sull’Apostolo e sui suoi viaggi per il Mediterraneo 

San Paolo in carne e ossa 

Di Gianfranco Ravasi  

«Il vero cristianesimo, che durerà eternamente, viene dai Vangeli, non dalle epistole di Paolo. Gli scritti di Paolo sono stati, in verità, un pericolo e uno scoglio; sono stati la causa dei principali difetti della teologia cristiana. Paolo è il padre del sottile Agostino, dell’arido Tommaso d’Aquino, del tetro calvinista, del bisbetico giansenista. Gesù è, invece, il padre di tutti coloro che cercano nei sogni dell’ideale il riposo delle loro anime». Forse non lo diranno così enfaticamente come faceva Ernest Renan nel suo Saint Paul (1869), ma sono in molti a pensarla ancora in questo modo. Ben venga, allora, un libro come quello di Jerome Murphy-O’Connor, uno degli attuali maggiori studiosi dell’Apostolo, che basandosi su una sua precedente poderosa Vita di Paolo, tradotta in italiano da Paideia nel 2003, propone ora a una più vasta cerchia di lettori un ritratto del grande protagonista della Chiesa delle origini.
Definire il genere di quest’opera è facile se si ricorre al sottotitolo dell’originale inglese, ove si parla di una story. Come è noto, il termine significa, certo, anche « storia » ma non nel senso più tecnico di history, bensì in quello più generico di racconto, di ricostruzione narrativa di un personaggio o di un evento. Intendiamoci bene: questo approccio potrebbe implicitamente condurre verso un altro genere apparentato ma nettamente differente, quello del romanzo storico. Ebbene, l’autore, che è docente nella prestigiosa École Biblique di Gerusalemme, è molto attento nell’evitare questa deriva, pur distanziandosi dal saggio accademico, quale era la sua precedente biografia paolina.
Proprio perché siamo davanti a un ritratto, il profilo di Paolo risultante è vivo e diretto, non meramente ancorato al documento e alle fonti, tra le quali Murphy-O’Connor a ragione colloca in primo piano le Lettere. Sì, perché questi scritti paolini, con buona pace della « vulgata » codificata da Renan, non sono solo testi ad alta densità teorica, sono anche specchi di sentimenti e tensioni personali e hanno in filigrana l’evocazione di dati e fatti. In particolare essi riflettono il dinamismo missionario che è stata quasi l’egida dell’esistenza dell’Apostolo. Si pensi che in questo libro si ricostruiscono almeno quarantadue itinerari seguiti da Paolo, partendo da quello che condusse i suoi genitori da Giscala, il loro paese galileo, a Tarso, capitale della Cilicia, ove egli nacque quando i suoi genitori erano ormai liberti e quindi in grado di trasmettergli la cittadinanza romana.
Questa trama comprende anche ricostruzioni ipotetiche, come quella del viaggio in Spagna, programmato in Romani 15, 24, ma del quale non si hanno altre attestazioni. Tuttavia la rete dei percorsi non è disegnata come in una mappa topografica, bensì in una documentata e avvincente narrazione, resa possibile non attraverso la fantasia dell’autore che racconta « in soggettiva » (come si usa dire nel linguaggio televisivo), cadendo così nel romanzo storico, bensì dando reviviscenza a tutto ciò che è attestato a livello storico e culturale. Infatti, noi sappiamo, ad esempio, dalle testimonianze letterarie antiche come si svolgeva allora un viaggio per terra o in navigazione, come si trascorreva una notte in locanda, come si snodava la vita quotidiana, mentre l’archeologia ci permette di ricomporre il profilo di una città antica (si pensi solo al fascino che ancor oggi produce Efeso coi suoi monumenti rimessi in luce).
È per questo che Murphy-O’Connor tiene davanti a sé il Barrington Atlas of the Greek and Roman World, pubblicato nel 2000 dall’università americana di Princeton: là c’è la possibilità di seguire le strade romane, si possono calcolare le distanze reali di allora tra l’una e l’altra meta, c’è dunque lo schema esteriore di un’esistenza che aveva, però, un turgore interiore la cui ricomposizione è possibile solo attraverso il ritorno a quelle Lettere da cui si deve sempre partire e, naturalmente, anche a quel racconto degli Atti degli apostoli, il secondo scritto lucano da vagliare con finezza critica. Dodici sono le tappe dell’itinerario biografico e interiore proposto in quest’opera, dai primi anni e dalla conversione fino all’addio nei confronti dell’Oriente e l’avvio a Roma per quell’ultimo periodo, destinato a sfociare nella sentenza capitale, un dato da ricostruire fuori del perimetro documentario neotestamentario e che il nostro autore colloca nel 67 (sempre secondo la sua ricerca, Paolo avrebbe avuto allora 73 anni).
Naturalmente sono molti i dati offerti in questo ritratto biografico attraente: un esempio per tutti, l’assegnazione della Seconda Lettera a Timoteo al tempo della prigione romana e quindi alle soglie della morte dell’Apostolo. I fondali sono campiti con pennellate vivaci, eppure nessun tratto è frutto di mera fantasia. Il cuore e la mente di Paolo appaiono in azione e si intuiscono pure i motori segreti che li fanno agire, ossia Cristo col suo messaggio ma anche la teologia biblica e giudaica. Si compie, così, il progetto di questo esegeta che ha voluto – come egli stesso confessa – dare carne e vita a quel volto, proprio perché cadano gli equivoci sulla sua figura ed essa torni a parlare all’uomo di oggi. Un po’ come aveva sognato di fare Pasolini con la sua sceneggiatura incompiuta per il film San Paolo, mai realizzato. La sua idea, infatti, era quella di trasporre la vicenda dell’Apostolo ai nostri giorni, sostituendo le antiche capitali del potere e della cultura con New York, Londra, Parigi, Roma,
la Germania, perché – scriveva – «Paolo è qui, oggi, tra noi con la semplice forza del suo messaggio».

Jerome Murphy-O’Connor
PAOLO

Publié dans:CAR. GIANFRANCO RAVASI |on 6 mai, 2007 |Pas de commentaires »

di Gianfranco Ravasi: il presente

dal sito on line di « Avvenire »

 dal « Mattutino di Gianfranco Ravasi »:

 

22 Aprile 2007  

il presente 

 

Forse solo in paradiso l’umanità vivrà finalmente per il presente; finora, infatti, è sempre vissuta d’avvenire.
Una parabola ebraica racconta che un giorno Dio mandò l’angelo Gabriele sulla terra a offrire almeno a un uomo il dono puro della felicità. L’angelo, però, ritornò stringendosi ancora tra le mani quel regalo e a Dio che chiedeva spiegazioni replicò: «Ho trovato che tutti gli uomini  non avevano tempo di ascoltarmi perché avevano tutti un piede nel passato e uno nel futuro; nessuno badava al presente». Qualcosa del genere suggerisce anche il grande scrittore Anton Cechov in un appunto dei suoi diari, quello che abbiamo proposto per questa nostra riflessione. Effettivamente se osserviamo il nostro stesso comportamento, è raro il caso in cui ci fermiamo a gustare il presente, anche perché – come già notava s. Agostino – esso subito ci sfugge di mano.
Siamo, dunque, sospesi tra la nostalgia o il rimpianto per il passato e l’attesa di un futuro desiderato come migliore. Si genera, così, una sorta di alienazione che è fatta di scontentezza, di insoddisfazione, di delusione permanente. Cechov giustamente osserva che sarà proprio l’eternità del paradiso, « puntuale » nella sua pienezza, senza un prima o un poi ma perfetta nell’attimo (si ricordi il desiderio dell’istante pieno, bello e infinito che pervade l’anima del Faust di Goethe) a strapparci dalle illusioni e a immergerci nella gioia del presente. Ma già ora – forse proprio in questa domenica – potremmo fermarci per prendere in mano la nostra realtà attuale che è già sintesi di ciò che siamo stati e che contiene in germe ciò che saremo. È questa la vita reale, è ciò che siamo. 

 

Publié dans:CAR. GIANFRANCO RAVASI |on 29 avril, 2007 |Pas de commentaires »

di Gianfranco Ravasi: « noi »

da Avvenire on line, di Gianfranco Ravasi « Il Mattutino »:

17Aprile 2007 

noi

Noi: è la solitudine che se ne va. Noi: è la tristezza che diventa felicità. Noi: sono le tue mani che cercano le mie. Noi: è essere insieme anche quando sono solo. Oggi, domani e ancora quando dirò «Noi», parlerò sempre di te.
Invitato a cena in casa di una coppia di cui ho celebrato anni fa le nozze, sento echeggiare nel salotto una voce che canta, anche se tenuta in sordina. Non mi è del tutto nuova e il marito mi spiega che è una canzone di Gino Paoli. Un po’ distrattamente ascolto le parole che leggo poi sul testo che accompagna il cd. Ecco, c’è quel pronome importante, usato e abusato, « noi »: enfatico, quando è impiegato per darsi un contegno coinvolgendo gli altri nel nostro pensiero, suggestivo quando indica una vera amicizia o un amore che non ti fa più dire « io » perché la tua vita è unita a quella dell’altro, in una comunione e intimità di affetti,  di scelte, di ideali.
Ha ragione Gino Paoli: se puoi dire con sincerità «noi», avendo accanto un’altra persona a cui vuoi bene, la solitudine se ne va, la tristezza svapora, le mani si stringono, l’isolamento cessa e la vita s’illumina. Aveva ragione anche Qohelet, sapiente biblico, quando ammoniva: «Guai a chi è solo: se cade, nessuno lo rialzerà; se dorme da solo, nessuno lo riscalderà; se è aggredito, nessuno lo aiuterà a resistere» (4, 10-12). Purtroppo molti non possono dire questo pronome perché, anche se convivono con un’altra persona sotto lo stesso tetto, non sono un « noi » ma due « io », soltanto accostati. E lo scrittore russo-americano Vladimir Nabokov giustamente diceva che «la solitudine è il campo da gioco di Satana».

Publié dans:CAR. GIANFRANCO RAVASI |on 22 avril, 2007 |Pas de commentaires »

di Gianfranco Ravasi su: i discepoli di Emmaus

L’articolo è di Gianfranco Ravasi, mi sembra del 2000, sono riuscita a prenderlo anche se era stato cancellato da internet (cioè la pagina non esisteva più ma compariva e poi si chiudeva internet) comunque ce l’ho fatta, perché Ravasi mi piace, dal sito, doveva essere “Novena.it”:

 

Nel 1623 un grande musicista tedesco, Heinrich Schùtz, compose uno stupendo oratorio intitolato
Storia della risurrezione (op. 3). Alla partitura egli aggiunse un post-scriptum di poche ma intense righe: «Signore Gesù Cristo, tu mi hai concesso di cantare la tua risurrezione su questa terra. Nel giorno del tuo giudizio, Signore, richiamami dalla mia tomba e, in cielo, il mio canto, mescolato a quello dei serafini, ti renderà grazie in eterno!». La narrazione evangelica della Pasqua di Cristo, pur nella sua estrema sobrietà, ha una potenza di speranza da aver mosso tanti cuori, in particolare quelli di coloro che hanno voluto riproporre la loro fede attraverso la bellezza dell’arte. Si pensi solo all’indimenticabile cascata di alleluia del Messia di Hàndel (1742). Ci fermiamo ora su una delle pagine più affascinanti del Vangelo di Luca: i discepoli di Emmaus (24,13-35).
La cornice cronologica è proprio quella del giorno di Pasqua. Due discepoli stanno camminando sulla strada che da Gerusalemme conduce a un non meglio identificabile villaggio di Emmaus. Il Cristo della gloria pasquale non è riconoscibile coi sensi soltanto: è necessaria una via superiore di conoscenza. Due sono le tappe di questo processo di fede: prima l’ascolto delle Scritture spiegate da Cristo in chiave cristiana; poi lo “spezzare il pane” che, nel linguaggio neotestamentario, allude all’eucaristia. In questi termini abbiamo già ciò che ogni domenica facciamo all’interno delle chiese, ascoltando la Parola di Dio e accostandoci alla mensa del Signore.
Nell’ascolto della Parola «il cuore arde nel petto»; allo spezzare del pane «gli occhi si aprono e lo riconoscono». Ma c’è anche quell’indimenticabile implorazione finale: «Rimani con noi perché si fa sera e il giorno sta ormai declinando!». Lasciamo la parola al grande scrittore francese, Francois Mauriac (1885-1970), e alla sua Vita di Gesù (1936): «A chi di noi, dunque, la casa di Emmaus non è familiare? Chi non ha camminato su quella strada, una sera che tutto pareva perduto? Il Cristo era morto in noi. Ce l’avevano preso il mondo, i filosofi e gli scienziati, nostra passione. Non esisteva più nessun Gesù per noi sulla terra. Seguivamo una strada, e qualcuno ci veniva a lato. Eravamo soli e non soli. Era la sera. Ecco una porta aperta, l’oscurità d’una sala ove la fiamma del caminetto non rischiara che il suolo e fa tremolare delle ombre. O pane spezzato! O porzione del pane consumata malgrado tanta miseria! Rimani con noi, perché il giorno declina…! Il giorno declina, la vita finisce. L’infanzia sembra più lontana che il principio del mondo, e della giovinezza perduta non sentiamo più altro che l’ultimo mormorio degli alberi morti nel parco irriconoscibile…».
Cristo, presenza ineludibile, è «con noi sino alla fine del mondo» (Matteo 28,20). Il celebre scrittore Kafka all’amico Gustav Janouch che lo interrogava su Cristo aveva risposto: «Questo è un abisso di luce. Bisogna chiudere gli occhi per non precipitare». 

Publié dans:CAR. GIANFRANCO RAVASI |on 11 avril, 2007 |Pas de commentaires »
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