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I LUOGHI BIBLICI FONDAMENTALI: IL DESERTO E GESÙ

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I LUOGHI BIBLICI FONDAMENTALI: IL DESERTO E GESÙ

Martino Signoretto

«Dal deserto le cose si vedono meglio,
con proporzioni più eterne»
(Carlo Carretto)

Israele si è formato come popolo di Dio nel e attraverso il deserto. Con ciò si può affermare che il deserto fa parte dell’imprinting di questo popolo[1]. I profeti non mancano di richiamare il tempo e lo spazio del deserto, per fare memoria dell’origine di una identità[2], dentro la quale è custodita una certa immagine di Dio. Il deserto fa parte anche dell’iniziazione di Gesù e comporta anche per lui un imprinting, essendo situato subito dopo il battesimo, prima della sua uscita alla vita pubblica.
A differenza del Sinai e del Neghev, Gesù frequenta un deserto diverso, più piccolo, il deserto di Giuda. A differenza dei quarant’anni del popolo, Gesù vi trascorre quaranta giorni. Cambia il nome, la collocazione geografica e il tempo, ma l’esperienza è sempre quella del deserto.
Il deserto è pure luogo di connessione tra l’Antico e il Nuovo Testamento, tra l’ultimo dei profeti, Giovanni il Battista, e Gesù, colui che inaugura il nuovo regno. Giovanni vive nel deserto di Giudea (Mt 3,1) e interpreta quella «voce che grida nel deserto», di cui parla Is 40,3. Isaia e il Battista non fanno riferimento al medesimo deserto, ma questo non fa problema per coloro che ascoltano il compimento dell’oracolo isaiano. Anzi, nei sinottici solo in Mt 3,1 si esplicita il nome del deserto, in tutte le altre citazioni sia Giovanni sia Gesù frequentano semplicemente «il deserto», riportato con l’articolo (Mt 4,1; Lc 3,2), senza nominare di quale deserto si tratti. All’autore interessa questo luogo per il suo significato.
Non manca il deserto anche nella predicazione di Gesù. Il breve inciso di Mt 24, 23-26, lascia pensare come vi erano aspettative messianiche che immaginavano che la salvezza sarebbe apparsa nel deserto. Il quarto evangelista, pur non riportando come nei sinottici l’episodio iniziale di Gesù nel deserto[3], accenna al tema in alcuni discorsi di Gesù: il serpente di bronzo in Gv 3,14; la manna in Gv 6,31.49. Il riferimento all’«acqua viva» nell’incontro con la samaritana in Gv 4 e Gv 7,38 può avere come sfondo l’episodio dell’acqua scaturita dalla roccia di Es 17.

1. Il deserto e il suo ecosistema
Due sono i grandi deserti in Israele/Palestina: a sud da Bersabea a Eilat si diparte il deserto del Negev, mentre dalla sponda ovest del Mar Morto fino al confine con la Samaria, si estende il deserto di Giuda. Si differenziano solo in ampiezza. Sono fondamentalmente rocciosi, alternano monti e colline con gli wadi, insenature torrenziali a volte alimentate da qualche rara sorgente che crea piccole oasi, ma sopratutto strade naturali, ideali anche per la pastorizia[4]. Questo comporta di trovare sempre delle piante, che crescono anche in luoghi improbabili. In alcuni casi segnalano dove l’acqua si accumula in vasche sotterranee dopo le rare ma potenti piogge invernali. Come dice Dt 11,11, la terra di Israele «beve l’acqua dalla pioggia che viene dal cielo» (cf. Sal 104,13).
Forse non riusciremmo a immaginare abbastanza come questa differenza con i grandi imperi di Egitto e Mesopotamia, alimentati dall’acqua tutto l’anno, sia alla base di una certa spiritualità biblica, una spiritualità dell’affidamento, fidarsi di colui «che fa piovere» (Mt 5,45). Il rapporto con madre terra pone sempre le prime regole della fede.
Quello del Neghev e della Giudea sono deserti popolati da animali. Ci sono animali diurni, fondamentalmente erbivori, e animali notturni, spesso predatori, cantati e contemplati con una certa precisione nel Salmo 104 (confronta Sal 104,11.17-18 e Sal 104,20-23).
L’insieme di questi fattori produce un ecosistema complesso, proprio perché l’acqua non manca del tutto. La vita in questi deserti «trionfa» sulla morte, ma in modo preferibilmente nascosto e umile.
Queste sono alcune delle indicazioni per comprendere come anche l’esperienza di questo deserto abbia influito sulla rappresentazione che Israele aveva della propria fede[5].

2. Il deserto del re Davide
Gli episodi più salienti legati al deserto sono quelli del popolo di Israele narrati in Esodo e Numeri. Anche il re Davide ha fatto l’esperienza del deserto. Il re prima di essere proclamato tale ha dovuto conoscere l’esperienza dell’«esilio» nel deserto, inseguito dal re Saul (cf. 1Sam 23,14). Una volta proclamato re di tutto Israele, non poté sfuggire a un ulteriore «esilio» nel deserto. Dopo alcuni anni di regno, uno dei suoi figli, Assalonne, usurpò il suo trono. Davide fu costretto ad andarsene, lasciando Gerusalemme per inoltrarsi nel deserto. 1Sam 15,23.30 riporta questo momento difficile:
Tutti piangevano ad alta voce, mentre tutto il popolo sfilava. Il re stava in piedi nella valle del Cedron, mentre tutto il popolo passava davanti a lui, diretto verso il deserto. […] Davide saliva l’erta degli Ulivi; saliva piangendo, a capo coperto, e procedeva scalzo. Tutto il popolo che era con lui si coprì il capo e salì piangendo continuamente (1Sam 15,23.30).
Chi è stato a Gerusalemme conosce il Cedron che separa la città dal Monte degli Ulivi, rivolto a oriente in direzione del deserto. Leggendo il testo di Samuele si può immaginare la scena: il re Davide che piange mentre lascia Gerusalemme e «ritorna» al deserto. Dopo mille anni circa, Gesù provenendo dalla strada del deserto, da Gerico, scendendo dal Monte del gli Ulivi, piangerà sulla città santa (Lc 19,41-44).
Questi e altri episodi contribuiscono ad arricchire di significati il Monte degli Ulivi, a motivo della sua collocazione geografica e biblica. Questo monte, infatti, costituisce un punto di passaggio necessario, tra il deserto e la città. La geografia del monte ha alimentato lungo i secoli una visione teologica: è il monte dei pianti[6]; un confine naturale tra la città e il deserto, ma anche il luogo escatologico di passaggio tra cielo e terra, sul quale il messia poserà i suoi piedi secondo Zac 14,4[7]; luogo significativo anche per le sue tombe; un monte molto caro a Gesù.

3. Il deserto: «luogo di passaggio» e «luogo della prova»
Il deserto è considerato un luogo di prova e tentazione (in greco la parola è la medesima, peirasmos). Così è stato per il popolo di Israele (Dt 8,1-5), così è stato per Gesù (Mt 4,1-11 e Lc 1-13). Mentre il primo ha ceduto, incrementando gli interventi di Dio per perdonarlo ed educarlo, il secondo ha superato le prove, uscendone «vincitore». Leggendo Mstteo e Luca, le prove sono tre: a) trasformare le pietre in pane; b) gettarsi dal precipizio, assicurati dagli angeli, e così dare spettacolo; c) prostrarsi a Satana per avere gloria e potere. Tali prove sono legate agli appetiti fondamentali della vita, riassumibili in tre verbi: avere (a); valere (b); potere (c). Da un punto di vista giudaico sembrano pure legate ai tre elementi presenti nella preghiera dello Shemà Israel di Dt 6,4-9: «Con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze», come anche ai tre riti di pietà, l’elemosina, il digiuno e la preghiera[8]. Secondo la prospettiva giudaica, allora, alle tre prove corrispondono tre atteggiamenti e comportamenti opposti. Gesù nel deserto, con il suo digiuno e la sua preghiera, ha dunque amato Dio con tutto il cuore, l’anima e le forze.
La tradizione ha voluto fissare un luogo per poter ricordare questo episodio. Si tratta della «Laura di Duka» presso il Monte della Quarantena, il monte che sovrasta la città di Gerico, a ricordo dei quaranta giorni di Gesù nel deserto[9]. Attualmente si vede il monastero ortodosso del 1895, ma la tradizione è antica, legata alla figura di San Caritone.
I quaranta giorni o i quarant’anni di deserto sono «luogo e momento di passaggio». Si tratta di uno spazio e un tempo per crescere, imparare dai propri errori nel caso di Israele, o verificare la bontà del «profeta», di quanto sia veramente un inviato di Dio, nel caso di Gesù.
Le tentazioni del deserto sono lì a dire una situazione permanente, un’esposizione alle prove della vita che il Figlio di Dio affronterà fino alla croce. Luca accenna in modo più esplicito questo aspetto (cf. Lc 4,13 con 19,35-37). Di fatto tutta la vita di Gesù è esposta alla tentazione, è una prova. Ad esempio, in Gv 6,15 Gesù evita che lo proclamino re. Non esiste una prova definitiva, in quanto tutta una vita è messa alla prova[10].

4. Il deserto: «luogo di ospitalità»
La versione di Marco di Gesù nel deserto è concisa, perché non riporta le tre prove:
E subito lo Spirito lo sospinse nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano (Mc 1,12-13).
Il termine «deserto» compare due volte con l’articolo. L’evangelista annta che Gesù «stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano». Anche Matteo accenna agli angeli, alla conclusione delle tre tentazioni (Mt 4,11), ma in Marco è più esplicito il riferimento a una tradizione apocrifa che precedeva l’epoca neotestamentaria. Secondo tale tradizione Adamo e Eva vivevano in pace con gli animali, anche quelli diventati feroci, ed erano serviti dagli angeli[11] e Adamo entrò a prendere parte dell’Eden dopo quaranta giorni[12].
Il deserto è luogo e tempo di passaggio, ma Marco sembra sottolineare anche il fatto che si tratti di un luogo di vita, di compimento escatologico, dove Gesù, nuovo Adamo, compie le promesse messianiche di Isaia a riguardo del rapporto con la natura (Is 35,1-2) e gli animali (Is 11,6-8)[13].
L’Antico Testamento parla di un deserto fiorito, partendo dall’esperienza concreta tutt’oggi sperimentabile di vedere i deserti di Israele trionfare di verde e di fiori a seguito delle rare piogge torrenziali. Tale prodigio non manca di suggerire un richiamo al giardino terrestre (Is 51,3), soprattutto per un profeta come Isaia che ha nutrito di questa esperienza molti dei suoi oracoli di speranza:
Si rallegrino il deserto e la terra arida, esulti e fiorisca la steppa. Come fiore di narciso fiorisca; sì, canti con gioia e con giubilo. Le è data la gloria del Libano, lo splendore del Carmelo e di Saron. Essi vedranno la gloria del Signore, la magnificenza del nostro Dio (Is 35,1-2).
Il deserto non è richiamato per esprimere un nuovo esodo, quanto un giardino, un nuovo Eden. Isaia nei suoi oracoli include la terra arida: fa entrare nell’idea di terra promessa un deserto fiorito, ospitale, vivibile, gioioso e bello, pensato come dono. Nel rapporto tra deserto ed giardino (Eden), l’evangelista Marco sembra più di altri lasciare intendere una prospettiva futura, anticipa con un segno messianico a cosa si è destinati, a cosa puntare, dove si è diretti, senza bisogno di spostarsi. Is 11,6-8 profetizza come anche animali feroci partecipino di questa pace:
Il lupo dimorerà insieme con l’agnello; il leopardo si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un piccolo fanciullo li guiderà. La mucca e l’orsa pascoleranno insieme; i loro piccoli si sdraieranno insieme. Il leone si ciberà di paglia, come il bue. Il lattante si trastullerà sulla buca della vipera; il bambino metterà la mano nel covo del serpente velenoso (Is 11,6-8).
A ciò possiamo aggiungere anche Is 43,20 e 65,25. L’immagine diventa suggestiva di un ritorno alla dimensione primordiale, ma anche di un desiderio di pace dove non si versi più sangue (Gen 9,1-6), dove il rapporto con la natura non comporti più paura, minaccia, fatica per la sopravvivenza. Nella tradizione apocrifa, dopo la caduta si afferma esplicitamente che Adamo ed Eva erano condannati anche ad avere gli animali come nemici[14]. L’espressione «stava/era con le fiere», con l’imperfetto del verbo essere in senso continuativo, diventa l’eco di tutto mondo nuovo di relazioni guarite, rinnovate, salvate: un mondo di pace totale.
A distanza di secoli il deserto di Giuda ha ospitato centinaia di monaci. Come afferma Pia Compagnoni «il deserto di Giuda è fiorito, infatti, poiché si è popolato di migliaia di creature assetate di Dio»[15]. Caritone, Eutimio, Teodosio e Saba sono solo alcuni dei principali monaci anacoreti che dal IV al VI secolo hanno scelto di stare presso gli wadi del deserto, fondare laure, accogliere pellegrini, dedicarsi all’ascesi e alla preghiera, condividere le loro esperienze, accogliere e accompagnarli nella vita spirituale.

5. Dalla «terra promessa» alla «promessa della terra»
Questo passaggio comporta anche una rivisitazione geografica del significato della «terra promessa» (Eb 11,9), in funzione di una visione escatologica. La terra promessa non è da immaginare un luogo esclusivo ed escludente, se, da un punto di vista geografico, è profetizzata una meta dove trovano spazio anche luoghi inospitali come i deserti. Nella «promessa della terra» emerge la possibilità di ospitalità anche là dove non sembra possibile, perché si annunci una terra nuova, ospitale, cristologicamente orientata. Nella sola «terra promessa» il rischio è che i confini marchino in modo deleterio chi occupa lo spazio della salvezza e chi no[16].
L’immagine geografica favorisce l’interpretazione biblica che ha come sfondo l’Antico Testamento. Gesù è anche un «nuovo Giosuè», che completa il percorso del popolo presso le steppe di Moab, in attesa di entrare nella terra[17]. Il fiume Giordano fa da confine tra il tempo del Pentateuco, che è tempo e spazio di «attesa della terra», e i libri storici, tempo e spazio in cui si «vive sulla terra», perché si compie del tutto la promessa di Abramo (Gen 12,1-4).
Come Giosuè, anche Gesù sale dal Giordano, entra nella terra, sceglie la «Galilea delle Genti» (Is 8,22) e inizia il suo ministero con queste parole: «il regno di Dio è vicino» (Mc 1,15; Lc 4,43).
Il popolo aveva più volte conquistato e poi persa la terra. Il regno divenne un sogno. Il popolo era segnato da questa tensione, tra deserto e città, tra desertificazione e abitazione. Gesù allora interrompe questo ciclo terribile, da cui non si esce, proprio perché non è più necessario uscire definitivamente dal deserto: il deserto può fiorire.

6. Gesù e i suoi deserti
Gesù lascia l’aerea desertica della Giudea, ma il deserto stesso «viaggia» con Gesù per le strade di Galilea. L’episodio iniziale è paradigmatico anche per la sua valenza geografica. Il deserto, infatti, caratterizzerà l’operato di Gesù anche altrove.
Gesù inizia la sua vita pubblica, si fa vivo presso i villaggi di Galilea, in particolare si stabilisce a Cafarnao (Mt 4,13 e 9,1). Questa immersione nella vita pubblica non impedisce a Gesù di appartarsi, di scegliersi degli «eremi» ed è proprio il termine eremos «deserto», utilizzato con la parola topos «luogo», che ritorna spesso per segnalare il momento in cui Gesù si ritira (Mt 14,13; Mc 1,35.45; 6,31; Lc 4,42; 5,16).
Se c’è una discontinuità geografica, di fatto incontriamo una forma di continuità terminologica dietro cui leggere un legame tra l’esperienza di Gesù nel deserto di Giuda e le scelte successive di ritirarsi in «luoghi deserti». Nel suo stile itinerante, Gesù ama isolarsi a tempo opportuno, ama non farsi trovare immediatamente. Nel versetto finale del primo capitolo di Marco sembra di sentire l’eco di qualcosa che capitava al Battista quando era nel deserto:
Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti (eremois topois); e venivano a lui da ogni parte (Mc 1,45).
È curioso pensare che Girolamo chiama solitudo[18] una sommità situata proprio nella zona di Tabgha, la zona delle sette sorgenti, la più frequentata da Gesù e ricca di riferimenti neotestamentari, nell’area di Cafarnao. È sulle montagne di questo lato del lago che Gesù amava ritirarsi (Mc 1,35; 6,46).
Anche Egeria descrive la medesima zona a nord ovest del lago e parla di «un monte alto sul quale il Signore spiegò ai discepoli le beatitudini e che è chiamato Eremus»[19]. L’altura davanti alla chiesa del Primato presso Tabga presenta una piccola grotta a pochi metri dai resti bizantini, abbandonati, memoria del luogo della proclamazione delle beatitudini, attualmente spostato sulla cima del monte, certamente più suggestivo per i turisti. Tale grotta, per quanto abbia solo qualche legame con la tradizione[20], è utile per comprendere la geografia del lago, per immaginare come Gesù si sceglieva gli eremoi topoi «luoghi deserti/solitari» (Mc 1,45), veri e propri osservatori sul mondo, appartati ma non isolati da una realtà che lo circondava e lo interrogava.
Dalle alture di Tabgha si contempla il lago: si vedevano alcuni porti, non ultimo quello di Cafarnao, sulla destra sono visibili Tiberiade e Magdala (Tarichea), i Corni di Hattin dove giungeva Wadi Hamam/Arbel, quindi una strada importante proveniente da Nazaret; di fronte, a Est, vi era la sponda pagana, dove si colloca l’episodio di Gerasa (Kursi) e primeggia la città di Sushita (Hyppos), collocata sul monte, città della Decapoli.
Il deserto dunque accompagna tutta la vita di Gesù. Egli sceglieva di ritirarsi, apprezzando una geografia della terra che permetteva di godere di spazi di solitudine fuori dai villaggi. Era quello un tempo e uno spazio privilegiato per consultarsi con il Padre celeste, uno spazio e un tempo in relazione con i villaggi e le strade, quindi con la gente.
Vi è un gioco di parole che amano fare i rabbini tra i termini ebraici dabar, «parola», e midbar, «deserto». Etimologicamente il termine affonda le sue origini nell’ugaritico, ma viene interpretato anche come nome composto mi + dabar, dove il mi- privativo permette di interpretare midbar con il significato di «assenza di parola». In effetti nel deserto la parola è assente, vige il silenzio, diventando un luogo ideale per educare alla ricerca del senso ultimo di ogni cosa, per comprendere cioè che «non di solo pane vive l’uomo» (Mt 4,4). Il popolo, allora, ha veramente bisogno di essere condotto nel deserto, così Gesù ve lo porta e lo sfama: è la condivisione dei pani che troviamo in Mc 6,31-44 (cf. Mt 14,13-23). L’espressione eremos topos, «luogo deserto/solitario» si ripete per tre volte (vv. 31, 32 e 35). In Mc 6,40 la folla è suddivisa per cinquanta e cento richiamando Es 18,21.25.
Gesù nutre della sua manna il popolo, Gesù è parola che sazia la fame e la sete del deserto. Il deserto educa il cammino, la sete e la fame, cioè al rapporto tra sete e fede, tra desiderio e fede, tra la ricerca del senso e la possibilità di trovarlo proprio là dove sembra assente. Gesù ci guarisce dalla paura del deserto ma anche dalla ricerca di un deserto per soli scopi ascetici, per una fuga dal mondo. Abitandolo, anticipa proprio nel luogo più inospitale, la definitiva ospitalità che nei cieli ci attende.

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Publié dans:DESERTO (IL), GEOGRAFIA BIBLICA |on 29 janvier, 2018 |Pas de commentaires »

I BABILONESI

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I BABILONESI

La civiltà babilonese lega le proprie origini ed il proprio splendore alla città di Babilonia, che letteralmente significa « porta del Dio », sulla cui fondazione aleggiano svariate ipotesi, secondo quanto ci hanno tramandato le fonti storiche più accreditate: Erodoto, Diodoro Siculo, Strabone, Flavio, Berosso, vari libri della Bibbia e testi cuneiformi babilonesi. La città di Babilonia è citata già intorno al 1500 a.C., quando nell’area mesopotamica gli ittiti fecero la loro prima comparsa. Una delle ipotesi fa risalire la fondazione della città ad un’ignota regina Nitocris. Un’altra vuole che la regina Semiramide, illuminata consorte del re Nino, primo re assiro, verso il 900 a.C., abbia fatto erigere o ampliare ed abbellire questa città, bagnata dall’Eufrate, per offuscare in parte il prestigio del marito. Il primo re di Babilonia citato dalle fonti è Nabonassar, vissuto tra il 747 a.C. ed il 734 a.C., che poi ha dovuto lasciare il posto all’egemonia assira, iniziata con il re Tiglat Pileser III, che mosse guerra anche contro i caldei. Il nome della città è comunque legato al grande re Nabucodonosor II, ispiratore tra l’altro del Nabucco di Giuseppe Verdi, che ha regnato dal 605 a.C. al 562 a.C.. La Mesopotamia, per la sua fertilità, ricchezza di prodotti e abbondanza di acque, è stata sempre una terra che ha attratto varie popolazioni. Lungo il corso del Tigri e dell’Eufrate hanno prosperato diverse civiltà, portando cultura e scienza in questa regione. Già intorno al 3600 a.C., risiedeva una popolazione, conosciuta come « gente di Obeid », pacifica e abbastanza progredita. Successivamente nel 3500 a.C., dall’Asia centrale migrarono i Sumeri, occupando la parte meridionale della Mesopotamia. Mentre questi si stabiliscono a ridosso della zona costiera del Golfo Persico, fondando una città sacra come Nippur, lungo il mare, in una regione paludosa, che prenderà il nome di Caldea, si stabiliranno i Caldei, originari delle regioni del Sinai o dall’Arabia e grandi conoscitori della magia. E’ dimostrato che questo popolo ebbe rapporti molto stretti con gli egizi, i quali appresero arti esoteriche, scienze astronomiche e modelli religiosi. In questo periodo viene fondata la grande e splendida città di Ur dei Caldei, ricca dei famosi Zikurrat, da cui sembra sia originario Abramo. Entrambi i popoli portarono conoscenze astrologiche, matematiche ed un protosistema legislativo. Trasmettono ai loro successori mesopotamici una profonda tradizione religiosa che sarà ripresa dai babilonesi. Ad est della Caldea, invece, c’è il territorio dell’Elam con capitale Susa, il cui popolo sarà sempre in lotta con gli assiri e diventerà alleato dei babilonesi. Essi gestiranno il controllo della Persia sud-occidentale per diverso tempo e saranno protagonisti della storia babilonese. Dunque, la bassa mesopotamia si compone della Caldea a sud, lungo il mare sul Golfo Persico; dell’Elam, ad est; del Sumer, a nord della Caldea, tra le città di Ur e Nippur. Più a sud, proprio sulla costa a ridosso della Caldea, nella parte meridionale dell’attuale Kuwait viene fondato il Paese del Mare, il cui popolo è di origine araba. In questo contesto, a nord di Sumer, si inserisce una popolazione di origine semita, il cui re, Sargon (da cui Sargonidi o Accadi), fondò la città di Accad che acquisì più importanza di Ur. I sargonidi effettuarono delle scorrerie anche in Anatolia ed in Iran, distruggendo alcune città protoittite e protoiraniche. Questa civiltà sopravviverà nel « regno di Akkad », da cui, in effetti, avrà origine il popolo babilonese. Tra il 2300 ed il 2000 a.C. gli Amorrei provenirono dalla regione impervia del Sinai verso la Mesopotamia, sconfiggendo i sargonidi e dando i natali ad Hammurabi, famoso per le tavole delle leggi, dalla cui dinastia proverranno i fondatori di Babilonia. Questa popolazione si stabilirà nella mesopotamia occidentale a sud della Siria. Da questa civiltà derivò anche quella degli Aramei, che si insediarono prevalentemente nel regno di Giuda. E’ a loro che si deve l’origine della lingua aramaica, diffusa presso tutti i popoli semiti. Successivamente, a nord di questa regione, si insediò il popolo dei Mitanni, di cui si ricorda il re Tushratta che aveva contatti con i regnanti egiziani ed ittiti. Questo popolo trae origine dagli Hurriti, provenienti dalle regioni caucasiche che avevano come centro principale la città di Urartu, che diede origine al regno di Urartu, corrispondente all’attuale Armenia. Gli urarti conobbero un periodo di dominazione della regione corrispondente al nord dell’Iran e conservarono sempre una propria indipendenza, favoriti anche dalla conformazione geografica del territorio, ricco di montagne e vallate fertili. Intorno al 1700 a.C. gli hurriti sottomisero un po’ tutta la mesopotamia ed invasero anche il regno anatolico degli Ittiti. Dagli hurriti hanno avuto probabilmente origine gli Hyksos, popolazione che conquistò l’Egitto e sotto la quale gli ebrei si trasferirono sul delta del Nilo. Le fonti storiche ci raccontano del popolo dei Cassiti, di origine asiatica, provenienti dalle montagne nord-iraniche e paragonabili ai barbari di età romana, che intorno al 1700 a.C. si stabilirono approssimativamente nell’area corrispondente all’Assiria e al nord di Babilonia, ingaggiando diverse lotte con il grande Hammurabi. Essi ebbero anche un periodo di dominazione nella regione babilonese, detto « dinastie di età cassita », che andò dal 1530 a.C. al 1080 a.C. ed ebbe come re: Agumkakrime, Karaindas, Kurigalzu I e II, Burnaburias II. Tale popolo venne sconfitto dagli elamiti, che, in segno di vittoria, portarono la statua del dio Marduk da Babilonia a Susa. Successivamente saranno gli assiri a riprendere il potere nella regione ed a riportare il dio babilonese nella sua dimora abituale. Intorno all’anno 1500 a.C., saranno gli Ittiti a controllare la parte nord-occidentale della mesopotamia, conquistando il regno dei mitanni ed ingaggiando una lotta contro gli assiri, nella quale cercarono di coinvolgere anche i babilonesi. Rimangono comunque in vita diverse tribù caldee, che delimiteranno il territorio della Caldea: Bit – Amukani, Bit – Dakkuri, Bit – Jakin, Bit – Sha’alla, Bit – Shilani, Larak. Il termine Bit sta ad indicare l’espressione « gente di… ». Queste tribù, che erano governate dagli sceicchi e che non hanno avuto mai uno spirito unitario, troveranno il loro rappresentante in Merodach Baladan, eroe e re caldeo, che muoverà più volte guerra all’Assiria tra il 721 a.C. ed il 703 a.C., contribuendo alla nascita della civiltà babilonese. La regione mesopotamica è chiusa al nord dal regno caucasico, con capitale Urartu, abitato da popolazioni di origine scita. Ad est della mesopotamia si erge la Media, con capitale Ectabana, la quale manterrà un’indipendenza dal 728 a.C. al 550 a.C.. Essa, alleandosi con Babilonia, segnerà la fine del regno assiro. Da controllore della Persia, passerà a controllata. Tra il regno di Akkad e quello dell’Urartu-Arameo, nell’884 a.C., fiorisce la civiltà assira, che tramonterà verso il 609 a.C.. Tale cultura, basata sull’imperialismo, sulla conquista e sulle arti belliche, troverà il suo fondatore in Assurnasirpal II e vivrà il suo splendore dal 722 a.C. al 627 a.C., sotto diversi re: Sargon II, Sennacherib, Asarhaddon, Assurbanipal. Questi contribuiranno alla formazione dell’impero assiro, comprendente: Fenicia, Egitto, Israele, regno di Akkad, Aramei, paese del mare e regno di Babilonia. L’Elam e la Caldea manterranno la loro indipendenza, quest’ultima, in particolare, grazie al re Merodach Baladan. Sotto questa civiltà sorgeranno le città di Assur e di Ninive, che diventerà famosa in tutto il mondo conosciuto. L’Assiria effettuerà una serie di scorrerie nell’altopiani iranico ed avrà una sorta di protettorato nei confronti di Babilonia, considerato luogo sacro e patria degli dei. Alcuni re assiri si proclamarono anche re di Babilonia, assumendo due nomi, uno come re di Assiria ed uno come sovrano babilonese. Tutto questo durò fino al 626 a.C., quando Nabopalassar, padre di Nabucodonosor, con l’aiuto di Medi, Elamiti, Aramei e Caldei conquistò l’Assiria. Egli riuscì ad unificare le tribù caldee e si alleò con i diversi popoli limitrofi. Nel 614 a.C. prese Assur, mentre nel 612 a.C. il re medio Ciassarre prese Ninive: l’Assiria divenne possedimento della Media. Il re babilonese riuscì dove non erano riusciti i regnanti assiri, accecati da una mentalità imperialista e non curanti del pericolo che potevano rappresentare i popoli vicini ancora non sottomessi: i Frigi ed i Lidi a nord, i Medi ad est, i Caldei e gli Elamiti a sud ed i Cimmeri (popolazione celto-scita) ad ovest. L’unico modo per gestire questi pericoli era l’alleanza ed il buon governo e questa politica riuscì molto bene alla cultura babilonese. Per anni si è pensato che i babilonesi fossero caldei, ma in realtà, non è così. Sicuramente da questi hanno ereditato conoscenze religiose e culturali.

Attività La posizione geografica del regno di Babilonia, nonché le ricchezze naturali (due fiumi, ricca vegetazione, pascoli fiorenti), favorirono i commerci con i popoli vicini, in particolare con le Indie ed il prosperare di attività agricole e di pastorizia. Numerose furono le eredità prese dai Sumeri. Furono grandi conoscitori dell’astrologia: inventarono un calendario che non si discosta molto da quello impiegato attualmente, individuarono tutte le costellazioni, identificarono la cometa di Halley. Grandi matematici, risolvevano equazioni algebriche di terzo grado e sistemi vari, nonché impostarono il teorema di Talete. Eseguivano calcoli complicati nel campo dell’ingegneria edile. Grandi ingegneri, realizzarono città, templi e palazzi a Babilonia, dove il tempio più famosi erano quelli di Etemenanki ed Esagila, rivestiti d’oro, Borsippa, sede dell’accademia, Kuta, Kish, Larsa, Marad, Bas e Sippar. Babilonia era così bella che conquistò non solo Ciro il Grande, ma anche Alessandro Magno. Tutti la consideravano « l’ombelico del mondo », centro di arte e di cultura. Un esempio è dato dalla maestosa porta di Ishtar, tutta decorata da mattoni policromi, dalla via della processione, dalla torre di Babele, dall’oro che rivestiva i templi ed i palazzi, dai Giardini Pensili, considerati una delle sette meraviglie del mondo, realizzati per la regina Amitis, moglie di Nabucodonosor, figlia del re medio Ciassarre, al fine di ricordarle il verde della sua terra. Nel campo toponomastico, descrivevano in dettaglio tutte le loro opere con piante e calcoli minuziosi: esistono tantissimi reperti con descrizioni dettagliata di alcune zone di Babilonia. Utilizzarono per la scrittura il codice « lineare B » adottato dai Cretesi, implementandolo con la scrittura cuneiforme. Produssero tantissimi libri: ne sono prova i reperti trovati nelle varie biblioteche. Inventarono le Cronache, molto attendibili ed oggettive, in cui venivano riportate le notizie salienti del periodo. Tra queste le informazioni di carattere bellico avevano poca rilevanza, a differenza degli assiri. Questo dimostra che i babilonesi non davano molta importanza alla guerra, piuttosto alla religione ed alla cultura. Dal punto di vista militare avevano grossi eserciti, che si avvalevano del carro da guerra, introdotto dai sumeri e perfezionato dagli assiri, e di macchine da guerra utilizzate per assediare le città.

Società Esistevano una classe regale ed una sacerdotale. Quest’ultima deteneva il controllo su latifondi terrieri e beneficiava dei relativi proventi. Parallelamente vi era anche una classe borghese, risultato dei fiorenti commerci babilonesi. Poco si conosce della condizione femminile e del resto della popolazione. Il tenore di vita era comunque medio alto. Ciò è testimoniato dall’opulenza delle città e dalla presenza di diversi schiavi. Ciascuna città era ben fortificata, basti pensare alle possenti mura di Babilonia. Nabucodonosor, tra l’altro, fece erigere un vallo al confine con la Media, a nord del suo regno, per prevenire eventuali attacchi.

Religione I babilonesi avevano una religione politeista, avente origini orientali. Essi furono molto abili ad impiegare la loro religione per fini politici, facendo diventare Babilonia luogo sacro di spiritualità ed origine del tutto. Attraverso documenti, vengono rielaborati tutti i testi sacri dei sumeri, modificando la realtà, per esaltare il mito di Babilonia, vista come « porta di Dio ». Il mito sumerico di Gilgamesh e quello di Atramhasis vengono rivisitati. Il primo mito si ricollega ad un re sumero vissuto ad Uruk intorno al 2700 a.C., che sperimenta l’esperienza della mortalità umana e compie un viaggio verso la conoscenza perfetta. Tra le sue imprese, Gilgamesh avrebbe ucciso un toro divino, inviato sulla terra dalla dea Ishtar, che opprimeva il proprio popolo. Il secondo mito, invece, richiama il diluvio universale. Secondo la tradizione sumerica, An sovrintendeva tutto ed il cielo, Enlil ed Enki, suoi figli, regnavano rispettivamente sulla terra e sugli abissi. Il primo aveva più potere del fratello, che aveva come figlio Marduk. An crea gli altri dei per lavorare sulla terra, al fine di poter mangiare, ma questi si rifiutano, perché troppo faticoso. Quindi crea l’uomo che rifiuta anche esso di lavorare. Qui si inserisce il mito biblico del paradiso terrestre e della cacciata da parte dell’uomo e della donna. La prima modifica babilonese al testo sacro sta nel fatto che, a questo punto, Enlil propone di mandare sulla terra la pestilenza ed il diluvio per punire la ribellione umana, ma Enki facendo salvare Atramhasis su un’arca. Nell’altro testo sacro babilonese del Enuma Elish si descrive la lotta tra Enlil, geloso del salvataggio dell’uomo, ed Enki. Per vendicarsi, ordina a Tiamat, essere vivente dei mari, invincibile, di generare dei mostri e comandare su tutti gli dei, ma Marduk, figlio, di Enki, lo uccide e riceve in compenso la supremazia su tutti gli dei. Praticamente, attraverso la rivisitazione di questi miti, i sacerdoti babilonesi sostituiscono l’importanza di Enlil, venerato presso i sumeri, con quella di Enki, sacro ai babilonesi, da cui ne consegue una sacralità per il figlio, il dio Marduk. La sacra città sumerica di Eridu, consacrata al dio Enlil, è equiparata integralmente a Babilonia, città sacra ad Enki. Il cuore della religione si sposta da Ur e Nippur a Babilonia, Borsippa e Kuta, al punto che anche gli assiri veneravano gli dei babilonesi, considerandoli come i più grandi ed eccelsi. Nel regno assiro, infatti, si pensava che Ninive fosse il centro politico e Babilonia quello religioso. Dietro questo processo sicuramente c’è una stretta cooperazione con i caldei. Fu questa « rivoluzione » religiosa a decretare il prestigio di Babilonia che in più parti era rappresentata come il centro del mondo e la porta verso il dio Marduk. La grandezza della cultura babilonese sta anche nella produzione di questo modello religioso che segnò le basi del prestigio del proprio popolo e di una filosofia di pensiero, accettata da molte culture orientali. Gli stessi re di Babilonia non si definivano re, a differenza degli assiri, ma pastori di popoli, amministratore della giustizia e servitori degli dei e lo stesso Ciro il Grande, per annettere la città ed il suo impero alla Persia, si proclamò servo di Marduk. Ogni anno a Babilonia si celebrava la festa del Nuovo Anno. Il mito della rinascita è sempre presente nelle religioni orientali. Solo il re poteva cominciare la festa ed era accompagnato dai sacerdoti. Ad un certo punto della festa il gran sacerdote schiaffeggiava il re, per ricordargli di essere umano: se questi piangeva, il dio Marduk concedeva all’impero un anno prosperoso, altrimenti vi erano dei presagi nefasti. Esisteva una trinità babilonese: Marduk, Ishtar e Nabu. Il primo è il padre di tutti. Ishtar richiama il mito fenicio di Balaat e presso i sumeri era venerata come Innin, presso gli Egizi come Iside. Essa era la gran madre di tutti, simboleggiava colei che dava calore, fertilità e sicurezza all’uomo. Nabu era il figlio di Marduk ed era molto vicino all’uomo. Era colui che accompagnava la processione nella festa dell’Anno Nuovo, segno di rinascita e purificazione, che avveniva con l’aiuto di Ishtar. Accanto a questa triade c’erano altre divinità, tra cui si ricorda: Ninurta, che aveva un tempio dedicato a Babilonia e che vegliava sulla città di Borsippa, Nergal, protettore della città di Kuta, Ninrag, protettore del vulcano, Anu, che vegliava sul cielo, Annunaki, protettore della volta celeste ed illuminato da Anu, Igigi, legato al ciclo perpetuo del sorgere e del tramontare.

Sviluppo Il regno di Babilonia conobbe il suo splendore con Nabopalassar, come già detto, che nel 626 a.C., unì le tribù caldee, si alleò con i vari regni limitrofi, nonché con la Media e mosse guerra all’Assiria. Probabilmente egli stesso era un caldeo e per questo fu accettato da tutti. Proseguì le gesta di Merodach Baladan, ricordato da tutti i caldei. Nel 614 a.C. e nel 612 a.C. caddero Assur e Ninive e, dopo la capitolazione della nuova capitale Harran nel 610 a.C., l’Assiria fu divisa tra medi e babilonesi. Nabonassar fa eseguire opere di ammodernamento nelle varie città, non assoggetta i vari popoli, ma li considera alleati, in quanto non si ritiene re, ma pastore di popoli, infine, getta le basi per la fondazione di un impero. In particolare nella località di Karkemish, in Siria, nel 606 a.C., con l’aiuto del figlio Nabucodonosor, sconfigge gli egiziani, che si erano coalizzati con Israele e Fenicia. Da questo momento gran parte del medio oriente è sotto il controllo babilonese, anche se dovranno essere combattute altre guerre e dovranno passare altri anni. Si arriverà al 601 a.C., quando gli egiziani abbandoneranno definitivamente l’area siro-palestinese. A questo punto si sviluppano le vie dei commerci e si forma sempre più ricchezza, con conseguenze positive per l’urbanizzazione ed anche per la cultura babilonese. Dal 605 a.C. al 562 a.C. regnerà Nabucodonosor II, dipinto dai testi biblici come lucifero, in quanto responsabile della deportazione ebrea a Babilonia. A questo proposito, aggiungiamo che la stessa città ci viene rappresentata come un luogo di peccato e degno di distruzione, in base alle profezie di Isaia e Geremia. A Babilonia si associa l’episodio biblico della Torre di Babele, in cui Dio porta tra gli uomini la confusione (da cui il termine babele), per evitare la costruzione della torre che li avvicini alla divinità. Queste mmagini ci fanno capire che sicuramente all’epoca Babilonia rivestiva un ruolo fondamentale tra le città del mondo. Tra l’altro rappresentava il cuore della religione orientale, per cui metterlo in cattiva luce significava anche contrapporre una religione monoteista ad una politeista di origini scite. Nabucodonosor fonderà un impero che va dall’Egitto alla Persia, attraverso la Palestina e la Siria, dalla Lidia (Asia Minore) al Golfo Persico. Controllerà la Media, in qualità di sposo della figlia del re Ciassarre ed, in qualità di garante di un accordo di pace tra quest’ultima e la Lidia, controllerà anche la stessa Lidia. Questo regno sarà ricchissimo e famoso per la cultura e la scienza. Il re babilonese non sottometteva i popoli conquistati, ma lasciava ai re locali al comando ed al popolo i propri usi e costumi. Realizzò un apparato burocratico saldo ed efficiente, basato su collaboratori (gli equivalenti dei ministri) retti e fedeli. Si avvaleva di controllori per monitorare la periferia e controllava anche le attività economiche legate alle proprietà terriere della classe sacerdotale. In poco tempo portò ordine in una situazione caotica, ove comandava solo chi aveva ricchezze. Tuttavia, nel suo regno, l’inflazione era abbastanza alta. Anche la giustizia fu ben amministrata, ribaltando completamente la precedente situazione gestita da una classe ristretta di ricchi. A tale proposito si raccontano casi di condanna esemplare con pene dure, al fine di fornire un monito per chi voleva ripristinare la precedente situazione caotica. Molto religioso, non mancava di partecipare alla festa del nuovo anno. Diffuse e rafforzò il culto del dio Marduk: egli non si proclamava re, ma pastore di popoli, servo degli dei. Circa l’episodio della deportazione degli ebrei bisogna considerare alcuni aspetti. Nel 609 a.C. il re Giosia, simpatizzante per i babilonesi oppure mosso verso l’indipendeza del suo piccolo regno, si oppone all’avanzata degli egiziani, guidati dal faraone Nicho II, corso in aiuto degli assiri, e muore presso Megiddo. Gli egiziani instaureranno in Israele un re anti-babilonese e formeranno una lega con siriani, palestinesi, fenici ed ebrei. Questo esercito sarà poi sconfitto dai babilonesi, come già detto, presso Karkemish. Nel 593 a.C. Gerusalemme, guidata ancora dai filo-egiziani, legati al faraone Psametico II, è assediata dai babilonesi. Il re Joachin, dopo aver resistito, fa atto di sottomissione, ma viene fatto prigioniero e portato a Babilonia con altri notabili ebrei. Tutti verranno trattati bene me riceveranno uno stipendio, in base a quanto è indicato nel racconto di Susanna. Nabucodonosor non nomina un re a lui fedele, ma consente a Sedecia di salire al potere, lasciato ad Israele ampia libertà. Nel 587 a.C., nonostante Geremia invitasse il suo popolo alla sottomissione babilonese, c’è una nuova rivolta assieme ai fenici e agli abitanti di Edom. La punizione è esemplare: Sedecia viene portato a Babilonia con la sua famiglia e viene accecato, ne vengono uccisi i figli e vengono deportati circa 5.000 abitanti, tutti artigiani, fabbri, commercianti, che faranno la loro fortuna a Babilonia, sviluppando grandi attività economiche. Inoltre fu proprio a Babilonia che cominciano ad essere composti i primi libri della Bibbia. Gerusalemme subisce alcune devastazioni, ma rimane comunque popolata e governata da Ghedalia, nobile giudeo. Considerati i tempi, Nabucodonosor si comportò in modo magnanimo, anche perché non si impose come tiranno, e non vi fu una deportazione di massa del popolo. Gli ebrei faranno ritorno a casa solo verso 550 a.C., quando Ciro il Grande, annettendo Babilonia alla Persia, pronunciò un editto in tale direzione. Alcuni ebrei rimarranno nella città mesopotamica perché avevano delle considerevoli attività economiche e commerciali. Dal 562 a.C. al 556 a.C. ci saranno tre re babilonesi che si succederanno, alcuni come figli e discendenti diretti di Nabucodonosor, altri come usurpatori: Amel Marduk (562-560) figlio del grande re, che restituirà la libertà al re giudeo Joachin, come simbolo della non continuità della politica paterna; Neriglissar (560-556) suocero di Nabucodonosor, fa un colpo di tasto in cui muore il re, taglia completamente con la politica del passato, fa opere di abbellimento a Babilonia e Sippar, compie un’incursione militare in Cilicia, comunque mina all’unità del paese mettendo in cattiva luce il grande re; Labashi Marduk (556) figlio di Neriglissar, va al potere bambino e perde subito il potere. Nabucodonosor, alla sua morte, aveva preso coscienza che la sua dinastia non avrebbe regnato a lungo. Dal 556 a.C. al 539 a.C. regnerà Nabonedo, ultimo re babilonese, salito al potere con un colpo di stato, proveniente dall’Assiria, dalla città di Harran. La storia ce lo tramanda come un re incapace, appassionato di archeologia. Oggi sappiamo che fu vittima di una propaganda effettuata dai persiani, con l’appoggio dei sacerdoti babilonesi, al fine di conquistare il regno senza effettuare guerre. Sostituì la triade divina dei babilonesi con Sin–Shamash–Ishtar, legata ad un culto lunare e più cara agli assiri. Questo non fu motivato solo dalla sua origine, ma anche dal fatto che, accorgendosi del potere sempre più forte dei persiani, voleva ricercare alleati verso ovest. In tal senso, siglò un accordo con Lidia, Sparta ed Egitto. A questo punto è necessario fare un passo indietro. Nel 700 a.C. la Persia era divisa in due regioni (Parsumash e Parsa) ed era sotto il dominio della Media. Nel 600 a.C. il re medio Ciassarre riunifica le due regioni, affidando il regno a Cambise che sposerà la figlia di Astiage, nuovo re di Media, e si insedierà nella prima capitale persiana Pasargade. Successivamente venne costruita Persepoli, che diventerà sempre di più la vera capitale persiana. Da questa unione nascerà Ciro II il Grande che governerà dal 559 a.C. al 529 a.C., inventando il modello delle satrapie, che gli consentì di costruire un grande impero (Egitto, Anatolia, Mesopotamia, Arabia, Persia). Secondo una leggenda, nata per esaltare la grandezza di Ciro II, Astiage ebbe un sogno nel quale si vedeva ucciso da un giovane re, per cui fece dei tentativi per eliminare il giovane futuro re persiano, senza riuscirci. Verso il 550 a.C. Ciro II si allea con Nabonedo (non sembra sicuro) ed insieme prendono la Media. I babilonesi occupano l’Assiria ed i persiani il resto del regno. Successivamente Ciro II invade la Lidia ed insegue il re Creso fino a Sardi, conquistando l’intero regno. In questo modo Ciro II impedisce a Nabonedo di mettere in pratica l’alleanza precedentemente ricordata e comincia a circondare Babilonia. Il re babilonese fu l’unico che aveva capito il pericolo persiano. Le vie del commercio verso l’India sono sotto il controllo persiano e l’inflazione a Babilonia arriva al 400%. Si raccontano diversi episodi di carestia. Nabonedo abbandona Babilonia e si reca in Arabia, dove la popolazione locale non lo vedeva di buon occhio. Lo scopo di questo viaggio fu quello di trovare altre vie di commercio per riportare ricchezza al proprio paese. E’ in questo periodo che viene individua la famosa via delle spezie. L’economia babilonese si risolleva. Nel frattempo Ciro II trama con i religiosi babilonesi. Nabonedo appare come il traditore, colui che ha dissacrato il nome del dio Marduk, sostituendolo con altre divinità. Alla luce di quanto esposto in precedenza, il re babilonese appare come un incompreso più che un traditore. Il frutto della propaganda fu la cacciata di Nabonedo e l’acclamazione di Ciro II a nuovo re: la Persia si era impossessata di Babilonia senza combattere. Come discorso di insediamento il re persiano si proclamò « nuovo figlio del dio Marduk », richiamandosi alla propaganda da lui attuata segretamente. Restituì la libertà agli ebrei nel famoso editto e si impadronì della Siria, Palestina, Israele ed Egitto. L’impero persiano fu molto vasto e ricco. I persiani rispettarono la bellezza di Babilonia, facendole vivere un secondo splendore con Cambise II e Dario I. Sotto questi sovrani ci furono diverse rivolte a Babilonia i cui capi presero il nome di Nabucodonosor, a ricordo del mito trasmesso dal leggendario re al suo popolo. Queste rivolte furono sedate, senza violente ripercussioni per la città. Serse I, in seguito alle sconfitte con la Grecia, impose tasse ai babilonesi, che si ribellarono di nuovo. Babilonia fu messa al sacco. Artaserse I continuò nella politica repressiva del padre. Comunque Babilonia continuò ad avere un certo prestigio ed una determinata importanza. Nel 331 a.C. Alessandro Magno entra a Babilonia e ne rimane affascinato e la proclama capitale del suo nuovo impero. Vengono eseguiti lavori di ammodernamento. A Babilonia verranno celebrati i funerali di Efestione, amico di Alessandro morto ad Ectabana. Lo stesso Alessandro morirà nella città mesopotamica nel 323 a.C. Dunque Babilonia fu la città di tre grandi: Nabucodonosor, Ciro ed Alessandro. I diadochi successivi continuarono a dare splendore alla città, fino all’avvento di Seleuco prima ed Antioco poi che fecero costruire una nuova città: Seleucia. Nel 275 a.C. fu emanato un editto in base al quale tutti i babilonesi dovevano lasciare la città e recarsi nella nuova. Ma la città continuò a vivere perché non fu abbandonata da tutti. Gli stessi diadochi si impegnarono per fare opere di ricostruzione. Verso il 100 a.C. la diadochia seleucide entra in guerra con i Parti, popolo situato ad oriente della Persia, e la città fu abbandonata. Nel 116 d.C. Traiano svernò a Babilonia, ma ormai era diventata un cumulo di macerie. Dunque solo molti secoli dopo si realizzarono le profezie di Isaia, di Daniele e di Geremia sulla distruzione della città, che per secoli venne considerato il centro culturale e politico del mondo. La distruzione morale fu poi continuata dai padri della chiesa, tra Origene e S.Agostino, che la rappresentarono come simbolo del male. Essi ripresero la tradizione iniziata nell’Apocalisse di San Giovanni.

 

La geografia del Vangelo: Un nuovo modo di disegnare la mappa del mondo

http://www.atma-o-jibon.org/italiano4/achille5.htm

LA GEOGRAFIA DEL VANGELO

Un nuovo modo di disegnare la mappa del mondo
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Hai mai disegnato una carta topografica? Che ne dici di provare? Ci vuole soltanto carta, matita, una bussola e tanta voglia di camminare e osservare! Ricordo l’entusiasmo degli scout quando al campo estivo si lanciava l’impresa di topografia! Ho rivissuto lo stesso slancio quando in missione il Vescovo mi chiese di fare la carta geografica della diocesi. I miei confratelli sparsi nelle varie parrocchie collaborarono all’iniziativa mobilitando i catechisti. Mio compito era quello di coordinare il lavoro e collegarlo nella mappa della diocesi, con il giusto orientamento e una scala delle distanze unitaria. Il risultato non fu certo da « National Geographic », ma permetteva una visione di insieme della presenza dei cristiani sul territorio e poteva suggerire idee per il cammino della missione.
È facile disegnare la mappa di un territorio limitato: ma se pensi alla cartina del mondo, intuisci subito la difficoltà di trasferire una realtà curva (la terra è rotonda!) su una superficie piana… Nella storia della cartografia sono stati tanti i criteri per compiere tale proiezione: la carta secondo Mercatore è ben diversa da quella di Peters. Se poi si risale ai tempi in cui si credeva che la terra fosse piatta, ci si accorge che la cartografia ha fatto veramente un lungo cammino! Con l’arrivo delle foto aeree e poi quelle da satellite, le proiezioni su carta sono divenute sempre più accurate.
Ma la « mappa della missione » è un’altra cosa! Occorre ripartire dal comando di Gesù: «Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura» (Marco 16,15). Tutto il mondo! Ecco la meta affidata da Gesù ai suoi discepoli… Fin dall’inizio i missionari hanno dovuto affrontare viaggi non facili e aprire il loro cuore ad una geografia senza confini: era la Parola di Dio che « cresceva e si diffondeva »! I missionari sapevano di essere semplicemente al servizio della Parola, che li spingeva ad intraprendere viaggi inaspettati.
La scelta di essere apostoli e di andare dietro a Gesù non risparmia né battaglie, né paure, né pericoli nei viaggi! Ecco come San Paolo presenta la sua esperienza: «…Tre volte ho fatto naufragio, ho trascorso un giorno e una notte in balìa delle onde. Viaggi innumerevoli, pericoli di fiumi, pericoli di briganti, pericoli dai miei connazionali, pericoli dai pagani, pericoli nella città, pericoli nel deserto, pericoli sul mare, pericoli da parte di falsi fratelli; fatica e travaglio, veglie senza numero, fame e sete, frequenti digiuni, freddo e nudità» (2Corinzi 11,25-27). Nonostante tutto ciò, San Paolo non ha mai smesso di viaggiare perché sapeva che tutti hanno il diritto di conoscere il Vangelo di Gesù: «Non è infatti per me un vanto predicare il vangelo; è un dovere per me: guai a me se non predicassi il vangelo!» (1Corinzi 9,16)..

Nei primi scritti apostolici possiamo scorgere la testimonianza di un modo nuovo di fare geografia! Ci sono nomi di città, di luoghi, di popolazioni… Tutto è collegato: non da coordinate geografiche, ma dalla consapevolezza che la mappa della missione è disegnata da Dio, che vuole che tutti gli uomini si salvino e giungano alla conoscenza della verità.

San Paolo non ha dubbi: il Vangelo è una forza che mette subito in cammino! Così scrive ai Galati: «Quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque
di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani, subito, senza consultare nessun uomo, senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco» (Galati 1,15-17). Convertitosi sulla strada di Damasco, San Paolo ha fatto della sua vita un viaggio continuo verso il cuore degli uomini, ovunque si trovassero: compiendo con loro il viaggio verso la pienezza di Cristo!
I viaggi di San Paolo non scaturiscono da una semplice strategia umana, ma dall’obbedienza allo Spirito che guida la missione. Così leggiamo negli Atti (16,6-10): «Attraversarono quindi la Frigia e la regione della Galazia, avendo lo Spirito Santo vietato loro di predicare la parola nella provincia di Asia. Raggiunta la Misia, si dirigevano verso la Bitinia, ma lo Spirito di Gesù non lo permise loro; così, attraversata la Misia, discesero a Troade. Durante la notte apparve a Paolo una visione: gli stava davanti un Macedone e lo supplicava: « Passa in Macedonia e aiutaci! ». Dopo che ebbe avuto questa visione, subito cercammo di partire per la Macedonia, ritenendo che Dio ci aveva chiamati ad annunziarvi la parola del Signore».
Anche la predicazione a Corinto incomincia con un atto di docilità allo Spirito che guida la missione. Così si legge negli Atti: «E una notte in visione il Signore disse a Paolo: « Non aver paura, ma continua a parlare e non tacere, perché io sono con te e nessuno cercherà di farti del male, perché io ho un popolo numeroso in questa città »» (Atti 18,9-10).
La geografia del Vangelo è disegnata dallo Spirito… «E in realtà noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti ci siamo abbeverati a un solo Spirito» (1Corinzi 12,13)..
Anche per i missionari del P.I.M.E. la missione è collegata con la geografia del cuore… Tutto il mondo deve poter sentire l’abbraccio di Dio!
Fin dall’inizio le lettere dei missionari sul campo hanno portato in Italia la testimonianza di luoghi lontani, che il Vangelo rendeva vicini: non per conquista, ma scoprendo che la mappa del mondo è disegnata dall’amore di Dio!.

P. Achille Boccia

Publié dans:GEOGRAFIA BIBLICA |on 5 mars, 2013 |Pas de commentaires »

IL TABOR NELL’ANTICO TESTAMENTO

http://198.62.75.4/www1/ofm/san/TAB10old_It.html

IL TABOR NELL’ANTICO TESTAMENTO

(Teresa Petrozzi)

Il libro di Giosuè pone nel territorio di Issacar sedici città e specifica che il confine toccava il Tabor (Gs 19,17~22). Inoltre dice che le terre assegnate a Zabulon arrivavano fino a Daberat (Gs 19,12), oggi Daburiyeh o Kh. Dabura rispettivamente a ovest e a nord del monte, mentre quelle di Neftali giungevano fino ad Aznot Tabor (Gs 19,34), da ricercarsi probabilmente ad est. Il Tabor veniva a trovarsi nel punto in cui convergevano i confini delle tre tribù.
In molte religioni le montagne hanno carattere sacro. La religione israelitica non faceva eccezione e nell’Antico Testamento troviamo numerosi riferimenti a montagne considerate sacre. Ne citiamo alcuni: Iahve quando ebbe finito di parlare con Mosè sul Monte Sinai, gli diede le due tavole della Testimonianza (Es 31,18); all’Horeb, il monte di Dio, salì Elia (1 Re 19,8); Isaia predisse: Avverrà che, alla fine dei giorni, si ergerà il monte del tempio di Iahve sulla cima dei monti e si innalzerà sui colli (Is 2,2); Daniele invocò: Signore, per tutta la tua misericordia, si allontani, ti preghiamo, la tua ira e il tuo sdegno da Gerusalemme, tua città, tuo santo monte (Dn 9,16).
Il Tabor, che con la sua altera cupola dominava le pianure circostanti, dovette imporsi alla mente degli Israeliti e non è da escludere che essi abbiano in un primo momento tollerato il baal che era adorato là; il monte può aver mantenuto il suo antico carattere sacro nella religiosità israelitica popolare, non sempre aderente alla teologia canonica ortodossa.
Peraltro, nell’episodio di Debora (Gdc 4 e 5), che ruota intorno al Tabor, si vede che il culto iahvistico è già instaurato sul monte. Particolarmente importanti in questo senso sono i vv. 4,6 e 5,8. Nel primo Debora incita Barac a radunare le truppe sul Tabor. Questa mossa non deve esser stata dettata tanto dalla strategia quanto dal desiderio di pregare il vero Dio in vista della lotta contro gli invasori. Nel secondo Debora e Barac ricordano che gli Israeliti si erano scelti dèi stranieri, allora la guerra fu alle porte: gli dèi stranieri appartenevano al passato ed erano stati cancellati dal Dio personale. La benedizione di Mosè può essere allora considerata come riconoscimento di un culto legittimo. Il redattore di Dt 33, 18-19, nello scrivere: Gioisci, Zabulon, nelle tue spedizioni, e tu, Issacar, nelle tue tende! Essi invitano popoli alla montagna; là offrono sacrifici di giustizia, avrebbe avuto in mente il Tabor, unico monte importante al quale le due tribù potevano facilmente salire.
Il Tabor compare quindi nell’episodio di Gdc 8,18: sul monte i capi dei Madianiti uccidono i fratelli di Gedeone.
Seguono due passi controversi. In 1 Sm 10,3 Samuele ordina a Saul, da poco unto re, di andare fino alla Quercia del Tabor nella regione di Betel. Non si può escludere che anche sulla montagna di Efraim esistesse una località detta Tabor; il Monte Tabor sembra peraltro fuori discussione e diverse versioni accreditate leggono Quercia di Debora, rifacendosi a Gdc 4,5 dove è detto che la profetessa sedeva sotto la palma di Debora, fra Rama e Betel. In 1 Cr 6,62 sono elencate le città levitiche: Ai restanti figli di Merari si assegnarono nella tribù di Zabulon: Rimmono con i suoi pascoli, Tabor con i suoi pascoli. Secondo i competenti questo « Tabor » è una lezione improbabile perché una città di tal nome nel territorio di Zabulon non è ricordata in altri passi. Di conseguenza alcuni propongono di leggere Chislot Tabor (Iksal); altri, tenendo presente il brano parallelo di Gs 19,15, ritengono che si tratti di Naalal.
Il Tabor compare quindi in Osea, profeta che svolse il suo ministero nella seconda metà dell’VIII sec. a.C. nel regno di Israele. Dopo il tempo di Debora l’idolo del monte dovette essere riportato in onore perché le tribù del nord continuavano a praticare un culto sincretistico. Tale culto era stato reso ufficiale da Geroboamo I, primo re di Israele (930-910 a.C.), con l’erezione di immagini di tori a Betel e a Dan (o il toro era il simbolo teriomorfico del cananeo Baal Hadad), e da Acab (874-853 a.C.) con la costruzione a Samaria, allora capitale del regno, di un tempio dedicato a Baal Melqart, dio degli Inferi. In seguito Elia aveva scannato i sacerdoti idolatri (1 Re 18,40), Ieu allo sterminio dei falsi profeti aveva aggiunto la distruzione dei tempio di Samaria (2 Re 10,25-27). Peraltro, tali interventi non avevano avuto un effetto duraturo e Osea dichiarò fermamente: Toglierò i nomi dei Baal dalla sua bocca, essi non saranno più menzionati per nome (2,19) e denunciò la responsabilità dei sacerdoti e dei principi: Ascoltate questo, o sacerdoti; state attenti, o casa di Israele; o casa del re, porgete orecchio, perché contro di voi é la sentenza; voi che siete stati un laccio a Mispa, una rete tesa sul Tabor (5,1). Non si conosce la ragione per cui Mispa era diventata occasione di scandalo. Nelle parole rete tesa sul Tabor Lewy vede una conferma alla sua teoria secondo la quale il dio venerato sul monte era Tammuz: nelle lamentazioni sumere per la morte di questo dio si trova generalmente l’epiteto umum safar, il signore della rete. Osea uccise il Baal del Tabor: l’Antico Testamento non accenna più ad esso né direttamente né indirettamente.
Troviamo poi il Tabor in un altro profeta, Geremia, che lo considera, unitamente al Carmelo, un simbolo di preminenza. Nei vaticini contro le nazioni Geremia infatti rimarca la superiorità di Nabucodonosor paragonandolo alle due montagne: Pari al Tabor rispetto ad altri monti e al Carmelo che incombe sul mare, egli verrà (46,18). Il Tabor è nominato l’ultima volta dall’Antico Testamento nel SI 89, che è tutto una celebrazione alla fedeltà di Dio: Il Tabor e Hermon esultano nel tuo nome (v. 13).

L’INCONTRO DI MELCHISEDEC CON ABRAMO
Nel quadro dell’Antico Testamento un posto a sé merita l’incontro di Melchisedec con Abramo, legato al Tabor da una tradizione.
In Gn 14,17-20 viene riferito che: Tornando, Abram dall’aver battuto Chedorlaomer e i re che erano con lui, gli uscì incontro il re di Sodoma, nella valle di Save, ossia la valle del Re. E Melchisedec, re di Salem, fece portare pane e vino: egli infatti era sacerdote di Dio Altissimo. E lo benedì e disse: “Benedetto sia Abram da Dio Altissima, creatore del cielo e della terra, benedetto sia il Dio Altissimo che ti ha dato nelle mani i tuoi nemici”. Abram, gli diede la decima di tutto.
Circa il luogo di questo incontro sono state sviluppate diverse teorie. Basandosi su Sal 76,3 che avvicina Salem al Sion (Ed in Salem è la sua tenda e la sua dimora in Sion), una tradizione giudea collocava il posto a Gerusalemme. Secondo il Targum Onkelos ed il Targum Jonathan i due personaggi si sarebbero incontrati “nella pianura di Mefana, che era il campo di corse del re”; secondo Flavio Giuseppe, nella Valle del Re, cioè presso la piscina di Siloe. In seguito la localizzazione venne trasferita sulla Spianata del Tempio.
L’esistenza di una seconda tradizione giudea fu rivelata da un rotolo scritto in aramaico, scoperto nel 1947 nella grotta n. 1 di Qumran: “E il re di Sodom [ ... ] salì verso di lui e venne a Salem che è Gerusalemme. E Abramo era accampato nella Valle di Shave, che é la Valletta del Re, nella pianura di Beth ha-Kerem”. L’incontro sarebbe quindi avvenuto nei pressi della odierna Ain Karim. Avigad e Yadin ritengono che il rotolo risalga al I sec. a.C. – I sec. d.C.; ciò peraltro non fissa la data originale, in quanto il rotolo può essere sia la traduzione di un testo ebraico che la copia di uno aramaico più antichi. Conseguentemente anche il tempo in cui questa tradizione nacque resta oscuro; è possibile soltanto dire che si tratta di una tradizione parallela alla prima.
Un’altra tradizione, anche essa nata in epoca indeterminabile, è quella dei Samaritani, i quali trasferirono l’incontro in Samaria, ed esattamente sul Garizim, il loro monte santo. I Samaritani erano in un certo senso giustificati poiché in Gn 83,18 si legge: E Giacobbe arrivò a Salem, città di Sichem (versione dei Settanta e Vulgata) e la valle di Salem (Gdt 4,3) è collocata in Samaria.
I Giudeo-Cristiani localizzarono l’incontro nella grotta che si trova sotto il Calvario, grotta da loro ritenuta l’ombelico del mondo, dove si sarebbero svolte tutte le principali azioni dei Patriarchi e da dove, infine, Gesù sarebbe disceso agli inferi (Ef 4,9) attraverso la fenditura della roccia (Mt 27,51). In quella grotta, “luogo dove si compirà la redenzione del mondo”, Sem aveva seppellito Adamo e Melchisedec, come sacerdote, ne custodiva la tomba. A quanto risulta, il primo pellegrino a parlare di questa tradizione fu l’Anonimo di Piacenza nel 570 e la notizia fu ripresa molto saltuariamente dai viaggiatori occidentali.
Nel IV sec. venne poi sostenuta la teoria secondo la quale Salem si sarebbe trovata nella valle del Giordano. Un esponente di tale teoria fu Eusebio ed Eteria vide in quella Salem le rovine del palazzo di Melchisedec. San Girolamo, dopo aver pensato a Gerusalemme, abbracciò la teoria del Giordano (PL 22,680) e infine ritornò alla prima soluzione (PL 22,883).
Nel frattempo i Melchisedechiani, membri di una setta gnostica, avevano portato la tradizione sul Monte Tabor, dove esisteva uno dei loro centri.
Il Tabor fu riconosciuto come luogo dell’incontro anche dalla Chiesa dei Gentili. Sant’Atanasio vescovo di Alessandria (IV sec.) scrisse la Historia de Melchisedech (PG 28, 525-530). Tale storia, che spiega anche fantasiosamente il motivo per cui Melchisedec è chiamato senza genealogia (Eb 7,3), influenzò probabilmente i Copti e visse nella tradizione del monte almeno fino al XIV sec. Per quanto concerne il Tabor, il santo vescovo narra che, dopo tragici avvenimenti familiari, Melchisedec restò sul monte sette anni, nudo come quando era nato. Le unghie divennero lunghe un palmo, i capelli gli arrivarono all’ombelico e la schiena si indurì come il guscio di una tartaruga. Mangiava bacche e beveva rugiada. Dopo sette anni una voce disse ad Abramo: “Prepara la cavalcatura, indossa vesti preziose, sali al Tabor e chiama tre volte ‘Uomo di Dio’ e ti si presenterà un uomo selvaggio. Non temere, ma radilo e tagliagli le unghie, vestilo e accetta la sua benedizione”. Abramo eseguì gli ordini e tutto avvenne come Dio aveva detto. Dopo tre giorni Melchisedec scese dal Tabor e benedisse Abramo. Quando poi Abramo ritornò dall’aver ucciso i re, Melchisedec gli offri un calice di vino in cui aveva messo un pezzetto di pane. e fece la stessa offerta anche ai 318 uomini di Abramo. Questo fu il tipo del sacrificio incruento del Salvatore.
Secondo un testo copto, il Signore ordinò ad Abramo di salire al Tabor con pane, vino ed acqua, di chiamare Melchisedec, di tagliargli i capelli, le unghie e la punta della barba e di mangiare le spuntature prima di porgergli le offerte. Abramo eseguì l’ordine e lo benedì. Il testo, chiamato da Goodenough “La Preghiera del Pane”. termina con una invocazione: “Così ora di nuovo, Signore, sii tu colui che benedice questo pane; dallo al tuo servo come pegno di unione”. La pratica magica del mangiare le spuntature è pre-cristiana o comunque indipendente dal Cristianesimo. Tuttavia la fine della preghiera indica chiaramente che il pane doveva essere mangiato come un sacramento di matrimonio mistico del fedele con Dio. Con ogni probabilità i Copti, e forse prima di loro i Melchisedechiani, avevano cristianizzato un uso e un rito esistenti.
Questo sembra essere il cammino percorso dalla tradizione. Hertzberg, che riteneva Melchisedec un personaggio del Canaan del Nord e probabilmente sacerdote del Baal Sedeq, proponeva il senso inverso: la tradizione del sacerdote-re cananeo, originariamente legata al Tabor, sarebbe stata trasferita dai Giudei, dai Samaritani e dai Cristiani nei luoghi rispettivamente considerati più santi.
Dal canto loro i visitatori, del Tabor videro il luogo dell’incontro a Daburiyeh, il villaggio ai piedi del monte, o sulla cima o sul pendio. Non mancarono quelli che lo trasportarono nei pressi di Endor, a Naim ed ai piedi del Gelboe. Alcune cronache ci sembrano interessanti.
Daniele (1106) dice: A un buon tiro di freccia ad ovest della Trasfigurazione si trova una grotta dalla quale Melchisedec uscì quando Abramo lo chiamò ‘Uomo di Dio’. Daniele riprende il testo di Atanasio: “Abramo tagliò a Melchisedec i capelli e le unghie perché era villoso”. Nella grotta Melchisedec eresse un altare e offrì un sacrificio con il pane e il vino, che Dio portò in cielo. Daniele spiega che questo fu l’inizio della liturgia con il pane e il vino e non con gli azimi. Giovanni di Würzburg (1165) deve aver sentito ancora parlare di una delle antiche credenze che identificavano Melchisedec con Seni, Set, Enoc, Cani, Canaan e Mesraim figli di Cani, Giobbe, e specifica: “Melchisedec che è Seni figlio di Noè”. Teodorico (1172) traduce in termini cristiani quanto restava della tradizione: “Su questo monte è stata eretta una nobile chiesa in onore del Salvatore, nella quale dei monaci servono Dio sotto la guida di un abate. Si dice che là sia stato offerto per la prima volta il sacrificio della Messa”.
Inoltre, Sanuto (1310), pur non riferendosi direttamente all’incontro, ci ha lasciato una indicazione topografica: A due leghe da Nazaret c’é il Monte Tabor e oltre il Monte Tabor, verso est, c’è la valle di Shaveh, che è la valle del Re. Nel 1928 Hertzberg ricordava che una valle della Galilea sudoccidentale si chiamava ancora valle del Re, Uadi el-Melek.
Attualmente la tradizione dell’incontro sopravvive in due posti, entrambi di proprietà greco-ortodossa: Sul Tabor, in una grotta poco a nord di Bab el-Haua, esattamente a un buon tiro di freccia ad ovest della basilica della Trasfigurazione, e nella cappella di Adamo sottostante il Calvario.
Nella prima metà del XVII sec., Roger scrisse: “Fra il Monte Armont [Piccolo Hermon] e le montagne di Gelboe si vede in una valletta il sito dove, così dicono, Melchisedec offri pane e vino in sacrificio e dove non ci sono resti di costruzioni. La pietra su cui offrì tale sacrificio è sotto il Monte Calvario, nella cappella degli Abissini”. Questa notizia spiega la duplicazione del ricordo in una maniera che può riflettere un lato della realtà.

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