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LA DEVOZIONE A MARIA E LA BASILICA DI SANTA MARIA MAGGIORE – 5 AGOSTO

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LA DEVOZIONE A MARIA E LA BASILICA DI SANTA MARIA MAGGIORE

RICORRE OGGI, 5 AGOSTO, LA RICORRENZA LITURGICA DELLA DEDICAZIONE DELLA CELEBRE BASILICA, CONOSCIUTA DAI ROMANI CON DIVERSI NOMI

Roma, 05 Agosto 2014 (Zenit.org) Osvaldo Rinaldi

Il 5 Agosto è la ricorrenza liturgica della dedicazione della Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma, un luogo pieno di fascino e di storia che attira la devozione di tanti fedeli.
Esso è il primo santuario mariano costruito in Occidente. Per volontà di papa Liberio questa chiesa fu edificata a partire da un antico tempio pagano, situato sul colle Esquilino. Un’antica leggenda narra che la Madonna sia apparsa la notte del 5 Agosto del 352 a papa Liberio e a un patrizio romano, invitandoli a costruire una chiesa dedicata a Maria nel luogo dove avrebbero trovato la neve nel mattino seguente. Quel segno fu confermato il mattino del 6 Agosto e per questa ragione fu edificata in quel luogo una chiesa che prese il nome di Santa Maria della neve.
Circa un secolo dopo, papa Sisto III decise di ricostruire la chiesa nelle dimensioni attuali, per onorare la Madonna, alla quale era stata attribuito, durante il Concilio di Efeso (431), il titolo di Madre di Dio. Il nome Maggiore è motivato dal fatto che il popolo cristiano è chiamato a rendere alla Vergine Maria una venerazione più grande rispetto a tutti gli altri santi. Maria è l’unica creatura che ha ricevuto il singolare privilegio di essere stata assunta in anima e corpo nel cielo. La Basilica viene chiamata anche Santa Maria del Presepe, perchè nel VI secolo furono portate in questo luogo delle tavole di legno che facevano parte della mangiatoia nella quale è stato adagiato il bambino Gesù a Betlemme.
Ogni singolo nome, attributo a questa Basilica di Roma, costituisce un’indicazione data ad ogni fedele per conoscere meglio la Madre di Dio e la Madre nostra. Il titolo di Santa Maria della neve ci invita a lasciarci rinfrescare sotto il manto di Maria per trovare quel refrigerio spirituale che rende più gioiosa la nostra vita. Durante questi giorni d’estate nei quali si registrano le più alte temperature esterne e nei quali si dedica il maggior tempo al riposo del corpo, vi è il serio rischio di rilassarsi troppo nella vita spirituale. La preghiera, la partecipazione alla Santa Messa, la testimonianza della propria fede, tendono ad essere tralasciate, incorrendo nel pericolo di cadere in una tiepidezza spirituale. In questo tempo tenere sempre vicino a noi Maria, significa continuare a vivere il ritmo della Chiesa senza perdere le proprie abitudini della vita spirituale, perchè la tentazione del peccato diventa ancora più forte proprio nei momenti di maggiore ozio del corpo e dell’anima.
Il secondo titolo di questa chiesa, Maria del Presepe, è un altro segno con il quale la Vergine vuole sorreggerci in questa stagione estiva. Gesù Cristo ha avuto come culla un luogo poco comodo e scarsamente accogliente. Le tavole di legno della mangiatoia sono un richiamo a non adagiarci alle comodità della vita, perchè esse conducono alla pigrizia spirituale. Molti ricercano luoghi di vacanza con le maggiori adagiatezza possibili, perchè attribuiscono ad esse l’origine del benessere personale.
Quella mangiatoia ci ricorda che la vera serenità è la pace del cuore, che nasce dal dedicare tanti piccoli spazi della giornata alla relazione con Dio, dallo stare insieme in famiglia e dal vivere con fede la storia che Dio ci ha dato. Quelle tavole di legno sono un richiamo alla semplicità di stile di vita, che si manifesta nel contemplare la bellezza della natura, nel ringranziare Dio per il dono della vita, nel lodare il Signore per averci dato la possibilità di svolgere il nostro servizio nella Chiesa.
Ed infine, il nome di Santa Maria Maggiore, racchiude tutti gli elementi della devozione mariana. La prima grandezza di Maria è quella di essere serva obbediente e discepola del suo Figlio Gesù Cristo. Proprio perchè rimane sempre vicina al suo Figlio, Maria rimane vicina ad ogni essere umano. Maria non fa distinzione di persone, una madre ama tutti i suoi figli, sia quelli fedeli che quelli disobbedienti. Per coloro che l’ascoltano maggiormente, Maria li invita a perseverare nella loro fede e li spinge ad amare coloro che sono assopiti dall’incredulità, affinchè possano affidarsi maggiormente alla Madre del cielo che vuole portare tutti i suoi figli da Gesù.
A coloro che non hanno la fede in Dio, Maria vuole donare una grazia particolare, rimanendo silenziosamente ai piedi della loro croce. Maria è la Madre silenziosa che condivide le sofferenze della malattia fisica, i dolori del peccato, le piaghe della nostra incredulità. Maria come Madre è la maggiore, è la più grande, perchè intercede sempre verso suo Figlio, per farci ottenere il perdono dei peccati, la guarigione dalla nostra incredulità, il sollievo del dolore dell’anima.
Tutta la Chiesa è chiamata a crescere nella fede in Gesù Cristo per mezzo della Beata Vergine. In questo giorno Maria desidera ardentemente che la invochiamo con cuore sincero, affinchè la possiamo sempre riconoscere, dietro ogni vicenda della nostra vita, come Madre, Maestra e Consigliera. Maria è la più grande, perchè supera i limiti del tempo e dello spazio: Ella ci segue, ci precede, ci accompagna durante tutto il pellegrinaggio della nostra vita.
Per questo motivo, se in qualche occasione non riusciamo a capire quello che sta accadendo, possiamo rivolgerci a Maria per trovare un approdo sicuro dove ripararci dalle tempeste della vita, per ricorrere a quell’abbraccio materno che dono sicurezza e consolazione, e per gustare quel sorriso della Madre che dona senso e speranza al nostro agire.

Publié dans:feste di Maria, Maria Vergine |on 5 août, 2014 |Pas de commentaires »

26 LUGLIO: BEATA VERGINE MARIA DEL MONTE CARMELO

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BEATA VERGINE MARIA DEL MONTE CARMELO

16 luglio – Memoria Facoltativa

Il primo profeta d’Israele, Elia (IX sec. a.C.), dimorando sul Monte Carmelo, ebbe la visione della venuta della Vergine, che si alzava come una piccola nube dalla terra verso il monte, portando la pioggia e salvando Israele dalla siccità. In quella immagine tutti i mistici cristiani e gli esegeti hanno sempre visto la Vergine Maria, che portando in sé il Verbo divino, ha dato la vita e la fecondità al mondo. Un gruppo di eremiti, «Fratelli della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo», costituitrono una cappella dedicata alla Vergine sul Monte Carmelo. I monaci carmelitani fondarono, inoltre, dei monasteri in Occidente. Il 16 luglio del 1251 la Vergine, circondata da angeli e con il Bambino in braccio, apparve al primo Padre generale dell’Ordine, beato Simone Stock, al quale diede lo «scapolare» col «privilegio sabatino», ossia la promessa della salvezza dall’inferno, per coloro che lo indossano e la liberazione dalle pene del Purgatorio il sabato seguente alla loro morte. (Avvenire)

Etimologia: Maria = amata da Dio, dall’egiziano; signora, dall’ebraico

Martirologio Romano: Beata Maria Vergine del Monte Carmelo, dove un tempo il profeta Elia aveva ricondotto il popolo di Israele al culto del Dio vivente e si ritirarono poi degli eremiti in cerca di solitudine, istituendo un Ordine di vita contemplativa sotto il patrocinio della santa Madre di Dio.
Il 16 luglio ricorre una festa mariana molto importante nella Tradizione della Chiesa: la Madonna del Carmelo, una delle devozioni più antiche e più amate dalla cristianità, legata alla storia e ai valori spirituali dell’Ordine dei frati della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo (Carmelitani). La festa liturgica fu istituita per commemorare l’apparizione del 16 luglio 1251 a san Simone Stock, all’epoca priore generale dell’ordine carmelitano, durante la quale la Madonna gli consegnò uno scapolare (dal latino scapula, spalla) in tessuto, rivelandogli notevoli privilegi connessi al suo culto.
Nel Primo Libro dei Re dell’Antico Testamento si racconta che il profeta Elia, che raccolse una comunità di uomini proprio sul monte Carmelo (in aramaico «giardino»), operò in difesa della purezza della fede in Dio, vincendo una sfida contro i sacerdoti del dio Baal. Qui, in seguito, si stabilirono delle comunità monastiche cristiane. I crociati, nell’XI secolo, trovarono in questo luogo dei religiosi, probabilmente di rito maronita, che si definivano eredi dei discepoli del profeta Elia e seguivano la regola di san Basilio. Nel 1154 circa si ritirò sul monte il nobile francese Bertoldo, giunto in Palestina con il cugino Aimerio di Limoges, patriarca di Antiochia, e venne deciso di riunire gli eremiti a vita cenobitica. I religiosi edificarono una chiesetta in mezzo alle loro celle, dedicandola alla Vergine e presero il nome di Fratelli di Santa Maria del Monte Carmelo. Il Carmelo acquisì, in tal modo, i suoi due elementi caratterizzanti: il riferimento ad Elia ed il legame a Maria Santissima.
Il Monte Carmelo, dove la Tradizione afferma che qui la sacra Famiglia sostò tornando dall’Egitto, è una catena montuosa, che si trova nell’Alta Galilea, una regione dello Stato di Israele e che si sviluppa in direzione nordovest-sudest da Haifa a Jenin. Fra il 1207 e il 1209, il patriarca latino di Gerusalemme (che allora aveva sede a San Giovanni d’Acri), Alberto di Vercelli, redasse per gli eremiti del Monte Carmelo i primi statuti (la cosiddetta regola primitiva o formula vitae). I Carmelitani non hanno mai riconosciuto a nessuno il titolo di fondatore, rimanendo fedeli al modello che vedeva nel profeta Elia uno dei padri della vita monastica.
La regola, che prescriveva veglie notturne, digiuno, astinenza rigorosi, la pratica della povertà e del silenzio, venne approvata il 30 gennaio 1226 da papa Onorio III con la bolla Ut vivendi normam. A causa delle incursioni dei saraceni, intorno al 1235, i frati dovettero abbandonare l’Oriente per stabilirsi in Europa e il loro primo convento trovò dimora a Messina, in località Ritiro. Le notizie sulla vita di san Simone Stock (Aylesford, 1165 circa – Bordeaux, 16 maggio 1265) sono scarse. Dopo un pellegrinaggio in Terra Santa, maturò la decisione di entrare fra i Carmelitani e, completati gli studi a Roma, venne ordinato sacerdote. Intorno al 1247, quando aveva già 82 anni, venne scelto come sesto priore generale dell’Ordine. Si adoperò per riformare la regola dei Carmelitani, facendone un ordine mendicante: papa Innocenzo IV, nel 1251, approvò la nuova regola e garantì all’Ordine anche la particolare protezione da parte della Santa Sede.
Proprio a san Simone Stock, che propagò la devozione della Madonna del Carmelo e compose per Lei un bellissimo inno, il Flos Carmeli, la Madonna assicurò che a quanti si fossero spenti indossando lo scapolare sarebbero stati liberati dalle pene del Purgatorio, affermando: «Questo è il privilegio per te e per i tuoi: chiunque morirà rivestendolo, sarà salvo». La consacrazione alla Madonna, mediante lo scapolare, si traduce anzitutto nello sforzo di imitarla, almeno negli intenti, a fare ogni cosa come Lei l’avrebbe compiuta.

Autore: Cristina Siccardi

La devozione spontanea alla Vergine Maria, sempre diffusa nella cristianità sin dai primi tempi apostolici, è stata man mano nei secoli, diciamo ufficializzata sotto tantissimi titoli, legati alle sue virtù (vedasi le Litanie Lauretane), ai luoghi dove sono sorti Santuari e chiese che ormai sono innumerevoli, alle apparizioni della stessa Vergine in vari luoghi lungo i secoli, al culto instaurato e diffuso da Ordini Religiosi e Confraternite, fino ad arrivare ai dogmi promulgati dalla Chiesa.
Maria racchiude in sé tante di quelle virtù e titoli, nei secoli approfonditi nelle Chiese di Oriente ed Occidente con Concili famosi e studi specifici, tanto da far sorgere una terminologia ed una scienza “Mariologica”, e che oltre i grandi cantori di Maria nell’ambito della Chiesa, ha ispirato elevata poesia anche nei laici, cito per tutti il sommo Dante che nella sua “preghiera di s. Bernardo alla Vergine” nel XXXIII canto del Paradiso della ‘Divina Commedia’, esprime poeticamente i più alti concetti dell’esistenza di Maria, concepita da Dio nel disegno della salvezza dell’umanità, sin dall’inizio del mondo.
“Vergine madre, figlia del tuo figlio, umile e alta più che creatura,
termine fisso d’eterno consiglio, tu se’ colei che l’umana natura
nobilitasti sì, che ‘l suo fattore non disdegnò di farsi sua fattura……”
Ma il culto mariano affonda le sue radici, unico caso dell’umanità, nei secoli precedenti la sua stessa nascita; perché il primo profeta d’Israele, Elia (IX sec. a.C.) dimorando sul Monte Carmelo, ebbe la visione della venuta della Vergine, che si alzava come una piccola nube dalla terra verso il monte, portando una provvidenziale pioggia, salvando così Israele da una devastante siccità.
In quella nube piccola “come una mano d’uomo” tutti i mistici cristiani e gli esegeti, hanno sempre visto una profetica immagine della Vergine Maria, che portando in sé il Verbo divino, ha dato la vita e la fecondità al mondo.
La Tradizione racconta che già prima del Cristianesimo, sul Monte Carmelo (Karmel = giardino-paradiso di Dio) si ritiravano degli eremiti, vicino alla fontana del profeta Elia, poi gli eremiti proseguirono ad abitarvi anche dopo l’avvento del cristianesimo e verso il 93 un gruppo di essi che si chiamarono poi ”Fratelli della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo”, costruirono una cappella dedicata alla Vergine, sempre vicino alla fontana di Elia.
Si iniziò così un culto verso Maria, il più bel fiore di quel giardino di Dio, che divenne la ‘Stella Polare, la Stella Maris’ del popolo cristiano. E sul Carmelo che è una catena montuosa che si estende dal golfo di Haifa sul Mediterraneo, fino alla pianura di Esdrelon, richiamato più volte nella Sacra Scrittura per la sua vegetazione, bellezza e fecondità, continuarono a vivere gli eremiti, finché nella seconda metà del sec. XII, giunsero alcuni pellegrini occidentali, probabilmente al seguito delle ultime crociate del secolo; proseguendo il secolare culto mariano esistente, si unirono in un Ordine religioso fondato in onore della Vergine, alla quale i suddetti religiosi si professavano particolarmente legati.
L’Ordine non ebbe quindi un fondatore vero e proprio, anche se considera il profeta Elia come suo patriarca e modello; il patriarca di Gerusalemme s. Alberto Avogadro (1206-1214), originario dell’Italia, dettò una ‘Regola di vita’, approvata nel 1226 da papa Onorio III.
Costretti a lasciare la Palestina a causa dell’invasione saracena, i monaci Carmelitani, come ormai si chiamavano, fuggirono in Occidente, dove fondarono diversi monasteri: Messina e Marsiglia nel 1238; Kent in Inghilterra nel 1242; Pisa nel 1249; Parigi nel 1254, diffondendo il culto di Colei che: “le è stata data la gloria del Libano, lo splendore del Carmelo e di Saron” (Is 35,2).
Il 16 luglio del 1251 la Vergine circondata da angeli e con il Bambino in braccio, apparve al primo Padre Generale dell’Ordine, beato Simone Stock, al quale diede lo ‘scapolare’ col ‘privilegio sabatino’, che consiste nella promessa della salvezza dall’inferno, per coloro che lo indossano e la sollecita liberazione dalle pene del Purgatorio il sabato seguente alla loro morte.
Lo ‘scapolare’ detto anche ‘abitino’ non rappresenta una semplice devozione, ma una forma simbolica di ‘rivestimento’ che richiama la veste dei carmelitani e anche un affidamento alla Vergine, per vivere sotto la sua protezione ed è infine un’alleanza e una comunione tra Maria ed i fedeli.
Papa Pio XII affermò che “chi lo indossa viene associato in modo più o meno stretto, all’Ordine Carmelitano”, aggiungendo “quante anime buone hanno dovuto, anche in circostanze umanamente disperate, la loro suprema conversione e la loro salvezza eterna allo Scapolare che indossavano! Quanti, inoltre, nei pericoli del corpo e dell’anima, hanno sentito, grazie ad esso, la protezione materna di Maria! La devozione allo Scapolare ha fatto riversare su tutto il mondo, fiumi di grazie spirituali e temporali”.
Altri papi ne hanno approvato e raccomandato il culto, lo stesso beato Giovanni XXIII lo indossava, esso consiste di due pezzi di stoffa di saio uniti da una cordicella, che si appoggia sulle scapole e sui due pezzi vi è l’immagine della Madonna.
Nel secolo d’oro delle fondazioni dei principali Ordini religiosi cioè il XIII, il culto per la Vergine Maria ebbe dei validissimi devoti propagatori: i Francescani (1209), i Domenicani (1216), i Carmelitani (1226), gli Agostiniani (1256), i Mercedari (1218) ed i Servi di Maria (1233), a cui nei secoli successivi si aggiunsero altri Ordini e Congregazioni, costituendo una lode perenne alla comune Madre e Regina.
L’Ordine Carmelitano partito dal Monte Carmelo in Palestina, dove è attualmente ubicato il grande monastero carmelitano “Stella Maris”, si propagò in tutta l’Europa, conoscendo nel sec. XVI l’opera riformatrice dei due grandi mistici spagnoli Giovanni della Croce e Teresa d’Avila, per cui oggi i Carmelitani si distinguono in due Famiglie: “scalzi” o “teresiani” (frutto della riforma dei due santi) e quelli senza aggettivi o “dell’antica osservanza”.
Nell’Ordine Carmelitano sono fiorite figure eccezionali di santità, misticismo, spiritualità claustrale e di martirio; ne ricordiamo alcuni: S. Teresa d’Avila (1582) Dottore della Chiesa; S. Giovanni della Croce (1591) Dottore della Chiesa; Santa Maria Maddalena dei Pazzi (1607); S. Teresa del Bambino Gesù (1897), Dottore della Chiesa; beato Simone Stock (1265); S. Angelo martire in Sicilia (1225); Beata Elisabetta della Trinità Catez (1906); S. Raffaele Kalinowski (1907); Beato Tito Brandsma (1942); S. Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein, 1942); suor Lucia, la veggente di Fatima, ecc.
Alla Madonna del Carmine, come è anche chiamata, sono dedicate chiese e santuari un po’ dappertutto, essa per la promessa fatta con lo scapolare, è onorata anche come “Madonna del Suffragio” e a volte è raffigurata che trae, dalle fiamme dell’espiazione del Purgatorio le anime purificate.
Particolarmente a Napoli è venerata come S. Maria La Bruna, perché la sua icona, veneratissima specie dagli uomini nel Santuario del Carmine Maggiore, tanto legato alle vicende seicentesche di Masaniello, cresciuto alla sua ombra, è di colore scuro e forse è la più antica immagine conosciuta come ‘Madonna del Carmine’.
Durante tutti i secoli trascorsi nella sua devozione, Ella è stata sempre rappresentata con Gesù Bambino in braccio o in grembo che porge lo ‘scapolare’ (tutto porta a Gesù), e con la stella sul manto (consueta nelle icone orientali per affermare la sua verginità).
La sua ricorrenza liturgica è il 16 luglio, giorno in cui nel 1251, apparve al beato Simone Stock, porgendogli l’ “abitino”.

Autore: Antonio Borrelli

Publié dans:feste di Maria, Maria Vergine |on 15 juillet, 2014 |Pas de commentaires »

L’ANNUNCIAZIONE (J. RATZINGER) – DAL LIBRO « LA FIGLIA DI SION »

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L’ANNUNCIAZIONE (J. RATZINGER) – DAL LIBRO « LA FIGLIA DI SION »

Nel suo libro La figlia di Sion, Papa Benedetto XVI, allora Cardinale J. Ratzinger, il racconto dell’Annunciazione è fonte di numerose meditazioni. Egli, andando diritto all’essenziale, apre la via ai principali approfondimenti che il lettore trova poi a sua disposizione.

Il luogo
Anzitutto, è già importante la localizzazione che Luca presenta in voluta contrapposizione con la precedente storia di Giovanni Battista.
L’annuncio della nascita del Battista avviene nel Tempio di Gerusalemme, è fatto ad un sacerdote che sta svolgendo la sua funzione e avviene, per così dire, nell’ordinamento ufficiale, come prescritto dalla legge, in conformità al culto, al luogo e alle funzioni.
L’annuncio della nascita del Messia viene fatto a Maria, ad una donna, in un luogo insignificante della semi-pagana Galilea che né Flavio Giuseppe né il Talmud nominano. Tutto ciò era « insolito per la sensibilità ebraica.
Ora Dio si rivela dove e quando Lui vuole ». Incomincia una vita nuova, al centro della quale non vi è il tempio ma l’umanità semplice di Gesù Cristo. È Egli ora il vero tempio, la tenda dell’incontro.

Il saluto a Maria
Il saluto a Maria (Lc 1,28-32) è stato formulato con stretto riferimento a Sof. 3,14-17 : è Maria la figlia di Sion alla quale sono rivolte le espressioni di quel testo, a lei viene detto « Gioisci » ; a lei viene detto che il Signore viene a lei; è lei che viene sollevata dall’angoscia perché il Signore è con lei per salvarla. [...]
Maria rimase turbata (Lc 1,29) a questo messaggio. Il suo turbamento non deriva dalla non comprensione o da quella paura pusillanime alla quale lo si vorrebbe talvolta far risalire. Deriva dalla commozione prodotta dagli incontri con Dio, di quelle gioie incommensurabili che sono capaci di commuovere le nature più dure.
Nel saluto dell’angelo compare il motivo portante con cui Luca presenta la figura di Maria in genere: è lei, in persona, la vera Sion alla quale si sono rivolte le speranze da tutte le rovine della storia.
È lei il vero Israele, nel quale si uniscono inseparabilmente Antica e Nuova Alleanza, Israele e Chiesa.
È lei il « popolo di Dio » , che porta frutto per la potenza della grazia di Dio.

Un concepimento misterioso
Dobbiamo infine fare attenzione anche all’espressione con la quale, in modo preciso, viene descritto il mistero del nuovo concepimento e della nuova nascita: « Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo ». [...]
La prima immagine fa riferimento al racconto della creazione ( Gn 1,2) e caratterizza quindi l’avvenimento come una nuova creazione: il Dio, il cui Spirito aleggiava sugli abissi, chiamò l’essere dal nulla. Egli che, come « Spirito creatore », è la ragione di tutto ciò che è, questo Dio inaugura qui una nuova creazione. Viene perciò sottolineato con ogni energia il taglio radicale che la venuta di Cristo significa: la sua novità è tale che essa raggiunge anche il fondamento dell’essere; è tale che può venire solamente dalla potenza creatrice di Dio stesso, non da altre parti.
La seconda immagine « su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo », appartiene alla teologia cultuale d’Israele; essa rimanda alla nube che stende la sua ombra sul Tempio ed indica così la presenza di Dio. Maria appare come la tenda santa sulla quale comincia ad agire la presenza nascosta di Dio.

J. Ratzinger (Papa Benedetto XVI)
La figlia di Sion, Jaca Book, Milano 1979, p.41-43

GIOVANNI PAOLO II IN TERRA SANTA (2000) – 25 MARZO 2000 – ANNUNCIAZIONE DEL SIGNORE

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/travels/documents/hf_jp-ii_hom_20000325_nazareth_it.html

PELLEGRINAGGIO GIUBILARE DI SUA SANTITÀ GIOVANNI PAOLO II
IN TERRA SANTA (20-26 MARZO 2000)

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

SANTA MESSA NELLA BASILICA DELL’ANNUNCIAZIONE

Israele – Nazareth – SABATO, 25 MARZO 2000 – ANNUNCIAZIONE DEL SIGNORE

«Ecco l’ancella del Signore: si faccia di me secondo la tua parola» (Angelus).

Signor Patriarca,
Venerati Fratelli nell’Episcopato,
Reverendo Padre Custode,
Carissimi Fratelli e Sorelle,

1. 25 marzo 2000, solennità dell’Annunciazione nell’Anno del Grande Giubileo: oggi gli occhi di tutta la Chiesa sono rivolti a Nazareth. Ho desiderato tornare nella città di Gesù, per sentire ancora una volta, a contatto con questo luogo, la presenza della donna della quale sant’Agostino ha scritto: «Egli scelse la madre che aveva creato; creò la madre che aveva scelto» (cfr Sermo 69, 3, 4). Qui è particolarmente facile comprendere perché tutte le generazioni chiamino Maria beata (cfr Lc 2, 48).
Saluto cordialmente Sua Beatitudine il Patriarca Michel Sabbah, e lo ringrazio per le gentili parole di introduzione. Con l’Arcivescovo Boutros Mouallem e tutti voi, Vescovi, sacerdoti, religiosi, religiose e laici, gioisco della grazia di questa solenne celebrazione. Sono lieto di avere l’opportunità di salutare il Ministro Generale Francescano Padre Giacomo Bini, che mi ha accolto al mio arrivo, e di esprimere al Custode, Padre Giovanni Battistelli, come pure ai Frati della Custodia l’ammirazione dell’intera Chiesa per la devozione con la quale svolgete la vostra vocazione unica. Con gratitudine rendo omaggio alla fedeltà al compito affidatovi dallo stesso san Francesco e confermato dai Pontefici nel corso dei secoli.
2. Siamo qui riuniti per celebrare il grande mistero che si è compiuto qui duemila anni fa. L’evangelista Luca colloca chiaramente l’evento nel tempo e nello spazio: «Nel sesto mese, l’Angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazareth, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria» (Lc 1, 26-27). Per comprendere però ciò che accadde a Nazareth duemila anni fa, dobbiamo ritornare alla lettura tratta dalla Lettera agli Ebrei. Questo testo ci permette di ascoltare una conversazione tra il Padre e il Figlio sul disegno di Dio da tutta l’eternità. «Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: Ecco, io vengo … per fare, o Dio, la tua volontà» (10, 5-7). La Lettera agli Ebrei ci dice che, obbedendo alla volontà de Padre, il Verbo Eterno viene tra noi per offrire il sacrificio che supera tutti i sacrifici offerti nella precedente Alleanza. Il suo è il sacrificio eterno e perfetto che redime il mondo.
Il disegno divino è rivelato gradualmente nell’Antico Testamento, in particolare nelle parole del profeta Isaia, che abbiamo appena ascoltato: «Pertanto il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele» (7, 14). Emmanuele: Dio con noi. Con queste parole viene preannunciato l’evento unico che si sarebbe compiuto a Nazareth nella pienezza dei tempi, ed è questo evento che celebriamo oggi con gioia e felicità intense.
3. Il nostro pellegrinaggio giubilare è stato un viaggio nello spirito, iniziato sulle orme di Abramo, «nostro padre nella fede» (Canone Romano; cfr Rm 4, 11-12). Questo viaggio ci ha condotti oggi a Nazareth, dove incontriamo Maria, la più autentica figlia di Abramo. È Maria, più di chiunque altro, che può insegnarci cosa significa vivere la fede di «nostro padre». Maria è in molti modi chiaramente diversa da Abramo; ma in maniera più profonda «l’amico di Dio» (cfr Is 41, 8) e la giovane donna di Nazareth sono molto simili.
Entrambi ricevono una meravigliosa promessa da Dio. Abramo sarebbe diventato padre di un figlio, dal quale sarebbe nata una grande nazione. Maria sarebbe divenuta Madre di un Figlio che sarebbe stato il Messia, l’Unto del Signore. Dice Gabriele «Ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce … il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre … e il suo regno non avrà fine» (Lc 1, 31-33).
Sia per Abramo sia per Maria la promessa giunge del tutto inaspettata. Dio cambia il corso quotidiano della loro vita, sconvolgendone i ritmi consolidati e le normali aspettative. Sia ad Abramo sia a Maria la promessa appare impossibile. La moglie di Abramo, Sara, era sterile e Maria non è ancora sposata: «Come è possibile?», chiede all’angelo. «Non conosco uomo» (Lc 1, 34).
4. Come ad Abramo, anche a Maria viene chiesto di rispondere «sì» a qualcosa che non è mai accaduto prima. Sara è la prima delle donne sterili della Bibbia che a concepire per potenza di Dio, proprio come Elisabetta sarà l’ultima. Gabriele parla di Elisabetta per rassicurare Maria: «Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio» (Lc 1, 36).
Come Abramo, anche Maria deve camminare al buio, affidandosi a Colui che l’ha chiamata. Tuttavia, anche la sua domanda «come è possibile?» suggerisce che Maria è pronta a rispondere «sì», nonostante le paure e le incertezze. Maria non chiede se la promessa sia realizzabile, ma solo come si realizzerà. Non sorprende, pertanto, che infine pronunci il suo fiat: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto» (Lc 1, 38). Con queste parole Maria si dimostra vera figlia di Abramo e diviene la Madre di Cristo e Madre di tutti i credenti.
5. Per penetrare ancora più profondamente questo mistero, ritorniamo al momento del viaggio di Abramo quando ricevette la promessa. Fu quando accolse nella propria casa tre ospiti misteriosi (cfr Gn 18, 1-15) offrendo loro l’adorazione dovuta a Dio: tres vidit et unum adoravit. Quell’incontro misterioso prefigura l’Annunciazione, quando Maria viene potentemente trascinata nella comunione con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Attraverso il fiat pronunciato da Maria a Nazareth, l’Incarnazione è diventata il meraviglioso compimento dell’incontro di Abramo con Dio. Seguendo le orme di Abramo, quindi, siamo giunti a Nazareth per cantare le lodi della donna «che reca nel mondo la luce» (inno Ave Regina Caelorum).
6. Siamo però venuti qui anche per supplicarla. Cosa chiediamo noi pellegrini, in viaggio nel Terzo Millennio Cristiano, alla Madre di Dio? Qui, nella città che Papa Paolo VI, quando visitò Nazareth, definì «La scuola del Vangelo. Qui s’impara ad osservare, ad ascoltare, a meditare, a penetrare nel senso, tanto profondo e misterioso, di quella semplicissima, umilissima, bellissima apparizione» (Allocuzione a Nazareth, 5 gennaio 1964) prego innanzitutto per un grande rinnovamento della fede di tutti i figli della Chiesa. Un profondo rinnovamento di fede: non solo un atteggiamento generale di vita, ma una professione consapevole e coraggiosa del Credo: «Et incarnatus est de Spiritu Sancto ex Maria Virgine, et homo factus est».
A Nazareth, dove Gesù «cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini» (Lc 2, 52), chiedo alla Santa Famiglia di ispirare tutti i cristiani a difendere la famiglia contro le numerose minacce che attualmente incombono sulla sua natura, la sua stabilità e la sua missione. Alla Santa Famiglia affido gli sforzi dei cristiani e di tutte le persone di buona volontà a difendere la vita e a promuovere il rispetto per la dignità di ogni essere umano.
A Maria, la Theotókos, la grande Madre di Dio, consacro le famiglie della Terra Santa, le famiglie del mondo.
A Nazareth, dove Gesù ha iniziato il suo ministero pubblico, chiedo a Maria di aiutare la Chiesa ovunque a predicare la «buona novella» ai poveri, proprio come ha fatto Lui (cfr Lc 4, 18). In questo «anno di grazia del Signore», chiedo a Lei di insegnarci la via dell’umile e gioiosa obbedienza al Vangelo nel servizio dei nostri fratelli e delle nostre sorelle, senza preferenze e senza pregiudizi.

«O Madre del Verbo Incarnato, non disprezzare la mia preghiera, ma benigna ascoltami ed esaudiscimi. Amen» (Memorare).

 

LA MORENITA DI GUADALUPE E IL POPOLO MESSICANO

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LA MORENITA DI GUADALUPE E IL POPOLO MESSICANO

Inserito da latheotokos Mercoledi 16 Settembre 2009

La presenza di Maria nella storia sociale del Messico secondo P. Clodovis Maria Boff . Dagli appunti del corso di Mariologia sociale al Marianum, Anno Accademico 1999/2000.

La creazione complessa e singolare della Nuova Spagna, cioè il Messico, non è stata indivi-duale ma sociale e non appartiene all’ordine artistico, ma a quello religioso: il culto di Nostra Signora di Guadalupe. L’importanza di Guadalupe non è tanto data dall’evento positivo acca-duto, ma piuttosto dai risvolti sociali che l’evento ha avuto nel vissuto e nella coscienza della gente. Questo ci spinge a fare una distinzione tra il « Guadalupe storico » e il « Guadalupe che-rigmatico », cioè il fenomeno socio – culturale, comprese le leggende e le tradizioni di cui è carico e che gli conferiscono un alto significato agli occhi delle masse.

Guadalupe: evento culturale – religioso Sull’evento storico delle apparizioni di Guadalupe, gli studi critici più recenti mostrano che: – il culto della Guadalupana ha preso avvio da due fonti: la Guadalupana spagnola, venerata allora nel famosissimo santuario di Exstramadura e il culto tolteco-azteco di Tonantzin, la dea madre del Messico. – non esistono documenti probanti le apparizioni del XVI secolo ma documenti contempora-nei sul culto della Guadalupana. Di apparizioni si sente parlare solo verso la metà del XVII secolo in un contesto anche polemico sull’identità messicana. La critica non nega tuttavia che ci siano state delle apparizioni ma che non abbiamo, almeno fino ad oggi, prove documenta-li. In tutto il discorso c’è qui da sottolineare più che i fatti storico – positivi, la rielaborazione fatta dalla gente del Messico dei dati positivi riguardante il caso Guadalupe: – La figura della Vergine è modificata rispetto alla Guadalupana spagnola: non ha più il bambino in braccio ma è incinta, forse a motivo del desiderio dei messicani di distinguere la loro dalla identità spagnola o quello di diffondere un’immagine diversa dalla spagnola per motivi economici: la patrona del Messico poteva essere stampata e comprata solo in Messi-co. – Vengono scritti una serie di testi apologetici su Nostra Signora di Guadalupe messicana in cui viene esaltata soprattutto la bellezza dell’immagine e i suoi significati estetici. – La polemica sulle apparizioni divide gli studiosi e gli scrittori tra favorevoli e contrari alle apparizioni e nel contesto della diatriba si inseriscono anche coloro che sconsigliano il culto della Guadalupana perché opera un pericoloso sincretismo tra la fede cristiana e l’antico cul-to della dea madre della religione azteca. – Il volto moreno della Vergine e i simboli che la adornano, hanno loro altissimo ruolo a li-vello di identità popolare messicana: – il volto moreno: colore del nuovo popolo nascente – la tunica rosso – pallida: colore del dio del sole ed ora simbolo del sangue del vero Reden-tore; – il manto azzurro – verde: colore degli imperatori messicani ed ora colore della vera imperatrice del mondo; – la cinta nera: segno azteco di gravidanza: la regina è gravida del vero re – il sole che circonda la Vergine: la divinità azteca del sole e del sangue, eclissata dallo splendore della Vergine Madre di Dio; – la luna sotto i piedi e le stelle del manto: segno di riconciliazione di tutto il cosmo – l’Angelo portatore della Vergine: introduce Maria simbolo della nuova era, quella della grazie e della salvezza; – le due croci: quella cristiana al collo e quella indigena sul ventre simbolo della ripacificazione e armonia tra la religione cristiana e quella azteca. – la tilma intera, cioè il sacro dipinto della Guadalupana, avvolto di misteri e miracoli, costi-tuisce il punto focale e determinante della storia e della leggenda di Guadalupe.

Guadalupe: evento socio-religioso Anche eventi naturali catastrofici che hanno colpito il Messico, hanno avuto la loro influenza nella conformazione « guadalupana » dell’animo messicano. – L’inondazione del 1629: l’immagine della Vergine portata in processione, mostrò agli occhi dei Messicani un’efficacia particolare: le acque cominciarono a rifluire per cui la Morenita venne proclamata protettrice di Città del Messico. – La peste del 1736: questa disgrazia colpì 40 su 150 mila abitanti di Città del Messico e la salvezza venne attribuita alla Morenita per cui qualche anno dpo, nel 1754 venne proclamata Patrona di tutto il Messico. Ritenuta anche protettrice contro l’invasione americana, agli inizi del XX secolo, l’immagine della Guadalupana venne impressa sullo stemma e sulle bandiere del Paese. Il Tepeyac diventa un luogo nazionale, luogo di incontro e congedo dei grandi. Vengono progettate e realizzate grandi opere attorno al Santuario come simbolo della nobile nazione messicana.

Guadalupe: evento politico – religioso L’autore messicano Ignacio Manuel Altamirano ha sottolineato con forza nel suo libro del 1884 « la fiesta de Guadalupe », l’importanza della figura della Vergine di Guadalupe per la coesione sociale del popolo messicano. La festa nazionale del 12 dicembre è un evento che tiene uniti insieme tutti i messicani e tutti i partiti. La presenza della Vergine Morena nella storia del Messico, viene sottolineata dallo stesso autore: – Nel movimento indipendentista, Guadalupe è stata l’emblema degli insorti che portavano sulla bandiera e sui sombreri l’immagine della Morenita che infondeva nel popolo in armi un coraggio incredibile; – Uno dei più grandi condottieri della guerra di liberazione, il P. José Maria Morelos, si ispi-rò anch’egli al simbolo guadalupano. – Si giunse a considerare tutti i devoti di Guadalupe come degli insorti e nelle chiese si guar-dava con sospetto quelli che andavano a fare una riverenza davanti all’altare della Guadalu-pana – Il generalissimo degli insorti Agostino de Itúrbide, dopo aver portato a compimento nel 1821 l’indeipendenza del Messico, si recò sul Tepeyac a ringraziare la Vergine per aver aiu-tato i Messicani nella loro lotta. – Il primo presidente Messicano, abolitore della schiavitù, cambia il suo nome, in omaggio alla Morenita da Mauel Félix Fernández in Guadalupe Victoria (1824-1829) – Il governo costituzionalista del presidente Benito Juárex che dal 1852 nazionalizzò tutti i beni ecclesiastici del Messico, fece eccezione per il santuario di Guadalupe. C’è stato tuttavia anche un calcolato miscuglio tra politica e Guadalupe a causa della sua e-norme influenza sulle masse, per cui anche politici sanguinari, legittimi o usurpatori che te-nevano il popolo spaventato per le loro cattiverie, venivano a prostrarsi ai piedi della Guada-lupana, mostrando per lei amore e devozione.

Prospettive dell’evento guadalupano Quali prospettive ha l’interazione tra il popolo messicano e la Vergine di Guadalupe, un fe-nomeno che è durato anche nel nostro secolo? Le prospettive sembrano essere queste: – Negli anni 60/70, i maghi della secolarizzazione profetizzarono il tramonto del « mito » di Guadalupe come simbolo nazionale. Laffay affermava: Guadalupe sarà un giorno un astro estinto come la luna alla quale viene associato. Niente si è dimostrato meno sicuro di queste affermazioni. Le radici storico – religioso – culturali sono troppo profonde per essere distrutte così semplicemente. Esse si sprofondano non soltanto nell’immaginario della gente, ma nel suolo della storia messicana di cui si alimentano. Più profondamente ancora sono radicate nella zona del mistero che coinvolge la storia e che è Dio stesso.

Riflessioni conclusive Il significato di Guadalupe è triplice e corrisponde a tre parole: riconciliazione, inculturazione, liberazione

RICONCILIAZIONE L’originalità del fenomeno guadalupano è la sua forza di riconciliazione dei contrari. La Tilma di Guadalupe rappresenta l’incontro in Messico tra Europa e America, cioè la ricom-posizione e cristallizzazione di tre grandi conflitti: – quello dell’indigenismo: la Morenita ha erdeditato il contenuto mitico – affettivio della dea Madre Tonantzin ed è diventata la Madre di Dio vivente e degli indios; – quello del messicanesimo, ossia dell’identità nazionale: La Guadalupana è l’immagine dei nuovi messicani, quelli meticci e i creoli; – quello dell’ispanismo: La Vergine di Guadalupe è la Vergine spagnola dei conquistatores e dei coloni, emigrata in America, dove si è pienamente adattata. Guadalupe è stato il crogiolo ove si sono fusi materiali di origine molto diversa.

INCULTURAZIONE La Morenita emerge come un riassunto del grande principio di inculturazione, per cui il suo volto è stato definito il simbolo luminosissimo dell’identità latino-americana. Nella figura di Maria si sono incarnati gli autentici valori culturali indigeni, integrati nel cristianesimo e i valori del cristianesimo accolti dalla cultura indigena.

LIBERAZIONE La presenza liberatrice della Vergine di Guadalupe è stata ultimamente sottolineata dalla Te-ologia della Liberazione. Essa ha ribadito la potenza liberatrice che comporta la storia e l’i-conografia di N. S. di Guadalupe. Sulle collina del Tepeyac, le moltitudini riscoprono la vera fraternità, fondata sul rispetto e sull’amore, principi dell’autentica libertà dell’uomo. La Mo-renita, liberatrice del Messico è il simbolo di tutti i poveri, gli oppressi e i bisognosi che lot-tano per i loro diritti.

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BENEDETTO XVI: SOLENNITÀ DELL’IMMACOLATA CONCEZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA – 2005

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/homilies/2005/documents/hf_ben-xvi_hom_20051208_anniv-vat-council_it.html

CAPPELLA PAPALE NEL 40° ANNIVERSARIO DELLA CONCLUSIONE DEL CONCILIO ECUMENICO VATICANO II

OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI

SOLENNITÀ DELL’IMMACOLATA CONCEZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA (NON RICORDO SE È ANNO A O NO!)

GIOVEDÌ, 8 DICEMBRE 2005

Cari Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio, Cari Fratelli e Sorelle,

Quarant’anni fa, l’8 dicembre 1965, sulla Piazza antistante questa Basilica di San Pietro, Papa Paolo VI concluse solennemente il Concilio Vaticano II. Era stato inaugurato, secondo la volontà di Giovanni XXIII, l’11 ottobre 1962, allora festa della Maternità di Maria, ed ebbe la sua conclusione nel giorno dell’Immacolata. Una cornice mariana circonda il Concilio. In realtà, è molto di più di una cornice: è un orientamento dell’intero suo cammino. Ci rimanda, come rimandava allora i Padri del Concilio, all’immagine della Vergine in ascolto, che vive nella Parola di Dio, che serba nel suo cuore le parole che le vengono da Dio e, congiungendole come in un mosaico, impara a comprenderle (cfr Lc 2,19.51); ci rimanda alla grande Credente che, piena di fiducia, si mette nelle mani di Dio, abbandonandosi alla Sua volontà; ci rimanda all’umile Madre che, quando la missione del Figlio lo esige, si fa da parte e, al contempo, alla donna coraggiosa che, mentre i discepoli si danno alla fuga, sta sotto la croce. Paolo VI, nel suo discorso in occasione della promulgazione della Costituzione conciliare sulla Chiesa, aveva qualificato Maria come « tutrix huius Concilii » – « protettrice di questo Concilio » (cfr Oecumenicum Concilium Vaticanum II, Constitutiones Decreta Declarationes, Città del Vaticano 1966, pag. 983) e, con un’allusione inconfondibile al racconto di Pentecoste tramandato da Luca (At 1,12-14), aveva detto che i Padri si erano riuniti nell’aula del Concilio « cum Maria, Matre Iesu » e, pure nel suo nome, ne sarebbero ora usciti (pag. 985). Resta indelebile nella mia memoria il momento in cui, sentendo le sue parole: « Mariam Sanctissimam declaramus Matrem Ecclesiae » – « dichiariamo Maria Santissima Madre della Chiesa », spontaneamente i Padri si alzarono di scatto dalle loro sedie e applaudirono in piedi, rendendo omaggio alla Madre di Dio, a nostra Madre, alla Madre della Chiesa. Di fatto, con questo titolo il Papa riassumeva la dottrina mariana del Concilio e dava la chiave per la sua comprensione. Maria non sta soltanto in un rapporto singolare con Cristo, il Figlio di Dio che, come uomo, ha voluto diventare figlio suo. Essendo totalmente unita a Cristo, ella appartiene anche totalmente a noi. Sì, possiamo dire che Maria ci è vicina come nessun altro essere umano, perché Cristo è uomo per gli uomini e tutto il suo essere è un « esserci per noi ». Cristo, dicono i Padri, come Capo è inseparabile dal suo Corpo che è la Chiesa, formando insieme con essa, per così dire, un unico soggetto vivente. La Madre del Capo è anche la Madre di tutta la Chiesa; lei è, per così dire, totalmente espropriata da se stessa; si è data interamente a Cristo e con Lui viene data in dono a tutti noi. Infatti, più la persona umana si dona, più trova se stessa. Il Concilio intendeva dirci questo: Maria è così intrecciata nel grande mistero della Chiesa che lei e la Chiesa sono inseparabili come sono inseparabili lei e Cristo. Maria rispecchia la Chiesa, la anticipa nella sua persona e, in tutte le turbolenze che affliggono la Chiesa sofferente e faticante, ne rimane sempre la stella della salvezza. È lei il suo vero centro di cui ci fidiamo, anche se tanto spesso la sua periferia ci pesa sull’anima. Papa Paolo VI, nel contesto della promulgazione della Costituzione sulla Chiesa, ha messo in luce tutto questo mediante un nuovo titolo radicato profondamente nella Tradizione, proprio nell’intento di illuminare la struttura interiore dell’insegnamento sulla Chiesa sviluppato nel Concilio. Il Vaticano II doveva esprimersi sulle componenti istituzionali della Chiesa: sui Vescovi e sul Pontefice, sui sacerdoti, i laici e i religiosi nella loro comunione e nelle loro relazioni; doveva descrivere la Chiesa in cammino, « che comprende nel suo seno peccatori, santa insieme e sempre bisognosa di purificazione… » (Lumen gentium, 8). Ma questo aspetto « petrino » della Chiesa è incluso in quello « mariano ». In Maria, l’Immacolata, incontriamo l’essenza della Chiesa in modo non deformato. Da lei dobbiamo imparare a diventare noi stessi « anime ecclesiali », così si esprimevano i Padri, per poter anche noi, secondo la parola di san Paolo, presentarci « immacolati » al cospetto del Signore, così come Egli ci ha voluto fin dal principio (Col 1,21; Ef 1,4). Ma ora dobbiamo chiederci: Che cosa significa « Maria, l’Immacolata »? Questo titolo ha qualcosa da dirci? La liturgia di oggi ci chiarisce il contenuto di questa parola in due grandi immagini. C’è innanzitutto il racconto meraviglioso dell’annuncio a Maria, la Vergine di Nazaret, della venuta del Messia. Il saluto dell’Angelo è intessuto di fili dell’Antico Testamento, specialmente del profeta Sofonia. Esso fa vedere che Maria, l’umile donna di provincia che proviene da una stirpe sacerdotale e porta in sé il grande patrimonio sacerdotale d’Israele, è « il santo resto » d’Israele a cui i profeti, in tutti i periodi di travagli e di tenebre, hanno fatto riferimento. In lei è presente la vera Sion, quella pura, la vivente dimora di Dio. In lei dimora il Signore, in lei trova il luogo del Suo riposo. Lei è la vivente casa di Dio, il quale non abita in edifici di pietra, ma nel cuore dell’uomo vivo. Lei è il germoglio che, nella buia notte invernale della storia, spunta dal tronco abbattuto di Davide. In lei si compie la parola del Salmo: « La terra ha dato il suo frutto » (67,7). Lei è il virgulto, dal quale deriva l’albero della redenzione e dei redenti. Dio non ha fallito, come poteva apparire già all’inizio della storia con Adamo ed Eva, o durante il periodo dell’esilio babilonese, e come nuovamente appariva al tempo di Maria quando Israele era diventato un popolo senza importanza in una regione occupata, con ben pochi segni riconoscibili della sua santità. Dio non ha fallito. Nell’umiltà della casa di Nazaret vive l’Israele santo, il resto puro. Dio ha salvato e salva il Suo popolo. Dal tronco abbattuto rifulge nuovamente la sua storia, diventando una nuova forza viva che orienta e pervade il mondo. Maria è l’Israele santo; ella dice « sì » al Signore, si mette pienamente a Sua disposizione e diventa così il tempio vivente di Dio. La seconda immagine è molto più difficile ed oscura. Questa metafora tratta dal Libro della Genesi parla a noi da una grande distanza storica, e solo a fatica può essere chiarita; soltanto nel corso della storia è stato possibile sviluppare una comprensione più profonda di ciò che lì viene riferito. Viene predetto che durante tutta la storia continuerà la lotta tra l’uomo e il serpente, cioè tra l’uomo e le potenze del male e della morte. Viene però anche preannunciato che « la stirpe » della donna un giorno vincerà e schiaccerà la testa al serpente, alla morte; è preannunciato che la stirpe della donna – e in essa la donna e la madre stessa – vincerà e che così, mediante l’uomo, Dio vincerà. Se insieme con la Chiesa credente ed orante ci mettiamo in ascolto davanti a questo testo, allora possiamo cominciare a capire che cosa sia il peccato originale, il peccato ereditario, e anche che cosa sia la tutela da questo peccato ereditario, che cosa sia la redenzione. Qual è il quadro che in questa pagina ci vien posto davanti? L’uomo non si fida di Dio. Egli, tentato dalle parole del serpente, cova il sospetto che Dio, in fin dei conti, gli tolga qualcosa della sua vita, che Dio sia un concorrente che limita la nostra libertà e che noi saremo pienamente esseri umani soltanto quando l’avremo accantonato; insomma, che solo in questo modo possiamo realizzare in pienezza la nostra libertà. L’uomo vive nel sospetto che l’amore di Dio crei una dipendenza e che gli sia necessario sbarazzarsi di questa dipendenza per essere pienamente se stesso. L’uomo non vuole ricevere da Dio la sua esistenza e la pienezza della sua vita. Vuole attingere egli stesso dall’albero della conoscenza il potere di plasmare il mondo, di farsi dio elevandosi al livello di Lui, e di vincere con le proprie forze la morte e le tenebre. Non vuole contare sull’amore che non gli sembra affidabile; egli conta unicamente sulla conoscenza, in quanto essa gli conferisce il potere. Piuttosto che sull’amore punta sul potere col quale vuole prendere in mano in modo autonomo la propria vita. E nel fare questo, egli si fida della menzogna piuttosto che della verità e con ciò sprofonda con la sua vita nel vuoto, nella morte. Amore non è dipendenza, ma dono che ci fa vivere. La libertà di un essere umano è la libertà di un essere limitato ed è quindi limitata essa stessa. Possiamo possederla soltanto come libertà condivisa, nella comunione delle libertà: solo se viviamo nel modo giusto l’uno con l’altro e l’uno per l’altro, la libertà può svilupparsi. Noi viviamo nel modo giusto, se viviamo secondo la verità del nostro essere e cioè secondo la volontà di Dio. Perché la volontà di Dio non è per l’uomo una legge imposta dall’esterno che lo costringe, ma la misura intrinseca della sua natura, una misura che è iscritta in lui e lo rende immagine di Dio e così creatura libera. Se noi viviamo contro l’amore e contro la verità – contro Dio –, allora ci distruggiamo a vicenda e distruggiamo il mondo. Allora non troviamo la vita, ma facciamo l’interesse della morte. Tutto questo è raccontato con immagini immortali nella storia della caduta originale e della cacciata dell’uomo dal Paradiso terrestre. Cari fratelli e sorelle! Se riflettiamo sinceramente su di noi e sulla nostra storia, dobbiamo dire che con questo racconto è descritta non solo la storia dell’inizio, ma la storia di tutti i tempi, e che tutti portiamo dentro di noi una goccia del veleno di quel modo di pensare illustrato nelle immagini del Libro della Genesi. Questa goccia di veleno la chiamiamo peccato originale. Proprio nella festa dell’Immacolata Concezione emerge in noi il sospetto che una persona che non pecchi affatto sia in fondo noiosa; che manchi qualcosa nella sua vita: la dimensione drammatica dell’essere autonomi; che faccia parte del vero essere uomini la libertà del dire di no, lo scendere giù nelle tenebre del peccato e del voler fare da sé; che solo allora si possa sfruttare fino in fondo tutta la vastità e la profondità del nostro essere uomini, dell’essere veramente noi stessi; che dobbiamo mettere a prova questa libertà anche contro Dio per diventare in realtà pienamente noi stessi. Con una parola, noi pensiamo che il male in fondo sia buono, che di esso, almeno un po’, noi abbiamo bisogno per sperimentare la pienezza dell’essere. Pensiamo che Mefistofele – il tentatore – abbia ragione quando dice di essere la forza « che sempre vuole il male e sempre opera il bene » (J.W. v. Goethe, Faust I, 3). Pensiamo che patteggiare un po’ col male, riservarsi un po’ di libertà contro Dio, in fondo, sia bene, forse sia addirittura necessario. Guardando però il mondo intorno a noi, possiamo vedere che non è così, che cioè il male avvelena sempre, non innalza l’uomo, ma lo abbassa e lo umilia, non lo rende più grande, più puro e più ricco, ma lo danneggia e lo fa diventare più piccolo. Questo dobbiamo piuttosto imparare nel giorno dell’Immacolata: l’uomo che si abbandona totalmente nelle mani di Dio non diventa un burattino di Dio, una noiosa persona consenziente; egli non perde la sua libertà. Solo l’uomo che si affida totalmente a Dio trova la vera libertà, la vastità grande e creativa della libertà del bene. L’uomo che si volge verso Dio non diventa più piccolo, ma più grande, perché grazie a Dio e insieme con Lui diventa grande, diventa divino, diventa veramente se stesso. L’uomo che si mette nelle mani di Dio non si allontana dagli altri, ritirandosi nella sua salvezza privata; al contrario, solo allora il suo cuore si desta veramente ed egli diventa una persona sensibile e perciò benevola ed aperta. Più l’uomo è vicino a Dio, più vicino è agli uomini. Lo vediamo in Maria. Il fatto che ella sia totalmente presso Dio è la ragione per cui è anche così vicina agli uomini. Per questo può essere la Madre di ogni consolazione e di ogni aiuto, una Madre alla quale in qualsiasi necessità chiunque può osare rivolgersi nella propria debolezza e nel proprio peccato, perché ella ha comprensione per tutto ed è per tutti la forza aperta della bontà creativa. È in lei che Dio imprime la propria immagine, l’immagine di Colui che segue la pecorella smarrita fin nelle montagne e fin tra gli spini e i pruni dei peccati di questo mondo, lasciandosi ferire dalla corona di spine di questi peccati, per prendere la pecorella sulle sue spalle e portarla a casa. Come Madre che compatisce, Maria è la figura anticipata e il ritratto permanente del Figlio. E così vediamo che anche l’immagine dell’Addolorata, della Madre che condivide la sofferenza e l’amore, è una vera immagine dell’Immacolata. Il suo cuore, mediante l’essere e il sentire insieme con Dio, si è allargato. In lei la bontà di Dio si è avvicinata e si avvicina molto a noi. Così Maria sta davanti a noi come segno di consolazione, di incoraggiamento, di speranza. Ella si rivolge a noi dicendo: « Abbi il coraggio di osare con Dio! Provaci! Non aver paura di Lui! Abbi il coraggio di rischiare con la fede! Abbi il coraggio di rischiare con la bontà! Abbi il coraggio di rischiare con il cuore puro! Compromettiti con Dio, allora vedrai che proprio con ciò la tua vita diventa ampia ed illuminata, non noiosa, ma piena di infinite sorprese, perché la bontà infinita di Dio non si esaurisce mai! ». Vogliamo, in questo giorno di festa, ringraziare il Signore per il grande segno della Sua bontà che ci ha donato in Maria, Sua Madre e Madre della Chiesa. Vogliamo pregarlo di porre Maria sul nostro cammino come luce che ci aiuta a diventare anche noi luce e a portare questa luce nelle notti della storia. Amen.

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LA FESTA DELLA CONCEZIONE IMMACOLATA DI MARIA NELL’ORIENTE CRISTIANO – GEORGES GHARIB

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LA FESTA DELLA CONCEZIONE IMMACOLATA DI MARIA NELL’ORIENTE CRISTIANO

GEORGES GHARIB

   La festa della concezione immacolata di Maria è comune all’Occidente e all’Oriente che hanno trovato nel corso dei secoli accenti sublimi per celebrarla, pur con modi e contenuti diversi. La diversità della celebrazione è visibile non solo nella data della festa ma anche nei contenuti, ed è dovuta ad una differente storia delle due Chiese e ad una diversa evoluzione della pietà mariana e del pensiero circa la santissima Madre di Dio.   La festa orientale    Come si sa la festa della Concezione di Maria è di origine orientale, il luogo d’origine però non è Gerusalemme, come per le altre due feste mariane della Natività (8 settembre) e della Presentazione al tempio (21 novembre), ma Costantinopoli, alla luce di due specie di considerazioni.    La prima riguarda la stessa sant’Anna, le cui reliquie erano arrivate da Gerusalemme a Costantinopoli nel secolo VII, dando luogo ad un vero culto della madre di Maria; la seconda riguarda invece la stessa Maria: volendo completare il suo ciclo di feste, e notando che esistevano già nel calendario due altre feste di concezione: quella di Gesù (Annunciazione il 25 marzo) e quella di Giovanni Battista (23 settembre), si è pensato che Maria non meritava di meno. Così la festa fu costituita per venerare insieme la madre che concepisce e la figlia concepita.    La sua fissazione al 9 dicembre è con riferimento alla festa della nascita che era già festeggiata l’8 settembre. Ben presto la nuova festa fu considerata non solo come la prima di tutte le feste, ma anche la base e il fondamento delle altre, essendo la venuta all’esistenza di Maria il perno e il cardine della venuta nel mondo del Figlio di Dio.   Oggetto della festa    Dall’inizio l’oggetto della festa è composito, come risulta dai testi dei Padri della Chiesa e dai libri liturgici: alcuni si fermano sulla concezione attiva di Anna e parlano di «festa della concezione di sant’Anna»; altri, facendo convergere l’attenzione sulla concezione di Maria, parlano di «festa della concezione della Madre di Dio». In questo secondo contesto i testi parlano indifferentemente di «concezione della Madre di Dio», di «concezione della Vergine immacolata», di «santa concezione della Theotokos», di «venerata concezione della sola pura e immacolata»: così si celebra in modo mirabile la stessa Maria che è concepita.    Gli oratori sacri fanno lo stesso nelle loro omelie pronunciate in occasione della celebrazione: uno di loro, Eutimio Sincello (? 917), desistendo di parlare della sterilità di Anna, si ferma solo sulla figura di Maria: per lui la festa mariana di dicembre è la prima di tutte le feste, quella in cui l’umanità ha ricevuto la sostanza e il principio dei benefici divini; un altro, Georgio di Nicomedia (secolo IX), sostiene che la festa non è solo la prima di tutte le feste, ma la base e il fondamento di tutte le altre, e questo per la venuta all’esistenza della Madre di Dio.    Come si vede l’oggetto della festa orientale è ricco e contiene tre diversi oggetti: il primo è l’annuncio fatto da un angelo ad Anna del suo concepimento; il secondo è il miracolo della concezione di Maria nel seno sterile di Anna; il terzo, infine, è la concezione di Maria, vale a dire la venuta all’esistenza della futura Madre di Dio.    Il primo elemento ha contribuito ad introdurre la festa nel ciclo liturgico: il Protevangelo di Giacomo ne ha fornito il quadro più o meno storico, ossia l’annuncio, fatto da un angelo, della concezione miracolosa di Anna sterile. Gli altri due elementi si sono spontaneamente e naturalmente sommati a questo nucleo primitivo, consentendo, di fatto, al terzo di occupare il primo posto.    Così, prestando poca attenzione ai dati più o meno leggendari circa il fatto della concezione di Anna, si celebra la venuta all’esistenza della futura Madre di Dio, vedendo già in questa il mistero di suo Figlio e la sua opera redentrice. Si parla di un intervento speciale della Santissima Trinità per preparare il palazzo del Verbo fatto carne.    La festa fornisce l’occasione di manifestare la fede nella santità assoluta della Panaghia o Tuttasanta, di cantare, lodare e esaltare la Vergine Immacolata, non solo immune da ogni colpa ma ripiena e colma da sempre di ogni santità.   Alcuni testi liturgici    I testi mettono in rilievo la grandezza dell’avvenimento non solo per i genitori, ma anche per tutta l’umanità e per noi che ne siamo i beneficiari. Il Tropario della festa così canta:    Oggi si spezzano i vincoli della sterilità: difatti Dio, esaudendo Gioacchino ed Anna, promette loro di generare contro ogni speranza una divina Fanciulla, dalla quale è nato, divenendo uomo, colui che luogo non contiene, ordinando all’angelo di gridarle: Salve, o Piena di grazia, il Signore è con te.    Il fatto stesso della concezione è considerato come un vero prodigio, anzi il prodigio dei prodigi. La situazione anteriore dei genitori è paragonata ad una terra arida e secca che, irrigata dalla grazia del Signore, riesce a produrre frutto; a un tronco secco che può ormai germogliare e fiorire; ad una spiga che può produrre grano. La nuova fecondità di Anna, ricca di tante promesse, rimuove la sterilità del genere umano.    Il frutto di Anna è paragonato al cielo nuovo che fa sorgere il sole, alla scala dalla quale discese Dio sulla terra, alla Nuova Eva destinata alla nascita del Nuovo Adamo. La concezione di Anna è occasione di gioia universale non solo per i genitori, ma anche per Adamo e Eva, per Abramo, per tutti i profeti e tutti i confini della terra, come si canta nell’ufficio di Lodi:    Mettete fine, Adamo ed Eva, ad ogni tristezza: la Madre della gioia, paradossalmente è data come frutto, oggi, ad una sterile.    O avo Abramo, e voi tutti i profeti, giubilate alla vista della Madre di Dio che nasce dalla vostra radice.    Salve, Gioacchino e anche Anna, salve! voi portate quale frutto, oggi, colei che è causa di gioia e di salvezza per il mondo.    Coro dei profeti, siate nella gioia; ecco difatti Anna che dà il frutto per il quale le vostre profezie si sono adempiute.    O tutte voi, tribù, partecipate alla gioia di Anna, la sterile: essa difatti genera, contro ogni speranza un frutto del seno, causa della nostra vita.    O tutti voi, confini della terra, gioite! Ecco difatti che la Madre del Creatore universale è generata, oggi, da un seno sterile.   L’iconografia della festa    La concezione di una creatura in seno alla madre è un tema iconografico alquanto inconsueto e difficile a raffigurare. In Oriente il problema è stato risolto ricorrendo ad una serie di raffigurazioni, volte tutte a suggerire simbolicamente il fatto. Tre qui meritano di essere presentate.    La prima immagine raffigura Gioacchino ed Anna in preghiera e l’angelo che fa loro l’annuncio di una prole, la seconda, che porta l’iscrizione: «Abbraccio di Gioacchino ed Anna», e anche «Incontro alla Porta d’Oro», raffigura Gioacchino ed Anna che s’incontrano alla Porta d’Oro di Gerusalemme mentre scambiano un abbraccio.    In tutte e due le raffigurazioni la concezione si percepisce simbolicamente attraverso l’intervento dell’angelo che porta il lieto annuncio, come nel caso di Maria all’Annunciazione; e attraverso l’abbraccio di Gioacchino ed Anna alla Porta d’oro di Gerusalemme, segno dell’amore fecondo dei due genitori.    La terza, molto suggestiva, raffigura Anna che regge su un braccio la Figlia Maria: in quest’immagine gli iconografi si ispirano al tipo mariano della Madonna con Bambino, in cui Maria regge su un braccio il divin Bambino. 

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8 SETTEMBRE : NATIVITA’ DELLA BEATA VERGINE MARIA

   http://www.certosini.info/lezion/Santi/8_settembre_nativita_della_bv.htm

8 SETTEMBRE : NATIVITA’ DELLA BEATA VERGINE MARIA

1. Dalla Esortazione apostolica sul culto mariano di papa Paolo VI. – Marialis cultus,16-23. AAS 66(1974)128-134.

Vogliamo approfondire un aspetto particolare dei rapporti intercorrenti tra Matria e la liturgia, vale a dire: Maria quale modello dell’atteggiamento spirituale con cui la Chiesa celebra e vive i divini misteri. L’esemplarità della beata Vergine in questo campo deriva dal fatto che ella è riconosciuta eccellentissimo modello della Chiesa nell’ordine della fede, della carità e della perfetta unione con Cristo, cioè di quella disposizione interiore con cui la Chiesa, sposa amatissima, strettamente associata al suo Signore, lo invoca e, per mezzo di lui, rende il culto all’eterno Padre.
Maria è la Vergine in ascolto, che accoglie la parola di Dio con fede; e questa fu per lei premessa e via alla maternità divina poiché, come intuì sant’Agostino, « la beata Maria colui che partorì credendo, credendo concepì ». La fede fu per lei causa di beatitudine e fonte di certezza circa l’adempimento della promessa: E beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore. ( Sal 49,14 ) Con la fede, Maria, protagonista e testimone singolare dell’incarnazione, ritornava sugli avvenimenti dell’infanzia di Cristo, raffrontandoli tra loro nell’intimo del suo cuore.
Questo fa anche la Chiesa, soprattutto nella sacra liturgia: con fede ascolta, accoglie, proclama, venera la parola di Dio, la dispensa ai fedeli come pane di vita e alla sua luce scruta i segni dei tempi, interpreta e vive gli eventi della storia.
 2. Maria è, altresì, la Vergine in preghiera. Cosi ella appare nella visita alla madre del Precursore, in cui effonde il suo spirito in espressioni di glorificazione a Dio, di umiltà, di fede, di speranza: tale è il Magnificat, preghiera per eccellenza di Maria, il canto dei tempi messianici, nel quale confluiscono l’esultanza dell’antico e del nuovo Israele.
Come infatti sembra suggerire sant’Ireneo,nel cantico di Maria confluì il tripudio di Abramo che presentiva il Messia e risuonò, profeticamente anticipata, la voce della Chiesa: « Nella sua esultanza Maria proclamava profeticamente a nome della Chiesa: L’anima mia magnifica il Signore ( Lc1,46-55 ) Infatti, il cantico della Vergine, dilatandosi, è divenuto preghiera di tutta la Chiesa in tutti i tempi.
Vergine in preghiera appare Maria a Cana dove, manifestando al Figlio con delicata implorazione una necessità temporale, ottiene anche un effetto di grazia: che Gesù, compiendo il primo dei suoi « segni », confermi i discepoli nella fede in lui.
 3. Anche l’ultimo tratto biografico su Maria ce la presenta orante: gli Apostoli erano assidui e concordi nella preghiera, insieme con alcune donne e con Maria, la madre di Gesù e con i fratelli di lui ( At 1,146.): presenza orante di Maria nella Chiesa nascente e nella Chiesa di ogni tempo, poiché ella, assunta in cielo, non ha deposto la sua missione di intercessione e di salvezza.
Vergine in preghiera è anche la Chiesa, che ogni giorno
presenta al Padre le necessità dei suoi figli, loda il Signore incessantemente e intercede per la salvezza del mondo.
Maria è ancora la Vergine Madre, cioè colei che per la sua fede e la sua obbedienza generò sulla terra lo stesso Figlio del Padre, senza contatto con uomo, ma adombrata dallo Spirito Santo: prodigiosa maternità, costituita da Dio quale tipo e modello della fecondità della Vergine Chiesa la quale diventa anch’essa madre, poiché con la predicazione e con il battesimo genera a vita nuova e immortale i figli, concepiti per opera dello Spirito Santo e nati da Dio.
 4. Giustamente gli antichi Padri insegnavano che la Chiesa prolunga nel sacramento del battesimo la maternità verginale di Maria.
Tra le loro testimonianze ci piace ricordare quella di san Leone Magno, il quale afferma: « L’origine che Cristo ha preso nel grembo della Vergine, l’ha posta nel fonte battesimale: ha dato all’acqua quel che aveva dato alla Madre; difatti la virtù dell’Altissimo e l’adombramento dello Spirito Santo, che fece si che Maria desse alla luce il Salvato re, fa anche si che l’acqua rigeneri il credente ».
Volendo attingere alle fonti liturgiche, potremmo citare la bella preghiera della liturgia ispanica: « Maria portò la Vita nel grembo, la Chiesa la porta nell’onda battesimale. Nelle membra di quella fu plasmato il Cristo, nelle acque di questa fu rivestito il Cristo ».
Maria è, infine, la Vergine offerente. Nell’episodio di Gesù presentato al tempio, la Chiesa guidata dallo Spirito ha scorto, al di la dell’adempimento delle leggi riguardanti l’oblazione della madre, un mistero salvifico, relativo appunto alla storia della salvezza.
 5. Nell’episodio della presentazione di Gesù al tempio, la Chiesa ha rilevato la continuità dell’offerta fondamentale che il Verbo incarnato fece al Padre, entrando nel mondo; ha visto proclamata l’universalità della salvezza, poiché Simeone, salutando nel bambino la luce per illuminare le genti e la gloria di Israele, riconosceva in lui il Messia, il Salvatore di tutti; la Chiesa ha inteso il riferimento profetico alla passione di Cristo, giacché le parole di Simeone, le quali congiungevano in un unico vaticinio il Figlio, segno di contraddizione, e la Madre, a cui la spada avrebbe trafitto l’anima, si avverarono sul Calvario. Mistero di salvezza, dunque, che nei suoi vari aspetti orienta l’episodio della presentazione al tempio verso l’evento salvifico della croce. Ma la Chiesa stessa, soprattutto nel medioevo, ha intuito nel cuore della Vergine, che porta il Figlio a Gerusalemme per presentarlo al Signore, una volontà oblativa che superava il senso ordinario del rito.
Di tale intuizione abbiamo testimonianza nell’affettuosa apostrofe di san Bernardo:  « Offri il tuo Figlio, o Vergine santa, e presenta al Signore il frutto benedetto del tuo seno. Offri per la riconciliazione di noi tutti la vittima santa, a Dio gradita ».
 6. Quest’unione della Madre con il Figlio nell’opera della redenzione raggiunge il culmine sul Calvario, dove Cristo offri se stesso senza macchia a Dio. ( Eb 9,14 ) e dove Maria stette presso la croce soffrendo profondamente con il suo unico Figlio e associandosi con animo materno al sacrificio di lui, amorosamente consenziente all’immolazione della vittima da lei generata e offrendola anch’ella all’eterno Padre.
Al fine di perpetuare nei secoli il sacrificio della croce il divin Salvatore istitui il Sacrificio eucaristico, memoriale della sua morte e risurrezione, e lo affidò alla Chiesa, sua sposa. La Chiesa, soprattutto la domenica, convoca i fedeli per celebrare la pasqua del Signore, finché egli ritorni. La Chiesa compie ciò in comunione con i santi del cielo, e prima di tutto con la beata Vergine, della quale imita la carità ardente e la fede incrollabile.
 7. Modello di tutta la Chiesa nell’esercizio del culto divino, Maria è anche evidentemente maestra di vita spirituale per i singoli cristiani.
Ben presto i fedeli cominciarono a guardare a Maria per fare, come lei, della propria vita un culto a Dio e del loro culto un impegno di vita. Già nel IV secolo sant’Ambrogio parlando ai fedeli auspicava che in ognuno di essi fosse l’anima di Maria per glorificare Dio: « Dev’essere in ciascuno dei cristiani l’anima di Maria per magnificare il Signore; dev’essere in ciascuno il suo spirito per esultare in Dio ».
Maria, però, è soprattutto modello di quel culto che consiste nel fare della propria vita un’offerta a Dio: dottrina antica, perenne, che ognuno può riascoltare, ponendo mente all’insegnamento della Chiesa, ma anche porgendo l’orecchio alla voce stessa della Vergine, allorché ella, anticipando in se la stupenda domanda della preghiera del Signore Sia fatta la tua volontà »( Mt 6,10 ) rispose al messaggero di Dio: Sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto. ( Lc 1,38 )
E il « si » di Maria è per tutti i cristiani lezione ed esempio per fare dell’obbedienza alla volontà del Padre la via e il mezzo della propria santificazione.
 8. E’ importante, d’altra parte, osservare come la Chiesa traduca i molteplici rapporti che la uniscono a Maria in vari ed efficaci atteggiamenti cultuali: in venerazione profonda, quando riflette sulla singolare dignità della Vergine, divenuta, per opera dello Spirito, Madre del Verbo incarnato; in amore ardente, quando considera la maternità spirituale di Maria verso tutte le membra del Corpo mistico; in fiduciosa invocazione, quando esperimenta l’intercessione della sua avvocata e ausiliatrice; in servizio di amore, quando scorge nell’umile serva del Signore la regina di misericordia e la madre di grazia; in operosa imitazione, quando contempla la santità e le virtù della piena di grazia; ( Lc 1,28) in commosso stupore, quando vede in lei, come in un’immagine purissima, ciò che essa tutta desidera e spera di essere; in attento studio, quando ravvisa nella cooperatrice del Redentore, ormai pienamente partecipe dei frutti del mistero pasquale, il compimento profetico del suo stesso avvenire, fino al giorno in cui, purificata da ogni ruga e da ogni macchia, diverrà come una sposa ornata per lo sposo, Gesù Cristo.

9. dal vangelo secondo matteo. 1,1-16
Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù chiamato Cristo.

DAI DISCORSI DI UGO DI SAN VITTORE.
SERMO 34. PL 177,980-981.
 Chi è costei che sorge come I’aurora .( Ct 6,10 ) Fratelli, la Vergine Maria può essere paragonata all’aurora che mette fine alla notte, perché i secoli che l’avevano preceduta erano stati tenebrosi. Maria è la vera precorritrice della luce della grazia, è l’astro che annunzia il sole di giustizia, il quale nascerà dal suo grembo.
Tutto il tempo che intercorse dalla caduta di Adamo alla nascita di Maria fu proprio un interminabile buio, una lunga, fonda, gelida notte. Tuttavia, a volte un astro sorgeva a rischiarare quei tempi: furono i santi patriarchi e profeti, che illuminarono con le loro virtù l’ignoranza di quel popolo.
Ma quei raggi svanirono al sorgere dell’aurora, perché rispetto alla beata Vergine, i santi che la precedono sono poveri barlumi. Che cosa valgono in confronto della santità di Maria l’innocenza di Abele, la giustizia di Noè, la fede di Abramo, la pazienza di Isacco, il coraggio di Giacobbe? La continenza di Giuseppe, la mansuetudine di Mosè, la forza di Giosué, la carità di Samuele, l’umiltà di Davide, lo zelo di Elia, l’astinenza di Daniele, l’eminente santità di Giovanni e le virtù degli altri santi impallidiscono di fronte alla Madre di Dio.
La Vergine Maria è l’aurora fulgidissima, il cui splendore magnifico oscura quello degli antichi padri.
 10. Poco dopo la venuta al mondo di Maria, aurora lucentissima, nacque da lei il sole di giustizia, Cristo nostro Dio, che scacciò le tenebre e illuminò l’universo. Allora il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce. ( Is 9,1)
Cristo ha illuminato il mondo con la sua nascita, il suo vangelo, i suoi miracoli, la sua passione e risurrezione, le apparizioni, l’ascensione e l’invio dello Spirito Santo.
Fratelli, la notte è avanzata.. il giorno e vicino. Gettiamo via perciò le opere delle tenebre. Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno. ( Rm 13,12.13 )
Non dimentichiamo di invocare l’intercessione di Maria, perché i suoi meriti e le sue preghiere ci ottengano la luce perenne del Sole di giustizia. Esso brilli su di noi senza conoscere tramonto, così come il sole materiale che si fermò a Gabaon, finché Giosué non si fu vendicato dei nemici. Cristo sia sempre con noi, come ci ha promesso, sino alla fine dei tempi, per debellare tutti i nostri nemici e donarci troni nel cielo.

11. SULLA NATIVITÀ DELIA MADRE DI DIO DI SAN TEODORO STUDITA.
HOMILIA II IN NATIVITATEM B.V.MARIAE,4.7. PG 96,683-686.690.
 Che c’è di più puro e di più irreprensibile della Vergine Maria? Dio amo talmente questa luce cosi intensa e cosi pura, da unirsi sostanzialmente a lei, per opera dello Spirito Santo e da lei nascere, come uomo perfetto, senza ne mutamenti ne confusione delle proprietà.
Quale prodigio! Nel suo immenso amore per gli uomini, Dio non si è vergognato di prendere come Madre la propria ancella. Inaudita condiscendenza del Signore! Nella sua sconfinata bontà, egli non esitò a diventare figlio di colei che lui stesso aveva modellato.
Dio era talmente invaghito della più incantevole fra le sue creature che abbracciò colei che supera in dignità le stesse potenze del cielo. Di lei il profeta Zaccaria afferma: Gioisci, esulta, figlia di Sion, perché, ecco, io vengo ad abitare in mezzo a te. ( Zc 2,14 )
Ma anche il beato Gioele mi sembra che proclami più o meno la stessa cosa di Maria: Non temere, terra, ma rallegrati e gioisci, poiché cose grandi ha fatto il Signore.( GI 2,21 )
 12. Maria è la terra sulla quale colui che ha fondato la terra sulle sue basi ( Sal 103,5 ) viene plasmato nella carne, per opera dello Spirito Santo. Maria è la terra che, senza essere stata seminata, fa schiudere il frutto che da a ognuno il nutrimento.
Maria è la terra dalla quale non è nata la spina del peccato; al contrario, questo è stato da lei espulso grazie al suo germoglio. Maria non è la terra che fu maledetta come la prima, i cui frutti sono pieni di triboli e spine; su di lei invece si è posata la benedizione del Signore e il frutto del suo seno è benedetto.
Ave, o luogo del Signore, terra che Dio ha sfiorato con i suoi passi. Tu hai contenuto nella tua carne colui che come Dio sfugge a ogni limite spaziale. Da te quegli che è semplice è nato composto; l’eterno è entrato nel tempo, l’infinito si è lasciato circoscrivere. Ave, casa di Dio, dimora che brilla di splendori divini.

Publié dans:feste di Maria, Maria Vergine |on 9 septembre, 2013 |Pas de commentaires »

22 AGOSTO: BEATA VERGINE MARIA REGINA – PREGHIERE

http://www.preghiereperlafamiglia.it/beata-vergine-maria-regina.htm

22 AGOSTO: BEATA VERGINE MARIA REGINA

PREGHIERA alla B.V. MARIA REGINA

O Madre del mio Dio e mia Signora Maria, mi presento a Te che sei la Regina del Cielo e della terra come un povero piagato davanti ad una potente Regina. Dall’alto trono dal quale tu siedi, non sdegnare, Ti prego, di volgere gli occhi su di me, povero peccatore. Dio Ti ha fatta così ricca per aiutare i poveri e Ti ha costituita Madre di Misericordia affinché Tu possa confortare i miserabili. Guardami dunque e compatiscimi.
 Guardami e non mi lasciare se non dopo avermi trasformato da peccatore in Santo.
 Mi rendo conto di non meritare niente, anzi, per la mia ingratitudine dovrei essere privato di tutte le grazie che per tuo mezzo ho ricevuto dal Signore; ma Tu che sei la Regina di Misericordia non cerchi i meriti, bensì le miserie per soccorrere i bisognosi. Chi è più povero e bisognoso di me?
 O Vergine sublime, so che Tu, oltre ad essere la Regina dell’universo, sei anche la mia Regina. Voglio dedicarmi completamente ed in modo particolare al tuo servizio, affinché Tu possa disporre di me come Ti piace. Perciò Ti dico con San Bonaventura: « O Signora, mi voglio affidare al tuo potere discreto, perchè Tu mi sostenga e governi totalmente. Non mi abbandonare ». Guidami Tu, Regina mia, e non lasciarmi solo. Comandami, utilizzami a Tuo piacere, castigami quando non Ti ubbidisco, poiché i castighi che mi verranno dalle Tue mani mi saranno salutari.
  Ritengo più importante essere tuo servo piuttosto che signore di tutta la terra. « Io sono tuo: salvami ». O Maria, accoglimi come tuo e pensa a salvarmi. Non voglio più essere mio, mi dono a Te.
Se nel passato Ti ho servito male ed ho perduto tante belle occasioni per onorarti, in avvenire voglio unirmi ai tuoi servi più innamorati e fedeli. No, non voglio che da oggi in poi qualcuno mi superi nell’onorarti e nell’amarti, mia amabilissima Regina. Prometto e spero di perseverare così, con il tuo aiuto. Amen.
 (Sant’Alfonso Maria de Liguori, « Le glorie di Maria »)

PREGHIERA di PIO XII a MARIA REGINA
Dal profondo di questa terra di lacrime, ove la umanità dolorante penosamente si trascina; tra i flutti di questo nostro mare perennemente agitato dai venti delle passioni; eleviamo gli occhi a voi, o Maria, Madre amatissima, per riconfortarci contemplando la vostra gloria, e per salutarvi Regina e Signora dei cieli e della terra, Regina e Signora nostra.
Questa vostra regalità vogliamo esaltare con legittimo orgoglio di figli e riconoscerla come dovuta alla somma eccellenza di tutto il vostro essere, o dolcissima e vera Madre di Colui, che è Re per diritto proprio, per eredità, per conquista.
Regnate, o Madre e Signora, mostrandoci il cammino della santità, dirigendoci e assistendoci, affinché non ce ne allontaniamo giammai.
Come nell’alto del cielo Voi esercitate il vostro primato sopra le schiere degli Angeli, che vi acclamano loro Sovrana; sopra le legioni dei Santi, che si dilettano nella contemplazione della vostra fulgida bellezza; così regnate sopra l’intero genere umano, soprattutto aprendo i sentieri della fede a quanti ancora non conoscono il vostro Figlio. Regnate sulla Chiesa, che professa e festeggia il vostro soave dominio e a voi ricorre come a sicuro rifugio in mezzo alle calamità dei nostri tempi. Ma specialmente regnate su quella porzione della Chiesa, che è perseguitata ed oppressa, dandole la fortezza per sopportare le avversità, la costanza per non piegarsi sotto le ingiuste pressioni, la luce per non cadere nelle insidie nemiche, la fermezza per resistere agli attacchi palesi, e in ogni momento la incrollabile fedeltà al vostro Regno.
Regnate sulle intelligenze, affinché cerchino soltanto il vero; sulle volontà, affinché seguano solamente il bene; sui cuori, affinché amino unicamente ciò che voi stessa amate.
Regnate sugl’individui e sulle famiglie, come sulle società e le nazioni; sulle assemblee dei potenti, sui consigli dei savi, come sulle semplici aspirazioni degli umili.
Regnate nelle vie e nelle piazze, nelle città e nei villaggi, nelle valli e nei monti, nell’aria, nella terra e nel mare;
e accogliete la pia preghiera di quanti sanno che il vostro è regno di misericordia, ove ogni supplica trova ascolto, ogni dolore conforto, ogni sventura sollievo, ogni infermità salute, e dove, quasi al cenno delle vostre soavissime mani, dalla stessa morte risorge sorridente la vita.
Otteneteci che coloro, i quali ora in tutte le parti del mondo vi acclamano e vi riconoscono Regina e Signora, possano un giorno nel cielo fruire della pienezza del vostro Regno, nella visione del vostro Figlio, il quale col Padre e con lo Spirito Santo vive e regna nei secoli dei secoli. Così sia!
 (Sua Santità PIO PP. XII, 1° novembre 1954)

PREGHIERA a MARIA REGINA di tutti i SANTI
 O Immacolata Regina del cielo e della terra, so che sono indegno di avvicinarmi a Te, so che sono indegno anche di venerarti prostrato con la fronte nella polvere; ma poiché ti amo, mi permetto di supplicarti. Desidero ardentemente conoscerti, conoscerti sempre più profondamente e senza alcun limite per amarti con ardore senza limiti. Desidero farti conoscere da altre anime, affinché da queste, sempre più numerose, sia amata; desidero che divenga la Regina di tutti i cuori, presenti e futuri e ciò quanto prima, al più presto! Alcuni ancora non conoscono il tuo Nome; altri, oppressi da peccati, non osano sollevare a Te i loro sguardi; altri pensano che Tu non sia necessaria a raggiungere il fine della vita; vi sono poi coloro che il demonio – il quale non volle riconoscerti Regina – tiene soggetti a sé e non permette loro di piegare le ginocchia dinanzi a Te. Molti ti amano, ti venerano, ma pochi sono quelli che siano pronti a tutto per il tuo amore: ad ogni lavoro, ad ogni sofferenza, allo stesso sacrificio della vita. Che finalmente, o Regina del cielo e della terra, Tu possa regnare nei cuori di tutti e di ciascuno. Che tutti gli uomini ti riconoscano per Madre, che tutti per te si sentano figli di Dio e si amino come fratelli.
Amen.

PREGHIERA a MARIA REGINA del Purgatorio
 Vergine Santissima del Suffragio, Tu che sei la consolatrice degli afflitti e la Madre universale dei credenti, volgi lo sguardo pietoso alle anime del Purgatorio, che sono esse pure tue figlie e più di ogni altra meritevoli di pietà perché incapaci di aiutarsi da sole in mezzo alle indicibili pene che soffrono. Deh! cara nostra Corredentrice, interponi presso il trono della divina misericordia tutta la potenza della tua mediazione, e offri a sconto dei loro debiti la Vita, la Passione, la Morte del tuo divin Figlio, unitamente ai meriti tuoi e a quelli di tutti i Santi del cielo e di tutti i giusti della terra, affinché soddisfatta pienamente la divina giustizia vengano presto a ringraziarti in cielo e a possedere e lodare per sempre con Te il divino Liberatore.
Amen.

PAPA FRANCESCO, OMELIA PER L’ASSUNTA

http://www.zenit.org/it/articles/maria-canta-con-i-cristiani-il-magnificat-della-speranza

PAPA FRANCESCO, OMELIA PER L’ASSUNTA

Maria canta con i cristiani il Magnificat della speranza
L’omelia di Papa Francesco nella Messa di ieri per la Solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria, in piazza della Libertà a Castelgandolfo

Citta’ del Vaticano, 16 Agosto 2013 (Zenit.org)

Alle ore 9.00 di ieri, giovedì 15 agosto, Solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria, Papa Francesco ha lasciato in auto il Vaticano ed ha raggiunto Castel Gandolfo, recandosi subito in visita al Monastero di clausura delle Clarisse, all’interno delle Ville Pontificie. Alle 10.30, in piazza della Libertà, ha presieduto la Santa Messa per i fedeli della parrocchia pontificia di San Tommaso da Villanova. Di seguito, riportiamo il testo dell’omelia che il Santo Padre ha pronunciato dopo la proclamazione del Vangelo:

***

Cari fratelli e sorelle!
Al termine della Costituzione sulla Chiesa, il Concilio Vaticano II ci ha lasciato una meditazione bellissima su Maria Santissima. Ricordo soltanto le espressioni che si riferiscono al mistero che celebriamo oggi: La prima è questa: «L’immacolata Vergine, preservata immune da ogni macchia di colpa originale, finito il corso della sua vita terrena, fu assunta alla gloria celeste col suo corpo e la sua anima, e dal Signore esaltata come la regina dell’universo» (n. 59). E poi, verso la fine, vi è quest’altra: «La Madre di Gesù, come in cielo, glorificata ormai nel corpo e nell’anima, è l’immagine e la primizia della Chiesa che dovrà avere il suo compimento nell’età futura, così sulla terra brilla come segno di sicura speranza e di consolazione per il Popolo di Dio in cammino, fino a quando non verrà il giorno del Signore» (n. 68). Alla luce di questa bellissima icona di nostra Madre, possiamo considerare il messaggio contenuto nelle Letture bibliche che abbiamo appena ascoltato. Possiamo concentrarci su tre parole-chiave: lotta, risurrezione, speranza.
Il brano dell’Apocalisse presenta la visione della lotta tra la donna e il drago. La figura della donna, che rappresenta la Chiesa, è da una parte gloriosa, trionfante, e dall’altra ancora in travaglio. Così in effetti è la Chiesa: se in Cielo è già associata alla gloria del suo Signore, nella storia vive continuamente le prove e le sfide che comporta il conflitto tra Dio e il maligno, il nemico di sempre. E in questa lotta che i discepoli di Gesù devono affrontare – noi tutti, noi, tutti i discepoli di Gesù dobbiamo affrontare questa lotta – Maria non li lascia soli; la Madre di Cristo e della Chiesa è sempre con noi. Sempre, cammina con noi, è con noi. Anche Maria, in un certo senso, condivide questa duplice condizione. Lei, naturalmente, è ormai una volta per sempre entrata nella gloria del Cielo. Ma questo non significa che sia lontana, che sia staccata da noi; anzi, Maria ci accompagna, lotta con noi, sostiene i cristiani nel combattimento contro le forze del male. La preghiera con Maria, in particolare il Rosario – ma sentite bene: il Rosario. Voi pregate il Rosario tutti i giorni? Ma, non so… [i presenti gridano: Sì!] Sicuro? Ecco, la preghiera con Maria, in particolare il Rosario ha anche questa dimensione « agonistica », cioè di lotta, una preghiera che sostiene nella battaglia contro il maligno e i suoi complici. Anche il Rosario ci sostiene nella battaglia.
La seconda Lettura ci parla della risurrezione. L’apostolo Paolo, scrivendo ai Corinzi, insiste sul fatto che essere cristiani significa credere che Cristo è veramente risorto dai morti. Tutta la nostra fede si basa su questa verità fondamentale che non è un’idea ma un evento. E anche il mistero dell’Assunzione di Maria in corpo e anima è tutto inscritto nella Risurrezione di Cristo. L’umanità della Madre è stata « attratta » dal Figlio nel suo passaggio attraverso la morte. Gesù è entrato una volta per sempre nella vita eterna con tutta la sua umanità, quella che aveva preso da Maria; così lei, la Madre, che Lo ha seguito fedelmente per tutta la vita, Lo ha seguito con il cuore, è entrata con Lui nella vita eterna, che chiamiamo anche Cielo, Paradiso, Casa del Padre. Anche Maria ha conosciuto il martirio della croce: il martirio del suo cuore, il martirio dell’anima. Lei ha sofferto tanto, nel suo cuore, mentre Gesù soffriva sulla croce. La Passione del Figlio l’ha vissuta fino in fondo nell’anima. E’ stata pienamente unita a Lui nella morte, e per questo le è stato dato il dono della risurrezione. Cristo è la primizia dei risorti, e Maria è la primizia dei redenti, la prima di «quelli che sono di Cristo». E’ nostra Madre, ma anche possiamo dire è la nostra rappresentante, è la nostra sorella, la nostra prima sorella, è la prima dei redenti che è arrivata in Cielo.
Il Vangelo ci suggerisce la terza parola: speranza. Speranza è la virtù di chi, sperimentando il conflitto, la lotta quotidiana tra la vita e la morte, tra il bene e il male, crede nella Risurrezione di Cristo, nella vittoria dell’Amore. Abbiamo sentito il Canto di Maria, il Magnificat: è il cantico della speranza, è il cantico del Popolo di Dio in cammino nella storia. E’ il cantico di tanti santi e sante, alcuni noti, altri, moltissimi, ignoti, ma ben conosciuti a Dio: mamme, papà, catechisti, missionari, preti, suore, giovani, anche bambini, nonni, nonne: questi hanno affrontato la lotta della vita portando nel cuore la speranza dei piccoli e degli umili. Maria dice: «L’anima mia magnifica il Signore» – anche oggi canta questo la Chiesa e lo canta in ogni parte del mondo. Questo cantico è particolarmente intenso là dove il Corpo di Cristo patisce oggi la Passione. Dove c’è la Croce, per noi cristiani c’è la speranza, sempre. Se non c’è la speranza, noi non siamo cristiani. Per questo a me piace dire: non lasciatevi rubare la speranza. Che non ci rubino la speranza, perché questa forza è una grazia, un dono di Dio che ci porta avanti guardando il Cielo. E Maria è sempre lì, vicina a queste comunità, a questi nostri fratelli, cammina con loro, soffre con loro, e canta con loro il Magnificat della speranza.

Cari fratelli e sorelle, uniamoci anche noi, con tutto il cuore, a questo cantico di pazienza e di vittoria, di lotta e di gioia, che unisce la Chiesa trionfante con quella pellegrinante, noi; che unisce la terra con il Cielo, che unisce la nostra storia con l’eternità, verso la quale camminiamo. Così sia.

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