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15 AGOSTO 2015 | ASSUNZIONE DI MARIA – TEMPO ORDINARIO B | OMELIA

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15 AGOSTO 2015 | ASSUNZIONE DI MARIA – TEMPO ORDINARIO B | OMELIA

Assunzione di Maria – Tempo Ordinario 2015

Per cominciare
Maria, madre di Gesù, è assunta in cielo e, prima dei credenti, condivide con Gesù la stessa glorificazione in corpo e anima. Celebriamo una solennità cara al popolo cristiano, che ci accompagna ogni anno nel cuore dell’estate. La liturgia è caratterizzata da un senso di gioia che coinvolge la terra e il cielo.

La parola di Dio
Apocalisse 11,19; 12,1-6.10. Nel cielo uno scontro cosmico tra una « donna vestita di sole » che partorisce un figlio e un enorme spaventoso drago rosso, con sette teste e dieci corna. L’immagine della donna è diventata icona della vergine Maria, ma nell’Apocalisse essa rappresenta i cristiani della chiesa delle origini, perseguitati da un potere violento. La lettura si conclude con un messaggio di speranza: se esistono le forze del male, vengono però sconfitte dall’intervento di Dio.
1 Corinzi 15,20-26. Ai Corinzi dubbiosi sul loro futuro, Paolo presenta il Cristo risorto. In lui la morte è definitivamente vinta, e insieme a lui anche noi risorgeremo.
Luca 1,39-56. Subito dopo l’annunciazione, Maria va a trovare la sua anziana parente Elisabetta. Tra le due donne l’intesa si fa profonda: lodano, ringraziano, esultano insieme per le meraviglie che il Signore ha fatto in loro.

Riflettere…

o Il 1° novembre 1950 Pio XII proclama solennemente l’ultimo dogma: « Dichiariamo e definiamo essere dogma da Dio rivelato che l’immacolata Madre di Dio sempre vergine Maria, terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo ».
o Il dogma dell’Assunzione di Maria in anima e corpo in realtà non è testimoniato dalla parola di Dio. È un po’ alla volta lungo i secoli che nella comunità ecclesiale, attraverso la preghiera e la riflessione teologica, si è giunti alla conclusione che la vita terrena di Maria non poteva concludersi come quella dei comuni cristiani, nemmeno come quella dei santi e dei martiri. Si giunse alla conclusione condivisa che, come si afferma nel prefazio della messa di questa solennità: « Dio non ha voluto che conoscesse la corruzione del sepolcro colei che ha generato il Signore della vita ».
o Scrive san Giovanni Damasceno, dottore della chiesa del VII secolo, venerato in occidente e in oriente: « Era conveniente che colei che nel parto aveva conservato integra la sua verginità conservasse integro da corruzione il suo corpo dopo la morte. Era conveniente che colei che aveva portato nel seno il creatore fatto bambino abitasse nella dimora divina ».
o La prima lettura presenta una grandiosa manifestazione celeste. Lo scontro drammatico tra una donna e un enorme drago. La donna partorisce un figlio, che il grande drago cerca immediatamente di divorare. Michele i suoi angeli salvano la donna e il bambino affrontando vittoriosamente il drago in un’epica battaglia.
o La figura della donna e del bambino inevitabilmente sono state collegate alla vergine Maria e al bambino Gesù. L’iconografia tradizionale ha amato presentare Maria come « vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle ». Del resto la chiesa ci propone proprio il passo dell’Apocalisse in questa solennità. Ma l’autore sicuramente pensava alla tragica situazione in cui la chiesa si trovava a vivere nei primi secoli. La clamorosa vittoria sul drago doveva infondere speranza ai primi cristiani, che un po’ ovunque subivano persecuzione.
o La seconda lettura collega in qualche modo la solennità dell’Assunta alla Pasqua. Gesù non è soltanto il risorto, dice Paolo, ma è « primizia » di coloro che sono destinati come lui alla risurrezione. Come infatti tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo.
o Questo ci ricorda che se l’immacolata concezione è privilegio tutto proprio di Maria (afferma la proclamazione pontificia: « La beatissima vergine Maria fu preservata, per particolare grazia e privilegio di Dio onnipotente, in previsione dei meriti di Gesù Cristo Salvatore del genere umano, immune da ogni macchia di peccato originale fin dal primo istante del suo concepimento »), il dogma dell’Assunzione riguarda invece tutti i cristiani, essendo destinati come Maria alla salvezza finale in anima e corpo. Maria è segno e anticipo del destino che attende ogni cristiano che crede « nell’adempimento di ciò che il Signore ha detto » (Lc 1,45).
o Il vangelo ci presenta Maria che dopo l’annunciazione parte verso il sud della Palestina per raggiungere Ain Karem, una località presso Gerusalemme, a circa 150 km da Nazaret, almeno due-tre giorni di cammino. Un lungo e faticoso viaggio intrapreso per stare vicina alla propria parente che in età avanzata si preparava a diventare madre. E ci rimarrà tutto il tempo necessario. Dice sant’Ambrogio: « Maria si avviò in fretta verso la montagna, non perché fosse incredula della profezia o incerta dell’annuncio o dubitasse della prova, ma perché era lieta della promessa e desiderosa di compiere devotamente un servizio, con lo slancio che le veniva dall’intima gioia… La grazia dello Spirito Santo non comporta lentezze ».
o Maria non è solo la destinataria privilegiata di un grande progetto di Dio che la coinvolge, ma è anche una giovane ragazza che vi aderisce e lo accoglie. E lo esprime nello splendido cantico del Magnificat.
o Il Magnificat nasce da un insieme di tante citazioni bibliche destinate a celebrare, lodare, ringraziare il Signore per ciò che ha operato nella storia della salvezza. È il canto degli anawim, dei « poveri in spirito », che hanno messo nelle mani di Dio la loro vita e il loro futuro, e ripongono la loro speranza nell’azione di Dio nella storia.

Attualizzare

* Siamo a ferragosto, nel cuore dell’estate. Molti si sono immersi nelle vacanze. È il trionfo della natura, della gioia di vivere, del godersi il mondo. Giunge opportuna questa festa dell’Assunzione, che celebra il trionfo della vita, la glorificazione di Maria.
* L’Assunzione è la festa di una di noi che ha portato il suo corpo presso Dio, così come ha fatto prima di lei Gesù. Quasi a dire che tutto ciò che viviamo in questo mondo non è qualcosa di effimero e di inutile, ma è destinato a seguirci nell’eternità.
* Come dicevamo, l’Assunzione non è confermata dalla parola di Dio. Della vita di Maria vi sono alcuni episodi nei vangeli e negli Atti degli apostoli, dove la sua biografia si conclude con la discesa dello Spirito Santo. Il resto lo hanno fatto la devozione, la teologia, la riflessione su Gesù, la sua umanità che incarnava il volto di Dio. È al concilio di Efeso del 431 che si dichiarò la maternità della vergine Maria, la Theotokos, vera madre di Dio, essendo Gesù vero Dio e vero uomo in un’unica persona.
* Il vertice del riconoscimento della grandezza di Maria sono stati i due dogmi dell’Immacolata Concezione (1854) e della Assunzione (1950). Paolo VI avrebbe forse voluto che il Vaticano II la proclamasse solennemente anche « Madre della Chiesa », ma si limitò a dichiararla tale nel discorso finale, mettendo i lavori del concilio sotto la sua protezione.
* Maria è la madre di Gesù: questa è la sua dignità. L’Assunzione è semplicemente la conseguenza di ciò che ha vissuto, di ciò che è stata nella sua vita. La sua « dignità » Maria l’ha vissuta nella fede. Ha concepito il Figlio prima dell’anima e poi nel corpo.
* Ha vissuto la sua dignità anche in una quotidianità difficile e feriale, come ogni madre di famiglia, conoscendo insieme a Giuseppe e a Gesù la povertà e l’esilio. Accompagnando il figlio Gesù nella sua crescita, educandolo a quella sensibilità che caratterizzerà la sua vita pubblica.
* L’Assunzione porta con sé il rischio di guardare a Maria senza questo realismo. E l’immagine della « donna vestita di sole » dell’Apocalisse non ci viene in aiuto. Ma si fa probabilmente un grande torto a Maria quando la si incorona come regina e la si venera su un trono, anche se queste immagini e queste devozioni sono così diffuse tra i cristiani.
* Maria è la prima dei credenti. La prima cristiana, l’immagine della chiesa. Con l’Assunzione riceve per prima quella glorificazione che toccherà a ciascuno di noi se, come lei, saremo fedeli. Maria, nostra sorella, ci precede e ci mostra il sentiero che dobbiamo percorrere, le scelte che dobbiamo fare. In Maria, « glorificata ormai nel corpo e nell’anima, contempliamo l’immagine e la primizia di tutta la chiesa. Essa brilla come un segno di sicura speranza e di consolazione per il popolo di Dio in marcia » (Lumen gentium, 68).
* Rileggiamo ancora il bellissimo dialogo tra Maria ed Elisabetta, che ci propone il vangelo di oggi. La sintonia tra le due donne è perfetta. Elisabetta riconosce in Maria la donna scelta dall’eternità (« Benedetta tu fra le donne »), la sua disponibilità (« Beata colei che ha creduto »), la dignità di Maria e il servizio che è venuta a prestarle (« A che devo che la madre del mio Signore venga a me? »).
* Maria risponde con il Magnificat, il magnifico cantico che i cristiani recitano ogni sera all’ora del vespro. Esso esprime insieme le grandi cose fatte dal Signore in lei, e la nuova umanità che il Signore sta per realizzare. Il Magnificat è già in linea con le beatitudini, è puro vangelo, quello che annuncerà tra qualche tempo il figlio Gesù.
« Maria vede sorgere un mondo nuovo, un mondo in cui i commensali condividono ciò che il Padre mette gratuitamente a loro disposizione, un mondo dove tutti sono sazi di pane, di libertà e di amore. Il Figlio che porta in grembo è la risposta fedele di Dio agli impegni che ha preso con il suo popolo (Fernando Armellini).
* Maria non ha concluso la sua missione nei limiti della sua vita terrena, ma « Assunta in cielo… con la sua molteplice intercessione continua a ottenerci i doni della salvezza eterna. Nella sua materna carità si prende cura dei fratelli del Figlio suo ancora pellegrinanti e posti in mezzo a pericoli e affanni, fino a che non siano condotti nella patria beata » (Lumen gentium, 62).

La tomba di Maria
Nessuno si sarebbe stupito, dice Vittorio Messori, se il corpo di Maria, la « piena di grazia », avesse dovuto attendere, incorrotto, la risurrezione finale adagiata in qualche tomba. Precisa: « Quella tomba invece non c’è ». A Gerusalemme ce n’è una, presunta, ma è vuota. E non lontano da lì, vi è quella, vuota, del sepolcro del Figlio. « Malgrado ogni ricerca, nessuno è mai riuscito a rinvenire qualche traccia di un culto cristiano attorno a una tomba « piena » di Maria. Conoscendo la venerazione dei cristiani, soprattutto dei primi secoli, per il corpo degli apostoli e dei martiri, è impensabile una mancanza di culto proprio per la salma della Madre del loro Signore ». E continua ricordando che i devoti di Maria, pur di essere in qualche modo vicini a lei, si accontentarono di « fiale di latte, ciocche di capelli, brandelli di abiti e altre innumerevoli – e tutte sospette – reliquie mariane ». Credettero agli angeli che avrebbero trasportato la « santa casa » a Loreto: « Avrebbero dimenticato proprio il luogo dove era stato deposto il suo cadavere, se fosse rimasto quaggiù? ».

Fonte autorizzata : Umberto DE VANNA:

BEATA VERGINE MARIA DEL MONTE CARMELO – 16 LUGLIO, MEMORIA FACOLTATIVA

http://www.santiebeati.it/dettaglio/28300

BEATA VERGINE MARIA DEL MONTE CARMELO

16 LUGLIO – MEMORIA FACOLTATIVA

Il primo profeta d’Israele, Elia (IX sec. a.C.), dimorando sul Monte Carmelo, ebbe la visione della venuta della Vergine, che si alzava come una piccola nube dalla terra verso il monte, portando la pioggia e salvando Israele dalla siccità. In quella immagine tutti i mistici cristiani e gli esegeti hanno sempre visto la Vergine Maria, che portando in sé il Verbo divino, ha dato la vita e la fecondità al mondo. Un gruppo di eremiti, «Fratelli della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo», costituitrono una cappella dedicata alla Vergine sul Monte Carmelo. I monaci carmelitani fondarono, inoltre, dei monasteri in Occidente. Il 16 luglio del 1251 la Vergine, circondata da angeli e con il Bambino in braccio, apparve al primo Padre generale dell’Ordine, beato Simone Stock, al quale diede lo «scapolare» col «privilegio sabatino», ossia la promessa della salvezza dall’inferno, per coloro che lo indossano e la liberazione dalle pene del Purgatorio il sabato seguente alla loro morte. (Avvenire)

Etimologia: Maria = amata da Dio, dall’egiziano; signora, dall’ebraico

Martirologio Romano: Beata Maria Vergine del Monte Carmelo, dove un tempo il profeta Elia aveva ricondotto il popolo di Israele al culto del Dio vivente e si ritirarono poi degli eremiti in cerca di solitudine, istituendo un Ordine di vita contemplativa sotto il patrocinio della santa Madre di Dio.
Il 16 luglio ricorre una festa mariana molto importante nella Tradizione della Chiesa: la Madonna del Carmelo, una delle devozioni più antiche e più amate dalla cristianità, legata alla storia e ai valori spirituali dell’Ordine dei frati della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo (Carmelitani). La festa liturgica fu istituita per commemorare l’apparizione del 16 luglio 1251 a san Simone Stock, all’epoca priore generale dell’ordine carmelitano, durante la quale la Madonna gli consegnò uno scapolare (dal latino scapula, spalla) in tessuto, rivelandogli notevoli privilegi connessi al suo culto.
Nel Primo Libro dei Re dell’Antico Testamento si racconta che il profeta Elia, che raccolse una comunità di uomini proprio sul monte Carmelo (in aramaico «giardino»), operò in difesa della purezza della fede in Dio, vincendo una sfida contro i sacerdoti del dio Baal. Qui, in seguito, si stabilirono delle comunità monastiche cristiane. I crociati, nell’XI secolo, trovarono in questo luogo dei religiosi, probabilmente di rito maronita, che si definivano eredi dei discepoli del profeta Elia e seguivano la regola di san Basilio. Nel 1154 circa si ritirò sul monte il nobile francese Bertoldo, giunto in Palestina con il cugino Aimerio di Limoges, patriarca di Antiochia, e venne deciso di riunire gli eremiti a vita cenobitica. I religiosi edificarono una chiesetta in mezzo alle loro celle, dedicandola alla Vergine e presero il nome di Fratelli di Santa Maria del Monte Carmelo. Il Carmelo acquisì, in tal modo, i suoi due elementi caratterizzanti: il riferimento ad Elia ed il legame a Maria Santissima.
Il Monte Carmelo, dove la Tradizione afferma che qui la sacra Famiglia sostò tornando dall’Egitto, è una catena montuosa, che si trova nell’Alta Galilea, una regione dello Stato di Israele e che si sviluppa in direzione nordovest-sudest da Haifa a Jenin. Fra il 1207 e il 1209, il patriarca latino di Gerusalemme (che allora aveva sede a San Giovanni d’Acri), Alberto di Vercelli, redasse per gli eremiti del Monte Carmelo i primi statuti (la cosiddetta regola primitiva o formula vitae). I Carmelitani non hanno mai riconosciuto a nessuno il titolo di fondatore, rimanendo fedeli al modello che vedeva nel profeta Elia uno dei padri della vita monastica.
La regola, che prescriveva veglie notturne, digiuno, astinenza rigorosi, la pratica della povertà e del silenzio, venne approvata il 30 gennaio 1226 da papa Onorio III con la bolla Ut vivendi normam. A causa delle incursioni dei saraceni, intorno al 1235, i frati dovettero abbandonare l’Oriente per stabilirsi in Europa e il loro primo convento trovò dimora a Messina, in località Ritiro. Le notizie sulla vita di san Simone Stock (Aylesford, 1165 circa – Bordeaux, 16 maggio 1265) sono scarse. Dopo un pellegrinaggio in Terra Santa, maturò la decisione di entrare fra i Carmelitani e, completati gli studi a Roma, venne ordinato sacerdote. Intorno al 1247, quando aveva già 82 anni, venne scelto come sesto priore generale dell’Ordine. Si adoperò per riformare la regola dei Carmelitani, facendone un ordine mendicante: papa Innocenzo IV, nel 1251, approvò la nuova regola e garantì all’Ordine anche la particolare protezione da parte della Santa Sede.
Proprio a san Simone Stock, che propagò la devozione della Madonna del Carmelo e compose per Lei un bellissimo inno, il Flos Carmeli, la Madonna assicurò che a quanti si fossero spenti indossando lo scapolare sarebbero stati liberati dalle pene del Purgatorio, affermando: «Questo è il privilegio per te e per i tuoi: chiunque morirà rivestendolo, sarà salvo». La consacrazione alla Madonna, mediante lo scapolare, si traduce anzitutto nello sforzo di imitarla, almeno negli intenti, a fare ogni cosa come Lei l’avrebbe compiuta.

Autore: Cristina Siccardi

La devozione spontanea alla Vergine Maria, sempre diffusa nella cristianità sin dai primi tempi apostolici, è stata man mano nei secoli, diciamo ufficializzata sotto tantissimi titoli, legati alle sue virtù (vedasi le Litanie Lauretane), ai luoghi dove sono sorti Santuari e chiese che ormai sono innumerevoli, alle apparizioni della stessa Vergine in vari luoghi lungo i secoli, al culto instaurato e diffuso da Ordini Religiosi e Confraternite, fino ad arrivare ai dogmi promulgati dalla Chiesa.
Maria racchiude in sé tante di quelle virtù e titoli, nei secoli approfonditi nelle Chiese di Oriente ed Occidente con Concili famosi e studi specifici, tanto da far sorgere una terminologia ed una scienza “Mariologica”, e che oltre i grandi cantori di Maria nell’ambito della Chiesa, ha ispirato elevata poesia anche nei laici, cito per tutti il sommo Dante che nella sua “preghiera di s. Bernardo alla Vergine” nel XXXIII canto del Paradiso della ‘Divina Commedia’, esprime poeticamente i più alti concetti dell’esistenza di Maria, concepita da Dio nel disegno della salvezza dell’umanità, sin dall’inizio del mondo.
“Vergine madre, figlia del tuo figlio, umile e alta più che creatura,
termine fisso d’eterno consiglio, tu se’ colei che l’umana natura
nobilitasti sì, che ‘l suo fattore non disdegnò di farsi sua fattura……”
Ma il culto mariano affonda le sue radici, unico caso dell’umanità, nei secoli precedenti la sua stessa nascita; perché il primo profeta d’Israele, Elia (IX sec. a.C.) dimorando sul Monte Carmelo, ebbe la visione della venuta della Vergine, che si alzava come una piccola nube dalla terra verso il monte, portando una provvidenziale pioggia, salvando così Israele da una devastante siccità.
In quella nube piccola “come una mano d’uomo” tutti i mistici cristiani e gli esegeti, hanno sempre visto una profetica immagine della Vergine Maria, che portando in sé il Verbo divino, ha dato la vita e la fecondità al mondo.
La Tradizione racconta che già prima del Cristianesimo, sul Monte Carmelo (Karmel = giardino-paradiso di Dio) si ritiravano degli eremiti, vicino alla fontana del profeta Elia, poi gli eremiti proseguirono ad abitarvi anche dopo l’avvento del cristianesimo e verso il 93 un gruppo di essi che si chiamarono poi ”Fratelli della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo”, costruirono una cappella dedicata alla Vergine, sempre vicino alla fontana di Elia.
Si iniziò così un culto verso Maria, il più bel fiore di quel giardino di Dio, che divenne la ‘Stella Polare, la Stella Maris’ del popolo cristiano. E sul Carmelo che è una catena montuosa che si estende dal golfo di Haifa sul Mediterraneo, fino alla pianura di Esdrelon, richiamato più volte nella Sacra Scrittura per la sua vegetazione, bellezza e fecondità, continuarono a vivere gli eremiti, finché nella seconda metà del sec. XII, giunsero alcuni pellegrini occidentali, probabilmente al seguito delle ultime crociate del secolo; proseguendo il secolare culto mariano esistente, si unirono in un Ordine religioso fondato in onore della Vergine, alla quale i suddetti religiosi si professavano particolarmente legati.
L’Ordine non ebbe quindi un fondatore vero e proprio, anche se considera il profeta Elia come suo patriarca e modello; il patriarca di Gerusalemme s. Alberto Avogadro (1206-1214), originario dell’Italia, dettò una ‘Regola di vita’, approvata nel 1226 da papa Onorio III.
Costretti a lasciare la Palestina a causa dell’invasione saracena, i monaci Carmelitani, come ormai si chiamavano, fuggirono in Occidente, dove fondarono diversi monasteri: Messina e Marsiglia nel 1238; Kent in Inghilterra nel 1242; Pisa nel 1249; Parigi nel 1254, diffondendo il culto di Colei che: “le è stata data la gloria del Libano, lo splendore del Carmelo e di Saron” (Is 35,2).
Il 16 luglio del 1251 la Vergine circondata da angeli e con il Bambino in braccio, apparve al primo Padre Generale dell’Ordine, beato Simone Stock, al quale diede lo ‘scapolare’ col ‘privilegio sabatino’, che consiste nella promessa della salvezza dall’inferno, per coloro che lo indossano e la sollecita liberazione dalle pene del Purgatorio il sabato seguente alla loro morte.
Lo ‘scapolare’ detto anche ‘abitino’ non rappresenta una semplice devozione, ma una forma simbolica di ‘rivestimento’ che richiama la veste dei carmelitani e anche un affidamento alla Vergine, per vivere sotto la sua protezione ed è infine un’alleanza e una comunione tra Maria ed i fedeli.
Papa Pio XII affermò che “chi lo indossa viene associato in modo più o meno stretto, all’Ordine Carmelitano”, aggiungendo “quante anime buone hanno dovuto, anche in circostanze umanamente disperate, la loro suprema conversione e la loro salvezza eterna allo Scapolare che indossavano! Quanti, inoltre, nei pericoli del corpo e dell’anima, hanno sentito, grazie ad esso, la protezione materna di Maria! La devozione allo Scapolare ha fatto riversare su tutto il mondo, fiumi di grazie spirituali e temporali”.
Altri papi ne hanno approvato e raccomandato il culto, lo stesso beato Giovanni XXIII lo indossava, esso consiste di due pezzi di stoffa di saio uniti da una cordicella, che si appoggia sulle scapole e sui due pezzi vi è l’immagine della Madonna.
Nel secolo d’oro delle fondazioni dei principali Ordini religiosi cioè il XIII, il culto per la Vergine Maria ebbe dei validissimi devoti propagatori: i Francescani (1209), i Domenicani (1216), i Carmelitani (1226), gli Agostiniani (1256), i Mercedari (1218) ed i Servi di Maria (1233), a cui nei secoli successivi si aggiunsero altri Ordini e Congregazioni, costituendo una lode perenne alla comune Madre e Regina.
L’Ordine Carmelitano partito dal Monte Carmelo in Palestina, dove è attualmente ubicato il grande monastero carmelitano “Stella Maris”, si propagò in tutta l’Europa, conoscendo nel sec. XVI l’opera riformatrice dei due grandi mistici spagnoli Giovanni della Croce e Teresa d’Avila, per cui oggi i Carmelitani si distinguono in due Famiglie: “scalzi” o “teresiani” (frutto della riforma dei due santi) e quelli senza aggettivi o “dell’antica osservanza”.
Nell’Ordine Carmelitano sono fiorite figure eccezionali di santità, misticismo, spiritualità claustrale e di martirio; ne ricordiamo alcuni: S. Teresa d’Avila (1582) Dottore della Chiesa; S. Giovanni della Croce (1591) Dottore della Chiesa; Santa Maria Maddalena dei Pazzi (1607); S. Teresa del Bambino Gesù (1897), Dottore della Chiesa; beato Simone Stock (1265); S. Angelo martire in Sicilia (1225); Beata Elisabetta della Trinità Catez (1906); S. Raffaele Kalinowski (1907); Beato Tito Brandsma (1942); S. Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein, 1942); suor Lucia, la veggente di Fatima, ecc.
Alla Madonna del Carmine, come è anche chiamata, sono dedicate chiese e santuari un po’ dappertutto, essa per la promessa fatta con lo scapolare, è onorata anche come “Madonna del Suffragio” e a volte è raffigurata che trae, dalle fiamme dell’espiazione del Purgatorio le anime purificate.
Particolarmente a Napoli è venerata come S. Maria La Bruna, perché la sua icona, veneratissima specie dagli uomini nel Santuario del Carmine Maggiore, tanto legato alle vicende seicentesche di Masaniello, cresciuto alla sua ombra, è di colore scuro e forse è la più antica immagine conosciuta come ‘Madonna del Carmine’.
Durante tutti i secoli trascorsi nella sua devozione, Ella è stata sempre rappresentata con Gesù Bambino in braccio o in grembo che porge lo ‘scapolare’ (tutto porta a Gesù), e con la stella sul manto (consueta nelle icone orientali per affermare la sua verginità).
La sua ricorrenza liturgica è il 16 luglio, giorno in cui nel 1251, apparve al beato Simone Stock, porgendogli l’ “abitino”.

Autore: Antonio Borrelli

Publié dans:feste di Maria |on 16 juillet, 2015 |Pas de commentaires »

L’ANNUNCIAZIONE (J. RATZINGER)

http://it.mariedenazareth.com/8438.0.html?L=4

L’ANNUNCIAZIONE (J. RATZINGER)

Nel suo libro La figlia di Sion, Papa Benedetto XVI, allora Cardinale J. Ratzinger, il racconto dell’Annunciazione è fonte di numerose meditazioni. Egli, andando diritto all’essenziale, apre la via ai principali approfondimenti che il lettore trova poi a sua disposizione.

Il luogo
Anzitutto, è già importante la localizzazione che Luca presenta in voluta contrapposizione con la precedente storia di Giovanni Battista.
L’annuncio della nascita del Battista avviene nel Tempio di Gerusalemme, è fatto ad un sacerdote che sta svolgendo la sua funzione e avviene, per così dire, nell’ordinamento ufficiale, come prescritto dalla legge, in conformità al culto, al luogo e alle funzioni.
L’annuncio della nascita del Messia viene fatto a Maria, ad una donna, in un luogo insignificante della semi-pagana Galilea che né Flavio Giuseppe né il Talmud nominano. Tutto ciò era « insolito per la sensibilità ebraica.
Ora Dio si rivela dove e quando Lui vuole ». Incomincia una vita nuova, al centro della quale non vi è il tempio ma l’umanità semplice di Gesù Cristo. È Egli ora il vero tempio, la tenda dell’incontro.

Il saluto a Maria
Il saluto a Maria (Lc 1,28-32) è stato formulato con stretto riferimento a Sof. 3,14-17 : è Maria la figlia di Sion alla quale sono rivolte le espressioni di quel testo, a lei viene detto « Gioisci » ; a lei viene detto che il Signore viene a lei; è lei che viene sollevata dall’angoscia perché il Signore è con lei per salvarla. [...]
Maria rimase turbata (Lc 1,29) a questo messaggio. Il suo turbamento non deriva dalla non comprensione o da quella paura pusillanime alla quale lo si vorrebbe talvolta far risalire. Deriva dalla commozione prodotta dagli incontri con Dio, di quelle gioie incommensurabili che sono capaci di commuovere le nature più dure.
Nel saluto dell’angelo compare il motivo portante con cui Luca presenta la figura di Maria in genere: è lei, in persona, la vera Sion alla quale si sono rivolte le speranze da tutte le rovine della storia.
È lei il vero Israele, nel quale si uniscono inseparabilmente Antica e Nuova Alleanza, Israele e Chiesa.
È lei il « popolo di Dio » , che porta frutto per la potenza della grazia di Dio.

Un concepimento misterioso
Dobbiamo infine fare attenzione anche all’espressione con la quale, in modo preciso, viene descritto il mistero del nuovo concepimento e della nuova nascita: « Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo ». [...]
La prima immagine fa riferimento al racconto della creazione ( Gn 1,2) e caratterizza quindi l’avvenimento come una nuova creazione: il Dio, il cui Spirito aleggiava sugli abissi, chiamò l’essere dal nulla. Egli che, come « Spirito creatore », è la ragione di tutto ciò che è, questo Dio inaugura qui una nuova creazione. Viene perciò sottolineato con ogni energia il taglio radicale che la venuta di Cristo significa: la sua novità è tale che essa raggiunge anche il fondamento dell’essere; è tale che può venire solamente dalla potenza creatrice di Dio stesso, non da altre parti.
La seconda immagine « su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo », appartiene alla teologia cultuale d’Israele; essa rimanda alla nube che stende la sua ombra sul Tempio ed indica così la presenza di Dio. Maria appare come la tenda santa sulla quale comincia ad agire la presenza nascosta di Dio.

J. Ratzinger (Papa Benedetto XVI)

L’ORA DELL’AVE MARIA

http://www.stpauls.it/madre/1003md/1003md19.htm

L’ORA DELL’AVE MARIA

ELISEO SGARBOSSA ssp

Conosciamo il celebre idillio che conclude La chiesa di Polenta del Carducci. Ma forse ignoriamo che il poeta toscano si ispirò a un autore inglese, George Gordon Noel Lord Byron, il quale nel poema Il Pellegrinaggio del cavaliere Aroldo evocò prima di lui la mistica suggestione dell’Angelus serale.

Lord Byron (1788-1824) viaggiò molto in Italia, prima di concludere la sua avventurosa esistenza a Missolungi (Grecia). A Venezia fu affascinato dalle tele di Tiziano e in Romagna, nella pineta di Ravenna, si commosse in presenza delle testimonianze dantesche. Ma fu la presenza di Maria che, in concomitanza con altri eventi familiari, determinò la sua conversione alla fede, dopo una giovinezza dissoluta. L’Ave Maria della sera, annunziata dai campanili della pianura padana, fu una delle esperienze che segnarono più a fondo la sua sensibilità e accompagnarono i suoi anni maturi.

Giosuè Carducci (1835-1907), premio Nobel per la letteratura, condivise con il poeta inglese la passione romantica per la storia nazionale, ma non altrettanto la sensibilità religiosa. Più che la Vergine Maria, nella celebre ode La chiesa di Polenta il Carducci cantò la chiesetta romanica, visitata un giorno con una giovane amica, in atteggiamento di pellegrino culturale. Quella chiesetta sull’Appennino, nel territorio di Guido da Polenta, ammirata come testimone di tragiche ed epiche vicende storiche, fu tuttavia il luogo di un incontro spirituale con la « Madre antica » che da lassù aveva visto trascorrere migrazioni incessanti di tribù nemiche, affratellate dalla fede. Nella evocazione di tali eventi, l’orgoglioso massone, cantore di Satana, era stato toccato nell’intimo dall’Ave Maria, e trovò persino il coraggio di difendere l’onore della Vergine contro uno scritto dissacrante di Gabriele D’Annunzio.

Riportiamo qui di séguito, a confronto, i due idilli, come omaggi paralleli resi a Maria da due autori, distanti fra loro e apparentemente estranei a temi devozionali.

Il canto del giorno morente (Byron)
Ave Maria! Sulla terra e sul mare
quest’ora più d’ogni altra celeste
è la più degna di te, Benedetta.
Ave Maria! Benedetta quest’ora,

Benedetto il giorno, il paese, il luogo
dove tante volte ho sentito in pienezza
questo annuncio scendere in terra
dalla campana della torre lontana.

Saliva leggero il canto del giorno morente;
non un soffio turbava l’aria tinta di rosa,
eppure le foglie sui rami trasalivano
vibrando in fremiti di preghiera.

Ave Maria! È l’ora di pregare.
Ave Maria! È l’ora di amare.
Ave Maria! È l’ora che il nostro spirito
si elevi fino a te, fino al tuo Figlio!

Ave Maria! Volto stupendo, occhi socchiusi
sotto l’ala della Colomba onnipotente!
Ti miro adesso in un’immagine dipinta?
Ma essa traduce in bellezza la Pura Verità.

Salve, chiesetta del mio canto (Carducci)
Salve, affacciata al tuo balcon di poggi
tra Bertinoro alto ridente e il dolce
pian, cui sovrasta fino al mar Cesena
donna di prodi,

salve, chiesetta del mio canto! A questa
madre vegliarda, o tu rinnovellata
itala gente da le molte vite,
rendi la voce

de la preghiera; la campana squilli
ammonitrice: il campanil risorto
canti di clivo in clivo a la campagna
Ave Maria.

Ave Maria! Quando su l’aure corre
l’umil saluto, i piccioli mortali
scovron il capo, curvano la fronte
Dante ed Aroldo.

Una di flauti lenta melodia
passa invisibil fra la terra e il cielo:
spiriti forse che furon, che sono
e che saranno?

Un oblio lene de la faticosa
vita, un pensoso sospirar quïete,
una soave volontà di pianto
l’anima invade.

Taccion le fiere e gli uomini e le cose,
roseo ’l tramonto ne l’azzurro sfuma,
mormoran gli alti vertici ondeggianti
Ave Maria.

BEATA VERGINE MARIA DI LOURDES, 11 FEBBRAIO – MEMORIA FACOLTATIVA

http://www.santiebeati.it/dettaglio/26100

BEATA VERGINE MARIA DI LOURDES

11 FEBBRAIO – MEMORIA FACOLTATIVA

Questa memoria si collega alla vita e all’esperienza mistica di Maria Bernarda Soubirous (santa Bernadetta), conversa delle suore di Nevers, favorita dalle apparizioni della Vergine Maria (11 febbraio – 16 luglio 1858) alla grotta di Massabielle. Da allora Lourdes è diventata mèta di intenso pellegrinaggio. Il messaggio di Lourdes consiste nel richiamo alla conversione, alla preghiera, alla carità. (Mess. Rom.)

Etimologia: Maria = amata da Dio, dall’egiziano; signora, dall’ebraico

Martirologio Romano: Beata Maria Vergine di Lourdes, che, a quattro anni dalla proclamazione dell’Immacolata Concezione della beata Vergine, l’umile fanciulla santa Maria Bernardetta Soubirous più volte aveva visto nella grotta di Massabielle tra i monti Pirenei sulla riva del Gave presso la cittadina di Lourdes, dove innumerevoli folle di fedeli accorrono con devozione.
Lourdes ricorda le apparizioni mariane più famose della storia. Esse avvennero nel 1858 ed ebbero come protagonista una ragazza di quattordici anni di nome Bernadette Soubirous. La Vergine le apparve per ben diciotto volte in una grotta, lungo il fiume Gave. Le parlò nel dialetto locale, le indicò il punto in cui scavare con le mani per trovare quella che si rivelerà una sorgente d’acqua, al contatto con la quale sarebbero scaturiti molti miracoli.
Un momento importante fu quando, in un’apparizione avvenuta il 25 marzo, festa dell’Annunciazione, alla ripetuta richiesta di Bernadette, la Vergine disse di essere l’Immacolata Concezione, venendo così a confermare il dogma del concepimento immacolato di Maria promulgato da papa Pio IX l’8 dicembre 1854 (quattro anni prima).
Ma chi era Bernadette Soubirous? Una ragazza gentile, delicata, cagionevole di salute, cresciuta in una famiglia poverissima, la quale, al tempo delle apparizioni, abitava in un luogo molto umido e malsano. Talmente malsano che, essendo stato già una prigione, si era pensato di abbandonarlo perché troppo inospitale perfino per i detenuti.
Ciò che avvenne a Lourdes lo conosciamo dalle dettagliate deposizioni che Bernadette dovette fare dinanzi alla Commissione Diocesana incaricata di esaminare i fatti.
Tutto ebbe inizio giovedì 11 febbraio 1858, quando Bernadette si recò a raccogliere legna secca nel greto del fiume Gave, insieme ad una sorella e ad una loro amica. Il gruppetto, costeggiando la riva del fiume, giunse dinanzi ad una grotta, ma li separava da essa un piccolo canale. Le compagne di Bernadette lo attraversarono senza esitazione; ella invece non poté mettere i piedi nell’acqua gelata a causa della sua gracilissima salute. Ad un tratto la sua attenzione fu richiamata da un rumore simile a un colpo di vento. Istintivamente si giro versò gli alberi pensando che il rumore fosse venuto da quella parte e invece notò che gli alberi erano completamente immobili. Seguì un secondo rumore, capì che proveniva dal cespuglio che si trovava nella grotta. Fu allora che la ragazza vide una figura bianchissima che aveva l’aspetto di una signora. Questa le fece cenno di avvicinarsi, ma la fanciulla non ebbe il coraggio di farlo. Sorpresa e turbata, non sapeva cosa fare. Bernadette si stropicciò ripetutamente gli occhi pensando che si trattasse di un’allucinazione, ma la Signora era sempre lì, dinanzi alla sua vista. Un’ispirazione le fece tirare dal tascone la sua corona di Rosario e iniziò a recitarlo…e la Signora si unì alla preghiera. Al termine del Rosario l’apparizione scomparve.
Le compagne non avevano visto nulla, né tantomeno sospettarono di qualcosa. Bernadette chiese loro se avessero visto; ovviamente la risposta fu negativa. Sulla strada del ritorno, Bernadette accennò qualcosa alla sorella. Lo stesso fece alla sera con la madre, la quale, però, cercò di convincere la fanciulla ch’era stata solo vittima di un’allucinazione e le ordinò di non tornare più alla grotta. Intanto la sorella non tenne il segreto e riferì alle sue compagne: in breve tempo molte persone vennero a conoscenza di quello che Bernadette aveva visto. Infatti, domenica 14 febbraio, diverse ragazze della sua stessa età chiesero a Bernadette di tornare alla grotta insieme a lei. Ella si rifiutò per non disobbedire alla mamma; ma le ragazze parlarono con la donna e ne ottennero il permesso. Intanto in Bernadette cresceva la paura: e se si trattava di spiriti malefici? Corse subito in chiesa per procurarsi dell’acqua benedetta. Giunse poi alla grotta e avvenne una nuova apparizione. Per tre volte asperse la grotta con l’acqua benedetta: la Signora non si mosse e sorrise. La ragazza allora estrasse la corona e iniziò a recitare il Rosario.
Il 18 febbraio l’apparizione chiese a Bernadette di tornare alla grotta per quindici giorni consecutivi, le raccomandò di andare a dire ai sacerdoti di costruire una chiesa sul luogo delle apparizioni. La ragazza fu fedele all’appuntamento.
Il 24 e 25 febbraio la Signora invitò Bernadette a mangiare dell’erba, a fare dei gesti di penitenza e le ordinò di scavare con le mani sul lato sinistro della grotta. La fanciulla trovò dell’acqua, la Signora le disse di bere ed ella obbedì: portò l’acqua torbida alla bocca, si lavò e poi la bevve.
Il 25 marzo la Signora disse finalmente il suo nome. L’apparizione restò immobile, mostrandosi nell’atteggiamento della Vergine raffigurata nella famosa medaglia miracolosa rivelata a santa Caterina Labourè. La Signora sollevò le mani, le congiunse all’altezza del petto, levò gli occhi al cielo e disse: «Io sono l’Immacolata Concezione».
La Madonna promise a Bernadette la felicità, ma non in questo mondo. A Nevers la veggente visse da religiosa il messaggio di penitenza e di preghiera che aveva ricevuto alla grotta. Morì santamente il 16 aprile 1878, all’età di trentatré anni; età significativa visto le enormi sofferenze che contrassegnarono la sua vita. Fu beatificata nel 1925 e canonizzata nel 1933.
Le apparizioni di Lourdes vennero ufficialmente riconosciute dal vescovo di Tarbes il 18 febbraio del 1862. Ben presto fu eretta una grande chiesa così come la Vergine aveva richiesto.
Lourdes divenne subito il più celebre dei luoghi mariani. Un ufficio speciale (le Bureau médical) fu incaricato di vagliare scientificamente le guarigioni che iniziarono a verificarsi immediatamente. Di miracoli finora ne sono stati riconosciuti una settantina, ma di fatto sono molti di più. Ancora più numerose sono le conversioni.

La risposta a qualsiasi utopia
Pio IX nella Bolla Ineffabilis Deus con cui promulgò il dogma dell’Immacolata Concezione dice chiaramente che la Vergine con i suoi privilegi è l’antidoto a tutti gli errori e a tutte le eresie. Così scrive: «La nostra bocca è piena di gioia e le Nostre labbra di esultanza, e rendiamo e renderemo sempre i più umili e i più vivi ringraziamenti a nostro Signore Gesù Cristo, per averci concesso la grazia singolare di potere, sebbene immeritevoli, offrire e decretare questo onore, questa gloria e questa lode alla sua santissima Madre. E poi riaffermiamo la Nostra più fiduciosa speranza nella beatissima Vergine, che, tutta bella e immacolata, ha schiacciato il capo velenoso del crudelissimo serpente, e ha portato la salvezza al mondo; in colei che è gloria dei profeti e degli apostoli, onore dei martiri, letizia e corona di tutti i santi; sicurissimo rifugio e fedelissimo aiuto di tutti coloro che sono in pericolo; potentissima mediatrice e riconciliatrice di tutto il mondo presso il suo Figlio unigenito; fulgidissima bellezza e ornamento della Chiesa e della sua saldissima difesa. Riaffermiamo la Nostra speranza in colei che ha sempre distrutto tutte le eresie, ha salvato i popoli fedeli da gravissimi mali di ogni genere, e ha liberato Noi stessi da tanti pericoli, che ci sovrastano. Noi confidiamo che ella voglia, con la sua validissima protezione, fare sì che la nostra santa madre, la Chiesa cattolica, superate tutte le difficoltà e sconfitti tutti gli errori, prosperi e fiorisca ogni giorno più presso tutti i popoli e in tutti i luoghi, dal mare al mare, e dal fiume sino ai confini della terra, e abbia pace, tranquillità e libertà completa (…)».
Dunque, la Vergine è colei che distrugge tutte le eresie, perché è colei che ci ha donato il Salvatore permettendo la Redenzione della più grande catastrofe di tutti i tempi: il peccato originale.
Ritorniamo a Lourdes. La Provvidenza non sceglie a caso i luoghi delle apparizioni. In quei tempi la Francia era la patria del positivismo filosofico. Tale corrente affermava che solo la conoscenza sensibile potesse permettere la conoscenza della verità, se mai la verità potesse essere davvero conosciuta. Dunque un materialismo ed un sensismo radicali, che ebbero ripercussioni anche sulla concezione dell’uomo e della sua libertà. Il positivismo, infatti, portò a ritenere che l’uomo fosse totalmente determinato dalla società: una società buona renderebbe l’uomo buono, una società cattiva renderebbe l’uomo cattivo. Invece a Lourdes la Vergine, confermando il dogma dell’Immacolata Concezione, venne a ricordare al mondo la verità del peccato originale, ovvero la verità della libertà e della responsabilità umane. Quale società può essere migliore del paradiso terrestre? Eppure l’uomo, anche nel paradiso terrestre, è stato capace di peccare. Questo perché l’uomo è libero. Certamente la società può influenzarlo ma non determinarlo. Dunque, prima di agire sulle società, bisogna agire sul cuore dell’uomo, per una continua conversione dell’uomo stesso.
Pio IX, spiegando ai cardinali il valore dell’Immacolata Concezione il giorno dopo la promulgazione del dogma, così disse: «La grandezza di questo privilegio varrà moltissimo anche a confutare coloro, i quali negano che la natura umana si sia corrotta per la prima colpa ed amplificano le forze della ragione al fine di negare o di sminuire il beneficio della rivelazione. Faccia, infine, la Vergine Beatissima, la quale sconfisse e distrusse tutte le eresie, che si svella dalle radici e si distrugga anche codesto perniciosissimo errore del razionalismo, il quale, in questi tempi infelicissimi, tanto affligge e tormenta non solo la civile società, ma anche la Chiesa» (Singulari quadam, Allocuzione al Concistoro del 9 dicembre 1854).
Il celebre pensatore spagnolo Donoso Cortes afferma che dalla negazione del peccato originale nascono tutti gli errori, perché dalla negazione del peccato originale nascono tutte le utopie. Così scrive in una sua lettera: «La negazione del peccato originale è uno dei dogmi fondamentali della Rivoluzione. Supporre che l’uomo non sia caduto nel peccato originale significa negare, e si nega, il mistero della Redenzione e della Incarnazione, il dogma della personalità esteriore del Verbo e il Verbo stesso. Supporre l’integrità naturale della volontà umana, da una parte, e non riconoscere, dall’altra, l’esistenza di altro male e di altro peccato che il male ed il peccato filosofico, significa negare, e si nega, l’azione santificante di Dio sull’uomo e con essa il dogma della personalità dello Spirito Santo. Da tutte queste negazioni deriva la negazione del dogma sovrano della Santissima Trinità, pietra angolare della nostra fede e fondamento di tutti i dogmi cattolici».
La negazione del peccato originale vuol dire la possibilità che l’uomo sia per natura buono e che ciò che lo contamini siano solo le strutture sociali, per cui sarebbe possibile, qualora si creasse una sorta di “società perfetta”, il trionfo totale del bene e della completa bontà dell’uomo stesso. Insomma: l’essenza di ogni utopia, ma anche la convinzione, tipicamente moderna, secondo cui l’uomo possa, con il suo agire (in questo caso con il suo agire politico e sociale), essere “salvatore” di se stesso.
La Vergine a Lourdes indica invece due prospettive: 1) Quella del Cielo come unico fine dell’uomo. 2) Quella dell’eliminazione del peccato come principale scopo dell’agire umano.
Quella del Cielo come unico fine dell’uomo. A Bernadette l’Immacolata disse: «Non ti prometto la felicità quaggiù, ma in Paradiso». Il che significava ricordare all’uomo che la legittima speranza di migliorare la vita terrena non poteva essere sostituita con la pretesa di eliminare totalmente il male da questa stessa vita. Sappiamo che il positivismo filosofico alimentò l’utopia di un possibile mondo senza malattia e senza morte, utopia che poi naufragò tragicamente soprattutto a causa della catastrofe della Grande Guerra.
Quella dell’eliminazione del peccato come principale compito dell’agire umano. L’uomo può diventare buono principalmente con la conversione; le strutture sociali e il progresso medico scientifico hanno senz’altro un valore importante ma certamente relativo: ciò che conta è la santità. Ed ecco perché Lourdes è diventata anche la vera oasi della sofferenza fisica, che, nella tenerezza della Vergine Immacolata, può trovare straordinariamente la guarigione (i miracoli), ma ordinariamente trova di certo la forza per andare avanti e la luce per capire la relatività della vita terrena in comparazione alla pienezza della vita del Paradiso.

Autore: Corrado Gnerre 

Publié dans:feste di Maria |on 10 février, 2015 |Pas de commentaires »

2 FEBBRAIO : PRESENTAZIONE DEL SIGNORE NEL TEMPIO; Dai « Discorsi » di san Sofronio, vescovo

http://liturgia.silvestrini.org/santo/152.html

2 FEBBRAIO : PRESENTAZIONE DEL SIGNORE NEL TEMPIO – CANDELORA

BIOGRAFIA
Presentazione nel TempioQuella di oggi è una celebrazione che incentra la nostra attenzione di credenti nell’umile gesto della presentazione di Gesù Bambino al Tempio e della purificazione della vergine Maria: il significato va ben oltre la storia: ammiriamo ancora l’umiltà della Vergine, la povertà della Santa famiglia di Nazareth e riascoltiamo devoti ed attoniti il cantico del santo vecchio Simeone. Proprio dalle sue parole, che definiscono il Bambino Gesù, luce delle genti, la Chiesa ha tratto il motivo per celebrare la luce con le candele benedette: è il motivo per celebrare Cristo luce, per ringraziare Dio del dono della fede e per impetrare ancora la pienezza della luce come dono dello Spirito santo.

MARTIROLOGIO
Festa della Presentazione del Signore, dai Greci chiamata Ipapànte: quaranta giorni dopo il Natale del Signore, Gesù fu condotto da Maria e Giuseppe al Tempio, sia per adempiere la legge mosaica, sia soprattutto per incontrare il suo popolo credente ed esultante, luce per illuminare le genti e gloria del suo popolo Israele.

DAGLI SCRITTI…
Presentazione nel Tempio – Dai « Discorsi » di san Sofronio, vescovo

Accogliamo la luce viva ed eterna

Noi tutti che celebriamo e veneriamo con intima partecipazione il mistero dell’incontro del Signore, corriamo e muoviamoci insieme in fervore di spirito incontro a lui. Nessuno se ne sottragga, nessuno si rifiuti di portare la sua fiaccola. Accresciamo anzi lo splendore dei ceri per significare il divino fulgore di lui che si sta avvicinando e grazie al quale ogni cosa risplende, dopo che l’abbondanza della luce eterna ha dissipato le tenebre della caligine. Ma le nostre lampade esprimano soprattutto la luminosità dell’anima, con la quale dobbiamo andare incontro a Cristo. Come infatti la Madre di Dio e Vergine intatta portò sulle braccia la vera luce e si avvicinò a coloro che giacevano nelle tenebre, così anche noi, illuminati dal suo chiarore e stringendo tra le mani la luce che risplende dinanzi e tutti, dobbiamo affrettarci verso colui che é la vera luce.
La luce venne nel mondo (cfr. Gv 1, 9) e, dissipate le tenebre che lo avvolgevano, lo illuminò. Ci visitò colui che sorge dall’alto (cfr. Lc 1, 78) e rifulse a quanti giacevano nelle tenebre. Per questo anche noi dobbiamo ora camminare stringendo le fiaccole e correre portando le luci. Così indicheremo che a noi rifulse la luce, e rappresenteremo lo splendore divino di cui siamo messaggeri. Per questo corriamo tutti incontro a Dio. Ecco il significato del mistero odierno.
La luce vera che illumina ogni uomo che viene in questo mondo (cfr. Gv 1, 9) é venuta. Tutti dunque, o fratelli, siamone illuminati, tutti brilliamo. Nessuno resti escluso da questo splendore, nessuno si ostini a rimanere immerso nel buio. Ma avanziamo tutti raggianti e illuminati verso di lui. Riceviamo esultanti nell’animo, col vecchio Simeone, la luce sfolgorante ed eterna. Innalziamo canti di ringraziamento al Padre della luce, che mandò la luce vera, e dissipò ogni tenebra, e rese noi tutti luminosi. La salvezza di Dio, infatti, preparata dinanzi a tutti i popoli e manifestata a gloria di noi, nuovo Israele, grazie a lui, la vedemmo anche noi e subito fummo liberati dall’antica e tenebrosa colpa, appunto come Simeone, veduto il Cristo, fu sciolto dai legami della vita presente.
Anche noi, abbracciando con la fede il Cristo che viene da Betlemme, divenimmo da pagani popolo di Dio. Egli, infatti, é la salvezza di Dio Padre. Vedemmo con gli occhi il Dio fatto carne. E proprio per aver visto il Dio presente fra noi ed averlo accolto con le braccia dello spirito, ci chiamiamo nuovo Israele. Noi onoriamo questa presenza nelle celebrazioni anniversarie, né sarà ormai possibile dimenticarcene.(Disc. 3, sull’«Hypapante» 6, 7; PG 87, 3, 3291-3293).
Nella celebrazione di oggi i fedeli vanno incontro al Signore portando ceri accesi e cantano a lui insieme a Simeone che lo riconobbe come Cristo Signore «Luce per illuminare le genti». Per ricordare il mistero di questo giorno, si compie la benedizione delle candele che può essere unita alla processione o ad ingresso solenne, secondo le indicazioni del Messale.
I fedeli si riuniscono in una chiesa minore o in qualche altro luogo adatto fuori della chiesa verso cui è diretta la processione; tengono in mano le candele accese già all?inizio del rito. Per la benedizione e la processione, il celebrante può indossare la casula o il piviale di colore bianco. Mentre la processione entra in chiesa si canta l?antifona d?ingresso della Messa, dopo di che, tralasciati i riti iniziali, si canta il Gloria e si dice la colletta. La messa prosegue come di solito.
Come la Madre di Dio e Vergine intatta portò sulle braccia la vera luce e si avvicinò a coloro che giacevano nelle tenebre, così anche noi, illuminati dal suo chiarore e stringendo tra le mani la luce che risplende dinanzi e tutti, dobbiamo affrettarci verso colui che é la vera luce. (San Sofronio).

Publié dans:feste del Signore, feste di Maria, Santi |on 2 février, 2015 |Pas de commentaires »

2 FEBBRAIO OMELIA – FESTA DELLA PRESENTAZIONE DEL SIGNORE

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OMELIA – FESTA DELLA PRESENTAZIONE DEL SIGNORE

mons. Gianfranco Poma

Accolse il bambino tra le braccia

La Liturgia il due febbraio celebra la « Presentazione del Signore », la festa dell’ « incontro » di Gesù con l’umanità, della luce che comincia a vincere la tenebra.
Lc.2,22-40, con il canto di Simeone che proclama: « I miei occhi hanno visto la tua salvezza…luce per rivelarti alle genti », ci colloca nel cuore dell’esperienza della fede che oggi di nuovo ci è offerta: Gesù è la luce che accende il cuore delle persone che incontra, una luce che è offerta al mondo intero. Oggi Gesù è la luce offerta a noi, al nostro mondo.
Anche in questo brano appare tutta l’arte narrativa di Luca, la sua attenzione a descrivere i personaggi che rendono viva la scena, la sua profondità per mostrare che nella concretezza degli eventi umani si realizza la storia di Dio. Dio nella trama della vita di una famiglia, nelle pieghe della psicologia di un uomo e di una donna, di due anziani che ritrovano il gusto della vita, di un bambino che comincia il cammino della sua esistenza. Tutto è così normale e tutto è così divino! I grandi temi della teologia di Luca prendono vita all’interno dello svolgersi di eventi così normali! È Dio che facendosi piccolo, rende grandi le cose piccole: ma occorre lasciarsi illuminare da Lui, dal suo Spirito, perché gli occhi sappiano vedere e il cuore gustare la sua gioia.
« Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione secondo la Legge di Mosè, ?portarono il bambino’ a Gerusalemme per presentarlo al Signore… »: tutto avviene secondo la Legge.
« A Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone… » Luca comincia la sua accurata descrizione dei personaggi. Il primo è Simeone: il suo nome significa « colui che ascolta, che ubbidisce ». Tutto è narrativo e tutto è simbolico: negli eventi narrati si compie la storia e la speranza di Israele. Simeone è « uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione di Israele »: fedele alla Legge di Dio, è espressione dei « poveri di Dio », di coloro che aspettano con tutto il cuore il Messia, invocato come il « consolatore ». Il tema della consolazione, presente nei profeti postesilici, si fa particolarmente intenso nei giorni degli eventi evangelici, quando il popolo di Israele, in balia degli influssi di dominatori pagani e della loro cultura, vive momenti di angoscia: la speranza di Israele è posta in Dio che, solo, può consolare il suo popolo.
« Lo Spirito santo era su di lui…Lo Spirito santo gli aveva rivelato che non sarebbe morto senza prima aver visto il Cristo del Signore… Nello Spirito venne al Tempio… »: per tre volte Luca ripete che Simeone è mosso dall’azione dello Spirito. La sua esperienza non è frutto solo della psicologia, dell’intelligenza, della volontà umana ma della sua docilità allo Spirito santo che apre la persona e la libera per realizzare in pienezza l’esistenza umana.
« Venne nello Spirito al Tempio ». In modo estremamente sintetico, Luca ci avverte che Simeone è illuminato e mosso dallo Spirito di Dio: già Paolo ha scritto che « tutti coloro che sono mossi dallo Spirito sono figli di Dio » (Rom.8,14). Simeone è già entrato nella novità di un’esperienza nella quale Dio è un dono da accogliere, una luce che apre gli occhi per saperlo vedere.
« Quando i genitori condussero il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo prese tra le braccia ». In questo modo, Luca dice tutta la novità di Gesù, compimento della prima Alleanza: Gesù non rinnega la Legge di Mosè, le dà un senso nuovo. Certo, egli ha presente la tensione tra la nuova comunità di Gesù e la comunità ebraica di provenienza: la parola che Simeone rivolgerà a Maria renderà esplicita questa preoccupazione di Luca.
Ma è meravigliosa questa icona creata da Luca, di commossa tenerezza, del vecchio che prende tra le braccia il bambino Gesù. I suoi genitori lo conducevano con cura al Tempio per adempiere per lui le prescrizioni della Legge: Simeone non si limita alle osservanze della Legge, lo prende tra le braccia. Non è già questa tutta la novità cristiana, il passaggio dalla Legge all’Amore? Il vecchio che prende fra le braccia il bambino: è la fede nella freschezza della vita, è la speranza nel futuro, è il non chiudersi nelle proprie delusioni, è la fede in Dio che fa nuove tutte le cose.
Simeone aspettava la consolazione d’Israele: come tutti, anch’egli aspettava il Messia, il discendente di Davide che restituisse forza ad Israele, vincesse gli invasori politici e ristabilisse la fedeltà alla Legge di Dio. Quando prende fra le braccia il bambino a cui era stato posto il nome « Gesù », come era stato chiamato dall’angelo, egli, « mosso dallo Spirito », « benedice Dio », lo ringrazia per l’esperienza che gli è data da vivere, per la « consolazione », che gli è donata da Dio: aspettava un Dio potente, restauratore di Israele e gli si fa incontro un Dio fragile, un Dio d’Amore che si lascia prendere fra le braccia, si dona (alla fine si donerà anche a coloro che lo metteranno in croce).
Adesso Simeone può dire al Signore la sua preghiera: è l’espressione di una persona che per tutta la vita ha aspettato nell’ angoscia, come uno schiavo che aspetta la libertà. Adesso nell’abbraccio di questo bambino, in un’esperienza di intenso Amore, può dire: « Adesso, Signore (« padrone ») sciogli il tuo servo nella pace, secondo la tua parola »: adesso la vita di Simeone, come quella di uno schiavo che ha ottenuto la liberazione, avvolta dall’Amore, è libera da ogni angoscia. Aspettava il Messia: gli è stata donata la pace, che è il grande dono messianico. I suoi occhi hanno visto la salvezza: quella preparata da Dio, infinitamente più vera di quella a cui lui pensava. Desiderava la luce: Dio ha acceso una luce che illumina il suo popolo, illumina tutto il mondo. Simeone ha visto questa luce che illumina e non acceca: è questo bambino, l’Amore di Dio, che si abbassa, si dona, si lascia abbracciare, perché il cuore dell’uomo, amato, diventi capace di amare.
E nel Tempio c’è pure una « profetessa », Anna. Anche questo è secondo lo stile di Luca che ama costruire i suoi racconti introducendo doppi personaggi, e con un’attenzione particolare alla presenza femminile. Anche nella figura di Anna si condensa l’attesa del popolo di Israele (la madre di Samuele, Giuditta…). Con precisione raffinata Luca descrive il personaggio: Anna (« colei che ha ricevuto grazia »), è figlia di Fanuele (« volto di Dio »), è vedova fedele a Dio, i suoi 84 anni (12 x 7: il numero delle tribù d’Israele moltiplicato per il numero delle nazioni) significano l’attesa del mondo intero, rende culto a Dio con digiuni e preghiere notte e giorno.
Anna è « profetessa »: anche lei, come Samuele, è mossa dallo Spirito. E comincia così la novità che Luca vuole annunciare: Simeone e Anna, un uomo e una donna, rendono testimonianza al realizzarsi della speranza d’Israele e di tutto il mondo.
La frase conclusiva è densissima: è la descrizione della ri-nascita di Anna, della sua ricreata giovinezza. È l’esperienza della fede di una donna che aveva atteso per tutti gli anni della sua lunga vita l’Amore che le desse significato: adesso ha gustato l’Amore che gli entra nel cuore, nell’incontro con quel bambino stretto tra le braccia di Simeone. Adesso lei che l’ha sperimentato, può gridarlo al mondo intero: è la « profetessa » che rende testimonianza a Dio e parla del bambino a tutti coloro che erano aperti ad accogliere la liberazione di Gerusalemme.
« In quella stessa ora, stando lì presente, testimoniava Dio e parlava di lui a tutti coloro che erano aperti…) »: è la novità di Anna, profetessa nuova, che sperimenta il Dio non della Legge, ma dell’Amore gustato, generato, vita. Sperimenta Dio e parla del bambino. Nuova testimone per tutti coloro che aspettano: non il Dio potente che vince i nemici di Gerusalemme, ma il Dio che, per amore, nasce, vive, muore, per essere con l’uomo, sempre, e fare nuova Gerusalemme.

MARIA, MADRE DI DIO, (THEOTOKOS) NELLA TRADIZIONE DELLA CHIESA ORTODOSSA

http://www.ortodoxia.it/Madre%20di%20Dio%20nella%20tradizione%20della%20Chiesa%20Ortodossa.htm

MARIA, MADRE DI DIO, (THEOTOKOS)

nella tradizione della Chiesa Ortodossa

S.Em.za Rev.ma il Metropolita Gennadios,
Arcivescovo ortodosso d’Italia e Malta

In questa meditazione, carissimi fratelli, ”Maria, Madre di Dio, (Theotokos) nella tradizione della Chiesa Ortodossa”, non è possibile affrontare l’argomento, in poco tempo, un tema, senza dubbio importantissimo per la cristianità, in tutta la sua vastità e conseguente complessità, ma senz’altro cercherò di affermare la grande verità che la Chiesa Ortodossa proclama, cosa che viene dimostrata dalla prassi della sua spiritualità liturgica che è in verità l’interpretazione dello spirito e della dottrina dei suoi Santi Padri.
Il suo grande inneggiatore Giovanni Damasceno esclama: “Veramente, Maria è superiore a tutta la creazione”.
Questa profonda devozione per Maria è certamente diversa dall’adorazione data soltanto alla Santissima Trinità.
Epifanio risponde meravigliosamente:”per Maria dobbiamo dare devozione, per il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo: adorazione”.
In questo momento, ricordo un inno meraviglioso che canta la Chiesa Ortodossa durante il solenne mattutino del 15 agosto: “nella sua persona, Maria,Vergine Immacolata,si sono sconfitte le norme della natura:….Vergine dopo il parto,e viva dopo la morte”.
È verità indiscutibile la Liturgia Ortodossa, non è avara di elogi verso la “THEOTOKOS”; ne canta l’eccezionale ruolo nell’economia della salvezza.
Maria, novella Eva, è “all’origine d’una nuova progenie di uomini, comunicanti alla vita di Dio”.
Con inni, che elevano l’anima del fedele vicino al nostro Signore e Creatore dell’umanità, canta la Chiesa Ortodossa anche la glorificazione corporale di cui la Theotokos fu oggetto dopo la sua morte.
In essa “vede lo scopo e il compimento di tutta la creazione, pronta, finalmente, a ricevere il Salvatore.
Maria è la “Madre di Dio” la Theotokos; è colei che,in nome di tutta la nostra stirpe, ha accolto il Dio liberatore”.
Di grande importanza è il cosiddetto inno Akathistos, il quale è glorificazione della Madre di Dio e riassume tutta la Teologia Mariana centrata sul mistero.
San Giovanni Damasceno nel suo libro,”OKTOICHOS”, oggi usato nelle funzioni dei Vesperi e dei Mattutini,scrive così per la Madonna: “Cantiamo, fedeli, la gloria dell’universo. La porta del cielo, la Vergine Maria, il Fiore della stirpe umana e la madre di Dio, colei che è il cielo e il tempio della divinità, colei che ha atterrato le barriere del peccato, che è la conferma della nostra fede.
Il Signore che da lei è nato, combatte per noi. Sii pieno di forza e coraggio,o popolo di Dio,perché Egli, l’Onnipotente, ha vinto i nemici”.
Questo importantissimo pensiero del grande teologo della Chiesa Indivisa San Giovanni Damasceno si immerge in un clima di azione di grazia.
In occasione della grande festa dell’Esaltazione della Croce, la chiesa Ortodossa, con esultanza canta: “Tu sei Madre di Dio, il paradiso mistico, in cui Cristo è germogliato spontaneamente; per Lui è stato piantato nel mondo l’albero vivificante della Croce”.
La Teologia, la Liturgia, l’Eortologia, l’Innografia e l’Iconografia, camminano insieme e possiamo dire quasi sempre, che l’una evidenzia l’altra in modo che un punto oscuro da una parte trova la risposta Ortodossa, la chiarezza e la precisione come dicono i Padri orientali, in un’altra.
Ascoltiamo sant’Ignazio riguardo a Maria: “Uno solo è il medico del corpo e dello Spirito, generato e ingerito, Dio manifestatosi in carne, vita vera nella morte, da Maria e da Dio, prima passibile e poi impassibile, Gesù Cristo il Signore nostro”.
Nel periodo pre-Niceno, la Mariologia in Oriente Ortodosso, si può ricapitolare in tre punti:
1°) La maternità Divina, 2°) La perpetua verginità 3°) Il parallelismo Eva – Maria.
È verità incontestabile che la Vergine Maria fa parte dell’umanità; è una gloria dell’umanità “ della quale condivide la sorte, tutta la sorte”.
Cooperando, così, alla grazia, l’umanità può dirsi vittoriosa sul male: veramente, una creatura di Dio. Come noi, ha risposto totalmente “sì” a Dio e diventa la “nuova Eva”, per mutare il corso della storia dell’umanità.
Infatti, con la vergine Maria, abbiamo una nuova creazione dell’uomo, che nasce non “dalla carne e dal sangue, ma da Dio”.
È senza dubbio, l’uomo nuovo che nasce verginalmente dalla vasca battesimale, diventando membro del regno dei cieli.
Perciò, Maria, si identifica con la Chiesa, il sacro luogo dove si compie l’unione tra creatura e Creatore, tra l’umano e il Divino.
Ricordo qui un testo di San Clemente di Alessandria che dice: o prodigio mistico! Uno è il Padre di tutti; uno è anche il Verbo e lo Spirito Santo….e una sola è, nello stesso tempo madre e vergine, e a me piace chiamarla “Chiesa” e “questa madre soltanto non ebbe latte, perché e la sola che, dopo il parto, non può chiamarsi donna, perché è, contemporaneamente, Vergine e Madre”; e continua San Clemente: “Come Vergine è incorrotta, ma come Madre è sposa diletta, che raccoglie i propri figli li nutre con latte Santo…”.
Vediamo con ammirazione che la vergine Maria diventa così, “guida” per l’uomo; e la “Odigitria”; è un modello perfetto, dimostrando all’uomo che lui deve arrivare dove essa è già arrivata: alla deificazione (Theosis), cioè all’unione perfetta con Dio, alle nozze mistiche tra la creatura e il Creatore.
Perciò Iddio si fa uomo, perché ama questa sua creatura, che ricapitola in sé tutto il creato: “Microcosmo”, come dicono i padri Capadoci, “ in quanto partecipa del mondo sensibile col corpo, e di quello soprasensibile con l’anima, e l’uomo che veramente ama Dio deve trasformarsi in Lui, cooperando alla Grazia”.
Con Essa riprende il dialogo interrotto nell’Eden con l’uomo, fatto “ad immagine secondo la somiglianza” di Dio, come dice Genesi.
È la scena dell’annunciazione a Nazaret. Iddio parla all’uomo per mezzo dell’Arcangelo Gabriele e chiede il suo consenso libero a queste nozze mistiche tra il Creatore e la creatura umana.
Maria, conscia (di appartenere) che lei fa parte dell’umanità, conscia che Essa appartiene alla natura di Adamo, non soltanto ascolta e custodisce la parola di Dio, ma anche dal suo libero consenso; risponde con libertà totalmente si a Dio e così prende essenziale parte alla salvezza dell’uomo, diventando la nuova Eva, mutando così il corso della storia dell’umanità, “pur ereditando la mortalità ereditaria, patrimonio di tutta l’umanità; essa mette fine, con la propria autodeterminazione, alla corruzione e alla morte”.
Mentre Adamo ed Eva avevano ascoltato le parole di Satana, Maria, chiedendo soltanto come può compiersi il mistero, ascolta e custodisce la parola di Dio.
Il verbo si fa carne e Maria con la sua preziosa parte dell’economia divina, dona all’umanità la redenzione e la grazia Divina.
Quando al Salvatore dirà una voce del pubblico: ” beato il seno che ti ha allattato; beato il ventre che ti ha portato”, Egli risponderà che “beatitudine maggiore è per la Madre Divina l’aver ascoltato la parola di Dio e averla custodita”, come riferisce l’evangelista San Luca.
In quanto alla maternità Divina, la Teologia Mariana Ortodossa rimane fedele alla dottrina del III° concilio Ecumenico di Efeso.
Matteo, richiamandosi al testo di Isaia, dice: ”Concepirà e partorirà un figlio, che sarà chiamato Emanuele ciò che significa “Dio è con noi”.
Se Colui che viene generato è Dio, chi lo genera è Madre di Dio.
Nella visita che la Vergine fece ad Elisabetta, narrata da Luca, la madre del precursore chiamò la Vergine “Madre del mio Signore”.
Lo stesso Luca descrivendo il mistero dell’annunciazione, chiama il Salvatore “Figlio dell’Altissimo”, “Figlio di Dio”; implicitamente chiama Maria “Madre dell’Altissimo”, “Madre di Dio”.
San Paolo ai Galati scrive: “…mandò Iddio il proprio figlio, fatto da una donna…”.
I Padri Apostolici si basano sulla stessa base: “Nato dal Padre prima dei secoli”; “nato dalla Vergine nel tempo”.
San Gregorio il teologo diceva: “Chi non considera Maria come madre di Dio è fuori dalla divinità”, cioè dalla chiesa.
È verità indiscutibile che l’uomo per arrivare alla sua Theosis (deificazione) è incoraggiato dalla Santa presenza continua di questa creatura sublime, vera creatura come noi.
Nel suo cammino, allora, verso Dio, l’uomo conosce molto bene che un’altra creatura come lui figlia di Adamo e di Eva, come lui stesso è già asceso verso il cielo, verso Dio.
Così la “Vergine, ha reso possibile i nostri contatti con Dio, contatti non soltanto mistici, ma fisici, perché la carne umana del Cristo è reale, non fantastica”.
La presenza della Vergine Maria, significa in verità nell’Oriente Ortodosso, presenza di Dio.
Secondo la tradizione Ortodossa Orientale, non può esistere alcun rito religioso senza l’invocazione di Maria; non può esistere alcuna Chiesa senza l’icona di Essa.
San Giovanni Damasceno, questo grande teologo della chiesa indivisa, magistralmente ricapitola il pensiero Patristico sulla Teologia della maternità Divina nella tradizione orientale: “Nel senso propriamente vero e reale noi confessiamo Madre di Dio la santa Vergine. Come, infatti, è Dio vero colui che da Essa è nato, vera madre di Dio è colei che ha generato il vero Dio, che da Essa si è incarnato”.
E quando diciamo che Dio è nato da Essa non intendiamo certo dire che la divinità del verbo incominciò ad esistere da essa; ma perché lo stesso Dio verbo che prima dei secoli e fuori del tempo è stato generato dal Padre ed è senza alcun principio col Padre e con lo Spirito Santo, negli ultimi giorni per la nostra salvezza, prese dimora nel suo seno, senza alcun mutamento, s’incarnò e nacque da essa.
La Santa Vergine, dunque, non ha generato un uomo semplice, ma Dio vero.
E non puramente Dio, ma Incarnato.
Non però che abbia portato dal cielo il corpo, passando da essa come da un canale, ma da Essa ha preso il corpo consustanziale a noi, dandogli la sussistenza nella propria persona.
Lo stesso San Giovanni Damasceno, nella sua famosa opera “la Fede Ortodossa” così riferisce: “Il Suo nome, Maria, contiene tutto il mistero dell’economia, poiché se colei che l’ha messo al mondo è madre di Dio, il generato da lei è interamente Dio, ed è interamente uomo”.
La proclamazione della divina maternità è ripetuta incessantemente.
La spiritualità liturgica è testimone di questa verità cristiana, verità che ha stretta relazione con le altre verità cristiane, come per esempio con la Santissima Trinità ecc.
Sempre San Giovanni Damasceno nel suo libro liturgico “Oktoichos” riafferma incessantemente questo mistero che contempla e proclama con grande stupore e commozione spirituale: “Come non stupiremmo – dice – per il tuo divino e umano parto, o degna di ogni venerazione”.
“È veramente giusto dicono San Basilio e San Giovanni Crisostomo – proclamare beata te, Theotokos, che sei beatissima, tutta pura e madre del nostro Dio.
Noi magnifichiamo te, che sei più onorabile dei cherubini e incomparabilmente più gloriosa dei serafini, che in modo immacolato partoristi il verbo di Dio, o vera madre divina”.
Maria, considerando il suo rapporto con la Trinità, è chiamata “Tutta pura”, “Immacolata”, “piena di grazia”, “senza macchia”.
Considerando dall’altra parte il suo rapporto con il popolo, con la chiesa, viene considerata “mediatrice della salvezza”, “mediatrice della vita”, “ancora della fede”, “bando dei fedeli”, “sola difesa”, “consolazione”, “muro inespugnabile”, “protettrice”.
È vero, miei cari fratelli, che tutto, ciò che si dice della Theotokos supera la nostra capacità di comprensione.
L’Innologia Ortodossa risponde così: “Tutti i tuoi misteri superano ogni intelletto, ogni glorificazione, o Madre di Dio. Sigillata con la purezza, custodita con la verginità, fosti riconosciuta madre senza falsità che partoristi il Dio vero”.
Maria, identificando la sua volontà della volontà di Dio, liberamente e coscientemente, con fedeltà e ubbidienza, e così mettendo se stessa al servizio del disegno divino della salvezza dell’uomo, costituisce anche oggi, per l’intero mondo cristiano, l’unico e più vivo esempio di fedeltà, di umiltà e obbedienza a Dio, mostrando al cristiano qual è la sua chiamata.
Maria, costituisce l’unico, più luminoso, esempio per la Chiesa di Cristo, oggi divisa in tante chiese e confessioni, mostrando a loro che accettando la parola di Dio con fedeltà, umiltà e ubbidienza, realizzano una vera vocazione che avrà come fine quella gioiosa fine che ha avuto Maria con l’accettazione della parola di Dio, cioè la vera gioia della sua umiltà con Dio e la gioia profonda ella salvezza dell’uomo, trasmettendo così questa sua vera eterna gioia dell’universo.
Veramente, Maria rimane per noi un eccellente irrepetibile esempio di una fedele, umile, ubbidiente Diaconessa della volontà di Dio che rappresenta la salvezza della sua prima amabile creatura, cioè dell’uomo.
Chi è andato a Ravenna senz’, altro ha visto la cappella arcivescovile della città. Tra le altre belle cose esiste un bellissimo mosaico che rappresenta Maria (Theotokos) come Diaconessa.
In realtà, Maria “quando venne la pienezza del tempo” serve al mistero della salvezza del genere umano.

Conclusione
Dopo questa esposizione concludiamo così:
Per l’uomo di oggi, come creatura di Dio, per le nostre chiese, che provengono dallo stesso unico fondatore, l’unica linea, preziosa e sicura per il nostro futuro, è la linea che ha seguito Maria, la Theotokos.
Con le sue parole: “Eccomi sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto”.
Una linea, piena di speranza e di fedeltà, con la quale è riuscita ad avere la grazia di Dio: “Non temere Maria perchè hai trovato grazia presso Dio” e così diventa Madre di Dio.
Con la sua linea che caratterizza la fedeltà, l’umiltà, l’obbedienza, la diaconia, la testimonianza e la santità, Maria ha amato la più profonda gioia: “Concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù, sarà grande e chiamato figlio dell’altissimo… e il suo regno non avrà fine”.
Maria, creatura come noi che riceve particolare valore e prestigio altissimo diventando Madre di Dio, grazie alla sua linea – vita – comportamento di fedeltà, di umiltà,di libertà, di diaconia, di testimonianza e di santità, e veramente grazie alla sua obbedienza alla legge di Dio: “Lo Spirito Santo scenderà sopra di te, su te stenderà la sua ombra, la potenza dell’Altissimo”, Maria vince la paura, vince i sospetti, vince le incertezze, vince i diversi personali ostacoli, e così testimonia all’uomo di oggi, come anche alla “Chiesa divisa”, qual è il nostro dovere riguardo alla parola di Dio, quale linea dobbiamo seguire per realizzare la volontà di Dio: ”Che tutti siano una cosa sola”.
Maria, la Theotokos, è per l’uomo, il modello ideale per arrivare alla salvezza, che è vita eterna.
Maria, la Theotokos, è anche madre nostra, è per la “Chiesa divisa” il modello ideale per testimoniare al mondo la sua genuina missione e giustificare la sua esistenza che è la salvezza dell’uomo, per cui Cristo è nato, è stato crocefisso ed è resuscitato.
Maria, la Theotokos, cioè la Madre di Dio, con la sua santa vita, con il suo meraviglioso comportamento, con la sua fede genuina, con il suo vero amore e con la sua ricca carità ci fa sentire maggiormente il dovere e la responsabilità che abbiamo nella Chiesa di Cristo, come vescovi, come sacerdoti, come religiosi, come laici, tutto il pleroma per la divisione della Chiesa indivisa, che è il nostro maggiore peccato ed ha avuto il carattere di peccato originale.
Finisco con questo meraviglioso testo di San Gregorio il Teologo, affermando con chiarezza: “O speranza buona, Vergine Madre di Dio, noi invochiamo la tua unica e valida protezione. Muoviti a compassione per un popolo che si trova nelle angustie, supplica il misericordioso Iddio affinché le nostre anime siano liberate da ogni sventura. Fervida avvocata, muro inespugnabile dei fedeli, fonte di misericordia, rifugio del mondo, o Signora Theotokos, previeni le nostre suppliche e liberaci dai pericoli, perché tu sei la sola che può molto presto proteggere. Dall’altra parte, o sempre Vergine, Theotokos, per tuo mezzo siamo divenuti partecipi della divina natura, poiché ci hai dato Dio incarnato per noi. Perciò noi, per dovere e devoto affetto te magnifichiamo”.
Ed ancora noi fedeli ed ubbidienti alle cose che non possono essere risolte dal nostro intelletto, dalla nostra logica, perché esiste il mistero, facendosi silenzio ad essa con devozione e venerazione cantiamo a te, Vergine, Theotokos, che sei la nostra vera speranza, la nostra vera consolazione, la nostra vera protezione e la nostra quotidiana preghiera, l’inno delle tue meraviglie: “È veramente giusto proclamare beata te, Theotokos, che sei beatissima, tutta pura e madre del nostro Dio, noi magnifichiamo te, che sei più onorabile dei Cherubini e incomparabilmente più gloriosa dei Serafini, che in modo immacolato partoristi il verbo di Dio, o vera Madre di Dio.”

PAPA FRANCESCO: PRIMI VESPRI DELLA SOLENNITÀ DI MARIA SS.MA MADRE DI DIO (2013)

https://w2.vatican.va/content/francesco/it/homilies/2013/documents/papa-francesco_20131231_te-deum.html

CELEBRAZIONE DEI PRIMI VESPRI DELLA SOLENNITÀ DI MARIA SS.MA MADRE DI DIO

TE DEUM DI RINGRAZIAMENTO

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Basilica Vaticana

Martedì, 31 dicembre 2013

L’apostolo Giovanni definisce il tempo presente in modo preciso: «È giunta l’ultima ora» (1 Gv 2,18). Questa affermazione – che ricorre nella Messa del 31 dicembre – sta a significare che con la venuta di Dio nella storia siamo già nei tempi “ultimi”, dopo i quali il passaggio finale sarà la seconda e definitiva venuta di Cristo. Naturalmente qui si parla della qualità del tempo, non della quantità. Con Gesù è venuta la “pienezza” del tempo, pienezza di significato e pienezza di salvezza. E non ci sarà più una nuova rivelazione, ma la manifestazione piena di ciò che Gesù ha già rivelato. In questo senso siamo nell’“ultima ora”; ogni momento della nostra vita non è provvisorio, è definitivo, e ogni nostra azione è carica di eternità; infatti, la risposta che diamo oggi a Dio che ci ama in Gesù Cristo, incide sul nostro futuro.
La visione biblica e cristiana del tempo e della storia non è ciclica, ma lineare: è un cammino che va verso un compimento. Un anno che è passato, quindi, non ci porta ad una realtà che finisce ma ad una realtà che si compie, è un ulteriore passo verso la meta che sta davanti a noi: una meta di speranza una meta di felicità, perché incontreremo Dio, ragione della nostra speranza e fonte della nostra letizia.
Mentre giunge al termine l’anno 2013, raccogliamo, come in una cesta, i giorni, le settimane, i mesi che abbiamo vissuto, per offrire tutto al Signore. E domandiamoci coraggiosamente: come abbiamo vissuto il tempo che Lui ci ha donato? Lo abbiamo usato soprattutto per noi stessi, per i nostri interessi, o abbiamo saputo spenderlo anche per gli altri? Quanto tempo abbiamo riservato per stare con Dio, nella preghiera, nel silenzio, nella adorazione?
E poi pensiamo, noi cittadini romani, pensiamo a questa città di Roma. Che cosa è successo quest’anno? Che cosa sta succedendo, e che cosa succederà? Com’è la qualità della vita in questa Città? Dipende da tutti noi! Com’è la qualità della nostra “cittadinanza”? Quest’anno abbiamo contribuito, nel nostro “piccolo”, a renderla vivibile, ordinata, accogliente? In effetti, il volto di una città è come un mosaico le cui tessere sono tutti coloro che vi abitano. Certo, chi è investito di autorità ha maggiore responsabilità, ma ciascuno di noi è corresponsabile, nel bene e nel male.
Roma è una città di una bellezza unica. Il suo patrimonio spirituale e culturale è straordinario. Eppure, anche a Roma ci sono tante persone segnate da miserie materiali e morali, persone povere, infelici, sofferenti, che interpellano la coscienza di ogni cittadino. A Roma forse sentiamo più forte questo contrasto tra l’ambiente maestoso e carico di bellezza artistica, e il disagio sociale di chi fa più fatica.
Roma è una città piena di turisti, ma anche piena di rifugiati. Roma è piena di gente che lavora, ma anche di persone che non trovano lavoro o svolgono lavori sottopagati e a volte indegni; e tutti hanno il diritto ad essere trattati con lo stesso atteggiamento di accoglienza e di equità, perché ognuno è portatore di dignità umana.
È l’ultimo giorno dell’anno. Che cosa faremo, come agiremo nel prossimo anno, per rendere un poco migliore la nostra Città? La Roma dell’anno nuovo avrà un volto ancora più bello se sarà ancora più ricca di umanità, ospitale, accogliente; se tutti noi saremo attenti e generosi verso chi è in difficoltà; se sapremo collaborare con spirito costruttivo e solidale, per il bene di tutti. La Roma dell’anno nuovo sarà migliore se non ci saranno persone che la guardano “da lontano”, in cartolina, che guardano la sua vita solo “dal balcone”, senza coinvolgersi in tanti problemi umani, problemi di uomini e donne che, alla fine… e dal principio, lo vogliamo o no, sono nostri fratelli. In questa prospettiva, la Chiesa di Roma si sente impegnata a dare il proprio contributo alla vita e al futuro della Città – è il suo dovere! -, si sente impegnata ad animarla con il lievito del Vangelo, ad essere segno e strumento della misericordia di Dio.
Questa sera concludiamo l’Anno del Signore 2013 ringraziando e anche chiedendo perdono. Le due cose insieme: ringraziare e chiedere perdono. Ringraziamo per tutti i benefici che Dio ci ha elargito, e soprattutto per la sua pazienza e la sua fedeltà, che si manifestano nel succedersi dei tempi, ma in modo singolare nella pienezza del tempo, quando «Dio mandò il suo Figlio, nato da donna» ( Gal 4,4). La Madre di Dio, nel cui nome domani inizieremo un nuovo tratto del nostro pellegrinaggio terreno, ci insegni ad accogliere il Dio fatto uomo, perché ogni anno, ogni mese, ogni giorno sia colmo del suo eterno Amore. Così sia!

LA MADONNA DI GUADALUPE

http://www.donbosco-torino.it/ita/Maria/forum/GUADALUPE-Madonna_di_Guadalupe.html

dal sito Don Bosco, Torino

Ho letto recentemente su una rivista della visita del Papa in Messico, e in particolare al Santuario di Guadalupe per la canonizzazione del protagonista di quelle apparizioni. Potrei sapere qualcosa di più preciso sulle apparizioni della Madonna e quindi sul perchè della costruzione di quel grande santuario, che è così famoso da meritare la solenne visita di Giovanni Paolo II nel luglio 2002? Grazie.
Anna Maria Palmas – Genova

LA MADONNA DI GUADALUPE:

La devozione a Maria, nel corso dei secoli, si è arricchita con l’evoluzione e i cambiamenti culturali della società, e si è espressa in tanti luoghi, mediante un culto continuo e costante, pieno di fervore, che ha manifestato l’autenticità di tutte le espressioni di fede e di amore verso Maria. Ci sono però, luoghi privilegiati che spiccano per l’intensità che suscitano e le moltitudini che attirano.

Sintesi storica della devozione guadalupana
Uno di questi luoghi è Guadalupe, qui Maria è venerata sotto la figura di una ragazza mite, umile e semplice, che appartiene al popolo. Questo rappresenta un felice incontro di due razze: la spagnola e l’atzeca. Maria, è l’Immacolata che appare all’indigeno Juan Diego ai piedi di una collina, vicino all’allora Gran Tenochtitlan, capitale del popolo azteco, oggi Città del Messico, capitale della Nuova Spagna.
Maria si presenta a Juan Diego come la Madre del Dio vivente, il Dio che dà la vita, il creatore, e chiede a Juan di andare dal Vescovo per manifestargli che è sua volontà che si costruisca un gran tempio nel quale mostrare e dare tutto il suo amore, compassione, aiuto e difesa. La donna si autodefinisce Maria: “Io sono la vostra madre pietosa… a te e a tutti gli abitanti di questa terra che mi invocano e in me confidano, io esaudirò le loro preghiere, asciugherò le lacrime, rimedierò le miserie e i dolori e vi farò vedere la mia clemenza”.
Il Vescovo, il francescano Fray Juan De Zumarraga, alle parole di Juan non crede. Allora, Juan, mortificato, torna da Maria e la supplica di inviare qualcuno di più importante. La Madonna, invece, lo prega di recarsi di nuovo in quel posto il giorno seguente… Juan Diego arrivando a casa sua trova lo zio Juan Bernardino in punto di morte, e dovendo tornare in città alla ricerca di un sacerdote, per l’unzione degli infermi, allunga il giro per evitare di attraversare il posto dove lo attende la Madonna. Maria, allora, gli viene incontro, ed inizia con lui un dialogo meraviglioso, d’ispirazione biblica, dove il povero, il semplice, l’umile indigeno dialoga con Maria che afferma essere sua madre: “Non sono io forse tua Madre? Non sei tu forse sotto la mia protezione? Non deve turbarsi il tuo cuore, non ti spaventare né deve preoccuparti cosa alcuna… Non sei forse nel mio grembo? Di che hai bisogno?” (dal Nican Mopohua, testo originale scritto in Náhuatl, contiene la narrazione più antica delle apparizioni guadalupane).
Maria chiede a Juan Diego di recarsi sul monte vicino a prendere delle rose, rose fresche di Castiglia; mai viste in quella terra. Juan Diego sale sulla collina del Tepeyac, trova i fiori, li prende e li colloca nella sua tilma, – il tipico mantello dei contadini di quella zona –, la Madonna tocca i fiori e invia Juan dal Vescovo. Quando Juan Diego giunge davanti al Vescovo, lascia cadere le rose e in quel momento… compare impressa sul mantello, l’immagine miracolosa della Madonna di Guadalupe.
Questa immagine non è né dipinta, né stampata, ma è un’impressione molto simile a quella della Sindone di Torino; è stata studiata con tutti i mezzi tecnologici più avanzati, e mai si è potuta trovare una spiegazione naturale alla formazione dell’immagine della Madonna sulla tilma di Juan Diego.
Dal 1531, l’immagine si conserva miracolosamente su un mantello, fatto di un tessuto vegetale, che dovrebbe avere una vita di non più di 10 o al massimo 15 anni, perché prodotto da una fibra di agave.
In 470 anni, il fenomeno guadalupano è diventato il fenomeno mariano che costituisce il cuore del Messico, della sua storia e della sua cultura. Le persecuzioni non sono riuscite a fare allontanare il popolo dalla sua devozione, anzi nel nome di Cristo Re e della Madonna di Guadalupe sono stati massacrati e martirizzati innumerevoli messicani.
Maria ha chiesto a Juan Diego la costruzione di un tempio. Questo tempio ormai non è più solo un tempio materiale, anche se questo esiste ed è bellissimo con una capienza di circa 15 mila fedeli, è in realtà un tempio spirituale che è la Chiesa viva.

La Madonna di Guadalupe e il Papa Giovanni Paolo II
Due anni fa, Papa Giovanni Paolo II si è recato per la quarta volta nel suo Pontificato in Messico, e nella Basilica di Nostra Signora di Guadalupe ha consegnato all’episcopato di tutta l’America il documento “Ecclesia in America” sottolineando l’impegno per la Nuova Evangelizzazione del “Continente della speranza”.
In quel momento, il Papa lasciò parlare il suo cuore di Padre e Maestro della fede, di successore di Pietro, e con una bellissima preghiera alla Madonna ricordò l’inizio del suo pontificato.
Infatti, nel gennaio 1979, dopo 80 giorni di pontificato, aveva realizzato il suo primo viaggio apostolico all’estero proprio in Messico, all’assemblea del CELAM nella città di Puebla. Il Papa stesso confessava, e più volte ha confermato, che quegli incontri con milioni di persone che erano accorsi a trovarlo, lo hanno colpito così tanto, che ha capito che il Signore lo inviava per essere pastore dei popoli, e segnava per lui il carisma dell’incontro con le moltitudini. Ciò che si è verificato in tutti i suoi viaggi apostolici per il mondo. Si dice che gli incontri del ’79 nel Messico, sono diventati le concentrazioni di persone più numerose nella storia dell’umanità.
Il Papa, allora, con il candore di un figlio pieno di amore e tenerezza verso la sua Mamma, ha parlato alla Madonna di Guadalupe e le ha affidato tutta la Chiesa, il suo iniziale pontificato che avrebbe guidato l’umanità fino alle soglie del 2000. Noi che, in quel momento, eravamo attorno al Papa, abbiamo capito subito che il “Totus tuus” di Giovanni Paolo II sarebbe diventato il motivo unificante di tutto il suo Pontificato.
E oggi, 24 anni dopo, vediamo la trasformazione del corso della storia e della geografia del mondo avvenuta sotto il suo pontificato. Ci troviamo davanti alla forza della parola, della verità, della carità di Cristo, e l’umiltà del figlio che sa che è portatore del dinamismo di Cristo e del suo Vangelo che a lui è stato affidato: Tu es Petrus.
Quest’anno, il suo entusiasmo e coraggio, malgrado la malattia, lo hanno portato per la quinta volta in Messico, per la canonizzazione di Juan Diego, dopo l’incontro della gioventù a Toronto.

Due devozioni celebrando l’ausilio di Maria
In un pellegrinaggio spirituale, che collega la Basilica di Maria Ausiliatrice di Torino-Valdocco con la Basilica di Nostra Signora di Guadalupe in Messico, ci troviamo con milioni di fedeli che in questi due Santuari-Basiliche: L’Ausiliatrice a Torino e Guadalupe in Messico, ascoltano le stesse parole che Maria ha rivolto all’indigeno Juan Diego: “Io sono la Madre del vero Dio per il quale si vive, del Dio Creatore davanti al quale tutto è presente, del Signore del Cielo e della terra”.
Salutiamo Maria aurora della salvezza per l’umanità, la stella radiante del mattino che precede l’aurora, Madre del sole che porta alla terra luce, calore, amore.
Salutiamo Maria presente nella storia della salvezza e che interviene anche nella storia della Chiesa. Maria portatrice di fede e di speranza, Maria che riempie d’amore l’intera umanità, Maria assunta in cielo, Immacolata, piena di grazia, donna benedetta fra tutte le donne, Maria che è diventata la Madre, l’Ausiliatrice, l’Avvocata, il Rifugio dei credenti.
Maria presente nella nostra America, nel cuore del Messico, nei momenti che segnano una svolta nella storia del nuovo popolo di Dio. Maria che apre la strada al Vangelo del suo Figlio divino nella nostra America e segna l’incontro delle due culture: l’europea e l’indigena.
Incontro che ha favorito l’incarnazione del Vangelo in un intero Continente pieno, già allora, anche di storia, di sensibilità, di ricche e varie culture che risalendo a parecchi secoli prima hanno preparato l’arrivo del Vangelo attraverso una religiosità veemente, vissuta, profondamente radicata nel pensiero e nelle manifestazioni religiose autentiche e vere delle culture precolombiane che sono state la struttura portante sulla quale il Vangelo di Gesù si è incarnato.
Così, Maria diventa la Madre della fratellanza fra le razze. Storicamente presente – e questo è un fatto reale – su uno stendardo che riproduceva l’immagine della Madonna di Guadalupe, così come ce lo presentano alcuni dipinti della battaglia di Lepanto.

Maria madre dei poveri, dei deboli, dei lontani
Dopo 10 anni dalla conquista del Messico, la Madonna di Guadalupe si presenta come la Madre di Dio, del vero Dio, del Dio vivente, del Dio che dà l’essere e favorisce l’agire della persona, del Dio Creatore. Lei è la Madre del Logos, del Verbo del Signore che riempie di senso tutta la storia.
Maria che parla all’indigeno Juan Diego e parla colla tenerezza del linguaggio biblico, dell’incontro di Dio con gli ’anawim, con i poveri, con i più lontani, con i più piccoli, ancora oggi ci commuove nel sentire la dolcezza delle sue parole. Lo stesso Juan Diego che è stato canonizzato in questi mesi rappresenta tutti gli indigeni che hanno accolto il Vangelo di Gesù con semplicità, speranza e fiducia, diventata poi carità, coerenza morale, distacco e povertà evangelica.
Maria è per l’America la fonte dove il Vangelo di Cristo è scaturito come acqua, luce, vita, pane per dare la vita a tutti. Centinaia di vocazioni bellissime, ancorate nelle più belle tradizioni di vera devozione popolare, la rendono presente ovunque, in tutte le nazioni dell’America. Maria, come in una nuova Pentecoste per l’America, è presente e accompagna lo Spirito del Signore, ispira i più bei sentimenti e propositi di vita cristiana, sostiene gli sforzi d’impegno pastorale, le cause sociali più emergenti ed urgenti che tanto fanno soffrire milioni di poveri nelle nostre nazioni.
P. Thelían A. Corona Cortés SDB – Mexico

Modello di evangelizzazione
È commovente leggere le narrazioni guadalupane, scritte con delicatezza ed intrise di tenerezza. In esse la Vergine Maria, la serva “che glorifica il Signore” (Lc 1,46), si manifesta a Juan Diego come la Madre del vero Dio. Ella gli dona, come segno, alcune rose preziose e lui, quando le mostra al Vescovo, scopre raffigurata sul suo mantello la benedetta immagine di Nostra Signora. L’evento guadalupano significò l’inizio dell’evangelizzazione con una vitalità che superò ogni aspettativa. Il messaggio di Cristo, attraverso sua Madre, riprese gli elementi centrali della cultura indigena, li purificò e diede loro il definitivo significato di salvezza. Pertanto, Guadalupe e Juan Diego possiedono un profondo significato ecclesiale e missionario e sono un modello di evangelizzazione perfettamente inculturata.

Giovanni Paolo II,Omelia al santuario di Guadalupe 31 luglio 2002

Insegnaci la via
Benedetto Juan Diego, indio buono e cristiano, che il popolo semplice ha sempre considerato come un vero santo! Ti chiediamo di accompagnare la Chiesa pellegrina in Messico, perché ogni giorno sia sempre più evangelizzatrice e missionaria. Felice Juan Diego, uomo fedele ed autentico! Ti affidiamo i nostri fratelli e sorelle, perché sentendosi chiamati alla santità, impregnino tutti gli ambiti della vita sociale con lo spirito evangelico. Benedici le famiglie, sostieni gli sposi nel loro matrimonio, appoggia gli sforzi dei genitori per educare cristianamente i loro figli. Guarda benigno il dolore di quanti soffrono nel corpo e nello spirito, di quanti patiscono povertà, solitudine, emarginazione o ignoranza. Che tutti, governanti e sudditi, agiscano sempre secondo le esigenze della giustizia e il rispetto della dignità di ogni uomo, perché così si consolidi la vera pace. Amato Juan Diego, “l’aquila che parla”! Insegnaci il cammino che conduce alla Virgen Morena del Tepeyac, affinché Ella ci accolga nell’intimo del suo cuore, giacché Ella è la Madre amorosa e compassionevole che ci conduce fino al vero Dio. Amen.

Giovanni Paolo II Omelia al santuario di Guadalupe 31 luglio 2002

Publié dans:feste di Maria |on 11 décembre, 2014 |Pas de commentaires »
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