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PIETRO E PAOLO: LA CONVERSIONE E IL MARTIRIO

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PIETRO E PAOLO: LA CONVERSIONE E IL MARTIRIO

Domenica 29 giugno, Santi Pietro e Paolo. «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio Vivente!» così risponde Simone, figlio di Giona, alla domanda di Gesù: «Voi chi dite che io sia?» Il Voi dice che l’interrogativo era diretto a tutti i Suoi apostoli; ma è Pietro che risponde? a nome di tutti. È Pietro che riconosce in Gesù di Nazaret: il Cristo ossia il Messia; il Figlio di Dio… il Vivente! Ma tale risposta impone a Cristo una precisazione; quindi dice: Pietro, questa tua confessione ha origine in Dio, ti è stata rivelata dal Padre mio… non è cosa tua!

DI SANDRO SPINELLI

25/06/2003 di Archivio Notizie

Domenica 29 giugno, Santi Pietro e Paolo: «Ora sono veramente certo che il Signore mi ha strappato dalla mano di Erode» (At 12,1-11); «Benedetto il Signore che libera i suoi amici» (Salmo 33); «Ora per me è pronta la corona di giustizia» (2 Tm 4,6-8.17-18); «Tu sei Pietro: a te darò le chiavi del regno dei cieli» (Mt 16,13-19)

DI SANDRO SPINELLI
«Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio Vivente!» così risponde Simone, figlio di Giona, alla domanda di Gesù: «Voi chi dite che io sia?» Il Voi dice che l’interrogativo era diretto a tutti i Suoi apostoli; ma è Pietro che risponde? a nome di tutti. È Pietro che riconosce in Gesù di Nazaret: il Cristo ossia il Messia; il Figlio di Dio… il Vivente! Ma tale risposta impone a Cristo una precisazione; quindi dice: Pietro, questa tua confessione ha origine in Dio, ti è stata rivelata dal Padre mio… non è cosa tua!
Ora noi possiamo goderne perché con questa risposta-confessione di Pietro, è stato stretto un nuovo legame tra la conoscenza umana e il mistero del Dio vivente! In un altro momento della storia e in un’altra regione, un legame altrettanto nuovo è stato allacciato tra il Mistero e Saulo di Tarso. Soltanto Dio Padre poteva rivelare persuasivamente a Saulo tutto quanto è riferito a Suo Figlio Gesù e così penetrare e abbattere la barriera dell’opposizione che questo servo fervente dell’Antico aveva eretta.
Il Signore s’è fatto conoscere da quest’uomo dopo averlo disarcionato dal suo cavallo e averlo accecato. Cioè dopo aver annullato i punti che egli riteneva sua forza. Così Saulo risulta essere tra i primi uomini della storia umana per i quali Cristo divenne «segno di contraddizione», ma nei quali a vincere fosse Cristo e non l’uomo. Anzi, con sorpresa grande per noi, proprio questa opposizione di Saulo, si è dimostrata un terreno particolarmente fertile perché vi possa attecchire e fiorire la rivelazione di Cristo Gesù.
Cristo Gesù ha poi unito le anime di questi due: di Simone al quale il Signore stesso ha dato nome Pietro e di Saulo che – dopo la sua elezione ad Apostolo – ha cominciato a chiamarsi Paolo. Li ha quindi condotti a Roma dove hanno edificato e glorificato la Chiesa. Ora noi, chiesa fondata da Cristo sui pilastri che sono gli Apostoli, possiamo contemplare tutte le grandi opere di Dio (Atti 2, 11) che si sono attuate in questi due testimoni del Signore: l’apostolato svolto e il martirio subito.
Ci sono, nella Cappella Paolina in Vaticano, due grandi affreschi di Michelangelo – gli ultimi della sua attività di pittore (circa il 1550); descrivono: la conversione di Paolo e il martirio di Pietro. È di grande potenza espressiva l’economia di composizione; in entrambi gli affreschi, una linea verticale taglia dall’alto in basso lo spazio dell’opera; intorno a questo asse l’artista ha quindi realizzato il suo lavoro. Ebbene, nella conversione di Paolo (a sinistra entrando nella Cappella) questa linea verticale è costituita dall’accecante bagliore che dal cielo, da Dio tocca Paolo che sta correndo sul suo cavallo… ne arresta la sua prepotente azione e la converte in potenza missionaria. Nel martirio di Pietro (parete destra, entrando) la linea compositiva è costituita dall’asse verticale della croce che porta il martire a testa in giù. Qui, la fierezza dello sguardo di Pietro punta diritta all’osservatore e pare interrogarlo: «Per Cristo, sei disposto anche tu a questo?».
Paolo e Pietro sono – con evidenza – due vasi di creta che sanno e possono contenere e ridonare la grandezza di Dio: cioè la Sua Presenza tra gli uomini, la santità ch’è sola del Signore, l’efficacia di ogni azione compiuta in Suo nome. In tal modo ci è dato riconoscere che i vasi di creta, nelle mani di Dio diventano roccia! Roccia ferma e sicura a cui approdare per assaporare la salvezza, su cui sostare per vivere in pace, su cui continuare il lavoro di edificazione del Regno di Dio che è la Chiesa. È proprio grazie alla Chiesa che tutto il contenuto di questa festa… si dipana in tutti i giorni della storia e in ogni luogo della terra a favore di ciascun uomo. È proprio grazie alla Chiesa che la nostra fede continua ad essere alimentata dall’eredità di Pietro capo e garante, e dall’eredità di Paolo: il grande missionario appassionato solo della proclamazione del Vangelo.
L’odierno brano di Vangelo si conclude, infine, parlando di chiavi; ed è proprio a questo versetto che si riferiscono le due chiavi incrociate che si trovano nello stemma papale. Queste stanno ad indicare il potere che Gesù ha dato ai suoi apostoli: «tutto ciò che legherete sulla terra, sarà legato nei cieli e tutto ciò che scioglierete sulla terra, sarà sciolto nei cieli». Avere le chiavi è infatti il segno della potestà. Da quel giorno… tutto ciò che è stato legato qui, sulla terra è rimasto legato anche nei cieli e tutto quanto che è stato sciolto qui sulla terra, è rimasto sciolto anche nei cieli; infatti ai Suoi apostoli Cristo ha dato il potere di sigillare durante il progredire della storia e ha garantito che parimenti è sigillato nella gloria del regno che non passa.
Questa festa di Pietro e Paolo è dunque celebrazione dell’unità del gregge di Cristo. In Pietro e nei suoi successori troviamo il criterio sicuro di permanenza nella genuina tradizione evangelica, la garanzia della fede e l’esperienza della continua rigenerazione del perdono offerto dal Signore Gesù.

FESTA DEI SANTI PIETRO E PAOLO – GIOVANNI XXIII, 1962

http://w2.vatican.va/content/john-xxiii/it/homilies/1962/documents/hf_j-xxiii_hom_19620628_pietro-paolo.html  

FESTA DEI SANTI PIETRO E PAOLO

CELEBRAZIONE DEI PRIMI VESPRI

ALLOCUZIONE DEL SANTO PADRE GIOVANNI XXIII

Basilica Vaticana

 Giovedì, 28 giugno 1962

Le care impressioni della visita al Laterano nei secondi Vesperi di S. Giovanni — in esultanza commossa innanzi al fervore così vivo di quella folla tutta popolare e modesta, ma vibrante di sentimento filiale intorno al Papa, il suo Vescovo di Roma — sono invito continuo a letizia spirituale, per questa celebrazione dei primi Vesperi della festa di S. Pietro in Vaticano. Come è bello ed insieme edificante questo chiudersi del Testamento Antico col Precursore di Cristo e l’aprirsi del Nuovo sulle indicazioni di lui, nella luce e dell’umile pescatore di Galilea, chiamato al governo del Testamento eterno, della Chiesa universale. Sul mare del mondo verso Roma Venerabili Fratelli! quanti qui siete, e diletti figli, non vi torni discaro qualche pensiero che intendiamo esprimervi a comune edificazione. Con S. Giovanni noi eravamo a sentirne la voce profetica nel deserto, quando insisteva sul Parate viam Domini: rectas facite semitas eius [1]. Cioè: strada del Signore da preparare: vie giuste da rettificare e da percorrere, sino a raggiungere la salvezza per tutti. Questa sera, siamo invece come sul mare, nella barca di Pietro, il pescatore, dove Gesù era salito, e di là parlava alle turbe. S. Luca racconta il bell’episodio. — Finito che Gesù ebbe di parlare, disse a Simone: « Va al largo con la barca, e calate le reti per la pesca ». Gli rispose Simone: « Maestro, abbiamo faticato tutta una notte senza prender nulla, ma sulla tua parola calerò le reti ». Così fece infatti, e ne seguì una pescagione copiosissima [2]. Su questa pagina evangelica, Padri della Chiesa e commentatori di ogni tempo amarono trattenersi. Dai loro scritti — ricordiamo particolarmente quelli di Leone e Gregorio — scende una dottrina, la cui nota di solennità è divenuta familiare all’orecchio ed al buon gusto di quanti hanno tra mano abitualmente il Messale ed il Breviario. Distintissimo fra questi il primo, il Magno, della cui morte gloriosa abbiamo festeggiato il centenario il 15 novembre scorso. In questa vigilia ci attira in modo speciale il pensiero di un altro Pontefice, grande lui pure, Papa Innocenzo III, che questa pagina di S. Luca ha saputo felicemente riassumere sotto amabili significazioni e figure. Il mare di Galilea, su cui Gesù si posa, è il secolo, diremo meglio il mondo intero, che egli è venuto a redimere. La barca di Pietro è la Santa Chiesa, di cui Pietro, Simone il pescatore, fu fatto capo. L’ordine di Gesù a Pietro e ai suoi perchè vadano al largo e portino a più vasto ardimento la pescagione, il  Duc in altum dell’umile naviglio, è Roma, la capitale del mondo di allora, riservata a divenire, più tardi, la vera capitale, e il centro elevato e luminoso del mondo cristiano. La rete da gettarsi su le onde per la conquista delle anime è la predicazione apostolica. La Chiesa di Cristo diffusa « Ubique Terrarum»   Che spettacolo questo mare di Galilea, chiamato a rappresentare i secoli e i popoli! Aquae multae: populi multi: mare magnum totum saeculum; così lo chiama Papa Innocenzo. Mare grande e spazioso. Il libro dei Salmi lo designa bene, anche più vivacemente : pieno di pesci d’ogni genere: animalia pusilla cum magnis: illic naves pertransibunt [3]. Come il mare è turbolento e amaro, così il secolo, così il mondo degli uomini, è turbato dalle amarezze e dai contrasti: non mai pace e sicurezza; non mai riposo e tranquillità; sempre e dappertutto timore e tremore: ubique labor et dolor. L’Evangelista S. Giovanni [4] scrisse che il mondo è tutto posto sulla malignità. Il sorriso è commisto al gemito: i punti estremi del gaudio sono occupati dal lutto [5]. L’uccello è nato per il volo: l’uomo è destinato al pesante lavoro [6]. Il libro dell’Ecclesiastico è anche più incisivo : — Una continua occupazione è riservata a tutti gli uomini, un giogo preme sulle spalle di tutti i figli di Adamo. Nel mare i pesci più piccoli sono divorati dai più grandi: così nel mondo i piccoli uomini sono schiacciati dai forti e dai prepotenti [7]. Ebbene è sulla vastità di questo mondo che si stende la misericordia dell’Altissimo, a redenzione dalla schiavitù, ad elevazione delle più nobili energie; è su questo mondo che il Padre Celeste ha mandato il Figlio suo Unigenito, rivestito di umana carne, per assistere tutti i figli dell’uomo nello sforzo della loro risurrezione dalle miserie di quaggiù, e per riaccompagnarli fino alle altezze della eterna vita. È su questo mare immenso della umanità purificata dalla virtù del Sangue di Cristo, che lo stesso Verbo del Padre propter nos homines et propter nostram salutem descendit de caelis, et incarnatus est de Spiritu Sancto ex Maria Virgine et homo factus est; homo et Salvator mundi, et totius mundi per Ecclesiam Sanctam suam Rex gloriosus et immortalis per saecula. Geniale commento di Innocenzo III La Chiesa di Cristo diffusa ubique terrarum viene rappresentata nel Vangelo dalla barca di Pietro, che Gesù predilesse, da cui sovente amò parlare come Maestro dei popoli, e che in una circostanza particolarmente misteriosa e solenne — questa di cui riferisce S. Luca nel capo quinto del suo Vangelo — volle indicare agli Apostoli suoi, come il punto più elevato delle divine conquiste del suo Regno. Avete passato una notte infeconda di navigazione col nihil cepimus. Ora dico a te, o Pietro, duc in altum: al largo la barca; e a tutti i suoi: gettate le reti, come fecero in perfetta obbedienza: et concluserunt piscium multitudinem copiosam. Diletti figli! È a questo punto della lettura evangelica che papa Innocenzo III, nella festa di S. Pietro se ne esce con vigore esultante: L’altezza di questo mare, altitudo maris istius, di cui Gesù benedetto disse a S. Pietro:  duc in altum, è Roma, quae primatum et principatum super universum saeculum obtinebat et obtinet. La divina Provvidenza volle esaltare questa città : perchè come nel tempo del paganesimo trionfante essa sola aveva la dominazione sopra tutta la gentilità sparsa nel mondo, così dopo la venuta di Gesù Redentore iniziatasi la Cristianità, era degno e conveniente che la Chiesa Santa sola tenesse la dignità del magistero e del governo sopra tutti i fedeli della terra. E Papa Innocenzo prosegue a proclamare come Iddio abbia trovato e voluto consonum et dignum, che colui che era il capo e principe della Chiesa, costituisse la sede religiosa e principale, presso la città, che aveva il principato e il governo secolare. Per questo Gesù disse a Pietro Duc in altum, come a dire : Va a Roma e trasferisci te e i tuoi a quella città, e là gettate le vostre reti per la pesca. Così evidente parrà quanto il Signore abbia amato ed ami questa Sede augusta, e questa Roma meritasse il nome di sacerdotale e di regia, imperiale ed apostolica, depositaria ed in esercizio di dominio non solo sopra i corpi, ma anche di magistero sulle anime. Ben più nobile ora e degna di autorità divina che non fosse nel passato di potestà terrena. È assai toccante sentire dalle parole del grande Papa il richiamo della pia tradizione del Domine, quo vadis: e delle parole di Gesù a Pietro, tremante e fuggitivo: « Vado a Roma per farmi crocifiggere un’altra volta ». Interessante anche la differenza, secondo S. Luca, di espressioni di Gesù, che a S. Pietro parla in singolare: Duc in altum: e poi prosegue in plurale al resto degli Apostoli: Laxate retia in capturam. Il solo Pietro, come solo principe della Chiesa universale, è veduto nell’altezza della sua suprema prelatura. Non possiamo però dimenticare che anche a S. Paolo, come a lui, sarebbe stato affidato il compito di stendere in Roma la rete apostolica della sacra predicazione. Una spirituale conversazione come questa Nostra, Venerabili Fratelli e diletti figli, che introduce alla festa di S. Pietro, è naturale che si adorni come di duplice corona, che insieme conferma l’associarsi dei due grandi Apostoli, nella ammirazione e nel culto. Papa Innocenzo arriva fino alla bella comparazione di questi due grandi apostoli della Chiesa Romana, della Chiesa universale, in riferimento storico, poetico e contraddistinto ai due fondatori della Roma primitiva, cioè a Romolo e Remo, le cui due sepolture, al dire degli archeologi, giacevano quasi a parallela distanza dall’un capo all’altro della città; cioè Pietro dalla parte dove Romolo fu tumulato: e Remo dalla parte dove fu indicata la tomba di S. Paolo. Grande rispetto noi dobbiamo e amiamo rendere ai vetustissimi ricordi della Roma primitiva — come commentava allora Papa Innocenzo — ai duo fratres secundum carnem, qui urbem istam corporaliter non sine divina providentia — condiderunt, et honorabilibus iacent tumulata sepulcris. Ma è ben giusto che la nostra religiosa tenerezza si volga con particolare sentimento ai duo fratres secundum fidem, Petrus et Paulus, qui urbem istam spiritualiter fundaverunt, gloriosis basilicis tumulati.

Il Sacro Ministero della grande predicazione Notate la precisa significazione dei contrasti: duo fratres secundum carnem et corporaliter condentes: i due Santi Patroni di Roma, fratres secundum fidem: spiritualiter fundatores, gloriosis basilicis honorificentissime tumulati. Non dobbiamo dimenticare le reti dei pescatori, all’ordine di Gesù gettate nel mare e raccolte a gran fatica, a gran trionfo di apostolica obbedienza. La rete simbolica che oggi stesso, in intreccio floreale, sta sulle soglie di questa Basilica Vaticana. Come la barca di Pietro significa la Chiesa, come il mare mosso rappresenta il secolo e il mondo agitato, come Roma il centro dell’attività cattolica ed apostolica: così le reti sono figurazione del ministero della predicazione popolare. Papa Innocenzo approfitta dell’accenno per dare in sintesi istruttiva e fervorosa i caratteri sacri e peculiari della eloquenza pastorale : che è quanto dire del ministero sacro per la conquista e il nutrimento prezioso, di cui il sacerdozio cattolico deve essere distributore alle anime dei fedeli. Il provvido predicatore deve preparare i suoi saggi di istruzione popolare e anche più elaborata per qualunque classe e levatura. Saper variare di argomento, di tono, di colore : ora circa le virtù, ora circa i vizi, ora circa i premi ed ora circa i castighi, della misericordia e della giustizia, assai su questi due temi, ora con semplicità, ora con sottilità, ora secondo la storia ed ora secondo l’allegoria : presentazione di autorità, di similitudini, di ragioni, di esempi. Questi sono i fili e gli intrecci, di cui sono fatte le reti, capaci, resistenti, preziose. Queste le reti più sicure ed efficaci per convincere le anime alla chiarezza di visione della buona dottrina apostolica, per portarle al fervore, alla santificazione, alla letizia. Di queste reti si sono serviti i Beatissimi Apostoli Pietro e Paolo. Le loro Lettere ci parlano ancora dal fondo della loro età. Per questa predicazione Roma si è convertita dall’errore alla verità, dai vizi alle virtù: ed è divenuta  domina gentium, maestra del mondo.

Onore nel tempo ai beati principi degli Apostoli La venerazione, che ogni buon cattolico nutre per gli Apostoli di Cristo di tutti i tempi e di tutti i popoli, deve mantenere il suo fervore : anzi nella imminente celebrazione del Concilio Ecumenico Vaticano II, che vuole essere tutto un profluvio di celeste dottrina, aumentare di ispirazione, di pacifica e santa esaltazione. Ma di questi due primi e beati Apostoli di Roma, Pietro e Paolo, sempre in eco alla tradizione dei secoli come Padri e Patroni principali e preclarissimi, dobbiamo particolarmente studiare i grandi insegnamenti, a splendore delle intelligenze, a fiamma dei cuori. Ci piace por termine a questa effusione di sentimenti e di voti paterni con la fervente invocazione augurale del grande Pontefice Innocenzo III, uno dei più insigni e gloriosi della Chiesa e della storia: Illos patres et patronos debet specialiter et principaliter honorare Roma inclita nostra, quatenus, meritis et precibus eorum adiuta, ita nunc salubriter conservetur in terris, ut tandem feliciter coronetur in caelis. Praestante Domino nostro Iesu Christo, qui est super omnia Deus benedictus in saecula saeculorum. Amen [8].

[1] Cfr. Matth. 3, 3; Marc. 1, 3; Luc. 3, 4. [2] Cfr. Luc. 5, 1-7. [3] Ps. 103, 25-26. [4] 1 Io. 5, 19. [5] Prov. 14, 13. [6] Iob. 5, 7. [7] Cfr. Eccl. 40 e 13. [8] Innocentii III, Opera omnia, Sermo XXII, in solemnitate B. Apostolorum Petri et Pauli, Migne PL 207, col. 555, ss.

 

« LA TENTAZIONE È PARTE INTEGRANTE DELLA VOCAZIONE » (di monsignor Enrico Dal Covolo, Magnifico Rettore della Pontificia Università Lateranense)

http://www.zenit.org/article-31420?l=italian

« LA TENTAZIONE È PARTE INTEGRANTE DELLA VOCAZIONE »

Omelia di mons. dal Covolo ad Agordo nella Solennità Patronale dei Santi Pietro e Paolo e nel centenario della nascita del Servo di Dio Albino Luciani (Giovanni Paolo I)

di monsignor Enrico Dal Covolo, Magnifico Rettore della Pontificia Università Lateranense

ROMA, sabato, 30 giugno 2012 (ZENIT.org) – La Liturgia della Parola ci ha presentato alcuni passaggi importanti della vita e degli scritti dei santi Pietro e Paolo, principi degli apostoli, vostri illustri patroni.
Abbiamo sentito narrare nella prima lettura l’episodio misterioso della miracolosa liberazione di Pietro dal carcere, dove era stato rinchiuso.
Abbiamo ascoltato poi il brano glorioso della confessione di Pietro a Cesarea di Filippo, e la successiva, solenne investitura da parte di Gesù: “Tu sei Pietro”, gli dice il Signore, “e su questa pietra edificherò la mia Chiesa”.
Di fatto anche Pietro, come Paolo, “ha combattuto la buona battaglia”, e non solo “ha conservato la fede”, ma ha confermato – e continua a confermare – i suoi fratelli nella fede.
Oggi però, lasciando sullo sfondo queste letture, vorrei presentarvi la figura di Pietro come un uomo – un santo – molto vicino a noi, alle nostre lotte, alle nostre sofferenze, alle nostre tentazioni, e – perché no? – anche ai nostri peccati di ogni giorno. Continueremo a riferirci al Vangelo, che è “la fonte delle fonti”, ma prenderemo in considerazione anche altri brani, rispetto a quelli che abbiamo appena letto.
Vi propongo così una specie di lectio divina su alcune pagine del Vangelo, che ci parlano delle tentazio­ni e del rinnegamento di Pietro.
1. Pietro, il peccatore che si converte
Pietro è il discepolo che, almeno in parte, « ha capito » qualche cosa di più, rispetto agli altri apostoli: « Tu sei il Messia, il Cristo », confessa con entusiasmo a Cesarea. Ma quando Gesù annuncia la sua passione e la sua morte, manifestando la propria realtà di Messia, allora Pietro prende le distanze dal Maestro, e ne scoraggia i progetti. La reazione di Gesù, così come è narrata dal Vangelo di Marco si fa durissima: “Tu per me sei Satana!”, prorompe sdegnato Gesù, rivolgendosi a Pietro (Marco 8,27-33).
Che cosa è capitato?
E’ capitato che Pietro ha capito sì qualche cosa del mistero profondo di Gesù: egli è il Messia, il Figlio di Dio. Ma quando Pietro si rende conto che il progetto di Messia, così come lo intende Gesù, non è quello degli uomini; e che il Figlio di Dio, per salvare il mondo, deve salire a Gerusalemme, patire e morire: ebbene, allora Pietro non ci sta più, e avanza tutte le sue resistenze.
La tentazione, a cui Pietro sembra soccombere, è quella dell’incoerenza tra la parola e la vita, tra il dire e il fare.
Pietro stenta a capire che non è sufficiente parlare del Vangelo, occorre viverlo; che non è sufficiente parlare di Gesù come Messia, occorre accompagnarlo sulla via della croce; che non è sufficiente parlare della croce, occorre portarla, la croce; che non basta parlare di comunità evangelica, occorre fa­re comunità; e così via…
Ma un’altra tentazione, a cui Pietro cede, è ben più grave ancora. Pietro, nella notte della passione, rinnega Gesù per tre volte. Ma poi, quasi subito, egli si rende conto del suo grave peccato, e « lagrime amare » inaugurano il cammino della conversione; quella conversione del cuore, che gli farà dire un gior­no, sulle sponde del lago di Tiberiade: « Signore, tu sai tutto; tu sai che io ti amo ».
Ebbene, ci chiediamo a questo punto: qual è l’evento decisivo, ciò che ha cambiato il cuore di Pietro, aprendolo all’esperienza dell’amore misericordioso?
Questo evento è l’incontro con Gesù. Nel caso specifico, è un incontro che si consuma nel­lo spazio brevissimo di uno sguardo: subito dopo il triplice rinnegamento, scrive Luca, « il Signore, voltatosi, guardò Pietro… Ed egli, uscito, pianse amaramente » (Luca 22,61).
A partire da quello sguardo di Gesù, ricco di misericordia e di perdono, Pietro si abbandona perdutamente all’amore del Maestro, fino a confessare: “Signore, tu sai tutto. Tu sai che ti amo”.
La risposta di Gesù non si fa attendere: “Se mi ami”, gli dice il Signore, “pasci!”. Come a dire: la prova del vero amore a Cristo è il servizio generoso alla sua Chiesa…
Stando alle parole del beato Papa Giovanni Paolo II, il cammino di Pietro è emblematico per tutta la Chiesa, e dunque per ciascuno di noi. Leggiamo nella Novo Millennio Ineunte: «E’ a Cristo risorto che la Chiesa guarda. Lo fa ponendosi sulle orme di Pietro, che versò lacrime per il suo rinnegamento, e riprese il suo cammino, confessando a Cristo il suo amore: « Tu sai che io ti amo! »» (n. 28).
2. Per la preghiera e per la vita
Cari fratelli e sorelle, tutto questo è detto per noi, oggi!
Voglio sottolinearvi un paio punti, per la preghiera e per la conversione della nostra vita.
Dobbiamo riconoscere anzitutto che la tentazione è parte integrante della nostra storia di vocazione: prima di Pietro, anche Gesù, anche Maria, furono tentati. Dirò di più: la tentazione appartiene alla pedagogia di Dio, e serve a purificare la nostra fede.
Così l’importante non è passare immuni dalla tentazione. L’importante è, invece, fare il cammino di Pietro. Anche noi, se lo vogliamo, possiamo incrociare lo sguardo di Gesù, pieno di misericordia e di amore. In modo speciale, possiamo incontrare Gesù, che libera e salva, nel Sacramento della Riconciliazione, a patto che ci ricordiamo sempre che proprio l’incontro con il Signore Gesù è ciò che più conta, nella celebrazione del Sacramento.
Mi chiedo invece se a volte non rischiamo di sopravvalutare alcuni elementi esteriori, come la lista dei peccati, oppure la persona del Confessore, o l’esigenza di svolgere «un bel colloquio» con lui… Certamente si tratta di cose importanti, ma la «cosa» decisiva è quel­la che si compie nel mistero, ed è precisamente l’incontro di grazia con il Signore Gesù, che libera e salva la nostra vita. Se fossimo maggiormente persuasi di questo, probabilmente non ci priveremmo per trop­po tempo della celebrazione del Sacramento.
Un secondo punto importante.
L’esperienza del perdono deve condurci all’amore, a un vero e proprio “invaghimento” per Cristo. Ma, attenzione, non si tratta per nulla di un’emozione passeggera. L’innamoramento per Cristo è una faccia della medaglia. L’altra faccia della medaglia è il servizio della Chiesa. “Se mi ami, pasci”. La prova dell’amore è il servizio dei fratelli nella Chiesa.
Chiediamoci allora, con coraggio: amo davvero la Chiesa? So vedere – anche nelle vicende di oggi, della Chiesa pellegrinante nel mondo – la “foresta di santità cresce”, ben oltre l’“albero che cade”?
E’ vero: anche all’interno della Chiesa ci sono molti scandali, tante “sporcizie”, che sono la dolorosa conseguenza del peccato dell’origine. Ma so cogliere “il grande fiume” della santità e della grazia di Dio, per il quale la Chiesa stessa è santa? Oppure mi accodo troppo facilmente alle critiche ipocrite e senza amore di tanti rotocalchi e media?
***
Voglio concludere, cari fratelli e sorelle, facendo memoria di un successore di Pietro, vissuto molti secoli dopo di lui. E’ il servo di Dio Albino Luciani, il Papa Giovanni Paolo I, vostre illustre concittadino.
Come sapete, ricorre quest’anno il centenario della sua nascita, e io sono il Postulatore della sua Causa di beatificazione e canonizzazione.
Proprio in questa chiesa di Agordo, nella festività dei santi apostoli Pietro e Paolo, il 29 giugno 1978, Albino Luciani tenne una solenne celebrazione eucaristica. Fu questa l’ultima sua visita alla terra natia.
L’allora patriarca di Venezia era stato invitato dall’arcidiacono, mons. Lino Mottes. Nell’omelia il cardinale Luciani espresse tutta la sua commozione nel tornare a celebrare in questa chiesa, ricordando il tempo in cui ad Agordo aveva trascorso un breve periodo di apostolato, esercitando il suo primo ministero sacerdotale.
Infatti, poco dopo la sua ordinazione, avvenuta il 7 luglio 1935, il sacerdote novello don Albino fu mandato da Canale ad Agordo come cooperatore di mons. Luigi Cappello. Qui egli rimase dal 21 dicembre 1935 all’agosto del 1937, per poi andare poi, appena venticinquenne, vicerettore nel Seminario Gregoriano.
Mons. Luigi Cappello, fratello del noto canonista gesuita e Servo di Dio padre Felice Cappello, aveva voluto a tutti i costi Luciani come suo cappellano. Nell’omelia che Luciani tenne qui, nel 1978, egli ricordava: «Mons. Cappello mi ha fatto stare sei mesi a Canale e mi ha detto: “Aspetta qui a Canale fino a quando verrò ad Agordo” e appena entrato lui sono venuto anch’io».
Certamente, come il vecchio parroco di Canale don Filippo Carli, anche mons. Cappello fu un esempio per don Albino. Ne ricordava soprattutto ricordava le omelie. Efficaci, sempre piene di esempi. Le omelie di Luciani nel “biennio” agordino le abbiamo ritrovate tra le carte del suo Archivio privato. Le scriveva interamente – in seguito preferirà usare degli schemi.

SANTI PIETRO E PAOLO, OMELIA

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/13069.html

Omelia (29-06-2008)
Monaci Benedettini Silvestrini
Pietro apostolo e Paolo dottore delle genti

La festa dei santi Pietro e Paolo ci spinge a dare uno sguardo nel passato, alle origini del cristianesimo, a fermarci alquanto nel presente per spingerci poi nel futuro. Ci si presentano le figure di questi due giganti della santità, con slancio di grande entusiasmo ma anche con momenti di cedimenti e fragilità. Questo fatto non ci scandalizza, anzi ci incoraggia perché le vette non sono tanto per i sani che pretendono di camminare da soli, quanto per le anime fragili: « Quando sono debole, allora sono forte! », ci confida Paolo. Pietro è un uomo tutto d’un pezzo. Appena sente la chiamata del Signore, lascia tutto per mettersi alla sequela del Maestro. Temperamento forte, deciso, aperto e sincero, è sempre Lui che prende la parola nelle interrogazioni del Signore ai discepoli. Lui fa la sua professione di fede: « Tu sei il Cristo, il figlio di Dio! » Questa confessione gli merita di essere costituito capo della Chiesa anche se la sua presuntuosa sicurezza lo porterà a rinnegare il Signore. Esperienza amara che lo costringerà a usare tanta prudenza nella sua vita privata e nella guida della Chiesa. Testimonia il Signore con la sua morte sul colle Vaticano, crocifisso con la testa in giù, reputandosi indegno di morire nella stessa posizione del Signore. Paolo, inizialmente feroce persecutore dei cristiani, viene ammansito sulla via di Damasco. Da quel momento di grazia, diventerà il più coraggioso e attivo apostolo del Vangelo. Sarà a sua volta perseguitato sia dai Giudei sia dai pagani. Avrà il merito di soffrire per il vangelo come nessun altro. Guiderà la Chiesa che si apre ai pagani nella libertà dalle usanze della legge ebraica e questo non senza grande sofferenza. Dopo aver conosciuto in più periodi la prigionia a causa del vangelo, testimonia la sua fedeltà al Signore con la morte, decapitazione, alle Tre Fontane, in Roma. Il messaggio di salvezza da Pietro e Paolo predicato continua il suo espandersi nel mondo mediante il ministero del Papa, dei vescovi, dei presbiteri e diaconi e dei fedeli stessi… perché ogni credente è missionario. Le festa odierna potrebbe offrirci l’occasione per esaminare il nostro apporto alla diffusione del vangelo, secondo la nostra situazione particolare. E’ certo che in ogni circostanza, con l’esempio della vita e con la parola, che rende ragione della nostra fede, si può, anzi si deve rendere testimonianza all’amore che Dio nutre per l’umanità. Credo che tutto questo ci spinga a gettare lo sguardo nel futuro della Chiesa in modo sereno e confidente. Dinanzi a tanta corruzione della società, a scandali… alla mancanza di sacerdoti e di giovani disposti a seguire Cristo per la « via stretta »… si è tentati di cedere alla sfiducia… Vorremmo dire con Giovanni Paolo II e ripetere con Benedetto XVI: « Non abbiate paura! » La navicella di Pietro ha attraversato venti secoli di vita tra continue tempeste… eppure ancora continua la sua corsa… Siamo certi che le porte dell’Inferno non prevarranno. Gesù ha assicurato: « Io sarò con voi fino alla fine dei secoli ». Non c’è da temere per la Chiesa che è bene fondata sulla pietra che è Cristo… semmai temiamo della nostra costanza nel seguire il Signore, soprattutto della nostra presuntuosa sicurezza. Il rinnegamento di Pietro ci sia di ammonimento! Le sue lacrime di pentimento, di conforto nei nostri errori.

La vocazione e la conversione di Pietro (Card. Albert Vanhoye)

http://web.mac.com/mluigino/Sito/Esercizi_Spirituali/Voci/2007/11/19_1._La_vocazione_e_la_conversione_di_Pietro.html

di S.Eminenza Card. Albert Vanhoye

novembre 2007

Esercizi Spirituali

La vocazione e la conversione di Pietro

Esprimo tutta la mia gioia di stare in mezzo a voi, in Sardegna. È la prima volta che vengo qui dopo aver tanto sentito parlare con ammirazione di questa bella Isola da parte di molta gente. E sono lieto di mettermi al vostro servizio per questi Esercizi Spirituali. Il tema è «Discepoli di Cristo con San Pietro San Paolo»: una preparazione lontana all’anno paolino (con il complemento di san Pietro)
La disposizione principale per cominciare bene gli Esercizi è la fiducia nell’amore personale del Signore. Dovete essere convinti che il Signore vi aspetta qui e ha preparato per ciascuno di voi delle grazie preziose. Grazie di luce, di discernimento. grazie di purificazione, grazie di coraggio, grazie anzitutto di unione con Lui nell’amore e per la missione.
La fiducia deve essere accompagnata dalla disponibilità ad accogliere le grazie, una disponibilità che si manifesta con un impegno serio per accogliere la parola di Dio, l’ispirazione dello Spirito Santo. Per sentire la voce di Dio ci vuole raccoglimento, silenzio… fedeltà ai momenti di preghiera e di meditazione della Parola di Dio.
Cominciamo meditando sulla vocazione di Pietro, per rinnovarci nel senso della nostra vocazione, grazia fondamentale, manifestazione bellissima dell’amore di Dio per voi.

LA VOCAZIONE DI PIETRO
Troviamo un bel racconto della vocazione di Pietro e dei primi 4 apostoli nel Vangelo di Luca, al capitolo 5.
La cornice è quella del ministero di Gesù: un ministero che suscitava già l’entusiasmo delle folle, perché, come dirà più tardi Pietro, Gesù «passava beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo» (Atti degli Apostoli 10, 38). Luca ricorda che Gesù «insegnava nelle sinagoghe, tutti ne facevano grandi lodi» (Luca 4, 15). Egli proclamava la Buona Novella anche in altri luoghi, come è il caso nel capitolo 5: «Un giorno, mentre, levato in piedi Gesù stava presso il lago di Genesaret e la folla gli faceva ressa intorno per ascoltare la parola di Dio, [Gesù] vide due barche ormeggiate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedutosi, si mise ad ammaestrare le folle dalla barca» (Luca 5, 13). Potete contemplare questa scena suggestiva, e desiderare anche voi di essere ammaestrati da Cristo.
Segue poi l’episodio della vocazione dei 4 primi apostoli, in cui è Gesù a prendere l’iniziativa: «Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: « Prendi il largo, e calate le reti per la pesca »» (v. 4). È una strana richiesta da parte di Gesù.
I pescatori hanno appena terminato il loro lavoro, sono tornati dalla pesca «e lavavano le reti». Sono stanchi, e anche scoraggiati, perché hanno faticato tutta la notte senza prendere nulla. Non è proprio il momento di rimettersi a pescare. Eppure Gesù dice a Simon Pietro: «Prendi il largo». È una parola dinamica, Gesù comunica un dinamismo. Come risponde Pietro? Per prima cosa gli fa constatare a situazione: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla». È una situazione di stanchezza e di amara delusione. Poi però Pietro.ha un’ispirazione che viene chiaramente da Dio,un’ispirazione di fede in Gesù: «Ma sulla tua parola, getterò le reti». È uno splendido atteggiamento di fede. Pietro si fida della parola di Gesù: «Sulla tua parola, getterò le reti». Tutte le circostanze vanno in senso contrario: dopo una notte intera di sforzi inutili, non era ragionevole ripartire. malgrado la stanchezza e senza vera speranza; il solo risultato umanamente prevedibile era un esaurimento completo, nient’altro. Pietro però non esita. (Un bell’esempio per noi, per la nostra missione: unione a Cristo nella fede e missione). lI miracolo dimostra poi la validità e la fecondità di questo atteggiamento di fede cieca: «Avendolo fatto, presero una quantità enorme di pesci, e le reti si rompevano; allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero, e riempirono tutte e due le barche, al punto che quasi affondavano». Vediamo la sovrabbondanza data da Dio ai pochi sforzi umani quando sono basati sulla fede. Il contrasto è fortissimo, tra la sterilità degli sforzi umani durante tutta una notte e la fecondità dell’attività basata sulla fede. (Chiedetevi se la vostra attività per il ministero è veramente basata sulla fede. Sicuramente avrete avuto esperienze analoghe di iniziative…)
L’episodio ha chiaramente un valore simbolico, educativo: Gesù ha fatto l’educazione dell’apostolo Pietro, dandogli due lezioni che ribadirà più tardi: «Senza di me non potete fare nulla», dirà Gesù nel discorso dopo la cena (Giovanni 15, 6); invece «chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto» (ib.).
«Grande stupore infatti l’aveva preso…»
Pietro è impressionato, si capisce. Luca parla in proposito di thambos. Questa parola greca non designa un semplice «stupore», come dice la traduzione, ma uno spavento religioso, lo spavento che prova l’uomo nel contatto con il sacro, con il divino. Non è una qualsiasi paura, ma un sentimento specifico, un fremito religioso, come quello di Mosè nell’episodio del roveto ardente. Mosè si velò la faccia, (Esodo 3, 6) per non vedere. O, ancora meglio, come Isaia, quando ebbe la sua visione di Dio e dei serafini nel tempio (Isaia 6). Pietro ha proprio una reazione simile a quella di Isaia, cioè si sente indegno, si sente peccatore di fronte alla santità divina manifestata dal prodigio.
«Ahimé, esclamava Isaia, io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono!». In modo analogo, Pietro dice: «Signore, allontánati da me perché sono un peccatore!». L’autenticità del contatto personale con Dio e con Cristo si manifesta in questa reazione, cioè nella viva percezione della propria indegnità, della propria impurità.
Ci dobbiamo chiedere se abbiamo questa percezione, o se siamo forse diventati troppo familiari, in senso peggiorativo, con le realtà divine, cioè se abbiamo perso il rispetto profondo di Dio, perché questo è un pericolo nella vita sacerdotale e spirituale: le cose abituali perdono di rilievo, assueta vilescunt, e quindi si ricevono quasi con indifferenza. Ogni giorno il Signore ci offre il suo Corpo e il suo Sangue, e, poiché lo fa ogni giorno, noi non siamo più impressionati, è una cosa quotidiana. Rischiamo di essere insensibili al contatto con il Signore, e quindi incapaci di una relazione profonda con Lui. Mi pare che dobbiamo riflettere molto su questa parola di Pietro: «Signore, allontànati da me,perché sono un peccatore». La Chiesa ci educa in questo senso, perché prima della Comunione ci fa sempre dire: «Signore, non sono degno…». Però anche questo diventa una formula consueta che passa come tante altre cose, senza lasciare più un segno. (Gli EE. sono fatti per ridarci una coscienza, un’occasione di riprendere coscienza più viva del nostro contatto con la santità di Dio. È una grazia fondamentale da chiedere).
Per Pietro questa percezione della propria indegnità, della propria impurità, era allo stesso tempo una condizione perché egli potesse ricevere in modo giusto la grazia della vocazione, cioè senza essere tentato di attribuirla alle proprie qualità, ai propri meriti, ma riconoscendo che essa era un puro dono di grazia, una manifestazione della generosità gratuita del Signore.
Soltanto una parola divina può mettere fine allo spavento religioso. Gesù dice a Pietro: «Non temere», proprio per mettere fine a questo spavento, come l’arcangelo Gabriele disse: «Non temere» a Zaccaria, che provava lo stesso sentimento, e poi anche a Maria, che era turbata dal saluto dell’angelo. «Non temere»… Quando abbiamo una impressione profonda del contatto con Dio il Signore non manca mai di intervenire per metterci nella pace, una pace profonda, che non può essere ricevuta senza il passaggio attraverso la fiducia e il seguire nel nostro cammino spirituale. E poi, Gesù definisce la vocazione di Pietro: «D’ora in poi sarai pescatore di uomini» (in greco: “di uomini sarai pescatore”) – un cambiamento di livello, un cambiamento di prospettive… Pietro riceve una vocazione analoga al suo mestiere umano, però Gesù lo mette a un altro livello, associandolo alla propria opera divina di salvezza: prendere uomini, non per opprimerli, ma al contrario per liberarli, per metterli nella libertà dello Spirito Santo. Per questa nuova missione, Pietro avrà più che mai bisogno della fede, dell’unione con Gesù nella fede: questa è la condizione assolutamente essenziale.
Ogni vocazione fa passare ad un altro livello di esistenza e di attività; siete chiamati a fare con Cristo la sua opera di amore, un’opera divina, non lo dovete dimenticare. Non avete il diritto di ridurre le vostre ambizioni, perché esse sono state definite dal Signore: fare un’opera divina di amore, in unione e conformità al suo Cuore. Condizione fondamentale, la fede, l’adesione di fede che vi unisce a Cristo e gli consente di far passare attraverso di voi la sua forza divina per la salvezza del mondo odierno. Chiedete con insistenza la grazia di corrispondere pienamente alla vostra vocazione personale con più profonda adesione di fede a Cristo e con accettazione delle ambizioni divine su di voi, accettazione piena della missione.
(L’ultima frase esprime una perfetta risposta alla vocazione: «Tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono». Bella generosità. Questa l’avete avuta…)
Un’ultima osservazione: potete notare come in questo Vangelo Gesù s’interessi specialmente di Pietro: questi non era il solo presente; il Vangelo parla di pescatori al plurale e dice che c’erano due barche. Alla fine vengono nominati anche Giacomo e Giovanni; Gesù, però, dall’inizio alla fine si rivolge soltanto a Pietro (vv. 3. 4. 10). A Pietro dice di scostarsi un poco da terra, a Pietro dice: «Prendi il largo», e a Pietro alla fine dice: «D’ora in poi sarai di uomini sarai pescatore». È chiaro che Gesu voleva dare a Pietro una posizione di primato nell’opera di salvezza. Così questo vangelo contribuisce a confermare la nostra fede cattolica, e la nostra fedeltà al successore di Pietro. La nostra vocazione sacerdotale, per essere pienamente vissuta nella fede, deve essere in comunione ecclesiale con il successore di Pietro.

CONVERSIONE Dl SAN PIETRO
Dopo aver meditato sulla vocazione di san Pietro, meditiamo sulla sua conversione. A prima vista Pietro non aveva bisogno di conversione. La situazione di Pietro è stata molto diversa da quella di Paolo: non ha mai perseguitato la Chiesa, ma ne è stato il primo capo. Pietro ha seguito Gesù sin dall’inizio della sua vita pubblica;; non ebbe bisogno di una manifestazione folgorante di di Cristo risorto per diventare suo discepolo. Però da un altro punto di vista la situazione di Pietro era simile a quella di Paolo, nel senso che Pietro, come Paolo, era un uomo generoso che voleva fare molto per Dio. Quando Gesù lo chiamò, Pietro lasciò tutto e lo seguì. Poi si mostrò sempre generoso, come possiamo leggere nel Vangelo. Quando c era qualche risposta da dare, qualcosa da fare, vediamo che Pietro subito si presenta come il più premuroso per agire. Quando Gesù chiede ai Dodici: «Voi chi dite che io sia?», è Pietro a rispondere, con una magnifica professione di fede. Dopo il discorso sul pane di vita, quando parecchi vanno via, e Gesù chiede ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?», è Pietro a rispondere: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna». Quando Gesù nella notte cammina suI mare e si avvicina alla barca, i discepoli sono spaventati poiché credono di vedere un fantasma, Pietro dice: «Se sei tu, Signore, dimmi di venire a Te sull’acqua». Gesù dice di sì e Pietro scende dalla barca. Alla Trasfigurazione Pietro vuol rendersi utile e propone di fare tre tende, per Gesù, Mosè ed Elia. Al Getsemani sguaina la spada per difendere Gesù. Anche dopo Pasqua, nell’apparizione in riva al lago, Pietro si butta nell’acqua per raggiungere Gesù píù presto. La generosità di Pietro è evidente. Spesso la conversione viene intesa come il passaggio da una vita mediocre, poco generosa, a una vita veramente generosa. Molti hanno bisogno di questo genere di conversione. Pietro non ne aveva bisogno. Al contrario, la sua conversione dovette consistere,in un certo senso, nel rinunciare alla propria generosità. Potete pensare che sia una strana conversione, ma è una conversione necessaria: rinunciare alla propria generosità per fondare tutto sulla grazia di Dio, sull’amore gratuito di Dio. Una conversione fondamentale per ciascuno di noi, che dobbiamo sempre rifare. Per Pietro, la conversione non è stata istantanea. I Vangeli riferiscono parecchie tappe successive, che percorreremo rapidamente adesso. Nell’orazione potete benissimo fermarvi a una di queste tappe, quella che per voi sarà la più suggestiva.
La prima tappa è quella descritta in Matteo 16, oppure in Marco 8; viene dopo la professione di fede di Pietro fatta nelle vicinanze di Cesarea di Filippo. Pietro ha detto: «Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente» e Gesù: «Beato te, Simone, figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei Cieli». Quindi Pietro ha ricevuto una rivelazione divina. Gesù prosegue dicendo: «Io ti dico: tu sei roccia, e su questa roccia edificherò la mia Chiesa». «Roccia» è una traduzione più esatta della parola aramaica usata da Gesù «Kefa»; Gesù ha preso questo nome di cosa e ne ha fatto un nome di persona, che ha ha Simone. La parola aramaica, grecizzata con una esse finale, si trova nel IV vangelo (Gv 1, 42) e più volte nelle lettere di san Paolo. In greco è stata tradotta con il maschile Pétros (che significa sasso), perché la parola femminile pietra non conveniva come nome per un uomo. Pietro e pietra originariamente era la stesa parola: «Tu sei roccia, il tuo nome sarà roccia, e su questa roccia edificherò la mia Chiesa». ( S.Agostino ne ha fatto una conclusione, dicendo che la pietra non è l’apostolo, ma la sua fede in Cristo. Conclusione sbagliata: la roccia è Pietro).
Quindi Pietro è stato così stabilito in una dignità molto alta. Subito dopo Gesù comincia ad annunciare la sua passione. Dovrà soffrire molto, e venire ucciso. Pietro non è d’accordo, prende Gesù in disparte e comincia «a rimproverarlo». Gli dice (in Mt «protesta», in Mc «rimprovera»): «Dio te ne scampi, Signore, questo non ti accadrà mai!» (Mt 16, 22).
Qual è il motivo di Pietro? È un motivo generoso, un motivo di amore. Pietro vuol bene a Gesù immensamente, e per questa ragione non accetta l’eventualità che Gesù sia umiliato, condannato e ucciso. Non vuole questo perché ama Gesù. Pietro è pronto a combattere per risparmiare a Gesù le umiliazioni e le sofferenze. Quindi, il suo atteggiamento è generoso. Però questa generosità, per quanto sincera, non è buona perché non è sottomessa alla grazia di Dio, al disegno divino di salvezza: è una generosità umana che non corrisponde all’amore che viene da Dio.
Di conseguenza Gesù deve dichiarare a Pietro che egli ha bisogno di conversione. Gesù esprime questa esigenza di conversione con parole molto dure. Dice: «Vai via da me (vattene via, dietro a me) Satana! Tu mi sei d’intralcio, perché non hai i pensieri di Dio, ma quelli degli uomini». Che contrasto con le parole anteriori: «Beato te, Simone…», «I1 Padre mio te l’ha rivelato…», «Tu sei roccia, e su questa roccia edificherò la mia Chiesa». Satana in ebraico significa «avversario», un nome dato al diavolo. Vediamo dunque che una stessa persona può avere successivamente ispirazioni divine e poi pensieri completamente privi di validità spirituale. Non perché uno ha ricevuto e trasmesso un’ispirazione divina, il suo valore personale è garantito… Il valore personale dipende da una conversione, non dipende da un carisma. È possibile fare miracoli e non essere personalmente graditi a Dio. Gesù lo dice chiaro e tondo in Matteo 7, 22. La conversione personale è necessaria, e la conversione è più difficoltosa dell’esercizio dei carismi straordinari. (cfr «Molti mi diranno in quel giorno: Signore, noi abbiamo profetato nel tuo nome e cacciato i demoni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome. Io però dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuto. Allontanatevi da me, voi operatori di iniquità»: l’unione a Cristo…). Pietro aveva bisogno di conversione, doveva cambiare mentalità radicalmente. Stava a livello umano, un livello che ha il suo valore. Però, quando si tratta di entrare nella vita spirituale e apostolica, il livello umano non è adeguato; la vita spirituale e la missione richiedono un altro livello.
Pietro aveva pensieri umani di grandezza. Non era il solo: gli evangelisti riferiscono due volte che tra i Dodici sorse una discussione su chi di essi fosse il più grande: la prima volta in Matteo 18, 14, e brani paralleli in Marco 9,33-37 e Luca6 9,46-48. Gesù allora aveva espresso la necessità di una conversione: prendendo un bambino aveva detto: «Se non vi convertirete e non diventerete come bambini, non entrerete nel Regno dei Cieli». Diventare bambini ripugna a noi adulti, però è indispensabile. Nel corso dell’Ultima Cena c’è di nuovo :questa discussione (Luca 22, 24). L’evangelista non dice se Pietro ci abbia preso parte in modo speciale. Pietro era più incline a difendere Gesù che non a difendere il proprio posto. Lui l’aveva, il primo posto, ma non insisteva su questo punto. Tuttavia nel Vangelo di Luca vediamo che Gesù, dopo questa discussione, fa una. dichiarazione speciale a Simon Pietro. Egli gli dice: «Simone, Simone, ecco, Satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano. Ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede. E tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli» (Luca 22, 3132). Gesù di nuovo accenna alla necessità di una conversione, e prevede che questa conversione avrà luogo, di modo che Simon Pietro possa poi confermare i suoi fratelli.
Pietro però non vedeva la necessità di convertirsi, non ne sentiva il bisogno. Era convinto di essere un discepolo sincero, generoso. Pietro allora disse «Signore, con Te sono pronto ad andare in prigione e alla morte» (Luca 22, 33). Pietro manifesta la propria generosità, che sembra perfetta. Che cosa potrebbe essere più perfetto dell’essere pronto ad andare in prigione con Gesù e a morire con Lui? Gesù pero risponde: «Pietro, io ti dico: non canterà oggi il gallo prima che tu per tre volte avrai negato di conoscermi». Ecco dove conduceva questa generosità umana. Tutto questo è molto sconcertante.
Possiamo capire meglio il problema spirituale leggendo il Vangelo di san Giovanni. Vediamo in esso la generosità di Pietro e il genere di conversione di cui aveva bisogno. Nel capitolo tredici del racconto dell’ultima cena, Gesù si alza da tavola, depone le vesti e, preso un asciugamano, se lo cinge intorno alla vita e comincia a lavare i piedi dei suoi discepoli. Viene dunque da Simon Pietro, ma Pietro non è d’accordo. Domanda con stupore: «Signore, tu lavi i piedi a me?». Gesù risponde: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo» (Giovanni 13,7). Pietro, invece, dice: «Non mi laverai mai i piedi». Pietro non vuole che il Signore si abbassi davanti a lui. Non vuole questa umiliazione. Per lui Gesù deve essere il Signore, il Messia glorioso, vittorioso. Per amore nei suoi confronti, Pietro vorrebbe Gesù al di sopra di tutti. Pietro non capiva l’ordine dell’amore. Egli voleva salvare Cristo, invece di accettare di essere salvato da Cristo. «In questo sta l’amore, dice san Giovanni: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ci ha amati, e ha mandato il suo Figlio come strumento di perdono per i nostri peccati» (1Giovanni 4, 10). Chi non accetta questo, si chiude all’amore che viene da Dio.. Per motivi che sembrano nobili, si chiude alla grazia. Lo dice Gesù, in maniera molto risoluta: «Gli rispose Gesù: « Se non ti laverò, non avrai parte con me »» (Giovanni 13, 8). È veramente una minaccia tremenda per Pietro, che vuole tanto bene a Gesù, sentire questo: «Se non ti laverò, non avrai parte con me…». Sarà la separazione, sarà la rottura… Allora Pietro si rassegna, ma si rassegna facendo di nuovo il generoso, perché non ha ancora capito. Dice: «Signore, allora non solo i piedi, ma anche le mani, e il capo» (13,9). Di nuovo si mette avanti, fa il generoso – è quasi divertente -questa generosità è sbagliata. Non ha capito, e lo si vede più avanti nel Vangelo, nello stesso capitolo, quando Gesù dice, dopo la partenza di Giuda: «Figlioli, ancora per poco sono con voi. Voi mi cercherete, ma come ho già detto ai giudei lo dico anche a voi: dove vado io, voi non potete venire» (13,33). Gesù deve tracciate la via da solo. Nessuno lo può precedere, perché è Lui che deve salvare, nessuno può andare con Lui sulla croce. «Dove vado io, voi non potete venire». Simon Pietro è contrariato: egli vuol bene a Gesù, vuole andare con Lui. E dunque gli chiede: «Signore dove vai?». Gesù risponde: «Dove io vado,per ora tu non puoi seguirmi. Mi seguirai più tardi» (13,36). C’è un calendario nella vita spirituale, tappe che si devono percorrere successivamente, e che non è possibile anticipare. «Tu non puoi seguirmi ora. Mi seguirai più tardi»: quando Gesù avrà tracciato la via, allora sarà possibile seguirlo (e Gesù dirà a Pietro due volte: «seguimi» Gv 19,22). Ma Pietro di nuovo esprime il suo dissenso: «Signore, perché non posso seguirti ora? Darò la mia vita per Te». Di nuovo la sua generosità: dare la propria vita per Gesù. Un ideale bellissimo, ma Gesù deve rispondere, come negli altri Vangeli: «Darai la tua vita per me? In verità, in verità ti dico: non canterà il gallo prima che tu non m’abbia rinnegato tre volte» (Giovanni 13, 38). La generosità sbagliata, che è una forma sottile di superbia, conduce al rinnegamento.
Pietro non ha capito, e perciò nel Getsemani continua nel suo progetto: Pietro vuole proteggere Gesù, lo vuole salvare. Quando vengono a prenderlo, Pietro sguaina la spada e comincia a combattere: è il suo modo di capire le cose, di intendere il destino di Gesù: Gesù deve essere il Messia glorioso, il Messia vittorioso, e quindi occorre combattere per Lui. È il modo umano di concepire il Messia, un modo molto radicato nella mentalità giudaica: e ancora oggi i giudei non accettano Gesù come il Messia perché un Messia crocifisso non si accorda con le loro idee. Nel Quarto Canto del «Servo di YHWH» (Isaia 55), il Targum, cioè la traduzione aramaica, ha cambiato il testo per escludere tutte le cose umilianti per il Messia. Applica questo canto al Messia; il testo ebraico di Isaia non parla del Messia, mentre la traduzione aranaica mette all’inizio il nome del Messia, dicendo: «Ecco il mio servo il Messia avrà successo, sarà innalzato, onorato, esaltato grandemente» (Isaia 52, 13).
Questa frase gloriosa viene applicata al Messia, invece le cose umilianti annunciate poi dal profeta vengono applicate ad altri personaggi. Così la pensava Pietro nel suo amore per Gesù. Da che cosa proviene il rinnegamento? Da una mancanza di generosità? No, esso proviene dal fatto che Pietro è stato completamente sconcertato. Egli era pronto a dare la vita per Gesù, però combattendo. Un uomo non si lascia morire in modo passivo. Questo non è degno di un uomo. Un uomo deve combattere. Se muore combattendo, è ancora una cosa gloriosa. Pietro non poteva capire perché Gesù non si difendesse, e quindi era completamente sconcertato, e in un certo senso poteva dire senza mentire: «Non conosco questo uomo».
Non riconosceva più Gesù… Gesù, tanto «potente in opere e in parole» (Luca 24, 19), era diventato un uomo apparentemente incapace di resistenza, un uomo che si lascia prendere e umiliare. Pietro non lo conosceva più, e quindi l’ha rinnegato. Questa situazione umanamente molto penosa è stata necessaria per la sua conversione. San Luca dice che dopo il triplice rinnegamento, quando Pietro entrò nel cortile, dopo che aveva detto: «O uomo, non so quello che dici», in quell’istante, scrive san Luca, mentre ancora parlava, «un gallo cantò». Allora il Signore, voltandosi, guardò Pietro, e Pietro si ricordò delle parole che il Signore gli aveva detto: «Prima che il gallo canti, oggi mi rinnegherai tre volte». Quindi Pietro riconobbe la verità della predizione di Gesù, «e uscito, pianse amaramente», dice il Vangelo. Lo sguardo di Gesù ha cambiato il cuore di Pietro. Pietro allora ha abbandonato per forza i pensieri umani, l’ambizione umana di salvare Gesù, per accettare la grazia che veniva in questa maniera sconcertante ma profonda. Pietro è stato convertito da questo sguardo del Signore… Ha colto il messaggio della Passione… Ha accettato i pensieri divini, ha accettato di non essere il primo in amore, ma che Gesù fosse il primo. E ha messo la sua generosità al secondo posto, molto umilmente.

San Giovanni nel suo ultimo capitolo ci mostra l’atteggiamento di Pietro dopo la Risurrezione Gesù risorto è apparso in riva al lago, ha procurato ai discepoli una pesca miracolosa e li ha invitati a mangiare. Dopo che ebbero mangiato, dice il Vangelo, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro». Il verbo in greco è il yerbo agapan, che significa proprio amore generoso; è il verbo abituale nel Nuovo Testamento, perché l’amore di Dio è un amore generoso, l’amore di Gesù è un amore generoso, e Gesù ci comunica questo amore generoso. Noi non lo possediamo da noi stessi, ma se lo riceviamo da Lui allora lo abbiamo. Gesù fa questa domanda: «Mi ami tu generosamente più di costoro?». La risposta di Pietro è molto modesta: «Sì, Signore, Tu lo sai che ti amo teneramente». In questa risposta ci sono tre tratti significativi. Il primo è che Pietro non pretende di amare più degli altri, non risponde a questa parte della domanda, prima l’aveva preteso, quando Gesù aveva annunciato «Voi tutti vi scandalizzerete per causa mia in questa notte e Pietro aveva allora dichiarato «Anche se tutti si scandalizzeranno di te, io non mi scandalizzerò mai» (Mt 26,31-33); adesso non ha più questa pretesa. Il secondo tratto: Pietro non usa il verbo agapan, ma un altro verbo, filein, che esprime amicizia, amore tenero, un verbo greco che ha anche il senso di baciare; Pietro dichiara soltanto di provare affetto tenero verso Gesù. Il terzo tratto: egli si affida perché Gesù sa: «Tu sai meglio di me qual’è la qualità del mio amore per te». Allora Gesù gli dice: «Pasci i miei agnelli». Perché Pietro non conta più su se stesso, Gesù gli può affidare una missione pastorale. Poi di nuovo gli domanda: «Simone di Giovanni mi ami tu generosamente?». Questa volta Gesù ha abbandonato il paragone. E Pietro di nuovo dice: «Sì, Signore, tu sai che io ti amo teneramente». La terza volta Gesù riprende il verbo usato da Pietro: «Simone di Giovanni, mi ami teneramente?». Il Vangelo ci dice che Pietro rimase allora addolorato per il fatto che in questa terza domanda Gesù gli avesse chiesto se egli lo amava teneramente, sembrando mettere in dubbio questa prova di amore. È significativo che nondimeno nella sua risposta Pietro non insiste sulla propria convinzione bensì sulla conoscenza che Gesù possiede: «Signore, tu sai tutto. Tu sai che ti amo teneramente». E Gesù gli dice: «Pasci le mie pecorelle». Pietro ha preso un atteggiamento di uomo convertito, che non mette al primo posto le proprie certezze, la propria generosità, ma si sottomette alla grazia divina, e si affida al Signore anche per le proprie affermazioni. Non dice: «Io so che ti amo generosamente», bensì dice: «Tu lo sai che ti amo teneramente» .
Mi pare che ci sia molto utile meditare su questa conversione di Pietro e chiedere al Signore la grazia di una tale conversione, che è indispensabile per il nostro vero progresso spirituale e per la nostra autentica fecondità apostolica.
Nella sua Prima Lettera, Pietro manifesta lo stesso atteggiamento, perché comincia con il ringraziare Dio: «Benedetto Dio, il Padre del nostro Signore Gesù Cristo». Dire «Benedetto Dio» è un modo di ringraziare Dio. Pietro mette il rendimento di grazie come prima disposizione fondamentale. «Nella sua grande misericordia, Egli ci ha fatto rinascere mediante la risurrezione di Gesù Cristo» (1 Pietro 1,3). Pietro si riconosce oggetto della misericordia divina, grazie alla quale è potuto rinascere nel mistero pasquale. Alla fine di questa lettera bellissima, raccomanda a tutti l’umiltà. Dice: «Rivestitevi tutti di umiltà, gli uni verso gli altri, perché Dio resiste ai superbi, ma dà grazia agli umili. Umiliatevi dunque sotto la potente mano di Dio, perché Egli vi esalti al tempo opportuno, gettando in Lui ogni vostra preoccupazione, perché Egli ha cura di voi» (1 Pietro 5, 57).
È il frutto della conversione di Pietro, un frutto soave, un frutto saporito, un frutto di umiltà e di riconoscenza, amore riconoscente, non più pretesa superba di generosità – salvare Gesù – ma accoglienza umile, gioiosa e riconoscente della salvezza offerta dal Signore.

Publié dans:FESTA DI SAN PIETRO E PAOLO |on 27 juin, 2012 |Pas de commentaires »

San Leone Magno. San Pietro e San Paolo

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San Leone Magno. San Pietro e San Paolo

Sermo LXXXII, 2-5. PL 54, 423-425.

Il Signore, buono e giusto e onnipotente, mai aveva negato la sua misericordia al genere umano, sempre anzi con la generosità stessa dei suoi doni aveva parlato a tutti gli uomini, senza eccezione, perché lo conoscessero. Egli ebbe compassione della loro colpevole cecità, della loro malizia sicuramente peggiorativa, dei loro errori.
A tal fine, secondo un disegno misterioso e profondo, con un atto di sublime pietà, inviò loro il suo Verbo, a lui uguale e coeterno. Ed il Verbo incarnandosi congiunse la natura divina alla natura umana in modo tale che il suo abbassamento estremo si risolse nella nostra elevazione suprema. Perché poi gli effetti di questa grazia ineffabile potessero diffondersi in tutto il mondo, la divina Provvidenza predispose l’impero romano e ne favorì lo sviluppo, dilatando i suoi confini fino a raggiungere tutte quante le genti.
Rispondeva perfettamente al piano dell’azione divina l’associazione dei diversi regni in un unico impero, in quanto più rapida e facile sarebbe riuscita l’opera universale di evangelizzazione tra i popoli, grazie all’unità del regime politico di Roma.
Sennonché questa città, ignorando il vero autore della sua grandezza, quantunque avesse esteso il suo dominio su quasi tutte le genti, si era in realtà resa schiava dei loro stessi errori; pensava di possedere addirittura una grande religione, perché non aveva mai rifiutato nessuna falsa dottrina. Perciò quanto più tenaci erano i vincoli con cui l’aveva legata il demonio, tanto più magnifica fu la liberazione che le ottenne il Cristo Signore.
Quando, infatti, i dodici Apostoli, dopo aver ricevuto dallo Spirito Santo il dono delle lingue (cf At 2,4), cominciarono la loro missione per educare il mondo al vangelo e a questo scopo si divisero la terra in settori particolari, ecco che san Pietro come capo del collegio apostolico viene destinato alla prima sede dell’impero romano.
In questo modo la luce della verità, la cui manifestazione era in funzione della salvezza universale delle genti, si sarebbe più efficacemente diffusa come dal capo in tutto l’organismo mondiale.

Non c’erano forse allora in questa città uomini di ogni nazione? C’erano forse in qualche luogo popoli che ignoravano quel che Roma conosceva? Era qui che bisognava schiacciare certe teorie filosofiche e spazzar via le frivolezze della sapienza terrena e abbattere il culto dei demoni e distruggere l’irriverenza sacrilega di tutti i sacrifici; proprio qui, infatti, si ritrovava raccolto ad opera della superstizione più diligente tutto quanto altrove avevano elaborato gli errori più disparati.
Tu dunque, o santissimo apostolo Pietro, non hai paura di metter piede in questa nostra città; mentre l’apostolo Paolo, colui che avrai compagno nella gloria, è ancora occupato nell’opera di organizzazione delle altre chiese, fai il tuo ingresso in questa giungla di animali ruggenti, in quest’oceano agitato e profondo, certo con più coraggio di quando camminasti sopra le acque (Cf Mt 14, 28-31). E non hai timore di Roma, la dominatrice del mondo, tu che nel palazzo di Caifa provasti spavento dinanzi alla serva del sacerdote (cf Mt 26,69-70).
Che forse il potere di un Claudio e la crudeltà di un Nerone erano minori in confronto del giudizio celebrato da Pilato o dal furore dimostrato dai Giudei? Era dunque la forza del tuo amore a vincere tutto quel che poteva alimentare la paura, e non pensavi certo di dover temere coloro che già avevi accolto nella corrente del tuo affetto.
Non c’è dubbio che tale sentimento di carità a tutta prova si destò nel tuo cuore, o Pietro, fin da quando ti fu rivolta la triplice e arcanamente significativa interrogazione; che ti confermò nel dichiarare il tuo amore al Signore. E se questo fu allora l’atteggiamento del tuo spirito, ti fu chiesto solo che nel pascere il gregge di colui che amavi procurassi loro quel cibo, di cui eri ricchissimo.
A darti maggiore fiducia c’erano anche i tanti prodigi e miracoli, i tanti doni e carismi, i tanti poteri di cui avevi dato prova. In precedenza avevi catechizzato i fedeli provenienti dall’ambiente giudaico; avevi fondato la Chiesa di Antiochia, dove per la prima volta fu usato il nome glorioso di cristiano; avevi poi iniziato alle leggi proprie del messaggio evangelico le regioni del Ponto, della Galazia, della Cappadocia, dell’Asia e della Bitinia.
Proprio così, sicuro del buon esito della tua fatica, ma cosciente anche dei limiti della tua età, tu portavi l’emblema trionfale della croce di Cristo nella roccaforte della potenza romana. Ti precedevano per disposizione provvidenziale di Dio, l’onore dell’alto potere e la gloria del santo martirio.

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Da Albert Vanhoye SJ, Pietro e Paolo, 227-231. per la festa di San Pietro e Paolo

http://www.pasomv.it/ritiri_file/Page1088.htm

Da Albert Vanhoye SJ, Pietro e Paolo, 227-231.

«Ai nostri tempi è specialmente importante approfondire la spiritualità della croce, come la comprendeva s. Paolo: una spiritualità confortante, di cui abbiamo particolarmente bisogno in questi tempi di difficoltà. Viviamo in un mondo secolarizzato e scristianizzato, che si allontana dalla luce del vangelo e torna ai vizi dei pagani vigorosamente condannati, sia da s. Pietro (1Pt 4,3) sia da s. Paolo (Rm 1,21-32; 1Cor 6,9-10; Ef 4,17-19). L’apostolato viene ostacolato da questa atmosfera inquinata; mancano le vocazioni; le difficoltà si moltiplicano. Tutto questo tende a provocare depressione, a diminuire il nostro slancio. San Paolo ci insegna che, al contrario, ciò deve aumentare la nostra fiducia, la nostra sicurezza, anzi il nostro orgoglio cristiano, «il vanto», come egli dice. Si tratta però di una lezione che san Paolo ricevette lui stesso, e non senza resistenza, prima di insegnarla a noi; una lezione che non si aspettava. Lo vediamo bene in 2Cor 12,7-10. Fra le numerose confidenze che Paolo fece ai suoi cristiani sulla sua vita spirituale, questa è la più intima. L’Apostolo ci rivela come Gesù stesso abbia guidato la sua educazione in un periodo molto difficile, e su un punto particolarmente sensibile. […]. In 2Cor 12 Paolo, nei primi versetti, per mostrare che egli valeva più dei suoi rivali in apostolato ha riferito «visioni e rivelazioni del Signore». Poi in 2Cor 12,7, prosegue: «Perché non montassi in superbia per la sublimità delle rivelazioni, mi fu messa una scheggia nella carne: un inviato di satana, incaricato di schiaffeggiarmi, perché non montassi in superbia». Una situazione fortemente umiliante e deprimente per l’Apostolo. […] Una situazione molto contrariante, una situazione orribile, per un apostolo tanto ardente. Paolo, quindi, ricorse alla preghiera. Egli scrive: «A causa di questo, per tre volte ho pregato il Signore affinché l’allontanasse da me». Una preghiera insistente, perseverante, come la preghiera di Gesù nell’agonia. Per ben tre volte, Paolo si è rivolto al Signore Gesù e l’ha pregato di allontanare questo ostacolo. La risposta non è stata quella che aspettava e desiderava. Il Signore rispose, infatti: «Ti basta la mia grazia», il che significava che Paolo non sarebbe stato liberato da questa prova tanto penosa, che gli sembrava molto nociva per il suo apostolato. Il Signore aggiunse: «La potenza, infatti, si compie nella debolezza»: un paradosso, qui espresso da Gesù stesso. Nella frase il verbo greco tradotto «si compie» è lo stesso che troviamo sulle labbra di Gesù al Calvario: «È compiuto» (Gv 19,30), ultima parola di Gesù al momento della sua morte. La potenza arriva al suo compimento nella debolezza: questa è la spiritualità della croce. Poco dopo Paolo dirà che Cristo è stato crocifisso per debolezza: «Infatti Egli fu crocifisso per la sua debolezza» (13,4). La croce è l’esempio più manifesto di una vittoria che prende l’apparenza di una completa sconfitta: è difficile immaginare una sconfitta più vistosa della croce di Gesù; sembrava veramente che tutto fosse finito in senso negativo, perché Gesù moriva condannato, giustiziato, rigettato, la sua opera sembrava definitivamente rovinata. L’apparenza, però, era completamente menzognera, perché la croce è la vittoria su tutte le forze del male, ottenuta non per mezzo della repressione, ma per mezzo della sovrabbondanza dell’amore: «Non lasciarti vincere dal male», dice Paolo nella Lettera ai Romani, «ma vinci il male per mezzo del bene» (Rm 12,21). Questa sua esortazione si ispira alla vittoria della croce: vincere la morte e il male con la sovrabbondanza dell’amore. Non era possibile ottenere una vittoria così completa con altri mezzi, perché per vincere il male radicalmente occorre affrontare il male senza le armi del male».

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