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GESÙ E LA FAMIGLIA

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GESÙ E LA FAMIGLIA

Teologo Borèl » Settembre 2005

I vangeli sono, come del resto tutta la Bibbia, storia di famiglie. Tra di esse sta la famiglia di Gesù. In famiglia, secondo la consuetudine sociale del tempo, egli vive la nascita, la fanciullezza e la giovinezza fino alla scelta professionale di “rabbi”; con la famiglia continuerà a intrattenere legami anche nel ministero. I vangeli sono, come del resto tutta la Bibbia, storia di famiglie. Tra di esse sta la famiglia di Gesù. In famiglia, secondo la consuetudine sociale del tempo, egli vive la nascita, la fanciullezza e la giovinezza fino alla scelta professionale di “rabbi”; con la famiglia continuerà a intrattenere legami anche nel ministero…
Quello di Gesù con la famiglia è indubbiamente un rapporto tanto reale quanto complesso, affatto scontato, anzi sovente critico, certamente innovativo rispetto al patriarcalismo dominante nel suo tempo e per tanto tempo dopo. Senza però che in lui appaia una marginalizzazione della famiglia, considerata anzi – come nella celebre controversia con i farisei sul divorzio – secondo l’originario disegno di Dio (cf Mt 19, 3-9). Ne sappiamo il perché: è la “variabile imprevista” del Regno di Dio da lui introdotta negli ordinamenti umani che determina la sua visione, decisamente singolare ed originale per gli schemi del tempo.
Per cui la famiglia, come del resto ogni altra istituzione ed entità naturale (società, stato, economia…), per Gesù assume il profilo di un sacramento, ossia di avvenimento umano, naturale, corrispondente alla creazione, con la positività e la fragilità storica che le sono connesse, ma innalzato ad essere segno efficace della presenza amorosa e vivificante di Dio nel mondo. Dio sta nel mondo come in una famiglia, la famiglia secondo Gesù ha per ospite il Padre, anzi è ospitata da Lui (cf Giov 14, 2-3.23).
Sicché nasce una circolarità virtuosa: la famiglia, ogni famiglia, dona a Dio il linguaggio (segni, esperienza) di potersi dire, comunicare; ma essa stessa riceve da Lui la grazia di potersi capire. Di questo “grande Mistero” (cf Ef 5, 32), Gesù è il segmento storico rivelativo escatologico, cioè contingente nell’espressione culturale, ma compiuto nei significati e decisivo negli esiti.
Quindi leggere biblicamente la relazione di Gesù con la famiglia è leggere la scelta di campo di Dio, il referente ultimo e basilare, la Parola di Dio, il Vangelo di Dio, il “Vangelo della famiglia”.
Intendiamo illustrare questo tema in chiave biblica elementare, raccogliendo criticamente i passi evangelici.
Si potrà notare che dai vangeli non si può ricavare uno specifico insegnamento circa il rapporto dei giovani con la famiglia.
Ma di certo anche a loro è dato di ritrovare nel Vangelo lo sguardo globale del Cristo verso questa entità originaria della vita, mettendovi a confronto un complesso di loro esperienze familiari, già segnate dalla consapevolezza del valore e del limite, quindi ora serene e ora deludenti.
Potrà questo essere il tempo opportuno di un discernimento e di una maturazione.
Seguendo un filo logico dei testi, già segnalato da J. Dupont,[1] distinguiamo tre aspetti:
– l’esperienza familiare di Gesù;
– atteggiamenti di Gesù verso la famiglia;
– gli insegnamenti sulla famiglia che Gesù consegna ai discepoli.
Facciamo precedere una rapida informazione di quello che poteva essere l’istituto familiare ai tempi di Gesù.

LA FAMIGLIA AI TEMPI DI GESÙ
Lungo tutto il tempo biblico la famiglia ebraica possiede certi connotati stabili. Semmai all’epoca di Gesù, epoca del giudaismo, si può notare da una parte una rigidità nell’osservanza delle prescrizioni legali, religiose e sociali (Gesù nasce fuori famiglia per ossequio al casato del padre putativo Giuseppe e a dodici anni, bar miswah, puntualmente termina la sua iniziazione partecipando alla pasqua a Gerusalemme) e dall’altra si assiste ad un certo allentamento del patriarcalismo classico, per cui la famiglia vera era più il clan di appartenenza che la famiglia di sangue.
Quello che è certo, è che la famiglia in Israele rappresenta la cellula base della società, con una perentorietà che escludeva in termini assoluti qualsiasi forma alternativa di convivenza, non solo in termini morali, ma anche giuridici. La stessa verginità non era particolarmente stimata. Solo con la mediazione della famiglia, l’israelita veniva a conoscere che il Dio biblico agisce nella storia (da Adamo ad Eva, ad Abramo e Sara, fino a Giuseppe e Maria). O meglio, agisce anche oltre la famiglia, nella scelta di singoli personaggi atti a portare avanti il suo disegno, ma questo era visto subito come evento straordinario (ad esempio la scelta di Gedeone, Samuele, Saul, Geremia, del Battista, della stessa Maria…) e pare non essere stato capito a proposito di Gesù.
Si tratta di famiglia endogamica, ossia costituita da genitori di razza ebraica, patrilineare, che prende titolo giuridico dal padre (è la presentazione che ne fa Matteo, ma in Luca emerge forse una linea matriarcale, conosciuta per sé dalla Bibbia, nella centralità riconosciuta a Maria). La famiglia vedeva la compresenza di membri in senso stretto, per via di sangue, e di altri parenti in senso più largo. Costituivano una “fratellanza”, dal termine di base ah, fratello, che per sé rivestiva un senso decisamente lato.
È certo ancora, come oggi avviene in popolazioni cosiddette primitive, che successo ed insuccesso di un membro erano condivisi (soprattutto il successo) in misura serrata, interessata ed ostentata, creando talora disagio nel privilegiato.
La famiglia era il luogo della vita globale: fisica, morale, professionale, religiosa ed anche culturale, almeno fino a quando il piccolo non frequentava la scuola a fianco della sinagoga. Se la madre accudiva i piccini, subentrava tosto il padre che assumeva lui il ruolo educativo. La crescita aveva nell’incipiente adolescenza il momento del passaggio al gruppo degli adulti con gli obblighi inerenti.
In breve la famiglia era segnata rigorosamente da uno rigido standard comune di vita (noi diremmo dalla dinamica di una forte socializzazione primaria), secondo la Torah e le interpretazioni dei rabbini. Veniva ad essere un fattore essenziale ed insostituibile di trasmissione della vita nella sua interezza, dunque anche della religione (idee, riti, istituzioni), era perciò considerata realtà sacra, stabilita da Dio, garanzia di tradizione, luogo quanto mai ricco di sapienzialità e di umanità. Ma insieme proprio la rigidità della forma poteva minacciare quella libertà e responsabilità del singolo per cui tanto si erano battuti i profeti, segnatamente Ezechiele (Ez 18). Senza contare la evidente debolezza che traspariva ad esempio – ne fanno fede i vangeli – dalla pratica del divorzio facile, che poi altro non era che un adulterio legalizzato, come pure dalla scaltrezza di sapersi esimere dall’osservanza del IV comandamento appellandosi alle tradizioni dei padri. “E di cose simili ne fate molte” (Mc 7,18).
Affiora perciò ancora netta nei vangeli, redatti in ambiti vitali non più giudei, questa bipolarità positiva e negativa, che coinvolse anche Gesù che alla famiglia fu fedele, ma non pedissequo, la rilesse e rivisse “criticamente” alla luce dell’avvenimento del Regno.

L’ESPERIENZA FAMILIARE DI GESÙ
I vangeli sono, come del resto tutta la Bibbia, storia di famiglie. Tra di esse sta la famiglia di Gesù. In famiglia, secondo la consuetudine sociale del tempo, egli vive la nascita, la fanciullezza e la giovinezza fino alla scelta professionale di “rabbi”; con la famiglia continuerà a intrattenere legami anche nel ministero. È domiciliata a Nazaret, fa da capo Giuseppe, un artigiano agricolo, la madre si chiama Maria. Gesù è detto “figlio primogenito” (ed unico) (Lc 2,7), ma in compagnia di “fratelli e sorelle” (Mc 6, 1-3).
Tale “famiglia estesa” egli se la ritrova a Cafarnao in un frangente difficile (Mc 3, 31), come pure in altri momenti della sua missione, ma dove spicca l’atteggiamento chiaramente interessato e geloso dei suoi “fratelli” (Giov 7, 1-10). Secondo i vangeli, incontra ancora la madre a Cana (Giov 2, 1-11) e sotto la croce (Giov 19, 26-27).
La vicenda personale di Gesù incrocia diverse famiglie, che di fatto entrano nel circolo della sua missione. Facciamone semplicemente ricordo: la famiglia di Zaccaria, Elisabetta e Battista (con cui appare imparentato, cf Lc 1, 36); la famiglia di Cana nel giorno della sua costituzione tramite le nozze (Giov 2, 1-12); la famiglia di Marta e Maria e Lazzaro, che dovette essere la famiglia di elezione del Maestro nei suoi spostamenti in Giudea e a Gerusalemme (Lc 10, 38-42; Giov 11, 1-3), come a Cafarnao lo fu la famiglia di Pietro cui guarisce la suocera (Mc 1, 29-31); la famiglia di Giairo con la sua sposa, cui risuscita la figlia dodicenne (Mc 5, 38-43).
Più indirettamente entra a contatto, a causa dei figli, con la famiglia della vedova di Naim (Lc 7, 11-17), della Cananea (Mc 8, 24-30) e del centurione di Cafarnao (Lc 7, 1-10); ma anche di Pilato stesso, del quale viene menzionata anche la sposa (Mt 27, 19), di Giacomo e Giovanni di cui conosciamo la madre e il padre (Zebedeo) (Mc 10, 35), delle madri che gli offrono i bambini da benedire (Mc 10, 13-16), delle “pie donne” di Gerusalemme che piangono su di lui (Lc 23, 27-31)…
Di Gesù veniamo sapere la condivisione di atti fondamentali della vita familiare.
Anzitutto i due atti estremi e costitutivi, la nascita e la morte, ricordati piuttosto lungamente nei vangeli. Anzi, prima ancora, conosciamo la sua gestazione nel seno della madre, caratterizzata da un incontro parentale gioioso, quello con Elisabetta e il figlio Giovanni; la giovinezza è vissuta in famiglia per quasi trent’anni (la maggior parte del suo tempo). Si vede Gesù partecipare alla vita familiare nel tempo della festa (a Cana per delle nozze, e a Gerusalemme per la celebrazione della pasqua, festa tipicamente familiare, Lc 2, 41-50) e del dolore (nel caso della vedova di Naim e della famiglia di Marta e Maria per la morte di Lazzaro). Durante la sua stessa passione mostra la premura di collocare la madre in una famiglia sicura (Giov 19, 25-27). Non si tralascerà di notare che è del tutto verosimile che la moltiplicazione dei pani abbia avuto per fruitori intere famiglie stanche ed affamate (cf Giov 6, 1-13).
Non da ultimo la base storica dei vangeli ci dice quanto sia stato impregnato di motivi familiari il lessico di Gesù, ossia quanto l’esperienza di famiglia sua ed altrui gli sia diventata fonte di linguaggio per esprimere la rivelazione di Dio che andava annunciando. Tantissimi ne sono i richiami: le nozze diventano segno messianico per eccellenza (Mc 2, 19; Mt 22, 1; 25, 1-12; Giov 2, 1-12); i ruoli di paternità e fraternità gli permettono di dire Dio e i rapporti dei discepoli con Lui e tra di loro (Mt 23, 8-10); l’immagine della donna che partorisce e ne ha gioia (Giov 16, 21), o di quella che spazza la casa per trovare la moneta (Lc 15, 8-10) evidenziano i temi nuovi del Regno; la storia del padre che vede la famiglia spezzarsi con la partenza del figlio minore (Lc 15, 11-32), o quella dei due figli di diversa obbedienza verso il padre (Mt 21, 28-32), o del padre ancora che dopo i servi invia il figlio a riscuotere i suoi diritti e costui viene massacrato (Mt 21, 33-44), o la gestione degli affari da parte degli amministratori nella casa del padrone (Mt 24, 45-51; 25, 14-30)… sono tutte fatti o parabole vivaci della storia della salvezza.
In sintesi si può dire che per Gesù vivere in famiglia e con famiglie ha fatto parte sostanziale della sua biografia: ha accettato l’istituto familiare come istituzione divina; ha condiviso la vita di famiglia con la accettazione dei suoi impegni per la maggior parte della sua vita; ha fatto del bene alla gente anche in quanto famiglie; si è servito della famiglia come di un segno per dir non poco del messaggio.
Per Lui la famiglia è stata un segno di incarnazione, con la valenza di segno profondo, data la sua permanenza. Il suo primo insegnamento è qui: l’aver praticato la famiglia come condizione elementare di vita per realizzare se stesso, per essere se stesso.

ATTEGGIAMENTI DI GESÙ VERSO LA FAMIGLIA
Ma noi sappiamo che l’esperienza familiare di Gesù va oltre la passiva accettazione di un dato di fatto: egli ha da dire qualcosa su di essa.
Lo dimostrano alcuni momenti di vita familiare da lui vissuti dentro la sua stessa famiglia di sangue, ed oltre essa. Sono situazioni che hanno provocato in lui degli atteggiamenti, registrati nei vangeli, che aprono varchi interessanti per capirne il pensiero.
Gesù si preoccupa di riaffermare il pensiero originario di Dio
Nel ministero di Gesù, due “provocazioni” degli avversari suscitano due suoi interventi diretti sul tema “famiglia”. Entrambi mirano a ritrovare, perché deformato, il profilo originale dell’istituzione familiare secondo il pensiero di Dio. In questo Gesù fa memoria della grazia degli inizi, rifacendosi a due momenti costitutivi della fede biblica: la creazione e l’esodo.
A chi lo “tenta” sulla liceità o meno del divorzio, e dunque ultimamente dell’adulterio, allora piuttosto tollerati a favore dell’uomo, Gesù afferma la indissolubilità ed insieme la fedeltà coniugale in una maniera che condanna divorzio ed adulterio anche dell’uomo (Mt 19, 9; 5, 31-32; Mc 10, 11-12; Lc 16, 18), anzi l’adulterio anche solo interiore (Mt 5, 27-28). Egli fa ciò appellandosi al disegno creativo di Dio (Gen 2, 24).
Di fronte poi ad uno stile troppo disinvolto di disimpegnarsi nei confronti dei genitori, Gesù ricorda il Decalogo, la legge dell’alleanza, precisamente il IV comandamento, che va dunque osservato contro ogni astuzia evasiva, fosse pure ammantata di sacro e di venerabili tradizioni (Mc 7, 9-13; Mt 15, 3-9). È noto che tale precetto Gesù lo riprende nell’incontro con il giovane ricco (Mt 19, 19), e soprattutto è da lui stesso praticato per tutti i lunghi anni nazaretani (Lc 2, 51).

La famiglia misurata sulla volontà di Dio
Affermato il profilo originale della famiglia, Gesù evidenzia la novità che vi apportano i tempi messianici del Regno. Una di tali innovazioni messianiche consiste nel subordinare la stessa famiglia al Regno: cioè la famiglia non è già Regno di Dio, ma realtà chiamata a convertirsi ed entrarvi. È quanto Gesù dirà ai discepoli (vedi più avanti), ma che vive nella sua stessa persona. Lo riferiscono i vangeli, la cui abituale sobrietà nel fare la storia intima di Gesù ancora di più rafforzano il valore di quanto viene detto a tale proposito.
Viene alla mente il noto episodio di Luca 2, 41-52 (ritrovamento di Gesù tra i dottori del tempio). Ivi Maria fa questo rimprovero a Gesù: “Figlio mio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre ed io angosciati ti cercavamo” (v. 48). Gesù reagisce con una risposta che non è accomodante o richiedente il perdono: “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?” (v. 49).
Dove si nota la contrapposizione tra “tuo padre” di Maria e “mio padre” di Gesù. Per lui il difetto sta decisamente nella incomprensione dei genitori. Ma segue anche che Gesù rientra nell’ordine originario, ed “era loro sottomesso” (v. 51).
In Giovanni, alle nozze di Cana (2,1-11), alla madre che fa presente la carenza di vino, Gesù risponde: “Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora” (v. 3). La risposta non va troppo indurita, giacché Gesù accoglie subito la preghiera. Ma è vero che prende le distanze, sicché il miracolo non andrà inteso nella direzione dell’ubbidienza filiale a Maria, ma in quella della sottomissione al Padre, che solo può fissare l’ora della manifestazione.
Si nota nei due casi l’indipendenza che Gesù intende mantenere davanti al parentado terreno, poiché nell’esercizio della sua missione si riconosce ultimamente dipendente solo dal Padre.
La sua missione egli la compie al servizio di Dio solo e non della sua famiglia, della quale peraltro vedremo qui sotto l’ambiguità di comportamento nei suoi confronti.
Ma proprio per questo acquista particolare rilievo la sua estrema attenzione verso la Madre quando egli sta per morire (Giov 19,26): diventa segno nitido di come fede in Dio e amore parentale possono far sintesi.

Incredulità della famiglia di Gesù nei suoi riguardi
Un certo distanziamento di Gesù dalla sua famiglia non risulta soltanto dall’esigenza di un legame con un Mistero ancora più grande. Si fa inevitabile anche a causa dell’incomprensione che riceve da essa: “I suoi fratelli non credevano in lui” (Giov 7,5). Gesù lo farà presente con molto realismo ai discepoli, prospettando persecuzioni dai loro stessi cari (Mt 10,21), ed intanto ne diventa lui stesso icona concreta con la sua esperienza. Due fatti eclatanti.
“I suoi uscirono per prenderlo; poiché dicevano: È fuori di sé” (Mc 3,21). È il giudizio dei parenti (cf il v. 31). Vengono da Nazaret, dopo aver udito il successo di Gesù in Galilea e l’accusa di possessione diabolica da parte degli scribi.
È difficile vedere Maria complice del giudizio dei suoi. L’episodio della vera “famiglia” di cui Gesù parla subito dopo si attaglia bene a Maria, che “compie la volontà di Dio” pienamente (3,33-35).
È la visita di Gesù a Nazaret che manifesta al massimo la distanza dei parenti da Gesù, e più ampiamente dei membri di quella famiglia più vasta che sono i concittadini (Mc 6, 1-6). La ragione sta nella loro “incredulità” sull’origine e sulla natura di ciò che Gesù è e fa (i miracoli). Il tutto si aggrava in quel nominare piuttosto sprezzante i tanti parenti di Gesù, di dirlo saccentemente “figlio di Giuseppe”, per concludere che non vale più di loro. L’incredulità si fa scandalo, e dunque rottura insanabile.
“Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto” (Giov 1,11). Perché tutto ciò? È una reazione negativa contingente? O è in certo modo una costante che emerge là dove il mondo della sola natura, pur buona (e tale è la compagine familiare), non si apre al mondo della grazia?

Gesù considera i discepoli come sua vera famiglia
Nei Vangeli compare sovente la locuzione parentale “i suoi” relazionati a Gesù, come se egli determinasse con la sua presenza una sorta di parentado positivo rispetto ad uno negativo.
Senso negativo sta nel citato versetto di Giov 1,11 (“i suoi non l’hanno accolto”), ed è illustrato nei racconti precedenti; senso positivo invece appare laddove il criterio di parentela è Gesù stesso a fissarla. È emblematicamente detto nel discorso della Cena: “Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine” (Giov 13,1), e viene illuminato dal racconto di Mc 3, 31-35.
Singolare e conturbante inizio di tale racconto avviene ancora prima, quando – nota Marco – i “suoi” vennero per prenderlo, dicendo che è matto (Mc 3,21). Allora, “giunsero sua madre e i suoi fratelli e stando fuori lo mandarono a chiamare” (3,31). Lo dicono a Gesù: “Ecco, tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle sono fuori e ti cercano” (v. 32). Gesù reagisce: “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?” (v. 33). E fa un gesto significativo: “Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno (v. 34a) (Mt: “stendendo la mano verso i suoi discepoli”: 12,49), pronuncia la parola: “Ecco mia madre e i miei fratelli! Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre” (Mc 3,34-35; cf Lc 11,27-28). Si può pensare che qui Gesù si riferisca proprio ai Dodici poco prima chiamati (Mc 3, 13-19; v. pure Mt 28,10; Giov 20,17).
Con quello sguardo a 360 gradi Gesù simbolicamente supera la famiglia/steccato (a causa di razza, censo, cultura, religione, lo stesso sangue… in sé assolutizzati) e pone nell’accoglienza con amore della Parola di Dio (che è poi Gesù stesso) il fondamento verace di ogni legame naturale, aprendo anzi la via ad una straordinaria concezione di famiglia: famiglia vera è quella che si fa famiglia di Gesù, attorno a lui. Ciò vale per la famiglia carnale che trova così il suo senso profondo, ma vale per ogni uomo, anche senza famiglia (cf Mt 25,40) che in Gesù ne trova finalmente una formata da Lui e dagli altri discepoli. Vi è, in germe, la rappresentazione della Chiesa come la grande famiglia di Dio; vi è certamente il riconoscimento di Maria come “madre di Gesù”, dato che si è mostrata discepola fedele fin dal sì dell’annunciazione (Lc 1, 26-38).
In sintesi Gesù, dopo aver richiamato le radici divine della famiglia, contro ogni manipolazione di senso, ne spiega le conseguenze operative: non può essere fonte dei valori assoluti e dunque coercizione del destino individuale (da tale tipo Gesù ha voluto affermare fortemente, quasi bruscamente, la sua indipendenza); la famiglia agli occhi di Dio ha validità solo in quanto garante e promotore della missione del Regno; di qui il trasferimento del lessico ed esperienza familiare nei discepoli che lo accettano totalmente e radicalmente.

GLI INSEGNAMENTI DI GESÙ AI DISCEPOLI SULLA FAMIGLIA
È da prevedere che la concezione di famiglia di Gesù, che ci appare positiva, ma critica, tradizionale ed innovativa insieme, dopo essere stata testimoniata con atti tanto incisivi, sia stata insegnata e consegnata ai discepoli.
Dire insegnamento ai discepoli significa metter in rilievo un tratto del magistero di Cristo diverso da quello alla folla. È l’insegnamento in cui si congiungono parola e testimonianza del Maestro, con una cura pedagogica particolare, una sorta di iniziazione al Vangelo del Regno annunciato a tutti (cf Mc 4, 11.34). Il fatto allora che il magistero di Gesù sulla famiglia abbia – come vedremo – una singolare concentrazione nell’insegnamento ai discepoli, vuol dire che esso è di particolare valore, come se tra discepolato e legame familiare si desse una interiore dialettica, si richiamassero a vicenda. E cioè, il rapporto parentale ha un peso determinante, in bene e purtroppo anche negativamente, a riguardo della sequela di Gesù. Questo avvenne lui vivo e questo continuò nelle prime comunità di cristiani provenienti soprattutto dall’ebraismo. Si può supporre che è in tale contesto vitale di vocazione al discepolato che i detti “familiari” di Gesù furono mantenuti.
Tali detti puntualizzano tre aspetti nodali: fare il discepolo chiede di decidersi incondizionatamente per Cristo e subordinarvi ogni rapporto familiare anche più caro; anzi esige di sostenere una prevedibile, palese opposizione da parte dei propri cari; ma con Gesù la famiglia non si perde; si rifà “nuova”, per cui i legami non si spezzano, ma si ritrovano sull’ampiezza del Regno.

La necessità di una scelta
Lc 14,26 (Mt 10,37): “Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo”.
Vi sta l’ipotesi di un conflitto di doveri, non per sé un fatto inevitabile. Gesù stesso infatti riconosce che l’amore a Dio e al prossimo sono fatti per stare insieme (Mc 12, 28-31). Ma se il conflitto avviene, allora l’attaccamento requisito da Gesù ha lo stesso carattere assoluto di quello che è dovuto a Dio: “Non avrai altro Dio all’infuori di me” (Es 20,2). Nessun compromesso è ammesso.
La radicalità del principio, che per altro rivela il livello di autocoscienza divina di Gesù, ha modo di concretarsi con una serie di scenette biografiche (apoftegmi), che sono rimaste fortemente impresse nella memoria cristiana.
* Lc 9, 57-58; Mt 8,19-20: a chi intende seguirlo ovunque vada, Gesù risponde che “le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”: ossia la sua vita è precaria e dipende da chi gli dona accoglienza. Così sarà la vita del discepolo, senza più legami assicurati;
* Lc 9, 59-60; Mt 8, 21-22: ad uno che vuol seguirlo, ma prima chiede di andare a seppellire suo padre, Gesù risponde: “Lascia che i morti seppelliscano i loro morti”. È il tipico linguaggio paradossale semitico che serve a Gesù per bloccare ogni tentativo di differire la risposta al suo appello.
* Lc 9, 61-62: uno vuole seguire Gesù, ma chiede prima di congedarsi dai suoi (v. 1Re 19, 19-21). Gesù dice di no: “Nessuno che ha messo mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio”.
La nota è sempre eguale: da parte dei suoi discepoli Gesù non tollera mezze misure a proposito della loro famiglia.
“Il fatto di seguire Gesù spezza le abitudini che trattengono il discepolo, non gli permettono alcun altro impegno e gli chiedono un abbandono che lo leghi totalmente a Gesù: ecco ciò che è esposto in modo simbolico in questa scena concreta di vita” (R. Bultmann).

L’opposizione della famiglia
I vangeli propongono una serie di testi sulla divisione familiare che riecheggiano il carattere apocalittico della grande tribolazione che precede il giudizio escatologico del Messia. È proiezione nei tempi futuri di quanto aveva detto Michea: “Il figlio insulta suo padre, la figlia si rivolta contro la madre, la nuora contro la suocera, e i nemici dell’uomo sono quelli di casa sua” (7,6)
* “Non crediate che sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada. Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera: e i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa” (Mt 10, 34-36; cf Lc 12, 51-53). Non sono chiaramente assiomi matematici, ma profezia sulla direzione di marcia della storia, quando alla novità del Vangelo si contrappongono opzioni alternative, per quanto intime, anzi proprio perché tali. Il criterio di lettura resta ancora l’esperienza di Gesù trasmessa ai credenti.
* “Il fratello consegnerà a morte il fratello, il padre il figlio e i figli insorgeranno contro i genitori e li metteranno a morte. Voi sarete odiati da tutti a causa del mio nome” (Mc 13, 12-13). Qui la situazione è ancora più drammatica. Non solo il rigetto, ma la denuncia e la condanna a morte, eco forse di quanto capitava nella prima comunità. Non si resta neutri davanti al vangelo, e quelli che lo rifiutano diventano persecutori per quanti l’accolgono. Di qui implicito l’invito ai credenti di mettere un legame ancora più forte in Gesù che nei familiari.

Una famiglia nuova per quanti credono
Anteporre il “nome” di Cristo ad ogni altro legame significa esporsi alla sorte drammatica di “perdere” anche la famiglia, e in ogni caso si richiede al discepolo una netta e vigile subordinazione del rapporto con essa alla sequela del Maestro. Ebbene, come è proprio della logica delle beatitudini, Cristo vi corrisponde con una promessa inaudita e sommamente incoraggiante: tutti i credenti formeranno fin da ora una “nuova famiglia” con Lui.
Il testo fondamentale è Mc 10, 29-30: “In verità vi dico che se qualcuno abbandona casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi a causa mia e del vangelo, riceverà già al presente cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e nel futuro la vita eterna”.
A sette abbandoni (la totalità!) corrisponde la totalità delle promesse (che sono sei, ma vanno calcolate sette con la relazione al Padre, che non viene nominato perché egli è sempre presente ed operante nella scelta dei discepoli. Le promesse iniziano e finiscono con beni materiali, ma in mezzo sta il legame parentale. La ricompensa ha due tempi: ora e nell’eternità. Ora il centuplo: sono gli effetti della benedizione biblica che Dio non fa mancare ai suoi figli. Il cenno alle persecuzioni tiene aperta la tensione alla ricompensa celeste. In questo detto di Gesù si sente echeggiare l’esperienza della prima comunità cristiana, che pur esposta ai conflitti anche gravi dei compatrioti giudei (cf At 2, 13; 4,3; 27-29), vive una comunione reciproca come avviene al meglio nella famiglia tra fratelli, tra genitori e figli (At 2, 42-48).
Di fatto i primi cristiani avevano assunto il vocabolo di “fratelli” per nominarsi (cf At 2, 37: Fil 4,1; 1Giov 3, 14, ecc.); la comunità cristiana costituisce una fraternità: “Uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli” (Mt 23,8). Il legame che rende tutti i credenti dipendenti da un solo Padre e dal loro solo Maestro Cristo ha per effetto di creare tra i discepoli rapporti che non possono essere che fraterni: vivendoli realizzano ciò che sono: membri di una sola famiglia, la famiglia di Dio e di Gesù Cristo.

Conclusioni
La lettura della famiglia secondo il Vangelo costituisce il “Vangelo della famiglia”. Non si può negare che per la cultura di oggi (ma anche di ieri) sia un vangelo sconcertante, che come primo effetto chiama ad una ponderata riflessione, rompendo stereotipi ed automatismi di idee e prassi e superando la paralisi della paura che emerge anche tra cristiani praticanti intorno a questo argomento, stimolando ad un cammino di conversione e di fede di cui enunciamo qui gli articoli principali.
* Cristo non dice di no alla famiglia: la vuole come la vuole Dio. Ne parla tanto e forte perché è veramente tanto grande quanto delicata ed esposta al negativo. La famiglia non si giustifica da sé, ma fa parte del progetto rivelato di Dio. E in tale quadro deve essere letta, cioè nell’ottica della fede. Allora la famiglia appare come un segno sacramentale che va oltre “la carne e il sangue” perché porta in sé la dignità del mistero trinitario.
* Gesù afferma la famiglia vivendola per tre quarti della sua vita, incontrandola nelle persone e facendo ad essa del bene e richiamandone il disegno originale contro ogni abuso ed arbitrio. Il linguaggio familiare (espresso e vissuto) gli permette di dire Dio compiutamente.
* È innegabile nelle parole di Gesù l’istanza critica. Trattandone entro il piano di Dio, contesta una comprensione idolatrica, che la famiglia cioè possa essere cellula isolata ed autosufficiente nella verità e nei valori. Quando questo avviene, si compie il conflitto e si impone la scelta alternativa. Di fatto nella vita di Gesù ciò accade a causa di un mondo parentale eccessivo nei suoi confronti. Ma questa è rottura storica, non metafisica. Maria, sua Madre, è sua vera familiare; e in famiglie cristiane attuali Gesù si troverebbe bene.
* La famiglia va assunta in corrispondenza al modo con cui Gesù l’ha assunta e vissuta. La simmetria è palmare. Gesù e il suo progetto (il Regno) chiedono di essere il determinante assoluto, dal quale la famiglia prende valore o controvalore. Senza tale ottica la famiglia è come un’aquila senz’ali, un potenziale bloccato. Gesù, che pur ha una valutazione positiva della famiglia come “creatura di Dio” (Mc 10, 6-8), non si chiude in essa, la vede toccata dal peccato. E da buon lettore della Bibbia aveva di ciò una testimonianza impressionante: da Adamo ad Eva fino alla famiglia degli Erodi, in una delle quali un giorno una madre e una figlia chiesero la testa di Giovanni Battista (cf Mc 6, 22-28).
* Ma anche per Gesù i rapporti con lui e con Dio assumono il profilo e l’intensità affettiva della famiglia, più grande e più piena. È una familiarità interiore, spirituale, ma non meno reale con Dio e tra i credenti. Se ne fa segno visibile, istituito e necessario la chiesa, che è chiamata la “casa, o famiglia, di Dio” (Ebr 3, 5-6; 1Tim 3, 14-15).Ma qui viene la domanda se la Chiesa sa essere veramente famiglia di Dio.
La promessa di Cristo si fa esigenza seria tanto più quanto egli nella nuova famiglia pone l’approdo necessario di un esproprio altrimenti disumano!
È paradossale, ma proprio l’aver la rivelazione scelto il legame familiare per sottolineare la grandezza del rapporto con Cristo, indica il valore non transeunte di quello.
E infatti Gesù non toglie la famiglia, vi chiede di potervi entrare, e la rende “nuova creatura” (2Cor 5,17).

Articolo tratto da: NOTE DI PASTORALE GIOVANILE. Proposte per la maturazione umana e cristiana dei ragazzi e dei giovani, a cura del Centro Salesiano Pastorale Giovanile – Roma.

[1] Cf Dupont J., Jésus et la famille dans les evangiles, in Communautés et liturgie 62 (1980) 477-481.

Publié dans:BIBBIA, Bibbia - Nuovo Testamento, famiglia |on 18 décembre, 2014 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO – L’ASSEMBLEA STRAORDINARIA DEL SINODO DEI VESCOVI SULLA FAMIGLIA

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/audiences/2014/documents/papa-francesco_20141210_udienza-generale.html

PAPA FRANCESCO UDIENZA GENERALE.10 DICEMBRE 2014

Piazza San Pietro

Mercoledì, 10 dicembre 2014 – -

L’Assemblea Straordinaria del Sinodo dei Vescovi sulla Famiglia

Cari fratelli e sorelle, buongiorno.

abbiamo concluso un ciclo di catechesi sulla Chiesa. Ringraziamo il Signore che ci ha fatto fare questo cammino riscoprendo la bellezza e la responsabilità di appartenere alla Chiesa, di essere Chiesa, tutti noi.
Adesso iniziamo una nuova tappa, un nuovo ciclo, e il tema sarà la famiglia; un tema che si inserisce in questo tempo intermedio tra due Assemblee del Sinodo dedicate a questa realtà così importante. Perciò, prima di entrare nel percorso sui diversi aspetti della vita familiare, oggi desidero ripartire proprio dall’Assemblea sinodale dello scorso mese di ottobre, che aveva questo tema: “Le sfide pastorali sulla famiglia nel contesto della nuova evangelizzazione”. E’ importante ricordare come si è svolta e che cosa ha prodotto, come è andata e che cosa ha prodotto.
Durante il Sinodo i media hanno fatto il loro lavoro – c’era molta attesa, molta attenzione – e li ringraziamo perché lo hanno fatto anche con abbondanza. Tante notizie, tante! Questo è stato possibile grazie alla Sala Stampa, che ogni giorno ha fatto un briefing. Ma spesso la visione dei media era un po’ nello stile delle cronache sportive, o politiche: si parlava spesso di due squadre, pro e contro, conservatori e progressisti, eccetera. Oggi vorrei raccontare quello che è stato il Sinodo.
Anzitutto io ho chiesto ai Padri sinodali di parlare con franchezza e coraggio e di ascoltare con umiltà, dire con coraggio tutto quello che avevano nel cuore. Nel Sinodo non c’è stata censura previa, ma ognuno poteva – di più doveva – dire quello che aveva nel cuore, quello che pensava sinceramente. “Ma, questo farà discussione”. E’ vero, abbiamo sentito come hanno discusso gli Apostoli. Dice il testo: è uscita una forte discussione. Gli Apostoli si sgridavano fra loro, perché cercavano la volontà di Dio sui pagani, se potevano entrare in Chiesa o no. Era una cosa nuova. Sempre, quando si cerca la volontà di Dio, in un’assemblea sinodale, ci sono diversi punti di vista e c’è la discussione e questo non è una cosa brutta! Sempre che si faccia con umiltà e con animo di servizio all’assemblea dei fratelli. Sarebbe stata una cosa cattiva la censura previa. No, no, ognuno doveva dire quello che pensava. Dopo la Relazione iniziale del Card. Erdö, c’è stato un primo momento, fondamentale, nel quale tutti i Padri hanno potuto parlare, e tutti hanno ascoltato. Ed era edificante quell’atteggiamento di ascolto che avevano i Padri. Un momento di grande libertà, in cui ciascuno ha esposto il suo pensiero con parresia e con fiducia. Alla base degli interventi c’era lo “Strumento di lavoro”, frutto della precedente consultazione di tutta la Chiesa. E qui dobbiamo ringraziare la Segreteria del Sinodo per il grande lavoro che ha fatto sia prima che durante l’Assemblea. Davvero sono stati bravissimi.
Nessun intervento ha messo in discussione le verità fondamentali del Sacramento del Matrimonio, cioè: l’indissolubilità, l’unità, la fedeltà e l’apertura alla vita (cfr Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 48; Codice di Diritto Canonico, 1055-1056). Questo non è stato toccato.
Tutti gli interventi sono stati raccolti e così si è giunti al secondo momento, cioè una bozza che si chiama Relazione dopo la discussione. Anche questa Relazione è stata svolta dal Cardinale Erdö, articolata in tre punti: l’ascolto del contesto e delle sfide della famiglia; lo sguardo fisso su Cristo e il Vangelo della famiglia; il confronto con le prospettive pastorali.
Su questa prima proposta di sintesi si è svolta la discussione nei gruppi, che è stato il terzo momento. I gruppi, come sempre, erano divisi per lingue, perché è meglio così, si comunica meglio: italiano, inglese, spagnolo e francese. Ogni gruppo alla fine del suo lavoro ha presentato una relazione, e tutte le relazioni dei gruppi sono state subito pubblicate. Tutto è stato dato, per la trasparenza perché si sapesse quello che accadeva.
A quel punto – è il quarto momento – una commissione ha esaminato tutti i suggerimenti emersi dai gruppi linguistici ed è stata fatta la Relazione finale, che ha mantenuto lo schema precedente – ascolto della realtà, sguardo al Vangelo e impegno pastorale – ma ha cercato di recepire il frutto dalle discussioni nei gruppi. Come sempre, è stato approvato anche un Messaggio finale del Sinodo, più breve e più divulgativo rispetto alla Relazione.
Questo è stato lo svolgimento dell’Assemblea sinodale. Alcuni di voi possono chiedermi: “Hanno litigato i Padri?”. Ma, non so se hanno litigato, ma che hanno parlato forte, sì, davvero. E questa è la libertà, è proprio la libertà che c’è nella Chiesa. Tutto è avvenuto “cum Petro et sub Petro”, cioè con la presenza del Papa, che è garanzia per tutti di libertà e di fiducia, e garanzia dell’ortodossia. E alla fine con un mio intervento ho dato una lettura sintetica dell’esperienza sinodale.
Dunque, i documenti ufficiali usciti dal Sinodo sono tre: il Messaggio finale, la Relazione finale e il discorso finale del Papa. Non ce ne sono altri.
La Relazione finale, che è stata il punto di arrivo di tutta la riflessione delle Diocesi fino a quel momento, ieri è stata pubblicata e viene inviata alle Conferenze Episcopali, che la discuteranno in vista della prossima Assemblea, quella Ordinaria, nell’ottobre 2015. Dico che ieri è stata pubblicata – era già stata pubblicata -, ma ieri è stata pubblicata con le domande rivolte alle Conferenze Episcopali e così diventa proprio Lineamenta del prossimo Sinodo.
Dobbiamo sapere che il Sinodo non è un parlamento, viene il rappresentante di questa Chiesa, di questa Chiesa, di questa Chiesa… No, non è questo. Viene il rappresentante, sì, ma la struttura non è parlamentare, è totalmente diversa. Il Sinodo è uno spazio protetto affinché lo Spirito Santo possa operare; non c’è stato scontro tra fazioni, come in parlamento dove questo è lecito, ma un confronto tra i Vescovi, che è venuto dopo un lungo lavoro di preparazione e che ora proseguirà in un altro lavoro, per il bene delle famiglie, della Chiesa e della società. E’ un processo, è il normale cammino sinodale. Ora questa Relatio torna nelle Chiese particolari e così continua in esse il lavoro di preghiera, riflessione e discussione fraterna al fine di preparare la prossima Assemblea. Questo è il Sinodo dei Vescovi. Lo affidiamo alla protezione della Vergine nostra Madre. Che Lei ci aiuti a seguire la volontà di Dio prendendo le decisioni pastorali che aiutino di più e meglio la famiglia. Vi chiedo di accompagnare questo percorso sinodale fino al prossimo Sinodo con la preghiera. Che il Signore ci illumini, ci faccia andare verso la maturità di quello che, come Sinodo, dobbiamo dire a tutte le Chiese. E su questo è importante la vostra preghiera.

 

FAMIGLIA E FRAGILITÀ ALLA LUCE DELLA FEDE

http://www.fttr.it/pls/fttr/v3_s2ew_consultazione.mostra_pagina?id_pagina=1361

FAMIGLIA E FRAGILITÀ ALLA LUCE DELLA FEDE

Facoltà Teologica del Triveneto, Giornata di studio

«Fragile come frantumabile e quindi bisognoso di attenzione e di cura perché prezioso» così il preside della Facoltà teologica del Triveneto, prof. Roberto Tommasi, citando le Etimologie di Isidoro di Siviglia, ha aperto la giornata di studio svoltasi mercoledì 14 novembre 2012 nell’aula tesi della Fttr, promossa dal biennio di specializzazione in teologia pastorale e dedicata al tema La famiglia nelle situazioni di fragilità. Non c’è solo un negativo in quell’aggettivo “fragile”, dunque, ma pure un positivo, che chiede la salvaguardia di ciò che è vulnerabile, sia costitutivamente sia per cause contingenti. Sulla fragilità come condizione dell’umano si è soffermato l’intervento di Riccardo Battocchio, docente di teologia sistematica alla Fttr (Il limite, la fragilità, il peccato. Contributi dell’antropologia teologica all’interpretazione della condizione umana). C’è una fragilità ontologica (il limite ci definisce come esseri finiti, come creature), una fragilità esistenziale (le tensioni che abitano la vita degli umani), una fragilità teologica (il peccato che è, alla radice, un’assolutizzazione di sé, un rifiuto della propria finitudine). Questa fragilità “nativa”, nei tre sensi indicati, «non deve essere vista in negativo – ha sottolineato Battocchio – ma richiamare piuttosto a un sereno rapporto con l’“umano”, evitando la contrapposta retorica dell’auto-assoluzione (siamo fragili: non è colpa nostra) o dell’esercizio del potere (siete fragili: dovete affidarvi a me)». Se la fragilità non si può escludere, dunque, bisogna avere l’onestà di riconoscere i limiti e il coraggio di fare i conti con le fragilità esistenziali.
In tutto ciò l’uomo, e la famiglia, non sono lasciati soli. In tutta la Scrittura la vicenda amorosa dell’uomo e della donna risulta intrecciata con quella del loro rapporto con Dio: la solidità coniugale trova fondamento nella rivelazione cristiana e nel legame con Cristo. Proprio allo sviluppo di questo aspetto è stata dedicata la relazione di Aristide Fumagalli, docente di teologia morale al seminario arcivescovile di Milano (L’uomo non divida quello che Dio ha congiunto. Fragilità e solidità coniugale alla luce della Bibbia). « Il matrimonio cristiano – ha detto – non è il legame amoroso che un uomo e una donna stabiliscono in proprio, ma il legame tra un uomo e una donna che sorge a causa dell’amore di Cristo. Ciò che Dio congiunge indissolubilmente, “sicché non sono più due, ma una sola carne”, e che dunque è inseparabile dall’uomo, non sono immediatamente un uomo e una donna, pur innamorati, ma un uomo e una donna che si amano in Cristo, che cioè, pur con tutto il realismo di chi rimane debole e peccatore, fanno del “come” Cristo ha amato il criterio ispiratore e la forza vitale della loro relazione amorosa. Sembra dunque di poter dire che l’unione prospettata all’uomo e alla donna è a loro donata da Cristo, il quale, per mezzo dello Spirito, li unisce attraendoli a sé». Fumagalli ha concluso: «La chiesa è invitata a prendere in seria considerazione la “drammatica matrimoniale”, nella quale la grazia si offre certo come risorsa decisiva affinché l’amore di coppia sia solido, sino all’indissolubilità, senza tuttavia che si possa escludere la fragilità, data l’eventualità che i due, essendo liberi, non corrispondano alla grazia loro donata di amarsi come Cristo ha amato, “sino alla fine”».
E se la famiglia non ce la fa? Se la frattura fra i coniugi è irreparabile? La ricerca di una risposta alla questione è stata affrontata da Basilio Petrà, docente di teologia morale alla Facoltà teologica dell’Italia centrale (Quando le fragilità diventano fallimento…). Di fronte al fallimento matrimoniale e alla possibilità di nuove unioni, ha spiegato, già dal primo millennio le chiese hanno messo in atto due tipi di strategie. La strategia orientale (delle chiese non cattoliche) ha accettato l’idea che qualcosa fatto dall’uomo possa ferire mortalmente il matrimonio (il peccato di adulterio, cfr. Matteo 5,32 e 19,32) e quindi ha aperto a un nuovo inizio. La strategia latina, invece, non ha accettato il divorzio e la possibilità di nuove nozze; di fronte alla crisi irreversibile di un matrimonio, per fronteggiare situazioni di vita delle persone che, non sanate, possono portare a mali maggiori, la dottrina canonica ha elaborato la categoria della nullità del consenso nuziale e sviluppato il potere del pontefice di scioglimento del matrimonio “rato e non consumato”. «Oggi – ha affermato Petrà – c’è un coinvolgimento delle coppie “irregolari” nella vita della chiesa, seppure in situazione di digiuno eucaristico, e si favoriscono percorsi di tipo biblico, spirituale, psicologico. Altre ipotesi, se non sono accettate dal magistero, sono però studiate con attenzione. Sarà necessario arrivare a una soluzione, in chiave di continuità con la tradizione latina, per dare una risposta alla sofferenza che tocca oggi tante persone. La chiesa deve trovare il modo di essere chiesa per tutti i suoi figli».

Paola Zampieri

Publié dans:famiglia |on 5 novembre, 2014 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO: CONCLUSIONE DEL SINODO STRAORDINARIO SULLA FAMIGLIA E BEATIFICAZIONE DEL SERVO DI DIO PAPA PAOLO VI

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SANTA MESSA PER LA CONCLUSIONE DEL SINODO STRAORDINARIO SULLA FAMIGLIA
E BEATIFICAZIONE DEL SERVO DI DIO PAPA PAOLO VI

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Piazza San Pietro

Domenica, 19 ottobre 2014

Abbiamo appena ascoltato una delle frasi più celebri di tutto il Vangelo: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» (Mt 22,21).
Alla provocazione dei farisei che, per così dire, volevano fargli l’esame di religione e condurlo in errore, Gesù risponde con questa frase ironica e geniale. È una risposta ad effetto che il Signore consegna a tutti coloro che si pongono problemi di coscienza, soprattutto quando entrano in gioco le loro convenienze, le loro ricchezze, il loro prestigio, il loro potere e la loro fama. E questo succede in ogni tempo, da sempre.
L’accento di Gesù ricade certamente sulla seconda parte della frase: «E (rendete) a Dio quello che è di Dio». Questo significa riconoscere e professare – di fronte a qualunque tipo di potere – che Dio solo è il Signore dell’uomo, e non c’è alcun altro. Questa è la novità perenne da riscoprire ogni giorno, vincendo il timore che spesso proviamo di fronte alle sorprese di Dio.
Lui non ha paura delle novità! Per questo, continuamente ci sorprende, aprendoci e conducendoci a vie impensate. Lui ci rinnova, cioè ci fa “nuovi” continuamente. Un cristiano che vive il Vangelo è “la novità di Dio” nella Chiesa e nel Mondo.
E Dio ama tanto questa “novità”! «Dare a Dio quello che è di Dio», significa aprirsi alla Sua volontà e dedicare a Lui la nostra vita e cooperare al suo Regno di misericordia, di amore e di pace.Qui sta la nostra vera forza, il fermento che la fa lievitare e il sale che dà sapore ad ogni sforzo umano contro il pessimismo prevalente che ci propone il mondo. Qui sta la nostra speranza perché la speranza in Dio non è quindi una fuga dalla realtà, non è un alibi: è restituire operosamente a Dio quello che Gli appartiene. È per questo che il cristiano guarda alla realtà futura, quella di Dio, per vivere pienamente la vita – con i piedi ben piantati sulla terra – e rispondere, con coraggio, alle innumerevoli sfide nuove.
Lo abbiamo visto in questi giorni durante il Sinodo straordin
ario dei Vescovi – “Sinodo” significa «camminare insieme». E infatti, pastori e laici di ogni parte del mondo hanno portato qui a Roma la voce delle loro Chiese particolari per aiutare le famiglie di oggi a camminare sulla via del Vangelo, con lo sguardo fisso su Gesù. È stata una grande esperienza nella quale abbiamo vissuto la sinodalità e la collegialità, e abbiamo sentito la forza dello Spirito Santo che guida e rinnova sempre la Chiesa chiamata, senza indugio, a prendersi cura delle ferite che sanguinano e a riaccendere la speranza per tanta gente senza speranza.
Per il dono di questo Sinodo e per lo spirito costruttivo offerto da tutti, con l’Apostolo Paolo: «Rendiamo sempre grazie a Dio per tutti voi, ricordandovi nelle nostre preghiere» (1Ts 1,2). E lo Spirito Santo che in questi giorni operosi ci ha donato di lavorare generosamente con vera libertà e umile creatività, accompagni ancora il cammino che, nelle Chiese di tutta la terra, ci prepara al Sinodo Ordinario dei Vescovi del prossimo ottobre 2015. Abbiamo seminato e continueremo a seminare con pazienza e perseveranza, nella certezza che è il Signore a far crescere quanto abbiamo seminato (cfr 1Cor 3,6).
In questo giorno della beatificazione di Papa Paolo VI mi ritornano alla mente le sue parole, con le quali istituiva il Sinodo dei Vescovi: «scrutando attentamente i segni dei tempi, cerchiamo di adattare le vie ed i metodi … alle accresciute necessità dei nostri giorni ed alle mutate condizioni della società» (Lett. ap. Motu proprio Apostolica sollicitudo).
Nei confronti di questo grande Papa, di questo coraggioso cristiano, di questo instancabile apostolo, davanti a Dio oggi non possiamo che dire una parola tanto semplice quanto sincera ed importante: grazie! Grazie nostro caro e amato Papa Paolo VI! Grazie per la tua umile e profetica testimonianza di amore a Cristo e alla sua Chiesa!
Nelle sue annotazioni personali, il grande timoniere del Concilio, all’indomani della chiusura dell’Assise conciliare, scrisse: «Forse il Signore mi ha chiamato e mi tiene a questo servizio non tanto perché io vi abbia qualche attitudine, o affinché io governi e salvi la Chiesa dalle sue presenti difficoltà, ma perché io soffra qualche cosa per la Chiesa, e sia chiaro che Egli, e non altri, la guida e la salva» (P. Macchi, Paolo VI nella sua parola, Brescia 2001, pp. 120-121). In questa umiltà risplende la grandezza del Beato Paolo VI che, mentre si profilava una società secolarizzata e ostile, ha saputo condurre con saggezza lungimirante – e talvolta in solitudine – il timone della barca di Pietro senza perdere mai la gioia e la fiducia nel Signore.
Paolo VI ha saputo davvero dare a Dio quello che è di Dio dedicando tutta la propria vita all’«impegno sacro, solenne e gravissimo: quello di continuare nel tempo e di dilatare sulla terra la missione di Cristo» (Omelia nel Rito di Incoronazione: Insegnamenti I, (1963), 26), amando la Chiesa e guidando la Chiesa perché fosse «nello stesso tempo madre amorevole di tutti gli uomini e dispensatrice di salvezza» (Lett. enc. Ecclesiam Suam, Prologo).

Publié dans:famiglia, PAPA FRANCESCO, Sinodo |on 20 octobre, 2014 |Pas de commentaires »

NOI, I NOSTRI FIGLI, E CRISTO

http://camcris.altervista.org/educfigli2.html

IL CAMMINO CRISTIANO

NOI, I NOSTRI FIGLI, E CRISTO

STUDIO TRATTO DAL SITO WWW.CRISTIANIEVANGELICI.COM

Essere dei genitori, impegnati nel portare i nostri figli a Cristo, è sicuramente fra i compiti più difficili da affrontare, sostenere e superare. Assistiamo, purtroppo, al fallimento dei figli di famiglie di credenti che conosciamo. Come possiamo agire meglio? E, osservando invece quelle famiglie che “ce l’hanno fatta”, ci domandiamo: qual è stato il loro segreto? Il nostro Creatore ha provveduto a fornirci un libro d’istruzioni: la Bibbia. È necessario fare tutto il possibile per mettere questi insegnamenti in pratica:

A. ESSERE INTERESSATI ALLA SALVEZZA DEI NOSTRI FIGLI
Può sembrare banale questo primo punto, ma mi chiedo: quanto veramente siamo interessati alla salvezza dei nostri figli? Questo desiderio è prioritario su tutte le altre cose?
Leslie Miller, nel suo libro sull’educazione dei bambini, dice: “È una tragedia vedere che molti genitori cristiani, siano maggiormente interessati al lavoro, alla casa, agli affari e al successo che non al benessere spirituale dei propri figli. Dopo, quando il figlio è cresciuto lontano dalla famiglia e da Dio, gli stessi genitori in lacrime implorano il pastore e gli anziani della Comunità affinché facciano qualcosa per il loro ragazzo. Satana non rimane inattivo. Se i genitori non conducono presto i loro figli a Cristo, è come se Satana stesse fissando una seria ipoteca sulla loro vita”.
I genitori possono provvedere il cibo, il vestiario, l’istruzione, tutte le necessità materiali ai propri figli, ma se non si preoccupano della quotidiana influenza di Dio su di loro e non si curano di soddisfare i loro bisogni spirituali, li stanno privando di una grande eredità.
Quando Paolo scrisse a Timoteo, gli ricordò che la sua stessa fede era anche in sua madre Eunice e, prima ancora, nella nonna Loide: “Ricordo infatti la fede sincera che è in te, la quale abitò prima in tua nonna Loide e in tua madre Eunice, e, sono convinto, abita pure in te” (2 Timoteo 1:5).
Alcune generazioni fa, Andrew Murray disse: “Il più grande pericolo per la Chiesa di Cristo, non è l’incredulità o la superstizione, ma è lo spirito del mondo che s’insinua nelle famiglie dei cristiani, che sacrificano i figli all’ambizione e alla società, alle ricchezze e all’amicizia del mondo. Se ogni famiglia fosse vincitrice per Cristo, se fosse una scuola d’addestramento al Suo servizio, avremmo trovato il segreto della forza spirituale”.
Nessuna famiglia può essere cristiana, fino a quando Cristo non è invitato, ricevuto e messo al centro dei pensieri e delle attività della famiglia stessa. Molto interessante è la definizione di Paul Payne: “La famiglia cristiana è una famiglia dove Cristo è conosciuto, amato, servito, dove i figli vengono alla conoscenza per mezzo dei genitori, dove l’educazione cristiana dei figli ha la precedenza sull’ambizione sociale della madre e sugli obiettivi di lavoro del padre. Dove il padre è ben deciso a svolgere la sua attività in conformità alla volontà di Cristo, dove sia il padre, sia la madre, vivono in modo conforme agli alti ideali cristiani, dove gli occhi vedono lontani orizzonti di un mondo che si dà a Cristo”.
La Bibbia c’informa che i figli sono un dono del Signore e in quanto tali, nessuno deve farne poca stima, ma del continuo deve preoccuparsi principalmente della salvezza della loro anima: “Ecco, i figli sono un dono che viene dal Signore; il frutto del grembo materno è un premio. Come frecce nelle mani di un prode, così sono i figli della giovinezza. Beati coloro che ne hanno piena la faretra! Non saranno confusi quando discuteranno con i loro nemici alla porta” (Salmo 127:3-5).

B. INSEGNARE LA PAROLA DI DIO
Dio invitò gli Israeliti ad insegnare la legge divina ai loro figli. Ricevettero istruzioni anche sul come farlo. Essi dovevano parlare dei comandamenti di Dio in ogni istante della giornata. Tale deve essere anche il nostro impegno: “Vi metterete dunque nel cuore e nell’anima queste mie parole; ve le legherete alla mano come un segno e ve le metterete sulla fronte in mezzo agli occhi; le insegnerete ai vostri figli, parlandone quando te ne starai seduto in casa tua, quando sarai in viaggio, quando ti coricherai e quando ti alzerai; le scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle porte delle tue città, affinché i vostri giorni e i giorni dei vostri figli, nel paese che il Signore giurò di dare ai vostri padri siano numerosi come i giorni dei cieli al di sopra della terra” (Deuteronomio 11:18-20).
Da questi versi impariamo che dobbiamo parlare del Signore ai nostri figli:
1. “Quando siamo in casa”. Dobbiamo sfruttare l’opportunità per fare dei confronti, inculcare valori e guidare il pensiero in seno alla nostra famiglia.
2. “Quando sarai per la via”. In viaggio, durante un picnic, o quando guidiamo l’automobile.
3. “Quando ti coricherai”. L’ora della buonanotte costituisce una buona opportunità per insegnare la Parola. Quando rimbocchi le coperte ai bambini e quando vai in camera tua, puoi mettere la tua famiglia nelle mani del Signore: “In pace mi coricherò e in pace dormirò, perché tu solo, o Signore, mi fai abitare al sicuro” (Salmo 4:8).
4. “Quando ti alzerai”. Le compassioni del Signore si rinnovano ogni mattina e questo dobbiamo del continuo ricordarlo ai nostri figli ed anche a noi: “È una grazia del Signore che non siamo stati completamente distrutti; le sue compassioni infatti non sono esaurite; si rinnovano ogni mattina. Grande è la tua fedeltà!” (Lamentazioni 3:22,23).
Una sorella ha rifiutato una lavastoviglie preferendo di lavare i piatti a mano insieme alle figlie, perché dopo ogni pasto era questo un momento di comunione con loro, un momento per parlare con loro ed ascoltarli.
Dio vuole che imprimiamo la sua Parola nei nostri cuori. Allora essa influenzerà realmente i nostri atteggiamenti e il nostro intero modo di vivere.

C. PREGARE INSIEME
Può una famiglia essere cristiana senza la preghiera? La giornata ci offre tanti momenti e possibilità per pregare, lodare e ringraziare il Signore insieme ai nostri figli. La mattina appena svegli o prima che vadano a scuola quando sono magari preoccupati per un compito in classe o per un’interrogazione, preghiamo con loro e per loro. Prima di partire per una gita la famiglia riunita può pregare per avere protezione; oppure, alla fine d’una serata trascorsa in allegria e serenità, il modo migliore di terminare per tutta la famiglia è quello di ringraziare Dio. Naturalmente, questi momenti di preghiera dovranno essere una spontanea e sentita espressione del cuore, mai una superficiale esibizione di pietà formale.

Oltre che a casa la famiglia pregherà anche in chiesa. È una bellissima scena quella di vedere una famiglia venire insieme in Chiesa. Cantare, pregare e adorare il Signore. Anche la famiglia terrena di Gesù andava insieme ad adorare Dio: “I suoi genitori andavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando giunse all’età di dodici anni, salirono a Gerusalemme, secondo l’usanza della festa” (Luca 2:41,42).
Chinare il capo per una breve preghiera all’inizio d’ogni pasto è molto utile per stabilire una benedetta relazione con Dio. Gesù aveva l’abitudine di ringraziare prima di mangiare: “Poi Gesù prese i cinque pani e i due pesci, e, alzati gli occhi verso il cielo, benedisse e spezzò i pani, e li dava ai discepoli, affinché li distribuissero alla gente; e divise pure i due pesci fra tutti. Tutti mangiarono e furono sazi” (Marco 6:41,42).
Peraltro questa è una delle prime occasioni in cui il bambino impara a partecipare alla preghiera; ben presto chinerà il capo per dire “Amen”, quando il padre avrà concluso la preghiera. Dal canto loro i genitori cristiani insegneranno ai loro bambini a pregare, aiutandoli dapprima ad imparare a memoria delle preghiere di ringraziamento ed incoraggiandoli poi a far da soli. La preghiera prima di andare a letto fatta insieme ai bambini rafforza l’atmosfera cristiana della casa. É senz’altro un’utile cosa che ì più piccoli si uniscano ogni sera ai genitori nel chiudere la giornata ringraziando Dio. Il bacio della buona notte e la preghiera possono risparmiare, nel futuro, molte lacrime di pentimento e di dolore ai genitori. La malattia, le necessità, la privazione quando un visitatore lascia la casa, sono altre opportunità per pregare. La preghiera deve sorgere naturalmente e frequentemente nella mente del cristiano, durante le sue quotidiane esperienze. Inoltre, ogni membro della famiglia deve avere il tempo per la preghiera privata; questo è importantissimo. Bisogna pregare per cose ben precise ed è necessario citare i nomi delle persone per le quali si prega. Si preghi l’uno per l’altro, si crei un’atmosfera serena, di modo che i bambini possano parlare dei loro problemi e delle loro necessità. Si preghi per le decisioni che la famiglia deve prendere: “Riconoscilo in tutte le tue vie ed egli appianerà i tuoi sentieri” (Proverbi 3:6).
Ogni bambino merita l’eredità di genitori che pregano. Una donna disse un giorno: “Mio padre morì quando avevo nove anni, ma durante quei nove anni avevamo sempre avuto il culto in famiglia. Il caro ricordo di mio padre che pregava per me ha inondato la mia anima di grazia e di forza in questi quarant’anni”.
Che gran perdita per quei bambini che non hanno un simile ricordo! Infine fattori che possono riunire la famiglia nella preghiera sono i momenti tristi, quelli in cui gravi malattie, difficoltà, la morte di qualche congiunto, colpiscono la famiglia e la legano nel dolore e nella sofferenza. Allora la famiglia prega insieme per necessità, ma ci si augura che questa comunione spirituale si ha sempre, perché, se non c’è in tempi normali, difficilmente l’unione, si potrà trovare nei momenti difficili: “Non cessate mai di pregare; in ogni cosa rendete grazie, perché questa è la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi. Non spegnete lo Spirito” (1Tessalonicesi 5:17-19).
I cristiani sono esortati a non “cessare mai di pregare”. Ciò non vuol dire che bisogna stare in ginocchio continuamente o sempre con gli occhi chiusi in meditazione, ma bisogna stare in continua comunione con Dio per mezzo dello Spirito Santo. Mi piace pensare a Giobbe che ogni giorno si alzava e pregava per la sua famiglia. Era il sacerdote, l’intercessore, le sue preghiere erano importanti. Satana stesso dà testimonianza dell’efficacia del riparo di Dio attorno a Giobbe. I dardi di Satana non lo potevano raggiungere. Possiamo costruire un riparo di preghiera e di fede attorno alla nostra famiglia per questa ragione dobbiamo pregare per i nostri figli, ma anche con i nostri figli: “C’era nel paese di Uz un uomo che si chiamava Giobbe. Quest’uomo era integro e retto; temeva Dio e fuggiva il male. Gli erano nati sette figli e tre figlie; possedeva settemila pecore, tremila cammelli, cinquecento paia di buoi, cinquecento asine e una servitù molto numerosa. Quest’uomo era il più grande di tutti gli Orientali. I suoi figli erano soliti andare gli uni dagli altri e a turno organizzavano una festa; e mandavano a chiamare le loro tre sorelle perché venissero a mangiare e a bere con loro. Quando i giorni della festa terminavano, Giobbe li faceva venire per purificarli; si alzava di buon mattino e offriva un olocausto per ciascuno di essi, perché diceva: «Può darsi che i miei figli abbiano peccato e abbiano rinnegato Dio in cuor loro». Giobbe faceva sempre così” (Giobbe 1:1-5).
La preghiera non unisce soltanto i genitori, ma rende unita e salda tutta quanta la famiglia, spingendola a servire concretamente il Signore: “E se vi sembra sbagliato servire il Signore, scegliete oggi chi volete servire: o gli dei che i vostri padri servirono di là dal fiume o gli dei degli Amorei, nel paese dei quali abitate; quanto a me e alla casa mia, serviremo il Signore” (Giosuè 24:15).
Come capo della sua casa Giosuè creò una base, assicurandole l’unione nel proposito di fare la volontà del Signore. Troppe famiglie oggi si dibattono spiritualmente per la mancanza di un capo che faccia da portavoce.
Cornelio era un uomo di preghiera e temeva Dio con tutta la sua casa. Mentre pregava ebbe una visione, nella quale ricevette l’ordine di mandare a chiamare Pietro; egli ubbidì e mentre lo aspettava, chiamò i suoi parenti e i suoi amici intimi (Atti 10:1-2,24).
Il carceriere di Filippi non volle servire Dio da solo, egli condusse Paolo e Sila a casa sua, affinché anche la sua famiglia potesse udire, credere e giubilare (Atti 16:27-34).
Qualcuno ha detto giustamente: “La famiglia che prega insieme resta unita”. Partecipando alla preghiera della famiglia, i vari componenti lottano per lo stesso scopo. Per mezzo della preghiera, della lettura della Bibbia, ciascuno riceve coraggio, conforto e speranza, realizzando così una vita in comunione con Dio e con gli altri. Anche i bambini possono lodare il Signore: “Dalla bocca dei bambini e dei lattanti hai tratto una forza” (Salmi 8:2).
La preghiera deve essere parte integrante della vita d’ogni famiglia cristiana. Dai seguenti versetti si può vedere il valore di questa benedetta attività:
- Matteo 21:22: «Tutte le cose che domanderete in preghiera, se avete fede, le otterrete».
- Romani 12:12: “Siate allegri nella speranza, pazienti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera”.
- Giacomo 5:16: “Pregate gli uni per gli altri affinché siate guariti; la preghiera del giusto ha una grande efficacia”.
- 1 Pietro 3:12: “Gli occhi del Signore sono sui giusti e i suoi orecchi sono attenti alle loro preghiere”.

D. ISTRUIRLI
I genitori cristiani si preoccupano dell’istruzione scolastica a volte in modo esagerato. Ma quanto è importante per noi l’istruzione biblica? Le attitudini cristiane sono formate e rafforzate nella famiglia per mezzo dell’istruzione diretta. Dal tempo in cui al bambino è detto: “Non lo fare!” al tempo in cui il padre espone al figlio adulto la sua opinione personale, ha luogo l’istruzione. Il genitore credente deve inculcare la Parola di Dio in suo figlio: “Questi comandamenti, che oggi ti do, ti staranno nel cuore; li inculcherai ai tuoi figli” (Deuteronomio 6:6,7).
Il verbo inculcare comporta un lavoro fatto con diligenza, non un lavoro fatto accidentalmente o sporadicamente; un lavoro costante, di tutti i giorni.
Inculcare può sembrare un verbo un po’ forte; in effetti, il senso è proprio quello di calcare, riempire. È chiaro che non si risolve tutto con una dose unica di buoni precetti da far digerire in età avanzata; perciò è inutile una grande dose, ma c’è bisogno di un poco al giorno per tanti e tanti giorni, per imprimere ciò che è buono. Non eviteremo ai nostri figli momenti d’incertezza e di crisi, ma così saranno meglio equipaggiati per affrontarli: “Insegna al ragazzo la condotta che deve tenere; anche quando sarà vecchio non se ne allontanerà” (Proverbi 22:6).
Questo verso contiene una splendida promessa, e se noi siamo perseveranti nell’insegnare i giusti principi ai nostri figli, è certo che non li dimenticheranno mai, neppure da vecchi.
Se oggi tutti i genitori cristiani seguissero le direttive bibliche, il fuoco del Signore brucerebbe in molti cuori ed in molte case: “Quel che abbiamo udito e conosciuto, e che i nostri padri ci hanno raccontato, non lo nasconderemo ai loro figli; diremo alla generazione futura le lodi del Signore, la sua potenza e le meraviglie che egli ha operate” (Salmo 78:3-4).
È molto probabile che i figli educati al culto in famiglia conservino nella famiglia che formeranno per conto loro, questa benefica abitudine. Inoltre la migliore garanzia che i figli rimangano fedeli a Cristo e edifichino una casa cristiana per proprio conto, è quella di far partecipare tutti, con crescente soddisfazione, al culto in famiglia.
Scrive ancora Norman Williams: “La più grande benedizione del culto in famiglia è che i bambini imparano fin dai primi anni di vita a riporre la loro speranza in Dio e senza dubbio, non si troveranno mai in mezzo a quella grande moltitudine di giovani confusi che vanno alla deriva, che non hanno fiducia in Dio e che follemente ripongono la loro speranza nelle cose terrene soltanto per gridare dopo: vanità delle vanità!”
Il genitore credente, ha il compito di istruire i figli con diligenza: “Venite, figlioli, ascoltatemi; io v’insegnerò il timor del Signore” (Salmo 34:11).
L’istruzione non è limitata ad un’ora di tempo o ai momenti in cui i genitori aiutano il figlio ad imparare a memoria un versetto, ad apprendere una verità o un concetto nuovo. L’istruzione non funziona con “l’interruttore”. I genitori devono insegnare ai propri figli le verità spirituali, la realtà della vita e la ragione della stessa vita. Se ai bambini mancano queste informazioni non é colpa della scuola o della Chiesa o delle altre istituzioni poiché quest’insegnamento è compito fondamentale dei genitori. Non si può formare un carattere cristiano solo nel tempo trascorso a una scuola domenicale. L’insegnamento domenicale deve essere completato da una settimana d’esperienza, d’apprendimento e di pratica cristiana, sotto la guida dei genitori. Chi, più dei genitori, è qualificato ad istruire i fanciulli per quanto riguarda il piano di Dio?

E. ESSERE DI ESEMPIO
L’esempio è la più grande lezione che i genitori possono dare ai loro figli. Possiamo parlare ai nostri bambini della fede, ma se poi non vedono in noi completa fiducia nel Signore, cosa penseranno? Possiamo parlare loro della pace di Gesù, ma se poi ci vedono sempre nervosi, constateranno la nostra ipocrisia. Se affermiamo che la Bibbia è la Parola di Dio e poi la leggiamo raramente o non la mettiamo in pratica, non comprenderanno la sua importanza. Se diciamo ai nostri figli che Gesù si prende cura di noi e poi al primo sintomo, corriamo al medico o c’imbottiamo di medicine impareranno presto anche loro l’antico proverbio: “Medico, cura te stesso”. Si deve sinceramente insegnare al proprio figlio che l’onestà è il valore più alto. A volte però accade che se per telefono chiama qualcuno con cui non si desidera parlare, il bambino deve rispondere che non si è in casa. Egli considererà onesta la falsità. Per aiutare un bambino ad “afferrare la fede”, i suoi genitori devono manifestare una vita consacrata a Dio e al Suo servizio. Un figlio desidererà un’esperienza cristiana simile a quella dei genitori, se si renderà conto che questi tengono in grande considerazione la loro esperienza col Signore. L’esempio produce un’influenza straordinaria, ma quando l’insegnamento e l’esempio si contraddicono, tutto diventa inutile. Il modo migliore per aiutare i figli a maturare spiritualmente è dare loro un esempio quotidiano. Non c’è bisogno di fare una predica di un’ora al giorno, c’è bisogno però di continuità, per mettere in pratica anche nelle situazioni quotidiane quello che noi abbiamo imparato. Per i bambini ciò che conta è un buon esempio, capiscono fin da piccoli se quello che vogliamo inculcare, noi lo abbiamo davvero imparato o se vogliamo far digerire loro una verità o una linea di condotta che per noi risulta un po’ indigesta. D’altra parte, se riusciamo a dare un buon esempio, non significa però che siamo esonerati dal parlare, anzi dobbiamo sfruttare le opportunità che ci si presentano per dire, con parole semplici, le grandi cose che il Signore ha fatto nella nostra vita personale e poi per ricordare le risposte che hanno coinvolto tutta la famiglia.
Charles Hostetter, nel suo libro “Come costruire una famiglia felice”, ha scritto: “I nostri figli non sono stupidi. Se vedono che la mamma non manca mai alle riunioni delle sue amiche, ma che le basta il minimo imprevisto per impedire alla famiglia di andare in Comunità, i bambini capiscono che cosa è più importante per lei. Se il padre frequenta assiduamente il suo circolo e non perde mai una partita di calcio, mentre va in chiesa molto di rado, dite un po’, se foste bambino ed osservaste vostro padre, che cosa pensereste della chiesa? L’esempio è l’ingrediente fondamentale, perché i fatti, contano più delle parole. Qui troviamo la vera prova che testimonia se una famiglia è cristiana o meno. I genitori possono adottare tutti gli accorgimenti suggeriti prima, ma se non costituiscono un esempio vivente di fede e di zelo davanti agli occhi dei figli, non concluderanno nulla, anzi saranno “rame risonante e uno squillante cembalo”.
Di Gesù è detto che prima fece e poi disse: “Infatti vi ho dato un esempio, affinché anche voi facciate come vi ho fatto io” (Giovanni 13:15).
L’esempio è fondamentale: “Sii di esempio ai credenti, nel parlare, nel comportamento, nell’amore, nella fede, nella purezza” (1Timoteo 4:12).
Lì dove l’esempio manca, si rischia di diventare bigotti, religiosi, ipocriti: “Ipocriti, ben profetizzò Isaia di voi quando disse: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il loro cuore è lontano da me. Invano mi rendono il loro culto” (Matteo 15:7-9).
Tale condotta è pericolosa, come ci ricorda Gesù: “Chi pertanto si farà piccolo come questo bambino, sarà lui il più grande nel regno dei cieli. E chiunque riceve un bambino come questo nel nome mio, riceve me. Ma chi avrà scandalizzato uno di questi piccoli che credono in me, meglio per lui sarebbe che gli fosse appesa al collo una macina da mulino e fosse gettato in fondo al mare. Guai al mondo a causa degli scandali! perché è necessario che avvengano degli scandali; ma guai all’uomo per cui lo scandalo avviene” (Matteo 18:4-7).
La guida della famiglia dipende più dall’esempio che dalla norma; ciò che i genitori sono parla più forte di ciò che dicono: “I figli del giusto, che cammina nella sua integrità, saranno beati dopo di lui” (Proverbi 20:7).
Alcuni psicologi affermano che ciò di cui i genitori discutono mentre la famiglia è a tavola è tra le cose che esercitano la più grande influenza nella vita del bambino. I credenti non dovrebbero discutere i problemi della chiesa, gli sbagli dei vicini e dei possibili errori del pastore davanti ai loro figli: non ci si può aspettare che i figli abbiano rispetto per la casa di Dio, per chi la frequenta, per chi la guida, se i genitori mormorano e screditano queste cose ai loro occhi. La conversazione dannosa deve essere sostituita con quella che glorifica Dio. “Fate ogni cosa senza mormorii e senza dispute” (Filippesi 2:14).
L’atmosfera cristiana della famiglia dipende dai genitori; quest’enorme responsabilità può spaventare i coniugi, ma la loro forza è nel Signore. Essi devono stare più vicini a Dio e dedicare continuamente la loro vita e la loro famiglia ad uno scopo essenziale: rendere cristiana la loro casa.
I genitori che vogliono una famiglia cristiana devono prima essi stessi costituirne l’esempio, notiamo, infatti, che prima che i genitori inculchino ai loro figli la Parola di Dio, devono loro stessi vivere in conformità ad essa: “Tu amerai dunque il Signore, il tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima tua e con tutte le tue forze. Questi comandamenti, che oggi ti do, ti staranno nel cuore; li inculcherai ai tuoi figli” (Deuteronomio 6:5-7).
Da parte nostra c’è un gran lavoro da fare: bisogna armarsi di una buona dose di pazienza e con costanza chiedere al Signore la Sua guida, per imprimere nella mente dei nostri figli quale sia la condotta a Lui gradita.
Se però vogliamo insegnare, dobbiamo aver prima imparato: “Questi comandamenti che oggi ti do, staranno (prima) nel tuo cuore, (poi) li inculcherai ai tuoi figli…”
Sono convinto che se amiamo veramente il Signore con le nostre emozioni, il nostro intelletto, la nostra volontà e la nostra forza, i nostri figli lo vedranno e sarà più facile per loro amare Dio e tutta la famiglia potrà godere della pace del Signore: “Tua moglie sarà come vigna fruttifera, nell’intimità della tua casa; i tuoi figli come piante d’olivo intorno alla tua tavola. Ecco così sarà benedetto l’uomo che teme il Signore. Il Signore ti benedica da Sion! Possa tu vedere la prosperità di Gerusalemme tutti i giorni della tua vita. Possa tu vedere i figli dei tuoi figli. Pace sia sopra Israele” (Salmo 128:3-6).
Alcuni anni fa, in occasione del mio compleanno, portai tutta la mia famiglia a Fantasilandia dove c’è un grande delfinario. Qui osservai una mamma delfino insegnare vari esercizi al suo piccolo. Gli mostrò come saltare, scivolare e camminare sulla coda. La madre eseguiva tutti i movimenti e il piccolo la seguiva a brevissima distanza. A volte la madre si girava a dare un colpo di coda al piccolo, se questi non le stava abbastanza vicino. Parlai con l’addestratore. Mi disse che la madre insegnava al piccolo delfino gran parte degli esercizi prima ancora che lo faccia l’istruttore. La madre delfino insegna, addestra e dimostra. Mi chiedo: “Somigliamo alla mamma delfino”?
- Trasmettiamo loro la gioia che proviamo nell’andare al culto?
- Come facciamo vivere ai nostri figli quel tempo?
- Quali commenti facciamo loro udire sulla preghiera così lunga di quel fratello o sulla predicazione poco edificante di quell’altro?
- Ci fermiamo a spiegare il perché di certi atti che forse per noi sono fin troppo scontati?
- Cantiamo con loro alcuni inni durante la settimana?

F. AVERE CONTATTO
Viviamo in un’epoca di dilemmi. Sentiamo parlare di bambini che si sentono soli e rigettati, perché nessuno sta loro vicino; nessuno li segue e li guarda. Bambini che sono rinchiusi nelle loro stanze, isolati e abbandonati come animali, non impareranno mai ad amare. La gente ormai troppo spesso sembra aver paura del contatto con gli altri. Persino all’interno delle nostre chiese c’è a volte una mancanza di calore umano. Gli psicologi studiano quest’aberrazione e propongono corsi del tipo: “Sensibilizzazione umana”. In questi corsi le persone toccano, esplorano e creano intimità ad un livello artificiale, mentale e meccanico che non deriva da vere emozioni e sentimenti. Il famoso attore Henry Fonda, all’età di 75 anni, disse: “Amo i miei figli, ma in tutta la mia vita non sono mai riuscito a dire loro: “Ti voglio bene”. Questa è un’esperienza comune a molte persone. Agli uomini è stato insegnato a non esternare le loro emozioni. Le parole d’ordine sono: “Sii forte. Non piangere. Non mostrare i tuoi sentimenti”. Spesso i padri non hanno dei reali contatti con i figli e quando questi ultimi diventano adulti, fanno fatica ad esprimere loro il proprio affetto. I figli hanno bisogno di sapere che sono amati e il contatto umano è un insostituibile mezzo per comunicare l’amore e la cura. Questa normalissima manifestazione d’affetto farà in modo che i figli non siano incoraggiati a ricercare espressioni di tenerezza al di fuori della famiglia. Possiamo portare guarigione ai cuori feriti dei nostri figli, semplicemente andando verso di loro con amore e compassione.

G. DEDICARE LORO DEL TEMPO
Il frenetico susseguirsi delle attività quotidiane porta molti genitori a trascurare i bambini, “parcheggiati” nelle strutture pubbliche (nidi, asili, scuole) o in quelle familiari (zii, nonni, baby sitter) oppure affidati alla gestione quasi esclusiva dell’uno o dell’altro coniuge. È importante rendersi conto che il tempo speso per i nostri figli non è mai tempo buttato via, ma è tempo investito (e con quali interessi!) per il futuro. I bambini richiedono tempo: questo è il problema:

- Ci vuole mezz’ora per far loro il bagno e vestirli.
- Ci vuole mezz’ora per dare loro la colazione.
- Ci vuole mezz’ora per sedersi vicino ad un bambino di quattro anni che per la prima volta fa un gioco di pazienza.
- Ci vuole mezz’ora per aiutare un bambino di sei anni a leggere la lezione, mezz’ora per risentire la lezione di storia ad un adolescente.
- Ci vogliono cinque minuti, più volte al giorno, per frenare un bambino che ha deciso di metterti alla prova.
- Ci vogliono dieci minuti ogni sera per ascoltare la preghiera di ogni bambino.

Ho pensato di proporvi questo brano di Pat King che io avrei intitolato: “Ci vorrebbe”, perché se da un lato pecca di ripetitività, dall’altro mi sembra sufficientemente realistico e utile per aiutarci a considerare l’argomento “tempo”. Dobbiamo seriamente rivalutare, come genitori credenti, l’importanza fondamentale di dare del tempo ai nostri figli. Dedicare loro del tempo non vuol dire stare semplicemente in casa con loro, non significa leggere il giornale avendoli nella stessa stanza e neppure parlare al telefono mentre loro ci guardano. Dare ai nostri figli il nostro tempo significa dedicarglielo esplicitamente, consci dell’importanza determinante che rivestono questi momenti. Dalla società riceviamo altri messaggi: correre, fare alla svelta, svolgere più attività contemporaneamente e in maniera impeccabile, essere sempre attraenti e possibilmente atletici e senza rughe. Le ore che Dio mette a nostra disposizione sono sempre le stesse di cinquant’anni fa; è vero, possiamo delegare certi compiti, ma non tutti! Qualcuno ha scritto: “Non dirmi quanto bene mi vuoi, dimostramelo dandomi il tuo tempo”.
I bambini si accorgono se tentiamo di trovare dei surrogati pur di non sacrificare per loro qualche minuto del nostro tempo e lo percepiscono meglio di quanto vorremmo. Lì per lì un regalino può servire, ma alla lunga ciò che i nostri figli desiderano è la nostra disponibilità. Noi possiamo delegare alle baby sitter (fra le più “quotate” figura la televisione), alla scuola, ai parenti, agli amici, ma in certi momenti la nostra presenza è assolutamente necessaria.
A chi potremmo mai delegare la formazione spirituale dei nostri figli? E per formazione spirituale non intendo sapere dieci versi a memoria o conoscere cinque storie della Bibbia da capo a fondo, mi riferisco piuttosto a quel bagaglio di certezze e di verità fondamentali che vanno poi a formare la personalità dei nostri figli. Ci sentiamo a posto perché frequentano mezz’ora alla settimana la Scuola Domenicale? I bambini non vivono a “compartimenti stagni” come spesso facciamo noi, con loro si può tranquillamente parlare dell’amore di Dio anche mentre si fa una costruzione con il Lego e si può condividere un’esperienza con il Signore anche mentre si fa una passeggiata o si prepara una torta insieme. “C’è un tempo per seminare e un tempo per raccogliere” diceva Salomone; anche qui l’affermazione sembra fin troppo banale e invece è importante che ci fermiamo a riflettere su questo verso proprio nel contesto della famiglia. Tutti noi siamo coscienti che arriverà il momento in cui i nostri figli, crescendo, passeranno una fetta sempre maggiore del loro tempo in attività esterne alla famiglia. Il tempo per noi di seminare allora sarà finito e la nostra influenza non sarà più determinante, ma se avremo seminato a suo tempo, forse sarà più facile che il raccolto sia alla gloria del Signore. Non illudiamoci: i nostri figli non hanno sempre e solo bisogno di specialisti o esperti in questo o quel settore, oggi più che ieri hanno bisogno di un papà e di una mamma con cui sia possibile passare del tempo insieme. Se abbiamo sempre fretta, se andiamo sempre di corsa, non avremo certo il tempo per istruire, esortare, sgridare con grande pazienza. La pazienza è una qualità che mal si combina con la fretta. Fermiamoci, impariamo a dedicare qualche momento della nostra giornata anche alla famiglia, anche ai nostri figli e ciò produrrà del bene al di là delle nostre quattro mura. Esercitiamoci a mettere da parte del tempo per i nostri figli, perché ciò produrrà effetti positivi nella nostra casa, nella chiesa e nella società.

H. DIALOGARE
È stato fatto un esperimento in 400 famiglie per rivelare il tempo effettivo che i padri passano con i propri bambini. La media risultò essere 37 secondi al giorno. Ma gli stessi bambini guardano la televisione anche 54 ore la settimana. Chi offre loro un modello di moralità? Chi forma i loro valori ed ideali? Se ci preme davvero la salvezza dei nostri figli, diamo loro più tempo e trascorriamo con loro dolci momenti di dialogo. I bambini sono delle persone e quindi bisogna dare risposte ragionevoli alle domande che pongono; il genitore accorto, si avvantaggerà di simili opportunità. Purtroppo, però, alcuni genitori, anche se bene intenzionati, non riescono a cogliere queste occasioni per spiegare ai loro figli i problemi della vita e i principi della fede. Il seguente dialogo darà un chiaro esempio di quanto stiamo dicendo:
“Giovanni arriva a casa correndo e, tutto eccitato, dice al padre: “Babbo, posso andare al cinema con Enzo?”
Mostrandosi molto sorpreso, il padre risponde: “Al cinema? Ma non lo sai che noi non facciamo queste cose”?
“Ti prego, soltanto questa volta. Il padre di Enzo mi ha detto che pagherà il biglietto anche per me e mi accompagnerà a casa; ti prego”!
Con indignata autorità, il padre replica: “Resta a casa! Non è da noi andare al cinema”!
Giovanni resta a casa, ma nel suo cuore c’è del risentimento e tra sé rimugina: “Quando sarò grande andrò al cinema, fumerò, berrò, farò tutto quello che voglio, e tu non potrai impedirmelo”.
Episodi come questo spiegano perché molti ragazzi e ragazze, che crescono in famiglie di questo tipo, precipitano nel peccato non appena riescono a liberarsi dall’autorità paterna. Il credente deve dare ragione della speranza che ha in sé a qualsiasi persona gliela chieda e lo deve fare con gentilezza ed educazione: “Siate sempre pronti a render conto della speranza che è in voi a tutti quelli che vi chiedono spiegazioni” (1 Pietro 3:15).
Gli psicologi, ad esempio, affermano che il concetto fondamentale del bene e del male si sviluppa nella famiglia ed è dovuto all’azione dei genitori sui figli. Per mezzo dell’insegnamento, dell’esempio e di una guida vigile e premurosa, i genitori possono aiutare i propri figli a sviluppare delle convinzioni personali, ben radicate, fondate sulla Parola di Dio. Vi sarà forse capitato d’invitare un bambino a casa per pranzo e, davanti al piatto, la prima cosa che dice è: “Mi fa schifo!” Oppure ai giardini pubblici uno che urla ad un altro: “Assassino, se non mi rendi la bici, ti stronco!” Altre invettive che vanno per la maggiore sono: “Handicappato, spastico…” rivolte a compagni che non hanno niente che faccia pensare ad un qualche tipo di handicap, ma che forse non sono abbastanza atletici e muscolosi. Il cambiamento è così repentino che corriamo il rischio di non accorgercene. È logico che i termini di questo genere, usati alla scuola dell’infanzia, assumano poi connotazioni sempre più definite e colorite via, via che si passa nei vari gradi della scuola.
Questo modo forte di esprimersi dei bambini è un sintomo da non sottovalutare, soprattutto da noi che, essendo genitori credenti, dovremmo essere particolarmente sensibili all’uso che facciamo della lingua. Non voglio certo dire che l’invettiva “assassino” lanciata al compagno, farà di quel ragazzino un delinquente o altro, ma ritengo che l’uso troppo frequente di termini che hanno una chiara connotazione negativa possa portare a pensare che la parola in oggetto non definisca qualcosa di così chiaramente negativo. Se un modo di dire si diffonde, c’è sempre un motivo alla base; il linguaggio è condizionato da regole e non è mai un caso se un termine, prima specifico di un certo settore, ne abbraccia col tempo un altro. È chiaro che il livello di sensibilità di fronte a ciò che la Bibbia chiama “peccato” si sta pericolosamente abbassando e lo si vede anche da queste espressioni linguistiche molto più comuni di quello che immaginiamo. I nostri figli devono invece imparare a conoscere l’uso equilibrato delle parole, devono imparare che possono essere accettati e apprezzati all’interno del “gruppo” anche se non fanno uso di termini estremi e fuori luogo. Non possiamo illuderci che i nostri figli, perché figli di credenti, abbiamo “orecchie tappate e bocche santificate”. Stare buona parte della giornata in un ambiente in cui la maggioranza usa queste espressioni, può portare ad utilizzarle quasi automaticamente. Ecco perché parlare e dare un buon esempio, in conformità a ciò che insegna la Bibbia, diventa fondamentale: “Il vostro parlare sia sempre con grazia, condito con sale, per sapere come dovete rispondere a ciascuno” (Colossesi 4:6).
Perché, potremmo chiederci, è così importante il nostro modo di esprimerci? Perché parla di noi, di chi siamo, di come la pensiamo, di ciò che riteniamo giusto o ingiusto e in questo i credenti dovrebbero avere qualcosa da dire. Non è sufficiente zittire un bambino con un secco: “Non si dice!” Il lavoro è molto più lungo e complesso e all’età di quindici anni il “non si dice”, non fa più un grande effetto, ammesso che possa farlo a sei. Prendiamo allora un po’ di tempo per fare un lavoro diverso, diciamo per esempio ai nostri figli: “Perché usi questo termine? Cosa pensi che significhi? Ci hai mai sentito usarlo in casa? Pensi che se non usi questa parola tu sia diverso?”
Un bambino deve poter parlare con i suoi genitori, ma oggi sembra sempre più difficile. In questi ultimi mesi ho sentito più volte alla radio pubblicizzare un corso sulla sessualità per bambini. Non esprimo un parere sulle videocassette in questione, anche perché non ho avuto modo di vederle, ma mi ha lasciato sconcertato il messaggio usato per pubblicizzarle: “Se non ve la sentite, o non riuscite a parlare di certe cose con i vostri bambini… comprate le videocassette…” Siamo arrivati al punto che il pudore esiste solo fra genitori e figli quando si trovano a parlare insieme! Non si prova vergogna nel nominare a sproposito e in modo distorto qualsiasi parte del corpo, ma c’è pudore nel parlare di “certe cose” con i figli! La televisione ovvierà anche a questo, sarà essa che, con linguaggio “comprensibile e adatto”, parlerà ai nostri figli e li guiderà in ogni scoperta… non dimentichiamo che i bambini hanno bisogno di dialogare e la televisione non può ovviare a questa mancanza. Il messaggio è unidirezionale mentre il dialogo presuppone almeno due persone che interagiscono. Fermiamoci ad ascoltare i bambini, forse le loro parole fuori da scuola ci aiuteranno ad essere più sensibili quando parliamo a casa fra noi e a dialogare con loro anche solo per dieci minuti al giorno. Leggere insieme è un altro modo utile per aiutarli ad ampliare il loro vocabolario e ad aumentare così le loro possibilità di esprimersi senza necessariamente usare una certa terminologia con la scusa del “lo dicono tutti”.

Publié dans:famiglia |on 6 octobre, 2014 |Pas de commentaires »

IL FIDANZAMENTO

http://www.corsodireligione.it/etica/eticsex_11.htm

IL FIDANZAMENTO

In tutte le culture si ritrova il rito di fidanzamento. Esso ha sempre la caratteristica dell ‘impegno.L’impegno reciproco della coppia alla fedeltà ad un progetto di famiglia stabile.
Perchè nella natura-cultura umana si ritrova questo impegno?
Quando l’innamoramento è verificato come un dato permanente ed è nato l’ amore reciproco come comportamento spontaneo e stabile della coppia , le persone sperimentano, normalmente, un cambiamento di coscienza: la coppia incomincia a sognare non piu’ due vite che con-vivono, ma una vita di coppia : il « noi ».
Ci si sente singolarmente capaci e spinti, chiamati, a rinunciare a qualcosa di se stessi, delle proprie prospettive per vivere la nuova dimensione di essere stabilmente , fedelmente coppia. Non sono più « io-con-lei/lui » ma  » siamo noi », una cosa sola, nuova, meravigliosa. Si supera l’individualismo nella gioia dell’innamoramento.
 » Non è più solo la mia vita che conta, ma è la nostra vita, il nuovo valore. « 
La coppia incomincia a progettare la nuova dimensione di vita di coppia : è la visione della nostra casa, il nostro modo di vivere, i nostri figli, etc.. E’ un vero e proprio cambiamento di coscienza: è l’acquisizione nella coscienza, della capacità di autotrascendersi per l’altro/a, l’amore maturo.
Attraverso l’amore reciproco la coppia innamorata e stabile comprende di essere chiamata, spinta verso una felicita’ totale e permanente e che questa richiede impegno e fedelta’ reciproca totale . Essa si ritrova posta di fronte alla possibilità e capacità di prendere un impegno reciproco a diventare coppia come un nuovo essere stabile.
Nel fidanzamento ci si entra con la straordinarietà dell’essere innamorati continuamente, ci si entra con il desiderio di felicità a due teso all’impossibile , ci si entra in due ..per diventare uno!
Nel fidanzamento la coppia si impegna nella fiducia ,nella fedelta’ che rende la coppia una unità indissolubile, il nuovo valore , una realtà stabile e significativa ed il segno è l’anello, l’impegno che i due si donano.
In questa fase dello sviluppo della coppia , si tratta di apprendere un linguaggio relazionale che sia -in tutte le dimensioni della vita- espressione della nuova realtà, del « noi » . Questo linguaggio non è qualcosa di spontaneo, che viene da solo quando ci si fidanza, ma che si scopre e si apprende nel fidanzamento solo se sono realizzati tutti gli altri valori precedenti del cammino di coppia.
E’ il linguaggio di coppia è il linguaggio del nuovo essere-noi che in ogni cosa che fa, dice:
«noi siamo una cosa sola per sempre, non solo perchè ci innamoriamo ogni giorno , ma perchè ci sentiamo profondamente una cosa sola, nuova, e siamo liberamente impegnati in questo, fedelmente.L’anello che ci siamo scambiati ce lo ricorda in ogni momento.»
Si comincia a progettare il lavoro, lo stare insieme, la propria casa, la propria famiglia,i propri divertimenti;si progetta la società,l’impegno politico, sociale, religioso.
Sul piano fisico non ci sono competenze da acquisire per vivere un buon fidanzamento. La domanda tipica è : ma il sesso, a questo punto, è lecito? La risposta va trovata sempre guardando all’azione della natura umana.
La natura vuole che il sesso sia integrato con l’innamoramneto, l’amore, l’impegno alla stabilità. Dunque – si potrebbe dire- a questo punto sipuò fare !Che cosa manca ancora – secondo ciò che ci dice la natura umana – perchè il sesso ( non : diventi  » lecito » , ma..) produca nuovi valori?
La sessualità umana è orientata per natura alla procreazione. E qualcosa manca ancora alla natura perchè l’ottimo sia garantito ai nascituri : il desiderio della coppia a procreare ! La natura ancora non ha questa garanzia e la pratica del sesso tra fidanzati è contro natura.

Publié dans:famiglia |on 3 avril, 2014 |Pas de commentaires »

NASCE A POMPEI L’OASI « VERGINE DEL SORRISO » – CENTRO PER IL BAMBINO E LA FAMIGLIA « GIOVANNI PAOLO II »

http://www.zenit.org/it/articles/nasce-a-pompei-l-oasi-vergine-del-sorriso

NASCE A POMPEI L’OASI « VERGINE DEL SORRISO »

SABATO L’INAUGURAZIONE DELLA PRIMA OPERA DEL CENTRO PER IL BAMBINO E LA FAMIGLIA « GIOVANNI PAOLO II »

POMPEI, 04 DICEMBRE 2013 (ZENIT.ORG) GIOVANNA ABBAGNARA

Sabato 7 dicembre, vigilia dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria, verrà inaugurata a Pompei l’Oasi Vergine del Sorriso, la prima opera del nascente Centro per il Bambino e la Famiglia Giovanni Paolo II. Il 7 ottobre 2003 Giovanni Paolo II, in visita pastorale al Santuario di Pompei, concluse il suo discorso con queste parole: “Siate “operatori di pace”, sulle orme del Beato Bartolo Longo, che seppe unire la preghiera all’azione, facendo di questa Città mariana una cittadella della carità. Il nascente Centro per il bambino e la famiglia, che gentilmente mi si è voluto intitolare, raccoglie l’eredità di questa grande opera”. Oggi il sogno diventa realtà. Vengono spalancate le porte della prima casa di accoglienza grazie alla disponibilità di una coppia di sposi della Fraternità di Emmaus, Alfredo e Roberta Cretella che insieme ai cinque figli e l’ultima in arrivo tra pochi giorni, hanno scelto di lasciare la loro casa per condividere la loro quotidianità con i più piccoli. Un carisma, quello della preghiera che si intreccia con la carità, che è uno dei pilastri fondamentali di questo giovane movimento ecclesiale nato intorno agli anni ’90 per opera di un sacerdote, don Silvio Longobardi e che oggi vede la presenza di altre Oasi, oltre che in Italia, anche in Burkina Faso e in Ucraina. Un’attenzione particolare alla famiglia nata sotto l’impulso del magistero di Giovanni Paolo II che si concretizza in una attenta azione culturale e in una generosa condivisione quotidiana grazie alla disponibilità di tante famiglie. “Abbiamo lasciato la nostra casa per iniziare questa avventura di carità, spinti dal desiderio di rispondere ad un invito di Dio. L’eucarestia quotidiana e la concreta condivisione con i nostri amici della Fraternità di Emmaus sono la nostra forza” affermano trepidanti ma sereni Alfredo e Roberta e aggiungono: “quando abbiamo incontrato l’arcivescovo di Pompei, Mons. Tommaso Caputo, ci ha condotti davanti al quadro della Madonna di Pompei, da poco restaurato e lì ci ha benedetti. Da quel momento sappiamo che Maria accompagna e guida i nostri passi”. Una scelta, quella della famiglia Cretella, che pone l’accento sul protagonismo dei laici nella Chiesa, in piena continuità con il pensiero e l’opera del beato Bartolo Longo che scelse di restare laico e in prima persona consumò la sua vita nel servizio alla Chiesa attraverso la preghiera e la carità. La presenza di una piccola cappellina con Gesù Eucarestia all’interno dell’Oasi Vergine del Sorriso sottolinea maggiormente che il servizio sgorga limpido dalla preghiera e dall’ascolto. Solo in ginocchio si impara ad amare l’altro e a servirlo. Con grande gioia S.E. Mons. Caputo, che ha seguito e ha fortemente voluto l’apertura di questa prima opera, ha salutato l’evento: “Con la Casa Famiglia Oasi Vergine del Sorriso, affidata alla Fraternità di Emmaus, diamo il via al « Centro per il Bambino e la Famiglia Giovanni Paolo II », nuova realtà di accoglienza, sorta tra le antiche mura delle « Case Operaie », per proseguire il cammino tracciato dal nostro fondatore, il Beato Bartolo Longo, con il suo stesso spirito di carità e di servizio, perché Pompei risponda sempre più alla sua vocazione: essere una cittadella dell’amore, aperta a tutti, senza discriminazioni e dove nessuno si senta escluso ». Anche il Sindaco di Pompei, Claudio D’Alessio, che ha seguito per conto della Regione i lavori di ristrutturazione del Centro, ha dichiarato: “Siamo felici di aver contribuito alla realizzazione di un’opera di accoglienza in linea con le tradizioni della nostra Città. Tradizioni dettate dai principi di solidarietà, accoglienza e carità tramandate dal fondatore della Valle di Pompei, il Beato Bartolo Longo”. L’inaugurazione verrà preceduta da una celebrazione eucarestica, presieduta dall’arcivescovo di Pompei, che si celebrerà presso la Cappella Bartolo Longo alle ore 17.30.

COME TRATTIAMO I NOSTRI FIGLI?

http://www.zenit.org/article-35340?l=italian

COME TRATTIAMO I NOSTRI FIGLI?

È necessario proporre un nuovo modello formativo che possa risolvere la crisi educativa delle nuove generazioni e ricordare ai genitori le proprie responsabilità verso i figli

Don Anderson Alves
ROMA, Tuesday, 29 January 2013 (Zenit.org).
Attualmente si avverte sempre più una crisi educativa, una “intensa” crisi educativa. Ad un livello generale è possibile constatare che la soglia media di educazione è drasticamente diminuita con la conseguenza di grosse difficoltà nella realizzazione del processo di formazione dei giovani.
Sia i bambini che gli adolescenti imparano sempre meno. L’autorità dei docenti tende a offuscarsi e i giovani, nel pieno di un’apparente energia fisica, avvertono un senso di solitudine e di disorientamento. Ciò accade proprio in un’epoca d’incredibile sviluppo della pedagogia. Mai come in questi tempi ci sono state tante persone a studiare questa scienza con il risultato di così tante teorie pedagogiche. E, soprattutto, la crisi si è intensificata in un periodo di sviluppo materiale, proprio nelle società del benessere.
La nostra tesi quindi è che una delle principali cause della crisi attuale nell’educazione non sia la mancanza di risorse, ma qualcosa di più profondo: ovvero il fatto che non sappiamo più come trattare i nostri figli.
Sino alla metà del secolo scorso, si aveva un’idea ben chiara di cosa fossero i figli: innanzitutto un dono di Dio, un regalo datoci per essere curato con attenzione e affetto, ma anche molta responsabilità. La paternità veniva considerata, dunque, una speciale partecipazione al potere creatore di Dio, e di conseguenza i figli erano trattati con rispetto e la vita accolta con allegria e generosità.
Ciò era dovuto al fatto che il nostro modo di vivere sino ad allora era segnato dagli insegnamenti della cultura giudaico-cristiana. Si seguiva l’esempio di personaggi come Anna (1, Sam. 1), una donna sterile che chiese più volte a Dio un figlio. Dio realizzò il suo desiderio, ascoltando le sue ferventi orazioni, e la donna andava ogni anno al tempio di Israele per ringraziarlo del dono ricevuto. Anna era quindi pienamente cosciente del fatto che la vita umana venisse da Dio e ritornasse a Dio, essendo nulla impossibile a Lui.
A partire dalla rivoluzione del 1968, però, sorse una nuova cultura che abbandonò totalmente la visione biblica. Sigmund Freud sognava un giorno in cui la generazione dei figli si sarebbe separata dalla struttura familiare; un’idea questa che a partire dal 1968 cominciò ad essere sempre più frequente. Da allora, infatti, si infuse nei giovani l’idea che i figli fossero un ostacolo, qualcosa di limitante la propria libertà personale.
I figli cominciarono pertanto ad essere considerati una minaccia e la gravidanza una sorta di malattia da evitare ad ogni costo. Oggi, invece, alle persone, in particolare quelle che non sono più così giovani, è stata inculcata l’idea che i figli siano un “diritto”.
Tra una teoria e l’altra, quindi, i figli vengono considerati o come “minaccia” o come un “diritto”, mai come un dono. E da ciò emergono i problemi più gravi.
Negli Stati Uniti, secondo i dati raccolti dal Census Bureau e dall’American Community Survey, 15 milioni di bambini (uno su tre) cresce senza il padre e altri 5 milioni senza la madre. In Gran Bretagna, invece, nel 2012, avere un padre risulta nella top 10 dei regali chiesti a Babbo Natale. Anche in Italia sono oltre 2 milioni e 800 mila i bambini inseriti in famiglie monogenitoriali: 2 milioni e 400 mila circa vivono senza padre e altri 400 mila senza madre [1].
Il rischio attuale è che gli adulti ritengano i propri figli una specie di “merce”, un sogno consumistico da realizzare in un momento perfettamente determinato. I figli sono ogni volta di più un frutto di calcoli e non piuttosto di amore. Ciò lascia una ferita profonda nei figli stessi.
Soprattutto il non considerare più i figli come dono di Dio ma averli attraverso un risultato tecnico, costituisce un passo significativo verso la destrutturazione delle famiglie e la distruzione dell’educazione. Di fatto succede spesso che i genitori, paradossalmente, tentino di iper-proteggere i figli, cercando di sollevarli da qualsiasi pericolo, ma, al tempo stesso, non hanno nessuna voglia di trovare del tempo per dedicarsi al difficile compito di educarli. I bambini vengono mandati ancora prima a scuola e i professori devono impegnarsi a trasmettere valori che i bambini avrebbero dovuto ricevere invece a casa.
C’è poi un altro grave pericolo: gli adulti cercano di aver figli più per ricevere da questi ultimi un’approvazione che per trasmettere loro un amore totale, gratuito e disinteressato. Molte volte, però, nelle famiglie, succede qualcosa di orribile: i genitori finiscono per comportarsi come bambini, lamentandosi della loro infanzia, e i figli finiscono per comportarsi come adulti, obbligati da tali atteggiamenti [2]. Con un tale ribaltamento dei ruoli nessuno si assume la propria responsabilità familiare, e ciò si riflette sul rendimento dei giovani nelle scuole e Università.
Su questo punto possiamo forse tornare a dare un’occhiata al libro che ha formato la civiltà occidentale: il Vangelo. Esso ci racconta solo una scena dell’adolescenza di Gesù e del suo “processo educativo”. Quando Gesù aveva dodici anni, fu portato al tempio da Maria e da Giuseppe per partecipare alla festa della Pasqua (Lc 2). Quando la famiglia stava per far ritorno a casa, Maria e Giuseppe si distrassero e Gesù, da vero adulto, rimase nel tempio discutendo con i dottori della legge. Rincontratolo, Maria lo riprese, pur sapendo chi le stesse di fronte allo stesso Figlio di Dio: “Figlio che hai fatto? Ecco io e tuo padre ti cercavamo angosciati”. E Gesù dopo aver manifestato la piena consapevolezza della sua identità divina – “Non sapete che devo occuparmi delle cose del Padre mio?” – fa ritorno a casa i genitori e “stava loro sottomesso”.
Davvero impressionante! Maria e Giuseppe non fuggirono dalle proprie responsabilità educative pur sapendo bene che quell’adolescente che avevano di fronte era il Figlio di Dio. E Gesù, vero Figlio di Dio, ritorna a casa con la sua famiglia obbedendo loro in tutto sino all’età di trent’anni. Vediamo così che nella famiglia di Nazareth nessuno rifugge dalle proprie responsabilità, uniti da un vero amore che emerge nell’autorità, nell’umiltà e nel servizio, non nell’autoritarismo o nell’indifferenza.
Sembra perciò che per recuperare il senso di una vera educazione, per affrontare la grave crisi attuale, dobbiamo aiutare le famiglie a considerare la vita come un dono di Dio e, di conseguenza, a trattare i propri figli con diligenza, non delegando tutta la responsabilità educativa ad estranei o a mere intuizioni.
Il compito è arduo, ma può essere realizzato in pieno, specialmente alla luce della fede che per secoli ha illuminato la nostra società. In sostanza, dobbiamo ritornare a seguire il modello della Sacra Famiglia andando al di là dei parametri contraddittori di una “rivoluzione” che ci ha portato soltanto ad un’esaltazione dell’egoismo e dell’irresponsabilità e al conseguente aumento della sofferenza dei più deboli.
*
NOTE
[1] Per i dati cfr.: http://www.agensir.it/pls/sir/v3_s2doc_b.rss?id_oggetto=252815
[2] Cfr. G. CUCCI, La scomparsa degli adulti, «La Civiltà Cattolica», II, 220-232, quaderno 3885, 5/5/2012.
* Don Anderson Alves è sacerdote della diocesi di Petrópolis, Brasile. E’ dottorando in Filosofia presso alla Pontificia Università della Santa Croce a Roma

Publié dans:Educazione, famiglia |on 30 janvier, 2013 |Pas de commentaires »

PARLARE AI PICCOLI FIN DAL CONCEPIMENTO

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PARLARE AI PICCOLI FIN DAL CONCEPIMENTO

I grandi benefici del dialogo tra mamme e figli che inizia fin dall’utero materno

Rachel Abdalla

ROMA, Thursday, 27 December 2012 (Zenit.org).
È molto importante camminare al fianco di Gesù fin da piccoli per l’accrescimento della fede. È quotidianamente che loro imparano i valori cristiani e accrescono la fede nella persona di Gesù Cristo, attraverso gli esempi che osservano dei loro genitori ed educatori.
I primi sette anni di vita costituiscono una fase fondamentale dell’esistenza umana, e sono considerati il momento più importante della formazione del carattere, della personalità, dell’affettività e dei valori; momento nel quale la formazione psicologica del bambino si sviluppa e tutte le esperienze vissute vengono assimilate e serviranno come base di condotta per il resto della sua vita.
Ma, come realizzare questo cammino quando il bambino si trova ancora nelle pancia della mamma?
Tutto inizia dal concepimento! Il bambino si sta formando all’interno di sua madre, ovvero nel più intimo del suo essere, dove risiede il bene Divino dell’amore, che sta generando questa nuova vita.
In questo momento della formazione, la madre è responsabile dello sviluppo fisico  del suo bambino, alimentandolo adeguatamente affinché venga nutrito; ma è anche responsabile della nutrizione emozionale e spirituale che inizia in questo momento.
La fede è qualcosa che trascende l’intendimento, ma che può essere sentita e vissuta fin dal concepimento dell’essere umano, dal momento che la creatura è un frutto del Creatore e, pertanto, parla e capisce la stessa lingua.
Per questo, bisogna fare in modo che, tutti i giorni, il bambino ascolti la voce di sua madre e la sua devozione a Dio, in modo che anche lui sia devoto al Signore.
La madre deve conversare con il suo bambino, raccontargli tutto quello vede, con gli occhi e con il cuore, riguardo le meraviglie realizzate dal Creatore!
Tentare di spiegargli il colore del cielo, come è la natura e come sono fatti gli arcobaleni; parlargli degli uccellini che volano, della varietà dei pesci nel mare e della bellezza degli animali.
Parlargli anche della sensazione del freddo e del caldo; della pioggia che cade dal cielo e delle nuvole che l’hanno formata….
E, principalmente, parlare dell’amore che nutre per il suo bambino e di quanto lo sta aspettando.
Il bambino conoscerà in questo modo il mondo per mezzo di quello che la madre gli racconta, attraverso le emozioni che questa gli trasmette nel descriverlo.
Questa percezione esisterà sempre, e farà sì che il bambino, nella sua vita, riesca a credere in ciò che non può vedere ma che, di fatto, esiste, perché ha imparato ad avere fede, ad aspettare per vedere quello che ancora non è visibile agli occhi, ma che può già essere sentito attraverso il cuore.
Questo esercizio deve avvenire anche dopo la nascita. In questo modo, il vincolo tra la madre, il figlio e Dio, sarà sicuramente rinforzato.
[Traduzione dal portoghese a cura di Claudia Parigi]
*Rachel Abdalla è la Fondatrice e il Presidente dell’Associazione Cattolica “I piccolini del Signore” e Cordinatrice della Catechesi per la famiglia nella parocchia Nossa Senhora dos Dores a Campinas, San Paolo; presenta il “Programma Piccolini del Signore”, all’interno del proggeto “Popolo di Dio” dell’ arcidiocesi di Campinas, su Radio Brasil Campinas; è membro dell’ Equipe do Trabalho de “Ambiente Virtual da Formacao” dell’ arcidiocesi di Campinas.
Sito: www.pequeninosdosenhor.org

Publié dans:Educazione, famiglia |on 27 décembre, 2012 |Pas de commentaires »

« L’UOMO NON VIVE DI SOLO BENESSERE » (Omelia del Card. Antonelli per l’incontro delle famiglie)

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« L’UOMO NON VIVE DI SOLO BENESSERE »

Omelia del card. Antonelli nella Messa per il V Pellegrinaggio nazionale delle famiglie per la famiglia

NAPOLI, domenica, 16 settembre 2012 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il testo dell’omelia tenuta dal cardinale Ennio Antonelli, già presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, nella Messa per il V Pellegrinaggio nazionale delle famiglie per la famiglia, celebrata a Napoli in Piazza del Plebiscito prima della serata dedicata alle Dieci Piazze.
***
Grazia e pace e ogni bene a tutti voi e alle vostre famiglie dal Signore nostro Gesù Cristo!
Siamo qui riuniti per partecipare al bellissimo progetto “10 Piazze per 10 Comandamenti”. Sono incontri di festa, ed è giusto che sia così perché per i Comandamenti di Dio, per la legge di Dio, bisogna essere grati, bisogna far festa. È una legge di libertà, una legge di amore, una legge per la vita, per la vita umana autentica, per la vita buona, per la vita personale, per la vita sociale. È giusto far festa: dice la parola di Dio stessa nel Salmo 118 che i precetti del Signore fanno gioire i cuori. Certo, si rattristano anche quando non li osserviamo con piena responsabilità, e allora la coscienza ci rimprovera, ma di per sé sono per la vita, sono per la gioia, sono per la felicità, adesso e nell’eternità.
Oggi siamo qui per celebrare, per festeggiare il quarto Comandamento, “Onora il padre e la madre”, un Comandamento che riguarda la vita familiare. E questo nostro incontro inizia con la liturgia della 24ª domenica del Tempo ordinario. Le Letture come messaggio principale ci presentano la dinamica, la logica, l’orientamento di fondo della vita di Gesù e della vita vera cristiana. È la logica dell’amore inteso come dono di sé, come dedizione a Dio e agli altri. Questa logica dell’amore e della carità conferma, assume i Comandamenti e li porta a perfezione, in un certo senso li trascende. Quindi è molto adatto questo messaggio per questo incontro che stiamo celebrando. Abbiamo ascoltato dal Vangelo l’importante dialogo tra Gesù e i discepoli a Cesarea di Filippi. Questo dialogo si colloca nel momento centrale della vita pubblica di Gesù. Il momento della cosiddetta svolta di Gesù: fino a quell’ora il Signore si era dedicato soprattutto alle folle, alle masse. Da allora in poi si dedica soprattutto ai discepoli, ovviamente senza trascurare le folle.
Ma c’è una svolta piuttosto evidente nei racconti evangelici. Gesù aveva compiuto molte guarigioni, aveva mostrato la potenza di Dio, la misericordia di Dio. La gente lo aveva seguito in massa, con entusiasmo, piena di meraviglia per quello che lui compie, piena di speranza per il futuro e si domandava: «Chi è mai costui? Chi è quest’uomo così potente, così buono?». E dava diverse interpretazioni, risposte. Qualcuno diceva: «È Giovanni Battista che Erode ha fatto decapitare e che è risuscitato dai morti», qualcun altro diceva: «È Elia», il profeta che secondo l’Antico Testamento era stato tratto in Cielo sul carro di fuoco e secondo l’aspettativa della gente doveva ritornare nei tempi del Messia. Comunque dicevano: «È un profeta, è un grande profeta che è sorto tra di noi». Ma Gesù dice ai discepoli: «Ma voi chi dite che io sia?», e Pietro a nome di tutti dice: «tu sei il Cristo, tu sei il Messia». Gesù accetta questa professione di fede di Pietro ma nello stesso tempo ordina severamente di non dirlo in giro alla gente, di non dirlo a nessuno: «Sì, sono il Messia ma non lo dite».
Perché questo? Perché la gente, i discepoli stessi avevano una falsa immagine del Messia, si aspettavano un re trionfatore, un re che guidasse la rivolta del popolo contro i Romani, che liberasse il popolo dall’oppressione dell’Impero romano, che portasse la libertà e il benessere, che inaugurasse un regno potente, facesse di Gerusalemme il centro del mondo. Quelle che la gente nutriva erano speranze terrene di gloria e di grandezza, Gesù invece è il Messia in un senso completamente diverso. Si rivolge ai discepoli e dice che il Figlio dell’Uomo deve essere rifiutato, respinto dalle autorità della nazione, deve essere perseguitato, oltraggiato, umiliato, suppliziato, ucciso, e poi risusciterà. I discepoli rimangono profondamente disorientati, sbalorditi: «ma che sta dicendo?», e Pietro a nome di tutti lo tira in disparte e dice: «Ma che dici? Non ti deve assolutamente succedere quello che stai dicendo». Pietro rimprovera Gesù, ma Gesù a sua volta rimprovera Pietro, come avete sentito: «Va’ dietro di me, satana, non pretendere di andarmi davanti e di dirmi tu quello che bisogna fare. Vieni dietro a me, a te spetta seguirmi, va’ dietro di me o tentatore, perché tu non pensi secondo Dio ma secondo gli uomini, secondo gli interessi, la mentalità terrena degli uomini».
E poi Gesù, non contento di questo, raduna la folla e dice: «Non pensate che seguirmi sia una passeggiata, una marcia trionfale. Se qualcuno vuol venire dietro me, vuol essere mio discepolo, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuol salvare la propria vita la perderà ma chi perderà la propria vita a causa mia e del Vangelo la salverà». È un discorso difficile per la gente, difficile per gli stessi discepoli, persino per Pietro.
È questa la “svolta di Galilea”: da allora in poi le folle cominciano ad abbandonarlo, non lo capiscono più, rimangono profondamente deluse. Gesù parla di «chi perderà la propria vita a causa mia e del Vangelo», cioè chi dona la propria vita per amore, facendo della sua vita un dono, un dono al regno di Dio, a Dio e agli altri. E questo naturalmente costa anche sacrificio, bisogna portare la croce per questo. Ma chi imparerà a donare la sua vita, anche col sacrificio, questi la ritroverà, non perde in realtà la vita, la acquista, la rende autentica, piena, trova la felicità già adesso e poi nell’eternità. È questa l’esperienza che fanno tutti i veri cristiani: il centuplo già adesso e poi la vita eterna.
Ma è un discorso difficile, contrario alla mentalità spontanea, all’interesse immediato, al piacere immediato, alla miopia delle nostre vedute umane, dell’opinione pubblica. E quindi bisogna avere il coraggio di credere sul serio a Gesù, di prenderlo sul serio e di andare controcorrente. Gesù ci assicura che non è una speranza solo nel futuro: adesso soffri e solo dopo la morte, troverai… anche subito! C’è un altro detto di Gesù: c’è più gioia a dare che a ricevere. Non c’è gioia solo nel seguire la propria soddisfazione o nella propria gratificazione, interesse, bene immediato; ma c’è gioia anche a donare, provare per credere! Lo sanno le mamme per esempio, in famiglia, quando con amore fanno dei grossi sacrifici ma si sentono anche interiormente contente perché stanno facendo qualcosa di bello per i loro figli, lo stanno facendo per la loro famiglia. C’è più gioia a dare che a ricevere, già adesso: questo vale per tutta la vita cristiana, e in particolare per la vita di famiglia.
Benedetto XVI, nella sua prima Enciclica Deus caritas est, dice che l’amore coniugale vero è sintesi di eros e agape, è sintesi di amore e desiderio, di ricerca della propria soddisfazione – giusto e umano anche questo – ma sintesi con la dedizione e l’impegno per il bene dell’altro coniuge. Quindi l’amore-desiderio deve essere unito con l’amore-dono. E allora l’amore-desiderio non è più egoismo, ma viene nobilitato, diventa pieno, autentico amore. E questo è anzitutto amore reciproco tra i coniugi, l’uno per l’altro, e poi è amore comune dei genitori verso i figli, dedizione ai figli, con la procreazione, con la cura e con l’educazione. Questo comporta sacrificio, la croce: Gesù lo dice chiaramente, non ci inganna.
Comporta tanti sacrifici, piccoli e grandi, nelle varie circostanze della vita, quasi ogni giorno, ma porta anche una gioia autentica nella misura in cui riusciamo a vivere coerentemente questa logica dell’amore che è sintesi di eros e agape. A Milano, nel recente Incontro mondiale delle famiglie, è stata presentata una ricerca sociologica “La famiglia, risorsa della società”. Sono stati confrontati diversi modelli, diverse forme di famiglia o para-famiglia – oggi c’è molta fantasia nella società e nella cultura – ed è risultato che le famiglie “normali”, quelle che poi sarebbero anche nelle aspirazioni della gran parte della gente, compresi i giovani, le famiglie normali cioè uomo e donna uniti in matrimonio, con due o più figli, sono le più felici, le meno lamentose, le più coraggiose nell’affrontare la vita, le più generose. Sono più felici e più stabili, perché tra l’altro i figli sono un rafforzamento del legame dei coniugi stessi; sono più pro-sociali, cioè più aperte, più attente, più disponibili, più impegnate anche verso la società, verso le altre famiglie, verso i problemi dei poveri, verso la società in generale. Sono famiglie anche mediamente più povere, questo è significativo, perché non sono sostenute anzi sono penalizzate sia dallo Stato sia dal mercato, e quindi sono mediamente più povere, ma sono più felici.
Cosa significa questo? L’uomo non vive di solo benessere, l’uomo non vive di beni materiali soltanto: vive soprattutto di relazioni buone, e quando c’è la ricchezza di relazioni c’è anche la gioia, il gusto di vivere. E allora ecco, le famiglie che hanno due o più figli hanno ricchezza di relazioni, magari minore ricchezza di beni materiali, ma maggior ricchezza di relazioni. E quindi sono anche l’ambiente più adatto per la crescita umana di tutti i membri, dei figli innanzitutto ma anche degli adulti stessi, sono la scuola più vera, più autentica di umanità, e portano anche un maggiore benessere alla società. Viceversa, la povertà di relazioni crea infelicità e danni alle persone e alla società. Nello stesso libro in cui è stata pubblicata questa ricerca c’è anche uno studio dei dati sociologici, disponibili nel mondo già da tempo, una ricerca di sfondo: i figli, i giovani che crescono senza la figura paterna o con la madre soltanto o con nessuno dei due genitori, negli Stati Uniti sono il 90% dei senza casa, gli sbandati; il 72% degli omicidi, l’85% dei carcerati, il 60% degli stupratori.
Notate quanti danni alle persone e alla società vengono fuori quando la famiglia non c’è o non funziona? In Francia, l’80% dei ricoverati in psichiatria sono persone che sono cresciute in una famiglia incompleta o sfasciata, inesistente. In generale, , i giovani che crescono con un solo genitore, hanno doppia probabilità di diventare delinquenti rispetto agli altri che crescono in una famiglia normale. Questo per quanto riguarda i figli. Ma anche per gli anziani non va bene. Gli anziani che non hanno avuto figli, che non li hanno voluti soprattutto – se non sono venuti non è colpa di nessuno – vanno incontro alla solitudine. La mancanza di figli, la scarsità di figli genera solitudine per gli anziani e la solitudine è una grande povertà.
Dice Madre Teresa di Calcutta, che di povertà se ne intendeva, che è più grave, fa soffrire di più la povertà della solitudine che non quella della miseria dei Paesi poveri. E lei diceva spesso che i Paesi del benessere, in realtà, sono più poveri dei Paesi sottosviluppati, più poveri di umanità e anche di gusto di vivere – e questo non ci vuole molto a rendersene conto se si va in un Paese dell’Africa, per esempio si vedono tanti bambini che sono festosi, gioiosi, non hanno niente eppure sembra che abbiano tutto.
E poi la de-natalità, la mancanza di figli, prepara un futuro molto rischioso per gli anziani, mette a rischio l’economia, lo Stato sociale, le pensioni, l’assistenza degli anziani: in un futuro non lontano il trend è questo. È chiaro che la famiglia normale, quella di due o più figli con una coppia stabile di coniugi, la famiglia cosiddetta normale è la famiglia che è un grande bene per tutti, per le persone e per la società. In fondo è quel tipo di famiglia che il Comandamento di Dio vuole sostenere: “Onora il padre e la madre”, e viceversa i genitori sono i primi che devono dedicarsi seriamente ai figli, l’amore deve essere nelle due direzioni e innanzitutto deve partire dai genitori verso i figli.
Mi pare che queste statistiche presentate a Milano confermino la validità dei Comandamenti di Dio, confermino che i Comandamenti di Dio sono per la vita, per la vita buona già adesso: non solo per il futuro, per l’eternità, ma già adesso, per la vita buona delle persone, per la vita buona della società. E quindi mi pare davvero giusto e bello che noi facciamo festa, che festeggiamo, celebriamo i Comandamenti di Dio e in particolare il quarto Comandamento nell’incontro di oggi.

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