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PAPA FRANCESCO A CUBA, NEGLI STATI UNITI INCONTRO CON LE FAMIGLIE, 22 SETTEMBRE

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2015/september/documents/papa-francesco_20150922_cuba-famiglie.html

VIAGGIO APOSTOLICO DEL SANTO PADRE FRANCESCO A CUBA, NEGLI STATI UNITI D’AMERICA
E VISITA ALLA SEDE DELL’ORGANIZZAZIONE DELLE NAZIONI UNITE

(19-28 SETTEMBRE 2015)

INCONTRO CON LE FAMIGLIE

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Cattedrale di Nostra Signora dell’Assunzione, Santiago (Cuba)

Martedì, 22 settembre 2015

Siamo in famiglia. E quando uno sta in famiglia si sente a casa. Grazie famiglie cubane, grazie cubani per avermi fatto sentire in tutti questi giorni in famiglia, per avermi fatto sentire a casa. Grazie per tutto questo. Questo incontro con voi è come “la ciliegina sulla torta”. Concludere la mia visita vivendo questo incontro in famiglia è un motivo per rendere grazie a Dio per il “calore” che promana da gente che sa ricevere, che sa accogliere, che sa far sentire a casa. Grazie a tutti i cubani.
Ringrazio Mons. Dionisio García, Arcivescovo di Santiago, per il saluto che mi ha rivolto a nome di tutti, e la coppia che ha avuto il coraggio di condividere con tutti noi i suoi aneliti e i suoi per vivere la famiglia come una “chiesa domestica”.
Il Vangelo di Giovanni ci presenta come primo avvenimento pubblico di Gesù le Nozze di Cana, nella festa di una famiglia. Lì è con Maria sua madre e alcuni dei suoi discepoli. Condividevano la festa familiare.
Le nozze sono momenti speciali nella vita di molti. Per i “più veterani”, genitori, nonni, è un’occasione per raccogliere il frutto della semina. Dà gioia all’anima vedere i figli crescere e poter formare la propria famiglia. È l’opportunità di vedere, per un istante, che tutto ciò per cui si è lottato ne valeva la pena. Accompagnare i figli, sostenerli, stimolarli perché possano decidersi a costruire la loro vita, a formare la loro famiglia, è un grande compito per i genitori. A loro volta, i giovani sposi sono nella gioia. Tutto un futuro che comincia. E tutto ha “sapore” di casa nuova, di speranza. Nelle nozze sempre si incontrano il passato che ereditiamo e il futuro che ci attende. C’è memoria e speranza. Sempre si apre l’opportunità di ringraziare per tutto ciò che ci ha permesso di giungere fino ad oggi con lo stesso amore che abbiamo ricevuto.
E Gesù comincia la sua vita pubblica proprio in un matrimonio. Si inserisce in questa storia di semina e raccolto, di sogni e ricerche, di sforzi e impegno, di lavori faticosi che hanno arato la terra perché dia il suo frutto. Gesù comincia la sua vita pubblica all’interno di una famiglia, in seno ad una comunità domestica. Ed è proprio in seno alle nostre famiglie che Egli continua ad inserirsi, continua ad esser parte. Gli piace stare in famiglia.
È interessante osservare come Gesù si manifesta anche nei pranzi, nelle cene. Mangiare con diverse persone, visitare diverse case è stato per Gesù un luogo privilegiato per far conoscere il progetto di Dio. Egli va a casa degli amici – Marta e Maria –, ma non è selettivo, non gli importa se ci sono pubblicani o peccatori, come Zaccheo. Va a casa di Zaccheo. Non solo Egli agiva così, ma quando inviò i suoi discepoli ad annunciare la buona novella del Regno di Dio, disse loro: «Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno» (Lc 10,7). Matrimoni, visite alle famiglie, cene, qualcosa di speciale avranno questi momenti nella vita delle persone perché Gesù preferisca manifestarsi lì.
Ricordo nella mia diocesi precedente che molte famiglie mi spiegavano che l’unico momento che avevano per stare insieme era normalmente la cena, di sera, quando si tornava dal lavoro, e i più piccoli finivano i compiti di scuola. Era un momento speciale di vita familiare. Si commentava il giorno, ciò che ognuno aveva fatto, si metteva in ordine la casa, si sistemavano i vestiti, si organizzavano gli impegni principali per i giorni seguenti, i bambini litigavano… era il momento. Sono momenti in cui uno arriva anche stanco, e qualche discussione, qualche litigata tra marito e moglie succede, ma non c’è da aver paura; io ho più paura delle coppie che mi dicono che mai, mai hanno avuto una discussione; raro, è raro. Gesù sceglie questi momenti per mostrarci l’amore di Dio, Gesù sceglie questi spazi per entrare nelle nostre case e aiutarci a scoprire lo Spirito vivo e operante nelle nostre case e nelle nostre cose quotidiane. È in casa che impariamo la fraternità, impariamo la solidarietà, impariamo il non essere prepotenti. È in casa che impariamo ad accogliere e apprezzare la vita come una benedizione e che ciascuno ha bisogno degli altri per andare avanti. È in casa che sperimentiamo il perdono, e siamo invitati continuamente a perdonare, a lasciarci trasformare. E’ interessante: in casa non c’è posto per le “maschere”, siamo quello che siamo e, in un modo o nell’altro, siamo invitati a cercare il meglio per gli altri.
Per questo la comunità cristiana chiama le famiglie con il nome di chiese domestiche, perché è nel calore della casa che la fede permea ogni angolo, illumina ogni spazio, costruisce la comunità. Perché è in momenti come questi che le persone hanno cominciato a scoprire l’amore concreto e operante di Dio.
In molte culture al giorno d’oggi vanno sparendo questi spazi, vanno scomparendo questi momenti familiari, pian piano tutto tende a separarsi, isolarsi; scarseggiano i momenti in comune, per essere uniti, per stare in famiglia. E dunque non si sa aspettare, non si sa chiedere permesso, non si sa chiedere scusa, non si sa ringraziare, perché la casa diventa vuota, non di persone, ma vuota di relazioni, vuota di contatti umani, vuota di incontri, tra genitori, figli, nonni, nipoti, fratelli…. Poco tempo fa una persona che lavora con me mi raccontava che sua moglie e i figli erano andati in vacanza e lui era rimasto solo, perché gli toccava lavorare in quei giorni. Il primo giorno la casa stava tutta in silenzio, “in pace”, era felice, niente in disordine. Il terzo giorno, quando gli ho chiesto come stava, mi ha detto: “Voglio già che ritornino tutti”. Sentiva che non poteva vivere senza sua moglie e i suoi figli. E questo è bello, questo è bello.
Senza famiglia, senza il calore di casa, la vita diventa vuota, cominciano a mancare le reti che ci sostengono nelle difficoltà, le reti che ci alimentano nella vita quotidiana e motivano la lotta per la prosperità. La famiglia ci salva da due fenomeni attuali, due cose che succedono al giorno d’oggi: la frammentazione, cioè la divisione, e la massificazione. In entrambi i casi, le persone si trasformano in individui isolati, facili da manipolare e governare. E allora troviamo nel mondo società divise, rotte, separate o altamente massificate sono conseguenza della rottura dei legami familiari; quando si perdono le relazioni che ci costituiscono come persone, che ci insegnano ad essere persone. E così uno si dimentica di come si dice papà, mamma, figlio, figlia, nonno, nonna… Si perde la memoria di queste relazioni che sono il fondamento. Sono il fondamento del nome che abbiamo.
La famiglia è scuola di umanità, scuola che insegna a mettere il cuore nelle necessità degli altri, ad essere attenti alla vita degli altri. Quando viviamo bene nella famiglia, gli egoismi restano piccoli – ci sono, perché tutti abbiamo un po’ di egoismo –; ma quando non si vive una vita di famiglia si generano quelle personalità che possiamo definire così: “io, me, mi, con me, per me”, totalmente centrate su sé stesse, che ignorano la solidarietà, la fraternità, il lavoro in comune, l’amore, la discussione tra fratelli. Lo ignorano. Nonostante le molte difficoltà che affliggono oggi le nostre famiglie nel mondo, non dimentichiamoci, per favore, di questo: le famiglie non sono un problema, sono prima di tutto un’opportunità. Un’opportunità che dobbiamo curare, proteggere e accompagnare. E’ un modo di dire che sono una benedizione. Quando incominci a vivere la famiglia come un problema, ti stanchi, non cammini, perché sei tutto centrato su te stesso.
Si discute molto oggi sul futuro, su quale mondo vogliamo lascare ai nostri figli, quale società vogliamo per loro. Credo che una delle possibili risposte si trova guardando voi, questa famiglia che ha parlato, ognuno di voi: vogliamo lasciare un mondo di famiglie. E’ la migliore eredità: lasciamo un mondo di famiglie. Certamente non esiste la famiglia perfetta, non esistono sposi perfetti, genitori perfetti né figli perfetti, e, se non si offende, io direi suocera perfetta. Non esistono, non esistono. Ma questo non impedisce che siano la risposta per il domani. Dio ci stimola all’amore e l’amore sempre si impegna con le persone che ama. Per questo, abbiamo cura delle nostre famiglie, vere scuole del domani. Abbiamo cura delle nostre famiglie, veri spazi di libertà. Abbiamo cura delle nostre famiglie, veri centri di umanità.
E qui mi viene un’immagine: quando, nelle Udienze del mercoledì, passo a salutare la gente, tante tante donne mi mostrano la pancia e mi dicono: “Padre, me lo benedice?”. Io ora vi propongo una cosa, a tutte quelle donne che sono “incinte di speranza”, perché un figlio è una speranza: che in questo momento si tocchino la pancia. Se c’è qualcuna qui, lo faccia. O quelle che stanno ascoltano alla radio o alla televisione. E io, a ciascuna di loro, ad ogni bambino o bambina che è lì dentro ad aspettare, do la benedizione. Così che ognuna si tocca la pancia e io le do la benedizione, nel nome del Padre e del Figlio dello Spirito Santo. E auguro che nasca bello sano, che cresca bene, che lo possa allevare bene. Accarezzate il bambino che state aspettando.
Non voglio concludere senza fare riferimento all’Eucaristia. Avrete notato che Gesù vuole utilizzare come spazio del suo memoriale una cena. Sceglie come spazio della sua presenza tra noi un momento concreto della vita familiare. Un momento vissuto e comprensibile per tutti, la cena.
E l’Eucaristia è la cena della famiglia di Gesù, che da un confine all’altro della terra si riunisce per ascoltare la sua Parola e nutrirsi con il suo Corpo. Gesù è il Pane di Vita delle nostre famiglie, vuole essere sempre presente nutrendoci con il suo amore, sostenendoci con la sua fede, aiutandoci a camminare con la sua speranza, perché in tutte le circostanze possiamo sperimentare che Egli è il vero Pane del cielo.
Tra pochi giorni parteciperò insieme alle famiglie del mondo all’Incontro Mondiale delle Famiglie, e tra meno di un mese al Sinodo dei Vescovi che ha per tema la Famiglia. Vi invito a pregare. Vi chiedo per favore di pregare per queste due intenzioni, perché sappiamo tutti insieme aiutarci a prenderci cura della famiglia, perché sempre più sappiamo scoprire l’Emmanuele, cioè il Dio che vive in mezzo al suo popolo facendo di ogni famiglia e di tutte le famiglie la sua dimora. Conto sulla vostra preghiera. Grazie!

Saluto finale dalla terrazza antistante la chiesa:

Vi saluto. Vi ringrazio… l’accoglienza, il calore… I cubani sono davvero gentili, buoni, e ti fanno sentire a casa. Tante grazie! E voglio dire una parola di speranza. Una parola di speranza che forse ci farà girare la testa indietro e in avanti. Guardando indietro: memoria. Memoria di quelli che ci hanno portato alla vita, e specialmente, dei nonni. Un gran saluto ai nonni. Non dimentichiamoci dei nonni. I nonni sono la nostra memoria vivente. E guardando in avanti: i bambini e i giovani, che sono la forza di un popolo. Un popolo che ha cura dei suoi nonni e che ha cura dei suoi bambini e dei suoi giovani, ha il trionfo assicurato! Dio vi benedica. Lasciate che vi dia la benedizione, ma ad una condizione. Dovrete pagare qualcosa: vi chiedo di pregare per me. Questa è la condizione. Vi benedica Dio Onnipotente, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Addio e grazie!

 

LA PAROLA DI DIO INSEGNATA AI NOSTRI FIGLI

http://www.donnecristianenelweb.it/Trasmettere%20il%20valore%20della%20Parola.htm

LA PAROLA DI DIO INSEGNATA AI NOSTRI FIGLI

Sara (dal sito : donne cristiane nel web)

Come mettere l’acquolina in bocca della Parola di Dio nei nostri figli?
Come trasmettere ai nostri figli il desiderio di avere una relazione con Dio, il gusto della Bibbia e della preghiera in famiglia?
Quando leggiamo la Bibbia, troviamo un certo numero di consigli e di indicazioni sull’educazione dei figli anche se ci sono pochi testi specifici sulla vita di famiglia.
In particolare, nell’Antico Testamento la famiglia è un luogo privilegiato in cui vivere la fede. Nel contesto del Nuovo Testamento la famiglia e la chiesa si confondono nello stesso luogo e con gli stessi attori.
La Scrittura ci spiega delle funzioni, ci descrive dei principi e delle attitudini, ma ci dice poco sulle forme; queste sono definite nel quadro di ogni epoca e di ogni cultura. Due testi dell’Antico Testamento possono però aiutarci a collocarci come genitori cristiani.

Imparare a mettere in pratica la Parola di Dio
“Tu amerai dunque l’Eterno, il tuo Dio,
con tutto il cuore, con tutta l’anima tua e con tutte le tue forze.
E questi comandamenti che oggi ti do ti staranno nel cuore;
li inculcherai ai tuoi figliuoli, ne parlerai quando te ne starai seduto in casa tua,
quando sarai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai.
Te li legherai alla mano come un segnale,
ti saranno come frontali tra gli occhi,
e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte.” (Deuteronomio 6:5 – 9)

Questi versetti ci ricordano la necessaria coerenza presente nella nostra vita. Il testo ci è sicuramente familiare, ma conviene sottolineare alcuni aspetti.
Si situa nel contesto del capitolo 5 del Deuteronomio, della fede fondamentale del Decalogo; siamo nel cuore della relazione tra Dio e il Suo popolo, al centro dell’Alleanza. La messa in pratica della Parola di Dio è la caratteristica della saggezza per l’ebreo. La messa in pratica è oggetto delle diverse esortazioni di questo passo, prima ancora di essere oggetto dell’insegnamento del fanciullo. Siamo lontani dalla semplice concezione occidentale del volume delle conoscenze accumulate. Quanto al verbo “inculcare”, significa letteralmente “affilare”, (come si affilano i denti di un utensile). Si tratta di un insegnamento dinamico e di un apprendimento di applicazioni delle direttive del Signore per avere “il mordente” nella vita.
Il testo ricorda il progetto di felicità che Dio ha per il Suo popolo e dunque per le famiglie che lo compongono.
« Camminate in tutto e per tutto per la via che l’Eterno,
il vostro Dio, vi ha prescritta,
affinché viviate e siate felici
e prolunghiate i vostri giorni nel paese
di cui avrete il possesso. » (Deuteronomio 5:33)

« Or questi sono i comandamenti,
le leggi e le prescrizioni che l’Eterno, il vostro Dio,
ha ordinato di insegnarvi,
perché li mettiate in pratica nel paese
nel quale state per passare per prenderne possesso;
affinché tu tema l’Iddio tuo, l’Eterno, osservando,
tutti i giorni della tua vita, tu, il tuo figliuolo
e il figliuolo del tuo figliuolo, tutte le sue leggi
e tutti i suoi comandamenti che io ti do,
e affinché i tuoi giorni siano prolungati. » (Deuteronomio 6:1-2)

« E l’Eterno ci ordinò di mettere in pratica
tutte queste leggi, temendo l’Eterno, l’Iddio nostro,
affinché fossimo sempre felici,
ed egli ci conservasse in vita,
come ha fatto finora. » (Deuteronomio 6:24)

C’è un legame diretto tra la messa in pratica dei comandamenti del Signore e la Sua benedizione: essere felici e prolungare i propri giorni. Sottolinea l’importanza del progetto familiare e della sua coerenza: a partire dal momento in cui la Legge sarà nel tuo cuore (cioè nel tuo più profondo, al livello dei tuoi pensieri, della tua volontà e dei tuoi sentimenti), testimonierai ai tuoi figli in ogni circostanza: a casa o in viaggio, a qualsiasi ora della giornata.
Ma soprattutto, tu testimonierai con i tuoi atti (v. 8 segnale sulla mano); con le tue attitudini, i tuoi pensieri e parole (v. 8 frontali tra gli occhi); facendo della tua casa un segno dell’autorità del Signore. Chiunque ci entrerà potrà vederlo riflesso nella tua porta. Tu stessa sarai la prima a ricordarlo, quando entrerai in casa tua, che la fede in Dio si vive prima all’interno (v. 9 scritta sugli stipiti della tua casa).
La Parola è chiamata ad accompagnare il nostro entrare ed uscire, ogni nostra attività quotidiana, e la trasmissione della messa in pratica della Parola di Dio appare come il cuore dell’educazione da impartire ai nostri figli.

Dare gusto
Il secondo testo ci invita a dare del gusto.
« Inculca al fanciullo la condotta che deve tenere;
anche quando sarà vecchio non se ne dipartirà. » (Proverbi 22:6)

Una traduzione vicina all’originale potrebbe essere: istruisci il fanciullo secondo la via che deve seguire; e quando i peli della barba nasceranno non se ne allontanerà.
Parecchie parole o espressioni di questo versetto meritano un’attenzione particolare e dovrebbero ispirare le nostre azioni.
“Istruisci il fanciullo”: il verbo istruire ha la stessa radice della parola palato che designa la parte superiore della bocca. E’ utile comprendere il perché. In Israele, quando una donna partoriva, la levatrice insegnava al bebè a succhiare. Addolciva il palato del bambino con un po’ di succo di fico. Il bambino attirato dal gusto strano iniziava un movimento ripetuto della suzione con la bocca. Bastava presentare il seno della mamma perché iniziasse a succhiare il latte.
Istruire significa dare il gusto! E’ la coerenza tra il nostro esempio e le nostre parole a dare il gusto; è l’insegnamento della Parola di Dio spiegata e vissuta; è l’amore portatore di speranza…
Come suscitare il gusto di vivere attaccati a Dio nei nostri ragazzi?
Un buon insegnante suscita nei suoi allievi il gusto di imparare. Ecco il profilo di un tale insegnante: ama il suo mestiere; ama i suoi allievi; ama la materia che insegna.
Da questo cerca di adattare la propria pedagogia ai suoi allievi. La rende attiva, accessibile, il più possibile attraente. Così gli allievi avranno il soddisfazione nell’imparare, nell’ascoltare, nel comprendere ed avranno desiderio di partecipare alle lezioni. Per raggiungere questo obiettivo, l’insegnante investe parecchio sulla sua persona. Ed è a questo che siamo chiamati come genitori, nel nostro ruolo di insegnanti della Parola di Dio nella scuola domenicale, nei gruppi giovanili o nella chiesa locale: trasmettere il gusto del camminare con Dio, di cercare il Suo consiglio, di impegnarsi per Lui.
Questo si comunica innanzitutto con la nostra vita. Bisogna dare dalla nostra persona:
Amare il nostro “mestiere « , essere felici di essere cristiani.
Amare i figli che Dio ci dona.
Avere entusiasmo nel comunicare l’amore di Dio, poichè questo è il nostro « mestiere » da insegnare.
Per ogni ragazzo, c’è una strada diversa. Il progetto di vita deve essere diretto da Dio e in questa prospettiva ci sarà il gusto e il sapore dell’esistenza. Quale grazia poter condurre un bambino alla scoperta di un tale cammino!
Bisogna passare del tempo con i bambini per scoprire la loro personalità e i loro doni. Alcuni si credono incapaci di fare alcunché! Ognuno è diverso dagli altri: alcuni possono esser dotati intellettualmente, altre essere sportivi, altri perseveranti ed altri ancora dolci… Quante ferite quando si entra a far differenze o paragoni, oppure si applica una disciplina identica per personalità diverse! Una vera comprensione del fanciullo si acquisisce progressivamente, nella comprensione delle sue fasi di sviluppo fisico, ma soprattutto affettivo ed intellettivo. Osservando il bambino si impara a conoscerlo. Così si porta avanti l’opera che è stata iniziata in lui (Salmo 139.13-16), correggere gli atteggiamenti sbagliati e pregare per lui.
Il dialogo con i nostri figli deve essere una delle nostre maggiori priorità. Capita a volte di notare, nei padri soprattutto, una mancanza di interesse e di “savoir-faire”. E’ perciò importante il dialogo di coppia.
«e anche quando sarà vecchio non se ne allontanerà». Non soltanto quando sarà vecchio si ricorderà degli insegnamenti ricevuti, ma anche nel momento dell’adolescenza, proprio quando il ragazzo imposta la sua vita e poco alla volta costruisce la sua personalità di adulto potrà scegliere di continuare la sua vita in piena armonia con Dio.
Seminiamo perciò per l’adolescenza, per il tempo importantissimo dell’organizzazione del pensiero e del sistema dei valori. Quale grazia e privilegio poter insegnare al bambino nei suoi primi anni! A rischio di ripetersi, occorre sottolineare il ruolo della famiglia, dei genitori in particolare. E’ fondamentale che l’educazione data ai loro figli si fondi sulla massima coerenza possibile tra parole e azioni in ambito familiare.
Gli aspetti formali dell’educazione cristiana (culto in famiglia, attività in seno alla chiesa) devono trovare la loro applicazione nella vita di tutti i giorni. Tra i figli di famiglia cristiana succede spesso che si arrivi alla saturazione del sapere, e a volte irritazione a dover agire in un certo modo. Ma il valore dell’esempio dei loro genitori darà loro il gusto di diventare di veri cristiani.

Come fare? Un esempio: il culto di famiglia
Un punto importante su cui tornare è quello del culto di famiglia. Ricordiamo che il culto in famiglia non deve avere come obiettivo quello di abituare i bambini all’esercizio della pietà, ma di portarli alla scoperta del Signore, del posto che Egli ha nelle vite dei loro genitori, e di insegnare loro cos’è la vita con Dio. E’ nella condivisione familiare che impariamo quali cose cambiare nelle nostre vite.
Alcuni danno al culto di famiglia una forma particolarmente seria ed i termini stessi contribuiscono a questa immagine. Ma occorre invece evitare ciò che è noioso per i bambini, la monotonia, la routine, dando spazio alla creatività. Si possono trovare degli aiuti pratici per il culto di famiglia, con un approccio interessante che proponga temi diversi e forme pedagogiche attive. E’ importante che i figli siano partecipanti attivi nel proporre canti, magari preparandosi (con o senza di noi, secondo l’età) su degli argomenti particolari. La vita quotidiana di famiglia, situazioni vissute a scuola serviranno per attualizzare l’etica cristiana attraverso le circostanze.
Alcuni genitori trovano utile avere un tema articolato in diversi soggetti nel corso di un mese: la dottrina cristiana, i frutti dello Spirito, la missione, i libri della Bibbia… Ma alternare soggetti biblici con racconti missionari arricchirà il ritmo degli incontri e risveglierò l’interesse.
Sarebbe bene che il padre animi il culto di famiglia, ma l’impegno deve essere largamente condiviso con la mamma. Questa responsabilità può essere anche delegata ogni tanto a uno dei ragazzi.
Il culto di famiglia offre la possibilità di dare gusto alla Parola di Dio e alla preghiera.
Permette apprendimento dell’intercessione. I bambini possono stabilire una propria lista di amici, di membri di chiesa, missionari o prigionieri (per la fede) che hanno bisogno di soccorso in preghiera.
Le preghiere dei genitori dovrebbero essere abbastanza brevi per mantenere l’ascolto dei bambini. La preghiera di famiglia dovrebbe essere come un “bouquet” offerto al Signore, dove ognuno si esprime brevemente e liberamente.
Può essere utile scegliere un’ora precisa in cui radunarsi. Oltre alla monotonia e a una cattiva animazione, si incontrano altre difficoltà come le differenti età dei bambini e il ritmo delle attività quotidiane. A volte è difficile trovare argomenti interessanti per i piccioli e per i grandi. Poi, la televisione, i compiti per la scuola possono diventare nemici del culto di famiglia. Un altro errore frequente è quello di rendere il momento di famiglia con un’atmosfera “ecclesiale”. Genitori rigidi nella disciplina rischiano di rafforzare nei loro figli un’attitudine al rigetto che li porterà al fallimento.
Un culto di famiglia quotidiano è sicuramente una cosa buona, ma deve essere compatibile con le attività dei membri della famiglia. E quando i ragazzi crescono, occorre ancor più delicatezza.
Il culto di famiglia, quando esprime pienamente la fede, la gioia e la comunione, lascia il segno duraturo nei figli (e nei genitori). Costituisce veramente una benedizione che sarà trasmessa alla generazione successiva.

 

Publié dans:FAMIGLIA: FIGLI |on 5 août, 2015 |Pas de commentaires »

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