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« CARITAS IN VERITATE » L’ENCICLICA DELLA FRATERNITÀ UNIVERSALE

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« CARITAS IN VERITATE » L’ENCICLICA DELLA FRATERNITÀ UNIVERSALE

di Rosino Gibellini

La Caritas in veritate si potrebbe definire l’enciclica della fraternità universale perché questa è la categoria teologica centrale nel discorso complesso di Benedetto XVI sulla realtà sociale del nostro mondo in via di globalizzazione. Il Papa si inserisce nella dottrina sociale della Chiesa con una modalità particolare, espressa, appunto, dalla categoria della fraternità universale. È stato osservato che Giovanni Paolo II parlava spesso di socialità, un tema che Benedetto XVI riconduce alla sua fonte teologica, e cioè la fraternità. Il terzo capitolo dell’enciclica (n. 34-42) s’intitola Fraternità, sviluppo economico e società civile e si può considerare il centro teologico del testo papale.
Il concetto di fraternità è caro alla teologia di Joseph Ratzinger, che vi aveva dedicato il corso viennese del 1958, quando il giovane teologo era agli inizi della sua docenza nel seminario filosofico-teologico di Frisinga. Il corso sarà poi pubblicato nel 1960 (quando Ratzinger era già arrivato all’università di Bonn), con il titolo Die christliche Brüderlichkeit (München, 1960; nuova edizione, München, Kösel-Verlag, 2006; traduzione italiana, Roma, 1962; nuova traduzione, Brescia, Queriniana, 2005). La fraternità cristiana – si spiega in quel testo – è quella interna alla Chiesa: è « la reciproca fraternità dei cristiani » che invocano Dio, confidenzialmente, come Abba (« Padre nostro »), come Gesù ci ha insegnato. Ed è una fraternità aperta, perché la Chiesa è sempre – citando von Balthasar – « uno spazio aperto e un concetto dinamico »; essa « è infatti il movimento di penetrazione del regno di Dio nel mondo, nel senso di una totalità escatologica » (La fraternità cristiana, p. 100).
La fraternità cristiana traccia anche dei confini, pone una dualità tra Chiesa e non chiesa. Ma « la comunità cristiana fraterna non è contro, bensì a favore del tutto » ed « è chiaro che l’opera di Gesù non mira propriamente alla parte, bensì al tutto, all’unità dell’umanità » (ivi, p. 94). La fraternità cristiana non è riducibile a filantropia, non è assimilabile al cosmopolitismo stoico o illuminista, ma è espressione di « vero universalismo », perché è posta « al servizio del tutto », tramite agàpe (« amore ») e diakonìa (« servizio »).
Nel testo richiamato è bene evidenziata la differenza tra fraternità universale nell’illuminismo e nel cristianesimo. È vero che l’illuminismo ha ampliato il concetto di fratello, parlando di fraternità universale sulla base della comune natura umana. Ma una fraternità così estesa può diventare irrealistica e vaga espressione di umanitarismo, come evidenziano le parole del pur grande inno alla gioia di Schiller: « Abbracciatevi, moltitudini ». La fraternità cristiana, invece, si apre all’altro, e si fa fraternità universale appunto nell’agàpe e nella diakonìa, abbattendo così, nella concretezza della vita, ogni barriera. È il tema ripreso nell’enciclica.
Nella Caritas in veritate si afferma infatti che la vera fraternità, operante oltre ogni barriera e confine, nasce dal dono, la cui logica è introdotta nel tessuto economico, sociale e politico: « La comunità degli uomini può essere costituita da noi stessi, ma non potrà mai con le sole sue forze essere una comunità pienamente fraterna né essere spinta oltre ogni confine, ossia diventare una comunità veramente universale: l’unità del genere umano, una comunione fraterna oltre ogni divisione, nasce dalla con-vocazione della parola di Dio-amore. Nell’affrontare questa decisiva questione, dobbiamo precisare, da un lato, che la logica del dono non esclude la giustizia e non si giustappone a essa in un secondo momento e dall’esterno e, dall’altro, che lo sviluppo economico, sociale e politico ha bisogno, se vuole essere autenticamente umano, di fare spazio al principio gratuità come espressione di fraternità » (n. 34).
Secondo il Papa, nel tempo della globalizzazione in cui ormai l’umanità è entrata, e in cui essa diventa « sempre più interconnessa » (n. 42), gli esseri umani hanno bisogno come singoli e come comunità di un criterio etico fondamentale. Questo criterio è una categoria teologica, quella della fraternità universale, che ci fa considerare membri della stessa « famiglia umana ». Se si volesse citare una sola affermazione dell’enciclica, per andare al centro della visione che essa propone, si potrebbe scegliere questa: « La globalizzazione è fenomeno multidimensionale o polivalente, che esige di essere colto nella diversità e nell’unità di tutte le sue dimensioni, compresa quella teologica. Ciò consentirà di vivere e orientare la globalizzazione dell’umanità in termini di relazionalità, di comunione e di condivisione » (n. 42).
È questa la parte più strettamente teologica, sul cui registro sono da leggere le indicazioni concrete di etica sociale ed economica contenute nell’enciclica, che insieme propone come chiave di lettura la visione della « fraternità universale » e la logica conseguente della « relazionalità » e della « condivisione » come criterio fondamentale e come orientamento « teologico ». Per essere « capaci di produrre un nuovo pensiero e di esprimere nuove energie al servizio di un vero umanesimo integrale » (n. 78).

(L’Osservatore Romano 1 novembre 2009)

LA SPERANZA DEL PAPA (SULLA SPE SALVI) (2008)

http://www.tracce.it/?id=266&id2=275&id_n=8285

LA SPERANZA DEL PAPA (SULLA SPE SALVI)

GIOVANNA PARRAVICINI

ECUMENISMO

Maggio 2008

«La Spe salvi? Fondamentale pure per noi ortodossi, perché parla di una certezza: la vita in Cristo è piena di felicità da condividere». Parola del vicerettore dell’Accademia teologica di Mosca. Che il 25 marzo ha presentato l’enciclica accanto all’arcivescovo Paolo Pezzi. E ora spiega a Tracce perché quel documento è un passo fatto assieme
Padre Vladimir Šmalij, vicerettore dell’Accademia teologica di Mosca e segretario della Commissione teologica sinodale del Patriarcato di Mosca, il 25 marzo ha presentato al Centro Biblioteca dello Spirito, insieme all’arcivescovo Paolo Pezzi, l’enciclica Spe salvi. Una serata ricchissima, che gli abbiamo chiesto – in qualche modo – di proseguire, riprendendo e approfondendo il suo intervento alla luce dell’enciclica nel contesto della vita della Chiesa e della società in Russia.
L’enciclica Spe salvi mette a tema una virtù teologale, ma anche un bisogno profondissimo, sostanziale dell’uomo di tutti i tempi. Come lei ha sottolineato nella presentazione, il Papa cerca di unire le risposte al “perché del vivere” che dà il cristianesimo con le ricerche del mondo del senso della vita. È una grossa apertura al dialogo, e nel contempo un forte riconoscimento che la fede, l’avvenimento di Cristo è in grado di rispondere non solo alla cerchia dei fedeli, ma all’uomo come tale. Non è esattamente questo che la cultura laica di oggi contesta, cioè la pretesa della Chiesa di uscire dal ghetto, sia pure dorato, in cui è posta?
A parer mio l’enciclica tocca un tema attualissimo, cruciale, perché il tema della caduta delle speranze sembra il tratto distintivo della nostra civiltà, che, apparentemente così sazia, paga di sé, mostra in realtà a ogni passo la propria disperazione e assenza di prospettive. L’indice più significativo di questo fenomeno non è neppure l’alta percentuale di suicidi, bensì il gran numero di palliativi che la gente cerca di trovare per compensare il vuoto spirituale: la cultura di massa, il consumismo… Si cerca di tenersi su comprando, riempiendo la vita di cose. Come sacerdote, mi capita di incontrare molte persone che bussano alla Chiesa perché sono smarrite, disorientate, spesso non si rendono nemmeno conto che i problemi con cui si scontrano dipendono dal fatto che non sperano più in niente. La speranza – è molto giusto quello che rileva il Papa – è il motore dell’esistenza stessa della persona umana, non solo per il cristiano, ma per ogni persona. Per questo il dialogo con la società, con il mondo, sui fondamenti della speranza è fondamentale.
A me sembra inoltre che la speranza sia una cosa molto personale, intima. Al contrario, nel nostro mondo ciascuno cerca di compensare attraverso l’aspetto esteriore ciò che gli manca dentro, e non lascia valicare a nessuno il confine che introduce al cuore della persona, a cui invece fa appello il Papa. Mi ha colpito la delicatezza di Benedetto XVI, che non si pone come un giudice severo, non impartisce insegnamenti dall’alto, con durezza, ma propone con estrema delicatezza alla singola persona delle risposte, mostrando al tempo stesso con grande lucidità e certezza gli errori o i fraintendimenti in cui incorriamo nel modo di intendere la speranza. Ad esempio, mette in guardia da riduzioni psicologiche della speranza: la speranza è una realtà concreta, oggettiva.
In questo senso Joseph Ratzinger mette chiaramente in luce i rischi di un soggettivismo che è una tentazione costante in Occidente, penetrando anche nella coscienza dei cristiani. Anzi, il Papa richiama fortemente a un’autocritica del cristianesimo moderno, che deve tornare alle proprie radici. Che cosa significa oggi questo cammino per i cristiani, secondo lei?
Con la delicatezza e il rispetto dell’interlocutore che lo contraddistinguono, il Papa fa notare che gli stessi cristiani hanno operato una riduzione soggettivista, citando significativamente un esempio di interpretazione che nasce attraverso Lutero ma si è affermata anche nell’esegesi cattolica. Ed è interessante osservare il metodo del Papa, che si serve di questo esempio in funzione costruttiva, ecumenica, quasi invitando gli stessi protestanti a ritornare alle fonti della propria identità, a recuperare la certezza di essere stati salvati.
Quali aspetti dell’enciclica le sembrano particolarmente interessanti per la situazione russa?
A parer mio non vi sono elementi specifici riguardanti la Russia: Benedetto XVI si rivolge all’uomo in quanto tale, ai cristiani di tutte le tradizioni e ai non cristiani. I contenuti della Spe salvi forse sono particolarmente importanti per noi ortodossi in Russia, proprio per il fatto che si parla della speranza come certezza, come obiettiva caparra di vita eterna, da cui discende anche una posizione di impegno missionario: in forza della fede, e della speranza certa che essa suscita, siamo chiamati a testimoniare che la vita in Cristo è una vita piena di certezza, di felicità, che abbiamo il dovere di condividere. Mi ha colpito molto il passaggio sulla condivisione della sofferenza, che è propria dei santi. Quanti esempi di sofferenza abbiamo davanti agli occhi, che grande compito di com-passione abbiamo… noi cristiani non possiamo stare alla finestra, guardare con sufficienza alle sofferenze del mondo, accontentandoci di una salvezza individuale, egoistica.
I santi sono in primo luogo dei testimoni…
Anche qui, dobbiamo ritornare all’unica tradizione della Chiesa indivisa: sant’Atanasio dice che se qualcuno non crede alla Resurrezione, bisogna citargli l’esempio dei martiri che non hanno tenuto in nessun conto la vita, ma l’hanno data con semplicità, testimoniando con eloquenza la loro certezza nella nuova vita portata da Cristo. Anche oggi, quanti testimoni abbiamo davanti agli occhi! Non mi riferisco solo ai “santi” canonizzati, ma ai tanti che vivono la propria vocazione con letizia, testimoniando la loro certezza nelle prove quotidiane, nella prova… Penso a chi ha il coraggio di far famiglia e non ha paura di una famiglia numerosa, a tanti che vivono la malattia come un’offerta, alle persone consacrate; ho avuto la fortuna di incontrare moltissime persone che vivono la speranza in maniera oggettiva, sostanziale. Noi dobbiamo imparare a guardare, ad accorgerci del gran numero di testimoni che ci circonda, non dobbiamo vergognarci di citarli, di ricordare come la fede aiuta a vivere nella speranza le circostanze più diverse della vita.
Secondo lei, di che cosa è più carente, di che cosa ha più bisogno oggi la coscienza dei cristiani per ridestarsi?
C’è un aspetto che mi colpisce e mi piace particolarmente nella figura di papa Benedetto XVI, e cioè la sua simpatia, il suo apprezzamento della razionalità, della ragionevolezza, un aspetto che per l’appunto oggi manca sovente a noi ortodossi. Anche in Occidente non se ne comprende il senso, l’importanza, e ci sentiamo dire da occidentali che credono così di farci un elogio: «Ecco, da noi è tutto ridotto a razionalismo, non c’è spazio per sentimenti ed emozioni, mentre voi ortodossi avete la mistica». In realtà, questa pretesa «mistica» si riduce spesso alla rinuncia alla propria ragione, alla propria responsabilità, per delegare a un “padre spirituale” scelte di vita che implicano una decisione personale. No, il cristiano deve tornare a comprendere che la ragione è un dono che ci è stato fatto e un dovere che abbiamo, dobbiamo vivere e trasfigurare la vita alla sua luce. Non è un caso che nella liturgia ortodossa Cristo sia definito «luce della ragione»! Questa è una verità comune alle due tradizioni cristiane, d’Oriente e d’Occidente. L’accento su un misticismo che è in realtà rinuncia alla propria ragione è un fenomeno tipico dell’ortodossia solo in epoca tarda, mentre se prendiamo ad esempio Giovanni Damasceno con il suo aristotelismo, o i Padri cappadoci, ci troviamo davanti a un’esaltazione della ragione umana. Così pure il pensiero filosofico-religioso russo della fine del XIX-inizio del XX secolo implica un ritorno ai Padri e all’integralità della loro visione antropologica. Non stupisce che anche un ortodosso conservatore come padre Georgij Florovskij invitasse a leggere gli autori cattolici medioevali, oltre che i Padri: proprio perché lì è possibile ritrovare le stesse radici, lo stesso impeto cristiano, identico all’Est e all’Ovest, che si identifica nella trasfigurazione dell’uomo nella sua interezza, in tutti gli aspetti del suo essere, compresa la ragione, mentre gli influssi delle ideologie inducono a pensare che il cristianesimo non sia ragionevole, ma confinato alle sfere più periferiche, emotive e sentimentali, sia una cura “palliativa” di disagi esistenziali per cui, in caso di bisogno, si può far ricorso al prete come si andrebbe da uno psicoterapeuta.
La fede quindi è un cammino di conoscenza?
Certamente, come essere ragionevole non posso non prendere in considerazione la realtà, cioè prenderne coscienza e darne un giudizio morale. Se rinuncio alla ragione, per ciò stesso rinuncio anche alla mia coscienza, alla mia responsabilità e libertà adulta. Interessante che il rifiuto della ragione come fattore della personalità cristiana conduca a due estremi che si toccano: in Oriente all’infantilismo di chi demanda all’autorità spirituale ogni responsabilità, in Occidente alla pretesa autonomia di alcune sfere della persona umana. In entrambi i casi si tratta di un dualismo, di una contraddizione che è appunto irragionevole, che è anticristiana, ma anche e soprattutto disumana, perché contravviene alla caratteristica dell’essere umano che è la sua ragione. Io credo che stia qui uno dei compiti educativi fondamentali che abbiamo: insegnare alla nostra gente, ai nostri ragazzi, a essere responsabili, e la responsabilità non può sussistere che alla luce della ragione. Se la ragione non governa e giudica sentimenti ed emozioni, chi potrebbe perseverare nella propria vocazione, nella propria missione, nel compimento di un’opera?
Perché la Chiesa è sovente guardata come un luogo di divieti, di regole che tentano di imbrigliare i desideri, e non invece come il luogo della loro realizzazione?
Non è facile rispondere, ma credo che occorra anche il coraggio di riconoscere, innanzitutto, che gran parte dei desideri che la nostra società induce e coltiva si rivelano come dannosi per l’uomo. Basta guardare la pubblicità, gli stereotipi sociali che ci propinano alla televisione. Non possiamo esimerci dal domandarci, se è veramente questo ciò che il nostro cuore desidera, oppure se è quello che ci vogliono inculcare e che in ultima analisi risulta negativo, dannoso per noi. Quello che dico può sembrare amaro, impopolare, ma è una diagnosi necessaria per guarire dalla nostra malattia esistenziale: anche nel campo del desiderio non possiamo fare a meno della ragione, davanti al desiderio immediato che mi si para dinnanzi devo dare un giudizio, esaminarlo alla luce della ragione. Non è un caso, tra l’altro, che nella Spe salvi il Papa descriva Cristo come «pastore» e come «filosofo», cioè come maestro di vita sulla base della propria esperienza, del proprio esempio e dello strumento umano per eccellenza che è la ragione.
È interessante seguire la riflessione di Benedetto XVI sul superamento dell’ideologia, che costituisce un altro tema comune per l’Occidente e la Russia; si noti bene che il Papa si riferisce all’ideologia soprattutto in quanto forma di «ingegneria sociale», progressismo, e cita il marxismo semplicemente come una sua esemplificazione. Con la caduta del marxismo, l’ideologia progressista non è affatto sparita e continua a mostrarsi pericolosa per la civiltà umana; qui forse noi in Russia siamo più “vaccinati” contro determinate forme ideologiche, ma siamo inermi di fronte ad altre. Il problema, ripeto ancora una volta, oggi è il medesimo, sia pure nel variare di forme e modalità attraverso cui il fenomeno può emergere.
Spesso si indica come sfera privilegiata di dialogo tra cristiani di Chiese diverse quella sociale e caritativa, che sembra la più neutrale. Non esiste però il rischio di dissolvere la specificità del fatto cristiano, equiparandolo a una dottrina etica? Su che cosa, secondo lei, può fondarsi un reale dialogo e una reale collaborazione tra cristiani, in particolare tra cattolici e ortodossi, al fine di riproporre al mondo la vera speranza?
Monsignor Ilarion Alfeev, vescovo ortodosso russo di Vienna, ha parlato più volte della necessità per cattolici e ortodossi di unirsi per cercare e proporre insieme risposte a problemi di carattere morale, sociale e politico; ma questa discussione interconfessionale non può non accompagnarsi al dibattito più ampio, in campo sociale, sul ruolo che il cristianesimo deve rivestire all’interno della società nella sua interezza. Il Papa opera una delicata, ma netta formulazione della proposta della Chiesa di prendere in esame i problemi che dilaniano la società di oggi, invitando la società a partecipare alla discussione. Le comunità cristiane devono attivarsi soprattutto nel campo della condivisione della sofferenza, testimoniare al mondo l’alternativa che il cristianesimo costituisce alla disperazione della società attuale. Qui torna alla ribalta come fondamentale il problema dell’educazione, che può avvenire solo attraverso un incontro, attraverso una testimonianza. Non possono essere delle pure parole, dei clichè a convincere i giovani: solo dei testimoni viventi della bellezza sono convincenti. Il cristianesimo è una vita, e spetta a noi cristiani testimoniare che la speranza è ciò di cui viviamo. Il cristianesimo ha vinto il mondo come nuova vita, e non come ideologia. Una verità «performativa», e non puramente «informativa», esattamente come dice il Papa. Anche nella nostra Chiesa oggi si pone il problema della testimonianza dei laici, che per il momento non ancora fissata, codificata come nella dottrina della Chiesa cattolica, ma certamente è una questione di primaria importanza per la vita della Chiesa in futuro. Come dite voi, «laico cioè cristiano». Per la trasfigurazione del mondo.

UN TESTIMONE DI PACE: GIOVANNI XXIII E LA « PACEM IN TERRIS »

http://www.finesettimana.org/pmwiki/?n=Db.Sintesi?num=165

UN TESTIMONE DI PACE: GIOVANNI XXIII E LA « PACEM IN TERRIS »

sintesi della relazione di Luigi Bettazzi
Verbania Pallanza, 18 ottobre 2003
un papa oltre le etichette

Le etichette di conservatore o progressista poco si addicono alla figura di Giovanni XXIII, attaccato per certi versi alla tradizione (recita quotidiana del rosario…), per altri versi aperto al nuovo sin dall’inizio (compagno di studi di Bonaiuti…). Il contatto con il vescovo di Bergamo Radini Tedeschi, sensibile alla questione sociale, e le successive esperienze diplomatiche in Bulgaria, in Turchia e in Francia lo aprono ai problemi delle altre confessioni cristiane (ortodossi), dei non cristiani (musulmani), degli scristianizzati e quindi sensibile alle problematiche ecumeniche e interreligose. Così pure l’interesse per la figura di san Carlo Borromeo e per le sue visite pastorali a Bergamo dove portava il concilio gli fanno percepire l’importanza dell’assemblea conciliare nel rinnovare la chiesa.
Eletto papa nel 1958, dopo cinque anni trascorsi come cardinale patriarca di Venezia, si segnala subito per la sua cultura popolana, per la sua attenzione alla gente, per l’apertura ecumenica.
Novanta giorni dopo l’elezione manifesta l’intenzione di convocare un concilio con carattere pastorale, suscitando subito perplessità e reazioni in alcuni settori della gerarchia (Siri, Ottaviani…), che ritenevano che i concili dovessero avere essenzialmente un carattere dogmatico, cioè capaci di definire con precisione verità. Al contrario un concilio pastorale si rivolge alla gente e si preoccupa non solo di definire verità astratte ma di come entrare in relazione con le persone che hanno una certa cultura e mentalità, che hanno, ad esempio, rispetto al passato, un maggior spirito critico e un maggior spirito democratico.

la « Pacem in terris » e i segni dei tempi
Anche la « Pacem in terris », promulgata nel 1963, quasi un testamento spirituale, ha questa preoccupazione e attenzione alla gente e ai segni dei tempi. Per Giovanni XXIII il termine evangelico « segni dei tempi » sta a significare le situazioni concrete, l’attenzione alla gente, al suo modo di pensare e vivere.
In questa enciclica sono indicati tre grandi segni dei tempi che influenzano il modo di accogliere la fede: la promozione della donna, la maturazione sociale e politica del mondo del lavoro, l’indipendenza dei popoli (si era ai tempi della fine del colonialismo politico).
Inoltre la situazione concreta che spinse il papa a scrivere l’enciclica fu la crisi di Cuba, quando gli statunitensi minacciarono una guerra di fronte al dispiegamento dei missili sovietici a Cuba, installati su richiesta di Castro che poco prima era riuscito a respingere l’invasione degli esuli cubani appoggiati dagli americani. L’intervento del papa, segretamente richiesto dai contendenti, sbloccò la grave crisi.
Questo episodio spinse il papa a ripensare il problema della pace nel mondo. Importanti e innovative furono le distinzioni tra grandi ideologie e movimenti storici, tra errore ed errante. La cosa più importante è guardare alle persone concrete.
Altro aspetto di novità è il fatto che per la prima volta un documento della chiesa si rivolge agli uomini di buona volontà e non solo ai vescovi, ai preti, alle suore e a tutti i cristiani. Dopo di allora tutte le encicliche sociali dei papi sono rivolte agli uomini di buona volontà.
La Costituzione conciliare sul mondo contemporaneo (la Gaudium et spes) prese ispirazione da quella enciclica. Infatti nella prima parte si parla dei valori materiali e spirituali della persona umana, dei valori individuali e collettivi. Si parla della famiglia, non della famiglia cristiana, si parla della cultura, non della cultura cristiana. Solo alla fine di ogni capitolo ci sono i motivi di fede. Per poter parlare ad ogni uomo occorre usare argomentazioni accettabili da tutti.

i quattro pilastri della pace
La « Pacem in terris » ci ha aiutato a capire che cosa è la guerra e che cosa è la pace. La pace non è solo il tacere delle armi ma si fonda su quattro grandi pilastri: la verità, la giustizia, l’amore (solidarietà), la libertà.
Non c’è pace finché non c’è verità. Per la verità (astratta) si sono fatte le guerre, anche di religione, si sono bruciati eretici… Per papa Giovanni la verità è quella dell’uomo, della persona umana in quanto persona umana, non in quanto bianco, benestante, colto, sano… Nei fatti noi abbiamo l’idea di valere più degli altri. È sufficiente pensare al conto dei morti nei recenti conflitti: tutti sanno quanti occidentali sono morti, pochi quanti sono i morti afgani, irakeni o congolesi (più di due milioni…).
Dal non riconoscimento del valore della persona umana deriva l’affondamento della giustizia: noi facciamo i nostri interessi. Il quinto dell’umanità fa i suoi interessi a spese dei quattro quinti. Perché i paesi più ricchi del mondo, il G8, devono organizzare il commercio mondiale? Non sarà che lo organizzino secondo i loro interessi?
Si pensi alla finanza. I paesi poveri per restituire un po’ di soldi dei debiti contratti risparmiano sulla salute e sull’istruzione. Come diceva Giovanni Paolo II non c’è pace senza giustizia.
La pace inoltre si fonda sulla solidarietà, che non è una virtù facoltativa, ma, soprattutto per i popoli più fortunati, un dovere di giustizia.
Ultimo pilastro della pace è la libertà. Ma la libertà di cui continuamente ci riempiamo la bocca non è « la » libertà, ma la « nostra » libertà: è la libertà della parte più fortunata del mondo, pagata con la mancanza di libertà degli altri. È la libertà della libera volpe nel libero pollaio. Non è un caso che le nazioni più forti ricorrano, per risolvere i problemi, alle soluzioni violente, alle guerre che sono – dice la « Pacem in terris » – al di fuori della ragione umana. Danno ragione infatti ai più forti, non ha chi ha eventualmente ragione.
La libertà coincide con la non violenza, che non è viltà o non far niente, ma la scelta più autenticamente umana, perché riconosce le ragioni di chi le ha, anche dei più deboli, e quindi orienta veramente verso la pace. Gandhi ha ottenuto l’indipendenza attraverso soluzioni non violente, come i cortei, le manifestazioni, gli scioperi. La non violenza richiede maggiore intelligenza e volontà.
Quando Gesù riceve uno schiaffo dal servo del Sinedrio non porge l’altra guancia: l’evangelico « porgere l’altra guancia » vuol dire allora non rispondere alla violenza con la violenza, in modo che anche l’altro smetta la violenza.
Ecco il compito che ci spetta anche come comunità cristiana: cercare i modi di risolvere i problemi senza la violenza, per essere di aiuto ad un autentico cammino di pace e di libertà per tutti.

LETTERA ENCICLICA PAENITENTIAM AGERE DEL SOMMO PONTEFICE GIOVANNI XXIII (1.7.2962)

http://www.vatican.va/holy_father/john_xxiii/encyclicals/documents/hf_j-xxiii_enc_01071962_paenitentiam_it.html

LETTERA ENCICLICA PAENITENTIAM AGERE DEL SOMMO PONTEFICE GIOVANNI XXIII (1.7.2962)
AI VENERABILI FRATELLI PATRIARCHI PRIMATI ARCIVESCOVI VESCOVI
E AGLI ALTRI ORDINARI LOCALI CHE SONO IN PACE E COMUNIONE
CON LA SEDE APOSTOLICA NELLA QUALE SI INVITA A FARE PENITENZA
PER IL BUON ESITO DEL CONCILIO (1)

Far penitenza dei propri peccati, secondo l’esplicito insegnamento di nostro Signore Gesù Cristo, costituisce per l’uomo peccatore il mezzo per ottenere il perdono e per giungere alla salvezza eterna. Appare quindi evidente quanto sia giustificato l’atteggiamento della chiesa cattolica, dispensatrice dei tesori della divina redenzione, la quale ha sempre considerato la penitenza come condizione indispensabile per il perfezionamento della vita dei suoi figli e per il suo miglior avvenire.
Per questo motivo, nella costituzione apostolica di indizione del Concilio Ecumenico Vaticano II, abbiamo voluto rivolgere ai fedeli l’invito a prepararsi degnamente al grande avvenimento non solo con la preghiera e con la pratica ordinaria delle virtù cristiane, ma altresì con la volontaria mortificazione.(2)
Approssimandosi l’apertura del concilio, Ci sembra ben naturale rinnovare con maggior insistenza la stessa esortazione, poiché il Signore, pur essendo presente nella sua chiesa «tutti i giorni fino alla fine del mondo» (Mt 28,20), si renderà allora ancor più vicino alle menti e ai cuori degli uomini attraverso la persona dei suoi rappresentanti secondo la sua stessa parola: «Chi ascolta voi, ascolta me» (Lc 10,16).
Il concilio ecumenico, in realtà, essendo l’adunanza dei successori degli apostoli, cui il Salvatore divino affidò il mandato di ammaestrare tutte le genti, insegnando loro a osservare tutte le cose che egli aveva comandato (cf. Mt 28,19-20), vuol significare una più alta affermazione dei diritti divini sull’umanità redenta dal sangue di Cristo, e dei doveri che avvincono gli uomini al loro Dio e Salvatore.
Orbene, se interroghiamo i libri dell’Antico e del Nuovo Testamento, vediamo che ogni gesto di più solenne incontro tra Dio e l’umanità – per esprimerci con linguaggio umano – è stato sempre preceduto da un più suadente richiamo alla preghiera e alla penitenza. Infatti Mosè non consegna al popolo ebraico le tavole della legge divina se non quando esso ha fatto penitenza per i peccati di idolatria e di ingratitudine (cf. Es 32,6-35; 1 Cor 10,7). I profeti esortano incessantemente il popolo d’Israele a supplicare Dio con cuore contrito, per cooperare al compimento del disegno provvidenziale che accompagna tutta la storia del popolo eletto. Commovente è fra tutte la voce del profeta Gioele, che risuona nella sacra liturgia quaresimale: «Adesso dunque, dice il Signore: Convertitevi a me con tutto il vostro cuore nel digiuno, nelle lacrime e nei sospiri. E squarciate i cuori vostri, e non le vostre vesti. Tra il vestibolo e l’altare i sacerdoti ministri del Signore giungeranno, e diranno: Perdona, o Signore, perdona al tuo popolo: e non abbandonare la tua eredità all’obbrobrio di essere dominata dalle nazioni» (Gioele 2,12-13.17).

I. La penitenza nell’insegnamento di Gesù Cristo e degli apostoli
Anziché attenuarsi, tali inviti alla penitenza si fanno più solenni con la venuta del Figlio di Dio sulla terra. Ecco, infatti, che Giovanni Battista, il precursore del Signore, dà inizio alla sua predicazione col grido: «Fate penitenza, poiché il regno dei cieli è vicino» (Mt 3,1). E Gesù stesso non esordisce il suo ministero con l’immediata rivelazione delle sublimi verità della fede ma con l’invito a purificare la mente e il cuore da quanto potrebbe impedire la fruttuosa accoglienza della buona novella: «Da lì in poi cominciò Gesù a predicare e a dire: Fate penitenza, poiché il regno dei cieli è vicino» (Mt 4,17). Più ancora che i profeti, il Salvatore esige dai suoi ascoltatori il cambiamento totale dello spirito, nel riconoscimento sincero e integrale dei diritti di Dio: «Ecco il regno di Dio è in mezzo a voi» (Lc 17,21); la penitenza è forza contro le forze del male; ci insegna lo stesso Gesù Cristo: «Il regno dei cieli si acquista con la forza, ed è preda di coloro che usano violenza» (Mt 11,12).
Uguale richiamo risuona nella predicazione degli apostoli. San Pietro, infatti, così parla alle turbe dopo la pentecoste, allo scopo di disporle a ricevere anch’esse il sacramento della rigenerazione in Cristo e i doni dello Spirito Santo: «Fate penitenza, e si battezzi ciascuno di voi nel nome di Gesù Cristo, per la remissione dei vostri peccati: e riceverete il dono dello Spirito Santo» (At 2,38). E l’apostolo delle genti ammonisce i romani che il regno di Dio non consiste nella prepotenza e negli sfrenati godimenti dei sensi, ma nel trionfo della giustizia e della pace interiore: «Poiché il regno di Dio non è cibo e bevanda, ma giustizia, pace e gaudio nello Spirito Santo» (Rm 14,17-18).
Non si deve credere che l’invito alla penitenza sia rivolto soltanto a coloro che devono entrare a far parte per la prima volta del regno di Dio. Tutti i cristiani, in realtà, hanno il dovere e il bisogno di far violenza a se stessi, o per respingere i propri nemici spirituali, o per conservare l’innocenza battesimale, o per riacquistare la vita della grazia perduta con la trasgressione dei divini precetti. Se è vero, infatti, che tutti coloro che sono divenuti membri della chiesa col santo battesimo partecipano della bellezza che Cristo le ha conferito, secondo le parole di san Paolo: «Cristo amò la chiesa, e diede se stesso per lei, allo scopo di santificarla, mondandola con la lavanda di acqua mediante la parola di vita, per farsi comparire davanti la chiesa vestita di gloria, senza macchia e senza ruga, o altra tal cosa; ma che sia santa e immacolata» (Ef 5,26-27); è vero altresì che quanti hanno macchiato con gravi colpe la candida veste battesimale devono temere grandemente i castighi di Dio se non procurano di tornare a farsi candidi e splendenti nel sangue dell’Agnello (cf. Ap 7,14) col sacramento della penitenza e la pratica delle virtù cristiane. Anche ad essi quindi è indirizzato il severo monito dell’apostolo san Paolo: «Se uno che viola la legge di Mosè, sulla deposizione di due o tre testimoni, muore senza alcuna remissione: quanto più acerbi supplizi pensate voi, che si meriti chi avrà calpestato il Figliolo di Dio, e avrà tenuto come profano il sangue dell’alleanza, in cui fu santificato, e avrà fatto oltraggio allo Spirito della grazia? … È cosa orrenda cadere nelle mani del Dio vivente» (Eb 10,28-30).

I. 1 Il pensiero e la prassi della Chiesa
Venerabili fratelli, la chiesa, sposa diletta del Salvatore divino, è sempre rimasta santa e immacolata in se stessa per la fede che la illumina, i sacramenti che la santificano, le leggi che la governano, i numerosi membri che l’abbelliscono col decoro di eroiche virtù. Ma vi sono anche dei figli dimentichi della loro vocazione ed elezione, che deturpano in se stessi la celestiale bellezza e non riflettono in se medesimi le divine sembianze di Gesù Cristo.
Ebbene a tutti, più che parole di rimprovero e di minaccia, Noi amiamo rivolgere la paterna esortazione a tener presente questo confortante insegnamento del concilio di Trento, eco fedelissima della dottrina cattolica: «Rivestiti di Cristo, infatti, nel battesimo (Gal 3,27), per mezzo di esso diventiamo una creatura affatto nuova ottenendo la piena e integrale remissione di tutti i peccati; a tale novità e integrità, tuttavia, non possiamo arrivare per mezzo del sacramento della penitenza, senza nostro grande dolore e fatica, essendo ciò richiesto dalla divina giustizia, di modo che la penitenza giustamente è stata chiamata dai santi padri « un certo laborioso battesimo »».(3)

I. 2 L’esempio nei precedenti Concili
Il richiamo alla penitenza, dunque, come strumento di purificazione e di spirituale rinnovamento, non deve risonare come voce nuova all’orecchio del cristiano, ma come invito di Gesù stesso, che è stato sovente ripetuto dalla chiesa attraverso la voce della sacra liturgia, dei santi padri e dei concili. Così è da secoli che la chiesa supplica Dio nel tempo di quaresima: «L’anima nostra, che si castiga frenando la carne, viva presso di te con il desiderio di possederti»,(4) e anche: «Fa’ che, mitigando gli affetti terreni, comprendiamo più facilmente le cose celesti».(5)
Non vi è quindi da meravigliarsi se i Nostri predecessori, nel preparare la celebrazione dei concili ecumenici, si siano preoccupati di esortare i fedeli alla penitenza salutare. Ci basti ricordare alcuni esempi. Innocenzo III, approssimandosi il concilio Lateranense IV, esortava i figli della chiesa con queste parole: «All’orazione si aggiunga il digiuno e l’elemosina, affinché per mezzo di queste due ali la nostra preghiera più facilmente e più celermente voli alle orecchie di Dio misericordiosissimo, ed egli ci esaudisca benevolmente nel momento opportuno».(6) Gregorio X, con una lettera indirizzata a tutti i suoi prelati e cappellani, dispose che la solenne apertura del II Concilio Ecumenico di Lione fosse preceduta da tre giorni di digiuno.(7) Pio IX infine esortò tutti i fedeli, affinché nella purificazione dell’animo da ogni macchia di colpa o reato di pena, si preparassero degnamente e in perfetta letizia alla celebrazione del concilio ecumenico Vaticano: «Poiché è cosa manifesta che le preghiere degli uomini sono più accette a Dio, se costoro si rivolgeranno a lui con cuore mondo, cioè con l’animo purificato da ogni colpa».(8)

II. Opportuni suggerimenti in preparazione al Concilio Ecumenico Vaticano II
Seguendo l’esempio dei Nostri predecessori, Noi pure, venerabili fratelli, desideriamo ardentemente invitare tutto il mondo cattolico – clero e laicato – a prepararsi alla grande celebrazione conciliare con la preghiera, le buone opere e la penitenza. E poiché la preghiera pubblica è il mezzo più efficace per ottenere le grazie divine, secondo la promessa stessa di Cristo: «Dove sono due o tre adunati nel nome mio, io sono in mezzo a loro» (Mt 18,20), bisogna dunque che i fedeli tutti siano «un cuore solo e un’anima sola» (At 4,32) come nei primi tempi della chiesa, e impetrino da Dio con la preghiera e la penitenza che questo straordinario avvenimento produca quei frutti salutari, che sono nell’attesa di tutti; e cioè un tale ravvivamento della fede cattolica, un tale rifiorimento di carità e incremento del costume cristiano, che risvegli anche nei fratelli separati un vivo ed efficace desiderio di unità sincera e operosa, in un unico ovile sotto un solo pastore (cf. Gv 10,16).
A questo scopo esortiamo voi, venerabili fratelli, a indire in ogni parrocchia delle diocesi a ciascuno di voi affidate, nella immediata vicinanza del concilio stesso, una solenne novena in onore dello Spirito Santo per invocare sui padri del concilio l’abbondanza dei celesti lumi e delle divine grazie. A tale riguardo, vogliamo mettere a disposizione dei fedeli i beni del tesoro spirituale della chiesa, e perciò a tutti coloro che prenderanno parte alla novena suddetta verrà concessa l’indulgenza plenaria, da lucrarsi secondo le consuete condizioni.
Sarà anche opportuno indire nelle singole diocesi una funzione penitenziale propiziatoria. Questa funzione dovrà essere un fervido invito, accompagnato con un particolare corso di predicazione, ad opere di misericordia e di penitenza, con cui tutti i fedeli cerchino di propiziare Dio onnipotente e di implorare da lui quel vero rinnovamento dello spirito cristiano, che è uno degli scopi precipui del concilio. Infatti, giustamente osservava il Nostro predecessore Pio XI di venerata memoria: «La preghiera e la penitenza sono i due mezzi messi a disposizione da Dio nella nostra età per ricondurre ad esso la misera umanità qua e là errante senza guida; sono essi che tolgono via e riparano la causa prima e principale di ogni sconvolgimento, cioè la ribellione dell’uomo a Dio».(9)

II. 1 Necessità della penitenza interna ed esterna
Anzitutto è necessaria la penitenza interiore, cioè il pentimento e la purificazione dei propri peccati, che si ottiene specialmente con una buona confessione e comunione e con l’assistenza al sacrificio eucaristico. A questo genere di penitenza dovranno essere invitati tutti i fedeli durante la novena allo Spirito Santo. Sarebbero vane infatti le opere esteriori di penitenza, se non fossero accompagnate dalla mondezza interiore dell’animo e dal sincero pentimento dei propri peccati. In questo senso si deve intendere il severo monito di Gesù: «Se non farete penitenza, tutti ugualmente perirete» (Lc 13,5). Che Dio allontani questo pericolo da tutti quelli che ci furono consegnati!
Inoltre i fedeli devono essere invitati anche alla penitenza esteriore, sia per assoggettare il corpo al comando della retta ragione e della fede, sia per espiare le proprie colpe e quelle degli altri. Infatti lo stesso san Paolo, che era salito al terzo cielo e aveva raggiunto i vertici della santità, non esita ad affermare di se stesso: «Mortifico il mio corpo e lo tengo in schiavitù» (1 Cor 9,27); e altrove ammonisce: «Coloro che appartengono a Cristo, hanno crocefisso la carne con le sue voglie» (Gal 5,24). E sant’Agostino insiste sulle stesse raccomandazioni in questa maniera: «Non basta migliorare la propria condotta e cessare dal fare il male, se non si dà anche soddisfazione a Dio delle colpe commesse per mezzo del dolore della penitenza, dei gemiti dell’umiltà, del sacrificio del cuore contrito, unitamente alle elemosine».(10)
La prima penitenza esteriore che tutti dobbiamo fare è quella di accettare da Dio con animo rassegnato e fiducioso tutti i dolori e le sofferenze che incontriamo nella vita, e tutto ciò che importa fatica e molestia nell’adempimento esatto degli obblighi del nostro stato, nel nostro lavoro quotidiano e nell’esercizio delle virtù cristiane. Questa necessaria penitenza non solo vale a purificarci, a renderci propizio il Signore e a impetrare il suo aiuto per il felice e fruttuoso esito del prossimo concilio ecumenico, ma rende altresì più leggeri e quasi soavi le nostre pene, in quanto ci mette dinanzi la speranza del premio eterno: «Le sofferenze del tempo presente non possono avere proporzione alcuna con la gloria, che si dovrà manifestare in noi» (Rm 8,18).

II. 2 Cooperare alla divina redenzione
Oltre le penitenze che dobbiamo necessariamente affrontare per i dolori inevitabili di questa vita mortale, bisogna che i cristiani siano così generosi da offrire a Dio anche mortificazioni volontarie, ad imitazione del nostro divin Redentore, il quale, secondo l’espressione del principe degli apostoli: «Una volta per tutte morì per i peccati, lui giusto per gli ingiusti, allo scopo di condurci a Dio, messo a morte nella carne, ma reso alla vita nello spirito» (1 Pt 3,18). «Poiché, dunque, Cristo patì nella carne, armiamoci anche noi del medesimo pensiero» (cf. 1 Pt 4,1). Siano in ciò di esempio e di incitamento anche i santi della chiesa, le cui mortificazioni inflitte al loro corpo spesso innocentissimo ci riempiono di meraviglia e quasi ci sbigottiscono. Davanti a questi campioni della santità cristiana, come non offrire al Signore qualche privazione o pena volontaria da parte anche dei fedeli, che forse hanno tante colpe da espiare? Esse sono tanto più gradite a Dio, in quanto non vengono dall’infermità naturale della nostra carne e del nostro spirito, ma sono spontaneamente e generosamente offerte al Signore in olocausto di soavità.
È noto infine che il concilio ecumenico tende a incrementare da parte nostra l’opera della redenzione, che nostro Signore Gesù Cristo, «offertosi di sua spontanea volontà» (Is 53,7), è venuto a portare fra gli uomini non solo con la rivelazione della sua celeste dottrina, ma anche con lo spargimento volontario del suo sangue prezioso. Orbene, potendo ciascuno di noi affermare con san Paolo apostolo: «Godo di quel che patisco … e do compimento a quello che rimane dei patimenti di Cristo, a pro del corpo di lui, che è la chiesa» (Col 1,24), dobbiamo dunque godere anche noi di poter offrire a Dio le nostre sofferenze «per l’edificazione del corpo di Cristo» (Ef 4,12), che è la chiesa. Ci dobbiamo sentire anzi quanto mai lieti e onorati di essere chiamati a questa partecipazione redentrice della povera umanità, troppo spesso deviata dalla retta via della verità e della virtù.
Molti, purtroppo, invece della mortificazione e del rinnegamento di sé imposti da Gesù Cristo a tutti i suoi seguaci con le parole: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua» (Lc 9,23), cercano piuttosto sfrenatamente i piaceri terreni, e deturpano e infiacchiscono le energie più nobili dello spirito. Contro questo modo di vivere sregolato, che scatena spesso le passioni più basse e porta a grave pericolo della salvezza eterna, bisogna che i cristiani reagiscano con la fortezza dei martiri e dei santi, che sempre hanno illustrato la chiesa cattolica. In tal modo tutti potranno contribuire, secondo il loro stato particolare, alla migliore riuscita del Concilio Ecumenico Vaticano II, che deve appunto portare a un rifiorimento della vita cristiana.

II. 3 Inviti conclusivi
Dopo queste paterne esortazioni, Noi confidiamo, venerabili fratelli, che non solo voi stessi con entusiasmo le accoglierete, ma stimolerete altresì ad accoglierle i Nostri figli del clero e del laicato sparsi in tutto il mondo. Se infatti, come è nell’aspettazione di tutti, il prossimo concilio ecumenico dovrà apportare un grandissimo incremento della religione cattolica; se in esso risonerà in modo ancor più solenne la «parola del regno», di cui si parla nella parabola del seminatore (Mt 13,19); se vogliamo che per mezzo di esso il «regno di Dio» si consolidi e si estenda sempre più nel mondo: il buon esito di tutto questo dipenderà in gran parte dalle disposizioni di coloro cui saranno rivolti i suoi insegnamenti di verità, di virtù, di culto pubblico e privato verso Dio, di disciplina, di apostolato missionario.
Perciò, venerabili fratelli, adoperatevi senza indugio con ogni mezzo che è in vostro potere, affinché i cristiani affidati alle vostre cure purifichino il loro spirito con la penitenza e si accendano a maggior fervore di pietà; di modo che la «buona semente», che in quei giorni sarà più largamente e abbondantemente sparsa, non venga da essi dispersa né soffocata, ma sia accolta da tutti con animo ben disposto e perseverante, ed essi dal grande avvenimento traggano copiosi e duraturi frutti per la loro eterna salvezza.
Da ultimo, Noi pensiamo che al prossimo concilio si possono giustamente applicare le parole dell’apostolo: «Ecco ora il tempo favorevole, ecco ora il giorno della salvezza» (2 Cor 6,2). Ma risponde ai disegni della provvidenza di Dio, che vengano distribuiti i suoi doni secondo le disposizioni d’animo di ciascuno. Pertanto coloro che vogliono essere filialmente docili a Noi che da lungo tempo Ci sforziamo di preparare i cuori dei cristiani a questo grandioso evento, diligentemente prestino attenzione anche a questo Nostro ultimo invito. Perciò dietro il Nostro e vostro esempio, venerabili fratelli, i fedeli – e in primo luogo i sacerdoti, i religiosi, le religiose, i fanciulli, gli ammalati, i sofferenti – innalzino suppliche e compiano opere di penitenza, allo scopo di ottenere da Dio alla sua chiesa quell’abbondanza di lumi e di aiuti soprannaturali, di cui in quei giorni avrà speciale bisogno. Come, infatti, possiamo pensare che Dio non si muova a larghezza di celesti grazie, quando dai suoi figli riceve tale abbondanza di doni che spirano fervore di pietà e profumo di mirra?
Inoltre, tutto il popolo cristiano, in ossequio alla Nostra esortazione, dedicandosi più intensamente alla preghiera e alla pratica della mortificazione, offrirà un mirabile e commovente spettacolo di quello spirito di fede, che deve animare indistintamente ogni figlio della chiesa. Ciò non mancherà di scuotere salutarmente anche l’animo di coloro che, eccessivamente preoccupati e distratti dalle cose terrene, si sono lasciati andare alla trascuranza dei loro doveri religiosi.
Se tutto ciò si avvererà, come è nei Nostri desideri, e voi potrete muovere dalle vostre diocesi verso Roma per la celebrazione del concilio recando con voi un così ricco tesoro di beni spirituali, si potrà legittimamente sperare che sorga una nuova e più fausta era per la chiesa cattolica.
Sorretti da questa speranza, impartiamo di tutto cuore a voi, venerabili fratelli, al clero e al popolo affidati alle vostre cure, l’apostolica benedizione, pegno dei celesti favori e testimonianza della Nostra paterna benevolenza.
Roma, presso San Pietro, il 1° luglio 1962, festa del Preziosissimo Sangue di N. S. G. C., anno IV del Nostro pontificato.

GIOVANNI PP. XXIII 

MARIA NEL MAGISTERO DELLA CHIESA – L’ENCICLICA “REDEMPTORIS MATER”

http://www.donbosco-torino.it/ita/Maria/studi/2002-2003/9-Maria_nel_Magistero_della_Chiesa-20.html

MARIA NEL MAGISTERO DELLA CHIESA – L’ENCICLICA “REDEMPTORIS MATER”

Come tutte le encicliche di Giovanni Paolo II, la Redemptoris Mater acquista i caratteri di un vero e proprio trattato teologico. Essa è l’unica Enciclica di Papa Wojtyla interamente dedicata allo studio sulla funzione della Beata Vergine nell’economia della salvezza, e presenta un’analisi di estrema lucidità e precisione da poter essere considerata come un documento scientifico di irrinunciabile valore ed utilità. Infatti, oggi, uno studio mariologico non può assolutamente prescindere dai concetti della Redemptoris Mater. L’Enciclica, pubblicata il 25 marzo 1987 in prospettiva del giubileo del Duemila, contiene una sintesi di tutto il cammino mariologico compiuto dai documenti pontifici precedenti, aggiungendovi però molti contenuti e introspezioni nuove. In particolare, nella terza parte, offre un contributo di insostituibile validità al tema, alquanto dibattuto in quegli anni e nei successivi, della mediazione di Maria, chiarendo efficacemente e delimitando rigorosamente la sostanza e il significato di tale espressione.
Questa Enciclica, oltre che dagli “addetti ai lavori”, dovrebbe essere conservata come libro da tavolino da tutti i credenti, ma specialmente da quanti, ritenendosi maggiormente devoti alla Madonna, rischiano di applicarle quegli attributi che né la Sacra Scrittura né la riflessione teologica – che procede passo passo con l’insegnamento della Chiesa – le possono assegnare. In altre parole vale sempre la saggezza filosofica in base alla quale l’amore e la devozione sono sempre conseguenti ad una corretta conoscenza. Più si conosce, più si ama. E la conoscenza non può mai essere alimentata dal sentimento o dalla passionalità, che in una materia tanto complessa e delicata come la mariologia non possono per nessun motivo trovare spazio.
Le conseguenze di una conoscenza insufficiente o peggio assente sono di facile intuizione. Mancando un’adeguata conoscenza biblica, si prepara il terreno alle deviazioni più madornali. Basti pensare a quel capolavoro della fantasia dello Spirito che è il libro dell’Apocalisse, enigmatico e di ardua interpretazione, utilizzato più di ogni altro da organizzazioni senza scrupoli per insinuare nelle anime più pure le idee e le paure più grottesche. E il danno prodotto da tali ridicole e ancor più losche organizzazioni è immenso, perché usano la Parola di Dio per contrabbandare i loro precisi e ben coperti obiettivi.
D’altronde questa non è una novità. Già gli antichi profeti si mostravano severissimi contro quanti usavano il “nome del Signore” per i loro oscuri traffici e non si curavano del male derivante dalle loro azioni: Ezechiele 13, Amos 8,4-8, Michea 3,9-11. Ancor più facile riesce poi lo sfruttare il sentimentalismo religioso e distribuire a piene mani grazie e fortune di cui apparizioni e fenomeni stravaganti sono prolifici. Di qui l’indispensabile necessità, dunque, di una migliore e seria conoscenza, che solo si può attingere dalla frequenza ai sacramenti, dalla consuetudine attenta e guidata con la Sacra Scrittura, dall’ascolto assiduo e docile dell’insegnamento del Magistero.
La Redemptoris Mater è costituita di una introduzione e di tre parti. L’introduzione presenta la Vergine Maria nella vita della Chiesa in cammino: la Chiesa procede ricalcando l’itinerario compiuto dalla Vergine, la quale avanzò nella peregrinazione della fede e serbò fedelmente la sua unione col Figlio fino alla croce. Il Santo Padre riprende qui le parole tanto dense ed evocatrici della costituzione Lumen gentium (documento del Vaticano II, 21-11-1964), la quale traccia una sintesi efficace della dottrina della Chiesa sulla Madre di Cristo, da essa venerata come sua Madre amatissima e come sua figura nella fede, nella speranza e nella carità. Potrebbe quindi essere esaminata l’eventualità di un giubileo in onore della nascita della Vergine. Ma non essendo possibile individuare una data sia pure approssimativa della nascita, è sufficiente e giusto venerare la Vergine come Colei che fin dalla sua immacolata concezione ha preceduto la venuta del Salvatore: infatti Maria, come insegna San Giovanni Damasceno (650-750 ca.), illustre dottore della Chiesa, è apparsa prima di Cristo sull’orizzonte della storia della salvezza.
L’introduzione si sofferma quasi esclusivamente a riflettere sull’insegnamento del Vaticano II, che in più punti ribadisce che solo nel mistero di Cristo si chiarisce pienamente il mistero della Vergine. Tutti i Concili, inoltre, hanno approfondito sempre maggiormente la presenza della Vergine nell’economia della salvezza, a cominciare dal grande Concilio di Efeso del 431, durante il quale la verità della divina maternità di Maria fu confermata solennemente: Maria è la Madre di Dio (= Theotòkos), poiché per opera dello Spirito Santo ha concepito nel suo grembo verginale e dato al mondo Gesù Cristo, il Figlio di Dio consostanziale al Padre.

MARIA NEL MISTERO DI CRISTO
La fonte sulla quale si basa lo studio condotto nella prima parte dell’Enciclica è la Sacra Scrittura. In tre ampi paragrafi, il Papa analizza con attenzione ed amore il cammino dell’umile fanciulla di Nazaret, dimostrando come l’amore di Dio, manifestatosi nell’elezione della Vergine, è più potente di ogni esperienza del male e del peccato, di tutta quella inimicizia (termine della Lettera di Paolo agli Efesini) da cui è segnata la storia dell’umanità. Maria dunque rimane un segno di sicura speranza, una conferma cioè che nella tribolata vicenda umana non va concesso spazio alla paura e alla disperazione. Oggi, a sedici anni da questa Enciclica, dopo l’esperienza dolorosa di tanta altra violenza che ha insanguinato il mondo, al cristiano incombe il dovere di continuare, nonostante tutto, a sperare: è l’obbedienza della fede, che fa l’esperienza apparentemente sconvolgente del Calvario, e per la quale l’uomo si abbandona liberamente a Dio. L’obbedienza della fede trovò perfetta attuazione in Maria: è quanto emerge dai tre paragrafi, aventi ciascuno, come sottotitolo, un riferimento scritturistico:

1. Piena di grazia.
2. Beata colei che ha creduto.
3. Ecco tua madre.

Se mediante la fede, continua il Santo Padre, Maria è divenuta la genitrice del Figlio datole dal Padre nella potenza dello Spirito, conservando integra la sua verginità, nella stessa fede Ella ha scoperto e accolto l’altra dimensione della maternità, rivelata da Gesù durante la sua missione terrena. In altre parole Maria è l’esempio vivo e perfetto di madre terrena, che segue con attenzione e devozione senza limiti il cammino del Figlio, senza minimamente interferire nella sua, a lei del tutto incomprensibile, missione umana e divina.
La maternità del tutto nuova di Maria è frutto del nuovo amore, un amore che oltrepassa le facoltà umane e che troverà la sua espressione piena nel sacrificio del Calvario. Le parole che Gesù pronuncia dalla croce: ecco tua madre, non significano soltanto l’affidamento di lei a Giovanni, ma sono rivolte a tutti i credenti: esse significano, insegna il Papa, che la maternità della genitrice di Cristo trova una nuova continuazione nella Chiesa e mediante la Chiesa, simboleggiata da Giovanni, questa maternità viene responsabilmente vissuta e offerta ad ogni credente.
Noi, in questa inafferrabile epoca nella quale violenza e odio sembrano imperare senza misura, abbiamo una grande parola da dire: la parola del Vangelo. E riusciremo a dirla con maggiore chiarezza e fermezza se ci mettiamo alla scuola di Maria, se entriamo nel mistero della sua umiltà e della sua certezza che Dio sconfigge i potenti ed esalta gli umili. La certezza del Vangelo, ci insegna Maria, non è mai un assenso interiore ed inerte: è un progetto di vita nel mondo.
Noi siamo credenti operosi, e non inerti, se ci impegniamo a vivere senza sudditanza di fronte ai potenti, aperti verso i poveri, perché loro è il Regno di Dio, senza l’ambizione della ricchezza, ma riponendo ogni fiducia nell’amore, senza seguire la logica della forza ma scegliendo il faticoso e talora sterile cammino del dialogo.
È questo il nostro “Magnificat”, il nostro cantico di redenti, poiché con Maria abbiamo assunto il pesante e paziente compito di “splendere come astri nel mondo, tenendo alta la parola di vita” (Filippesi 2,15).

Franco Careglio ofm

LI AMERÒ DI VERO CUORE – IO NON TI DIMENTICHERÒ MAI

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SPIRITUALITÀ CAMILLIANA

LI AMERÒ DI VERO CUORE

IO NON TI DIMENTICHERÒ MAI

SR DENISE ILBOUDO

Dall’enciclica Haurietis Aquas possiamo studiare la devozione al Cuore di Gesù nella “sua preistoria, rintracciandola nei padri della Chiesa e nella teologia medievale. Nei libri sacri non si fa menzione esplicita di un culto al Cuore del Verbo Incarnato, in quanto simbolo della sua ardente carità, ma si può rintracciarne i fondamenti e gli elementi costitutivi, sia nell’Antico Testamento sia nel Nuovo, nei quali viene esaltata la divina carità verso di noi, ragione principale del culto al Sacro Cuore. Ciò viene continuamente ricordato nella Bibbia. Nel libro di Geremia si leggono espressioni di tenerezza e misericordia per l’umanità, rappresentata nel popolo d’Israele: “Ti ho amato di un amore eterno per questo ti conservo ancora pietà” (Ger 31,3).
Una lettura approfondita dell’Antico Testamento mette in evidenza il dinamismo dell’amore del Padre per l’umanità già all’inizio della creazione: “Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò” (Gen 1,27). Questo amore accompagna l’uomo nello svolgimento storico. Così Dio manifesta il suo amore nella storia della salvezza. Ne testimonia la storia del popolo d’Israele, popolo eletto che Dio libera dalla schiavitù e stabilisce un patto di alleanza basato sull’amore, amore interpretato dai profeti e simboleggiato nell’amore umano in tutta la grandezza. Dio ama con amore di Padre misericordioso e amorevole: “Quando Israele era giovinetto, io l’ho amato e dall’Egitto ho chiamato mio figlio… Ad Efraim io insegnavo a camminare tenendolo per mano, ma essi non compresero che avevo cura di loro. Io li traevo con legami di bontà, con vincoli di amore… Io li guarirò dalla loro infedeltà, li amerò di vero cuore, perché la mia ira si è allontanata da loro. Sarò come rugiada per Israele, esso fiorirà come un giglio e metterà radici come un albero del Libano” (Os 11,1.3-4;14,5-6).
Il profeta Isaia lo paragona all’amore di una madre: “Sion ha detto: «Il Signore mi ha abbandonato. Il Signore mi ha dimenticato». Si dimentica forse una donna del suo bambino da non commuoversi per il figlio del suo seno? Anche se ci fosse una donna che si dimenticasse, io invece non ti dimenticherò” (Is 49,14-15).
Il Cantico dei Cantici presenta l’amore di Dio come quello di uno sposo per la sposa: “Io sono per il mio diletto e il mio diletto e per me: egli pascola il gregge tra i gigli… mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio; perché forte come la morte è l’amore, tenace come gli inferi è la gelosia: le sue vampe di fuoco, una fiamma del Signore” (Ct 2,2; 6,2; 8,6).
Il Nuovo Testamento mostra l’incarnazione come la nuova alleanza perfetta e definita nell’amore che il Padre ha per la sua creatura prediletta, l’uomo. Il mistero del Cuore di Cristo trae così il suo significato profondo dalla manifestazione dell’amore del Padre. Quando questo amore si rivolge all’uomo debole, peccatore diventa amore misericordioso; a questo proposito vengono narrate alcune parabole tipiche come il figlio prodigo (Lc 15,11-31) la pecora smarrita (Lc 15 4-7); diventa perdono e salute come la peccatrice perdonata (Lc 7, 36-50) e le altre molteplici guarigioni; l’amore è anche grazia e bellezza come il dono totale di sé nell’Eucaristia, dono particolare e più prezioso dell’amore di Cristo grazie al quale egli perpetua sacramentalmente il proprio sacrificio.
San Giovanni scrive: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito perché chiunque crede in Lui non muoia ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16); e ancora: “chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore” (1Gv 4,8).

Venite a me
La tradizione patristica concepisce il mistero di Cristo come mistero d’amore. I padri della Chiesa, testimoni della tradizione rivelata, iniziano dal “costato trafitto” del quale parla San Giovanni nel quarto Vangelo per giungere al mistero del Cuore.
Già nel IV secolo Sant’Agostino ravvisa nella ferita del costato una porta aperta; il Cuore è la meta, il santuario recondito nel quale incontrare l’amore per darsi a Cristo e per vivere la carità. In forma privata ma in modo graduale e sempre più vasto, tale devozione andò diffondendosi in seno agli Istituti religiosi.
Nel secolo XVII San Giovanni Eudes (1601-1680) occuperà un posto importante nella ripresa e nello sviluppo del culto al Sacro Cuore. A lui è da attribuire la composizione del primo ufficio liturgico in onore al Cuore Sacratissimo di Gesù, con Messa e litanie proprie; egli celebrò per la prima volta il 20 ottobre 1672 la festa solenne del Sacro Cuore di Gesù.
Le meraviglie del suo amore
A Santa Margherita Maria Alacoque (1648-1690) ispirata da Gesù si deve la forma devozionale odierna e l’origine del suo espandersi nella Chiesa e in tutto il mondo.
L’epoca moderna è caratterizzata nel suo insieme e in misura sempre crescente dalla laicizzazione del mondo in tutti i suoi aspetti, dove l’elemento religioso perde sempre più le sue oggettività: un mondo caratterizzato dall’assenza di Dio. A questa società disorientata, il Salvatore aveva manifestato “le meraviglie del suo amore” invitando tutti ad “attingere acqua alla sorgente della salvezza” (Is 12,3) come nella Sacra Scrittura: “Venite a me voi tutti che siete affaticati ed oppressi, io vi ristorerò” (Mt 11,28).
Le rivelazioni a S. Margherita Maria Alacoque attirano l’attenzione sul cuore veramente umano di Gesù per far comprendere il mistero del suo amore divino, misericordioso e fedele, oltraggiato e misconosciuto dagli uomini.
Nella seconda grande rivelazione del 1674 Gesù manifestava il desiderio di una forma concreta di riparazione: la comunione riparatrice del primo venerdì. In questo senso riparare è amare l’amore non amato, nella misura in cui è rigettato. Da questa piccola osservazione scaturisce l’impegno della consacrazione al Cuore di Gesù; iniziativa di Dio da una parte e risposta con un impegno particolare dell’uomo dall’altra.
Nel secolo XIX, dichiarato secolo della devozione al S. Cuore, il 2 febbraio 1892 nasceva la Congregazione delle Figlie di San Camillo. Nata dal tronco fecondo e benedetto dell’Ordine camilliano, questa nuova famiglia religiosa ha ricevuto dallo Spirito Santo il dono di testimoniare l’amore misericordioso di Cristo – buon samaritano – tra gli uomini attraverso le opere di misericordia spirituali e corporali esercitate con voto.

Essere suore secondo il Cuore di Gesù
La Madre Vannini contemplava e amava Gesù nelle realtà di Crocifisso, di Cuore offerto per amore; batteva, dunque un buon cammino, una strada che l’aiutava ad andare lontano nelle vie dell’Amore.
La devozione al Sacro Cuore di Gesù divenne ben presto uno dei programmi dell’Istituto stesso, il 16 novembre 1909 così scriveva a Suor Gerarda Legrand: “Formi le suore all’amore delle croci e delle umiliazioni e avremo sempre ottimi soggetti, oltre le celesti benedizioni sul nostro piccolo Istituto, che sarà certo secondo il Cuore di Gesù, perché basato sulla santità dietro l’esempio di Nostro Signore che amò e cercò il patire per sé. Se potessimo un giorno arrivare a poter dire con tutta verità: Sovrabbondo di gioia nelle mie tribolazioni” (2 Cor 27,4).
Anche l’apostolato è presentato come azione di conquista delle anime per strapparle al maligno conducendole al Sacro Cuore di Gesù; ed ecco un metodo sicuro per ottenere tale effetto: “Bisogna che le suore che le sono attorno facciano continui atti di virtù religiose e il Signore ci concederà la continua salvazione delle anime dei malati affidati alle nostre cure”, scriveva il 5 luglio 1910 a suor Pia Guidoni; “nulla è piccolo avanti al Signore, specialmente allorché si opera con grande amore a Lui”, scriveva il 31 luglio 1909 a suor Teodora Marro.
Un aspetto caratteristico del suo amore per Gesù era lo spirito di riparazione: “Oggi, 17 giugno 1898, festa del Sacro Cuore, ognuna di voi credo avrà già principiato, appena alzata, o almeno nella S. Comunione avrà offerto tutte le azioni della giornata in riparazione dei tanti oltraggi che riceve questo Cuore amorosissimo da tanti cristiani…”.
La giornata era per lei un esercizio continuo d’unione della mente con Dio. Chiedendo una volta a una suora se pativa distrazioni durante le preghiere, aggiungeva “quando ci troviamo a far orazione dobbiamo mantenerci umili come i poveri davanti a un ricco signore; essi aspettano tutto da lui, non osano neppure divertire altrove lo sguardo ma stanno fissi al suo viso per coglierne i sentimenti e vedere se egli si piega alle loro domande. Quale azione più importante della preghiera? Le posso assicurare che non ho mai distrazioni nella preghiera perché quando prego mi metto alla presenza di Dio e non vi è cosa che mi distolga”.
Quando l’anima è con Gesù fiorisce in lei spontaneamente la fiducia; “Gettiamoci sane e malate nel Cuore Sacratissimo di Gesù che meglio di noi sa quello che ci conviene”, fu l’ultima lettera del suo epistolario diretta a suor Aurelia Tresso il 17 gennaio 1911.

Quelle care piccole virtù
Il fondatore, padre Luigi Tezza, era un uomo nel quale si trovavano al contempo fervore di vita spirituale di attaccamento al proprio carisma camilliano, e personalità segnata dal sacrificio. Dimensioni che hanno trovato nel Cuore di Gesù, forza, consolazione, rifugio. A Suor Alfonsina da Lima scriveva il 28 agosto 1900: “…mi consolo nel pensiero che vi ho lasciate e vi rimetto tutte ogni giorno nelle mani e nel Cuore del Signore ove non si può stare che bene”.
Il suo luogo di preferenza è il Cuore di Gesù. Lì vuole incontrare le sue figlie. Lo esprime sempre da Lima in una lettera alla Madre fondatrice il 2 luglio 1902: “… nel Cuore adorabile del Divin Maestro sia il nostro continuo ritrovo dove, fin d’ora possiamo nell’amore che si immola, pregustare un saggio dolcissimo dell’amore che beatifica e dove sono e sarò sempre vostro padre.”
Così il suo amore per le figlie passava attraverso il Cuore di Cristo dal quale non può scaturire che un amore vero, di dilezione, santo e ordinato. Alla superiora e comunità del noviziato in Rieti, scriveva sempre da Lima: “A tutte e a ciascuna di voi, mie dilettissime figlie tutto il mio amore e affetto paterno nel Cuore adorabile di Gesù a cui vi tengo sempre ardentissimamente raccomandate e affidate”.
Alla Madre, che si lamentava della rara corrispondenza epistolare del padre lontano, rispondeva il 15 febbraio 1908, confermando il suo amore che è quello del Cuore di Gesù, immutabile, sincero e perenne: “Non ho cambiato e non cambierò mai, ne con te ne colle carissime figliole, perché non può mutarsi, ciò che viene dal Signore e ha come unico sorgente il Divino Suo Cuore e per unico alimento il suo inesauribile amore”.
Il Cuore di Gesù era la sua pace. Nutriva verso di esso una grande fiducia perché fonte di ogni grazia. In un momento difficile dell’Istituto scriveva alla Madre: “Come vi tengo chiuse nel Cuore Sacratissimo del Signore e abbandonate alla sua paterna provvidenza mi sto tranquillo e senza il minimo timore.”
Sofferenze e sacrifici diventano per padre Tezza giogo soave e carico leggero (Mt 11,30) perché collocati nel Cuore di Cristo. Le parole dell’apostolo Paolo se morirete con Cristo con Cristo risorgerete (2 Tm 2,11) trovano eco nella vita del padre Tezza. Riferendosi al doloroso sacrificio della separazione dalle figlie dichiarava a suor Emerenziana il 23 gennaio 1902. “Ora ci unisce nel Cuore di Gesù la volontà di Dio che crocifigge, perché poi ci unisca in cielo per sempre la volontà di Dio che beatifica e glorifica.”
Il P. Tezza era convinto che nessuno poteva capire adeguatamente il crocifisso se non penetrando nel Cuore di Lui e che una “fervida devozione verso il Cuore di Gesù alimenterà e promuoverà specialmente alla Sacratissima Croce come pure l’amore verso l’augustissimo sacramento dell’Altare” (HA, 83).
Conseguentemente una Figlia di S. Camillo che tutto si offre a Dio per essere Cristo servizievole al Cristo sofferente nell’infermo, sarà indispensabile coltivare una speciale devozione al Cuore di Gesù, scuola efficace della divina carità, dove imparare umiltà e mitezza, atteggiamenti che trascendono ogni sforzo di ascesi perché del Figlio di Dio. Per questo attraverso la sua vita, i suoi insegnamenti cercò di trasmettere questo patrimonio spirituale a lui tanto caro, Durante il rito di conferimento dell’abito religioso alla prima Figlia di S. Camillo il 19 marzo 1892, il P. Tezza identifica la chiamata alla vita camilliana alla formazione in noi del Cuore Divino: “Che il vostro core adunque, mia diletta figliola si effonda in questo momento col nostro nei più vivi affetti di rendimento di grazie al Signore che nella sua infinita bontà [...] degnò formare in voi il Divin Cuore ammettendovi per prima ad indossare la santa divisa dell’eroe della carità”.
In una delle sue lettere alle “Amatissime Figlie nel Signore” dedica tutto l’argomento esortando con insistenza alla pratica della devozione fino a scendere nei minimi particolari: “Vi raccomando assai assai il mese del Sacro Cuore non tanto quello esteriore e comune che farete non ne dubito, col massimo impegno ma soprattutto quello che ciascuna in particolare dovete praticare nella cella particolare e intima del vostro cuore. E ciò per mezzo della pratica fedele e costante delle virtù le più care al Cuore di Gesù le cui occasioni si presentano a ogni istante nella vita di comunità, come: la fedeltà alle piccole prescrizioni, l’umiltà, la pazienza, la dolcezza e affabilità colle compagne, la modestia e il silenzio ecc., insomma, tutte quelle care piccole virtù, come le chiama S. Francesco di Sales, che nascono appié della croce e si tengono nascoste agli occhi degli uomini, ma che brillano di bella luce agli occhi di Dio, e nella pratica delle quali il nostro amor proprio non può avere alcuna parte. Ve lo raccomando dunque assai. Fateci uno studio speciale durante questo santo mese, avendo più che mai presente allo spirito la parola del vostro Sposo celeste: Discite a me, quia mitis sum et humilis corde”.
La sua gioia era nel sapere che le sue figlie sono di consolazione al S. Cuore: “…consolando il Cuore del vostro Sposo farete sempre contento il vostro povero vecchio padre”.
Ritornava spesso nelle sue lettere l’insegnamento di essere un cuor solo e un’anima sola. Una unione che si colloca nel Cuore di Gesù perché di questa unione intima col Cristo può scaturire il frutto che è il servizio ai malati: “Siate un cuor solo e un anima sola nel Cuore Sacratissimo di Gesù in questa unione troverete sempre con l’abbondanza delle consolazioni, forza, coraggio e anche i mezzi materiali per sostenere e dilatare sempre più la vostra opera”.
Curare le ferite del cuore
Al centro del mistero di Cristo vi è il rapporto Padre-Figlio, in quanto viene riprodotto in Lui, come in uno specchio vivente, la realtà paterna genitrice di Dio-Trinità, esplosione di un cuore al quale è congenito l’elam vitale dell’esigenza intrinseca al primo bene che diffusivum est.
Questo bene, come proposta d’amore perfetto, è partecipato da Dio all’uomo, a tutto l’uomo. L’unità sostanziale – anima e corpo – rappresenta, dunque, l’integrità del bonum diffusivum di Dio. Questa unità sostanziale dell’uomo, però, è ferita dalla defezione, o distacco da Dio, per la rottura dei rapporti bilaterali operata dal peccato che rompe la linea interna dell’amore creatore. Dio stesso allora per ricostruire e ripristinare la linea dell’amore, origine e ragion d’essere dell’uomo nella sua identità nativa, partecipa anche della parte materiale dell’uomo stesso, vulnerata e scomposta nella sua propria ragion d’essere.
Qui si inserisce la missione della Figlia di San Camillo, che è chiamata per sua vocazione a ripristinare e ricomporre la parte materiale in ordine alla reintegrazione dell’essere umano nella sua perfezione.
Come da parte di Dio la reintegrazione del rapporto Padre-Figlio avviene nel piano dell’amore così per la Figlia di San Camillo la collaborazione alla reintegrazione del rapporto Dio-uomo avviene sullo stesso piano, e la religiosa è la pia samaritana che ricuce le ferite del corpo infermo concorrendo a ridonare all’uomo il sorriso, segno di integrità riconquistata totale, e riportando l’uomo alla gioia esistenziale primogenia.
L’impronta della devozione al Sacro Cuore lasciata nella Congregazione dai fondatori rimane e rimarrà parte costitutiva e formativa nella vita delle Figlie di San Camillo. Imitando Cristo negli atteggiamenti del suo Cuore, le Figlie di San Camillo tendono a promuovere una forma di umanesimo oggettivo e sacro secondo il carisma di San Camillo approvato dalla chiesa: riconoscere nel sofferente Cristo Gesù, una vocazione che si realizza dal Crocifisso al malato e dal malato al Crocifisso.

PIO XII – LETTERA ENCICLICA : DIGNITÀ REGALE DELLA SANTA VERGINE MARIA

http://www.vatican.va/holy_father/pius_xii/encyclicals/documents/hf_p-xii_enc_11101954_ad-caeli-reginam_it.html

PIO XII

LETTERA ENCICLICA

AD CAELI REGINAM(1)

DIGNITÀ REGALE DELLA SANTA VERGINE MARIA

Fin dai primi secoli della chiesa cattolica il popolo cristiano ha elevato supplici preghiere e inni di lode e di devozione alla Regina del cielo, sia nelle circostanze liete, sia, e molto più, nei periodi di gravi angustie e pericoli; né vennero meno le speranze riposte nella Madre del Re divino, Gesù Cristo, mai s’illanguidì la fede, dalla quale abbiamo imparato che la vergine Maria, Madre di Dio, presiede all’universo con cuore materno, come è coronata di gloria nella beatitudine celeste.
Ora, dopo le grandi rovine che, anche sotto i Nostri occhi, hanno distrutto fiorenti città, paesi e villaggi; davanti al doloroso spettacolo di tali e tanti mali morali, che si avanzano paurosamente in limacciose ondate, mentre vediamo scalzare le basi stesse della giustizia e trionfare la corruzione, in questo incerto e spaventoso stato di cose, Noi siamo presi da sommo dispiacere e perciò ricorriamo fiduciosi alla Nostra regina Maria, mettendo ai piedi di lei, insieme col Nostro, i sentimenti di devozione di tutti i fedeli, che si gloriano del nome di cristiani.
È gradito e utile ricordare che Noi stessi, il 1° novembre dell’anno santo 1950, abbiamo decretato, dinanzi a una grande moltitudine di em.mi cardinali, di venerandi vescovi, di sacerdoti e di cristiani, venuti da ogni parte del mondo, il dogma dell’assunzione della beatissima vergine Maria in cielo,(2) dove, presente in anima e corpo, regna tra i cori degli angeli e dei santi, insieme al suo unigenito Figlio. Inoltre, ricorrendo il centenario della definizione dogmatica fatta dal Nostro predecessore, Pio IX, di imm. mem., sulla Madre di Dio concepita senza alcuna macchia di peccato originale, abbiamo indetto l’anno mariano,(3) nel quale con gran gioia vediamo che non solo in questa alma città – specialmente nella Basilica Liberiana, dove innumerevoli folle continuano a professare apertamente la loro fede e il loro ardente amore alla Madre celeste – ma anche in tutte le parti del mondo la devozione verso la Vergine, Madre di Dio, rifiorisce sempre più; mentre i principali santuari di Maria hanno accolto e accolgono ancora pellegrinaggi imponenti di fedeli devoti.
Tutti poi sanno che Noi, ogni qualvolta Ce n’è stata offerta la possibilità, cioè quando abbiamo potuto rivolgere la parola ai Nostri figli, venuti a trovarci, e quando abbiamo indirizzato messaggi anche ai popoli lontani per mezzo delle onde radiofoniche, non abbiamo cessato di esortare tutti coloro, ai quali abbiamo potuto rivolgerCi, ad amare la nostra benignissima e potentissima Madre di un amore tenero e vivo, come conviene a figli. In proposito, ricordiamo particolarmente il radiomessaggio, che abbiamo indirizzato al popolo portoghese, nell’incoronazione della taumaturga Madonna di Fatima,(4) da Noi stessi chiamato radiomessaggio della «regalità» di Maria.(5)
Pertanto, quasi a coronamento di tutte queste testimonianze della Nostra pietà mariana, cui il popolo cristiano ha risposto con tanta passione, per concludere utilmente e felicemente l’anno mariano che volge al termine e per venire incontro alle insistenti richieste, che Ci sono pervenute da ogni parte, abbiamo stabilito di istituire la festa liturgica della «beata Maria vergine regina».
Non si tratta certo di una nuova verità proposta al popolo cristiano, perché il fondamento e le ragioni della dignità regale di Maria, abbondantemente espresse in ogni età, si trovano nei documenti antichi della chiesa e nei libri della sacra liturgia.
Ora vogliamo richiamarle nella presente enciclica per rinnovare le lodi della nostra Madre celeste e per renderne più viva la devozione nelle anime, con vantaggio spirituale.

I
Il popolo cristiano ha sempre creduto a ragione, anche nei secoli passati, che colei, dalla quale nacque il Figlio dell’Altissimo, che «regnerà eternamente nella casa di Giacobbe» (Lc 1, 32), (sarà) «Principe della pace» (Is 9, 6), «Re dei re e Signore dei signori» (Ap 19, 16), al di sopra di tutte le altre creature di Dio ricevette singolarissimi privilegi di grazia. Considerando poi gli intimi legami che uniscono la madre al figlio, attribuì facilmente alla Madre di Dio una regale preminenza su tutte le cose.
Si comprende quindi facilmente come già gli antichi scrittori della chiesa, avvalendosi delle parole dell’arcangelo san Gabriele, che predisse il regno eterno del Figlio di Maria (cf. Lc 1, 32-33), e di quelle di Elisabetta, che s’inchinò davanti a lei, chiamandola «madre del mio Signore» (Lc 1, 43), abbiano, denominando Maria «madre del Re» e «madre del Signore», voluto significare che dalla regalità del Figlio dovesse derivare alla Madre una certa elevatezza e preminenza.
Pertanto sant’Efrem, con fervida ispirazione poetica, così fa parlare Maria: «Il cielo mi sorregga con il suo braccio, perché io sono più onorata di esso. Il cielo, infatti, fu soltanto tuo trono, non tua madre. Ora quanto è più da onorarsi e da venerarsi la madre del Re del suo trono!».(6) E altrove così egli prega Maria: «… vergine augusta e padrona, regina, signora, proteggimi sotto le tue ali, custodiscimi, affinché non esulti contro di me satana, che semina rovine, né trionfi contro di me l’iniquo avversario».(7)
San Gregorio di Nazianzo chiama Maria madre del Re di tutto l’universo», «madre vergine, [che] ha partorito il Re di tutto il mondo»,(8) mentre Prudenzio ci parla della Madre, che si meraviglia «di aver generato Dio come uomo sì, ma anche come sommo re».(9)
La dignità regale di Maria è poi chiaramente asserita da coloro che la chiamano «signora», «dominatrice», «regina». Secondo un’omelia attribuita a Origene, Elisabetta apostrofa Maria «madre del mio Signore», e anche: «Tu sei la mia signora».(10)
Lo stesso concetto si può dedurre da un testo di san Girolamo, nel quale espone il suo pensiero circa le varie interpretazioni del nome di Maria: «Si deve sapere che Maria, nella lingua siriaca, significa Signora».(11) Ugualmente si esprime, dopo di lui, san Pietro Crisologo: «Il nome ebraico Maria si traduce « Domina » in latino: l’angelo dunque la saluta « Signora » perché sia esente da timore servile la madre del Dominatore; che per volontà del Figlio nasce e si chiama Signora».(12)
Sant’Epifanio, vescovo di Costantinopoli, scrive al sommo pontefice Ormisda, che si deve implorare l’unità della chiesa «per la grazia della santa e consostanziale Trinità e per l’intercessione della nostra santa signora, gloriosa vergine e Madre di Dio, Maria».(13)
Un autore di questo stesso tempo si rivolge con solennità alla beata Vergine seduta alla destra di Dio, invocandone il patrocinio, con queste parole: «Signora dei mortali, santissima Madre di Dio».(14)
Sant’Andrea di Creta attribuisce spesso la dignità regale alla Vergine; ne sono prova i seguenti passi: «(Gesù Cristo) portà in questo giorno come regina del genere umano dalla dimora terrena (ai cieli) la sua Madre sempre vergine, nel cui seno, pur rimanendo Dio, prese l’umana carne».(15) E altrove: «Regina di tutti gli uomini, perché fedele di fatto al significato del suo nome, eccettuato soltanto Dio, si trova al di sopra di tutte le cose».(16)
San Germano poi così si rivolge all’umile Vergine: «Siedi, o signora: essendo tu regina e più eminente di tutti i re ti spetta sedere nel posto più alto»;(17) e la chiama. «Signora di tutti coloro che abitano la terra».(18)
San Giovanni Damasceno la proclama «regina, padrona, signora»(19) e anche «signora di tutte le creature»;(20) e un antico scrittore della chiesa occidentale la chiama «regina felice», «regina eterna, presso il Figlio Re», della quale «il bianco capo è ornato di aurea corona».(21)
Sant’Ildefonso di Toledo riassume tutti i titoli di onore in questo saluto: «O mia signora, o mia dominatrice: tu sei mia signora, o madre del mio Signore… Signora tra le ancelle, regina tra le sorelle».(22)
I teologi della chiesa, raccogliendo l’insegnamento di queste e di molte altre testimonianze antiche, hanno chiamato la beatissima Vergine regina di tutte le cose create, regina del mondo; signora dell’universo.
I sommi pastori della chiesa non mancarono di approvare e incoraggiare la devozione del popolo cristiano verso la celeste Madre e Regina con esortazioni e lodi. Lasciando da parte i documenti dei papi recenti, ricorderemo che già nel secolo settimo il Nostro predecessore san Martino I, chiamò Maria «Nostra Signora gloriosa, sempre vergine»;(23) sant’Agatone, nella lettera sinodale, inviata ai padri del sesto concilio ecumenico, la chiamò «Nostra Signora, veramente e propriamente Madre di Dio»;(24) e nel secolo VIII, Gregorio II, in una lettera inviata al patriarca san Germano, letta tra le acclamazioni dei padri del settimo concilio ecumenico, proclamava Maria «signora di tutti e vera Madre di Dio» e «signora di tutti i cristiani».(25)
Ricorderemo parimenti che il Nostro predecessore di immortale memoria Sisto IV, nella lettera apostolica Cum praeexcelsa,(26) in cui accenna con favore alla dottrina dell’immacolata concezione della beata Vergine, comincia proprio con le parole che dicono Maria «regina, che sempre vigile intercede presso il Re, che ha generato». Parimenti Benedetto XIV, nella lettera apostolica Gloriosae Dominae, chiama Maria «regina del cielo e della terra», affermando che il sommo Re ha, in qualche modo, affidato a lei il suo proprio impero.(27)
Onde sant’Alfonso, tenendo presente tutta la tradizione dei secoli che lo hanno preceduto, poté scrivere con somma devozione: «Poiché la vergine Maria fu esaltata ad essere la Madre del Re dei re, con giusta ragione la chiesa l’onora col titolo di Regina».(28)

II
La sacra liturgia, che è lo specchio fedele dell’insegnamento tramandato dai Padri e affidato al popolo cristiano, ha cantato nel corso dei secoli e canta continuamente sia in Oriente che in Occidente le glorie della celeste Regina.
Fervidi accenti risuonano dall’Oriente: «O Madre di Dio, oggi sei trasferita al cielo sui carri dei cherubini, i serafini si onorano di essere ai tuoi ordini, mentre le schiere dei celesti eserciti si prostrano dinanzi a te».(29)
E ancora: «O giusto, beatissimo (Giuseppe), per la tua origine regale sei stato fra tutti prescelto a essere lo sposo della Regina immacolata, la quale darà alla luce in modo ineffabile il re Gesù».(30) E inoltre: «Scioglierò un inno alla Madre regina, alla quale mi rivolgo con gioia, per cantare lietamente le sue glorie. … O Signora, la nostra lingua non ti può celebrare degnamente, perché tu, che hai dato alla luce Cristo, nostro Re, sei stata esaltata al di sopra dei serafini. … Salve, o regina del mondo, salve, o Maria, signora di tutti noi».(31)
Nel «Messale» etiopico si legge: « O Maria, centro di tutto il mondo … tu sei più grande dei cherubini pluriveggenti e dei serafini dalle molte ali. … Il cielo e la terra sono ricolmi della santità della tua gloria».(32)
Fa eco la liturgia della chiesa latina con l’antica e dolcissima preghiera «Salve, regina», le gioconde antifone «Ave, o regina dei cieli», «Regina del cielo, rallégrati, alleluia» e altri testi, che si recitano in varie feste della beata vergine Maria: «Come regina stette alla tua destra con un abito dorato, rivestita di vari ornamenti»;(33) «La terra e il popolo cantano la tua potenza, o regina»;(34) «Oggi la vergine Maria sale al cielo: godete, perché regna con Cristo in eterno».(35)
A tali canti si devono aggiungere le Litanie lauretane, che richiamano i devoti a invocare ripetutamente Maria regina; e nel quinto mistero glorioso del santo rosario, la mistica corona della celeste regina, i fedeli contemplano in pia meditazione già da molti secoli, il regno di Maria, che abbraccia il cielo e la terra.
Infine l’arte ispirata ai principi della fede cristiana e perciò fedele interprete della spontanea e schietta devozione popolare, fin dal Concilio di Efeso, è solita rappresentare Maria come regina e imperatrice, seduta in trono e ornata delle insegne regali, cinta il capo di corona e circondata dalle schiere degli angeli e dei santi, come colei che domina non soltanto sulle forze della natura, ma anche sui malvagi assalti di satana. L’iconografia, anche per quel che riguarda la dignità regale della beata vergine Maria, si è arricchita in ogni secolo di opere di grandissimo valore artistico, arrivando fino a raffigurare il divin Redentore nell’atto di cingere il capo della Madre sua con fulgida corona.
I pontefici romani non hanno mancato di favorire questa devozione del popolo, decorando spesso di diadema, con le proprie mani o per mezzo di legati pontifici, le immagini della vergine Madre di Dio, già distinte per singolare venerazione.

III
Come abbiamo sopra accennato, venerabili fratelli, l’argomento principale, su cui si fonda la dignità regale di Maria, già evidente nei testi della tradizione antica e nella sacra liturgia, è senza alcun dubbio la sua divina maternità. Nelle sacre Scritture infatti, del Figlio, che sarà partorito dalla Vergine, si afferma: «Sarà chiamato Figlio dell’Altissimo e il Signore Dio gli darà il trono di Davide, suo padre; e regnerà nella casa di Giacobbe eternamente e il suo regno non avrà fine» (Lc 1, 32-33); e inoltre Maria è proclamata «Madre del Signore» (Lc 1, 43). Ne segue logicamente che ella stessa è Regina, avendo dato la vita a un Figlio; che nel medesimo istante del concepimento, anche come uomo, era re e signore di tutte le cose, per l’unione ipostatica della natura umana col Verbo. San Giovanni Damasceno scrive dunque a buon diritto: «È veramente diventata la Signora di tutta la creazione, nel momento in cui divenne Madre del Creatore»(36) e lo stesso arcangelo Gabriele può dirsi il primo araldo della dignità regale di Maria.
Tuttavia la beatissima Vergine si deve proclamare regina non soltanto per la maternità divina, ma anche per la parte singolare che, per volontà di Dio, ebbe nell’opera della nostra salvezza eterna. «Quale pensiero – scrive il Nostro predecessore di felice memoria Pio XI – potremmo avere più dolce e soave di questo, che Cristo è nostro re non solo per diritto nativo, ma anche per diritto acquisito e cioè per la redenzione? Ripensino tutti gli uomini dimentichi quanto costammo al nostro Salvatore: « Non siete stati redenti con oro o argento, beni corruttibili, … ma col sangue prezioso di Cristo, agnello immacolato e incontaminato » (1 Pt 1;18-19). Non apparteniamo dunque a noi stessi, perché « Cristo a caro prezzo » (1 Cor 6, 20) ci ha comprati».(37)
Ora nel compimento dell’opera di redenzione Maria santissima fu certo strettamente associata a Cristo, onde giustamente si canta nella sacra liturgia: «Santa Maria, regina del cielo e signora del mondo, affranta dal dolore, se ne stava in piedi presso la croce del Signore nostro Gesù Cristo».(38) E un piissimo discepolo di sant’Anselmo poteva scrivere nel medioevo: «Come … Dio, creando tutte le cose nella sua potenza, è padre e signore di tutto, così Maria, riparando tutte le cose con i suoi meriti, è la madre e la signora di tutto: Dio è signore di tutte le cose, perché le ha costituite nella loro propria natura con il suo comando, e Maria è signora di tutte le cose, riportandole alla loro originale dignità con la grazia che ella meritò».(39) Infatti: «Come Cristo per il titolo particolare della redenzione è nostro signore e nostro re, così anche la Vergine beata (è nostra signora) per il singolare concorso prestato alla nostra redenzione, somministrando la sua sostanza e offrendola volontariamente per noi, desiderando, chiedendo e procurando in modo singolare la nostra salvezza».(40)
Da queste premesse si può così argomentare: se Maria, nell’opera della salute spirituale, per volontà di Dio, fu associata a Cristo Gesù, principio di salvezza, e in maniera simile a quella con cui Eva fu associata ad Adamo, principio di morte, sicché si può affermare che la nostra redenzione si compì se­condo una certa «ricapitolazione»,(41) per cui il genere umano, assoggettato alla morte, per causa di una vergine, si salva anche per mezzo di una Vergine; se inoltre si può dire che questa gloriosissima Signora venne scelta a Madre di Cristo proprio «per essere a lui associata nella redenzione del genere umano»(42) e se realmente «fu lei, che esente da ogni colpa personale o ereditaria, strettissimamente sempre unita al suo Figlio, lo ha offerto sul Golgota all’eterno Padre sacrificando insieme l’amore e i diritti materni, quale nuova Eva, per tutta la posterità di Adamo, macchiata dalla sua caduta miseranda»;(43) se ne potrà legittimamente concludere che, come Cristo, il nuovo Adamo, è nostro re non solo perché Figlio di Dio, ma anche perché nostro redentore, così, secondo una certa analogia, si può affermare parimenti che la beatissima Vergine è regina, non solo perché Madre di Dio, ma anche perché quale nuova Eva è stata associata al nuovo Adamo.
È certo che in senso pieno, proprio e assoluto, soltanto Gesù Cristo, Dio e uomo, è re; tuttavia, anche Maria, sia come madre di Cristo Dio, sia come socia nell’opera del divin Redentore, e nella lotta con i nemici e nel trionfo ottenuto su tutti, ne partecipa la dignità regale, sia pure in maniera limitata e analogica. Infatti da questa unione con Cristo re deriva a lei tale splendida sublimità, da superare l’eccellenza di tutte le cose create: da questa stessa unione con Cristo nasce quella regale potenza, per cui ella può dispensare i tesori del regno del divin redentore; infine dalla stessa unione con Cristo ha origine l’inesauribile efficacia della sua materna intercessione presso il Figlio e presso il Padre.
Nessun dubbio pertanto che Maria santissima sopravanzi in dignità tutta la creazione e abbia su tutti il primato, dopo il suo Figliuolo. «Tu infine – canta san Sofronio – hai di gran lunga sopravanzato ogni creatura. … Che cosa può esistere di più sublime di tale gioia, o Vergine Madre? Che cosa può esistere di più elevato di tale grazia, che per volontà divina tu sola hai avuto in sorte?».(44) E va ancora più oltre nella lode san Germano: «La tua onorifica dignità ti pone al di sopra di tutta la creazione: la tua sublimità ti fa superiore agli angeli».(45) San Giovanni Damasceno poi giunge a scrivere la seguente espressione: «È infinita la differenza tra i servi di Dio e la sua Madre».(46)
Per aiutarci a comprendere la sublime dignità che la Madre di Dio ha raggiunto al di sopra di tutte le creature, possiamo ripensare che la santissima Vergine, fin dal primo istante del suo concepimento, fu ricolma di tale abbondanza di grazie da superare la grazia di tutti i santi. Onde – come scrisse il Nostro predecessore Pio XI di fel. mem. nella lettera apostolica Ineffabilis Deus – «ha con tanta munificenza arricchito Maria con l’abbondanza di doni celesti, tratti dal tesoro della divinità, di gran lunga al di sopra degli angeli e di tutti i santi, che ella, del tutto immune da ogni macchia di peccato, in tutta la sua bellezza e perfezione, avesse tale pienezza d’innocenza e di santità che non se ne può pensare una più grande al di sotto di Dio e che all’infuori di Dio nessuno riuscirà mai a comprendere».(47)
Inoltre la beata Vergine non ha avuto soltanto il supremo grado, dopo Cristo, dell’eccellenza e della perfezione, ma anche una partecipazione di quell’influsso, con cui il suo Figlio e Redentore nostro giustamente si dice che regna sulla mente e sulla volontà degli uomini. Se infatti il Verbo opera i miracoli e infonde la grazia per mezzo dell’umanità che ha assunto, se si serve dei sacramenti dei suoi santi come di strumenti per la salvezza delle anime, perché non può servirsi dell’ufficio e dell’opera della Madre sua santissima per distribuire a noi i frutti della redenzione? «Con animo veramente materno – così dice lo stesso predecessore Nostro Pio IX di imm. mem. – trattando l’affare della nostra salute ella è sollecita di tutto il genere umano, essendo costituita dal Signore regina del cielo e della terra ed esaltata sopra tutti i cori degli angeli e sopra tutti i gradi dei santi in cielo, stando alla destra del suo unigenito Figlio; Gesù Cristo, Signore nostro, con le sue materne suppliche impetra efficacissimamente, ottiene quanto chiede, né può rimanere inesaudita».(48) A questo proposito l’altro predecessore Nostro di fel. mem., Leone XIII, dichiarò che alla beata vergine Maria è stato concesso un potere «quasi immenso» nell’elargizione delle grazie;(49) e san Pio X aggiunge che Maria compie questo suo ufficio «come per diritto materno».(50)
Godano dunque tutti i fedeli cristiani di sottomettersi all’impero della vergine Madre di Dio, la quale, mentre dispone di un potere regale, arde di materno amore.
Però in queste e altre questioni, che riguardano la beata Vergine, i teologi e i predicatori della divina parola abbiano cura di evitare certe deviazioni per non cadere in un doppio errore; si guardino cioè da opinioni prive di fondamento e che con espressioni esagerate oltrepassano i limiti del vero; e dall’altra parte si guardino pure da un’eccessiva ristrettezza di mente nel considerare quella singolare, sublime, anzi quasi divina dignità della Madre di Dio, che il dottore angelico ci insegna ad attribuirle «per ragione del bene infinito, che è Dio».(51)
Del resto, in questo, come in altri campi della dottrina cristiana, «la norma prossima e universale» è per tutti il magistero vivo della chiesa, che Cristo ha costituito «anche per illustrare e spiegare quelle cose, che nel deposito della fede sono contenute solo oscuramente e quasi implicitamente».(52)

IV
Dai monumenti dell’antichità cristiana, dalle preghiere della liturgia, dall’innata devozione del popolo cristiano, dalle opere d’arte, da ogni parte abbiamo raccolto espressioni e accenti; secondo i quali la vergine Madre di Dio primeggia per la sua dignità regale; e abbiamo anche mostrato che le ragioni, che la sacra teologia ha dedotto dal tesoro della fede divina, confermano pienamente questa verità. Di tante testimonianze riportate si forma un concerto, la cui eco risuona larghissimamente, per celebrare il sommo fastigio della dignità regale della Madre di Dio e degli uomini, la quale è stata «esaltata ai regni celesti, al di sopra dei cori angelici ».(53)
EssendoCi poi fatta la convinzione dopo mature ponderate riflessioni, che ne verranno grandi vantaggi alla chiesa se questa verità solidamente dimostrata risplenda più evidente davanti a tutti, quasi lucerna più luminosa sul suo candelabro, con la Nostra autorità apostolica, decretiamo e istituiamo la festa di Maria regina, da celebrarsi ogni anno in tutto il mondo il giorno 31 maggio. Ordiniamo ugualmente che indetto giorno sia rinnovata la consacrazione del genere umano al cuore immacolato della beata vergine Maria. In questo gesto infatti è riposta grande speranza che possa sorgere una nuova era, allietata dalla pace cristiana e dal trionfo della religione.
Procurino dunque tutti di avvicinarsi ora con maggior fiducia di prima, quanti ricorrono al trono di grazia e di misericordia della Regina e Madre nostra, per chiedere soccorso nelle avversità, luce nelle tenebre, conforto nel dolore e nel pianto, e, ciò che conta più di tutto, si sforzino di liberarsi dalla schiavitù del peccato, per poter presentare un ossequio immutabile, penetrato dalla fragrante devozione di figli, allo scettro regale di sì grande Madre. I suoi templi siano frequentati dalle folle dei fedeli, per celebrarne le feste; la pia corona del Rosario sia nelle mani di tutti per riunire insieme, nelle chiese, nelle case, negli ospedali, nelle carceri, sia i piccoli gruppi, sia le grandi adunanze di fedeli, a cantare le sue glorie. Sia in sommo onore il nome di Maria, più dolce del nettare, più prezioso di qualunque gemma; e nessuno osi pronunciare empie bestemmie, indice di animo corrotto, contro questo nome ornato di tanta maestà e venerando per la grazia materna; e neppure si osi mancare in qualche modo di rispetto ad esso.
Tutti si sforzino di imitare, con vigile e diligente cura, nei propri costumi e nella propria anima, le grandi virtù della Regina celeste e nostra Madre amantissima. Ne deriverà di conseguenza che i cristiani, venerando e imitando sì grande Regina e Madre, si sentano infine veramente fratelli, e, sprezzanti dell’invidia e degli smodati desideri delle ricchezze, promuovano l’amore sociale, rispettino i diritti dei poveri e amino la pace, Nessuno dunque si reputi figlio di Maria, degno di essere accolto sotto la sua potentissima tutela, se sull’esempio di lei non si dimostrerà mite, giusto e casto, contribuendo con amore alla vera fraternità, non ledendo e nuocendo, ma aiutando e confortando.
In molti paesi della terra vi sono persone ingiustamente perseguitate per la loro professione cristiana e private dei diritti umani e divini della libertà: per allontanare questi mali nulla valgono finora le giustificate richieste e le ripetute proteste. A questi figli innocenti e tormentati rivolga i suoi occhi di misericordia, che con la loro luce portano il sereno allontanando i nembi e le tempeste, la potente Signora delle cose e dei tempi, che sa placare le violenze con il suo piede verginale; e conceda anche a loro di poter presto godere della dovuta libertà per la pratica aperta dei doveri religiosi, sicché servendo la causa dell’evangelo, con opera concorde e con egregie virtù, che nelle asprezze rifulgono ad esempio, giovino anche alla solidità e al progresso della città terrena.
Pensiamo anche che la festa istituita con questa lettera enciclica, affinché tutti più chiaramente riconoscano e con più cura onorino il clemente e materno impero della Madre di Dio, possa contribuire assai a che si conservi, si consolidi e si renda perenne la pace dei popoli, minacciata quasi ogni giorno da avvenimenti pieni di ansietà. Non è ella l’arcobaleno posto sulle nubi verso Dio, come segno di pacifica alleanza? (cf. Gn 9, 13). «Mira l’arcobaleno e benedici colui che l’ha fatto; esso è molto bello nel suo splendore, abbraccia il cielo nel suo cerchio radioso e le mani dell’Altissimo lo hanno teso» (Eccli 43, 12-13). Chiunque pertanto onora la Signora dei celesti e dei mortali – e nessuno si creda esente da questo tributo di riconoscenza e di amore – la invochi come regina potentissima, mediatrice di pace; rispetti e difenda la pace, che non è ingiustizia impunita né sfrenata licenza, ma è invece concordia bene ordinata sotto il segno e il comando della volontà di Dio: a fomentare e accrescere tale concordia spingono le materne esortazioni e gli ordini di Maria vergine.
Desiderando moltissimo che la Regina e Madre del popolo cristiano accolga questi Nostri voti e rallegri della sua pace le terre scosse dall’odio, e a noi tutti mostri, dopo questo esilio, Gesù, che sarà la nostra pace e la nostra gioia in eterno, a voi, venerabili fratelli, e ai vostri fedeli, impartiamo di cuore l’apostolica benedizione, come auspicio dell’aiuto di Dio onnipotente e in testimonianza del Nostro amore.
Roma, presso San Pietro, nella festività della maternità di Maria vergine, l’11 ottobre 1954, XVI del Nostro pontificato.

PIO PP. XII

(1) PIUS PP. XII, Litt. enc. Ad caeli Reginam de regali Beatae Mariae Virginis dignitate eiusque festo instituendo, [Ad venerabiles Fratres Patriarchas, Archiepiscopos, Episcopos aliosque locorum Ordinarios pacem et communionem cum Apostolica Sede habentes], 11 octobris 1954: AAS 46(1954), pp. 625-640.
Istituzione della festa della regalità di Maria s.ma. La devozione costante dei popoli per Maria s.ma, culminata con la proclamazione del dogma della sua assunzione. Coronare l’opera istituendo la festa di Maria Regina, in realtà non nuova, ma già espressa in ogni età: dalla sacra Scrittura, dai padri e scrittori ecclesiastici con dottrina profonda e poetici accenti, dai sommi pontefici, dalla liturgia romana e orientale e infine dall’arte d’ogni tempo. Principali argomenti dogmatici e di convenienza. È giusto perciò che tutti riconoscano questo potere regale: la festa al 31 maggio; ricorrere alla Madre di Dio, imitandone le virtù, impetrando la forza nelle tribolazioni, la pace fra i popoli e la visione eterna del suo divin Figlio.

(le altre note sul sito)

PAPA PIO IX: LETTERA ENCICLICA MISERENTISSIMUS REDEMPTOR AL SACRATISSIMO CUORE DI GESÙ (5.8.1928)

http://www.vatican.va/holy_father/pius_xi/encyclicals/documents/hf_p-xi_enc_19280508_miserentissimus-redemptor_it.html

LETTERA ENCICLICA MISERENTISSIMUS REDEMPTOR
DEL SOMMO PONTEFICE PIO XI SULL’ATTO DI RIPARAZIONE
AL SACRATISSIMO CUORE DI GESÙ (5.8.1928)

Ai Reverendi Patriarchi,
Primati, Arcivescovi,
Vescovi e agli altri Ordinari locali
che hanno pace e comunione con l’Apostolica Sede.

Venerabili Fratelli, salute e Apostolica Benedizione.

Il misericordiosissimo nostro Redentore, dopo aver recato la salvezza al genere umano sul legno della Croce, prima di salire da questo mondo al Padre, per consolare i suoi mesti apostoli e discepoli, disse: « Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo » [1]. Queste parole, in verità assai gradite, sono motivo di ogni speranza e sicurezza. Esse Ci vengono facilmente alla memoria, Venerabili Fratelli, tutte le volte che — per così dire — da questa più alta specola guardiamo tutta l’umana famiglia afflitta da tanti gravi mali, e la Chiesa pure, tormentata senza tregua da assalti e da insidie. Infatti, tale divina promessa, come dapprima sollevò gli abbattuti animi degli Apostoli e, così animati, li accese fervidamente a spargere per la terra i semi della dottrina evangelica, così in seguito guidò alla vittoria la Chiesa contro le potenze dell’inferno. Sempre, certamente, il Signore Gesù Cristo assistette la sua Chiesa; ma con più valido aiuto e protezione specialmente quando fu travagliata da pericoli e sciagure più gravi, dando proprio quei rimedi che erano i più adatti alla condizione dei tempi e delle cose, con la sua divina Sapienza che « arriva da una estremità all’altra con potenza, e con soavità dispone tutte le cose » [2]. Ma neppure in tempi a noi più vicini « si è accorciata la mano del Signore » [3], specialmente quando qualche errore si introdusse, e abbastanza largamente si diffuse, così da doverne temere che si inaridissero in qualche modo le fonti della vita cristiana per gli uomini allontanatisi dall’amore di Dio e dalla sua consuetudine. E poiché alcuni del popolo forse ignorano, altri trascurano i lamenti che l’amantissimo Gesù fece a Maria Margherita Alacoque nelle sue apparizioni, come pure i desideri e le volontà che manifestò agli uomini, alla fine, per il loro proprio vantaggio, Ci piace, Venerabili Fratelli, trattener- Ci con Voi alquanto per parlare dell’obbligo che Ci impone di fare ammenda onorevole al Sacratissimo Cuor di Gesù, con questa intenzione: che ciascuno di Voi insegni con diligenza al proprio gregge quanto Noi vi avremo comunicato, e lo ecciti alla esecuzione di quanto stiamo per ordinare.
Tra tutti gli altri documenti della infinita bontà del nostro Redentore, questo specialmente risplende: raffreddandosi l’amore dei fedeli, la stessa divina carità fu proposta ad essere onorata con speciale culto, e così le ricchezze della sua bontà furono largamente svelate con quella forma di venerazione con cui onoriamo il Sacratissimo Cuore di Gesù « nel quale sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza » [4]. Infatti, come già al genere umano, che usciva dall’arca di Noè, la bontà di Dio volle che riducesse il segno della contratta amicizia, « l’arcobaleno che appare tra le nubi » [5], così negli agitatissimi tempi moderni, quando serpeggiava l’eresia più scaltra di tutte, quella eresia giansenista — nemica all’amore e alla pietà verso Dio — che predicava un Dio non tanto da amare come padre quanto da temere come giudice implacabile, il benignissimo Gesù mostrò ai popoli il suo Cuore Sacratissimo quale spiegato vessillo di pace e di carità, assicurando indubbia vittoria nella battaglia. Perciò, ben a ragione, il Nostro predecessore Leone XIII di felice memoria nella sua Enciclica « Annum sacrum », ammirando la grandissima opportunità del culto del Cuore Sacratissimo di Gesù, non esitò ad affermare: « Allorché la Chiesa, alle origini, era oppressa dal giogo dei Cesari, ad un giovane imperatore apparve, in alto, una croce, auspice ad un tempo e realizzatrice della splendida vittoria che subito dopo seguì. Ora vi è offerto davanti agli occhi un segno faustissimo e divinissimo, cioè il Sacratissimo Cuore di Gesù, che porta su di sé la croce e che splende tra fiamme di lucentissimo candore. In lui dobbiamo collocare ogni speranza: a lui va richiesta e da lui va attesa la salvezza ».
E ciò ben a ragione, Venerabili Fratelli, perché in quel felicissimo segno e nella forma che ne emana non sono forse contenute tutta la sostanza della religione e specialmente la norma di una vita più perfetta, come quella che guida per una via più facile le menti a conoscere intimamente Gesù Cristo e induce i cuori ad amarlo più ardentemente e più generosamente ad imitarlo? Nessuno dunque deve meravigliarsi che i Nostri predecessori abbiano sempre difeso questa ottima forma di culto dalle accuse dei denigratori e l’abbiano sommamente lodata e promossa con il massimo impegno secondo che i tempi e le condizioni richiedevano. Certo per divina ispirazione avvenne che il pio affetto dei fedeli verso il Sacratissimo Cuore di Gesù di giorno in giorno andasse sempre crescendo; quindi sorsero dappertutto pie associazioni per promuovere il culto del divin Cuore, e si diffuse l’usanza, che oggi dappertutto già vige, della sacra Comunione fatta il primo venerdì di ogni mese, secondo il desiderio di Gesù Cristo stesso.
È certo però che fra tutte le pratiche che spettano propriamente al culto del Sacratissimo Cuore, primeggia, degna da ricordare, la pia consacrazione con la quale offriamo al Cuore di Gesù noi e tutte le cose nostre, riconoscendole ricevute dalla eterna carità di Dio. E avendo il Salvator nostro manifestato alla innocentissima discepola del suo Cuore Margherita Maria, quanto Egli, mosso meno dal suo diritto che dalla immensa carità verso di noi, desiderasse che dagli uomini gli fosse reso questo tributo di devozione, la Santa prima di tutti lo offerse insieme con il suo Padre spirituale Claudio de la Colombière; seguirono poi, con l’andare del tempo, a tributarlo le singole persone, poi le famiglie private e le Associazioni, infine le stesse autorità, le città e i regni. Essendosi nel secolo scorso e in questo nostro, per le macchinazioni degli empi, giunti a tal punto da disprezzare l’impero di Cristo e da dichiarare pubblicamente guerra alla Chiesa con leggi e mozioni dei popoli contrarie al diritto divino e naturale, anzi con il grido di intere assemblee: «Non vogliamo che costui regni su di noi » [6], appunto per la detta consacrazione erompeva quasi, e faceva forte contrasto, la voce unanime dei devoti del Sacratissimo Cuore per rivendicarne la gloria e difenderne i diritti: « Bisogna che Cristo regni [7]: Venga il regno tuo ». Ne fu finalmente conseguenza felice che tutto il genere umano, che appartiene per diritto nativo a Cristo, nel quale solo tutte le cose sono riunite [8], all’inizio di questo secolo, dal Nostro predecessore Leone XIII di f.m., con il plauso di tutto l’orbe cristiano, fosse consacrato al suo Sacratissimo Cuore.
Questi così fausti e lieti inizi, come dicemmo nella Nostra Enciclica «Quas primas », Noi stessi, per somma bontà di Dio, portammo a pieno compimento, quando, secondo i moltissimi desideri e voti di Vescovi e fedeli, al termine dell’Anno giubilare istituimmo la festa di Cristo Re universale, da celebrarsi solennemente in tutto il mondo cristiano. E ciò facendo, non soltanto ponemmo in luce il sommo impero che Cristo tiene su tutte le cose, sulla società civile e domestica, sugli individui singoli, ma fin d’allora pregustammo insieme la gioia di quel giorno lietissimo, in cui il mondo intero si sottometterà di buon grado e volonteroso al dominio dolcissimo di Cristo Re. Perciò ordinammo allora contemporaneamente che, in occasione della festa istituita, si rinnovasse questa medesima consacrazione ogni anno, per conseguire più certo e più copioso il frutto della consacrazione stessa, e stringere nel Cuore del Re dei re e del Sovrano dei sovrani i popoli tutti, con amore cristiano nella comunione di pace.
Se non che a tutti questi ossequi, e particolarmente alla tanto fruttuosa consacrazione, che mediante l’istituzione della festa di Cristo Re venne, a dir così, riconfermata, conviene che se ne aggiunga un altro di cui, Venerabili Fratelli, Ci è caro al presente intrattenervi alquanto più a lungo: l’atto cioè di espiazione o riparazione, come suol dirsi, da prestarsi al Cuore Sacratissimo di Gesù. Infatti, se nella consacrazione primeggia l’intento di ricambiare l’amore del Creatore con l’amore della creatura, ne segue naturalmente un altro, che dello stesso Amore increato, quando sia o per dimenticanza trascurato o per offesa amareggiato, si debbano risarcire gli oltraggi in qualsiasi modo recatigli; il qual dovere comunemente chiamiamo col nome di riparazione.
Se all’uno e all’altro dovere siamo obbligati per le stesse ragioni, al debito particolarmente della riparazione siamo tenuti da un più potente motivo di giustizia e di amore: di giustizia, per espiare l’offesa recata a Dio con le nostre colpe e ristabilire, con la penitenza, l’ordine violato; di amore, per patire insieme con Cristo paziente e « saturato di obbrobri » e recargli, secondo la nostra pochezza, qualche conforto. Infatti, essendo noi tutti peccatori e gravati da molte colpe, dobbiamo onorare il nostro Dio, non solo con il culto col quale adoriamo coi dovuti ossequi la somma sua Maestà, o mediante la preghiera riconosciamo il suo supremo dominio, o con i ringraziamenti lodiamo la sua generosità infinita; ma inoltre è necessario che diamo soddisfazione alla giusta vendetta di Dio, « per gli innumerevoli peccati e offese e negligenze » nostre. Dunque, alla consacrazione con la quale ci offriamo a Dio e diventiamo sacri a Lui, per quella santità e stabilità che sono proprie della consacrazione, come insegna l’Angelico [9], si deve aggiungere l’espiazione, con cui estinguere del tutto le colpe, a meno che la santità della somma giustizia rigetti la nostra proterva indegnità, e anziché gradire il nostro dono, lo rifiuti piuttosto come sgradito.
Questo dovere di espiazione incombe a tutto il genere umano poiché, secondo gli insegnamenti della fede cristiana, dopo la miseranda caduta di Adamo, esso, macchiato di colpa ereditaria, soggetto alle passioni e degradato nel modo più compassionevole, avrebbe meritato d’essere condannato alla eterna perdizione. Negano, sì, questa verità, i superbi sapienti del nostro secolo i quali, rinnovando la vecchia eresia di Pelagio, vantano una bontà congenita della umana natura, che per virtù sua si spinge a sempre maggiore perfezione. Ma queste false invenzioni della superbia umana sono condannate dall’Apostolo, il quale ci ammonisce che « eravamo per natura meritevoli d’ira »[10]. E in verità, già fin dal principio del mondo gli uomini riconobbero in qualche modo il debito di tale comune espiazione, mentre per un certo istinto naturale si diedero, anche con pubblici sacrifici, a placare la divinità.
Se non che nessuna potenza creata era bastevole all’espiazione delle colpe umane, se il figlio di Dio non avesse assunto la natura umana da redimere. E ciò lo stesso Salvatore degli uomini annunziò per bocca del Salmista: «Tu non hai voluto né vittime né oblazioni, ma mi hai formato un corpo; non hai gradito né olocausti né sacrifici espiatori. Allora io dissi: Ecco, io vengo » [11]. E in verità « egli prese le nostre infermità e portò i nostri dolori; per le nostre iniquità fu ferito »[12] e « i peccati nostri portò egli stesso nel proprio corpo sopra il legno …[13]… cancellando il chirografo del decreto scritto contro di noi, ed Egli, affiggendolo alla croce, lo tolse di mezzo …[14], affinché, morti al peccato, vivessimo per la giustizia » [15].
Sebbene la copiosa redenzione di Cristo, con sovrabbondanza « ci condonò tutti i peccati » [16], tuttavia, per quella mirabile disposizione della divina Sapienza secondo la quale nel nostro corpo si deve compiere quello che manca dei patimenti di Cristo a favore del corpo di Lui, che è la Chiesa [17], noi possiamo, anzi dobbiamo aggiungere alle lodi e soddisfazioni « che Cristo in nome dei peccatori tributò a Dio », anche le nostre lodi e soddisfazioni. Ma conviene sempre ricordare che tutto il valore espiatorio dipende unicamente dal cruento sacrificio di Cristo, il quale si rinnova, senza interruzione, sui nostri altari in modo incruento, poiché « una stessa è la Vittima, uno medesimo è ora l’oblatore mediante il ministero dei sacerdoti, quello stesso che si offrì sulla croce, mutata solamente la maniera dell’oblazione » [18]. Per tale motivo con questo augusto sacrificio Eucaristico si deve congiungere l’immolazione dei ministri e degli altri fedeli, affinché anche essi si offrano quali « vittime vive, sante, gradevoli a Dio » [19]. Anzi, San Cipriano non esita ad affermare « che il sacrificio del Signore non si compie con la dovuta santificazione se l’offerta e il sacrificio nostro non corrisponderanno alla passione » [20]. Perciò l’Apostolo ci ammonisce perché « portando nel nostro corpo la mortificazione di Gesù » [21] e sepolti e innestati con Cristo in somiglianza con la sua morte [22], non solo crocifiggiamo la nostra carne, i vizi e le passioni [23] « fuggendo la corruzione della concupiscenza che è nel mondo » [24], ma « la vita di Gesù si manifesti così nei corpi nostri » [25] e fatti partecipi del suo sacerdozio eterno possiamo offrire « doni e sacrifici per i peccati » [26]. Non sono, infatti, partecipi di questo arcano sacerdozio e dell’ufficio di offrire soddisfazioni e sacrifici quelli solamente di cui il Pontefice nostro Cristo Gesù si vale come di ministri per offrire a Dio un’oblazione monda in ogni luogo dall’oriente all’occidente [27], ma anche tutta la moltitudine dei cristiani, chiamata a ragione dal Principe degli Apostoli « Stirpe eletta, Sacerdozio regale » [28], deve offrire sacrificio per i peccati per sé e per tutto il genere umano [29], quasi non altrimenti che ogni sacerdote e pontefice «preso fra gli uomini è preposto a pro degli uomini in tutte quelle cose che riguardano Dio » [30].
Quando poi l’oblazione nostra e il nostro sacrificio avranno più perfettamente corrisposto al sacrificio del Signore, ossia noi avremo immolato l’amore proprio e le nostre passioni, e crocifisso la nostra carne con quella mistica crocifissione di cui parla l’Apostolo, tanto più copiosi frutti di propiziazione e di espiazione raccoglieremo per noi e per gli altri. Mirabile legame stringe infatti i fedeli tutti con Cristo, come quello che corre fra il capo e le altre membra del corpo, e similmente quella misteriosa comunione dei Santi, che professiamo per fede cattolica, onde gli individui e i popoli non solamente sono uniti fra loro, ma altresì con lo stesso « capo che è Cristo, dal quale tutto il corpo, ben compaginato e connesso mediante la collaborazione di ogni giuntura, secondo l’energia propria di ogni membro, riceve forza per crescere in modo da edificare se stesso nella carità » [31]. Questa fu la preghiera che lo stesso Cristo Gesù, mediatore tra Dio e gli uomini, vicino a morte rivolse al Padre: « Io in essi e tu in me, affinché siano consumati nell’unità » [32].
Pertanto, nella stessa maniera in cui la consacrazione professa e conferma l’unione con Cristo, così l’espiazione, purificando dalle colpe, incomincia l’unione stessa, e con la partecipazione dei patimenti di Cristo la perfeziona, e con l’oblazione dei sacrifici a favore dei fratelli la porta all’ultimo compimento. E tale appunto fu il disegno della misericordia di Gesù quando, acceso della fiamma dell’amore, volle svelare a noi il suo Cuore con i segni della sua passione, affinché noi, meditando da una parte la malizia infinita del peccato e ammirando dall’altra la infinita carità del Redentore, detestassimo più vivamente il peccato e più ardentemente ricambiassimo l’amore.
E in verità lo spirito di espiazione o di riparazione ebbe sempre le prime e principali parti nel culto con cui si onora il Cuore Sacratissimo di Gesù, ed è certo il più consono all’origine, alla natura, all’efficacia, alle pratiche proprie di questa particolare devozione, come è confermato dalla storia e dalla pratica, dalla sacra liturgia e dagli atti dei Sommi Pontefici. Infatti, nel manifestarsi a Margherita Maria, Cristo, mentre insisteva sull’immensità del proprio amore, al tempo stesso, in atteggiamento addolorato, si lamentò dei tanti e tanto gravi oltraggi a sé fatti dall’ingratitudine degli uomini, con queste parole, che dovrebbero sempre essere colpite nel cuore delle anime buone né mai cancellarsi dalla memoria: « Ecco — disse — quel Cuore che ha tanto amato gli uomini e li ha ricolmati di tutti i benefìci, ma in cambio del suo amore infinito, anziché trovare gratitudine, incontrò invece dimenticanza, indifferenza, oltraggi, e questi arrecatigli talora anche da anime a lui obbligate con il più stretto debito di speciale amore ». E appunto in riparazione di tali colpe Egli, tra molte altre raccomandazioni, fece queste specialmente come a sé graditissime: che i fedeli con tale intento di riparazione si accostassero alla sacra mensa — che si dice appunto « Comunione Riparatrice » — e per un’ora intera praticassero atti e preghiere di riparazione, il che con tutta verità si dice «Ora Santa »: devozioni, queste, che la Chiesa non solo ha approvato, ma ha pure arricchito di copiosi favori spirituali.
Ma come potrà dirsi che Cristo regni beato nel Cielo se può essere consolato da questi atti di riparazione? « Dà un’anima che ami e comprenderà quello che dico » [33], rispondiamo con le parole di Agostino, che fanno proprio al nostro proposito.
Ogni anima, infatti, veramente infiammata nell’amore di Dio, se con la considerazione si volge al tempo passato, meditando vede e contempla Gesù sofferente per l’uomo, afflitto, in mezzo ai più gravi dolori, « per noi uomini e per la nostra salute », dalla tristezza, dalle angosce e dagli obbrobri quasi oppresso, anzi « schiacciato dai nostri delitti » [34], e in atto di risanarci con i suoi lividi. Con tanta maggior verità le anime pie meditano queste cose, in quanto i peccati e i delitti degli uomini, in qualsiasi tempo commessi, furono la causa per la quale il Figlio di Dio fosse dato a morte, ed anche al presente cagionerebbero per sé a Cristo la morte, accompagnata dagli stessi dolori e dalle medesime angosce, giacché ogni peccato si considera rinnovare in qualche modo la passione del Signore: « Di nuovo in loro stessi crocifiggono il Figlio di Dio, e lo espongono al ludibrio» [35]. Che se a causa anche dei nostri peccati futuri, ma previsti, l’anima di Gesù divenne triste sino alla morte, non è a dubitare che qualche conforto non abbia anche fin da allora provato per la previsione della nostra riparazione, quando a « lui apparve l’Angelo dal cielo » [36] per consolare il suo cuore oppresso dalla tristezza e dalle angosce.
E così anche ora in modo mirabile ma vero, noi possiamo e dobbiamo consolare quel Cuore Sacratissimo che viene continuamente ferito dai peccati degli uomini ingrati, giacché — come si legge anche nella sacra liturgia — Cristo stesso si duole, per bocca del salmista, di essere abbandonato dai suoi amici: « Smacco e dolore mi spezzano il cuore; mi aspettavo compassione, ma non ce ne fu, qualche consolatore, e non l’ho trovato » [37].
Si aggiunga che la passione espiatrice di Cristo si rinnova e in certo qual modo continua nel suo corpo mistico, la Chiesa. Infatti, per servirci nuovamente delle parole di Sant’Agostino [38]: «Cristo patì tutto ciò che doveva patire; né al numero dei patimenti nulla più manca. Dunque i patimenti sono compiuti, ma nel capo; rimanevano tuttora le sofferenze di Cristo da compiersi nel corpo ». Ciò Gesù stesso dichiarò, quando a Saulo, « spirante ancora minacce e stragi contro i discepoli » [39], disse: « Io sono Gesù che tu perseguiti » [40], chiaramente significando che le persecuzioni mosse alla Chiesa, vanno a colpire gravemente lo stesso suo Capo divino. A buon diritto, dunque, Cristo sofferente ancora nel suo corpo mistico desidera averci compagni della sua espiazione; così richiede pure la nostra unione con lui; infatti, essendo noi « il corpo di Cristo e membra congiunte » [41], quanto soffre il capo, tanto devono con esso soffrire anche le membra [42].
Quanto poi sia urgente, specialmente in questo nostro secolo, la necessità della espiazione o riparazione, non può ignorarlo chiunque con gli occhi e con la mente, come dicemmo prima, consideri questo mondo « tutto sottoposto al maligno » [43]. Infatti, da ogni parte giunge a Noi il grido dei popoli, i cui re o governi veramente si sono sollevati e hanno congiurato insieme contro il Signore e contro la sua Chiesa [44]. Vedemmo in quelle nazioni calpestati i diritti divini ed umani, i templi distrutti dalle fondamenta, i religiosi e le sacre vergini cacciati dalle loro case, imprigionati, affamati, afflitti da obbrobriose sevizie; le schiere dei fanciulli e delle fanciulle strappate dal grembo della Madre Chiesa, spinte a negare e bestemmiare Cristo, e condotte ai peggiori delitti della lussuria; tutto il popolo cristiano minacciato, oppresso, in continuo pericolo di apostasia dalla Fede, o di morte anche la più atroce. Cose tanto dolorose sembrano, con tali sciagure preannunziare fin d’ora e anticipare « il principio dei dolori » che apporterà « l’uomo iniquo che s’innalza su tutto quello che è Dio e religione » [45].
E non è meno triste lo spettacolo, Venerabili Fratelli, che fra gli stessi fedeli, lavati col battesimo nel sangue dell’Agnello immacolato e arricchiti della grazia, anche si incontrino tanti, di ogni classe, che, ignoranti delle cose divine, avvelenati da false dottrine, vivono una vita viziosa, lontana dalla casa del Padre, senza la luce della vera fede, senza la gioia della speranza nella futura beatitudine, privi del beneficio e del conforto che deriva dall’ardore della carità, sicché davvero si può dire che siano immersi nelle tenebre, e nelle ombre di morte. Inoltre cresce tra i fedeli la noncuranza della disciplina ecclesiastica e dell’avita tradizione da cui è sorretta tutta la vita cristiana, è regolata la società domestica, è difesa la santità del matrimonio; l’educazione dei fanciulli è del tutto trascurata o guastata da troppo effeminate cure, e perfino tolta alla Chiesa la facoltà di educare cristianamente la gioventù; il pudore cristiano lacrimevolmente dimenticato nel modo di vivere e di vestire, delle donne soprattutto; una cupidigia insaziabile dei beni caduchi; un predominio sfrenato degli interessi civili; una ricerca bramosa di favore popolare; un disprezzo della legittima autorità e della parola di Dio, per cui è scossa la fede stessa o messa a grave repentaglio.
Ma al complesso di tanti mali si aggiungono l’ignavia e l’infingardaggine di coloro che, a somiglianza degli apostoli addormentati e fuggitivi, malfermi nella fede, abbandonano miseramente Cristo, oppresso dai dolori o assalito dai satelliti di Satana, e la perfidia di coloro che, seguendo l’esempio di Giuda traditore, o con sacrilega temerità si accostano alla Comunione o passano al campo nemico. E così corre alla mente, pur senza volerlo, il pensiero che già siano giunti i tempi profetizzati da Nostro Signore: « E poiché abbondò l’iniquità, si raffredderà la carità di molti » [46].
A tutte queste considerazioni quanti fedeli volgeranno piamente l’animo, accesi d’amore per Cristo sofferente, non potranno non espiare le proprie e le altrui colpe con maggiore impegno, risarcire l’onore di Cristo, promuovere l’eterna salvezza delle anime. E per certo possiamo adattare, in qualche maniera, anche per descrivere questa età nostra, le parole dell’Apostolo: «Dove abbondò il delitto, sovrabbondò la grazia » [47]. Infatti, cresciuta di molto la perversità degli uomini, meravigliosamente va pure aumentando, per favore dello Spirito Santo, il numero dei fedeli dell’uno e dell’altro sesso, che con animo più volonteroso si sforzano di dar soddisfazione al Divin Cuore per tante ingiurie recategli, ed anzi non temono di offrire se stessi a Cristo come vittime. Poiché se qualcuno va con amore fra sé ripensando a quanto sin qui abbiamo ricordato e, per così dire, se lo ha impresso nell’intimo del cuore, dovrà senza dubbio non solo aborrire ogni peccato come sommo male e fuggirlo, ma tutto offrirsi alla volontà di Dio e adoperarsi a risarcire l’onore leso della Divina Maestà con l’assidua preghiera, con l’uso di volontarie penitenze e con la paziente sofferenza di quelle prove che incontrerà; infine: con la vita tutta, condotta secondo questo spirito di riparazione.
Così nacquero anche molte famiglie religiose di uomini e donne che, giorno e notte, con ambito servizio, si propongono di far in qualche modo le veci dell’Angelo confortatore di Gesù nell’orto; così pure le pie associazioni, approvate dalla Santa Sede e arricchite di indulgenze, che con opportuni esercizi di pietà e di virtù si prefiggono lo scopo della riparazione; così, per non parlare di altre pie pratiche, l’uso frequente di solenni ammende, da parte non solo dei singoli fedeli, ma delle parrocchie, delle diocesi, delle città.
Pertanto, Venerabili Fratelli, come la pratica della consacrazione, cominciata da umili inizi, e poi largamente diffusasi, ebbe con la Nostra conferma lo splendore e la corona desiderata, così grandemente bramiamo che questa ammenda riparatrice, già da tempo santamente introdotta e propagata, abbia il più fermo suggello dalla Nostra autorità apostolica, e ne diventi universale e più solenne la pratica in mezzo al popolo cristiano. Perciò stabiliamo e ordiniamo che tutti gli anni nella festa del Sacratissimo Cuore di Gesù — la quale in questa occasione abbiamo voluto che si elevasse al grado di doppio di prima classe con l’ottava — in tutte le chiese del mondo si faccia con la stessa formula, secondo l’esemplare unito a questa Enciclica, una solenne ammenda al nostro amantissimo Redentore, per riparare con essa le nostre colpe e risarcire i violati diritti di Cristo Sommo Re e Signore amantissimo.
Da questa pratica, poi santamente rinnovata ed estesa a tutta la Chiesa, non è da dubitare, Venerabili Fratelli, che molti e segnalati beni Ci ripromettiamo, tanto per i singoli individui, quanto per la società religiosa, domestica e civile; avendo lo stesso Redentore nostro promesso a Margherita Maria « che avrebbe arricchito con l’abbondanza delle sue grazie coloro che avessero reso al Cuor Suo questo onore ». I peccatori certamente « volgendo lo sguardo a Colui che trafissero » [48], commossi al pianto di tutta la Chiesa, detestando le ingiurie recate al Sommo Re, « rientreranno in se stessi » [49] perché non avvenga che ostinandosi nei peccati alla vista di Colui che piagarono « venire sulle nubi del cielo » [50], piangano sé troppo tardi e inutilmente sopra di lui [51]. I giusti poi, diventeranno più giusti e più santi [52] e si consacreranno con rinnovato ardore al servizio del loro Re, che vedono tanto disprezzato e combattuto e così gravemente ingiuriato, soprattutto si accrescerà in essi lo zelo per la salvezza delle anime, al sentire quel gemito della Vittima Divina « A che pro il mio sangue? » [53] e riflettendo insieme al gaudio di questo Sacratissimo Cuore « per un peccatore che torna a penitenza » [54]. E questo innanzi tutto Noi principalmente speriamo e intensamente desideriamo che la giustizia di Dio, la quale per dieci giusti avrebbe perdonato a Sodoma, molto più voglia usare misericordia a tutta l’umana famiglia, al supplicarla e placarla che faranno i fedeli tutti, insieme con Cristo Mediatore e Capo. Sia propizia ai Nostri voti e a queste Nostre disposizioni la benignissima Madre di Dio, la quale, avendoci dato Gesù Riparatore, avendolo nutrito e presso la croce offerto vittima per noi, per la mirabile unione che ebbe con Lui e per grazia singolarissima, divenne anche lei, come piamente è detta, Riparatrice. Confidando nella sua intercessione presso Gesù, che essendo l’unico «Mediatore tra Dio e gli uomini » [55], volle associarsi la Madre Sua come avvocata dei peccatori, dispensiera e mediatrice di grazia, impartiamo di cuore, auspice dei divini favori e testimone della paterna Nostra benevolenza, a Voi, Venerabili Fratelli, e a tutto il gregge affidato alle vostre cure, l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso San Pietro, l’8 maggio 1928, anno settimo del Nostro Pontificato.

PIUS PP. XI
ATTO DI RIPARAZIONE AL SACRATISSIMO CUORE DI GESÙ
Gesù dolcissimo, il cui immenso amore per gli uomini viene con tanta ingratitudine ripagato di oblìo, di trascuratezza, di disprezzo, ecco che noi prostrati dinanzi ai tuoi altari intendiamo riparare con particolari attestazioni di onore una così indegna freddezza e le ingiurie con le quali da ogni parte viene ferito dagli uomini l’amantissimo tuo Cuore.
Ricordando però che noi pure altre volte ci macchiammo di tanta indegnità e provandone vivissimo dolore, imploriamo anzitutto per noi la tua misericordia, pronti a riparare con volontaria espiazione, non solo i peccati commessi da noi, ma anche quelli di coloro che errando lontano dalla via della salute, o ricusano di seguire Te come pastore e guida ostinandosi nella loro infedeltà, o calpestando le promesse del Battesimo hanno scosso il soavissimo giogo della tua legge.
E mentre intendiamo espiare tutto il cumulo di sì deplorevoli delitti, ci proponiamo di ripararli ciascuno in particolare: l’immodestia e le brutture della vita e dell’abbigliamento, le tante insidie tese dalla corruttela alle anime innocenti, la profanazione dei giorni festivi, le ingiurie esecrande scagliate contro Te e i tuoi Santi, gli insulti lanciati contro il tuo Vicario e l’ordine sacerdotale, le negligenze e gli orribili sacrilegi ond’è profanato lo stesso Sacramento dell’amore divino, e infine le colpe pubbliche delle nazioni che osteggiano i diritti e il magistero della Chiesa da Te fondata.
Oh! potessimo noi lavare col nostro sangue questi affronti! Intanto, come riparazione dell’onore divino conculcato, noi Ti presentiamo — accompagnandola con le espiazioni della Vergine Tua Madre, di tutti i Santi e delle anime pie — quella soddisfazione che Tu stesso un giorno offristi sulla croce al Padre e che ogni giorno rinnovi sugli altari: promettendo con tutto il cuore di voler riparare, per quanto sarà in noi e con l’aiuto della tua grazia, i peccati commessi da noi e dagli altri e l’indifferenza verso sì grande amore con la fermezza della fede, l’innocenza della vita, l’osservanza perfetta della legge evangelica specialmente della carità, e d’impedire inoltre con tutte le nostre forze le ingiurie contro di Te, e di attrarre quanti più potremo al tuo sèguito. Accogli, Te ne preghiamo, o benignissimo Gesù, per intercessione della Beata Vergine Maria Riparatrice, questo volontario ossequio di riparazione, e conservaci fedelissimi nella tua ubbidienza e nel tuo servizio fino alla morte col gran dono della perseveranza, mercé il quale possiamo tutti un giorno pervenire a quella patria, dove Tu col Padre e con lo Spirito Santo vivi e regni, Dio, per tutti i secoli dei secoli. Così sia.

 NOTE SUL SITO

L’AFRICA E L’ASIA, OLTRE CHE LA VECCHIA EUROPA (…la recente Enciclica « Spe Salvi »…)

dal sito:

http://www.atma-o-jibon.org/italiano4/rit_guerriero19.htm

L’AFRICA E L’ASIA, OLTRE CHE LA VECCHIA EUROPA

le nuove frontiere della Chiesa cattolica

Elio Guerriero
(« Avvenire », 11/12/’07)

La recente Enciclica di Benedetto XVI ha delineato le nuove frontiere della speranza cristiana. Il ritratto di Santa Giuseppina Bakhita alza il velo sull’ »Altra Africa », quella della grande diffusione del cristianesimo nell’area centrale e meridionale del continente.

Marginale all’inizio del 1900, il cristianesimo cattolico e protestante è attualmente la religione maggioritaria in quella vasta zona. Le rivolte e le guerre di liberazione con i loro strascichi di lutti e sofferenze hanno purificato e rafforzato la presenza cristiana. Divenuta africana quanto a vescovi, sacerdoti e operatori della pastorale, la Chiesa ha saputo darsi un volto africano anche nella liturgia, nelle devozioni, nell’architettura, nell’iconografia. Questa visione fiduciosa non vuole nascondere le mille difficoltà di una Chiesa molte volte costretta ad assistere inerte ad eccidi e scontri razziali. Lo sforzo di operare concretamente per la pace e la giustizia sociale e la necessità di trovare un « modus vivendi » con l’islam sono la sfida dei prossimi decenni. La speranza di Benedetto XVI è che l’aumento della presenza cattolica si traduca poi in effettivo contributo per la costruzione di una società più giusta e solidale. I ritratti – presenti sempre nell’Enciclica – del cardinale Nguyen van Thuan e del martire San Paolo Le-Bao-Thin richiamano l’attenzione sul Vietnam. Per una generazione questo paese è stato il simbolo della lotta contro la colonizzazione e l’ingerenza occidentale. La presenza cristiana nel paese, tuttavia, risale agli inizi del 1600 quando Alessandro de Rodhes poté dare avvio ad una piccola comunità cristiana che inizialmente godette delle simpatie delle autorità e poté vivere in pace. Presto, però, i missionari vennero cacciati ed il piccolo gruppo di cristiani dovette apprendere a conservare da solo la propria fede. È cresciuta così la Chiesa cattolica del Vietnam capace di proporsi come « comunità di fede, di preghiera, di carità », secondo l’espressione dell’attuale arcivescovo di Ho Chi Minh, il cardinale Pham Minh Man. Su questo terreno fecondo crescono le vocazioni sacerdotali e religiose, segno di speranza sicura per il futuro. Dal Vietnam lo sguardo si volge all’India e alla Cina. Nei due grandi paesi asiatici il cristianesimo è stato penalizzato nel tempo dall’immagine di « religione straniera » imposta dagli europei. Più ancora delle Filippine, l’unico paese asiatico a maggioranza cattolica, l’esempio della Chiesa territoriale del Vietnam può essere un modello per lo sviluppo cristiano nei due « subcontinenti » asiatici. L’Europa e le terre di antica tradizione cristiana sono presenti nell’Enciclica attraverso Sant’Agostino e San Bernardo, due cercatori di Dio che la santa inquietudine portò alla vita monastica prima di spingerli nuovamente al mondo per testimoniare l’amore di Dio e formare luoghi di contemplazione e di pace. Con il lavoro e la preghiera, con la bellezza e la cultura i monasteri hanno edificato il volto cristiano dell’Europa. Il Pontefice ritiene che questa eredità preziosa possa generare ancora un umanesimo cristiano in grado di favorire con leggi di giustizia ed equità un orizzonte di pace e di comunione tra i popoli. L’inizio del nuovo millennio è stato segnato da paura ed angoscia. La « Lettera » del Papa è un invito ad aprire il cuore alla speranza, la virtù tenace che insegna ad agire e soffrire, a percorrere con fiducia il cammino della vita.

I temi ambientali nella Caritas in veritate

dal sito:

http://www.zenit.org/article-23265?l=italian

I temi ambientali nella Caritas in veritate

di Rosario Sitari*

ROMA, giovedì, 22 luglio 2010 (ZENIT.org).- Il rapporto dell’uomo con l’ambiente e l’uso delle risorse naturali già trattato nelle encicliche precedenti riceve nella Caritas in veritate una trattazione sistematica. La questione demografica è emblematica per constatare l’attenzione pastorale alla dinamica dei   problemi dell’esistenza. Basti pensare che all’epoca della Populorum progressio il volume della popolazione aumentava più rapidamente delle risorse disponibili per cui le indicazioni pastorali riconoscevano ai poteri pubblici la legittimazione ad adottare misure adeguate purché “conformi alle esigenze della legge morale e rispettose della giusta libertà della coppia”, titolare del diritto inalienabile al matrimonio e alla procreazione.[1] Nella Sollicitudo rei socialis di vent’anni dopo, dato che il problema demografico risultava avere andamento inverso – nel Sud, in aumento, mentre nel Nord del Mondo si verificava una preoccupante caduta del tasso di natalità – si denunciava l’immoralità delle campagne contro la natalità.[2]
Nella stessa enciclica si guardava con favore alla “maggiore consapevolezza dei limiti della risorse disponibili, la necessità di rispettare l’integrità e i ritmi della natura e di tenerne conto nella programmazione dello sviluppo”[3].
Oggi nel documento di Benedetto XVI emerge con chiarezza lo sforzo ulteriore di dare una visione di sintesi tra la fede e la vita, sulla quale si fonda lo sviluppo integrale dell’uomo che trova espressione compiuta nell’uso oculato delle risorse naturali così come nella “procreazione responsabile”. “È una necessità sociale, e perfino economica … la rispondenza [delle istituzioni chiamate] a varare politiche che promuovano la centralità e l’integrità della famiglia, fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, prima e vitale cellula della società, facendosi carico anche dei suoi problemi economici e fiscali, nel rispetto della sua natura relazionale.”[4] Sul tema della procreazione il Pontefice richiama il principio del rispetto della vita ed esprime preoccupazione per il fatto che “perdurano in varie parti del mondo pratiche di controllo demografico, … che spesso … giungono a imporre anche l’aborto.”[5]
Anche sul problema ecologico troviamo nella Centesimus annus le espressioni che seguono.
La prima: “Alla radice dell’insensata distruzione dell’ambiente naturale c’è un errore antropologico. … Invece di svolgere il suo ruolo di collaboratore di Dio nell’opera della creazione, l’uomo si sostituisce a Dio e così finisce per provocare la ribellione della natura, piuttosto tiranneggiata che governata da lui.”
La seconda: “l’umanità di oggi deve essere conscia dei suoi doveri e compiti verso le generazioni future”.
La terza: “Mentre ci si preoccupa…di preservare gli «habitat» naturali delle diverse specie animali…ci si impegna troppo poco per salvaguardare le condizioni morali di un’autentica «ecologia umana»”.[6]
Benedetto XVI parte da qui per metterci in guardia contro “l’assolutismo della tecnica” tanto più pericoloso perché le biotecnologie, essendo figlie di una “concezione materiale e meccanicistica della vita umana”, consentono all’uomo di “manipolare la vita”.[7] E aggiunge “Le modalità con cui l’uomo tratta l’ambiente influiscono sulle modalità con cui tratta se stesso e, viceversa. …La Chiesa ha una responsabilità per il creato e deve far valere questa responsabilità anche in pubblico. E facendolo deve difendere non solo la terra, l’acqua e l’aria come doni della creazione appartenenti a tutti. Deve proteggere soprattutto l’uomo contro la distruzione di se stesso. È  necessario che ci sia qualcosa come un’ecologia dell’uomo, intesa in senso giusto. Il degrado della natura è infatti strettamente connesso alla cultura che modella la convivenza umana: quando l’ecologia umana è rispettata dentro la società, anche l’ecologia ambientale ne trae beneficio. [Ciò significa] che il libro della natura è uno e indivisibile, sul versante dell’ambiente come sul versante della vita, della sessualità, del matrimonio, della famiglia, delle relazioni sociali, in una parola dello sviluppo umano integrale.”[8] Questa unicità e indivisibilità fanno dello studio dell’ambiente una disciplina complessa. Ogni approccio in materia è interdisciplinare e sistemico e implica una rivisitazione critica dello stesso statuto delle discipline specialistiche quando queste assumono l’ambiente come oggetto di studio. Si tratta di ricondurre a unità la cultura del riduzionismo scientifico dato che l’ambiente non può essere concepito soltanto come sommatoria frammentata e astorica dei fattori che lo compongono, ma anche come insieme di relazioni interattive nello spazio e nel tempo che dà origine a un’organizzazione complessa con una propria identità.[9]
Anche l’economia quando assume l’ambiente come oggetto di studio può utilizzare gli strumenti di intervento e i metodi di analisi che le sono propri, ma a una condizione: non è più possibile tenere separate economia e ambiente perché la separazione impedisce di vedere le interconnessioni esistenti fra le tre sostenibilità – economica, ecologica e sociale -  che hanno grande influenza sullo stato di salute di questa e delle future generazioni.
Le indicazioni della Caritas in Veritate – annunciate nell’udienza di mercoledì 8 luglio 2009 e ribadite nel messaggio “Se vuoi coltivare la pace, custodisci il creato” che Benedetto XVI  ha inviato in occasione della celebrazione della giornata mondiale della pace del 1° gennaio 2010 – sono molto chiare in proposito e sono sintetizzabili in queste brevi proposizioni:
coniugare le esigenze dell’ambiente con quelle dello sviluppo non significa “assolutizzare la natura né … ritenerla più importante della stessa persona”; significa rispettare “la ‘grammatica’ che il Creatore ha inscritto nella sua opera, affidando all’uomo il ruolo di custode e amministratore responsabile del creato”.
Non si tratta di assumere le esigenze dell’ambiente come ‘vincoli’ all’attività economica, e perciò come meri elementi di costo, si tratta piuttosto di considerare “il concetto di ecologia umana” all’interno di un orizzonte temporalmente più esteso della razionalità economica che riconosca i benefici della sostenibilità. Qui si colloca l’intreccio e la sintesi tra due finalità, parimenti irrinunciabili: quella della salvaguardia dell’ambiente e quella dello sviluppo.
Tale sintesi sembra essere praticabile in riferimento a tre importanti capitoli della teoria economica. L’ economia del benessere, infatti, si va arricchendo dei contenuti dello sviluppo sostenibile, mentre gli equilibri del produttore e del consumatore stanno evolvendo in concomitanza con le problematiche ambientali sempre più incidenti sull’organizzazione industriale, sull’elaborazione delle strategie di impresa e sull’affinamento delle preferenze.
Non va dimenticato tuttavia che l’ambiente è uno dei temi che maggiormente hanno evidenziato alcuni limiti dell’impianto concettuale della teoria economica. Proporne perciò la riflessione in un quadro di riferimento caratterizzato da un alto grado di incertezza espone al rischio di collocarsi entro margini troppo ampi di soggettività nell’opera di sintesi tra quanto c’è di consolidato e quanto va emergendo nella teoria e nelle strategie di impresa.
Inoltre la conoscenza e l’interazione ambientale vanno a inserirsi in contesti istituzionali e in situazioni reali con problemi economici e politici altrettanto seri dove, peraltro, non tutto funziona come dovrebbe. Ne consegue che misure razionalmente adeguate introdotte in certe realtà possono diventare impraticabili o subire deformazioni tali da diventare dannose.
Con ciò non si intende mettere in forse la fiducia nella ragione, si vuole solo accantonare quella razionalità astratta di avanguardie intellettuali, che pretendono di definire per tutti i parametri di progresso e di qualità della vita senza accogliere le aspirazioni autentiche delle comunità civili, le sole legittimate a esprimere le preferenze collettive. L’economia può agevolare questo processo di attuazione del principio di sussidiarietà mediante lo svolgimento di una  funzione educativa finalizzata alla crescita di una responsabilità ecologica che “salvaguardi un’autentica ‘ecologia umana’ ”. L’economia, proprio per il rigore logico del suo metodo, può acuire la sensibilità e la responsabilità dei cittadini, dato che i suoi riferimenti teorici e i contenuti applicativi del tema ambiente impongono riflessioni corali di interesse generale su metodi e strumenti che attengono alla micro e alla macroeconomia: cioè sui prezzi e, al tempo stesso, sulle quantità aggregate e, quindi, sull’economia dell’impresa, sull’economia del benessere, sull’economia dell’energia e delle risorse naturali.
L’ambiente, dunque, fa dell’economia un vero e proprio strumento di maturazione dei valori della democrazia ambientale. È necessario però superare due ostacoli. Il primo è di carattere generale ed è la scarsa attitudine al lavoro interdisciplinare del mondo accademico. Il secondo riguarda i rapporti tra economisti generali ed economisti applicati che tendono a mantenere separate la dialettica teorica da quella che si sviluppa in ambiti specifici.
Nel suo messaggio il Papa sostiene che la salvaguardia dell’ambiente è “essenziale per la pacifica convivenza dell’umanità” e ricorda che già nel 1990 il suo predecessore Giovanni Paolo II parlò di “crisi ecologica”, facendo notare l’ ”urgente necessità morale di una nuova solidarietà”. E aggiunge: “Questo appello si fa ancora più pressante oggi, di fronte alle crescenti manifestazioni di una crisi che sarebbe irresponsabile non prendere in seria considerazione”.
La crisi riguarda “i cambiamenti climatici, la desertificazione, il deterioramento e la perdita di produttività di ampie zone agricole, la contaminazione dei fiumi e delle falde acquifere, la perdita della biodiversità, l’aumento delle catastrofi naturali, la deforestazione nelle zone equatoriali e tropicali.”
Benedetto XVI osserva inoltre con apprensione i conflitti provocati dall’accesso alle risorse e quelli conseguenti al “crescente fenomeno dei cosiddetti ‘profughi ambientali’: persone che, a causa del degrado dell’ambiente in cui vivono lo devono lasciare”.
A fronte di tali questioni, “che hanno un profondo impatto sull’esercizio dei diritti umani, come ad esempio il diritto alla vita, all’alimentazione, alla salute, allo sviluppo”,[10] l’enciclica sostiene la necessità “che maturi una coscienza solidale che consideri l’alimentazione  e l’accesso all’acqua come diritti universali di tutti gli esseri umani, senza distinzioni né discriminazioni”.[11]
Per la soluzione di tali problemi l’economista ha il dovere di trasformare le proprie convinzioni in esplicite scelte di ricerca, di formazione e di proposta per la crescita della società civile.
L’economia, dunque, può fare molto in materia ambientale, ma non sarebbe un sicuro atto di saggezza chiedere all’economia ciò che l’economia non può dare: chiedere cioè ad essa di svolgere una funzione di surroga alla morale, all’etica e alla politica.
Il significato, la portata e l’effettività del messaggio di precauzione e di speranza che anima la Caritas in Veritate è racchiusa in queste poche righe: “La crisi ci obbliga a riprogettare il nostro cammino, a darci nuove regole e a trovare nuove forme di impegno, a puntare sulle esperienze positive e a rigettare quelle negative. La crisi diventa così occasione di discernimento e di nuova progettualità. In questa chiave, fiduciosa piuttosto che rassegnata, conviene affrontare le difficoltà del momento presente.”
Il messaggio non è un inventario di petizioni di principio, esso si spinge talvolta ad entrare nel merito di problemi concreti quando afferma, ad esempio, “che oggi è realizzabile un miglioramento dell’efficienza energetica ed è al tempo stesso possibile far avanzare la ricerca di energie alternative.”[12] Altrettanta concretezza si rileva quando afferma che la “comunità internazionale ha il compito imprescindibile di … disciplinare lo sfruttamento delle risorse non rinnovabili, con la partecipazione anche dei Paesi poveri, in modo da pianificare insieme il futuro.”[13]

————

*Il prof. Rosario Sitari è docente di Politica dell’ambiente all’Università LUMSA di Roma e Segretario nazionale AIDU (Associazione Italiana Docenti Universitari). Autore di pubblicazioni in materia di politica economica e di politica industriale, di economia e politica dell’energia e dell’ambiente. Già dirigente ENI, ha insegnato nelle Università statali di Roma, Cagliari e Parma, nella Scuola di Management della LUISS, nella Scuola Superiore E. Mattei e nell’Istituto di Formazione dell’Association For European Training of Workers on the impact of New Technology.

[1] Populorum progressio, 37.
[2] Sollicitudo rei socialis, 25, 30 dicembre 1987.
[3] Ibid., 26.
[4] Caritas in veritate, 44.
[5] Ibid., 28.
[6] Centesimus annus, 37 e 38.
[7] Caritas in veritate, 75.
[8] Ibid., 51.
[9] Cfr. Antonio Moroni, Ambiente, Risorse, Società, Atti della prima conferenza nazionale di Statistica, Roma, 18-19 novembre 1992, pag. 135 e segg., ISTAT.
[10] Messaggio del Pontefice alla Giornata Mondiale della pace già citato nel testo.
[11] Caritas in veritate, 27.
[12] Ibid., 49.
[13] Ibid., c. s.

12

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