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PAPA WOJTYLA E I FRATELLI MAGGIORI

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PAPA WOJTYLA E I FRATELLI MAGGIORI

Oltre a fornire una grande messe di documenti e testimonianze, il volume riesce a comunicare gli aspetti più umani di una stagione di distensione nei rapporti ebraico-cristiani

di Giovanni Ricciardi

«La Chiesa di Cristo scopre il suo “legame” con l’ebraismo, “scrutando il suo proprio mistero”. La religione ebraica non è “estrinseca”, ma in un certo qual modo “intrinseca” alla nostra religione. Abbiamo quindi verso di essa dei rapporti che non abbiamo con nessun’altra religione. Siete i nostri fratelli prediletti». Un applauso scrosciante accoglieva, quasi vent’anni fa, queste parole di Giovanni Paolo II nella sinagoga di Roma. Il Papa stava citando il documento conciliare Nostra aetate, di cui quest’anno ricorre il quarantennale: una pietra miliare nei rapporti tra la Chiesa cattolica e l’ebraismo. Dopo questa solenne premessa viene la famosa frase in cui il Papa chiamava gli ebrei «fratelli maggiori». Un momento storico, quello della visita di Karol Wojtyla alla sinagoga di Roma il 13 aprile 1986, che il recente libro di Lorenzo Gulli, ex giornalista Rai, testimone privilegiato di quell’evento, pone al centro della sua riflessione. Ma senza dimenticare che esso fu il culmine di un percorso che aveva radici profonde. E il libro di Gulli, presentato nella cornice dell’Institutum Patristicum Augustinianum lo scorso 9 novembre, ha il pregio di raccogliere e offrire nei particolari non solo la cronaca dettagliata di quell’avvenimento, la sua preparazione, il suo solenne svolgimento, le riflessioni e le emozioni a posteriori dei protagonisti, ma anche il lungo cammino che lo rese possibile. Lo stesso Giovanni Paolo II aveva rievocato, nella sua visita alla sinagoga, il cordiale incontro e la benedizione che Giovanni XXIII aveva dato agli ebrei romani, un sabato mattina, mentre uscivano dalla sinagoga. Elio Toaff, in più occasioni, come nell’intervista concessa a Raitre qualche giorno dopo la visita di Wojtyla alla sinagoga – e riportata in appendice al volume –, ha ricordato con commozione la notte in cui era accorso anche lui, fra tanti romani, in piazza San Pietro alla notizia che Angelo Roncalli si stava spegnendo: «Un gesto spontaneo che rispondeva a un’esigenza della mia coscienza. E debbo dire che l’unica cosa che ha stonato in quel momento è che qualcuno mi ha riconosciuto e voleva che mi facessi avanti; naturalmente ho cercato di nascondermi più che potevo, perché proprio non apparisse come una messa in scena». Un fatto anzitutto umano, prima ancora di ogni considerazione teologica o politica, di ogni costruzione di pensiero.  Il libro di Gulli, oltre a fornire una grande messe di documenti e testimonianze, riesce a comunicare proprio gli aspetti più umani di questa stagione di distensione nei rapporti ebraico-cristiani: ripercorre l’esperienza diretta del giovane Karol Wojtyla a contatto con la tragedia della Shoah; il coinvolgimento di tanti religiosi e religiose, specie a Roma, per la salvezza di molti ebrei durante la guerra; i grandi gesti di apertura di Giovanni Paolo II durante tutto il suo pontificato. Inoltre il libro dà voce a testimonianze prese a caldo durante quei momenti, come quella di Jerzy Kluger, compagno di scuola di Karol Wojtyla, sopravvissuto all’Olocausto e presente alla storica giornata romana del 1986 (registrata allora dal microfono di Gulli): «Per me era una cosa grande. Pensavo solo a mio padre, al mio povero padre. Lui sarebbe stato tanto felice di assistere a questo grande giorno». Lo stesso Toaff ha rievocato, alla presentazione del volume, lo scorso 9 novembre, la grande emozione che lo colse quando Giovanni Paolo II scese dalla macchina e gli venne incontro quel pomeriggio, sulla porta della sinagoga.  Il volume pone infine l’accento sulla prosecuzione di questa tradizione di dialogo e di amicizia, dopo Giovanni Paolo II, con Benedetto XVI. Il suo messaggio, del 30 aprile, per il novantesimo compleanno di Toaff, pieno di un caloroso affetto, ma soprattutto la visita alla sinagoga di Colonia dell’uomo che, giovane teologo, aveva contribuito, al seguito del cardinale Frings, alla stesura del documento conciliare Nostra aetate, rappresentano la continuità e l’approfondimento di una strada che la Chiesa percorre sempre «scrutando il suo proprio mistero». 

Publié dans:EBREI, Papa Giovanni Paolo II |on 1 juillet, 2015 |Pas de commentaires »

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