Archive pour la catégorie 'Ebraismo: Midrash'

QUANDO TI CORICHERAI E QUANDO TI ALZERAI (ebraismo)

http://www.morasha.it/midrashim/04_coricherai.html

QUANDO TI CORICHERAI E QUANDO TI ALZERAI (ebraismo)

La scuola di Shammày e quella di Hillèl avevano differenti opinioni riguardo come bisognasse leggere lo Shemà. La prima sosteneva che il verso « Quando ti coricherai e quando ti alzerai » andava preso alla lettera; di sera lo Shemà va detto stando coricati, la mattina stando in piedi. La scuola di Hillèl, al contrario, sosteneva che il versetto in questione ci indica solamente i tempi per la recitazione, e cioè sera e mattino, ma ognuno è libero di recitarlo in qualsiasi posizione.
Accadde dunque che una sera due Maestri, appartenenti alle due differenti scuole, alloggiassero assieme nella stessa stanza di una locanda, dove si erano fermati per la notte.
R. Ishmaèl (della scuola di Shammày) si era già coricato; R. El’azàr ben Azaryà (della scuola di Hillèl) invece stava ancora in piedi. Ma quando questi si stese comodamente sul letto per recitare lo Shemà, stranamente R. Ishmaèl si alzò in piedi per recitare la stessa preghiera.
Una volta finita la recitazione, R. El’azàr si rivolse al suo compagno: « Ishmaèl, amico mio, il tuo comportamento mi ricorda l’aneddoto del tizio che avendo ricevuto un complimento sulla sua lunga e bella barba, decise all’istante di tagliarsela! Quando ti trovavi già a letto, ero certo che avresti detto lo Shemà in questa posizione, alla maniera di Shammày. Con grande sorpresa, invece ti sei alzato. Ma secondo la vostra opinione, lo Shemà, di sera, si recita coricati. »
Rispose allora R. Ishmaèl: « Hillèl, il vostro maestro, insegna invece che si può dire in qualsiasi posizione. E dal momento che non sono obbligato a dirlo coricato, mi sono dunque alzato. »
« Ma allora perché non l’hai detto coricato, la scuola di Hillèl insegna che anche in questa posizione si può recitare lo Shemà! » Rispose ancora più stupito R. El’azàr.
« Questa è una buona domanda. La risposta è semplice: siccome è stato stabilito che dobbiamo sempre rispettare l’opinione di Hillèl quando si tratta di arrivare alla halakhà, cioè alla regola pratica, temevo che altri vedendoci recitare lo Shemà entrambi coricati, potessero arrivare alla conclusione che l’opinione da seguire fosse quella di Shammày, e questo sarebbe stato un grave ostacolo per le generazioni a venire. »

Per i più piccoli — Che cosa impariamo dal Midràsh
1. Che non siamo in grado di comprendere il vero significato di un versetto della Torà scritta (Tanàkh) senza l’aiuto della interpretazione della Torà orale (diventata poi Mishnà e Talmùd) custodita da Moshè fino ai Maestri.
2. Che divergenze di opinioni, anche gravi, non impedivano ai grandi Maestri di rispettarsi l’un l’altro.
3. Che non esisteva concorrenza tra le scuole perché entrambe erano diverse espressioni della Torà viva che vi veniva insegnata.
4. Che nonostante la libera diversità di interpretazione, quando si arrivava alla applicazione pratica della halakhà, veniva seguita solo ed esclusivamente la regola del Maestro che godeva della maggiore autorevolezza.
5. Che in una vera società ebraica, dove forte è il senso di responsabilita collettiva, non solo è importante sapere e applicare una regola per sé stessi, ma è altrettanto importante preoccuparsi che gli altri possano comprendere correttamente tale regola, senza equivoci.

Per i più grandi — Oltre il peshàt (spiegazione letterale)
In realtà questa volta non abbiamo a che fare con un midràsh aggadà (racconto a sfondo morale) ma con un midràsh halakhà, che esemplifica l’applicazione pratica di una regola. I commentatori non hanno dunque dovuto interpretare significati nascosti tra le parole del midràsh.
Ma perché mai veniva seguita delle due scuole, l’opinione di Hillèl? Secondo una fonte (Mishnà Yevamòt) l’opinione della scuola di Hillèl prevaleva, perché nello stabilire una regola, tenevano sempre conto dell’opinione contraria della scuola di Shammày. Hillèl era inoltre famoso per non perdere mai la pazienza, anche al cospetto di chi era meno sapiente. Sarà utile tuttavia ricordare che le forti divergenze ideologiche tra le due scuole, anche in materia delicata di purità, non impedivano ai discepoli di una scuola, di sposare ragazze delle famiglie appartenenti alla scuola avversaria.

T.B. Berakhòt 10b

David Piazza

Publié dans:Ebraismo: Midrash |on 26 septembre, 2017 |Pas de commentaires »

IL PENSIERO EBRAICO: IL MIDRASH

http://www.linguaggioglobale.com/filosofia/oriente/eb_midrash.htm

Il PENSIERO ORIENTALE – DI ERNESTO RIVA

IL PENSIERO EBRAICO: IL MIDRASH

Il termine midrash, plurale midrashim, viene dalla radice DRS, che contiene i concetti di spiegare, interpretare, indagare, sviscerare, e infatti darshanim sono coloro che si servono del midrash per indagare il testo biblico. La Casa del midrash è poi la scuola dove si approfondisce lo studio dei testi sacri. Nell’accezione divenuta comune e diffusa, il termine midrash viene quindi ad indicare un’attività di studio e di ricerca del testo biblico, eseguita con la massima attenzione, che non si limita al senso immediato e letterale ma indaga e scruta ogni possibile significato implicito: midrash quindi indica essenzialmente un metodo rabbinico di esegesi. Il termine poi per estensione indica anche altre due cose: la singola interpretazione ottenuta applicando il metodo e la raccolta di più interpretazioni (raccolta molto diluita nel tempo, che va dal IV sec. a.C al 1550 ca.).
Vi sono due tipi di midrash: uno relativo alla halakà e uno relativo alla aggadà. Il primo si riferisce alla componente legale e giuridica della tradizione; con l’altro termine, si itende praticamente tutto ciò che non è strettamente halakà e quindi ogni forma di narrazione storica, mitica, leggendaria, le espressioni post-bibliche della letteratura sapienziale, la morale, in un certo senso anche la mistica. Ma per toccare subito con mano che cosa sia concretamente il midrash, ecco qui di seguito una serie di midrashim.
Perché il mondo fu creato con la lettera Beth? Per insegnarci: come la Beth è chiusa da tutti i suoi lati, e aperta solo in avanti, così tu non sei autorizzato a indagare ciò che è in alto, in basso, in avanti e indietro, ma solo dal giorno in cui fu creato il mondo in poi. (Bereshit Rabbà,1).
Disse Rabbi Berechia: « mentre il Signore stava per creare il primo uomo, previde che da lui sarebbero derivati i giusti e i peccatori e pensò: se io creo l’uomo, ne verranno i peccatori; e se non lo creo, come sorgeranno i giusti? Allora il Santo, benedetto Egli sia, allontanò da sé il pensiero dei peccatori e, unitosi all’attributo della clemenza, creò l’uomo » (Bereshit Rabbà, 8).
« L’uomo fu creato solo (come progenitore del genere umano) perché da ciò si deducesse che chiunque distrugge una vita umana è come se distruggesse un mondo e viceversa chi salva una vita è come se salvasse il mondo intero » (Sanedrin, 37).
« Così dirai alla casa di Giacobbe ed esporrai ai figli di Israele » (Esodo, 19,3). L’espressione casa di Giacobbe significa: le donne. Il Signore disse a Mosè: alle donne annuncia i principi fondamentali, quelli che esse sono in grado di comprendere. Esporrai ai figli di Israele si riferisce agli uomini. Agli uomini, disse il Signore, esporrai minutamente tutte quelle leggi che sono in grado di comprendere. Secondo un’altra interpretazione, la Torà doveva essere esposta alle donne prima che agli uomini perché le donne sono più sollecite nell’adempimento delle mitzvot o, secondo altri, affinché si mostrassero zelanti nell’avvicinare i loro figli allo studio della Torà (Shemot Rabbà 25).

Publié dans:Ebraismo: Midrash |on 29 janvier, 2013 |Pas de commentaires »

Dio è nel sussurro (don Angelo Casati, midrash)

http://www.qumran2.net/ritagli/ritaglio.pax?id=7854

Dio è nel sussurro 

(don Angelo Casati, midrash – pubblicato su « Il Gallo » – settembre 2011)

Quando ero un ragazzino il signor Maestro stava insegnandomi a leggere. Una volta mi mostrò nel libro di preghiere due minuscole lettere, simili a due puntini quadrati. E mi disse: «Vedi Uri, queste due lettere, una accanto all’altra? È il monogramma del nome di Dio; e, ovunque, nelle preghiere, scorgi insieme questi due puntini, devi pronunciare il nome di Dio, anche se non è scritto per intero».
Continuammo a leggere con il Maestro, finché non trovammo, alla fine di una frase, i due punti. Erano ugualmente due puntini quadrati, solo non uno accanto all’altro, ma uno sotto l’altro. Pensai che si trattasse del monogramma di Dio perciò pronunciai il suo nome.
Il Maestro disse però: «No, no, Uri. Quel segno non indica il nome di Dio. Solo là dove i puntini sono a fianco l’uno dell’altro, dove uno vede nell’altro un compagno a lui uguale, solo là c’è il nome di Dio. Ma dove i due puntini sono uno sotto e l’altro sopra, là non c’è il nome di Dio».

Dio non è nell’arroganza. Nemmeno nell’arroganza della verità. È nel suono di un silenzio sottile. È nel sussurro.

Publié dans:ebraismo, Ebraismo: Midrash |on 23 février, 2012 |Pas de commentaires »

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