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SBF Letture bibliche: La Notte dei paradossi di Dio

dal sito:

http://www.custodia.org/spip.php?article4744

SBF Letture bibliche: La Notte dei paradossi di Dio
Pietro Kaswalder, ofm
Messo on line il venerdì 26 dicembre 2008 a 09h20

Il tempo è ormai pieno, siamo alla Notte del Natale: più che la Novena, questa è una introduzione immediata al Mistero che si è compiuto a Betlemme, secondo le Scritture; e che si compie nella Liturgia della Chiesa: Dio si incarna, e viene a piantare la sua tenda tra gli uomini.

Questo è il primo paradosso, primo nel senso di princiale, da cui ne dipendono molti altri.

Il paradosso, usato dagli Autori Sacri, vuole sorprendere, certo, per far nascere meraviglia e stupore. E qui vediamo che il paradosso fà parte della Rivelazione biblica, e della Teologia: spiega il comportamento divino, sempre sconcertante e stupefaciente. Perché così si rivela un Dio semplicemente al di là delle attese umane.

Per vivere con frutto questo momento mi lascio guidare da S. Paolo, che non parla espressamente del Natale di Betlemme: ecco un altro paradosso! Ma che ci parla del Natale del Signore, Gal 4,4-5: nato da donna, nato sotto la Legge… (e da passi complementari nella Lettera ai Romani. E mi lascio guidare da uno spirito grande del secolo scorso: R. Guardini, Il Signore, Milano 1976, che io trovo sempre profondo e sempre utile nelle meditazioni dei Misteri della Liturgia.

Il paradosso viene usato in tutta la Bibbia: Abramo, vecchio e senza figli, con Sara, vecchia e sterile: sono i genitori di una stirpe infinita di discendenti, tra cui anche il Bambino di Betlemme! Per il NT: il più grande paradosso, è proprio la Natività: quel Gesù Bambino che nasce a Betlemme, di Giudea, è il Figlio di Dio! Ma allora, il paradosso non è soltanto un artificio letterario, impiegato dagli Autori Sacri per attirare l’attenzione del lettore: (Paolo ad esempio, è maestro del paradosso: quando sono debole, è allora che sono forte!). Fà parte della pedagogia divina che sempre

Ma quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge, per riscattare coloro che erano sotto la Legge, perché ricevessimo l’adozone a figli, Gal 4,4-5.

Il tempo si è fatto pieno, cioè gravido: è una gravidanza singolare, pure questa! È la nascita di questo Figlio che rende gravido il tempo; ma gravido di che cosa? della attesa! Questo di cui parla Paolo è ancora il tempo dell’attesa (è un chronos), diverso dal tempo del compimento, il kairos, (cf. Mc 1,1: il tempo, il kairos, è compiuto). L’accostamento più facile che ci viene in mente è Isaia, il Profeta dell’attesa:

Tu Signore sei nostro Padre, da sempre ti chiami nostro Redentore. Perchè Signore, ci lasci vagare lontano dalle tue vie, e lasci indurire il nostro cuore, così che non ti tema? Se tu squarciassi i cieli, e scendessi! (Is 63,16-19).

Nato da Donna: equivale per intensità e significato al proglogo di Gv 1,14: e il Verbo si fece carne. E questo è il paradosso più scovolgente di tutta la nostra storia: l’Incarnazione, il farsi Uomo del Figlio di Dio. Gesù Bambino è Uomo: ciò significa che esperimenta tutta la condizione dell’umanità, nel bene e nel male.

Nascere uomini non è solo positivo, vedi Giobbe 14,1: L’uomo nato da donna, breve di giorni e sazio di inquietudine, come un fiore, spunta e si secca!

Nato da Donna di Gal 4,4, significa, che Gesù accetta le regole dell’umanità, fino alla morte. Significa ancora, che Gesù nasce dentro la storia del suo popolo, Israele.

R. Guardini riguardo al prendere corpo di Gesù, si rivolge alle genealogie: vi troviamo i grandi e i santi, come Davide e Abramo (non troviamo però Acaz perché il Profeta Isaia lo aveva maledetto). Su, su fino a Lamech, e Adamo, per arrivare a Dio creatore, cf. R. Guardini, Il Signore: 21-24.

Le genealogie portano anche il valore della regalità e della santità: Gesù è seme di Davide secondo la carne, cf. Rom 1,13. È il Cristo secondo la Carne di Rom 9,5: egli che è sopra ogni cosa, Dio bendetto nei secoli.

Ma vi troviamo anche i peccati di Giuda con Tamar; di Davide con Bersabea; e Rahab la prostituta (ostessa); la moabita-straniera Ruth; il castigo di Babilonia; e infine l’attesa degli ultimi, definiti da R. Guardini, i poveri: Giacobbe, padre di Giuseppe, lo sposo di Maria, così povero che può offrire soltanto due tortore per la purificazione!

È passato per ogni prova, commenta R. Guardini, richiamando Ebr 4,15, tranne il peccato. « Ha sperimentato tutto ciò che significa umanità. I nominativi delle genealogie ci palesano che cosa vuol dire essere entrato nella storia dell’umanità, con il suo destino e con il suo debito. Meditado su questi nomi anche Gesù deve aver sentito profondamente cosa vuol dire: storia dell’uomo », cf. R. Guardini, Il Signore: 24

Ma il paradosso ricompare: Nato sotto la Legge per riscattare quelli che erano sotto la Legge. Sotto la Legge: è un aspetto non tanto positivo, significa essere soggetti alla Legge. È una sudditanza dalla quale abbiamo bisogno di essere liberati! e questo vale per gli israeliti, soprattutto.

Ma poi Paolo passa oltre al linguaggio giuridico (cf. il riscatto del minore che diventa maggiorenne; o dello schiavo che viene liberato) e ci rivela che a Natale noi diventiamo figli: e allora ci accorgiamo che Paolo passa decisamente al linguaggio salvifico.

Perché ricevessimo l’adozione a figli. Con questa affermazione Paolo sale ad un secondo livello di rivelazione, aperto a tutti, universale: dopo la discesa (kenosis) il movimento risale verso al Figliolanza divina. È questo è il nostro regalo di Natale più bello, che riscopriamo nelle parole di Paolo. La sua prospettiva è duplice: non solo affranca chi è schiavo della Legge, ma rende divini tutti gli uomini (i nati da donna, come Lui). Ecco la nostra speranza più grande.

Tutti coloro che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono Figli di Dio; e voi avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo, Abba! Padre, Rom 8,14-15.

R. Guardini dice che l’Incarnazione è la pupilla dei misteri del Cristianesimo. Perciò và circondata di pacata, trepida e supplice vigilanza, cf. R. Guardini, Il Signore: 33.

La pupilla dell’occhio è anzitutto una cosa preziosa, e delicata. Ma la pupilla è anche lo strumento che illumina e che viene illumiato dalla luce esterna. Non per niente la luce è un segno esteriore del Natale; ma la pupilla ci pure mostra l’interiore, l’anima. e dall’interno dell’anima credente si

Da un canto popolare trentino: Sorgete pastori, che al pari del giorno, con i raggi d’intorno, la notte spuntò! L’ultimo è il paradosso della notte, simbolo dell’oscurità che a Natale sorge come il giorno della salvezza, e con i suoi raggi illumina tutti i credenti.

Epifania

Epifania dans Natale 2007 -  Epifania 2008
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Alessandro Manzoni: Il Natale

dal sito: 

http://digilander.libero.it/semprenatale/Natale/Il_Natale.htm

  

INNI SACRI – IL NATALE
di Alessandro Manzoni 

 

Qual masso che dal vertice
Di lunga erta montana,
Abbandonato all’impeto
Di rumorosa frana,
Per lo scheggiato calle
Precipitando a valle,
Batte sul fondo e sta; 
Là dove cadde, immobile
Giace in sua lenta mole;
Né, per mutar di secoli,
Fia che riveda il sole
Della sua cima antica,
Se una virtude amica
In alto nol trarrà: 
Tal si giaceva il misero
Figliol del fallo primo,
Dal dì che un’ineffabile
Ira promessa all’imo
D’ogni malor gravollo,
Donde il superbo collo
Più non potea levar. 
Qual mai tra i nati all’odio
Quale era mai persona
Che al Santo inaccessibile
Potesse dir: perdona?
Far novo patto eterno?
Al vincitore inferno
La preda sua strappar? 
Ecco ci è nato un Pargolo,
Ci fu largito un Figlio:
Le avverse forze tremano
Al mover del suo ciglio:
All’uom la mano Ei porge,
Che si ravviva, e sorge
Oltre l’antico onor. 
Dalle magioni eteree
Sporga una fonte, e scende
E nel borron de’ triboli
Vivida si distende:
Stillano mele i tronchi;
Dove copriano i bronchi,
Ivi germoglia il fior. 
O Figlio, o Tu cui genera
L’Eterno, eterno seco;
Qual ti può dir de’ secoli:
Tu cominciasti meco?
Tu sei: del vasto empiro
Non ti comprende il giro:
La tua parola il fe’. 
E Tu degnasti assumere
Questa creata argilla?
Qual merto suo, qual grazia
A tanto onor sortilla?
Se in suo consiglio ascoso
Vince il perdon, pietoso
Immensamente Egli è. 
Oggi Egli è nato: ad Efrata,
Vaticinato ostello,
Ascese un’alma Vergine,
La gloria d’Israello,
Grave di tal portato:
Da cui promise è nato,
Donde era atteso uscì. 
La mira Madre in poveri.
Panni il Figliol compose,
E nell’umil presepio
Soavemente il pose;
E l’adorò: beata!
Innanzi al Dio prostrata
Che il puro sen le aprì. 
L’Angel del cielo, agli uomini
Nunzio di tanta sorte,
Non de’ potenti volgesi
Alle vegliate porte;
Ma tra i pastor devoti,
Al duro mondo ignoti,
Subito in luce appar. 
E intorno a lui per l’ampia
Notte calati a stuolo,
Mille celesti strinsero
Il fiammeggiante volo;
E accesi in dolce zelo, 
Come si canta in cielo, 
A Dio gloria cantar. 
L’allegro inno seguirono,
Tornando al firmamento:
Tra le varcate nuvole
Allontanossi, e lento
Il suon sacrato ascese,
Fin che più nulla intese
La compagnia fedel. 
Senza indugiar, cercarono
L’albergo poveretto
Que’ fortunati, e videro,
Siccome a lor fu detto,
Videro in panni avvolto,
In un presepe accolto,
Vagire il Re del Ciel. 
Dormi, o Fanciul; non piangere;
Dormi, o Fanciul celeste:
Sovra il tuo capo stridere
Non osin le tempeste,
Use sull’empia terra,
Come cavalli in guerra,
Correr davanti a Te. 
Dormi, o Celeste: i popoli 
Chi nato sia non sanno; 
Ma il dì verrà che nobile 
Retaggio tuo saranno; 
Che in quell’umil riposo,
Che nella polve ascoso,
Conosceranno il Re. 

Publié dans:Natale 2007 - Epifania 2008 |on 5 janvier, 2008 |Pas de commentaires »

La Befana

La Befana dans Natale 2007 -  Epifania 2008 i85527_befana
http://www.p2pforum.it/forum/showthread.php?t=148744&page=2

 

Publié dans:Natale 2007 - Epifania 2008 |on 4 janvier, 2008 |Pas de commentaires »

Giovanni Pascoli: La Befana

dal sito: 

http://www.reportonline.it/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=1144

 

Poesia

di Giovanni pascoli

La Befana 

Viene viene la Befana

 

 vien dai monti a notte fonda.

Come è stanca! La circonda

neve, gelo e tramontana.

Viene viene la Befana.

Ha le mani al petto in croce,

e la neve è il suo mantello

ed il gelo il suo pannello

ed il vento la sua voce.

Ha le mani al petto in croce.

E s’accosta piano piano

alla villa, al casolare,

a guardare, ad ascoltare

or più presso or più lontano.

Piano piano, piano piano.

Che c’è dentro questa villa?

Uno stropiccìo leggero.

Tutto è cheto, tutto è nero.

Un lumino passa e brilla.

Che c’è dentro questa villa?

Guarda e guarda…tre lettini

con tre bimbi a nanna, buoni.

guarda e guarda…ai capitoni

c’è tre calze lunghe e fini.

Oh! tre calze e tre lettini.

Il lumino brilla e scende,

e ne scricchiolan le scale;

il lumino brilla e sale,

e ne palpitan le tende.

Chi mai sale? Chi mai scende?

Co’ suoi doni mamma è scesa,

sale con il suo sorriso.

Il lumino le arde in viso

come lampada di chiesa.

Co’ suoi doni mamma è scesa.

La Befana alla finestra

sente e vede, e s’allontana.

Passa con la tramontana,

passa per la via maestra,

trema ogni uscio, ogni finestra.

E che c’è nel casolare?

Un sospiro lungo e fioco.

Qualche lucciola di fuoco

brilla ancor nel focolare.

Ma che c’è nel casolare?

Guarda e guarda… tre strapunti

con tre bimbi a nanna, buoni.

Tra la cenere e i carboni

c’è tre zoccoli consunti.

Oh! tre scarpe e tre strapunti…

E la mamma veglia e fila

sospirando e singhiozzando,

e rimira a quando a quando

oh! quei tre zoccoli in fila…

Veglia e piange, piange e fila.

La Befana vede e sente;

fugge al monte, ch’è l’aurora.

Quella mamma piange ancora

su quei bimbi senza niente.

La Befana vede e sente.

La Befana sta sul monte.

Ciò che vede è ciò che vide:

c’è chi piange e c’è chi ride;

essa ha nuvoli alla fronte,

mentre sta sul bianco monte. 

 

Publié dans:Natale 2007 - Epifania 2008 |on 4 janvier, 2008 |4 Commentaires »

la tradizione della Befana

dal sito:

http://www.letteratour.it/altro/A01epifan01.htm

La « Befana » Definizione: 

In generale, « epifania » (che ha origine dal greco) si applica a una « manifestazione della divinità in forma visibile »; in particolare, nella tradizione cristiana, è un termine legato alla « manifestazione della divinità di Gesù ai Tre Magi in visita a Betlemme », per cui, per estensione, è anche il giorno commemorativo del 6 Gennaio (da Il Dizionario della lingua Italiana, Devoto-Oli, Le Monnier, 1990). La tradizione italiana  L’Italia ha una tradizione tutta particolare e originale dell’Epifania, che si lega alla figura della Befana. Il termine « Befana » deriva da una corruzione del termine « Epifania », e denomina una figura mitica nell’immaginario collettivo italiano: la famosa vecchietta che, viaggiando su una scopa e volando di tetto in tetto, la notte dal 5 al 6 gennaio (mettendo così fine al ciclo dei dodici giorni successivi al Natale) si reca a portare dei presenti a tutti i bambini, che trasporta in un enorme sacco sulle spalle. Ognuno riceve il presente in una calza (la « calza della Befana ») e la tipologia di esso dipende dal comportamento avuto nell’ultimo anno e dalla onnipresente speranza di un miglioramento per il nuovo anno che comincia: quindi sempre un po’ di cenere e carbone per le biricchinate passate e dolci e caramelle per la promessa futura di essere buoni e saggi. 

La sua origine si perde nella notte dei tempi, discende da tradizioni magiche precristiane e, nella cultura popolare, si fonde con elementi folcloristici e cristiani: la Befana porta i doni in ricordo di quelli offerti a Gesù Bambino dai Magi. L’iconografia è fissa: un gonnellone scuro ed ampio, un grembiule con le tasche, uno scialle, un fazzoletto o un cappellaccio in testa, un paio di ciabatte consunte, il tutto vivacizzato da numerose toppe colorate.


[http://www.la-befana.it/racconti.html] 
La Befana, molto più tradizionalmente « italiana » della figura di Babbo Natale, ha così il compito di allietare una commemorazione importante agli occhi dei bambini, rendendo loro la festa assai più allegra e facendoli anche avvicinare al significato primo della festa: quello di festeggiare Gesù nascituro, nella figura di ogni bambino, e l’importanza simbolica dell’aver ricevuto ricchi doni da parte dei Tre Magi.
Oltre che in Italia troviamo il culto della Befana in varie parti del mondo: dalla Persia alla Normandia, dalla Russia all’Africa del Nord. In tale culto, molti, rintracciano il mito della Dea genitrice primordiale, signora della vita e della morte, della rigenerazione della Natura. Per altri, nella sua figura, la Befana riassume l’immagine della Dea antenata custode del focolare, luogo sacro della casa. E non è un caso se si serve, proprio dei camini, per introdurre l’ allegria nelle case, svolazzando con la sua fantastica scopa.
Un tempo, la Befana era anche occasione per i meno benestanti di racimolare doni in cibarie recandosi porta a porta a chiedere una sorta di « elemosina ». Anche questa tradizione, accanto a quella della calza, si ripete ancora oggi quando si vedono frotte di bambini girare di casa in casa la sera del 5 gennaio a richiedere doni e caramelle, cantando la famosa filastrocca: 

La Befana vien di notte
con le scarpe tutte rotte
col cappello alla romana
viva viva la Befana!

(questa è una delle versioni, poi ogni regione ha una poesia-filastrocca diversa) 

Publié dans:Natale 2007 - Epifania 2008 |on 4 janvier, 2008 |Pas de commentaires »

Epifania

Epifania dans immagini sacre

GENTILE DA FABRIANO (1423),
L’adorazione dei Magi, Galleria degli Uffizi, Firenze

http://www.diocesidicapua.it/Erasmo/Biblioteca/Compendio/parte1.htm

PAPA PAOLO VI : omelia per l’Epifania

dal sito: 

http://www.vatican.va/holy_father/paul_vi/homilies/1975/documents/hf_p-vi_hom_19750106_it.html

SOLENNITÀ DELL’EPIFANIA DEL SIGNORE

OMELIA DEL SANTO PADRE PAOLO VI 

6 gennaio 1975 

Figli e Figlie, in Cristo tutti carissimi!  

Ecco un giorno memorabile! Per la vostra vita : esso segna un momento, che conferma quelli decisivi della vostra vocazione, della vostra scelta ecclesiale, religiosa, missionaria negli anni venturi, che il Signore concederà al vostro pellegrinaggio nel tempo; un momento, che qualifica, cioè dà una forma, un aspetto, uno stile sia alla vostra spiritualità interiore, la vostra spiritualità missionaria, e sia alla vostra esteriore funzione professionale, nella quale sarà impegnato il vostro cuore, il vostro lavoro, la vostra dedizione al servizio della Chiesa: la vostra attività missionaria. Giorno memorabile: procuriamo di viverlo bene, con tutta l’intensità dei nostri animi, e con lo studio delle circostanze, che lo rendono singolare e degno poi di futura riflessione. Il punto focale, centrale cioè, dei nostri pensieri, adesso è quello dell’Epifania. Epifania significa manifestazione, apparizione, rivelazione. Epifania è un termine generico, astratto; esso acquista significato e valore dall’oggetto a cui si riferisce. Nel nostro caso sappiamo bene a chi ‘ed a che cosa si riferisce; esso si riferisce alla manifestazione di Gesù Cristo in questa terra, al mondo, alla umanità (Cfr. S. AUGUSTINI Sermo 200; PL 38, 1029). 

Di per sé questa parola è comprensiva di tutto il piano rivelatore di Dio. La famosa lettera agli Ebrei si apre appunto con una visione sintetica. Come si è manifestato Dio agli uomini? Multifariam, multisque modis: a più riprese, ed in molti modi (Hebr. 1, 1). Il meraviglioso spettacolo del panorama naturale, e possiamo aggiungere, tutto il campo della creazione, il regno delle scienze, l’esperienza delle cose, la cosmologia, a chi bene la osserva, a chi penetra con l’intelligenza e con la simpatia della nostra capacità di conoscere e di individuare la ragione profonda degli esseri, sono già forme di linguaggio, mediante le quali Dio, Principio creatore dell’universo, parla a chi lo sa ascoltare: parla di potenza, parla di sapienza, parla di bellezza, parla di mistero. Per quanto miope, per quanto insensibile, l’uomo si dimostri davanti allo scenario delle cose, minime e massime che siano, microbi o astri di smisurata grandezza, un Disegno, un Pensiero, una Parola emana dagli esseri esistenti; e un’esigenza logica fondamentale reclamerebbe da lui, dall’uomo, e tanto di più quanto meglio egli è istruito ed evoluto, un riconoscimento religioso, un’adorazione, un cantico delle creature. 

Citiamo un Autore, iniziato a questo confronto dell’uomo moderno con l’esplorato mondo circostante; egli scrive: «l’arricchimento e il turbamento del pensiero religioso, nel nostro tempo, derivano senza dubbio dalla rivelazione che si apre, intorno a noi ed in noi, dalla grandezza e dall’unità del Mondo. Intorno a noi, l’e Scienze del Reale distendono smisuratamente gli abissi del tempo e dello spazio, palesano incessantemente dei vincoli nuovi fra elementi dell’universo» (PIERRE TEILHARD DE CHARDIN, Le milieu divin, p. 2). Procuriamo noi religiosi, noi credenti, di non perdere di vista questo primo schermo della rivelazione naturale di Dio, ma di tenerlo presente sullo sfondo della nostra panoramica conoscitiva e spirituale, per alimentare con genuine impressioni il nostro sentimento religioso e la nostra meraviglia esistenziale circa l’opera di Dio e circa la nostra stessa vita; e per essere in migliore condizione di valutare la nuova, la gratuita, la sbalorditiva, la misteriosa epifania, che Dio si è degnato di compiere nella scena umana, mediante l’Incarnazione e la successiva economia della salvezza. 

Dalla piattaforma della rivelazione naturale noi potremo meglio apprezzare l’originalità eccezionale della comparsa del Verbo di Dio stesso, «per mezzo del quale tutto è stato fatto» (Io. 1, 3), in un istante, in un angolo dell’opera sua, nel Vangelo. Il Verbo di Dio, Dio lui stesso, si è manifestato in aspetto umano. Egli ha abitato con noi. Meraviglia, delle meraviglie: Egli si è manifestato nelle sembianze più piccole e più umili, nel silenzio, nella povertà, bambino, poi giovane, poi artigiano, e finalmente Maestro e Profeta, capace di dominare miracolosamente le cose e le sofferenze umane, la morte stessa, e di presentarsi nella prospettiva preparata per secoli, quella del Messia, e più che Figlio dell’uomo, Figlio di Dio, l’Agnello espiatore di tutti i peccati umani presentati al suo riscatto, il Salvatore, il Risorto per il regno di Dio e per il secolo eterno. 

Oh! Figli carissimi, voi conoscete questo grande e misterioso ciclo della rivelazione di Cristo, e sapete come messo investa tutta la terra, tutta la storia; e come la via, la verità, la vita, sia Lui, quel Gesù, di cui oggi noi, la Chiesa sua, celebriamo la manifestazione nel mondo. Avremo mai meditato abbastanza questa «storia sacra», questo disegno di Dio riguardo alla umanità, questo mistero di salvezza, da cui dipende ogni nostro destino? No, non mai abbastanza! Gli anni, tanto brevi e veloci della nostra esistenza terrena, non basterebbero a saziare il nostro studio, la nostra meditazione, la nostra contemplazione. E, sì, noi tutti non tralasceremo mai di prolungare questa indagine teologica e spirituale per tutta la durata della nostra vita. Essa sarà come la lampada accesa sul sentiero che si apre davanti. Ma ecco che una duplice conclusione, l’una e l’altra derivata dal mistero stesso dell’Epifania, si riflette, con chiarezza decisiva, sulla vostra vita vissuta. E di questa duplice conclusione, voi, Figlie e Figli carissimi, fate senz’altro programma della vostra vita. 

La prima conclusione è la fede. Bisogna accettare in pieno la verità, la realtà dell’Epifania; vogliamo dire, della rivelazione di Dio, Padre e Creatore d’ogni cosa, mediante il Verbo, Figlio suo, Gesù Cristo, in virtù dello Spirito Santo, luce e forza delle anime battezzate, e fedeli a questa investitura della vita umana, associata per grazia a quella divina. Oggi è la festa del Credo. Di quel Credo, ch’è stato proclamato, come un’alleanza nuova, come una comunione vitale ineffabile, al momento del nostro battesimo. Dobbiamo oggi ripetere, con totale dedizione, con nuova convinzione, con incomparabile consolazione, il Credo, uno e cattolico, nostro e di tutti i fedeli al Cristo rivelato. Oh! noi sappiamo quale dramma relativo alla questione della Fede, dramma di ricerche, di controversie, di dubbi, di negazioni esista oggi in tanti spiriti e con un decisivo atto di fede sia non abolito, ma sia però superato. Siete missionari? E di quale missione, se non di quella della fede? È per la fede, che voi partite ed affrontate il mondo. 

Diventate una gente speciale: in un mondo che sviluppa la sua scienza alla misura del proprio pensiero, voi misurate la vostra certezza sulla Parola di Dio, della quale la Chiesa, Madre e Maestra, garantisce l’autenticità. In un mondo, che sembra misurare la propria maturità razionale, in campo religioso specialmente, dalle incontentabili sottigliezze dei propri dubbi e dei propri sofismi, voi camminate diritti e sicuri, con mentalità, che chi non vi conosce potrà qualificare puramente elementare e popolare mentre essa attinge alla semplicità e alla lucidità della divina sapienza. Camminate con la logica della fede, diventata principio di pensiero e d’azione, come c’insegna S. Paolo: il giusto, cioè l’uomo buono, l’uomo autentico ex fide vivit (Rom. 1, 17; Gal. 3, 11), vive cioè traendo dalla fede i principii orientatori della propria vita. 

La seconda conclusione programmatica della vostra vocazione è la necessità di Cristo, perché è Cristo; cioè perché emana da lui una attrazione obbligante a militare per la sua gloria. Chi lo ha incontrato, chi, in profondità un po’ almeno, lo abbia conosciuto, chi abbia udito l’invito incantevole e avvincente della sua voce, non può non seguirlo; e lo segue con uno spirito di fiducia e di avventura, che fa del seguace un eroe, un apostolo, anche qui come enfaticamente, ma realisticamente, conclude San Paolo: fratres nostri apostoli ecclesiarum, gloria Christi (2 Cor. 8, 23), questi nostri fratelli sono Apostoli delle Chiese, gloria di Cristo! Necessità di Cristo per se stesso; Egli ben merita l’amore, il dono, il sacrificio della vita e simultanea deriva la necessità di Cristo per gli uomini, per tutti i fratelli della terra, perché Egli, ed Egli solo è il Salvatore (Act. 4, 12), mentre l’annuncio della sua salvezza è condizionato all’azione apostolica, alla diffusione missionaria (Cfr. Rom. 10, 14 ss.). Voi, Missionari, personificate questa necessità di Cristo. 

Oggi, come ieri. Se, infatti, da un lato, il Missionario cattolico dovrà riconoscere quanto vi è di vero e di santo anche nelle altre religioni (Cfr. Nostra Aetate, 2) e, in particolare, i tesori di fede e di grazia, che le Chiese e le comunità cristiane, da noi pur troppo tuttora separate, ancora conservano ed alimentano, e se nel suo zelo apostolico egli dovrà astenersi da ogni sleale proselitismo, resta pur sempre vera la parola del recente Concilio ecumenico, che «solo per mezzo della Chiesa cattolica di Cristo, la quale è lo strumento generale della salvezza, si può ottenere ogni pienezza di mezzi salutari» (Unitatis Redintegratio, 3). Così dicendo, noi non facciamo . . . del trionfalismo. Noi cerchiamo, voi ben lo sapete, d’interpretare il sistema storico-sociale, cioè ecclesiale, che il Signore ha stabilito per la diffusione del Vangelo e per l’edificazione della sua Chiesa; e voi, Missionari, operai e collaboratori della Gerarchia apostolica, siete i cruciferi, i portatori della Croce, mandati nel mondo. Per questo vi sarà oggi consegnato, da noi benedetto, il Crocifisso: umile crocifisso, segno di pazienza e di confortante coraggio per voi; segno di fede, di liberazione e di gaudio a quanti voi avrete l’onorifico ministero di predicarlo e di portarlo. 

Publié dans:Natale 2007 - Epifania 2008, Papi |on 3 janvier, 2008 |Pas de commentaires »

Natale 2007

Natale 2007 dans Natale 2007 -  Epifania 2008

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Publié dans:Natale 2007 - Epifania 2008 |on 25 décembre, 2007 |Pas de commentaires »

NATALE 2007 – MESSA DI MEZZANOTTE – OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI

dal sito: 

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/homilies/2007/documents/hf_ben-xvi_hom_20071224_christmas_it.html 

SANTA MESSA DI MEZZANOTTE 

SOLENNITÀ DEL NATALE DEL SIGNORE 

OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI 

Basilica Vaticana
Martedì, 25 dicembre 2007
 

  Cari fratelli e sorelle

Per Maria si compirono i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo” (cfr Lc 2,6s). Queste frasi, sempre di nuovo ci toccano il cuore. È arrivato il momento che l’Angelo aveva preannunziato a Nazaret: “Darai alla luce un figlio e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo” (cfr Lc 1,31). È arrivato il momento che Israele aveva atteso da tanti secoli, durante tante ore buie – il momento in qualche modo atteso da tutta l’umanità in figure ancora confuse: che Dio si prendesse cura di noi, che uscisse dal suo nascondimento, che il mondo diventasse sano e che Egli rinnovasse tutto. Possiamo immaginare con quanta preparazione interiore, con quanto amore Maria sia andata incontro a quell’ora. Il breve accenno: “Lo avvolse in fasce” ci lascia intravedere qualcosa della santa gioia e dello zelo silenzioso di quella preparazione. Erano pronte le fasce, affinché il bimbo potesse essere accolto bene. Ma nell’albergo non c’è posto. In qualche modo l’umanità attende Dio, la sua vicinanza. Ma quando arriva il momento, non ha posto per Lui. È tanto occupata con se stessa, ha bisogno di tutto lo spazio e di tutto il tempo in modo così esigente per le proprie cose, che non rimane nulla per l’altro – per il prossimo, per il povero, per Dio. E quanto più gli uomini diventano ricchi, tanto più riempiono tutto con se stessi. Tanto meno può entrare l’altro. 

Giovanni, nel suo Vangelo, puntando all’essenziale ha approfondito la breve notizia di san Luca sulla situazione in Betlemme: “Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto” (1,11). Ciò riguarda innanzitutto Betlemme: il Figlio di Davide viene nella sua città, ma deve nascere in una stalla, perché nell’albergo non c’è posto per Lui. Riguarda poi Israele: l’inviato viene dai suoi, ma non lo si vuole. Riguarda in realtà l’intera umanità: Colui per il quale è stato fatto il mondo, il primordiale Verbo creatore entra nel mondo, ma non viene ascoltato, non viene accolto. 

Queste parole riguardano in definitiva noi, ogni singolo e la società nel suo insieme. Abbiamo tempo per il prossimo che ha bisogno della nostra, della mia parola, del mio affetto? Per il sofferente che ha bisogno di aiuto? Per il profugo o il rifugiato che cerca asilo? Abbiamo tempo e spazio per Dio? Può Egli entrare nella nostra vita? Trova uno spazio in noi, o abbiamo occupato tutti gli spazi del nostro pensiero, del nostro agire, della nostra vita per noi stessi? 

Grazie a Dio, la notizia negativa non è l’unica, né l’ultima che troviamo nel Vangelo. Come in Luca incontriamo l’amore della madre Maria e la fedeltà di san Giuseppe, la vigilanza dei pastori e la loro grande gioia, come in Matteo incontriamo la visita dei sapienti Magi, venuti da lontano, così anche Giovanni ci dice: “A quanti però l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio” (Gv 1,12). Esistono quelli che lo accolgono e così, a cominciare dalla stalla, dall’esterno, cresce silenziosamente la nuova casa, la nuova città, il nuovo mondo. Il messaggio di Natale ci fa riconoscere il buio di un mondo chiuso, e con ciò illustra senz’altro una realtà che vediamo quotidianamente. Ma esso ci dice anche, che Dio non si lascia chiudere fuori. Egli trova uno spazio, entrando magari per la stalla; esistono degli uomini che vedono la sua luce e la trasmettono. Mediante la parola del Vangelo, l’Angelo parla anche a noi, e nella sacra liturgia la luce del Redentore entra nella nostra vita. Se siamo pastori o sapienti – la luce e il suo messaggio ci chiamano a metterci in cammino, ad uscire dalla chiusura dei nostri desideri ed interessi per andare incontro al Signore ed adorarlo. Lo adoriamo aprendo il mondo alla verità, al bene, a Cristo, al servizio di quanti sono emarginati e nei quali Egli ci attende. 

In alcune rappresentazioni natalizie del tardo Medioevo e dell’inizio del tempo moderno la stalla appare come un palazzo un po’ fatiscente. Se ne può ancora riconoscere la grandezza di una volta, ma ora è andato in rovina, le mura sono diroccate – è diventato, appunto, una stalla. Pur non avendo nessuna base storica, questa interpretazione, nel suo modo metaforico, esprime tuttavia qualcosa della verità che si nasconde nel mistero del Natale. Il trono di Davide, al quale era promessa una durata eterna, è vuoto. Altri dominano sulla Terra santa. Giuseppe, il discendente di Davide, è un semplice artigiano; il palazzo, di fatto, è diventato una capanna. Davide stesso aveva cominciato da pastore. Quando Samuele lo cercò per l’unzione, sembrava impossibile e contraddittorio che un simile pastore-ragazzino potesse diventare il portatore della promessa di Israele. Nella stalla di Betlemme, proprio lì dove era stato il punto di partenza, ricomincia la regalità davidica in modo nuovo – in quel bimbo avvolto in fasce e deposto in una mangiatoia. Il nuovo trono dal quale questo Davide attirerà il mondo a sé è la Croce. Il nuovo trono – la Croce – corrisponde al nuovo inizio nella stalla. Ma proprio così viene costruito il vero palazzo davidico, la vera regalità. Questo nuovo palazzo è così diverso da come gli uomini immaginano un palazzo e il potere regale. Esso è la comunità di quanti si lasciano attrarre dall’amore di Cristo e con Lui diventano un corpo solo, un’umanità nuova. Il potere che proviene dalla Croce, il potere della bontà che si dona – è questa la vera regalità. La stalla diviene palazzo – proprio a partire da questo inizio, Gesù edifica la grande nuova comunità, la cui parola-chiave cantano gli Angeli nell’ora della sua nascita: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama” – uomini che depongono la loro volontà nella sua, diventando così uomini di Dio, uomini nuovi, mondo nuovo. 

Gregorio di Nissa, nelle sue omelie natalizie ha sviluppato la stessa visione partendo dal messaggio di Natale nel Vangelo di Giovanni: “Ha posto la sua tenda in mezzo a noi” (Gv 1,14). Gregorio applica questa parola della tenda alla tenda del nostro corpo, diventato logoro e debole; esposto dappertutto al dolore ed alla sofferenza. E la applica all’intero cosmo, lacerato e sfigurato dal peccato. Che cosa avrebbe detto, se avesse visto le condizioni, in cui si trova oggi la terra a causa dell’abuso delle energie e del loro egoistico sfruttamento senza alcun riguardo? Anselmo di Canterbury, in una maniera quasi profetica, ha una volta descritto in anticipo ciò che noi oggi vediamo in un mondo inquinato e minacciato per il suo futuro: “Tutto era come morto, aveva perso la sua dignità, essendo stato fatto per servire a coloro che lodano Dio. Gli elementi del mondo erano oppressi, avevano perso il loro splendore a causa dell’abuso di quanti li rendevano servi dei loro idoli, per i quali non erano stati creati” (PL 158, 955s). Così, secondo la visione di Gregorio, la stalla nel messaggio di Natale rappresenta la terra maltrattata. Cristo non ricostruisce un qualsiasi palazzo. Egli è venuto per ridare alla creazione, al cosmo la sua bellezza e la sua dignità: è questo che a Natale prende il suo inizio e fa giubilare gli Angeli. La terra viene rimessa in sesto proprio per il fatto che viene aperta a Dio, che ottiene nuovamente la sua vera luce e, nella sintonia tra volere umano e volere divino, nell’unificazione dell’alto col basso, recupera la sua bellezza, la sua dignità. Così Natale è una festa della creazione ricostituita. A partire da questo contesto i Padri interpretano il canto degli Angeli nella Notte santa: esso è l’espressione della gioia per il fatto che l’alto e il basso, cielo e terra si trovano nuovamente uniti; che l’uomo è di nuovo unito a Dio. Secondo i Padri fa parte del canto natalizio degli Angeli che ora Angeli e uomini possano cantare insieme e in questo modo la bellezza del cosmo si esprima nella bellezza del canto di lode. Il canto liturgico – sempre secondo i Padri – possiede una sua dignità particolare per il fatto che è un cantare insieme ai cori celesti. È l’incontro con Gesù Cristo che ci rende capaci di sentire il canto degli Angeli, creando così la vera musica che decade quando perdiamo questo con-cantare e con-sentire. 

Nella stalla di Betlemme cielo e terra si toccano. Il cielo è venuto sulla terra. Per questo, da lì emana una luce per tutti i tempi; per questo lì s’accende la gioia; per questo lì nasce il canto. Alla fine della nostra meditazione natalizia vorrei citare una parola straordinaria di sant’Agostino. Interpretando l’invocazione della Preghiera del Signore: “Padre nostro che sei nei cieli”, egli domanda: che cosa è questo – il cielo? E dove è il cielo? Segue una risposta sorprendente: “…che sei nei cieli – ciò significa: nei santi e nei giusti. I cieli sono, sì, i corpi più alti dell’universo, ma tuttavia corpi, che non possono essere se non in un luogo. Se, però, si crede che il luogo di Dio sia nei cieli come nelle parti più alte del mondo, allora gli uccelli sarebbero più fortunati di noi, perché vivrebbero più vicini a Dio. Ma non è scritto: ‘Il Signore è vicino a quanti abitano sulle alture o sulle montagne’, ma invece: ‘Il Signore è vicino ai contriti di cuore’ (Sal 34[33],19), espressione che si riferisce all’umiltà. Come il peccatore viene chiamato ‘terra’, così al contrario il giusto può essere chiamato ‘cielo’” (Serm. in monte II 5, 17). Il cielo non appartiene alla geografia dello spazio, ma alla geografia del cuore. E il cuore di Dio, nella Notte santa, si è chinato giù fin nella stalla: l’umiltà di Dio è il cielo. E se andiamo incontro a questa umiltà, allora tocchiamo il cielo. Allora diventa nuova anche la terra. Con l’umiltà dei pastori mettiamoci in cammino, in questa Notte santa, verso il Bimbo nella stalla! Tocchiamo l’umiltà di Dio, il cuore di Dio! Allora la sua gioia toccherà noi e renderà più luminoso il mondo. Amen.  

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