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LA DONNA NEL CRISTIANESIMO

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LA DONNA NEL CRISTIANESIMO

di Stefano Biavaschi

Fin dall’antichità l’umanità si trascina il fardello di una visione “maschio-centrica” del mondo. In quasi tutte le antiche culture la prospettiva patriarcale prevaleva di gran lunga su quella matriarcale, ed era quasi sempre l’uomo, e non la donna, a tenere le redini del potere politico, dell’arte, della cultura, delle decisioni militari o di quelle familiari. Alla donna restava solamente il ruolo di madre e moglie, ed anche questi due ruoli non erano intesi nel significato pieno che intendiamo oggi, ma la madre era ridotta quasi solo alla funzione procreativa, con poca influenza su quella educativa; e la moglie, anche quando amata, non era certo vista come una compagna sullo stesso piano del marito. Perfino nel popolo ebraico, pur educato dai comandamenti, emergevano spesso atteggiamenti “maschilisti”, ed usiamo le virgolette solo perché il termine “maschilismo” allora non esisteva e non ci si accorgeva nemmeno di quella che ai nostri occhi oggi appare un’ingiustizia; sembrava anzi naturale che le cose andassero così, e nemmeno le donne avvertivano la loro condizione come una discriminazione. Né avrebbero avuto il tempo di farlo, così prese dal gran numero di gravidanze (10, 15, 20 o di più) che interrompevano ripetutamente le faticose mansioni domestiche o il lavoro nei campi. Nella Bibbia emergono spesso, tuttavia, figure di donne che sono ben più che madri e mogli, e che mostrano le capacità per essere maestre di saggezza, profetesse od eroine. Sara, moglie di Abramo, non ebbe certo un ruolo secondario nelle importantissime vicende di questo patriarca. Miriam, la sorella di Mosè, agevolò l’inserimento del fratello in casa del faraone, una mossa in seguito alla quale si sarebbe realizzata la grande opera di liberazione compiutasi con l’Esodo. Mentre in tutti gli antichi testi sacri dell’Oriente o dell’Islam le donne non sono nemmeno citate, nella Bibbia i loro nomi abbondano, ed alcuni libri dell’Antico Testamento prendono addirittura il nome da loro: il libro di Rut, il libro di Giuditta, il libro di Ester. Rut, da straniera poco accettata qual era, riesce a farsi accettare dal popolo d’Israele fino a meritare di entrare nell’illustre genealogia del re Davide, da cui secoli dopo discenderà anche il Messia. Giuditta salva gli israeliti dal temibile Oloferne, che voleva annientarli con le sue armate: si reca coraggiosamente al suo accampamento e dimostra tale intelligenza che Oloferne fu costretto a esclamare: “Da un capo all’altro della terra non esiste donna simile, per la bellezza dell’aspetto e la saggezza della parola”; e quando Oloferne, ubriaco fradicio, rimane solo nella tenda in balìa di lei, Giuditta ne sottrae la scimitarra e lo decapita, salvando gli ebrei dalla sciagura. Ester, una povera orfana ebrea al tempo dell’impero persiano, che si estendeva dall’Etiopia all’India, riesce a ottenere tutti i favori del monarca, Serse I, e nascondendo le sue origini giudee ottiene perfino di diventare regina, facendo revocare l’editto di sterminio contro il suo popolo. Nonostante tutti questi avvenimenti, quando Gesù, secoli dopo, farà la sua apparizione in Palestina, non troverà fra i giudei del suo tempo un terreno molto favorevole alla rivalutazione della donna. E nemmeno i costumi dell’impero romano, ormai dominatore anche in quei luoghi, sembravano essere molto migliori nel correggere lo squilibrio di diritti fra gli uomini e le donne. I romani non avevano il matrimonio poligamico come gli ebrei, e non negavano alle donne libertà di spostamento, ma le ripudiavano col divorzio se non davano figli, anzi, lo scopo del matrimonio non era raggiunto se non venivano figli maschi. Gesù rivoluzionò molto il ruolo della donna, soprattutto riequilibrando la bilancia dei diritti e rendendo reciproci i doveri. Non temeva di avvicinare le donne per strada e di parlare loro, cosa del tutto inusuale per i costumi del tempo, tanto che gli evangelisti scrivono: “Si meravigliavano a vederlo parlare con le donne” (Gv 4,27). E quando gli uomini gli rivendicavano duramente il diritto maschile di poter ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo, Gesù li sfidava a confrontarsi “con la durezza dei loro cuori”, e appellandosi al racconto sulla creazione, riportato nel libro della Genesi, ricordava che sia il maschio che la femmina erano stati creati a immagine e somiglianza di Dio. Sfogliando il Vangelo ci passano davanti agli occhi un gran numero di donne, di diversa età e condizione sociale. Molte sono guarite da Gesù, e ottengono miracoli anche le donne non ebree o quelle che per qualche motivo erano considerate impure. Ed era sufficiente, per una donna, trovarsi nel suo periodo mestruale per essere considerata tale e quindi tenuta a debita distanza. Gesù invece affronta e guarisce anche l’emorroissa, anzi le insegna a non vergognarsi di testimoniare la sua guarigione anche se coinvolgeva gli aspetti più intimi della sua femminilità. Affronta e redime perfino le prostitute, su cui pesava l’infamia dei passanti. Figure di donne compaiono anche nelle parabole che Gesù utilizza nelle sue predicazioni, e tutte “le sue parole e le sue opere”, come scrive Giovanni Paolo II, “esprimono sempre il rispetto e l’onore dovuto alla donna”. “In tutto l’insegnamento di Gesù, come anche nel suo comportamento, nulla si incontra che rifletta la discriminazione, propria del suo tempo, della donna” (Giovanni Paolo II, Mulieris Dignitatem: lettera enciclica sulla dignità della donna). Sono, anzi, soprattutto le donne ad essere fedelmente presenti ai piedi della croce, e sono le donne ad essere le prime testimoni della risurrezione. “Io effonderò il mio spirito sopra ogni uomo, e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie”, dice Gesù (Gv 3,1). Ed è una donna, Maria, l’unica ad essere miracolosamente preservata da ogni traccia di male, come mai accaduto ad alcun uomo, fino a rendere possibile l’incarnazione del Verbo di Dio, e a divenire “mediatrice di tutte le grazie”, con una particolarissima collocazione non solo nella devozione dei fedeli, ma anche nella gloria di Dio. Alla luce di tutto questo si comprende perché il cristianesimo si sia reso portatore nel mondo di una visione della donna ben diversa da quelle che lo precedevano. Scrive la studiosa Silvia Scaranari: “Il cristianesimo fin dalle sue origini ha mutato profondamente la condizione femminile, ovunque sia arrivato a porre radici durature”. La chiesa abolisce, in primo luogo, il diritto “di vita e di morte” del marito sulla moglie, tipico del diritto romano; inoltre vieta l’obbligo dei figli e delle figlie al matrimonio, abolisce la necessità del consenso paterno per le donne, rende l’unione matrimoniale stabile evitando il ripudio, e proclama l’uguaglianza dei figli vietando il barbaro uso di uccidere le neonate femmine non desiderate. Ricorda la Scaranari: “Uno sguardo seppur veloce al resto del mondo, oggi, ci mostra come questi abusi verso le donne siano ancora presenti dove il cristianesimo non è ancora penetrato: l’Islam con la poligamia e il ripudio, la Cina e l’India con l’uccisione delle bambine, e, fino a poco tempo fa, con la morte delle vedove sulla pira con il marito”.
Certo anche nei paesi cristiani la millenaria mentalità maschilista, pur non conoscendo questi eccessi, è stata lenta da sgretolare, ma spesso sono state proprio le donne a modificare la storia: fu Elena, madre di Costantino, a segnare la conversione dell’imperatore che pose fine alle sanguinose persecuzioni dei cristiani e modificò il volto dell’Impero Romano; fu Monica, madre di sant’Agostino a tessere per quarant’anni la conversione del grande filosofo e teologo; fu Clotilde, moglie del re Clodoveo, ad avvicinare il monarca alla fede ed ai valori cristiani, modificando così le sorti della Francia. Nel Medioevo vediamo le donne assumere ruoli di responsabilità nella società e nella cultura, le vediamo scrivere lettere ai potenti o intervenire di persona in questioni delicate e importanti. Fu una madre di famiglia, Dhuoda, a scrivere, nella Francia del IX secolo il primo trattato sull’educazione dei bambini. Sempre nel Medioevo, troviamo Rosvita, della famiglia degli Ottoni, che è autrice, attorno all’anno mille, di ben otto commedie ispirate all’arte latina. E, contrariamente a quel che si crede, la prima enciclopedia non uscì dalla penna degli scrittori illuministi, ma nacque più di sei secoli prima dalla mano di una donna: Herrat di Landsberg, badessa di un monastero tra il 1167 e il 1195, che stese una summa dei progressi tecnici del XII secolo, che comprende anche informazioni di economia, letteratura, storia, filosofia. E così via tante altre, donne note e meno note. Spesso le donne del Medioevo sono state sia umili lavoratrici (birraie, fornaie, filatrici, artigiane, spesso riunite in corporazioni di donne) sia protagoniste della vita civile, assumendo anche funzioni dirigenziali al posto del marito, nella gestione dei campi o delle botteghe, nelle trattative commerciali o nelle importazioni di prodotti dall’estero, fino alla storica figura di San Giovanna d’Arco (1412-1431), giovanissima conduttrice di eserciti per la liberazione della Francia. San Bernardino da Siena (1380-1444) scrive: “E’ una grande grazia essere donna: le donne si salvano più degli uomini”. Terminato il Medioevo, il Rinascimento non fermò certo la crescita della donna e la sua emancipazione, come nemmeno i secoli successivi, fino ai moti femminili dell’800 e del ‘900 che rivendicarono una serie di giusti diritti, da quello di voto alla tutela della maternità per le lavoratrici madri. L’8 dicembre 1965 i Vescovi di tutto il mondo, riuniti nel grande Concilio Vaticano II rivolgono uno speciale messaggio alle donne, nel quale fra le altre cose si dice: “Viene l’ora, l’ora è venuta, in cui la vocazione della donna si svolge con pienezza, l’ora in cui la donna acquista nella società un’influenza, un irradiamento, un potere finora mai raggiunto. E’per questo che, in un momento in cui l’umanità conosce una così profonda trasformazione, le donne illuminate dallo spirito evangelico possono tanto operare per aiutare l’umanità a non decadere”. E Giovanni Paolo II, nella sua lettera enciclica sulla dignità della donna, aggiunge: “La forza morale della donna, la sua forza spirituale si unisce con la consapevolezza che Dio le affida in modo speciale l’uomo, l’essere umano.” E glielo affida “perfino nelle condizioni di discriminazione sociale in cui essa può trovarsi”. In questo modo la donna diventa “una fonte di forza spirituale per gli altri, che percepiscono le grandi energie del suo spirito…La Chiesa dunque rende grazie per tutte le donne e per ciascuna….Ringrazia per tutte le manifestazioni del genio femminile apparse nel corso della storia, in mezzo a tutti i popoli e Nazioni”. “La Chiesa” conclude il Papa “chiede nello stesso tempo che queste inestimabili manifestazioni dello Spirito,…siano attentamente riconosciute, valorizzate”.

LA PROFETESSA ANNA – LE DONNE NELLA BIBBIA

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LA PROFETESSA ANNA – LE DONNE NELLA BIBBIA

La sua scelta fondamentale è quella di vivere la
relazione, l’incontro, la presenza del suo Signore

L’evangelista Luca, in appena tre versetti del suo Vangelo, ci propone la figura di una donna profetessa, vedova, orante, penitente, missionaria. Siamo nel contesto dell’infanzia di Gesù, proprio ai suoi primi giorni di vita, ma già la forza del vangelo ci pone davanti la luce sfolgorante del mistero di salvezza che è Cristo Signore: conforto, salvezza, gloria e redenzione di tutti gli uomini. Maria, Giuseppe e Gesù si trovano al Tempio di Gerusalemme per il rito che, dopo la circoncisione, serve ad offrire il primogenito della famiglia al Signore e a « purificare » la madre che ha partorito, come prescrive la legge di Mosè. Oltre a Simeone « c’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuele, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ore aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme » (Lc 2, 36-38). Questa donna, descritta dall’evangelista Luca con alcuni tocchi essenziali, appare subito una persona speciale anche se vecchia e vedova e, come tale, costituente l’anello debole di una società come l’ebrea di quel tempo. È discendente della tribù di Aser, la tribù di Israele, alla quale, all’ingresso nella terra promessa, fu destinata la porzione di territorio che va dal monte Carmelo fino alle città di Tiro e Sidone, lungo la fascia costiera della Galilea. Aser abita dunque una terra pagana, ed è proprio qui che nasce Anna, figlia di Fanuele, cioè di colui che ha visto Dio faccia a faccia, secondo il significato del suo nome. E lei non si allontana da Dio, anzi vive una esperienza cosi viva di fede e di amore al Dio di Israele da lasciare, alla morte del marito, ogni cosa per raggiungere la terra benedetta e sacra, la città della Presenza, il luogo mirabile della discesa di Dio, Gerusalemme. La vita passata servendo Dio, giorno e notte, per tanti anni, è una continua assidua preghiera che la colloca tra gli « anawim », i poveri del Signore, coloro che sanno di aver ricevuto tutto dalle mani del loro Dio. Ha la tenacia di chi sa attendere e sperare. Anna serve il suo Signore giorno e notte, da lunghissimo tempo, perché ha fatto di questa missione la sua vita: non si è rifugiata nel Tempio perché non aveva altra alternativa, è li da quando le sue forze le avrebbero permesso ben altre scelte. Ella ha scelto di consacrare la sua esistenza attraverso una preghiera ininterrotta che valorizza il tempo, il quale non le sfugge come sabbia tra le mani o come foglie secche di ricordi senza consistenza. Nemmeno si perde in rimpianti per una giovinezza remota. In questo senso, Anna incarna la verità delle parole del Salmo 92: « Il giusto fiorirà come palma, crescerà come cedro del Libano; piantati nella casa del Signore, fioriranno negli atri del nostro Dio. Nella vecchiaia daranno ancora frutti, saranno verdi e rigogliosi, per annunciare quanto è retto il Signore, mia roccia: in lui non c’è malvagità. »

Quella di Anna è certamente una scelta estrema, particolarissima: vive, infatti, in continua preghiera, tra digiuni e penitenze, sempre chiusa nel Tempio. Ma tutto questo non è altro che l’immagine, il segno evidente della sua scelta fondamentale, quella di vivere la relazione, l’incontro, la presenza del suo Signore. Non è una visitatrice occasionale del Tempio, ella non abbandona mai questo luogo, giorno e notte lo abita, lo vive facendone la sua casa di preghiera nell’offerta continua ed incessante di tutto il suo essere al Signore e servendolo con cuore indiviso. Nello svuotamento di se stessa, è così libera interiormente da acquisire un nuovo volto, capace di conoscere e riconoscere Dio nel figlio di Maria e Giuseppe, quel Bambino che, agli occhi di tutti gli altri, invece, è un comune neonato. Anna è chiamata dall’evangelista « profetessa » proprio per il suo particolare intuito, quello di riconoscere l’arrivo del Salvatore, di un Dio che è venuto a portare al mondo la salvezza. L’attesa è finita: è questo l’annuncio carico di lode che la donna, profetessa e testimone, rivolge « finalmente » a tutti coloro che incontra e la incontrano lì, nel tempio di Gerusalemme. La sua lode diventa quindi accettazione, accoglienza, sintonia piena con il pensiero e la proposta di Dio, e tutto quello che ha ricevuto, vissuto, sperimentato nella vita, ora vuole trasmetterlo anche agli altri: è una donna che non si chiude, non si nasconde ma si apre al Dono e nel dono. Anna non parla di sé, non offre semplicemente se stessa, con la sua esperienza e la sua saggezza; lei dona ciò che ha di più caro e prezioso, proprio ciò che l’ha fatta rinascere, che ha ridato speranza alla sua vita. Loda Dio e parla di Lui, di quel Bambino lì presente, che è la redenzione, la liberazione, la rinascita di chiunque voglia accoglierlo, riceverlo, attenderlo, ieri come oggi.

 

Publié dans:DONNE NELLA BIBBIA |on 17 septembre, 2015 |Pas de commentaires »

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