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DIOCESI DI TORINO – LE CENERI E L’ACQUA DELLA SALVEZZA

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DIOCESI DI TORINO -  LE CENERI E L’ACQUA DELLA SALVEZZA  

Con il rito dell’imposizione delle ceneri inizia il cammino che condurrà le nostre comunità ad una nuova Pasqua. La Quaresima inizia con il gesto sobrio e « opaco » delle ceneri, per terminare nella santa notte di Pasqua, con il rito gioioso e « limpido » dell’acqua. La cenere parla di morte, di fuoco, di dissoluzione; l’acqua ricorda la vita, la trasparenza, la pulizia, la rigenerazione. La cenere cosparge il capo della Chiesa pellegrina verso il monte di Sion; l’acqua della vita che sarà aspersa sul popolo nella veglia di Pasqua è pegno di risurrezione e segno di vita nuova. La cenere è immagine di ciò che è fragile, privo di valore, e nella tradizione biblica diventa simbolo della condizione umana: l’uomo e la donna sono plasmati con la polvere del suolo (Gn 2,7) e dopo la loro morte ad essa ritorneranno (Gn 3,19). La cenere cosparsa sul capo è anche simbolo di lutto, dolore e pentimento: così per Davide e per gli abitanti di Ninive; Giobbe siede sulla cenere, in segno del proprio dolore (Gb 2,8); nel libro di Ezechiele, in segno di penitenza, ci si rotola nella cenere; il salmo 102,10, come espressione di dolore, parla di cibarsi di cenere come di pane. Per questo motivo, nel cristianesimo antico, l’uso delle ceneri è stato legato alla disciplina penitenziale. Nei primi secoli, infatti, i penitenti, si presentavano al vescovo nel primo giorno di quaresima e questi, con un rito solenne, imponeva loro la cenere sul capo e li vestiva con l’abito dei penitenti (cilicium). Verso il secolo X, con il tramonto della penitenza pubblica, tutta la comunità cristiana venne a sostituirsi spontaneamente ai peccatori pubblici, ricevendo l’imposizione delle ceneri e vivendo il tempo quaresimale come tempo di conversione. La liturgia cattolica ha conservato questo uso e nella celebrazione eucaristia di inizio quaresima propone il rito di benedizione e imposizione delle ceneri. Le ceneri dell’olivo, ricavate dalla combustione dei rami di ulivo benedetti nella domenica delle Palme, hanno anche un significato pasquale: richiamando l’immagine del fuoco (il fuoco della Passione, il fuoco nuovo della veglia Pasquale), sono simbolo di purificazione. Il legno di olivo, poi, brucia lentamente, dà calore producendo una cenere candida che veniva usata dalle donne per fare il bucato. Inoltre, l’imposizione delle ceneri è fatta sul capo: luogo della dignità dell’uomo e della donna, definitivamente rinnovata nella Pasqua di Cristo. Il messaggio della cenere è dunque chiaro: dalla polvere del pentimento rinasce la vita nuova; dalla penitenza, la gioia del perdono. Quanto alla celebrazione delle ceneri, non è detto che debba per forza avvenire nell’ambito dell’Eucaristia: l’importante è che avvenga all’interno della celebrazione liturgica, per inserire questo gesto all’interno di un serio cammino penitenziale, compiuto nella Chiesa. A questo proposito, perché non rivisitare in qualche modo l’antica disciplina penitenziale, per cui la confessione delle colpe precedeva il tempo della penitenza e della conversione, sigillato dalla riconciliazione finale? Si potrebbe recuperare il valore di una liturgia penitenziale compiuta non al termine della quaresima, ma all’inizio, con un coinvolgimento concreto ed effettivo delle famiglie, dei gruppi, della comunità intera nella confessione delle colpe (cioè nell’esame di quei punti sui quali urge la conversione) e nel proposito di cambiamento, dove ciascuno si impegna pubblicamente ad aiutare l’altro nel cammino. Così facendo la celebrazione della riconciliazione al termine della quaresima verrebbe a concludere un cammino penitenziale reale ed impegnativo. Quanto al ministro dell’imposizione delle ceneri, mentre la rubrica del Messale parla del solo sacerdote (p. 66), il Cerimoniale dei vescovi prevede che anche il diacono possa imporre le ceneri. Circa l’opportunità di coinvolgere altre figure, come i ministri straordinari della comunione, si tenga presente il valore simbolico di un gesto ricevuto da colui che guida la comunità e a nome di Cristo chiama alla conversione. E se l’assemblea è troppo numerosa? Non è la quaresima il « tempo favorevole » nel quale smettere di andare di fretta, anche davanti a Dio?

Publié dans:diocesi, Tempi liturgici: Quaresima |on 10 février, 2016 |Pas de commentaires »

Ottant’anni fa l’abate di San Paolo fuori le Mura Ildefonso Schuster diventava arcivescovo di Milano: Lasciò un giardino fiorito per andare a fare un «mestieraccio» (di Inos Biffi)

forse ho già messo questo articolo, non riesco a ricostruire, dal sito:

http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/cultura/206q04a1.html

(L’Osservatore Romano 7-8 settembre 2009) 

Ottant’anni fa l’abate di San Paolo fuori le Mura Ildefonso Schuster diventava arcivescovo di Milano: Lasciò un giardino fiorito per andare a fare un «mestieraccio»

di Inos Biffi

L’8 settembre 1929 – esattamente ottant’anni fa – nella festa della Natività di Maria, patrona del Duomo, faceva il suo ingresso a Milano come arcivescovo, l’abate di San Paolo fuori le Mura, Ildefonso Schuster.
La sua figura non era sconosciuta alla Chiesa ambrosiana che, dal 1926 al 1928, lo aveva visto operare, in una missione non facile, come visitatore apostolico dei seminari, quando anche si trattò di progettare e di iniziare la costruzione del nuovo seminario, fuori dalla città, sulla collina boscosa di Venegono Inferiore. Fu una scelta sapiente, per la preparazione nel silenzio e nello studio di quei preti ambrosiani che, una volta scesi nelle popolose parrocchie e nei polverosi oratori, sarebbero stati educatori illuminati e zelanti pastori d’anime. Ecco perché una sua alienazione aprirebbe una ferita profonda nella memoria e nell’identità della Chiesa ambrosiana.
Specialmente il clero era stato impressionato da quel monaco raccolto, rapido, dal profilo gentile. Ne aveva, in particolare, apprezzato la cultura liturgica – egli era il celebre autore dei diversi volumi del Liber Sacramentorum:  un commento al messale romano che ancora oggi si può rimeditare e gustare – tanto il monaco di San Paolo aveva saputo cogliere e illustrare l’anima della preghiera cristiana e lo spirito delle sue vetuste formule, che egli conosceva e spiegava ai seminaristi in modo eccellente. Certo, lo stile, distinto e rispettoso, era accompagnato da una lucida e ferma determinazione, che, d’altronde, rifletteva la risolutezza perentoria di Chi lo aveva mandato e del quale, non senza una prudente mediazione, traduceva le decisioni, ossia di Pio XI, che, dopo essere stato per qualche mese sulla cattedra di sant’Ambrogio, continuava tranquillamente ancora a governarla.
L’invio di Schuster alla sede di Milano era ovviamente dovuto a lui, che lo aveva nominato a quella Chiesa il 26 giugno del 1929, gli aveva imposto il cappello cardinalizio il 18 luglio e lo aveva ordinato vescovo il 21 luglio.
È difficile conoscere per quali ragioni Pio XI, che non si incantava facilmente ed era un lucido conoscitore di uomini, abbia inviato come arcivescovo sulla cattedra di sant’Ambrogio l’abate di San Paolo, che non appariva e, di fatto, non era un uomo di governo. A Roma presiedeva un gruppo di monaci, a Milano avrebbe trovato molte centinaia di presbiteri; la sua diocesi nel Lazio si riduceva a qualche piccola parrocchia, quella ambrosiana era sconfinata. Alla sua nomina, mordacemente, il cardinale vicario Pompili aveva osservato:  « Ma come potrà reggere l’arcidiocesi lombarda, quando non riesce a governare il pollaio di San Paolo? ». Di fatto non pochi anche a Milano rimasero perplessi.
Sarebbe interessante – e ora è possibile con l’accesso agli archivi vaticani del tempo – conoscere le valutazioni di Pio XI sulle varie iniziative pubbliche o « politiche » di Schuster. Forse non tutte le scelte dell’arcivescovo di Milano, che mostrava autonomia di giudizio e tempestività di decisioni, facilitate dal suo temperamento impulsivo e ostinato, erano condivise dal Papa, col quale era in frequente contatto. D’altronde, non mancavano vescovi intelligenti, suoi suffraganei, come quello di Bergamo, Adriano Bernareggi, o di Cremona, Giovanni Cazzani, o autorevoli sacerdoti milanesi e laici riflessivi, che, di là dalla buona fede del cardinale, giudicavano non totalmente prudenti certi suoi gesti. Ma qui viene in mente quanto affermava Newman di Cirillo d’Alessandria:  « Cirillo, lo so, è un santo »; questo però non vuol dire, aggiungeva, che lo sia stato in ogni momento della sua vita o che ogni suo gesto sia stato obiettivamente impeccabile.
Questo non va dimenticato, se non si vuol ridurre a puro e sterile panegirico la biografia di Schuster, com’è stato fatto e, si fa, abitualmente. Nell’ampio e fluido elogio funebre, tenuto il 2 settembre 1954 nel Duomo di Milano, il « Porporato Pontefice dei Veneti » – così Schuster aveva definito il patriarca Roncalli – delineava con ammirevole finezza il profilo spirituale e pastorale del cardinale, monaco e pastore, appartenente alla « fortissima razza dei cenobiti » e al novero dei « grandi Vescovi della Chiesa »:  « Un prodigio coram angelis et hominibus ». E affermava:  « Egli con intenzione retta, con cuore generoso, in vista del pubblico bene, pose talvolta la sua fiducia in chi cessò poi di meritarla:  ma non cessò per questo di essere oggetto della sua carità. Attentare su questo punto alla perfetta buona fede del cardinale Schuster, alla sua lealtà nobile e grande, alla purezza della sua pietà misericordiosa, è azione inqualificabile che la voce della coscienza riprova, e che la storia a sua volta saprà smentire ».
Mentre trascorreva gli ultimi suoi giorni a Venegono, il pensiero di Schuster riandava agli anni passati a Milano, e – come aveva scritto nell’epigrafe per il suo venticinquesimo di episcopato – ringraziava Dio di averlo tradotto « incolume attraverso le dittature, i bombardamenti e gli incendi di Milano »; di averlo fatto passare per « il fuoco e la tempesta »; e di averlo condotto, sostenuto dalla « devota fedeltà del gregge al tribolato pastore », sulla via della salvezza.
Un giorno – ricorda Giovanni Colombo nei Novissima verba, che sono le sue pagine più belle – « nel vano della finestra [il cardinale] guardava in faccia al tramonto. Un tramonto di fine agosto così malinconico che pareva d’autunno inoltrato. Il cielo era tutto di un monotono grigiore cinereo:  poco più su della collina morenica che costeggia a destra l’Olona, il sole morente traspariva con una chiazza sanguigna, come fa una ferita a fior di benda ». Era di recente avvenuta la canonizzazione di Pio X, che Schuster personalmente non si attendeva. A commento l’arcivescovo dichiarava:  « Non tutti gli atti del suo governo si dimostrarono in seguito pienamente opportuni e fecondi »; ma, « altra cosa è l’incidenza più o meno felice sul piano storico di un governo ecclesiastico, altra cosa è la santità che lo anima ». « Certo pensava anche a sé – osserva Colombo – e rispondeva a interrogativi intimi. Ma su un punto la testimonianza della sua coscienza non aveva perplessità:  d’aver cercato solo e sempre in ogni pensiero e in ogni atto il Signore ». Ed è esattamente questa insonne ricerca di Dio, in un totale distacco da ogni bene terreno, che ha unificato e resa splendida ed esemplare la vita di Schuster.
Egli era uscito dal suo monastero – monasterium meum!, come amava dire evocando san Gregorio Magno – per pura obbedienza all’imperiosa volontà di Pio XI. « Quando l’onore di Dio, il servizio della Chiesa ed il bene delle anime lo esigono o lo consigliano – avrebbe scritto in Un pensiero quotidiano al giorno sulla Regola di S. Benedetto – non ci deve trattenere l’amore del « loco natio » né alcuna altra nostalgia ».
La partenza dal cenobio aveva però causato in lui una profonda sofferenza. Chiudendo la sua prima lettera pastorale, confessava di lasciare « con cuore trafitto la mia vetusta abbazia di san Paolo e il giardino fiorito della sua piccola diocesi »; mentre chi lo accompagnava nella sua discesa da Montecassino per avviarsi a Milano ricorda che, dopo aver abbracciato e benedetto i suoi confratelli, « salito in auto, scoppiò in un pianto dirotto che non poté trattenere per qualche momento ». Anche a Milano, sino alla fine dei suoi giorni, il monastero continuò ad affascinarlo con struggente nostalgia.
Ma, se « il respiro della sua vita – come ancora diceva Roncalli nell’orazione funebre – fu la preghiera in esercizio quotidiano di pietà religiosa », questo non solo non lo distraeva dalla dedizione insonne e laboriosissima alla vita attiva qual è richiesta a un pastore d’anime di milioni di fedeli, ma ne costituiva lo stimolo e la risorsa. Amava dire:  « Fare l’arcivescovo di Milano è un mestieraccio ».
D’altra parte, sempre nella sua prima lettera pastorale aveva scritto di sentirsi inviato « per dirla con una frase dell’Apostolo:  « per immolarmi sul sacrificio vostro e sulla liturgia (divino servizio) della vostra Fede »":  vi rimase fedele dal primo momento fino all’ultimo dei suoi anni trascorsi come pastore della Chiesa ambrosiana. I decenni di vita contemplativa, la sua passione per il raccoglimento della cella e soprattutto per l’azione liturgica e per l’opus Dei col suo primato, non lo ritrassero mai da questa « immolazione », anche se imprimevano qualche linea di frettolosità e di impazienza non sempre gradita.
Avvertirono il suo « sacrificio » anzitutto i sacerdoti che, pure, non mancarono di sperimentare, all’inizio del suo episcopato, una severità eccessiva, che poteva in qualche caso diventare sommaria e sbrigativa:  una severità che, dopo la tragedia della guerra e la costatazione dello zelo del presbiterio ambrosiano, finì con lo sciogliersi in una paternità sempre più indulgente e dolce.
Quanto ai fedeli ambrosiani non ebbero, fin da subito, al solo vederlo, il minimo dubbio, né la più piccola esitazione:  per essi quella delicata figura, sempre rapida e raccolta, dagli occhi vivi e dal sorriso lieve, era la figura di un santo.
In particolare, questa santità traspariva nella « devozione » con cui celebrava. Il cardinale Giacomo Biffi ha colto perspicacemente questo aspetto:  « Non era un colosso, eppure la sua presidenza veniva percepita come qualcosa di determinante e di intenso. La gente semplice correva a contemplare quest’uomo esiguo e fragile che, nelle vesti del « liturgo », diventava un gigante. « Liturgo »:  ecco la parola giusta, anche se ovviamente nessuno dei semplici la conosceva. Dunque, un liturgista insigne, ma più che altro un « liturgo » imparagonabile.
« I suoi gesti erano sempre sciolti e misurati:  non c’era niente di teatrale nella sua attitudine. Eppure il suo era davvero uno spettacolo, al tempo stesso spontaneo e affascinante. Intento insieme e assorto, era agli occhi di tutti un testimone eloquente dell’invisibile. Nessuno era più sollecito di lui, che si muoveva entro i sacri misteri con la disinvoltura di chi si sente a casa. Non ci meraviglia allora che i milanesi accorressero in Duomo all’immancabile appuntamento domenicale ».
Del resto, egli, decenni prima del Vaticano ii, ebbe lucida e acuta la percezione della teologia della liturgia. Scriveva:  la Sacra Liturgia è « la preghiera speciale che è per eccellenza la preghiera della Chiesa »; essa è la preghiera « che direttamente sgorga dal cuore della Chiesa orante ».
Schuster si spense quasi improvvisamente il 30 agosto 1954 proprio nel suo seminario. Vi era arrivato, « stremato, smagrito, sofferente », cogliendo tutti di sorpresa:  non aveva fatto mai una vacanza, e i cinque lustri di episcopato lo avevano ormai tutto consumato. L’indomita fortezza del suo animo era sempre stata racchiusa in quel corpo esile, che più volte era comparso nei luoghi più remoti e impervi della diocesi – « come un lumicino preoccupato quasi più di nascondersi che di apparire », avrebbe detto il Patriarca Roncalli nell’epicedio; ma in quei giorni la sua figura ci appariva spossata oltre misura.
Sempre nei Novissima verba Giovanni Colombo, allora rettore maggiore dei seminari milanesi, ricorda:  « L’automobile dell’Arcivescovo si fermò davanti all’atrio del Seminario verso le 18 del 14 agosto. Non pioveva più, ma una bassa nuvolaglia copriva tutto il cielo e la campagna era macera di pioggia recente ».
Non era stato facile convincerlo a lasciare il torrido episcopio di Milano per salire a quel colle, dove il riposo e l’aria salubre si sperava avrebbero rinnovato le sue energie esauste. Ma non ebbe alcun giovamento.
Si spense dopo un’agonia – che ai presenti era parsa una liturgia – e dopo aver benedetto la sua Chiesa e aver chiesto perdono di quello che aveva fatto e non fatto.
Faceva « ancora buio », come quando Maria di Magdala andò al sepolcro:  era l’ora del canto del gallo, « l’araldo del giorno », come lo chiama sant’Ambrogio, quando « la stella lucifera dalla tenebra libera il cielo ». A quell’ora nel monastero di San Paolo, dove l’abate Schuster era sempre il primo ad apparire, si scioglieva « il labbro devoto » e si elevava « la santa primizia dei canti ». A quell’ora abitualmente l’arcivescovo incominciava, pregando, la sua giornata intensa. In quell’alba la sua giornata terrena era finita:  sorgeva « il Giorno che illumina giorni » per una lode ormai perenne.
Quasi subito, dopo quell’annunzio, si avviò un pellegrinaggio orante e ininterrotto al colle del seminario:  una fiumana di gente, come fosse avvenuto tacitamente un accordo in tutta la diocesi, saliva a venerare l’arcivescovo santo e, più che a pregare per lui, ad affidarsi alla sua intercessione.
La mattina nel trasporto a Milano avrebbe percorso, tra folle innumerevoli, la sua « via trionfale » – come l’ha denominata il cardinale Colombo, che nel secolo scorso fu a sua volta un grande arcivescovo di Milano insieme a Ferrari, a Schuster e a Montini – « addobbata di arazzi, illuminata dallo sfolgorio solare ».
È importante per una Chiesa che non si spenga e non si annebbi la memoria della sua storia, e soprattutto dei suoi pastori, specialmente quando questi si presentino con il pregio raro e splendido della santità. Ecco perché sarebbe segno di avvedutezza pastorale e di sensibilità spirituale riaccenderne le figure con impegnative e studiose memorie.

Publié dans:Cardinali, diocesi |on 31 mars, 2011 |Pas de commentaires »

Lavoro: luogo di speranza?

dal sito:

http://www.diocesi.torino.it/ascolto2007/lavoro-speranza.htm

DIOCESI DI TORINO

In ascolto. Il lavoro

Lectio Divina – Quaresimale
Santuario della Consolata, 16 marzo 2007

Lavoro: luogo di speranza?
Don Daniele Bortolussi

La Chiesa è convinta che il lavoro costituisce una dimensione fondamentale dell’esistenza dell’uomo sulla terra. La Chiesa, tuttavia, attinge questa sua convinzione soprattutto dalla Parola di Dio rivelata e, perciò, quella che è una convinzione dell’intelletto acquista in pari tempo il carattere di una convinzione di fede. La ragione è che la Chiesa crede nell’uomo, pensa all’uomo e si rivolge a lui non solo alla luce dell’esperienza storica, non solo con l’aiuto dei molteplici metodi della conoscenza scientifica, ma in primo luogo alla luce della parola rivelata del Dio vivente. Riferendosi all’uomo, essa cerca di esprimere quei disegni eterni e quei destini trascendenti, che il Dio vivente, creatore e redentore, ha legato all’uomo.
La Chiesa trova già nelle prime pagine del Libro della Genesi la fonte della sua convinzione che il lavoro costituisce una fondamentale dimensione dell’esistenza umana sulla terra. L’analisi di tali testi ci rende consapevoli del fatto che in essi sono state espresse le verità fondamentali intorno all’uomo, già nel contesto del mistero della Creazione. Sono queste le verità che decidono dell’uomo sin dall’inizio e che, al tempo stesso, tracciano le grandi linee della sua esistenza sulla terra.

Genesi: Capitolo 2,1-9.15
1Così furono portati a compimento il cielo e la terra e tutte le loro schiere. 2Allora Dio, nel settimo giorno portò a termine il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro. 3Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò, perché in esso aveva cessato da ogni lavoro che egli creando aveva fatto. 4aQueste le origini del cielo e della terra, quando vennero creati.
4bQuando il Signore Dio fece la terra e il cielo, 5nessun cespuglio campestre era sulla terra, nessuna erba campestre era spuntata – perché il Signore Dio non aveva fatto piovere sulla terra e nessuno lavorava il suolo 6e faceva salire dalla terra l`acqua dei canali per irrigare tutto il suolo -; 7allora il Signore Dio plasmò l`uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l`uomo divenne un essere vivente.
8Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l`uomo che aveva plasmato. 9Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, tra cui l`albero della vita in mezzo al giardino e l`albero della conoscenza del bene e del male.
15Il Signore Dio prese l`uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse.

L’uomo è immagine di Dio per il mandato ricevuto dal suo Creatore di soggiogare, di dominare la terra. Nell’adempimento di tale mandato ogni essere umano riflette l’azione stessa del Creatore dell’universo.
Il lavoro suppone uno specifico dominio dell’uomo sulla «terra» ed a sua volta conferma e sviluppa questo dominio. Così quelle parole, poste all’inizio della Bibbia, non cessano mai di essere attuali. Esse abbracciano ugualmente tutte le epoche passate della civiltà e dell’economia, come tutta la realtà contemporanea e le fasi future dello sviluppo, le quali, in qualche misura, forse si stanno già delineando, ma in gran parte rimangono ancora per l’uomo quasi sconosciute e nascoste.
Se a volte si parla di periodi di «accelerazione» nella vita economica e nella civilizzazione dell’umanità o delle singole Nazioni, unendo queste «accelerazioni» al progresso della scienza e della tecnica e, specialmente, alle scoperte decisive per la vita socio-economica, si può dire al tempo stesso che nessuna di queste «accelerazioni» supera l’essenziale contenuto di ciò che è stato detto in questo antichissimo testo biblico. Diventando – mediante il suo lavoro – sempre di più padrone della terra, e confermando – ancora mediante il lavoro – il suo dominio sul mondo visibile, l’uomo, in ogni caso ed in ogni fase di questo processo, rimane sulla linea di quell’originaria disposizione del Creatore, la quale resta necessariamente e indissolubilmente legata al fatto che l’uomo è stato creato, come maschio e femmina, «a immagine di Dio». Questo processo è, al tempo stesso, universale ed insieme è un processo che si attua in ogni uomo, in ogni consapevole soggetto umano. Tutti e ciascuno sono contemporaneamente da esso abbracciati.
Tutti e ciascuno, in misura adeguata e in un numero incalcolabile di modi, prendono parte a questo gigantesco processo, mediante il quale l’uomo «soggioga la terra» col suo lavoro.

Questa universalità e, al tempo stesso, questa molteplicità del processo gettano luce sul lavoro umano, poiché il dominio dell’uomo sulla terra si compie nel lavoro e mediante il lavoro. Emerge così il significato del lavoro in senso oggettivo, il quale trova la sua espressione nelle varie epoche della cultura e della civiltà. L’agricoltura costituisce un campo primario dell’attività economica e un indispensabile fattore, mediante il lavoro umano, della produzione. L’industria, a sua volta, consisterà sempre nel coniugare le ricchezze della terra ed il lavoro dell’uomo, il lavoro fisico come quello intellettuale. Ciò vale anche nel campo della cosiddetta industria dei servizi, e in quello della ricerca, pura o applicata.
Oggi nell’industria e nell’agricoltura l’attività dell’uomo ha cessato in molti casi di essere un lavoro prevalentemente manuale, poiché la fatica delle mani e dei muscoli è aiutata dall’opera di macchine e di meccanismi sempre più perfezionati. Non soltanto nell’industria, ma anche nell’agricoltura, siamo testimoni delle trasformazioni rese possibili dal graduale e continuo sviluppo della scienza e della tecnica. E questo, nel suo insieme, è diventato storicamente una causa di grandi svolte della civiltà, dall’origine dell’«èra industriale» alle successive fasi di sviluppo per il tramite di nuove tecniche, come quelle dell’elettronica o dei microprocessori negli ultimi anni.
Se può sembrare che nel processo industriale «lavori» la macchina mentre l’uomo solamente attende ad essa, rendendo possibile e sostenendo in diversi modi il suo funzionamento, è anche vero che proprio per questo lo sviluppo industriale pone la base per riproporre in modo nuovo il problema del lavoro umano. Sia la prima industrializzazione che ha creato la cosiddetta questione operaia, sia i successivi cambiamenti industriali, dimostrano eloquentemente che, anche nell’epoca del «lavoro» sempre più meccanizzato, il soggetto proprio del lavoro rimane l’uomo.
Intesa in questo caso non come una capacità o una attitudine al lavoro, ma come un insieme di strumenti dei quali l’uomo si serve nel proprio lavoro, la tecnica è indubbiamente un’alleata dell’uomo. E’ un fatto, peraltro, che in alcuni casi la tecnica da alleata può anche trasformarsi quasi in avversaria dell’uomo, come quando la meccanizzazione del lavoro «soppianta» l’uomo, togliendogli ogni soddisfazione personale e lo stimolo alla creatività e alla responsabilità; quando sottrae l’occupazione a molti lavoratori prima impiegati, o quando, mediante l’esaltazione della macchina, riduce l’uomo ad esserne il servo.
La recente epoca della storia dell’umanità, e specialmente di alcune società, porta con sé una giusta affermazione della tecnica come un coefficiente fondamentale di progresso economico; al tempo stesso, però, con questa affermazione sono sorti e continuamente sorgono gli interrogativi essenziali riguardanti il lavoro umano in rapporto al suo soggetto, che è appunto l’uomo. Questi interrogativi racchiudono in sé una carica particolare di contenuti e di tensioni di carattere etico ed etico-sociale. E perciò essi costituiscono una sfida continua per molteplici istituzioni, per gli Stati e per i governi, per i sistemi e le organizzazioni internazionali; essi costituiscono anche una sfida per la Chiesa.

Per continuare l’analisi del lavoro legata alla parola della Bibbia, in forza della quale l’uomo deve soggiogare la terra, bisogna che concentriamo la nostra attenzione sul lavoro in senso soggettivo. L’uomo deve soggiogare la terra, la deve dominare, perché è una persona, cioè un essere capace di agire in modo programmato e razionale, capace di decidere di sé e tendere a realizzare se stesso. Come persona, l’uomo è quindi soggetto del lavoro.
Non c’è, quindi, alcun dubbio che il lavoro umano abbia un suo valore etico, il quale senza mezzi termini e direttamente rimane legato al fatto che colui che lo compie è una persona, un soggetto consapevole e libero, cioè un soggetto che decide di se stesso.
Il cristianesimo, ampliando alcuni aspetti propri già dell’Antico Testamento, ha operato una fondamentale trasformazione di concetti, partendo dall’intero contenuto del messaggio evangelico e soprattutto dal fatto che Gesù, il quale essendo Dio è divenuto simile a noi in tutto, dedicò la maggior parte degli anni della sua vita sulla terra al lavoro manuale, presso un banco di carpentiere. Questa circostanza costituisce da sola il più eloquente «Vangelo del lavoro», che manifesta come il fondamento per determinare il valore del lavoro umano non sia prima di tutto il genere di lavoro che si compie, ma il fatto che colui che lo esegue è una persona. Ciò vuol dire che il primo fondamento del valore del lavoro è l’uomo stesso. A ciò si collega subito una conclusione molto importante di natura etica: per quanto sia una verità che l’uomo è destinato ed è chiamato al lavoro, però prima di tutto il lavoro è «per l’uomo», e non l’uomo «per il lavoro». Dato questo modo di intendere, e supponendo che vari lavori compiuti dagli uomini possano avere un maggiore o minore valore oggettivo, cerchiamo tuttavia di porre in evidenza che ognuno di essi si misura soprattutto con il metro della dignità del soggetto stesso del lavoro, cioè della persona, dell’uomo che lo compie. A sua volta: indipendentemente dal lavoro che ogni uomo compie, e supponendo che esso costituisca uno scopo – alle volte molto impegnativo – del suo operare, questo scopo non possiede un significato definitivo per se stesso. Difatti, in ultima analisi, lo scopo del lavoro, di qualunque lavoro eseguito dall’uomo – fosse pure il lavoro più monotono, nella scala del comune modo di valutazione, addirittura più emarginante – rimane sempre l’uomo stesso.

Proprio queste affermazioni basilari sul lavoro sono sempre emerse dalle ricchezze della verità cristiana, specialmente dal messaggio stesso del «Vangelo del lavoro», creando il fondamento del nuovo modo di pensare, di valutare e di agire degli uomini. Nell’epoca moderna, fin dall’inizio dell’èra industriale, la verità cristiana sul lavoro doveva contrapporsi alle varie correnti del pensiero materialistico ed economicistico.
Ancora oggi per alcuni fautori di tali idee, il lavoro è inteso e trattato come una specie di «merce», che il lavoratore vende al datore di lavoro. Il pericolo di trattare il lavoro come una «merce», o come una anonima «forza» necessaria alla produzione, esiste sempre.
Uno stimolo per questo modo di pensare e di valutare è costituito dall’accelerato processo di sviluppo della civiltà unilateralmente materialistica, nella quale si dà prima di tutto importanza alla dimensione oggettiva del lavoro, mentre tutto ciò che è in rapporto indiretto o diretto con lo stesso soggetto del lavoro rimane su di un piano secondario. In tutti i casi di questo genere, in ogni situazione sociale di questo tipo avviene una confusione o, addirittura, un’inversione dell’ordine stabilito all’inizio con le parole del Libro della Genesi: l’uomo viene trattato come uno strumento di produzione, mentre egli dovrebbe essere trattato come suo soggetto efficiente e suo vero artefice e creatore.

Perciò, bisogna continuare a interrogarsi circa il soggetto del lavoro e le condizioni in cui egli vive. Per realizzare la giustizia sociale nelle varie parti del mondo, nei vari Paesi e nei rapporti tra di loro, sono necessari sempre nuovi movimenti di solidarietà degli uomini del lavoro e di solidarietà con gli uomini del lavoro. Tale solidarietà deve essere sempre presente là dove lo richiedono la degradazione sociale del soggetto del lavoro, lo sfruttamento dei lavoratori e le crescenti fasce di miseria e addirittura di fame. La Chiesa è impegnata in questa causa perché la considera come sua missione, suo servizio, come verifica della sua fedeltà a Cristo, onde essere veramente la «Chiesa dei poveri». E i «poveri» compaiono sotto diverse specie, in diversi posti e in diversi momenti; compaiono in molti casi come risultato della violazione della dignità del lavoro umano: sia perché vengono limitate le possibilità del lavoro – cioè per la piaga della disoccupazione -, sia perché vengono svalutati il lavoro ed i diritti che da esso scaturiscono, specialmente il diritto al giusto salario, alla sicurezza della persona del lavoratore e della sua famiglia.

Ci conviene toccare, almeno sinteticamente, alcuni problemi che definiscono più da vicino la dignità del lavoro umano, poiché permettono di caratterizzare più pienamente il suo specifico valore morale. La fondamentale e primordiale intenzione di Dio nei riguardi dell’uomo, che Egli «creò … a sua somiglianza, a sua immagine», non è stata ritrattata né cancellata neppure quando l’uomo, dopo aver infranto l’originaria alleanza con Dio, udì le parole: «Col sudore del tuo volto mangerai il pane». Queste parole si riferiscono alla fatica a volte pesante, che da allora accompagna il lavoro umano; però, non cambiano il fatto che esso è la via sulla quale l’uomo realizza il «dominio», che gli è proprio, sul mondo visibile «soggiogando» la terra. Questa fatica è un fatto universalmente conosciuto, perché universalmente sperimentato. Lo sanno gli uomini del lavoro manuale, svolto talora in condizioni eccezionalmente gravose. Lo sanno, al tempo stesso, gli uomini legati al banco del lavoro intellettuale, lo sanno gli scienziati, lo sanno gli uomini sui quali grava la grande responsabilità imprenditoriale e dirigenziale. Lo sanno i medici e gli infermieri, che vigilano giorno e notte accanto ai malati. Lo sanno le donne,che, talora senza adeguato riconoscimento da parte della società e degli stessi familiari, portano ogni giorno la fatica e la responsabilità della casa e dell’educazione dei figli. Lo sanno tutti gli uomini del lavoro e, poiché è vero che il lavoro è una vocazione universale, lo sanno tutti gli uomini.
Il lavoro è un bene dell’uomo, perché mediante il lavoro l’uomo non solo trasforma la natura adattandola alle proprie necessità, ma anche realizza se stesso come uomo ed anzi, in un certo senso, «diventa più uomo».

Confermata in questo modo la dimensione personale del lavoro umano, si deve poi arrivare al fatto che il lavoro è il fondamento su cui si forma la vita familiare, la quale è un diritto naturale ed una vocazione dell’uomo. Questi due cerchi di valori – uno congiunto al lavoro, l’altro conseguente al carattere familiare della vita umana – devono unirsi tra sé correttamente e correttamente permearsi. Il lavoro è, in un certo modo, la condizione per rendere possibile la fondazione di una famiglia, poiché questa esige i mezzi di sussistenza, che in via normale l’uomo acquista mediante il lavoro. Lavoro e laboriosità condizionano anche tutto il processo di educazione nella famiglia, proprio per la ragione che ognuno «diventa uomo», fra l’altro, mediante il lavoro, e quel diventare uomo esprime appunto lo scopo principale di tutto il processo educativo.
Nell’insieme si deve ricordare ed affermare che la famiglia costituisce uno dei più importanti termini di riferimento, secondo i quali deve essere formato l’ordine socio-etico del lavoro umano. Infatti, la famiglia è, al tempo stesso, una comunità resa possibile dal lavoro e la prima interna scuola di lavoro per ogni uomo.

Lavoro: luogo di speranza?
La nostra realtà attuale:

lavoro precario
lavoro flessibile
contratti interinali
morti sul lavoro
delocalizzaione delle imprese
disoccupazione
concorrenza
formazione continua sistema scolastico all’altezza della domanda del mercato del lavoro
educazione al lavoro delle giovani generazioni
l’uscita dal ciclo produttivo degli over 40
la fatica di creare il lavoro
la fatica di rimanere sul mercato
la responsabilità sociale delle imprese
lavoro a misura di famiglia?

La speranza
La Chiesa è chiamata ad alimentare le speranze terrene con la speranza teologale, fondata sul Dio di Gesù Cristo. La caratteristica della speranza cristiana è quella di essere certa e conclusiva, diversamente dalle altre che pur hanno alla base la ricerca del bene per l’uomo in ogni sua dimensione. Prepararsi a vivere la Pasqua meditando il mistero cristiano come culmine e fonte della nostra speranza è fondamentale, ma anche estremamente concreto.
Questo rende ragione dell’approccio del cristiano ai problemi del mondo, compresi quelli del lavoro, che non è un approccio solo tecnico-funzionale, ma innanzitutto spirituale, inteso come “vita nello Spirito di Gesù Cristo”. Di fronte alle questioni complesse che anche il mondo del lavoro offre, l’approccio spirituale rimane, per il cristiano, la chiave di lettura, la via al discernimento autentico nella ricerca di soluzioni durature e per il bene dell’uomo a tutti quei problemi che sappiamo essere presenti sulla questione del lavoro umano.
Quando il giorno di Natale risuona l’annuncio della nascita del Verbo di Dio sappiamo bene quanto il termine “logos” si possa anche interpretare come il senso ultimo di tutta la creazione, Colui che dona il senso, il significato profondo, la prospettiva ad ogni dimensione dell’uomo, e noi oggi affermiamo anche alla dimensione del lavoro. L’annuncio di Pasqua conferma questo dato, esplicitando il metodo utilizzato da Dio per proclamare questa verità profonda confermata ed alimentata proprio dall’amore inesauribile di Gesù, dimostrato nell’avere donato la sua vita per noi, in modo gratuito e incondizionato. La morte e la risurrezione di Cristo sono la risposta concreta dell’amore di Dio per l’uomo, anche nella sua dimensione del lavoro, attraverso quell’aspetto, oggi non così popolare, della “gratuità” che rimane la chiave di lettura della vita cristiana e quindi, anche del lavoro. L’attività umana intesa come lavoro dipendente o autonomo o imprenditoriale può essere ricondotta all’aspetto vocazionale e all’esperienza della gratuità, intendendo in questo modo la giusta retribuzione come un diritto, un premio, ma non in grado di esaurire totalmente il valore e il suo significato dell’opera compiuta che sempre trascendono la il valore monetario. L’uomo al centro del lavoro significa, quindi, ricondurre l’opera umana all’interno di un mistero dove, ancora una volta, Dio è protagonista e fonte del suo senso più profondo e che si riconduce, ancora una volta, alla logica del dono quotidiano della vita.

Don Daniele Bortolussi
Direttore Ufficio Pastorale Sociale e del Lavoro

Publié dans:Approfondimenti, diocesi |on 25 septembre, 2009 |Pas de commentaires »

ANGELI

dal sito:

http://www.rocciadibelpasso.it/angeli1.htm

ANGELI

L’angelo (lat. angelus, messaggero), essere di natura celeste, è l’intermediario tra Dio e gli uomini, col compito di annunciare la volontà divina. Nella tradizione biblica l’angelo, di cui non si riferisce esplicitamente la natura o la sua creazione da parte di Dio, è personaggio diffusissimo fin dalle prime pagine della Bibbia. Messaggero straordinario di Dio, l’angelo è latore presso il popolo della volontà di Dio, esegue le sentenze e le punizioni di Dio, guida il popolo di Dio attraverso il deserto.
Dio è spesso inteso come dimorante in una corte celeste, circondato da schiere angeliche che stanno attorno al suo trono (I Re 22, 19-22; Salmi 29 e 148). Talvolta vi è la menzione di una particolare schiera angelica a fianco di Dio come i cherubini che sostengono il suo trono e custodiscono l’ingresso dell’Eden o dei serafini che proclamano la santità di Dio.
Un angelo particolare, ricordato nell’Antico Testamento, è il cosiddetto « angelo del Signore », che s’identifica con Dio stesso manifestantesi in forma sensibile (Genesi 22, 11-15; Esodo 3,2). Nelle tradizioni posteriori all’esilio si sviluppa la nozione degli angeli protettori dei vari popoli (Daniele 10, 13-21) che trova seguito sia nella letteratura apocalittica apocrifa sia nella tradizione cristiana. Alcuni libri dell’Antico Testamento, inoltre, riferiscono nomi personalizzati di angeli: tali sono Raffaele e Gabriele nel Libro di Tobia e Michele nel Libro di Daniele.
Nel Nuovo Testamento, gli angeli compaiono spesso in relazione ad avvenimenti centrali della vita di Gesù: l’annunciazione, la nascita, le tentazioni nel deserto, l’agonia nel Getzemani, la resurrezione. Importante è il ruolo degli angeli nella letteratura apocalittica del Nuovo Testamento: essi separano i peccatori dai buoni nel giudizio universale, sono presenti in occasione della seconda venuta di Cristo, hanno il compito di radunare gli eletti.
Gli angeli sono frequentemente ricorrenti nelle lettere di san Paolo, spesso distinti in varie classi (potenze, potestà, signorie, principati, troni) senza che sia possibile intravvederne le differenze.
Paolo mette in guardia pure da un culto superstizioso degli angeli, probabilmente in polemica con alcune tendenze gnostiche.
La riflessione teologica dedicò agli angeli grande considerazione. Presso i padri della Chiesa sono frequenti i riferimenti a creature angeliche; in particolare Origene affrontò per primo in maniera sistematica il problema dell’origine e della natura degli angeli, affermando l’identità di origine e di natura di tutte le creature intelligenti, create buone da Dio prima della creazione del mondo. Tuttavia, mentre alcune persistettero nell’amore verso Dio, altre se ne allontanarono in misura più o meno rilevante. Gli angeli, suddivisi in categorie diverse secondo le funzioni, sono appunto gli spiriti intelligenti rimasti fedeli a Dio, a differenza di quelli che, in proporzione alla gravità delle cadute, sono diventati demoni.
Il problema dell’organizzazione gerarchica del mondo angelico trovò la sua più ampia elaborazione nell’opera dello Pseudo-Dionigi Areopagita (VI sec.), il quale divise gli angeli in nove cori secondo un raggruppamento gerarchico tripartito: serafini, cherubini, troni; dominazioni, virtù, potestà; principati, arcangeli, angeli. Lo Pseudo-Dionigi offrì altresì un’elaborata dottrina sulle loro funzioni, accolte, sia pure con alcune riserve, dagli autori cristiani compreso Tommaso d’Aquino.
Il magistero ecclesiastico, presupponendo una fede popolare nell’esistenza degli angeli, li ha definiti esseri puramente spirituali, non esistenti da tutta l’eternità ma creati nel tempo. Tali tesi sono contenute nel decreto Firmiter del IV concilio Lateranense (1215), sostanzialmente ripreso dalla costituzione Dei Filius del concilio Vaticano I (1870). Un richiamo alla costituzione dogmatica Dei Filius è presente nel cosiddetto « Credo del popolo di Dio » di Paolo VI (1968): Dio creatore fece le cose visibili « come questo mondo per cui passa la nostra vita caduca » e le cose invisibili « come i puri spiriti che sono anche chiamati angeli ».
La parola « angelo » deriva dal greco « aggelos » che vuol dire letteralmente « messaggero »: egli porta personalmente il messaggio di Dio, la sua volontà si identifica con la volontà di Dio, egli stesso esiste come emanazione della Divina Volontà. Questo non vuol dire che l’angelo non abbia una volontà propria, ma che egli ha spontaneamente e liberamente accettato la volontà di Dio, altrimenti non si giustificherebbe la scelta, da parte di alcuni angeli, di ribellarsi a Lui e diventare demoni.
Il fatto che ogni angelo abbia una propria volontà implica che ha anche un proprio carattere, più che altro, un’attitudine particolare. Da queste attitudini particolari derivano i nomi di queste creature eteree, nomi che, in genere, sono composti da due parti: una prima che indica l’attitudine, diversa per ciascuno, ed una seconda parte, un suffisso, « El » o « Yah » che vuol dire « Dio ». Abbiamo così:

Micha-El (Michele) = Chi è come Dio?
Gabri-El (Gabriele) = Potenza di Dio
Rapha-El (Raffaele) = Dio guarisce
Uri-El (Uriele) = Fuoco di Dio
Azar-Yah (Azaria) = Aiuto del Signore ecc.
La funzione degli angeli è quella di fare da tramite tra noi e Dio, in quanto, pur essendo immortali, sono pur sempre creature e quindi ad uno stadio intermedio tra noi, creature umane, e Dio, Creatore. Ma Dio fa anche di più: designa per ciascuno di noi un angelo che ci custodisca e che ci guidi. Non solo, ma mette miriadi di angeli al servizio della creazione.

Nel 1915 a Fatima, prima delle apparizioni della Madonna che avverranno due anni dopo, si presenta ai tre pastorelli una figura luminosa che si autodefinisce « Angelo della Pace » e « Angelo del Portogallo ».
Pertanto è lecito pensare che, oltre all’angelo custode di ogni singolo uomo, ci siano altri angeli con particolari compiti: la custodia della famiglia, della città, degli elementi, ecc……
L’angelo custode ci segue dalla nascita alla morte e anche oltre: infatti, nel caso di un’anima che debba passare per il Purgatorio per purificarsi, rimane con essa a consolarla e a intercedere presso Dio presentandogli i suffragi che vengono fatti su questa terra.
Maria Valtorta, nei quaderni dal 1945 al 1950, il 16 luglio 1947 scrive quanto le comunica Azaria, il suo angelo custode:

« La missione dell’angelo custode si crede che cessi con la morte del custodito. Non è così sempre. Cessa alla morte del peccatore impenitente con sommo dolore del suo angelo custode. Si trasfigura in gioia gioconda e eterna alla morte di un santo che dalla terra passa in Paradiso senza soste purgative. Ma continua quale era, come protezione che intercede e ama il suo affidato, per coloro che dalla terra passano al Purgatorio per espiare e purificarsi. Allora noi, gli angeli custodi, preghiamo con carità per voi davanti al trono di Dio, e, uniti alle nostre orazioni d’amore, presentiamo i suffragi che sulla terra vi applicano parenti ed amici. E’ dolce il legame che ancora ci unisce a voi purganti. E giubiliamo vedendo l’Amore sempre più placato verso voi, e voi sempre più degne del suo Regno. E quando la Luce ci ordina « Vai a trarlo fuori per portarlo qui », più veloci delle saette noi ci precipitiamo a portare un attimo di Paradiso che è conforto a coloro che ancora restano ad espiare là nel Purgatorio, e stringiamo a noi l’anima amata per la quale operammo e soffrimmo, e risaliamo con lei insegnandole l’osanna paradisiaco.
I due più dolci attimi nella missione dei Custodi, sono quando la Carità ci dice « Scendi, perché un nuovo uomo è generato e tu lo devi custodire come gemma che mi appartiene » e quando possiamo salire con voi al Cielo. Ma il primo è meno del secondo. Ma come si trema per la vostra fragilità da quando vi si prende in custodia, così sempre si palpita dopo ogni vostra vittoria, perché il nemico del Bene è vigile a tentare di abbattere ciò che lo spirito costruisce. Perciò gioioso è l’attimo in cui entriamo con voi nel Cielo, perché nulla più può distruggere ciò che è ormai compiuto. »

Gli angeli intervengono nella nostra vita con suggerimenti, ispirazioni, consigli che non è sempre facile percepire nella nostra vita convulsa. E’ come quando ci troviamo in mezzo ad una folla vociante e non riusciamo a sentire il richiamo di un amico. Occorre far silenzio dentro e fuori di sé, occorre la preghiera. Dio ci lascia liberi di fare il male e l’angelo custode rispetta tale libertà. Dobbiamo essere noi, pregando, a chiedere la sua protezione in tutti, e dico tutti, i momenti della nostra vita.
Invochiamo i nostri angeli custodi:

al mattino, quando ci svegliamo, perché ci guidino durante la giornata;
sul lavoro, perché diventi esso stesso testimonianza di Dio;
quando guidiamo l’auto, perché non facciamo incidenti, chiedendogli anche di guidare gli automobilisti che incontriamo lungo la strada;
per i nostri figli e i nostri cari;
per i nostri amici e per i nostri nemici;
per coloro che hanno bisogno della loro protezione ma non li invocano;
per i peccatori;
per coloro che soffrono;
per coloro che muoiono.
Ma soprattutto, quando ci aspetta un incontro difficile, non dobbiamo dimenticare mai di inviare il nostro angelo custode dall’angelo custode del nostro interlocutore. Questo evita molti problemi e mette a posto molte situazioni……e funziona sempre!
Ricordiamo sempre che quando facciamo del bene o del male a qualcuno, ci sono due testimoni davanti a Dio, il nostro angelo custode e l’angelo custode di colui cui sono dirette le nostre azioni, buone o cattive che siano.
Impariamo ad ascoltare la loro voce, chiediamo loro di guidare i nostri pensieri, affinché siano sempre buoni, e soprattutto invochiamoli spesso.


 

« ….Vi ricordo che voi pregate poco gli Angeli, poco li invocate. Essi fanno molto per voi. Essi combattono il male. Pregate le Legioni degli Angeli e il Signore Gesù, che combattano il male. Dì a tutti di pregare così:

Legioni di esseri perfettissimi di Dio: Angeli, Arcangeli, Cherubini, Serafini, Principati, Potestà, in tutta la vostra luce e la vostra maestà, con a capo nostro Signore, combattete il male che spesso ci minaccerà. Esseri
perfettissimi, esseri di bontà, proteggete dal maligno questa umanità. »

Belpasso, 18 maggio 1986

 Fonti Bibliografiche:

A V. – Jubilaeum – Rizzoli
M.Valtorta – I quaderni dal 1945 al 1950 – Centro Editoriale Valtortiano
M.Calvagno – Il diario di Rosario Toscano

Publié dans:diocesi |on 19 mai, 2009 |Pas de commentaires »

“Essere capaci di vivere alla presenza di Dio, srotolando ogni giorno la speranza e vivendo con gratitudine unita alla sapienza.”

dal sito:

http://www.chiesacattolica.it/pls/cci_new/BD_EDIT_DOC_TXT.edit_documento_dioc?p_id=921315

Diocesi di ANCONA – OSIMO – S.E. Rev.ma Mons. EDOARDO MENICHELLI  


OTTAVA DI  NATALE (Nm 6, 22–27; Sal 66; Gal 4, 4–7; Lc 2,16–21)                   
CATTEDRALE DI SAN CIRIACO      Mercoledì 31 dicembre 2008
 
“Essere capaci di vivere alla presenza di Dio, srotolando ogni giorno la speranza e vivendo con gratitudine unita alla sapienza.”


“Te Deum Laudamus.”
“Si noi ti lodiamo o Dio e ti proclamiamo Signore. O eterno Padre, tutta la terra ti adora.“
Così carissimi la Chiesa oggi ci fa pregare e lodare Dio, mentre consegniamo agli archivi della memoria  un’altra porzione di tempo che ci è stata donata e che abbiamo vissuto tra gioie e dolori, tra speranze e tribolazioni nell’ amore provvidente di Dio che è Creatore e Padre.
Eccoci dunque alle ultime ore dell’anno.
Attraverso i cultori di antiche scaramanzie e  anche di godereccie frenesie abbiamo instaurato alcuni riti: abbandoniamo le cose vecchie, brindiamo al tempo nuovo, ci affidiamo ai falsi conoscitori del futuro, ci culliamo in oroscopi più o meno rallegranti.
Carissimi questa è una ritualità che, i giorni che viviamo, ci invitano a fare.
Noi lasciamo questi riti, prenderemo anche noi una piccola goccia di spumante che rallegra l’anima e con spirituali sentimenti facciamo tesoro di quanto Dio, Padre buono, ci ha donato e ci dona.
Qui c’è un primo pensiero che mi piacerebbe sottolineare insieme a voi e alla quale non ci pensiamo mai; ci è donato il tempo che non paghiamo, fra le altre cose ci sono rimaste due cose che non paghiamo: il tempo e l’ aria…  Il sole lo paghiamo quando andiamo in spiaggia…
C’è donato il tempo, e dentro il tempo celebriamo la bellezza della vita e non ce ne accorgiamo, celebriamo la sua irripetibilità e la sua originalità, celebriamo la sua santità.
Il tempo, carissimi, è misura e manifestazione del nostro limite; siamo tutti a tempo e ciò è misura e manifestazione della nostra provvisorietà ma, per converso, è omaggio alla perennità,all’onnipotenza, all’eternità di Dio.
Noi siamo nel tempo, Lui è fuori del tempo, scherzosamente noi possiamo dire, noi abbiamo
l’ orologio, Dio no!
Mentre viviamo questo passaggio di calendario nella continuità dei giorni, sarà utile alimentare le dimensioni spirituali e le scelte di vita orientate a far crescere in noi tutto ciò che si fa benedizione, cioè pienezza di bene e di pace; e queste scelte ci aiutino ad allontanare la maledizione che è paura e dolore.
Quali sono questi gesti e pensieri orientati a far crescere la benedizione?
Innanzi tutto la gratitudine, noi siamo qui per dire grazie, per la verità siamo pochi, pazienza, è successo a Gesù stesso; vi ricordate Gesù, guarì dieci lebbrosi e quanti ne ritornarono? Solamente uno…
L’ uomo di oggi ha perso il senso della gratitudine ha coniugato in modo forte solo il diritto di avere.  
Il diritto di avere la vita che non è sua, il diritto di avere il pane anche quando non se lo guadagna, ha diritto a star bene senza sapere che è fragile, ha diritto ad avere tutto e non dice mai grazie.
Noi questa sera siamo qui per dire grazie a Dio e vorrei che lo dicessimo con letizia, con gioia, dicendo grazie a Dio a nome di tutti e per tutti.
Sembrerebbe che la gratitudine non avesse più domicilio tra le strade degli uomini, piuttosto sembra che siamo dentro la storia arrabbiata, confusa.
Mi piacerebbe fare qualche piccola irruzione questa sera in qualche discoteca, in qualche ristorante di lusso, in qualche casa, per dire: “avete detto grazie di vivere…?”
Purtroppo non mi è possibile, non è bene che il Vescovo lo faccia, anche se ho molto desiderio di questo e lo vivo come tentazione da scacciare, vorrei che lo faceste voi a casa, nei confronti dei figli, dei nipoti.
L’ altro giorno un sacerdote mi ha riferito che ad un ragazzo cresimando gli ha detto “non ti ho visto a Messa a Natale!” la risposta: “ Ti faccio vedere il telefonino, avevo la partita a tennis, ecco le foto…!”   Figlioli siamo messi male, quando l’ uomo non dice più grazie né a Dio, né ai propri simili, significa che la storia si è imbarbarita…
Questo possiamo raccontarcelo senza acrimonia verso qualcuno, ma dobbiamo cominciare a dire le cose con serena verità.
Un secondo pensiero.
Vorrei che questa preghiera fosse un atto di fede, ci desse la capacità di leggere il tempo come tempo ricolmo della presenza di Dio, anche se avvertiamo, sperimentiamo il disagio del male non deve allontanarsi da noi la certezza e la verità che Dio  stesso ci ha testimoniato in Gesù Cristo, la cui Incarnazione, nascita tra di noi, ha orientato il tempo e la storia verso la benedizione.
Dice la Scrittura: “In Te saranno benedette tutte le famiglie della terra” e come si fa a non pensare il tempo, come un tempo ricolmo della presenza di Dio quando sappiamo che il Dio Gesù si è scritto nella nostra anagrafe.  
Dio ha posto il suo nome in tutte le cose e su di noi; ha posto il suo timbro questo è il seme di benedizione e questo ogni credente deve sapere e vivere.
Tutto ciò possiamo riassumerlo in un’espressione: “Essere capaci di vivere alla presenza di Dio”.
Un terzo pensiero.
Vedere il tempo, ognuno di noi faccia il proprio calcolo per vedere quanti anni ha già celebrato.
Celebrare il tempo come un grembo, portatore di novità.
Questo è il criterio e  illuminazione per la vita e questo criterio ed illuminazione si chiama speranza Quanti di noi nel Dicembre 2007 poteva pensare le cose che sarebbero successe in questo anno? Nessuno! Il tempo  ci porta sempre qualcosa di nuovo!
Qual è il nostro compito?
Il compito dei credenti in Dio, quindi tutti, e il compito dei discepoli di Gesù Cristo, noi, è quello di srotolare la speranza, la fiducia ed il sapore pieno della vita.
Quando voi srotolate un tappeto lungo, prendete questo gesto dello srotolare come  un impegno personale rispetto alla speranza, ogni giorno una piega nuova della speranza.  
Questo  compito,carissimi, è urgente!   Soprattutto quando si fanno fitti i percorsi ed i meccanismi della sfiducia e oggi siamo dentro questi percorsi: “non se ne può più”,“tutto in abbandono”, quando i tessuti di bene tendono a logorarsi, occorre arricchire il cuore con la prepotenza della speranza, facendola diventare decisione e alimentazione per il bene tutto ciò è testimonianza di fiducia e di affidamento in Dio Padre provvidente e risposta alla malizia e alla paura che i giorni della storia ora alimentano, ora suscitano, ora addirittura nutrono.
Non siamo carissimi dentro il cerchio asfissiante del destino, piuttosto  dentro il progetto di amore di Dio.  
Tutto questo vorrei che diventasse per noi anche una specie di abbandono al linguaggio, non parlate più del destino, il destino,ripeto, è un cerchio asfissiante, noi siamo nel progetto di amore di Dio, tutti!
Un quarto e ultimo pensiero.
Vivere con gratitudine unita alla sapienza.   Non basta solo dire grazie, come ho detto all’ inizio, occorre dire grazie e vivere con sapienza.
Cosa vuol dire tutto questo?
Ricordare alcune verità carissimi! Niente di noi è nostro! Niente di ciò che ci fa vivere è nostro!
Tutte le cose che ci circondano sono nostre?
Niente è per noi possedimento duraturo.   Questa è la sapienza, se ponessimo attenzione e vivessimo queste cose, si vivrebbe sereni e non arrabbiati!
Vi faccio fare un’osservazione curiosa: chi è più felice, non ai nostri occhi ma nella realtà, un barbone o un impegnato nella finanza o un imprenditore….
E’ più felice il barbone! Ne ho sentiti tanti di loro, ma io sono contento così, ringrazio Dio !
Ho detto un esempio strano, cercate di comprendere bene! 
Niente è per noi possedimento duraturo!
Non è una situazione di condanna, piuttosto la verità della finitezza dell’ essere creature e non creatori, vivere con gratitudine e sapienza tenuti nel palmo delle mani di Dio, sapere questo, diventa sorgente del grazie detto e cantato ogni giorno, diventa armonia tra la nostra libertà e l’essere nella volontà di Dio, diventa serenità per il giorno in cui Dio verrà a riportarci a casa, la sua, fatta di pace e di luce fuori di ogni turbamento. 
Carissimi!
Nel pregare con voi per ringraziare Dio, nel pregare con voi per invocare la Sua misericordia su tutti e nel pregare con voi per un anno da vivere secondo la volontà di Dio, dobbiamo  ricordare che ci è data la vita e il tempo per il bene, solo se faremo questo, il bene, il “Te Deum” sarà vero canto di credenti veri.
Amen!
 
(Il testo dell’ omelia è stato trascritto direttamente dalla registrazione, senza revisioni da parte dell’ autore ).
 
31/12/2008  S.E. Rev.ma Mons. EDOARDO MENICHELLI 

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