Archive pour la catégorie 'dalla Chiesa'

Arcivescovo Celli: i media cattolici, un aiuto per chi ha nostalgia di Dio

12/02/2008, dal sito:
http://www.zenit.org/article-13470?l=italian

 

 Arcivescovo Celli: i media cattolici, un aiuto per chi ha nostalgia di Dio 

 

Parla il Presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali 

 

MADRID, martedì, 12 febbraio 2008 (ZENIT.org).- Il Presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, l’Arcivescovo Claudio Maria Celli, ha affermato che i media cattolici devono essere “una mano tesa a tanta gente che cerca e ha una profonda nostalgia di Dio”. 

Ciò che si vuole è “una Chiesa vicina, che non è chiamata a condannare, ma che sa amare questo mondo, così come lo amava Gesù. Che ha la capacità di ascoltare e di comprendere l’uomo”, ha aggiunto nel suo intervento all’Assemblea dei Delegati Diocesani dei Mezzi di Comunicazione Sociale, in svolgimento a Madrid. 

Riflettendo sul tema le “Sfide della Comunicazione Ecclesiale”, il Presidente del Pontificio Consiglio ha sottolineato che sono i vari contesti e le varie culture a richiedere “modalità diverse di presenza e di linguaggio” e ha affermato che “anche se la visibilità della Chiesa nei mezzi di comunicazione non garantisce che stia evangelizzando, un’assenza di visibilità è segno di carenza nell’evangelizzazione”. 

Per questo monsignor Celli ha dichiarato che è necessario sapere qual è l’immagine della Chiesa che la gente percepisce, visto che “questa percezione condiziona la missione che ci è affidata”. 

“Non tanto nelle nostre strutture o nei nostri doveri – osserva –, quanto nel modo in cui inculturiamo il messaggio del Vangelo affinché illumini le preoccupazioni più profonde delle persone”. 

Il Presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali ha riconosciuto che esiste una serie di difficoltà che la Chiesa deve porsi di fronte ai media: “rispetto al messaggio della fede si privilegia lo spettacolo; rispetto alla tradizione si privilegiano le novità; rispetto ai beni spirituali, i fenomeni tangibili; rispetto alla struttura ecclesiale, la democrazia liberale; rispetto al Magistero, si privilegiano i dissidenti; rispetto alla complessità teologica, la banalità della comunicazione”. 

In questo contesto, monsignor Celli ha affermato che i problemi della presenza della Chiesa nei media sono diversi, dipendendo dagli elementi culturali, e ha spiegato che il ruolo di una radio cattolica in Spagna non è lo stesso che in America Latina o in Africa. 

Nel corso del suo intervento, il presule ha anche alluso al Messaggio del Papa per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali e ha spiegato che “colloca i comunicatori di fronte alla necessità di prendere decisioni” e diventare “servitori di una società libera democratica e partecipativa”. 

Monsignor Celli ha concluso esprimendo il suo apprezzamento nei confronti delle persone che lavorano nei mezzi di comunicazioni, che “non sempre sono valorizzate nel loro sforzo di servizio alla verità”. 

 

Publié dans:dalla Chiesa, ZENITH |on 12 février, 2008 |Pas de commentaires »

Un Anno Paolino per risvegliare il senso dell’identità cristiana

08/02/2008, dal sito:
http://www.zenit.org/article-13433?l=italian 

Un Anno Paolino per risvegliare il senso dell’identità cristiana 

Parla monsignor Luigi Padovese, Vicario apostolico dell’Anatolia 

di Antonio Gaspari

 ANKARA, venerdì, 8 febbraio 2008 (ZENIT.org).- In una intervista rilasciata a ZENIT, monsignor Luigi Padovese, Vicario apostolico dell’Anatolia e Presidente della Conferenza Episcopale Turca (CET), ha illustrato i programmi e le finalità del giubileo paolino (28 giugno 2008 – 29 giugno 2009) indetto dal Pontefice Benedetto XVI. 

Monsignor Padovese ha spiegato che “c’è un gran movimento per organizzare i viaggi dei pellegrini e del turismo nei luoghi paolini, ma la componente religiosa è quella trainante. La finalità è di risvegliare nei cristiani di Turchia e del mondo la coscienza della propria identità”. 

Il Vicario apostolico dell’Anatolia, che è anche un grande studioso della Chiesa delle origini, ha rilevato che San Paolo “ha dato un respiro universale alla realtà cristiana ed h messo in evidenza che il cristianesimo è novità più che continuità”. 

“Perché – ha aggiunto il presule – come diceva Tertulliano ‘cristiani non si nasce ma si diventa’ e Paolo ci aiuta a capire dove siamo e chi siamo. Paolo ricorda l’identità cristiana”. 

“Non si tratta solo della continuità della religione giudaica – ha continuato il Presidente della CET – i legami ci sono e vanno riconosciuti, però, l’incarnazione è un salto qualitativo enorme”, così come va al di là di ogni immaginazione “lo scandalo della Croce e la Resurrezione”. 

Secondo monsignor Padovese, il giubileo paolino “è un’occasione per far conoscere ai cristiani di tutto il mondo l’importanza dell’apostolo Paolo”, con particolare riferimento alla storia della sua missione svolta in Turchia. 

“In quei tempi – ha ricordato il Vicario apostolico – questa zona era più florida e ricca, un punto di incontro per culture, popoli e religioni che ha permesso l’inculturazione e l’espansione del cristianesimo”. 

L’Anno Paolino ha anche una grandissima valenza di carattere ecumenico. A questo proposito il Presidente della CET ha raccontato a ZENIT dell’incontro che si è svolto a Tarso il 25 gennaio scorso. 

Alla messa solenne svoltasi nella chiesa trasformata in museo, hanno concelebrato insieme a monsignor Padovese, il Vescovo di Padova, monsignor Antonio Mattiazzo, monsignor Gregorios Melki Urek, Vescovo siriaco di Adiyaman e monsignor Joseph Amis Abi Aad, Vescovo maronita di Aleppo. 

Era presente anche un gruppo di 16 religiosi francescani e tre sacerdoti secolari della provincia di Foggia, due segretari di Vescovi e diversi sacerdoti locali. Presenti anche diverse religiose e un gruppo numeroso di fedeli. 

Nel pomeriggio si è svolta la preghiera ecumenica per l’unità dei cristiani a cui si sono aggiunti sacerdoti della Chiesa ortodossa, il pastore evangelico di Adana, e un vasto gruppo di fedeli proveniente da Mersin, Adana e Iskenderun. 

Ed è proprio per dare un ulteriore impulso al dialogo ecumenico che la CET ha voluto coinvolgere anche le altre chiese nella preparazione dell’Anno Paolino. In questo contesto monsignor Padovese ha incontrato il Patriarca Bartolomeo I, il Matriarca armeno Mutafyan e il Metropolita siro ortodosso di Istambul. 

Le autorità turche si sono dette molto interessate all’Anno Paolino, “anche se – ha rilevato il Vicario Apostolico –, non hanno dato risposta alla richiesta di costruire una chiesa a Tarso dedicata a San Paolo”. 

La richiesta avanzata per la prima volta dall’Arcivescovo di Colonia, il Cardinale Joachim Meisner, è stata riproposta da monsignor Padovese, ma le autorità non si sono ancora pronunciate. 

Il Vicario Apostolico ha quindi preannunciato l’apertura del Giubileo di San Paolo, in un incontro che si svolgerà a Tarso il 21 giugno e a cui parteciperanno le autorità civili di Ankara, il Cardinale Walter Kasper, Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani e i dirigenti delle Chiese Ortodosse. 

In occasione del bimillenario di san Paolo, la CET ha pubblicato una Lettera pastorale in cui è scritto: « Prima di essere cattolici, ortodossi, siriani, armeni, caldei, protestanti, siamo cristiani. Su questa base si fonda il nostro dovere di essere testimoni. Non lasciamo che le nostre differenze generino diffidenze e vadano a scapito dell’unità di fede; non permettiamo che chi non è cristiano s’allontani da Cristo a motivo delle nostre divisioni ». 

Inoltre verranno ripubblicate le Lettere di San Paolo in lingua turca, con l’intento di svolgere uno studio approfondito utile ai cristiani ed ai cattolici in particolare. 

Monsignor Padovese ha poi rivelato l’intenzione di pubblicare un piccolo Catechismo paolino, che illustri come san Paolo affrontava i vari temi dell’identità cristiana. 

Sono già molte le richieste dalla Francia, dalla Germania, dall’Italia, di pellegrinaggi nei luoghi paolini e cioè Antiochia, Tarso, Antiochia di Pisidia, Efeso, Mileto, la Galazia e Colossi. A questo proposito, il Vicario apostolico si è detto convinto che ci sarà un flusso continuo di pellegrini. 

Dal punto di vista archeologico e storico, monsignor Padovese ha affermato che nel corso degli anni “il cristianesimo è stato cancellato tantissimo”, ma se si gratta sotto la superficie “si può trovare ancora molto della presenza cristiana”. 

“Nelle grandi città – ha fatto notare il Presidente della CET – tante chiese sono state perse e tante altre trasformate in moschee”. A Tarso per esempio “c’era una bellissima chiesa a pianta basilicale che attualmente è una moschea”. 

“Ma in periferia tracce del cristianesimo sono ancora visibili”, ha sottolineato il presule. “Ad Antiochia di Pisidia per esempio è stata ritrovata una chiesa dedicata a san Paolo, dove l’Apostolo fece il discorso sulla missionarietà”. 

Ad Efeso una archeologa austriaca ha messo in luce una grotta con dei graffiti e affreschi che ricordano il ciclo degli atti apocrifi di Paolo e Tecla. 

“D’altro canto – ha ricordato monsignor Padovese – è in Turchia dove san Paolo ha svolto prevalentemente il suo apostolato. Gli studiosi sostengono che su 10.000 miglia che Paolo avrebbe percorso, buona parte li ha percorsi in Turchia. E basterebbe prendere in mano gli Atti degli Apostoli per rendersi conto di quanto Paolo ha vissuto e percorso le terre dell’attuale Turchia”. 

Tra le tante iniziative, il Vicario apostolico dell’Anatolia ha menzionato anche l’idea di organizzare un pellegrinaggio internazionale per giovani a Tarso e Antiochia e il Pellegrinaggio nazionale dei cattolici di Turchia nel mese di ottobre. 

Publié dans:dalla Chiesa, ZENITH |on 8 février, 2008 |Pas de commentaires »

“Non una massa di cellule, ma uomo e figlio”

04/02/2008, dal sito: 

http://www.zenit.org/article-13382?l=italian 

“Non una massa di cellule, ma uomo e figlio” 

Il Cardinale Caffarra invoca la luce della cultura della vita 

BOLOGNA, lunedì, 4 febbraio 2008 (ZENIT.org).- Nell’omelia per la celebrazione eucaristica del 2 febbraio, nel Santuario di San Luca, sul colle della Guardia che sovrasta Bologna, il Cardinale Carlo Caffarra ha ribadito che il concepito è “uomo e figlio”, e che le tenebre della cultura della morte verranno illuminate dalla cultura della vita. 

Prendendo spunto dalla lettura del Vangelo (Gv 10,14) in cui il Signore, prendendo la posizione di chi è calpestato e ucciso, afferma “io sono il buon pastore … io offro la mia vita per le pecore”, l’Arcivescovo di Bologna ha sottolineato che “la rivelazione che Dio fa di se stesso (…) è la radice più profonda della nostra testimonianza al valore assoluto ed incondizionato della persona già concepita e non ancora nata”. 

Secondo il porporato, “la misteriosa identificazione che Cristo pone fra Sé ed il ‘piccolo’, è eminente nel caso del concepito”, per questo anche oggi “Egli è qui: è presente nella persona più povera, più debole, più indifesa che esista, quella già concepita e non ancora nata”. 

Del concepito, ha spiegato il Cardinale Caffarra, “è stato detto che è una ‘massa di cellule’, ma nella realtà egli è una persona umana. E chi dice persona umana dice ‘ciò che di più perfetto esista nell’universo’”, ha detto citando San Tommaso d’Aquino. 

L’Arcivescovo di Bologna ha quindi affermato che “di fronte al concepito non ancora nato si svelano i pensieri di molti cuori” cioè “si svela ciò che il cuore dell’uomo pensa dell’uomo; si svela quale sia la misura di cui si serve per misurare la sua dignità”. 

“Il concepito è solamente ‘uomo’ – ha sottolineato il cardinale Caffarra –, con una sola qualifica, quella di ‘figlio’. La prima basta per denotare una dignità che non ha prezzo; la seconda che merita di essere voluto ed amato”. 

“Dio ci liberi, miei cari fratelli e sorelle, dalle tenebre di una ‘cultura della morte’ e ci faccia passare alla luce di una ‘cultura della vita’”, ha quindi concluso. 

Publié dans:cultura della vita, dalla Chiesa, ZENITH |on 5 février, 2008 |Pas de commentaires »

Il Cardinal Tettamanzi ai divorziati: “La Chiesa non vi ha dimenticati! »

dal sito:

http://www.cardinalrating.com/cardinal_113__article_6591.htm

 

  

Il Cardinal Tettamanzi ai divorziati: “La Chiesa non vi ha dimenticati! »
Jan 26, 2008 


“Il Signore è vicino a chi ha il cuore ferito”, lettera dell’Arcivescovo di Milano.

MILANO, martedì, 22 gennaio 2008 (ZENIT.org).- Non poter accedere alla comunione eucaristica non significa essere esclusi dalla vita della Chiesa, ha ricordato l’Arcivescovo di Milano, il Cardinale Dionigi Tettamanzi.

Il porporato lo afferma ne “Il Signore è vicino a chi ha il cuore ferito”, Lettera agli sposi in situazione di separazione, divorzio e nuova unione (Centro Ambrosiano, 24 pagg., prezzo 3 euro).

L’“impossibilità di accedere alla comunione eucaristica per gli sposi che vivono stabilmente un secondo legame sponsale”, ha osservato, non implica un giudizio “sul valore affettivo e sulla qualità della relazione che unisce i divorziati risposati”.

“Il fatto che spesso queste relazioni siano vissute con senso di responsabilità e con amore nella coppia e verso i figli è una realtà che non sfugge alla Chiesa e ai suoi pastori”, ha riconosciuto.
“È comunque errato ritenere che la norma regolante l’accesso alla comunione eucaristica significhi che i coniugi divorziati risposati siano esclusi da una vita di fede e di carità vissute all’interno della comunità ecclesiale”, perché “la vita cristiana ha il suo vertice nella partecipazione piena all’Eucaristia, ma non è riducibile soltanto al vertice”.

Per questo motivo, il Cardinal Tettamanzi ha chiesto ai divorziati risposati di “partecipare con fede alla Messa” pur non potendo comunicarsi, perché “la ricchezza della vita della comunità ecclesiale resta a disposizione e alla portata anche di chi non può accostarsi alla santa comunione”.

“Anche a voi è rivolta la chiamata alla novità di vita che ci è donata nello Spirito. Anche a vostra disposizione sono i molti mezzi della Grazia di Dio. Anche da voi la Chiesa attende una presenza attiva e una disponibilità a servire quanti hanno bisogno del vostro aiuto”, ha scritto.

“Penso anzitutto al grande compito educativo che come genitori molti di voi sono chiamati a svolgere e alla cura di relazioni positive da realizzare con le famiglie di origine. Penso poi alla testimonianza semplice, se pur sofferta, di una vita cristiana fedele alla preghiera e alla carità. E ancora penso anche a come voi stessi, a partire dalla vostra esperienza, potrete essere di aiuto ad altri che attraversano situazioni simili alle vostre”.

Partecipare con fede alla celebrazione eucaristica, osserva, sarà “uno stimolo a intensificare nei vostri cuori l’attesa del Signore che verrà e il desiderio di incontrarlo di persona con tutta la ricchezza e la povertà della nostra vita”.

Il Cardinale afferma di aver scritto la Lettera per “aprire un dialogo per condividere un poco le gioie e le fatiche del nostro comune cammino”, “per provare ad ascoltare qualcosa del vostro vissuto quotidiano; per lasciarmi interpellare da qualcuna delle vostre domande; per confidare i sentimenti e i desideri che nutro nel mio cuore nei vostri confronti”.

“La Chiesa non vi ha dimenticati! Tanto meno vi rifiuta o vi considera indegni”, scrive a quanti hanno visto il loro matrimonio entrare in crisi. “Per la Chiesa e per me Vescovo, siete sorelle e fratelli amati e desiderati”.

Nelle persone che hanno vissuto una crisi del rapporto, osserva il porporato, “ci sono domande e sofferenze che vi appaiono spesso trascurate o ignorate dalla Chiesa”.

Quest’ultima, scrive, “non vi guarda come estranei che hanno mancato a un patto, ma si sente partecipe delle domande che vi toccano intimamente” e “sa che in certi casi non solo è lecito, ma addirittura inevitabile prendere la decisione di una separazione: per difendere la dignità delle persone, evitare traumi più profondi, custodire la grandezza del matrimonio, che non può trasformarsi in un’insostenibile trafila di reciproche asprezze”.

Il Cardinal Tettamanzi riconosce che prima di prendere la decisione di porre fine a un matrimonio si sperimentano spesso “giorni di fatica a vivere insieme, nervosismi, impazienze e insofferenza, sfiducia reciproca, a volte mancanza di trasparenza, senso di tradimento, delusione per una persona che si è rivelata diversa da come la si era conosciuta all’inizio”.

La scelta di interrompere la vita matrimoniale, quindi, “non può mai essere considerata una decisione facile e indolore”, ma è spesso una conseguenza del fatto che “queste esperienze, quotidiane e ripetute, finiscono con il rendere la casa non più luogo di affetti e gioia, ma una pesante gabbia che sembra togliere la pace del cuore”.

La fine di un matrimonio, constata, “è anche per la Chiesa motivo di sofferenza e fonte di interrogativi pesanti: perché il Signore permette che abbia a spezzarsi quel vincolo che è il ‘grande segno’ del suo amore totale, fedele e indistruttibile?”.

“Quando questo legame si spezza, la Chiesa si trova in un certo senso impoverita, privata di un segno luminoso che doveva esserle di gioia e di consolazione”. 

Publié dans:dalla Chiesa |on 4 février, 2008 |Pas de commentaires »

Cardinal Kasper: “La cattedra di Pietro è diventata un centro ecumenico”

dal sito:

http://www.zenit.org/article-12779?l=italian

 

Cardinal Kasper: “La cattedra di Pietro è diventata un centro ecumenico”

 Tutto il mondo cristiano riconosce “la promessa” nel ministero petrino 

 

Di Mirko Testa

 

 CITTA’ DEL VATICANO, mercoledì, 5 dicembre 2007 (ZENIT.org).- Le diverse confessioni cristiane riconoscono il contributo vitale del “ministero petrino” al movimento ecumenico, afferma il Cardinale Walter Kasper, Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani. 

Di ritorno dall’incontro con il Patriarca ecumenico Bartolomeo I a Istanbul (Turchia), per il tradizionale scambio di delegazioni in occasione della festa di Sant’Andrea apostolo (30 novembre), il porporato tedesco ha riferito a “L’Osservatore Romano” che il clima al Fanar (la sede del Patriarcato) “è stato molto disteso e amichevole”. 

“Abbiamo sperimentato che non c’è soltanto il ‘documento di Ravenna’ ma anche lo ‘spirito di Ravenna’”, ha detto in riferimento al testo approvato, ad ottobre, al termine della riunione della Commissione mista di dialogo cattolico-ortodossa. 

“Tutti – ha continuato – sono soddisfatti di questo documento” che costituisce un accordo tra cattolici e ortodossi su una piattaforma comune su cui fondare la discussione sul primato del Vescovo di Roma. 

“Sono necessari ancora molti passi – ha poi ammesso –. La via non è facile. Ma Roma e Costantinopoli sono fermamente decise ad andare avanti nel dialogo. Speriamo, con l’aiuto di Dio, di poter ricomporre alla fine la piena comunione”. 

A questo proposito il Cardinale Kasper ha detto che si incontrerà con il Metropolita Kyrill, Direttore del Dipartimento dei Rapporti Esteri con le Chiese del Patriarcato di Mosca (seconda autorità dopo il Patriarca Alessio II), in visita a Roma dal 5 all’8 dicembre in occasione della festa patronale della parrocchia ortodossa russa di santa Caterina d’Alessandria. 

L’incontro servirà in primo luogo a superare l’impasse venutasi a creare a Ravenna dopo che la delegazione del Patriarcato di Mosca si è ritirata dall’incontro in segno di protesta contro la partecipazione all’evento dei membri della cosiddetta Chiesa apostolica estone, creata nel 1996 in Estonia dal Patriarcato di Costantinopoli e da questo dichiarata “autonoma” (uno statuto che non viene riconosciuto dal Patriarcato moscovita). 

Il tentativo di distensione nel dialogo è fatto anche in vista della prossima Plenaria della Commissione mista cattolico-ortodossa, che si riunirà nell’ autunno 2009 per riflettere su “Il ruolo del Vescovo di Roma nella comunione della Chiesa nel primo millennio”. 

Lo stesso Benedetto XVI ha espresso l’auspicio di una piena partecipazione del Patriarcato di Mosca a questo incontro nel messaggio fatto pervenire a Bartolomeo I per la festa di sant’Andrea. 

Da parte sua, il porporato tedesco ha detto di aver “insistito molto” nelle conversazioni private che ha avuto con Bartolomeo I e al Patriarcato di Costantinopoli: “Mi hanno risposto di essere d’accordo e si sono detti convinti che non serve a nulla una divisione nell’ortodossia”.

Secondo il Cardinale Kasper, due sono gli apetti che caratterizzano attualmente i rapporti tra cattolici e ortodossi: “Innanzitutto cresce sempre più l’amicizia tra noi”; “in secondo luogo c’è la precisa volontà di tutte le parti in causa, perché sappiamo bene che l’unità della Chiesa è un mandato di Gesù stesso”.

Circa i temi toccati durante le conversazioni a Istanbul, il porporato ha accennato alla questione del ruolo del Vescovo di Roma nella comunione di tutte le Chiese: “La parte ortodossa dice che c’è un primato anche a livello universale: questo non vuol dire che abbiamo già risolto tutto”.

Tuttavia il Cardinale Kasper ha detto di aver “l’impressione che tutti nella cristianità sentano la promessa che ha in sè il ministero petrino: la cattedra di Pietro, che presiede nell’amore e nella carità, è diventata un centro ecumenico”. 

“Tutti hanno l’impressione che c’è un carisma di unità di cui abbiamo bisogno in questo mondo globalizzato. Si dice che ‘tutte le strade portano a Roma’: in un certo senso questo adagio vale anche a livello spirituale”. 

“Tutti guardano a Roma, al Papa, che in certi casi è già adesso il portavoce della cristianità. Quanti vogliono un po’ frenare il movimento ecumenico non vedono abbastanza questo aspetto molto positivo non solo per la Chiesa cattolica, ma per la cristianità, per la pace e la riconciliazione”, ha poi aggiunto. 

Il 30 novembre, nel presentare invece il messaggio di Benedetto XVI, durante una celebrazione tenutasi nella Cattedrale di San Giorgio al Fanar, il Cardinale Kasper ha ammesso che il cammino verso la piena unità visibile dei cristiani “può ancora essere impervio e difficile”. 

“Tuttavia – ha aggiunto –, nel frattempo, sperimentiamo nuovamente con gratitudine che la nostra speranza e il nostro desiderio di piena comunione non sono vuoti auspici”. 

“Sì, l’unità di tutti i discepoli di Cristo è necessaria se dobbiamo offrire la comune testimonianza cristiana di non violenza, tolleranza, rispetto reciproco, giustizia e pace, di cui il nostro mondo ha tanto bisogno”. 

“È già una grande benedizione l’essere desiderosi di cooperare al raggiungimento di questo sacro obiettivo e per il bene di tutta l’umanità”, ha poi concluso. 

 

Publié dans:dalla Chiesa, ZENITH |on 5 décembre, 2007 |Pas de commentaires »

Prolusione di mons. Bagnasco per il Consiglio Permanente CEI (17-19 settembre 2007)

dal sito

http://www.zenit.org/article-11907?l=italian

 

Prolusione di mons. Bagnasco per il Consiglio Permanente CEI (17-19 settembre 2007)

 ROMA, lunedì, 17 settembre 2007 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il testo della prolusione pronunciata questo lunedì dall’Arcivescovo Angelo Bagnasco, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), nell’aprire i lavori del Consiglio Episcopale Permanente, che si riunirà a Roma dal 17 al 19 settembre 2007.

Alcuni temi affrontati nella prolusione: Agorà dei giovani italiani a Loreto; viaggio apostolico di Benedetto XVI in Austria; “Motu proprio” Summorum Pontificum, relativo all’uso della liturgia romana anteriore alla riforma del 1970; prossima Settimana sociale, dal 18 al 21 ottobre 2007, a Pistoia e Pisa; svolta abortista di Amnesty International

 

* * * 

Venerati e cari Confratelli,

ci ritroviamo dopo la pausa estiva, all’indomani dell’incontro dei nostri giovani col Santo Padre a Loreto, e alla vigilia quasi della Settimana sociale del centenario, che si svolgerà tra Pistoia e Pisa a metà del mese di ottobre. A unirci sono i vincoli della fede e di una comunione intessuta di fraternità ed amicizia, protesi come siamo alla condivisione della medesima sollecitudine pastorale, per la crescita della fede del nostro popolo. Invochiamo la sapienza del Signore e la grazia dello Spirito, perché i nostri pensieri e il nostro lavoro siano conformi a ciò che Dio si attende da noi.

1. E il primo pensiero va proprio al recentissimo incontro dei giovani italiani ed europei con Benedetto XVI nella vallata di Montorso, in quel di Loreto. Com’è noto, un analogo convegno, ma naturalmente in un diverso contesto, si era già svolto nel settembre 1995 per invito allora del Servo di Dio Giovanni Paolo II. A dodici anni di distanza, e con una nuova popolazione giovanile, l’incontro si è ora ripetuto come appuntamento intermedio che vuol tenere accesa la fiaccola tra la Giornata mondiale della Gioventù di Colonia e la prossima, programmata a Sidney per l’estate 2008.
Ebbene, non ci poteva essere, per noi e per le nostre comunità, un inizio d’anno più entusiasmante e più carico di promesse di quello vissuto a Loreto. Per il numero dei partecipanti e per la qualità della presenze, l’incontro ha realmente superato ogni attesa. A conferma del fatto che i giovani sanno essere i migliori interpreti della sorpresa che è Dio nelle nostre vite. Quando poi i giovani si uniscono al Papa, sembra quasi che le loro potenzialità vengano come esaltate.

Davvero, possiamo dire anche noi con Benedetto XVI, “quale stupendo spettacolo di fede” è stato − nei suoi diversi momenti − questo appuntamento, per il quale non cesseremo di ringraziare il Signore e la Madre santa. Ritrovarsi a Loreto non ci si sbaglia: quel luogo ha legato a sé una ispirazione speciale. Ma un ringraziamento grande, pieno di ammirazione, lo dobbiamo al Papa stesso, per i doni che ci ha fatto, con la sua presenza e la sua parola. Il dialogo che egli ha intessuto con i giovani, la sua capacità di ascolto, la prontezza e la spontaneità delle sue parole,l’interpretazione che ha dato della loro vita, la comunicazione dello sguardo e dei gesti, sono stati tutti elementi che hanno creato una immediata e straordinaria intesa.

2. Molti di noi, e moltissimi dei nostri Sacerdoti, hanno accompagnato i loro giovani a Loreto, e dunque hanno vissuto di persona quella esperienza, nei suoi aspetti fondamentali. A partire dall’ospitalità che è stata offerta, in avvicinamento a Loreto, dalle 32 diocesi della Romagna, dell’Umbria, dell’Abruzzo e delle Marche, le quali hanno mirabilmente messo a disposizione ciò che di meglio – per fede, storia e arte – potevano porgere ai giovani pellegrini. Ma sono stati proprio gli interventi del Papa a segnare in profondità l’evento, sia nel dialogo intrecciato con i giovani durante la veglia del sabato sia soprattutto nelle parole dell’omelia domenicale. Da subito ha puntato a personalizzare la proposta: “Sì, c’è speranza anche oggi – ha detto nella prima risposta – ciascuno di voi è importante, perché ognuno è conosciuto e voluto da Dio e per ognuno Dio ha un suo progetto”. E quando questo progetto si realizza, non esistono periferie, perché “dove c’è Cristo c’è tutto il centro”. Come non esistono ostacoli insormontabili: “Non abbiate timore – diceva nel discorso della veglia – Cristo può colmare le aspirazioni più intime del vostro cuore… Ciascuno di voi, se resta unito a Cristo, può compiere grandi cose… Niente è impossibile per chi si fida di Dio e si affida a Lui”. E siccome “Dio cerca cuori giovani, cerca giovani dal cuore grande”, ecco che il Papa, attualizzando nella Messa le letture della liturgia, indicava la via del coraggio umile, dell’andare controcorrente: “non ascoltate le voci interessate e suadenti che oggi da molte parti propagandano modelli di vita improntati all’arroganza e alla violenza, alla prepotenza e al successo ad ogni costo, all’apparire e all’avere, a scapito dell’essere”.
Contenuti importanti, anzi decisivi direi, quelli che il Santo Padre ha indicato, e che la nostra Pastorale giovanile non mancherà ora di riproporre in modo adeguato, facendone i capisaldi di una catechesi argomentata. è importante infatti che i giovani siano aiutati a interiorizzare la proposta del Papa, e questo sarà anche il modo per interiorizzare l’esperienza stessa di Loreto. Su tutto, c’è un messaggio che ricaviamo per noi e per tutti i sacerdoti della nostra Chiesa: che dobbiamo osare, e osare sempre, nel lavoro del Vangelo.

3. La premura del Papa per l’Italia apparirà ancora una volta domenica prossima, nella visita che ha in programma alla diocesi suburbicaria di Velletri, e fra un mese nel viaggio apostolico che lo porterà a Napoli, dove andrà a rinforzare il desiderio di rinascita che quella gente esprime in una tribolata realtà sociale ed economica.
Ancora vivissima è l’eco del pellegrinaggio che il Santo Padre ha compiuto dal 7 al 9 settembre in Austria. L’occasione prossima era data dall’850° anniversario del Santuario di Mariazell, il più importante del Paese e molto frequentato anche dai fedeli di nazioni vicine. Ma il viaggio si è rivelato come un appuntamento ideale con l’intera Europa, di cui l’Austria è come un ponte che unisce l’Est all’Ovest. In ogni sua tappa, questo viaggio ha tenuto presente il contesto dell’Europa, i problemi e la vocazione del nostro continente. E in ogni suo discorso Benedetto XVI ha dimostrato di saper parlare all’uomo del nostro tempo, con parole forti e di grande fascino. Nel corso degli ultimi mesi peraltro sono venuti dalla Sede Apostolica interventi importanti sotto il profilo ecclesiologico e pastorale, e che bene esprimono la sollecitudine di Benedetto XVI. è un’azione che trova nei Vescovi italiani una ricezione speciale. Gli siamo vicini con la nostra pronta e incondizionata collaborazione sempre, e in modo particolare quando emergono nell’opinione pubblica voci critiche e discordanti. A ben guardare, sono episodi che in nessuna stagione hanno risparmiato i romani Pontefici. è singolare peraltro quella ricorrente pretesa – mossa da “cattedre” discutibilissime – di misurare la fedeltà altrui, Papa compreso, facendola coincidere ovviamente con i propri stilemi e le proprie evoluzioni.

L’iniziativa su cui si è maggiormente concentrata negli ultimi mesi l’attenzione anche intraecclesiale è il “Motu proprio” Summorum Pontificum, relativo all’uso della liturgia romana anteriore alla riforma del 1970, ed entrato ufficialmente in vigore dal 14 settembre scorso. L’obiettivo di questo pronunciamento è chiaramente tutto spirituale e pastorale. Infatti, da una parte “fa bene a tutti conservare le ricchezze che sono cresciute nella fede e nella preghiera della Chiesa” – come scrive il Papa nella preziosa lettera di accompagnamento del “Motu proprio” –; dall’altra parte è necessario “fare tutti gli sforzi, affinché a tutti quelli che hanno veramente il desiderio dell’unità, sia reso possibile di restare in quest’unità o di ritrovarla nuovamente”. In questo orizzonte egli chiede di includere come espressione “straordinaria” nella lex orandi della Chiesa il Messale Romano promulgato da San Pio V e aggiornato dal beato Giovanni XXIII nel 1962, posto che la via “ordinaria” resta il Messale Romano varato da Paolo VI nel 1970. E insiste nel precisare che non ci saranno due riti, ma “un uso duplice dell’unico e medesimo rito”, che tutti vogliamo sia sempre più al centro della dinamica ecclesiale, occasione di una piena “riconciliazione” e di un’unità viva nella Chiesa stessa.

4. Quella che il Papa ci sprona ad adottare, oltre le spinte culturali cui si è fatalmente soggetti, è dunque una chiave di lettura inclusiva, non oppositiva. Nella storia della liturgia, come nella vita della Chiesa, c’è “crescita e progresso, ma nessuna rottura”, come già egli ebbe modo di affermare nel discorso alla Curia Romana del 22 dicembre 2005. In quella sede infatti, commemorando il 40° anniversario del Concilio Vaticano II, ha indicato valida non “l’ermeneutica della discontinuità e della rottura”, bensì quella della “riforma, del rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto-Chiesa”. In altre parole, è la sollecitudine per l’unità della Chiesa “nello spazio e nel tempo” la leva che muove Benedetto XVI, una tensione che fondamentalmente tocca al Successore di Pietro. Ma questa passione per l’unità deve muovere ogni cristiano e ogni pastore dinanzi alle prospettive che si aprono con il “Motu proprio”. Non dunque ricerca di un proprio lusso estetico, slegato dalla comunità, e magari in opposizione ad altri, ma volontà di includersi sempre di più nel Mistero della Chiesa che prega e celebra, senza escludere alcuno e senza preclusione ostativa verso altre forme liturgiche o nei confronti del Concilio Vaticano II. Solo così si eviterà che un provvedimento volto ad unire e ad infervorare maggiormente la comunità cristiana sia invece usato per ferirla e dividerla. Vorrei tuttavia aggiungere che sono ragionevolmente ottimista sulla migliore valorizzazione del “Motu proprio” nella vita delle nostre parrocchie. E confido che talune preoccupazioni pessimiste, da subito emerse, si riveleranno presto infondate. Il senso di equilibrio che da sempre caratterizza il nostro clero e dunque la nostra pastorale farà trovare, grazie all’azione moderatrice dei Vescovi, i modi giusti per far germinare il virgulto nuovo dalla pianta viva della liturgia ecclesiale, e anzi, in ultima istanza, per rilanciare e incrementare questa nel suo insieme.

5. Ma c’è un altro intervento di Benedetto XVI che vorrei qui richiamare, il discorso che egli ha fatto in apertura del convegno pastorale della Diocesi di Roma – l’11 giugno scorso – sul tema dell’educazione. In quella sede veniva affrontato in modo esplicito, ossia come “educazione alla fede, alla sequela e alla testimonianza”. E infatti con questa scansione il Papa l’ha effettivamente affrontato, non mancando tuttavia di segnalare come “oggi, in realtà, ogni opera di educazione sembra diventare sempre più ardua e precaria. Si parla perciò – spiegava – di una grande emergenza educativa, della crescente difficoltà che si incontra nel trasmettere alle nuove generazioni i valori-base dell’esistenza e di un retto comportamento”. Una disamina che non lascia margini ad illusioni, considerata la società in cui viviamo, afflitta da uno strano “odio di sé”, e considerata la cultura odierna che fa del “relativismo il proprio credo”, precludendosi in tal modo la possibilità di distinguere la verità e quindi di poterla perseguire. Come non leggere qui in filigrana le tante vicende di cronaca che hanno assediato la nostra estate, suscitando sgomento e sempre ulteriore allerta? Come non intravedere qui l’atteggiamento di resa che contrassegna tanta prassi sociale, in cui a prevalere sono il divismo, il divertimento spinto ad oltranza, i passatempi solo apparentemente innocui, il disimpegno nichilista e abbrutente la persona, giovane o adulta non importa, ché, tanto, verso il peggio le differenze si annullano? Su questo tema ingente dell’educazione, possibile anche in una cultura che produce facilmente banalità e omologazione, immagino che come Conferenza episcopale dovremo tornare, alla luce delle piste lanciate dal Papa, con una riflessione articolata che coinvolga magari i diversi soggetti pastorali, e che si stagli all’orizzonte con propositi di un impegno all’altezza delle sfide.

6. Giova tuttavia ricordare che durante il Convegno ecclesiale di Verona – del quale, ad un anno di distanza, vogliamo fare grata memoria – furono già dette cose significative e preziose in ordine all’educare. Non a caso, nella recentissima Nota pastorale che raccoglie i frutti del Convegno, è rifluita buona parte di quelle acquisizioni. Una delle quali mi preme richiamare, non perché sia inedita ma perché è basilare. Mi riferisco all’esigenza ormai da tutti riconosciuta di raccogliere e coltivare sempre meglio l’unità della persona: essa è continuamente insidiata dalla frantumazione e dallo smarrimento, dovuto non tanto alla necessaria articolazione delle esperienze quanto piuttosto alla mancanza di criteri di interpretazione e di sintesi. Il clima di materialismo in cui viviamo tende a sfilacciare le persone e a frantumare i loro punti di vista, in una estenuazione che vorrebbe rendere patetico qualunque richiamo alla coerenza. Ma il vuoto non si regge in piedi e la vita concreta non si divide a settori o momenti tra loro incomunicabili. Di qui la preziosità dell’indicazione a cui si è giunti a Verona, che peraltro registra consapevolezze già presenti nel nostro laicato più impegnato. Così, quando al numero 12 della Nota si ripercorrono i cinque ambiti sui quali si erano modulati i lavori del Convegno, si vuole dire proprio questo: è la persona, nelle sue dimensioni costitutive, ad essere il soggetto-interlocutore diretto della nostra attenzione pastorale. Dunque, nessun astrattismo si dovrebbe rintracciare nelle nostre iniziative, ma una proposta concreta, che abbraccia la vita, e che porta tutta l’esistenza all’incontro risanatore e liberante di Cristo. Ed è qui la ragione, a me pare, che sfugge a tanti osservatori “laici”, per la quale anche nell’ambito politico il cattolico cerca una corrispondenza plausibile tra ideali e programmi. Diceva il Papa, nel citato discorso alla diocesi di Roma: “La consapevolezza di essere chiamati a diventare testimoni di Cristo non è pertanto qualcosa che si aggiunge dopo, una conseguenza in qualche modo esterna alla formazione cristiana…”. Questo, mi sia consentita l’osservazione, è esattamente il punto: in nessun ambito, neppure in politica, si possono tralasciare – per opportunismo, o convenzione, o altri motivi – le esigenze etiche intrinseche alla fede. E ciò non in disprezzo, ma per amore della politica e della sottile arte che essa esige.

7. La vicenda di padre Giancarlo Bossi, il missionario rapito nelle Filippine e infine – grazie a Dio – rilasciato (e presente a Loreto con una testimonianza di grande efficacia), come le vite di passione di tutti i nostri missionari, non fanno che renderci consapevoli che questo, anche questo nostro tempo, è tempo di serietà nella fede fino anche al martirio. Il sangue dei martiri non può essere tradito: essi accettano la persecuzione e la morte sempre e solo per amore di Gesù, della Chiesa, e degli uomini che servono in nome di Cristo. Fin dalle origini, la testimonianza è elemento costitutivo della fede cristiana. I moltissimi fratelli e sorelle che in duemila anni hanno dato e continuano oggi a dare la vita in molte parti del mondo, ci ricordano che non possiamo puntare al ribasso nella vita cristiana, stemperando le esigenze alte del Vangelo e percorrendo la strada dei compromessi dottrinali o morali. In un simile contesto, amiamo ricordare la testimonianza che offrono i nostri confratelli Vescovi nelle zone più tribolate dalle malversazioni e dai delitti di mafia, camorra e ‘ndrangheta: sappiano che siamo loro vicini e solidali, che li sosteniamo con la preghiera, ammirati della loro dedizione al Vangelo e dell’attaccamento al popolo loro affidato. In tale prospettiva, potrebbe essere opportuno, da parte della nostra Conferenza, riprendere e aggiornare la riflessione che a suo tempo rifluì nel documento dell’Episcopato italiano – “Sviluppo nella solidarietà. Chiesa Italiana e Mezzogiorno” – del 1989.

8. Partecipando – col cuore di Vescovi – alla vita del nostro Paese, e osservando le dinamiche singolari che talora si sviluppano, o certi modelli che si diffondono e fenomeni che improvvisamente prendono piede, c’è un interrogativo che sorge e che formulerei così: esiste una modalità, compatibile con la democrazia, grazie alla quale nutrire un ethos collettivo partecipato e ad un tempo capace di resistere e sopravanzare rispetto alle dissipazioni del costume? Non è una domanda oziosa. Come non lo è quest’altra: lo Stato, inteso come comunità politica strutturata, ha solo il compito di registrare e in qualche modo regolamentare le spinte comportamentali che emergono dal corpo sociale, o deve anche promuovere un’idea di bene comune da perseguire e dunque trasmettere alle generazioni di domani, in un progetto di società aperta e insieme capace di futuro? So bene che sullo sfondo di simili interrogativi qualcuno potrebbe paventare i fantasmi di uno Stato etico, che in realtà però nessuno vuole, e che noi meno di tutti potremmo accettare. E tuttavia, la preoccupazione di non aprire la strada a queste derive non può essere un alibi che impedisce di affrontare questioni che sono e saranno sempre più decisive.

9. Mi limito qui ad osservare che c’è un legame che unisce il cittadino allo Stato e che questo legame è in concreto condizionato dalla capacità effettiva dello Stato stesso di farsi promotore e garante del bene comune. Si può, d’altro canto, osservare che vi sono situazioni e comportamenti socialmente deplorevoli, anzi criminali, che non riescono a trovare soluzione: pensiamo, ad esempio, al dramma recente e crescente degli incendi boschivi provocati dall’uomo che in questa ultima estate hanno messo in ginocchio intere zone del Paese. Alla luce di simili fatti, ma anche di altre tendenze comportamentali, sembra che diventi sempre più friabile il vincolo sociale e si prosciughi quel tipo di solidarietà su cui una comunità strutturata deve fare affidamento, se vuole essere un paese-non-spaesato. Ebbene, a me pare illusorio sperare in un improvviso quanto miracolistico rinsavimento morale, se al punto in cui ci troviamo non avviene una ricentratura profonda, da parte dei singoli soggetti e degli organismi sociali, sul senso e sulla ragione dello stare insieme come comunità di destini e di intenti. E se, grazie anche al contributo della religione e alla considerazione ad essa riservata, non acquisteranno una evidenza nuova e una credibilità proporzionata i valori essenziali per una convivenza. Sono tuttavia convinto che la realtà del nostro popolo non sia assolutamente rappresentata, né tanto meno definita, dai fenomeni peggiori a cui tanta enfasi viene data nella pubblica opinione, rischiando di creare tendenza, quasi si trattasse di nuove scuole di pensiero e di vita. La componente sana della società è ampiamente maggioritaria: nel silenzio dignitoso e in spirito di sacrificio, con ancoraggio alla fede cristiana o per ispirazione a quell’umanesimo non astratto né generico che nel Vangelo trova radici sempre fresche, essa vive i propri doveri, vive la realtà della famiglia e le varie relazioni, vive la sfida irripetibile della propria esistenza terrena con serietà, onestà e dedizione.

10. Dinanzi ai grandi interrogativi cui si è fatto cenno, finiscono per acquistare un valore nuovo le stesse occasioni che il nostro mondo cattolico è solito darsi per “studiare” il tempo presente e utilmente confrontarsi con le istanze che provengono da altri filoni di pensiero o da diverse impostazioni culturali. Dico questo pensando concretamente alla prossima Settimana sociale, in calendario dal 18 al 21 ottobre e che si svolgerà a Pistoia e Pisa. Città scelte non a caso, perché lì prese vita un secolo fa quel movimento delle Settimane sociali che si rivelerà assai significativo nei decenni successivi, quale “luogo” dal quale si contribuì al formarsi di un ethos che corrispondesse ai compiti di uno Stato moderno, partecipato e solidale. Il tema che è stato individuato dal competente Comitato scientifico e organizzatore è quanto mai cruciale: “Il bene comune oggi”, con un sottotitolo che precisa “un impegno che viene da lontano” ma che sa osare uno sguardo adeguato sul domani, come è ben spiegato nel documento predisposto in vista appunto dell’incontro, e come è stato fruttuosamente lumeggiato nei tre seminari preparatori svoltisi nei mesi scorsi. Inutile dire l’attesa che nutriamo verso questo appuntamento, nel quale verrà opportunamente messa a fuoco quell’idea di bene comune che è stato uno dei cavalli di battaglia più qualificanti il nostro cattolicesimo sociale, e che nella dottrina del Concilio Vaticano II, come nel magistero più recente dei Papi, ha trovato una trattazione così illuminante da imporsi come ossatura di ogni successivo sviluppo.

11. Attenta com’è alla persona umana, nella sua dimensione sociale e trascendente, la Chiesa non può disinteressarsi dell’esperienza fondamentale del lavoro e dunque anche della Formazione professionale. La giusta attenzione alla formazione permanente e alla riqualificazione lavorativa a favore degli adulti non deve far dimenticare – come sembra accadere in varie Regioni – l’attività di formazione al lavoro da destinare ai giovani: se così si facesse, si finirebbe col far aumentare, anche sotto questo aspetto, le differenze tra il Nord e il Sud del Paese, e si disperderebbe un patrimonio educativo che è stato garantito per decenni da vari enti, anche d’ispirazione cristiana. Il sistema della Formazione professionale – rivelatosi fino ad oggi strumento valido per una crescita basilare dei giovani e per il loro inserimento socio-lavorativo, oltre che preziosa opportunità di prevenzione dal disagio sociale e dalla dispersione scolastica – deve trovare oggi, attraverso un adeguato raccordo tra provvedimenti nazionali e regionali, una nuova definizione che gli faccia superare disomogeneità e frantumazione e lo rilanci in tutto il territorio. Un altro problema particolarmente acuto, cui come Pastori veniamo continuamente interessati, è quello della casa. Mi riferisco in particolare al dramma di coloro – pensionati o famiglie con un solo reddito – che sono raggiunti da provvedimenti di sfratto e non trovano altre opportunità. Ma pensiamo anche ai giovani fidanzati che vorrebbero sposarsi e nei loro progetti sono annichiliti per il problema dell’abitazione che non si trova oppure è inavvicinabile per le loro risorse. Ci sono inoltre situazioni di promiscuità, dove famiglie diverse sono costrette a vivere in uno stesso appartamento, magari fatiscente, e per ciò stesso non in grado di garantire un vicendevole rispetto. Su questo fronte, la collettività ai vari livelli deve darsi uno slancio, e approntare quelle soluzioni di edilizia popolare che per vaste zone e in una serie di città appaiono veramente urgenti. Anche agli istituti bancari e di credito vorrei far presente questa emergenza perché, tenendo conto delle condizioni internazionali e secondo le loro possibilità e competenze, vogliano maggiormente contribuire con senso di equità ad una concreata soluzione del problema.

12. Cari Confratelli, mentre ringraziamo il Signore Gesù per il grande bene presente nelle nostre Chiese, non ci nascondiamo le difficoltà e neppure le contraddizioni che il nostro tempo presenta: la storia insegna che ogni epoca porta con sé le sue proprie sfide sul piano religioso, culturale, e socio-politico. Ma porta anche le sue opportunità. Si tratta di luci e ombre che abbiamo evidenziato già negli Orientamenti pastorali per il decennio e più recentemente nella citata Nota pastorale che vuol dar seguito al Convegno ecclesiale di Verona. Come uomini di fede, sappiamo che la storia ha la sua teologia, e dunque è sempre storia di salvezza in quanto procede verso il suo fine, che non è la notte del nulla, ma la luce di Dio. Sappiamo che il Signore Gesù sa trarre il bene per le vie misteriose della sua Pasqua. Sappiamo altresì che ogni epoca non è mai solamente “tempo” (cronos), ma è sempre anche “grazia” (kairòs). Guardiamo dunque a quest’ora con lo sguardo e il cuore di Cristo buon Pastore. è questo sguardo teologale che, insieme ai nostri carissimi Sacerdoti, vogliamo che cresca nelle nostre comunità. Per questo, di fronte a ostacoli e – talora – incomprensioni, non ci abbandoniamo a recriminazioni sterili, e neppure ci affidiamo soltanto a pur opportune metodiche pastorali; ma ci sentiamo chiamati, come inguaribili Pastori, a spremere dal nostro cuore un supplemento d’amore verso tutti. Amore che si sostanzia della fede nella Croce gloriosa di Cristo e in un più grande sacrificio di noi stessi. Sospinti da questo amore evangelico, non possiamo tacere: a tutti, sempre e dovunque, annunciamo la lieta verità di Dio che è Padre e la lieta verità dell’uomo che risplende in Gesù di Nazareth. Da duemila anni rimbalza da cuore a cuore, da generazione a generazione, la gioiosa notizia del Vangelo che è luce amica di tutti. Sappiamo che le parole di Cristo rispondono agli interrogativi ultimi della ragione, ma anche sostengono e stimolano la ragione stessa nella ricerca delle verità più profonde sull’uomo e sul creato. Sollecitandola altresì a non accontentarsi di risposte solo immediate e di superficie. Come non ricordare qui i nostri carissimi Sacerdoti? A loro, che ogni giorno spendono se stessi per il servizio e il bene della gente, sorretti dall’amore di Cristo che colma e rallegra ogni fatica e ogni solitudine, rinnoviamo il nostro affetto di Pastori e la gratitudine della Chiesa.

13. Il valore intangibile della persona e della vita umana, vita che deve essere accolta e accudita fin dal sorgere, ed amorevolmente accompagnata fino al suo naturale tramonto; la famiglia fondata sul matrimonio, cellula fondante e inarrivabile di ogni società; la libertà dei genitori nell’educare i figli; il sereno senso del limite che accompagna la parabola dell’umana esistenza; il codice morale che si radica nell’essere profondo e universale dell’uomo e si esplicita e perfeziona in Gesù; la libertà che – lungi dall’essere mero arbitrio – è impegnativa adesione al bene e alla verità: vedo qui i capisaldi della storia e della tradizione del nostro popolo. Essi costituiscono l’ethos di fondo che – nonostante incoerenze e nuove sfide – dà corpo a quel senso di reciproco riconoscimento e di comune appartenenza che ci fa sentire “società”, “casa” aperta e accogliente verso tutti coloro che vogliono rispettosamente entrare. Sovviene quel che diceva il teorico marxista Roger Garaudy, nel suo studio intitolato “Il marxismo e la morale” (1948): “Il cristianesimo ha creato una nuova dimensione dell’uomo: quella della persona umana. Tale nozione era così estranea al razionalismo classico che i Padri greci non erano capaci di trovare nella filosofia greca le categorie e le parole per esprimere questa nuova realtà. Il pensiero ellenico non era in grado di concepire che l’infinito e l’universale potessero esprimersi in una persona”. Come la storia dimostra, la vera civiltà non nasce da una buona organizzazione, ma da un’anima buona, cioè da quell’insieme di ideali spirituali, alti e nobili, che riguardano non tanto il funzionamento di un’esistenza, ma il senso dell’esistere. Riaffiora un’affermazione del poeta latino Giovenale: “Considera sommo crimine… perdere per la vita le ragioni del vivere”. è vero, ci sono valori ai quali vale la pena dedicare la vita: barattarli, questi valori, significherebbe annichilire le sorgenti della vita stessa. Là dove essa perderebbe il suo significato. E ciò vale per i singoli come per la società: anche un Paese e la sua civiltà hanno contenuti culturali e valori spirituali che giustificano l’impegno di una vita. Quando questi non esistono più o sono irreparabilmente aggrediti, allora vengono meno le fondamenta stesse e le energie vitali che sostengono ogni autentica comunità. Solo su simili premesse, che vanno continuamente custodite e alimentate, un Paese vive e prospera. Ed ecco perché ogni attentato alla vita, alla famiglia, alla libertà educativa, alla giustizia e alla pace… troverà sempre una parola rispettosa e chiara da parte della Chiesa. Mi si permetta, al riguardo, un rapido ma accorato riferimento allo scenario internazionale. Ossia, alla vicenda che, nelle ultime settimane, ha visto protagonista Amnesty International, a proposito della clamorosa inclusione, tra i diritti umani riconosciuti, della scelta di aborto, magari anche solo nei casi di violenza compiuta sulla donna. Sono derive che ci rendono ulteriormente avvertiti del pericoloso sgretolamento a cui sono sottoposte le consapevolezze umane anche più evidenti, e della necessità quindi di una presenza qualificata a contrastare simili esiti.

Cari Confratelli, l’Italia merita un amore più grande! L’incanto della sua natura, la ricchezza della sua storia, la fecondità delle sue radici cristiane, la fioritura delle sue tradizioni, quella diffusa sensibilità che è nell’animo della sua gente insieme ad una intelligenza creativa, meritano un maggior apprezzamento da parte di tutti e un rinnovato senso di appartenenza e di amore al Paese. Meritano una responsabilità più grande!

Come Pastori, e insieme alle nostre comunità, continueremo ad annunciare Cristo, riscatto e speranza dell’uomo. Lo annunceremo con tutta la fede e la passione di cui siamo capaci; lo annunceremo quali che siano le conseguenze sul piano umano, persuasi che annunciare Cristo è servire l’uomo e che il Vangelo è sempre fonte di umanità vera per tutti.

Affidiamo noi stessi, le nostre Chiese, il nostro amato Paese alla Vergine Maria, da ogni parte invocata dal nostro popolo con le espressioni più belle della filiale devozione.

Publié dans:dalla Chiesa |on 18 septembre, 2007 |Pas de commentaires »

Padre Bossi, un missionario che testimonia Gesù: una grande verità taciuta

dal sito:

http://www.zenit.org/article-11489?l=italian

Padre Bossi, un missionario che testimonia Gesù: una grande verità taciuta

 Di padre Piero Gheddo, missionario del Pontificio Istituto Missioni Estere 

ROMA, venerdì, 20 luglio 2007 (ZENIT.org).

 Riportiamo di seguito la parte conclusiva di un intervento di padre Piero Gheddo – missionario del Pontificio Istituto Missioni Estere (PIME) – a Radio Maria del 16 luglio, come riflessione sul senso della missione dopo la vicenda che ha coinvolto padre Giancarlo Bossi, il sacerdote rapito il 10 giugno scorso nell’arcipelago meridionale di Mindanao (Filippine) e liberato dopo 39 giorni di sequestro.

Il testo è stato pubblicato dall’agenzia “AsiaNews”

* * * Fin da quando era seminarista, padre Giancarlo Bossi diceva a tutti che voleva essere missionario per condividere la vita dei poveri e dare una testimonianza radicale di Vangelo.

Infatti, il superiore del Pime nelle Filippine, padre Giovanni Battista Sandalo, così lo descrive: « A Payao la sua gente lo chiama il gigante buono, perché è disponibile per tutti, parla con tutti, ama molto il contatto con la gente ed è molto amato. È un uomo di poche parole, tranquillo, ma un lavoratore eccezionale, che ha sempre coniugato il lavoro manuale con la sua vita spirituale. A Payao gli hanno dedicato una strada, la ‘Father Giancarlo Bossi Street’, quella che conduce alla chiesa: è il più bel regalo che potevano fargli ».

« Uno dei suoi sogni – continua padre Sandalo – è quello di andare a vivere in un villaggio, come testimone della radicalità del Vangelo: viene da una famiglia di contadini e voleva fare il contadino. Il progetto consisteva nel comperare un pezzo di terra e coltivarla con alcuni contadini del luogo, secondo metodi e strumenti più moderni.

Padre Giancarlo dice sempre di sentirsi ricco quando vive in mezzo ai poveri, per questo voleva condividere la vita della sua stessa gente. Un’utopia forse, ma per lui la vita va guadagnata con il sudore della fronte, come del resto ha sempre fatto nelle sue varie parrocchie. Insomma, una vita semplice e povera, perché dice che una vita così permette di riscoprire i valori più profondi come la preghiera quotidiana, soprattutto quella contemplativa ».

« È riuscito per un certo periodo a realizzare questo sogno avendo fatto un’esperienza simile sulle montagne di Dominitag, una decina di anni fa, vivendo in una povera comunità di contadini. Là si è fatto aiutare a costruire la sua casetta di legno, si faceva da mangiare, diceva Messa nella vicina cappella e aveva iniziato a coltivare il riso. Poi è stato chiamato dai superiori ad altri impegni ».

I confratelli del Pime nelle Filippine hanno scritto di lui: « Padre Giancarlo è diventato il punto di riferimento per molti, per la sua capacità di essere il testimone del Regno di Dio non attraverso grandi progetti, bensì con la sua capacità di ascolto nei confronti di tutti. Insieme ringraziamo il Padre per il dono che Giancarlo è per ciascuno di noi. La sua persona, la sua capacità di ascoltare, il suo entrare in simpatia con quanto gli sta attorno, la sua voglia di essere testimone della vita del Padre sono segni che manifestano che la vita è dono da condividere con gli altri ».

Si parla dei missionari solo quando c’è un martire, o un sequestrato, o un fatto grave e negativo di cui i missionari sono vittime.

Ogni anno vengono uccisi dai 30 ai 35 missionari, in media. Eccetto alcuni casi, come quello di padre Santoro in Turchia, di loro si parla poco e solo per i fatti di sequestri o martirio.

Perché non si parla dei moltissimi padri Bossi che sono pronti a dare la vita per gli altri in ogni situazione del mondo non cristiano, anche in quelle molto difficili e pericolose? Perché i 13.000 missionari italiani nel mondo non sono quasi più ricordati, se non in fatti straordinari e negativi?

Io credo che bisognerebbe prestare più attenzione a questi italiani che dimostrano di amare il loro popolo, a volte fino a rischiare la vita. Lo stesso padre Giancarlo Bossi, senza voler idealizzare l’uomo, credo che sia un esempio per tutti. Vi spiego perché…

1) Giancarlo è stato un giovane come gli altri, aveva la vita da spendere, sentiva anche lui le passioni e le aspirazioni dei giovani, poteva fidanzarsi, sposarsi. L’educazione cristiana ricevuta in famiglia, in parrocchia, in oratorio, l’ha reso disponibile ad ascoltare e rispondere positivamente alla chiamata del Signore. È diventato missionario nel Pime, ha consacrato la sua vita a Cristo e alla missione della Chiesa nel mondo. Il Signore chiama molti giovani e ragazze a seguirlo: troppo pochi rispondono di sì. In Italia e nel mondo
la Chiesa manca drammaticamente di preti e di suore. Giancarlo è un esempio di come un giovane consacra la vita a Dio e al prossimo.

2) Si parla spesso dell’abisso fra Nord e Sud del mondo. E la soluzione che si propone è sempre e quasi solo quella di mandare soldi e macchine. Non si ricorda quasi mai l’opera dei missionari e dei volontari laici che vanno ad educare e realizzano lo sviluppo trasformando l‘uomo, la famiglia, i costumi.

Lo sviluppo di un popolo viene soprattutto dall’educazione e l’educazione è opera di lungo respiro. Ecco perché chi dona qualche anno o tutta la vita ai più poveri andrebbe proposto a modello per i giovani che vogliono aiutare chi ha fame o è vittima di dittature e di guerre. Mandare molti soldi ad un popolo analfabeta, a meno si tratti di emergenze come una carestia o profughi di una guerra, non crea sviluppo, ma corruzione! La molla per lo sviluppo viene dall’educazione, nella formazione dell’uomo.

Padre Giancarlo Bossi, nelle parrocchie in cui ha lavorato, ha creato scuole e cooperative di lavoro, ottenendo due scopi: aprire le menti al mondo moderno e formare la sua gente a superare le divisioni ed a collaborare, condividere, essere attenti al bene pubblico. Un grande missionario della Birmania padre Gaziano Calogero, diceva: « Prima facciamo la scuola e poi la chiesa. Perché la chiesa senza la scuola non serve »: poi ha fatto anche molte chiese: ma capiva che senza dare a popoli arretrati un’educazione adeguata, non si può creare sviluppo e nemmeno formare dei veri cristiani.

In sintesi, i missionari come padre Bossi andrebbero fatti conoscere nelle scuole, nelle parrocchie, nei associazioni e gruppi giovanili, nei « mass media », per dare degli esempi positivi di come il mondo ricco può collaborare con i popoli poveri.

Noi stiamo soffocando nella nostra abbondanza, altri muoiono perché non hanno nulla o ben poco. I cinesi hanno questo proverbio spesso citato: « Se vedi un uomo che ha fame non dargli un pesce, ma insegnagli a pescare ». Ma chi, dal mondo ricco, va in quello povero per insegnare ed educare? Ecco l’esempio dei missionari! L’Italia manda soldi, macchine, commerci, ma sempre meno uomini e donne che sappiano affrontare sacrifici e pericoli per amore all’uomo!..

Una grande verità si è taciuta parlando di padre Bossi: è un missionario che testimonia e annunzia Gesù Cristo.

Diceva Paolo VI: « Senza Cristo, non esiste un vero umanesimo ». Nella nostra Italia ci lamentiamo tutti che non c’è più fede, non c’è più religione, non c’è più cordialità, c’è troppo egoismo, immoralità, le famiglie si dividono, i giovani, si dice, sono fiacchi e senza ideali. Ma a che serve lamentarsi? Questa è la società che abbiamo creato noi anziani e adulti. Com’è possibile che un giovane cresca con ottimismo e speranza, abbia grandi ideali, se ogni giorno riceve solo informazioni e modelli di eroi negativi dal cinema, dai fumetti, dalle televisioni, dalla scuola, dai discorsi comuni che si fanno?

Ecco perché l’esempio dei missionari è importante anche per noi: la società italiana ha bisogno di testimoni e di annunciatori di Cristo per migliorare la nostra condizione umana. La società italiana ha in parte abbandonato Dio e ci ritroviamo ad avere famiglie sempre meno capaci di educare i giovani.

I missionari come padre Giancarlo Bossi, rischiano la vita per Cristo. Padre Igino Mattarucco, missionario per più di quarant’anni in Birmania scriveva: « Da sempre i missionari hanno svolto opera sociale di aiuto agli affamati e ai poveri, hanno condiviso la loro povera vita, hanno difeso gli oppressi, le minoranze, i perseguitati per qualsiasi motivo. Ma io ho toccato con mano che il contributo essenziale, fondamentale che il missionario e
la Chiesa danno alla crescita di un popolo e alla liberazione da ogni oppressione non è tanto l’aiuto economico o tecnico, quando l’annunzio di Cristo, la fede in Cristo. Perché è Gesù Cristo che libera, che salva, che trasforma dal profondo la persona, la famiglia, il villaggio; è Gesù Cristo che « cambia il cuore » nel senso di una maggiore umanità, di un minore egoismo personale ».

Nel « Libretto Rosso » di Mao Tze Tung si legge: « La vera rivoluzione è cambiare il cuore dell’uomo »; Mao si illudeva di aver cambiato, con la polizia e i campi di lavoro forzato, il cuore dei cinesi, rendendoli da egoisti ad altruisti. Ma la sua impresa è fallita, dopo aver causato alla Cina decine di milioni di vittime. Morto Mao il 9 settembre 1976, i cinesi sono tornati ad essere uomini col « peccato originale », cioè egoisti e oggi non esiste capitalismo più selvaggio di quello che c’è in Cina! Lo dicono i nostri missionari del Pime che vivono e lavorano in Cina.

Gesù Cristo cambia il cuore dell’uomo col suo esempio e la sua parola: « Non c’è amore più grande di questo, dare la vita per il proprio amico ». Gesù scende nel profondo dei cuori e opera con la sua grazia quella trasformazione senza la quale non si può parlare di vero umanesimo, di vera liberazione e di vero sviluppo. Anche il nostro non è vero sviluppo perché manchiamo di Cristo!

Le vocazioni missionarie diminuiscono. Vent’anni fa i missionari italiani erano 15.000. Adesso pare che, secondo una statistica della fondazione « Missio », cioè le Pontificie opere missionarie, siano solo 13.000. Sono certamente diminuiti e gli istituti missionari maschili e femminili sopravvivono solo perchè hanno vocazioni dalle giovani Chiese da loro fondate: se fosse solo per i missionari e le suore italiani dovrebbero dichiarare fallimento.

Eppure le richieste dalle giovani Chiese sono in aumento. Ogni istituto missionario ne riceve tante da ogni parte del mondo. Il Pime ha iniziato una nuova missione nel deserto dell’Algeria, fra popoli musulmani: non per convertire a Cristo, ma solo per dare testimonianza di amore all’uomo, di dialogo e di aiuto ai più poveri e abbandonati, di vita spesa per gli altri secondo il Vangelo.

Vorrei dire ai giovani: voi avete tutta la vita da spendere e state pensando a cosa potrete fare da adulti. Pregate il Signore che vi illumini e se vi chiama a seguirlo, anche attraverso la testimonianza di padre Giancarlo Bossi, non ditegli di no: la vostra vita sarà piena, realizzata, felice.

Non pensate che se Gesù vi chiama, vi chiede un sacrificio. No, vi fa un grande dono di cui capirete l’importanza a poco a poco, se con l’aiuto di Dio rimanete fedeli alla sua chiamata. E capirete anche che donarsi totalmente a Dio e alla missione della Chiesa è il modo migliore di spendere la propria vita per i popoli più bisognosi. 

La Messa precedente il Concilio -Sollecitudine per l’unità della Chiesa

riporto un articolo scritto su « Avvenire del Cardinale Camillo Ruini perché mi sembra adatto alla comprensione della « preoccupazione pastorale » del Papa per quanto riguarda il « Motu Proprio »:


La Messa precedente il Concilio -
Sollecitudine per l’unità della Chiesa 
Camillo Ruini  

Dieci giorni fa, al termine dell’incontro dedicato al Motu proprio sull’uso della liturgia romana anteriore al Concilio Vaticano II, Benedetto XVI ha voluto illustrare personalmente i motivi che lo hanno mosso a promulgare questo testo.
Come primo e principale di tali motivi il Papa ha indicato la sollecitudine per l’unità della Chiesa, unità che sussiste non solo nello spazio ma anche nel tempo e che non è compatibile con fratture e contrapposizioni tra le diverse fasi del suo sviluppo storico. Papa Benedetto ha ripreso cioè il contenuto centrale del suo discorso del 22 dicembre 2005 alla Curia Romana nel quale, a 40 anni dal Concilio, ha proposto come chiave di interpretazione del Vaticano II non «l’ermeneutica della discontinuità e della rottura», bensì quella «della riforma, del rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto-Chiesa». Egli non fa valere così un suo personale punto di vista o una sua preferenza teologica, ma adempie il compito essenziale del successore di Pietro che, come dice il Concilio stesso (Lumen gentium, n.23), «è il perpetuo e visibile principio e fondamento dell’unità sia dei Vescovi sia della moltitudine dei fedeli».
Allo stesso modo, nella lettera ai Vescovi con cui accompagna e mette nelle loro mani il Motu proprio, Papa Benedetto scrive che la ragione positiva che lo ha indotto a pubblicarlo è quella di giungere ad una riconciliazione interna nel seno della Chiesa: egli ricorda espressamente come, guardando alle divisioni che nel corso dei secoli hanno lacerato il Corpo di Cristo, si abbia «continuamente l’impressione che, in momenti critici in cui la divisione stava maturando, non è stato fatto il sufficiente da parte dei responsabili della Chiesa per conservare o conquistare la riconciliazione e l’unità». Da qui deriva per noi «un obbligo: fare tutti gli sforzi, affinché a tutti quelli che hanno veramente il desiderio dell’unità, sia reso possibile di restare in quest’unità o di ritrovarla nuovamente».
Sol o ponendosi su questa lunghezza d’onda si può cogliere davvero il senso del Motu proprio e si può metterlo in pratica in maniera positiva e feconda. In realtà, come il Papa ha spiegato abbondantemente nella sua lettera, non è fondato il timore che venga intaccata l’autorità del Concilio e messa in dubbio la riforma liturgica, o che venga sconfessata l’opera di Paolo VI e Giovanni Paolo II. Il Messale di Paolo VI rimane infatti la «forma normale» e «ordinaria» della liturgia eucaristica, mentre il Messale romano anteriore al Concilio può essere usato come «forma straordinaria»: non si tratta, precisa il Papa, di «due Riti», ma di un duplice uso dell’unico e medesimo Rito romano. Giovanni Paolo II, inoltre, già nel 1984 e poi nel 1988, aveva consentito l’uso del Messale anteriore al Concilio, per le medesime ragioni che muovono ora Benedetto XVI a fare un passo ulteriore in questa direzione.
Tale passo ulteriore non è del resto a senso unico. Esso richiede una volontà costruttiva, e una condivisione sincera dell’intenzione che ha guidato Benedetto XVI, non solo a quella larghissima maggioranza dei sacerdoti e dei fedeli che si trovano a proprio agio con la riforma liturgica seguita al Vaticano II, ma anche a coloro che rimangono profondamente attaccati alla forma precedente del Rito romano. In concreto, ai primi è richiesto di non indulgere nelle celebrazioni a quegli arbitri che purtroppo non sono mancati e che oscurano la ricchezza spirituale e la profondità teologica del Messale di Paolo VI. Ai secondi è richiesto di non escludere per principio la celebrazione secondo questo nuovo Messale, manifestando così concretamente la propria accoglienza del Concilio. In tal modo si eviterà il rischio che un Motu proprio emanato per unire maggiormente la comunità cristiana sia invece utilizzato per dividerla.
Nella sua lettera il Papa, rivolgendosi ai Vescovi, sottolinea che queste nuove norme «non diminuiscono in alcun modo» la loro autorità e responsabilità sulla liturgi a e sulla pastorale dei propri fedeli: come insegna il Vaticano II (Sacrosanctum Concilium, n.22), ogni Vescovo è infatti «il moderatore della liturgia nella propria diocesi», in comunione con il Papa e sotto la sua autorità. Anche questo è un criterio di primaria importanza perché il Motu proprio possa portare quei frutti di bene per i quali è stato scritto.

Publié dans:dalla Chiesa |on 9 juillet, 2007 |Pas de commentaires »

GLI EBREI NASCOSTI NEI MONASTERI – Il Santo Padre ordina…

Io vado spesso in questa Basilica, non è lontana da casa e, quindi da San Giovanni in Laterano, è molto bella e lì si respira veramente una divina atmosfera di calma, di preghiera e di sapienza e si incontra Sant’Agostino, dal sito:

http://www.30giorni.it/it/articolo.asp?id=10973

GLI EBREI NASCOSTI NEI MONASTERI
Il Santo Padre ordina… 

Pubblichiamo il memoriale inedito del monastero dei Santi Quattro Coronati, relativo agli anni dell’occupazione nazista di Roma: l’ordine di Pio XII di aprire il monastero ai perseguitati, i nomi degli ebrei nascosti, la vita nel convento durante quegli anni terribili 

di Pina Baglioni 

«La nostra vuole essere solo una piccola testimonianza su papa Pio XII. Senza nessuna pretesa, per carità. Certo, la mole di scritti sulla  presunta indifferenza del Pontefice e sui suoi “silenzi” nei confronti degli ebrei negli anni del nazifascismo, ci addolorano profondamente. E allora c’è sembrato utile far conoscere quanto accadde qui da noi oltre sessant’anni fa».
      “Qui da noi” è il monastero di clausura delle agostiniane annesso alla millenaria Basilica dei Santi Quattro Coronati, sulle pendici del Celio a Roma. A prendere la parola è suor Rita Mancini, la madre superiora alla guida della comunità monastica agostiniana dal 1977.
      Sollecitate e incoraggiate dal convegno internazionale “Pio XII. Testimonianze, studi e nuove acquisizioni”, organizzato da 30Giorni
il 27 aprile scorso presso
la Pontificia Università Lateranense, le claustrali dei Santi Quattro si sono messe in contatto col nostro giornale per offrire il loro contributo: alcune preziosissime pagine del
Memoriale delle religiose agostiniane del venerabile monastero dei Santi Quattro Coronati. Vale a dire una parte del diario ufficiale della comunità che raccoglie dal 1548 – anno in cui le agostiniane si insediarono ai Santi Quattro – le cronache della vita monastica.
      Grazie alle agostiniane dei Santi Quattro c’è la possibilità di aprire una finestra su quel microcosmo separato dal mondo e improvvisamente chiamato da papa Pio XII ad aprire le porte, alzare le grate e lasciarsi coinvolgere, rischiando gravi conseguenze, dai destini di tanta gente in pericolo di vita.
      «Quando arrivai qui, nel  1977, conobbi suor Emilia Umeblo» racconta la madre superiora dei Santi Quattro. «Ai tempi dell’occupazione lei era la suora “esterna”, cioè la persona autorizzata, per motivi pratici, a uscire dalla clausura. Mi parlò a lungo di quei mesi e degli aspetti logistico-organizzativi per facilitare l’ospitalità ai rifugiati ebrei e a molti  altri  antifascisti. Tra l’altro suor Emilia era in contatto costante con Antonello Trombadori, dirigente del Partito comunista e capo dei Gruppi armati partigiani di Roma, e con tanti altri oppositori al nazifascismo. Ho pregato suor Emilia più volte di scrivere tutto quello che mi andava raccontando. Purtroppo non l’ha mai  voluto fare. Non c’è più e i suoi ricordi se li è portati via con sé».
      Per fortuna restano le pagine che suor Rita Mancini ha messo a disposizione di 30Giorni. Esse riguardano un lasso di tempo che va dalla fine del 1942 al 6 giugno 1944 e che comprende quindi il periodo dell’occupazione nazista a Roma fino alla liberazione della città avvenuta il 4 giugno del ’44.


 
   
 

      «Arrivate in questo mese di novembre dobbiamo essere pronte a rendere servigi di carità in maniera del tutto inaspettata» scrive l’anonima cronista alla fine del 1943.  «Il Santo Padre vuol salvare i suoi figli, anche gli ebrei, e ordina che nei monasteri si dia ospitalità a questi perseguitati, e anche le clausure debbono aderire al desiderio del Sommo Pontefice». Scorrono i nomi degli ospiti segnalati dall’elenco del memoriale: Viterbo, Sermoneta, Ravenna, De Benedetti, Caracciolo, Talarico… «A tutte le persone su elencate, oltre l’alloggio, si dava anche il vitto facendo miracoli per il momento che si traversava»; leggiamo che «tutto era tesserato.
La Provvidenza è sempre intervenuta… Per
la Quaresima anche gli ebrei venivano ad ascoltare le prediche, e il signor Alberto Sermoneta aiutava in Chiesa. La madre priora gli faceva fare tante cose all’altare del Santissimo preparato per il Giovedì Santo».

      E nel bel mezzo della tempesta, mentre il chiostro del XIII secolo si riempie di paglia e fieno dove far riposare tutta quella povera gente, nulla si interrompe: lavoro e celebrazioni liturgiche procedono, sotto la paterna vigilanza di monsignor Carlo Respighi, l’allora rettore della Basilica dei Santi Quattro e prefetto delle cerimonie apostoliche, morto nel 1957. In un grande locale adiacente all’orto le monache nascondono nientemeno che undici automobili, compresa quella del maresciallo Pietro Badoglio, il capo del governo militare italiano, scappato da Roma all’indomani dell’8 settembre. E poi sette cavalle, quattro mucche…
      Ma da quel che veniamo a sapere dal memoriale, anche dopo la liberazione ai Santi Quattro l’ospitalità proseguì: «Dalla Segreteria di Stato ci è ordinato di ospitare con la più scrupolosa precauzione il generale Carloni che era cercato per essere condannato a morte». Si trattava di Mario Carloni, generale dei bersaglieri che era stato a capo della IV divisione alpina Monte Rosa della Repubblica di Salò.
      Che il monastero romano facesse parte del fitto reticolato degli istituti cattolici che ospitarono ebrei e perseguitati politici durante l’occupazione fascista, era cosa nota: è inserito nell’Elenco delle case religiose in Roma che ospitarono ebrei pubblicato nella sezione dei documenti della Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo di Renzo De Felice, uscita in prima edizione nel 1961 (Einaudi, Torino 21993, pp. 628-632), dove si legge che le «suore agostiniane dei Santi Quattro Incoronati» avevano ospitato 17 ebrei. L’elenco, che riprende un articolo della Civiltà Cattolica
del 1961 firmato da padre Robert Leiber,  rimane ancora oggi uno dei documenti-chiave per tutte le indagini successive. Fino alle più recenti. Come quella, avviata nel 2003 dal Coordinamento storici religiosi, sugli ebrei ospitati presso le strutture cattoliche a Roma tra l’autunno del 1943 e il 4 giugno del 1944.  Suor Grazia Loparco, docente di Storia della Chiesa presso
la Pontificia Facoltà Auxilium e membro del Coordinamento, nel gennaio del 2005 ha reso noti all’agenzia internazionale
Zenit i primi risultati dell’indagine: gli ebrei salvati a Roma all’interno degli istituti religiosi furono, secondo una stima per difetto, almeno 4.300.


 Altre testimonianze inedite fornite da persone salvate grazie all’accoglienza negli istituti religiosi sono state rese note nei  volumi di Antonio Gaspari, Nascosti in convento (Ancora, Milano 1999), e di Alessia Falifigli, Salvàti dai conventi. L’aiuto della Chiesa agli ebrei di Roma durante l’occupazione nazista (San Paolo, Cinisello Balsamo 2005). Sia in questi ultimi studi che in tutti quelli che da almeno quarant’anni indagano sul ruolo giocato dai cattolici nella salvezza degli ebrei dalle persecuzioni nazifasciste, è presente  l’interrogativo se quell’accoglienza ebbe solo carattere spontaneo, o ci furono ordini provenienti dai vertici della Chiesa. La risposta è stata sempre sostanzialmente la stessa. E cioè che la natura dell’ospitalità data dalla Chiesa romana ai perseguitati, soprattutto ebrei, è stata spontanea, non decisa preventivamente dai vertici della Chiesa, ma da essa assecondata e sostenuta moralmente e materialmente. E nella  presentazione al volume della Falifigli, Andrea Riccardi, storico del cristianesimo presso
la Terza Università di Roma e fondatore della Comunità di Sant’Egidio, chiarisce: «Per superare i divieti della clausura, quella stretta dei monasteri ma anche quella più blanda dei conventi, ci voleva una direttiva superiore». E aggiunge: «Ma tutti, unanimemente, hanno sorriso all’idea che potesse esserci un qualche documento vaticano in proposito. Chi avrebbe fabbricato una prova contro sé stesso per un’attività proibita e clandestina? Eppure tutti i responsabili erano convinti che fosse la volontà del Papa, quella di aprire le porte delle loro case agli ebrei e ai perseguitati». Giudizio già espresso dallo scrittore e giornalista di origine ebrea Enzo Forcella in un volume del 1999: «L’assenso all’asilo era stato dato solo verbalmente, s’intende. Per tutta la durata dell’occupazione le autorità religiose si atterranno alla loro antica regola: è sempre meglio far capire che dire, se qualcosa deve essere detta è bene evitare di lasciarne traccia scritta e, in ogni caso, alle eventuali contestazioni bisognerà rispondere che si era trattato di iniziative personali dei singoli sacerdoti prese all’insaputa delle autorità superiori» (

La Resistenza in convento, Einaudi, Torino 1999, p. 61).
      Cosa aggiungono allora le pagine del memoriale agostiniano che 30Giorni pubblica? «Basta leggerle, non c’è molto altro da dire: le  nostre consorelle non ricevettero un vago invito della Santa Sede ad aprire il convento a chi ne avesse bisogno. Ma un ordine» ribadisce suor Rita Mancini. «L’ordine perentorio del Pontefice  di ospitare ebrei e chiunque altro stesse rischiando la vita a causa delle persecuzioni dei nazifascisti. Condividendo con loro tutto, facendoli sentire a casa propria. Con gioia, nonostante il pericolo. Se questa è indifferenza…».

 
 
 
 

 

      Il memoriale è redatto in uno stile asciutto, sobrio, eppure emozionante, capace di restituire il clima di quei mesi vissuti pericolosamente all’interno delle sacre e invalicabili mura del monastero, dove giunge l’eco di una Roma terrorizzata e sofferente.  Che in rapida successione aveva dovuto subire: il bombardamento dal quartiere San Lorenzo il 19 luglio del ’43, con 1.400 morti, 7.000 mila feriti e la distruzione dell’antica Basilica di San Lorenzo; sei giorni dopo, l’arresto di Mussolini per ordine di Vittorio Emanuele III di Savoia e la nomina del maresciallo Pietro Badoglio a capo del governo militare; un secondo bombardamento  degli Alleati «ancora più disastroso del primo», scrissero i giornali romani, il 13 agosto: ad essere presi di mira furono allora i quartieri Tiburtino, Appio e Tuscolano; la successiva acquisizione dello status di “città aperta”, cioè zona smilitarizzata; poi l’armistizio dell’8 settembre tra il governo italiano e le Forze alleate; la fuga di Badoglio e dei Savoia verso Brindisi; il disorientamento dei soldati italiani lasciati allo sbaraglio; l’attesa degli angloamericani, sbarcati in Sicilia già dal 10 luglio, e l’arrivo invece dei carri armati tedeschi, che occuparono il cuore della città, dopo aver sopraffatto, presso Porta San Paolo, l’ultima postazione di civili e soldati italiani a difesa di Roma. E poi c’era stato quel sabato del 16 ottobre al Ghetto, quando, alle 5 di mattina, i nazisti avevano strappato 1.023 ebrei dalle loro case con destinazione il campo di sterminio di Auschwitz.
     
Ma «anche durante il periodo dell’occupazione tedesca,
la Chiesa splende su Roma», dirà un grande laico, lo storico Federico Chabod, agli studenti della Sorbona. Splende, continua Chabod, «in modo non molto diverso da come era accaduto nel V secolo. La città si trova, da un giorno all’altro, senza governo; la monarchia è fuggita, il governo pure, e la popolazione volge il suo sguardo a San Pietro. Viene meno un’autorità ma a Roma – città unica sotto questo aspetto – ne esiste un’altra: e quale autorità! Ciò significa che, benché a Roma vi sia il comitato e l’organizzazione militare del Cln, per la popolazione è di gran lunga più importante e acquista un rilievo ogni giorno maggiore l’azione del papato» (Federico Chabod,
L’Italia contemporanea 1918-1948, Einaudi, Torino 1993, pp. 125-126).
      Pubblichiamo qui di seguito il memoriale relativo al periodo dell’occupazione nazifascista a Roma. Esso comprende anche un brano di un articolo apparso sull’Osservatore Romano. 

Publié dans:dalla Chiesa, testimonianze |on 4 juillet, 2007 |Pas de commentaires »

Cardinali e Vescovi francescani riflettono sulla loro vocazione e la missione nella Chiesa

dal sito:

http://www.zenit.org/article-11274?l=italian

Cardinali e Vescovi francescani riflettono sulla loro vocazione e la missione nella Chiesa 

Chiedono il sostegno della preghiera ai loro fratelli dell’Ordine dei Frati Minori 

ASSISI, giovedì, 28 giugno 2007 (ZENIT.org).- Essere Vescovi è “un inatteso e mirabile sviluppo della vocazione francescana alla quale tutti siamo stati chiamati”, hanno riconosciuto i Cardinali e i Vescovi dell’Ordine dei Frati Minori (OFM) in una lettera ai loro fratelli francescani.

Gli alti prelati hanno voluto così condividere l’incontro – giornate di preghiera, riflessione e convivenza fraterna – da loro celebrato ad Assisi, dal 18 al 22 giugno, su invito del Ministro Generale dell’Ordine.

Si tratta di un evento inserito nelle molteplici iniziative della famiglia francescana per l’VIII centenario della conversione di San Francesco.

Particolare attenzione è stata prestata a due temi: la dimensione ecclesiale del carisma francescano e la spiritualità francescana nel ministero episcopale, con l’aiuto degli interventi, rispettivamente, di fr. Herman Schalück . – ex Ministro Generale dell’Ordine – e del Cardinale Carlos Amigo Vallejo, Arcivescovo di Siviglia (Spagna).

“Nella Chiesa che Cristo acquistò con il suo sangue, noi Frati Minori siamo nati da Dio come figli nel suo Figlio; nella Chiesa abbiamo ricevuto lo Spirito Santo di Dio; nella Chiesa risuona per noi, come per Francesco, l’autentica Parola di Dio”, sintetizzano nella lettera ai loro confratelli.

“Nella Chiesa partecipiamo ai misteri della nostra redenzione – aggiungono –; nella Chiesa, mediante l’azione dello Spirito Santo, diveniamo di Cristo, ci lasciamo trasformare in Cristo e, in Cristo, ci consacriamo al Padre per amarlo con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutto il nostro essere”.

“Uniti a voi nella comune vocazione, abbiamo fatta nostra la vocazione di Francesco al servizio della Chiesa: ‘Francesco, va’, ripara la mia casa che, come vedi, è tutta in rovina’”, scrivono i Cardinali e i Vescovi OFM.

“Con voi vogliamo amare
la Chiesa e servirla; con voi, nella Chiesa, desideriamo diventare docili all’azione dello Spirito Santo così da essere una voce profetica che mantenga viva in tutti una ‘incurabile inquietudine’ per le cose che ancora devono accadere”.

“Con voi condividiamo l’ammirazione contemplativa per Cristo povero e crocifisso; con voi e con Francesco ci identifichiamo con il Vangelo e l’abbracciamo come forma di vita e come nostra Regola”, proseguono.

“Con voi siamo Fratelli e Minori e il servizio della carità che prestiamo, pascendo come Vescovi il Popolo di Dio, è solo un inatteso e mirabile sviluppo della vocazione francescana alla quale tutti siamo stati chiamati”.

“Non lasciateci soli!”, chiedono. 

 

Publié dans:dalla Chiesa |on 28 juin, 2007 |Pas de commentaires »
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