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LA CROCE DI GERUSALEMME, UN ENIGMA MILLENARIO (O.R. 28.8.2009)

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LA CROCE DI GERUSALEMME, UN ENIGMA MILLENARIO (O.R. 28.8.2009)

Cinque ferite nel simbolo della Città Santa

di Mordechay Lewy

Ambasciatore d’Israele presso la Santa Sede

Lo sguardo di quanti hanno potuto vedere gli altari delle grandi messe in occasione della visita del Papa in Israele è stato immancabilmente attratto dalla croce di Gerusalemme. Questo stemma sembra essere onnipresente. Da secoli lo si trova come emblema della Custodia francescana di Terra Santa. È anche lo stemma dei Cavalieri del Santo Sepolcro di Gerusalemme. E pure il patriarcato latino di Gerusalemme utilizza questo simbolo.
Inoltre, la croce di Gerusalemme è una componente fissa della bandiera nazionale della Georgia, nonché degli stemmi dell’isola di Portorico e della città di Aix-en-Provence. Sia l’associazione cattolica Deutscher Verein vom Heiligen Lande sia l’associazione Evangelischer Jerusalemverein presso l’opera missionaria di Berlino la utilizzano.
È un simbolo che può essere usato a piacimento? Che significato ha e come è nato? La croce di Gerusalemme può essere facilmente riconosciuta dagli elementi che la compongono: una croce greca (con i bracci di lunghezza uguale) croce potenziata o croce maltese (croce patente), circondata da quattro piccole croci, una tra ciascuno dei quattro bracci. Con i suoi colori, in araldica questa croce rappresenta un’eccezione: oro su argento, due colori metallici che di solito non possono sovrapporsi.
Per il mio studio l’attributo importante però non è né il colore né la forma della croce. È invece il numero delle croci, che sono cinque (4+1), a dare a questo simbolo il suo significato.
La forma più antica della croce gerosolimitana appare nell’arte protocristiana. Già Franz Dölger ha rimandato agli stampi per le ostie giacobitici e nestoriani, che ha attribuito al V secolo. Queste prime forme di croce sono dette croci cosmiche. Sono prive di un riferimento diretto a Gerusalemme.
Con la cosiddetta chiave di san Servatio, sul cui ingegno è stata realizzata una croce gerosolimitana evoluta, ci troviamo però dinanzi a un enigma, da quando Viktor Elbern l’ha ricollegata a Gerusalemme. Questo reliquiario è stato realizzato nelle botteghe palatine di Aquisgrana nel IX secolo.
Tenendo conto della pretesa di Carlo Magno di essere il nuovo re David, il reliquiario potrebbe essere chiamato clavis David. Quest’opera d’arte, però, nel suo significato non si ricollega a Gerusalemme soltanto per il riferimento a re David. Gli annali dell’impero, infatti, parlano della legazione che Carlo ha inviato a Gerusalemme, dove il Patriarca le ha offerto dei doni. Tra questi vi era la chiave della città di Gerusalemme.
Ma questo riferimento ha avuto anche delle conseguenze sulla diffusione della croce gerosolimitana? Precisiamolo subito: no, non ha avuto conseguenze. Deve passare mezzo millennio prima che si possa nuovamente documentare una croce di Gerusalemme. Contrariamente all’immaginario popolare o alle rappresentazioni successive romantico-storicizzanti, l’intera epoca delle crociate fino al 1291 non conobbe neppure una croce di Gerusalemme.
Quella utilizzata dal regno di Gerusalemme era la « vera » croce, che aveva la forma di una croce patriarcale. La croce gerosolimitana riapparve all’inizio del XIV secolo in due contesti diversi. La prima apparve in un contesto escatologico, nel Giudizio Universale di Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova, del 1300. Qui, due angeli, a capo della Militia Christi celeste, reggono una bandiera con la croce di Gerusalemme.
Anche la Militia Christi dell’altare di Ghent, realizzato dai fratelli van Eyck nel 1426-1432, segue una bandiera dei cavalieri con la croce gerosolimitana.
Che questo riveli la speranza di riconquistare Gerusalemme appare evidente grazie a una miniatura presente in un manoscritto sulla crocifissione di Marino Sanudo, il Liber secretorum fidelium Crucis. Qui la croce di Gerusalemme appare su una nave che trasporta i crociati. Nel 1332 questo codice (Bruxelles kb, ms. 9404-05) venne donato dal suo autore al re francese Filippo vi, nella speranza che si ponesse a capo della crociata.
Il secondo contesto è numismatico-politico. La croce gerosolimitana è impressa su una moneta cipriota del reggente e usurpatore Amalrico di Lusignano, che negli anni 1306-1310 s’impossessò di Cipro. Adottando la croce di Gerusalemme, già approvata teologicamente, voleva contrastare le pretese angioine alla corona di Gerusalemme.
Per mancanza di spazio, possiamo solo accennare a questo contesto politico. La croce di Gerusalemme divenne un ambito attributo araldico di tutte le pretese al trono di Gerusalemme, reali e fittizie, dopo che nel 1291 i crociati persero anche l’ultimo avamposto. I casati di Lusignano a Cipro e Angiò a Napoli si contendevano la corona di Gerusalemme. In seguito, tutte le pretese delle dinastie europee dal XV al XX secolo ebbero solo carattere fittizio: Aragona, Valois, Venezia, Savoia, Lorena, Asburgo, Borboni di Spagna. Di conseguenza questi casati vantavano sul loro stemma la croce di Gerusalemme.
A noi, però, interessa soprattutto l’origine e il significato di questo simbolo enigmatico. Se dall’epoca carolingia manca una certa continuità, come si può spiegare l’apparizione della croce di Gerusalemme, soprattutto dopo la fine degli stati crociati? Le spiegazioni fornite finora vanno dall’adozione dell’acronimo ih i (IHerusalem e Iesus), allo sviluppo ulteriore della croce patriarcale fino alle tre croci sul Golgota. Per spiegare le quattro piccole croci sono stati indicati i diversi principati crociati o le diverse nazioni che hanno preso parte alle crociate. Recentemente, Giuseppe Ligati ha suggerito di far derivare la croce di Gerusalemme dai sigilli dell’imperatore latino di Costantinopoli.
L’enigmatica riapparizione della croce gerosolimitana nel XIV secolo esige però una nuova interpretazione, che vada oltre i tentativi fatti finora per trovare una spiegazione. Io proporrei di servirci dello spunto della storia dei simboli dato da Michel Pastoureau, e soprattutto di prestare attenzione a un fenomeno di cui si è tenuto poco conto. Si tratta del fenomeno dei simboli seminati, semée, e del loro significato araldico. Recentemente, Michel Pastoureau ha fatto notare che nella descrizione medievale delle immagini i simboli sparsi in modo esteso come i gigli, le stelle o le croci rappresentano la consistenza infinita del celeste-divino. La domanda è quindi: come veniva rappresentata in araldica l’infinità, tanto più che nelle prime descrizioni araldiche (blasoni) erano stati utilizzati a tal fine termini come semy, semée o crusellier? Pastoureau si è domandato anche come era stato possibile ridurre questi simboli seminati a un numero fisso e, così facendo, creare un emblema araldico universalmente riconosciuto.
Pastoureau ha analizzato l’apparizione del giglio al servizio della casa reale francese a partire dagli inizi dell’araldica nel XII secolo. Nel sigillo del 1211 il principe Luigi, in seguito divenuto re Luigi viii, è rappresentato come cavaliere con uno scudo con gigli seminati. L’infinità viene rappresentata da gigli incompleti al margine dello scudo.
All’epoca, il giglio era considerato simbolo di Maria, patrona di Francia. Ma nel corso del XIV secolo, all’esigenza di legittimazione dell’emergente dinastia dei Valois, a partire dal 1328, si risponde propagando l’origine divina dei gigli. Quando nel 1340 il re inglese Edoardo iii, nella foga della guerra dei cent’anni, fa valere la sua pretesa alla corona francese, divide in quattro il suo stemma e così su due partizioni appaiono i gigli seminati rivendicati dai francesi. Edoardo non eliminò i gigli dal suo stemma nemmeno dopo aver rinunciato alla corona francese nel 1360. Come contromossa, il re di Francia Carlo v, a partire dal 1365 circa, cercò di ridurre a tre i numerosi gigli del suo stemma. Si presume che volesse in tal modo contrastare l’utilizzo dei gigli da parte degli inglesi. Questa riduzione a tre venne motivata con il diffondersi della Trinità quale patrona della corona francese.
« (Le roi de France) porte les armes des trois fleurs de lys en signe de la benoîte Trinité »; così si espresse nel 1371-72 il traduttore francese Raoul de Presle nella sua prefazione alla Civitas Dei di sant’Agostino. Con questa motivazione teologica, che avvicinava la corona alla quasi divinità, non si ottenne soltanto una particolare legittimazione della dinastia francese dei Valois, ma venne anche approvata e stabilita in araldica la limitazione dello stemma a tre gigli.
Che cosa si può imparare da questo modello esplicativo del seminato ridotto di Pastoureau? Sulla base di un inventario delle rappresentazioni visive, si potrebbe seguire, dal punto di vista della storia dei simboli, lo sviluppo delle croci seminate ed esaminare quando, come emblema araldico, è stata ridotta la loro infinitezza e con quante croci è stato catalogato in araldica.
Forse, come per la Trinità, anche per il numero fissato delle croci si può trovare una motivazione teologica che lo legittimi. Non nel XII, ma solo nel XIII secolo troviamo le croci seminate nel contesto araldico, e più di frequente come stemma del re di Gerusalemme, Giovanni di Brienne (1210-1225).
La corona di Gerusalemme nel 1277 venne ceduta da una pretendente al trono, Maria di Antiochia, a Carlo i d’Angiò, che desiderava espandere a oriente il suo regno mediterraneo di Sicilia e di Napoli. Su una moneta da lui coniata quando s’impossessò della corona di Gerusalemme, appare nuovamente una croce seminata.
Ancora nel 1317, questa croce seminata venne utilizzata in un dipinto di Simone Martini per ricordare la pretesa angioina alla corona di Gerusalemme. La tavola rappresenta san Luigi, vescovo di Tolosa e fratello maggiore di Roberto d’Angiò, nell’atto di consegnare al fratello la corona del Regno di Napoli e di Gerusalemme. Lo stemma appare sia come fibbia sul mantello di Luigi, sia sulla parte posteriore dell’abito di Roberto.
Nel XIII secolo, dunque, la croce, a partire da Giovanni di Brienne – non sono escluse influenze bizantine – sembra essere lo stemma di coloro che reclamano il trono di Gerusalemme. Appare soprattutto nel regno angioino di Napoli, che così contendeva la corona di Gerusalemme alla dinastia cipriota dei Lusignano. Nel XIV secolo, e anche dopo, continua a riapparire nel contesto storico del regno di Gerusalemme. Si è pertanto consolidata l’erronea convinzione che i crociati a Gerusalemme avessero come stemma la croce di Gerusalemme seminata o piena.
Contemporaneamente, all’inizio del XIV secolo, nel contesto sia teologico sia politico la croce seminata subì una riduzione e venne limitata a quattro piccole croci attorno alla croce greca. Come si giunse a ciò? Il Giudizio universale di Giotto (1302-1305) e la moneta cipriota (1306-1310) fanno risalire la croce di Gerusalemme più o meno allo stesso periodo. Tuttavia, il contesto teologico sembra essere quello più importante.
A Cipro invece fu l’obbligo politico di minare le pretese degli Angiò di Napoli su Gerusalemme a fare accettare la croce di Gerusalemme con le croci ridotte a cinque. Nella motivazione teologica degli atti di culto, il simbolismo dei numeri svolge un ruolo importante.
Dall’abitudine del sacerdote di segnarsi cinque volte, dinanzi all’ostia consacrata, pronunciando le parole hostiam puram, hostiam sanctam, hostiam immaculatam, panem sanctum vitae aeternae, et calicem salutis perpetuae, all’inizio del XII secolo Roberto Tuitiense, nel suo De divinis Officiis (Patrologia Latina, 170, 43d-44a), così interpreta la consuetudine di mostrare l’ostia consacrata come un modo per ricordare le cinque piaghe fisiche di Cristo, cum intra verba praedicta, vel quinque crucis signacula, quinque dilecti sui plagas (…) fida tenet et contemplatur memoria.
Nel suo De sacro altaris mysticis (Patrologia Latina, 217, 887) Papa Innocenzo iii, conferma questo quintuplice segno della croce come memoria delle cinque piaghe. San Tommaso d’Aquino, verso la fine della sua vita, nel 1274, scrive di questo atto nella Summa Theologiae: Unde ad repraesentandum quinque plagas, fit quarto quintuplex crucesignatio super illa verba, hostiam puram. Nel XII secolo, quando l’araldica era ancora poco sviluppata, questa interpretazione simbolica delle cinque croci non poteva essere applicata alla croce di Gerusalemme, a quell’epoca caduta nell’oblio. Fu lasciato alle generazioni successive il compito di riprendere visivamente questa interpretazione.
Intorno al 1340, nella Züricher Wappenrolle (stemmario di Zurigo) appare un’indicazione eloquente. Lo stemma del regno di Gerusalemme è riportato come croce potenziata, sulla quale cinque chiodi (piaghe) sono disegnate in rosso.
Per quanto mi è noto, è questo il primo collegamento figurato esplicito dello stemma di Gerusalemme con la configurazione delle cinque piaghe. Da questo collegamento si potevano anche far derivare le quattro piccole croci tra i bracci. Un ulteriore sviluppo della riduzione teologicamente motivata della croce di Gerusalemme a cinque croci si osserva nel XV secolo, sulle vetrate di un convento francescano in Inghilterra (Coldingham), conservate nel Cloisters Museum di New York.
Su queste vetrate, le cinque piaghe di Gesù sono rappresentate come concetto araldico sviluppato, in una configurazione 1+4. Unendo le due configurazioni (lo stemmario di Zurigo e le vetrate di Coldingham), appare visivamente la motivazione teologica della configurazione della croce di Gerusalemme. A questo bisogna aggiungere che anche la rappresentazione figurata dell’Arma Christi nei primi decenni del XIV secolo è stata racchiusa in un concetto araldico.
Rispecchiava lo spirito dei tempi. Va notato che nello stesso periodo sia lo stemmario di Zurigo sia l’Arma Christi prevedono un solo chiodo per entrambe le gambe, poiché nelle raffigurazioni occidentali questa posizione delle gambe nella crocifissione si è imposta a partire dall’inizio del XIV secolo.
L’idea diffusa dai francescani secondo cui le cinque stigmate di Francesco corrispondevano alle cinque piaghe di Gesù venne trasmessa visivamente soprattutto attraverso opere commissionate ai pittori italiani più abili. La divulgazione, da parte dei francescani, della simbologia delle cinque piaghe, acquistò un ulteriore significato quando questo Ordine poté riportare la presenza latina in Terra Santa. Nel 1342, Papa Clemente vi affidò loro la responsabilità dell’assistenza ai pellegrini latini. Fu questo uno stimolo in più per reclamare la croce di Gerusalemme come croce delle cinque piaghe di Gesù (e quindi indirettamente delle cinque stigmate).
Nel XV secolo, i francescani della Custodia di Terra Santa iniziarono a monopolizzare la croce di Gerusalemme per il pellegrinaggio dall’Europa. L’Ordine Equestre del Santo Sepolcro, da loro promosso, araldicamente veniva onorato con il conferimento della croce di Gerusalemme. La prima testimonianza dell’utilizzo della croce di Gerusalemme come simbolo che identificava chi si era recato in pellegrinaggio a Gerusalemme è un epitaffio di Heinrich Ketzel, di Norimberga, che compì il pellegrinaggio nel 1389. L’epitaffio venne realizzato solo nel 1454 ed è ancora oggi visibile sul muro esterno della chiesa di San Sebaldo a Norimberga.
All’inizio fu importante per i francescani avere la prerogativa di conferire il titolo di cavaliere del Santo Sepolcro. Questa prerogativa venne loro confermata da una lettera del Papa nel 1525. Il simbolo veniva cucito sull’abito dei pellegrini. I membri delle fraternità gerosolimitane esibivano con orgoglio le collane con la croce in metallo che riportavano da Gerusalemme.
A partire dal XVII secolo, la croce gerosolimitana venne addirittura tatuata sulla pelle dei pellegrini, affinché al ritorno in patria potessero portare con sé per tutta la vita il ricordo del pellegrinaggio.
Accanto al ramo di palma utilizzato a partire dall’inizio del Medioevo (palmario era sinonimo di pellegrino a Gerusalemme) nel XVI-XVII secolo la croce gerosolimitana divenne l’attributo principale del pellegrinaggio in Terra Santa.
Nel XVI secolo, i francescani in Terra Santa si appropriarono della croce di Gerusalemme per farne un uso ufficiale. Nel sigillo ovale del 1581 del Guardiano del Monte Sion a Gerusalemme, nella punta superiore (a sinistra), si riconosce la croce di Gerusalemme. La croce gerosolimitana venne utilizzata anche nella sua insegna notarile nel 1599 (a destra).
Nel XVII secolo, grazie allo studioso francescano Francesco Quaresmius venne promossa in modo particolare la devozione delle cinque piaghe di Gesù. Francesco Quaresmius evidenziò l’unicità del suo Ordine, sottolineando il collegamento tra le cinque piaghe di Gesù e le cinque stigmate del fondatore dell’Ordine, san Francesco. Quaresmius introdusse un’importante aggiunta nello stemma della Custodia di Terra Santa: nello stemma apparvero le braccia incrociate di Gesù e di Francesco. Questo emblema è scolpito ancora oggi sugli immobili di proprietà della Custodia a Gerusalemme e nei suoi dintorni.
Il predominio dei francescani nell’ambito dei pellegrinaggi a Gerusalemme fu interrotto nel 1847 con la disposizione pontificia d’istituire un patriarcato latino a Gerusalemme. I francescani persero anche la prerogativa del conferimento del cavalierato. Nel 1868 l’ordine equestre venne riorganizzato e riconosciuto dal Papa. La sua massima istanza, il Gran Maestro, un cardinale nominato dal Papa e residente a Roma, nomina anche i cavalieri. Il simbolo della croce di Gerusalemme diffuso dai francescani, ha nel frattempo sviluppato una vita propria. Il merito di averne fatto lo stemma dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro, però, in realtà dovrebbe essere attribuito alla Custodia di Terra Santa.

IL CULTO ALLA RELIQUIA DELLA CROCE E IL CULTO ALLE CROCI E AI CROCIFISSI

http://www.artcurel.it/ARTCUREL/RUBRICHEAUTORI/FeliceArtuso/cultoreliquiacroce1FeliceArtuso.htm

IL CULTO ALLA RELIQUIA DELLA CROCE

e il culto alle croci e ai crocifissi

di Padre Felice Artuso

L’imperatore Costantino I, concessa ai cristiani la libertà del culto pubblico, invia a Gerusalemme i suoi architetti Gustato e Zenobio, incaricandoli di erigere un complesso di edifici sull’area del Calvario e della tomba di Gesù. Macario, vescovo di Gerusalemme, indica a loro e a Elena, madre dell’imperatore, i luoghi della passione e della sepoltura del Signore. Iniziati gli scavi di sterro, alcuni scritti leggendari attestano che comparve una croce, la quale su serio accertamento sarebbe appartenuta a Gesù. Arbitra del gioioso evento, Elena lascia un consistente reperto della Santa Croce alla chiesa madre, un altro se lo porta a Roma e un terzo lo dona al figlio Costantino. «Tutte le fonti coeve sottolineano come Elena facesse suddividere il reperto ritrovato poco prima di mettersi in viaggio per Roma: un terzo della croce rimase a Gerusalemme, un altro terzo lo portò con sé a Roma, l’ultimo terzo infine lo fece recapitare al figlio», residente a Costantinopoli, nuova capitale dell’impero . Il vescovo di Gerusalemme custodisce in un’apposita cassetta il reperto della croce, impreziosito di gemme e lo espone alla venerazione dei fedeli in queste tre ricorrenze annuali: il Venerdì Santo, il 3 maggio, giorno del prodigioso ritrovamento della reliquia ed il 14 settembre, giorno della consacrazione della basilica. Nelle prime ore del mattino egli sale sul Martirio (Calvario), accompagnato dal clero, pone il legno della croce di Gesù alla vista di tutti, lo incensa ed invoca il Signore con molti Kyrie Eleison. Presiede quindi la celebrazione eucaristica, conferendovi una caratteristica eminentemente pasquale in cui unisce il passato al presente, l’esodo degli ebrei all’esodo dei cristiani. Conclusa la celebrazione, lascia la reliquia alla venerazione dei devoti, i quali la baciano con affetto e la ornano di lumini, di verde e di fiori. Riconoscono con questi semplici gesti che il Signore se ne è servito per donare a tutti gli uomini la salvezza eterna. La pellegrina Egeria dà questa informazione su come si svolgeva il rito dell’ostensione della santa croce: «Il vescovo siede sulla cattedra, davanti a lui si mette un tavolo coperto da un telo di lino, i diaconi sono in piedi intorno al tavolo: viene portata una cassetta dorata in cui c’è il santo legno della croce, la si apre e la sia espone. Si mette sul tavolo il legno della croce e l’iscrizione» . Per soddisfare la richiesta delle chiese locali o delle singole persone, il legno della croce viene diviso e frammentato. San Cirillo di Gerusalemme durante una catechesi sul Calvario afferma, infatti, con un tono un po’ enfatico: «Del legno della croce ormai si trovano dei pezzettini in tutto il mondo» . In una successiva catechesi asserisce: «Il legno della croce da qui è stato distribuito in frammenti per tutto il mondo» . Nella Città Santa si conserva ovviamente il pezzo più ampio della santa croce.
Nelle guerre d’invasione i vincitori s’impossessano non solo dei beni immobili, ma anche dei preziosi dei perdenti. Nella Bibbia si narra che i filistei prevalgono sugli ebrei, ritirano l’arca santa, la collocano nel loro tempio e se la tengono per sette mesi (1Sam 5,1-2; 6,1). Nel 614 il re persiano Cosroe II occupa Gerusalemme, la saccheggia e massacra parecchi nemici. Cattura inoltre il vescovo Zaccaria e lo deporta nella sua capitale assieme a migliaia di cristiani. Prende anche la reliquia della croce, la trasporta in Persia e la colloca accanto al suo trono. Eraclio, imperatore bizantino, reagisce, organizzando un contrattacco. Nel 627 vince le truppe di Cosroe, ricupera il legno della croce e lo trasferisce a Gerusalemme. Gli islamici non tollerano lo smacco di Eraclio. Si organizzano, premono minacciosi sui confini dell’impero bizantino e riescono ad avanzare nel territorio nemico. Considerato il pericolo che i musulmani si impadroniscano del legno della croce, nel 635 l’imperatore lo trasporta a Costantinopoli.
Nei secoli successivi viene ancora ridotto in migliaia di frammenti, distribuiti in larga quantità alle cattedrali, alle pievi, alle parrocchie, ai monasteri e alle famiglie religiose. Le comunità cristiane, sparse nel mondo, imitano le forme di culto della chiesa madre, tributando alla reliquia una crescente venerazione. Gli armeni venerano un pezzo della croce nella ricorrenze festive del suo ritrovamento, del suo ricupero dai persiani, della sua esaltazione e della consacrazione della prima basilica, edificata sull’area del Golgota e della tomba di Gesù. Le chiese di rito bizantino espongono la reliquia alla pubblica venerazione il 3 maggio, durante tutta la Settimana Santa e il 14 settembre. Al primo di agosto il patriarca di Costantinopoli porta in processione il legno della croce. Le tributa onore per «tenere lontano le malattie, dovute al caldo dell’estate» e per essere «benedetti e custoditi da Dio le vie e i bastioni della città stessa» . Nel periodo delle lotte iconoclaste si allenta il culto alla reliquia. Superate le controversie, si rinnova e si rinvigorisce la devozione al sacro legno, Nel secolo XIII un anonimo di Costantinopoli attesta: «La Croce veneranda, che attualmente è conservata in sacrestia… la ornano di pietre preziose e d’argento e la rivestono d’oro. E fino ad oggi dona salute, scaccia i mali e i demoni» .
In Occidente la Chiesa amplifica il rito dell’ostensione e della venerazione della croce di Gesù, aggiungendo una pluralità di canti. Per onorare un frammento della croce, dono dell’imperatore Giustino II di Costantinopoli alla regina Radegonda, nel 570 Venanzio Fortunato compone a Poitiers gli inni “Vexilla regis prodeunt” (Procedono i vessilli del Re) e “Pange lingua gloriosi proelium certaminis” (Canta, o lingua la gloriosa battaglia). In queste composizioni liriche Venanzio attenua gli aspetti dolorosi della passione di Gesù, mentre esalta il suo battagliero eroismo e la sua trionfale vittoria sulla morte. Imprime agli inni un contenuto teologico, sacrale, poetico, ardente e retorico. Musicati e cantati nelle celebrazioni liturgiche della Settimana Santa, dell’Invenzione e dell’Esaltazione della Santa Croce, sono divenuti molto famosi, finché nella liturgia è prevalsa la lingua latina. Hanno anche avuto un grande influsso spirituale presso il popolo cristiano, bramoso di percorrere il cammino che immette nella gloria celeste.
La comunità cristiana di Roma tributa un particolare culto a questo legno, portato nell’Urbe da sant’Elena. Il papa Sergio I (687-701) d’origine orientale, verso le ore 14 del Venerdì Santo lascia il Laterano e, scalzo, si reca in processione nella basilica di Santa Croce in Gerusalemme, accompagnando il trasporto della reliquia, custodita in un contenitore d’oro. Giunto nella chiesa scopre il sacro reperto, lo bacia, lo posa sull’altare, lo venera assieme ai presenti, si pone con giusta umiltà dinanzi a Dio e lo ringrazia di aver scelto un atroce strumento di morte per manifestarci il suo amore per noi. Commemora quindi la passione di Gesù con l’ascolto delle letture, tratte dal vecchio Testamento e dal Vangelo di Giovanni. Terminata la funzione con un’esortazione a sperare nel Signore, datore di vita, rientra nel Laterano. I papi, successori di Sergio I, mantengono la tradizione. Cantando salmi e antifone, ogni Venerdì Santo si recano in processione alla detta basilica, dove svelano la reliquia e la espongono all’adorazione, mentre il popolo canta l’Ecce lignum crucis (Ecco il legno della croce). Conservano questo tipo di celebrazione fino all’esilio di Avignone (1305). A Roma durante l’assenza del papa rimane tuttavia l’usanza di venerare pubblicamente la reliquia ad ogni venerdì e nella celebrazione del Venerdì Santo si introduce il rito dell’adorare la croce. Nel 1629 due dei suoi grossi frammenti sono trasferiti dalla basilica della Santa Croce alla basilica di San Pietro. Qui il papa, rientrato nella sua residenza, presiede i riti del Venerdì Santo e impartisce la benedizione finale con la reliquia della croce.
Le parrocchie, che ne custodiscono un frammento, sogliono esporlo il 14 settembre e il Venerdì Santo, perché i fedeli lo venerino e preghino il Signore. Qualche comunità parrocchiale organizza una processione con il sacro reperto, per ravvivare nel paese la memoria delle volontarie e gratuite sofferenze di Gesù.
Alcuni teologi moderni consigliano di relativizzare questa forma di culto popolare, perché essa potrebbe fomentare atteggiamenti superstiziosi. Altri l’approvano, per mantenere la fedeltà e la vivacità della tradizione. San Giovanni Damasceno dà, infatti, questo consiglio: «Quando tu vedi i figli dei cristiani che venerano la croce, sappi che essi rivolgono la venerazione al Cristo crocifisso e non al legno…Quando tu vedi un cristiano che venera la croce, sappi che egli la venera a causa di Cristo crocifisso e non a causa della natura del legno» . I maestri di vita spirituale si conformano alla tradizione e ritengono utile conservarla. San Paolo della Croce offre questo consiglio, valido per ogni cristiano: «Poiché le feste si celebrano con allegrezza, così la festa della Croce degli amanti del Crocifisso si fa penando e tacendo con volto ilare e sereno, affinché tal festa sia più segreta alle creature e scoperta solamente al sommo Bene» .

Il culto alle croci e ai crocifissi
I cristiani delle prime generazioni veneravano privatamente i graffiti della croce di Gesù, provocando la meraviglia e la derisione dei pagani . Infatti, un graffito sul Palatino, scoperto nel secolo scorso, raffigura un crocifisso con la testa d’asino e accanto un devoto in atto di adorazione. Sotto il graffito c’è un’iscrizione, che spiega la sarcastica immagine: ”Alessandro adora il proprio dio”.
Nel 394 l’imperatore Teodosio emana un editto, in cui riconosce che il cristianesimo è l’unica religione di Stato. Per rafforzare la consapevolezza della loro identità, i cristiani installano pertanto una croce nei luoghi di culto e nei locali statali, Erigono in particolare una grande e preziosa croce sul Calvario. Nei giorni festivi salgono sull’altura e onorano questa croce, ornandola di lampade e di torce .
Per mantenersi sempre protesi verso il Signore, i Padri della Chiesa raccomandano ai cristiani di venerare la raffigurazione della croce, che ricorda il martirio di Gesù. Il vescovo Niceta in una catechesi battesimale argomenta: «Ti seducono i piaceri del mondo? Rivolgiti alla croce di Cristo con più slancio, per trovare sollievo nella dolcezza di quella Vita che pendette dalla croce» . «Volgi il tuo cuore sempre al cielo, spera nella risurrezione. Desidera che si compia la promessa. Orgoglioso e fiducioso nella croce di Cristo e nella sua gloriosa passione, risponderai al nemico fieramente esorcizzandolo, quando ti assale lo spirito incutendoti terrore…» . San Leone Magno esorta: «Ammaestrato dall’esperienza, ogni fedele si armi della croce, perché sia stimato degno di Cristo» . San Sofronio osserva: «Cristo riconosce come verissimo suo adoratore colui che si è crocifisso per il mondo e nei fatti si mostra vero amico della croce…La croce viene innalzata; e chi non si alzerà misticamente da terra? Dove il redentore viene innalzato, là va di slancio anche il redento, desiderando sempre essere con chi l’ha salvato e ricevere da lui imperitura difesa» .
I cristiani d’Oriente e d’Occidente di ogni etnia si abituano ad inchinarsi davanti ai crocifissi dipinti o a tutto tondo. Li baciano con fede, li ornano con fiori, addobbi e ceri. Elevano specialmente inni di lode e d’invocazione al Signore crocifisso e glorioso. In un’omelia Giorgio di Nicomedia del secolo IX asserisce: o Signore, «bacio le tue sofferenze, per mezzo delle quali sono stato liberato dalle mie ignominiose sofferenze. Bacio la tua croce, per mezzo della quale hai condannato il peccato e mi hai liberato da una condanna di morte. Bacio quei chiodi, per mezzo dei quali hai allontanato da me il castigo proveniente dalla maledizione. Bacio i fori delle tue membra, per mezzo dei quali sono state sanate le ferite della mia disobbedienza» .
San Francesco d’Assisi eleva questa preghiera al Crocifisso di san Damiano: «Altissimo e glorioso Dio, illumini el core mio. Dame fede diricta, speranza certa, carità perfecta e humiltà profonda, senno e cognoscimento che io servo i tuoi comandamenti» . Passando nei crocicchi delle strade, esorta i suoi frati, che vedono un crocifisso, di recitare questa preghiera: «Ti lodiamo, o Cristo, e ti benediciamo per tutte le chiese sparse nel mondo, perché le hai redente per mezzo della tua santa croce» . Se si togliessero i crocifissi dai luoghi pubblici, si distruggerebbe la tradizione cristiana, si creerebbe un impoverimento culturale e si smarrirebbe la caratteristica di un popolo.
I cristiani venerano principalmente la croce di Cristo ad ogni Venerdì Santo. Ad un’ora stabilita si radunano in chiesa, spoglia di fiori e di decorazioni. Durante la celebrazione della Liturgia della Parola riconoscono che le loro infedeltà sono state la causa della morte del Signore, rivivono le sue sofferenze e quelle dei propri fratelli, sparsi nel mondo. Partecipano poi all’austero rito dell’adorazione della croce, nel quale il celebrante in tre riprese e con voce sempre più sonora proclama: “Ecco il legno della croce a cui fu appeso il Cristo, Salvatore del mondo” . Con lentezza e compostezza si avvicinano quindi alla croce, posta in un luogo accessibile, ponendovi un bacio affettuoso, mentre un coro canta quest’antifona, che unisce meravigliosamente i due aspetti del mistero pasquale: «Adoriamo la tua Croce, Signore, lodiamo e glorifichiamo la tua santa risurrezione. Dal legno della Croce è venuta la gioia in tutto il mondo». Il coro, se c’è, può proseguire il canto degli emozionanti improperi. Composti dalla chiesa bizantina, presentano Gesù che parla all’assemblea orante. Le ricorda di averle elargito una litania di benefici, ma essa si è mostrata irriconoscente e ingrata: «Popolo mio, che cosa ti ho fatto? In che cosa ti ho contristato? Rispondimi» .

Publié dans:CROCE (LA SANTA), CULTO |on 14 septembre, 2015 |Pas de commentaires »

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