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CRISTIANESIMO E DEMOCRAZIA

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CRISTIANESIMO E DEMOCRAZIA

Ripensare la democrazia oggi

sintesi delle relazioni di Giovanni Antonio Cerutti e Giannino Piana
Verbania Pallanza, 15 marzo 2003
(Giannino Piana)

La riflessione più che sul rapporto tra cristianesimo e democrazia verterà sul rapporto tra democrazia e etica, terreno comune per credenti e non credenti. L’apporto del cristianesimo alla vita sociopolitica trova una sua corretta mediazione nella prospettiva etica.
La democrazia ha oggi più che mai bisogno di essere riempita di contenuti valoriali, di tener conto di alcune istanze fondamentali da tutti perseguite, per non ridursi a puro contenitore, a democrazia formale e procedurale.
La democrazia, oggi pienamente affermata in occidente, rischia di essere minacciata dall’interno, per una serie di processi che creano difficoltà all’esercizio storico della democrazia.
Innanzitutto la difficoltà a governare (la democrazia è governo) la crescente complessità sociale (forte differenziazione degli interessi in seno alla società, pluralismo di appartenenze), a creare momenti di unificazione.
Inoltre di fronte al fenomeno della estrema tecnicizzazione della conduzione della vita sociale, la democrazia, che è partecipazione dal basso alle decisioni, diventa impraticabile (le decisioni demandate ai superspecializzati). Così pure indebolisce la democrazia il fatto che in occidente il potere dominante è sempre meno il potere politico e sempre più quello economico e quello dell’informazione.
Infine la democrazia ha come presupposto l’esistenza di un ethos comune, di valori condivisi sempre più difficili da trovare.
È stato problematico il rapporto tra etica e democrazia sin dagli inizi. La democrazia non nasce dal riconoscimento di valori comuni ma da spinte di tipo individualistico. La democrazia ad esempio nasce dal riconoscimento dei diritti individuali, nasce dal consenso, non da un ethos comune. La democrazia è pura procedura, i valori vanno semmai aggiunti in seguito (Kelsen). Non è la ricerca del bene comune a fondare la democrazia, ma la ricerca del consenso.
Nonostante questo i conti con l’etica vanno fatti. Un sistema democratico non può funzionare senza un ethos comune (Locke). Anche Bobbio, sostenitore di una concezione procedurale della democrazia, sostiene che alla base della democrazia devono esserci alcuni valori (uguaglianza, non violenza, partecipazione, giustizia…).
Nello sviluppo della vita democratica senza l’affermazione e il rispetto di alcuni valori fondamentali validi per tutti si cade nella democrazia dei due terzi, per cui col principio di maggioranza si può passar sopra ad alcuni diritti fondamentali.
A questo livello si pone il contributo dei credenti, non per dare regole nuove o imporre valori propri, ma per ripensare alcuni valori di fondo, come la solidarietà e la giustizia, in stretto rapporto con le istanze fondamentali della democrazia.
(Giovanni Cerutti)
Innanzitutto qual è lo stato del dibattito sulla democrazia oggi?
I sistemi democratici in occidente si sono generati per apertura dei sistemi liberali (si parla di liberaldemocazia). I sistemi politici si aprono per inclusività o per liberalizzazione (scatola di Dahl). Il sistema britannico, ad esempio, nasce prima liberalizzando il sistema politico e poi includendo in un secondo tempo, con il suffragio universale, le masse. Invece la democrazia tedesca, con Bismarck, prima integra le masse con un sistema avanzato di protezione sociale, mentre solo dopo il secondo conflitto mondiale vi sarà l’apertura in senso liberale (esercizio delle libertà per tutti).
La democrazia nasce storicamente come apertura dei sistemi liberali, come inclusione del maggior numero di persone in sistemi liberali.
Dopo la seconda guerra mondiale vengono scritte o ripensate molte costituzioni occidentali, in cui i diritti sociali sono pensati come precondizioni dei diritti civili e politici dell’età liberale classica, cercando così di risolvere la tensione tra democrazia sostanziale e democrazia formale.
La democrazia è « l’insieme di regole fondamentali che stabiliscono chi è autorizzato a prendere le decisioni collettive (vincolanti per tutti) e con quali procedure » (Bobbio). È la concezione della democrazia come procedura, che però presuppone il riferimento ad alcuni valori quali la non violenza (eliminazione della violenza dal conflitto politico), la giustizia (eliminazione tendenziale delle disparità derivanti dallo status sociale). Inoltre implica l’indicazione di ciò che non può essere deciso (ad esempio eliminare la democrazia).
La democrazia è esercizio della decisione politica, da estendere a tutti, non invece decisione da parte di qualcuno di ciò che è bene per tutti.
Il problema è come consentire in un sistema liberale la maggior inclusione possibile. Ciò che conta è partecipare alla decisione. Difficoltà col suffragio universale: le disuguaglianze sociali condizionano l’esercizio dei diritti.
Oggi la definizione vincente di democrazia è quella di Schumpeter, secondo cui la gestione del potere è riservata alle élites, alla classe politica, ma in competizione tra loro e scelte dal volto popolare. Certo il suffragio universale presuppone una serie di precondizioni, quali i diritti sociali, la libertà di stampa e di informazione. Inoltre il termine competizione sta ad indicare che l’esercizio del potere è a termine. L’enfasi posta sul momento elettorale non sta ad indicare una delega in bianco, ma lo strumento di controllo dell’eletto. L’ideale della partecipazione diffusa a tutti i livelli è fortemente compromesso dalla crescente complessità sociale.
Oggi si avverte un stato di disagio nel dibattito sullo stato della democrazia. Ma dalla politica possiamo aspettarci solo quello che può dare. Le istanze, ad esempio, dei movimenti degli anni ottanta (questione giovanile, questione di genere, questione ecologica) non possono essere elaborate dal sistema politico, ma esigono altri spazi di partecipazione. La classe politica non riesce a ridurre a domanda politica e a decisione le istanze dei movimenti e i movimenti disprezzano la politica. Invece lo spazio della politica, benché insufficiente, non è da disprezzare e abbattere.
problemi emergenti

L’idea della società come macchina con qualcuno che prende le decisioni per governarla è fortemente messa in crisi da due macrofenomeni: la globalizzazione e l’avvento della società postmoderna.
La globalizzazione fa sì che fuori della società non vi sia più nulla, tutto è interno alla società. Nella modernità le contraddizioni non risolvibili all’interno venivano scaricate all’esterno. L’apertura dei sistemi liberali nei paesi europei è avvenuta scaricando sulle popolazioni coloniali i costi del processo. Non solo, non è neppure più possibile pensare ad una società nuova a venire, perché tutto è all’interno di questa società. Oggi tutte le contraddizioni devono essere risolte all’interno del sistema politico.
Siamo poi passati da un mondo con appartenenze sociali molto forti e che svolgevano un importante ruolo prepolitico (le domande rivolte al sistema politico erano pretrattate e rese più omogenee) ad un mondo delle multiappartenenze con la presenza di richieste frammentate, molteplici, anche contrastanti, rivolte al sistema politico.
Inoltre le multiappartenenze pluralizzano i significati. Non ci sono più significati condivisi nello stare in società ma ciascuno elabora i propri significati, moltiplicando le richieste rivolte al sistema politico. Viene così sbriciolata l’idea stessa di società coesa e il funzionamento del sistema va in panne.
La conseguenza è che si resta insieme solo come espressione di una scelta condivisa e negoziata (prima era quasi un dato naturale il legame sociale).
Ai sistemi politici, secolarizzati, non si chiede più la società perfetta. Il sistema politico è il punto di convergenza sempre mutevole e precario delle molteplici richieste che provengono dalla società frantumata in multiappartenenze.
Inoltre, data la moltiplicazione delle appartenenze, ciò che passa attraverso la politica è solo una piccola parte della ricchezza della società.
La risposta del sistema politico al fermento sociale degli anni settanta è stata quella di occupare tutti gli spazi della società per governarli. Quei fenomeni invece richiedevano degli spazi pubblici, ma non politici, per esprimersi. Bisogna aprire spazi di partecipazione pubblica che non siano brutalmente ricondotti alla logica di governo politico di una società.
Il sistema politico ha il compito di prendere decisioni collettive vincolanti per tutti, mentre se prende decisioni che non gli competono chiude spazi di partecipazione. Deve esserci la consapevolezza che la ricchezza sociale non può essere totalmente rappresentata dalla politica e deve avere i propri spazi per farsi sentire.
L’attuale apatia verso la democrazia deriva dal fatto anzitutto di non rendere esplicito quali siano i limiti della politica, quali decisioni la politica sia in grado di prendere. In secondo luogo non si tiene conto che tutte le altre decisioni escluse dalla politica devono avere spazi per continuare a vivere.
Ad esempio, delle istanze espresse dal movimento contro il nucleare in Europa il sistema politico si è limitato alla decisione di chiudere le centrali nucleari (poteva fare solo quello). Ma tutte le altre istanze (sul senso del vivere, sul futuro del pianeta…) sono state oscurate, non hanno avuto spazi pubblici per esprimersi, per alimentare il dibattito. Osservazioni simili potrebbero essere fatte sul movimento per la pace (il sistema politico può decidere se fare la guerra o meno, ma tutte le altre istanze del movimento come possono esprimersi, in quali spazi?)
La sfida della democrazia è far sì che le decisioni del sistema politico non cancellino le continue domande che il mondo sociale e culturale gli fa. Ed inoltre, data la fragilità della realtà sociale, c’è bisogno di spazi pubblici aperti perché il dibattito possa continuare a porre le sue sfide al sistema politico. Invece oggi o si entra nel sistema politico o si è ridotti al silenzio.

Publié dans:Cristianesimo e democrazia |on 12 octobre, 2017 |Pas de commentaires »

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