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NUOVI PRODIGI DELLA NATURA

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NUOVI PRODIGI DELLA NATURA

«Le meraviglie della nostra tecnica sono al livello di giocattoli infantili, se vengono confrontate con quelle della Natura». prof. George Wald, Premio Nobel

«II più piccolo e più semplice di tutti i viventi, un microrganismo costituito da una sola cellula, è immensamente più complesso e meglio organiz­zato di qualsiasi nostro « cervello elettronico », o di una qualsiasi altra apparecchiatura, sia pure un’astronave. Sarebbe paragonabile soltanto ad una prodigiosa fabbrica ultraautomatizzata e cibernetica, capace di dirigere e controllare tutta la propria attività, e quindi in grado di funzionare completamente da sola, e per di più di provvedere a riparare gli eventuali guasti, se ci fosse possibile progettarla e costruirla. Un sommergibile atomico o l’impianto di teleselezione di un’intera nazione sono ben poca cosa di fronte ad un’ameba, e sono quasi niente al cospetto di un organismo pluricellulare, ad esempio un vermiciattolo o un filo d’erba». È quanto oggi affermano tutti gli scienziati, tutti indistintamente, a qualsiasi paese appartengano. «Il corpo umano, essendo formato da 60 mila miliardi di cellule viventi, ciascuna delle quali è fa­volosamente complessa, è una Galassia vivente. Riesce a costruirsi da sé, partendo da una cellula sola, in base alla programmazione di tutto quanto deve venir eseguito, registrata sui nastri DNA, riu­niti nel suo centro direzionale. Quel centro provvede a fornire tutti i « piani costruttivi », a pianificare la costruzione dei vari organi, a coordinare la loro attività ed a rendere efficiente tutto quell’immenso sistema biologico». Gli scienziati sono giunti a queste sorprendenti e sconcertanti conclusioni, dopo l’avvento del supermicroscopio elettronico. Con quel nuovo formidabile strumento di osservazione, una microscopica cellula vivente diventa grande quanto un bue, una foglia assume le di­mensioni di una città. Visto invece al microscopio ottico, ingrandito 1000 o al massimo 2000 volte, un microbo è sempre un microbo, un filo d’erba è sempre un filo d’erba. Ma visti al supermicroscopio elettronico, ingranditi 200.000 volte, sino a 800.000 volte, il microbo e il filo d’erba sono qualche cosa di completamente diverso, qualcosa che ha assolutamente nulla a che fare con essi.

Un mondo nuovo Ciò che si vede, poggiando gli occhi sul binocolo del supermicroscopio, è qualche cosa di mai visto, è un mondo nuovo che sbalordisce e mozza il respiro. Il supermicroscopio elettronico è il nuovo occhio della Scienza. La sua potenza è pari a quella di un grande telescopio. Per tutto quanto esiste sotto un certo ordine di grandezze, la luce non è più luce. Non illumina ciò che è piccolo oltre un certo limite. Non illumina un virus e non illumina una proteina. I raggi elettronici, quelli usati per la televisione e per il radar, hanno lunghezze d’onda più corte di quelle della luce, e riescono perciò ad « illuminare » anche un vasto mondo submicroscopico, impenetrabile per la luce. Con i raggi elettronici è necessario lo schermo fluorescente, ed è perciò che il supermicroscopio si basa sullo stesso principio del televisore, pur essendo del tutto diverso, e di dimensioni molto maggiori. Alcuni secoli or sono, prima dell’invenzione del microscopio ottico, era impossibile immaginare che tutti i viventi fossero formati da microscopiche cellule funzionanti per proprio conto. Una simile idea sarebbe apparsa del tutto assurda. Dopo l’invenzione del microscopio ottico, risultò evidente che la vita si basa sulle cellule. Ma che le cellule viventi fossero delle prodigiose fabbriche ultraautomatizzate, programmate con la registrazione su nastri e provviste di inverosimili reti cibernetiche di controllo, non poteva passare nella mente di nessuno. I grandi telescopi ci mostrano le immense Galassie sparse nell’Universo. Con essi abbiamo acquisito la conoscenza dell’infinitamente grande. I supermicroscopi elettronici hanno spalancato innanzi ai nostri occhi un universo nuovo, insospettato, quello dell’infinitamente organizzato, l’universo della cellula vivente. Di fronte a quanto esiste in quel nuovo universo, tutto ciò che ci può dare la nostra tecnica è sul livello di giocattoli infantili. Questa costatazione ha messo in crisi la Scienza stessa.

Realtà favolosa Come è possibile che la cellula vivente sia una prodigiosa fabbrica ultraautomatizzata e cibernetica? Come è possibile che sia favolosamente complessa, tanto complessa da declassare al livello di giocattolo infantile un’astronave o un impianto nazionale di teleselezione? Lo è per molte ragioni. Una di esse è che si comporta come una fabbrica automatizzata capace di approntare tutti gli ingegneri, tutti i tecnici, tutti gli operai che le occorrono… Chi ascolterebbe, diversamente, gli ordini che i suoi nastri DNA impartiscono continuamente? Chi si incaricherebbe di leggere le informazioni tecniche trascritte su di essi? Chi eseguirebbe il lavoro in base alla pianificazione predisposta in anticipo? Chi si occuperebbe dei «piani costruttivi» trascritti sui meravigliosi nastri DNA? Per prodigiosi che siano, da soli quei nastri DNA con la trascrizione in codice di come deve venir costruito e di come deve funzionare un organismo vivente, non servirebbero a nulla di nulla. Sarebbero simili a pacchi di disegni tecnici relativi alla costruzione di un aviogetto, lanciati in pieno deserto; la sabbia li sommergerebbe. Poteva, la Creazione, predisporre ogni progetto in anticipo, programmarlo e registrarlo su appositi nastri, per poi trascurare tutto il resto? Ecco la ragione per cui la cellula vivente  — la base di ogni forma di vita —  è una fabbrica automatizzata funzionante con ingegneri, tecnici e operai anch’essi automatizzati. Funziona con dei robot… Quei robot sono designati con la sigla internazionale RNA. Sono i robotRNA della cellula. Sono gli stessi in tutti i viventi. I robotRNA di un microbo sono del tutto eguali a quelli di un elefante. Quelli di un topo sono esattamente gli stessi di quelli di un uomo. Come c’è un solo nastro DNA per tutti i viventi sulla Terra così c’è una moltitudine degli stessi robotRNA per tutti, microbi, piante, animali e uomini. Essendo uno solo il nastro DNA, una sola la registrazione e uno solo il codice usato per la trascrizione, anche gli esecutori non possono essere se non gli stessi per tutti. E di più, è lo stesso nastro DNA che genera i robotRNA. Mentre il nastro magnetico dei nostri registratori produce segnali elettrici, il nastro DNA produce robot. Nei nostri registratori quei segnali elettrici fluiscono lungo fili conduttori, circuiti e transistor; infine giungono alla bobina mobile dell’altoparlante. Nella cellula vivente sono invece in corsa, in attività, i robotRNA. Sono essi ad approntare tutto quanto occorre a far funzio­nare le apparecchiature biologiche, a costruire attrezzi di lavoro e macchineutensili. Sembra un’assurda fantasticheria. È una realtà che stentiamo ad accogliere. Ma come potrebbe funzionare quella prodigiosa fabbrica che è la cellula vivente senza i suoi robotRNA?

RobotRNA Quell’altra fabbrica del tutto automatizzata, in grado di funzionare completamente da sola che abbiamo immaginato nel capitolo precedente, faceva a meno dei robot. In realtà i robot erano costituiti dai servomeccanismi, dai relé, dai congegni di comando azionati dai segnali elettrici provenienti dagli elaboratori elettronici. Ma i segnali elettrici richiedono fili conduttori, un’immensa rete di collegamenti. La cellula vivente ne fa a meno. Genera robot invece di segnali elettrici. I robot si comportano come se fossero intelligenti, inseriti come sono nella sua organizzazione. Quando non sono più necessari, vengono demoliti. È il sistema produttivo più razionale che si possa immaginare. C’è da eseguire un dato lavoro, ad esempio approntare una delle migliaia di proteine di cui la cellula ha necessità? Può essere costituita a sua volta da un migliaio di parti componenti minori. Come fa la cellula vivente a far eseguire il montaggio di tutti quei componenti? Parte da un « piano costruttivo » registrato su uno dei nastri DNA. Esso indica l’esatta sequenza lineare del collegamento dei componenti. Viene generato un RNA tecnico capace di portare in cantiere quel « piano costruttivo ». E una specie di caporeparto, in grado di far lavorare RNAoperai. Il nastro DNA e il cromosoma che lo contiene sono organizzati in modo da generare quel RNAtecnico con tutta facilità. Dispongono del materiale necessario ed anche degli adatti mezzi operativi. L’RNAtecnico porta l’impronta esatta del « piano costruttivo » presente sul nastro DNA. Un accorgimento consente di evitare che venga confuso con il DNA stesso. Tutto è meticolosamente previsto. L’RNAtecnico esce dal centro direzionale e va in cantiere, per far approntare quella proteina. È indicato con il termine internazionale di messengerRNA. La sigla usata è mRNA. È il robot messaggero. I robotoperai vengono anch’essi approntati dal centro direttivo, generati in numero adeguato dai nastri DNA, a seconda dell’entità della produzione complessiva, dell’intera cellula. Solo gli mRNA vengono prodotti uno per uno. Per il montaggio di una proteina è sufficiente un RNAtecnico e una o più squadre di RNAoperai. Gli RNAingegneri vengono messi in azione solo quando si tratta di costruzioni più complesse, come si vedrà in seguito.

Un prodigioso cantiere Ma che cosa potrebbero fare i robotRNA da soli? Niente di niente. Come potrebbero eseguire il lavoro ad essi affidato? Sono meravigliosi, ma la cellula in cui lavorano non lo è meno. Tutte le strutture di quella prodigiosa « fabbrica » sono funzionanti, tutte sono automatizzate, tutte sono sotto gli ordini e sotto il controllo del centro direzionale. Quelle strutture sono in realtà delle apparecchiature, di forma tale da sostituire tutte le macchine e tutte le opere murarie di una nostra fabbrica. La cellula vivente tipica è di forma sferoidale. È simile ad un complesso industriale costruito nell’interno di una sfera con il nucleo direzionale al centro. Intorno al nucleo, c’è il cantiere. Lunghe e vaste pareti, poste una di seguito all’altra, costitui­scono i siti di lavoro dei robotRNA. Ritorniamo alla proteina da approntare. L’mRNA con il « piano costruttivo » è pronto. Esce dal centro. Il cantiere è in piena attività. Una specie di « cervello elettronico » tiene tutto sottocchio, sa dove c’è un posto libero. Invia l’mRNA su quella tale parete, in quel tal punto, dove c’è quel posto. L’mRNA giunge al posto designato. Immediatamente la parete lo afferra e lo svolge su tutta la sua lunghezza. La parete deve necessariamente svolgerlo e trattenerlo solidamente. Tutta la costruzione della proteina avviene sopra di esso. È la base su cui effettua il lavoro. Accorrono immediatamente i robotoperai. Per prima cosa è necessario andare in magazzino per prelevare le prime parti componenti, con le quali iniziare il montaggio della proteina. I robot che provvedono al trasporto sono designati con il termine transfertRNA. La loro sigla è tRNA. Altri robot devono provvedere a riunire insieme le varie parti componenti, ed a saldarle, in modo da formare un unico complesso. Sono i ribosomialRNA, gli rRNA. L’mRNA disteso è simile alla catena di montaggio di una nostra fabbrica di automobili. E molto lungo, può essere lunghissimo. Un aspetto sorprendente dell’immensa organizzazione in atto in qualsiasi cellula vivente, è che l’mRNA si comporta anche come una monorotaia rettilinea. La parete sulla quale è fissato provvede ad innestare su quella monorotaia un veicolo a tre posti. Non è una fiaba. II centro direzionale non appronta soltanto tutti gli operai che gli necessitano, appronta anche delle vetturette, adatte per trasportare gli operai, mentre lavorano lungo la catena di montaggio. Le pareti del cantiere hanno a loro disposizione i robotoperai e le vetturette triposto, adatte per viaggiare su monorotaia. Quelle vetturette sono anche dei reparti di montaggio. La loro importanza è fondamentale nell’organizzazione produttiva della cellula vivente. Sono designate con il termine ribosomi. Consistono in due parti, una motrice, in contatto con la monorotaia, ed una in funzione di abitacolo per tre tRNA. I ribosomi vengono approntati in una particolare sezione del centro direttivo. È denominata nucleolo. Al supermicroscopio elettronico si vede il cantiere della cellula formato da un gran numero di pareti, e si vedono distintamente i ribosomi, aderenti ad essi. In media, i ribosomi sono una decina di migliaia. Non per nulla gli scienziati, che per primi hanno visto l’interno della cellula vivente ed hanno costatato che è una fabbrica organizzata a quel modo, sono rimasti esterrefatti e sgomenti. Noi non possiamo neppure immaginare meccanismi automatizzati capaci di ordinare la costruzione di robottecnici, di robotoperai, di vetturettereparti di montaggio in corsa su monorotaia. Siamo immensamente lontani da quella frontiera assoluta della tecnica della Natura, parte integrante della Creazione.

RobotRNA al lavoro II montaggio della proteina ha inizio. Il ribosoma è stato sistemato sulla monorotaia dell’mRNA. Si tratta di collocare a posto il primo dei mille componenti. Accorre subito un tRNA, quello adibito al trasporto in quel primo componente. C’è un tRNA per ciascuno di essi. Quel tRNA entra nel ribosoma. Vi si sistema. Lo può fare poiché è quello richiesto dal « piano costruttivo ». Tiene il componente all’esterno del ribosoma. Entra immediatamente un seconda tRNA, quello che porta il secondo componente richiesto dal « piano costruttivo ». Anch’esso tiene il proprio componente al di fuori del ribosoma. Interviene subito un rRNA; provvede a saldare i due componenti. Per far ciò utilizza un adatto utensile da saldatura. Quell’utensile è uno dei molti enzimi adoperati in cantiere. È designato con il termine peptiditransferasi. Non basta un utensile per fare una saldatura, è necessaria dell’energia, della forza. L’rRNA, oltre a quell’utensile, adopera anche l’energia organica contenuta in un apposito contenitore. Quel contenitore di energia è indicato con la si­gla internazionale ATP. È il contenitore universale di energia organica. Come in tutti i viventi sulla Terra, tanto in quelli della nostra epoca, quanto in quelli delle lontane epoche preistoriche, vi sono gli stessi DNA, gli stessi RNA, gli stessi ribosomi, così vi sono gli stessi ATP. Mentre viene effettuata la saldatura dei due componenti, nel ribosoma entra il terzo tRNA, con il terzo componente richiesto. Non appena la saldatura è ultimata, il primo tRNA è libero; esce dal ribosoma e va in magazzino a prelevare un altro carico. In quello stesso istante, il ribosoma scatta. Fa un passo innanzi sulla monorotaia della catena di montaggio. Mentre l’rRNA effettua la seconda saldatura, entra un altro tRNA con il quarto componente. Il ribosoma ha un altro scatto, fa un altro passo. Si forma così un primo tratto della proteina. È sostenuto dall’ultimo tRNA di turno, con l’aiuto della parete. Quel tratto di proteina è denominato catena peptidica.

Tutto ultraautomatizzato Nelle nostre fabbriche il tempo viene scandito in minuti; nella cellula vivente viene scandito in modo estremamente più rapido, in microsecondi. Osservata da noi, l’attività della cellula risulterebbe fulminea. Eppure, il montaggio di una lunga proteina, con un migliaio di componenti, viene effettuato da più squadre di RNA. La parete provvede a sistemare sulla monorotaia dell’mRNA, quattro, cinque o più ribosomi, ad intervalli rego­lari, in modo da ottenere più catene peptidiche simultaneamente. È la stessa parete che poi provvede al collegamento di esse, con rRNA adatti, in modo da ottenere una unica catena. La proteina non è ancora pronta. Deve passare in un altro reparto per assu­mere la forma necessaria. Anche a tale trasferimento provvede la parete. Non si può non rimanere sbalorditi quando, al supermicroscopio elettronico, si osserva tutto l’enorme sviluppo di quelle pareti del cantiere. Con termine antiquato, sono dette membrane. Consistono di una parte esterna, sopra la quale avvengono le lavorazioni, e di una interna, in funzione di deposito dei materiali e degli attrezzi di lavoro. Tra una membrana e l’altra vi è una specie di vescichetta schiacciata, riempita di liquido citoplasmatico. L’insieme delle vescichette forma la rete di comunicazione del cantiere. Essa raggiunge il nucleo direzionale da un lato, e l’esterno della cellula dall’altro. In più, lungo tale rete, sono disposti i magazzini di materie prime e quelli del « carburante », ossia glucosio. Sono denominati vacuoli. Il liquido fluisce in un solo senso, per cui è stata avanzata l’ipotesi che esso agisca da sistema circolatorio, partecipando all’assunzione dall’ambiente esterno di svariate sostanze, al trasporto interno dei semilavorati e dei prodotti finiti, nonché all’espulsione dei rifiuti dalla cellula. L’insieme è denominato sistema vacuolare. Tutto il cantiere, pulsante e dinamico, è detto reticolo endoplasmatico. L’abbreviazione internazionale è ER. Quell’enorme rete di membrane, di canalicoli e di vacuoli apparve, con i primi microscopi, simile ad un reticolo. Il termine rimase. Le attivissime membrane vanno soggette ad usura, e devono venir sostituite. Sono collegate con un’apposita zona del cantiere, nella quale vengono continuamente approntate nuove membrane. Al supermicroscopio si vedono quelle in attività cosparse di ribosomi, mentre le nuove, in attesa, ne sono prive. Il gruppo delle membrane nuove forma il complesso di Golgi. Apposite squadre di RNA provvedono alla de­molizione immediata di tutto ciò che va fuori uso nel cantiere. Anche quell’mRNA che ha portato nell’ER il « piano di montaggio » della nostra proteina, è stato subito demolito, distrutto, non appena ultimata, affinché la sua presenza non causasse confusione. Apposite reti cibernetiche controllano tutto quanto avviene nella cellula. Migliaia di proteine, di svariati tipi, vengono allestite contemporaneamente lungo le membrane dell’ER, sui piani di costruzione, forniti da altrettanti robottenici, gli mRNA. Altrettante migliaia di squadre di tRNA e di rRNA provvedono ad eseguire il lavoro, entro i ribosomi scattanti sulle monorotaie delle catene di montaggio. Intanto, in altre zone, .vengono riuniti atomi per ottenere le parti componenti da inviare ai magazzini. Tutto procede rapidamente ed esattamente, sotto la direzione del centro e la sorveglianza dei congegni cibernetici di controllo. Che cosa dire di tutto ciò, se si tiene conto che l’ultraautomatizzata e favolosamente complessa cellula vivente misura, in media, 10 centesimi di millimetro?

Organizers Quando si tratta di una qualsiasi « costruzione » complessa, i robotRNA non sono più sufficienti. Essi « lavorano » nell’interno della cellula vivente, nella sua « zona industriale », il reticolo endoplasmatico, ed ovunque sia necessario, ma non oltre i confini della cellula. Possono approntare comples­se molecole proteiche, ma non possono venir adibiti alla « costruzione » di imponenti sistemi biolo­gici, come può essere un filo d’erba o, su un livello molto più alto, un pulcino. È allora che entrano in attività gli ingegneri del DNA, gli organizers. Sono essi a provvedere al « montaggio » delle cellule specializzate, in modo da ottenere degli organi funzionanti. È curioso che gli organizers siano stati scoperti circa quarantenni prima degli RNA, quando ancora non si sapeva nulla neppure dei nastri DNA. Sono più voluminosi e si muovono all’esterno del­le cellule, per cui risultano meglio visibili. A scoprirli fu il biologo tedesco Hans Spemann, nel 1918. Spemann ebbe il premio Nobel. Non ci è ancora dato di sapere che, cosa siano gli organizers e come agiscono. Indubbiamente vengono diretti dai nastri DNA, visto che su di essi è registrata tutta la programmazione al completo. E probabile che vengano anche prodotti dai DNA.

Costruzione di un vivente Nastri DNA, robotRNA e organizers, con il ritmo preciso di un cronometro, stanno costruendo quello che sarà un pulcino, nell’interno di un uovo. Riescono a compiere un prodigio impensabile: convertono le sostanze organiche presenti nel tuorlo e nell’albume, nelle innumerevoli piccole parti componenti il pulcino, e le collocano esattamente al loro posto. Con quelle sostanze costruiscono ossicine, fibre nervose e fibre muscolari, alveoli polmonari, cellu­le epiteliali e così via. Poi le utilizzano automatica­mente, in base agli ordini dati dai nastri DNA, riportati dagli organizers. Con le fibre muscolari costruiscono un cuore, con il suo complesso e ingegnoso meccanismo di ventricoli e con il suo mirabile gioco di valvole, affinché possa dilatarsi e contrarsi armoniosamente. Quanto avviene per opera di quegli invisibili artefici, nell’interno dell’uovo, è simile ad un’esplosione vista al rallentatore. Milioni di passaggi si susseguono in base a sequenze rigorosamente prestabilite. Vi sono sempre le sostanze giuste, nel posto giusto, al momento giusto. Al dodicesimo giorno di lavoro senza sosta, tut­te le parti principali del pulcino sono già pronte. Le sue ossicine sono state costruite e collocate in un’unica struttura bene ordinata. Dopo altri due giorni spunta la peluria gialla sulla sua pelle. Al diciottesimo giorno, con la testolina piegata sul petto, il pulcino riesce a pigolare flebilmente. Ciascuno dei suoi occhietti è a posto. È formato esattamente come necessario per poter captare i raggi di luce, consentire alle immagini di formarsi sulla sua retina e di venir trasmesse. Come avranno fatto i robotRNA e gli organizers ad approntare tutto il necessario e ad effet­tuare la costruzione? «Un pulcino  — affermano gli scienziati —  è più complesso di un aviogetto». Tutto ciò è al di là del limite entro il quale i paragoni hanno significato, ed oltre i gradi che corrispondono alle nostre idee di progressione.

Funzioniamo con l’energia della luce Tutto vien fatto funzionare con un’apposita energia, predisposta esattamente alle necessità della cellula vivente. Ma la cellula, in quanto vivente, non dovrebbe fare a meno di energie. È forse un motore? È un altro immenso prodigio della Natura, mes­so in evidenza dalla Scienza dei giorni nostri. A nulla servirebbero gli efficientissimi nastri DNA e i robot RNA; immobili rimarrebbero i ribosomi; paralizzato risulterebbe tutto il « cantiere » della cellula vivente, il suo reticolo endoplasmatico, sen­za un’energia adeguata, predisposta per farli fun­zionare. Senza quell’energia, la cellula vivente non potrebbe essere quella prodigiosa fabbrica ultra­ automatizzata che è. Non potrebbe esistere. Ma chi la rifornisce di energia? Lo sappiamo benissimo: è il Sole stesso a dar energia a tutta la vita sulla Terra. Le piante captano l’energia conte­nuta nei raggi solari, e la inseriscono in un apposi­to contenitore: la molecola di zucchero glucosio. È quella la « benzina » dei viventi. Non si può vive­re sulla Terra, se non si viene riforniti di quella « benzina » e se non si è in grado di utilizzarla. L’energia della luce solare è alla base di ogni forma di vita. Dal microbo sino all’uomo, tutti utilizziamo quell’energia per vivere, tutti «andiamo con la forza della luce solare»; tutti siamo alquan­to più fantascientifici di quanto non immaginiamo. Ma come si fa a mettere l’energia della luce in un contenitore? I plastidi clorofilliani delle foglie sono delle ap­parecchiature capaci di compiere quel prodigio. Sono contenuti in apposite cellule viventi, « organiz­zate a quello scopo, e sistemate nella parte supe­riore, esposte alla luce. Scindono le molecole d’ac­qua nei loro componenti: due atomi di idrogeno e uno di ossigeno. I raggi di luce energizzano l’elet­trone degli atomi di idrogeno. Così energizzati, quegli atomi vanno a formare lo zucchero gluco­sio, in unione con l’anidride carbonica prelevata dall’aria. È il processo della fotosintesi. I plastidi clorifilliani sono delle complicatissime apparecchiature chimicoelettroniche. Per essere riusciti ad intravederne il funzionamento, parzialmente, Hans Krebs e Melvin Calvin ebbero il premio Nobel. L’energia della luce viene convertita, dunque, in energia elettronica. Quell’elettronica di cui noi an­diamo tanto orgogliosi, viene utilizzata dai viventi da quando ebbero inizio sulla Terra, da 2,2 miliardi di anni or sono. Con quell’energia, le piante funzionano; con es­sa funzionano anche tutti gli animali e tutti gli uomini. A noi giunge insieme con i farinacei, e più o meno con tutti gli altri elementi.

L’energia della vita Ma sono forse elettronici i viventi? Non lo sono. L’energia elettronica non sarebbe adatta per farli funzionare. È necessaria un’energia molto più « fine », esattamente predisposta per le microscopiche apparecchiature biologiche. E l’energia organica, vitale, metabolica. È contenuta in appositi serbatoi, quelli ai quali è stato accennato, le molecole di ATP. Le stesse cellule viventi, che captano i raggi di luce e ne prelevano l’energia, per funzionare devo­no convertire quell’energia nell’altra, quella organica. Anch’esse la prelevano dalle molecole di ATP, quelle che esse stesse hanno caricato. Ma per convertire l’energia elettronica nell’ener­gia vitale dell’ATP, sono necessarie delle « centrali energetiche ». Sono dette mitocondri . Ve ne sono in tutte le cellule viventi. Non si è trovato nessuna di esse con meno di 50 mitocon­dri, e nessuna con più di 2000. Il loro numero è adeguato alle necessità energetiche di ciascuna cel­lula. Ora, quelle « centrali energetiche », viste sullo schermo del supermicroscopio, appaiono incredibilmente complesse. Ciascuna di esse ha l’aspetto di un « sommergibile ». Ma sullo scafo vi sono migliaia di sferette, ciascuna delle quali è un labora­torio. Apre la molecola di glucosio, utilizzando l’ossigeno che noi preleviamo dall’aria con la re­spirazione . Nell’interno delle « centrali » entrano soltanto gli elettroni energizzati, prelevati dal glucosio. Non entrano da soli, vengono trasportati da un apposi­to contenitore, denominato coenzima DPN. Simultaneamente e continuamente migliaia di elettroni energizzati entrano in ciascun mitocondrio. Come avvenga la traduzione dell’energia è ancora un mistero. Evidente è soltanto che gli elettroni escono scarichi dai mitocondri, mentre carichi escono gli ATP. Si è calcolato che con una mole­cola di glucosio vengono caricate 36 molecole di ATP. Nella cellula vivente, in assenza di conduttori elettrici il trasporto dell’energia è affidato al viavai degli ATP. Portano energia ovunque sia necessa­rio, energizzano tutta la microscopica fabbrica ultraautomatizzata, e poi ritornano alla « centrale », per venire ricaricati. Se ci chiediamo che cosa sia in realtà l’energia organica, quella ottenuta dall’energia elettronica del glucosio, ci troviamo subito di fronte ad uno dei tanti enigmi di quell’immensità organizzata che è la vita. Evidente è soltanto che è la luce a energizzare tutti i viventi, a far funzionare tutti quanti siamo sulla Terra, con la potenza del Sole.

Una visione nuova Ora, se supponiamo che ciascuna delle nostre cellule funzioni con 100 « centrali energetiche » soltanto, risulta che il nostro corpo vive con l’energia che gli viene approntata da 100 volte 60 mila mi­liardi, ossia sei milioni di miliardi di quelle « centrali ». Unite insieme formerebbero uno degli organi più importanti e voluminosi, quello adibito a dar forza vitale e calore a tutto il nostro organismo, nonché a far funzionare tutto il sistema nervoso centrale e i sensi ad esso collegati. Essendo suddiviso in quei 6 milioni di miliardi di « centrali », sparse in tutto il corpo, sembra inesistente. Nessuno, in passato, si è sorpreso per l’e­vidente mancanza di un organo tanto importante. Non lo si vedeva, per cui sembrava chiaro, indi­scutibile, che il corpo umano non ne avesse necessità. E questo per tutti i viventi, microbi compresi. Fu soltanto negli anni cinquanta, quando il su­permicroscopio elettronico consentì di vedere quelle « centrali » in ogni cellula vivente, che si comprese quale enorme importanza abbia l’ener­gia organica per il « funzionamento » di qualsiasi vivente. Prima di quella scoperta, si credeva che i viventi ricavassero energia dalla combustione degli alimenti glucidici, si pensava ad essi come a delle macchine a vapore, provviste di focolaio. I mate­rialisti esultavano costatando che la Scienza del secolo scorso consentiva loro di degradare qualsiasi organismo vivente al livello di un meccanismo. Oggi, la situazione è capovolta. Non si riesce a comprendere come la cellula vivente possa essere così favolosamente complessa, pur essendo tanto piccola da riuscire invisibilmente ad occhio nudo. Sembra del tutto inverosimile che possa essere provvista di un proprio centro direzionale automatizzato, con la programmazione registrata su nastri DNA, e che possa contenere moltissime apparec­chiature attivate da robotRNA. Sembra impossi­bile che quel centro direzionale possa tutto controllare e coordinare, utilizzando una fittissima rete cibernetica. Sembra assurdo che riesca a capta­re l’energia della luce solare, accumularla sotto forma di energia elettronica, per poi utilizzarla, dopo averla convertita in energia organica. E sem­bra fiabesco che quell’energia venga distribuita nell’interno della cellula vivente mediante i conte­nitori ATP, continuamente ricaricati da apposite « centrali energetiche « . Ieri l’uomo rimaneva costernato di fronte all’immensità del cosmo; gli sembravano eccessive le Galassie maestosamente roteanti a milioni di anni luce di distanza. Oggi rimane costernato di fronte a quei 60 mila miliardi di prodigiose « fabbriche » ultra automatizzate, perfettamente programmate ed esattamente cibernetiche, funzionanti con DNA e RNA, che formano il suo corpo. Le scoperte della Scienza ci pongono di fronte ad una nuova visione del mondo, ad un livello forse troppo alto per coloro che vivono in questo secolo. Si dilegua invece quella visione materialista del mondo che è stata impostata per ragioni di comodo, e che ancora viene imposta alle grandi masse ignare.

 

Publié dans:CREAZIONE E NATURA |on 26 avril, 2016 |Pas de commentaires »

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