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COMMENTO A LUCA 18,1-8

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COMMENTO A LUCA 18,1-8

In quel tempo, 1 Gesù disse ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi: 2 « C’era in una città un giudice, che non temeva Dio e non aveva riguardo per nessuno. 3 In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: Fammi giustizia contro il mio avversario.
4 Per un certo tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: Anche se non temo Dio e non ho rispetto di nessuno, poiché questa vedova è così molesta 5 le farò giustizia, perché non venga continuamente a importunarmi ».
6 E il Signore soggiunse: « Avete udito ciò che dice il giudice disonesto. 7 E Dio non farà giustizia ai suoi eletti che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà a lungo aspettare? 8 Vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra? ».

COMMENTO
Luca 18,1-8
Parabola del giudice e della vedova
Questa parabola, riportata solo da Luca, si trova nella sezione in cui narra il viaggio di Gesù verso Gerusalemme (Lc 9,51 – 19,27) e più specificamente nella sua seconda parte (13,22 – 18,30). Essa si colloca all’interno di una raccolta di detti (17,11 – 18,14) a carattere escatologico che inizia con l’episodio dei dieci lebbrosi guariti (17,11-19) e prosegue con un brano chiamato «piccola apocalisse», perché riguarda l’avvento finale del regno (17,20-37: cfr Mc e Q); infine sono riportate due parabole, quella appunto del giudice e della vedova (18,1-8) e quella del fariseo e del pubblicano (18,9-14), che sottolineano ambedue l’importanza della preghiera perseverante per l’attuazione del regno.
Il racconto parabolico inizia con un versetto redazionale nel quale si dice che Gesù «disse loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi» (v. 1). Questa introduzione ha lo scopo di collegare la parabola con la «piccola apocalisse» precedente, suggerendo un comportamento adatto al tempo dell’attesa. La preghiera costante è necessaria affinché, a causa del prolungarsi del tempo che separa la prima dalla seconda venuta di Gesù, non si raffreddi la fede dei credenti. In realtà la parabola non punta sulla necessità della preghiera, ma sulla fiducia in Dio che, nonostante il ritardo, farà giustizia ai suoi fedeli.
Dopo l’introduzione vengono delineate le caratteristiche dei due protagonisti della parabola, il giudice e la vedova: «C’era in una città un giudice, che non temeva Dio e non aveva riguardo per nessuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: Fammi giustizia contro il mio avversario» (vv. 2-3). Il giudice è descritto in modo breve e incisivo come la figura tipica dell’empio, che non teme Dio e non si cura del suo prossimo. Anche la vedova viene descritta in modo conciso. Il lettore sa che le vedove, insieme agli orfani, rappresentano una categoria indifesa e esposta all’oppressione, perché prive di protezione contro gli sfruttatori e i prepotenti (cfr. Es 22,21-23; Is 1,17.23; 9,16; Ger 7,6; 22,3). La protagonista del racconto appartiene a questa categoria, ma non è disposta ad accettare il sopruso di cui è vittima, perciò si rivolge al giudice per avere giustizia.
Nonostante la malavoglia del giudice, le insistenze della donna hanno successo: «Per un certo tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: Anche se non temo Dio e non ho rispetto di nessuno, poiché questa vedova è così molesta le farò giustizia, perché non venga continuamente a importunarmi» (vv. 4-5). Il giudice non vorrebbe interessarsi di un caso per lui totalmente insignificante e rimanda a tempo indeterminato il suo intervento. Ma la donna non si rassegna alla situazione e fa ricorso all’unica arma in suo possesso, l’insistenza. Alla fine il giudice, se non altro per liberarsi di tale molestia, cede e fa giustizia (ekdikeô) alla donna: ciò che prevale in lui non è il senso del dovere, ma il desiderio di non essere più importunato.
Alla fine Gesù propone la sua interpretazione della parabola. Egli si introduce richiamando l’attenzione dei discepoli non tanto sull’insistenza della donna, a cui sembrava rimandare l’introduzione, ma piuttosto sul giudice: «E il Signore soggiunse: Avete udito ciò che dice il giudice disonesto?» (v. 6). È l’atteggiamento del giudice il punto sul quale Gesù fa leva per illustrare il comportamento di Dio. Egli esprime il suo punto di vista con una domanda: «Ma Dio non farà giustizia per i suoi eletti che gridano a lui giorno e notte?» (v. 7a). A questa domanda si aspetta una risposta abbastanza ovvia: «Certamente sì». In base al metodo rabbinico chiamato qal wahomer (ragionamento a fortiori), egli afferma che, se un giudice, per di più empio, alla fine si decide a fare giustizia alla vedova, maggior ragione Dio farà farà giustizia per i suoi eletti, dal momento che è un Padre premuroso e giusto. Lespressione «fare giustizia (ekdikêsin)», usata sia per il giudice che per Dio, significa difendere i diritti di una persona, darle ragione, garantirle quello che le spetta. Per gli eletti, anche quando non sono oggetto di persecuzione, ciò significa proclamare pubblicamente, mediante l’attuazione piena del regno, che le loro scelte erano giuste e conformi alla volontà di Dio. Proprio la certezza che ciò avverrà rappresenta il punto saliente della parabola.
Gesù poi prosegue con una frase che è solitamente tradotta come una seconda domanda: «E tarderà nei loro riguardi?» (v. 7b). In questo caso la risposta che ci si aspetta è negativa: «Certamente no». Gesù risponderebbe che il tempo dell’attesa sarà breve: Dio farà presto giustizia agli eletti che gridano a lui. Questa idea però non è in sintonia con quanto l’evangelista intende dire nel suo vangelo, e cioè che la venuta finale del regno di Dio non è imminente. Perciò è più conveniente leggere queste parole non come una domanda, ma come una frase concessiva: «Anche se egli ha pazienza (makrothymei) con loro». Questa interpretazione è più verosimile: Gesù esorta gli eletti a non spaventarsi per il fatto che Dio tarda a intervenire. Dio ha pazienza, prende tempo, ma al momento opportuno interverrà. Secondo un tema diffuso nel giudaismo e negli scritti del Nuovo Testamento Dio ritarda il suo giudizio perché vuole dare a tutti la possibilità di convertirsi (cfr. Sap 12,9-10; 15,1; Rm 2,4). I discepoli perciò non devono perdersi d’animo, ma piuttosto prepararsi alla sua venuta con una preghiera costante.
Gesù conclude rassicurando i suoi discepoli: «Dio farà giustizia con celerità (en tachei)» (v. 8a). Così tradotta, questa frase appare come la conferma esplicita che Dio non farà aspettare i suoi eletti, ma interverrà quanto prima in loro aiuto.. Se si accetta però che il v. 7b abbia un significato concessivo, allora è chiaro che Gesù riafferma qui non tanto l’imminenza, quanto piuttosto la certezza dell’intervento divino in favore dei giusti. L’espressione en tachei non significa perciò «con celerità», ma «improvvisamente». In altre parole il ritardo della parusia è una realtà con cui bisogna fare i conti, nella certezza che Dio, dopo aver lungamente pazientato, interverrà quando meno gli uomini se lo aspettano e farà giustizia ai suoi eletti.
L’ultima frase del brano è piuttosto misteriosa: «Tuttavia, il Figlio dell’uomo, venendo, troverà ancora la fede sulla terra?» (v. 8b). Il modo migliore per rendere ragione di questa domanda è di interpretarla come un’aggiunta redazionale che ha lo scopo di inculcare la perseveranza nella fede. Il ritardo della parusia, l’ostilità e le persecuzioni crescenti avevano provocato un raffreddamento nella fede dei credenti. La comunità deve quindi ritornare a un genuino atteggiamento di vigilanza, perché Gesù al suo ritorno non la trovi impreparata. La salvezza è un dono gratuito, tuttavia non sarà ottenuta automaticamente, bensì in seguito a una dura lotta, che comporta il rischio di un fallimento anche abbastanza generalizzato.

Linee interpretative
Le parole con cui è introdotta la parabola attestano che originariamente essa veniva usata per inculcare la necessità di pregare in modo costante e fiducioso. Questo taglio di lettura fa leva sull’atteggiamento della vedova, che non si scoraggia per i rifiuti ricevuti e alla fine, con la sua insistenza, ottiene ciò che le sta a cuore.
Nella sua forma attuale invece la parabola è utilizzata per spiegare il ritardo della parusia, un problema tipico della comunità di Luca e della chiesa primitiva,. Richiamando il comportamento del giudice iniquo che, nonostante un lungo ritardo interviene a favore della vedova insistente, il parabolista esorta a mettere in conto un lungo periodo di attesa, sottolineando che anch’esso ha una sua ragione di essere. Se il Signore ritarda, ciò è segno non di indifferenza, ma di misericordia, perché Dio vuole dare a tutti una possibilità di convertirsi. Tuttavia, anche se il tempo e il luogo della venuta del Signore rimangono sconosciuti, è certo che ritornerà: perciò bisogna aspettarlo con fede umile e perseverante. Il credente non deve quindi prendere il ritardo della parusia come scusa per lasciarsi andare agli affari mondani, cadendo così nell’apatia spirituale e nel torpore.
Nel tempo dell’attesa gli eletti devono invece continuare a gridare giorno e notte per ottenere che Dio faccia loro giustizia, anche se ciò avverrà solo quando Dio lo crederà opportuno. La loro preghiera ha dunque come oggetto la venuta finale del regno di Dio, inteso come un regno di giustizia e di pace per tutta l’umanità. Con la sua preghiera insistente deve chiedere a Dio che questa giustizia escatologica sia già anticipata nell’oggi, diventando una dimensione costante della vita comunitaria e un segno dei tempi nuovi inaugurati da Cristo. Ciò implica naturalmente un impegno personale perché tale giustizia si attui veramente. Secondo Luca il tempo che separa la seconda dalla prima venuta di Gesù deve essere il tempo dell’annunzio evangelico a tutte le genti. La parabola del giudice e della vedova mette in luce come questo annunzio avvenga soprattutto mediante l’impegno perché tutti abbiano ciò che loro compete all’interno di rapporti vicendevoli ispirati a solidarietà e condivisione.

IL PROFUMO DELLA PECCATRICE ( LC 7, 36-50) – PAPA FRANCESCO

http://www.collevalenza.it/Riviste/2014/Riv1014/Riv1014_02.htm

IL PROFUMO DELLA PECCATRICE ( LC 7, 36-50) – PAPA FRANCESCO

Il Signore salva «solamente chi sa aprire il cuore e riconoscersi peccatore». È l’insegnamento che Papa Francesco ha tratto dal brano liturgico del Vangelo di Luca (7, 36-50) durante la messa celebrata giovedì mattina, 18 settembre, a Santa Marta. Si tratta del racconto della peccatrice che, durante un pranzo in casa di un fariseo, senza nemmeno essere invitata si avvicina a Cristo con «un vaso di profumo» e «stando dietro, presso i piedi di lui, piangendo», comincia «a bagnarli di lacrime», poi li asciuga «con i suoi capelli», li bacia e li cosparge di profumo. Il Pontefice ha spiegato che proprio «riconoscere i peccati, la nostra miseria, riconoscere quello che siamo e che siamo capaci di fare o abbiamo fatto è la porta che si apre alla carezza di Gesù, al perdono di Gesù, alla parola di Gesù: Vai in pace, la tua fede ti salva, perché sei stato coraggioso, sei stata coraggiosa ad aprire il tuo cuore a colui che soltanto può salvarti». In proposito il Papa ha ripetuto un’espressione a lui particolarmente cara: «il posto privilegiato dell’incontro con Cristo sono i propri peccati». A un orecchio poco attento questa «sembrerebbe quasi un’eresia — ha commentato — ma lo diceva anche San Paolo» quando nella seconda Lettera ai Corinti (12, 9) affermava di vantarsi «di due cose soltanto: dei propri peccati e di Cristo Risorto che lo ha salvato». Colui «che aveva invitato Gesù a pranzo — ha fatto notare — era una persona di un certo livello, di cultura, forse un universitario. Voleva sentire la dottrina di Gesù, perché come buona persona di cultura era inquieto», cercava di «conoscere di più». E «non sembra che fosse una persona cattiva», come non lo sembrano neanche «gli altri che erano a tavola». Finché non irrompe nel banchetto una figura femminile: in fondo «una maleducata» che «entra proprio dove non era invitata. Una che non aveva cultura o se l’aveva, qui non l’ha mostrato». Difatti «entra e fa quello che vuol fare: senza chiedere scusa, senza chiedere permesso». E in tutto questo, ha osservato il Papa, «Gesù lascia fare». È allora che la realtà si svela dietro la facciata delle buone maniere, con il fariseo che comincia a pensare tra sé: «Se costui fosse un profeta saprebbe chi è e di quale genere è la donna che lo tocca: è una peccatrice». Quest’uomo «non era cattivo», eppure «non riesce a capire quel gesto della donna. Non riesce a capire i gesti elementari della gente». Forse, ha sottolineato Francesco, «quest’uomo aveva dimenticato come si carezza un bambino, come si consola una nonna. Nelle sue teorie, nei suoi pensieri, nella sua vita di governo — perché forse era un consigliere dei farisei — aveva dimenticato i primi gesti della vita che noi tutti, appena nati, abbiamo incominciato a ricevere dai nostri genitori». Insomma, «era lontano dalla realtà». Solo così, ha proseguito il Papa, si spiega «l’accusa» mossa a Gesù: «Questo è un santone! Ci parla di cose belle, fa un po’ di magia; è un guaritore; ma alla fine non conosce la gente, perché se sapesse di che genere è questa avrebbe detto qualcosa». Ecco allora «due atteggiamenti» molto differenti tra loro: da una parte quello dell’«uomo che vede e qualifica», giudica; e dall’altro quello della «donna che piange e fa cose che sembrano pazzie», perché utilizza un profumo che «è caro, è costoso». In particolare il Pontefice si è soffermato sul fatto che nel Vangelo si utilizzi la parola «unzione» per significare che il «profumo della donna unge: ha la capacità di diventare un’unzione», al contrario delle parole del fariseo che «non arrivano al cuore, non arrivano al corpo, non arrivano alla realtà». In mezzo a queste due figure così antitetiche c’è Gesù, con «la sua pazienza, il suo amore», la sua «voglia di salvare tutti», che «lo porta a spiegare al fariseo cosa significa quello che fa questa donna» e a rimproverarlo, sia pure «con umiltà e tenerezza», per aver mancato di «cortesia» nei suoi confronti. «Sono entrato in casa tua — gli dice — e non mi hai dato l’acqua per i piedi; non mi hai dato un bacio; non hai unto con olio il mio capo. Invece lei fa tutto questo: con le sue lacrime, con i suoi capelli, col suo profumo». Il Vangelo non dice «com’è finita la storia per quest’uomo», ma dice chiaramente «come è finita per la donna: « I tuoi peccati sono perdonati! »». Una frase, questa, che scandalizza i commensali, i quali cominciano a confabulare tra loro chiedendosi: «Ma chi è costui che perdona i peccati?». Mentre Gesù prosegue dritto per la sua strada e «dice quella frase tanto ripetuta nel Vangelo: « Vai in pace, la tua fede ti ha salvata! »». Insomma, «a lei si dice che i peccati sono perdonati, agli altri Gesù fa vedere soltanto i gesti e spiega i gesti, anche i gesti non fatti, ossia quello che non hanno fatto con lui». È una differenza che Francesco ha voluto rimarcare: nel comportamento della donna «c’è molto, tanto amore», mentre riguardo a quello dei commensali Gesù «non dice che manca» l’amore, «ma lo fa capire». Di conseguenza «la parola salvezza — « La tua fede ti ha salvata! » — la dice soltanto alla donna, che è una peccatrice. E la dice perché lei è riuscita a piangere i suoi peccati, a confessare i suoi peccati, a dire: « Io sono una peccatrice »». Al contrario, «non la dice a quella gente», che pure «non era cattiva», anche perché queste persone «si credevano non peccatori». Per loro «i peccatori erano gli altri: i pubblicani, le prostitute». Ecco allora l’insegnamento del Vangelo: «La salvezza entra nel cuore soltanto quando noi apriamo il cuore nella verità dei nostri peccati». Certo, ha argomentato il vescovo di Roma, «nessuno di noi andrà a fare il gesto che ha fatto questa donna», perché si tratta di «un gesto culturale dell’epoca; ma tutti noi abbiamo la possibilità di piangere, tutti noi abbiamo la possibilità di aprirci e dire: Signore, salvami! Tutti noi abbiamo la possibilità di incontrarci col Signore». Anche perché, ha affermato, «a quell’altra gente, in questo passo del Vangelo, Gesù non dice niente. Ma in un altro passo dirà quella parola terribile: « Ipocriti, perché vi siete staccati dalla realtà, della verità! ». E ancora, riferendosi all’esempio di questa peccatrice, ammonirà: «Pensate bene, saranno le prostitute e i pubblicani che vi precederanno nel regno dei cieli!». Perché loro — ha concluso — «si sentono peccatori» e «aprono il loro cuore nella confessione dei peccati, all’incontro con Gesù, che ha dato il sangue per tutti noi».

 

VI DO UN COMANDAMENTO NUOVO: CHE VI AMIATE GLI UNI GLI ALTRI

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VI DO UN COMANDAMENTO NUOVO: CHE VI AMIATE GLI UNI GLI ALTRI

Vangelo Gv 13, 31-33a. 34-35 Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni agli altri. Dal vangelo secondo Giovanni Quando Giuda fu uscito [dal cenacolo], Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. Figlioli, ancora per poco sono con voi. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri».   Commento di mons. Antonio Riboldi C’è un momento prezioso della vita di tutti; quello in cui consegniamo ai figli, ai parenti o agli amici, le ultime nostre volontà, ossia il testamento. In effetti consegniamo ‘la continuità di come abbiamo vissuto e di quello che abbiamo messo insieme’. Peccato che tante volte per testamento si intende la consegna degli interessi materiali, spesso poi motivo di profonde divisioni, mandando così in frantumi la fatica, l’amore con cui si sono lasciati i beni.   C’è chi, per esempio, decide di lasciare tutto per testamento a opere di carità, a fondazioni. E quei testamenti, davvero benedetti, a favore della carità sono ‘il prezioso testamento’ che sarà la nostra difesa agli occhi di Dio. Quante opere buone ci sono nel mondo, frutto di testamenti che, per la carità che svolgono, sono continua benedizione per chi ha donato: ora e sempre. Posso testimoniare la generosità di una persona che ha voluto che i suoi beni passassero nelle mie mani e, con questi, fra le altre realtà (e sono tante) ho edificato una chiesa parrocchiale. E quante necessità missionarie ho potuto portare a termine. I nomi di questi benefattori sono scritti nel libro della vita eterna e ‘quaggiù’ sono continua lode al Padre. Il Vangelo di oggi narra del testamento che Gesù lasciò ai Suoi discepoli, prima di andare verso l’orto del Getsemani, in quell’Ultima Cena, che è davvero la ‘divina carta della carità di Dio verso di noi e la carità nostra verso tutti’. Così racconta l’apostolo Giovanni: « Quando Giuda fu uscito dal Cenacolo, Gesù disse: ?Ora il Figlio dell’Uomo è stato glorificato, e anche Dio è stato glorificato in Lui. Se Dio è stato glorificato in Lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. Figlioli, ancora un poco sono con voi. Vi do un comandamento nuovo, che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri » (Gv. 15, 31-35) Meraviglioso testamento! E non poteva che essere così, essendo stato Gesù, Figlio di Dio, il grande Dono di Amore e la testimonianza dell’Amore tra noi e per noi. Se noi, che siamo discepoli del Signore e quindi Suoi amici, dovessimo fare di questo testamento la regola della nostra vita, tutti dovrebbero riconoscerci proprio perché il nostro ‘dirci’ cristiani non sarebbe parola vuota, ma testimonianza di amore e di vita. Affermava il grande Paolo VI, che sapeva veramente leggere il cuore degli uomini e della Chiesa, in tempi difficili, come oggi: « Chi è senza fede, è senza luce. Chi è senza religione, è senza speranza. Invece la fede e la speranza assicurano che la vita nostra continua aldilà del terribile episodio che si chiama morte. E ancora chi è senza contatto con Dio, è privo di amore. Dio è amore. Se non siamo uniti a Lui ci viene meno il sentimento più nobile. Non abbiamo più ragione di chiamare gli uomini nostri fratelli, nessun motivo di sacrificarci per loro, né ragione di vedere in ogni faccia umana lo specchio del volto di Cristo. Se non abbiamo la fede, la speranza, la carità – le tre virtù teologiche che sono i tre vincoli che ci uniscono a Dio – siamo gente cieca, costretta ad essere schiava della terra, gente turbata dalle passioni, che la fanno infelice e che pongono la fiducia degli uomini nelle cose più terribili, come le armi, le lotte, le guerre, gli odi, i vizi. » (30 marzo 1960) Sembrano parole per oggi. E la sola e vera ragione è che si preferisce seguire le orme di satana, che è l’egoismo che si tramuta in superbia e che non accetta fratelli, nella casa del proprio cuore: tutti considera ‘estranei’ e così si condanna all’inferno della solitudine. È davvero insopportabile questa solitudine. La sentiamo tutti la mancanza di ‘atmosfera di vita’, che è l’amore tra di noi. La sentiamo tutti questa sete di amore, ma non troviamo ‘il pozzo dove dissetarci’. E sembrano ‘fantasia dei sogni dell’anima’ o ‘ali per conoscere la bellezza del volo’ le parole di Gesù, oggi: « Amatevi come io ho amato voi ». Quando rifletto su questo meraviglioso ‘testamento’, che Gesù ci ha donato, prima di attuarlo sulla Croce, mi convinco sempre di più che, quando non si è sudditi di un gretto egoismo, amare ed essere amati, in famiglia, nella chiesa, nella società è contribuire a creare la vera aria che fa respirare, soprattutto nei momenti difficili. Ma si può vivere senza amare e sentirsi amati? Credo che sia un inferno insopportabile. Ascoltiamo ciò che scriveva il nostro Papa emerito, Benedetto XVI, nella sua prima enciclica, che ha voluto intitolare ‘Dio è amore’, come indicazione a raccogliere il testamento di Gesù: « L’amore è gratuito: non viene esercitato per raggiungere altri scopi. Ma questo non significa che l’azione caritativa debba per così dire lasciare Dio e Cristo da parte. È in gioco sempre tutto l’uomo. Spesso è proprio l’assenza di Dio la radice più profonda della sofferenza. Chi esercita la carità in nome della Chiesa non cercherà mai di imporre agli altri la fede della Chiesa. Egli sa che l’amore nella sua purezza e nella sua gratuità è la migliore testimonianza di Dio nel quale crediamo e dal quale siamo spinti ad amare…. Egli sa che il vilipendio dell’amore è vilipendio di Dio e dell’uomo, è il tentativo di fare a meno di Dio. Di conseguenza la miglior difesa di Dio e dell’uomo consiste proprio nell’amore. » (Deus charitas est n. 31) Allora viene da chiederci: come mai l’amore di cui Dio ci ha fatto dono ed è il testamento di Gesù, è preferito, a volte, all’egoismo che genera ingiustizie, solitudini e insopportabili sofferenze. Mistero dell’animo umano… Per me, rosminiano, figlio della Carità, è un grande dono che voi mi fate ogni settimana leggendomi. Ho come l’impressione di respirare con voi una tale atmosfera di amore che, per me, è incredibile gioia. Gioia di potervi dire: vi amo come Gesù vi ama, anche se non vi conosco ad uno ad uno, ma è come se foste tutti vicino a me quando celebro il grande sacramento dell’amore, che è l’Eucarestia. E vi sono immensamente grato. Davvero siete miei amici e credo lo sappiate perché tante volte mi scrivete come fra amici. Poteva Gesù lasciarci un testamento più bello di questo? Per chi ama la felicità certamente no, ma bisogna ‘entrare nel cuore dell’amore e farci riempire il cuore dalla gioia’. Scriveva il grande Follereau in un messaggio ai giovani, nel 1962: « Siate intransigenti nel dovere di amare. Non venite a compromessi, non retrocedete. Ridete in faccia a coloro che vi parleranno di prudenza, di convenienza, che vi consiglieranno di il giusto equilibrio’: questi poveri campioni del ‘giusto mezzo’! E poi soprattutto credete nella bontà del mondo. Nel cuore di ogni uomo vi sono tesori prodigiosi e voi scovateli. La più grande disgrazia che vi possa capitare è di non essere utili a nessuno, che la vostra vita non serva a nulla. Siate invece forti ed esigenti, coscienti di dover costruire la felicità per tutti gli uomini, vostri fratelli, e non lasciatevi sommergere dalle sabbie mobili degli incapaci. Lottate a viso aperto. Non permettete l’inganno attorno a voi. Siate voi stessi e sarete vittoriosi. » E come dimenticare le parole di Papa Francesco: « Per Dio noi non siamo numeri, siamo importanti, anzi siamo quanto di più importante Egli abbia; anche se peccatori, siamo ciò che gli sta più a cuore. Lasciamoci avvolgere dalla misericordia di Dio; confidiamo nella sua pazienza che sempre ci dà tempo; abbiamo il coraggio di tornare nella sua casa, di dimorare nelle ferite del suo amore, lasciandoci amare da Lui, di incontrare la sua misericordia nei Sacramenti. Sentiremo la sua tenerezza, sentiremo il suo abbraccio e saremo anche noi più capaci di misericordia, di pazienza, di perdono, di amore ». Non ci resta, allora, che raccogliere a piene mani il grande testamento di Gesù e vivere facendo della vita un donare sorrisi a tutti: sorrisi che siano come gettare fiori a chi ci accosta, al posto del silenzio indifferente o delle parole che, come ‘sassate’, fanno male. Ci aiuti Gesù…ma, intanto, ripeto la mia gioia che voi siete miei amici. Grazie.  

GESÙ PERDONA L’ADULTERA MA DICE «NON PECCARE PIÙ» – OMELIA 13 MARZO, COMMENTO AL VANGELO

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GESÙ PERDONA L’ADULTERA MA DICE «NON PECCARE PIÙ»

DOMENICA 13 MARZO – V DOMENICA DI QUARESIMA – «CHI DI VOI È SENZA PECCATO, GETTI PER PRIMO LA PIETRA CONTRO DI LEI».

DI SILVANO PIOVANELLI*

Dicono i biblisti che questo brano, omesso da quasi tutte le copie del Nuovo Testamento (manoscritti, versioni, Padri), e dallo stile di colore sinottico, non può essere dello stesso Giovanni, né si può sapere come abbia fatto ad entrare nel capitolo ottavo del quarto Vangelo. Forse perché, dopo qualche versetto, si trova la frase: «Voi giudicate secondo la carne; io non giudico nessuno» (Gv 8,15). Molte ragioni (il tema, lo stile, il linguaggio) invitano ad attribuire questa pagina a san Luca, nel cui Vangelo troverebbe un contesto eccellente (Lc 21,38: «E tutto il popolo di buon mattino andava a lui nel tempio per ascoltarlo»). Comunque, al di là di ogni discussione e ricerca, la sua canonicità, il suo carattere ispirato e il suo valore storico sono in ogni caso fuori discussione. Nei primi secoli della Chiesa, con l’aumento del numero dei cristiani, era decaduta la qualità della fede e si era introdotto un certo lassismo, che giustificava ogni comportamento. Come reazione, nei confronti di chi peccava gravemente (apostasia, adulterio, omicidio) si era diffusa la prassi di concedere il perdono una sola volta. Ai recidivi non rimaneva che attendere il severo giudizio di Dio. Questa pagina che contrastava con la severità di questa prassi e i rigoristi preferivano non negarla, ma ometterla. La frase che scandalizzava i rigoristi e che forse ancora oggi qualcuno non digerisce, è «io non ti condanno». Qualcuno può interpretare così: la donna doveva essere lapidata, ma, poiché si era pentita, Gesù l’ha difesa e poi perdonata. Ma nel testo non c’è nulla che faccia supporre che la donna fosse pentita. Questa donna, «sorpresa in flagrante adulterio» non è da confondere con la peccatrice di cui parla Luca (7,36-50), la quale in casa del fariseo Simone, dopo aver bagnato i piedi di Gesù con le sue lacrime, li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di profumo. Questa adultera, colta sul fatto, minacciata, strattonata, forse picchiata, scaraventata dinanzi a Gesù, è una povera creatura sconvolta, spaventata, piena di vergogna, dinanzi ad una folla che punta il dito ed è pronta a scagliare le pietre. Gesù avrebbe potuto togliersi d’impiccio invitando gli accusatori a rivolgersi ai giudici legittimi, che, essendo Gesù nel tempio, erano a pochi passi. Ma questo sarebbe stato un abbandonare la donna alle mani degli accusatori. Per questo Gesù dice: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». A quel punto i presenti cominciarono a sentirsi a disagio e, cercando di nascondere l’imbarazzo, si allontanarono. Il fatto che i primi ad allontanarsi sono i più vecchi, invita quanti di noi siamo più anziani a fare un esame di coscienza: siamo spesso proprio noi a giudicare con più rigore e ad usare le pietre del giudizio, della mormorazione e della sfiducia (Rom 2, 1-2). Gesù dice: «Non ti condanno». Ma, attenzione! Con questa parola approva o minimizza il male, che in questo caso è l’adulterio? Nessuno odia il peccato quanto Gesù, perché nessuno ama l’uomo quanto lui e il peccato è il male più grande dell’uomo. Gesù condanna il peccato, ma ama il peccatore. Così apre al peccatore la strada vera: condannare anche lui il peccato e, sentendosi accolto, iniziare una vita diversa: «Va’ e d’ora in poi non peccare più». Vale la pena ricordare le parole del Papa Giovanni XXIII all’inizio del Concilio Ecumenico Vaticano II: «Sempre la Chiesa si è opposta agli errori; spesso li ha anche condannati con la massima severità. Ora, tuttavia, la Sposa di Cristo preferisce usare la medicina della misericordia piuttosto che della severità. Essa ritiene di venire incontro ai bisogni di oggi mostrando la validità della sua dottrina, piuttosto che rinnovando le condanne». Condannare il peccato, ma amare il peccatore. È quanto in modo supremo ha fatto sempre Gesù che, mentre eravamo ancora peccatori, è morto per i nostri peccati.

*Cardinale

FRANCESCO AI GIOVANI ARGENTINI IN OCCASIONE DELLA « PASCUA DE LA JUVENTUD »* – (anche commento al vangelo)

https://w2.vatican.va/content/francesco/it/messages/pont-messages/2014/documents/papa-francesco_20140426_videomessaggio-giovani-argentini.html

VIDEOMESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO AI GIOVANI ARGENTINI IN OCCASIONE DELLA « PASCUA DE LA JUVENTUD »*

(anche commento al vangelo di domenica 6 marzo)

 (Buenos Aires, sabato 26 aprile 2014)

Cari ragazzi e ragazze, un saluto e Buona Pasqua!

Tutta la settimana è Pasqua! «È il grande giorno che ha fatto il Signore!»

Desidero starvi vicino, me lo ha chiesto l’Arcivescovo di Buenos Aires, e lo faccio con piacere. Desidero accompagnarvi un istante in questa giornata, in questa Pasqua della Gioventù. Mentre scendevo per fare questa registrazione, pensavo a cosa vi avrei detto. «Fate chiasso» ve l’ho già detto. «Non abbiate paura di nulla» ve l’ho già detto. «Siate liberi» ve l’ho già detto. Allora mi è venuta in mente la figura di alcuni giovani del Vangelo. Alcuni giovani che incrociarono Gesù o dei quali Egli parlò. Forse può aiutarvi. Se vi serve, lo tenete, se non vi serve, lo buttate. Ho pensato ai giovani apostoli, ho pensato al giovane ricco, ho pensato al giovane che andò a cercare una nuova vita con l’eredità del padre, ho pensato al giovane morto. Gli apostoli erano giovani, alcuni non tanto, altri sì. Giovanni era un ragazzetto. E restarono colpiti dalla figura di Gesù, entusiasti, con quello stupore che si prova quando s’incontra Gesù. E di corsa vanno dagli amici e dicono loro: «Abbiamo incontrato il Messia! Abbiamo trovato Colui di cui parlano i profeti!». Incontrare Gesù! Guardate quale fu la condotta degli apostoli: dopo cedettero, non si comportarono tanto bene. Pietro lo rinnegò, Giuda lo tradì, gli altri fuggirono. Vale a dire che bisogna lottare per essere fedeli a questo incontro, all’incontro con Gesù. Io ti chiedo: «Tu, quando hai incontrato Gesù? Com’è stato l’incontro con Gesù? Hai avuto un incontro con Gesù o lo stai avendo ora? I giovani apostoli! Pensate a Pietro, Giacomo, Giovanni, Natanaele, come incontrarono Gesù. Un altro giovane che mi è venuto in mente è il giovane ricco, quello che si avvicina a Gesù con una vita irreprensibile, un ragazzo buono, e gli dice: «Maestro, che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna?». Gesù gli risponde: «Osserva i comandamenti e vai avanti». « Ma se li ho sempre osservati!». Il Vangelo dice: «Gesù lo amò» e allora gli disse «Guarda, ti manca una cosa: dai tutto quello che hai ai poveri e vieni con me, a predicare il Vangelo». E quel giovane se ne andò triste. Se ne andò triste perché aveva molte ricchezze e non ebbe il coraggio di lasciarle per Gesù. E se ne andò con il suo denaro e con la sua tristezza. I primi stavano con la loro gioia, con quella bella gioia che dava l’incontro con Gesù. Quello se ne andò con la sua tristezza. L’altro giovane, quello che volle fare il furbo, che volle scrivere la propria vita, che volle ribellarsi alla autorità paterna, e affrontò il padre e gli disse: «Dammi quello che mi spetta che me ne vado». E se ne andò. Tutti quegli anni furono anni di baldoria. Spese il denaro in locali, in vizi, si divertì. Sperperò i soldi e li finì. E per giunta arrivò una crisi economica, dovette cercare lavoro. Ma non c’era lavoro, e accettò di badare ai porci. E questo giovane, che aveva avuto tanto denaro, che lo aveva tolto a suo padre dall’eredità, che sapeva che cosa significava stare negli alberghi migliori e alle feste migliori, che aveva vissuto alla grande, conobbe una cosa che non aveva mai conosciuto prima: la fame. Ma Dio è molto buono. Dio approfitta dei nostri insuccessi per parlare al nostro cuore. Dio non disse a quel giovane: «Sei un fallito, guarda cosa hai fatto». Lo fece ragionare. Dice il Vangelo che «Rientrò in se stesso». Cosa faccio con questa vita? La baldoria non mi è servita a nulla. Quanti operai nella fabbrica di mio padre guadagnano uno stipendio e hanno da mangiare! Io ho fame e sono il figlio del Padrone; mi alzerò, andrò da mio padre e dirò la mia verità: «Ho peccato contro il cielo e contro di te». E tornò. La grande sorpresa che ebbe fu che il padre lo stava aspettando, da anni! Il Vangelo dice che lo vide arrivare da lontano, perché il vecchio saliva ogni pomeriggio sulla terrazza per vedere se il ragazzo arrivava. E il padre lo abbracciò e gli fece festa. E quel grande peccatore, quel grande sperperatore di quanto il padre aveva guadagnato, trovò qualcosa di cui non era mai stato consapevole: l’abbraccio della misericordia. Un altro giovane del Vangelo: ho pensato anche al giovane morto, all’uscita della città di Nain, a quando lo stavano sotterrando, figlio unico di una madre vedova. Gesù ebbe compassione della madre, non del ragazzetto. Mai il ragazzetto, grazie alla madre, ebbe il miracolo e resuscitò. Tu chi sei? L’entusiasta, come gli apostoli, prima d’iniziare il cammino? Quello che vuole seguire Gesù perché gli piace ma è bloccato da tante cose che lo legano e non può seguirlo, come il giovane ricco dalla mondanità, da tante cose? Come quello che sperperò tutta l’eredità del padre, ma che ebbe il coraggio di tornare e sta provando in questo momento l’abbraccio della misericordia? O sei morto? Se sei morto, sappi che la Madre Chiesa sta piangendo per te, e Gesù è capace di resuscitarti. Dimmi, chi sei tu? Dillo a te stesso e ciò ti darà forza. «Padre, è ingiusto — mi diranno le ragazze — perché gli esempi che dà sono per i ragazzi, e noi?». Voi aspirate a consolidare con la vostra vita la tenerezza e la fedeltà. Voi state sul cammino di quelle donne che seguivano Gesù, nella buona e nella cattiva sorte. La donna ha questo grande tesoro di poter dare la vita, di poter dare tenerezza, di poter dare pace e gioia. C’è un solo modello per voi: Maria, la donna della fedeltà, quella che non capiva cosa stava succedendo ma obbedì. Quella che, quando seppe ciò di cui sua cugina aveva bisogno, andò di corsa da lei, la Vergine della Prontezza. Quella che fuggì come rifugiata in un paese straniero per salvare la vita di suo figlio. Quella che aiutò suo Figlio a crescere e lo accompagnò, e quando suo Figlio iniziò a predicare, lo seguì. Quella che subì tutto ciò che stava accadendo a quel bambino, a quel ragazzo grande. Quella che stava accanto a suo Figlio e gli diceva quali erano i problemi: «Guarda, non hanno vino». Quella che, nel momento della Croce, era accanto a Lui. La donna ha una capacità di dare vita e di dare tenerezza che noi uomini non abbiamo. Voi siete donne di Chiesa. Di Chiesa, o “del” Chiesa? No, non è “il” Chiesa, è “la” Chiesa. La Chiesa è femminile, è come Maria. Questo è il vostro luogo. Essere Chiesa, formare Chiesa, stare accanto a Gesù, dare tenerezza, accompagnare, lasciar crescere. Che Maria, la Signora della Carezza, la Signora della Tenerezza, la Signora della Prontezza a servire, vi indichi il cammino. Bene, ora non siate più arrabbiate, che siete uscite vincitrici sui maschi. Vi auguro che questo giorno termini bene. Che ognuno di voi incontri Gesù, quel Gesù risorto. E vi dico una cosa: Non abbiate paura! Guardate Gesù, guardate Maria, e andate avanti! «Padre, sono peccatore, sono peccatrice!» Lui ti perdona! Andate avanti, buona Pasqua e non dimenticatevi di pregare per me. Che Gesù vi benedica e la Vergine si prenda cura di voi.

 

NON C’È UOMO PIÙ GRANDE DI QUESTO UOMO PICCOLO, UMILE E SEMPLICE – “IL CENTUPLO ADESSO E IN EREDITÀ LA VITA ETERNA”

 

http://www.fidesvita.org/quello-che-abbiamo-di-piu-caro/non-ce-uomo-piu-grande-di-questo-uomo-piccolo-umile-e-semplice.html

NON C’È UOMO PIÙ GRANDE DI QUESTO UOMO PICCOLO, UMILE E SEMPLICE

Brano di Nicolino tratto dall’Intervento “IL CENTUPLO ADESSO E IN EREDITÀ LA VITA ETERNA”

“Ti benedico, o Padre… perché hai tenuto nascoste queste cose a coloro che si fanno, si credono sapienti… e le hai rivelate ai semplici, ai piccoli; sì perché così è piaciuto a te, Padre” (Mt 11, 25-26). Non c’è altra posizione se non quella dei piccoli, degli umili, dei semplici, dei poveri: quella richiesta in ogni momento, perché l’unica adeguata alla originale natura dell’uomo – che è quella di essere creato, dato e fatto. Richiesta dall’evidenza che non sono io ma Altro l’origine e la verità di me e di tutto, che io sono dato e dono. Che tutto è dato ed è dono ritrovato. L’unica che permette l’apertura, il riconoscimento, l’accoglienza, l’influsso e l’incidenza di Chi ha creato, dato e fatto, di Colui che è la vera sorgente della vita. Che apre allo sguardo di meraviglia e di stupore sulla vita e sulla realtà come quello che vediamo stampato nei nostri bambini; che sa accoglierle innanzitutto come dono e nella loro continua pro-vocazione al Mistero. Se non diventerete come bambini… è qualcosa che riguarda e richiama il nostro attuale e costante atteggiamento del cuore… Non entrerete nel regno dei cieli, significa che non entreremo nella chiarezza, nella profondità e nello splendore della vita, della realtà delle cose, innanzitutto adesso, come preludio della vita eterna, del regno di Dio attuato definitivamente. Se non diventerete come bambini, è la posizione, la disposizione del cuore in cui Cristo afferma essere la vera grandezza di un uomo, che permette di diventare uomini e in cui solo è possibile la comprensione della vita e della realtà. È proprio la disposizione adeguata alla possibilità di riconoscere ed accogliere il Suo Essere e la Sua viva iniziativa in noi e nella realtà tutta. Di riconoscere ed accogliere la presenza di Cristo come la rivelazione del Mistero nella storia come Uomo, che c’è, che c’entra, che opera sempre, che è contemporaneo a tutto e a tutti, che cambia e che salva. Ma è anche la posizione più razionalmente adeguata per conoscere la realtà, per prendere coscienza della realtà in ogni suo fattore come segno di qualcos’Altro, come Mistero. In qualsiasi momento, come in qualsiasi campo, questa posizione è necessaria: per ricercare, entrare, attraversare, conoscere, possedere, usare adeguatamente e veramente; per non ritrovarsi chiusi, soli e disperati nel carcere di una realtà concepita a priori, ideologicamente, secondo pregiudizi, impressioni e pareri forniti dalla mentalità del mondo. Non si può conoscere veramente e fino in fondo una “cosa” che già abbiamo pregiudizialmente e quindi irrazionalmente autodefinito. Non si può conoscere la realtà andandogli incontro con gli occhi pieni di pregiudizi e definizioni impropriamente autostabilite. Escludendo e censurando fattori della realtà, riducendoli e sottomettendoli a una immediata reazione istintiva, manipolandoli in funzione di una ostinata idea preconcetta. Per questo non c’è uomo più grande, a qualsiasi livello, di questo uomo umile, semplice, povero, piccolo: tutto e sempre aperto, spalancato nel cuore e negli occhi, proprio come un bambino, alla verità di tutto. Tutto teso e aperto solo e sempre alla verità di tutto. Affamato di bellezza, sempre pieno di meraviglia e stupore per tutto, e per questo continuamente aperto e commosso verso qualsiasi indicazione e segno, verso la totalità della realtà come segno del Mistero, in cui “ogni” e tutto consiste e da cui tutto dipende. Quest’uomo umile, semplice, povero, piccolo, nel facile riconoscimento della sua debolezza e fragilità, elementarmente cosciente e gioioso della sua costitutiva dipendenza, del suo dipendere dal Totalmente Altro, vive spalancato e teso al suo connaturato bisogno, al suo assoluto desiderio di questo Totalmente Altro. A cui non solo riconosce di appartenere originalmente, ma che sente vibrare e da cui si sente investito e pro-vocato in ogni momento del suo rapporto con la realtà. E che per questo attende come un bambino attende sua madre, come un mendicante attende sempre tutto. Ai piccoli è dato, agli umili è dato, ai poveri è dato… perché tutto nella realtà ci supera ed più grande di noi, perché tutto è segno del Totalmente e Infinitamente Altro da noi che ci fa e ci dà: perché così tutto è stato ordinato da Dio Padre. Ed è solo un uomo con questo cuore che lo riconosce. Se non diventerete come bambini… non infantili, ma bambini nel cuore, nella mente, nello sguardo, nello stupore, nel bisogno, nell’attaccamento… non ci sarà la possibilità della vita, la chiarezza della vita, la rivelazione della vita, della vita vita; non entrerete nel Regno dei cieli… cioè nel compimento e nella definitività della vita, la vita eterna, lo scopo e il destino della vita. Non c’è nessuno più grande, più umanamente potente, intelligente, libero e bello di questo uomo piccolo, umile, semplice, povero. Se uno ha a cuore la propria vita, prende sul serio il proprio desiderio, la propria ragione, la sua libertà, questa è la vera virtù – virtù intesa come disposizione necessaria e continuativa nel rapporto con tutto. Non possiamo che chiedere aiuto allo Spirito Santo. Come ci insegna san Paolo nella prima Lettera ai Corinzi: “Quello che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrò in cuore di uomo, Dio lo ha preparato per quelli che lo amano”: è il centuplo e la vita eterna. “Ma Dio lo rivelò mediante lo Spirito; lo Spirito infatti scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio. Chi mai conosce i segreti dell’uomo – il segreto della vera esigenza del cuore di ogni uomo, il desiderio e la risposta ad esso – se non lo spirito dell’uomo che è in lui? Così i segreti di Dio nessuno li ha mai conosciuti se non lo Spirito di Dio” (I Cor 2, 9-11). “Quello che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrò in cuore di uomo, questo ha preparato Dio per coloro che lo amano”: questo è il centuplo e la vita eterna. Ma a noi Dio lo ha rivelato, perché Dio stesso si è rivelato; il Mistero si è rivelato. Il Mistero in cui solo la vita è, c’è ed è possibile si è rivelato nella storia, si è fatto Uomo; attraverso l’azione vivificante del Suo Spirito in una Donna di nome Maria, si è fatto Uomo. Invochiamo lo Spirito Santo, lo Spirito di Dio, lo Spirito che ha fecondato Maria, che solo conosce il mio cuore, la mia necessità, la mia urgenza, il mio segreto. Qual è questo segreto? Il segreto dell’uomo è tutto nella sua domanda, nel suo cuore che è domanda assoluta di verità, di significato, di pienezza, di risposta esaustiva alla sua indomabile esigenza. Non può essere lo spirito del mondo a rispondere e a corrispondere, ma è solo lo Spirito di Dio che ci abilita a conoscere ciò che Dio ci ha dato. “E noi abbiamo ricevuto non lo spirito del mondo, ma lo Spirito che viene da Dio, per conoscere i doni che Egli ci ha elargito” (I Cor 2, 12-13). È lo Spirito che Cristo ci ha lasciato come eredità perché la Sua presenza fosse permanente e contemporanea ad ogni tempo, ad ogni uomo; che rende quel gruppo di uomini la Sua Chiesa, il Suo Corpo vivo e presente nella storia, la Sua Compagnia nel “qui e ora” di ogni uomo. È lo Spirito che ci rende idonei e capaci di vivere del rapporto con Lui e di essere questa amicizia nella Sua santa Chiesa. A Lui chiediamo aiuto per essere assicurati nella posizione del piccolo, dell’umile, nella posizione adeguata a riceverLo e a lasciarci plasmare dalla Sua azione. InvochiamoLo per il nostro lavoro di ascolto, approfondimento, di ripresa di ragione perché la nostra vita si sposti dalla parte di Cristo, risulti dal rapporto con Cristo, risulti centuplicata momento per momento dall’obbedienza alla Sua presenza riconosciuta, amata, mendicata e seguita come Avvenimento decisivo. Accada la nostra compagnia come la Sua amicizia in noi, nei nostri rapporti e nel nostro cammino, abbandonando riserve, resistenze, ostentazioni di effimere obiezioni e difficoltà, parole e problematicità che offendono innanzitutto la nostra vita e dentro cui perdiamo sempre.

Nicolino Pompei

Publié dans:COMMENTO AI VANGELI |on 24 février, 2016 |Pas de commentaires »

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