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GESÙ PERDONA L’ADULTERA MA DICE «NON PECCARE PIÙ» – OMELIA 13 MARZO, COMMENTO AL VANGELO

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GESÙ PERDONA L’ADULTERA MA DICE «NON PECCARE PIÙ»

DOMENICA 13 MARZO – V DOMENICA DI QUARESIMA – «CHI DI VOI È SENZA PECCATO, GETTI PER PRIMO LA PIETRA CONTRO DI LEI».

DI SILVANO PIOVANELLI*

Dicono i biblisti che questo brano, omesso da quasi tutte le copie del Nuovo Testamento (manoscritti, versioni, Padri), e dallo stile di colore sinottico, non può essere dello stesso Giovanni, né si può sapere come abbia fatto ad entrare nel capitolo ottavo del quarto Vangelo. Forse perché, dopo qualche versetto, si trova la frase: «Voi giudicate secondo la carne; io non giudico nessuno» (Gv 8,15). Molte ragioni (il tema, lo stile, il linguaggio) invitano ad attribuire questa pagina a san Luca, nel cui Vangelo troverebbe un contesto eccellente (Lc 21,38: «E tutto il popolo di buon mattino andava a lui nel tempio per ascoltarlo»). Comunque, al di là di ogni discussione e ricerca, la sua canonicità, il suo carattere ispirato e il suo valore storico sono in ogni caso fuori discussione. Nei primi secoli della Chiesa, con l’aumento del numero dei cristiani, era decaduta la qualità della fede e si era introdotto un certo lassismo, che giustificava ogni comportamento. Come reazione, nei confronti di chi peccava gravemente (apostasia, adulterio, omicidio) si era diffusa la prassi di concedere il perdono una sola volta. Ai recidivi non rimaneva che attendere il severo giudizio di Dio. Questa pagina che contrastava con la severità di questa prassi e i rigoristi preferivano non negarla, ma ometterla. La frase che scandalizzava i rigoristi e che forse ancora oggi qualcuno non digerisce, è «io non ti condanno». Qualcuno può interpretare così: la donna doveva essere lapidata, ma, poiché si era pentita, Gesù l’ha difesa e poi perdonata. Ma nel testo non c’è nulla che faccia supporre che la donna fosse pentita. Questa donna, «sorpresa in flagrante adulterio» non è da confondere con la peccatrice di cui parla Luca (7,36-50), la quale in casa del fariseo Simone, dopo aver bagnato i piedi di Gesù con le sue lacrime, li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di profumo. Questa adultera, colta sul fatto, minacciata, strattonata, forse picchiata, scaraventata dinanzi a Gesù, è una povera creatura sconvolta, spaventata, piena di vergogna, dinanzi ad una folla che punta il dito ed è pronta a scagliare le pietre. Gesù avrebbe potuto togliersi d’impiccio invitando gli accusatori a rivolgersi ai giudici legittimi, che, essendo Gesù nel tempio, erano a pochi passi. Ma questo sarebbe stato un abbandonare la donna alle mani degli accusatori. Per questo Gesù dice: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». A quel punto i presenti cominciarono a sentirsi a disagio e, cercando di nascondere l’imbarazzo, si allontanarono. Il fatto che i primi ad allontanarsi sono i più vecchi, invita quanti di noi siamo più anziani a fare un esame di coscienza: siamo spesso proprio noi a giudicare con più rigore e ad usare le pietre del giudizio, della mormorazione e della sfiducia (Rom 2, 1-2). Gesù dice: «Non ti condanno». Ma, attenzione! Con questa parola approva o minimizza il male, che in questo caso è l’adulterio? Nessuno odia il peccato quanto Gesù, perché nessuno ama l’uomo quanto lui e il peccato è il male più grande dell’uomo. Gesù condanna il peccato, ma ama il peccatore. Così apre al peccatore la strada vera: condannare anche lui il peccato e, sentendosi accolto, iniziare una vita diversa: «Va’ e d’ora in poi non peccare più». Vale la pena ricordare le parole del Papa Giovanni XXIII all’inizio del Concilio Ecumenico Vaticano II: «Sempre la Chiesa si è opposta agli errori; spesso li ha anche condannati con la massima severità. Ora, tuttavia, la Sposa di Cristo preferisce usare la medicina della misericordia piuttosto che della severità. Essa ritiene di venire incontro ai bisogni di oggi mostrando la validità della sua dottrina, piuttosto che rinnovando le condanne». Condannare il peccato, ma amare il peccatore. È quanto in modo supremo ha fatto sempre Gesù che, mentre eravamo ancora peccatori, è morto per i nostri peccati.

*Cardinale

BENEDETTO XVI – ULTIMA UDIENZA DI PAPA BENEDETTO – LE TENTAZIONI DI GESÙ

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/audiences/2013/documents/hf_ben-xvi_aud_20130213.html

BENEDETTO XVI – ULTIMA UDIENZA DI PAPA BENEDETTO – LE TENTAZIONI DI GESÙ

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI

Mercoledì, 13 febbraio 2013

Cari fratelli e sorelle,

come sapete – grazie per la vostra simpatia! – ho deciso di rinunciare al ministero che il Signore mi ha affidato il 19 aprile 2005. Ho fatto questo in piena libertà per il bene della Chiesa, dopo aver pregato a lungo ed aver esaminato davanti a Dio la mia coscienza, ben consapevole della gravità di tale atto, ma altrettanto consapevole di non essere più in grado di svolgere il ministero petrino con quella forza che esso richiede. Mi sostiene e mi illumina la certezza che la Chiesa è di Cristo, il Quale non le farà mai mancare la sua guida e la sua cura. Ringrazio tutti per l’amore e per la preghiera con cui mi avete accompagnato. Grazie! Ho sentito quasi fisicamente in questi giorni, per me non facili, la forza della preghiera, che l’amore della Chiesa, la vostra preghiera, mi porta. Continuate a pregare per me, per la Chiesa, per il futuro Papa. Il Signore ci guiderà.

Le tentazioni di Gesù e la conversione per il Regno dei Cieli

Cari fratelli e sorelle, oggi, Mercoledì delle Ceneri, iniziamo il Tempo liturgico della Quaresima, quaranta giorni che ci preparano alla celebrazione della Santa Pasqua; è un tempo di particolare impegno nel nostro cammino spirituale. Il numero quaranta ricorre varie volte nella Sacra Scrittura. In particolare, come sappiamo, esso richiama i quarant’anni in cui il popolo di Israele peregrinò nel deserto: un lungo periodo di formazione per diventare il popolo di Dio, ma anche un lungo periodo in cui la tentazione di essere infedeli all’alleanza con il Signore era sempre presente. Quaranta furono anche i giorni di cammino del profeta Elia per raggiungere il Monte di Dio, l’Horeb; come pure il periodo che Gesù passò nel deserto prima di iniziare la sua vita pubblica e dove fu tentato dal diavolo. Nell’odierna Catechesi vorrei soffermarmi proprio su questo momento della vita terrena del Signore, che leggeremo nel Vangelo di domenica prossima. Anzitutto il deserto, dove Gesù si ritira, è il luogo del silenzio, della povertà, dove l’uomo è privato degli appoggi materiali e si trova di fronte alle domande fondamentali dell’esistenza, è spinto ad andare all’essenziale e proprio per questo gli è più facile incontrare Dio. Ma il deserto è anche il luogo della morte, perché dove non c’è acqua non c’è neppure vita, ed è il luogo della solitudine, in cui l’uomo sente più intensa la tentazione. Gesù va nel deserto, e là subisce la tentazione di lasciare la via indicata dal Padre per seguire altre strade più facili e mondane (cfr Lc 4,1-13). Così Egli si carica delle nostre tentazioni, porta con Sè la nostra miseria, per vincere il maligno e aprirci il cammino verso Dio, il cammino della conversione. Riflettere sulle tentazioni a cui è sottoposto Gesù nel deserto è un invito per ciascuno di noi a rispondere ad una domanda fondamentale: che cosa conta davvero nella mia vita? Nella prima tentazione il diavolo propone a Gesù di cambiare una pietra in pane per spegnere la fame. Gesù ribatte che l’uomo vive anche di pane, ma non di solo pane: senza una risposta alla fame di verità, alla fame di Dio, l’uomo non si può salvare (cfr vv. 3-4). Nella seconda tentazione, il diavolo propone a Gesù la via del potere: lo conduce in alto e gli offre il dominio del mondo; ma non è questa la strada di Dio: Gesù ha ben chiaro che non è il potere mondano che salva il mondo, ma il potere della croce, dell’umiltà, dell’amore (cfr vv. 5-8). Nella terza tentazione, il diavolo propone a Gesù di gettarsi dal pinnacolo del Tempio di Gerusalemme e farsi salvare da Dio mediante i suoi angeli, di compiere cioè qualcosa di sensazionale per mettere alla prova Dio stesso; ma la risposta è che Dio non è un oggetto a cui imporre le nostre condizioni: è il Signore di tutto (cfr vv. 9-12). Qual è il nocciolo delle tre tentazioni che subisce Gesù? E’ la proposta di strumentalizzare Dio, di usarlo per i propri interessi, per la propria gloria e per il proprio successo. E dunque, in sostanza, di mettere se stessi al posto di Dio, rimuovendolo dalla propria esistenza e facendolo sembrare superfluo. Ognuno dovrebbe chiedersi allora: che posto ha Dio nella mia vita? E’ Lui il Signore o sono io? Superare la tentazione di sottomettere Dio a sé e ai propri interessi o di metterlo in un angolo e convertirsi al giusto ordine di priorità, dare a Dio il primo posto, è un cammino che ogni cristiano deve percorrere sempre di nuovo. “Convertirsi”, un invito che ascolteremo molte volte in Quaresima, significa seguire Gesù in modo che il suo Vangelo sia guida concreta della vita; significa lasciare che Dio ci trasformi, smettere di pensare che siamo noi gli unici costruttori della nostra esistenza; significa riconoscere che siamo creature, che dipendiamo da Dio, dal suo amore, e soltanto «perdendo» la nostra vita in Lui possiamo guadagnarla. Questo esige di operare le nostre scelte alla luce della Parola di Dio. Oggi non si può più essere cristiani come semplice conseguenza del fatto di vivere in una società che ha radici cristiane: anche chi nasce da una famiglia cristiana ed è educato religiosamente deve, ogni giorno, rinnovare la scelta di essere cristiano, cioè dare a Dio il primo posto, di fronte alle tentazioni che una cultura secolarizzata gli propone di continuo, di fronte al giudizio critico di molti contemporanei. Le prove a cui la società attuale sottopone il cristiano, infatti, sono tante, e toccano la vita personale e sociale. Non è facile essere fedeli al matrimonio cristiano, praticare la misericordia nella vita quotidiana, lasciare spazio alla preghiera e al silenzio interiore; non è facile opporsi pubblicamente a scelte che molti considerano ovvie, quali l’aborto in caso di gravidanza indesiderata, l’eutanasia in caso di malattie gravi, o la selezione degli embrioni per prevenire malattie ereditarie. La tentazione di metter da parte la propria fede è sempre presente e la conversione diventa una risposta a Dio che deve essere confermata più volte nella vita. Ci sono di esempio e di stimolo le grandi conversioni come quella di san Paolo sulla via di Damaso, o di sant’Agostino, ma anche nella nostra epoca di eclissi del senso del sacro, la grazia di Dio è al lavoro e opera meraviglie nella vita di tante persone. Il Signore non si stanca di bussare alla porta dell’uomo in contesti sociali e culturali che sembrano inghiottiti dalla secolarizzazione, come è avvenuto per il russo ortodosso Pavel Florenskij. Dopo un’educazione completamente agnostica, tanto da provare vera e propria ostilità verso gli insegnamenti religiosi impartiti a scuola, lo scienziato Florenskij si trova ad esclamare: “No, non si può vivere senza Dio!”, e a cambiare completamente la sua vita, tanto da diventare sacerdote. Penso anche alla figura di Etty Hillesum, una giovane olandese di origine ebraica che morirà ad Auschwitz. Inizialmente lontana da Dio, lo scopre guardando in profondità dentro se stessa e scrive: “Un pozzo molto profondo è dentro di me. E Dio c’è in quel pozzo. Talvolta mi riesce di raggiungerlo, più spesso pietra e sabbia lo coprono: allora Dio è sepolto. Bisogna di nuovo che lo dissotterri” (Diario, 97). Nella sua vita dispersa e inquieta, ritrova Dio proprio in mezzo alla grande tragedia del Novecento, la Shoah. Questa giovane fragile e insoddisfatta, trasfigurata dalla fede, si trasforma in una donna piena di amore e di pace interiore, capace di affermare: “Vivo costantemente in intimità con Dio”. La capacità di contrapporsi alle lusinghe ideologiche del suo tempo per scegliere la ricerca della verità e aprirsi alla scoperta della fede è testimoniata da un’altra donna del nostro tempo, la statunitense Dorothy Day. Nella sua autobiografia, confessa apertamente di essere caduta nella tentazione di risolvere tutto con la politica, aderendo alla proposta marxista: “Volevo andare con i manifestanti, andare in prigione, scrivere, influenzare gli altri e lasciare il mio sogno al mondo. Quanta ambizione e quanta ricerca di me stessa c’era in tutto questo!”. Il cammino verso la fede in un ambiente così secolarizzato era particolarmente difficile, ma la Grazia agisce lo stesso, come lei stessa sottolinea: “È certo che io sentii più spesso il bisogno di andare in chiesa, a inginocchiarmi, a piegare la testa in preghiera. Un istinto cieco, si potrebbe dire, perché non ero cosciente di pregare. Ma andavo, mi inserivo nell’atmosfera di preghiera…”. Dio l’ha condotta ad una consapevole adesione alla Chiesa, in una vita dedicata ai diseredati. Nella nostra epoca non sono poche le conversioni intese come il ritorno di chi, dopo un’educazione cristiana magari superficiale, si è allontanato per anni dalla fede e poi riscopre Cristo e il suo Vangelo. Nel Libro dell’Apocalisse leggiamo: «Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (3, 20). Il nostro uomo interiore deve prepararsi per essere visitato da Dio, e proprio per questo non deve lasciarsi invadere dalle illusioni, dalle apparenze, dalle cose materiali. In questo Tempo di Quaresima, nell’Anno della fede, rinnoviamo il nostro impegno nel cammino di conversione, per superare la tendenza di chiuderci in noi stessi e per fare, invece, spazio a Dio, guardando con i suoi occhi la realtà quotidiana. L’alternativa tra la chiusura nel nostro egoismo e l’apertura all’amore di Dio e degli altri, potremmo dire che corrisponde all’alternativa delle tentazioni di Gesù: alternativa, cioè, tra potere umano e amore della Croce, tra una redenzione vista nel solo benessere materiale e una redenzione come opera di Dio, cui diamo il primato nell’esistenza. Convertirsi significa non chiudersi nella ricerca del proprio successo, del proprio prestigio, della propria posizione, ma far sì che ogni giorno, nelle piccole cose, la verità, la fede in Dio e l’amore diventino la cosa più importante.

 

IL VANGELO DI LUCA (stralcio per un commento al Vangelo di domenica prossima)

http://www.corsobiblico.it/luca.htm#_Toc73449454

(è un commento al vangelo di Luca, ho fatto uno stralcio per offrire un commento alla lettura del Vangelo di domenica)

IL VANGELO DI LUCA

Martino Scarafile Vescovo di Castellaneta

PROLOGO (1, 1-4) Luca è il solo evangelista che premette al suo scritto un prologo nel quale dichiara, nei primi due versetti, le fonti a cui attinge: “Coloro che furono testimoni e divennero ministri della parola” (gli apostoli) e nei due versetti successivi, lo scopo e le caratteristiche del lavoro che intraprende: “Ho deciso di fare ricerche accurate  e di scriverne un resoconto ordinato … perché ti possa rendere conto della solidità degli insegnamenti”. In questo prologo, Luca adotta un classico stile greco e un vocabolario che si ritrova identico in trattati ellenistici dell’epoca, in cui si dichiarano le finalità per cui si scrive un libro e il metodo che si è seguito. In questo modo, egli rivela chiaramente che il suo libro è un’opera di attualità, destinata ai suoi contemporanei non giudei. Fin dall’inizio, Luca si pone in relazione con alcuni precursori che hanno redatto un racconto scritto[5]. Essi erano privi, secondo lui, sia delle qualità che lui spera di mettere in opera e sia delle fonti a cui attingerà: il vangelo di Marco, che non riporta né la nascita di Gesù né le apparizioni pasquali, e una raccolta di parole del Maestro (« fonte Q »), che non conteneva quasi nessuna narrazione. Questi precursori (Marco e fonte Q), per comporre i loro scritti, avevano attinto alla « Tradizione »[6], cioè alla trasmissione orale del vangelo da parte degli Apostoli, che sono stati prima testimoni oculari delle parole e delle opere di Cristo (è il contenuto del primo volume) e ministri poi della parola (secondo volume: Atti degli Apostoli). Luca precisa allora, che si è preoccupato di porsi scrupolosamente in ascolto della tradizione ecclesiale e di scriverne un resoconto ordinato.  Quest’ultima annotazione non indica in primo luogo un ordine cronologico: intende piuttosto precisare che l’opera illumina il modo in cui Dio guida, avvenimento dopo avvenimento, il suo disegno di salvezza nella storia. Luca ha indubbiamente una preoccupazione di storicità, ma conoscendo le opere degli storici greci e latini suoi contemporanei, cerchiamo di non proiettare sul progetto di Luca la concezione moderna della ricerca storica. L’opera è dedicata all’ « egregio Teofilo », un convertito di origine pagana, che forse occupava un posto importante nell’amministrazione romana. Lo scopo a cui mira Luca è quello di « convincere Teofilo della solidità degli insegnamenti ricevuti ». Due annotazioni per concludere. La prima è che la trasmissione degli avvenimenti di Gesù avvenne in una comunità di credenti: questo è il senso fondamentale dell’espressione “servi della Parola”, che Luca applica direttamente ai primi testimoni, ma anche ai successivi testimoni. Servitore della Parola dice l’atteggiamento di chi si assoggetta alla Parola e cerca con ogni cura di non tradirla, indica anche che i testimoni si lasciano coinvolgere dalla Parola che trasmettono: sono discepoli del Signore, non persone neutrali. La seconda annotazione è che non basta affermare che gli avvenimenti di Gesù esigono di essere trasmessi in una comunità credente. Occorre andare oltre e precisare che la vita della comunità fa intimamente parte degli avvenimenti stessi: infatti occorre annunciare un Cristo vivo, che opera attualmente, non un semplice ricordo del passato. La comunità è il luogo in cui gli avvenimenti di Gesù tornano ad essere vivi, attuali e salvifici, tornano ad essere “vangelo oggi”, cioè storia di salvezza che accade “fra noi”. E’ in forza di questa intuizione che Luca può parlare, con molta profondità, di avvenimenti accaduti fra noi, cioè nella comunità cristiana, pur essendo in realtà accaduti nel passato. Ed è per lo stesso motivo che egli sente il bisogno di scrivere, in continuità con la storia di Gesù, la storia della chiesa (Atti degli Apostoli).  ——————————-  IL MINISTERO GALILAICO (4,14-9,50) I sinottici, come la primitiva predicazione apostolica, omettono completamente il ministero giudaico all’inizio della vita pubblica di Gesù (cfr. At 10,37 ss.), che è invece così notevole in Giovanni. Stando alle informazioni di Gv, Gesù prima di inaugurare un ampio apostolato in Galilea, sarebbe stato a Gerusalemme per una festa di Pasqua  (Gv 2, 13.23), e in quel periodo scacciò i cambiavalute del tempio (Gv 2, 13-22) ed ebbe un incontro segreto con il fariseo Nicodemo (Gv 3,1 ss.). Le sue azioni straordinarie attirarono l’attenzione dei visitatori provenienti dalla Galilea (Gv 4,45). Mentre Lc, da teologo, afferma che Gesù ritornò il Galilea « con la potenza dello Spirito » (4,14). Mt spiega che Gesù « si ritirò per sottrarsi all’ostilità dei sacerdoti e dei farisei (Mt 4,12; Gv 4,1). Luca ci offre una narrazione ordinata del ministero pubblico, porta Gesù a Gerusalemme alla fine, per mettere in evidenza il punto culminante del rifiuto da parte dei giudei e l’inizio di un apostolato su scala mondiale a favore dei pagani. L’espansione universale del regno ha inizio il giorno di Pentecoste (At 2). Abbiamo qui un’indicazione dei motivi per cui Lc fa un uso selezionante di Mc. Benché il ministero galilaico in Luca (4,14-9,59) riproduca quello di Mc (1,14-9,39), tuttavia Lc omette liberamente il ministero di Gesù nel territorio pagano, presente in Mc (6,45-8,26), perché il suo intento è quello di voler comporre la narrazione di un ministero ininterrotto in Galilea, per dare il massimo risalto al rifiuto incontrato da Gesù a Gerusalemme.   GESÙ A NAZARET (4, 14-30). Composta quasi interamente da brani propri di Luca, la scena della predicazione di Gesù nel villaggio « dove era stato allevato » ha un carattere programmatico assai accentuato; essa annuncia infatti dei temi che occuperanno un posto centrale nell’insieme di Lc-Atti. Il sommario introduttivo (vv. 14-15) ripete ancora una volta che Gesù è dotato dello Spirito profetico che, dopo il deserto, lo guida sui luoghi del suo ministero. Il contenuto dell’insegnamento di Gesù non è precisato, mentre in Mc 1,15 egli predica esplicitamente il regno di Dio. Le prime parole pubbliche di Gesù saranno, dunque, la sua interpretazione di Isaia. Detto ciò, Luca noterà spesso che Gesù insegna, senza precisarne il contenuto; il fatto è che prendere la parola è un atto in sé già significativo, indipendentemente dal contenuto. A differenza del Battista, Gesù parla spesso in luoghi e tempi specificatamente adibiti a questo scopo: è solito entrare in una sinagoga il giorno di sabato. Marco (1, 14-15) e Matteo (4, 12-17) aprono il ministero pubblico di Gesù con un sommario breve e generale: “Gesù percorre la Galilea annunciando che il tempo è compiuto e il Regno di Dio è vicino: convertitevi e credete al Vangelo”. Luca invece preferisce aprire il ministero pubblico di Gesù con un discorso programmatico, in cui non compare il termine “Regno”, ma viene esplicitato il contenuto: “l’oggi della salvezza, il compimento delle Scritture, la centralità di Gesù”. Per questo scopo Luca pone l’episodio all’inizio della vita pubblica di Gesù, mentre Marco e Matteo pongono l’episodio di Nazaret più avanti, a missione inoltrata. La prima parte del racconto (vv. 16-22) descrive una parte del culto sinagogale[31]. Essa tralascia le preghiere iniziali e la prima lettura, tratta dalle legge di Mosè, conservando solo una lunga citazione della seconda: la profezia di Is 61, 1-2. Luca ne omette solo il verso minaccioso: « (a proclamare) un giorno di vendetta da parte del nostro Dio ». Secondo l’oracolo, il compito dell’inviato è quello di annunciare con vigore la scomparsa di quello che fa soffrire i poveri e gli oppressi, di proclamare l’inizio di un’epoca in cui l’uomo sarà accolto da Dio. Gesù spiega agli abitanti di Nazaret: « Oggi si è adempiuta questa Scrittura per voi che mi ascoltate ». Ciò che più importa, è notare che Gesù non dà la spiegazione esegetica del testo, né si attarda in alcun modo alla ricerca di applicazioni morali (come facevano alcuni predicatori nelle riunioni della sinagoga), ma attira l’attenzione sull’evento che lo compie: la sua venuta, appunto. Il consacrato e l’inviato dello Spirito è Lui. L’attenzione passa così dalla Scrittura al predicatore: “Gli occhi di tutti erano fissi sopra di Lui”. L’ “oggi” è la novità di Gesù. L’ “oggi” è un termine caratteristico di Luca (2,11; 3,22; 5,26;13, 22-23; 19,5; 23,43), indica che gli ultimi tempi sono iniziati, che il tempo adatto è in svolgimento, che la storia degli uomini sta attraversando un momento eccezionale di grazia. L’oggi non è soltanto una nota cronologica riguardante Gesù: si prolunga nel tempo della chiesa. Il tempo messianico è in svolgimento e il nostro tempo è l’oggi di Dio. Ora, pur rimanendo « stupiti per le parole di grazia che pronunciava », gli abitanti di Nazaret non vedono che un aspetto di Gesù (il « figlio di Giuseppe »), non scorgono in lui il profeta ultimo che pure indicava Is 61. Nella seconda parte del racconto (vv. 23-27), Gesù prende la parola di sua iniziativa in due fasi. La domanda del v. 22 lo lascia capire: la gente di Nazaret reclama un segno e Gesù  anticipa la loro richiesta (v. 23) ricorrendo a un proverbio. Egli dovrebbe confermare le sue parole compiendo per loro, nella sua patria, atti di potenza simili a quelli compiuti a Cafarnao. Luca, infatti, li racconterà poco più avanti, ai vv. 31-41. A questa pretesa, Gesù risponde con un altro proverbio (v. 24) e con due esempi (vv. 25-27) tratti dal corpus dei profeti (cfr. 1Re 17; 2Re 5)[32]. Anche questa volta, Gesù non dichiara apertamente che lui è il profeta, anche se in questi versetti tutto lo lascia capire. La patria che rifiuta di accogliere colui che annuncia un « anno di grazia » (v. 19), non è soltanto Nazaret, ma anche Israele. Il segno miracoloso che Gesù offre ai suoi concittadini non si compie presso di loro, ma fuori della sua patria, poiché essi respingendo questa universalità, rifiutano anche l’inviato che ne è il portatore. La conclusione del racconto (vv. 28-30) è anch’essa programmatica: il privilegio di Israele è giunto al termine e il fatto che Dio accoglie le nazioni pagane, questo provoca la collera dei « giudei ». Qui viene prefigurato un racconto di At 13 dove si parla che i giudei di Antiochia di Pisidia passano dall’atteggiamento benevolo verso Paolo al furore, vedendo i pagani ascoltare la parola del Signore (At 13, 44-45). Se il v. 24 conteneva già una minaccia implicita nei confronti di Gesù, il v. 29 descrive decisamente un primo tentativo di uccisione. La cacciata di Gesù « fuori dalla città » da parte degli abitanti di Gerusalemme – come avverrà per Stefano At 7,58 – e il suo supplizio vengono così prefigurati (cfr. At 3, 14-15). A partire da questa scena, veniamo a sapere che il titolo di « profeta » per Gesù significa il rifiuto e la passione: Lc 13, 33-34 preciserà solo il luogo di questo delitto. Per il momento non è ancora l’ora degli avversari (22,55) e Gesù prosegue la sua strada che lo porterà a Gerusalemme.  

Publié dans:COMMENTI ALLE LETTURE DELLA DOMENICA |on 22 janvier, 2016 |1 Commentaire »

IS 40,1-5.9-11 – CONSOLATE, CONSOLATE IL MIO POPOLO » – COMMENTO

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/02-annoB/11-12/1-Avvento_B-2011/Omelie/02-Domenica-Avvento-B-2011_SC.html   

  IS 40,1-5.9-11 -  CONSOLATE, CONSOLATE IL MIO POPOLO » –

PRIMA LETTURA DOMENICA 10 GENNAIO    

CIPRIANI S., Convocati dalla Parola. Riflessioni biblico-liturgiche    

(STRALCIO)

La prima lettura ci riporta il bellissimo inizio del cosiddetto « libro della consolazione » d’Israele, che abbraccia i cc. 40-55, che ormai gli studiosi attribuiscono concordemente al Deutero-Isaia, un profeta anonimo della fine dell’esilio. Il brano si presenta come un coro a più voci. Apre il canto Dio stesso che annuncia la fine della schiavitù: « Consolate, consolate il mio popolo, dice il vostro Dio. Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che è finita la sua schiavitù, è stata scontata la sua iniquità, perché ha ricevuto dalla mano del Signore doppio castigo per tutti i suoi peccati » (Is 40,1-2). La liberazione avviene non come un fatto meccanico, o per una felice combinazione di eventi e di rapporti di forza, ma perché Gerusalemme « ha scontato la sua iniquità », cioè si è convertita pagando il « doppio » di quello che aveva rubato al Signore: come i ladri che dovevano restituire il « doppio » (Es 22,3)! Come si vede, il fatto politico è riassorbito nella dimensione religiosa dell’evento.

« Nel deserto preparate la via al Signore » A questo punto si inserisce una « voce » misteriosa, che il profeta lascia volutamente nell’anonimo per creare un clima di maggiore attenzione, la quale esorta a « preparare » la via al Signore che sta per ritornare nella sua terra, conducendosi dietro vittoriosamente il suo popolo: « Nel deserto preparate la via al Signore, appianate nella steppa la strada per il nostro Dio. Ogni valle sia colmata, ogni monte e colle siano abbassati; il terreno accidentato si trasformi in piano e quello scosceso in pianura. Allora si rivelerà la gloria del Signore e ogni uomo la vedrà, poiché la bocca del Signore ha parlato » (vv. 3-5). Nei testi babilonesi si parla in termini analoghi di « vie » processionali o trionfali, preparate per determinate divinità o per il re vittorioso. Il riferimento al « deserto », oltre che una precisa indicazione delle steppe siriane che avrebbero dovuto attraversare i deportati in Babilonia, vuol essere soprattutto un rimando all’esperienza del primo Esodo, con tutti i prodigi che lo avevano accompagnato. Anche adesso Dio manifesterà la sua « gloria » nei prodigi che accompagneranno questa nuova liberazione: tanto che « ogni uomo la vedrà » (v. 5) con i propri occhi e quasi la toccherà con le proprie mani.

« Il Signore Dio viene con potenza » Subito dopo il profeta immagina che uno si distacchi dal gruppo dei reduci e si affretti a portare il buon annuncio alla città di Gerusalemme, che ancora giace nella sua tristezza e nella sua desolazione: « Sali su un alto monte, tu che rechi liete notizie in Sion; alza la voce, con forza, tu che rechi liete notizie in Gerusalemme. Alza la voce, non temere, annunzia alle città di Giuda: « Ecco il vostro Dio! Ecco, il Signore Dio viene con potenza, con il braccio egli detiene il dominio. Ecco, egli ha con sé il premio e i suoi trofei lo precedono. Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul petto e conduce pian piano le pecore madri »" (vv. 9-11). È il grande « Avvento » del Dio che « salva » nella sua terra: è perciò una « venuta » di riconciliazione e di amore! Con il popolo che ritorna dall’esilio anche Gerusalemme rifiorisce. Il prodigio è pertanto duplice: il ritorno d’Israele alle sue sorgenti e il « rifiorire » di ciò che era rimasto, quale simbolo di un mondo ormai in dissoluzione. L’immagine conclusiva del brano è bellissima: Dio, che pur è potente e detiene nel suo pugno lo scettro del « dominio » (v. 10), è rassomigliato ad un « pastore », pieno di premura e di delicatezza verso gli « agnellini » appena nati e verso le « pecore madri » (v. 11). La potenza e l’amore disarmato, direi quasi infantile e materno nello stesso tempo, in lui non si contraddicono!

LUCA 21,25-28.34-36

http://www.nicodemo.net/NN/commenti_p.asp?commento=Luca%2021,25-28.34-36

BRANO BIBLICO SCELTO

LUCA 21,25-28.34-36                        

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 25 Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, 26 mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte. 27 Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con potenza e gloria grande. 28 Quando cominceranno ad accadere queste cose, alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina. 34 State bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso improvviso; 35 come un laccio esso si abbatterà sopra tutti coloro cline abitano sulla faccia di tutta la terra. 36 Vegliate e pregate in ogni momento, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che deve accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo.   COMMENTO Luca 21,25-28.34-36 La venuta del Figlio dell’uomo //Mt 24,29-51 // Mc 13,24-37) Al termine della sezione riguardante il ministero di Gesù a Gerusalemme Luca riporta, al seguito di Marco, il discorso escatologico di Gesù (Lc 21,5-38). Nella composizione lucana si descrivono, dopo l’introduzione (vv. 5-7), i segni premonitori (vv. 8-11), le persecuzioni future (vv. 12-19), la distruzione di Gerusalemme (vv. 20-24), la venuta del Figlio dell’uomo (vv. 25-28); a conclusione viene riportata la similitudine del fico (vv. 29-33) e un invito alla vigilanza (vv. 34-36). La liturgia popone i due brani riguardanti rispettivamente la venuta del Figlio dell’uomo (vv. 25-28) e la vigilanza (vv. 34-36). La venuta del Figlio dell’uomo (vv. 25-28) Luca riporta la predizione di una serie impressionante di segni che precedono la venuta del Figlio dell’uomo: «Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte» (vv. 25-26). Questi segni sono anzitutto di carattere cosmico e sono in parte paralleli a quelli che precedono la caduta di Gerusalemme (cfr. vv. 10-11). Gesù dice che avranno luogo nel sole, nella luna e nelle stelle, senza specificare, come fa in Marco, in che cosa consisteranno. Con essi vanno di pari passo fenomeni terrestri, che consistono in un terribile sconvolgimento del mare e dei flutti (cfr. le immagini del Sal 65,8) che genererà angoscia e ansia in tutte le nazioni (v. 25b). Gli sconvolgimenti del cielo faranno presagire lo scatenarsi di qualcosa di terribile, provocando in tutti gli uomini un terrore tale da farli «morire» (apopsychô, venir meno, spirare). Rispetto a Marco (cfr. Mc 13,24-27) Luca in questo testo separa più nettamente i segni che precedono immediatamente la venuta del Figlio dell’uomo dai precedenti sconvolgimenti, che identifica espressamente con gli eventi che hanno accompagnato la caduta di Gerusalemme, considerata come una punizione di Dio per il rifiuto del Messia (cfr. Lc 21,20-24). Inoltre pone l’evento finale della storia dopo il tempo dei gentili che fa seguito a quello di Israele (cfr. Lc 21,24), facendo così comprendere che la caduta di Gerusalemme segna l’inizio di un tempo nuovo in cui il vangelo, rifiutato dai giudei, sarà annunziato a tutte le nazioni. I segni premonitori lasciano subito il posto all’evento escatologico: «Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con potenza e gloria grande» (v. 27). Questo evento viene descritto in riferimento a Dn 7,13, quasi con le stesse parole di Marco. Nella frase successiva però Luca si distacca dalla sua fonte in quanto, invece di accennare al raduno escatologico degli eletti (Mc 13,27), riporta un’esortazione ai suoi lettori: «Quando cominceranno ad accadere queste cose, alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina» (v. 28). Le cose che cominceranno ad accadere sono i segni cosmici che precedono immediatamente la venuta del Figlio dell’uomo; vedendole i discepoli dovranno cambiare completamente il loro atteggiamento: dopo essere stati oppressi dal peso terribile delle persecuzioni che avevano fatto loro piegare le spalle e chinare la testa (si veda questa immagine in Lc 24,5), essi dovranno ora mettersi dritti e alzare la testa perché si avvicina la loro redenzione. Per i seguaci di Cristo gli sconvolgimenti che precederanno la venuta del personaggio celeste non dovranno essere causa di terrore, ma di speranza, perché preludono a un evento che segnerà il loro trionfo. La «liberazione» (apolytrôsis, redenzione) che essi allora otterranno consisterà nel pieno adempimento delle promesse fatte da Dio al suo popolo (cfr. Es 6,6; Is 63,4).

L’appello alla vigilanza (vv. 34-36) Dopo aver preannunziato la venuta finale del Figlio dell’uomo, presentandola come un evento di liberazione, Luca riporta l’appello alla vigilanza. Egli lo fa precedere dalla parabola marciana del fico (Lc 21,29-33; cfr. Mc 13,28-31), che consiste in un appello a saper riconoscere i segni dei tempi. Egli riporta anche i due detti che Marco inserisce dopo la parabola: il primo è un detto arcaico che, contrariamente alla prospettiva lucana, sembra situare gli eventi finali nell’arco di tempo della presente generazione (v. 32; cfr. Mc 13,30); nel secondo si dice che, mentre cielo e terra passeranno, le parole di Gesù, che annunziano la fine e i segni che la precedono, non passeranno (v. 31; cfr. Mc 13,31): secondo Mt 5,18 e Lc 16,17 sarà invece la legge, portata a compimento da Gesù, che non passerà. Infine Luca, alla luce di una cristologia più evoluta, omette il detto marciano in cui si dice che neppure il Figlio conosce il tempo in cui si attueranno gli eventi finali (Mc 13,32). Nell’esortazione alla vigilanza, riportata subito dopo, Luca si allontana dal testo marciano, che egli stesso aveva già utilizzato precedentemente (cfr. Lc 12,35-46). Egli riporta così le parole di Gesù: «State bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso improvviso; come un laccio esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra». (vv. 34-35). La convinzione secondo cui la fine del mondo non è vicina porta Luca ad accentuare la necessità che, nel prolungarsi dell’attesa, i discepoli di Gesù non si lascino sopraffare da dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita: sono queste le espressioni stereotipate per indicare la corruzione dei costumi (cfr. Lc 12,45); egli insiste che, se i cristiani non saranno vigilanti, anche per loro il giorno della fine sopravverrà improvvisamente come su tutti gli abitanti della terra. Diversamente da Marco, che termina il discorso con l’invito alla vigilanza, e da Matteo, che richiama l’idea del giudizio (cfr. Mt 25,31-46) Luca conclude il discorso con un invito alla preghiera «Vegliate e pregate in ogni momento, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che deve accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo» (v. 36). I discepoli non solo devono essere svegli, ma devono anche pregare «in ogni tempo» (en panti kairôi): solo così sarà loro possibile sottrarsi alla catastrofe che sta per accadere nell’imminenza della venuta del Figlio dell’uomo, cioè passeranno indenni attraverso le tribolazioni degli ultimi tempi, e compariranno prontamente dinnanzi a lui. La preghiera, spesso inculcata da Luca, è presentata qui come l’antidoto per evitare il rilassamento dei costumi connesso con il ritardo della parusia: proprio il prolungarsi dell’attesa fa capire ai cristiani che la preghiera deve essere incessante (cfr. 1Ts 5,17).

Linee interpretative Nella sua versione del discorso escatologico di Gesù Luca fa emergere la convinzione secondo cui il ritorno del Signore è certo, ma non così imminente come si era originariamente pensato. In questo testo egli comunica la sua interpretazione dell’escatologia cristiana, stabilendo una più netta distinzione tra i detti riguardanti la distruzione della città santa e quelli che si riferiscono alla venuta del Figlio dell’uomo. Tra questi due eventi si situa il tempo delle nazioni, cioè un nuovo periodo storico nel quale la salvezza, già attuata da Cristo, viene messa a disposizione di tutta l’umanità. Nel nuovo periodo della storia umana il vangelo deve penetrare nelle persone e nelle culture, abbattendo tutte le barriere che separano tra di loro non solo giudei e gentili, ma anche le diverse nazioni, razze, strati sociali e religioni. Luca inoltre presenta più espressamente la venuta finale del Figlio dell’uomo non come un momento di giudizio, ma come il tempo in cui si attuerà la salvezza piena e definitiva dei credenti in Cristo. Di fronte agli sconvolgimenti paurosi che precederanno la fine, mentre i non credenti saranno distrutti da angoscia e spavento, i cristiani avranno una piena sicurezza, perché si renderanno conto che la loro liberazione è vicina. Nella prospettiva teologica di Luca l’attesa del tempo finale della storia, pur mantenendo la formulazione che aveva nelle tradizioni della prima comunità cristiana, passa decisamente in secondo piano. Ciò che è importante per lui non è più il ritorno finale di Gesù, ma la sua venuta costante nella vita della chiesa e del mondo. Non per nulla i segni che precedono l’apparizione del Figlio dell’uomo (cfr. vv. 25-26) sono gli stessi che caratterizzano la storia della chiesa nel mondo (vv. 10-11). Tutte le tragedie dell’umanità, non solo quelle che accadranno negli ultimi tempi, devono essere vissute dai credenti non come causa di angoscia, ma come un richiamo alla speranza di un mondo migliore per cui lottare e sacrificarsi. In questo modo l’attesa della fine perde gran parte del suo rilievo e diventa una semplice immagine di cui l’evangelista si serve per delimitare il tempo presente e per mostrare che esso, nonostante tutti gli sconvolgimenti che lo agitano, continua ad essere guidato da Dio verso un fine di salvezza. Infine Luca fa consistere la vigilanza a cui i credenti sono chiamati in un atteggiamento costante di preghiera. Per lui la preghiera è veramente il segno caratteristico della presenza cristiana nel mondo. Certamente la preghiera non si sostituisce all’azione volta a rendere presente il vangelo nel mondo mediante la testimonianza esplicita e l’impegno per opporsi alla corruzione dilagante. Tuttavia essa rappresenta l’atteggiamento fondamentale del credente il quale, ponendosi ogni momento di fronte al suo Signore, trova in lui la luce e la forza per attuare nella storia il suo progetto di salvezza.

COMMENTO ALLA PRIMA LETTURA TRATTO DA UNA ESEGESI

http://www.ildialogo.org/esegesi/esegesitxt_1339677064.htm

COMMENTO ALLA PRIMA LETTURA TRATTO DA UNA ESEGESI

di Paolo Farinella, prete

La 1a lettura è un brano del profeta Ezechiele, un sacerdote di Gerusalemme, deportato in esilio a Babilonia insieme al re Ioachin dopo la disfatta del regno di Giuda ad opera di Nabucodònosor nel sec. VI a.C. Il profeta, uomo dalla fervente ed esuberante fantasia, si dedica a consolare il suo popolo oppresso e depresso, attento a quanto sta accadendo sullo scacchiere delle grandi potenze. Si profila all’orizzonte un nuovo impero, la Persia di Ciro (555-530 a.C.) che minaccia la stabilità di Babilonia che sconfiggerà una quarantina d’anni dopo, aprendo così uno spiraglio di speranza per i popoli esiliati. Il profeta s’inserisce in queste coordinate storiche per preannunciare un possibile ritorno e per mantenere alto il morale del popolo ebreo, parla per immagini, non fidandosi dell’ambiente che lo circonda.
Babilonia è equiparata ad un aquila che «venne sul Libano e strappò la cima del cedro» (Ez 17,3), cioè la tribù di Giuda1. Ora nella nuova condizione storica, un’altra aquila si profila all’orizzonte e Israele può ben sperare di mettere fine al suo esilio in terra straniera. Il nuovo re, Ciro, che il profeta Isaia non esita per lo stesso motivo a definire «il Cristo» del Signore (cf Is 45,1) nel 538 con un editto concederà la libertà ai popoli sottomessi da Babilonia, compreso Israele che viene autorizzato a ricostruire Gerusalemme e il suo tempio. Il popolo oppresso nell’oracolo del profeta diventa un «ramoscello» che il Signore prenderà «cima del cedro» (Ez 17,22) per piantarlo nuovamente nella terra promessa, rinnovando così una immagine antica che richiama il primo esodo: «una vite dall’Egitto, hai scacciato le genti e l’hai trapiantata (Sal 80/79,9) e ripreso dal profeta Isaia come garanzia per il casato di Davide: «Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici» (Is 11,1).
Il tema dell’albero è ricorrente nella Bibbia, da quello della vita nel giardino di Eden (cf Gen 2,9) che non è più un albero mitico, ma il «segno» dell’obbedienza alla parola del Signore (cf Gen 3,22) a quello dell’Apocalisse che porta frutto di eternità (cf Ap 2,7; 22,1-2.14.19). Sullo sfondo di questo sviluppo si svilupperà la riflessione del sapiente che privilegia la prospettiva morale come appello alla coscienza e quindi usando l’immagine dell’albero in chiave desacralizzata (cf Pr 3,18; 11,30; 13,12; 15,4). Il tema dell’albero cambia prospettiva con i profeti che la usano in chiave storica: l’albero è Israele che porta i frutti dell’alleanza (Is 5,1-7; Ger 2,21; Ez 15; 17,22; 19,10-14; Sal 80/79,9-20). L’esilio in Assiria o in Babilonia è espresso con l’immagine della recisione dell’albero che non porta frutto e viene gettato via (cf Gv 15,2.4.6), ma Dio non può venire meno alla sua fedeltà e allora interviene ancora e ripianta Israele nuovamente nella terra dei Padri (cf Ez 17,20-24).
Accanto a questa corrente profetica si sviluppa anche un secondo pensiero profetico che paragona il Re e di conseguenza anche il Messia ad un albero (cf Gdc 9,7-21; Dn 4,7-9; Ez 31,8-9); questo pensiero è comune in oriente perché espone l’idea della salvezza dei molti che trae origine dalla vita di uno solo: è la sostituzione vicaria per cui il re è la personificazione di tutto il suo popolo e ciò che vive lui, appartiene anche al popolo di diritto. I due destini sono connessi vitalmente. La riflessione d’Israele però non si ferma per cui anche il giusto, cioè colui che vive di e in Dio, è equiparato ad un albero rigoglioso e fruttifero: «È come albero piantato lungo corsi d’acqua, che dà frutto a suo tempo» (Sal 1,3; 92/93,13-14; Ct 2,1-3; Sir 24,12-22) perché è un albero che nell’econmia escatologica, Dio stesso irrigherà e renderà fecondo come mai (cf Ez 47,1-12).

VOLTO DI CRISTO, VOLTO DI BUON PASTORE (7° PUNTATA)

http://www.donboscoland.it/articoli/articolo.php?id=1108

VOLTO DI CRISTO, VOLTO DI BUON PASTORE (7° PUNTATA)

Facciamo oggetto della nostra gioiosa contemplazione un tratto del volto di Gesù Cristo che tocca molto da vicino chi, in un modo o nell’altro, s’impegna nell’azione di salvezza dispiegata dalla Chiesa: il suo è un volto di Pastore.

Dio Pastore nell’Antico Testamento
Negli scritti veterotestamentari la metafora del pastore adoperata per parlare di Dio risponde ad un’esperienza vissuta da Israele sin dagli inizi della sua storia. I suoi capostipiti, come si sa, furono dei pastori seminomadi che si aggiravano nella cosiddetta “mezzaluna fertile” spostandosi spesso con i loro greggi da una regione all’altra. Essi sapevano bene cosa significasse prendersi cura delle loro pecore, portarle al pascolo e alle acque a cui dissetarsi, difenderle dai pericoli. La loro vita errabonda aveva una delle sue principali ragioni nel bisogno di trovare pasti abbondanti con cui nutrirle.
Si capisce così come gli ebrei abbiano usato con naturalezza la similitudine del pastore per riferirsi al loro Dio, e in particolare per indicare il rapporto reciproco vissuto con Lui. Lo si può vedere in un’infinità di testi di ogni tipo: storici, profetici, sapienziali. Ne spigoliamo solo tre molto significativi, tra i tanti. Due sono salmodici, un terzo profetico.
Il Salmo 94, il grande invitatorio con cui si apriva la preghiera liturgica, esprime in modo molto denso la profonda convinzione del popolo della Bibbia circa la funzione svolta da JHWH nei suoi confronti. Ad un certo punto il salmista esclama: “Noi, tuo popolo e gregge del tuo pascolo, ti renderemo grazie per sempre; di età in età proclameremo la tua lode”. La certezza di essere guidato con amore e perfino con tenerezza come popolo dal suo Dio, traspare da molti altri testi simili (per esempio Sal 78,13; 79,2; 99,3; ecc.). Israele lo sa bene perché ne ha fatto l’esperienza: è Lui che lo ha strappato dalla schiavitù di Egitto e lo ha portato per mano in mezzo alle difficoltà, difendendolo da ogni pericolo. Il profeta Amos descrive con accenti di spiccata tenerezza tale intervento divino: “Quando Israele era giovinetto, io l’ho amato e dall’Egitto ho chiamato mio figlio […]. Ad Efraim io insegnavo a camminare tenendolo per mano […]. Io li traevo con legami di bontà, con vincoli d’amore; ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia; mi chinavo su di lui per dargli da mangiare” (Os 11,1-4). È un pastore che ha dei tratti perfino materni. Per tutto questo Israele sente il bisogno di proclamare la sua lode “di età in età”.
Nel Sal 22, conosciuto precisamente come “il Salmo del Pastore”, la prospettiva non è già collettiva, come nel precedente, bensì personale. È il pio israelita che esprime in esso la sua totale fiducia in Colui che veglia costantemente su di lui, difendendolo, guidandolo, nutrendolo. La sua preghiera raggiunge dei livelli poetici notevoli: “Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla; su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino, per amore del suo nome. Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza. Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici; cospargi di olio il mio capo. Il mio calice trabocca”. In poche battute disegna un’immagine meravigliosa del Dio Pastore che accompagna la sua esistenza in questo mondo.
Tra i tanti scritti profetici merita di esserne ricordato uno, di particolare incisività. È quello, appartenente al “libro della consolazione” del profeta Isaia, in cui la metafora fa riferimento ad un’esperienza non raramente vissuta dai pastori in Israele: “Ecco, il Signore Dio viene con potenza, con il braccio egli detiene il dominio. Ecco, egli ha con sé il premio e i suoi trofei lo precedono. Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul seno e conduce pian piano le pecore madri” (Is 40,11). La scena a cui accenna il testo è molto più viva di quanto dicano a primo acchito le parole della sua traduzione. Descrive infatti un pastore pieno di sollecitudine e di tenerezza che, mentre va conducendo il suo gregge, si ritrova a dover fermarsi perché una pecora partorisce un agnellino. Con delicata finezza egli prende il neonato e lo colloca sul suo seno, mentre costringe tutto il gregge a muoversi con un passo più lento che permetta alla pecora madre di potersi rifare dalle fatiche del parto. L’immagine, piena di soavità e persino di dolcezza, esprime bene ciò che il Profeta vuole dire sull’atteggiamento di JHWH verso il suo popolo.

Gesù pastore
I vangeli attestano che la metafora del pastore fu usata anche da Gesù stesso.
Vi si trova, anzitutto, la parabola, da lui raccontata per giustificare il suo modo di comportarsi con i peccatori (Lc 15,1), di quel pastore che va in cerca della pecorella smarrita e, trovatala, la mette in spalla tutto contento, va a casa, chiama gli amici e i vicini dicendo: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora che era perduta” (Lc 15,2-6). Un pastore che poi, nella seconda parabola della serie, trova l’equivalente metaforico nella donna che ricerca con instancabile premura la moneta persa, e fa festa con le amiche e le vicine quando la ritrova (Lc 15,8-10) e, nella terza, nel padre premuroso che attende instancabilmente il figlio sbandato, e organizza anche lui una grande festa quando egli ritorna (Lc 15,12-24). Indubbiamente in tutte e tre le parabole è raffigurato Dio, quel Dio buono e sollecito che Gesù rende presente con il suo modo di comportarsi con i peccatori e gli esclusi.
Nel vangelo di Giovanni si ritrova poi il lungo discorso del buon pastore, pronunciato da Gesù dopo la guarigione del cieco dalla nascita e gli ulteriori sviluppi (Gv 10,1-18). La figura del pastore vero, di quello cioè che vive con coerenza la sua identità, è abbozzata facendo leva sul suo netto contrasto con il mercenario, colui “al quale le pecore non appartengono” e a cui “non gli importa delle pecore”. Il pastore vero si prende cura invece della sue pecore, le “chiama una per una”, “cammina innanzi a loro, e le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce”. Ma soprattutto egli, a differenza del mercenario, “offre la vita per le pecore”. Nel momento più alto del discorso, Gesù dichiara con solennità: “Io sono il buon pastore” (Gv 10,14); e con non minore solennità afferma: “Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10), mettendo così in luce il senso ultimo della sua presenza nel mondo.
La metafora del pastore è utilizzata ancora altre volte da alcuni scritti del Nuovo Testamento per parlare di lui (Eb 13,20; 1Pt 2,25; 5.4; Ap 7,17), confermando così la lunga tradizione della fede ebraico-cristiana.

I tratti di Gesù pastore
Ripercorrendo i vangeli non è difficile individuare i principali tratti che formano l’identikit del pastore che è Gesù.
Anzitutto, egli dimostra di avere un cuore di pastore, ricolmo di una sola preoccupazione: “Che abbiano la vita in abbondanza” (Gv 10,10). È infatti tale preoccupazione quella che, come si è già avuto occasione di rilevare più di una volta, occupa il centro più intimo del suo essere fino a diventare il suo “tesoro”. È il fuoco che gli brucia nel petto e che lo spinge a parlare e ad agire in un determinato modo. Se, come egli stesso ebbe a dire, “l’uomo buono trae fuori il bene dal buon tesoro del suo cuore” (Lc 6,45), è indubbiamente dal suo cuore che egli traeva fuori la sua illimitata dedizione a Dio e agli uomini, e tra essi particolarmente ai più deboli e bisognosi.
Il suo cuore, lo si può dire con fondamento, era interamente modellato su quello del Dio Pastore che era già stato abbozzato nell’Antico Testamento, e che egli rivelò in pienezza nel corso della sua vicenda. Non era, quindi, un cuore duro e insensibile, ripiegato su se stesso, né un cuore guidato dalla “simmetria” di una giustizia che ama chi lo ama e aborrisce chi non lo ama, ma viceversa un cuore tenero ed estremamente sensibile, totalmente aperto verso gli altri, e segnato da quella “asimmetria” tipica dell’amore gratuito di alterità. Si potrebbe vederne un simbolo estremamente eloquente nel cuore trafitto, e perciò aperto e in qualche modo svuotato – “uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua” (Gv 19,34) – che egli si trovò ad avere sulla croce. La solennità con cui l’evangelista lo enuncia – “Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera e egli sa che dice il vero” (Gv 19,35) – sembra confermare l’importanza del simbolo.
Dal suo cuore di pastore sgorgano poi il suo sguardo, le sue reazioni, e soprattutto il suo agire di pastore.
Esistono indubbiamente molti tipi di sguardi umani. Ci sono sguardi di curiosità, di malignità, di avidità, di benevolenza, di comprensione, di simpatia… Ognuno di essi coglie nelle persone e nelle cose dei risvolti che gli altri non afferrano. I vangeli accennano più di una volta allo sguardo di Gesù (Mt 19,26; Mc 3,34; 10,23; Lc 19,5; Gv 1,42; ecc.). È uno sguardo molto caratteristico. Lo sguardo di un pastore precisamente. Prendiamo solo in considerazione, a modo di esempio, due testi evangelici che lo mettono in chiara luce.
Il primo è quello che accenna allo sguardo con cui egli guarda le folle: “Vedendo le folle ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore” (Mt 9,36). Si sa chi componeva queste folle: erano i poveri e semplici che andavano dietro a lui attendendo che Dio, tramite la sua azione, desse soluzione ai molti problemi che rendevano difficile e persino infelice la loro vita (Mt 8,1; 8,18; 9,8.19; 12,23; 13,12; ecc.). Gesù li guarda e “ne sente compassione”. Non è cieco o indifferente alla loro condizione. Fosse stato un aristocratico o uno stoico li avrebbe guardati o con un senso superiorità e perfino di disprezzo, o con distaccata indifferenza; invece, egli si lascia commuovere visceralmente dalla loro situazione. Li vede, appunto, “come pecore senza pastore”, alla mercé di lupi che minacciano la loro vita, e quindi bisognosi di accoglienza, comprensione e aiuto. E a tale visione corrisponde la sua fattiva reazione.
Il secondo testo è quello che rende noto un dettaglio del processo che lo portò alla condanna e alla morte: “Allora il Signore, voltatosi, guardò Pietro, e Pietro si ricordò delle parole che il Signore gli aveva detto: ‘Prima che il gallo canti, oggi mi rinnegherai tre volte’. E, uscito, pianse amaramente” (Lc 22,61-62). Si può intravedere l’intensità di quello sguardo, proveniente da uno che sta andando alla morte, rivolto a uno dei suoi più intimi amici che l’ha appena tradito: non è certamente uno sguardo di condanna, ma di amore comprensivo e accogliente. Gli effetti si vedono subito: Pietro, toccato nel più vivo, si scioglie in lacrime di pentimento.
Oltre a guardare con occhi di pastore, Gesù reagisce anche pastoralmente davanti alle persone e alle situazioni in cui esse si trovano. Emblematica è, da questo punto di vista, la sua maniera di comportarsi nel suo incontro con la vedova di Naim: “Quando fu vicino alla porta della città, ecco che veniva portato al sepolcro un morto, figlio unico di madre vedova; e molta gente della città era con lei. Vedendola, il Signore ne ebbe compassione e le disse: Non piangere!” (Lc 7,12-13). Questo suo modo di comportarsi è espresso dall’evangelista con lo stesso termine – “si sentì toccato nelle viscere” – con cui reagì alla vista delle folle. Anche qui allo sguardo segue il coinvolgimento intimo, intenso, che lo fa vibrare con lo stesso dolore della persona sofferente. E, quasi come un sospiro, gli esce dal petto l’invito: “Non piangere!”.
Ma il suo sguardo e la sua reazione pastorali non sono meramente emozionali, sboccano anzi in un’azione concreta ed efficace. Nel caso delle folle, egli risponde ai loro bisogni prima spartendo loro il pane della sua parola e poi moltiplicando per loro il pane materiale (Mc 5,34-43); in quello della vedova di Naim, accompagna l’invito rivolto alla madre di non piangere con la restituzione del figlio richiamato alla vita (Lc 7,14-15). Nella stessa linea si potrebbero vedere tanti altri suoi interventi rivolti a restituire salute ai malati e ai posseduti da spiriti cattivi, perdono ai peccatori, amicizia agli esclusi, dignità ai disprezzati…
Ma soprattutto la sua morte è veramente la morte di un pastore che, desideroso della vita e della felicità delle sue pecore, non esita a “dare la vita” per esse (Gv 10,11.15.17).

Articolo tratto da: NOTE DI PASTORALE GIOVANILE. Proposte per la maturazione umana e cristiana dei ragazzi e dei giovani, a cura del Centro Salesiano Pastorale Giovanile – Roma.
(Teologo Borèl) Novembre 2003 – autore: Luis A. Gallo

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