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DEUT. 8, 6-10 “LA TERRA COME EREDITÀ”

http://www.firenzevaldese.chiesavaldese.org/archivi/meditazioni/la_terra_come_eredita.htm

DEUT. 8, 6-10 “LA TERRA COME EREDITÀ”

(Chiesa Valdese)

C’è una forza poetica nella descrizione della “terra promessa” che ha trascinato e commosso molte generazioni. La prima cosa che viene descritta è l’acqua (corsi d’acqua, laghi, sorgenti), poi il cibo (frumento, orzo, vigne, fichi, melagrani, olivi, latte, che vuol dire mucche e vitelli, miele selvatico), “mangerai pane a volontà”, “non ti mancherà nulla”; poi si passa al mondo che oggi chiamiamo industriale (ferro  e miniere di rame). C’è un godere della natura spontanea e poi c’è il lavoro umano. Ogni generazione viene dopo altre e può sentire così il proprio rapporto con la terra e con il lavoro, a parte le scoperte che fanno fare passi in avanti all’intera storia umana. Poi c’è la tecnologia che infatti cambia ed allarga i confini dell’utopia della “terra promessa”, forse però a discapito del rapporto con la terra e vera e propria. Vien fatto di chiedersi dov’è questo “paese dove scorre il latte e il miele”, se è da identificare nella sassosa e arida Palestina, o se la parola biblica vuol definire ogni parte della terra, come possibile terra promessa. In effetti, anche se ormai nelle città abbiamo rapporto solo con cemento e asfalto, con l’aggiunta di qualche affollato parco pubblico per portarci i bambini, ogni parte della terra ha particolarità e bellezze che ci lasciano senza fiato, compresi i deserti e i poli ghiacciati. L’altra domanda è: a chi è stato promesso il bel-paese e com’è stato diviso. L’antenato storico della prima promessa è Abramo. “Esci dalla tua terra… e va nel paese che io ti mostrerò” (Gen.12,1). Da lui discendono tutti i popoli della terra, o almeno molti che vi si richiamano. C’è poi come un “ritardo” nella attuazione della promessa della terra: Abramo vi abiterà senza saperlo e poi possederà solo la grotta del campo di Macpela, dove seppellirà Sara (a Hebron), comprandola a Efron l’Ittita (Gen.23). Questo “ritardo” nell’attuazione della promessa corrisponde all’arrivo di Mosé fino al Giordano, al suo vedere dal Monte Nebo la terra promessa, senza potervi entrare. “A te e ai tuoi discendenti” è la formula usata nella promessa divina; come sappiamo la discendenza fa parte della promessa ed è particolarmente importante per Abramo e Sara che sono sterili. I “discendenti” degli israeliti usciti dall’Egitto sono quelli che entreranno con Giosuè nella terra di Canaan passando il Giordano e si insedieranno forse ai margini delle città cananee come pastori semi-nomadi, a volte conquistando, o essendo tollerati, a volte scacciati da altri popoli. Se sono i discendenti i destinatari veri e propri della promessa si può capire come la terra si possa configurare come “eredità”. La terra un tempo poteva esser conquistata o ereditata, non comprata; si pensi alla risposta di Nabot al re Acab che voleva comprare la sua vigna (1 Re 21). La terra promessa è data in eredità dal Signore al suo popolo: “Voi dunque passerete il Giordano e abiterete il paese che il Signore, vostro Dio, vi dà in eredità” (12,10  vedi anche 4,21 e molti altri passi). E’ un concetto giuridico di valenza teologica: il paese viene messo a disposizione, ma rimane proprietà di Dio. “La terra è mia e voi state da me come stranieri e come ospiti” afferma Dio in Lev. 25, 23. Questo concetto sta alla base del principio dell’Anno Sabbatico e del Giubileo. I campi si lavorano per sei anni e poi si lascia la terra riposare per un anno intero, come Dio si riposa dalla buona creazione che ha fatta. Si vivrà bene lo stesso anche se mancherà il raccolto di un anno, perché si potranno conservare provviste negli anni precedenti. I poveri si avvantaggeranno dei raccolti che verranno spontanei dalla terra nell’anno sabbatico. Il Giubileo sarà ogni sette settimane di anni, sette volte sette anni (49 anni) poi squillerà la tromba nel giorno delle Espiazioni e si proclamerà il cinquantesimo anno come anno della Liberazione e del ritorno della terra ai proprietari che se ne erano disfatti per debiti. Siamo in piena utopia; è come sognare ad occhi aperti i nuovi cieli e la nuova terra dell’Apocalisse, dove non ci sarà più il dolore, scomparirà perfino il mare, visto come simbolo del disordine primordiale. Non sappiamo se e per quanto tempo gli ebrei abbiano attuato le regole suggerite da Lev. 25 o se hanno semplicemente continuato a tenerle davanti a sé, come facciamo anche noi, come l’utopia che non c’è, o non c’è ancora, ma dovrebbe esserci perché allora il mondo sarebbe migliore. Certo l’affermazione che Dio è proprietario della terra e noi l’abbiamo in uso sdrammatizza il concetto di possesso e lo universalizza nel momento in cui affermiamo l’unicità di Dio: “I cieli sono i cieli del Signore, ma la terra l’ha data agli uomini” (Sal. 115, 16). E’ come se dicesse l’intera umanità, non solo Israele. Dunque le divisioni sono umane e parziali, modificabili; devono essere ancorate a criteri di giustizia. La terra è lo spazio dove si riconosce l’intervento del Dio Creatore, dove si ascolta la sua chiamata e si risponde osservando i comandamenti. La terra è dove si risponde al Patto di Dio restandovi dentro a qualunque costo. Dio è quello che dà la forza di procurarsi benessere e ricchezze. La terra però è un’eredità che deve esser tenuta per preziosa e per la quale bisogna adoperarsi, se si vuole conservarla altrimenti potrebbe andare perduta. Lo stretto legame che Israele ha visto fra la propria storia e la fede, anche se ci fa problema, va considerato a fondo. Ogni volta che Israele è stato sconfitto e deportato in esilio, invece di inveire contro la malasorte o contro i nemici Israele viene rimproverato dai suoi profeti per non aver obbedito ai comandamenti di Dio, per non esser stato fedele al Patto; per questo viene punito, ma non cancellato dalla storia. Dio non può smentire se stesso e le sue promesse, dunque dopo tempi di angoscia verranno tempi lieti, perché Dio mantiene il giuramento fatto ai padri. La riflessione e raccomandazione che tornano insistenti è che Dio ha scelto il suo popolo non per i suoi meriti, non per il numero o il coraggio (7,7  8,17  9,5) o per la sua giustizia o rettitudine, ma perché Dio lo ama e mantiene il giuramento fatto ai padri. La salvezza per grazia annunciata dal Deuteronomio somiglia alla giustificazione per fede dell’apostolo Paolo. Le opere seguono come l’osservanza ai comandamenti, sono regole di vita che ci sono state date per il nostro bene. Il Bel-Paese si può perdere, forse è già perduto, se lo si lascia degradare negli anni che verranno. Già solo per questo è indispensabile il dialogo interreligioso, la militanza per la pace, la lotta contro la fame e contro le epidemie, la salvaguardia del creato. Forse la vita dell’umanità continua a svolgersi nella tensione fra la promessa del mondo migliore, che quelli che credono ricevono, ma non vi entrano, però possono adoperarsi perché vi entrino i propri discendenti. Questi a loro volta riceveranno anch’essi una promessa che riguarda le successive generazioni. Tuttavia la storia umana non è volta verso un progresso illimitato, perché, come la storia d’Israele, conosce in continuazione sconfitte, esilio, lunghe marce nel deserto, nelle quali si è assistiti dal Signore. Il Dio che ci accompagna e che continua a rinnovare le sue promesse garantisce con la sua ostinata fedeltà il loro compimento, perché ci ama e vuol far di noi il suo popolo nel bel-paese che è la sua/nostra terra.

Publié dans:CHIESE DELLA RIFORMA, Sermoni |on 30 juin, 2015 |Pas de commentaires »

10. VERA SAGGEZZA (GIACOMO 3:13-18).

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10. VERA SAGGEZZA (GIACOMO 3:13-18).

(da: Tempo di Riforma)

Quando si è di fronte ad un problema pratico e non si sa come risolverlo, si chiamano “gli esperti”, cioè coloro che conoscono bene per conoscenza ed esperienza un particolare campo, che hanno lunga pratica ed abilità nella loro arte o nella conoscenza di qualcosa. Può essere, ad esempio, l’idraulico, l’elettricista o il muratore se si hanno problemi con la nostra abitazione; il medico specialista se si hanno particolari problemi di salute; lo psicologo o lo psichiatra se ci si trova di fronte a problemi comportamentali o di salute mentale; un avvocato, se si hanno problemi di carattere legale; il matrimonialista o sessuologo, se si hanno problemi in quel particolare campo. Un ministro di culto, un teologo, lo si intende normalmente come “esperto di problemi religiosi”.
E’ bene consultare gli esperti qualificati in un certo campo e riconoscere umilmente di non sapere tutto e di avere bisogno di consiglio “da chi se ne intende”. Non dobbiamo vergognarcene.
Nei programmi televisivi vi è anche la figura dell’esperto che viene convocato per discutere di un particolare problema ed offrire dei consigli, come anche quella del “tuttologo”, un neologismo scherzoso e di tono ironico riferito a chi pretende boriosamente di sapere tutto e di poter quindi parlare o scrivere di qualsiasi argomento vantando o attribuendosi conoscenze in ogni campo. I programmi televisivi si avvalgono spesso di questi presunti “tuttologi”. Un noto “tuttologo” dei fumetti di Walt Disney è Pico de Paperis# che fa il verso al famoso filosofo dell’umanesimo Giovanni Pico della Mirandola#, passato popolarmente alla storia come grande sapientone…
C’è qualcuno fra di voi che si ritiene “esperto” in ogni campo, sempre pronto ad elargire a tutti i suoi consigli a noi “inesperti”? Questa è la domanda che sostanzialmente si fa l’apostolo Giacomo nel testo biblico della sua lettera che consideriamo quest’oggi. Si chiede difatti, in questo senso: “Chi tra voi è saggio e intelligente?”.

Il testo biblico
In questo brano Giacomo, dopo aver discusso l’uso e l’abuso della lingua, scrive dell’importanza di vivere con autentica saggezza. Che cosa vuol dire “saggezza”? Da dove possiamo trarre la saggezza che ci serve per vivere una vita giusta e buona? Quali sono le conseguenze pratiche della saggezza? Con il termine che noi traduciamo “saggezza”, e che si sovrappone a “sapienza”, Giacomo ricalca i termini della verità rivelata nella letteratura sapienziale dell’Antico Testamento (dal libro di Giobbe al Cantico dei Cantici). Essa, infatti, distingue due categorie: una sapienza-saggezza puramente umana (con tutti i suoi gravi limiti e problemi) che considera come valida la logica e il “saperci fare” di questo mondo, e la sapienza-saggezza “che scende dall’alto”, quella che Dio possiede e Egli si compiace di impartire. Giacomo opera dunque una distinzione fra sapienza terrena e sapienza celeste.
« Chi fra voi è saggio e intelligente? Mostri con la buona condotta le sue opere compiute con mansuetudine e saggezza. Ma se avete nel vostro cuore amara gelosia e spirito di contesa, non vi vantate e non mentite contro la verità. Questa non è la saggezza che scende dall’alto; ma è terrena, animale e diabolica. Infatti dove c’è invidia e contesa, c’è disordine e ogni cattiva azione. La saggezza che viene dall’alto, anzitutto è pura; poi pacifica, mite, conciliante, piena di misericordia e di buoni frutti, imparziale, senza ipocrisia. Il frutto della giustizia si semina nella pace per coloro che si adoperano per la pace » (Giacomo 3:13-18).
Giacomo considera la saggezza come un’ulteriore test per verificare una fede che possa dirsi vivente. Il tipo di saggezza posseduto da una persona, dice, è rivelato dal suo modo di vivere. Allo stesso modo in cui Giacomo poco prima ci aveva messi in guardia a fare molta attenzione a voler essere considerati “maestri” (3:1), così dobbiamo fare attenzione a vantare di essere degli “esperti” sempre pronti ad elargire i nostri consigli, perché è dal modo in cui viviamo che si dimostra se davvero siamo quegli esperti, quei “sapienti” che diciamo di essere. Anche in questo caso, senza un comportamento coerente in armonia con la vita e l’insegnamento di Cristo, dimostriamo solo di avere quella che spesso è la pseudo-sapienza di questo mondo che, magari, “funziona”, ma a che prezzo! Peggio, dimostriamo di non avere alcun autentico rapporto salvifico con Gesù Cristo, nessun reale desiderio di rendergli culto, adorarlo e servirlo, perché è dai fatti che lo si verifica. D’altro canto, coloro che possiedono autentica fede salvifica e lo dimostrano, manifestano « la saggezza che scende dall’alto », la saggezza di Dio.

Saggezza e sapienza
Chiariamo prima di tutto i termini. In italiano il termine “saggezza” significa generalmente la capacità di seguire la ragione nel comportamento e nei giudizî, moderazione nei desiderî, equilibrio e prudenza nel distinguere il bene e il male, nel valutare le situazioni e nel decidere, nel parlare e nell’agire. La saggezza è la dote che deriva dall’esperienza, dalla meditazione sulle cose, e che riguarda soprattutto il comportamento morale e in genere l’attività pratica. Si dice, ad esempio, “una persona di grande saggezza”, “parlare, agire con saggezza”, “dare prova di saggezza”, “parole piene di saggezza”; “la saggezza delle persone anziane, dei contadini”, “la saggezza condensata nei proverbî”; con particolare riferimento al modo di operare: “la saggezza di un consiglio, di una decisione, di un provvedimento legislativo”. E’ determinante per la nostra discussione sapere quale sia il modello rispetto al quale definiamo il comportamento saggio.

Il termine “sapienza”, invece, indica un profondo sapere, la condizione di perfezione intellettuale che si manifesta col possesso di grande conoscenza e dottrina, come “la sapienza degli antichi filosofi”. Con senso più ampio, dote, oltre che intellettuale, anche spirituale e morale, intesa come saggezza unita a oculato discernimento nel giudicare e nell’operare, sia sul piano etico, sia sul piano della vita pratica. Anche in questo caso dobbiamo determinare quale sia il contenuto di questa conoscenza ed i criteri rispetto ai quali determiniamo ciò che è buono.
Sia nelle sacre Scritture che con gli antichi filosofi, la sapienza, o saggezza, è una virtù altamente valorizzata. In senso lato, nella Bibbia, “sapienza” o “saggezza” non è semplicemente il possedere conoscenze speculative, ma la capacità di sapere applicare in modo appropriato ed efficace quelle conoscenze alla vita pratica. Il “saggio” o “sapiente”, di conseguenza è chi possiede conoscenze e le sa applicare alla vita pratica.
Il Nuovo Testamento definisce una persona s?f?? (sophos) nel senso (variamente tradotto) di (1) saggio, abile, esperto, competente; (2) colto, dotto, istruito, abile nelle lettere; (3) saggio in senso pratico, cioè una persona che nell’azione è governato da pietà ed integrità; (4) Saggio in senso filosofico, in grado di elaborare i piani migliori ed usare i mezzi migliori per eseguirli. Giacomo usa qui il termine « saggio » nel terzo significato, vale a dire saggezza pratica, la persona moralmente integra e consacrata a Dio che si comporta nel modo più appropriato e conforme alla volontà di Dio. Di conseguenza, per esempio, è pure la persona più adatta per giudicare in caso di contese e di sistemare la questione, come quando l’apostolo Paolo scrive: « È possibile che non vi sia tra di voi neppure una persona saggia, capace di pronunciare un giudizio tra un fratello e l’altro? » (1 Corinzi 6:5). Gli ebrei ai quali si rivolgeva Giacomo comprendevano che la vera sapienza non era qualcosa di semplicemente intellettuale, ma comportamentale. Il più grande stupido era considerato chi conosceva la verità e falliva nell’applicarla. Per gli israeliti sapienza o saggezza significava abilità nel vivere in modo giusto.

Esposizione
1. “Chi fra voi è saggio e intelligente? Mostri con la buona condotta le sue opere compiute con mansuetudine e saggezza” (13).
Per “intelligente” si intende “avere intelligenza di” e in altri contesti si riferisce allo specialista o professionista che è in grado di applicare con maestria la sua perizia, la sua arte, a situazioni pratiche. E’ tradotto anche “accorto” (CEI). Giacomo chiede chi veramente sia abile ed esperto nell’arte di vivere. Un sinonimo lo troviamo in quanto Gesù disse una volta: “I figli di questo mondo, nelle relazioni con quelli della loro generazione, sono più avveduti dei figli della luce” (Luca 16:8). Per “mansuetudine” si intende l’opposto dell’arroganza e dell’auto-promozione. I greci la descrivevano come avere “un potere sotto controllo”.
Immaginiamo una persona che si professa cristiana e che ci dica: “Io so come si vive in questo mondo. So come si deve trattare con la gente, so ‘farmi strada’ nella società”. Indubbiamente lo sa e lo pratica perché oggettivamente egli pare essere “una persona di successo”. Quali sono, però, i principi che applica per “vivere in questo mondo” ed “avere successo”? I princìpi che in questo mondo determinano “il successo”, ad esempio: l’arroganza, la prevaricazione, il ricatto, l’egoismo, il calpestare gli altri nei loro diritti per imporre sé stessi, la corruzione (la pratica delle “bustarelle”), la volgarità, la disonestà ecc. Si tratta di una persona indubbiamente abile e “sapiente”, una persona “che ci sa fare”, ma che pratica la sapienza “di quaggiù” e, nonostante si professi cristiana, è coerente con la sapienza di questo mondo, e non con la sapienza di Dio.
2. “Ma se avete nel vostro cuore amara gelosia e spirito di contesa, non vi vantate e non mentite contro la verità” (14).
Si tratta di una persona che “ci sa fare” in questo mondo, ma nella sua “sapienza” applica i principi dell’andazzo di questo mondo. Ai cristiani di Efeso, l’apostolo Paolo scrive: “Un tempo vi abbandonaste seguendo l’andazzo di questo mondo, seguendo il principe della potenza dell’aria, di quello spirito che opera oggi negli uomini ribelli” (Efesini 2:2).
Che cosa produce lo spirito di questo mondo? Ne abbiamo qui alcuni esempi. “Amara gelosia”. In greco l’aggettivo “amaro” è riferito all’acqua non potabile. Quando questo aggettivo è congiunto a “gelosia” definisce un atteggiamento duro e risentito verso gli altri. Con “Spirito di contesa”. si riferisce all’ambizione egoistica che genera antagonismo e partigianeria, lo spirito competitivo in negativo. Il termine greco descrive pure chiunque entri in politica per ragioni egoistiche, cercando vantaggi personali, cercando di ottenere quel a cui aspira ad ogni costo, anche calpestando gli altri. Indubbiamente:
3. “Questa non è la saggezza che scende dall’alto; ma è terrena, animale e diabolica” (15). Si tratta di una sapienza tutta incentrata in noi stessi consumata con ambizioni personali non è “dall’alto”, vale a dire da Dio.
Giacomo la definisce ulteriormente come: “terrena, animale (o carnale), diabolica”. E’ la descrizione della sapienza umana limitata a questo mondo, caratterizzata dai principi delll’umanità corrotta dal peccato, fragile e non redenta, sollecitata da forze sataniche, quelle che vorrebbero persuaderci che contravvenire alla legge morale di Dio ci garantisce in questo mondo il successo che vogliamo. Era una delle tentazioni a cui era stato sottoposto anche il Signore Gesù. Dice il vangelo di Matteo: “Di nuovo il diavolo lo portò con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria, dicendogli: «Tutte queste cose ti darò, se tu ti prostri e mi adori». Allora Gesù gli disse: «Vattene, Satana, poiché sta scritto: « Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi il culto »».” (Matteo 4:8-10). Sicuramente Satana avrebbe potuto dare a Cristo tutte quelle cose se solo avesse applicato i suoi principi, quelli che seguono i figli di questo mondo per avere successo mondano. Gesù, però, rifiuta queste tentazioni ed un successo fondato su principi malvagi ed effimeri. Gesù avrebbe alla fine avuto “successo”, ma in altro modo!
4. “Infatti dove c’è invidia e contesa, c’è disordine e ogni cattiva azione” (16). Sì, dove prevale la sapienza di questo mondo viene generato solo “disordine” (o turbamento). Si tratta del disordine che risulta dall’instabilità e dal caos della sapienza umana non informata da Dio. E non solo disordine, ma “ogni cattiva azione” (o “opere malvagie”), letteralmente “ogni opera priva di valore” ultimo. Denota cose che in sé stesse potrebbero anche non essere un male, ma non servono a nulla, non contribuiscono a far crescere e sviluppare il regno di Dio a Sua gloria. .
5. “La saggezza che viene dall’alto, anzitutto è pura; poi pacifica, mite, conciliante, piena di misericordia e di buoni frutti, imparziale, senza ipocrisia” (17). Queste sono le caratteristiche della sapienza di Dio incarnata nella vita e nella morte di Gesù. Sono i principi che Gesù esprime in quelli che sono conosciute come “le beatitudini” espresse da Lui nel cosiddetto “sermone sul monte”. Rileggiamo questo testo:
“Gesù, vedendo le folle, salì sul monte e si mise a sedere. I suoi discepoli si accostarono a lui, ed egli, aperta la bocca, insegnava loro dicendo: «Beati i poveri in spirito, perché di loro è il regno dei cieli. Beati quelli che sono afflitti, perché saranno consolati. Beati i mansueti, perché erediteranno la terra. Beati quelli che sono affamati e assetati di giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché a loro misericordia sarà fatta. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati quelli che si adoperano per la pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per motivo di giustizia, perché di loro è il regno dei cieli. Beati voi, quando vi insulteranno e vi perseguiteranno e, mentendo, diranno contro di voi ogni sorta di male per causa mia. Rallegratevi e giubilate, perché il vostro premio è grande nei cieli; poiché così hanno perseguitato i profeti che sono stati prima di voi” (Matteo 5:1-11).
Qui il termine “pura” si riferisce all’integrità spirituale ed alla sincerità morale. Ogni cristiano autentico ha queste motivazioni che provengono dal suo cuore. Per “pacifica”, si intende quella di coloro che amano e promuovono la pace. Il termine tradotto con “mite” è un tentativo di rendere una parola di difficile traduzione, ma che si approssima al tratto caratteriale di chi è gentile, paziente, umile, senza pensieri di odio o di vendetta. Per “conciliante”, il termine originale descrive qualcuno che è disposto ad essere istruito, flessibile, facile da persuadere. Con “piena di misericordia” si intende il dono di mostrare sincero interesse e partecipazione per coloro che sono afflitti e soffrono, come pure la capacità di perdonare prontamente. Con “imparziale” si intende “senza parzialità”. Questo termine ricorre nel Nuovo Testamento solo in questo testo, e denota una persona coerente, che non si piega, indivisa nel suo impegno e convinzioni, la quale non fa ingiuste distinzioni.
6. “Il frutto della giustizia si semina nella pace per coloro che si adoperano per la pace” (18). Se vogliamo raccogliere “giustizia”, vale a dire quella che veramente conta e vale davanti a Dio bisogna “seminare”, cioè operare “in pace con Dio” e in accordo alla Sua volontà rivelata nella Sua Parola. “Il frutto della giustizia” sono le buone opere che sono il risultato della salvezza (cfr. v. 17), quelle che Dio considerano tali e sono espressione di coloro che “si adoperano per la pace” vale a dire la pace con Dio. La giustizia fiorisce in un clima di pace spirituale ed amicizia con Dio e non “in pace col mondo”, cioè in armonia con i suoi principi, la sua condotta, la sua sapienza.
Indubbiamente il comportamento che è insegnato e vissuto dal Cristo e che è espresso dalle Beatitudini è cosa che il mondo disprezza e mette in ridicolo come stupido ed inefficace, “un’etica da perdenti”, da sciocchi. E’ così? Solo apparentemente perché il successo di questo mondo è di breve durata e produce alla fine solo disastri. Ciò che veramente vale – e alla fine lo si comprova sempre vero e realmente efficace – è l’etica di Dio, i Suoi principi, la Sua sapienza, la Sua saggezza, quella che viene “dall’alto”. “E il mondo passa con la sua concupiscenza; ma chi fa la volontà di Dio rimane in eterno” (1 Giovanni 2:17).

Conclusione
Se una persona professa fede salvifica in Gesù Cristo e pretende di avere la saggezza che viene da Dio, ma il suo cuore è piuttosto in linea con la sapienza di questo mondo, con il suo andazzo distruttore, apparentemente saggio; se si comporta nella società, per “avere successo” in modo arrogante, orgoglioso, e centrato in sé stesso, come pure vive una vita mondana, sensuale al servizio di sé stesso, le sue pretese di essere cristiano sono del tutto inconsistenti e false, perché i fatti lo comprovano.
La saggezza che libera dal male è quella che viene espressa da Dio nell’Antico Testamento da libri come quello dei Proverbi. Al capitolo 2 leggiamo: “Figlio mio, se ricevi le mie parole e serbi con cura i miei comandamenti, prestando orecchio alla saggezza e inclinando il cuore all’intelligenza; sì, se chiami il discernimento e rivolgi la tua voce all’intelligenza, se la cerchi come l’argento e ti dai a scavarla come un tesoro, allora comprenderai il timore del SIGNORE e troverai la scienza di Dio. Il SIGNORE infatti dà la saggezza; dalla sua bocca provengono la scienza e l’intelligenza. Egli tiene in serbo per gli uomini retti un aiuto potente, uno scudo per quelli che camminano nell’integrità” (Proverbi 2:1-7).

Domande di approfondimento
Chi è la persona più saggia che conosci? Spiega che cosa vedi in quella persona che tu giudichi esprimere sapienza.
Quanto conta la vera saggezza quando si tratta di eleggere i responsabili di una comunità cristiana oppure dei leader politici?
Secondo te, qual è il segreto per acquisire vera sapienza?
In che modo possiamo manifestare saggezza?
In che modo questo brano descrive la saggezza che proviene da Dio? (Si consideri: Giobbe 28; Salmo 104:24; Proverbi 1:7; Daniele 1:17; Romani 11:33).
Che cosa intende Giacomo quando si riferisce a “mansuetudine e saggezza” (v. 13; si consideri Matteo 5:5; Galati 5:22-23).
Elenca i “frutti” della sapienza terrena e quelli di provenienza celeste che Giacomo menziona. Confrontali. In che modo differiscono? Quali sono i risultati o conseguenze di ciascuno di essi? (Si consideri: Matteo 5:6; 1 Corinzi 1:18-31; 2:6-16; Galati 5:22-23; Filippesi 1:11).
Che cosa significa che la sapienza di Dio è pura (v. 17)? (Si consideri Salmo 24:3-4; Matteo 5:8).
Sottolinea in Proverbi 2:1-7 tutti i sinonimi di “saggezza”. Che cosa rivelano sulla natura della saggezza?
Qual’è la fonte della saggezza autentica? In che modo la conseguiamo?
Leggi Colossesi 2:2-3. Che cosa dice questo testo su Cristo e la sapienza?
In che modo si può dire se la saggezza che abbiamo è quella di Dio o del mondo?
In che misura la sapienza mondana controlla i tuoi pensieri, opinioni e valori? Perché?
Quali sono alcuni modi concreti attraverso i quali si può acquisire la sapienza di Dio?

Appendice
Come viene tradotto il termine “sophos”
Abile, esperto. « saggi nel fare il bene » (Romani 16:19); « esperto architetto » (o « sapiente architetto), cfr. »abile incantatore » (o « esperto di incantesimi », « intendente nelle parole segrete (Diodati).
Abile nelle lettere, istruito. sapiente, colto, dotto. « sapienti » (Romani 1:14,22), detto dei filosofi greci ed oratori. « Io farò perire la sapienza dei saggi » (la sapienza di chi si ritiene di sapere);: « Se qualcuno tra di voi presume di essere un saggio in questo secolo, diventi pazzo per diventare saggio » o « Se qualcuno tra voi si crede un sapiente in questo mondo, si faccia stolto per diventare sapiente; » (CEI). Detto dei teologi israeliti: « Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti » (Matteo 11:25; cfr. Luca 10:21), o dei maestri cristiani: « Perciò ecco, io vi mando dei profeti, dei saggi e degli scribi » (Matteo 23:34).
Saggio in senso pratico, cioè una persona che nell’azione è governato da pietà ed integrità. « Guardate dunque con diligenza a come vi comportate; non da stolti, ma da saggi » (Efesini 5:15). « Chi fra voi è saggio e intelligente? Mostri con la buona condotta le sue opere compiute con mansuetudine e saggezza » (Giacomo 3:13). Di conseguenza è la persona più adatta per giudicare in caso di contese e di sistemare la questione:  » È possibile che non vi sia tra di voi neppure una persona saggia, capace di pronunciare un giudizio tra un fratello e l’altro? » (1 Corinzi 6:5).
Saggio in senso filosofico, in grado di elaborare i piani migliori ed usare i mezzi migliori per eseguirli. Così è di Dio « Dio, unico in saggezza, per mezzo di Gesù Cristo sia la gloria nei secoli dei secoli » (Romani 16:27); « poiché la pazzia di Dio è più saggia degli uomini e la debolezza di Dio è più forte degli uomini » (1 Corinzi 1:25).

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