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DOVE SEI?

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DOVE SEI?

DI D. L. MOODY

(Dwight Lyman Moody (5 febbraio 1837 – 22 dicembre 1899) è stato un evangelista ed editore statunitense, fondatore della Chiesa Moody, della Northfield School e della Mount Hermon School nel Massachusetts (ora Northfield Mount Hermon School), del Moody Bible Institute e della Moody Press.)

La primissima cosa che accadde quando fu giunta in cielo la notizia della caduta dell’uomo, fu che Dio discese alla ricerca del perduto. Mentre Egli cammina attraverso il giardino nella brezza del giorno lo sentiamo chiamare: « Adamo! Adamo! Dove sei? ». Era la voce della grazia, della misericordia, e dell’amore. Dal momento che era Adamo il trasgressore, avrebbe dovuto essere lui a cercare Dio. Essendo caduto, avrebbe dovuto cercare in tutto Eden gridando: « Dio mio! Dio mio! Dove sei? ». Ma invece fu Dio a lasciare i cieli per cercare nell’oscurità del mondo il ribelle che era caduto – non per cancellarlo dalla faccia della terra, ma per trovare per lui un modo di sottrarlo alla miseria del suo peccato. E infine lo trova – dove? Tra i cespugli del giardino, mentre cerca di nascondersi dal suo Creatore.
Nel momento in cui si interrompe la comunione tra l’uomo e Dio, anche se l’uomo in questione dichiara di essere un figlio di Dio, egli cerca di nascondersi da Lui. Quando Dio lasciò Adamo nel giardino, questi era in comunione col suo Creatore, e Dio parlava con lui; ma in seguito alla sua caduta, Adamo non desiderava vedere il suo Creatore, avendo perso la comunione con Lui. Non può sopportare di vedere Dio, e neppure di pensare a Lui, e così scappa via per nascondersi da Dio. Ma il suo Creatore cerca l’uomo, diretto al suo nascondiglio. « Dove sei, Adamo? Dove sei? ».
Sono passati 6.000 anni e questo testo è giunto di era in era fino a noi. Dubito che tra gli uomini, figli di Adamo, ci sia qualcuno che non ha mai sentito in qualche periodo della sua vita – talvolta nell’ora più buia – « Dove mi trovo? Chi sono? Dove sto andando? E quale sarà la fine di tutto questo? ». Penso sia una buona cosa per l’uomo fermarsi e porsi questa domanda. Vorrei che ve lo chiedeste voi tutti, tanto i piccoli quanto gli anziani. Non vi dico di chiedervi dove vi trovate rispetto al vostro prossimo; non vi chiedo dove vi trovate rispetto ai vostri amici, o rispetto alla comunità dove vivete. Ha ben poca importanza sapere dove siamo agli occhi degli altri, o sapere cosa essi pensano di noi; ma è di grandissima importanza conoscere cosa Dio pensa di noi – sapere dove ci troviamo agli occhi di Dio; è questa la domanda che dobbiamo porci adesso. Sono io in comunione col mio Creatore, o sono al di fuori di questa comunione? Se non sono in comunione con Lui, non ho pace, né gioia, né felicità durevole. Nessun uomo sulla faccia della terra, che non sia in comunione col suo Creatore, può aver mai conosciuto cosa siano la pace, e la gioia, e la felicità, e il vero conforto. Egli è del tutto estraneo a queste cose. Ma quando siamo in comunione con Dio, la Sua luce illumina il sentiero della nostra vita. Ponetevi dunque questa domanda. Non pensiate che io stia predicando ai vostri vicini, ma ricordate che sto cercando di parlare proprio a voi, a ciascuno di voi singolarmente. Fu la prima domanda posta all’uomo dopo la sua caduta, e Dio aveva un auditorio tutt’altro che vasto – solo Adamo e sua moglie. Ma era Dio a predicare; e sebbene essi cercassero di nascondersi, le parole li raggiunsero ugualmente. Lasciate che raggiungano anche voi. Potete pensare che la vostra vita sia nascosta, che Dio non sappia nulla di voi. Ma Egli conosce le nostre vite molto meglio di quando noi crediamo di conoscerle; e i Suoi occhi sono sopra di noi fin dalla nostra più tenera infanzia e fino ad oggi.
« Dove sei? ». Preferisco distinguere coloro che mi stanno ascoltando in tre categorie: i Cristiani professanti, i cristiani caduti, e gli empi.
Prima di tutto, vorrei porre una domanda ai Cristiani professanti, o meglio, lasciare che sia Dio a porgliela: Dove siete?
Qual è la vostra condotta nella chiesa, e tra i vostri conoscenti? I vostri amici riconoscono che appartenete completamente al Signore? Potete essere Cristiani professanti da venti, forse trenta, o anche quarant’anni. Bene, ma dove siete stasera? State procedendo in avanti verso il cielo? E potete rendere conto della speranza che è in voi? Supponete che io ora chieda ai Cristiani professanti presenti in questo luogo di alzarsi in piedi; vi vergognereste di alzarvi? Supponete che io chieda a ognuno che qui si professa figlio di Dio, « Se la morte tagliasse il filo della tua vita adesso, hai buone ragioni di credere che saresti salvato? ». Riusciresti a stare in piedi davanti a Dio e agli uomini, e a dire che hai un buon motivo di credere che sei passato dalla morte alla vita? O ti vergogneresti? Ritorna con la mente agli anni passati: sarebbe coerente che tu dicessi « Sono un Cristiano »? La tua vita coincide con la tua professione di fede? Non si tratta tanto di quello che diciamo, ma di come viviamo. Le azioni parlano più chiaramente delle parole. I tuoi colleghi sanno che sei un Cristiano? La tua famiglia lo sa? Sanno che ti sei dato completamente al Signore? Ogni Cristiano che si professa tale si chieda, « Dove mi trovo agli occhi di Dio? Il mio cuore è fedele al Re del cielo? La mia vita di tutti i giorni è coerente con quella che vivo nella chiesa del Signore? Sono una luce in questo mondo di tenebre? ». Cristo dice, « Voi siete Miei testimoni ». Egli era la Luce del mondo, e il mondo non ha voluto ricevere la vera Luce; il mondo si è ribellato contro di essa, e ora Cristo dice, « Vi lascio in questo mondo perché testimoniate di Me; vi lascio qui perché mi siate testimoni ». Questo si intende quando si dice che i Cristiani devono essere epistole viventi, conosciute e lette da tutti gli uomini. Allora, la mia vita testimonia di Cristo come dovrebbe in questo mondo di tenebre? Se un uomo è per Dio, abbandoni le cose del mondo e si metta a servizio del Signore; e se invece è per il mondo, rimanga nel mondo. Questo servire Dio e il mondo allo stesso tempo – questo stare da entrambe le parti contemporaneamente – è la maledizione della Cristianità presente. Essa ritarda più di qualunque altra cosa il progresso del Cristianesimo. « Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua ».
Ho sentito di tante persone che pensano che far parte della chiesa, e aver fatto una professione di fede, basti per il resto dei loro giorni. Ma c’è una croce che tutti noi dobbiamo portare ogni giorno. Oh, figli di Dio, dove vi trovate? Se Dio vi apparisse stanotte nella vostra camera da letto e vi facesse questa domanda, cosa rispondereste? Credete di poter dire con sincerità: « Signore, ti sto servendo con tutto il mio cuore e con tutta la mia forza; sto facendo fruttare i talenti che mi hai dato e mi sto preparando per il Tuo Regno che sta per venire »? Quando mi trovavo in Inghilterra nel 1867, a Londra, c’era un mercante che veniva da Dublino, e stava parlando con un uomo d’affari; quando mi avvicinai, questi mi presentò al mercante. Alludendo a me, quest’ultimo disse al primo: « Questo giovane si è dato completamente a Cristo? » Queste parole bruciarono nella mia anima. Significa molto darsi del tutto a Cristo; ma è quello che dovrebbero fare tutti i Cristiani, e se lo facessero la loro influenza ben presto si sentirebbe nel mondo; se, cioè, i credenti non si nascondessero e facessero sentire la loro voce in ogni occasione. Come ho detto prima, ci sono molti nelle chiese che fanno una dichiarazione di fede, e quella è l’ultima cosa che senti di loro; e quando muoiono devi andare a leggere in qualche vecchio e polveroso registro di chiesa per sapere se erano Cristiani o no. Credo che quando Daniele morì, tutti gli uomini di Babilonia sapessero chi egli avesse servito durante la sua vita. Non avevano bisogno di informarsi leggendo registri. La sua vita testimoniava con i fatti la professione di fede che aveva fatto. Ciò di cui abbiamo bisogno sono credenti che abbiano un po’ di coraggio per difendere la causa di Cristo. Quando la Cristianità si sveglia, e ogni credente che appartiene al Signore è disposto a prendere posizione per Lui, è disposto a lavorare per Lui, e, se fosse necessario, è disposto a morire per Lui, solo allora la Cristianità avanzerà, e vedremo prosperare l’opera del Signore. C’è una cosa che temo più di ogni altra, ed è vedere quel freddo formalismo nella chiesa di Dio. Tra tutte le cattive abitudini, non c’è niente di tanto pericoloso per la chiesa quanto un morto, freddo formalismo, che è giunto fin dentro il cuore della chiesa. Ci sono così tanti fra noi che dormono e sonnecchiano mentre le anime intorno a noi e in ogni parte del mondo stanno morendo! Onestamente, credo che noi Cristiani professanti, spiritualmente parlando, siamo tutti mezzi assonnati. Alcuni di noi stanno iniziando a strofinarsi gli occhi per riuscire a tenerli mezzi aperti, ma nell’insieme stiamo dormendo.
C’era una breve storia sulla stampa americana che mi è rimasta molto impressa come genitore. Una domenica, un padre portò il suo figlioletto nei campi, e, essendo una giornata calda, si stese sotto un bellissimo albero ombroso. Il figlioletto correva avanti e indietro raccogliendo fiori di campo e piccoli steli d’erba, e tornando da suo padre diceva: « Bello! Bello! ». Dopo un po’, il padre si addormentò, e mentre dormiva il bambino si allontanò. Quando l’uomo si fu svegliato, il suo primo pensiero fu: « Dov’è mio figlio? ». Guardò ovunque, ma non lo vide. Lo chiamò gridando con tutta la voce che aveva, ma poté sentire solo l’eco della sua voce. Corse sulla sommità di una collinetta, si guardò intorno e gridò ancora. Nessuna risposta! Allora si diresse verso un precipizio poco distante, guardò giù, e lì, tra le rocce e i fiori selvatici, vide il corpo lacerato del suo amato figlioletto. L’uomo corse in fretta sul posto, prese quel corpicino senza vita e lo strinse a sé, accusando se stesso della morte del suo bambino. Mentre lui dormiva, il piccolo era caduto dal precipizio. Nell’apprendere questa storia, pensai a quanto essa assomigli alla condizione della chiesa di Dio!
Quanti padri e madri, quanti Cristiani, stanno dormendo ora, mentre i loro figli vagano verso il terribile precipizio delle profondità infernali! Padri, dove sono i vostri figli stasera? Forse saranno solo in qualche luogo di ritrovo pubblico, oppure per strada, o si stanno incamminando verso la tomba ubriacandosi. Madri, dove sono i vostri figli? Forse in un locale dove stanno distruggendo la loro anima – gettando via tutto ciò che c’è di caro e sacro per loro? Sapete dove si trova vostro figlio adesso? Padre, puoi essere stato un Cristiano professante per quarant’anni; dove sono i tuoi figli stasera? Hai vissuto in modo tanto devoto, tanto simile a Cristo, da poter dire « Seguite me come io ho seguito Cristo »? Quei figli stanno camminando nella luce, verso la gloria del Signore? Sono stati raccolti nel gregge di Cristo, e i loro nomi sono stati scritti nel Libro della Vita dell’Agnello? Quanti padri e quante madri oggi sono in grado di rispondere? Vi siete mai fermati a pensare che la colpa possa essere vostra, e che non siete stati fedeli verso i vostri figli? Potete essere certi che fintanto che la chiesa continuerà a vivere come il mondo, non potremo aspettarci di vedere i nostri figli darsi a Cristo. Vieni, O Signore, e sveglia ogni madre, e possa ognuno di noi genitori sentire il valore delle anime dei figli che Dio ci ha donati. Possano essi nella loro vecchiaia non dover temere la morte, ma siano piuttosto una benedizione per la chiesa e per il mondo.
Non molto tempo fa la sola figlia di un mio amico agiato si è ammalata ed è morta. Il padre e la madre rimasero al suo capezzale mentre ella moriva. L’uomo aveva passato tutta la vita ad accumulare beni per lei; le aveva fatto conoscere il fior fiore della società; ma non le aveva insegnato nulla di Cristo. Quando la ragazza giunse a un passo dalla morte, disse: « Aiutatemi; è molto buio, e sento un gelo terribile ». I genitori si strinsero le mani angosciati, ma non potevano fare nulla per lei; e la povera ragazza morì nell’oscurità e nella disperazione. Cosa potevano fare per loro i beni e le ricchezze? E voi, madri e padri, state facendo la stessa cosa oggi, ignorando l’opera che Dio vi ha dato da compiere. Vi supplico, dunque, ciascuno di voi inizi a lavorare adesso per le anime dei vostri figli!
Qualche tempo fa, c’era un giovane, morente, e sua madre pensava che egli fosse Cristiano. Un giorno, passando accanto alla sua stanza, lo sentì dire: « Perduto! Perduto! Perduto! ». La madre corse nella stanza e gridò: « Figlio mio, è possibile che tu abbia perso la tua speranza in Cristo, ora che stai morendo? » « No, madre, non è questo; so che c’è una vita dopo la morte, ma io ho perso la mia vita. Ho vissuto ventiquattro anni, e non ho fatto nulla per il Figlio di Dio, e ora sto morendo. Ho vissuto la mia vita per me stesso; ho vissuto per questo mondo, e solo ora che sto morendo, mi sono dato a Cristo; ma la mia vita è perduta ». Non si potrebbe dire di molti di noi, che se dovessimo essere chiamati a partire da questo mondo, le nostre vite sono state quasi un fallimento – forse un intero fallimento se consideriamo il nostro compito di far conoscere Cristo agli altri uomini del mondo? Giovani donne! State lavorando per il Figlio di Dio? State cercando di portare a lui le anime di qualche peccatore? Avete cercato di convincere qualche amico o compagno affinché i loro nomi siano scritti nel Libro della Vita del Signore? O preferite dire, « Perduto! Perduto! Molti anni sono passati da quando sono diventato un figlio di Dio, e non ho mai avuto il privilegio di portare anime a Cristo »? Se c’è qualcuno che si professa figlio di Dio che non ha mai avuto la gioia di portare anche solo un’anima nel regno di Dio, oh! Che ricominci daccapo. Non esiste un privilegio maggiore sulla terra. E io credo, amici miei, che non ci sia stato un periodo, almeno ai nostri giorni, in cui l’opera per Cristo sia più necessaria di adesso. Non credo che ci sia mai stato nei vostri o nei miei giorni un momento in cui lo Spirito di Dio sia stato sparso maggiormente sul mondo. Non c’è parte della Cristianità dove il lavoro non viene portato avanti; e sembra che nuove notizie liete stiano arrivando da ogni parte del mondo. Non è dunque il momento per la chiesa di Dio di svegliarsi e venire tutti insieme come un uomo solo ad aiutare il Signore, e sforzarci per scacciare quelle orde infernali di morte che vagano per le nostre strade e che portano sul loro petto quanto di più nobile e di meglio abbiamo? Oh, possa Dio svegliare la chiesa dei credenti! Abbandoniamo i piaceri del mondo, e andiamo avanti e lavoriamo per il Regno del Suo Figliuolo.
Ora, come seconda cosa, voglio parlare a coloro che sono tornati nel mondo – ai credenti caduti. Forse qualche anno fa eri un Cristiano professante, e ti sei trasferito in una nuova grande città. Sei diventato membro di una chiesa, e magari insegnante della scuola domenicale; ma vedendo persone che non conoscevi hai pensato di prendertela un po’ più comoda – magari andando al culto una volta si e una volta no. Così hai smesso di insegnare alla scuola domenicale; hai abbandonato l’opera per Cristo. Nella tua nuova chiesa non hai ricevuto l’attenzione e il caloroso benvenuto che ti aspettavi. E hai preso l’abitudine di starne lontano. Ora sei giunto tanto lontano che ti si può trovare nei teatri o nei locali mondani, o addirittura in compagnia di persone che bestemmiano o che si ubriacano. Forse sto parlando a qualcuno che è stato lontano dalla casa di suo padre per molti anni. Torna, ora, figlio prodigo; dimmi, sei felice? Sei mai stato felice anche un’ora sola da quando hai lasciato Cristo? Ti soddisfa il mondo, o quelle cose senza valore che hai trovato lontano da casa? Ho viaggiato molto, ma non ho mai trovato una persona che sia tornato a seguire le cose del mondo e che possa dire con sincerità di essere felice. Conoscevo un uomo che era davvero nato da Dio, che non riuscì mai a trovare alcuna soddisfazione nel mondo. Credete che il figlio prodigo fosse soddisfatto del paese straniero dove andò a vivere? Chiedete ai prodighi in questa città se sono davvero felici. « Non c’è pace per gli empi, dice il mio Dio ». Non c’è pace per l’uomo che si ribella contro il suo Creatore. Supponendo che egli sia stato fatto partecipe del dono celeste, e che sia stato in comunione con Dio, e che abbia avuto la dolce compagnia del Re del Cielo, e che abbia passato felici ore di servizio per il Maestro, ma che ora sia caduto, può quella persona essere felice? Se lo è, è un chiaro segno del fatto che non si è mai davvero convertito. Se un uomo è nato di nuovo, e ha ricevuto la natura divina, questo mondo non potrà mai soddisfare i desideri della sua nuova natura. Oh, caduti, ho pietà di voi! Ma voglio dirvi che il Signore Gesù ha molta più compassione di quanta ne possa avere chiunque altro. Egli sa quanto sia amara la vita; Egli sa quanto sia buia la tua vita; Egli desidera che tu torni a casa. Oh, credente caduto, torna a casa stasera! Ho un messaggio d’amore da tuo Padre. Il Signore ti vuole, e ti invita a tornare a casa stasera. « Torna a casa, figlio smarrito; torna dalle buie montagne del peccato ». Ritorna, e tuo Padre ti accoglierà con amore. So che il diavolo ti ha detto che Dio non vuole avere più niente a che fare con te, perché ti sei allontanato. Se questo fosse vero, ci sarebbero pochissimi uomini in cielo. Davide cadde; Abramo e Giacobbe si allontanarono da Dio; non credo che esista un santo in cielo che in qualche momento della sua vita non si sia allontanato da Dio nel suo cuore. Forse non nella sua vita, ma nel suo cuore. Il figlio prodigo aveva raggiunto la città lontana col suo cuore prima ancora di esserci arrivato fisicamente. Prodigo! Torna a casa stasera. Tuo Padre non vuole che tu rimanga lontano. Pensi forse che il padre del prodigo non fosse ansioso per lui affinché tornasse a casa dopo tutti quei lunghi anni che era stato lontano? Ogni anno il padre aspettava e desiderava che lui tornasse a casa. Allo stesso modo Dio vuole che tu torni a casa da lui. Non importa quanto lontano tu sia andato; il grande Pastore ti riceverà nuovamente tra i suoi figli stasera. Hai mai saputo di un credente che si era allontanato da Dio e che poi, tornato da Lui, sia stato rifiutato dal Signore? Ho sentito di padri e madri terreni che non hanno voluto ricevere i loro figli quando sono tornati; ma sfido ogni uomo ad affermare di conoscere qualche credente che era caduto ma che, con cuore realmente sincero, sia poi tornato a casa e il Signore non abbia voluto riprenderlo con sé.
Diversi anni fa, prima che fosse costruita alcuna ferrovia a Chicago, il grano veniva portato dalle praterie dell’ovest con dei carri per centinaia di miglia, per poi essere spedito. C’era un padre che aveva una grande fattoria da quelle parti, e che era solito predicare il vangelo oltre che a lavorare nei suoi campi. Un giorno che il lavoro per la chiesa richiedeva più tempo del solito, mandò suo figlio a portare il grano a Chicago. Attese a lungo che suo figlio tornasse a casa, ma non fece più ritorno. Alla fine, non potendo più aspettare, l’uomo sellò il cavallo e si diresse verso il luogo dove suo figlio avrebbe dovuto vendere il grano. Seppe che era stato lì e che aveva ottenuto i soldi della vendita del grano; allora cominciò a temere che il figlio potesse essere stato ucciso e derubato. Alla fine, con l’aiuto di un investigatore, lo trovò in una bisca, dove scoprì che aveva perso tutti soldi giocando d’azzardo. Sperando di riguadagnare il denaro, aveva venduto il carro, e aveva giocato di nuovo con quei soldi, perdendo anche quelli. Era così finito tra i ladri, e come l’uomo della parabola che andava a Gerico, lo avevano spogliato di tutti i suoi beni e lo avevano abbandonato a se stesso. Cosa poteva fare? Si vergognava di tornare a casa e di incontrare suo padre, così scappò. Il padre capì cosa provava il giovane. Sapeva che il figlio pensava che egli fosse molto adirato con lui. L’uomo era ferito dal fatto che il ragazzo potesse pensare questo di lui. È proprio quello che accade con il peccatore. Egli pensa che, dal momento che ha peccato, Dio non vorrà mai più vederlo. Ma cosa fece quel padre? Disse forse, « Che se ne vada per la sua strada »? No, anzi lo seguì. Sistemò le sue cose e iniziò a cercare suo figlio. Quell’uomo andò di paese in paese, di città in città. Chiese ai ministri delle chiese di quelle città di lasciarlo predicare e, infine, chiedeva all’auditorio se avessero visto suo figlio. Lo descriveva e chiedeva loro di scrivergli se lo avessero trovato. Alla fine, scoprì che era scappato in California, a migliaia di miglia da casa. Pensate che il padre abbia detto « Se ne vada pure »? No; andò fin laggiù a cercare suo figlio. Andò fino a San Francisco, e fece scrivere sui giornali locali che avrebbe predicato in una chiesa del posto in un certo giorno. Arrivò quel giorno, e quando l’uomo ebbe finito di predicare raccontò ai presenti la sua storia, nella speranza che il figlio potesse aver letto l’annuncio ed essere venuto in chiesa. Quando ebbe terminato il racconto, lontano in fondo alla stanza c’era un giovane che aspettava che le persone fossero uscite tutte; poi si diresse verso il pulpito. Il padre guardò, e riconobbe il ragazzo, e gli corse incontro e lo strinse a sé. Il ragazzo voleva confessare quello che aveva fatto, ma il padre non volle sentire una parola. Lo perdonò senza recriminare, e lo riportò di nuovo a casa sua.

Oh, prodigo, forse ora stai vagando tra le oscure montagne del peccato, ma Dio vuole che tu torni a casa. Il diavolo ti ha raccontato bugie su Dio; credi che non ti vorrà più vedere. Ma ti dico che Egli ti accoglierà in questo stesso istante se tu torni. Dici: « Mi leverò e andrò da mio Padre ». Che Dio ti aiuti a prendere questa decisione. Non c’è nessuno che Gesù non abbia più di quanto abbia fatto quel padre. Non c’è stato giorno da quando Lo hai lasciato che Egli non ti abbia seguito. Non importa quale è stato il tuo passato, o quanto nera sia stata la tua vita, Egli ti riceverà di nuovo. Rialzati dunque, credente caduto, e ritorna ancora una volta a casa di tuo Padre.
Non molto tempo fa, a Edinburgo, una signora che era una Cristiana fervente, trovò una giovane donna la cui vita era stata guidata dall’inferno a una vita di prostituzione. La signora implorò la ragazza di tornare a casa sua, ma ella rispose di no, perché i suoi genitori non l’avrebbero mai voluta dopo quello che era stata. Questa donna Cristiana conosceva il cuore di una madre, così scrisse una lettera alla madre della ragazza, per farle sapere che l’aveva incontrata, che era pentita e che voleva tornare da lei. Giunse la lettera di risposta, e sulla busta era scritto: « Immediatamente – Immediatamente! ». Quello era il cuore di una madre. Aprirono la lettera. Si, la ragazza era perdonata. I genitori volevano che tornasse, e le mandarono dei soldi perché potesse tornare al più presto. Peccatore, ascolta quella dichiarazione: « Torna immediatamente ». È quello che il grande e amorevole Dio sta dicendo a ogni peccatore che sta vagando in questo mondo – immediatamente. Si, figlio traviato, torna a casa stasera. Egli ti darà un caloroso abbraccio, e ci sarà gioia nei cieli per il tuo ritorno. Torna adesso, poiché tutto è pronto.
Un po’ di tempo fa, un mio amico mi disse: Hai mai notato che cosa ha perduto il figlio prodigo andando in quel paese lontano? Ha perso il suo cibo. È proprio quello che perdono i poveri credenti traviati. Non hanno più la manna dal cielo. La Bibbia, il nostro cibo spirituale, è un libro chiuso per essi; non trovano più bellezza o gioia nella Parola di Dio.
Poi il prodigo perse il lavoro. Era un ebreo, ma in quel paese lontano gli facevano pasturare dei porci; si trattava di una perdita per un ebreo. Così pure ogni credente caduto perde il suo lavoro. Non può fare niente per Dio; non può lavorare per il Suo regno. È una pietra d’inciampo per il mondo. Amici miei, non lasciate che il mondo inciampi a causa vostra nell’inferno.
Il prodigo perse anche la sua testimonianza. Chi poteva credere in lui? Immaginate questa scena: alcuni uomini nativi di quel paese vedono quel povero prodigo vestito di stracci, scalzo e senza copricapo. Lo vedono in mezzo ai porci e uno dice all’altro: « Guarda quel povero infelice ». « Cosa? », interviene il giovane, « mi avete chiamato povero infelice? Mio padre è un uomo ricco; ha più vestiti nel suo guardaroba di quanti ne possiate vedere in tutta la vostra vita. Mio padre è un uomo di grande ricchezza e prestigio ». Pensate che quegli uomini gli avrebbero creduto? « Quell’uomo misero… figlio di un uomo benestante! ». Nessuno gli avrebbe creduto. « Se avesse davvero un padre tanto ricco, andrebbe da lui ». Questo vale anche per i credenti traviati; il mondo non crede che siete figli di un Re. Essi dicono, « Perché non vanno a Lui, se c’è tanto cibo alla Sua mensa? Perché non sono a casa del loro Padre? ».
E poi, un’altra cosa che il prodigo perse fu la sua casa. Non aveva un posto dove abitare in quel paese straniero. Fintanto che aveva del denaro, era stato piuttosto popolare nei luoghi di ritrovo pubblici e tra i suoi conoscenti; aveva tante persone attorno che si professavano suoi amici, ma non appena i suoi beni furono finiti, dov’erano andati a finire tutti quei suoi amici? È questa la condizione di ogni povero credente caduto.
Ma ora immagino che qualcuno dica: « Sarebbe inutile che io tornassi. Dopo qualche giorno tornerei un’altra volta dov’ero. Mi piacerebbe molto ritornare a casa di mio Padre, ma temo che non ci rimarrei a lungo ». Allora immaginate questa scena: il povero prodigo è tornato a casa, e il padre ha ammazzato il vitello ingrassato, e sono tutti lì, seduti a tavola, e mangiano. Immagino che quelli fossero i bocconi più dolci che il giovane abbia mai mangiato – forse la cena più bella che abbia mai fatto in vita sua. Suo padre è seduto all’altro capo del tavolo; è ricolmo di gioia, e il suo cuore si commuove dentro di lui. Improvvisamente vede il ragazzo piangere. « Figlio mio, perché stai piangendo? Non sei felice di essere tornato a casa? » « Oh, si, padre; non sono mai stato tanto felice quanto lo sono oggi: ma ho tanta paura di poter andare di nuovo in quel paese straniero! ». Come, trovate difficile immaginare una scena simile? Se tornate a casa del vostro Padre e cenate con Lui, non sarete mai inclini ad allontanarvi di nuovo.
Ora desidero parlare alla terza categoria. La Scrittura dice: « Se il giusto è salvato a stento, dove finiranno l’empio e il peccatore? ». Peccatore, che ne sarà di te? Come scamperai? « Dove sei? ». È vero che stai vivendo nel mondo senza Dio e senza speranza? Ti sei mai fermato a pensare che ne sarà della tua anima se una malattia improvvisa dovesse colpirti e tu ne morissi? Dove vivresti per l’eternità? Da quello che leggo, il peccatore è senza Dio, senza speranza, e senza scuse. Se non sei salvato, che scusa hai? Non puoi dire che è colpa di Dio. Egli è fin troppo ansioso di salvarti. Voglio dirti stasera che tu puoi essere salvato se lo vuoi. Se davvero vuoi passare dalla morte alla vita, se vuoi diventare un erede della vita eterna, se vuoi diventare un figlio di Dio, impegnati stasera a cercare il Regno di Dio. Ti dico, per l’autorità della Sua Parola, che se cerchi il Regno di Dio tu lo troverai. Nessun uomo ha mai cercato Cristo con tutto il cuore e non l’ha trovato. In quest’ultimo anno ho provato una sensazione solenne. Sono in quelli che chiamano il fiore degli anni, nel mezzo della vita. Guardo la vita come un uomo che ha raggiunto la sommità di una collina, e inizia a scendere dall’altro lato. Ho raggiunto la cima della collina – ammesso che io raggiunga i settant’anni – e ho appena incominciato a discendere dall’altra parte. Sto parlando a molti che si trovano come me in cima a quella collina, e vi chiedo, se non siete Cristiani, fermatevi un paio di minuti, e chiedetevi dove vi trovate. Guardiamo di nuovo alla collina che stiamo salendo. Cosa vedete? Quella laggiù è la culla. Non è lontana. Quanto è breve la vita! Sembra come se fosse ieri. Guardate sulla collina: è una tomba; forse quella di una madre tanto amata. Quando ella è morta, non avete promesso a Dio che lo avreste servito? Non avete detto che il Dio di vostra madre sarebbe diventato il vostro Dio? E non avete preso la mano di vostra madre in quell’ora triste e interminabile, dicendo, « Si, mamma, ci incontreremo in cielo! » State mantenendo quella promessa? Ci state provando? Sono passati dieci anni, quindici – ma siete più vicini a Dio? La promessa ha prodotto qualche frutto di ravvedimento in voi? No, il vostro cuore sta diventando sempre più duro: la notte diventa più buia; giorno dopo giorno si avvicina l’ora in cui la morte vi coprirà con le sue tenebre. Amico mio, dove sei? Guarda ancora. Un po’ più sopra la collina c’è un’altra tomba. È quella di un fanciullo. Forse una bellissima bambina, oppure un bambino; e quando quel bambino vi è stato portato via, non avete promesso a Dio, e a vostro figlio, che vi sareste incontrati di nuovo in cielo? State mantenendo la promessa? Pensateci! O state ancora combattendo contro Dio? State ancora indurendo il vostro cuore? I sermoni che fino a cinque anni fa toccavano il vostro cuore, ora non riescono più a scuotervi?
Guardiamo ancora una volta giù dalla collina. Lì c’è una tomba; non sapete quanti giorni, settimane, o anni, vi separano da essa, ma è lì che, come ogni uomo, vi state dirigendo. Anche se doveste vivere tutti gli anni di vita concessi a un uomo, amici miei, non è da pazzi rifiutare la salvezza così a lungo? Può darsi che tra le persone a cui sto parlando ci sia qualcuno che tra una settimana sarà nell’eternità. In un auditorio vasto come questo, fino alla prossima settimana la morte potrebbe reclamare qualcuno tra noi; forse io che vi parlo, o forse qualcuno che mi sta ascoltando. Perché lasciare trascorrere un altro giorno senza rispondere? Perché stasera per l’ennesima volta dici al Signore Gesù: « Lasciami stare per questa volta; quando lo riterrò opportuno e ne avrò voglia, Ti chiamerò »? Perché non Lo lasci entrare stasera? Perché non apri il tuo cuore, e dici, « Entra, Re di Gloria »?
Ci sarà mai un’occasione migliore? Non hai promessi dieci, quindici, venti, trent’anni fa che avresti servito Dio? Alcuni di voi hanno detto che l’avrebbero fatto una volta spostati e sistemati; altri hanno detto che l’avrebbero servito quando sareste riusciti a mettere a posto la vostra vita. Lo avete fatto?
Sapete che ci sono tre passi per raggiungere la perdizione; permettetevi di elencarvi i loro nomi. Il primo è la noncuranza. Basta che un uomo si ostini a rifiutare la salvezza, per essere perduto per l’eternità. Alcune persone dicono: « Che cosa ho fatto! ». Se rifiuti la salvezza, sarai perduto. La nostra vita è come un fiume che corre veloce verso una grande cascata. Raggiungerla significa morire. Perché ciò avvenga non è necessario capovolgere la barca; basta anche solo lasciare i remi e incrociare le braccia e non curarsi di niente. Così è per gli uomini che incrociano le braccia nella vita rifiutando la salvezza.
Il secondo passo è il rifiuto. Se vi incontrassi alla porta e vi facessi questa domanda, mi direste: « Non stanotte, signor Moody, non stanotte »; e se io vi ripetessi: « Insisto perché accettiate di entrare nel Regno di Dio ed essere salvati », potreste educatamente rifiutare: « Non diventerò un Cristiano stanotte, grazie; so che dovrei, ma non stanotte ».
L’ultimo passo è il disprezzo. Alcuni tra voi sono già giunti su questo che è il gradino più basso della scala. Disprezzate Cristo. Lo odiate, odiate la Cristianità; detestate le persone più care di questo mondo, gli amici più cari che potreste mai avere; e se vi offrissi una Bibbia, la gettereste via. Oh, voi che disprezzate! Presto sarete in un altro mondo. Ravvedetevi ora e volgetevi a Dio. Ora, dove ti trovi amico: forse stai trascurando, rifiutando, o disprezzando? Fai attenzione: sono molti quelli che sono perduti per sempre già al primo passo; muoiono nella noncuranza. E molti sono coloro che non hanno accettato il Signore, ma lo rifiutano. E infine, molti sono quelli che disprezzano la salvezza.
Solo pochi anni fa la trascuravano, poi l’hanno rifiutata; e ora disprezzano la Cristianità e Cristo. Odiano il suono delle campane delle chiese; odiano la Bibbia e i Cristiani; maledicono il suolo stesso sul quale camminano. Ma solo un passo ancora e scompaiono per sempre nelle tenebre. Oh voi che disprezzate, vi è posta davanti la vita e la morte; quale scegliete? Quando Pilato aveva Cristo in suo potere, disse: « Che volete dunque che faccia di lui? » e la folla gridò: « Via, via, crocifiggilo! » Giovani, è questo il vostro linguaggio stasera? Direte: « Basta con questo vangelo! Basta con la Cristianità! Basta con le vostre preghiere, i vostri sermoni, gli inni! Non voglio Cristo »? O sarete saggi e direte: « Signore Gesù, voglio Te, ho bisogno di Te, desidero Te »? Oh, possa Dio spingervi a una tale decisione!

OSSERVATORE ROMANO 4 APRILE 2010: Discese il Pastore di tutti per cercare Adamo pecora smarrita

dal sito:

http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/text.html#3

OSSERVATORE ROMANO 4 APRILE 2010

La Pasqua nella tradizione siro-occidentale

Discese il Pastore di tutti per cercare Adamo pecora smarrita

di Manuel Nin

I testi liturgici del grande Venerdì della crocefissione nella tradizione siro-occidentale introducono già il tema della discesa di Cristo negli inferi per riscattare Adamo e diventare così il ponte tra le tombe e il Regno. Come nelle altre tradizioni orientali, i testi mettono in bocca alla Madre di Dio pianto e gioia, lutto e speranza:  « Chi mi darà, Figlio mio, le ali dell’aquila, affinché io possa volare verso le quattro parti dell’universo per invitare tutte le nazioni alla celebrazione della tua crocifissione. Oggi, vedendo come sei messo nella tomba, Figlio mio, io piango e mi rallegro; piango per la Sinagoga espulsa e mi rallegro per la Chiesa riscattata ».
Un prete presenta la croce alla venerazione del vescovo o del celebrante, che l’incensa e la regge mentre clero e popolo la venerano:  « Adoriamo la tua croce, poiché essa ha adoperato la nostra salvezza; col buon ladrone diciamo:  Cristo, ricordati di noi quando verrai di nuovo ». Dopo la venerazione si fa la grande esaltazione della croce:  il vescovo l’innalza e canta guardando verso oriente, verso occidente, verso settentrione e verso meridione:  « Tu che sei stato crocifisso per noi, abbi pietà di noi ».
La croce viene poi lavata, unta e sepolta sotto l’altare, e il vescovo conclude:  « Benedetto Cristo, che è stato la chiave che ha aperto le porte dello sheol e per lui Adamo, che era stato espulso dal paradiso, vi è ritornato ». Sant’Efrem associa il mattino di questo giorno con quello di Pasqua, dando a Cristo il titolo di mattino:  « Gloria a te, Cristo Mattino, che ci hai riscattati per mezzo del tuo mattino. Ecco al mattino finì la seduta del tribunale formato dai sacerdoti, autori del crimine. Al mattino ti flagellarono, pieni di gelosia; ti presero e ti consegnarono al giudice, ma tu come Signore, sei la fonte della vita per chiunque crede in te. Al mattino tu rivestisti Adamo di bellezza, di gloria, di splendore, e al mattino con delle vesti di disprezzo ti hanno rivestito. Al mattino uscì dall’Egitto il popolo, e al mattino gli fece caricare la croce sulle spalle e lo fece uscire verso la morte. A te la gloria da parte di tutte le cose belle:  Tu sei lo splendore di tutte le costellazioni! Tu sei colui che riveste di bellezza tutte le piante e tutti i fiori ».
Nel Sabato Santo e a Pasqua, la liturgia si sofferma sulla discesa di Cristo negli inferi per riscattare Adamo e tutti gli uomini, e un testo mette in parallelo il venerdì e il sabato:  « Ieri, venerdì, le sofferenze, la condanna, la croce, e oggi, sabato, la calma e il riposo. Ieri gli scribi e i sacerdoti facevano beffa, oggi i morti nella polvere cantano la lode; ieri le rocce si spaccarono, oggi la tomba si apre nella gioia. Oggi lo sheol, come aprile, fa sentire i suoi canti di gioia e i morti sono come fiori che germogliano, oggi la morte si rattrista vedendo Adamo, prima incatenato, oggi libero ».
Il mattutino del Sabato Santo canta diversi inni di Efrem, dove si sottolinea la redenzione operata da Cristo:  « Volò e discese quel Pastore di tutti:  cercò Adamo, pecora smarrita, sulle proprie spalle la portò e salì. Asperse rugiada e pioggia vivificante su Maria, terra assetata. Come un chicco di grano cadde poi nello sheol e salì come covone e pane nuovo. Dall’alto la potenza discese per noi, e dal ventre di Maria la Speranza rifulse per noi. Dal sepolcro la Vita risorse per noi ».
Nel commento al Vangelo Efrem accosta i due nomi di Maria e Giuseppe nella nascita di Cristo e nella sua sepoltura:  « Eva, tipo di Maria, e Giuseppe dell’altro Giuseppe. Uno fu colui che chiese il corpo di Gesù, l’altro colui che fu giusto. Il Signore, affidato a Giuseppe alla sua nascita, fu dall’altro Giuseppe sepolto dopo la morte, affinché il nome di Giuseppe fosse onorato, perché come alla sua nascita nella grotta anche alla sua deposizione nel sepolcro lui era presente ».
La liturgia di Pasqua contempla il giorno in cui Cristo vince la morte e lo invita, quasi personificandolo:  « In questo giorno con grande gioia noi diciamo:  Vieni in pace, giorno nuovo che hai annientato l’antica notte. Vieni in pace, primogenito dei giorni. Vieni in pace, fiore della risurrezione, che riempi di gioia i tristi e porti soccorso ai deboli. Vieni in pace, giorno nuovo senza tramonto. L’altro ieri il pastore è stato colpito e le pecore smarrite; oggi esse si radunano nella gioia e nell’esultanza. Oggi gli angeli si radunano presso la tomba, fanno rotolare la pietra e vi si siedono. L’altro ieri sono stato crocifisso con Cristo, oggi sono con lui glorificato ».

Dietrich Bonhoeffer: Le beatitudini

dal sito:

http://www.atma-o-jibon.org/italiano6/bonhoeffer_sequela7.htm

Dietrich Bonhoeffer

MATTEO 5: Il sermone sul monte

Lo ‘straordinario’ della vita cristiana

Le beatitudini

Gesù sulle pendici di un monte, il popolo, i discepoli. Il popolo vede: Gesù con i discepoli che si sono avvicinati a lui. I discepoli – essi stessi – sino a poco tempo prima facevano completamente parte della massa del popolo. Erano come tutti gli altri. Poi li raggiunse la chiamata di Gesù; abbandonarono tutto e lo seguirono. Da allora appartengono completamente a Gesù. Ora vanno con lui, vivono con lui, lo seguono dovunque egli li conduce. A loro è accaduto qualcosa che non è accaduta agli altri. È un fatto estremamente inquietante, scandaloso quello che il popolo vede qui con i suoi occhi. I discepoli vedono: il popolo dal quale provengono, le pecore perdute della casa di Israele. È la comunità chiamata da Dio. :È la chiesa di popolo. Quando essi furono, dalla chiamata di Gesù, scelti in mezzo a questo popolo, essi fecero quello che era naturale e necessario per le pecore perdute della casa di Israele: seguirono la voce del buon pastore, perché conoscevano la sua voce. Essi, proprio seguendo questa via, appartengono a questo popolo, vivranno in mezzo a questo popolo, entreranno in mezzo a questo popolo e gli annunzieranno la chiamata di Gesù e la gloria del cammino al suo seguito. Ma quale sarà la fine? Gesù vede: i suoi discepoli. Sono venuti apertamente dal popolo a lui. Egli li ha chiamati a uno a uno. Alla sua chiamata essi hanno rinunciato a tutto. Ora vivono soffrendo indigenza e privazioni; sono i più poveri tra i poveri, i più tentati tra gli esposti alla tentazione, i più affamati tra gli affamati. Hanno solo lui. E, con lui, nel mondo non hanno nulla, proprio nulla. Ma presso Dio hanno tutto. Egli ha trovato una piccola comunità, e ne cerca una grande quando guarda il popolo. Discepoli e popolo formano un tutt’uno; i discepoli saranno i suoi messaggeri, essi troveranno pure, qua e là, degli uditori e dei credenti. Eppure, tra loro e il popolo regnerà inimicizia fino alla fine. Tutta l’ira contro Dio e la sua Parola ricadrà sui suoi discepoli ed essi saranno respinti assieme a lui. La croce è in vista. Cristo, i discepoli, il popolo: ecco tutto il quadro della passione di Gesù e della sua comunità. (1)

Perciò: beati! Gesù parla ai suoi discepoli (cfr. Lc. 6,20 ss.). Parla a coloro che già si sono posti sotto la potenza della sua chiamata. Questa chiamata li ha resi poveri, tentati, affamati. Egli li dichiara beati, non per le loro privazioni o la loro rinuncia. Né povertà né ritmncia sono per se stesse in qualche modo motivo della proclamazione di beatitudine. Solo la chiamata e la promessa, per cui i suoi seguaci vivono in mezzo a privazioni e a rinunce, è motivo sufficiente. L’osservazione,che in qualcheduna delle beatitudini si parla di privazione, in altre di cosciente rinuncia, cioè di particolari virtù dei discepoli, non ha importanza. Privazione obiettiva e rinuncia personale hanno la loro ragione comune nella chiamata e nella promessa di Cristo. Nessuna delle due ha, per se stessa, valore o diritto. (2)

Gesù chiama beati i suoi discepoli. Il popolo l’ode ed esterrefatto è testimone di ciò che accade. Ciò che, secondo la promessa di Dio, appartiene a tutto il popolo di Israele qui tocca alla piccola comunità di discepoli scelti da Gesù. «Di loro è il regno dei cieli». Ma i discepoli e il popolo sono una cosa sola per il fatto che sono tutti comunità chiamata da Dio. Le beatitudini di Gesù dovranno portare tutti alla decisione e alla salvezza. Tutti sono chiamati a essere ciò che in realtà sono. I discepoli vengono proclamati beati a causa della chiamata di Gesù, alla quale hanno risposto. Tutto il popolo di Dio viene chiamato beato per la promessa a lui diretta. Ma il popolo di Dio afferrerà la promessa credendo a Gesù Cristo e alla sua Parola o si separerà, non credendo, da Cristo e dalla sua comunità? Ecco la domanda che resta aperta.

«Beati i poveri di spirito, perché di essi è il regno dei cieli». I discepoli subiscono privazioni in tutti i campi. Sono semplicemente dei ‘poveri’ (Lc. 6,20). Non hanno sicurezza, non beni da chiamare propri, non un pezzo di terra da chiamare patria, nessuna comunità terrena a cui appartenere completamente. Ma non hanno neppure una propria forza spirituale, una propria esperienza, una propria sapienza alla quale richiamarsi, con la quale consolarsi. Hanno perso tutto questo per amore di Gesù. Quando si incamminarono dietro a lui, persero pure se stessi e così anche tutto ciò che avrebbe potuto ancora arricchirli. Ora sono poveri, così inesperti, così stolti da non avere più nulla in cui sperare tranne colui che li ha chiamati. Gesù conosce anche quegli altri, i rappresentanti e i predicatori della religione di popolo, questi potenti, rispettati, che stanno ben fondati in terra, radicati nel carattere nazionale, nello spirito del tempo, nella religiosità popolare. Non sono, però, questi, ma solo i suoi discepoli che Gesù chiama «beati, perché di loro è il regno dei cieli». Il regno dei cieli viene per quelli che, per amore di Gesù, vivono semplicemente «in privazioni e rinunce». In mezzo alla loro povertà essi sono gli eredi del regno celeste. Essi hanno il loro tesoro profondamente nascosto, lo hanno sulla croce. Il regno dei cieli è loro promesso in gloria visibile, ed è già donato a loro nella perfetta povertà della croce.

Qui le beatitudini di Gesù si distinguono radicalmente dalla loro caricatura in forma di programmazione politico-sociale. Anche l’anticristo chiama beati i poveri, ma non lo fa per amore della croce, nella quale è insita e beata ogni povertà, ma lo fa appunto per allontanare dalla croce mediante ideologie politico-sociali. Egli può chiamare cristiana questa ideologia, eppure proprio perciò diviene nemico di Cristo.

«Beati gli afflitti, perché saranno consolati». Con ogni ulteriore beatitudine la frattura fra discepoli e popolo diviene maggiore. La schiera dei discepoli viene chiamata fuori in forma sempre più visibile. Gli afflitti sono appunto quelli che sono pronti a vivere rinunciando a ciò che il mondo chiama felicità e pace, quelli che non possono essere accordati allo stesso tono del mondo, che non possono adeguarsi al mondo. San afflitti a causa del mondo, della sua colpa, del suo destino e della sua felicità. Il mondo festeggia e loro se ne stanno in disparte; il mondo grida: «godete la vita», e loro sono afflitti. Vedono che la nave, sulla quale domina questa gioiosa festa, ha già una falla. Il mondo segue il progresso, la forza, il futuro; i discepoli sanno che la fine è vicina, che verrà il giudizio, che sta arrivando il regno dei cieli, per il quale il mondo è così poco adatto. Perciò i discepoli sono stranieri nel mondo, ospiti fastidiosi, disturbatori della tranquillità, e vengono respinti. Perché la comunità di Gesù deve restare esclusa da tante feste del popolo in mezzo al quale vive? Non capisce più gli altri uomini? Si è fatta prendere dall’odio e dal disprezzo per gli uomini? Nessuno comprende i suoi simili meglio della comunità di Gesù. Nessuno ama i suoi simili più dei discepoli di Gesù, appunto perciò sono esclusi. appunto perciò sono afflitti. È sintomatico e anche bello che Lutero traduca il vocabolo greco con: portare dolore. Infatti l’importanza sta nel ‘portare’. La comunità dei discepoli non si scuote di dosso il dolore come se non la toccasse per nulla, ma lo porta. E su questo si fonda la sua comunione con gli altri uomini. Contemporaneamente questo vocabolo dice che la comunità non cerca arbitrariamente il dolore, che non si ritira per un arbitrario disprezzo dal mondo, ma porta dò che le viene imposto, ciò che le tocca per amore di Gesù Cristo, mentre lo segue. Ed infine, i discepoli non vengono piegati, logorati, amareggiati dal dolore, in modo da esserne spezzati. Anzi, portano il dolore loro imposto solo per la forza di colui che sulla croce porta tutto il dolore. Come «portatori di dolore» si trovano in comunione col Signore crocifisso. Vivono come stranieri sostenuti dalla forza di colui che era tanto straniero in terra che fu crocifisso. Questo fatto, o meglio quest’uomo è la loro consolazione, il loro consolatore (Lc. 2,15). La comunità degli stranieri trova consolazione nella croce, trova consolazione nel fatto che viene respinta al luogo dove il consolatore di Israele la attende. Essa trova la sua vera patria presso il Signore crocifisso, qui e in eterno.

«Beati i miti, perché possederanno la terra». Nessun diritto proprio protegge questa comunità di stranieri nel mondo. Non lo pretende nemmeno, perché i miti di cuore sono coloro che vivono rinunciando ad ogni proprio diritto per amore di Gesù Cristo. Se li si rimprovera tacciono, se si usa loro violenza la sopportano, se li si caccia cedono. Non fanno processi per difendere il proprio diritto, non fanno chiasso se subiscono ingiustizia. Non cercano il proprio diritto. Vogliono lasciare ogni diritto a Dio; non cupidi vindictae, diceva la chiesa antica. Ciò che piace al loro Signore deve piacere anche a loro. Solo questo. Ogni loro parola, ogni gesto manifesta che non appartengono a questa terra. «Lasciate loro il cielo», così dice pieno di compassione il mondo; «lì è il loro postO».3 Ma Gesù dice: «possederanno la terra». La terra appartiene a questi uomini senza diritti, impotenti. Quelli che ora la occupano con violenza e ingiustizia la perderanno; e quelli che qui hanno completamente rinunziato, che erano miti fino alla croce domineranno sulla nuova terra. Non si tratta qui di pensare ad una giustizia punitiva di Dio in terra (Calvino), ma quando il regno dei cieli sarà istaurato, la forma della terra sarà rinnovata e sarà la terra della comunità di Cristo. Dio non abbandona la terra. Egli l’ha creata. Ha mandato suo Figlio in terra. Ha edificato la sua comunità in terra. Così il regno incomincia già in questo tempo. Un segno è stato dato. Già qui agli impotenti è data una parte di terra, hanno la chiesa, la comunità, i loro beni, fratelli e sorelle – in mezzo alla persecuzione fino alla croce. Anche Golgota è un pezzo di terra. Da Golgota, dove il più mite morì, parte il rinnovamento della terra. Se viene il regno dei cieli, i miti possederanno la terra.

«Beati gli affamati e assetati di giustizia, perché saranno saziati». Chi segue Cristo non vive rinunciando solo al proprio diritto, ma persino rinunciando alla propria giustizia. Con le proprie azioni e con i propri sacrifici non si acquista nessuna gloria propria. Non si può ottenere giustizia se non essendone affamato e assetato; né giustizia propria né giustizia di Dio in terra; lo sguardo del seguace è sempre rivolto alla futura giustizia di Dio, ma non può crearla lui stesso. Chi segue Gesù sarà affamato e assetato durante il cammino. Desidera perdono dei peccati e totale rinnovamento della terra e perfetta giustizia di Dio. Ancora la maledizione copre la terra, ancora il peccato dei mondo cade su di lui. Colui che egli segue deve morire maledetto sulla croce. Un disperato desiderio di giustizia è il suo ultimo grido: «Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?». Ma il discepolo non è al di sopra dei suo Maestro. Segue lui; è beato in questo cammino perché gli è stato promesso che sarà saziato. Otterrà giustizia, non solo a parole; sarà fisicamente saziato di giustizia. Mangerà il pane della vera vita nella futura Cena con il suo Signore. È beato per questo futuro pane; perché lo ha già qui presente. Colui che è il pane della vita è in mezzo ai suoi discepoli, in tutta la loro fame. Ecco la beatitudine dei peccatori.

«Beati i misericordiosi, perché a loro sarà fatta misericordia». Questi nulla tenenti, questi stranieri, questi impotenti, questi peccatori, questi seguaci di Cristo vivono con lui ora rinunciando anche alla propria dignità, poiché sono misericordiosi. Non si accontentano delle proprie difficoltà, delle proprie privazioni, ma partecipano pure alle difficoltà altrui, alla bassezza altrui, al peccato altrui. Hanno un amore irresistibile per i piccoli, gli ammalati, i miserabili, gli umiliati e oltraggiati, per quelli che subiscono ingiustizie, per gli esclusi, per tutti quelli che si tormentano e si preoccupano; cercano quelli che sono caduti nel peccato e nella colpa. Non c’è difficoltà troppo grave, peccato troppo terribile, perché la misericordia non li cerchi. Il misericordioso dona il proprio onore a chi si è macchiato di vergogna e prende su di sé la sua vergogna. Egli si fa trovare presso i pubblicani e i peccatori e subisce volontariamente il disonore della loro compagnia. Cede il massimo bene che un uomo possa avere, la propria dignità ed il proprio onore, ed è misericordioso. Conosce solo una dignità e un onore: la misericordia del Signore, della quale sola egli vive. Gesù non si vergognò dei suoi discepoli, divenne fratello degli uomini, portò la loro vergogna fino alla morte sulla croce. Questa è la misericordia di Gesù, della quale sola vogliono vivere quelli che sono legati a lui. La misericordia del Cristo crocifisso fa loro dimenticare ogni proprio onore e dignità e cercare solo la compagnia dei peccatori. E se anche sono coperti di vergogna sono pure beati. Perché sarà fatta loro misericordia. Dio si chinerà profondamente su di loro e prenderà su di sé i loro peccati e la loro vergogna. Dio darà loro il suo onore e lui stesso toglierà loro il loro disonore. Sarà l’onore di Dio a portare l’infamia dei peccatori e a rivestirli del suo onore. Beati i misericordiosi, perché hanno per Signore il Misericordioso.

«Beati i puri di cuore, perché essi vedranno Dio». Chi è puro di cuore? Solo chi ha dato totalmente il suo cuore a Gesù, perché lui solo vi regni; chi non macchia il proprio cuore del proprio male, ma neppure del proprio bene. Il cuore puro è il cuore semplice del bambino, che non sa che cosa è bene e che cosa male, il cuore di Adamo prima della caduta, il cuore nel quale non domina la coscienza, ma solo la volontà di Gesù. Chi rinuncia alle proprie azioni buone e malvagie, al proprio cuore, chi vive così nel pentimento e resta unito solo a Gesù avrà un cuore puro per opera della Parola di Gesù. La purezza del cuore è qui il contrario di ogni purezza esteriore, di cui fa parte anche la purezza dei buoni sentimenti. Il cuore puro è puro dal bene e dal male, appartiene indiviso a Cristo, guarda solo a lui che precede. Vedrà Dio solo chi, in questa vita, ha guardato unicamente a Gesù Cristo, il Figlio di Dio. Il suo cuore è libero da immagini che possano macchiarlo, non è trascinato or qui or lì dalla molteplicità dei propri desideri e delle proprie intenzioni. È tutto intento a guardare Dio. Vedrà Dio colui il cui cuore è divenuto specchio dell’immagine di Gesù Cristo.

«Beati quelli che s’adoprano alla pace, perché essi saranno chiamati figlioli di Dio». I seguaci di Cristo sono chiamati alla pace. Quando Gesù li chiamò essi trovarono la loro pace. Gesù è la loro pace. Ora non devono accontentarsi della loro pace, devono anche farla. (4) Questo vuol dire rinunciare a violenza e ribellione. Queste infatti non servono mai alla causa di Cristo. Il regno di Cristo è un regno di pace, e la comunità di Cristo si scambia il saluto di pace. I discepoli di Gesù mantengono la pace soffrendo loro stessi il male piuttosto di fame ad altri; conservano la comunione dove un altro la rompe, rinunciando all’auto affermazione e subiscono in silenzio odio e ingiustizia. Così vincono il male con il bene. Essi diffondono la pace divina in mezzo ad un mondo che si nutre di odio e di guerra. Ma la loro pace non sarà da nessuna parte maggiore che lì dove vanno incontro al malvagio offrendogli pace e sono pronti a subire del male da parte sua. I pacifici porteranno la croce con il loro Signore: infatti sulla croce fu conclusa la pace. Essendo così attirati nell’opera di pace di Cristo, chiamati a partecipare all’opera del Figlio di Dio, essi stessi saranno chiamati figli di Dio.

«Beati i perseguitati per cagione di giustizia, perché di loro è il regno dei cieli». Non si parla qui della giustizia di Dio, ma della sofferenza per una causa giusta, (5) per il giudizio e l’azione giusta dei discepoli di Gesù. Coloro che seguono Gesù rinunziando a beni terreni, a felicità, al diritto, alla giustizia, all’onore, alla violenza si distingueranno dal mondo nel giudizio e nell’azione, saranno di scandalo al mondo. Perciò i discepoli saranno perseguitati per cagione di giustizia. Il premio delle loro parole ed azioni non sarà riconoscenza, ma riprovazione da parte del mondo. È importante che Gesù chiami beati i suoi discepoli anche lì dove non soffrono direttamente per la testimonianza del suo nome, ma per una causa giusta. È loro rivolta la stessa promessa che ai poveri. Come perseguitati, infatti, sono uguali a questi.

Qui alla fine delle beatitudini sorge la domanda, quale luogo in terra resti ancora a una simile comunità. È chiaro che a loro resta solo un posto, cioè quello dove si trova il più povero, il più esposto alla tentazione, il più mite, la croce sul Golgota. La comunità delle beatitudini è la comunità del Cristo crocifisso. Con lui ha perso tutto e con lui ha trovato proprio tutto. Partendo dalla croce ora si dice: «beati, beati». Ma ora Gesù parla esclusivamente a quelli che possono comprenderlo, ai discepoli, perciò usa la seconda persona: «Beati voi, quando v’oltraggeranno e vi perseguiteranno e mentendo diranno male di voi per causa mia. Gioite ed esultate, perché molta è la vostra ricompensa nei cieli; così infatti perseguitarono i profeti prima di voi». «Per causa mia…» i discepoli vengono ripudiati, ma è Gesù stesso a essere colpito; tutto ricade su di lui, perché essi sono oltraggiati per cagione sua. Egli porta la colpa. L’oltraggio, la persecuzione fino alla morte, la maldicenza sigillano la beatitudine dei discepoli nella loro comunione con Gesù. Non può essere altrimenti, se non che il mondo si sfoghi con parole, violenza, calunnia contro lo straniero mite. Troppo minacciosa, troppo forte è la voce di questi poveri e miti, troppo paziente e silenziosa la loro sofferenza; troppo potentemente la schiera dei discepoli testimonia, mediante povertà e dolore, dell’ingiustizia del mondo. Questo deve essere punito con la morte. Mentre Gesù grida: «Beati, beati! », il mondo grida: «via! via!». Sì, via, ma dove? Nel regno dei cieli. Rallegratevi e giubilate, perché il vostro premio è grande nei cieli. Ecco i poveri nella sala addobbata a festa. Dio stesso asciuga le lacrime versate dagli afflitti in esilio, sazia gli affamati con la sua Cena. I corpi feriti e martoriati ora sono trasfigurati, e al posto delle vesti del peccato e della penitenza portano le vesti bianche dell’eterna giustizia. Da questa eterna letizia già ora una voce giunge alla comunità dei seguaci sotto la croce, la voce di Gesù: «Beati, beati».

[1] La giustificazione esegetica di questa interpretazione sta nella espressione anoigen to stoma,  sulla quale già nell’ esegesi della chiesa primitiva si attirava l’attenzione. Prima che Gesù inizi il suo discorso, passano alcuni minuti di silenzio.
[2] La costruzione di un contrasto tra Matteo e Luca non trova nessuna ragione nella Scrittura. Non si tratta di una spiritualizzazione, da parte di Matteo, delle beatitudini originali in Luca, né di una politicizzazione delle beatitudini da parte di Luca, dicendo che in origine si sarebbero solo riferite alla «disposizione d’animo». Né in Luca la ragione della beatitudine è la privazione, né in Matteo la rinunzia. In ambedue privazione e rinuncia, atteggiamento spirituale o politico, sono giustificate solo dalla chiamata e dalla promessa di Gesù, che solo fa delle beatitudini ciò che sono, e che è il solo fondamento della loro beatificazione. L’esegesi cattolica, a partire dai Clementini, ha voluto proclamare beatitudine la virtù della povertà pensando d’un canto alla paupertas valuntaria dei monaci, d’altro canto ad ogni povertà volontà. ria per amore di Cristo. In ambedue i casi l’errore consiste nel fatto che la ragione della beatitudine non viene ricercata solo nella chiamata e promessa di Gesù, ma in un comportamento umano.
[3] L’imperatore Giuliano nella sua 43ma lettera scriveva beffardamente, che confiscava i beni dei cristiani solo perché potessero entrare poveri nel regno dei cieli.
[4] eirenopoioi ha un duplice senso: anche l’espressione ‘pacifici’ secondo l’interpretazione non deve essere presa solo in senso passivo. La traduzione inglese peaamakers (= facitori di pace) è unilaterale a causa di un molteplice attivismo cristiano frainteso.
[5] Attenzione alla mancanza di articolo!

La comunità visibile

«Voi siete il sale della terra; ma se il sale diventa insipido, con che lo si salerà? Non serve più ad altro che ad essere buttato via e ad essere calpestato dagli uomini. V ai siete la luce del mondo. Non si può nascondere una città posta sul monte, né accendono una lucerna e la pongono sotto il maggio, ma sul candelabro, affinché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. Così splenda la vostra luce davanti agli uomini, affinché vr:dano le vostre buone opere e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli» (Mt.5,13-16).

La parola è rivolta a coloro che, nelle beatitudini, sono invitati alla grazia di seguire il Cristo crocifisso.
Mentre quelli che venivano chiamati beati fino a qui dovevano apparire, sì, degni del regno dei cieli, ma evidentemente del tutto superflui e inadatti alla vita in questa terra, ora vengono caratterizzati con il simbolo del bene più indispensabile sulla terra. Essi sono il sale della terra. Sono il bene più nobile, il massimo valore che la terra possiede. Senza di loro la terra non può sussistere. La terra viene mantenuta per mezzo del sale; essa vive proprio per questi poveri, ignobili, deboli, che il mondo ripudia. La terra distrugge la sua propria vita espellendo i discepoli e – o meraviglia! – la terra può continuare a vivere proprio a causa di questi reietti. Questo «sale divino» (Omero) dà prova della sua efficacia, compenetra tutta la terra. È la sua sostanza. Così i discepoli non sono indirizzati solo verso il regno dei cieli, ma vie n loro ricordata la loro missione terrena. Essendo legati unicamente a Gesù, la loro attenzione viene rivolta verso la terra, di cui essi sono il sale. Gesù, non chiamando sale della terra se stesso, ma i suoi discepoli, trasmette a loro la sua opera sulla terra. Egli li rende partecipi della sua attività. La sua azione resta limitata al popolo di Israele, ma ai discepoli egli affida tutta la terra. Solo se il sale resta sale, se conserva la forza del sale che purifica e dà sapore alla terra, la terra potrà essere conservata per opera del sale. Per amore di se stesso e per amore della terra il sale deve restare sale, la comunità dei discepoli deve restare ciò che è in seguito alla chiamata di Gesù Cristo; in questo consisterà la sua vera efficacia in terra, la sua forza conservatrice. Il sale deve essere incorruttibile e così conservare una costante forza purificatrice. Per questo nell’Antico Testamento ci si serve del sale per compiere i sacrifici; per questo nel rito battesimale cattolico si mette del sale nella bocca del bambino (Es. 30,35; Ez. 16,4). Nella incorruttibilità del sale sta la garanzia della durevolezza della comunità.

«Voi siete il sale…», non: siate il sale. Non dipende dalla volontà dei discepoli, se vogliono essere il sale o no. E non è nemmeno loro rivolto un appello di divenire sale della terra. Essi lo sono, lo vogliano o no, grazie alla chiamata che li ha raggiunti. Siete il sale, e non: avete il sale. Sarebbe una riduzione, se si volesse identificare – come fecero i riformatori – il messaggio dei discepoli con il gale. È chiamata in causa la loro esistenza, in quanto con la chiamata di Cristo a seguirlo ha avuto un nuovo fondamento, l’esistenza della quale parlano le beatitudini. Chi, raggiunto dalla chiamata di Gesù, si è messo al suo seguito è, a causa di questa chiamata, sale della terra in tutta la sua esistenza.

C’è un’altra possibilità, però, che il sale perda il suo sapore, cessi di essere sale: allora cessa la sua efficacia, e il sale realmente non serve più a nulla se non a essere gettato via. Questo è il pregio del sale: ogni cosa deve essere salata; ma il sale che perde il suo sapore non può essere mai più salato. Tutto, anche la materia più corrotta, può essere salvato dal sale; solo il sale che ha perso il suo sapore è definitivamente deteriorato. Questo è il rovescio della medaglia. È il giudizio che minaccia la comunità dei discepoli. La terra deve essere salvata dalla comunità, solo la comunità stessa che cessa di essere ciò che è, è irrimediabilmente perduta. La chiamata di Gesù Cristo significa essere sale della terra o essere distrutti, seguire o…; la chiamata stessa annienta il chiamato. Non c’è un’altra possibilità di salvezza. Non può esserci.

Con la chiamata di Gesù ai discepoli non è solo assicurata l’invisibile efficacia del sale, ma anche il visibile splendore della luce. «Voi siete la luce…», e di nuovo non: siate la luce. Non può essere altrimenti; essi sono una luce che è visibile; se non fosse così, la chiamata evidentemente non li avrebbe raggiunti. Quale mèta impossibile, insensata sarebbe per i discepoli di Gesù per questi discepoli, voler diventare la luce del mondo! Lo sono già divenuti per mezzo della chiamata, essendo in cammino dietro a Gesù. E di nuovo, non è detto: avete la luce, ma: voi siete la luce. La luce non è qualcosa che vi è stato dato, non è, per es., la vostra predicazione; voi stessi siete la luce. Quello stesso che dice di sé espressamente: «la sono la luce del mondo», dice espressamente ai suoi discepoli: «Voi siete la luce in tutta la vostra vita, in quanto restate fedeli alla chiamata. E dato che lo siete, non potete più rimanere nascosti, anche se lo voleste. Una luce risplende, e la città sul monte non può rimanere nascosta. Non lo può. È visibile da lontano, sia che si tratti di una città fortificata a di un castello ben munito, sia che si tratti solo di qualche rovina». Questa città sul monte – quale Israelita non penserebbe a Gerusalemme, la città «sull’alta montagna?» – è la comunità dei discepoli. I seguaci in tutto ciò non sono più posti di fronte ad una scelta; l’unica scelta per loro possibile è già stata fatta. Ora essi devono essere ciò che sono, o non sono seguaci di Gesù. Quelli che lo seguono sono la comunità visibile, il loro seguire è una azione visibile, che li distingue dal mondo… o non è proprio un seguire Gesù. Seguire Gesù è un’azione altrettanto visibile quanto la luce nella notte e quanto un monte che si eleva in una pianura.

La fuga nell’invisibilità è rinnegamento della chiamata. Una comunità di Gesù che vuol restare comunità invisibile non è più una comunità che segue Gesù. «Non si accende una lampada per metterla sotto il maggio; anzi, la si mette sul candeliere». È di nuovo l’altra possibilità, che la luce sia coperta, che si spenga sotto un maggio, che la chiamata venga rinnegata. Il maggio sotto cui la comunità visibile nasconde la sua luce può essere altrettanto paura degli uomini quanto un cosciente conformismo col mondo per conseguire determinati scopi – siano essi di carattere missionario, siano essi dovuti a un malinteso amore per gli uomini -. Ma potrebbe anche essere – e questo è ancora più pericoloso – una cosiddetta teologia riformata che osa persino chiamarsi theologia crucis e che è caratterizzata dal fatto che alla ‘farisaica’ visibilità preferisce una ‘umile’ invisibilità sotto forma di totale incorporazione nel mondo. In questo caso segno di riconoscimento’ della comunità non è una eccezionale visibilità, ma una sua conferma nella iustitia civilis. Qui il criterio di cristianità è che la luce non splenda. Ma Gesù dice: «La vostra luce risplenda nel cospetto degli uomini». E in ogni caso la luce della chiamata di Gesù splende. Ma che specie di luce è, dunque, quella in cui questi seguaci di Gesù, questi discepoli delle beatitudini devono splendere? Che luce deve venire da quel luogo al quale hanno diritto solo i discepoli? Che cosa ha in comune l’invisibilità e segretezza della croce di Gesù, sotto la quale si trovano i suoi discepoli, con la luce che deve risplendere? Non si dovrebbe dedurre da quella segretezza che anche i discepoli dovrebbero rimanere nascosti e appunto non essere in luce? È un diabolico sofisma quello che dalla croce di Gesù vuole dedurre la conformità della Chiesa col mondo. Il semplice uditore non riconosce forse chiaramente che proprio lì sulla croce è divenuto visibile qualcosa di eccezionale? Oppure tutto ciò sarebbe iustitia civilis) la croce sarebbe conformità con il mondo? La croce non è forse qualcosa che, con sommo turbamento degli altri, proprio in tutta la sua oscurità è divenuta incredibilmente visibile? Non è forse abbastanza visibile che Cristo è respinto e deve patire, che la sua vita finisce fuori delle porte della città sul colle dell’ignominia? Tutto questo sarebbe invisibilità?

In questa luce devono essere viste le buone opere dei discepoli. Non voi, ma le vostre buone opere, ecco ciò che si deve vedere, dice Gesù. Che cosa sono queste buone opere che possono essere viste in questa luce? Non possono essere altro che le opere che Gesù stesso suscitò in loro quando li chiamò, quando li fece luce del mondo sotto la sua croce: essere poveri, stranieri, miti, apportatori di pace, ed infine, essere perseguitati e respinti, ed in tutto ciò una sola cosa: portare la croce di Gesù. La croce è la strana luce che risplende, e in questa sola tutte quelle buone opere dei discepoli possono essere viste. In tutto ciò non è detto che Dio divenga visibile, ma che si vedono le «buone opere» e che, per queste opere, la gente loda Dio. Visibile diventa la croce e visibili diventano le opere della croce, visibili diventano le privazioni e la rinunzia di quelli che sono chiamati beati. Ma nella luce della croce e di questa comunità non si può più lodare l’uomo, ma Dio solo. Se le buone opere fossero varie virtù di uomini, allora per esse non si loderebbe più il Padre, ma il discepolo. Ma così non resta nulla di degno di lode nel discepolo che porta la croce, nella comunità la cui luce risplende ed è visibile sul monte: per le loro «buone opere» solo il Padre celeste può essere lodato. Così vedono la croce e la comunità sotto la croce e credono in Dio. Ma questa è la luce della risurrezione.

La giustizia di Cristo

«Non crediate che io sia venuto ad abolire la legge o i profeti; non sono venuto ad abolire, ma a completare. In verità vi dico che fino a quando non passeranno il cielo e la terra, uno iota solo o un solo apice non passerà dalla legge fino a che non sia tutto adempiuto. Chi dunque avrà abolito anche uno solo di questi minimi comandamenti e così avrà insegnato agli uomini, sarà chiamato il più piccolo nel regno dei cieli, ma chi li osserverà ed insegnerà, sarà chiamato grande nel regno dei cieli, poiché vi dico che, se la vostra giustizia non sarà maggiore di quella degli scribi e farisei, non entrerete nel regno dei cieli». (Mt.5,17-20).

Non ci si deve certo meravigliare se i discepoli, sentendo dal loro Signore queste promesse, nelle quali era svalutato tutto ciò che agli occhi del popolo aveva valore, ritenevano arrivata la fine della legge. Infatti la Parola era rivolta a loro e li contraddistingueva come uomini a cui era dato semplicemente tutto per libera grazia di Dio, come uomini che ora possedevano tutto, come eredi certi del regno dei cieli. Essi erano in piena comunione personale con il Cristo che rinnovava tutto. Erano il sale, la luce, la città sul monte. E allora tutte le cose vecchie erano passate, erano cambiate. Era, dunque, fin troppo logico che Gesù avrebbe provveduto a fare una netta separazione tra sé e il passato, che avrebbe dichiarata nulla la legge dell’antico patto e, nella sua libertà di Figlio, avrebbe rotto con questa legge e l’avrebbe abolita per la sua comunità. Da quanto precedeva i discepoli potevano pensare come Marcione, che, rimproverando al testo una falsificazione giudaistica, lo cambiò come segue: ‘Credete voi che io sia venuto per compiere la legge o i profeti? Sono venuto per abolirla, non per completarla’. È infinito il numero di coloro che, dopo Marcione, hanno letto e spiegato la parola di Gesù in questo modo. Ma Gesù dice: «Non crediate che io sia venuto ad abolire la legge o i profeti…» Gesù avvalora la legge dell’Antico Testamento.

Come possiamo spiegare questo fatto? Sappiamo che Gesù si rivolge ai suoi seguaci, a quelli che sono vincolati a Gesù Cristo solo. Nessuna legge aveva potuto impedire la comunione di Gesù con i suoi discepoli; questo risultò evidente nell’interpretazione di Le. 9,57 ss. Seguire Gesù vuoI dire unirsi a lui solo e immediatamente. Eppure qui, del tutto inaspettatamente, Gesù vincola i suoi discepoli alla legge dell’Antico Testamento. Con questo intende dire ai suoi discepoli due cose: che obbedire alla legge non significa ancora seguire Gesù, ma che anche una unione con la persona di Gesù Cristo senza obbedienza alla legge non può essere considerato un seguire Gesù. Egli rimanda quelli, a cui ha rivolto le sue promesse e donato la piena comunione con lui, proprio alla legge stessa. Poiché lui, dietro il quale i discepoli si sono incamminati, osserva la legge, la legge vale pure per loro. Allora sorge la domanda: «Che cosa vale: Gesù o la legge? A che cosa sono vincolato? A lui solo, oppure, nonostante tutto, alla legge? Cristo ha detto che nessuna legge può frapporsi fra lui e i suoi discepoli. Ora dice che un’abolizione della legge significherebbe separazione da lui. Che significa? ».

Si tratta della legge dell’antico patto, non di una legge nuova; ma dell’unica antica legge, alla quale fu rinviato il giovane ricco e il capzioso scriba; poiché essa esprime la manifesta volontà di Dio. Questo comandamento diviene un comandamento solo per il fatto che Cristo vincola i suoi seguaci a questa legge. Non si tratta, dunque, di creare una «legge migliore» di quella dei farisei; è la stessa legge, è la legge che deve restare intatta in ogni sua lettera, deve essere osservata fino alla fine del mondo, deve essere adempiuta fino al più piccolo iota. Ma si tratta certo di una «giustizia maggiore». Chi non ha questa giustizia maggiore non potrà entrare nel regno dei cieli, appunto perché in questo caso si sarebbe allontanato dal cammino al seguito di Gesù, che lo rimanda appunto alla legge. Ma nessuno è in grado di avere questa giustizia maggiore, se non colui a cui è rivolta la Parola, che viene chiamato da Cristo. La condizione per ottenere questa giustizia maggiore è la chiamata di Cristo, è Cristo stesso.

Così si comprende, perché Cristo a questo punto del discorso sulla montagna per la prima volta parla di se stesso. Tra la giustizia maggiore e i discepoli, dai quali Gesù la pretende, si trova lui stesso. Egli è venuto per compiere la legge dell’antico patto. È la premessa per tutto il resto. Gesù fa vedere la sua completa unità con la volontà di Dio espressa nell’Antico Testamento, nella legge e nei profeti. Egli, in realtà, non ha nulla da aggiungere ai comandamenti di Dio; egli li osserva… è l’unica cosa che aggiunge. Egli osserva la legge, ecco ciò che dice di se stesso. Perciò è vero. Egli la compie fino all’ultimo iota. Ma dato che egli la adempie, «tutto è compiuto» ciò che deve accadere per il suo completamento. Gesù farà ciò che la legge richiede, perciò dovrà subire la morte; perché lui solo vede nella legge la legge di Dio, cioè: né la legge stessa è Dio, né Dio stesso è la legge, in modo che la legge sarebbe messa al posto di Dio. Israele aveva frainteso così la legge. La colpa di Israele consisteva nell’aver divinizzato la legge e aver trasformato Dio in legge. Il colpevole malinteso dei discepoli sarebbe, invece, il voler privare la legge della sua origine divina e il separare Dio dalla sua legge. In ambedue i casi Dio e legge erano separati l’uno dall’altra, oppure identificati, il che, in fondo, è lo stesso. Se gli ebrei identificavano Dio e la legge, lo facevano per impadronirsi, con la legge, di Dio stesso. Dio era assorbito dalla legge e non era più il padrone della legge. Se i discepoli pensavano di poter separare Dio dalla sua legge, lo facevano per potersi impadronire di Dio, essendo sicuri della loro salvezza. In ambedue i casi donatore e dono venivano scambiati, si rinnegava Dio con l’aiuto della legge o della promessa della salvezza.

Di fronte ad ambedue questi malintesi Gesù rimette in vigore la legge come legge divina. Dio è donatore e signore della legge, e solo nella comunione personale con Dio la legge viene adempiuta. Non esiste obbedienza completa alla legge senza comunione con Dio, ma nemmeno comunione con Dio senza obbedienza alla legge. La prima osservazione vale per gli Ebrei, la seconda vale per i discepoli che rischiavano di fraintendere il senso della legge.

Gesù Figlio di Dio, che, unico, è pienamente in comunione con Dio, per amore suo rimette in pieno vigore la legge, venendo per compiere la legge dell’antico patto. Essendo l’unico che la osserva pienamente, lui solo poteva insegnare rettamente la legge e il suo compimento. I discepoli dovevano saperlo e comprenderlo, quando gliene parlò, perché sapevano chi egli era. Gli ebrei non potevano capirlo, finché non gli credevano. Perciò dovevano rifiutare il suo insegnamento sulla legge come bestemmia contro Dio, cioè contro la legge. Perciò Gesù, per amore della vera legge di Dio, dovette subire la condanna da parte dei difensori della falsa legge. Gesù muore sulla croce come blasfemo o come trasgressore della legge, perché ha messo in vigore la vera legge, contro la legge fraintesa e falsa.

La legge, dunque, non può essere adempiuta altrimenti, così dice Gesù, che con la crocifissione di Gesù come peccatore. Lui stesso, crocifisso, è il perfetto completamento della legge.

Con ciò è detto che Gesù Cristo, e solo lui, adempie la legge, perché lui solo è in completa comunione con Dio. Egli stesso si pone tra i suoi discepoli e la legge, ma la legge non può porsi fra lui e i suoi discepoli. La via dei discepoli verso l’adempimento della legge passa per la croce di Cristo. Così Gesù vincola di nuovo i suoi discepoli, rimandandoli alla legge, che lui solo adempie. Egli deve rifiutare la comunione senza la legge, perché sarebbe solo esaltazione, e quindi non un vero v!ncolo; anzi, sarebbe un completo svincolamento. La preoccupazione dei discepoli, che un loro vincolo con la legge possa separarli da Dio, viene dissipata. Essa potrebbe solo nascere dal fraintendimento della legge, la quale realmente separava gli ebrei da Dio. Invece qui diviene evidente che una vera unione con Gesù può essere data in dono solo a chi si vincola alla legge.

Se ora Gesù sta tra i suoi discepoli e la legge, non è certo per dispensarli di nuovo dall’osservanza della legge, ma per sottolineare la sua pretesa di adempimento della legge. Proprio perché legati a Gesù, i discepoli sono sottoposti alla stessa obbedienza. E altrettanto, con l’adempimento del minimo iota della legge, questo iota non è affatto liquidato per i discepoli. È compiuto, ecco tutto. Ma proprio perciò ora è in pieno vigore, così che un giorno sarà detto grande nel regno dei cieli chi mette in pratica e insegna la legge, «mette in pratica e insegna»…; si potrebbe anche pensare ad un insegnamento della legge che dispensi dall’azione, volendo solo che la legge serva, perché ci si renda conto che è impossibile osservarla. Ma tale dottrina non proviene da Gesù. La legge deve essere osservata, come lui l’ha osservata. Chi vuole seguire lui, che ha osservato la legge, seguendolo osserva e insegna la legge. Solo chi osserva la legge può restare in comunione con lui.

Non è la legge a distinguere i discepoli dall’ebreo, ma la «giustizia maggiore». La giustizia dei discepoli ‘eccelle’ su quella degli scribi. La supera, è qualcosa di straordinario, di singolare. Qui viene per la prima volta fatto cenno al concetto di  [perisséuein], che nel versetto 47 acquisterà grandissima importanza. Dobbiamo chiedere: in che cosa consisteva la giustizia dei farisei? In che consiste la giustizia dei discepoli? Il fariseo certo non era mai caduto nell’errore di credere che, contrariamente alla scrittura, bastasse insegnare la legge senza osservarla. Il fariseo voleva osservare la legge. La sua giustizia consisteva nell’adempimento immediato e letterale di ciò che la legge ordina. La sua giustizia era data dall’azione. La sua meta era la totale conformità della sua azione con quanto la legge ordina. Ciononostante doveva sempre restare una parte che aveva bisogno del perdono. La sua giustizia resta incompleta, anche la giustizia dei discepoli poteva consistere solo nell’adempimento della legge. Nessuno, che non osservasse la legge, poteva essere chiamato giusto. Ma l’azione del discepolo supera quella dei farisei per il fatto che è realmente giustizia perfetta di fronte a quella imperfetta dei farisei. Come? La superiorità della giustizia del discepolo consiste nel fatto che tra lui e la legge sta colui che ha completamente adempiuto la legge, e che il discepolo vive in comunione con lui. Egli si è trovato non di fronte ad una legge incompiuta, ma di fronte ad una legge compiuta. Prima che egli incominci ad obbedire alla legge, la legge è già compiuta, è già stato soddisfatto alla legge in pieno. La giustizia richiesta dalla legge c’è già; è la giustizia di Gesù, che si lascia crocifiggere per amore della legge. Ma poiché questa giustizia non è solo un bene che deve essere messo in atto, ma è proprio la vera comunione personale con Dio, perciò Gesù non ha solo la giustizia, ma è lui stesso la giustizia. Egli è la giustizia dei discepoli. Per mezzo della sua chiamata Gesù ha reso i suoi discepoli partecipi di se stesso, ha loro donato la comunione con lui, li ha resi partecipi della sua giustizia, ha loro donato la sua giustizia. La giustizia dei discepoli è la giustizia di Cristo.

Solo per dire questo Gesù inizia le sue parole sulla «giustizia maggiore» con un richiamo all’adempimento della legge da parte sua. Ma la giustizia di Dio è veramente anche la giustizia dei discepoli. Certo, nel senso stretto della parola, resta giustizia donata, donata mediante la chiamata a seguirlo. È la giustizia che consiste appunto nel camminare dietro a lui, e già nelle beatitudini a questo viene promesso il regno dei cieli. La giustizia dei discepoli è giustizia sotto la croce. È la giustizia dei poveri, dei tentati, degli affamati, dei miti, degli apportatori di pace, dei perseguitati… per la chiamata di Gesù, la giustizia visibile di coloro che appunto in ciò sono la luce del mondo e la città sulla montagna… per la chiamata di Gesù. In questo la giustizia dei discepoli è ‘maggiore’ di quella dei farisei, perché si basa solo sull’invito a entrare in comunione con colui che, solo, ha compiuto la legge; in questo la giustizia dei discepoli è vera giustizia, che essi stessi ora fanno la volontà di Dio, osservano la legge. Anche la giustizia di Cristo non deve essere solo insegnata, ma messa in atto. Altrimenti non è maggiore della legge solo insegnata, ma non osservata. Tutto quanto segue si riferisce a questa messa in atto della giustizia di Cristo da parte dei discepoli. Detto in una parola: al cammino dietro a Gesù. È l’azione reale, semplice, compiuta nella fede nella giustizia di Cristo. La giustizia di Cristo è la nuova legge, la legge di Cristo.

Publié dans:biblica, chiese cristiane |on 22 mars, 2010 |Pas de commentaires »

La Chiesa cattolica accetta l’adesione di molti fedeli anglicani

dal sito:

http://www.zenit.org/article-19991?l=italian

La Chiesa cattolica accetta l’adesione di molti fedeli anglicani

Si creeranno ordinariati personali e conserveranno le loro tradizioni anglicane

di Carmen Elena Villa

CITTA’ DEL VATICANO, martedì, 20 ottobre 2009 (ZENIT.org).- La Santa Sede ha annunciato questo martedì nel corso di una conferenza stampa la prossima pubblicazione di una Costituzione Apostolica di Benedetto XVI con cui la Chiesa cattolica accetta la richiesta di molti Vescovi, sacerdoti e fedeli anglicani di entrare in comunione piena e visibile.

Questa disposizione risponde alla domanda di adesione di un gran numero di anglicani (si è reso noto che tra 20 e 30 Vescovi hanno chiesto di entrare nella Chiesa cattolica) insoddisfatti per alcune modifiche realizzate all’interno di questa Comunione, tra cui l’ordinazione di donne al sacerdozio e all’episcopato, l’ordinazione di chierici omosessuali e la benedizione di coppie dello stesso sesso.

Nuova struttura

Durante l’incontro con i giornalisti, che ha avuto luogo nella Sala Stampa della Santa Sede, il Cardinale William Joseph Levada, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, ha spiegato le ragioni di questa misura da parte della Chiesa cattolica.

“Gli anglicani che si sono messi in contatto con la Santa Sede hanno espresso chiaramente il loro desiderio per una piena e visibile comunione nella Chiesa una, santa, cattolica e apostolica. Nel contempo ci hanno parlato dell’importanza delle loro tradizioni anglicane relative alla spiritualità e al culto per il proprio cammino di fede”, ha detto il porporato.

Dopo la pubblicazione della Costituzione Apostolica, annunciata nella conferenza stampa per “i prossimi giorni”, il Papa introdurrà “una struttura canonica che provvede ad una tale riunione corporativa tramite l’istituzione di Ordinariati Personali, che permetteranno ai fedeli già anglicani di entrare nella piena comunione con la Chiesa Cattolica, conservando nel contempo elementi dello specifico patrimonio spirituale e liturgico anglicano”.

La figura degli ordinariati personali, che non dipendono dalle Diocesi, ricorda quella della “prelatura personale” (l’unica che esiste è l’Opus Dei) o i vicariati castrensi (Diocesi senza territorio in cui un Vescovo rappresenta l’autorità ecclesiastica per i militari o le forze dell’ordine cattolici e le loro famiglie, indipendentemente da dove si trovino).

La Costituzione Apostolica stabilisce che l’ordinario, il superiore, “possa essere o un sacerdote o un Vescovo non sposato” (i Vescovi anglicani che bussano alle porte della Chiesa cattolica in genere sono sposati).

Gli ex anglicani che vogliono aderire pienamente alla Chiesa faranno parte di questa struttura canonica, che avrà un proprio Vescovo e i propri sacerdoti, seminaristi e fedeli.

Sacerdoti sposati?

Tra gli adattamenti alla tradizione anglicana, la nuova Costituzione permetterà ai pastori anglicani sposati di diventare sacerdoti all’interno della Chiesa cattolica insieme alla moglie e alla famiglia.

Questa eccezione era già stata permessa dal 1994 quando, dopo la prima ordinazione di donne nella Chiesa anglicana, vari sacerdoti di questa confessione chiesero l’adesione alla Chiesa cattolica mantenendo il loro stato clericale, che venne concessa loro in modo individuale.

Da parte loro, i Vescovi sposati anglicani saranno accolti nella Chiesa cattolica, ma in qualità di presbiteri. Questa misura, secondo il Cardinale Levada, si applica per “motivi storici ed ecumenici”, perché per tradizione il ministero episcopale è legato al celibato.

Il Cardinale non è stato esplicito, ma secondo il costume i pastori anglicani accolti nella Chiesa come sacerdoti ricevono l’ordinazione sacerdotale da un Vescovo cattolico.

Visto che questo implicherà il fatto che questi ex pastori anglicani, entrando nella Chiesa cattolica, diventino sacerdoti cattolici sposati, alcuni giornalisti hanno chiesto al Cardinal Levada se questa misura non creerà confusione nella Chiesa cattolica di rito latino, dove il sacerdozio è legato al celibato.

Il porporato statunitense ha spiegato che la nuova struttura canonica permette questa eccezione, dovuta alla fede sincera di questi fedeli di origine anglicana, e ha considerato che se sarà spiegata correttamente verrà compresa da tutti i fedeli della Chiesa.

[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]

Publié dans:chiese cristiane |on 20 octobre, 2009 |Pas de commentaires »

La Madonna che unisce cattolici e anglicani ( articolo 28 aprile 2009)

dal sito:

http://www.zenit.org/article-18055?l=italian

La Madonna che unisce cattolici e anglicani

La festa di Nostra Signora delle Grazie a Nettuno

di Renzo Allegri

ROMA, martedì, 28 aprile 2009 (ZENIT.org).- Nettuno e Ipswich, due cittadine sul mare. Nettuno, 50 mila abitanti, si trova a 60 chilometri da Roma, sul litorale laziale, bagnata dalle acque del mar Tirreno; Ipswich, cittadina inglese, 120 mila abitanti, a due ore da Londra nella contea del Suffolk, è bagnata dalle acque del Mare del Nord.

Cattolica la popolazione di Nettuno; anglicana, quella di Ipswich: ma tutte e due contrassegnate da una profonda devozione per la Madonna, invocata con lo stesso titolo, “Nostra Signora delle Grazie”, e raffigurata in una statua lignea che risale al 1182, e che fino al 1538 è stata venerata in un bellissimo santuario a Ipswich e poi è misteriosamente arrivata a Nettuno.

Una vicenda affascinante, straordinaria, commovente, che compendia in se stessa dolorose vicende storiche di divisioni, scismi, odi, persecuzioni, ma che, soprattutto in questi ultimi anni, è diventata una storia di amore, di riappacificazione, di vitalità religiosa, intrisa di un forte desiderio di unità tra cattolici e anglicani.

« Qui a Nettuno, la Madonna, invocata con il titolo di ‘Nostra Signora delle Grazie’, è amata e venerata, proprio da tutti », dice il signor Mario Mazzanti, priore della Confraternita di Nostra Signora delle Grazie di Nettuno. « La prima domenica di maggio ne celebriamo la festa, che è la più grande e la più sentita festa religiosa della nostra città ».

Le confraternite sono associazioni pubbliche di fedeli della Chiesa Cattolica che affondano le loro radici in antiche tradizioni e che sono disciplinate dai vari canoni del Codice di Diritto Canonico. Sorgono con lo scopo di incrementare il culto pubblico, fare opere di carità, di penitenza, di catechesi e anche per organizzare manifestazioni culturali.

« La nostra Confraternita », spiega Mario Mazzanti, « si dedica al culto della Madonna Nostra Signora delle Grazie, che è patrona di Nettuno. Attualmente siamo in circa 300 iscritti: 180 confratelli e 120 consorelle, in rappresentanza di tutte le famiglie della città. E’ nostro compito organizzare, in collaborazione con le autorità ecclesiastiche, tutte le manifestazioni riguardanti ‘Nostra Signora’, in particolare l’annuale festa di maggio. In questi giorni siamo alla vigilia ormai, e quindi in pieno fermento ».

« Qual è », domandiamo a Mario Mazzanti, « l’origine di questa festa dedicata alla Madonna e così sentita a Nettuno? ». « L’origine è legata a una statua lignea arrivata misteriosamente nella nostra città nel 1550, proveniente dall’Inghilterra. Come ho detto, ‘Nostra Signora delle Grazie’ è raffigurata da una statua in legno che conserviamo nel Santuario della nostra città, Per oltre quattrocento anni, quella statua era stata venerata in un santuario a Ipswich, in Inghilterra. La Madonna era invocata con il titolo di ‘Our Lady of Grace’, cioè ‘Nostra signora delle Grazie’. Nel secolo Sedicesimo ci fu in quella nazione lo scisma, la rottura dei rapporti tra la Chiesa cattolica e lo Stato inglese, voluta da Enrico VIII che regnò dal 1509 al 1547”.

« La ragione della rottura, come è noto, era costituita dal fatto che Enrico voleva divorziare dalla prima moglie, Caterina d’Aragona, per sposare Anna Bolena. Il Papa non gli concesse l’annullamento del primo matrimonio ed Enrico proclamò la separazione della Chiesa d’Inghilterra dalla Chiesa Cattolica. Dopo il divorzio, sposò Anna Bolena e si fece proclamare dal parlamento capo della Chiesa Anglicana. Dopo Anna Bolena, sposò altre quattro donne e sfogò il suo odio per la Chiesa di Roma con una feroce persecuzione di coloro che continuavano a proclamarsi cattolici. Confiscò i beni di tutti i conventi e i monasteri, fece incendiare le chiese cattoliche, fece bruciare statue, dipinti, libri, tutto quello che richiamava alla Chiesa Cattolica di Roma. La persecuzione continuò anche dopo la morte di Enrico VIII, anzi divenne più acuta sotto il successore, Edorardo VI”.

« Anche la statua della ‘Our Lady of Grace’ di Ipswich doveva essere bruciata. Il santuario, dove era venerata, fu distrutto nel 1538 da Thomas Cromwell, cancelliere dello Scacchiere e consigliere nero di Enrico VIII. Ma Cromwell volle salvare la statua miracolosa della Madonna e la nascose in una cappella privata di sua proprietà a Londra. E quando la violenza distruttrice si intensificò sotto Edoardo VI, alcuni pii marinai, temendo che la statua della Madonna venisse scoperta e distrutta, decisero di sottrarla dalla casa di Cromwell per portarla in salvo in Italia”.

“La statua venne imbarcata in gran segreto su una nave che doveva raggiungere Napoli. Ma giunta nel Mar Tirreno, la nave fu coinvolta in una terrificante tempesta e trovò scampo riparando nell’insenatura tra Anzio e Nettuno. Passata la tempesta, i marinai decisero di riprendere il largo, ma appena fuori dell’insenatura del golfo, il mare si gonfiò di nuovo, le onde divennero gigantesche e ricacciavano la nave nell’insenatura. I marinai tentarono più volte di proseguire il viaggio, ma inutilmente”.

“Ad un ennesimo tentativo, la nave fu rovesciata. I marinai, in balia di quelle onde violente, erano perduti, ma con loro incredibile meraviglia, si ritrovarono a riva, tutti incolumi e si chiedevano come mai poteva essere accaduto. Si ricordarono dalla statua della Madonna che avevano a bordo e si convinsero che era stata la Vergine miracolosa a salvarli. E riflettendo sul fatto che le onde diventavano gigantesche proprio quando la nave tentava di lasciare l’insenatura, conclusero che la Madonna voleva restare a Nettuno”.

« Lì vicino al luogo dove avevano trovato scampo, c’era una chiesetta. I marinai parlarono con la gente, raccontarono la storia della statua di ‘Nostra Signora delle Grazie’ che avevano sulla nave, e dissero che forse la Madonna voleva restare a con loro. La popolazione ne fu felice, La statua venne sbarcata e portata in processione nella vicina chiesetta. Subito il mare si calmò e i marinai inglesi poterono finalmente riprendere il loro viaggio verso Napoli”.

« La statua incontrò subito la devozione della gente, che continuò a invocarla con il titolo di ‘Our Lady of Grace’, tradotto in ‘Nostra Signora delle Grazie’. Devozione che andò via via aumentando e nel 1854, anno del dogma dell’Immacolata Concezione, Papa Pio IX proclamò ‘Nostra Signora delle Grazie’ patrona di Nettuno. Nel 1914 venne costruito un nuovo grande santuario e la statua miracolosa fu collocata sull’altare maggiore. In seguito in una cappella laterale fu portato anche il corpo di Maria Goretti, una ragazza di Nettuno, uccisa a 12 da uno stupratore e proclamata santa da Pio XII nel 1950″.

Ci sono documenti validi che dimostrano come la statua di “Nostra Signora delle Grazie” che si venera a Nettuno sia proprio quella che fino al 1550 era in Inghilterra? « Lungo il corso dei secoli sono state fatte varie ricerche storiche e sono venuti alla luce diversi documenti. In tempo recenti, uno studioso ha trovato informazioni importanti in alcuni manoscritti conservati nella Biblioteca Vaticana. Sulla scia di quei ritrovamenti, ha fatto delle ricerche con relative altre interessanti scoperte, monsignor Vincenzo Cerri, che era parroco di Nettuno. Mentre in Inghilterra, il dottor J. Docherty di Ipswich ha trovato, al British Museum di Londra, una lettera scritta nel 1538 da un certo William Lawrence a Thomas Cromwell, nella quale trovano piena conferma le notizie tramandate dalla tradizione riguardo il salvataggio della Statua da parte prima dello stesso Cromwell e poi di alcuni marinai che la portarono in Italia. Ma sulla stessa statua, durante un restauro compiuto nel 1959, sono state evidenziate delle scritte in antica e rozza lingua inglese, che confermano la sua origine ».

In Inghilterra esistono tracce di questa statua e del culto di cui godeva? « A Ipswich la devozione alla ‘Our Lady of Grace’ non è mai venuta meno. Il Santuario dove era conservata la statua, portava questo titolo fin dal 1152, quando la statua venne scolpita. Come ho detto, quel santuario fu distrutto intorno al 1538, ma la gente ha sempre continuato a pregare la Madonna ‘Our Lady of Grace’. La via dove sorgeva il Santuario si chiama ancora ‘Lady Lane’, ‘strada della Signora’”.

“Nel punto esatto dove sorgeva l’antico Santuario è stata posta recentemente una statua in bronzo, realizzata dallo scultore Roberth M. Mellamphy, che si è ispirato alla nostra immagine lignea. Sotto la statua una targa che dice: ‘Qui c’era la Cappella di Nostra Signora delle Grazie che custodiva la statua in legno di una Madonna con un bambino. All’epoca medievale i pellegrini l’avevano annoverata tra i più famosi oggetti della reale casa. Più tardi andò sotto la protezione del Cardinale Thomas Work. E’ stata chiusa per ordine del re Enrico VIII nel 1938. La statua portata a Londra per essere bruciata è stata salvata da marinai e portata a Nettuno in Italia dove risiede in una grande chiesa’ ».

« Voi certamente siete in contatto con la cittadina di Ipswich ». « Siamo in contatto, siamo andati varie volte a vedere quei luoghi e abbiamo fatto anche di più. In accordo con la popolazione di Ipswich abbiamo dato vita a una iniziativa straordinaria che, nel nome di ‘Nostra Signora della Grazie’, mira ad avvicinare sempre più le due Chiese, quella Cattolica e quella Anglicana, nella speranza che si giunga un giorno alla riunione come prima dello scisma”.

“I primi contatti risalgono a molti anni fa, quando monsignor Cerri fece le ricerche storiche in collaborazione con il dottor J. Docherty di Ipswich. Nel 1975 lo scultore inglese Roberth M. Mellamphy, venne a Nettuno a studiare la statua della nostra Signora e ne fece una copia che venne posta in una nicchia nella chiesa anglicana di Saint Mary at the Elmes di Ipswich, che comprende il territorio dove un tempo sorgeva il Santuario di “Nostra Signora”.

Questi contatti andarono via via intensificandosi fino ad arrivare alla formulazione di un “gemellaggio religioso” tra Nettuno e Ipswich. Questa iniziativa si è compiuta e realizzata definitivamente nell’agosto del 2005, quando una delegazione della Confraternita di “Nostra Signora della Grazie” di Nettuno si è recata a Ipswich ed è stata ospite di quella Comunità per una settimana. Io, come priore della Confraternita, guidavo la delegazione. C’era anche padre Padre Carlo Fioravanti, allora Rettore del Santuario di Nostra Signora della Grazie di Nettuno. E’ stata un’esperienza indimenticabile ».

« Per quali motivi? ». « Per tutto. Per tutto quello che abbiamo visto, sentito, provato. Rivedere i luoghi dove era nata la devozione a ‘Nostra Signora della Grazie’, dove per secoli era stata venerata l’immagine che ora si trova nella nostra chiesa, conoscere la gente anglicana che ama la Madonna come noi, sentire il loro grande desiderio di ecumenismo, condividere con loro il sogno di tornare fratelli nella fede, perché siamo figli della stessa Madre, la Madonna Santissima, ha suscitato emozioni veramente indescrivibili”.

« Siamo stati accolti dalle autorità cittadine, con il sindaco in testa, con una cordialità che mai mi sarei aspettato. Siamo stati ospiti nelle case di quella gente. Le emozioni raggiunsero il loro culmine quando, nella chiesa anglicana della parrocchia, alla presenza di noi cattolici e tanti anglicani, padre Carlo ha celebrato la Messa. Era la prima Messa celebrata da un prete cattolico romano, in quella chiesa anglicana dopo lo scisma del 1538”.

“Bellissimo il momento dello scambio della pace quando le mani di persone di religioni diverse, si sono incrociate in un’unica fede. ‘Raccomandiamo la comunità di Nettuno e quella di Ipswich a Nostra Signora delle Grazie’, ha detto padre Carlo. ‘Un solo gregge unito nella lode del Signore’. E anche padre Haley Dossor, il sacerdote anglicano parroco della chiesa di Saint Mary at the Elmes di Ipswich, ha sottolineato la grandiosità di quel momento, che vedeva cattolici e anglicani uniti in preghiera per amore della Madonna”.

“A sera è stata organizzata una processione per le vie della città, sul tipo di quelle che teniamo a Nettuno a maggio, e in ricordo di quelle che si facevano a Ipswich prima del 1538. Insomma, con quel viaggio abbiamo dato vita a una tradizione che da allora si è ripetuta ogni anno”.

“Per la festa di Nostra Signora delle Grazie che celebriamo all’inizio di maggio, una delegazione di anglicani di Ipswich viene a festeggiare la Madonna da noi. E per quest’anno sono in arrivo 55 anglicani di Ipswich, guidati dal sindaco e da due vescovi anglicani. Alla fine di maggio, noi, come ogni anno, andremo a festeggiare da loro ».

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