Archive pour la catégorie 'CHIESE CATTOLICHE DI RITO NON LATINO'

IL MESE MARIANO DELLA CHIESA COPTA

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IL MESE MARIANO DELLA CHIESA COPTA

La Chiesa copta è l’unica tra le Chiese orientali ad avere un vero mese mariano. Si tratta del mese di Kiahk, il quarto mese del calendario copto.
Detto mese, che comincia il 10 dicembre circa, culmina con la festa del Natale, considerata insieme festa di Cristo che nasce e di Maria che lo mette al mondo. I Copti infatti non hanno la cosiddetta « prima festa mariana », che gli altri Orientali pongono il 26 dicembre e che la Chiesa romana pone nell’Ottava del Natale. L’uso copto sembra molto antico, risale cioè ai tempi stessi dell’istituzione della festa del Natale.

Il digiuno del Natale, digiuno della Vergine
Anche il digiuno del Natale, che dura 46 giorni circa, ha preso una forte colorazione mariana. I Copti chiamano infatti tale digiuno « digiuno della Vergine » e affermano che la Vergine stessa l’avrebbe praticato un mese e mezzo prima della nascita del Figlio. Ibn Siba nel secolo XIV descrive così la credenza tradizionale:
« Il digiuno del Natale ebbe origine così: la nostra Signora, Madre della luce, essendo nel settimo mese e mezzo della sua gravidanza, in seguito all’annunciazione piena di salvezza, Giuseppe il Falegname ed altri la rimproveravano continuamente, perché pretendeva di essere vergine, ed invece era stata trovata incinta. Dato che tali rimproveri erano continui, lei digiunò per lo spazio di un mese e mezzo, piangendo e addolorandosi a motivo degli insulti »(cfr Giamberardini II, 220).
I Copti celebrano il mese mariano con una veglia notturna quotidiana che si estende su tutto il mese di Kiahk e che si aggiunge al normale corso dell’ufficio. Durante questa veglia si cantano le cosiddette « Theotokìe » e altri testi affini contenuti nel libro della « Salmodia di Kiahk », come si vedrà (cfr. TM IV, 802-821).

Gabriele GIAMBERARDINI, Il culto mariano in Egitto, Jerusalem 1974, vol 3, p.46-48

CÒPTI

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CÒPTI

Definizione
Denominazione (dall’arabo el qubt, trascrizione del greco Aigýptioi, Egiziani) invalsa in Europa per indicare gli abitanti dell’Egitto rimasti fedeli al cristianesimo dal tempo della dominazione araba del 641 a. C.

Storia
La costituzione della Chiesa copta risale al sec. V, nell’ambito del processo storico che condusse alla separazione di numerose Chiese orientali dalla Chiesa cattolica a seguito della condanna del monofisismo (Concilio di Calcedonia, 451). Causa principale della separazione fu però il conflitto politico e, conseguentemente, ecclesiastico, che vedeva opposta, in Egitto, la popolazione autoctona alla classe dominante bizantina: l’adesione di quest’ultima all’ortodossia (i cui seguaci furono soprannominati melchiti) provocò il passaggio degli autoctoni al monofisismo. I melchiti assoggettarono i Copti a continue persecuzioni, ma dopo la conquista arabo-musulmana dell’Egitto vennero a loro volta sopraffatti, e in modo pressoché definitivo, dai Copti, che si distinsero dai coevi connazionali anche per l’assunzione dell’alfabeto greco, cui si limitarono ad aggiungere sette lettere per rendere altrettanti suoni ignoti alla fonetica greca, abolendo dopo millenni l’uso della grafia egizia. La Chiesa copta egiziana è organizzata in massima parte in Chiesa nazionale dipendente dal patriarca di Alessandria e da 25 tra metropoliti e vescovi; un piccolo numero di Copti è invece unito alla Chiesa cattolica, ma con rito proprio. I preti possono sposarsi, mentre i monaci e gli alti dignitari ecclesiastici devono rispettare il celibato. La Chiesa copta si diffuse anche in Etiopia, dove però nel 1937 si staccò da quella egiziana, or,ganizzandosi anch’essa in Chiesa autocefala, con 12 vescovi e un metropolita facenti capo all’Abouna (patriarca). Nell’età contemporanea i Copti hanno avuto un ruolo importante nella nascita dell’Egitto moderno partecipando alla rivoluzione che nel 1919 condusse all’unificazione del Paese contro l’occupazione britannica. Negli anni Sessanta, tuttavia, la politica del presidente egiziano Nasser non realizzò le legittime aspettative d’integrazione politica e culturale dei Copti, che anzi si videro esclusi dalle maggiori cariche politiche. Ciononostante il termine “minoranza” fu considerato una sorta di tabù sia dalla classe dirigente egiziana sia dagli stessi Copti, desiderosi di minimizzare le discriminazioni di cui pure erano fatti oggetto. Nei decenni successivi la crescente islamizzazione di tutto il Medio Oriente, e in particolare l’affermarsi dell’Islam più conservatore, portò la comunità copta a una progressiva affermazione della propria diversità culturale e religiosa. Alla fine del Novecento la strisciante tensione religiosa, sfociata in alcuni sanguinosi scontri tra cristiani e musulmani egiziani, ha suscitato crescente preoccupazione tra i Copti, che costituiscono la più numerosa minoranza cristiana del Medio Oriente, rappresentando il 55% della popolazione etiopica e circa il 10% di quella dell’Egitto, dove però, pur avendo un’incisiva presenza nell’economia, costituiscono ancora solo l’1,5% della classe dirigente. Piccole comunità di Copti esistino inoltre a Gerusalemme, nel Sudan, negli Stati Uniti, in Canada, in Europa e in Australia. I Copti hanno un calendario che inizia la datazione a partire da Diocleziano (nel 284 d. C.), detto Calendario dei Martiri.

Letteratura
La maggior parte della produzione letteraria copta consiste in traduzioni dal greco, che spesso si riferiscono a opere il cui originale è andato perduto. Della produzione precristiana ben poco si è conservato; di grandissima importanza è stata a questo proposito la scoperta avvenuta a Nag ?Hammâdi nel 1945 di un’intera biblioteca gnostica, contenente 46 opere prima sconosciute, preziosissime per la soluzione di numerosi nodi della storia dell’antica gnosi. Accanto alla vasta attività di traduzione (Antico e Nuovo Testamento, apocrifi giudaici e cristiani), si afferma a partire dal sec. III la produzione delle biografie dei grandi monaci e delle raccolte di apoftegmi (o detti) dei santi Antonio, Macario e Pacomio. Nel periodo bizantino la letteratura copta perde di originalità e diventa pedissequa imitazione di quella bizantina. Con il sec. X il dialetto bohairico ha il sopravvento sugli altri dialetti e dà origine a una produzione assai modesta, che ha avuto il suo centro nel convento di S. Macario a Wadi el-Natrûn. Il sec. XIII segna la fine della letteratura copta; l’arabo ha ormai soppiantato il copto nell’uso comune ed esso non sopravvive che nell’uso liturgico e nei documenti ufficiali del patriarca di Alessandria.

Arte
L’arte copta si svolse entro i limiti approssimativi del sec. III e del sec. VIII. Affermatasi inizialmente nell’ambito di un intenzionale ritorno alla tradizione artistica locale, come resistenza, specie da parte dei centri monastici dell’Alto e Medio Egitto, alla cultura ellenistica dei grandi centri come Alessandria, l’arte copta risente a sua volta di numerose componenti: lo stesso ellenismo, l’arte di Bisanzio, della Siria e anche, in misura diversa, della Persia e della Mesopotamia, nonché, in un secondo tempo, di quella araba . Caratteri tipici sono l’accentuata stilizzazione e il severo rigore compositivo : piante architettoniche di grande semplicità, sovente con triplice abside (Convento Rosso a Deyr el-Ahmar); frontalismo delle sculture , dapprima morbidamente plastiche, poi più rigidamente stilizzate (numerosi esemplari nel Museo Copto del Cairo), e delle pitture decorative delle chiese, nelle quali appare un originale accostamento di colori puri (azzurro, rosso, giallo), riprodotti anche nelle stoffe, uno dei settori più lungamente attivi e documentati dell’arte copta . Importante fu la produzione degli avori, in cui sono frequenti le figurazioni pagane; caratteristici esemplari sono stati ritrovati in Egitto (pettine di Antinoopoli; Il Cairo, Museo Copto). Interessanti rilievi su osso sono nei musei di Alessandria e del Cairo, oltre che al Victoria and Albert Museum di Londra.

Musica
Il canto liturgico della Chiesa cristiana d’Egitto è di carattere esclusivamente monodico e non ammette accompagnamento vocale o strumentale (tranne in qualche caso l’uso di campanelli, cimbali e altri strumenti affini). Nonostante alcuni antichi tentativi di notazione, sempre ecfonetica, il canto copto è trasmesso oralmente e ciò rende ancor più difficile lo studio del repertorio. Gli studiosi hanno ravvisato in questa tradizione influenze faraoniche, siriaco-ebraiche, bizantine e arabe, senza poterne ancora determinare con sicurezza il peso e la funzione svolta. Il rito copto, di estrema lunghezza (una messa solenne può durare anche 5 o 6 ore), presenta grande varietà di forme, con prevalenza dell’orazione e delle forme litaniche e responsoriali; è inoltre caratterizzato da una larga partecipazione del popolo, pur essendo organizzato secondo rigorose gerarchie e lasciando una funzione importantissima al cantore solista. Le lingue liturgiche sono il copto, il greco e l’arabo, che possono essere usate e alternate con molta libertà.

 

LA FESTA DELLA PRESENTAZIONE DEL SIGNORE (PONTIFICIO COLLEGIO GRECO SANT’ATANASIO – ROMA)

http://collegiogreco.blogspot.it/

PONTIFICIO COLLEGIO GRECO SANT’ATANASIO – ROMA

(Chiesa Cattolica di Rito Bizantino)

LA FESTA DELLA PRESENTAZIONE DEL SIGNORE

MARTEDÌ 2 FEBBRAIO 2010

Per annunciare ad Adamo che ho visto Dio fatto bambino

« Il quarantesimo giorno dopo l’Epifania è qui celebrato veramente con grande solennità ». Così la pellegrina Egeria, nella seconda metà del iv secolo, ci dà testimonianza della celebrazione a Gerusalemme, nella basilica della Risurrezione, della festa dell’Incontro del Signore, con la proclamazione del vangelo di Luca (2, 22-40). La festa del 2 febbraio è una delle Dodici Grandi feste dell’anno liturgico, e così la considera Egeria paragonandola quasi alla Pasqua. Tra i secoli v e vi viene celebrata ad Alessandria, Antiochia e Costantinopoli e, alla fine del vii secolo è introdotta a Roma da un Papa di origine orientale, Sergio i, che vi introdurrà anche le feste della Natività di Maria (8 settembre), dell’Annunciazione (25 marzo) e della Dormizione della Madre di Dio (15 agosto). Con il titolo di « incontro » (hypapànte) la Chiesa bizantina in questa festa vuol soprattutto sottolineare l’incontro di Gesù con l’anziano Simeone, cioè l’Uomo nuovo con l’uomo vecchio, e l’adempimento dell’attesa di tutto il popolo di Israele rappresentato da Simeone e Anna. La festa ha un giorno prefestivo e un’ottava. L’ufficiatura del giorno, molto ricca dal punto di vista cristologico, sottolinea il mistero dell’incontro del Verbo di Dio incarnato con l’uomo, « il nuovo bambino », « il Dio prima dei secoli » – come lo cantavamo a Natale – viene incontro all’uomo. Uno dei tropari del vespro è entrato anche come canto di offertorio della liturgia romana: « Adorna il tuo talamo, o Sion, e accogli il Re Cristo; abbraccia Maria, la celeste porta, perché essa è divenuta trono di cherubini, essa porta il Re della gloria; è nube di luce la Vergine perché reca in sé, nella carne, il Figlio che è prima della stella del mattino ». Nei testi dell’ufficiatura ci viene offerta tutta una raccolta di immagini bibliche applicate alla Madre di Dio con un retroterra chiaramente cristologico. Tipiche e bellissime risultano confessioni cristologiche in un costante gioco di contrasti: « Colui che portano i cherubini e cantano i serafini » eccolo « nelle braccia di Maria » e « nelle mani del santo vegliardo ». E Simeone, « portando la Vita, chiede di essere sciolto dalla vita », con un riferimento conclusivo direttamente pasquale: « Lascia che io me ne vada, o Sovrano, per annunciare ad Adamo che ho visto il Dio che è prima dei secoli fatto bambino ». L’ufficiatura del vespro prevede anche tre letture veterotestamentarie. La prima è tratta dai libri dell’Esodo (13) e del Levitico (12), con la presentazione e consacrazione a Dio dei primogeniti collegata alla festa della Presentazione di Gesù nel tempio il quarantesimo giorno dopo la sua nascita. Le altre due letture sono tratte dal profeta Isaia (6 e 12), con il tema della santità di Dio e della sua salvezza portata all’uomo.
La stessa icona della festa si fonda sui testi dell’Esodo, con la presentazione dei primogeniti, e soprattutto sul vangelo di Luca con l’incontro del Bambino con Simeone. L’icona mette in luce particolarmente l’incontro di Dio con l’uomo insistendo ancora una volta sul mistero dell’Incarnazione. La distribuzione iconografica è molto chiara: Gesù bambino al centro, poi ai lati, più vicini, Maria e Simeone, e poi Giuseppe e Anna. In fondo l’altare e il baldacchino che lo copre, richiamando la disposizione tipica dell’altare cristiano: baldacchino, altare ed evangeliario sopra. Bisogna sottolineare ancora la somiglianza tra Simeone e Anna, per disposizione e caratteristiche iconografiche, e Adamo ed Eva nell’icona pasquale della discesa di Cristo agli inferi: con lo stesso sguardo Simeone e Adamo, e Anna ed Eva si rivolgono a Cristo sia nell’una che nell’altra delle icone. In quella del 2 febbraio è Simeone che si china per accogliere e abbracciare Cristo; in quella della Pasqua è Cristo che si china per accogliere e abbracciare Adamo. L’icona della festa dell’Incontro diventa così preannuncio dell’altro grande incontro: quando l’Uomo nuovo, Cristo scende nell’Ade per riscattarne l’uomo vecchio, Adamo. La festa del 2 febbraio è dunque una festa dal carattere fortemente pasquale, e della risurrezione è un annunzio evidente. « Gioisci, Madre di Dio Vergine piena di grazia: da te infatti è sorto il sole di giustizia, Cristo Dio nostro, che illumina quanti sono nelle tenebre. Gioisci anche tu, o giusto vegliardo, accogliendo fra le braccia il liberatore delle anime nostre che ci dona anche la risurrezione ». Questo tropario della festa, che si conclude con la frase « ci dona anche la risurrezione », riecheggia i versi conclusivi del tropario pasquale, che recita « e a coloro che sono nei sepolcri ha fatto il dono della vita ». Così la festa dell’Incontro di Gesù bambino con l’anziano Simeone è la festa dell’incontro di Dio, per mezzo dell’incarnazione del Figlio, con l’umanità, con ogni uomo. Incontro che ha luogo nel Tempio, cioè nella vita ecclesiale di ogni cristiano, di ognuno di noi.

di P. Manel Nin, Rettore P.C.Greco

Natale presso i Copti

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Natale presso i Copti

La festività del Natale celebra l’avvenimento della nascita di Gesù, Figlio di Dio , nato dalla Vergine Maria. Egli è nato a Betlemme , in Giudea, e le prime visite furono quelle di semplici pastori che trovarono Maria, Giuseppe e il Bambino Gesù deposto in una mangiatoia. Questo avvenimento ci ha portato la salvezza. Ci unisce a Dio, ce lo rivela, ci rende liberi.
L’angelo da ai pastori un segno: essi vanno a vedere il segno e vedono Maria e Giuseppe e il neonato che dorme in una mangiatoia : in altre parole Maria fa parte del grande segno del Natale.
La festa di Natale è celebrata dai copti 9 mesi dopo l’Annunciazione, il 29 di kîahk, corrispondente al 25 dicembre del calendario giuliano, al 6/7 gennaio del calendario gregoriano.
Questa solennità è preceduta da un digiuno tutti i giorni fino alle 15.00.
Dunque si celebra :
L’attesa (vigilia) del Natale il 28 kîahk
Natale, il 29 kîahk, Preceduto da una veglia con la Messa di mezzanotte.
Il giorno successivo, il 30 kîahk, in cui si commemora l’adorazione dei Magi e il re David, Antenato del Signore.
Infatti: « [...] I Padri della Chiesa hanno deciso di festeggiare il Natale in due giorni perché la nascita è avvenuta alla fine della notte del 28 kîahk . e si manifestò al mondo il giorno 29»
(Sinassario 29 kîahk, ed. Forget, in CSCO 48, 179
testo in arabo ; 78, 287 tradotto in latino.
Gabriele Giamberardini, Il culto mariano in Egitto,
Gerusalemme 1974, vol 3, p.49)
Il ruolo di Maria è molto importante, come possiamo vedere nei testi liturgici.

Nel 28 kîahk :
« In questo giorno avvenne il natale glorioso del nostro Signore Gesù Cristo secondo la carne. Fu dato alla luce dalla Vergine illibata, la nostra Signora Maria. »
(Sinassario 28 kîahk, ed. Forget, in CSCO 48, 178
testo in arabo ; 78, 286 tradotto in latino.
Gabriele Giamberardini, Il culto mariano in Egitto,
Gerusalemme 1974, vol 3, p.48)

Nel 29 kîahk
« I magi se ne andarono e divennero gli annunziatori e i predicatori del Dio incarnato.Questo pertanto, è il giorno preannunziato dal profeta Isaia, il quale disse : « Ecco che una Vergine concepirà e partorirà un figlio, il cui nome sarà Emmanuele ». Di questa vergine vaticinò Ezechiele, che disse : ‘Vidi ad oriente una porta chiusa. Nessuno entrerà o uscirà da essa, all’infuori del Dio d’Israele.’ [Ez 44, 1-2].’ »
(Sinassario 29 kîahk, ed. Forget,
in CSCO 48, 179-191; 78, 287-289
Gabriele Giamberardini, Il culto mariano in Egitto,
Gerusalemme 1974, vol 3, p.51)

Sono numerosi gli inni natalizi. Abbiamo scelto un inno che è stato inserito nello stesso Euchologion :
Ave Maria, o Regina,
o albero della vita che mai appassisce !
Ave o Colei nella quale, senza che l’agricoltore vi lavorasse,
è stato trovato il grappolo della vita.
‘In verità, il Figlio di Dio ha preso carne dalla Vergine !
Lei lo ha generato, e lui ha salvato noi dai nostri peccati.
‘Tu, o Sposa, hai trovato grazia !
Molti parlano della tua onorificenza,
poiché il Verbo di Dio è venuto, ed ha preso carne da te.
‘Quale donna sulla terra è diventata madre di Dio all’infuori di te ?
Tu infatti, donna terrena, sei diventata madre del Redentore !
‘Molte donne sono state onorate, ed hanno ottenuto il regno :
nessuna però ha potuto ottenere l’onore tuo,
o tu che tra le donne sei la più bella !
‘Ti infatti sei la fortezza sublime,
nella quale si trova la gemma, cioè l’Emmanuele,
Colui che è venuto ed ha abitato nel tuo seno !
‘Lodiamo la verità della Sposa, di colei che è senza macchia, e pura,
e Tutta Santa, della madre di Dio, Maria !
‘Tu sei più sublime del cielo, tu sei più generosa della terra
e di tutte le creature che in essa si trovano : poiché sei la madre del creatore !
‘Tu sei veramente il talamo puro del Cristo,
di Colui che, secondo la voce profetica, è lo sposo !
Intercedi per noi, o Signora, o Padrona di noi tutti,
o Madre di Dio, Maria,
o Madre di Gesù Cristo ! »

(Messale copto, Cairo, 1960, p. 629-631,
in Gabriele Giamberardini, Il culto mariano in Egitto,
Gerusalemme 1974, vol 3, p.105-106)

Nota : quando si dice che Maria è la Madre di Dio (Theotokos) o la Madre del Creatore bisogna ricordare le definizioni del Concilio di Efeso, secondo il quale è Madre di Dio non nel senso che la natura del Verbo e la sua divinità ha avuto origine dalla Vergine Maria , ma che avendo Egli tratto da lei il sacro corpo, perfezionato dalla Sua anima intelligente e ad essa unito in ipostasi viene dichiarato nato da lei secondo la carne. Un autore copto del XX° secolo ne parla in questo modo: «Noi cristiani affermiamo che la Vergine è madre di Dio perché in lei si è incarnato il Verbo. Non diciamo che abbia generato la divinità astratta, o l’umanità astratta e divisa dalla divinità: ma diciamo che ha generato Dio incarnato, secondo il santo Vangelo..» (Shihatah, Maria vergine, Cairo 1934, p. 86)

Il culto dell’Immacolata nelle chiese di Arabia

dal sito:

http://198.62.75.4/opt/xampp/custodia/?p=179

Il culto dell’Immacolata nelle chiese di Arabia

SBF Taccuino

“La Vergine Madre di Cristo, il Logos ineffabile, l’economia di Dio”

Alla ricerca archeologica in corso nel territorio della provincia di Arabia di epoca romano-bizantina dobbiamo una antologia di testi epigrafici riguardanti la devozione del popolo cristiano alla Vergine Maria che non cessa di stupire. Restano insuperati i due testi in greco del mosaico della chiesa della Vergine al centro di Madaba nei quali il popolo cristiano della piccola cittadina a sud di Amman sotto occupazione islamica da più di un secolo esprimeva la sua fede per la regalità universale di Cristo Figlio Unico dell’Unico Dio ma anche riaffermava, nella più pura della tradizione cristiana, la sua fede per la divina maternità di Maria, Vergine, Santa, Immacolata e Regina. Nell’iscrizione dedicatoria impaginata su otto linee in una tabula lungo il gradino del presbiterio si legge:

“Al tempo del piissimo nostro padre il vescovo Teofane fu realizzato questo bellissimo lavoro di mosaico della gloriosa e venerabile casa della Santa e Immacolata Regina (la Vergine) Theotokos grazie allo zelo e all’ardore del popolo amante di Cristo di questa città di Madaba, per la salvezza e il soccorso e la remissione dei peccati di quelli che hanno offerto e di quanti offrono a questo santo luogo. Amen, o Signore. Fu terminato per grazia di Dio nel mese di febbraio dell’anno 6274, la quinta indizione (767 d.C.)”.

Una seconda inscrizione di carattere poetico impaginata in un medaglione al centro della chiesa si rivolgeva a chi entrava e si dirigeva verso l’altare:

“Se vuoi guardare Maria, Madre verginale di Dio e il Cristo da lei generato, Re universale Figlio Unico dell’Unico Dio, purifica mente, carne e opere! Possa tu purificare con le tue preghiere il popolo di Dio”.

L’esortazione letterariamente arcaicizzante (al termine Theotokos-Madre di Dio della precedente iscrizione qui si sostituisce il sinonimo Theometora), inculca la purezza d’animo necessaria per accostarsi a contemplare l’icona della Madre di Dio affrescata o mosaicata nel catino absidale della chiesa. Nella polemica che all’epoca divideva la chiesa anche di Transgiordania tra iconoclasti e iconoduli, l’estensore dell’iscrizione e con lui il popolo di Madaba, si schierano decisamente dalla parte degli ortodossi che accettavano la dottrina della presenza divina nelle icone sacre e di conseguenza della legittimità del culto loro prestato.
Tenendo presente che uno degli argomenti principali della polemica teologica che opponeva cristiani e musulmani riguardava l’unicità di Dio riaffermata dai musulmani come opposta alla Trinità e alla figliolanza divina di Gesù Cristo creduta dai cristiani, la ricercatezza e precisione delle formule teologiche non è certamente casuale. Per comprendere in tutta la sua forza la dichiarazione di fede dell’iscrizione bisogna ricordare che a Gerusalemme nel santuario della Roccia fatto costruire dal califfo Abd al-Malik verso la fine del settimo secolo sulla spianata dell’ex Tempio giudaico in una chiara affermazione polemica della nuova fede sull’ebraismo e sul cristianesimo, la lunga iscrizione di ben 240 metri ! che accompagna la decorazione a mosaico dell’interno del tamburo sul quale è impostata la bella cupola dell’edificio, è rivolta proprio ai cristiani: “O gente del Libro! Non siate stravaganti nella vostra religione e non dite di Dio altro che la verità. Perchè il Cristo Gesù figlio di Maria non è che il Messaggero di Dio, il suo Verbo che egli depose in Maria, uno Spirito da Lui esalato…Smettetela di dire tre…Il Dio è uno solo! …Prega per il tuo Profeta e il tuo servo Gesù figlio di Maria”.
Titoli mariani che hanno un parallelo in una iscrizione di una chiesa di Bostra metropoli della Provincia nella quale si esalta la dottrina dell’arcivescovo Antipatro (metà del V secolo) di cui resta a conferma una omelia sull’Assunzione di Maria:

“Guardiano e campione illustre della dottrina ortodossa, un pontefice ispirato da Dio ha costruito (questo edificio) di una incomparabile bellezza, è Antipatro celebre per la sua saggezza, dopo combattimenti vittoriosi, per onorare magnificamente la Madre di Dio, Vergine pura, Maria, celebrata con inni, immacolata e piena di doni del cielo”.

Nella ristrutturazione del santuario dedicato a Mosè Profeta sul Monte Nebo visitato dai pellegrini nel territorio della diocesi, gli abati del monastero (igumeni) che si prendevano cura dei lavori, accogliendo il desiderio del vescovo di Madaba, fecero costruire nel primo decennio del VII secolo una cappella dedicata alla Vergine sul lato meridionale in continuazione della cappella del battistero. In una iscrizione di due linee che chiudeva il programma decorativo del pavimento mosaicato si può ancora leggere:

” O Creatore e Demiurgo di tutte le cose Cristo nostro Dio, e per voto del nostro santo padre il vescovo Leonzio fu terminata tutta la costruzione della Theotokos, per lo zelo e la fatica di Martirio e di Teodoro preti e igumeni”.

In una valle della stessa montagna, a sud del santuario, che i beduini ancora chiamano in arabo Wadi ‘Ayn al-Kanisah (la Valle della Chiesa), negli anni novanta abbiamo scavato un piccolo monastero dedicato alla Theotokos come si legge nell’iscrizione aggiunta in un rifacimento dell’VIII secolo:

“Per la provvidenza di Dio fu ricostruito questo venerabile monastero della Santa Theotokos al tempo di Giobbe vescovo dei Medabesi e di Giorgio il recluso. L’indizione 15a dell’anno 6270 (762 dell’era cristiana)”.

A Rihab, un piccolo villaggio del nord, oggi al confine tra la Giordania e la Siria, che ha ridato una ventina di chiesette dedicate a Santa Sofia (Cristo Sapienza di Dio), al Profeta Isaia, a San Giovanni Battista, ai Santi Pietro e Paolo, a Santo Stefano Protomartire, a San Basilio, a San Mena, a San Giorgio, a San Sergio, a San Costantino il Vittorioso, tutte datate tra la prima metà del VI secolo e la fine del VII secolo, non poteva mancare quella dedicata a Santa Maria. Nell’iscrizione si precisa che la chiesa di Santa Maria fu costruita e mosaicata una prima volta nel 533 e restaurata nel 582. Non contenti, i mosaicisti o i committenti del piccolo villaggio di Arabia aggiunsero tra due pilastri una invocazione dal caldo afflato universalistico:

“Signore Dio di Santa Maria e di tutti i santi abbi pietà di tutto il mondo!”.

Nuove interessanti scoperte vengono ora dal sud dove la ricerca si intensificata negli ultimi anni in particolare tra le rovine di Petra e nel territorio circostante. In un ambiente settentrionale della grande basilica riportata alla luce a nord del cardo colonnato della capitale del Regno Nabateo, la missione americana si è imbattuta in un deposito di papiri di natura economica appartenuti ad un prete e alla sua famiglia. In uno dei papiri, che risulta documento di una donazione di un certo Obodianos figlio di Obodianos al “Monastero del Santo Sommo Sacerdote Aronne”e all’”Ospedale del Santo Martire Ciriaco”, si legge anche della “chiesa della Benedetta e Santissima Regina, la gloriosa Madre di Dio e sempre Vergine Maria”.
Il mosaico di una chiesa Tra le rovine del villaggio di al-Rashidiyah sulla strada che unisce Petra a Buseira/Bosra, l’antica capitale del regno di Edom, un team di archeologi giordani ha riportato alla luce una chiesa mosaicata di epoca bizantina e nell’ottagono della navata centrale una iscrizione sempre in greco che gareggia per bellezza e contenuto teologico con quelle di Madaba:

“Entrando qui vedrai la Vergine Madre di Cristo, il Logos ineffabile, l’Economia di Dio, e se crederai, sarai salvato. Il mosaico è stato terminato con l’aiuto di Dio nel mese di Peritios dell’anno 468, indizione 7, per la salvezza di Megale l’amica di Cristo. Opera eseguita da Andrea Eliote mosaicista (573/74 d.C.)”.

L’icona della Vergine Maria con il Bambino esposta nella chiesa diventa sacramento dell’opera salvifica di Cristo da cui proviene la salvezza al fedele che la contempla e crede. Ai titoli per la Vergine si aggiungono quelli di Cristo suo figlio, Logos ineffabile e Economia di Dio in un mosaico firmato dal mosaicista Andrea che tiene a precisare di essere originario di Elia Capitolina/Gerusalemme.

Testo di Michele Piccirillo
Studium Biblicum Franciscanum, Jerusalem

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