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IL RAPPORTO TRA LO SPIRITO SANTO E LA CHIESA – TRATTO DA JOSEPH RATZINGER, IMMAGINI DI SPERANZA.

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IL RAPPORTO TRA LO SPIRITO SANTO E LA CHIESA

TRATTO DA JOSEPH RATZINGER, IMMAGINI DI SPERANZA.

Percorsi attraverso i tempi e i luoghi del Giubileo, San Paolo, Cinisello Balsamo 1999, Capitolo VIII. PENTECOSTE – Lo Spirito Santo e la Chiesa, pp. 57-66

VIII. PENTECOSTE
Lo Spirito Santo e la Chiesa

Capita spesso di sentir lamentare che nella Chiesa si parla troppo poco dello Spirito Santo. Talvolta questa lamentela arriva sino all’idea che dovrebbe esistere una certa simmetria tra il discorso su Cristo e quello sullo Spirito Santo; a tutto quello che si dice di Cristo dovrebbe corrispondere un discorso analogo sullo Spirito Santo. Chi pretende questo, dimentica però che Cristo e lo Spirito sono parte del Dio Trinità. Dimentica che la Trinità non può essere pensata come una serie di presenze parallele e simmetriche. Se fosse così, allora noi crederemmo in tre divinità e con ciò sarebbe radicalmente misconosciuto quel che intende la confessione cristiana dell’unico Dio in tre persone.
Qui, come spesso accade, la liturgia della Chiesa Orientale può fornirci un aiuto prezioso. Essa celebra alla domenica di Pentecoste la festa della Santissima Trinità, il lunedì successivo l’effusione dello Spirito Santo e la domenica seguente la festa di Ognissanti.
Questa sequenza liturgica possiede una solida coerenza interna e manifesta qualcosa della logica interna della fede. Lo Spirito Santo non è una entità isolata e isolabile. La sua natura è di rinviarci all’unità del Dio trinitario. Se nella storia della salvezza, che noi ripercorriamo da Natale a Pasqua, il Padre e il Figlio appaiono l’uno di fronte all’altro, nella missione e nell’obbedienza, lo Spirito Santo non si pone come una terza persona accanto o in mezzo a loro: egli ci porta all’unità di Dio.
Guardare a Lui significa superare la sempli[57]ce contrapposizione e riconoscere il cerchio dell’eterno amore, che è l’unità suprema. Chi vuole parlare dello Spirito Santo, deve parlare della Trinità di Dio. Se la dottrina dello Spirito Santo, da un certo punto di vista, può valere come correzione rispetto a un cristocentrismo unilaterale, allora tale correzione consiste nel fatto che lo Spirito ci insegna a vedere Cristo totalmente inscritto nel mistero del Dio trinitario: come la nostra via verso il Padre, in un ininterrotto dialogo d’amore con lui.
Lo Spirito Santo rinvia alla Trinità, e proprio in questo modo rinvia anche a noi. Il Dio trinitario è infatti l’archetipo dell’umanità nuova, riunificata; l’archetipo della Chiesa, di cui la preghiera di Gesù può essere vista come l’atto di fondazione: «Che siano una sola cosa, come noi siamo uno» (Gv 17,11.21s).
La Trinità è la misura e il fondamento della Chiesa: essa deve portare a compimento la parola del giorno della creazione «Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza» (Gn 1,26). In essa l’umanità, che nella sua frammentazione è divenuta proprio l’immagine antitetica di Dio, può tornare a essere l’unico Adamo, la cui immagine – come dicono i Padri – venne lacerata dal peccato e ora giace in pezzi. Nella Chiesa deve tornare alla luce la misura divina dell’uomo, quell’unità che noi siamo. È così che la Trinità, Dio stesso, è l’archetipo della Chiesa; la Chiesa non è un’altra idea che si aggiunge all’uomo, ma il venire dell’uomo sulla strada verso se stesso. Ma se lo Spirito Santo esprime l’unità di Dio, allora è lui l’elemento vitale della Chiesa, in cui ciò che sta di fronte si riconcilia con la reciprocità e i frammenti dispersi di Adamo vengono ricomposti in unità.
Per questo la rappresentazione liturgica dello Spirito Santo comincia con la celebrazione della Trinità. Tale celebrazione ci dice che cosa è lo Spirito: nulla in se stesso, che si possa porre accanto a qualcosa d’altro, ma il mistero per cui Dio è pienamente uno nell’amore, una sola realtà, e, in quanto amore, è allo stesso tempo reciprocità, scambio e comunione.
Ed è a partire dalla Trinità che lo Spirito ci dice che cosa è l’idea di Dio con noi: unità secondo l’immagine di Dio. Ma [58] egli ci dice anche che noi uomini possiamo realizzare l’unità tra di noi solo se ci ritroviamo in un’unità più profonda, ovvero in un Terzo: solo se siamo una cosa sola con Dio, possiamo essere vicendevolmente uniti. La via verso l’altro passa attraverso Dio; se non c’è questo tramite della nostra unità, noi restiamo eternamente separati l’uno dall’altro da abissi che neppure la buona volontà può superare.
Chiunque abbia una percezione lucida della propria umanità, si accorge che qui non parliamo di semplici teorie teologiche.
Raramente l’inaccessibilità ultima dell’altro, l’impossibilità di donarsi reciprocamente e di comprendersi in modo durevole, è stata sperimentata tanto drammaticamente come nel nostro secolo. «Vivere significa essere soli, nessuno conosce l’altro, ciascuno è solo», così ha espresso questa percezione Hermann Hesse. Quando parlo con l’altro è come se tra di noi si frapponesse una parete di vetro opaco: ci vediamo, eppure non ci vediamo; siamo vicini, eppure non possiamo avvicinarci. È questa l’immagine con cui Albert Camus descrive questa stessa esperienza.
Pentecoste, la presenza del mistero trinitario nel nostro mondo umano, è la risposta a questa esperienza. Lo Spirito Santo ha a che fare con la domanda fondamentale dell’uomo: come possiamo giungere gli uni agli altri? Come è possibile che io rimanga me stesso, rispetti l’alterità dell’altro e tuttavia esca dalla gabbia della solitudine e incontri l’altro dal di dentro?
Le religioni asiatiche hanno risposto con l’idea del nirvana: finché esiste l’io, non è possibile, affermano esse. L’io è la prigione. Devo dissolvere l’io, lasciare dietro di me la personalità come prigione e luogo della non liberazione, lasciarmi cadere nel nulla come nel vero tutto. La liberazione è un cessare di divenire e deve essere messa in atto: il ritorno nel nulla, la cancellazione dell’io come la sola vera e definitiva liberazione. Chi esperimenta giorno per giorno il peso dell’io e il peso del tu può comprendere il fascino di un tale programma.
Ma il nulla è davvero meglio dell’essere, la dissoluzione della persona meglio del suo compimento? [59]
Un semplice attivismo non è una risposta a tale fuga mistica; al contrario: provoca questa fuga. Difatti tutte le nuove iniziative che intraprende diventano delle nuove prigioni se l’io e il tu non si riconciliano.
D’altra parte l’io e il tu non possono riconciliarsi se la persona non è riconciliata con il proprio io. Ma come può accettarsi questo io, permanentemente assetato e desideroso, che grida invocando amore, invocando il tu, ma che allo stesso tempo si sente ferito, minacciato e limitato da questo tu?
Rispetto alla grande pretesa delle religioni asiatiche anche le moderne tecniche della dinamica di gruppo, della riconciliazione dell’uomo con se stesso e con il tu, malgrado le loro sofisticate procedure, non sono altro che povere soluzioni di ripiego. L’io e il tu vengono messi insieme sulla base di un preteso denominatore comune ridotto ai minimi termini, vengono abituati a delle regole per far sì che si incontrino e si prendano sul serio il meno possibile ed evitare quindi che si rovinino a vicenda. La loro passione divina viene ridotta a un paio di pulsioni; la persona è trattata come un’apparecchiatura di cui si devono conoscere le istruzioni per l’uso. Si cerca di risolvere la questione dell’essere uomini, negando la persona umana nella sua specificità e trattandola come un sistema smontabile di procedure che si può imparare a dominare.
Ora forse vi chiederete: che cosa ha a che fare tutto questo con lo Spirito Santo e con la Chiesa?
La risposta è: l’alternativa cristiana al nirvana è la Trinità, quell’unità ultima in cui l’io e il tu non vengono affatto meno stando l’uno di fronte all’altro, ma si compenetrano intimamente nello Spirito Santo. In Dio vi è una pluralità di persone e proprio in questo modo Egli è la piena realizzazione dell’unità ultima. Dio non ha creato la persona perché essa venga annullata, ma perché essa si apra in tutta la sua altezza e nella sua più estrema profondità, là, dove lo Spirito Santo la abbraccia ed è l’unità delle diverse persone. Può darsi che ciò suoni molto teologico, ma noi dobbiamo cercare, passo dopo passo, di avvicinarci al programma di vita che qui si cela.
È su questa strada che arriviamo se riflettiamo ancora una [60] volta sulla sequenza delle feste liturgiche nella Chiesa orientale.
Dopo la festa della Trinità nella domenica di Pentecoste, il lunedì viene celebrata l’effusione dello Spirito Santo, la fondazione della Chiesa; la domenica successiva – come abbiamo già ricordato – è la volta della festa di Ognissanti.
La comunione di tutti i santi è l’umanità riplasmata nell’unità secondo il modello trinitario; è la città futura, che fin d’ora si sta formando e che noi cerchiamo di costruire con la nostra vita. Essa è l’immagine ideale della Chiesa, al termine – per così dire – della settimana al cui inizio si trova la Chiesa terrena, nata nel Cenacolo di Gerusalemme.
La Chiesa che vive nel tempo è in tensione tra questa Chiesa dell’inizio e la Chiesa della fine, che già ora sta crescendo. Nella tradizione artistica dell’Oriente la Chiesa degli inizi, la Chiesa del giorno di Pentecoste, è l’icona dello Spirito Santo. Lo Spirito Santo si rende visibile e rappresentabile nella Chiesa. Se Cristo è l’icona del Padre, l’immagine di Dio e, insieme, l’immagine dell’uomo, allora la Chiesa è l’immagine dello Spirito Santo.
A partire da qui possiamo comprendere che cos’è davvero la Chiesa, nel profondo della sua essenza: il superamento del confine tra io e tu, l’unione degli uomini tra loro, mediante il superamento di sé, in ciò che rappresenta il loro fondamento, nell’amore eterno. La Chiesa è il luogo in cui avviene l’inserimento dell’umanità nello stile di vita del Dio trinitario.
Per questo essa non è cosa che riguardi un gruppo, un circolo di amici; per questo non può essere Chiesa nazionale o identificarsi con una razza o una classe: se è così, essa deve essere cattolica, «radunare in unità i figli dispersi di Dio», come si legge nel vangelo secondo Giovanni (11,52).
L’idea del «cessare di divenire», che descrive il processo spirituale delle religioni asiatiche, può certo risultare poco adatta a rappresentare la via cristiana. È vero però che essere cristiani implica un dischiudersi e un lasciarsi dischiudere, come capita al chicco di grano, che muore ma, aprendosi, porta frutto. Diventare cristiani è essere riuniti: i pezzi dell’immagine frantumata di Adamo devono essere ricomposti. [61]
Essere cristiani non è un’autoconferma, ma un inizio e una partenza verso la grande unità che abbraccia l’umanità di tutti i luoghi e di tutti i tempi. La fiamma dell’infinito desiderio non viene spenta, ma orientata, così da unirsi al fuoco dello Spirito Santo.
La Chiesa non comincia quindi come un club, comincia cattolica: nel suo primo giorno essa parla in tutte le lingue, nelle lingue di tutto il mondo. Fu Chiesa universale prima di generare delle Chiese locali. La Chiesa universale non è una federazione di Chiese locali, ma la loro madre. La Chiesa totale ha generato le Chiese particolari e queste restano Chiesa nella misura in cui si staccano dal loro particolarismo ed entrano a far parte del tutto: solo in questo modo, a partire dal tutto, esse sono icona dello Spirito Santo, che è la dinamica dell’unità.
Se parliamo della Chiesa come icona dello Spirito Santo e di quest’ultimo come Spirito dell’unità, allora non possiamo non tenere in considerazione un tratto particolare del racconto della Pentecoste: le lingue di fuoco si dividevano e si posavano su ciascuno di loro (At 2,3). Lo Spirito Santo è dato a ciascuno personalmente e a ciascuno in modo proprio. Cristo ha assunto la natura umana, quel che ci unisce tutti, ed è a partire da essa che egli ci unisce.
Lo Spirito Santo, invece, è dato a ciascuno come persona: mediante lui Cristo diventa risposta fondamentale per ciascuno di noi, uno per uno. L’unione degli uomini, come deve essere realizzata dalla Chiesa, non avviene mediante la dissoluzione della persona, ma mediante il suo compimento, che significa la sua infinita apertura.
Per questo della costituzione della Chiesa fa parte, da un lato, il principio della cattolicità: nessuno agisce semplicemente di propria volontà e genialità, ciascuno deve agire, parlare, pensare secondo la comunione del nuovo «noi» della Chiesa, che sta in una relazione di scambio profondo con il «noi» del Dio trinitario.
Ma proprio per questo, d’altro canto, è vero che nessuno agisce semplicemente come il rappresentante di un gruppo e di un sistema collettivo, ma ciascuno sta nella responsabilità personale della coscienza dischiusa e purificata nella fe[62]de.
Nella Chiesa le tendenze all’arbitrio e all’egoismo non dovrebbero essere eliminate mediante il ricorso a criteri di forza numerica o di maggioranza, ma con la coscienza plasmata dalla fede, che non inventa, ma attinge la sua creatività da ciò che si è ricevuto in comune nella fede.
Nei suoi discorsi di commiato il Signore presenta la natura dello Spirito Santo con queste parole: «Egli vi guiderà alla verità tutta intera, poiché egli non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future» (Gv 16,13). Qui lo Spirito diventa icona della Chiesa; descrivendo lo Spirito Santo, il Signore spiega che cos’è la Chiesa e come essa deve vivere per essere se stessa.
Parlare e agire da cristiani significa non essere mai solamente il proprio io. Diventare cristiani significa accogliere in se stessi la Chiesa tutta intera o, ancor di più, lasciarsi interiormente accogliere in essa. Quando io parlo, penso, agisco, come cristiano lo faccio sempre nel tutto e a partire dal tutto: in questo modo lo Spirito si fa parola e così gli uomini giungono a incontrarsi a vicenda. Essi giungono a incontrarsi esteriormente, solo se prima si sono incontrati interiormente: se io sono cresciuto interiormente, se mi sono aperto, se ho accolto l’altro in me nella condivisione della fede e dell’amore, così che non sono più solo, ma tutto il mio essere è segnato dal senso di questa «condivisione» dell’altro.
Questo parlare a partire dall’ascolto, dall’accoglienza, e non a titolo personale, a prima vista può sembrare un ostacolo alla genialità del singolo. In effetti, si tratterebbe di un ostacolo se la genialità fosse solo una sopravvalutazione dell’individuo che cerca in qualche modo di eguagliarsi alla divinità. Il riconoscimento della verità e l’accettazione di un cammino di crescita non sono certo un ostacolo per questo modo di pensare: lo Spirito Santo, proprio per il fatto che agisce così, introduce alla verità tutta intera, a quel che Gesù non ha ancora detto, e proprio così annuncia le cose future: noi non perveniamo a una nuova conoscenza chiudendoci nel nostro io; la verità si dischiude solo nella condivisione di pensiero con ciò che è stato conosciuto prima di noi. [63]
La grandezza di una persona dipende dalla sua disponibilità e capacità di condividere; solo nel farsi piccola, nel partecipare al tutto, la persona diventa grande.
Paolo ha espresso questo fatto con un formula meravigliosa, quando descrive la sua conversione e il suo battesimo dicendo: «Io vivo, ma non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me» (Gal 2,20).
L’essere cristiani significa essenzialmente conversione, e conversione in senso cristiano non è il cambiamento di alcune idee, ma un morire a se stessi: i confini dell’io vengono spezzati, l’io perde se stesso per ritrovarsi in un soggetto più grande che abbraccia il cielo e la terra, il passato, il presente e il futuro e che, per questo, tocca la verità stessa.
Questo «io eppure non più io» è l’alternativa cristiana al nirvana. Potremmo anche dire: lo Spirito Santo è questa alternativa. È la forza dell’apertura e della fusione in quel nuovo soggetto che noi chiamiamo Corpo di Cristo o Chiesa.
Inoltre qui si vede che questo convenire insieme non è un processo facile. Senza il coraggio della conversione, del lasciarsi dischiudere come il seme di grano, non può avvenire. Lo Spirito Santo è fuoco; chi non vuole essere arso, è meglio che non gli si avvicini. Ma deve anche sapere che in tal modo precipita nella solitudine mortale dell’io chiuso in se stesso e che ogni forma di comunione che viene tentata scansando questo fuoco alla fine non è che passatempo e vuota apparenza. «Chi è vicino a me, è vicino al fuoco», suona un detto apocrifo di Gesù tramandatoci da Origene; esso ci richiama in maniera inimitabile lo strettissimo rapporto che intercorre tra Cristo, Spirito Santo e Chiesa.
Permettetemi di concludere con una parola di san Giovanni Crisostomo che va in questa stessa direzione. Si ricollega a un passaggio degli Atti degli Apostoli in cui si racconta della guarigione di un paralitico operata a Listra da Paolo e Barnaba. La folla eccitata aveva scambiato quei due strani individui, dotati di tale potere, per un’apparizione degli dei Zeus e Ermes, aveva chiamato i sacerdoti e avrebbe voluto offrire in sacrificio dei tori. Ma i due, indignati, si erano rivolti alla folla a, gridando: noi siamo esseri umani, mortali come [64] voi, venuti a portarvi il vangelo (cfr. At 14,8-18).
In proposito Crisostomo osserva: giusto, erano uomini come gli altri, eppure erano diversi da loro, poiché alla natura umana era stata aggiunta una lingua di fuoco. Così nasce la Chiesa. Essa è data a ciascuno in maniera del tutto personale, così che ciascuno è cristiano proprio in quanto è questa determinata persona, in un modo unico e irripetibile. Ha il «suo Spirito», la sua lingua di fuoco, tanto che nel saluto liturgico noi ci rivolgiamo a questo spirito dell’altro e diciamo: «e con il tuo spirito». Lo Spirito Santo è divenuto il suo Spirito, la sua lingua di fuoco. Ma poiché egli è l’Uno, attraverso di lui possiamo rivolgerci l’uno all’altro, formare insieme l’unica Chiesa.
All’essere uomo è stata aggiunta una lingua di fuoco: oggi dobbiamo correggere questa espressione. Il fuoco non è qualcosa che si possa semplicemente aggiungere all’altro e che poi sussiste accanto a lui. Il fuoco brucia e trasforma. La fede è una lingua di fuoco che ci brucia e ci fonde, così che sia sempre più vero: «io eppure non più io».
Certo, chi incontra il cristiano medio di oggi deve chiedersi: dove è finita la lingua di fuoco? Purtroppo quel che esce dalla bocca dei cristiani è spesso tutt’altro che fuoco. Ha piuttosto un sapore di acqua stagnante, appena tiepida, né calda né fredda. Non vogliamo bruciare noi stessi e neppure gli altri, ma in questo modo ci teniamo distanti dallo Spirito Santo, e la fede cristiana si riduce a una visione del mondo costruita a nostra misura, col proposito di non ledere possibilmente in nulla le nostre comodità, risparmiando il vigore della protesta per le questioni che a stento possono disturbarci nelle nostre abitudini di vita.
Dove scansiamo il fuoco ardente dello Spirito Santo, l’essere cristiani diventa comodo solo a prima vista. La comodità del singolo è disagio del tutto. Dove non ci esponiamo più al fuoco di Dio, gli attriti si fanno insopportabili, e la Chiesa, per usare l’espressione di Basilio, finisce per essere dilaniata dalle grida e discussioni di parte. Solo se non temiamo la lingua di fuoco e la tempesta che essa porta con sé, la Chiesa diventa icona dello Spirito Santo. E solo allora [65] essa apre il mondo alla luce di Dio.
La Chiesa ha avuto inizio quando i discepoli unanimi si sono raccolti nel Cenacolo e hanno pregato. Ed è in questo modo che essa ha inizio sempre di nuovo. Nella preghiera allo Spirito Santo dobbiamo riconvocarla di nuovo, giorno per giorno. [66]
Pubblicato da Scritti di Joseph Ratzinger

Publié dans:CHIESA, SPIRITO SANTO |on 14 octobre, 2015 |Pas de commentaires »

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