Archive pour la catégorie 'carismi – unicità  dell’uomo'

Non è la gelosia…

dal sito:

http://www.donboscoland.it/articoli/articolo.php?id=124671

Non è la gelosia…
da Giovani per i Giovani

(tema di fondo mi sembra: cercherò di mettere in mostra la mia unicità.)

Fin dall’inizio dei tempi, non c’è mai stato un altro con la mia mente, il mio cuore, i miei occhi, i miei orecchi, le mie labbra… Tutti gli uomini sono miei fratelli eppure io sono diverso da ciascuno di loro. Io sono una creatura unica. Non farò mai più vani tentativi di imitare gli altri, invece cercherò di mettere in mostra la mia unicità. Io sono unico, sono raro ed ogni rarità ha un immenso valore, io sono prezioso. Io non sono sulla terra per caso.

Il diritto di essere se stessi

Una delle grandi difficoltà della vita comunitaria è che a volte si obbligano le persone ad essere diverse da quello che sono; gli si stampa addosso un ideale al quale devono conformarsi. Ci si aspetta troppo da loro e ben presto li si giudica e li si etichetta… si sentono obbligati a nascondersi dietro ad una maschera. A volte riescono ad identificarsi in quest’immagine; riescono a seguire il regolamento della comunità. Superficialmente questo può dar loro la sensazione di essere perfetti, ma è un illusione. Una comunità è fatta di persone legate le une alle altre, ognuna fatta di quel miscuglio di bene e di      male, di tenebre e di luce, di amore e di odio.
Molte persone hanno bisogno di essere confermate e incoraggiate alla fiducia. Hanno bisogno di sentire che possono condividere con gli altri anche la loro debolezza, senza essere respinte.
In ognuno di noi c’è una parte che è già luminosa, convertita. E poi c’è quella parte che è ancora tenebra. Una comunità non è fatta soltanto di convertiti. È formata da tutti quegli elementi che in noi hanno bisogno di essere trasformati, purificati, potati. È fatta anche di «non-convertiti».
Amare gli altri è riconoscere i loro doni e aiutarli a svilupparli; è anche accettare le loro ferite ed essere pazienti e compassionevoli con loro. Se non vediamo altro che i loro doni e la loro bellezza, li idealizziamo, ci aspettiamo troppo da loro. Se non vediamo altro che le loro ferite, facciamo troppo per loro, oppure li rifiutiamo, e rischiamo di impedir loro di crescere.

Esercitare il proprio dono

Utilizzare il proprio dono, è costruire la comunità. Non essere fedeli al proprio dono, è nuocere a tutta la comunità e ad ognuno dei suoi membri. Perciò è importante che ogni membro conosca il proprio dono, lo eserciti e si senta responsabile della sua crescita; che sia riconosciuto nel suo dono dagli altri e renda conto dell’uso che ne fa. Gli altri hanno bisogno di questo dono e devono incoraggiare colui che lo ha ricevuto a farlo crescere e ad essergli fedele. Seguendo il proprio dono ognuno trova il suo posto nella comunità. Non solo diventa utile ma unico e necessario agli altri. Soltanto in questo modo svaniscono le rivalità e le gelosie.
Elisabeth O’Connor, nel suo libro Eight Day of Creation[1], dà degli esempi molto convincenti che illustrano questa dottrina di San Paolo (1 Lettera ai Corinzi). Racconta la storia di una vecchia signora che era entrata nella sua comunità. Un gruppo di persone cercava, insieme a lei, di scoprire quale fosse il suo dono. Lei credeva di non averne nessuno. Tutti insistevano per consolarla: «La tua presenza è il tuo dono». Ma lei non era soddisfatta. Alcuni mesi dopo scopri il suo dono: era quello di portare nominalmente davanti a Dio, in una preghiera di intercessione, ogni membro della comunità. Quando disse agli altri questa scoperta, essa trovò il suo posto vitale nella comunità. Gli altri sapevano che in un certo qual modo avevano bisogno di lei e della sua preghiera per esercitare meglio i loro doni.
La gelosia è uno dei flagelli che distruggono la comunità. Proviene dal fatto che si ignora il proprio dono e che non vi si crede abbastanza. Se si fosse convinti del proprio dono, non si sarebbe gelosi di quello degli altri che tende sempre ad apparirci più bello.
Non si deve guardare unicamente al dono più esteriore che può essere legato ad un talento naturale. Ci sono doni nascosti, latenti, molto più profondi, legati ai doni dello Spirito Santo e all’amore che sono chiamati a fiorire.

Doni, sì… ma quali?

Alcune persone hanno dei talenti eccezionali: sono scrittori, artisti, amministratori competenti. Questi talenti possono diventare doni. Ma talvolta la personalità è talmente implicata nell’attività della persona che prende delle brutte pieghe e questi talenti sono esercitati più o meno per la propria gloria o nel desiderio di dominare o di mettersi alla prova. In questi casi è meglio che la persona non eserciti i suoi talenti in comunità. Le sarebbe troppo difficile esercitarli veramente per il bene degli altri. Occorre che scopra un dono più profondo. Altri invece sono sufficientemente flessibili e aperti, o la loro personalità è meno formata o fissata. Possono utilizzare la loro competenza come un dono al servizio della comunità.
Ognuno deve essere rispettato e deve trovare il suo posto e il suo nutrimento ed essere così aiutato a crescere. Troppo rapidamente ci paragoniamo agli altri e nasce la gelosia. Abbiamo veramente bisogno della potenza dello Spirito Santo per accettare quello che ci è stato dato e quello che è stato dato agli altri.
«In una comunità cristiana, tutto il problema è che ognuno diventi un anello indispensabile della medesima catena. Soltanto quando tutti gli anelli reggono, fino al più piccolo, la catena non può essere spezzata. Una comunità che tollera dei membri inutili prepara con questo la sua rovina. Ecco perché dovrà assegnare ad ognuno un compito speciale, così che, nei momenti di dubbio, nessuno possa sentirsi inutile. Ogni comunità cristiana deve sapere che non sono solo i suoi membri deboli ad aver bisogno dei forti, ma anche i forti non potrebbero vivere senza i deboli. L’eliminazione dei deboli significa la morte della comunità»[2].
Il dono è quello che si porta alla comunità per edificarla, per costruirla. Se non vi si è fedeli, ci sarà un vuoto nella costruzione.
San Paolo insiste sul posto dei doni carismatici in questa edificazione. Ma ce ne sono molti altri più direttamente legati alla qualità dell’amore. Bonhoeffer, nel suo libro intitolato Vita comune[3] parla dei diversi ministeri necessari alla comunità: quello di tenere a bada la lingua, quello dell’umiltà e della dolcezza, quello di saper tacere quando si è criticati, quello dell’ascolto, quello di essere sempre pronti a rendere un servizio nelle piccole cose della vita, quello di portare e sopportare i fratelli, quello di perdonare, quello di proclamare la parola, di dire la verità, e infine il ministero dell’autorità.
Il dono non è necessariamente legato a una funzione. Può essere la qualità d’amore che anima una funzione come può essere una qualità d’amore manifestata nella comunità al di fuori di ogni funzione. Ci sono quelli che hanno il dono di sentire immediatamente e anche di vivere la sofferenza dell’altro, è il dono della compassione; altri hanno il dono di sentire quando qualcosa va male e possono mettere immediatamente il dito sulla causa, hanno il dono del discernimento; altri hanno il dono della luce, vedono chiaro in quello che riguarda le scelte fondamentali della comunità; altri hanno il dono di animare e di creare un’atmosfera propizia alla gioia, alla distensione e alla crescita profonda di ognuno; alti hanno il dono di discernere il bene delle persone e di sostenerle; altri hanno il dono dell’accoglienza. Ognuno ha il suo dono e deve poterlo esercitare per il bene e la crescita di tutti.
Ma al cuore della persona c’è anche la sua unione profonda e segreta col suo Dio, lo Sposo, che corrisponde al suo nome segreto ed eterno. Certamente siamo fatti per essere nutrimento gli uni degli altri (e ognuno è una forma diversa di nutrimento) ma siamo fatti soprattutto per vivere questa relazione unica con il Padre nel suo figlio Gesù.

Il dono è come lo splendore di questa unione segreta sulla comunità; ne sgorga e la prolunga.

La comunità è il luogo in cui ogni persona si sente libera di essere se stessa e di esprimersi, di dire in tutta fiducia quello che vive e che pensa. Certo, non tutte le comunità arrivano a realizzare perfettamente questo punto ma occorre che vi tendano. Finché alcuni hanno paura di esprimersi, paura di essere giudicati o di passare per stupidi, paura di essere rifiutati, è segno che ci sono progressi da fare. Nel cuore della comunità ci deve essere un ascolto pieno di rispetto, di tenerezza, che richiama quello che c’è di più bello e più vero nell’altro.
Quando si assume una responsabilità “con successo”, quando si è ammirati e considerati, a volte si può dimenticare che la comunione con Gesù e con il Padre è il nostro scopo, la nostra fonte di pace. In un certo senso, si può passare a margine di una certa qualità di fiducia in Dio, sostituire Dio con la comunità. E allora la comunità non è più un luogo di amore che viene da Dio e ritorna a Dio e che manifesta la sua vita, ma diventa un fine in sé. La manifestazione della vita di Dio avviene sempre nella nostra povertà e impotenza, attraverso la nostra povertà e impotenza.

Liberamente tratto da J. Vanier, La comunità, Jaca Book, Milano 1991, pagine 62-64. 70-76

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