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NATIVITÀ DELLA VERGINE MARIA -e- OMELIA ANGELO SCOLA

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NATIVITÀ DELLA VERGINE MARIA -e- OMELIA ANGELO SCOLA

La celebrazione della nascita della Beata Vergine Maria (l’unica, insieme a Giovanni Battista e a Gesù stesso, di cui si celebra non solo il trapasso, ma la nascita terrena) è stata introdotta dal papa Sergio I (687-701) nel solco della tradizione orientale.

La Natività, come tutte le principali festività mariane, è di origine orientale. Nella Chiesa romana è attestata con sicurezza verso la metà del secolo VII. Forse la datazione iniziale di questa festa risale alla consacrazione di una chiesa a Gerusalemme (dedicata a S. Anna) nelle vicinanze della piscina probativa.
Già la tradizione antica notava che nella Chiesa si celebra solo la Natività di due personaggi: S. Giovanni Battista e Maria Santissima. Evidentemente la ragione di fondo per Maria, oltre alla sua perfezione e dignità unica, è quella della sua posizione ed importanza in ordine alla salvezza. L’entrata nel mondo di questa creatura ha un rilievo unico, sovrapersonale, universale. La festività odierna si colloca pertanto in un rapporto immediato con la solennità dell’Immacolato concepimento e con quella dell’Annunciazione del Signore.

Predestinata ad essere la Madre del Salvatore
La festa della Natività di Maria si ricollega ed è un prolungamento di quella del suo Immacolato Concepimento, di cui ripete i motivi, le espressioni di lode, ammirazione ed esultanza.
La Natività di Maria è « speranza e aurora di salvezza al mondo intero ». In Lei e con Lei le promesse diventano ormai speranza certa. Quello che è stato sospirato, desiderato, atteso, con la Natività di Maria diviene inizio del compimento dell’opera salvifica. Il concetto è espresso con un’immagine bellissima e particolarmente significativa in ordine al mutarsi dei tempi della salvezza: Maria compare nella scena di questo mondo come l’aurora che annuncia e precede il sorgere del sole.
Dio ha scelto Maria per diventare la Madre di Gesù Cristo. Secondo la fede della Chiesa, tutta la persona e l’esistenza di Maria sono improntate a questa chiamata eccezionale. Questo è il motivo per cui noi guardiamo al suo ingresso in questo mondo, alla sua nascita, con venerazione e con riconoscenza; e anche se la data esatta di questa nascita non ci è nota, essa cade inequivocabilmente negli anni immediatamente precedenti quella santa notte di Betlemme.
È volontà di Dio che noi diventiamo fratelli e sorelle di Gesù e che « prendiamo parte alla sostanza e alla forma di suo Figlio »; in Gesù egli ha « reso giusti » e « glorificato » già tutti coloro che ha chiamato alla sua sequela. Meravigliose parole dell’apostolo, in cui la Chiesa riconosce la parola di Dio stesso! Sì, grandi cose il Signore ha fatto rendendoci membri della sua Chiesa. Una gioia e una riconoscenza spontanee devono sgorgare dal nostro cuore; la nostra risposta deve essere quella di amare Dio con il corpo e con l’anima, con il cuore e con la ragione, con tutte le nostre forze.
Solo allora anche su di noi si potrà adempiere quanto la lettera di San Paolo afferma grandiosamente all’inizio: « Noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio » (cf. Rm 8, 28-30). Come sono diventate vere queste parole per Gesù stesso, che attraverso il sacrificio della sua vita è divenuto il nostro Redentore; ma come sono diventate vere anche per Maria, la prima redenta, che per amore del Figlio è rimasta preservata dal peccato ed è quindi divenuta la Madre di tutti i redenti.
In questo modo Maria, attraverso la sua vocazione ad essere la Madre di Cristo, partecipa in misura particolare a quella chiamata comune, rivolta da Cristo a tutti gli uomini e che può essere realizzata in comunione con lui.
Se noi veneriamo il mistero della nascita di Maria con amore, ci renderemo conto sempre più chiaramente che mediante il suo « sì » e attraverso la sua maternità Dio è con noi.
Questo vale anche per quella primissima sorgente della comunità umana che noi chiamiamo famiglia. L’odierna festa della nascita di Maria e il mistero della nascita umana di Dio nel grembo della Sacra Famiglia guidano la nostra attenzione proprio sulla famiglia.
A ragione possiamo pensare che la Madre del Signore sia nata in una famiglia religiosa e devota. Maria stessa prega molto. Nel Magnificat, famosa lode della potenza e gloria del Signore, essa ci insegna l’indirizzo principale di ogni preghiera: « L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore » (Lc 1, 46-47). Cantate anche voi questa lode a Dio! Mostrate a Dio, mediante la fedele partecipazione alle celebrazioni eucaristiche della domenica e dei giorni feriali, che lo amate e onorate sopra ogni cosa e contemporaneamente siete pronti a dare a quest’amore un’espressione concreta e comunitaria! Andate al Signore eucaristico nel tabernacolo e pregate lì il Dio misteriosamente presente per voi stessi, per la vostra famiglia, per le vostre famiglie della vostra patria, per la famiglia dell’umanità e per la famiglia di Dio nella Chiesa! Esorto voi tutti, bambini, ragazzi e adulti, laici e sacerdoti, religiosi e religiose, sani e malati, impediti e attempati: pregate! Sì, mantenetevi fedeli alla preghiera quotidiana! La preghiera è la forza che veramente cambia e libera la nostra vita; nella preghiera avviene l’autentico « incontro con la vita ».

DA UN’OMELIA DEL PATRIARCA ANGELO SCOLA
Liturgia: Michea 5, 1-4a; dal Salmo 87; Rm 8, 28-30; Mt 1, 1-16. 18-23.
1. «Tutti là sono nati. … L’uno e l’altro è nato in essa. … Là costui è nato. … Il Signore ha posto in te le sorgenti della vita» (Salmo Responsoriale, 87). La Liturgia dell’odierna Solennità è tutta tramata dal tema della nascita. Commentando questo Salmo Sant’Agostino esclama: «L’Altissimo ha fondato questa città per nascervi, allo stesso modo che ha creato sua madre per nascere da lei. Quale promessa, quale speranza, fratelli miei! Ecco per noi l’Altissimo, che ha fondato la città, le dice: Madre!» (Sant’Agostino, Commento al Salmo 87).
La profezia di Michea, alludendo al tempo in cui sorgerà il Messia a Betlemme, riprende il tema della nascita. Afferma: «Quando colei che deve partorire partorirà…» (Mic 5,2, Prima Lettura).
Il Vangelo di Matteo che abbiamo sentito proclamare rivela il cuore della Festa di oggi: la nascita verginale di Gesù, a cui quella di Maria è ordinata. Ricostruendo puntigliosamente la genealogia di Gesù, da Abramo fino a Giuseppe, lo sposo di Maria, con quell’impressionante litania di nomi – noti e sconosciuti, giganti della fede ed empi, santi e peccatori… – Matteo ripete per decine di volte il potente «generò».
Il centro a cui conducono e da cui partono tutte le linee prospettiche della storia della salvezza, è la nascita nel corpo mortale del Figlio di Dio. In vista di questo mistero centrale fu decretata la nascita della Beata Vergine Maria.
Sotto la Sua speciale protezione Giovanni Tolomei volle mettere la sua persona, scegliendo il nome di Bernardo, un grande Padre del monachesimo innamorato della Vergine. Alla Natività di Maria ha intitolato la famiglia benedettina da lui fondata che per secoli ha custodito, servito e vivificato il Santuario di Nostra Signora del Pilastrello, di cui avete lungo tutto l’anno festeggiato il quinto centenario.
2. La nascita di Maria Vergine è, in un certo senso, lo spartiacque della storia della salvezza, come genialmente intuì, fin dal VII secolo, un Padre della Chiesa parlando della festa odierna: «L’ombra della notte si ritira all’appressarsi della luce del giorno… La presente festa è come una pietra di confine fra il Nuovo e l’Antico Testamento» (Andrea di Creta, Discorso 1; PG 97, 806-810).
Oggi dobbiamo ritornare a riflettere con forza sul significato del nascere e del generare. È necessario, perché la catena delle generazioni (dai bisnonni ai pronipoti) trovi un nuovo slancio educativo. La promessa di bene che il bambino incontra nella nascita e nei rapporti iniziali con i suoi cari è chiamata ad attuarsi mediante il compito della trasmissione e dell’assunzione del senso pieno della vita. Così Maria fece con Gesù. Così dobbiamo fare noi. La nascita non è solo un inizio biologico ma, come diceva il Servo di Dio Giovanni Paolo II, la nascita dipende dall’origine (genealogia), la cui ultima radice è il Padre creatore. Il Vangelo di oggi ce lo ha ricordato. I nostri bimbi non diventano uomini se non sono aiutati a scoprire questa origine. Tocca agli adulti (genitori ed educatori) questo compito affascinante e arduo di testimoniare ai figli la verità della vita nel concreto modo di amare (fidanzamento, matrimonio e famiglia) e di lavorare (professione, costruzione di vita buona).
Per questo rischioso compito educativo ci riempie di speranza l’affermazione di San Paolo ai Romani (Seconda Lettura): «Del resto, noi sappiamo che tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio, per coloro che sono stati ciamati secondo il suo disegno» (Rm 8, 28).
3. Davide ed Abramo, nello scarno resoconto di Matteo, sono i due pilastri portanti dell’interminabile fuga delle arcate delle generazioni del popolo dell’Alleanza che conducono a Gesù. In Lui la genealogia salvifica si conclude e si compie, ma Egli è in Se stesso e per noi l’ultimo e il «primogenito tra molti fratelli» (Rm 8, 29). In questo paradosso – che l’ultimo sia in realtà il primo – emerge con forza il mistero di Gesù Cristo. Egli è il disegno compiuto del Padre, l’ordo unico dell’uomo, della storia e del cosmo. In Lui, a Sua immagine, noi siamo stati «predestinati e creati, giustificati, chiamati alla gloria» (cfr. Rm 8, 29). Il disegno compiuto del Padre che, nello Spirito, svela la natura dell’uomo e della storia è Cristo Signore.
4. Con la nascita del Signore, a cui è stata ordinata la nascita della Vergine Sua Madre, entra nel mondo quella che Paolo non esita a definire come nuova creatura. Questa novità risplende in modo eminente nella Beata Vergine Maria, «speranza e aurora di salvezza per il mondo intero» (Postcommunio). Il monastero, immagine luminosa di tutta la comunità cristiana, è il configurarsi, nello spazio e nel tempo, della novità di vita portata da Cristo Signore. E la “cifra” di tale novità è l’amore di Dio, quel quaerere Deum di cui ha parlato il Santo Padre nell’indimenticabile visita al Collegio des Bernardins di un anno fa. Ma l’amore di Dio è inscindibile dall’amore dei fratelli: «Da’ quello che hai: te e tutto. Te e tutto disponi secondo la sua santissima volontà» (Bernardo Tolomei, Epistolario, Lettera N. 3. «… l’amore, trasformando l’amante nell’amato, fa di più cose una cosa sola» (op. cit., Lettera N. 7).
Con l’intercessione di Maria anche noi vogliamo almeno un poco imitare questa carità. Per il bene delle nostre persone e a favore di tutti i nostri fratelli uomini. Amen.

CARLO MARIA MARTINI, INDOMITO PORTATORE DELLA « SPERANZA CHE NON DELUDE » – ANGELO SCOLA

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CARLO MARIA MARTINI, INDOMITO PORTATORE DELLA « SPERANZA CHE NON DELUDE »

L’omelia del CARDINALE ANGELO SCOLA nella Messa in Suffragio dell’Arcivescovo emerito di Milano

Milano, 31 Agosto 2013 (ZENIT.org)

Riprendiamo di seguito l’omelia pronunciata questa sera in Duomo dal cardinale arcivescovo di Milano, Angelo Scola, nella Messa in suffragio del cardinale Carlo Maria Martini, nel primo anniversario della sua morte.

*** «Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce, per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta» (Vangelo, Mt 4,16). L’evangelista Matteo, per descrivere l’inizio del ministero pubblico di Gesù, utilizza le parole di una profezia di Isaia (cf. Is 8,23-9.1). Una descrizione efficace, che ben esprime l’iniziativa di Dio nei confronti della umana condizione. Non si può forse dire di ogni uomo che “abita in regione e ombra di morte”? Questa, come un sordo rumore di fondo, accompagna tutta la nostra vita. Non è proprio la morte, soprattutto quella delle persone a noi care e quella degli innocenti, ad aprire dolorosamente l’interrogativo circa il bene della vita? Se non c’è, infatti, risposta alla morte, se non esiste una luce in grado di dissipare l’ombra della morte, uno scetticismo dalle molte sfumature s’impadronisce di noi. Nessuno può sottrarsi a queste domande. Esse attraversano, senza distinzione, l’esistenza di credenti e di non credenti, incamminati sulla stessa strada. Nell’iniziativa che Gesù prende dopo la cattura di Giovanni, si apre a noi una strada per guardare in faccia la bruciante questione della morte: in prima persona nel territorio intorno a Cafarnao Gesù «incominciò a predicare e a dire: “Convertitevi, perché il regno di Dio è vicino”». E allora «il popolo vide una grande luce…» (Vangelo, Mt 4,16-17). «Cristo è morto per noi» (Epistola, Rm 5,18): così Paolo esplicita il cuore abbagliante di questa grande luce. Celebrare l’Eucaristia nel primo anniversario della dipartita dell’Arcivescovo Carlo Maria è un’occasione privilegiata per rendere grazie a Dio del bene compiuto nel suo ministero episcopale. Il suo sguardo appassionato per tutti gli uomini continua ad accendere la speranza «che non delude» (Epistola, Rm 5,5). Non delude perché proviene dall’amore stesso di Dio che gratuitamente si riversa nei nostri cuori. Non viene meno neppure quando siamo «deboli…» «peccatori…» e «nemici» (Epistola, Rm 5,6-8). L’Arcivescovo Carlo Maria fu indomito portatore di questa «speranza affidabile» (Spe salvi 1 e 2) che deriva dalla fede incrollabile nella Risurrezione di Gesù. Fra le pagine che il Cardinale ha dedicato alla morte e alla risurrezione ve n’è una assai penetrante che narra della straordinaria modalità con cui Gesù appare, risorto, ai suoi. Reincontrando la Maddalena, i discepoli di Emmaus, Pietro sul lago di Tiberiade Gesù, che avrebbe potuto rimproverarli perché, presi dalla paura, l’avevano in vario modo abbandonato, invece «non giudica il comportamento che hanno avuto, non critica, non condanna, non rinfaccia i ricordi dolorosi della loro debolezza, ma conforta e consola» (C. M. Martini, La trasformazione di Cristo e del cristiano alla luce del Tabor. Esercizi spirituali, BUR-Rizzoli, Milano 2004, 166). Consola perché non approfitta«dell’umiliazione altrui per schernire, schiacciare mettere da parte, ma riabilita, ridà coraggio ridà responsabilità» (ibid., 167). Con la luce della Sua risurrezione li inoltra, in pienezza di verità, sulla strada di una responsabile novità. «Nella conversione e nella calma sta la vostra forza» (Lettura, Is 30,15). Il Cardinal Martini diceva che per poter partecipare, da poveri uomini, a questa forza di «consolazione regale» propria di Gesù bisogna «avere in sé un grande tesoro, una grande gioia» (La trasformazione, 167). La memoria viva del Cardinale si fa per noi questa sera invito ad accogliere, come ci ha detto san Paolo, anche in mezzo alle tribolazioni di varia natura, quella pace che fa fiorire «la pazienza, la virtù provata e la speranza» (cf. Epistola, Rm 5,3-4). Quella offerta a tutti gli uomini dal grande tesoro che è Gesù Cristo morto e risorto è, insiste Paolo, «la speranza della gloria di Dio» (Epistola, Rm 5,8). Una speranza in forza della quale passato, presente e futuro, inscindibilmente intrecciati dalla misericordia di Dio, formano l’ordito della nostra storia personale, della storia della Chiesa e del mondo. La luce della fede che ci ha portato Gesù (cf. Papa Francesco, Lumen fidei 1), illumina il cammino che la Provvidenza ha donato alla nostra Chiesa. Un’unità che si esprime e risplende nella pluriformità di accenti e di risposte personali alla grazia di Dio. Significativamente l’Arcivescovo Carlo Maria ha dedicato la sua prima Lettera pastorale alla preghiera contemplativa. In essa egli definisce l’uomo in questi termini: «Aperto al mistero, paradossale promontorio sporgente sull’Assoluto, essere eccentrico e insoddisfatto» (La dimensione contemplativa della vita I). Apertura, sporgenza, eccentricità, insoddisfazione… non sono tutte categorie appropriate per descrivere la tensione positiva alla vita e alla vita “per sempre” che inquieta il cuore in ogni uomo rendendolo consapevole di non essere lontano da nessun altro uomo? Non esistono domande autentiche di un uomo che non siano di tutti gli uomini; le “periferie esistenziali” – per usare l’espressione di Papa Francesco – sono innanzitutto i confini della stessa esperienza di ciascuno di noi. La dimensione contemplativa dell’esistenza restituisce l’uomo a se stesso, affermava l’allora Arcivescovo di Milano in quella prima Lettera pastorale. Questo insegnamento riletto ora, alla fine del suo pellegrinaggio terreno, esprime bene il centro della sua personalità, della sua testimonianza di vita, della sua azione pastorale, della sua passione civile, dell’indomito tentativo di indagare gli interrogativi brucianti dell’uomo di oggi. Per questo la ricca complessità della sua persona e del suo insegnamento continuano ad interrogare uomini e donne di ogni condizione. La dimensione contemplativa della vita del Cardinal Martini rappresenta l’antefatto, l’orizzonte, il precedente di tutta la sua riflessione e di tutta la sua azione. Ciò che è stato e che viene detto e scritto sulla sua figura, sul suo pensiero e sulla sua opera diventerebbe facilmente unilaterale se non venisse collocato in questa unificante prospettiva. Al termine della Santa Messa ci recheremo a pregare sulla tomba del Cardinale. Questo gesto che la liturgia chiama di suffragio – con cui onora la memoria dei defunti e offre il sacrificio eucaristico perché, purificati, possano giungere alla visione beatifica di Dio (cf. Catechismo della Chiesa Cattolica n. 1032) – chiede ad ognuno di noi una risposta personale che ci spalanchi al campo che è il mondo intero. È una conversione che ha la forma – ce lo ha ricordato il profeta nella Lettura – di un «abbandono confidente» (Lettura, Is 30,15). Invochiamo, per intercessione della Santissima Vergine Maria, la grazia di un simile abbandono. Amen.

OMELIA DI S.E.R. CARD. ANGELO SCOLA, ARCIVESCOVO DI MILANO (2013, RITO AMBROSIANO)

http://kairosterzomillennio.blogspot.it/2013/03/scola-caffarra-omelie-di-pasqua-2013.html

(L’Omelia è del Card. scola, quindi le letture sono quelle del rito Ambrosiano, Scola è stato il mio Rettore quando studiavo alla Lateranense)

Arcidiocesi di Milano

Domenica di Pasqua nella Risurrezione del Signore
At 1,1-8a; Sal 117; 1Cor 15,3-10a; Gv 20,11-18

Duomo di Milano, 31 marzo 2013

OMELIA DI S.E.R. CARD. ANGELO SCOLA, ARCIVESCOVO DI MILANO

1. Dalle tenebre del Venerdì Santo e dalla discesa agli inferi del Sabato Santo, la liturgia della Chiesa, attraverso la solenne Veglia pasquale, ci ha condotto a questo radioso mattino di Risurrezione del Signore.
Oggettivamente parlando la Pasqua è il giorno definitivo della storia dell’umanità. Un giorno segnato da un inaudito paradosso. La Chiesa, infatti, ci parla – lo ascolteremo nel Prefazio – di una morte beata: «Con una morte veramente beata vince per sempre la loro morte» (Prefazio). Come può la morte essere beata? Non siamo qui messi di fronte all’assurdo più radicale che la ragione non può sopportare se vuol continuare a dirsi tale? Può l’uomo di oggi, consapevole delle strabilianti scoperte della bioingegneria, delle neuroscienze, della microfisica dare credito ad un simile annuncio? Può reggere questo annuncio di fronte alla assillante richiesta di prove ben documentate propria della sensibilità dei nostri contemporanei? Disincantati fin da bambini di fronte a tutto ciò che non è empiricamente verificabile, possiamo ragionevolmente aderire e prendere parte alla gioia dell’Alleluia Pasquale?
Sì, se si mantiene alla ragione tutta la sua ampiezza. In questo caso, come molti scienziati credenti testimoniano, si scopre che mai la scienza rigorosa è nemica della fede autentica. Anche per l’uomo post-moderno, che giustamente si affida alle scienze e alle sofisticate tecnologie per scoprire come è fatta la realtà, la morte singolare di Cristo è veramente beata.
Cerchiamo di comprenderlo meglio.
La singolare morte di Cristo è beata anzitutto perché il Signore Gesù è il protagonista della Sua morte. Egli, in definitiva, non l’ha subìta, ma l’ha scelta, l’ha misteriosamente voluta, in obbedienza al Padre. E lo ha fatto proprio per poter riscattare, dal di dentro e dal profondo, la nostra comune morte, ogni morte umana. Sulla croce Cristo sale liberamente. Così sulla croce morte e libertà si identificano. Giustamente la Chiesa chiama Gesù Risorto «la nostra vittima pasquale». Donando totalmente se stesso per espiare i nostri peccati (vittima) Egli ci fa passare dalla morte alla vita (pasqua).
In secondo luogo il mistero della libertà di Cristo che si consegna alla morte per noi ha svelato definitivamente agli uomini la verità dell’amore, consentendo alla nostra libertà di attingere il suo più alto livello: l’essere per l’altro, per il suo bene.
Gesù che ama in questo modo può dire – ne ha il diritto – ad ogni uomo e ad ogni donna, qualunque sia la situazione in cui versa: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?» (Vangelo, Gv 20,15).
Solo Gesù che ha fatto della morte fonte di beatitudine può asciugare le lacrime che, inevitabilmente, scolpiscono il volto degli uomini. Solo Lui può abbracciare l’uomo offrendosi come definitiva compagnia per la sua vita.

2. Domandiamoci allora, carissimi: qual è la strada per credere ed imparare a vivere, anche nel nostro tempo, di questa morte beata? Che prove ci dà il Risorto? San Luca, nella Lettura degli Atti, così si esprime, senza possibilità di equivoci: «Egli si mostrò a essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove» (Lettura, At 1,3). L’Apostolo Paolo, nella Prima Lettera ai Corinzi, identifica queste prove con la testimonianza dei primi: «Apparve a Cefa e quindi ai Dodici. In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta (…) Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. Ultimo fra tutti apparve a me» (Epistola, 1Cor 15,5-8).
Il modo di agire di Dio è sempre lo stesso: Egli non vuole sopraffare i Suoi figli risparmiando loro la strada del coinvolgimento personale, il cammino della libertà, la via dell’amore. L’Epistola ci dice che il Risorto appare e parla a precisi testimoni. La prova ultima della Sua attuale presenza tra noi sono questi testimoni. Il Signore ha voluto aver bisogno degli uomini affinché il Suo Spirito potesse garantire il suo essere contemporaneo a tutti i tempi e luoghi.
Per incontrare Gesù Risorto non c’è altra strada che la testimonianza: non ci sono scorciatoie che ci esimano dal fare spazio, per grazia e fede, al testimone. È questa la responsabilità fondamentale del cristiano intrisa di abbandono e di amore.

3. Partecipando alla certezza dei testimoni, non solo noi riconosciamo il Risorto, ma conosciamo pienamente noi stessi. Paolo lo dice nel versetto finale dell’Epistola che abbiamo ascoltato dopo essersi riferito al dono immeritato dell’apparizione del Risorto, a lui che è stato persecutore della Chiesa: «Per grazia di Dio sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana» (Epistola, 1Cor 15,10). Nel conoscere Cristo Risorto, Paolo si ri-conosce.
La luce della Pasqua ci offre chiarezza sulla nostra identità: noi siamo, per la misericordia del Padre e solo per essa, figli redenti. Questa è la speranza che non muore: dinanzi al Crocifisso risorto veramente possiamo dire: Ave Crux, spes unica!

4. Dalla morte beata e dall’essere testimoni scaturisce un compito pieno di gioia nei confronti di ogni fratello uomo.
«Và dai miei fratelli» (Vangelo, Gv 20,17). Le parole del Risorto a Maria di Màgdala attraversano i duemila anni di storia che ci separano da quel santo mattino per raggiungere, come in una lunga catena anello dopo anello, ciascuno di noi, qui ed ora. «Va’ dai miei fratelli»: è impressionante rendersi conto, ancora una volta, che il Risorto chiama gli apostoli, e in essi tutti gli uomini, miei fratelli. Egli, infatti, ha abbattuto ogni muro di discordia e di separazione e, nella Pasqua, ha radunato, per il dono dello Spirito, un popolo di figli a gloria di Suo Padre. Non ci sono più bastioni da difendere, solo strade da percorrere incontro agli uomini.
Raggiunti dai testimoni del Risorto, siamo chiamati ad essere anche noi testimoni della Sua presenza nel mondo attraverso la nostra umanità cambiata. Questa è l’unica nostra ricchezza e l’orizzonte totale della nostra esistenza. Non a caso il Concilio Vaticano II insegna che «tutto ciò che di bene il popolo di Dio può offrire all’umana famiglia, nel tempo del suo pellegrinaggio terreno, scaturisce dal fatto che la Chiesa è “l’universale sacramento della salvezza” che svela e insieme realizza il mistero dell’amore di Dio verso l’uomo» (Gaudium et spes 45). Un popolo di uomini e donne redenti, tesi ad edificare un mondo dal volto umano perché sorretti dalla certezza dell’eternità, questa è la Chiesa per il mondo.

5. Domandiamo con insistenza a Gesù Risorto la grazia di essere Suoi testimoni in forza della Sua misericordia che «serba i nostri cuori da ogni mondana tristezza» (All’inizio dell’Assemblea liturgica) e fa fiorire per tutti la speranza. Amen.

 

L’UOMO/DONNA ALL’ORIGINE – DEL CARDINALE ANGELO SCOLA

http://www.sanpaolo.org/vita/0907vp/0907vp68.htm

L’UOMO/DONNA ALL’ORIGINE

DEL CARDINALE ANGELO SCOLA

Festival biblico di Vicenza
La bellezza della Scrittura svela il mistero di Dio e risponde agli interrogativi che emergono dall’esperienza più profonda dell’uomo. Fin dalle prime pagine della Bibbia viene affermato che l’uomo/donna, la differenza sessuale, è connessa all’essere a immagine e somiglianza di Dio.
Il dossier raccoglie alcuni interventi tenuti durante il Festival della comunicazione di Alba (Cn) e il 5° Festival biblico di Vicenza. Si passa così dai mezzi di comunicazione ai contenuti, come l’analisi del card. Scola in apertura.
«Tre cose sono troppo ardue per me, anzi quattro, che non comprendo affatto: la via dell’aquila nel cielo, la via del serpente sulla roccia, la via della nave in alto mare, la via dell’uomo in una giovane donna» (Pr 30,18-19).
Con potenti immagini l’autore del libro dei Proverbi esprime la meraviglia carica di ontologico timore dell’uomo, creatura finita, di fronte all’infinito da cui pure è attratto. La coscienza della propria strutturale sproporzione a comprendere il senso della totalità del reale è certo la cifra della sua piccolezza, ma anche della sua grandezza. L’ampiezza del cielo in cui l’aquila vola indica la possibilità di uno sguardo senza confini. La solidità della roccia fa sì che il serpente possa attraversarla ma non sgretolarla: il male non riesce a conquistare definitivamente la vita. La profondità del mare sostiene il viaggio dell’uomo nella vita. Ma più enigmatica ancora di tale ampiezza, solidità e profondità, è la via dell’uomo in una giovane donna.

I bambini e i ragazzi in generale sono stati i destinatari principali dei due festival.
A Vicenza hanno costruito il più lungo disegno del mondo sulla Bibbia (30 maggio).

L’uomo/donna
L’icastica bellezza di quest’ultima affermazione ci introduce di schianto nel tema. L’uomo/donna è la via attraverso cui ognuno di noi è inoltrato nel mistero della vita. Molto acuto è il commento che ci propone Paul Beauchamp, uno dei più importanti esegeti del nostro tempo: «L’enigma che sorpassa gli altri, secondo i Proverbi, è la « strada dell’uomo attraverso la donna » (Pr 30,18s.), ossia è ciò che fa passare l’uomo attraverso l’immagine di colei che sta al suo inizio e che lo fa uscire da essa quando nasce, il che fa dell’incontro tra i due al tempo stesso un ricominciamento e qualcosa di nuovo» (L’uno e l’altro Testamento, Paideia 1985, Brescia, p. 144).
Beauchamp richiama un tratto costitutivo dell’esperienza elementare di ogni uomo, a cui le Scritture rendono testimonianza, svelandone anche la ragion d’essere: nell’incontro tra l’uomo e la donna accade un ricominciamento e qualcosa di nuovo.
Il nuovo è possibile perché l’incontro amoroso pone inevitabilmente all’uomo la domanda ontologica sulla propria origine. Potremmo dirla così: chi sono io che incontrando te incontro me stesso? Questa novità avviene perché la donna dice l’alterità ultimamente da me inafferrabile, quell’alterità che mi « sposta » (differenza) in continuazione, impedendomi di rimanere rinchiuso in me stesso. Così la donna, ponendosi, mi impone, attraverso il suo volto amante, di ricominciare. Nella sorpresa davanti al volto della donna, misteriosa eppure familiare alterità, è donato all’uomo il proprio volto, cioè la propria irriducibile identità.

A immagine di Dio
Il volto biblico dell’uomo/donna dice ad un tempo identità e alterità.
Come mai? Fin dalle prime pagine della Genesi, la Scrittura risponde a questo interrogativo che emerge dal profondo dell’esperienza di ogni uomo e di ogni donna. E lo fa, anzitutto, con un’affermazione potente e radicale: l’uomo/donna, la differenza sessuale, è connessa all’essere a immagine e somiglianza di Dio: «Dio disse: « Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza: domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutti gli animali selvatici e su tutti i rettili che strisciano sulla terra ». E Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e Dio disse loro: « Siate fecondi e moltiplicatevi »» (Gen 1,26-28). A proposito di questo passo un detto del Talmud giunge ad affermare: «Chi non ha una moglie non è uomo».

Aldo M. Valli con il cardinale Scola che sta esponendo la lectio magistralis
da noi pubblicata.
Insiste poi lo straordinario racconto della creazione della donna: «E il Signore Dio disse: « Non è bene che l’uomo sia solo: voglio fargli un aiuto che gli corrisponda ». [...] Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e richiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio formò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo. Allora l’uomo disse: « Questa volta è osso delle mie ossa, carne della mia carne. La si chiamerà donna, perché dall’uomo è stata tolta ». Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica carne. Ora tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, e non provavano vergogna» (Gen 2,18-25).
Il racconto della creazione della donna descrive bene l’irriducibile differenza dell’uomo maschio, pur nella sua essenziale identità con la donna. Eva è cavata dal corpo di Adamo per essere differente, anche se ha in comune con lui l’essenza personale. Dio non consulta previamente l’uomo. Plasma Eva con la costola di Adamo e gliela pone di fronte, come un interlocutore che egli non si può dare, né può tanto meno dominare, come invece può fare con tutti gli altri esseri viventi (imporre il nome, nel linguaggio biblico, significa stabilire la propria signoria). Si capisce perché per il libro della Genesi a un certo punto della vita l’uomo lascia i genitori e si unisce a sua moglie per formare con lei una carne sola. Perché lei è carne tolta dalla sua carne.

La differenza sessuale
Proviamo a raffigurarci – molti artisti lo hanno fatto – lo sguardo di Adamo che vede per la prima volta Eva vicino a sé… Fin dal principio la donna è posta davanti all’uomo (e viceversa) come un dono. Una presenza inimmaginabile, del tutto irriproducibile, eppure profondamente corrispondente a sé. L’uomo e la donna sono identicamente persone, ma sessualmente differenti. Tale differenza pervade tutto l’essere umano, fin nell’ultima sua particella: il corpo dell’uomo, infatti, è in ogni sua cellula maschile, come quello della donna è femminile.
La differenza sessuale svela che l’alterità è una dimensione interna alla persona stessa, che ne segna la strutturale insufficienza, aprendola in tal modo al « fuori di sé ». E così l’altro è per me tanto inaccessibile (mi resta sempre altro) quanto necessario. L’uomo/donna rappresenta uno dei luoghi originari in cui ognuno di noi fa l’esperienza della propria dipendenza e della conseguente capacità di relazione. Come, con impareggiabile intensità, recita il Cantico dei Cantici: «Tu mi hai rapito il cuore, sorella mia, mia sposa, tu mi hai rapito il cuore con un solo tuo sguardo, con una perla sola della tua collana!» (4,9).
Il disegno originario di Dio nel crearci sempre e solo come maschi o come femmine (Mulieris dignitatem 1) vuol educarci a capire il peso dell’io e il peso dell’altro. La differenza sessuale si rivela così come una grande scuola. Si tratta d’imparare l’io attraverso l’altro e l’altro attraverso l’io.
Il bisogno/desiderio dell’altro che, a partire dall’uomo/donna, come uomo e come donna, ogni persona sperimenta non è pertanto il marchio di un handicap, di una mancanza, ma piuttosto l’eco di quella grande avventura di pienezza che vive in Dio Uno e Trino, perché siamo stati creati a sua immagine.

La Premiata Forneria Marconi con il concerto « La Buona Novella e altre storie di volti »
chiude il Festival il 2 giugno a Piazza dei Signori.
E in questo modo la via dell’uomo in una giovane donna, la via della differenza sessuale, dell’amore per sempre, dell’apertura alla vita appare come via privilegiata di accesso a Dio, come una strada a tutti possibile per intuire che all’origine della nostra esistenza c’è un Mistero buono che ci chiama a sé.
La Scrittura insiste sulla possibilità dell’uomo di risalire dalla contemplazione del creato all’affermazione del Creatore: «Se affascinati dalla loro bellezza, li hanno presi per dèi, pensino quanto è superiore il loro sovrano, perché li ha creati colui che è principio e autore della bellezza» (Sap 13,3). Sul volto pieno di attrattiva della donna risplende il Volto di colui che l’ha creata e condotta verso l’uomo. Per ogni uomo e per ogni donna l’esperienza dell’amore è via di accesso al riconoscimento di Dio.
Scrive ancora Beauchamp: «Ecco perché il Cantico dei Cantici, o Canto dei Canti, è un poema sapienziale. Si offende l’amore dei due fidanzati che vi dialogano se si crede che, per dare a questo poema un senso spirituale, occorra trovargli un altro tema. Inversamente, è troppo spiccio anzi sciocco pretendere che il Cantico non significhi niente altro. Che gli rimarrebbe di enigmatico se la mente non fosse sollecitata dal fatto che l’uomo vi chiama felicità la novità dell’origine, trovata sulle tracce del suo inizio? Per tale ragione, l’esperienza della Sapienza è legata a quella della differenza dei sessi. Là dove l’uomo ritrova come la propria sorgente e da cui esce un altro uomo, là è il luogo di elezione della Sapienza» (op. cit., pp. 144-145).

La tentazione dell’idolatria
Proprio per questa sua necessaria ma enigmatica profondità l’esperienza dell’amore non è esente dalla più grande tentazione che minaccia l’uomo: quella dell’idolatria. L’ingiunzione di Dio al suo popolo nel deserto – «Non avrai altri dèi di fronte a me. Non ti farai idolo né immagine alcuna di quanto è lassù nel cielo, né di quanto è quaggiù sulla terra, né di quanto è nelle acque sotto la terra» (Es 20,3-4) – è rivolta ad ogni uomo e ad ogni donna perché non si arresti al volto dell’amato/a, ma in esso renda gloria a colui che gli ha donato un/a compagno/a di cammino.

L’intervento di mons. Giancarlo Bregantini.
Siamo tutti ben consapevoli di cosa succede quando nell’esperienza dell’amore si confonde l’altro con Dio. Quando cioè ci si aspetta – addirittura si pretende – dall’altro tutto, cioè il compimento della propria vita. Delusione e scetticismo fino alla violenza prendono il posto prima occupato dallo stupore e dalla gratitudine. Con potente lucidità lo descrive il libro del Siracide: «Speranze vane e fallaci sono quelle dello stolto, e i sogni danno le ali a chi è privo di senno. Come uno che afferra le ombre e insegue il vento, così è per chi si appoggia sui sogni. Una cosa di fronte all’altra: tale è la visione dei sogni, di fronte a un volto l’immagine di un volto» (34,1-3).
Negata la natura di segno del volto dell’amata, la consistenza di tale volto sfuma e non resta altro che la sua pallida immagine. Ma un’immagine non basta a soddisfare la nostra sete profonda. Il desiderio si spegne nella malinconia o facilmente si dissolve sulla superficie di uno specchio che non ci rimanda altro che il nostro volto. Abbiamo bisogno di una presenza che ci insegni ad amare, a imparare la strada dell’altro/altra quale cammino concreto e possibile verso l’Altro alla cui immagine e somiglianza siamo stati creati. Ma a questo bisogno non possiamo rispondere con le nostre forze. Dio stesso ha voluto mostrarci la via, o meglio ha mandato suo Figlio tra noi come via alla verità e alla vita.

La parola e i gesti di Gesù
Numerose sono le occasioni in cui i vangeli ci presentano Gesù Cristo, il nuovo Adamo, che incontra e si coinvolge con donne di diversa età e condizione sociale, svelandoci in tal modo il volto pieno dell’uomo/donna. E sempre lo sguardo che egli, in netta antitesi con i costumi del suo tempo, porta alla figura femminile è uno sguardo integrale che ne afferma l’assoluta dignità e la singolare vocazione.
Il più delle volte questo suscita stupore, sorpresa al limite dello scandalo. E non solo tra i farisei (cf Lc 7,37-47), ma anche tra i suoi discepoli: «Si meravigliavano che parlasse con una donna» (Gv 4,27). Nell’incalzante e decisivo dialogo che Gesù intrattiene con lei (cf Gv 4,5-30) la Samaritana è un interlocutore reale anche dei più profondi misteri di Dio, comprese quelle questioni circa il culto cui la donna, nell’Antico Testamento, non è abilitata.

Un altro dei relatori: Enzo Bianchi.
Il dono di sé, fattore costitutivo del mistero nuziale, connota i tanti decisivi incontri di Gesù con le figure femminili: da quello con la peccatrice, che non cessava di bagnare i piedi di Gesù con le sue lacrime «poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di profumo» (Lc 7,38) e per questo Gesù dice «le sono perdonati i suoi peccati perché ha molto amato» (Lc 7,47); a quello con l’adultera cui il Signore dona il perdono che responsabilizza: «Neanch’io ti condanno, va’ in pace e d’ora in poi non peccare più» (Gv 8,11); a quello con la vedova di Nain cui riserva un’indimenticabile espressione di affettuosa pietà: «Donna, non piangere!» (Lc 7,13); a quello con la Cananea per la cui fede ha parole di grande apprezzamento (Mt 15,21-28).
«[L’uomo e la donna]», scrive Giovanni Paolo II nella Mulieris dignitatem, «furono reciprocamente affidati l’uno all’altra come persone fatte a immagine e somiglianza di Dio stesso. In tale affidamento è la misura dell’amore» (14). Di tale affidamento, di tale compagnia amorevole nella suprema prova della morte, ci dà, ancora una volta, splendida testimonianza un memorabile passaggio del vangelo di Giovanni: «Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: « Donna, ecco tuo figlio! ». Poi disse al discepolo: « Ecco tua madre! »» (Gv 19,26-27).
Per questo la Lettera agli Efesini svela il volto biblico dell’uomo/donna inserendo il matrimonio nel « luogo » deputato all’esperienza compiuta del bell’amore: il rapporto nuziale tra Cristo e la Chiesa. «Questo mistero è grande: io lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa! Così anche voi: ciascuno da parte sua ami la propria moglie come sé stesso, e la moglie sia rispettosa verso il marito» (5,32-33).

cardinale Angelo Scola
patriarca di Venezia

Il Volto dei volti
Il tema di questa edizione del Festival biblico è stato
« I volti delle Scritture ». Dai volti biblici ai nostri il passo è breve e passa per quello di Cristo.
Il Festival biblico è un’idea tutta vicentina che gli scorsi anni ha riscosso un buon successo di pubblico e di critica e che in tante diocesi italiane è stata seguita con curiosità e ammirazione. La formula, infatti, è parsa originale e interessante sia per i contenuti che per le modalità e i linguaggi adoperati.
Il tema di questa quinta edizione del Festival è « I volti delle Scritture ». Esso, oltre a porre attenzione ai vari « volti », alle varie « facce » dell’esperienza umana « configurata » dai diversi libri della Bibbia con i loro generi letterari, stili e contesti, allude primariamente e direttamente ai « volti » dei « personaggi » umani e divini che parlano e agiscono nella Bibbia e attraverso essa, in particolare al « Volto dei volti », quello di Gesù Cristo, in cui si rivela il Volto di Dio e la sua viva presenza. Un richiamo particolare viene anche fatto al « volto » di Paolo di Tarso di cui quest’anno celebriamo il bimillenario della nascita.
Quelli biblici sono volti che ci vengono incontro, ci guardano in faccia, ci parlano. Come diceva il filosofo di origine ebraica Emmanuel Levinas, il volto dell’altro, traccia dell’infinito, m’incontra nella sua maestà e umiltà parlandomi e così mi invita a una relazione che non ha misura comune con il potere che normalmente si tende a esercitare gli uni sugli altri. In questo – sempre secondo Levinas – il volto altrui, povero e signore, non limita ma promuove la mia libertà facendo nascere in me la bontà come responsabilità per l’altro.
Ora si può dire che se questo vale per ogni volto umano, vale ancor più per quello di Gesù Cristo, volto del Dio vivente, e affidabile. Così sono i « volti » di tutti gli uomini e le donne del mondo, dunque anche quello di ciascuno di noi, che ritrovano nel « volto » di Gesù – il volto che svela l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione – e nei volti dei personaggi biblici lo specchio e le parole nei quali comprendersi più profondamente riconoscendo la bellezza della propria e dell’altrui vita e la chiamata a una fraternità/responsabilità dalle dimensioni universali.

+ Cesare Nosiglia
arcivescovo di Vicenza

SCOPRIRE IL DIO VICINO – CARDINALE ANGELO SCOLA (6 LUGLIO 2013)

http://angeloscola.it/blog/2013/07/06/scoprire-il-dio-vicino/

SCOPRIRE IL DIO VICINO   CARDINALE ANGELO SCOLA (6 LUGLIO 2013)

Come il Risorto nella Chiesa incontra tramite il testimone gli uomini e le donne delle generazioni intermedie con cui condividiamo ogni giorno lavoro, affetti e riposo?

Scoprire il Dio vicino

a) Desiderio di Dio e realtà Innanzitutto è necessario riconoscere un dato dell’esperienza elementare, comune appunto ad ogni uomo e ad ogni donna, qualunque sia la situazione in cui si trova a vivere. Al mondo reale ognuno di noi si rapporta sempre e inevitabilmente secondo quella dinamica, tipicamente umana, che possiamo identificare col termine desiderio. Non si comprende la parola desiderio, tanto meno se si parla di desiderio di Dio, se non la si concepisce come il tendere di tutto il mio io all’incontro, inevitabile ed insuperabile, con il mondo reale. Infatti, secondo la definizione semplice ma completa del vocabolario, desiderio è il « volgersi con affetto a qualcosa che non si possiede e che piace ». Come in una calamita sono sempre presenti due poli. La dinamica del desiderio implica sempre e inseparabilmente la cosa che non si possiede e che piace e il volgersi ad essa con affetto. Sottolineo « con affetto », vale a dire con la mente, col cuore, con la totalità del nostro io. Questa dinamica è stata descritta in modo insuperabile da sant’Agostino nel libro delle Confessioni: « Tu ci hai creati per te ed il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te » . Agostino usa la parola cuore per esprimere il desiderio nella sua ampiezza totale costituita dai due poli prima identificati: l’io che anela all’infinito nell’incontro con la realtà totale. Il termine cuore è decisivo in tutta la Sacra Scrittura e perciò in tutta la tradizione giudaica e cristiana. Desiderare Dio è la grande aspirazione dell’uomo: « Il tuo volto, Signore io cerco, non nascondermi il tuo volto » (Sal 26, 8-9). Come ha affermato uno dei più grandi filosofi viventi, il tedesco Robert Spaemann (2008): anche se in tutti i tempi qualcuno o molti pensano, teoricamente o praticamente, che Dio sia morto, perché allora la diceria di Dio è immortale? Perché non si riesce a metterla a tacere? Perché la natura del cuore, cioè il desiderio profondo di ogni uomo e di ogni donna, si porta dentro, come un quotidiano, ineliminabile rumore di fondo, questa presenza? La risposta si impone in qualche modo da sé: ogni uomo identifica con questo vocabolo il termine ultimo del proprio desiderio, ciò per cui vale la pena fino in fondo vivere, anche solo cinque minuti, ciò per cui la vita nel mondo reale è un bene e non un male.

b) Come riconoscere Dio vicino? Fino a quindici anni fa circa si parlava dell’eclissi di Dio, giungendo anche ad affermare che la sfera religiosa sarebbe del tutto sparita dalla società. Oggi, se si eccettuano taluni tentativi di elaborare un « nuovo ateismo , giudicati dai critici come più stravaganti che oggettivamente pertinenti, siamo di fronte ad una grossa sorpresa: Dio è tornato. Anzi, osserva il sociologo Casanova, « le religioni di tutto il mondo », quelle tradizionali piuttosto che i « nuovi movimenti religiosi », « stanno facendo il loro ingresso nella sfera pubblica » e partecipano alle lotte per la ridefinizione dei confini tra sfera pubblica e privata, tra sistema e mondo vitale, tra legalità e moralità, ecc . Quella che era la questione centrale della fine dell’epoca moderna, il binomio eclissi/ritorno di Dio assume, nella post-modernità, un’altra, forse più adeguata, formulazione. Oggi la domanda cruciale non è più: « Esiste Dio? », ma piuttosto: « Come aver notizia di Dio? » E quindi: « Come Dio si comunica a noi così che si possa narrare Dio, e comunicarlo in quanto Dio vivo all’uomo reale che vive nel mondo reale? Come nominare questo Dio perché l’uomo post-moderno, e in particolare quello delle generazioni intermedie, lo percepisca significativo e quindi conveniente? » . Nell’ottica occidentale, influenzata radicalmente dal giudaismo e dal cristianesimo, Dio è Colui che viene nel mondo. Se viene nel mondo è distinto da esso, ma questo non esclude la possibilità che gli uomini lo colgano come familiare. Allora per parlare di Dio all’uomo delle generazioni intermedie, « si deve azzardare l’ipotesi che sia Dio stesso che viene nel mondo ad abilitare l’uomo a divenirgli familiare » (Jüngel, 1978). È necessario domandarsi prima se c’è una familiarità tra Dio e l’uomo ed interrogarsi su di essa perché Dio possa essere veramente conosciuto. Un problema di sempre, è divenuto particolarmente acuto nel nostro tempo che, come abbiamo detto, non è interessato ai discorsi sui massimi sistemi, sulle mondovisioni, ma è sempre più preso dai problemi del vivere quotidiano. Per l’uomo di oggi la questione non è tanto se esiste Dio, ma se esiste cosa ha a che fare con me ogni giorno. Mi è familiare? Ebbene la convinzione che Dio si è fatto conoscere e si è reso familiare perché si è compromesso con la storia degli uomini è nel Dna della mentalità occidentale (Ibidem). Se le cose stanno così – e al di là di tutte le apparenze che sembrano contraddire questa affermazione, stanno veramente così – allora evangelizzare le generazioni intermedie non sarà altro che scoprire come la presenza di Dio ci diventa quotidianamente familiare, giungendo a colmare, in modo del tutto gratuito, il desiderio in senso pieno, sciogliendo l’inquietudine di cui parlava Agostino. In questo modo la parola desiderio acquista tutto il suo spessore, che non si lascia ridurre, come quasi sempre noi rischiamo di fare, ad una pura aspirazione soggettiva, ma vive nella sua pienezza bipolare, come il tendere con tutte le nostre forze al reale, il cui orizzonte ultimo è l’infinito e propriamente parlando Dio stesso.

c) La familiarità di Dio all’uomo La possibilità di aver notizia di Dio e di narrare di Lui sta nell’ascolto di quanto Egli ha voluto liberamente comunicarci. E conviene dire subito che la comunicazione gratuita e piena del Dio Invisibile ha un nome proprio, è una persona vivente: Gesù Cristo, l’Interprete di Dio. Il Vangelo di Giovanni lo dice fin dall’inizio a chiare lettere: « Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato » (Gv 1, 18). In Gesù, morto e risorto, Dio ci viene incontro in quanto Dio. La tradizione teologica ricorda che « Dio ha reso breve la sua Parola (Verbo, Figlio), l’ha abbreviata » (Is 10,23; Rom 9,28) . Il Figlio stesso che è « il Logos eterno si è fatto piccolo… Si è fatto bambino, affinché diventi per noi afferrabile » . In caso contrario sarebbe stato impossibile andare al di là della conoscenza, anche questa confusa e non senza errori, della Sua esistenza. Per dire Dio occorre, quindi, approfondire la lingua (in senso forte) della creatura che il Verbo incarnato ha voluto liberamente assumere. È necessario comprenderne, per così dire, la grammatica. Quella grammatica che è capace di narrarci il Divino. Così, non solo il cristiano sarà in grado di confessarlo come il suo Signore e Dio, ma ogni uomo, anche colui che si dice non credente, lo potrà riconoscere. Almeno nei termini indicati da Paolo nella Lettera ai Romani , quando, parlando di Abramo, dice: « Come sta scritto: « Ti ho costituito padre di molti popoli »; (è nostro padre) davanti al Dio nel quale credette, che dà vita ai morti e chiama all’esistenza le cose che ancora non esistono » (Rm 4, 17). Con questa stupenda espressione Dio è descritto, nello stesso tempo, come creatore ed operatore di salvezza. E l’Apostolo sa bene Chi è il Dio di cui vuol parlare. Dio è « colui che dà vita ai morti e chiama all’esistenza le cose che ancora non esistono ». Infatti, nel primo capitolo della stessa Lettera ai Romani, l’apostolo aveva ammonito che non ha alcuna scusa chi non riconosce « ciò che di Dio si può conoscere… perché Dio stesso lo ha manifestato. Infatti le sue perfezioni invisibili, ossia la sua eterna potenza e divinità, vengono contemplate e comprese dalla creazione del mondo per le opere da Lui compiute » (Rm 1, 19-20). Ciò che di Dio si può conoscere, dice Paolo. Cioè: di Dio non si può conoscere tutto, ma quel che di Dio si può conoscere lo possono conoscere tutti.

 

Publié dans:Cardinale Angelo Scola |on 12 décembre, 2013 |Pas de commentaires »

MILANO NON DIMENTICA LE VITTIME DELL’OLOCAUSTO NAZISTA (Il Cardinale Scola…)

http://www.zenit.org/article-35296?l=italian

MILANO NON DIMENTICA LE VITTIME DELL’OLOCAUSTO NAZISTA

Il cardinale Scola inaugura il Memoriale della Shoah nel Binario 21 della Stazione Centrale, luogo da cui nel gennaio del ’44 partirono i convogli destinati ad Auschwitz

Salvatore Cernuzio
ROMA, Monday, 28 January 2013 (Zenit.org).
Custodire la memoria per evitare di ripetere gli errori passati ed edificare quindi anche il presente. Già ieri Benedetto XVI aveva rivolto questo invito ai fedeli riuniti in piazza San Pietro per l’Angelus, durante il quale, in occasione del “Giorno della Memoria”, ha ricordato le vittime dell’orrore nazista.
Anche il cardinale Angelo Scola ha ribadito tale concetto, inaugurando ieri il Memoriale della Shoah, il nuovo spazio nella Stazione centrale di Milano dedicato “a quanti hanno avuto barbaramente strappata la vita nei campi di sterminio, sia ebrei, sia deportati politici”.
Oltre all’Arcivescovo di Milano, erano presenti alla cerimonia anche il rabbino capo Alfonso Arbib; il presidente della Fondazione Memoriale, Ferruccio de Bortoli, autorità civili e numerosi altri rappresentanti della Comunità ebraica e della società milanese.
Il Memoriale della Shoah è stato allestito nel Binario 21 della stazione ambrosiana, un binario ferroviario «sotto» la città, divenuto negli anni il simbolo della deportazione ebraica, perché proprio da lì, il 30 gennaio 1944, partirono i convogli destinati ad Auschwitz carichi di circa 605 persone. Di queste, ne tornarono solo ventidue.
A lungo abbandonato, il Binario 21 è spesso stato oggetto di diverse ipotesi di recupero. Solo nel 2009 però si è dato finalmente il via ai lavori di un ambizioso progetto che ha visto una prima realizzazione proprio ieri, nel «cuore» del Memoriale. Da zona cadente della Stazione centrale, il binario è, dunque, diventato ora un luogo di memoria, di ricordi, ma anche di studio, documentazione e “ammonizione” per il domani.
La struttura ospita un percorso tematico: dalla «Sala delle testimonianze», dedicata alle voci dei sopravvissuti, si passa al «Cannocchiale della Discriminazione», spazio multimediale di proiezioni in movimento. Si arriva poi al «Binario della Destinazione Ignota» e al «Muro dei Nomi», sul quale sono ricordati i nomi di tutte le persone deportate quel tragico 30 gennaio.
“Questo Memoriale – ha dichiarato il cardinale – Scola con le attività ad esso collegate, dice non solo per la nostra città, ma a tutto il Paese, che la memoria non è puro ricordo ma opera di edificazione del presente”. “Non mi sfuggono – ha proseguito – le responsabilità storiche di taluni figli della Chiesa di fronte alle tragiche ingiustizie compiute contro i membri del popolo ebraico”.
Il porporato ha quindi ricordato le parole del Beato Giovanni Paolo II, quando, nella storica visita al Mausoleo di Yad Vashem a Gerusalemme, affermò con grande chiarezza: «La Chiesa cattolica, motivata dalla legge evangelica della verità e dell’amore e non da considerazioni politiche, è profondamente rattristata per l’odio, gli atti di persecuzione e le manifestazioni di antisemitismo dirette contro gli ebrei da cristiani in ogni tempo e in ogni luogo».
Nella storia di Milano degli ultimi decenni, ha ricordato poi il cardinale Scola, “non manca certo la documentazione di innumerevoli gesti di carità tra i nostri popoli”. Tuttavia, ha aggiunto, “in questa sede, non è il caso di sottolineare l’opera dei cristiani”. L’atteggiamento richiesto è infatti un altro: «prendere atto della ferita dell’altro e portarne il peso accettando la propria responsabilità» come affermò il card. Jean-Marie Lustiger, uno dei più autorevoli interpreti del dialogo tra giudei e cristiani.
Un dialogo che – ha affermato Scola – “nel frangente spesso doloroso di transizione che l’umanità sta vivendo” è più urgente che mai. “Il legame tra ebrei e cristiani – ha rimarcato l’Arcivescovo – è chiamato ad un compito improcrastinabile: essere un terreno fecondo in cui possa mettere radici e svilupparsi l’incontro e il confronto tra i membri di tutte le religioni e mondovisioni, a partire dagli altri figli di Abramo, i musulmani”.
“Per gli ebrei e per i cristiani – ha aggiunto il porporato – la logica profonda di un autentico rapporto tra culture, civiltà e religioni, impostato secondo verità, implica sempre l’autoesposizione dei soggetti che ne sono protagonisti perché il Dio di Abramo è un Dio che si è esposto compromettendosi con la storia”.
La città di Milano si propone quindi come crocevia “di incontro di tutte le fedi religiose e mondovisioni”. In particolare, l’augurio del cardinale Scola è “che questo Memoriale possa rappresentare un fattore privilegiato per la edificazione di nuova ambrosiana civiltà”.

IL CARD. SCOLA STANZIA 1 MILIONE DI EURO DELL’8XMILLE PER IL FONDO FAMIGLIA LAVORO

http://www.zenit.org/article-34209?l=italian

IL CARD. SCOLA STANZIA 1 MILIONE DI EURO DELL’8XMILLE PER IL FONDO FAMIGLIA LAVORO

L’Arcivescovo di Milano ha messo all’asta i suoi presepi e altri oggetti preziosi per aiutare chi ha perso l’occupazione

MILANO, giovedì, 28 novembre 2012 (ZENIT.org) – «Il Fondo Famiglia Lavoro è il segno della grande capacità dell’avvenimento cristiano di fare futuro. E’ anche un tentativo umile ma concerto di dare una risposta a ciò che sta sotto la crisi economica che è il travaglio dell’uomo nel nuovo millennio. Solo l’io in relazione ci poterà fuori dalla crisi. E questa iniziativa mettendo in relazione la famiglia e il lavoro, cioè due aspetti fondamentali della vita, è un primo passo. Un segno vivo per la Milano Nuova, per le terre lombarde e non solo».
Con queste parole l’Arcivescovo di Milano, il cardinale Angelo Scola ha lanciato la seconda fase del Fondo Famiglia Lavoro questa mattina davanti ai rappresentati autorevoli del panorama finanziario nazionale: Alessandro Profumo (presidente di Banca Monte dei Paschi di Siena), Enrico Cucchiani, (ceo di Intesa San Paolo), Victor Massiah (Ubi Banca), Luciano Camagni (condirettore generale del Credito Valtellinese), Paola Pessina (cda Fondazione Cariplo). Presenti  anche i volontari del Fondo Famiglia Lavoro, gli operatori e gli esponenti del Terzo Settore che sostengono l’iniziativa: Acli, Compagnia della Opere, Confcooperative, Movimento dei Focolari.
«Non riusciremo a dare risposta alla crisi economica fino a quando non riconosceremo che è in atto una mutazione della società e dell’uomo di fonte alla quale siamo come pugili suonati su un ring», ha aggiunto il Cardinale Scola nel suo intervento. La visione dominante riduce l’uomo al solo frutto del suo esperimento, mettendo in secondo piano dignità e diritti, ha spiegato il Cardinale. Invece «proprio l’esperienza della perdita del lavoro» dice che si può affrontare la crisi, «solo se l’io si concepisce in relazione con l’altro». In questo senso il Fondo Famiglia Lavoro coglie al cuore il problema.
Proprio sul grande lavoro di relazioni costruite per rilanciare la seconda fase del fondo si era soffermato prima dell’intervento del Cardinale, mons. Luca Bressan, vicario episcopale per la Carità, la Cultura, la Missione e l’Azione sociale: «Questa seconda fase non è solo una nuova edizione, ma uno sviluppo e potenziamento della precedente, resa possibile grazie alla fitta rete di rapporti tra impresa, credito bancario e società civile, avviata dal mio predecessore monsignor Luigi Testore».
Riqualificazione professionale, auto-imprenditorialità, capacità di fare impresa saranno le linee guida della seconda fase del Fondo Famiglia Lavoro. Un salto di qualità rispetto alla precedente iniziativa, perché ha l’ambizione di aiutare le famiglie non solo a fronteggiare la crisi, ma a trovare il mondo per uscirne, mettendole nelle condizioni di avere un reddito continuo.
Per questa ragione il Fondo Famiglia Lavoro, in questa seconda fase, si avvarrà anche della collaborazione di nuovi soggetti: Compagnia della Opere e Economia di Comunione – Movimento dei Focolari, Confcooperative e Acli, già coinvolta nella prima fase, ma ora con un ruolo più significativo.
«Fino ad oggi noi ci siamo concentrati sulle famiglie – ha spiegato il vicedirettore di Caritas Ambrosiana, Luciano Gualzetti – Ma ora bisogna affrontare più affondo l’altro grande tema: il lavoro. I nuovi soggetti portano la conoscenza del mondo dell’impresa che è il loro valore aggiunto. L’allargamento a questi soggetti e a tutti coloro che vorranno partecipare ci consentirà di dare risposte più efficaci in questo difficile momento».
Erano presenti a rappresentare i nuovi protagonisti della seconda fase del Fondo Famiglia Lavoro: Paolo Petracca (presidente di Acli Milano e Brianza), Guido Bardelli (presidente Compagnia delle Opere Milano), Alberto Cazzulani (presidente Confcooperative Milano), Andrea Penazzi (Economia di Comunione – Movimento dei Focolari). A rappresentare il mondo della formazione esponenti di Fondazione San Carlo, Enaip, Galdus, Fondazione Clerici, Irecoop-Confcooperative.
In tre anni (dal 23 gennaio 2009 al 31 dicembre 2011) il Fondo Famiglia Lavoro (FFL) ha aiutato circa 7 mila famiglie ad affrontare la crisi. Oggi, la sfida è più alta: occorre riattivare i percorsi che portano a riavere un posto di lavoro. Con la seconda fase del Fondo si aiuterà chi ha perso il lavoro a riqualificarsi, ad aprire una piccola attività imprenditoriale e a farla crescere.
Per finanziare questa seconda fase l’Arcivescovo di Milano, il cardinale Angelo Scola ha deciso di destinare alle iniziative del Fondo un milione di euro dell’8 xmille. Queste risorse si aggiungono ad un altro milione di euro, che è il risultato delle offerte dei tanti piccoli donatori che hanno continuato a contribuire nel corso del 2012 nonostante non fossero attive particolari iniziative di raccolta fondi. Questo dice della credibilità che il Fondo Famiglia Lavoro ha guadagnato tra la gente.
E’ necessario però che questa dotazione di base di complessivi 2 milioni di euro sia ulteriormente arricchita.  Per questa ragione è stata lanciata un nuova campagna di raccolta fondi che ha come slogan “Ripartire si può”. E per contribuire direttamente a questa campagna, il Cardinale Scola ha deciso di regalare al Fondo Famiglia Lavoro presepi e oggetti d’arte ricevuti in dono lungo il suo ministero episcopale, in particolare a Venezia. Un’idea regalo preziosa originale e dalla finalità benefica. A curare questa operazione (il cui ricavato sarà devoluto interamente al Fondo) sono i club Rotary della Brianza Nord coordinati da Angelo Novara.
E’ possibile consultare il catalogo dei presepi e degli oggetti d’arte del Cardinale Scola sul sito www.fondofamiglialavoro.it
Per acquistare un oggetto 338.1200880
Maggiori informazioni su www.fondofamiglialavoro.it

Publié dans:Cardinale Angelo Scola |on 29 novembre, 2012 |Pas de commentaires »

L’uomo/donna all’origine – del Card. Angelo Scola

http://www.sanpaolo.org/vita/0907vp/0907vp68.htm

L’uomo/donna all’origine

del cardinale ANGELO SCOLA

La bellezza della Scrittura svela il mistero di Dio e risponde agli interrogativi che emergono dall’esperienza più profonda dell’uomo. Fin dalle prime pagine della Bibbia viene affermato che l’uomo/donna, la differenza sessuale, è connessa all’essere a immagine e somiglianza di Dio.
Il dossier raccoglie alcuni interventi tenuti durante il Festival della comunicazione di Alba (Cn) e il 5° Festival biblico di Vicenza. Si passa così dai mezzi di comunicazione ai contenuti, come l’analisi del card. Scola in apertura.
«Tre cose sono troppo ardue per me, anzi quattro, che non comprendo affatto: la via dell’aquila nel cielo, la via del serpente sulla roccia, la via della nave in alto mare, la via dell’uomo in una giovane donna» (Pr 30,18-19).
Con potenti immagini l’autore del libro dei Proverbi esprime la meraviglia carica di ontologico timore dell’uomo, creatura finita, di fronte all’infinito da cui pure è attratto. La coscienza della propria strutturale sproporzione a comprendere il senso della totalità del reale è certo la cifra della sua piccolezza, ma anche della sua grandezza. L’ampiezza del cielo in cui l’aquila vola indica la possibilità di uno sguardo senza confini. La solidità della roccia fa sì che il serpente possa attraversarla ma non sgretolarla: il male non riesce a conquistare definitivamente la vita. La profondità del mare sostiene il viaggio dell’uomo nella vita. Ma più enigmatica ancora di tale ampiezza, solidità e profondità, è la via dell’uomo in una giovane donna.
I bambini e i ragazzi in generale sono stati i destinatari principali dei due festival.
A Vicenza hanno costruito il più lungo disegno del mondo sulla Bibbia (30 maggio).

L’uomo/donna
L’icastica bellezza di quest’ultima affermazione ci introduce di schianto nel tema. L’uomo/donna è la via attraverso cui ognuno di noi è inoltrato nel mistero della vita. Molto acuto è il commento che ci propone Paul Beauchamp, uno dei più importanti esegeti del nostro tempo: «L’enigma che sorpassa gli altri, secondo i Proverbi, è la « strada dell’uomo attraverso la donna » (Pr 30,18s.), ossia è ciò che fa passare l’uomo attraverso l’immagine di colei che sta al suo inizio e che lo fa uscire da essa quando nasce, il che fa dell’incontro tra i due al tempo stesso un ricominciamento e qualcosa di nuovo» (L’uno e l’altro Testamento, Paideia 1985, Brescia, p. 144).
Beauchamp richiama un tratto costitutivo dell’esperienza elementare di ogni uomo, a cui le Scritture rendono testimonianza, svelandone anche la ragion d’essere: nell’incontro tra l’uomo e la donna accade un ricominciamento e qualcosa di nuovo.
Il nuovo è possibile perché l’incontro amoroso pone inevitabilmente all’uomo la domanda ontologica sulla propria origine. Potremmo dirla così: chi sono io che incontrando te incontro me stesso? Questa novità avviene perché la donna dice l’alterità ultimamente da me inafferrabile, quell’alterità che mi « sposta » (differenza) in continuazione, impedendomi di rimanere rinchiuso in me stesso. Così la donna, ponendosi, mi impone, attraverso il suo volto amante, di ricominciare. Nella sorpresa davanti al volto della donna, misteriosa eppure familiare alterità, è donato all’uomo il proprio volto, cioè la propria irriducibile identità.

A immagine di Dio
Il volto biblico dell’uomo/donna dice ad un tempo identità e alterità.
Come mai? Fin dalle prime pagine della Genesi, la Scrittura risponde a questo interrogativo che emerge dal profondo dell’esperienza di ogni uomo e di ogni donna. E lo fa, anzitutto, con un’affermazione potente e radicale: l’uomo/donna, la differenza sessuale, è connessa all’essere a immagine e somiglianza di Dio: «Dio disse: « Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza: domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutti gli animali selvatici e su tutti i rettili che strisciano sulla terra ». E Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e Dio disse loro: « Siate fecondi e moltiplicatevi »» (Gen 1,26-28). A proposito di questo passo un detto del Talmud giunge ad affermare: «Chi non ha una moglie non è uomo».
Insiste poi lo straordinario racconto della creazione della donna: «E il Signore Dio disse: « Non è bene che l’uomo sia solo: voglio fargli un aiuto che gli corrisponda ». [...] Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e richiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio formò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo. Allora l’uomo disse: « Questa volta è osso delle mie ossa, carne della mia carne. La si chiamerà donna, perché dall’uomo è stata tolta ». Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica carne. Ora tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, e non provavano vergogna» (Gen 2,18-25).
Il racconto della creazione della donna descrive bene l’irriducibile differenza dell’uomo maschio, pur nella sua essenziale identità con la donna. Eva è cavata dal corpo di Adamo per essere differente, anche se ha in comune con lui l’essenza personale. Dio non consulta previamente l’uomo. Plasma Eva con la costola di Adamo e gliela pone di fronte, come un interlocutore che egli non si può dare, né può tanto meno dominare, come invece può fare con tutti gli altri esseri viventi (imporre il nome, nel linguaggio biblico, significa stabilire la propria signoria). Si capisce perché per il libro della Genesi a un certo punto della vita l’uomo lascia i genitori e si unisce a sua moglie per formare con lei una carne sola. Perché lei è carne tolta dalla sua carne.

La differenza sessuale
Proviamo a raffigurarci – molti artisti lo hanno fatto – lo sguardo di Adamo che vede per la prima volta Eva vicino a sé… Fin dal principio la donna è posta davanti all’uomo (e viceversa) come un dono. Una presenza inimmaginabile, del tutto irriproducibile, eppure profondamente corrispondente a sé. L’uomo e la donna sono identicamente persone, ma sessualmente differenti. Tale differenza pervade tutto l’essere umano, fin nell’ultima sua particella: il corpo dell’uomo, infatti, è in ogni sua cellula maschile, come quello della donna è femminile.
La differenza sessuale svela che l’alterità è una dimensione interna alla persona stessa, che ne segna la strutturale insufficienza, aprendola in tal modo al « fuori di sé ». E così l’altro è per me tanto inaccessibile (mi resta sempre altro) quanto necessario. L’uomo/donna rappresenta uno dei luoghi originari in cui ognuno di noi fa l’esperienza della propria dipendenza e della conseguente capacità di relazione. Come, con impareggiabile intensità, recita il Cantico dei Cantici: «Tu mi hai rapito il cuore, sorella mia, mia sposa, tu mi hai rapito il cuore con un solo tuo sguardo, con una perla sola della tua collana!» (4,9).
Il disegno originario di Dio nel crearci sempre e solo come maschi o come femmine (Mulieris dignitatem 1) vuol educarci a capire il peso dell’io e il peso dell’altro. La differenza sessuale si rivela così come una grande scuola. Si tratta d’imparare l’io attraverso l’altro e l’altro attraverso l’io.
Il bisogno/desiderio dell’altro che, a partire dall’uomo/donna, come uomo e come donna, ogni persona sperimenta non è pertanto il marchio di un handicap, di una mancanza, ma piuttosto l’eco di quella grande avventura di pienezza che vive in Dio Uno e Trino, perché siamo stati creati a sua immagine.
E in questo modo la via dell’uomo in una giovane donna, la via della differenza sessuale, dell’amore per sempre, dell’apertura alla vita appare come via privilegiata di accesso a Dio, come una strada a tutti possibile per intuire che all’origine della nostra esistenza c’è un Mistero buono che ci chiama a sé.
La Scrittura insiste sulla possibilità dell’uomo di risalire dalla contemplazione del creato all’affermazione del Creatore: «Se affascinati dalla loro bellezza, li hanno presi per dèi, pensino quanto è superiore il loro sovrano, perché li ha creati colui che è principio e autore della bellezza» (Sap 13,3). Sul volto pieno di attrattiva della donna risplende il Volto di colui che l’ha creata e condotta verso l’uomo. Per ogni uomo e per ogni donna l’esperienza dell’amore è via di accesso al riconoscimento di Dio.
Scrive ancora Beauchamp: «Ecco perché il Cantico dei Cantici, o Canto dei Canti, è un poema sapienziale. Si offende l’amore dei due fidanzati che vi dialogano se si crede che, per dare a questo poema un senso spirituale, occorra trovargli un altro tema. Inversamente, è troppo spiccio anzi sciocco pretendere che il Cantico non significhi niente altro. Che gli rimarrebbe di enigmatico se la mente non fosse sollecitata dal fatto che l’uomo vi chiama felicità la novità dell’origine, trovata sulle tracce del suo inizio? Per tale ragione, l’esperienza della Sapienza è legata a quella della differenza dei sessi. Là dove l’uomo ritrova come la propria sorgente e da cui esce un altro uomo, là è il luogo di elezione della Sapienza» (op. cit., pp. 144-145).

La tentazione dell’idolatria
Proprio per questa sua necessaria ma enigmatica profondità l’esperienza dell’amore non è esente dalla più grande tentazione che minaccia l’uomo: quella dell’idolatria. L’ingiunzione di Dio al suo popolo nel deserto – «Non avrai altri dèi di fronte a me. Non ti farai idolo né immagine alcuna di quanto è lassù nel cielo, né di quanto è quaggiù sulla terra, né di quanto è nelle acque sotto la terra» (Es 20,3-4) – è rivolta ad ogni uomo e ad ogni donna perché non si arresti al volto dell’amato/a, ma in esso renda gloria a colui che gli ha donato un/a compagno/a di cammino.
Siamo tutti ben consapevoli di cosa succede quando nell’esperienza dell’amore si confonde l’altro con Dio. Quando cioè ci si aspetta – addirittura si pretende – dall’altro tutto, cioè il compimento della propria vita. Delusione e scetticismo fino alla violenza prendono il posto prima occupato dallo stupore e dalla gratitudine. Con potente lucidità lo descrive il libro del Siracide: «Speranze vane e fallaci sono quelle dello stolto, e i sogni danno le ali a chi è privo di senno. Come uno che afferra le ombre e insegue il vento, così è per chi si appoggia sui sogni. Una cosa di fronte all’altra: tale è la visione dei sogni, di fronte a un volto l’immagine di un volto» (34,1-3).
Negata la natura di segno del volto dell’amata, la consistenza di tale volto sfuma e non resta altro che la sua pallida immagine. Ma un’immagine non basta a soddisfare la nostra sete profonda. Il desiderio si spegne nella malinconia o facilmente si dissolve sulla superficie di uno specchio che non ci rimanda altro che il nostro volto. Abbiamo bisogno di una presenza che ci insegni ad amare, a imparare la strada dell’altro/altra quale cammino concreto e possibile verso l’Altro alla cui immagine e somiglianza siamo stati creati. Ma a questo bisogno non possiamo rispondere con le nostre forze. Dio stesso ha voluto mostrarci la via, o meglio ha mandato suo Figlio tra noi come via alla verità e alla vita.

La parola e i gesti di Gesù
Numerose sono le occasioni in cui i vangeli ci presentano Gesù Cristo, il nuovo Adamo, che incontra e si coinvolge con donne di diversa età e condizione sociale, svelandoci in tal modo il volto pieno dell’uomo/donna. E sempre lo sguardo che egli, in netta antitesi con i costumi del suo tempo, porta alla figura femminile è uno sguardo integrale che ne afferma l’assoluta dignità e la singolare vocazione.
Il più delle volte questo suscita stupore, sorpresa al limite dello scandalo. E non solo tra i farisei (cf Lc 7,37-47), ma anche tra i suoi discepoli: «Si meravigliavano che parlasse con una donna» (Gv 4,27). Nell’incalzante e decisivo dialogo che Gesù intrattiene con lei (cf Gv 4,5-30) la Samaritana è un interlocutore reale anche dei più profondi misteri di Dio, comprese quelle questioni circa il culto cui la donna, nell’Antico Testamento, non è abilitata.
Il dono di sé, fattore costitutivo del mistero nuziale, connota i tanti decisivi incontri di Gesù con le figure femminili: da quello con la peccatrice, che non cessava di bagnare i piedi di Gesù con le sue lacrime «poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di profumo» (Lc 7,38) e per questo Gesù dice «le sono perdonati i suoi peccati perché ha molto amato» (Lc 7,47); a quello con l’adultera cui il Signore dona il perdono che responsabilizza: «Neanch’io ti condanno, va’ in pace e d’ora in poi non peccare più» (Gv 8,11); a quello con la vedova di Nain cui riserva un’indimenticabile espressione di affettuosa pietà: «Donna, non piangere!» (Lc 7,13); a quello con la Cananea per la cui fede ha parole di grande apprezzamento (Mt 15,21-28).
«[L’uomo e la donna]», scrive Giovanni Paolo II nella Mulieris dignitatem, «furono reciprocamente affidati l’uno all’altra come persone fatte a immagine e somiglianza di Dio stesso. In tale affidamento è la misura dell’amore» (14). Di tale affidamento, di tale compagnia amorevole nella suprema prova della morte, ci dà, ancora una volta, splendida testimonianza un memorabile passaggio del vangelo di Giovanni: «Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: « Donna, ecco tuo figlio! ». Poi disse al discepolo: « Ecco tua madre! »» (Gv 19,26-27).
Per questo la Lettera agli Efesini svela il volto biblico dell’uomo/donna inserendo il matrimonio nel « luogo » deputato all’esperienza compiuta del bell’amore: il rapporto nuziale tra Cristo e la Chiesa. «Questo mistero è grande: io lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa! Così anche voi: ciascuno da parte sua ami la propria moglie come sé stesso, e la moglie sia rispettosa verso il marito» (5,32-33).

cardinale Angelo Scola
patriarca di Venezia

arcivescovo di Vicenza

Publié dans:Cardinale Angelo Scola |on 16 octobre, 2012 |Pas de commentaires »

« IL PADRE SEMPRE CI PRECEDE » (Omelia del Cardinale Angelo Scola)

http://www.zenit.org/article-32900?l=italian

« IL PADRE SEMPRE CI PRECEDE »

Omelia del cardinale Scola per l’ordinazione di 29 nuovi diaconi

ROMA, lunedì, 1 ottobre 2012 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito l’omelia tenuta sabato 29 settembre dal cardinale arcivescovo di Milano, Angelo Scola, nella Messa di ordinazione di 29 nuovi diaconi, di cui 19 sono della diocesi di Milano e studenti di Teologia presso il Seminario di Venegono.
***
1. «O Dio, che chiami gli angeli e gli uomini a cooperare al tuo disegno di salvezza» (All’inizio dell’Assemblea liturgica). Le parole iniziali della preghiera dell’odierna Festa dei Santi Arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele, ci introducono immediatamente alla verità del gesto sacramentale dell’Ordinazione diaconale.
Esso viene definito, innanzitutto, dal dato, elementare ma a volte dimenticato o disatteso, che è Dio a chiamare. Nessuno di noi – neppure gli stessi Arcangeli – potrebbe pensare di adempiere qualsiasi missione o ministero, se non fosse perché il Padre ci ha preceduti, ci ha chiamati e ci manda attraverso lo Spirito del Risorto vivente nella Sua Sposa, la Chiesa. IlPadresempre ci precede: non solo perché è alla nostra origine, ma ci precede in ogni istante della nostra esistenza (cfr Epistola, Col 1-13-20).
Carissimi, la voce dell’Arcivescovo che chiamerà ciascuno di voi personalmente, farà da eco, ecclesiale e storica, a questa chiamata del Padre. Questa sola è la fonte di certezza per la vostra vocazione: sei scelto, un Altro ti chiama, si prende cura del tuo cammino e del tuo ministero.
A che cosa, insieme agli angeli, siamo chiamati? Risponde la liturgia: «A cooperare al tuo disegno di salvezza». Cerchiamo di cogliere insieme la profondità di quest’affermazione della liturgia.
2. Col termine “cooperare” ci viene indicato il nucleo stesso del ministero. Esso scaturisce permanentemente dal rapporto che Cristo ha voluto istituire con ciascuno di voi carissimi ordinandi. Egli vi chiama a “co-operare”, non semplicemente ad operare. Il Signore, quindi, Vi invita a stare, vivere ed agire con Lui. È questo “con Lui” a definire la vostra persona ed il vostro ministero. Fino al punto che dobbiamo, per grazia, giungere a dire, con san Paolo, «io, ma non più io» (cfr Gal 2,20).
Il Santo Vangelo che abbiamo ascoltato illumina la natura, ragionevole e libera, della vostra cooperazione diaconale al disegno del Padre. Il doppio annuncio di Gabriele a Zaccaria e alla Vergine ci indica come il Padre non cerchi, per così dire, dei “meri esecutori” della Sua volontà, quasi che Gli bastassero dei delegati o addirittura dei burattini. Egli, attraverso l’angelo, entra in dialogo con gli uomini e chiede loro libero assenso ed adesione. L’Angelo stesso sollecita il libero scambio con una solida proposta: «Non temere» (Vangelo, Lc 1,13.30). Quanto verrà domandato dal Signore è già stato anticipatamente da Lui garantito. Aderisci allora! Cooperare con il Signore fa, quindi, emergere il senso della vita come vocazione: la Vergine «si domandava che senso avesse un saluto come questo» (Vangelo, Lc 1,29). La natura della missione affidata deve sempre mantenere un carattere verginale. Cosa significa? Non deve dominare il compito affidato. È questa invece la pretesa di Zaccaria che l’Angelo sanziona: «Tu sarai muto e non potrai parlare fino al giorno in cui queste cose avverranno, perché non hai creduto alle mie parole, che si compiranno a loro tempo» (Vangelo, Lc 1,20).
Siamo solo cooperatori del «tuo disegno di salvezza», perché solo Tu, Signore, puoi salvare gli uomini. Per questo siamo chiamati “ministri”: perché presi a servizio dell’opera di salvezza di un Altro.
Nella storia, questo disegno di salvezza ha un nome proprio: Gesù Cristo, la misericordia del Padre, «per mezzo del quale abbiamo la redenzione, il perdono dei peccati» (Epistola, Col 1,14). Gesù, il Crocifisso Risorto, «è prima di tutte le cose e tute in lui consistono» (Epistola, Col 1,17). Ed «Egli è anche il capo del corpo, della Chiesa» (Epistola, Col 1,18). Questo corpo è la Chiesa, il popolo cristiano, nella concretezza del suo camminare lungo le strade di questo mondo. Condividendo «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi» (GS 1) voi, carissimi candidati, per opera dello Spirito Santo incontrerete l’abbraccio di Gesù misericordia del Padre.
3. Voi, diaconi permanenti, dovrete andare e riandare con l’aiuto dei superiori a quanto ebbe a dire il Servo di Dio Paolo VI col Motu proprio “Sacrum Diaconatus” 18 giugno 1967) che impartì le norme per il ristabilimento del diaconato permanente nella Chiesa latina. Di questo servizio particolare godela nostra Chiesa ambrosiana da ben venticinque anni: oggi è anche l’occasione per ringraziare il Signore per questo dono.
La mia gratitudine va anche alle vostre mogli ed ai vostri figli che con libera decisione accompagnano questa vostra impegnativa scelta.
4. Cari candidati al presbiterato che oggi sarete ordinati diaconi, l’elezione che oggi la Chiesa fa delle vostre persone domanda alla vostra libertà un’altra imprescindibile condizione. «Custodire per sempre l’impegno a vivere nel celibato» (Impegni degli eletti). In questo per sempre si trova il sigillo dell’amore vero. Questo dono che il Signore elargisce a ciascuno di voi, e che da voi domanda pieno e libero assenso è, forse ai giorni nostri più che in passato, testimonianza luminosa dell’amore di Dio e della Sua potenza di compiere il desiderio del cuore dell’uomo. «Non temere»: le parole dell’angelo sono le parole che la Chiesa vi rivolge oggi. E la Chiesa sa di cosa parla: sul volto di molti uomini e donne in tutto il mondo e lungo la storia, si può contemplare la verità e la bellezza dell’amore verginale che lo stesso Gesù volle vivere in prima persona.
5. Al cuore del vostro servizio diaconale sta il richiamo del Salmo responsoriale: «Annuncerò il tuo Nome ai miei fratelli» (Sal 21). Così abbiamo cantato. Benedetto XVI descrive il contenuto di questo annuncio in termine di testimonianza. Dice il Papa: «La prima e fondamentale missione che ci viene dai santi Misteri che celebriamo è di rendere testimonianza con la nostra vita. Lo stupore per il dono che Dio ci ha fatto in Cristo imprime alla nostra esistenza un dinamismo nuovo impegnandoci ad essere testimoni del suo amore. Diveniamo testimoni quando, attraverso le nostre azioni, parole e modo di essere, un Altro appare e si comunica. Si può dire che la testimonianza è il mezzo con cui la verità dell’amore di Dio raggiunge l’uomo nella storia, invitandolo ad accogliere liberamente questa novità radicale. Nella testimonianza Dio si espone, per così dire, al rischio della libertà dell’uomo» (Sacramentum caritatis n. 85).
6. Carissimi voi tutti figli della Chiesa ambrosiana, qui presenti o che ci seguite da casa, in questo Anno della fede la cui porta si apre ormai davanti a noi sosteniamoci vicendevolmente nella scoperta del Dio vicino. Preghiamo per tutta la Chiesa, per il Papa e i Vescovi in comunione con lui, per tutti i sacerdoti ed i diaconi, per i consacrati, per tutti i fedeli laici. Preghiamo, con rinnovato fervore, il Padrone della messe perché non manchino operai al servizio del popolo di Dio. E insieme aiutiamoci a seguire il Signore che ci chiama a cooperare al Suo disegno di salvezza per il bene dei nostri fratelli uomini.
Ciò domanda l’umiltà della necessaria supplica «Credo, aiuta la mia incredulità» (Mc 9, 24). Potremo così far nostro l’invito dell’Arcangelo Raffaele: «Benedite Dio e proclamate davanti a tutti i viventi il bene che vi ha fatto, perché sia benedetto e celebrato il suo nome» (Tb 12,6).
La Vergine, cui ci affidiamo abbandonati come bimbi, irrobustisca il “sì” di questi nostri fratelli diaconi. Amen.

GESÙ MUORE IN CROCE – Catechesi del Card. Angelo Scola in Duomo

http://www.zenit.org/article-30004?l=italian

GESÙ MUORE IN CROCE

Monizione e Catechesi del cardinale Scola nell’ambito della Via Crucis con l’Arcivescovo

ROMA, mercoledì, 21 marzo 2012 (ZENIT.org).- Riportiamo di seguito la Monizione e la Catechesi che il cardinale Angelo Scola, arcivescovo di Milano, ha svolto nel Duomo del capoluogo lombardo, martedì 20 marzo.
La catechesi è a complemento della Via Crucis con l’Arcivescovo “Per le sue piaghe noi siamo stati guariti (Is 53,5) Fine o inizio? (Stazioni XII-XIV)”.
Monizione iniziale
Gesù, un corpo teso nell’ultimo spasimo della morte, le braccia aperte nel gesto dell’implorazione, il volto non reclinato ma proteso verso il Padre. In un movimento verso l’alto, quasi a spiccare il volo dell’ultima consegna. Il cielo, intorno a Lui, si apre alla luce.
Abbandono, estremo dono di Sé.
La Maddalena, un corpo chiuso su di sé, con le mani sugli occhi, come una bambina spaventata, per non vedere lo strazio dell’Amato. Il cielo, sopra di lei, è ancora greve di tenebre. Abbandono, estrema desolazione.
Nella Maddalena tutta la tragedia della fine. In Gesù crocifisso tutta la speranza certa dell’inizio.
Lo abbiamo seguito fino a qui, come Maria Maddalena con il cuore piagato dal dolore per i nostri peccati e dall’amore.
Vogliamo seguirLo fino alla fine, «portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo» (2Cor 4,10).
Catechesi
Meditiamo insieme le ore del compimento, le ore del santo silenzio nelle quali risuona il Verbo con tutta la sua forza eterna di salvezza.
XII. Gesù muore in croce
«Gesù disse: “è compiuto!”. E, chinato il capo, consegnò lo spirito» (Gv 19,30). “Immobile è tutto, – scrive Rebora – un istante che è eterno … solo si muove l’inesausto amor del Signore”.
«Tenebrae factae sunt super universam terram» ha cantato il coro. Gesù è trafitto dall’orrore di queste tenebre, di questa notte oscura. Al nostro posto Egli patisce fino in fondo la nostra intima lontananza da Dio. Tanto più dolorosamente perché non ha alcuna colpa. A Lui, infatti, tale lontananza non era affatto familiare (come purtroppo invece lo è spesso per noi): essa era anzi quanto di più estraneo potesse capitargli.
Solo il Figlio fattosi uomo sa chi è il Padre e che cosa possa significare perderlo per sempre. Ma l’amore di Dio è così ricco che può assumere anche questa forma di oscurità. Ed assumerla per amore del nostro oscuro mondo.
«Emisit spiritum – consegnò lo spirito» (Gv 19,30). Giovanni parla della morte di Cristo in questi termini perché la legge come estremo e supremo dono di sé. L’opera dell’Uomo-Dio che si compie sulla croce è solo purissimo amore da parte del Figlio come da parte del Padre e dello Spirito, e perciò è anche un’opera della più pura libertà (perfino nella morte Gesù è il Signore).
Amici, contemplando il Crocifisso «obbediente fino alla morte e alla morte di croce» impariamo il significato del sacrificio. Non una condanna da subire, ma la condizione dell’amore vero, che va fino in fondo. Perché, come ci ha suggerito la Preghiera iniziale, solo passando «dal Cuore di Cristo trafitto sulla croce» noi possiamo «attingere la sublime conoscenza del Suo amore».
Prendiamo coscienza di quanto questa logica dell’inesausto amore del Signore potrebbe cambiare il nostro sguardo sui nostri affetti feriti, sui nostri cari ammalati, soprattutto, su quelli che si trovano in stato terminale!
XIII. Gesù è deposto dalla croce
È il silenzio totale del Sabato Santo. Il momento della massima distanza. «E nell’abisso precipitò lo Spirito con tutto/ il peso del suo sfinimento/ … rapido si calò/, sparve e si perse nel ripido di più selvagge voragini./ D’un tratto (più alto, più alto) [come dalla guglia più alta del nostro Duomo] sopra il centro/ dei loro urli schiumanti, sulla lunga torre/ del suo soffrire si sporse: senza fiato,/ in piedi, senza balaustrata, proprietario dei dolori» (Rilke).
Gesù è «il Signore dei vivi e dei morti» (Rm 14,9). Per questo il genio poetico di Rilke, contemplando il mistero del Sabato Santo, lo chiama “proprietario dei dolori”: Colui al quale appartiene ogni sofferenza e dolore degli uomini, perché lì ha acquisiti a prezzo del Suo amore.
Il mistero del silenzio sepolcrale del Sabato Santo dice l’universale solidarietà del Crocifisso: non c’è spazio né tempo che non siano attraversati e redenti dal Signore. Non c’è persona che resti esclusa. Di più. In Cristo Crocifisso l’uomo è posto nella condizione di comprendere che la gratuità è la legge di ogni rapporto.
Come ci insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica, «“la Buona Novella è stata annunciata anche ai morti…” (1Pt 4,6). La discesa agli inferi è il pieno compimento dell’annunzio evangelico della salvezza. È la fase ultima della missione messianica di Gesù,… dell’opera redentrice [rivolta] a tutti gli uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi, perché tutti coloro i quali sono salvati sono stati resi partecipi della redenzione» (CCC 634).
In tutte le umane relazioni, da quelle più intime e costitutive, – tra lo sposo e la sposa tra genitori e figli – a quelle tra amici, tra compagni di lavoro, fino a quelle domandate dalla ricerca del bene comune e dall’edificazione della civiltà della verità e dell’amore… il sacrificio non annulla il possesso. Anzi è la condizione che lo potenzia. «L’amore umano autentico è donazione di sé, non può esistere se vuole sottrarsi alla croce» (Benedetto XVI, 6 giugno 2005).
XIV. Gesù è posto nel sepolcro
«Essi presero il corpo di Gesù e lo avvolsero con teli, insieme ad aromi» (Gv 19,40). E nel versetto precedente Giovanni aveva parlato di una gran quantità – «circa trenta chili» – «di una mistura di mirra ed aloe» (Gv 19,39). Commenta il Santo Padre nel secondo volume su Gesù di Nazaret: «La quantità degli aromi è straordinaria e supera di gran lunga ogni misura comune: è una sepoltura regale. Se nel sorteggio delle vesti abbiamo intravvisto Gesù come sommo sacerdote, ora il genere della sua sepoltura lo manifesta come re: nei momenti in cui tutto sembra finito emerge tuttavia in modo misterioso la sua gloria» (Benedetto XVI, Gesù di Nazaret 2, 254).
Emerge il nesso, inscindibile nel cristianesimo, tra croce e resurrezione: «Il dolore annienta le parole/ il Tuo Corpo santo/ in bianchi teli avvolto/ nel sepolcro giace/ la vita è spenta./ … Ma già il seme sta germogliando/ quasi presagio di vita nuova» (Canto del Coro di C. Burgio).
Chi oggi non riconosce la grandezza del Crocifisso? Ciò che fa problema è riconoscere il Risorto e vivo qui ed ora. Eppure è solo la Sua dolce presenza, vivente in mezzo a noi, che ci ha convocato qui a pregare insieme: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20).
La presenza del Risorto, contemporanea alla libertà di ogni uomo di ogni tempo, può essere colta dalla novità di vita che essa genera nei cristiani.
Dal fianco aperto del Signore «uscì sangue e acqua» (Gv 19,34): «La Chiesa – dice il Catechismo – è nata principalmente dal dono totale di Cristo per la nostra salvezza, anticipato nell’istituzione dell’Eucaristia e realizzato sulla croce» (CCC 766). Gesù, che ogni giorno e in tutti i luoghi, si offre a noi nell’Eucaristia come cibo per il cammino, modella le nostre esistenze secondo la “forma” della Sua esistenza: una vita «grata», «donata», «salvata per salvare», «memore», «protesa verso Cristo», «alla scuola di Maria» – la «buona agnella» (Melitone di Sardi) – come ebbe a dire il Beato Giovanni Paolo II nella memorabile Lettera ai Sacerdoti del 2005. La vita dei seguaci di Cristo possiede una “forma eucaristica”.
«Sine dominico non possumus», soprattutto senza la celebrazione eucaristica non possiamo vivere, dissero i martiri di Abitene di fronte al divieto dell’imperatore Diocleziano a celebrare la Messa. Possiamo ripeterlo con sempre maggior consapevolezza anche noi! Riprenderemo in questo tempo santo che ci prepara alla Pasqua la bella tradizione di partecipare alla Santa Messa quotidiana. L’Eucaristia è, infatti, il gesto di preghiera per eccellenza, scuola di preghiera e di vita, paradigma dell’esistenza cristiana. È germoglio di Risurrezione.
O Gesù, che per amore dell’uomo Ti sei fatto obbediente fino alla morte e alla morte di croce;
liberaci dalla paura del sacrificio e della morte.
Tu che, nella Santa Eucaristia, ci attiri nello spazio della Tua donazione,
fa’ che tutta la nostra vita testimoni la profonda con-venienza del seguirTi.
Concedici o Signore di riconoscerTi, come i discepoli di Emmaus, risorto e vivo,
gustando la Tua compagnia ed annunciandola instancabilmente,
con l’entusiasmo e l’audacia dei primi, a tutti i nostri fratelli uomini.

Publié dans:Cardinale Angelo Scola |on 22 mars, 2012 |Pas de commentaires »
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