Archive pour la catégorie 'canto e musica'

CANTO GREGORIANO: I PENSIERI SEGRETI DI JOSEPH RATZINGER – di Sandro Magister

http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/88063

CANTO GREGORIANO: I PENSIERI SEGRETI DI JOSEPH RATZINGER

Sono ben spiegati da un grande esperto di musica liturgica: Giacomo Baroffio. Col gioco di un immaginario discorso scritto dall’attuale papa e di una richiesta di perdono rimasta nel cassetto del predecessore

di Sandro Magister

ROMA, 9 ottobre 2006 – Poniamo che il documento che segue sia il discorso che Benedetto XVI ha preparato in vista della prossima festa di santa Cecilia, patrona della musica, che cade ogni anno il 22 novembre.
A scovarlo e a trasmetterlo come tale a www.chiesa è stato il professor Giacomo Baroffio, uno dei maggiori specialisti al mondo di canto gregoriano e di musica liturgica.
Assieme a questo testo, Baroffio ci ha trasmesso anche un altro inedito: la richiesta di perdono che Giovanni Paolo II avrebbe scritto per la festa di santa Cecilia del 2003, ma che poi avrebbe rinunciato a pronunciare.
Al posto di quel discorso penitenziale, il 22 novembre di quell’anno papa Karol Wojtyla firmò invece – per davvero – un chirografo sulla musica sacra che Baroffio giudica molto deludente: “una commemorazione accademica che si trascina stanca da una citazione all’altra di documenti magisteriali”.
Più sotto, in questa pagina, sono riprodotti alcuni passaggi di quella richiesta di perdono di Giovanni Paolo II che non ha mai visto la luce.
Ma anche il discorso di Benedetto XVI qui dato in anteprima non sarà mai pronunciato.
Perchè quello escogitato dal professor Baroffio è un gioco.
Un gioco però molto serio.
Il pensiero di papa Joseph Ratzinger sulla musica liturgica è noto: l’ha spiegato negli anni in articoli, libri e discorsi.
Sono noti anche i bisogni, le attese e le difficoltà della Chiesa in questo campo.
L’immaginario nuovo discorso attribuito a Benedetto XVI è la logica somma di questi due dati.
Discorso non vero, dunque, ma verosimile. Ideato come gioco, ma espressivo di un sogno che con questo papa può divenire realtà.

Eccolo:
”Non lascerò deluse le vostre aspettative…”
di “Benedetto XVI, 22 novembre 2006”

Diletti fratelli nell’episcopato! Cari musicisti di Chiesa! Ho l’immensa gioia di accogliere da ogni parte d’Europa una folta rappresentanza dei musicisti impegnati nel servizio liturgico. Saluto tutti voi che siete venuti qui a nome personale o quali testimoni qualificati di numerose associazioni e gruppi. Per tutti permettetemi di porgere un cordialissimo benvenuto ai giovanissimi artisti bavaresi, i “Domspatzen” che hanno arricchito di decoro le celebrazioni che ho presieduto nel duomo di Ratisbona, e alla presidenza della “Consociatio Internationalis Musicæ Sacræ” con cui ho collaborato più volte.
Conoscete tutti la mia passione per la musica e molti di voi conoscono forse le pagine dove ho fissato le riflessioni sulla liturgia e sulla musica durante la mia missione di docente universitario e il mio ministero di pastore a Monaco e a Roma. Da parte mia ho letto con interesse, talora con non celato stupore e fremito, alcune pagine che esprimevano vari giudizi, desideri e timori quando sono stato chiamato a succedere al beneamato pontefice e mio predecessore Giovanni Paolo II. Vescovo oggi di Roma, proprio perché sento una particolare propensione per la musica, permettetemi di rivolgermi a voi con familiarità e semplicità, direi quasi con la confidenza che abbatte diffidenze e timori tra amici.
È mio fermo convincimento che nella Chiesa cattolica l’impegno musicale sia scarso. Ciò dipende certamente da aspetti musicali quale, ad esempio, può essere qui in Italia, l’analfabetismo diffuso al quale sono condannati i giovani che non trovano nell’istituzione scolastica un adeguato aiuto formativo. Il problema, a mio modesto avviso, è tuttavia ben più grave e trascende il campo della musica; riguarda tutto il nostro continente e il mondo intero.
Dove non c’è profondo interesse per la musica sacra è perché prima ancora non c’è attenzione alla liturgia. Una perversa infiltrazione mondana ha stravolto l’ordine delle cose e ha favorito il sorgere e il diffondersi di un nefasto convincimento: la liturgia sarebbe una serie di operazioni culturali fatte dall’uomo secondo i propri gusti individuali, come piace, quando piace, se piace. Si è perso il senso mistico di ciò che nella Chiesa e per la vita della Chiesa è stato – ed è ancora – l’”Opus Dei”: l’opera che noi realizziamo nei confronti di Dio elevando a Lui la nostra preghiera, ma prima ancora – ed è la cosa più importante, l’essenziale – è quanto lo Spirito di Dio realizza nel nostro cuore e porta a compimento quando nella sua totalità della nostra persona siamo trasfigurati e resi capaci di rivolgerci a Dio con il dolce appellativo di “abbà”, babbo.
La liturgia non è un momento che si possa relativizzare nel cammino di fede, che si possa fare od omettere a piacimento, e neppure può essere manipolata e stravolta nell’affannosa ricerca di trovare adesione e plauso. La liturgia è un momento privilegiato e unico nella storia della salvezza: vede come protagonista Cristo Signore che ci chiama alla sua sequela attraverso il nascondimento di Nazareth e la vita pubblica negli impegni sociali, nel diffondere la buona novella delle Beatitudini e nello stupore silenzioso dell’adorazione. La liturgia è prima di tutto fare memoria della passione morte risurrezione del Signore che ha aperto il suo cuore confidando i segreti più intimi attraverso le parole del Vangelo.
Per questi motivi, cari amici, la vostra formazione di musicisti di Chiesa non può limitarsi alle esercitazioni corali, allo studio dello strumento e all’approfondimento delle tecniche compositive. Anche nel vostro itinerario formativo c’è una priorità: una rigorosa e insieme appassionata presa di contatto con la Parola di Dio. Questo impegno trova un suo sostegno nello studio della vita della Chiesa e del divenire storico dei riti liturgici, del loro significato teologico e spirituale. Queste conoscenze non devono certo limitarsi alla sfera di uno sterile nozionismo, ma sono l’inizio di un cammino verso la maturazione interiore che introduce alla sapienza spirituale, al gusto delle cose di Dio, a percepire la realtà e il valore della liturgia nella vita quotidiana.
Penserete allora: tra poco il papa ci dirà che dobbiamo cantare solo il canto gregoriano. D’istinto lo direi, e con grande commozione. Ma mi trattengono due considerazioni: la prima, tragica – conosco il peso di questa parola! – è che pochissime comunità sarebbero oggi in grado di svolgere un programma musicale impegnativo in modo dignitoso. Non lasciatevi ingannare dalle apparenze: il canto gregoriano, quello che noi oggi cantiamo a una sola voce, è quanto di più difficile ci sia da interpretare in modo creativo. Penso, tra l’altro, alla linea semplice della salmodia: la sua esecuzione limpida richiede una tensione spirituale e una correttezza verbale che si acquisiscono solo in un diuturno impegno sul fronte della preghiera personale e del canto comunitario.
La seconda considerazione: il canto gregoriano costituisce un’esperienza fondamentale e ancora attuale nella vita della Chiesa come, in misura diversa, può dirsi anche della polifonia sacra. Ma la vitalità della Chiesa, che pure si manifesta nell’attualizzare oggi l’esperienza orante del passato (non perché è del passato, ma perché i nostri padri hanno raggiunto un valore di perenne attualità), esige una sapiente composizione sinfonica tra “nova et vetera”, tra conservare et innovare.
Alcuni di voi resteranno delusi, ma occorre fare delle scelte oculate e prudenti in questo momento particolarmente critico nella vita della comunità cristiana. Essa è smarrita, confusa, ha perso o non trova precisi punti di riferimento. Non ritengo opportuno dire che questo o quello è vietato. Penso che le catechesi del magistero ecclesiale e le norme del diritto canonico siano già sufficientemente esplicite e chiare. Sono convinto che la cosa più urgente da fare sia il ricupero dell’identità cristiana attraverso un rinnovato impegno spirituale.
Musicisti di Chiesa, prima di cantare, suonare e comporre qualche brano che serva alla glorificazione di Dio e alla santificazione della vostre assemblee, pregate, meditate sulla Parola e sui testi della sacra liturgia. Pregate. Ritagliatevi spazi di silenzio per l’adorazione, inginocchiatevi davanti all’Eucaristia, regalatevi ore di adorazione attonita. Il rinnovamento della musica sacra esige una profonda pietà che sboccia dall’ascolto della Parola e dalla preghiera che da essa deriva. Gettiamo le fondamenta per un rinnovato edificio ecclesiale che si distingua per bellezza e armonia, luminosità e trasparenza.
Affinché questo cammino trovi un impulso concreto e fattivo, vorrei rivolgere un pressante invito a voi, miei diletti fratelli nell’episcopato. Curate la formazione del clero! Aiutate i seminaristi a divenire ministri della Parola e non freddi burocrati e meri organizzatori. Sia incoraggiato ciascuno a trovare il tempo dell’”otium” necessario a coltivare le letture che non servono direttamente a passare gli esami scolastici, ma che sono necessarie alla formazione integrale della persona: letture di testi poetici, letture e ascolto della musica, letture delle opere delle arti pittoriche e scultoree, letture delle architetture che danno il senso degli spazi interiori protesi non verso l’alto, bensì verso l’Altissimo.
Nei seminari sia coltivata la musica quale scoperta ed esperienza vissuta di inedite e sconfinate vibrazioni interiori. Sia cantato ogni giorno in modo dignitoso qualche brano del patrimonio gregoriano anche nell’intento di fornire ai nuovi pastori d’anime il senso del canto liturgico. Essi acquisteranno così un solido criterio di valutazione per accogliere in futuro nuove composizioni, differenti sì nel linguaggio, ma simili nel significato spirituale.
Non vi trattengo oltre, cari amici, ma vi assicuro che siete presenti al mio cuore. Non lascerò deluse le vostre aspettative per un rinnovamento della musica sacra. Spero di potervi donare tra non molti mesi un documento ufficiale, forse un’enciclica o forse un “motu proprio”. Penso a un testo che affronti in modo positivo e sistematico le questioni della musica sacra, una “magna charta” che delinei l’universo liturgico e la sua musica, fornisca spunti di riflessione teologico-spirituali e chiare linee operative.
Cari musicisti di Chiesa! Spero di ritrovarvi presto pervasi di quella sensibilità che rende tutti voi attivi collaboratori nel campo del Signore. Bandite concordi la zizzania effimera della banalità e dello squallore, coltivate i fiori della bellezza rigogliosa che espande il profumo dello Spirito. Le vostre voci siano profezia della Parola che annuncia un’alba radiosa di speranza nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.

MARY DID YOU KNOW – TESTO INGLESE E ITALIANO

http://lyricstranslate.com/it/mary-did-you-know-maria-lo-sapevi.html

MARY DID YOU KNOW – TESTO INGLESE E ITALIANO

Mary did you know that your baby boy
would one day walk on water?
Mary did you know that your baby boy
would save our sons and daughters?

Did you know that your baby boy
has come to make you new?
This child that you’ve delivered
will soon deliver you.

Mary did you know that your baby boy
would give sight to a blind man?
Mary did you know that your baby boy
would calm a storm with His hand?
Did you know that your baby boy
has walked where angels trod?
And when you’ve kissed your little baby
then you’ve kissed the face of God.
Oh Mary, did you know?

Mary, did you know?
The blind will see, the deaf will hear
the dead will live a-gain
The lame will leap, the dumb will speak
the praises of the Lamb.

Oh Mary, did you know that your baby boy
is Lord of all creation?
Mary, did you know that your baby boy
will one day rule the nations?

Did you know that your baby boy
is heaven’s perfect Lamb?
And the sleeping child you’re holding
is the great I AM.

ITALIANO

Maria, Lo Sapevi?

Maria, lo sapevi
che un giorno il tuo Bambino camminasse sull’acqua?
Maria, lo sapevi
che il tuo Bambino sottraesse dalla dannazione i nostri figli?
Lo sapevi?
che il tuo Bambino ‘e venuto per renderti renata?
Questo bambino che hai fatto nascere presto fara’ nascere te.

Maria, lo sapevi
che il tuo Bambino dara’ la vista al cieco?
Maria, lo sapevi
che il tuo Bambino calmera’ la tempesta con La Sua mano?
Lo sapevi?
che il tuo Bambino ha camminato dove gli angeli hanno calpestato?
Che quando hai baciato il tuo piccolo Bimbo, hai baciata la faccia di Dio?
Maria, lo sapevi?… Ooo Ooo Ooo

I ciechi vedranno.
I sordi sentiranno.
I morti vivranno di nuovo.
Gli zoppi zoppicheranno.
I muti parleranno
I ringraziamenti dell’Agnello.

Maria, lo sapevi
che il tuo Bambino ‘e il Signore di tutta la creazione?
Maria, lo sapevi
che un giorno il tuo Bambino reggesse le nazioni?
Lo sapevi
che il tuo Bambino ‘e l’Agnello perfetto del cielo?
Il Bambino addormentato che tieni ‘e il Grande, lo Sono Io.

Publié dans:canto e musica, MUSICA SACRA |on 2 décembre, 2014 |Pas de commentaires »

Canti meditativi (Taizè)

dal sito:

http://www.taize.fr/it_article961.html

Canti meditativi

Il canto è uno degli elementi più essenziali della lode. I canti brevi, ripetuti più e più volte, hanno un carattere meditativo. Si usano solo poche parole che esprimono una realtà fondamentale della fede, compresa velocemente dalla mente. Nel momento in cui le parole sono cantate molte volte, questa realtà pervade velocemente l’intera esistenza. Il canto meditativo diventa così un modo per ascoltare Dio. Permette a ciascuno di prendere parte ad un tempo di preghiera comune, e di rimanere insieme in una attenta attesa di Dio, senza doverne fissare esattamente la durata.
Per aprire le porte della fiducia in Dio, nulla può sostituire la bellezza delle voci umane unite nel canto. Questa bellezza ci può far intravedere la “gioia del paradiso sulla terra” come dicono i Cristiani dell’Est. E una vita interiore inizia a fiorire in noi.
Questi canti sostengono anche la preghiera personale. A poco a poco costruiscono un’unità della persona in Dio. Questo canto che non finisce, rimane nel lavoro, nelle conversazioni, al riposo, legando così preghiera e vita quotidiana.. Ci permette di rimanere in un clima di preghiera anche quando non ne siamo consapevoli, nel silenzio dei nostri cuori.
I “canti di Taizé”, pubblicati in diverse lingue, sono semplici, ma è richiesta una certa preparazione per usarli nella preghiera. Questa preparazione va fatta prima che la preghiera inizi, così che, quando essa ha inizio, l’atmosfera rimanga meditativa.
È bene che nessuno diriga la musica durante la preghiera; in questo modo ciascuno può rimanere rivolto verso la croce, le icone o l’altare. (In una grande assemblea, tuttavia, può essere necessario che qualcuno diriga, nel modo più discreto possibile, un piccolo coro e alcuni strumenti perché siano di supporto agli altri, ricordando pur sempre che essi non si tratta di un’esibizione per gli altri). Chi inizia i canti è di solito in prima fila, insieme con chi leggerà il salmo, la lettura e le intenzioni, non rivolto verso i partecipanti ma, come tutti, verso l’altare e le icone. Se un canto è iniziato spontaneamente, si rischia che la tonalità sia troppo bassa. Può essere quindi di aiuto un diapason, o uno strumento musicale che dia la prima nota o accompagni la melodia. E’ inoltre necessario preoccuparsi che il tempo non rallenti troppo, come può facilmente succedere quando un canto è ripetuto a lungo. Se il numero dei partecipanti è grande, può essere necessario usare un microfono per iniziare e terminare i canti (che possono essere terminati con un “Amen” sull’ultima nota). Chi inizia i canti può essere di supporto agli altri cantando ad un microfono, stando sempre attento a non coprire le altre voci. Se l’assemblea è numerosa può essere necessario un buon sistema di diffusione: è bene provare il suo corretto funzionamento prima della preghiera, anche con chi userà poi i microfoni.
I canti in diverse lingue sono appropriati per un incontro internazionale. In una preghiera parrocchiale, con persone di diverse età, la maggior parte dei canti dovrebbe essere nella lingua dei partecipanti o in Latino. È bene dare a ciascuno, se possibile, un foglio o il libretto con i canti. Si possono inserire anche alcuni canti del repertorio locale.
Strumenti: una chitarra o una tastiera possono sostenere la struttura armonica del canto. Sono particolarmente utili per mantenere la tonalità e il tempo. La chitarra dovrebbe essere suonata in modo “classico”. Può essere necessario un microfono affinché tali strumenti si sentano meglio. In aggiunta all’accompagnamento di base, esistono parti per altri strumenti.

Taizè – Instrumental
Questa registrazione é stata ideata per sostenere il canto dei gruppi che si incontrano per pregare insieme. Contiene l’accompagnamento con la chitarra per 19 canti di Taizè, con la melodia suonata dal flauto, dall’oboe o dal clarinetto.

Publié dans:canto e musica |on 6 septembre, 2011 |Pas de commentaires »

Una breve, anzi brevissima, storia della musica (fino al medioevo)

dal sito:

http://www.antoniogramsci.com/angelamolteni/musica.htm

Una breve, anzi brevissima, storia della musica (fino al medioevo)

Milioni e milioni di anni fa, quando il nostro pianeta era appena nato e l’Uomo non ne aveva ancora calcato il suolo, già esistevano le voci della natura che riempivano l’aria con i loro molteplici suoni dai timbri diversi. Gli uccelli cantavano all’ombra delle immense foreste; i giorni, le notti si susseguivano con il loro ritmo regolare e continuo; la grande armonia dell’universo governava ogni cosa. La musica, dunque, l’eterna musica della natura, fatta di suoni, ritmi, melodie, armonie e timbri, esisteva già. Poi, dopo una lentissima e costante evoluzione, apparve l’Uomo: la sua unica forza era costituita dall’intelligenza che lo rendeva capace di comprendere l’ordine del mondo in cui viveva e di fabbricarsi i mezzi che gli avrebbero permesso di sopravvivere, ma anche, spesso, di prendere il sopravvento sulle forze ostili che lo circondavano. Egli modellò la propria voce imitando il grido degli animali che voleva attirare nei propri tranelli, studiò il ritmo delle stagioni per comprendere le abitudini degli uccelli migratori, per prevedere lo spuntare dei frutti selvatici, per fortificare i ripari per far fronte alle grandi tempeste, scrutò le leggi che governavano la natura per carpirle quei segreti che gli avrebbero permesso di rendere più agevole e sicura la propria esistenza. Nessuno può dire con certezza quali furono le prime manifestazioni musicali dell’uomo: si possono però fare congetture in base allo studio di popoli primitivi che ancora vivono nella nostra epoca: presso queste popolazioni la prima espressione musicale è il ritmo, che viene espresso con le mani, con i piedi, con i sassi, con gli utensili di lavoro. Il canto che spesso si accompagna a questo ritmo è fatto solamente di brevi sillabe gutturali, di grida inarticolate che sono espressione di sentimenti: gioia, dolore, paura, incitamento eccetera.
I primi strumenti. Non è difficile rintracciare le origini degli strumenti musicali. Dalle grosse conchiglie marine, dalle corna degli animali uccisi, dalle canne vuote nacquero i primi strumenti a fiato. I primi strumenti a corda furono invece gli stessi archi con i quali i cacciatori e i guerrieri scagliavano le loro frecce. Servendosi di tronchi cavi di alberi l’uomo imparò a costruirsi i primi strumenti a percussione. Più tardi l’uomo perfezionò la canna del proprio flauto, rendendola capace di produrre suoni diversi, aggiunse altre corde al proprio arco, creando così le prime arpe e quando imparò a lavorare i metalli si fabbricò le prime trombe. Non più allora gridi gutturali e colpi sordi e indistinti, ma la possibilità di creare vere e proprie melodie e di accompagnarle con suoni sempre più complessi. Questo processo si svolse nel corso di migliaia di anni poiché lungo e faticoso fu il cammino dell’Uomo attraverso le varie epoche che segnarono il suo cammino nella storia delle civiltà..
La musica nelle civiltà del passato. Presso i popoli più antichi la musica veniva utilizzata prevalentemente nell’ambito di cerimonie religiose. In Egitto, per esempio, i sacerdoti si tramandavano musiche sacre per accompagnare riti magici o propiziatori. Gli Egizi cantavano e danzavano accompagnandosi con arpe, flauti, cimbali durante le processioni destinate al culto pubblico. La musica era considerata un dono prezioso degli dei, fonte magica di letizia e di serenità. In Mesopotamia avvenne lo stesso, pur essendosi sviluppato un sistema di scrittura avanzato. La musica ebraica è particolarmente importante per l’influenza che avrà. Gli Ebrei attribuivano al canto un’enorme importanza nel campo spirituale. Sotto il regno di Davide le cerimonie erano imponenti e ad esse prendevano parte migliaia di coristi che accompagnavano il loro canto con gli strumenti musicali che Davide stesso aveva fatto costruire. L’esperienza musicale ebraica, attraverso la produzione di salmi, crea di fatto le basi di quello che diventerà il canto gregoriano. Alcuni documenti dell’antica musica cinese giunti fino a noi permettono di stabilire che, fin dall’antichità più remota, questo popolo impiegò per la sua musica una caratteristica scala di cinque suoni (corrispondenti agli attuali fa sol la do re = scala pentafonica): tali suoni corrispondevano rispettivamente all’imperatore, ai ministri, al popolo, ai servizi pubblici e ai prodotti della terra e del lavoro. I Cinesi costruirono diversi tipi di strumenti: timpani, tamburi, campane, flauti, liuti. Caratteristico è il king formato da pietre sonore fissate a un telaio di legno, percosse mediante martelletti. Gli Indiani coltivarono la musica fin dai tempi più antichi. Ebbero una musica religiosa e una profana destinata ad allietare i banchetti, per accompagnare le danze o le rappresentazioni teatrali. Tra i vari strumenti indiani (tam-tam, flauti, oboi, trombe) tipici sono la vina, caratteristico strumento a corde munito di due casse armoniche formate da zucche vuote e inoltre la ravanastra, il sarangi, il sitar, strumenti ad arco che si possono considerare i progenitori del violino.
La musica al tempo dei Greci e dei Romani. Sull’esperienza delle altre civiltà, soprattutto quella egizia e quella indiana, la viva genialità del popolo greco seppe creare le basi teoriche e pratiche da cui si sviluppò in seguito tutta la musica dei paesi occidentali. In Grecia la musica era considerata uno dei mezzi più efficaci per l’educazione morale e intellettuale dei cittadini e faceva parte perciò dell’insegnamento scolastico. Gli strumenti nazionali con i quali si accompagnavano il canto dei poeti e i cori delle tragedie greche furono: la lyra, formata da un guscio di testuggine che recava alcune corde di budello tese sulla sua cavità, e l’aulòs, una sorta di flauto a doppia canna. Della musica su cui venivano cantate le diverse composizioni ci è giunto pochissimo: fra gli esempi più belli due inni di Delfi risalenti al II secolo a. C. Anche nell’antica Roma la musica ebbe una importante funzione, soprattutto quale accompagnamento nelle feste religiose. I Romani non ebbero uno stile musicale proprio, ma seppero piuttosto adattare, fondere e sviluppare gli stili delle diverse civiltà con le quali venivano a contatto. La musica fu però utilizzata dai Romani per rallegrare riunioni e intrattenimenti familiari, oppure per accompagnare le evoluzioni dei commedianti o per allietare i sontuosi festini dei patrizi. Tipici strumenti romani furono la tuba e la buccina, usati esclusivamente a scopi militari per dare segnali alle truppe, incitarle al combattimento o accompagnare imponenti marce trionfali.
Il Medioevo. Il cristianesimo primitivo, privo di una forte autorità centrale, ispirandosi a elementi musicali di aree diverse (Oriente, Africa, Europa) dà vita a liturgie differenti. Il canto gregoriano, una delle prime e più importanti forme di canto religioso, deriva da quella unificazione liturgica portata a termine dalla Chiesa di Roma dopo il pontificato di Gregorio I. A fine millennio un più vivace clima culturale porta alla nascita di una nuova forma musicale religiosa che sopravviverà per almeno due secoli: il dramma liturgico. Il suo intento principale è far rivivere i momenti più significativi della storia cristiana narrandoli, e successivamente rappresentandoli, in una forma facilmente comprensibile dal popolo. Per circa un millennio il canto gregoriano costituì comunque l’unica espressione musicale degna di rilievo; dopo l’anno Mille venne acquistando importanza anche la musica profana. Nell’intento di arricchire la struttura melodica del canto gregoriano, verso il X secolo, in particolare a Parigi (Scuola di Notre Dame, cosiddetta perché sorta presso la Schola cantorum della cattedrale di Notre Dame, allora in costruzione) e a Limoges (Abbazia di Saint-Martial), si compiono i primi esperimenti che consentiranno di gettare le fondamenta teoriche dalle quali poté svilupparsi la polifonia successiva. È l’inizio di una nuova era musicale caratterizzata da un tipo di canto in cui si sovrappongono più linee melodiche (due o più voci eseguono contemporaneamente differenti melodie formanti un insieme armonico). Accanto alla musica religiosa, come si è accennato, si sviluppa una produzione musicale profana. In Francia, i trovatori al sud e i trovieri al nord, allietano le corti con melodie celebranti l’amor cortese. Lo stesso faranno un po’ più tardi in Germania i Minnesänger. Fra le forme più importanti diffuse da trovatori e trovieri si ricordano la chanson in Francia e i Lied in Germania. Sulle basi delle elaborazioni polifoniche della Scuola di Notre Dame, nel secolo XV sorge la Scuola fiamminga da cui trarranno origine i grandi capolavori del Cinquecento. Mentre a Parigi nascono le prime forme polifoniche, in Italia il canto monodico raggiunge una delle sue espressioni più elevate con la lauda, canzone popolare di ispirazione religiosa nata in seno alle comunità religiose dell’Umbria. Nella Firenze del Trecento fioriscono, per opera di valenti musicisti tra i quali primeggia Francesco Landino (1335-1397), le prime forme polifoniche profane: il madrigale, la caccia, la ballata. Nel corso del XIV secolo in Francia e in Italia si afferma l’Ars nova, dal titolo del trattato di Philippe de Vitry Ars nova musicae, in cui la nuova musica viene contrapposta a quella dell’Ars antiqua. Le maggiori novità di questa produzione risiedono nel pieno sviluppo della pratica polifonica, nella grande varietà ritmica, nell’utilizzo delle più recenti e complesse notazioni e soprattutto nel deciso favore riservato alle già citate composizioni profane del madrigale, della caccia e della ballata. In particolare l’Ars nova italiana, a differenza di quella francese, intellettuale e complessa, assume le caratteristiche principali del dolce stil novo, emergendo per semplicità, genuinità e freschezza. Gli inizi del XV secolo vedono la fioritura in Belgio e in Olanda della cosiddetta Scuola fiamminga. Raccogliendo l’eredità dell’Ars nova francese, i maggiori esponenti di questa scuola (tra cui Dufay e Ockeghem) coltivano tecniche polifoniche arricchite dall’utilizzo di un numero sempre crescente di voci e di un elaborato contrappunto.

Publié dans:canto e musica |on 10 août, 2011 |Pas de commentaires »

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