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Bruno Forte: Quale avvenire per il cristianesimo?

09/02/2008, dal sito: 

http://www.zenit.org/article-13443?l=italian

Quale avvenire per il cristianesimo? 

ROMA, sabato, 9 febbraio 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito l’intervento pronunciato da monsignor Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti-Vasto, in occasione del dibattito-incontro su « L’avvenire del Cristianesimo », tenutosi il 24 gennaio al Centre Culturel Saint Louis de France di Roma.

Nel corso di cinque settimane (fra Novembre e Dicembre 2007) il quotidiano La Croix si è interrogato sull’avvenire del cristianesimo in Occidente, rilevando motivi di inquietudine e ragioni di speranza. L’inchiesta offre un quadro, con cui sarà utile che si confronti chiunque abbia a cuore il futuro della causa del Vangelo, specialmente nei paesi di antica cristianità. Vorrei riflettere su questo quadro anzitutto allargando l’orizzonte di lettura e mostrando la singolare coincidenza di alcuni giudizi emergenti dall’inchiesta con diversi modelli interpretativi della crisi dell’Occidente, proposti nel Novecento. Vorrei quindi chiedermi – anche in vista del superamento di questa identificazione assoluta del cristianesimo con la cultura occidentale – quale compito si profili come il più urgente per i cristiani nell’immediato avvenire e quali priorità emergano per l’azione pastorale della Chiesa. Presenterò le mie riflessioni in un dittico: da una parte, la tavola “Occidente e Cristianesimo”, dedicata al conflitto delle interpretazioni e alla rilevanza della “riserva escatologica” della fede; dall’altra, la tavola delle “priorità per l’avvenire della coscienza cristiana”, dove toccherò le vie della “diakonìa”, della “koinonìa” e della “diakonìa”. 1. Occidente e Cristianesimo: il conflitto delle interpretazioni e la “riserva escatologica” della fede

Il destino dell’Occidente si è prestato alle interpretazioni più diverse, spesso tra loro in conflitto. Fra le metafore utilizzate non poche si muovono in direzione di un giudizio tragico, come ad esempio quelle di “tramonto” e di “naufragio”. È Oswald Spengler a privilegiare la categoria di “tramonto”: nata in opposizione alla modernità decadente, la sua opera Il tramonto dell’Occidente [1] ne è in realtà un estremo epigono. Essa intende dimostrare le tendenze dissolvitrici insite nella modernità occidentale, leggendo il processo in atto sotto il segno di un inevitabile declino: le due anime del Faust, la tecnica e la tragica, sono polarizzate a scapito della seconda. La svolta non può essere data per Spengler dalla democrazia, mera dittatura del denaro, né dalle ideologie del progresso schiave della tecnica, come il socialismo, ma da una tensione tragica, che riconcili storia e natura in un nuovo inizio. Non è difficile constatare come queste analisi abbiano potuto produrre terribili frutti, legati a letture ideologiche e violente tanto di destra, quanto di sinistra.

Ben diversa è l’origine della metafora del “naufragio”, scelta da Hans Blumenberg nella sua opera Naufragio con spettatore [2] come chiave di comprensione della condizione attuale dell’Occidente. Punto di partenza è il testo in cui Lucrezio presenta lo spettatore che dalla riva assiste rassicurato a un naufragio [3]: la contrapposizione tra la sicurezza della terraferma e il mare in tempesta, esprime la condizione “classica” dell’esistenza, certa di un punto di appoggio da cui poter guardare la scena della vita e del mondo. È questa certezza che si perde nel tempo della modernità: “Vous êtes embarqué”, dirà Pascal [4]. Il naufrago è ormai lo stesso spettatore: non c’è più lo stabile punto di vista a partire dal quale ci si possa porre come spettatori distaccati. L’onda, sulla quale andiamo alla deriva nell’oceano, siamo noi stessi. La condizione post-moderna, cui è approdato il viaggio dell’Occidente, consiste insomma nel nuotare da naufraghi in mezzo al mare della vita, cercando di costruire una zattera su cui rifugiarci.

I modelli interpretativi della crisi dell’Occidente, che ho voluto richiamare, presentano una convergenza impressionante con molti dei giudizi raccolti dall’inchiesta de La Croix sulla condizione del cristianesimo occidentale oggi: se all’idea di Occidente si sostituisce in essi quella di cristianesimo, la convergenza appare evidente. Ecco solo alcuni esempi di valutazioni, registrate dall’inchiesta a proposito del presente e dell’avvenire della vicenda cristiana: “déclin annoncé”, “pessimisme lancinant”, “enfouissement”, “glissement d’identité”… Sembra quasi che per non pochi Occidente e Cristianesimo si identifichino “tout-court” nella loro parabola di grandezza e di caduta: in questo senso, l’inchiesta ha colto un luogo comune presente in modo pervasivo in molti degli interpreti dell’attuale vicenda cristiana. È giusta, però, questa identificazione assoluta? Ed è giusto trarne la conseguenza che “declino dell’Occidente” significhi senz’altro “declino del cristianesimo”? O, invece, la “riserva escatologica” della fede non comporta sorprese che non sono quantificabili nei termini di un semplice giudizio storico o di una valutazione di processi culturali puramente mondani? In realtà, è abbastanza facile osservare come proprio dalla dimensione religiosa e trascendente dell’esistenza umana siano nati alcuni dei processi più radicali di trasformazione e di crisi degli universi totalizzanti delle ideologie, che avevano occupato la scena centrale del “secolo breve” in Occidente. Il cristianesimo, lungi dall’identificarsi con la parabola della modernità ideologica, ne è stato spesso la più forte riserva critica. Così, Dietrich Bonhoeffer – il teologo morto martire della barbarie nazista – esprime sulla parabola dell’Occidente negli ultimi due secoli un giudizio estremamente importante per valutare la differenza cristiana. Il fallimento epocale delle ideologie cederà il posto secondo lui a un relativismo devastante, a una vera e propria “décadence”, dove, poiché non si ha fiducia nella verità, la si sostituisce con i sofismi della propaganda. La decadenza priva l’uomo della passione per la verità, lo spoglia di quelle motivazioni forti che l’ideologia ancora sembrava offrirgli. A trionfare è il nichilismo, in forza del quale gli uomini sfuggono al dolore infinito dell’evidenza del nulla, fabbricandosi maschere, dietro cui celare la tragicità del vuoto. Questa, però, è anche la situazione in rapporto alla quale Bonhoeffer propone la centralità del Dio sofferente e il Vangelo del cristianesimo non religioso, in chiaro e forte contrasto con altre risposte teologiche, a suo avviso ancora malate di ideologia e compromesse con la malia dello spirito moderno.

Analogamente, e nello stesso contesto (Berlino, 1939), il pensatore cattolico Romano Guardini, costretto dal regime nazional-socialista a lasciare l’insegnamento, svolge un ciclo di conferenze su Le cose ultime (1940) [5], che si offre come una testimonianza straordinaria di “scrittura in codice” – o “scrittura reticente” – , che in un linguaggio apparentemente estraneo alle vicende dell’ora veicola un potenziale critico ben comprensibile agli uditori del tempo. Davanti a una visione del mondo che presume di abbracciare l’intero orizzonte della realtà, il messaggio della fede circa le cose ultime si offre come irriducibile ad una spiegazione soltanto intramondana, come quella “riserva escatologica” che funge da campanello di allarme nei confronti di ogni pretesa esclusiva dell’ideologia. Il primato riconosciuto al Dio personale e trascendente, è confutazione dell’obbedienza assoluta predicata al “Führer”. È a Dio solo, giudice dell’uomo e della storia, che va data fiducia ed obbedienza, in vita come in morte. Lungi dal declinare parallelamente al tramonto dell’Occidente, il cristianesimo potrà rigenerarsi nella sua natura evangelica, centrata sulla buona novella del Dio crocifisso e risorto per noi.

È qui che le voci di Bonhoeffer e di Guardini rivelano la loro forza profetica, che le rende significativa testimonianza del ruolo svolto dalla fede cristiana nell’effettivo sviluppo dei processi critici del XX secolo in Occidente: nello scarto fra potere e valore, essi non esitano a scegliere il valore, come hanno fatto i martiri e quanti nella storia hanno opposto resistenza al potere in nome dell’obbedienza a Dio solo. C’è un primato inalienabile del bene e del vero, cui nessun potere di questo mondo ha diritto di sostituire altri primati: e se questo era inquietante e profetico nella crisi europea di sessant’anni fa, non lo è di meno per la cultura debolista e rinunciataria della nostra cosiddetta post-modernità, che con l’abbandono delle sicurezze ideologiche entrate in crisi abbandona sovente la passione della verità e il senso di un orizzonte più grande, capace di fondare l’impegno per la giustizia e il bene e la responsabilità verso altri. Queste voci cristiane ci aiutano così a cogliere la straordinaria rilevanza che il Dio vivo e trascendente ha anche per noi, eredi del naufragio della cultura ideologica dominante fino a pochi anni fa, e bisognosi di una speranza che ci porti oltre le nostre solitudini ed oltre ogni disimpegno possibile.

Sarà questo il compito del cristianesimo prossimo venturo nelle culture dell’Occidente? Sembrano rilevarlo non pochi segnali dell’inchiesta de La Croix: “Le passage d’un christianisme transmis de génération en génération, par une sorte d’appartenance passive, à une foi de libre choix, vécue comme une démarche délibérée d’adhésion, marque aujourd’hui les pays occidentaux hier encore dits ‘de chrétienté’” – “Par dizaines de milliers, dans la plupart des pays concernés, des adultes sont en route pour devenir chrétiens. Ils ne demandent pas le baptême pour adopter un corps de doctrines, mais pour adhérer à une personne qu’ils ont rencontrée comme vivante et source de vie dans leur existence: Jésus, découvert dans les Évangiles, à travers des chrétiens ou à l’occasion d’un moment fort de l’existence”… La diagnosi si condensa dunque in un compito, che tocca ogni credente, come la Chiesa nel suo insieme, e su cui si gioca l’avvenire del cristianesimo in Occidente: “Croire plus, croire mieux”. Era peraltro la sfida intuita più di quarant’anni fa dal Concilio Vaticano II nella Costituzione sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et Spes: “Legittimamente si può pensare che il futuro della umanità sarà riposto nelle mani di coloro che saranno capaci di trasmettere alle generazioni di domani ragioni di vita e di speranza” (n. 31).

2. Un ordine di priorità per l’avvenire della coscienza cristiana: “martyria” – “koinonia” – “diakonia”

Come vivere e trasmettere queste ragioni di vita e di speranza? Come credere di più e credere meglio, affinché il mondo creda? Alcune priorità si profilano per la fede cristiana alle soglie del terzo millennio in Occidente: esse sembrano emergere, peraltro, in vari modi dall’insieme dell’inchiesta condotta da La Croix. Con una terminologia al tempo stesso antica e significativa , dellaper l’oggi vorrei ricondurle alle tre urgenze della “martyrìa” “koinonìa” e della “diakonìa”.

La via della “martyrìa” corrisponde a una rinnovata esigenza di spiritualità emersa nel compiersi della parabola dell’epoca moderna. La modernità aveva contrapposto la verità universale e necessaria della ragione e la verità contingente della vita, favorendo quel divorzio fra riflessione e spiritualità, che aveva reso spesso il discorso su Dio piuttosto arido e intellettualistico, caratterizzando al contempo la spiritualità in senso piuttosto sentimentale ed intimistico. L’epoca post-moderna spinge a superare questo fossato: l’alternativa che la fede oppone alle ideologie sta precisamente nella possibilità di sperimentare un rapporto personale con la Verità, nutrito di ascolto e di dialogo con il Dio vivo.

Lungi dall’apparire come fuga dal mondo, secondo la critica di moda negli anni dell’ideologia rampante, la dimensione contemplativa della vita e l’esperienza spirituale sembrano offrirsi come riserva di integralità umana e di autentica socialità. Concretamente, ciò significa che di fronte alla caduta dei grandi racconti dell’ideologia, propri della modernità, i credenti sono chiamati a testimoniare con la vita che ci sono ragioni per vivere e per vivere insieme e che queste ragioni ci sono state offerte in Gesù Cristo. Si tratta di ritornare al primato di Dio, riconosciuto nella preghiera e celebrato nella liturgia. C’è bisogno di cristiani adulti, convinti della loro fede, esperti della vita secondo lo Spirito, pronti a rendere ragione della loro speranza. Anche in base a queste considerazioni, si può supporre che l’avvenire del cristianesimo o sarà più marcatamente spirituale e mistico o potrà ben poco contribuire al superamento della crisi e al cambiamento in atto nel mondo. Con le parole di André Malraux, fatte proprie da Karl Rahner: “Il cristianesimo del XXI secolo o sarà più mistico o non sarà!”. Accanto alla via della “martyrìa”, quella della “koinonìa” appare non meno necessaria: essa corrisponde alla nostalgia di unità che, sia pur in forma ambigua e complessa, si affaccia nei processi di “globalizzazione” del pianeta. In particolare, in Europa la disgregazione seguita al crollo del muro di Berlino e l’emergere violento dei regionalismi e dei nazionalismi sfidano le Chiese a porsi come segno e strumento di riconciliazione fra loro e al servizio dei loro popoli. La “folla delle solitudini” è il prodotto tipico del nichilismo della postmodernità: in rapporto ad essa ai cristiani è chiesto di testimoniare la possibilità dell’essere insieme, tutti responsabili nella Chiesa, del volersi comunione, rendendo la comunità accogliente, attraente, dove ci si senta amati, rispettati, riconciliati nella carità. Il mondo uscito dal naufragio dei totalitarismi ideologici ha come mai bisogno di questa carità concreta, discreta e solidale, che sa farsi compagnia della vita e sa costruire la via in comunione. In questo contesto, emerge una nuova attenzione alla “cattolicità”, intesa sia secondo il suo significato di universalismo geografico, reso più che mai attuale dai processi di “globalizzazione” del pianeta, sia secondo il senso di pienezza e totalità, che rimanda all’integralità della fede e della attualizzazione piena della memoria del Cristo: si può pertanto osare l’affermazione che il cristianesimo futuro o sarà più “cattolico”, e quindi pienamente ecclesiale e comunionale, o rischierà la totale irrilevanza in ordine alla proposta del Vangelo e alla salvezza del mondo.

Infine, la “diakonìa”, la carità vissuta nell’impegno per la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato, appare come la terza grande priorità per il cristianesimo agli inizi del terzo millennio. L’intreccio delle sfide della giustizia sociale con quelle dei rapporti internazionali di dipendenza e con la questione ecologica appare con grande chiarezza quando si considerino i processi in atto nell’ottica della “globalizzazione”: i cristiani, presenti nei contesti più diversi del pianeta, sono certamente protagonisti privilegiati per tener desta una coscienza critica attenta a difendere la qualità della vita per tutti e capace di farsi voce specialmente di chi non ha voce e di fronteggiare le logiche esclusivamente egoistiche di molte delle grandi agenzie di potere economico e politico sul piano mondiale. In questo impegno, i credenti non dovranno contare su altri mezzi che su quelli della loro testimonianza e della vitalità della loro fede ed operosità evangelica. Non meno urgente appare il risveglio della coscienza della responsabilità ecologica e l’approfondimento di una spiritualità che tenga insieme l’impegno per la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato.

I cristiani saranno insomma sempre più chiamati a farsi servi per amore, vivendo l’esodo da sé senza ritorno nella sequela dell’Abbandonato, costruendo la via in comunione, solidali specialmente ai più deboli e ai più poveri dei loro compagni di strada. L’avvenire del cristianesimo o sarà sempre più marcato dal primato della carità, e quindi dall’impegno per la giustizia e per la pace, o non sarà. Certo, questo stile di condivisione e di servizio solidale comporterà – sul piano del pensiero, come su quello della vita vissuta – la necessità di prendere posizione e di denunciare l’ingiustizia e il peccato, che ad essa soggiace: amare concretamente gli uomini significa anche capovolgere il loro modo di agire. Si tratta in ogni caso di mettere al primo posto non un interesse mondano o un calcolo politico, ma l’esclusivo interesse alla causa della verità di Cristo e della sua giustizia; si tratta in nome di questo di giocare la vita, compromettendola con la testimonianza, se necessario portando la croce, cercando sempre con tutti la via in comunione. Alla fede vissuta e pensata dei cristiani è chiesta, allora, l’audacia di idee e di gesti significativi ed inequivocabili nella sequela dell’Abbandonato della Croce: il cristianesimo del terzo millennio o sarà più credibile nella testimonianza della fede, della carità e della speranza, o avrà ben poco ascolto nel cuore dei naufraghi del “secolo breve”, che restano – nonostante tutto – alla ricerca del senso perduto, capace di dare sapore alla vita e alla storia, come Cristo nel suo crocifisso amore ha saputo fare per ciascuno, per tutti…

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1. Der Untergang des Abendlandes. Umrisse einer Morphologie der Weltgeshichte, 2 vol.: 1918, 1922; nuova edizione 1923 (la traduzione italiana è di Julius Evola 1957; riedizione Parma 1991).

2. Schiffbruch mit Zuschauer. Paradigma einer Daseinsmetapher, Frankfurt am Main 1979 (traduzione italiana: Naufragio con spettatore. Paradigma di una metafora dell’esistenza, Bologna 1985).

3. Cf. Lucrezio, De rerum natura, II, 1-4.

5. Die letzten Dinge, Mainz 19896 (traduzione italiana: Le cose ultime, Brescia 1997).

Publié dans:Bruno Forte |on 9 février, 2008 |Pas de commentaires »

La fede, “lotta e sottomissione”, spiega l’Arcivescovo Bruno Forte

dal sito:

http://www.zenit.org/article-12562?l=italian 

 

La fede, “lotta e sottomissione”, spiega l’Arcivescovo Bruno Forte 

In apertura dei lavori della Conferenza episcopale di Inghilterra e Galles 

 

LEEDS, venerdì, 16 novembre 2007 (ZENIT.org).- La fede è “lotta e sottomissione”, ha spiegato Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti-Vasto, rivolgendosi il 12 novembre ai Vescovi di Inghilterra e del Galles a Leeds con un intervento sul tema “Religione e Libertà. Le realtà terrestri non sono svalutate dal Sacro”.

“Come possono credenti e non credenti, e i credenti di diverse fedi, incontrarsi e dialogare nella verità viste le sfide del panorama attuale?”, si è chiesto l’Arcivescovo.

“I credenti – ha osservato – sono chiamati ad andare oltre ogni riduzione del cristianesimo a un’ideologia, e ad essere sinceramente attenti agli altri in tutta la loro dignità, qualunque sia il loro credo”.

Credere, ha proseguito l’Arcivescovo Forte, “è essere fatti prigionieri dal Totalmente Altro”, “diventare prigionieri dell’Invisibile”.

“Il pensiero di chi crede non sostiene di avere una spiegazione per qualsiasi cosa, di gettare luce su tutto, ma vive piuttosto come di notte, carico di aspettativa, sospeso tra la prima e l’ultima venuta del Signore, già rafforzato, sicuramente, dalla luce che è venuta nell’oscurità, e tuttavia desideroso dell’alba”, ha osservato.

“Il pensiero del credente non è ancora totalmente illuminato dal giorno, che appartiene a un altro tempo e a un altro luogo, ma riceve abbastanza luce per portare il peso del mantenere la fede”.

I non credenti, osserva monsignor Forte, “vivono nello stesso stato di ricerca e attesa”.

Questo, ovviamente, “a condizione che il loro ‘non credo’ sia più di un’etichetta, che sia il frutto della loro esperienza di sofferenza e di lotta con Dio e del fatto di non riuscire a credere in Lui”.

“Il vero non credere – ha rivelato infatti il presule – non è una negazione facile, con pochi effetti sulla persona interessata. Il serio e riflettuto non credere, attento alle vere domande del mondo e della vita, significa sofferenza; è una passione per la verità che paga un prezzo personale per l’amaro coraggio di non credere”.

Chi non crede e vive questa condizione in modo responsabile “è consapevole dell’acuto dolore dell’assenza, sentendosi orfano, profondamente abbandonato”, ha commentato l’Arcivescovo.

Quanto ai credenti, per monsignor Forte “sono chiamati a mettere in discussione la loro fede e a riscoprire la lotta con Dio come parte del loro amore per Lui”.

“Essere umani, essere liberi significa partire per un viaggio: gli esseri umani sono in un esodo, chiamati permanentemente a uscir fuori da sé, a mettersi in discussione, a cercare una casa”.

Se gli uomini sono quindi “per costituzione pellegrini nella vita”, “la vera tentazione è smettere di viaggiare, sentire di essere arrivati, non pensare più a se stessi come a pellegrini in questo mondo, ma padroni”.

Questo ragionamento può essere applicato anche alla vita di fede: la tentazione, in questo caso come nel precedente, è fermarsi.

La fede, ha continuato l’Arcivescovo, è “lotta e sottomissione”, lotta perché “non è il riposo di una certezza posseduta”, sottomissione perché “nel combattimento arriva il momento in cui si capisce che il perdente in realtà vince, e quindi ci si arrende a Lui”.

La fede diventa quindi “autoabbandono e dimenticanza di sé e la gioia di affidarsi alle braccia dell’Amato”.

Se la fede è davvero tutto questo, i credenti non cercheranno segni visibili che mostrino la fedeltà del Dio in cui credono. “Crederanno in Lui anche quando la risposta alle vere domande della sofferenza umana rimangono nascoste nel Suo silenzio”.

Bisogna dire “no” a una fede statica “fatta di confortevole tolleranza, che si difende condannando gli altri perché non sa come vivere la sofferenza dell’amore”, e dire “sì” a una fede che si interroga, “capace di iniziare ogni giorno ad affidarsi agli altri, a vivere l’esodo senza ritorno, viaggiando sempre verso il Mistero di Dio, svelato e nascosto nella Sua Parola”.

In tutto questo contesto, “il dialogo tra credenti e non credenti può essere compreso come un esercizio di rispetto reciproco e una testimonianza di libertà religiosa”, oltre ad “una delle principali e più arricchenti sfide nelle culture caratterizzate dalla mancanza di credo e dall’indifferenza religiosa”.

 

 

Publié dans:Bruno Forte |on 18 novembre, 2007 |Pas de commentaires »

Lettera pastorale dell’Arcivescovo Forte: Il battesimo e la bellezza di Dio

dal sito:

http://www.zenit.org/article-12511?l=italian

 

 

Lettera pastorale dell’Arcivescovo Forte: Il battesimo e la bellezza di Dio

 ROMA, lunedì, 12 novembre 2007 (ZENIT.org).- Pubblichiamo la Lettera pastorale per l’anno 2007-2008 sul battesimo di monsignor Bruno Forte, Arcivescovo metropolita di Chieti-Vasto. 

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L’acqua della vita
Il battesimo e la bellezza di Dio
Lettera pastorale per l’anno 2007-2008

 

 Vorrei provare a capire con te che cos’è il battesimo,
che cosa significa darlo ai nostri bambini o riceverlo da adulti
o riscoprirlo a un certo punto del nostro cammino con gli occhi della fede:
se ho scelto di parlartene, è perché sono profondamente convinto
che in esso si compia l’incontro con Dio che cambia il cuore e la vita,
un incontro decisivo in cui – se tu lo vuoi – Gesù Risorto si unisce a te,
per accompagnare col Suo amore fedele la tua esistenza
e inondarla della bellezza
che inizia nel tempo e non tramonterà mai.

1. “Dove abita Dio?” La domanda sembrò folgorare la folla di bambini venuti ad incontrarmi in Cattedrale. Bastò poco, però, perché uno di loro alzasse la mano, gridando senza alcuna incertezza: “A Gerusalemme!”. “È vero – osservai rivolgendomi al piccolo “teologo” -, Dio ha abitato a Gerusalemme quando Gesù, il Suo unico Figlio, si è fatto uomo per amore nostro. Ma Gesù – una volta morto e risorto – ha mandato il Suo Spirito per raggiungerci dovunque noi siamo: perciò, ora Dio abita dovunque gli si apra la porta del cuore”. Il silenzio che seguì alle mie parole racchiudeva forse la domanda, che quei piccoli cuori non sapevano esprimere e che pure ci riguarda tutti: come si fa ad aprire la porta del cuore al Dio di Gesù Cristo? E come Colui che è venuto fra noi tanti secoli fa può raggiungerci oggi e venire a dimorare fra noi, in noi? È Gesù stesso a indicarlo ai due discepoli di Giovanni il Battista, che lo avevano raggiunto per chiedergli: “Maestro, dove abiti?”. La risposta fu netta: “Venite e vedrete!”. Il racconto prosegue: “Andarono dunque e videro dove abitava e quel giorno si fermarono presso di lui; erano circa le quattro del pomeriggio” (Giovanni 1,39). Per aprire la porta del cuore a Dio che vuol venire ad abitarvi occorre dunque un cammino – “andarono dunque” -, che porti alla conoscenza della Sua dimora – “videro dove abitava” -, per poi “fermarsi presso di Lui” e far esperienza della vita con Lui. Questo cammino avviene nella concretezza dello spazio e del tempo, anche se ha il potere di trasformare il tempo pesante dei nostri affanni in un tempo lieve, indimenticabile, quale può essere soltanto quello di un incontro d’amore di cui, a distanza di anni, si ricorda perfino l’ora precisa in cui avvenne: “Erano circa le quattro del pomeriggio”!

2. la porta del cuore. Sin dall’inizio la Chiesa ha seguito le orme del Maestro, proponendo a chi vuole incontrare Gesù un itinerario analogo a quello da Lui indicato ai discepoli del Battista: questo cammino è detto catecumenato (dal verbo greco “katechéo”, che significa “insegno a viva voce”, ma anche “apprendo dalla viva voce”). Costruito sul rapporto vivo e diretto fra chi trasmette la fede e chi l’accoglie, esso mira a portare per mano chi lo desidera ad aprire a Cristo la porta del cuore, affinché Lui venga a dimorarvi e trasformi dal di dentro la vita intera nella comunione della Chiesa e nel mondo. Per l’adulto che chiede il battesimo si tratta di un vero e proprio percorso di iniziazione cristiana, che unisce catechesi ed esperienza progressiva del dono di Dio. Per chi è stato battezzato da piccolo il cammino coincide con l’educazione alla fede, che in un certo senso realizza nel tempo l’itinerario proposto da Gesù ai due discepoli del Battista, per far prendere piena coscienza del dono ricevuto e viverlo in tutta la sua bellezza. Qual è questo dono? Che cosa avviene nel battesimo? Ad operarvi è Dio Padre, che attraverso le parole della fede e l’acqua della vita ci fa Suoi figli nel Figlio, liberandoci dal potere del peccato e rendendoci partecipi della vita nuova dello Spirito, che ci fa Chiesa. Il peccato che viene cancellato è quello che – come la morte – segna ogni essere umano sin dal suo concepimento: “Laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia, perché come il peccato aveva regnato con la morte, così regni anche la grazia con la giustizia per la vita eterna, per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore” (Romani 5,20s). Mentre ci libera dal male, il battesimo ci fa realizzare, dunque, quell’incontro decisivo con Cristo, che ci consentirà di vivere l’intera esistenza come una storia d’amicizia con Lui nella comunione della Chiesa.

3. Dal Vangelo al battesimo. “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Matteo 28,19s). Queste parole di Gesù racchiudono tutti gli elementi essenziali del battesimo: anzitutto, l’annunzio di quanto Lui ha fatto e insegnato; quindi, l’accoglienza del Suo dono, espressa mediante la confessione della fede; infine, l’effusione dell’acqua nel nome della Trinità. L’annunzio del Vangelo è la premessa necessaria al battesimo: in una società dove i più venivano battezzati, esso si dava quasi per scontato e l’importanza della preparazione al battesimo veniva piuttosto trascurata. Nella società complessa, multireligiosa e multiculturale, in cui viviamo, l’urgenza di far risuonare l’annuncio della fede e di chiamare alla conversione a Cristo si mostra in tutta la sua necessità. Nel caso del battesimo di un bambino questa urgenza riguarda anzitutto i genitori. Ad essi vorrei dire, appellandomi con tutto l’amore possibile alla loro responsabilità: avete dato la vita naturale a vostro figlio senza chiedergli prima il permesso, convinti che la vita è un bene da dare e da far amare, e avete fatto qualcosa di veramente bello. Ora, chiedendo di farlo partecipe della vita divina col battesimo, dovete essere consapevoli di quello che domandate per assumervi con piena convinzione l’impegno di fargli gustare e di far sviluppare in lui la vita nuova che gli è offerta in dono. La catechesi a voi genitori in preparazione al battesimo del vostro bambino è perciò indispensabile: la grazia del fonte battesimale si irradia così anzitutto su di voi, e mentre la vostra creatura è rigenerata dall’alto, vengono risvegliati o perfino accesi in voi il dono e la bellezza della fede. Al tempo stesso, è importante aiutarvi nella scelta dei padrini e delle madrine, perché sia guidata dall’unico scopo di affiancare ai vostri figli testimoni credibili dell’amore di Gesù, desiderosi di assumere questo impegno per tutta la vita. La catechesi ai padrini e alle madrine non è meno importante di quella a voi genitori o agli adulti che chiedono il battesimo! Leggere questa lettera e parlarne, potrà servire anche a questo scopo.

4. La domanda della vita. La celebrazione del battesimo inizia con un dialogo. Ai genitori si chiede che cosa domandano per il figlio che vogliono battezzare, agli adulti che cosa si aspettano per sé dal battesimo. La risposta è eco della più profonda attesa del cuore umano: “la vita eterna”. Il nostro cuore ha sete della vita che vince la morte, della gioia più forte di ogni dolore, della bellezza che non tramonti mai: chiedendo la vita eterna ci si aspetta, allora, “una vita buona; la vera vita; la felicità anche in un futuro ancora sconosciuto” (Benedetto XVI, Omelia nella festa del Battesimo del Signore, 8 Gennaio 2006). Certo, nel domandare un dono così grande può nascere nel cuore l’interrogativo che anche Maria fece all’Angelo: “Come accadrà questo?”. La risposta che il battesimo ci propone è un invito a fidarci di Dio nella comunione della Sua Chiesa: “Noi non siamo in grado di assicurare questo dono per tutto l’arco del futuro sconosciuto e, perciò, ci rivolgiamo al Signore per ottenerlo da Lui” (ib.). Chi riceve il battesimo non è più solo: il Dio che è amore lo custodirà sempre! Grazie a questo amore, il battezzato “viene inserito in una compagnia di amici che non lo abbandonerà mai nella vita e nella morte… Questa compagnia di amici è la famiglia di Dio, che porta in sé la promessa dell’eternità… Essa gli darà parole di vita eterna: parole di luce che rispondono alle grandi sfide della vita e danno l’indicazione giusta circa la strada da prendere… Questa famiglia di Dio, questa compagnia di amici è eterna, perché è comunione con Colui che ha vinto la morte, che ha in mano le chiavi della vita. Essere nella famiglia di Dio significa essere in comunione con Cristo, che è vita e dà amore eterno oltre la morte” (ib.).

5. La confessione di fede. Il dono della vita, offerto nel battesimo, come qualsiasi altro dono, richiede di essere accolto: “Un dono di amicizia implica un ‘sì’ all’amico e un ‘no’ a quanto non è compatibile con questa amicizia” (ib.). Perciò, nella celebrazione del battesimo siamo chiamati a dire ‘no’ al peccato e alle seduzioni di Satana, cioè a una vita fondata sull’apparenza, sull’egoismo e sulla menzogna, che ci porta a separarci da Dio e dagli altri per affermare noi stessi, vivendo l’illusione di poter essere felici senza amare. Al tempo stesso, siamo chiamati a dire ‘sì’ al Dio che è Amore, al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo. È il ‘sì’ espresso dalla parola “credo”, con cui ci consegniamo totalmente a Dio (“credere” secondo un’etimologia medioevale verrebbe da “cor dare”, dare il cuore). Credi nel Padre se accetti di consegnarti perdutamente a Lui, che da sempre ti ama e per sempre ti amerà: il “sì” che dici a Lui vuol dire affidarti all’amore infinito da cui veniamo, in cui ci muoviamo e siamo, e verso cui tendiamo. Credi nel Figlio se vuoi unirti nel più profondo del tuo essere a Lui, l’eterno Amato che accoglie l’amore del Padre e lo restituisce nella gratitudine: il ‘sì’ al Figlio significa accettare di dipendere con Lui dal Padre, per vivere la tua vita in obbedienza al disegno di Dio, come ha fatto Gesù. Credi nello Spirito Santo se lo invochi come il dono che ti fa libero e ti unisce a Dio e agli altri: il “sì” allo Spirito vuol dire confessare l’eterna carità come sorgente di unità, di libertà e di pace, da accogliere nel tuo cuore e da vivere nel tempo e per l’eternità.

6. La risposta di Dio. A questa professione di fede il Dio vivente risponde facendoci entrare nell’alleanza d’amore con Lui: un’alleanza così fedele, che la nostra appartenenza a Lui e alla Chiesa non potrà mai essere perduta, quali che siano le nostre infedeltà o i nostri rifiuti. Grazie al dono del battesimo abbiamo la certezza di appartenere per sempre a Dio e possiamo sperimentare la dolcezza di stare nelle mani di Colui che non ci tradirà mai. In questa relazione definitiva con Dio consiste propriamente il “carattere” impresso dal battesimo, il legame con Lui, che proprio grazie alla Sua fedeltà non potrà più essere cancellato e ci unirà per sempre alla Sua famiglia, la Chiesa. Perciò esiste fra tutti i battezzati – quale che sia la loro appartenenza confessionale (cattolici, ortodossi, evangelici, anglicani…) – una comunione più forte delle loro diversità, che – pur realizzandosi in gradi diversi – è il fondamento dell’impegno ecumenico, teso a superare le divisioni storiche fra di loro. La passione per l’unità che Cristo vuole è inscritta nella stessa grazia battesimale! Ed è anche per questa fedeltà di Dio all’alleanza stabilita col battesimo che la Chiesa riconosce ed ama come suoi figli quei credenti che non vivano fedelmente il dono ricevuto. È anzi suo dovere annunciare a tutti la buona novella della misericordia di Dio senza mai stancarsi, sempre pronta ad aiutare ciascuno a realizzare il cammino di vita cui è stato chiamato. “Diventa ciò che sei!”: questo invito dovrà risuonare incessantemente per chiunque abbia ricevuto il dono del battesimo, quale che sia la fedeltà con cui lo ha vissuto e lo vive.

7. I gesti e i simboli del battesimo. Oltre ai dialoghi, la celebrazione del battesimo comprende alcuni gesti, con cui si manifesta il ‘sì’ di Dio a chi chiede il sacramento della vita nuova. Il primo gesto è il segno della croce fatto sulla fronte di chi viene battezzato: questo gesto esprime appartenenza e protezione, perché la Croce è il distintivo e la difesa del cristiano, ed indica al tempo stesso la strada del discepolo, perché la Croce è come la sintesi di tutta la vita di Gesù e di chi voglia seguirLo. Poi c’è l’infusione dell’acqua o l’immersione in essa: da una parte, l’acqua significa la vita, perché non c‘è vita dove essa manca, e rappresenta così la rigenerazione offerta nel battesimo; dall’altra, l’acqua è simbolo di morte e di condanna, come fu l’acqua del Mar Rosso per l’esercito del Faraone, e significa la purificazione dal male che il sacramento opera. Il battesimo ci ricopre con l’acqua della morte e della vita, ci “immerge” in essa (come dice lo stesso nome, derivato dal verbo greco “baptízo”, “immergo”), per esprimere che, immersi con Cristo nella Sua morte, siamo resi partecipi con Lui della vita nuova di Pasqua, per rinascere con Lui. Nella celebrazione del battesimo vengono poi adoperati l’olio, la veste bianca e la candela accesa. L’olio è simbolo della salute (in antico era considerato un medicamento prezioso) e della bellezza (perché rende splendente ciò che unge): esso è utilizzato in due gesti diversi. L’unzione con l’olio dei catecumeni significa che colui che chiede il battesimo è pronto a ricevere da Dio la guarigione e la forza per vincere il male; l’unzione sulla fronte con l’olio del crisma sta a dire che il battezzato è unto dallo Spirito del Risorto, che lo unisce a Cristo sacerdote, re e profeta e lo fa membro del Suo corpo, la Chiesa, partecipe così della bellezza di Dio. La veste bianca è simbolo dell’urgenza di irradiare questa bellezza, manifestando con la parola e la vita la gioia di essere nuova creatura. La candela accesa al cero pasquale, infine, è simbolo della verità che Cristo fa risplendere nel cuore di chi Lo accoglie, e del calore del Suo amore. Vita nuova, bellezza, splendore, verità, amore: ecco le realtà significate dai gesti e dai simboli del battesimo.

8. Nel nome della Trinità: fede, speranza e amore. “Io ti battezzo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”: queste parole significano che fra il battezzato e ciascuna delle Persone divine è stabilita una relazione, che tocca in profondità il cuore e che dovrà esprimersi in tutta la vita. Nel battesimo Dio Padre agisce con potenza come nella resurrezione di Gesù (cf. Colossesi 2,12). È Lui ad attrarre il nostro cuore alla fede ed è Lui ad accoglierci come figli nel Figlio (cf. Galati 3,26s). In quanto il Padre è “il Dio che è amore” (cf. 1 Giovanni 4,8 e 16), l’impronta della Sua azione nel battezzato è la carità: la vocazione che ci è data col battesimo è anzitutto l’amore, riversato nei nostri cuori dallo Spirito (cf. Romani 5,5), per essere vissuto fedelmente alla presenza di Dio, “nascosti” nel Suo cuore divino (cf. Colossesi 3,3). Il battesimo ci unisce poi al Figlio Gesù, affinché, “sepolti insieme a lui nella morte, come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova” (Romani 6,4). La vita di Gesù è stata tutta vissuta nel segno dell’obbedienza al Padre: analogamente, la vita nuova che nasce col battesimo è un cammino di fede, da vivere insieme a Cristo davanti a Dio Padre nel dolore e nella gioia, nella morte e nella vittoria sulla morte: “Se infatti siamo stati completamente uniti a lui con una morte simile alla sua, lo saremo anche con la sua risurrezione” (Romani 6,3). Innestato a Cristo come il tralcio alla vite, il battezzato è reso capace di offrire se stesso quale “vittima viva, santa, gradita a Dio” (cf. Romani 12, 1), per rendere testimonianza al Signore in ogni cosa e dare ragione della sua speranza (cf. 1 Pietro 3, 15): egli vive così il suo “sacerdozio” battesimale. Infine, grazie all’azione dello Spirito Santo, nel battesimo ci viene data l’adozione a figli: “Che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre!” (Galati 4,6). Questa vita di figli ci è partecipata nella speranza, che è come il domani di Dio iniziato nel nostro presente. Fede, speranza e carità sono allora l’impronta della Trinità impressa in noi col battesimo: in forza della grazia ricevuta con l’acqua della vita, il cristiano è un credente, uno speranzoso e un innamorato di Dio…

9. Nella comunione della Chiesa. Generandoci alla vita eterna nel battesimo, lo Spirito forma di noi un solo corpo, la Chiesa: “E in realtà noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti ci siamo abbeverati a un solo Spirito” (1 Corinzi 12,13). Grazie al dono dello Spirito, il cristiano entra a far parte della famiglia dei figli di Dio, radunata nel nome della Trinità, e sa perciò di non essere mai solo, nella vita come nella morte, nel tempo come nell’eternità. Nella comunione della Chiesa sarai aiutato a vivere la tua vocazione al servizio degli altri, sapendo che a ognuno lo Spirito distribuisce i suoi doni come vuole, sì che la comunità sia ricca di carismi differenti, chiamati a convergere in vista dell’utilità comune (cf. 1 Corinzi 12,4-7). Mettendo anche tu i doni ricevuti da Dio al servizio degli altri, sentirai quanto la tua vita possa essere bella e degna di essere vissuta. In particolare, avvertirai l’urgenza di trasmettere agli altri il dono della fede e dell’amore: ai tuoi figli anzitutto, se sei padre o madre; ai giovani, se sei genitore o educatore o hai comunque a cuore il futuro di tutti; a chi lavora con te, mettendolo a parte con semplicità e convinzione della bellezza della fede; agli ammalati e agli anziani, che spesso si sentono soli e fragili, come a tutti coloro che ami o che hanno bisogno del tuo amore, facendo loro sentire con la tua vicinanza la presenza del Padre e del Suo amore infinito. Credendo, sperando e amando potrai aprire sempre di più a Dio la porta del tuo cuore e aiuterai gli altri ad aprirla, nella salute come nella malattia, nel dolore come nella gioia di essere tutti avvolti dall’amore dell’unico Padre celeste.

10. Vieni, Gesù, versa l’acqua nel bacile… La vita secondo lo Spirito si esprimerà negli umili sì di ogni giorno, nelle tante scelte fatte alla luce della fede, della speranza e dell’amore, che sarai chiamato continuamente a vivere. Eppure, decisivo resterà sempre per te il primo incontro con Cristo, quello avvenuto nel battesimo, anche se ne prenderai coscienza solo dopo, perfino molto dopo averlo ricevuto. Quando, però, ti sentirai “toccato” da Dio, quando il tuo cuore arderà per Lui, come avviene in chi si scopre amato da sempre e per sempre, allora “saprai” che quel miracolo d’amore è legato al battesimo che ti è stato dato da bambino o che hai chiesto da adulto. “Toccato” da Dio, potrai irradiare la Sua presenza fra coloro in mezzo a cui Lui ti invia, esprimendo tutte le meravigliose ricchezze infuse in te con l’acqua della vita: “Ciò di cui abbiamo bisogno in questo momento della storia – affermava il Card. Joseph Ratzinger pochi giorni prima di essere eletto Papa (Subiaco, 1 Aprile 2005) – sono uomini che, attraverso una fede illuminata, rendano Dio credibile in questo mondo… Soltanto attraverso uomini che sono toccati da Dio, Dio può far ritorno presso gli uomini”. Chiedere di essere “toccati” da Dio, lasciandoci illuminare dalla Sua luce e aprendogli totalmente il cuore perché lo riempia di sé, significa voler vivere il nostro battesimo. Lo domandiamo al Signore con le parole di un’antica preghiera: “Gesù vieni, ho i piedi sporchi. Fatti servo per me. Versa l’acqua nel bacile. Vieni, lava i miei piedi. So che quel che dico è temerario; ma temo quelle tue parole: ‘Se non ti laverò i piedi, non avrai parte con me’. Lavami dunque i piedi perché abbia parte con te. Ma che dico, lava i miei piedi? Questo l’ha potuto dire Pietro, che aveva bisogno di lavarsi solo i piedi perché era tutto puro. Io invece, una volta lavati i piedi, ho bisogno di quel battesimo di cui Tu hai detto: ‘Quanto a me, con un altro battesimo devo essere battezzato’” (Origene, Omelia V su Isaia, 2). Aiutami a vivere questo battesimo, mio Signore e mio Dio! Amen!

 

 

Publié dans:Bruno Forte |on 12 novembre, 2007 |Pas de commentaires »

La fede, esperienza dello stupore e delle meraviglie di Dio di Mons. Bruno Forte

dal sito:

http://www.santamelania.it/ 

La fede, esperienza dello stupore e delle meraviglie di Dio 

di Mons. Bruno Forte    

Nel testo che segue Mons. Bruno Forte – Arcivescovo Metropolita di Chieti-Vasto – traccia per così dire i caratteri di un’autentica esperienza di fede cristiana, che è nello stesso tempo continuo stupore delle “grandi cose” che il Signore compie per noi, e ricerca, inquietudine di fronte alle opere di Dio, al Suo silenzio, all’altro da noi che ci è prossimo nel nostro cammino. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza on-line di questo testo sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto.
 
 

28/08/2007
  


La fede è esperienza dello stupore dinanzi alla sorprendente novità con cui l’amore divino ci raggiunge: stupore della gratuità di questo amore, ma anche stupore della nostra indegnità a riceverlo, timore davanti all’Amato trascendente e sovrano che si china sulla Sua creatura. Lo stupore della fede è allora al tempo stesso coscienza della nostra finitudine, del dolore e del niente che siamo, e riconoscimento delle « meraviglie » che il Dio vivo viene a compiere fra noi e per noi; è apertura alle sorprese che la Sua promessa ci prepara ed è turbamento davanti all’umiltà con cui il dono più grande è stato offerto agli uomini nell’abbandono della Croce. Stupore di sé, stupore davanti a Dio: tali sono i tratti dello stupore della fede, nel suo nascere, nel suo svilupparsi, nel suo farsi comunicazione e dono di vita e di bellezza ad altri. 

A) Stupiti di sé davanti al divino Altro 

L’esperienza della finitudine accomuna tutti gli abitatori del tempo, specialmente in questa stagione post-moderna, seguita al tramonto dei « grandi racconti » ideologici e dell’ottimismo che essi ispiravano: il dolore dell’abbandono, la sofferenza dell’assenza di senso, la mancanza di un orizzonte rispetto a cui orientare le scelte del vivere e del morire, sono altrettanti volti dell’attuale condizione umana. Questo senso di addio, di lungo addio, questa fragilità e debolezza, sono il luogo in cui tutti, credenti e non credenti, eredi dell’ideologia, critici o orfani di essa, si ritrovano spiazzati da quanto in questa crisi epocale dell’insorgente post-modernità andiamo vivendo. Questo senso di smarrimento, di disagio, di bisogno di patria, questo dolore dell’abbandono, può essere evaso, nascosto, fuggito: si può tentare di essere non pensanti, e dunque negligenti di fronte alla condizione del naufragio. Ma nel momento in cui si pensa e si è coscienti, la lama di questo dolore del mondo non può non interrogarci tutti, rendendoci più aperti alla ricerca, più accomunati nell’esperienza e nel bisogno dell’Altro che ci aiuti a uscire dalla prigionia delle solitudini e dei frammenti. La grande categoria che tutti ci provoca non è allora l’identità, ma l’alterità, nello stupore che essa suscita in noi, segnati come siamo dalla coscienza del nostro essere finito. 

Ora, è proprio nello stupore della fede che l’alterità si presenta nella maniera più alta e più forte: chi crede è toccato dall Altro, vive cioè l’incontro con Dio come indeducibile Presenza, come Assenza che inquieta. Questo stupore è certo antico quanto il pensiero: meraviglia e timore, dicevano i primi pensatori greci, è la passione del filosofo. Tuttavia – come ricordava Karl Barth nel « canto del cigno », che fu la sua Introduzione alla teologia evangelica – lo stupore più grande e irriducibile è la condizione propria di chi crede e credendo si pone in pensiero: « A chi non provasse stupore, quando in un modo o nell’altro ha a che fare con la teologia – o a chi dopo un certo tempo non fosse più capace di stupirsi – o a chi non provasse tanto maggior stupore quanto più si occupa di teologia, bisognerebbe consigliare di prender qualche distanza da essa e di riflettere spregiudicatamente su che cosa essa sia, affinché possa ancora succedergli che lo stupore per la teologia gli rinasca dentro al punto da non abbandonarlo più e anzi di diventare sempre più forte in lui ». 

La meraviglia è sapere di non poter possedere l’Altro, è umile confessione di chi non si ferma al tranquillo possesso, ma si lascia raggiungere e provocare dall’Altro che viene all’idea e cambia la vita. 

È a sua volta testimone di questa meraviglia F.W.J. Schelling, il filosofo della grande crisi rispetto al « sistema dell’Idealismo » da lui stesso proposto in gioventù, il quale non esita ad affermare nell’opera della maturità dedicata alla Filosofia della rivelazione: « È una sentenza nota di Platone: la passione del filosofo è la meraviglia. Se questa sentenza è vera e profonda, allora la filosofia, invece di essere limitata a ciò che deve essere compreso come necessario, sentirà piuttosto la tendenza a trapassare da ciò che essa deve riguardare come necessario, che pertanto non provoca nessuna meraviglia, a ciò che sta fuori e al di sopra di ogni esame e conoscenza necessari; essa non troverà nessuna pace, prima di essere arrivata a qualcosa che sia degno di una assoluta meraviglia ». Meraviglia è, dunque, sapere di avere a che fare con l’ignoto, indeducibile e irriducibile alla nostra presa: stupore è l’esperienza della pura e forte alterità dell’Altro che viene a noi. 

Questo Altro il credente lo esperisce non soltanto nella forma di un ascolto intellettuale, ma anche nella forma della preghiera, esperienza « mistica », perché data dall’alto, aperta all’Altro. Il prendere coscienza dell’Altro che viene a noi nella fede è stare su quella soglia, dove timore e tremore si uniscono a meraviglia e stupore: la coscienza umile della distanza che ci separa dall’Altro nell’atto del suo dono produce l’esperienza dell’agonia propria della fede. Agonica è l’esperienza dell’alterità irriducibile: se l’Altro è Dio, il rapporto all’Altro non può che essere E]ywv, lotta, che cerca di varcare l’abissale distanza. Agonia, insomma. è sperimentare fino in fondo l’alterità, è vivere in sé la frontiera. È questa la ragione più profonda della compresenza della fede e della non credenza in ciascuno di noi, perché tutti, nel momento in cui siamo non negligenti nel pensare e accettiamo di confrontarci fino in fondo con l’Altro, viviamo l’inquietudine di questa inafferrabile Trascendenza. Non si dà solo un esistere davanti all’Altro, che viene a noi e che ci turba, ma anche un esistere con l’Altro nella lotta: proprio così, però, la fede è amore, l’agonia è »agàpe » in cui vince chi perde, chi si lascia vincere dall’Assalitore divino, come Giacobbe al guado dello Yabbok (cf. Gen 32). 

Questa esperienza stupita ed agonica sfocia in un atto fondamentale: la decisione. Decidersi nell’atto di fede è non solo un esistere davanti all’Altro e con l’Altro, stupiti di sé, stupiti per Lui, ma anche un esistere per l’Altro e per gli altri. Gli altri non sono semplice produzione del nostro pensiero, o limite e sfida della nostra libertà e delle nostre scelte: essi sono anche e soprattutto esigenza morale, fondamento dell’esistere eticamente responsabile. Responsabilità è farsi carico d’altri davanti all’Altro sovrano che in essi ci chiama: lo stupore della fede coglie così l’altro prossimo e vicino nella luce dell’Altro divino, e lo riconosce come l’altro cui ci invia la caritas evangelica, l’altro del comandamento simile al primo, che è il comandamento dell’amore del prossimo. La fede supera lo stupore della propria indegnità nel dono d’amore di sé a Dio e agli altri. Ciò che nel vivere l’atto di fede sperimenta la condizione umana è, allora, la coscienza di uno smarrimento, di una debolezza e di una fragilità, che può essere accolta come sfida a fuggire, a cadere e, dunque, a non decidersi per l’Altro, o può esser vissuta come provocazione a una scelta non negligente, che abbia il coraggio dello stupore e viva il dramma dell’agonia, e si assuma la responsabilità verso Dio e verso gli altri nel primato dell’amore. 

B) Stupiti dal Dio che viene 

Allo stupore di sé la fede unisce lo stupore davanti a Dio: in verità, la sfida suprema che impegna il pensiero e la vita è proprio la questione di Dio. Ora, c’è un pensiero della fede che interpreta il genitivo « di Dio » in senso meramente oggettivo, parlando di Dio come dell’oggetto, rispetto al quale argomentare. È il pensiero che riduce Dio ad ente di cui disporre, interpretando il Suo Mistero come la suprema fra le cose, intorno a cui argomentare e di cui servirsi senza più alcuno stupore. Scrive Lutero di questo tipo di fede: « Non è degno di essere chiamato teologo colui che consi­dera la natura invisibile di Dio comprensibile per mezzo delle sue opere, ma colui che comprende la natura di Dio, visibile e volta verso il mondo, per mezzo della passione e della croce ». La conoscenza della fede non risolve in sé gli abissi divini, che restano oltre ogni nostra presa, ma si fonda su quanto Dio ha reso visibile e accessibile della propria vita e del proprio mistero nella Sua rivelazione: il Dio di spalle, non il Dio contemplato in volto della futura visione beatifica, il Dio che si offre nella passione e nella croce del Signore, non il Dio senza oscurità di una presunta comprensione totale, è il Dio della fede. Mentre dunque la ragione umana scruta il mistero di Dio con i propri strumenti e a partire dagli oggetti creati, rischiando di farne un semplice oggetto di cui disporre, la ragione illuminata dalla fede obbedisce alla Parola rivelata, non si appaga di quanto ha raggiunto, ma cerca di intendere sempre di più quanto ha contemplato. 

La conoscenza della fede non elimina allora lo stupore di fronte all’immensità divina, anzi lo accresce: proprio così essa contesta le presunzioni di un sapere che voglia dire tutto di Dio, catturandone gli abissi nelle proprie misure. La fede sa di avere a che fare con il « Deus adveniens », con il Dio vivo: il suo oggetto, prima di essere qualcosa di possedibile, è Qualcuno inafferrabile e santo. Chi crede afferma il primato di Dio e solo a Lui vuol dare gloria con tutta la carica di stupore che l’agire divino può suscitare per le forme e le vie scelte dall’Eterno per rivelarsi e comunicarsi agli uomini. In questo senso il conoscere della fede sta e resta appeso alla parola e al silenzio della Croce. Non di meno, però, per la ragione è importante mantenere aperta la questione del Dio vivo: anche per essa la verità non va pensata soltanto come oggetto, ma pure come soggetto. Questo significa che il pensiero deve aprirsi ad accogliere e tollerare in se stesso la potente tensione della vita, rinunciando a disporre dell’oggetto, specialmente dell’oggetto supremo, come cosa, per avere a che fare con esso con lo stupore che si confa all’agire del Dio vivente. E Dio è il Dio vivo se è l’Altro irriducibile alle nostre catture: è quanto la fede chiede alla ragione di rispettare. 

A sua volta la fede è chiamata a non ignorare l’esercizio critico dell’intelligenza, il protagonismo della ricerca umana nel pensiero: una conoscenza della fede che presumesse di essere parola creata dall’evento della Parola increata, senza alcuna mediazione dell’attività critica della ragione, sarebbe manifestamente falsa. L’umanità di Dio – in cui crede il discepolo del Verbo fatto carne – consiste anche in questo, che il Logos si presti ad essere detto e pensato dalla ragione umana, e perciò accetti di essere mediato dai diversi possibili approcci che l’intelligenza può elaborare, fermo restando il nocciolo irriducibile di resistenza che il pensiero di Dio come Dio vivente oppone ad ogni identificazione dell’Assoluto con la fragilità del soggetto storico. Stupore della fede e stupore della ragione vengono così a corrispondersi: se certamente non si può dire che non ci sia filosofia senza cristianesimo, parimenti non si può negare che nel contesto storico dell’Occidente, il cui ethos è così fortemente marcato dal fatto cristiano, ogni discorso filosofico si misura con il dato della rivelazione ebraico-cristiana, vitalmente trasmessa dalla comunità ecclesiale. 

In questo senso si può affermare che la Croce di Cristo è stupore anche per il filosofo: lottare con Dio è al tempo stesso la debolezza e la forza del credente, ma è anche la forza e la debolezza del pensatore, che usi della sua ragione senza negligenze. Dal sorgere della luce al cadere della notte, sta qui la dignità del pensiero, la sua vocazione e il suo compito. Dove Dio questiona come l’assalitore notturno dell’esperienza di Giacobbe al guado, dove Dio è il « Deus vivens et adveniens », lì l’uomo è veramente preso dallo stupore e vivo nella sfida. Lì vince chi, perdendo si affida e confessa: « Veramente sei un Dio nascosto, Dio d’Israele Salvatore » (Is 45,15). La Croce del Risorto si offre allora come il contenuto supremo del pensiero della fede, la suprema teologia, proprio perché è il luogo dello stupore assoluto: solo in quell’evento si proclama la morte della morte! E in un mondo che resta bisognoso di salvezza, nonostante tutto e al di là di ogni naufragio, una simile sfida è troppo alta per essere messa da parte. Davanti all’avvento divino nell’umiltà e nell’abbandono della Croce, bisogna prendere posizione, decidersi. Come scriveva significativamente Luigi Pareyson, filosofo che non ha mai rinunciato a coniugare lo stupore della ragione e quello della fede, davanti al Dio cristiano non si può « restare indifferenti. Bisogna scegliere o per o contro. Non c’è via di mezzo… Non ci si può sottrarre: il faut choisir ». Lo stupore è la condizione propria di questa scelta: che non è solo scelta di pensiero, ma anche e inseparabilmente scelta di vita, in cui si incontrano meraviglia e timore, fascino del Dio che si dona nell’amore e coscienza della propria indegnità di fronte a un simile dono di purissima gratuità. Solo chi ha attraversato il fuoco di questa scelta, entra nel mondo della fede e può comunicarne ad altri l’esperienza vivificante, dono che stupisce e cambia il cuore e la vita. 

  

Publié dans:Bruno Forte |on 24 octobre, 2007 |Pas de commentaires »

La fede, esperienza dello stupore e delle meraviglie di Dio di Mons. Bruno Forte

dal sito: 

http://www.santamelania.it/

La fede, esperienza dello stupore e delle meraviglie di Dio 

di Mons. Bruno Forte  

Nel testo che segue Mons. Bruno Forte – Arcivescovo Metropolita di Chieti-Vasto – traccia per così dire i caratteri di un’autentica esperienza di fede cristiana, che è nello stesso tempo continuo stupore delle “grandi cose” che il Signore compie per noi, e ricerca, inquietudine di fronte alle opere di Dio, al Suo silenzio, all’altro da noi che ci è prossimo nel nostro cammino.

Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza on-line di questo testo sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto.
  

28/08/2007
  


La fede è esperienza dello stupore dinanzi alla sorprendente novità con cui l’amore divino ci raggiunge: stupore della gratuità di questo amore, ma anche stupore della nostra indegnità a riceverlo, timore davanti all’Amato trascendente e sovrano che si china sulla Sua creatura. Lo stupore della fede è allora al tempo stesso coscienza della nostra finitudine, del dolore e del niente che siamo, e riconoscimento delle « meraviglie » che il Dio vivo viene a compiere fra noi e per noi; è apertura alle sorprese che la Sua promessa ci prepara ed è turbamento davanti all’umiltà con cui il dono più grande è stato offerto agli uomini nell’abbandono della Croce. Stupore di sé, stupore davanti a Dio: tali sono i tratti dello stupore della fede, nel suo nascere, nel suo svilupparsi, nel suo farsi comunicazione e dono di vita e di bellezza ad altri. 

A) Stupiti di sé davanti al divino Altro 

L’esperienza della finitudine accomuna tutti gli abitatori del tempo, specialmente in questa stagione post-moderna, seguita al tramonto dei « grandi racconti » ideologici e dell’ottimismo che essi ispiravano: il dolore dell’abbandono, la sofferenza dell’assenza di senso, la mancanza di un orizzonte rispetto a cui orientare le scelte del vivere e del morire, sono altrettanti volti dell’attuale condizione umana. Questo senso di addio, di lungo addio, questa fragilità e debolezza, sono il luogo in cui tutti, credenti e non credenti, eredi dell’ideologia, critici o orfani di essa, si ritrovano spiazzati da quanto in questa crisi epocale dell’insorgente post-modernità andiamo vivendo. Questo senso di smarrimento, di disagio, di bisogno di patria, questo dolore dell’abbandono, può essere evaso, nascosto, fuggito: si può tentare di essere non pensanti, e dunque negligenti di fronte alla condizione del naufragio. Ma nel momento in cui si pensa e si è coscienti, la lama di questo dolore del mondo non può non interrogarci tutti, rendendoci più aperti alla ricerca, più accomunati nell’esperienza e nel bisogno dell’Altro che ci aiuti a uscire dalla prigionia delle solitudini e dei frammenti. La grande categoria che tutti ci provoca non è allora l’identità, ma l’alterità, nello stupore che essa suscita in noi, segnati come siamo dalla coscienza del nostro essere finito. 

Ora, è proprio nello stupore della fede che l’alterità si presenta nella maniera più alta e più forte: chi crede è toccato dall Altro, vive cioè l’incontro con Dio come indeducibile Presenza, come Assenza che inquieta. Questo stupore è certo antico quanto il pensiero: meraviglia e timore, dicevano i primi pensatori greci, è la passione del filosofo. Tuttavia – come ricordava Karl Barth nel « canto del cigno », che fu la sua Introduzione alla teologia evangelica – lo stupore più grande e irriducibile è la condizione propria di chi crede e credendo si pone in pensiero: « A chi non provasse stupore, quando in un modo o nell’altro ha a che fare con la teologia – o a chi dopo un certo tempo non fosse più capace di stupirsi – o a chi non provasse tanto maggior stupore quanto più si occupa di teologia, bisognerebbe consigliare di prender qualche distanza da essa e di riflettere spregiudicatamente su che cosa essa sia, affinché possa ancora succedergli che lo stupore per la teologia gli rinasca dentro al punto da non abbandonarlo più e anzi di diventare sempre più forte in lui ». 

La meraviglia è sapere di non poter possedere l’Altro, è umile confessione di chi non si ferma al tranquillo possesso, ma si lascia raggiungere e provocare dall’Altro che viene all’idea e cambia la vita. 

È a sua volta testimone di questa meraviglia F.W.J. Schelling, il filosofo della grande crisi rispetto al « sistema dell’Idealismo » da lui stesso proposto in gioventù, il quale non esita ad affermare nell’opera della maturità dedicata alla Filosofia della rivelazione: « È una sentenza nota di Platone: la passione del filosofo è la meraviglia. Se questa sentenza è vera e profonda, allora la filosofia, invece di essere limitata a ciò che deve essere compreso come necessario, sentirà piuttosto la tendenza a trapassare da ciò che essa deve riguardare come necessario, che pertanto non provoca nessuna meraviglia, a ciò che sta fuori e al di sopra di ogni esame e conoscenza necessari; essa non troverà nessuna pace, prima di essere arrivata a qualcosa che sia degno di una assoluta meraviglia ». Meraviglia è, dunque, sapere di avere a che fare con l’ignoto, indeducibile e irriducibile alla nostra presa: stupore è l’esperienza della pura e forte alterità dell’Altro che viene a noi. 

Questo Altro il credente lo esperisce non soltanto nella forma di un ascolto intellettuale, ma anche nella forma della preghiera, esperienza « mistica », perché data dall’alto, aperta all’Altro. Il prendere coscienza dell’Altro che viene a noi nella fede è stare su quella soglia, dove timore e tremore si uniscono a meraviglia e stupore: la coscienza umile della distanza che ci separa dall’Altro nell’atto del suo dono produce l’esperienza dell’agonia propria della fede. Agonica è l’esperienza dell’alterità irriducibile: se l’Altro è Dio, il rapporto all’Altro non può che essere E]ywv, lotta, che cerca di varcare l’abissale distanza. Agonia, insomma. è sperimentare fino in fondo l’alterità, è vivere in sé la frontiera. È questa la ragione più profonda della compresenza della fede e della non credenza in ciascuno di noi, perché tutti, nel momento in cui siamo non negligenti nel pensare e accettiamo di confrontarci fino in fondo con l’Altro, viviamo l’inquietudine di questa inafferrabile Trascendenza. Non si dà solo un esistere davanti all’Altro, che viene a noi e che ci turba, ma anche un esistere con l’Altro nella lotta: proprio così, però, la fede è amore, l’agonia è »agàpe » in cui vince chi perde, chi si lascia vincere dall’Assalitore divino, come Giacobbe al guado dello Yabbok (cf. Gen 32). 

Questa esperienza stupita ed agonica sfocia in un atto fondamentale: la decisione. Decidersi nell’atto di fede è non solo un esistere davanti all’Altro e con l’Altro, stupiti di sé, stupiti per Lui, ma anche un esistere per l’Altro e per gli altri. Gli altri non sono semplice produzione del nostro pensiero, o limite e sfida della nostra libertà e delle nostre scelte: essi sono anche e soprattutto esigenza morale, fondamento dell’esistere eticamente responsabile. Responsabilità è farsi carico d’altri davanti all’Altro sovrano che in essi ci chiama: lo stupore della fede coglie così l’altro prossimo e vicino nella luce dell’Altro divino, e lo riconosce come l’altro cui ci invia la caritas evangelica, l’altro del comandamento simile al primo, che è il comandamento dell’amore del prossimo. La fede supera lo stupore della propria indegnità nel dono d’amore di sé a Dio e agli altri. Ciò che nel vivere l’atto di fede sperimenta la condizione umana è, allora, la coscienza di uno smarrimento, di una debolezza e di una fragilità, che può essere accolta come sfida a fuggire, a cadere e, dunque, a non decidersi per l’Altro, o può esser vissuta come provocazione a una scelta non negligente, che abbia il coraggio dello stupore e viva il dramma dell’agonia, e si assuma la responsabilità verso Dio e verso gli altri nel primato dell’amore. 

B) Stupiti dal Dio che viene 

Allo stupore di sé la fede unisce lo stupore davanti a Dio: in verità, la sfida suprema che impegna il pensiero e la vita è proprio la questione di Dio. Ora, c’è un pensiero della fede che interpreta il genitivo « di Dio » in senso meramente oggettivo, parlando di Dio come dell’oggetto, rispetto al quale argomentare. È il pensiero che riduce Dio ad ente di cui disporre, interpretando il Suo Mistero come la suprema fra le cose, intorno a cui argomentare e di cui servirsi senza più alcuno stupore. Scrive Lutero di questo tipo di fede: « Non è degno di essere chiamato teologo colui che consi­dera la natura invisibile di Dio comprensibile per mezzo delle sue opere, ma colui che comprende la natura di Dio, visibile e volta verso il mondo, per mezzo della passione e della croce ». La conoscenza della fede non risolve in sé gli abissi divini, che restano oltre ogni nostra presa, ma si fonda su quanto Dio ha reso visibile e accessibile della propria vita e del proprio mistero nella Sua rivelazione: il Dio di spalle, non il Dio contemplato in volto della futura visione beatifica, il Dio che si offre nella passione e nella croce del Signore, non il Dio senza oscurità di una presunta comprensione totale, è il Dio della fede. Mentre dunque la ragione umana scruta il mistero di Dio con i propri strumenti e a partire dagli oggetti creati, rischiando di farne un semplice oggetto di cui disporre, la ragione illuminata dalla fede obbedisce alla Parola rivelata, non si appaga di quanto ha raggiunto, ma cerca di intendere sempre di più quanto ha contemplato. 

La conoscenza della fede non elimina allora lo stupore di fronte all’immensità divina, anzi lo accresce: proprio così essa contesta le presunzioni di un sapere che voglia dire tutto di Dio, catturandone gli abissi nelle proprie misure. La fede sa di avere a che fare con il « Deus adveniens », con il Dio vivo: il suo oggetto, prima di essere qualcosa di possedibile, è Qualcuno inafferrabile e santo. Chi crede afferma il primato di Dio e solo a Lui vuol dare gloria con tutta la carica di stupore che l’agire divino può suscitare per le forme e le vie scelte dall’Eterno per rivelarsi e comunicarsi agli uomini. In questo senso il conoscere della fede sta e resta appeso alla parola e al silenzio della Croce. Non di meno, però, per la ragione è importante mantenere aperta la questione del Dio vivo: anche per essa la verità non va pensata soltanto come oggetto, ma pure come soggetto. Questo significa che il pensiero deve aprirsi ad accogliere e tollerare in se stesso la potente tensione della vita, rinunciando a disporre dell’oggetto, specialmente dell’oggetto supremo, come cosa, per avere a che fare con esso con lo stupore che si confa all’agire del Dio vivente. E Dio è il Dio vivo se è l’Altro irriducibile alle nostre catture: è quanto la fede chiede alla ragione di rispettare. 

A sua volta la fede è chiamata a non ignorare l’esercizio critico dell’intelligenza, il protagonismo della ricerca umana nel pensiero: una conoscenza della fede che presumesse di essere parola creata dall’evento della Parola increata, senza alcuna mediazione dell’attività critica della ragione, sarebbe manifestamente falsa. L’umanità di Dio – in cui crede il discepolo del Verbo fatto carne – consiste anche in questo, che il Logos si presti ad essere detto e pensato dalla ragione umana, e perciò accetti di essere mediato dai diversi possibili approcci che l’intelligenza può elaborare, fermo restando il nocciolo irriducibile di resistenza che il pensiero di Dio come Dio vivente oppone ad ogni identificazione dell’Assoluto con la fragilità del soggetto storico. Stupore della fede e stupore della ragione vengono così a corrispondersi: se certamente non si può dire che non ci sia filosofia senza cristianesimo, parimenti non si può negare che nel contesto storico dell’Occidente, il cui ethos è così fortemente marcato dal fatto cristiano, ogni discorso filosofico si misura con il dato della rivelazione ebraico-cristiana, vitalmente trasmessa dalla comunità ecclesiale. 

In questo senso si può affermare che la Croce di Cristo è stupore anche per il filosofo: lottare con Dio è al tempo stesso la debolezza e la forza del credente, ma è anche la forza e la debolezza del pensatore, che usi della sua ragione senza negligenze. Dal sorgere della luce al cadere della notte, sta qui la dignità del pensiero, la sua vocazione e il suo compito. Dove Dio questiona come l’assalitore notturno dell’esperienza di Giacobbe al guado, dove Dio è il « Deus vivens et adveniens », lì l’uomo è veramente preso dallo stupore e vivo nella sfida. Lì vince chi, perdendo si affida e confessa: « Veramente sei un Dio nascosto, Dio d’Israele Salvatore » (Is 45,15). La Croce del Risorto si offre allora come il contenuto supremo del pensiero della fede, la suprema teologia, proprio perché è il luogo dello stupore assoluto: solo in quell’evento si proclama la morte della morte! E in un mondo che resta bisognoso di salvezza, nonostante tutto e al di là di ogni naufragio, una simile sfida è troppo alta per essere messa da parte. Davanti all’avvento divino nell’umiltà e nell’abbandono della Croce, bisogna prendere posizione, decidersi. Come scriveva significativamente Luigi Pareyson, filosofo che non ha mai rinunciato a coniugare lo stupore della ragione e quello della fede, davanti al Dio cristiano non si può « restare indifferenti. Bisogna scegliere o per o contro. Non c’è via di mezzo… Non ci si può sottrarre: il faut choisir ». Lo stupore è la condizione propria di questa scelta: che non è solo scelta di pensiero, ma anche e inseparabilmente scelta di vita, in cui si incontrano meraviglia e timore, fascino del Dio che si dona nell’amore e coscienza della propria indegnità di fronte a un simile dono di purissima gratuità. Solo chi ha attraversato il fuoco di questa scelta, entra nel mondo della fede e può comunicarne ad altri l’esperienza vivificante, dono che stupisce e cambia il cuore e la vita 

Publié dans:Bruno Forte |on 28 septembre, 2007 |Pas de commentaires »
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